La Valdichiana

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“Niente talent, felice del mio percorso artistico”. Intervista a Bianca Atzei

Il vero Amore è il titolo di una canzone di Bianca Atzei e chissà se, stando alle ultime indiscrezioni di gossip, la cantante ventottenne dedicherà questa canzone al suo nuovo amore,…

Il vero Amore è il titolo di una canzone di Bianca Atzei e chissà se, stando alle ultime indiscrezioni di gossip, la cantante ventottenne dedicherà questa canzone al suo nuovo amore, il campione di motociclismo Max Biaggi.

Ma andiamo per ordine. Voce graffiante e viso angelico, due semplici aggettivi per descrivere Bianca Atzei, giovane cantante sarda ma milanese di adozione, che i suoi fan potranno ritrovare in radio dal 27 novembre con “Intro”, brano scritto e interpretato da J-Ax, dove la Atzei duetterà proprio con il rapper italiano.

“Intro” fa parte del disco di J-Ax uscito ad inizio gennaio, Il bello di essere brutti, già vincitore di quattro dischi di platino. “Intro”, come ha spiegato J-Ax alla stampa, è una riflessione sulla sua carriera e un racconto sul lato brutto della vita vissuto in questi anni.

L’album di debutto di Bianca Atzei, invece, è Bianco e Nero, prodotto da Diego Calvetti con la supervisione artistica di Kekko Silvestre, e contiene 20 brani tra cui alcune delle sue precedenti pubblicazioni. Per Bianca, J-Ax è l’ultimo degli artisti con cui ha avuto l’onore di collaborare; la Atzei, infatti, ha lavorato con i Modà nel brano La Gelosia, con Alex Britti per Non è mai e per la cover di Ciao Amore, ciao, fino a collezionare collaborazioni con Gianni Morandi e Gigi d’Alessio.

A febbraio Bianca ha bianca 2partecipato al festival di Sanremo con la canzone Il solo al mondo scritto da Kekko Silvestre, brano con cui ha fatto emozionare anche tutto il pubblico e tutti i fan della Valdichiana, durante il tradizione concerto estivo organizzato dal Valdichiana Outlet Village.

La Valdichiana ha incontrato Bianca Atzei nel backstage del concerto e in maniera estremamente tranquilla e serena, ha scambiato qualche parola con lei, felice di poter raccontare la propria vita legata alla musica.

Bianca, sei soddisfatta di come sta andando il tuo album?

“Sono molto soddisfatta e in generale molto orgogliosa del lavoro che faccio. In tre anni e mezzo ho lavorato molto per l’album perché è stato fatto con il contributo di tante persone che hanno creduto in me. Posso dire che è stato un album molto sudato e per fortuna sta andando tutto molto bene, quindi sono doppiamente soddisfatta. Io, non uscendo dai talent, ho avuto fin da subito l’appoggio delle radio, e questa per me è una cosa bellissima, un percorso bello che ho sempre sognato e se devo essere sincera non mi è mai interessato fare il boom”.

Quindi non ti senti penalizzata dal fatto di non essere uscita dai talent?

“No, anzi, non ho niente contro i talent, sia chiaro, ma sono felicissima del percorso che sto facendo e che mi permette di crescere di anno in anno”.

   bianca 3E il calore del pubblico non fa che darti ragione.

“Sì, verissimo. Le persone che vengono a sentirmi suonare, sono, in qualche modo, più legate all’artista, si sentono più vicini e rimangono per tutto per il concerto. Questa per me è la cosa più bella. Già dalle prove sentire un calore dal pubblico così forte è per me un valore aggiunto e devo dire che non me l’aspettavo e anche il fatto di sentire il pubblico che mi accompagna mentre provo mi fa venire i brividi”.

Se dovessi dare un consiglio a chi decide di fare musica per poi farlo diventare un lavoro, cosa consiglieresti?

“Di farla, assolutamente, perché è la cosa più bella del mondo. Io sono felice solo quando canto. Quindi, mi rivolgo ai giovani, dovete fare musica, dovete inventare, avere nuove idee, essere creativi e cercare sempre più di portare musica in tutte le case degli italiani”.

Torniamo alla nota di colore iniziale: negli ultimi giorni Bianca Atzei non è salita alle cronache solo per il suo impegno musicale con J-Ax, ma per una foto apparsa su Istagram con il campione di motociclismo Max Biaggi con la scritta: “Non arrendersi mai, perché proprio quando credi che sia tutto finito, tutto ha inizio @biancaatzei”, uno scatto eloquente che lascia poco spazio alla fantasia e che conferma la notizia che sta circolando, ovvero che Bianca Atzei è la nuova fiamma di Max Biaggi.

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Affinità/Divergenze tra Ascanio Celestini e Noi. Un’intervista

Il teatro di narrazione ha ormai, in Italia, un’importantissima tradizione. Da Marco Paolini e Marco Baliani che, negli anni ’80, seguendo il campo aperto della grande stagione monologica del teatro di…

Il teatro di narrazione ha ormai, in Italia, un’importantissima tradizione. Da Marco Paolini e Marco Baliani che, negli anni ’80, seguendo il campo aperto della grande stagione monologica del teatro di Fo e Gaber, batterono una strada analoga, tracciando da subito un percorso dalla forte importazione ‘civile’, profondamente militante e concentrata sul presente.

C’è anche chi, successivamente, inserendosi in quella grande tradizione, non scorda la lezione di Brecht, Flaiano, Beckett e Pasolini, e lo fa impostando il discorso di scena secondo precisi schemi ‘televisivi’: Ascanio Celestini ha infatti definito un metodo narrativo, sfruttando i brevissimi spazi brevi che gli erano concessi nei programmi cui ha partecipato (Parla con Me, The Show Must Go Off, tra gli altri).

Al Cortona Mix Festival ha portato lo spettacolo “Racconti d’Estate”, una summa del suo particolare ed efficacissimo metodo di mise en scène.
L’ho incontrato dopo una serie non numerabile di Martini e vino bianco nel foyer del Teatro Signorelli a Cortona, per intervistarlo come inviato della trasmissione radiofonica “Radio Incontri Goes To Mix”.

Qui di seguito la trascrizione di alcune domande.

Qual è il panorama che si pone davanti ad un narratore che cerca di raccontare questo paese come lo fai tu? O meglio, cosa fotografa il teatro di narrazione italiano oggi?

Ascanio Celestini: Niente. Io non fotografo. La fotografia è un lavoro che viene fatto attraverso la luce, che impressiona la pellicola. Quello che sta davanti alle due lenti, le quali creano prossimità con la profondità, crea l’immagine. Io invece registro. Sì registro, non fotografo. Questo registrare mi serve, per definire poi il lavoro che mi vedi fare sul palco, per due cose; la prima è ciò che scaturisce dall’incrocio di sguardi, che se ci pensi è l’etimologia della parola intervista, no? Adesso noi stiamo facendo un incrocio di punti di vista per creare qualcosa. È un piccolo rito, per quanto sia possibile ottimizzare riti in questa strana modernità in cui viviamo. Dall’altra parte, questa registrazione per me serve come studio elementare della scrittura. Quando leggo Dostoevskij o Shakespeare, io faccio una gran fatica a tirar fuori la struttura su cui quegli autori hanno lavorato. Invece quando leggo la trascrizione della mia vicina di casa, per quanto dica decisamente delle cose meno importanti di Tolstoj o di Roth, riesco perfettamente a capire come costruisce la storia. Questo è fondamentale per me. È come imparare ad impagliare una sedia; se cerco l’impagliatore sotto casa, lui con la sua umiltà, è capace di spiegarmi perfettamente l’impagliatura della sedia. Se invece cerco il campione numero uno tra gli impagliatori di sedie, probabilmente non riuscirei mai a capire nulla. Il racconto è questo: non è uno stile, ma un modo per capire come le persone operino nel mondo. Più è semplice e più è interessante come studio.

I tuoi monologhi, le strutture dei fraseggi, l’azione che imposti della messa in scena, è un lavoro che fai autonomamente. Cosa ne pensi invece del lavoro meccanico, in un mestiere come il tuo?

