La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

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I volti e le fiabe: intervista a Carlotta Bertelli e Gianluca Guaitoli

É stata inaugurata lo scorso 1° aprile, e rimarrà aperta fino al 1° luglio, al castello di Sarteano la mostra “C’era un volto e forse c’è ancora”, l’esposizione di fotografie…

É stata inaugurata lo scorso 1° aprile, e rimarrà aperta fino al 1° luglio, al castello di Sarteano la mostra “C’era un volto e forse c’è ancora”, l’esposizione di fotografie artistiche realizzate da Carlotta Bertelli e Gianluca Guaitoli.

Fotografa lei, hair stylist con esperienza internazionale nel campo della moda lui, l’anno scorso hanno scelto di venire a vivere con Francesca, la loro bambina a cui tra l’altro è dedicata la mostra, nel piccolo borgo di Fonte Vetriana.

Cosa vi ha portato a Fonte Vetriana?

Carlotta: «Eravamo alla ricerca di un luogo tranquillo, una specie di eremo, dove ad essere più pulita fossero la qualità dell’aria e i rapporti con le persone. Qui adesso abbiamo il nostro studio e abbiamo trovato il luogo perfetto per esporre “C’era un volto e forse c’è ancora”».

Come è iniziato il progetto della mostra?

Carlotta: «É accaduto per caso, era il 2014 e Gianluca stava lavorando a un servizio di moda. Rimanemmo colpiti da come alcuni scatti riuscivano a raccontare una modella nei tratti distintivi della sua personalità, oltre che ovviamente a ritrarla nei suoi lineamenti. Poi durante un’esposizione a Parigi, abbiamo fatto vedere le foto a un gallerista che ci ha suggerito di approfondire questo spunto».

Oggetto degli scatti sono i volti. A cosa si deve questa scelta?

Gianluca: «La scelta è stata dettata dalla volontà di porre l’attenzione sulla persona, in una realtà ormai velocissima dove si fa sempre più fatica a soffermarsi sui volti che ci circondano. Abbiamo voluto in posa di fronte all’obiettivo chi potesse esprimere un’estetica non necessariamente racchiusa nei canoni tipici della bellezza, ma in grado di raccontare una propria verità».

Chi sono i soggetti delle fotografie?

Carlotta: «Sono persone del posto, di cui alcune hanno accettato il nostro invito a farsi fotografare, mentre altre si sono proprio offerte».

Che ci sia un legame tra le vostre fotografie e il mondo fiabesco lo si intuisce già dal titolo della mostra “C’era un volto e forse c’è ancora”, ma di preciso in cosa consiste questo rapporto?

Carlotta: «Le fiabe rappresentano luoghi dell’immaginazione con più di un significato, le trame sono fatte di esperienze, incontri, sfide e paure che non riguardano soltanto i personaggi dei racconti, ma la vita vera di ognuno. Per questo vogliamo far riflettere sul fatto che le fiabe si riscrivono ogni giorno, si ritrovano nella vita quotidiana e nei volti delle persone che si incontrano per strada».

Quale ruolo possono avere le fiabe nella nostra società?

Carlotta: «Oggi regna ovunque un clima di indifferenza, quando non proprio di sfiducia, dell’uno verso l’altro, alimentato da paure spesso motivate dalla non conoscenza. L’osservazione di un volto è il primo passo verso la scoperta di una persona e della sua storia, anche se di fronte a queste fotografie lo spettatore può costruirsi il proprio percorso di lettura, inventarsi ogni volta un finale. Non ci sono nè titoli nè didascalie ad indicare a quale fiaba la foto si riferisce, anzi nella maggior parte dei casi si è voluto eliminare il più possibile i particolari che avrebbero potuto distogliere l’attenzione dai soggetti».

State già pensando ad un nuovo progetto?

Gianluca: «Sicuramente proseguiremo con i ritratti, per approfondire e rendere più vasto questo lavoro. Poi vorremmo esporre la mostra in un contesto urbano. Forse in città, piuttosto che qui, incombono la solitudine e l’isolamento dell’individuo e dunque le nostre foto potrebbero essere un’occasione per soffermarsi a osservare, e conoscere, cosa le persone che ci stanno attorno hanno da raccontare».

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Intervista ai ROS: “Si avvicina il tour, siamo pronti a fare Rumore!”

I ROS sono un “power trio” composto da Camilla Giannelli alla voce e alla chitarra, Lorenzo Peruzzi alla batteria e Kevin Rossetti al basso. Una giovane band originaria della Valdichiana…

I ROS sono un “power trio” composto da Camilla Giannelli alla voce e alla chitarra, Lorenzo Peruzzi alla batteria e Kevin Rossetti al basso. Una giovane band originaria della Valdichiana che alla fine dello scorso anno ha partecipato all’undicesima edizione di X Factor, il talent show musicale di Sky (qui potete ripercorrere la loro esperienza all’interno dello show). Dopo questa importante esperienza, che ha garantito loro visibilità e maturazione artistica, i ROS sono pronti a partire per il loro primo tour nazionale con una serie di tappe a partire dal mese di Aprile che comprendono Treviso, Firenze, Parma, Teramo e Roma.

Mentre fervono i preparativi per il tour, i tre ragazzi ci hanno concesso un’intervista per conoscere meglio le loro aspettative e avere un’anteprima delle prospettive musicali che riserverà loro il futuro.

“Ciao ragazzi, parliamo subito dell’esperienza di X Factor. Quanto vi ha fatto crescere quest’esperienza?”

Camilla: “X Factor è stata un’esperienza prima di tutto formativa, abbiamo avuto la fortuna di lavorare con personaggi come Manuel Agnelli e Rodrigo D’Erasmo, oltre a grandissimi vocal coach; questa è la cosa che più ci è rimasta, e ci sta aiutando tuttora dal punto di vista artistico. Manuel ci sta aiutando molto, lavoreremo ancora con lui ed è una opportunità che ci fa grandissimo onore. La formazione che abbiamo ricevuto a X Factor è stata molto importante, abbiamo suonato tantissimo e imparato ancora di più, ci siamo messi continuamente alla prova.”

“Manuel Agnelli è stato il vostro giudice a X Factor e continua a sostenervi, ma c’è stato un giudice che vi ha penalizzato? E tra i giudici delle passate edizioni, c’è stato qualcuno con cui avreste voluto lavorare?” 

Kevin: “Mara Maionchi ci ha penalizzati più di tutti… sicuramente ha i suoi gusti e le sue idee musicali, e un progetto come il nostro è un po’ più particolare. Sui giudici del passato non saprei, non ho mai visto X Factor quindi non ne ho la più pallida idea!”

Lorenzo: “Del passato direi Skin, ma anche Morgan sarebbe stato molto interessante… comunque siamo capitati in squadra con Manuel, e direi che meglio di così non poteva andarci!”