A.C. Tutto dipende da l’urgenza che una persona ha, quando agisce. Il film è una cosa sola. Come il libro è una cosa sola. Negli affreschi lavoravano in dieci persone, per un opera unica. È chiaro che più noi riusciamo a fare in modo che l’opera d’arte sia gestita da un’unica persona, meglio quell’opera veicolerà un’immagine di una mente. Però l’idea stessa del cantiere, che è uno spazio e un tempo preciso, rappresenta una dialettica importante. Penso al cantiere di una casa: mio padre era un piccolo artigiano e lucidava i mobili nei cantieri, come porte e finestre con coppale o vernici, smalti o addirittura a mano con la gommalacca a tampone: ecco, nel cantiere c’era il piastrellista, il falegname, il lucidatore, et cetera. È importante una dialettica che metta in relazione persone che fanno cose differenti. Il problema è un altro: l’idea novecentesca della regia che costruisce il testo teatrale, con lo sceneggiatore che si fa i cazzi suoi con la sceneggiatura, il musicista che fa le sue pippe con la musica , funzionerebbe a pieno se il teatro fosse McDonald. Avrebbe un senso, se fosse una cosa di massa. Ma visto che del teatro non gliene frega niente a nessuno, e non siamo obbligati a seguire dei precisi tempi di produzione, potremmo anche lavorare in maniera diversa dalla catena di montaggio, con tutto il rispetto per chiunque lavori in questo ambiente sfigato.

Non è che cosa ma come lo si fa.

A.C. Eh sì, tutto però dipende dall’urgenza che una persona ha. Se per le persone che lavorano in teatro l’industrializzazione è un urgenza – può essere eh – io darei loro tutta la fiducia possibile. Se mi dicessero che l’urgenza di un autore è riportare in scena le Baccanti perché è importantissimo che le persone sappiano com’è morto Penteo, e il sentore di tutti necessita che quel musicista faccia le musiche, quell’attore faccia la sua parte con la recitazione e quel regista e quel coreografo mettano in pratica le loro conoscenze, io lo sosterrei. L’urgenza in teatro è fondamentale. È anche vero però che le teorie in teatro non esistono, esiste solo la pratica, anche quando è teoria.

Che consiglio dai ai giovani attori, ma un po’ a tutti i giovani?

A.C. Tre cose; fatte pagà. Nessuno lavora gratis. Seconda cosa, come si diceva in Unione Sovietica: “Studiare, Studiare, Studiare”. Terza cosa: scappa. Vattene il prima possibile. Che prima scappi e prima ritorni.

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“Ci siamo fatti un sacco di chilometri…” intervista ai FASK

Sembra ieri che il rider dei Fask veniva inviato da una mail condivisa tra i ragazzi stessi della band, Aimone, Alessandro, Alessio e Jacopo, i quali si autogestivano, per girare…

Sembra ieri che il rider dei Fask veniva inviato da una mail condivisa tra i ragazzi stessi della band, Aimone, Alessandro, Alessio e Jacopo, i quali si autogestivano, per girare l’Italia durante il tour di Cavalli, più di tre anni fa, con un furgoncino colmo di amplificatori, pedaliere e strumenti che raccoglievano dalla loro saletta prove, con le gommapiume scrostate ai bordi, la muffa nei soffitti e le lattine di birra usate come posacenere, lasciate a ossigenare per mesi.

P1050955Oltre ad avere un’appartenenza territoriale (il loro essere perugini lo ricordano almeno dieci volte per ogni live) sono per noi un valore in cui credere. Sono partiti dalle nostre stesse realtà, vicini di casa, hanno costruito un progetto partendo dalle cantine, arrivando a fare tournée europee, con punti cardinali casuali sulla cartina, date random che li hanno fatti viaggiare per tratti stradali lunghi giornate intere; 95 date, per il tour di Cavalli, ormai mitologica opera prima, 105 (c-e-n-t-o-c-i-n-q-u-e) date per Hybris che è già un classico contemporaneo e 80 date per Alaska, ultimo intimo, “maturando”, lavoro uscito nel novembre del 2014. Tutto questo lo hanno fatto per la voglia di costruire un impianto  fondato sulla meraviglia, sulla somma gioia, hanno voluto edificare quanto più bene possibile per sé stessi e per gli altri. I FASK sono un’ideologia, prima di essere qualità musicale. Sono una band che ha segnato profondamente la musica indipendente italiana contemporanea. Hanno accompagnato, con le loro canzoni, molte persone della loro generazione, ed ora anche di quella successiva, e per questo dovremmo essere loro estremamente grati.

Ecco alcuni estratti dell’intervista che i Fast Animal and Slow Kids hanno rilasciato prima del concerto al Live Rock Festival di Acquaviva, mercoledì 9 settembre: la versione integrale la trovate più in basso, direttamente su Soundcloud.

Ci siamo fatti un sacco di chilometri. Col tempo tutto intorno a noi è cresciuto. Ciò che ci ha permesso di crescere è aver accettato di suonare il più possibile in qualsiasi condizione. Di questa crescita non siamo proprio consci ma siamo molto soddisfatti. “

“I nostri concerti sono dei ritrovi. Nei nostri tour abbiamo tempistiche che non ci permettono di avere continuità di rapporti umani. Da una parte c’è questo pubblico ‘amico’, poi c’è il pubblico nuovo, che apprezza esclusivamente la musica, che non viene a vederci per una relazione di amicizia che abbiamo creato, anche perché piano piano vengono meno le occasioni di costruire amicizie vere. Ora c’è in gioco un altro livello di rapporto. Quella sensazione ora si crea direttamente con il live.”

“Non credo cambi molto tra pubblico dei diciassettenni e dei trentenni. Sono lì per godere del concerto. Non vanno giudicati gli approcci, ma la cognizione di causa per cui un pubblico segue una band. Chi è al concerto per pogare e cantare a squarciagola, chi c’è per ascoltare la musica, per riflettere, per analizzare la pedaliera del chitarrista; ecco, l’importante è che ci sia coscienza della causa per cui si va ad un concerto. L’età non conta.”

Non credo si possa parlare di ‘scena’ per l’indie italiano. Sembra che sia così perché alla fine è un “giro”, un nuvolo di band che suonano negli stessi posti e sono veicolati dagli stessi canali, che frequentano gli stessi palchi e si conoscono. Se dici “scena” penso al DIY, penso alla scena hardcore di Washington; in Italia non c’è questa roba qua. Esiste uno scambio di rapporti umani con le altre band perché alla fine sono sempre le stesse le band che suonano in giro. Ma quello che manca sono valori musicali condivisi. È brutto che si unifichi tutto. C’è una scena italiana che prescinde dalla musica. In realtà una “scena” dovrebbe supportare una tipologia musicale, un’ideologia musicale condivisa. Questo non vuol dire che non siamo circondati da persone meravigliose.

(photo credits – Pasquale Modica e Alessia Zuccarello)

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Tre domande a Fausto Paravidino

Ho incontrato Fausto Paravidino prima che salisse sul palco del teatro Mascagni di Chiusi, per portare il notevolissimo spettacolo “I Vicini” prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano. Devo ammettere un…

Ho incontrato Fausto Paravidino prima che salisse sul palco del teatro Mascagni di Chiusi, per portare il notevolissimo spettacolo “I Vicini” prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano. Devo ammettere un po’ di emozione nel trovarmi al cospetto di un autore che – seppur non godendo della fama che si meriterebbe – è per me un punto di riferimento nel panorama teatrale – e lo sarebbe anche di quello cinematografico se avesse continuato a sfornare capolavori, come aveva lasciato prospettare la sua opera prima, e per ora unica, “Texas“ – sia italiano che internazionale.

Tommaso Ghezzi: Quindici anni fa hai scritto “La malattia della famiglia M“, oscuro ritratto checoviano dei demoni intimi di una famiglia di provincia. Poi c’è stato un percorso che ti ha spostato violentemente verso l’impegno pubblico; penso a Genova01, o all’inevaso “Il Caso B”, c’è stata poi l’importante esperienza del Teatro Valle. Hai oscillato quindi tra contesti privati, intimi, interni, ad altri pubblici, impegnati, esterni. Come si è codificato nella tua esperienza questo binario? In che condizioni è ridotto oggi il drammaturgo politico? 

Fausto Paravidino:  Eh, è molto difficile la risposta da dare a questa domanda. Posso dire che uno degli eventi fondamentali, lungo il mio posizionarmi all’interno di una parabola di rapporti tra arte e politica, è un fatto in realtà molto marginale del mio curriculum.