“Tuffiamoci nel passato, parlando delle vostre prime esperienze. Che ricordi avete del periodo in cui frequentavate le scuole superiori e in cui vi stavate avvicinando al mondo della musica?”

Camilla: “Della mia esperienza al liceo linguistico di Montepulciano mi ricordo tante cose. In quegli anni ho conosciuto Kevin, abbiamo cominciato a suonare insieme e ci siamo impegnati in tanti progetti. Di solito ci trovavamo all’autostazione, dopo le lezioni, e andavamo a suonare.”

Kevin: “Ricordo di aver passato ben sei anni a Montepulciano, prima frequentavo il liceo scientifico, ma suonavo troppo e sono bocciato. Insomma, la musica mi ha portato a cambiare scuola, sono passato ad economia e adesso mi sto laureando in scienze bancarie. Magari un giorno amministrerò le finanze dei ROS!”

“Come si è formato il vostro gruppo?”

Lorenzo: “In realtà hanno iniziato loro, io vivevo a Foiano… stavo cercando un progetto musicale in cui potermi impegnare seriamente e un giorno mi arriva un messaggio su Facebook da parte di una ragazza che stava cercava un batterista… che però ci teneva a specificare, si trattava di un progetto serio, voleva fare musica sul serio!”

Camilla: “Io e Kevin venivamo da varie esperienze musicali, anche a scuola, però abbiamo deciso di partire sul serio, lavorando al massimo su un solo progetto. Ci è balenata in testa l’idea di formare un power trio, ci mancava solo il batterista, abbiamo iniziato a fare provini a un po’ di persone finché non abbiamo trovato Lorenzo. Con lui è andata subito alla grande, cercavamo un batterista con uno stile molto forte dal punto di vista artistico e ci è piaciuto subito. Questo è successo tre anni fa. Abbiamo iniziato subito a lavorare su pezzi inediti, a cercare festival, lavorando tantissime ore al giorno, siamo cresciuti sempre di più, suonando in continuazione. Abbiamo fatto tanta gavetta, abbiamo suonato ovunque, anche in locali piccolissimi in cui ci chiedevano di abbassare il volume della batteria, che è piuttosto difficile!”

“A quei tempi il nome del vostro gruppo era l’acronimo di Revenge On Stage: siete ancora in quella fase, avete superato la voglia di vendicarvi?”

Camilla: “È vero, inizialmente ROS stava per Revenge On Stage, la vendetta sul palco. Abbiamo però iniziato da subito con la musica italiana e ci siamo staccati dall’idea di acronimo, ci siamo basati più sul colore, su questo nome diretto e d’impatto. In effetti la nostra è stata un po’ una vendetta sul palco, un riscatto contro chi non ci credeva… è stato un bel riscatto, finalmente arrivano le prime grandi conquiste!”

“Una delle grandi conquiste è il tour in arrivo: che prospettive avete, che emozioni state provando?”

Camilla: “Finalmente è arrivato il Rumore in Tour! Siamo felicissimi, il nostro obiettivo è sempre stato quello di suonare, calcare più palchi possibili e spaccare tutto davanti al pubblico!”

“Come sono cambiate le vostre influenze musicali e i vostri ascolti?”

Camilla: “I nostri ascolti hanno avuto un percorso molto interessante. Io sono partita dai Foo Fighters e dal rock moderno, Kevin viene dal metal classico, ovvero Metallica e Iron Maiden. Lorenzo ci ha fatto amare i cantautori italiani, perché quando l’abbiamo incontrato noi eravamo ancora un pochino scettici, ma pian piano i nostri ascolti si sono evoluti insieme. X Factor, paradossalmente, ci ha incattiviti! Avevamo paura che il nostro sound ne risultasse alleggerito, e invece no, siamo arrivati alla sesta puntata a portare i Rage Aganist the Machine in prima serata italiana. È stata un’esperienza che ci ha fatto scoprire molte cose, anche grazie all’aiuto di Manuel e delle sue proposte. Pensiamo ai The Kills, alla musica italiana come gli Afterhours e i Verdena… c’è stata una grandissima evoluzione dei nostri ascolti e ne siamo felici, siamo sempre pronti a scoprire nuova musica e a farci influenzare.”

“L’attuale industria discografica sembra preferire i brani digitali, gli ascolti su Spotify e il consumo usa e getta. In passato si lavorava per mesi alla produzione di un disco fisico, era necessario un grande lavoro prima di una pubblicazione. Come vivete questa situazione?”

Camilla: “Purtroppo o per fortuna, adesso il commercio musicale gira attorno al web, però ci sono i pro e i contro. Si sta perdendo l’importanza della stampa del disco fisico che è una cosa bellissima per un musicista, però allo stesso tempo si ha la possibilità di emergere e di farsi sentire anche dal nulla, si può arrivare a un sacco di persone in più e dare spazio a progetti musicali che non avrebbero potuto emergere. Per noi rimane comunque importantissimo il contatto diretto con il pubblico, salire sul palco e vendere i dischi fisici dopo il tour.”

“Come e dove vi vedete tra dieci anni?”

Lorenzo: “Tra dieci anni mi vedo su un palco a suonare.”

Camilla: “Tra dieci anni mi vedo sul palco del Wembley Stadium.”

Kevin: “Tra dieci anni mi vedo anche io sul palco… speriamo di essere sullo stesso!”

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Made in Chiana: alla scoperta della chianina

Nel corso degli anni il “Made in China” è diventato sinonimo di prodotti di scarsa qualità, a cui si è opposto il “Made in Italy” come marchio di qualità internazionale….

Nel corso degli anni il “Made in China” è diventato sinonimo di prodotti di scarsa qualità, a cui si è opposto il “Made in Italy” come marchio di qualità internazionale. Noi vogliamo fare di più e proporre il “Made in Chiana”: il marchio di qualità delle produzioni locali, non solo di enogastronomia, che rappresentano degnamente il territorio della Valdichiana e che presentano elementi di sostenibilità.

Made in Chiana è una produzione di Valdichiana Media e Lightning Multimedia Solutions: un programma di approfondimento con tanti ospiti, nello studio allestito alla Casa della Cultura di Torrita di Siena, e servizi esterni presso importanti aziende del territorio o esperti di settore che possano permetterci di comprendere meglio l’argomento.

La prima puntata non poteva che essere dedicata alla chianina, un elemento che caratterizza degnamente la Valdichiana. La chianina è una razza bovina italiana, famosa per la sua carne, e il suo nome deriva proprio dalla Valdichiana, uno dei principali territori in cui viene allevata. Si tratta di un bovino dalla stazza molto grande, viene infatti chiamato “Il gigante bianco”; fornisce una carne magra, utilizzata per vari tipi di tagli, tra cui la famosa bistecca alla fiorentina ed è
considerata uno dei prodotti più pregiati al mondo.

Nel corso della puntata la conduttrice Valentina Chiancianesi ha intervistato:

  • Paolo Malacarne, Presidente Associazione Nazionale Città della Chianina
  • Andrea Petrini, Coordinato del Consorzio di Tutela del Vitellone Bianco Appennino Centrale
  • Simona Giovagnola, Presidente Fondazione Torrita Cultura
  • Ludovica Galli, Strada del Vino Nobile e dei Sapori della Valdichiana Senese
  • Stefano Biagiotti, Presidente Qualità e Sviluppo Rurale
  • Azienda Agricola Fierli

Buona visione!

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Un’estate di crescita per il gruppo di danza “Ecole de Ballet”

“Ecole de Ballet” è la scuola di danza di Sinalunga, guidata da Maria Stella Poggioni, che coinvolge bambini e ragazzi nel conseguimento di una maggiore scoperta di una disciplina artistica…

“Ecole de Ballet” è la scuola di danza di Sinalunga, guidata da Maria Stella Poggioni, che coinvolge bambini e ragazzi nel conseguimento di una maggiore scoperta di una disciplina artistica come la danza.

Abbiamo incontrato le componenti del gruppo durante la prima serata della 78° edizione del Bruscello Poliziano, dove loro stesse rappresentano una novità. Ne abbiamo approfittato per intervistarle sulle attività che le hanno viste protagoniste durante l’estate a Montepulciano e dintorni.

Ecco la video intervista, con riprese e montaggio a cura di Guido Domenichelli:

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“Tre Gotti al Campino”, il festival che scuote Trequanda

Immersa nel cuore verde della provincia di Siena c’è, splendida, Trequanda e al centro di Trequanda c’è uno dei parchi con la vista più bella che si possa ottenere. In…

Immersa nel cuore verde della provincia di Siena c’è, splendida, Trequanda e al centro di Trequanda c’è uno dei parchi con la vista più bella che si possa ottenere. In questo parco, da nove anni, i giovani gravitanti attorno ad un circolo ARCI presente nel piccolo borgo mettono in piedi un festival estremamente rock’n’roll. Estremamente puntuale nelle scelte stilistiche che offrono al pubblico agostino, invitano artisti sempre rigorosamente underground, orientanti nelle forme post-grunge del panorama rock italiano. È il quartier generale degli Impatto Zero, che noi abbiamo già incontrato (Impatto Zero) e che canalizza un flusso creativo locale in una delle ambientazioni più belle e particolari cui si possa ambire per un festival.  Il Parco della Mura Ornella Pancirolli si estende su una vasta area verde prossima al borgo di Trequanda e comprende, un campo di calcetto, una piattaforma in cemento, con tribuna ad anfiteatro.

Durante gli allestimenti del festival ho incontrato Domenico Perugini, direttore artistico del festival, e Fabrizio Nardi, presidente del circolo ARCI di Trequanda.

La vostra ambientazione è diversa rispetto a quella di altri festival che si fanno da queste parti. Cosa ha signficato per voi tirare su un festival di rock undeground qui?

Domenico Perugini: Abbiamo iniziato nove anni fa, un po’ per la solita apatia di provincia, un po’ per il paese piccolo che ci sembrava limitante. Non c’era altro, oltre la festa de l’Unità. Decidemmo quindi di offrire qualcosa che fosse più interessante per noi. Eravamo giovanissimi e mettemmo in piedi un festival di due giorni senza un soldo. L’anno di svolta è stato il 2014, in cui hanno suonato da noi i Management del Dolore Post Operatorio. Abbiamo iniziato ad invitare artisti che avessero un pubblico nazionale. Da lì abbiamo fatto sempre meglio, e siamo arrivati ad ospitare importanti nomi del panorama indipendente italiano: Diaframma, Giorgio Canali, Gazebo Penguins, Gli Scontati. Tutto questo senza grandi sponsor, contando solo sui soldi che abbiamo raccolto ad ogni edizione per quella successiva.

 

Fabrizio Nardi: le associazioni del luogo devono portare vantaggi al territorio cui appartengono. L’arci non solo con il Tre Gotti al Campino ma anche con la festa dell’olio, fa da collettore sociale, riunisce i giovani e migliora il posto in cui viviamo. Trequanda ci fornisce uno spazio bellissimo in cui organizzare una festa e noi cerchiamo di ricambiare anche nei confronti del paese attraverso aiuti alle altre attività culturali svolte nel nostro paese durante l’anno. Il nostro circolo conta cinquanta tesserati, una minima parte è formata da over-sessanta, la stragrande maggioranza invece è composta da ragazzi introno ai vent’anni, ed è una cosa molto particolare, rispetto alla media dei tesserati ARCI del resto d’Italia. Quando andiamo alle riunioni provinciali infatti siamo sempre i più piccoli. Qui c’è un presidente di 23 anni, un vice di 25, e su dodici consiglieri, dieci hanno meno di trent’anni.

Parliamo dell’evento di quest’anno: quali sono le novità?

Domenico Perugini: la novità più grande è che quest’anno ci siamo ancora di più allargati e abbiamo aggiunto un ulteriore giorno. Da quest’anno c’è anche il giovedì. C’è un ulteriore dispendio di energie. Tutto il festival si è ingrandito. Dal punto market, agli incontri presentazioni di libri che verranno fatti tutte le sere prima dell’inizio dei live, fino allo spazio tattoo. La proposta è ancora più varia. La formula è quella collaudata degli altri anni con rilevanti ampliamenti.

Sugli artisti? Come vi siete orientati?

Domenico Perugini: Abbiamo come sempre cercato di osservare le proposte del mondo musicale attuale e guardare all’Alt Rock nostrano. Oltre a selezionare gli artisti che ovviamente ci piacciono, preferiamo sempre chiamare quelle persone che conosciamo personalmente. Nella nostra breve esperienza come band (gli Impatto Zero, Domenico ne è il bassista. ndr) siamo entrati in contatto con un reticolo sociale che cerchiamo di sfruttare, quando ci troviamo a dover definire la line up di Tre Gotti al Campino.  Sia per la serata di apertura, per la quale si esibiranno tre band locali che si stanno affermando in un’area più vasta e stanno ricevendo critiche positive – i Canale 52 di Cortona, i Dudes di Chiusi  e i Belindà di Farnetella –  sia per i nomi più importanti di questa edizione: i Voina che quest’anno abbiamo fatto benissimo, aperti dagli A Pezzi, e gli One Dimensional Man, che sono una di quelle band che ci ha cresciuto e che non ci sembra vero aver portato qua. Domenica suoneranno gli Sbanebio, che sono amici se non altro perché già hanno suonato in al Tre Gotti al Campino, e i Carbonara Blues, che vengono da Rapolano Terme e quindi giocano in casa. Viviamo questo festival come un ritrovo tra musicisti che conosciamo e a cui ci fa piacer mostrare casa nostra. In più diamo la possibilità a tutti di sentire qualcosa di diverso. Cerchiamo di essere ancora marcatamente underground e non cedere alla dimensione “pop” dell’indie italiano.