Dopo Genova01, dopo Noccioline -al termine del quinquennio Berlusconi –  io e i miei colleghi, con le nostre poche armi, abbiamo cercato di combattere il berlusconismo. Si andò a nuove elezioni nel 2006 e facemmo uno spettacolo intitolato Orazione Elettorale a 5 Punte, che era una farsa brevissima, molto divertente, sulle elezioni. Per noi era il momento in cui ci saremmo liberati da Berlusconi, per andare verso un centro sinistra che non era esattamente il massimo dell’eccitazione per noi. Mentre facevamo grasse risate con il pubblico, essenzialmente dei centri sociali, andò a finire con la sconfitta del centro destra per un soffio di voti, un nemico fisico che era un numero che stava al di sotto del margine di errore matematico; furono elezioni vinte per qualcosa che stava sotto il normale errore di calcolo. Questo mi fece sentire un vero cretino.  Un cretino perché mi ero occupato di una cosa pubblica, perché credevo di avere ragione nel mio essere engagé, quando in realtà avevo torto. Mi ero permesso di ridere della volgarità della campagna elettorale, come se si potesse ridere di un imbruttimento del genere. Capii che non avevamo – e non avevo – per niente interpretato il mondo. Credevamo di essere giusti quando il mondo andava da tutta un’altra parte.

Penso sempre a Steven Daldry quando, interpellato sul peso che il Royal Court Theatre avesse nei confronti della politica rispose che il teatro politico inglese avesse storicamente un peso nell’opinione comune e che il Royal Court si era impegnato per far smettere gli inglesi di votare la Tatcher, quando la Tatcher perse (attribuendosi grosso modo il merito di aver portato al trono Tony Blair e all’epoca non immaginava di come sarebbe poi finito il blairismo, altrimenti non si sarebbe bullato così tanto).

Nel 2006 io invece ho pensato che tutti gli sforzi fatti dal teatro, dal cinema, dagli artisti engagé, fossero completamente vani.  C’era qualcosa di molto più intimo, profondo, molto più sbagliato nella nostra società. Qualcosa che era molto più radicato di ciò che può essere colto dalla satira, dal prendere qualcuno per l’in giro sui suoi comportamenti iniqui. Ho capito di dover fare un lavoro molto più sottile rispetto al rendermi antipatico attraverso una dichiarazione di voto,  mostrando i cattivi comportamenti di questo o di quell’altro politico. Il ruolo sociale dell’arte deve andare a lavorare su principi ancestrali, molto più urgenti, per ricostituire la società. Deve riedificare l’umanità basandosi su valori basici come la solidarietà, il bisogno degli esseri umani di condividere le cose con altri esseri umani invece che prendersi a mazzate.

Ho quindi spostato il mio lavoro. Al Teatro Valle, ad esempio, c’è stata un’esperienza di lotta in cui abbiamo proposto un modello di socialità e di governo basato sulla solidarietà invece che sulla competizione, ma non ci siamo occupati di politica. Siamo stati attentissimi a non collegare il gesto teatrale con la lotta politica. Abbiamo invece cercato di ergere la lotta come il contesto attraverso il quale sperimentare la libertà dell’arte.

TG: E’ stato detto che dopo le avanguardie teatrali, con gli elementi farseschi sorbiti dal teatro dell’assurdo, da Pirandello, a Beckett, da Osborne a Pinter, la ‘problem play’, quella coniata per Misura per Misura, in cui non esiste una categorizzazione canonica del genere, sia rimasto l’unico insieme referenziale del teatro contemporaneo. Secondo te, del vecchio schema dei generi, cosa resta?

FP: Guarda, resta quasi tutto in realtà. Del teatro non si butta niente! I generi seguono meccanismi di selezione naturale attraverso le mode dei tempi che si susseguono. Le mode subiscono processi di corsi e di ricorsi. Qualcosa si tiene e qualcosa si butta; voglio dire,il John Webster  era un po’ meno bravo di William Shakespeare, ma nessuno critica il fatto di studiare e mettere in scena più il secondo del primo. Però ho la sensazione che la maggior parte degli elementi classici siano stati tenuti. Si possono riscrivere, cambiare i copioni, ma gli esseri umani non cambiano poi così tanto. Per questo non credo che il teatro moderno sia poi così diverso dal teatro antico. Sono cambiate un po’ le forme, un pochino, ma non tanto. A cambiare tantissimo le forme sono i più contingenti di tutti, quelli che passeranno di moda prima degli altri. Gente che semplicemente vuole farsi notare. Non ricordo se fosse Flaiano o Petrolini a dire “Niente rimane più uguale a sé stesso, nella storia, come l’avanguardia”…

Leggi la recensione dello spettacolo di Fausto Paravidino "I Vicini"

TG: Sei apparentemente l’esempio più riuscito di autore-teatrante, drammaturgo attivo, nel senso più alto del termine; secondo te questa forza demiurgica/creativa di colui che scrive, recita e dirige, ha il riscontro di attenzione e gloria che si merita o – come appare ai miei occhi, ma come credo appaia nella maggior parte dei casi – c’è una marcata settorializzazione tecnica negli ambienti teatrali?  

FP: Sì, c’è una grossa settorializzazione. Andiamo verso una società tecnocratica. Non c’è un informatico al mondo che sappia come funzioni il sistema Windows nel suo complesso. Ognuno ne conosce solo una piccola parte. Nessuno al mondo costruisce un’automobile, ma ne costruisce solo un bullone. Questa cosa sta entrando anche nel teatro, ma ciò è pericolosissimo. Dicono che la specializzazione uccise i dinosauri. Io lavoro affinché non si perda quella figura antica di cui facevano parte Shakespeare, Molière, de Filippo; autori, cioè, che si prendevano la responsabilità delle loro opere. Per me scrivere dirigere e recitare non sono tre lavori diversi, ma sono tre modi diversi di fare lo stesso lavoro. Non dico che questo sia l’unico modo possibile di intendere il mestiere teatrale, ma non credo che si debba fare il tifo per la specializzazione. I ministri tecnici sono di solito una fregatura. I ministri devono essere politici. Il politico è una figura che attualmente è passata terribilmente di moda perché tutti mascalzoni, ladri, eccetera, un tempo era sinonimo di “onorevole”, gli elementi migliori della società, persone che non erano esperti di una cosa sola ma sapevano un po’ di tutto. Questo poi ha prodotto dei grandi ignorantoni… ma vabbè è andata così; meglio non affezionarci ai vizi piuttosto che alle virtù. Siamo abituati a misurare la società attraverso i suoi vizi e questo ci rende un po’ stupidotti; se imparassimo a misurarla anche attraverso le sue virtù, scopriremmo delle cose che potremmo permetterci di non buttare via.

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Simone Cristicchi: “Senza racconto non ci può essere memoria”

Sembra proprio che Simone Cristicchi si sia innamorato del nostro territorio: in poco più di un mese ha fatto tappa al teatro Poliziano con il suo spettacolo “Magazzino 18” e…

Sembra proprio che Simone Cristicchi si sia innamorato del nostro territorio: in poco più di un mese ha fatto tappa al teatro Poliziano con il suo spettacolo “Magazzino 18” e a Rapolano Terme con “Mio nonno è morto in guerra”.

Simone Cristicchi non solo gira per il nostro territorio con la sua tournèe, ma lo fa anche raccontandolo. Molti dei suoi spettacoli, infatti, sono nati dalle storie raccontate dai nostri avi, storie legate al manicomio di Siena, di Firenze e alle miniere dell’Amiata, pagine tristi o scomode della nostra storia che molti preferiscono lasciar scivolare nell’oblio.

Ma è solo attraverso il racconto che si può costruire il ricordo e arrivare alla memoria, quel ricordo e quella memoria che ci fanno vedere le cose in maniera diversa. E Simone Cristicchi questo lo sa e lo ha saputo mettere in opera nel suo “Magazzino 18”, uno spettacolo sfaccettato e controverso, uno spettacolo tanto contestato ma allo stesso tempo tanto amato.

In questo spettacolo l’artista si limita a portare in scena le storie che gli sono state raccontate, senza dare loro alcun colore, nessuna interpretazione idealistica, ma solo usando come filtro gli occhi della sua memoria e del suo ricordo.

“Magazzino 18” è un racconto di storie dimenticate nel tempo ma ancora vive, che vedono protagonisti gli italiani esuli di Istria e Dalmazia. Una storia oscura che per molto – troppo – tempo è rimasta volutamente nascosta, ma che ha ripercussioni ancora oggi sulla storia del nostro Paese e che per questo non può essere ignorata.

La Valdichiana ha incontrato Simone Cristicchi prima dello spettacolo al teatro Poliziano, lo scorso 27 Gennaio, insieme ai ragazzi dei Licei Poliziani. Disteso e tranquillo, durante l’incontro Cristicchi ha raccontato come è nata l’idea di portare in scena questo dramma e ha chiarito che “Magazzino 18” non vuole strizzare l’occhio a una o all’altra parte politica, ma vuole solo sottolineare quanto sia importante conoscere il passato per costruire la memoria e avere una visione d’insieme delle cose.

Come hai cominciato a lavorare sui temi legati ai lager o ai manicomi?