Gli Impatto Zero suoneranno Sabato prima degli One Dimensional Man. Come la vivete?

Domenico Perugini: Noi come impatto zero partecipiamo ancora una volta al “nostro” festival. Abbiamo preso poche date perché stiamo scrivendo e lavorando al nostro album e abbiamo delle scadenze impellenti, però questo è il nostro festival, qui siamo nati e qui continuiamo ad essere…

È un po’ il vostro quartier generale… e invece, l’aspetto gastronomico?

Fabrizio Nardi: Come ogni festa che si rispetti a TGAC non può mancare lo stand gastronomico e presenta una selezione di piatti che è molto legata alla tradizione,  non possono mancare i pici e la tagliatella al ragù di chianina. Ogni sera poi c’è anche una pizzeria. Oltre alle birre artigianali poi, facciamo una selezione dei vini del comune di Trequanda, che sostengono il festival. C’è buona musica, buon cibo, buon vino e ottime birre. La scenografia è tra le più belle cui si potrebbe auspicare. Mancare sarebbe un peccato.

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“Inequivocabilmente nuovi”: un’intervista ai Bangcock

Se si considera che in Italia ancora sia le dinamiche di mercato, sia il pubblico, sia la critica del web – che pare aver sostituito in autorevolezza quella degli addetti…

Se si considera che in Italia ancora sia le dinamiche di mercato, sia il pubblico, sia la critica del web – che pare aver sostituito in autorevolezza quella degli addetti ai lavori – ragionano in termini di “genere”, secondo canoni fissi di categorie estetiche inamovibili, manco fossimo ai tempi di Quintiliano, l’avvento di una band come i Bangcock non può che essere salutato con piacere.

È un progetto musicale che emerge da un sottobosco locale in fermento: eccellono ognuno nel suo comparto strumentale. Simone Falluomini a.k.a. Fake, già membro della family Toscana Sud, rapper iperdinamico, incrocia la sua esperienza di metrica e flow con una compagine strumentale di tutto rispetto: Paolo Acquaviva, trombonista ‘laureato’, già capace di ottimizzare le molteplici potenzialità del suo strumento, con le ottime partecipazioni ai progetti FAD3D e P-Funking Band, Francesco Nedo Rossi, finissimo chitarrista militante negli Hammock e in altre compagini della scena locale, e poi Christian Luconi al basso virtuosistico, a tenere alto il registro ritmico insieme a Daniele de Bellis alla batteria. Un supergruppo degno dei migliori auspici, viste le ottime performance di “anteprima” in due dei più importanti festival del territorio (Rock For Life di Ponticelli e Festa della Musica di Chianciano Terme).

Aver avuto nelle orecchie per inenumerabili minuti Phrenology dei Roots, la compilation Jazzmatazz di GURU e il lato Bones dei Cypress Hill rende tutto più poetico, considerando che per il pubblico medio italiano la cosa più vicina al crossover sia stata il featuring tra Mondomarcio e i Finley. Molti dei principali rapper italiani propongono oggi nei loro live degli arrangiamenti dei loro beat (lo fanno, in modi diversi Ghemon, Dargen d’Amico, Salmo, Emis Killa), la proposta dei Bangcock esula da tutto questo filone. Si tratta di una cosa inequivocabilmente nuova, frutto di una ricercatezza sopraffina. Per capire meglio come sia stato possibile far nascere un fenomeno di questo tasso di qualità, l’ho chiesto direttamente a loro.

Ragazzi, Siete un supergruppo: protagonisti in altre formazioni. Il pubblico locale ha imparato a conoscervi come eccellenze nelle vostre rispettive funzioni strumentali. Come vi siete incontrati e cosa avete trovato come dato comune?

Una notte della scorsa Primavera, in uno dei peggiori bar della Toscana, un rapper, un rocker, un jazzista, un metallaro e un blues man si sono seduti allo stesso tavolo, il tavolo sbagliato al momento giusto. Sembra una barzelletta ma è molto di più, è la nascita dei Bangcock.

Ognuno di noi proviene da ambienti diversi e appartiene a generi musicali a prima vista lontani, credo che sia proprio la volontà di intraprendere un’esperienza musicale nuova e inesplorata a trascinare i nostri culi bianchi in sala prove. Data la varietà di generi che ognuno dei componenti predilige siamo consapevoli di poter sperimentare e osare, in un genere – il rap – abbastanza standardizzato, provando a creare qualcosa di mai sentito prima d’ora nel panorama musicale italiano.

Cosa cambia per te, Fake, rappare su una base rispetto a quando lo fai su una strumentale?

Fake: Prima della nascita dei Bangcock ho suonato quasi esclusivamente con i Dj alle mie spalle ma da sempre sognavo di poter condividere il palco con dei veri musicisti. La differenza sostanziale è che su un beat lo show è focalizzato sulla performance del singolo rapper che scorre sulla base: questa, essendo registrata, limita sensibilmente la variabilità e l’esplosività dell’esibizione suonata dal vivo.

Suonare e confrontarmi con degli artisti di questo livello è decisamente stimolante e mi permette di imparare e migliorare a mia volta. Diciamo che suonando con la base il flow è unicamente basato su di me, mentre un’esibizione con la band è un flusso musicale comune, elevato all’ennesima potenza.

Al giorno d’oggi molti rapper di alto livello registrano su basi strumentali e durante i tour si esibiscono con una band che ri-arrangia i pezzi originali, a mio avviso registrare un suono unico, interamente suonato, sia per le registrazioni che per i live può essere il nostro punto di forza.

Cosa succede in sala prove? Chi porta le idee e come vengono elaborate? Da cosa partite per scrivere un pezzo e come si inserisce ognuno lungo lo sviluppo di una composizione?

Nedo: il clima in sala prove è completamente differente rispetto alle mie passate esperienze, non c’è caos, riusciamo ad essere produttivi al massimo (o quasi) infatti siamo riusciti a tirar fuori 2 pezzi la prima volta che ci siamo trovati tutti insieme, tutto questo finché c’è Paolo! È il nostro maestro e coordinatore, credo che senza lui saremmo ancora a lavorare sul secondo pezzo e non avreste mai sentito parlare dei Bangcock… Per quanto riguarda la composizione il nostro punto forte è senz’altro Fake, arriva con un bel testo e con un’idea di base del pezzo e si comincia a tentare ognuno con il proprio stile, certo, non è un minestrone, proviamo stacchi, riff, groove e fraseggi e se il pezzo gira è fatto! Poi ovviamente i migliori stacchi, quelli che ti fanno pensare “ma questi sono bravi!“, sono in realtà grosse padelle che abbiamo poi fatto diventare parte del brano, si sa, sbagliare è creativo!

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Hardgroove degli rh factor, Damn di Kendrick Lamar, Coffee Shop Selection di Grammatik e Tourist di St. Germain.

Foto di Benedetta Balloni (Rock for Life) e PhotoSintesi Lab Project (Festa della Musica e Selvaggina in Tavola)

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Il Borgo dei Libri: interviste agli autori

“Borgo dei Libri” a Torrita di Siena è stata una piacevole sorpresa: un’occasione di confronto e di respiro. Il centro storico di Torrita si è riempito di librai, di sole…

“Borgo dei Libri” a Torrita di Siena è stata una piacevole sorpresa: un’occasione di confronto e di respiro. Il centro storico di Torrita si è riempito di librai, di sole e di eventi focalizzati a valorizzare l’operato di case editrici, autori e istituzioni culturali locali. Il tratto d’unione tra le esperienze presentate a borgo dei libri c’è sicuramente l’aspetto narrativo legato al mistero: gialli, thriller, romanzi d’avventura a intreccio, noir. Questi i “generi” cardine di Borgo dei Libri che hanno trasformato il selciato torritese in un percorso gotico, riscaldato comunque da bellissime giornate assolate.

Ho avuto l’opportunità di frugare tra i prodotti esposti dai librai e di portarmi a casa libri fantasmagorici: una “Medusa degli Italiani” del 1947 – diretta da Elio Vittorini – contenente “Il Sole del Sabato” di Marino Moretti, un’edizione di “America” di Kafka, sempre in collana Medusa, in più tre BUR “quadrati” degli anni cinquanta e una splendida edizione de “Lo Specchio Mondadori”, che credevo introvabile, contenente la raccolta di poesie “Il Disperso” di Maurizio Cucchi, del 1976. Questi acquisti mi hanno letteralmente esaltato: l’opportunità, poi, di incontrare dieci degli autori presenti alla manifestazione mi ha fatto scoprire una rete di autori più o meno locali estremamente attiva e produttiva, consapevole e acuta. Autori di gialli, di thriller e di approfondimenti piacevolmente interessante.

Se pensiamo che la manifestazione è solo alla sua terza edizione, non si può che sperare in bene. Maggio è il mese della lettura a livello nazionale: giusto una settimana fa si concludeva la trentesima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, con un afflusso record di visitatori. La Valdichiana, e Torrita di Siena, possono trovare, in questa fiera, l’opportunità per far coadiuvare le realtà bibliofile e letterarie del territorio verso un ambizioso progetto di divulgazione culturale. La Toscana, regione che di tradizione letteraria ne ha da vendere, manca di un evento letterario che sia egemonico (come la già citata fiera di Torino, ma come stanno crescendo a Milano, Bologna, Roma e Napoli) che sia rappresentativo a livello nazionale. Cose come Il Borgo dei Libri non possono che fare bene.

Sono intervenuti, nel salottino allestito da La Valdichiana a Borgo dei Libri: David Valori,  Simona Polimene, Emiliano Bianchi, Ciro Pinto, Simone Signorini, Raffaella Micheli, Luigi Picchi, Marina Berti, Danil, Gianni Monico e Marco Fusi.

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Il Sentiero dell’Acqua: intervista al Gruppo Archeologico Sinalunghese

La vita all’interno dei castelli del medioevo non era sempre ricca di acqua, anzi: le difficoltà dovute all’approvvigionamento idrico e le condizioni igieniche portavano a cercare diverse soluzioni, dalla costruzione…

La vita all’interno dei castelli del medioevo non era sempre ricca di acqua, anzi: le difficoltà dovute all’approvvigionamento idrico e le condizioni igieniche portavano a cercare diverse soluzioni, dalla costruzione di acquedotti alla raccolta di acqua piovana nelle cisterne. Nel centro storico di Sinalunga le vicende legate all’acqua hanno invece portato a caratteristiche inusuali e non facilmente riscontrabili negli altri borghi del territorio: la costruzione di una struttura nel XIII secolo che portava l’acqua dal centro alla periferia, e non il contrario.

Grazie al lavoro del Gruppo Archeologico Sinalunghese abbiamo conosciuto meglio il “Sentiero dell’Acqua”: un cunicolo scavato nel 1265 che collega la Fonte del Castagno al Pozzo di San Martino, il pozzo che dal centro della Chiesa di Santa Croce si sviluppa per quasi 30 metri nel sottosuolo. Similmente ai “bottini” di Siena, il cunicolo percorre circa 250 metri e permette all’acqua di fluire verso la Fonte del Castagno, liberamente accessibile alla popolazione fuori dalla cinta muraria.

Abbiamo approfondito la conoscenza con il Gruppo Archeologico Sinalunghese, l’associazione che nel corso degli anni ha studiato i cunicoli sotterranei di Sinalunga e che ha contribuito a renderli accessibili ai visitatori. Il presidente Gianfranco Censini e il vice Giorgio Baldini ci hanno raccontato le caratteristiche del “Sentiero dell’Acqua” e le prime visite effettuate nell’estate del 2015.

Alla scoperta della Sinalunga sotterranea: potete raccontarci le caratteristiche del Sentiero dell’Acqua?

(Gianfranco) Noi ci occupiamo principalmente del sottosuolo. Negli ultimi anni abbiamo esplorato un reperto archeologico del comune di Sinalunga che risale a sette secoli fa, esattamente al 1265: si tratta di un cunicolo scavato nel sottosuolo del centro storico per portare acqua da un antico pozzo, probabilmente di epoca romana, fino a una fonte che venne realizzata all’esterno delle mura. Questo cunicolo presenta delle caratteristiche molto interessanti dal punto di vista estetico, ma anche naturalistico e storico. Dal punto di vista storico dobbiamo infatti capire come mai questo cunicolo venne scavato per portare acqua al di fuori dalle mura di un castello, quando invece all’epoca si usava fare il contrario, portare l’acqua dentro alle mura. Ci sono varie ipotesi per rispondere a questo interrogativo: il motivo è scritto anche nella lapide che sta all’esterno, il XIII secolo era un periodo di tregua, in un periodo di pace probabilmente pensarono che non avevano più bisogno di essere chiusi dentro la cinta muraria, ma magari avevano la possibilità di dare l’acqua anche all’esterno senza problemi. Inoltre il Sentiero dell’Acqua presenta elementi di interesse naturalistico: l’acqua forma delle stallatiti e stalagmiti che sono note all’interno di grotte carsiche e invece qui siamo all’interno di sabbie e conglomerati, quindi probabilmente il calcio che viene depositato nel cunicolo è stato sciolto durante il percorso che fa dal poggio delle carceri verso la fonte.”

gruppo

Qual’è il percorso del Sentiero dell’Acqua?