“Nel 2006 ho cominciato a raccogliere storie sul manicomio e tutte queste storie sono state raccolte quasi tutte in Toscana, tra Siena e Firenze. Mi sono ritrovato davanti un enorme patrimonio, un patrimonio fatto di memorie, che ci premettono di ricostruire un passato e fare dei raffronti con quella che è la realtà di oggi. Sono partito dal discorso dell’identità, ma non mi sono mai domandato se la cosa poteva funzionare o meno, mi sono sempre fidato molto del mio istinto e della mia curiosità”.

Qual è la storia che ricordi in maniera più forte?

“Uno dei ricordi più forti è stato quello del manicomio di Roma, dentro al quale si trovava la Fagotteria. Il malato di mente si spogliava di tutto: oggetti, vestiti, capelli e diritti civili; il tutto finiva nella Fagotteria e qui vi rimanevano per sempre. Anche all’interno del lager c’era una specie di Fagotteria, dove l’uomo veniva spogliato della propria individualità e del proprio passato”.

E il “Magazzino 18” che cos’è?

Copertina Libro "Magazzino 18"

Copertina Libro “Magazzino 18”

“Il Magazzino 18 si trova a Trieste, è un cimitero di oggetti e non è accessibile a tutti. Entrato in questo luogo mi sono trovato di fronte una grande tragedia ed ho rivisto tutti gli esseri umani che sono capitati in quel posto. A questo luogo ci sono arrivato grazie a mio nonno Rinaldo e al suo ricordo della Guerra di Russia nel 41-43. Mio nonno non voleva ricordare questo fatto della sua vita, perché per lui è stato un trascorso difficile che voleva rimuovere dalla sua memoria. Da qui siamo andati in giro per l’Italia ed ho incontrato gli anziani, ho raccolto molto materiale, alcune storie non molto belle. Molte di queste hanno meritato di diventare spettacoli di narrazioni per farle conoscere e da qui sono arrivato a raccogliere le memorie dei partigiani, di resistenza”.

È sempre aperto questo luogo?

“Il Magazzino è stato chiuso nel ’78 e gli oggetti all’interno sono stati dichiarati cose di nessuno. La mole degli oggetti arrivava al soffitto. Attualmente il Magazzino non si può considerare un museo perché non c’è niente di organizzato, sembra quasi di entrare nell’intimità delle case, ma può essere considerato un’immagine che testimonia il passaggio dell’esodo. In questo caso ecco che ritorna il manicomio e la perdita del passato e gli oggetti. Io mi chiedo sempre: quali saranno gli oggetti che racconteranno di me quando io non ci sarò più? Quelli che racconteranno meglio la mia identità?”.

Questo spettacolo sta riscuotendo grande successo, te lo aspettavi?

“Devo dire che lo spettacolo è andato oltre tutte le mie aspettative. Nessuno ha mai raccontato dell’esodo e delle foibe, e forse perché la generazione prima della mia non ha fatto bene i conti moralmente ed eticamente su questa cosa. Un romano che racconta fatti accaduti a Trieste, da estraneo potevo raccontare un argomento che riguardava una regione, un puro fatto storico e basta”.

La gente di Trieste come ha accolto lo spettacolo?

locandina spettacolo

locandina spettacolo

“La settimana precedente, a Trieste la polemica venne fuori perché si pensava che qualcosa avesse influito sulla scrittura di questo testo e quindi mi sono trovato in una città che si domandava come avessi raccontato questo argomento, se di destra o di sinistra. Ancora oggi ci sono persone a cui dà fastidio sentire parlare di persone scappate al Comunismo o di lati oscuri della Resistenza; io ho trattato di queste cose e qualcuno ha voluto vedere in questo spettacolo un certo ammiccamento al Fascismo. Alla fine hanno capito che è uno spettacolo teatrale che non fa sconti a nessuno né tanto meno ammicca a nessuno e, diciamo, mi metto dalla parte di chi ha dovuto pagare un prezzo altissimo e che sono gli esuli”.

“… Una sedia accatastata assieme a molte altre porta un nome, un numero e la scritta “Servizio Esodo”… Quasi 350mila persone lasciarono le loro terre natali, destinate ad essere jugoslave e a proseguire la loro esistenza in Italia…”

Una mole di storie familiari, storie personali che come una matrioska contengono altre storie. Storie che trovano un unico comun denominatore: Magazzino 18, il cimitero delle memoria.

Foto Alessia Zuccarello

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Il fascino di Coppelia Theatre, tra poesia e tecnologia

Varcare la soglia del Torrino di San Casciano significa entrare già in un’atmosfera magica. Prima ancora che Ilenia e Valentina, le fondatrici di Coppelia Theatre, possano mostrarmi le loro marionette da…

Varcare la soglia del Torrino di San Casciano significa entrare già in un’atmosfera magica. Prima ancora che Ilenia e Valentina, le fondatrici di Coppelia Theatre, possano mostrarmi le loro marionette da polso o i loro progetti artistici multimediali, sono già affascinato dal loro carisma e dalla loro professionalità. Come se il teatro avesse invaso la vita stessa, ma senza diventare una messa in scena artificiale.

“Se non c’è passione, non inizi a fare qualcosa” mi dicono. E in effetti questa passione è ben visibile, sia dagli splendidi pupazzi scolpiti nel legno e dipinti a mano, dalla volontà di coniugare tecnologia e poesia, dall’ingegneria robotica che si sposa con una regia cinematografica fatta di magia, fascino, mistero, misticismo e un pizzico di follia.

Questa è la lunga intervista che Ilenia e Valentina mi hanno gentilmente concesso, in uno splendido pomeriggio invernale a San Casciano dei Bagni, tra i preparativi frenetici per l’inaugurazione dell’atelier del Torrino e i gatti che sonnecchiavano tra le marionette da polso e le macchine da scena. Buona lettura!

Partiamo dal nome: cos’è Coppelia Theatre e cosa significa?

La nostra compagnia teatrale è nata nel 2010. Il nome si riferisce al Dottor Coppelius, un personaggio de “L’uomo della sabbia” di Hoffman, che indaga il tema dell’automa. Crediamo nella trasversalità dell’esperienza artistica, nella necessità di congiungere il linguaggio teatrale con quello delle altre arti, come il cinema, la pittura, la scultura, la musica e la fotografia.”

Che cosa avete fatto in questi ultimi anni?

Abbiamo viaggiato molto, portando il nostro spettacolo di marionette da polso “Due Destini” in tanti teatri, tra cui Bergamo, Avignone, Parma. Adesso siamo a San Casciano e lavoriamo in Italia e all’estero per vendere il nostro spettacolo, oltre a produrre macchine da scena. Il nostro progetto quindi è a metà tra una compagnia teatrale e un laboratorio artistico multimediale.”

metafisica delle molle

Perchè avete scelto proprio San Casciano dei Bagni e la Valdichiana?

Questo posto ci è sempre piaciuto, è una delle parti più belle della Toscana. Dopo nove anni dalla prima visita abbiamo deciso di cercare un laboratorio in questo splendido borgo e la soluzione del Torrino è stata la migliore.”

Raccontateci qualcosa su di voi e sulle vostre esperienze precedenti. Chi sono Ilena e Valentina?

Valentina ha cominciato con la passione per il montaggio, con l’idea di dare il tempo alle immagini. Ha iniziato la formazione nel 2003, con una laurea in Storia del cinema e una tesi sul teatro ottico, intraprendendo un percorso artistico autonomo con la sperimentazione di diverse tecniche e modalità espressive. Ci conosciamo da vent’anni e Coppelia Theatre rappresenta una sorta di rinascita artistica. Ilenia ha esplorato diverse esperienze artistiche prima di giungere alle marionette da polso. Laureata in Scienze delle Religioni, con una tesi sul teatro di animazione e sui burattini nei primi secoli dell’era cristiana. Ha cominciato a scolpire il legno seguendo i consigli del burattinaio bergamasco Daniele Cortesi, completano la formazione con il costruttore Stephen Mottram e con l’ingegnere robotico siberiano Zakharov Yakovlevich.”

Di cosa parla il vostro spettacolo “Due Destini”?

Questo spettacolo può essere messo in scena in due versioni, una destinata al teatro e una destinata all’esterno. Il nostro non è un teatro di marionette per bambini, è un teatro che adora unire tecnologia e poesia. “Due Destini” ovvero “La metafisica delle molle” è ispirato alla pittrice surrealista spagnola Remedios Varo, da noi poco conosciuta: oltre al piacere dello spettacolo, quindi, c’è anche l’intento di far conoscere una figura storica che ci appassiona.”

Quali sono i vostri progetti per il futuro?