(Gianfranco) Praticamente è un sentiero sotterraneo che si sviluppa per circa 250 metri su due rami, e porta dalla fonte al pozzo principale. Il pozzo si colloca esattamente nel centro storico di Sinalunga, all’incrocio dei due assi principali di quello che all’epoca era il castello medievale. Si tratta di un pozzo scavato nel tufo, che è profondo circa 30 metri, con circa 4 metri di diametro. Non è visibile né accessibile dall’esterno, ma solo dal sottosuolo. Il cunicolo permette di arrivare a questo pozzo e noi l’abbiamo battezzato “sentiero dell’acqua” perché percorriamo in senso inverso il sentiero che l’acqua fa dal pozzo verso la fonte. Lungo il percorso ci sono aspetti interessanti da vedere, ci sono strutture a volta lungo il cunicolo create per rinforzarlo, poi ci sono delle concrezioni carbonatiche che in alcuni punti sono veramente belle da osservare. Stando in silenzio e al buio, si sente gocciolare l’acqua, un’acqua che nasce goccia dopo goccia lungo tutto questo percorso. Tuttora alla Fonte del Castagno escono circa 70 metri cubi d’acqua al giorno, una risorsa che per l’epoca era sicuramente sufficiente.”

Questi cunicoli ricordano i bottini di Siena?

(Gianfranco) Sì, sono esattamente la stessa opera dal punto di vista della realizzazione. Hanno una funzione inversa, perché nei bottini di Siena l’acqua veniva presa alla sorgente e portata in città. In questo caso il percorso è inverso. Però sicuramente le braccia che le hanno scavate sono le stesse, nel 1260 Sinalunga era uno degli ultimi castelli della Repubblica di Siena.”

Parliamo invece del Gruppo Archeologico Sinalunghese: quali sono le vostre attività?

(Giorgio) Le attività del gruppo principalmente sono le ricerche sul territorio, curando l’aspetto del paesaggio. Abbiamo circa  venticinque soci, è un’associazione interessante. In un paese come Sinalunga ci sono anche testimonianze di ritrovamenti importanti, che magari state portate via. La nostra cittadina offre tanto anche sul tema degli Etruschi, di cui sono appassionato: non è come Chiusi, Montepulciano o Cortona, però Sinalunga forse ha avuto meno ricerche rispetto ad altri posti. Recentemente sono state scoperte alcune tombe, forse già trafugate, ma con dei reperti interessanti. Prossimamente forse riapriremo un antiquarium.”

Quindi la Valdichiana continua a restituire reperti del passato, come questi cunicoli. In che modo li avete resi fruibili al pubblico?

(Gianfranco) Di meraviglie della natura nella nostra zona ce ne sono molte, purtroppo non tutte sono valorizzate nel modo giusto. Un po’ la colpa è la nostra, che non pretendiamo di riavere un po’ di questi tesori che sono conservati in altri musei, e se li abbiamo magari non riusciamo neanche a gestirli perché il problema poi diventa la sicurezza. L’antiquarium, per esempio, era attivo una decina di anni fa, era accessibile e visitabile; poi però per motivi di sicurezza è stato portato in parte al museo di Chiusi, in altra parte non è fruibile al pubblico. Quindi il nostro scopo come Gruppo Archeologico Sinalunghese è quello di raccogliere le testimonianze del passato, dare a tutti la possibilità di conoscerle. Nel caso dei cunicoli sotterranei abbiamo lavorato per farli conoscere; nessuno li vedeva, però sono molto importanti per la vita di ieri, di quella che è stata la comunità dei secoli passati. Alla Fonte del Castagno siamo sempre andati a prendere l’acqua, e magari tuttora la usiamo per annaffiare l’orto o il giardino, però nessuno sapeva da dove veniva l’acqua. E non è l’unico cunicolo, ne abbiamo esplorato recentemente un altro, sempre nei sotterranei di Sinalunga, che porta l’acqua a una fonte privata. Addirittura il proprietario non era mai entrato dentro questo cunicolo perché aveva un po’ paura ad avventurarsi nel sottosuolo, era anche un po’ franato. Noi del Gruppo Archeologico Sinalunghese siamo entrati e abbiamo scoperto uno stupendo cunicolo di circa 60 metri, realizzato con tanti archi di rinforzo, con una cura particolare per rendere disponibile l’acqua.”

Quanti altri cunicoli di questo tipo potrebbero esserci in Valdichiana? Dagli studi storici e dalla morfologia del terreno, si può capire se ne sono presenti altri?

(Gianfranco) Esattamente come quelli di Sinalunga è difficile, qui abbiamo trovato una combinazione favorevole anche per  via della situazione geologica. I cunicoli sono scavati a contatto tra due formazioni diverse, in quella permeabile l’acqua si infiltra, arriva alla base e trova un livello impermeabile; non può andare più giù, quindi esce fuori. In questo caso si parla del centro del paese nel centro storico, una cosa particolare. Che si trovi un’altra situazione in cui il centro storico ha questa sequenza di strati con questa successione e con gli stessi terreni, è una combinazione difficile; un’eventualità accaduta a Sinalunga, in cui l’acqua viene fuori a circa 360 metri sul livello del mare. Di cunicoli di questo tipo a Sinalunga ne possiamo trovare altri, almeno quattro vicino al centro storico e altri fuori, su due ci sono dei cunicoli lunghi, su una forse cunicolo corto, su un’altra di sicuro un cunicolo di due o tre metri, però sono delle condizioni particolari che danno origine a queste strutture.”

Come funzionano le visite al Sentiero dell’Acqua?

(Gianfranco) Innanzitutto va detto che il luogo è pubblico, di proprietà del Comune, quindi non possiamo invitare nessuno; però abbiamo proposto all’ufficio turistico di Sinalunga di raccogliere le richieste, se qualcuno vuole visitare i cunicoli può richiederlo all’ufficio e noi li accompagniamo volentieri, facciamo da guida e spieghiamo la storia. Naturalmente c’è un discorso di responsabilità, si tratta di cunicoli di epoca medievale, vecchi di sette secoli: non ci sono problemi e sono liberamente accessibili, ma potrebbe cadere un sasso da una volta, quindi dotiamo tutti i visitatori di un elmetto con la luce. Quella del Gruppo Archeologico Sinalunghese non è un’opera di divulgazione vera e propria, ma un’attività di promozione sociale, senza fini di lucro. Svolgiamo la nostra attività per promuovere il territorio e crediamo che possa essere un tassello importante per Sinalunga e per la Valdichiana in generale.”

Contatti Utili: Gruppo Archeologico Sinalunghese, via Mazzini 27, 53048, Sinalunga

Pagina Facebook – Mail: gruppoarcheologicosinalunghese@gmail.com

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Le erbe spontanee: intervista a Caterina Cardia

Sapevate che le erbe spontanee possono essere mangiate? Anche nelle nostre campagne siamo spesso portati a considerare commestibili soltanto gli alimenti che troviamo nei supermercati oppure negli orti, e le nuove…

Sapevate che le erbe spontanee possono essere mangiate? Anche nelle nostre campagne siamo spesso portati a considerare commestibili soltanto gli alimenti che troviamo nei supermercati oppure negli orti, e le nuove generazioni rischiano di dimenticare che la natura ci mette a disposizione tante tipologie di piante selvatiche che possono essere utilizzate in molti modi. Le erbe spontanee possono essere utilizzate per preparare pietanze o bevande, ma anche come rimedi officinali per lenire dolori e malattie.

Riconoscere le erbe spontanee non è semplice: comprendere quali erbe selvatiche possano essere utilizzate a scopo alimentare è una disciplina chiamata “Fitoalimurgia”.  Approfondiamo l’argomento con Caterina Cardia, originaria di Pienza, che già da molti anni tiene corsi pratici per il riconoscimento e l’utilizzo delle erbe spontanee.

Benvenuta su queste pagine, Caterina! Come hai cominciato a occuparti di fitoalimurgia?

“Faccio questo mestiere ormai da molti anni, perché ho sempre avuto la passione del riconoscimento delle piante. Ho iniziato con la nonna, che era una persona che frequentava boschi, e grazie alla tradizione contadina ha memoria di questa scienza, anche se allora non veniva chiamata fitoalimurgia. Questo termine viene dal ‘700, coniato dall’agronomo Tozzetti, che in un periodo di profonda carestia a Siena cominciò a catalogare le erbe spontanee. Da lì è nata questa branca dell’agraria, la fitoalimurgia, ovvero la possibilità di alimentarsi tramite le piante che si trovano in natura. Questa tecnica ha compensato le carenze alimentari di vari periodi storici, nata appunto nei periodi di grande miseria e carestia. Si tratta di un sapere antichissimo, perché i primi uomini erano cacciatori e raccoglitori, non coltivatori. Un sapere tramandato dalla tradizione contadina, ripreso dalle nonne che utilizzavano queste piante normalmente in cucina e nella dieta delle famiglie contadine. La conoscenza rischiava di andare persa nel tempo, quindi ho pensato di riprenderla con tanta passione; ho iniziato con la nonna, poi con un’amica cuoca che mi ha insegnato tanto, e poi con un botanico, Augusto de Bellis, che mi ha insegnato la sistematica delle piante tramite i manuali di botanica.”

Nello specifico com’è possibile distinguere un’erba che si può mangiare da un’erbaccia?

“Prima di tutto, tramite la tradizione diretta, quindi l’insegnamento diretto. Perchè imparare a riconoscere le erbe spontanee soltanto tramite un manuale è rischioso, si può incappare in qualche errore. Generalmente quindi, si cerca qualche esperto e si chiede una consulenza. Quando abbiamo delle basi si può andare a cercare su un atlante botanico, aumentare la consapevolezza. C’è una regola antica che insegno spesso durante i corsi, ed è praticamente l’osservazione del fiore. Tutte le piante vengono catalogate dal fiore:  il fiore tipico delle piante che generalmente sono le più commestibili sono le composite. Il fiore tipico è la margherita, composto da fiori bianchi e gialli: quando si vede un fiore composto, generalmente si sa che sotto cresce una pianta commestibile. Poi può essere più buona o meno buona, però non ha tossicità.  Si cercano piante che si sviluppano a rosetta, con delle foglie che si sviluppano in cerchio attorno a un unico punto, ricordando le foglie di una lattuga. Si dubita sempre, quando si è principianti, di piante che hanno foglie molto lavorate oppure un portamento strisciante. Poi ci sono le eccezioni, ovviamente, ma lì c’è bisogno di un po’ di esperienza e di pratica per riconoscerli.”

Come possono essere impiegate le erbe spontanee?

“C’è un’infinità di piante edibili e commestibili nella flora italiana. Si utilizzano in cucina, si fanno le insalate; ci sono tutti gli agli spontanei, le cipolle e gli scalogni, ci sono i cardi, i carciofi selvatici, veramente un po’ di tutto, da queste piante poi sono state selezionate le varietà che adesso sono considerate prodotti ortofrutticoli. La lattuga che mangiamo comunemente viene da una lunga selezione delle lattughe spontanee, solo che in natura ce ne sono molte di più. Dalle nostre parti abbiamo anche l’amaranto, una pianta spontanea che viene dal Sudamerica, con cui gli inca e gli aztechi facevano il pane: si tratta di una pianta altamente nutritiva che può sostituire tanti altri tipi di alimenti. Io consumo il papavero, le foglie del papavero sono ottime! Lavoro con uno chef che le utilizza per fare il pesto, ed è buonissimo. Poi le erbe spontanee possono essere utilizzate per fare delle creme: ad esempio l’iperico, nella tradizione toscana viene utilizzato per fare l’oleolito, mettendolo a macerare nell’olio d’oliva. In questa pianta c’è un principio attivo, l’ipericina, che è un cicatrizzante e disinfettante; con questo olio le nostre nonne facevano un unguento per cicatrizzare le ustioni e lenire i dolori delle ferite. Poi ci sono tanti altri usi: i distillati, le erbe officinali spontanee, le piante con cui si stagiona il formaggio… gli usi sono tantissimi, l’argomento è enorme e interessante, il problema è che queste erbe spontanee rischiano l’estinzione.”

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L’utilizzo delle erbe spontanee diventa anche un modo per tutelare l’ambiente. Si tratta infatti di piante che hanno una loro stagionalità, giusto?

“Sì, sono piante con una loro stagionalità. Molte sono sparite, per esempio il fiordaliso dalle nostre parti non si vede più, eppure è una pianta che ha delle proprietà fitoterapiche notevoli, anche commestibile. Alcune cose le abbiamo perse, ci erano state date dalla natura, ma siamo arrivati a toglierci un tesoro che era importante per tutti perché era un’integrazione notevole, magari per coltivare del grano che spesso è modificato o impoverisce la terra, attraverso colture troppo intensive. Abbiamo perso tante piante che crescevano spontaneamente, non avevano bisogno di cure particolari e che ogni mese ci davano qualcosa, perché veramente si copre quasi tutto l’anno con queste piante, anche d’inverno si trovano cose interessanti. Conoscendole potremmo risparmiare e mangiare del cibo sano.”

Un consiglio per chi vuole cominciare a riconoscere le erbe spontanee?

“Il primo consiglio è cercare qualche signora che fa ancora questo mestiere. Quando si vede qualcuno che raccoglie qualcosa in un campo proviamo ad avvicinarci, ascoltare, guardare e imparare. Dopo aver parlato con un espertio si può comprare un piccolo libro di botanica. Ci sono bellissimi manuali di Augusto de Bellis, ad esempio “Le insalate di campo del Monte Amiata” oppure il manuale “Le erbe di Valdorcia”. Se volete contattarmi ho una pagina su Facebook che si chiama “Mangia il tuo Prato” e rispondo volentieri anche nel riconoscimento delle piante. “

Ringraziamo Caterina Cardia per il suo contributo: per chi fosse interessato, è possibile effettuare corsi di riconoscimento delle erbe spontanee nel suo orto giardino. Potete contattarla anche alla mail: caterina.cardia@gmail.com

(La foto di copertina è la Viola Mammola: secondo la tradizione, la prima viola dell’anno che si incontra durante una passeggiata si mangia esprimendo un desiderio!)