Stiamo lavorando a un nuovo spettacolo con l’attore Marco Cavicchioli. Inoltre stiamo preparando una riduzione cinematografica dello spettacolo di marionette, più orientata al teatro per bambini, assieme al regista Federico Alotto. Ci piacerebbe anche portare avanti un cortometraggio in stop-motion con la “Frammenti” di Torino.”

coppelia 3

Per quanto riguarda il Torrino, in che progetto si inserisce il vostro atelier?

Abbiamo presentato un progetto chiamato “Araneum Artis”, la ragnatela delle arti. Si tratta di una rete di centri specializzati, compagnie teatrali, laboratori multimediali per favorire la formazione teatrale e cinematografica, mettendo in collegamento professionisti in arti sceniche. Ne fa parte la nostra società, “Horror Vacui”, che produce la compagnia Coppelia Theatre qui a San Casciano dei Bagni. Inoltre ne fa parte “La Casa delle Storie” di Soleminis, specializzata in produzione teatrale e musicale; lo “Spazio Teatro Magazzini della Lupa” di Tuscania, che è il centro sperimentale di arti sceniche di Ilaria Drago, e il “Lavoratorio” di Firenze che è un centro dedicato al teatro d’innovazione di Andrea Macaluso.”

Perchè questa rete? Cosa c’è alla base del progetto?

La sopravvivenza nel terrificante settore artistico e culturale italiano del 2015. Il nostro progetto aiuterà a raggiungere canali ufficiali, una distribuzione artistica seria, far girare artisti e prodotti tra vari territori. Un circuito di presentazioni, servizi formativi, residenze artistiche e organizzazione di eventi culturali, soprattutto in territori come questi. I progetti di “Araneum Artis” sono accomunati da luoghi incantevoli, progetti di alto livello in posti meravigliosi, in cui la vita è più piacevole.”

Com’è stata l’accoglienza istituzionale?

Meravigliosa. Siamo basite! Spesso le difficoltà maggiori per progetti di questo tipo vengono dalle amministrazioni comunali o dalle istituzioni locali. Invece a San Casciano abbiamo ricevuto un’ottima accoglienza sia da parte del Sindaco Morelli che dalla Vicesindaco Carletti. Sono stati tutti fantastici, e non vediamo l’ora di cominciare.”

L’appuntamento è per il weekend del 6-8 marzo all’atelier Il Torrino di San Casciano. Un appuntamento che vi consiglio di non perdere, perchè Ilenia e Valentina sembrano unire la passione e il sogno dell’età giovanile alla serietà e alla concretezza dell’età matura. Una combinazione che nel settore dell’arte è tanto rara quanto affascinante.

Un grande augurio di buona fortuna, quindi, per Coppelia Theatre e il progetto Horror Vacui. La chiusura non può che essere affidata a una frase che vorremmo fare nostra anche in redazione:

“Una follia così grande non avremmo potuto farla in un posto diverso”

(credits photo by Mauro Sini)coppelia 2

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Rinascimento Verde in Valdichiana: intervista ad Albano Ricci

Ho conosciuto Albano Ricci, assessore del Comune di Cortona, durante il convegno organizzato da Banca Valdichiana nel corso della 13° edizione di AgrieTour. Il nostro quotidiano si occupa principalmente della…

Ho conosciuto Albano Ricci, assessore del Comune di Cortona, durante il convegno organizzato da Banca Valdichiana nel corso della 13° edizione di AgrieTour.

Il nostro quotidiano si occupa principalmente della Valdichiana senese, ma i rapporti con Cortona e la Valdichiana aretina sono molti, e sono destinati ad aumentare. Oltretutto, non capita spesso che i rappresentanti della politica o delle amministrazioni siano i relatori più brillanti durante un convegno che parla di sviluppo locale.

albano ricciNon potevo quindi lasciarmi sfuggire l’occasione di continuare il dibattito inaugurato dal convegno di Arezzo attraverso un’intervista diretta: un invito a cui l’assessore Ricci ha gentilmente risposto, sottoponendosi a domande più approfondite sullo sviluppo della Valdichiana e sulle politiche di area. Volevo verificare se, oltre alle slide, ci fosse di più. E questi sono i risultati. (Spoiler alert: c’è molto di più!)

Albano Ricci, assessore del Comune di Cortona: deleghe alla cultura, al turismo, all’agricoltura, alle attività produttive e alle politiche giovanili. Tante deleghe, molto importanti. Come si integrano tra loro?

“Innanzitutto devo dire che si tratta di un onore e di un onere, una felice intuizione del Sindaco Basanieri. Da una parte l’unione di queste deleghe è dovuta alla riduzione del numero degli assessori per effetto della spending review, come se gli amministratori locali fossero il vero problema dei conti pubblici! In realtà il nostro è un duplice lavoro: dobbiamo effettuare le scelte amministrative e gestire le emergenze, oltre a fornire un contatto diretto e continuo con la popolazione del nostro territorio. Dall’altra parte, l’unione di queste deleghe è dovuto alla particolarità del nostro territorio: una zona agricola d’eccellenza con città di grande storia e tradizione. Paesaggio e cultura creano opportunità di sviluppo turistico. Se non avessimo sfruttato le eccellenze locali probabilmente non riusciremmo a reggere la crisi economica.”

Al convegno di AgrieTour, promosso da Banca Valdichiana, ha parlato di un “Rinascimento Verde” per la Valdichiana. Può spiegarci meglio di cosa si tratta?

“L’agricoltura può diventare il nuovo volano del progresso economico, perchè è capace di coniugare turismo, ambiente e lavoro, attirando l’interesse di nuovi investimenti finanziari. I nostri paesaggi non sono soltanto belli, sono il frutto di anni di cura dell’uomo e attenzione al territorio, attraverso il lavoro agricolo. Il nostro territorio ha già vissuto due rinascimenti: il primo con la civiltà etrusca, che ha lasciato tante ricchezze. Gli etruschi sono stati soltanto qui, non in altre parti del mondo, quindi è nostro dovere valorizzare questo patrimonio. Soltanto qui hanno lasciato testimonianze di una delle civiltà più importanti del passato, dove la donna aveva un’importanza che non ha eguali fino alle epoche più moderne. E poi il rinascimento toscano, l’umanesimo, che ha toccato anche le nostre zone grazie anche alla presenza di artisti importanti come Beato Angelico, Piero della Francesca, Michelangelo. Adesso ci sono tutti i presupposti per un nuovo rinascimento: grandi città, grandi capolavori, grande paesaggio agricolo. Proprio l’agricoltura può diventare il motore che innesca questo meccanismo, grazie al valore dell’autenticità. Questo è il Rinascimento Verde: è la terra che potrà dare una rinascita, non l’economia virtuale. In fin dei conti, il mondo si aspetta questo dall’Italia. Non una politica industriale che ribalti la scena internazionale. Siamo la patria del buon vivere, dei gusti artistici e creativi e di grandi eccellenze enogastronomiche. Dobbiamo essere bravi a sfruttare queste qualità.”

Mi è sembrato molto orgoglioso della sua origine contadina, un’identità fondamentale delle nostre terre. Eppure, il mondo contadino ha perso il suo rispetto, è stato spesso considerato come inferiore rispetto a quello cittadino. Quindi, mi chiedo: quali possono essere gli strumenti culturali ed economici per recuperare questo orgoglio identitario?

“Spesso si capisce realmente il valore delle cose soltanto con la distanza. Abbiamo vissuto un periodo storico in cui la campagna aveva accezioni negative: era sinonimo di povertà, lavoro e fatica. Le persone volevano abbandonare questo mondo, ed era normale: alla ricerca di nuovi servizi, di migliori opportunità di lavoro, di nuovo benessere. L’attuale fase di crisi costringe a guardarsi intorno e a guardarsi indietro, alla ricerca di cos’è rimasto di quel mondo. Voglio chiarire che non credo al mito del “buon contadino”: si tratta di un’idea arcadica, ha anche delle inflessioni razziste. La civiltà contadina aveva degli aspetti negativi: i contadini non erano liberi, sotto il gioco del padrone e della mezzadria. Ho compreso tuttavia l’importanza dei valori positivi che provengono da quell’epoca. D’altronde si tratta della nostra identità, il radicamento sul territorio. Accanto a questi aspetti culturali deve viaggiare l’agricoltura, che deve sapersi innovare e modernizzare, deve aggiornarsi come tutti gli altri campi del sapere, non può rimanere alle tecniche e alle visioni di inizio secolo scorso.”

Parliamo di progetti di area. Lei crede che sia possibile fare sistema tra Valdichiana aretina, senese e romana?

“Per la Valdichiana romana è sicuramente più difficile, ma tra Valdichiana aretina e senese ci sono forti punti di contatto. Per la Valdichiana Toscana c’è una direzione della governance del territorio che viene anche dalla Regione Toscana. La politica va in questa direzione: un’unione sempre più stretta della Toscana del sud con le province di Arezzo, Siena e Grosseto. Basti pensare alla riforma delle aziende sanitarie locali, ad esempio. Con il superamento delle province sarà naturale ragionare per aree vaste, soprattutto per quelle zone che hanno tanto in comune come la Valdichiana senese e quella aretina. Per i progetti di area, già ora, possiamo partire da quelli più facili: il turismo, che è immediato. Per esempio con protocolli di intesa tra i vari comuni, per creare un ponte naturale, e sviluppare poi un’integrazione di altri servizi. I circuiti museali sono meno riottosi a unioni di questo tipo, rispetto ai consorzi o altri attori economici. Turismo e cultura sono un ottimo inizio, ma l’amministrazione deve essere capace di creare i bisogni e di investire sui progetti di area per i territori. L’alta velocità, con la stazione ferroviaria di Media Etruria, è uno di questi.”

A questo proposito, qual’è la sua opinione sull’alta velocità in Valdichiana?

“Non sarà una strada facile arrivare a una soluzione condivisa. Tuttavia questa vicenda è l’esempio della necessità di gettare il cuore oltre l’ostacolo e di pensare al benessere di tutti i territori. L’eccessivo campanilismo rischia di bloccare tutto: se non c’è accordo, si rischia di far saltare tutto il progetto e di fare preoccupanti passi indietro.”

Parliamo di turismo: quali sono le prossime iniziative che metterà in atto il comune di Cortona e più in generale la Valdichiana?

cortona“L’obiettivo è quello di aumentare la permanenza dei turisti. Riuscire a far rimanere i turisti più di due giorni e avvicinarsi alla settimana, grazie alla grande offerta turistica. Fondamentali a questo scopo sono i protocolli con le altre amministrazioni e gli altri enti turistici per favorire una promozione culturale di area. Un primo passo per una governance turistica condivisa saranno i protocolli d’intesa con gli altri comuni limitrofi, da firmare entro fine anno. L’altro grande progetto è quella di promuovere il modello della Valdichiana come luogo turistico di eccellenza anche all’EXPO 2015, nel padiglione della Toscana. Cortona non può che essere il comune capofila della Valdichiana aretina, per via della sua storia, delle strutture attrezzate e attrattive a livello internazionale.”

Passiamo alle politiche giovanili, con una domanda impertinente: perchè un giovane dovrebbe rimanere in Valdichiana, piuttosto che emigrare all’estero?

“Una domanda complicata, a cui voglio rispondere con un ragionamento sociologico. La Valdichiana è una zona felice, per certi versi, come una mamma da cui è difficile staccarsi, nel bene e nel male. Il nostro è un territorio meno abbandonato rispetto ad altri; non siamo così provinciali da essere desolati, come purtroppo è accaduto in alcune province italiane. Ma non è neppure un territorio così impersonale, caotico e difficile come quello delle metropoli. Poca densità abitativa si abbina a tanta realtà sociale: stiamo parlando di territori con miriadi di associazioni, sagre, fiere, mostre, teatri, sale, ogni frazione con la propria identità. Una voglia sociale molto forte e diffusa. Ci sono quindi i presupposti sociali per una qualità della vita alta, interessante per molti giovani. Inoltre può essere la scelta adeguata per nuove imprese e nuove possibilità, ma per riuscire devono incrociare le necessità di questo territorio, ovvero: la sostenibilità, il patrimonio agricolo, le eccellenze dell’artigianato e quelle della cultura. Tutti aspetti che si legano tra di loro. Chi ha grande talento in settori che hanno necessità di un grande sviluppo industriale è difficile che rimanga in questo territorio, ma è una mancanza che accomuna tutta l’Italia. Tuttavia, queste terre hanno anche i connotati giusti per qualità imprenditoriali. Chi produce olio, vino o cereali qui, sa che assieme a quei prodotti promuove tutta la nostra storia. Non vendi soltanto quel vino, ma anche il territorio e la storia.”

In qualità di amministratore locale e di “renziano”, non si può esimere dal rispondere a un’ultima domanda: qual’è la sua opinione sul Jobs Act?

“Parto da un tema fondamentale che è quello dell’articolo 18. In questo momento abbiamo bisogno di superare le ideologie. Abbiamo parlato finora di rete, di progetti di condivisione: un modello totalemnte opposto a quello delle ideologie contrapposte. Dobbiamo fare rete tra politica, amministrazione, finanza, impresa, sindacati. Trovare soluzioni condivise e adeguate al momento. Sarebbe scontato sostenere che i tempi sono cambiati, che certa politica di sinistra ha bloccato lo sviluppo del Paese. Eppure quel meccanismo di progresso della sinistra, che ha portato a tante rivendicazioni, tante lotte e tante conquiste, in un certo senso si è arenato. Ha trovato una forte inerzia, non è più capace di dare risposte attuali e concrete. Per questo ritengo la difesa a oltranza dell’articolo 18 come un vessillo ideologico, che difende soltanto pochi lavoratori. Certo, la sua modifica si tratta di una prova di forza da parte di Renzi, ma è un messaggio importante. Ci stiamo avventurando verso un’altra fase, in cui si danno risposte concrete oltre gli steccati ideologici. Nel Jobs Act, più in generale, sono contenute riforme importanti come il superamento delle troppe tipologie di contratto o il supporto alla maternità e al sistema di welfare. L’idea è quella di riuscire a semplificare il mondo del lavoro per creare nuove opportunità.

Credo molto in questo nuovo orizzonte, che è anche l’ingresso in una nuova forma di linguaggio. Che tipo di dialogo hanno oggi i giovani con le forme sindacali? Utilizzano la stessa lingua, lo stesso lessico? Mi sembra proprio di no, quindi la politica deve fare passi da gigante per permettere a questi mondi di dialogare. Da amministratore locale mi sento mortificato quando non posso dare risposte alle imprese, perchè la loro velocità e i loro bisogni vanno a un ritmo maggiore rispetto alle risposte che noi possiamo dare, e questo è il fallimento della politica. Non dico che dobbiamo per forza andare alla stessa velocità, ma almeno avvicinarsi molto di più. Facilitare la creazione di lavoro e di chi ha voglia di investire, questo è l’obiettivo. Quei giovani che non vogliono andare via dalla Valdichiana, di cui abbiamo parlato prima, lo sanno benissimo che questo territorio ha le giuste potenzialità. Ma dobbiamo essere capaci di rendere più facile il loro percorso.”

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Progetto UDOO: l’innovazione unita alla creatività

Una settimana fa è uscito un articolo riguardo alla mia visita al Maker Faire 2014, svoltosi a Roma a inizio ottobre, dove ho curiosato nel mondo dei makers e dell’innovazione tecnologica…

Una settimana fa è uscito un articolo riguardo alla mia visita al Maker Faire 2014, svoltosi a Roma a inizio ottobre, dove ho curiosato nel mondo dei makers e dell’innovazione tecnologica open source. Voglio ora dedicarmi a uno dei progetti che in particolare ha catturato la mia attenzione. Si tratta del progetto UDOO, di casa senese e aretina, che presento attraverso le parole di uno dei co-fondatori, Maurizio Caporali.
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Buongiorno, puoi dare ai lettori della Valdichiana.it una visione generale del progetto?

Si tratta di una scheda, un piccolo computer che unisce un po’ due mondi: quello di Arduino e quello di Raspberry Pi. Da Arduino, microprocessore che collega in maniera semplice dei sensori, a Raspberry Pi, pc open source nato nel 2012, abbiamo voluto creare UDOO (dall’inglese “You do”, Tu Fai). Noi lavoravamo già con Arduino da molti anni, dal 2006 o 2007, e avevamo bisogno di utilizzarlo con un computer; invece abbiamo pensato a qualcosa che fosse non solo più piccolo, ma che unisse sia la parte Arduino che la parte computer. Collegando UDOO a un monitor e a una tastiera, funziona come computer, utile per sviluppare idee, per creare cose.

Si tratta di una tecnologia open source sia dal punto di vista hardware che software, quindi qualsiasi tipo di risorsa che trovi in rete la puoi utilizzare per costruire quel che vuoi. Ci sono due processori: uno è la parte Arduino, l’altro un processore più potente che è il sistema operativo principale, che può essere Linux o Android. Si può scegliere uno dei due, si può cambiare rispetto alle proprie esigenze, dimostrando la flessibilità di questa scheda.

Diciamo che siamo partiti da Arduino per sviluppare un qualcosa che servisse a dare spazio alla creatività: per esempio, se vuoi un player video capace di cambiare video attraverso l’uso della mano, con UDOO lo puoi fare. Dipende comunque dal tipo di applicazione; in alcuni casi serve solo Arduino, ma in altri, a seconda delle specifiche esigenze di ognuno, non basta.

Presentazione Kickstarter del progetto UDOO

A chi è rivolto e quali possono essere le sue applicazioni?

Prima di tutto dal punto di vista educativo è molto utile, perché hai un computer che occupa pochissimo spazio ed è funzionale. Perfetto per la formazione, costa meno di cento euro e consuma intorno a 5-7 watt, mentre un Pc normale 70 più o meno. Abbiamo un laboratorio di computer con 30 schede UDOO che consuma sotto il chilowatt.

A Buonconvento, dove hanno inaugurato un museo della Mezzadria, abbiamo sostituito dei computer “alluvionati”, a un prezzo di costo bassissimo, con le schede UDOO. L’impatto dal punto di vista del costo della scheda e del consumo che si ha, produce il risultato di risparmiare circa 1500 euro l’anno di energia elettrica per venti schede; insomma, in un anno si rientra del costo.

Lo puoi utilizzare per programmare: non ha certo le performance di un computer di ultima generazione, ma dal punto di vista educativo, se devo programmare nei linguaggi di programmazione tipici (C, Java, eccetera) puoi farlo tranquillamente.

Inoltre si può utilizzare per l’elettronica, per l’elettrotecnica: ci collego un motore e faccio, per esempio, un sistema di riconoscimento facciale oppure ci costruisco un robot (vedi video sottostante). Gli oggetti che puoi costruire con UDOO possono avere quel qualcosa in più, e non solo la parte computer. Questo, dal punto di vista educativo, è fantastico: non lavori solo davanti a un Pc ma crei nuovi oggetti interattivi, nuovi artefatti.

Vuoi uno stereo di nuova generazione che si collega a Spotify? Lo puoi fare.

Qual è stato lo sviluppo dell’idea di UDOO?
UDOO è nato da due società: Aidilab e Seco: io sono amministratore della prima. Il progetto nasce da me, Antonio Rizzo, appartenente allo stesso modo ad Aidilab, e Daniele Conti, presidente di Seco. È un’idea che abbiamo avuto a fine 2012 e volevamo portarla avanti, produrla; non avendo i finanziamenti, abbiamo pensato di farlo attraverso un’altra modalità: abbiamo scelto il Crowdfounding, attraverso Kickstarter. Nell’aprile 2013 abbiamo lanciato la campagna avendo come obiettivo il raggiungimento di 27mila dollari, mentre siamo arrivati a 640mila! Abbiamo fatto subito la produzione, visto che è piaciuta moltissimo. Si trova ora sul mercato da fine 2013-inizio 2014, e siamo già diventati tra le dieci schede di questo tipo, chiamate Single Board Computer, più conosciute al mondo.

Un esempio applicativo: Mario, il robottino
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Aggiunge, invece, Michelangelo Guarise, Creative and Developer di UDOO:
Non è solo informatica: oltre alla parte informatica e ingegneristica, UDOO è arte, creatività, design e rapporto umano. Uno strumento tecnologico che può essere applicato in moltissimi modi, dal giochino per adolescente al robot umanoide. Qui, per esempio, abbiamo un drone, che è capace di mandare immagini in real time grazie alla nostra scheda UDOO. Si tratta di un utilizzo che hanno solo i droni più sofisticati: noi mettiamo a disposizione una tecnologia avanzatissima a un costo che, in confronto, è bassissimo.
UDOO è una piattaforma estremamente potente e flessibile: pensa che verrà mandato sulla luna, in quanto selezionato per un progetto nel quale è previsto l’utilizzo di UDOO, un prodotto italiano sviluppato tra Siena e Arezzo, come cervello di un robot capace di girare sulla luna.
Riguardo a questo aspetto, rimando a questo link.
rover1
Carnegie Mellon University’s prototype lunar rover, “Andy.”
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Per coloro che desiderano approfondire le capacità e le applicazioni di UDOO, ecco alcuni link utili:
Qui e qui troverete due video riguardo al Joystick più grande del mondo, che ha riscosso un grande successo a New York.
Qui il video di un progetto multimediale, qui quello di una macchinina radiocomandata.
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Materiale video e link in uscita forniti cortesemente da Michelangelo Guarise, UDOO.
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Marroni: “Mai stati dubbi su Nottola, lavoriamo per liste d’attesa”

A margine dell’inaugurazione dell’Area Critica presso l’ospedale di Nottola, che ha consentito la riorganizzazione dell’ospedale della USL7 attraverso il modello per intensità di cure, abbiamo incontrato l’Assessore regionale alla salute,…

A margine dell’inaugurazione dell’Area Critica presso l’ospedale di Nottola, che ha consentito la riorganizzazione dell’ospedale della USL7 attraverso il modello per intensità di cure, abbiamo incontrato l’Assessore regionale alla salute, Luigi Marroni. L’inaugurazione dell’Area Critica è stata quindi il punto di partenza per parlare del futuro dell’ospedale di Nottola, dei prossimi investimenti e delle criticità da risolvere.

Assessore Marroni, quale modello di sanità è stato previsto dalla Regione Toscana per la Valdichiana? 

“Abbiamo realizzato due obiettivi importanti per l’area Valdichiana, attraverso la riforma del sistema sanitario regionale. Innanzitutto abbiamo definito la missione dell’Ospedale di Nottola, in qualità di ospedale intermedio. Nel rapporto con Abbadia San Salvatore e Siena, abbiamo definito tre livelli tra ospedali piccoli, medi e grandi. Una missione chiara, quindi, che favorisce l’integrazione tra i livelli sanitari. Abbiamo diviso i percorsi, inaugurando l’Area Critica e acquistando nuovi macchinari per Nottola. Un’attenzione costante alla qualità del servizio sanitario, quindi, per gli abitanti del bacino della Valdichiana. Il secondo obiettivo raggiunto è il nuovo modello organizzativo, che prevede l’integrazione tra il pronto soccorso e tutti i reparti sanitari. A questo è collegato il progetto di ampliamento del pronto soccorso, dopo la visita della scorsa estate, in cui sono venuto di persona a verificare la situazione.”

assessQuali sono le tempistiche per l’ampliamento del pronto soccorso?

“Per l’inaugurazione dell’Area Critica abbiamo investito 1 milione di euro, mentre per il progetto per pronto soccorso investiremo dai 2 ai 3 milioni di euro. C’è già il progetto di massima e il piano di investimenti, ci auguriamo di completarlo in tempi non troppo lunghi. Nel giro di due anni dovremmo riuscirci, è necessario attendere i bandi e tutte le procedure amministrative.”

Ci sono timori per il futuro dell’ospedale di Nottola?

“C’è molta attenzione dalla Regione su queste ospedale e sulla Valdichiana in generale. Abbiamo superato i momenti di tensione e criticità di un paio di anni fa, adesso stiamo migliorando il servizio e programmando nuovi investimenti. Abbiamo lavorato sulla nuova organizzazione dei medici di famiglia, sulla distribuzione dei farmaci, sulla gestione risorse umane per la valorizzazione delle professionalità. Non ci sono mai stati dubbi sul futuro dell’ospedale di Nottola. Anche quando abbiamo passato molti critici e alcuni avevano dei timori sul futuro di questa struttura, noi non abbiamo mai avuto dubbi.”

Per quanto riguarda le liste d’attesa, come avete intenzione di agire?

“Il nostro ultimo impegno per questo mandato amministrativo sarà quello di lavorare sullo snellimento delle liste di attesa. A oggi la Toscana serve 12 milioni di prestazioni all’anno, a fronte di 3 milioni e mezzo di abitanti. Nonostante questa mole enorme di richieste, l’80% circa delle prestazioni vengono servite dal sistema sanitario nei tempi stabiliti per legge, secondo le tabelle nazionali da rispettare per le liste d’attesa. Rimane il 20% fuori dai tempi previsti, un numero basso, ma comunque grande in relazione all’alto numero di prestazioni richieste. C’è già un piano di riallineamento, in studio dal mese di agosto. Tutte le Asl si stanno muovendo in questa direzione e a dicembre tireremo le somme, il nostro obiettivo è quello di superare il 90%.”

 

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Quercia delle Checche: gli aggiornamenti dal comitato

La Quercia delle Checche, uno dei simboli della Valdorcia e una delle querce più antiche di tutta Italia, ha vissuto momenti difficili nell’ultimo mese: dopo la ferita a uno dei…

La Quercia delle Checche, uno dei simboli della Valdorcia e una delle querce più antiche di tutta Italia, ha vissuto momenti difficili nell’ultimo mese: dopo la ferita a uno dei rami principali e le operazioni di salvataggio, ha assistito a un rave party durante lo scorso weekend ed è in attesa di strategie per la messa in sicurezza.

Attorno a questo maestoso albero si è formato un movimento affettivo per la tutela e la salvaguardia, riunito in un Comitato. Abbiamo intervistato Nicoletta Innocenti, una delle fondatrici del gruppo a sostegno della Quercia delle Checche e portavoce del comitato, che ci ha gentilmente aggiornato sulla situazione della pianta e sulle attività in corso. Nicoletta è un’imprenditrice locale, esperta in marketing territoriale e sviluppo sostenibile; ha lavorato per anni su progetti di sviluppo locale con la Comunità Europea, oltre ad aver svolto incarichi amministrativi per due mandati nel comune di San Casciano dei Bagni.

Nicoletta, puoi parlarci del comitato e dei suoi obiettivi?

“Abbiamo cominciato ad agire come gruppo informale il mese scorso per salvaguardare la Quercia delle Checche durante l’emergenza. Ci siamo costituiti formalmente la settimana scorsa, dopo la sollecitazione da parte di alcuni membri di trasformarci in un gruppo stabile per la tutela e la salvaguardia dell’ambiente e della Valdorcia in generale. Attualmente siamo impegnati su tutti i fronti per informare la popolazione, sollecitare le istituzioni e coordinare gli interventi per tutelare la Quercia delle Checche: abbiamo attivato una petizione, un blog, un gruppo su facebook. Non vogliamo disperdere questo affetto nato attorno alla pianta, ma vorremmo dare il nostro contributo per vigilare sulla Valdorcia, sul suo valore storico, botanico, sociale e antropologico. Affinchè questa valle non sia soltanto un paesaggio da cartolina, è necessario che non perda il rapporto identitario con le sue radici.

Come avete affrontato l’emergenza della pianta?

quercia blog

Il Blog del Comitato

“Lo scorso 15 agosto la Quercia delle Checche ha subito un gravissimo incidente spontaneo, uno dei rami principali stava infatti per staccarsi dal tronco. Ci sono passata davanti mentre tornavo a casa da Celle sul Rigo, paese di cui sono originaria, e ho notato il problema. Dopo i primi momenti di panico ho contattato il Sindaco e il Vicesindaco di Pienza, in cerca di aiuto, poi mi sono rivolta a un ex-assessore comunale all’ambiente, che casualmente era stato testimone oculare di quella che potrebbe essere stata una concausa al problema, ovvero alcune persone che hanno fatto “tree climbing” nei giorni precedenti sui rami della pianta. Il 18 agosto abbiamo creato il gruppo su facebook, abbiamo sollecitato le istituzioni a gestire l’emergenza e contattato la prefettura, la forestale e la regione. Ci siamo rivolti al Sindaco di Pienza, che ci ha detto che si stava occupando del problema; una delle principali difficoltà era costituita dal fatto che la competenza della Quercia delle Checche non è dell’amministrazione comunale bensì del privato che detiene la proprietà del terreno. Inoltre la pianta non è mai stata inserita dalla Regione Toscana nell’elenco delle piante monumentali, nonostante il censimento della forestale del 1998: un elenco che avrebbe permesso di trattare la Quercia delle Checche al pari di un monumento e garantire più controlli e monitoraggio. A quanto pare la Regione si è dimenticata di inserire la pianta nell’elenco, e neppure a Pienza si sono resi conto di questa assenza. Il proprietario, inoltre, già da molti anni aveva proposto la cessione gratuita della pianta e dell’area al Comune di Pienza, ma l’amministrazione a quanto pare ha sempre rifiutato.”

Quali sono stati gli interventi delle istituzioni per risolvere l’emergenza?

“Durante la prima fase c’è stata la massima disponibilità da parte di tutti i soggetti. Abbiamo partecipato a un incontro con il comitato assieme all’amministrazione comunale di Pienza e alla SIA, onlus degli arboricoltori. Abbiamo quindi organizzato una sorta di commissione, assieme alla rappresentanza della Regione Toscana; noi siamo stati il pungolo, affinchè alle chiacchiere potessero seguire rapidamente i fatti. Dopo una settimana sono partiti gli interventi, l’incarico di salvataggio è stato affidato dal proprietario del terreno alla SIA, che ha effettuato i lavori in maniera volontaria e gratuita. I volontari hanno tolto le parti secche, hanno sfoltito le parti più problematiche per il peso della pianta e hanno effettuato il taglio del ramo, perché ormai era troppo tardi per salvarlo. La proprietà si è dimostrata molto disponibile, ha accettato di lasciare la branca sul posto e di non segarla, in modo che possa essere utilizzata in futuro per altri scopi, magari per interventi educativi o come memoria storica.”

E nella seconda fase?

L’emergenza è risolta, ma sarebbero necessari altri interventi: sistemare l’area, ripulirla dalle parti tagliate, fare un rapporto sulla stabilità della pianta e sulla sua salute. E definire come fruire della Quercia delle Checche in futuro, perché il terreno compatto alla sua base sta provocando dei danni, per mancanza di accesso all’acqua. Sarebbe quindi necessario prevedere delle passerelle o altre sistemazioni per impedire ad automobili e trattori di parcheggiare nei pressi e organizzare nuovi modi di fruizione di una pianta dall’alto valore simbolico per tutto il territorio. Passata l’emergenza iniziale, però, l’amministrazione comunale di Pienza non ci ha dato più ascolto e hanno preferito fare il proprio percorso in autonomia, probabilmente non volevano troppa esposizione mediatica. Penso che quella del Comitato sia una bella esperienza di processo condiviso tra cittadini e istituzioni, che senso ha interromperla dopo che è finita la crisi iniziale? Potrebbe essere un esempio di relazione proattiva, non conflittuale, per la salvaguardia del bene comune. Il Comitato si è sempre mosso con delicatezza, non vuole prendersi il merito per la risoluzione dell’emergenza, ma sta predisponendo tutto il materiale necessario per la Regione Toscana affinchè sia ufficializzata la messa a vincolo della Quercia delle Checche come pianta monumentale.”

Che rapporti avete avuto con le altre istituzioni?

“La forestale è stata estremamente collaborativa. Molto cordiali e collaborativi anche la polizia provinciale e i carabinieri. Siamo stati supportati nelle nostre attività da molti circoli di Legambiente, da Terra Nostra Firenze, dal Presidente della commissione Italiana per l’Unesco Giovanni Puglisi. Abbiamo ricevuto sostegno anche dalla sovrintendenza di Siena e dal Presidente Enrico Rossi. Nessuno aveva il potere interdittivo, ma tutti ci hanno dato sostegno.”

Che cosa vi spinge a continuare, quindi?

quercia petizione

La petizione su Change

“A noi interessa tradurre in azioni concrete l’affetto nei confronti della Quercia delle Checche. La pianta deve essere al sicuro, sistemata, e deve essere fruita con rispetto. Ci interessa anche che la Valdorcia venga salvaguardata, poiché ha vinto il riconoscimento di Patrimonio dell’Umanità come paesaggio umanizzato, creato dal rapporto tra uomo e natura. Quando la gente si mobilita per cause giuste e nobili, in maniera compatta e non aggressiva, anche questo è un patrimonio da salvaguardare. Nel Comitato ci sono tanti professionisti, dalla botanica alla comunicazione, dalla storia all’ambiente: si tratta quindi di un gruppo che ha gli strumenti per fare bene, nello spirito positivo della democrazia partecipativa. Abbiamo raccolto tutto il materiale storico, fotografico e archivistico sulla Quercia delle Checche; vorremmo produrre una pubblicazione monografica che tenga conto di tutti gli aspetti sociali e culturali. E magari immaginare un percorso con le scuole, che possa educare i ragazzi a fruire di questa pianta, ad avere rispetto per la natura e per il nostro patrimonio.”

Per finire, un commento sul rave party?

“Alla Quercia delle Checche non è stato causato nessun danno. Dal secondo giorno c’è stato un presidio costante da parte delle forze dell’ordine, e noi del Comitato siamo andati a monitorare la situazione. Non mi piace la demonizzazione, se l’area viene lasciata pulita non ci sono problemi. Purtroppo però così non è stato, attualmente l’area è invasa dall’immondizia, fino al fiume. Noi ci siamo presi l’impegno di ripulire l’area adiacente alla pianta, ma il resto delle operazioni di bonifica dai rifiuti dovrà essere effettuato dagli enti competenti.”

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