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The Dudes: intervista a una band che vive senza affanni

“Drugo voleva solo il suo tappeto. Nessuna avidità. È che dava… un tono all’ambiente.” Le parole del Grande Lebowski, il film di culto dei fratelli Coen, esprimono con chiarezza la…

“Drugo voleva solo il suo tappeto. Nessuna avidità. È che dava… un tono all’ambiente.” Le parole del Grande Lebowski, il film di culto dei fratelli Coen, esprimono con chiarezza la filosofia che anima i “The Dudes”, band originaria di Chiusi e composta da Andrea Fei (batteria e sintetizzatore), Gianluca Lorenzoni (basso), Mattia Mignarri (chitarra) e Matteo Micheletti (voce e chitarra). Una filosofia dall’indole pacata e tranquilla, per chi intende vivere senza affanni, prendendo quello che viene, come nello spirito del film di fine anni ’90 che vede come protagonista il “drugo”.

Uno spirito che anima anche i nostri “Dudes”, che sembrano prendere con pacatezza e tranquillità la rapida ascesa che li ha portati in pochi mesi a suonare da Chiusi a Milano, senza perdere l’umiltà e l’autenticità tipica dei giovani ragazzi della Valdichiana. Dopo essersi formati nella seconda metà del 2015, i Dudes hanno vinto il contest “Emergenza Festival” all’Afterlife di Perugia, che ha spalancato loro le porte dell’Alcatraz di Milano. Una bella esperienza che merita un approfondimento sul nostro magazine!

Benvenuti su queste pagine! Raccontateci subito della vostra esperienza all’Alcatraz, un palco che fa gola a tutti gli artisti. Come ci siete arrivati?

(Matteo) È un piacere poter raccontare quello che stiamo facendo, è bello vedere che c’è stata una buona accoglienza da parte del pubblico, ci hanno seguiti fin dall’inizio. Emergenza Festival è stato il primo festival a cui abbiamo partecipato, perché la band è nata nell’autunno 2015. Abbiamo partecipato alle semifinali di Perugia, abbiamo vinto la semifinale e ci ha permesso di suonare alla finale che si è tenuta all’Alcatraz di Milano. È stata un’esperienza bellissima, su un palco in cui hanno suonato i più grandi artisti nazionali e internazionali. Sono state due giornate in cui ci siamo confrontati anche con band che appartengono a realtà diverse dalla nostra; è stata un’esperienza positiva che ci ha insegnato tanto e ci ha messo di fronte alla realtà delle cose, quello che succede fuori dal contesto in cui siamo cresciuti.”

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La vostra band è nata nel 2015, quindi da pochi mesi: come vi siete trovati?

(Mattia) Tutto è nato nell’estate del 2015, quando abbiamo deciso di formare un gruppo per suonare a Chiusi, ai Ruzzi della Conca. Io e Matteo ci conosciamo da anni perché eravamo a scuola insieme, ci siamo sentiti suonare e abbiamo voluto provare a partecipare all’evento estivo. Matteo aveva già dei pezzi che aveva registrato da solo, li ho sentiti e mi sono piaciuti subito. Abbiamo provato a partire e siamo arrivati fino a qui: è stata una cosa inaspettata, ma bellissima!”

Qual’è il vostro percorso musicale?

(Matteo) Veniamo da una storia piuttosto lunga. Io e Gianluca avevamo già una band chiamata Kandisky, abbiamo partecipato ad alcuni eventi nella zona, ad esempio la Festa della Musica di Chianciano Terme. Ci conoscevamo già prima grazie ad alcuni progetti collegati, ad esempio quando ero più piccolo già ascoltavo Andrea Fei che suonava in altri gruppi. Trovarsi a suonare all’Alcatraz proprio con queste persone è stato particolare; per quanto mi riguarda quello dei Dudes è il primo progetto, ho fatto qualcosa da solo come esperienza personale, ma senza concerti.”

(Gianluca) La mia esperienza personale è iniziata al liceo, come gran parte dei gruppi locali. Abbiamo fatto esperienza con i Kandisky, poi abbiamo girato la zona con altre cover band. Quando mi hanno chiamato per questo progetto, ho detto subito sì.”

(Mattia) Io ho iniziato a suonare tardissimo, ho preso la chitarra in mano a vent’anni, però ho avuto vari gruppetti, specialmente un duo acustico con cui ho girato la zona. La prima esperienza di musica fatta interamente da noi è quella dei Dudes, non ho avuto altre esperienze del genere.”

Il vostro genere richiama le sonorità psichedeliche e progressive, ma tenendo bene a mente il rock degli anni ’70. Quali sono le vostre fonti di ispirazioni? Ci sono degli artisti a cui attingete al momento della composizione?

(Matteo) È difficile fare dei nomi. Ognuno di noi ha degli ascolti musicali che si assomigliano, ma che sono diversi. Prendiamo sia dal panorama italiano che estero, dalla musica attuale a quella più vecchia. Proviamo a mescolare le carte. Cantare in italiano è uno stimolo, ma per certi versi anche un limite: cantando in inglese puoi giocare di più con le parole, con le rime e con i versi, ma il pensiero di cantare in inglese, soprattutto in questo periodo in cui la musica italiana sembra tornare alla ribalta, mi sembrerebbe un passo indietro. Se devo proprio fare qualche nome, tra i gruppi italiani posso citare sicuramente gli Afterhours e i Verdena, sia dal punto di vista dei testi che della musica. Poi ci sono i gruppi stranieri come i The National e i Pink Floyd; prendiamo spunto da gruppi diversi, che cerchiamo di far confluire in un’unica idea.”

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Parliamo del panorama musicale locale: che ne pensate?

(Matteo) Tantissima musica, di tanti generi diversi. Abbiamo un sacco di amici che suonano in tante band locali, suonano in giro e propongono ognuno loro genere. Fa sicuramente piacere, rispetto a cinque anni fa è tutta un’altra cosa. Prima c’erano meno band, meno proposte, meno posti dove suonare. Adesso vedo più locali che si mettono in gioco e provano a fare musica, sicuramente è una cosa positiva per la zona. Chiusi magari è un po’ povera di occasioni, ma ultimamente si sta smuovendo qualcosa, è una cosa positiva: fa bene alle band, ma anche al territorio.”

Quali sono i vostri progetti futuri?

“(Matteo) Ci siamo messi al lavoro sui nuovi pezzi, per arrivare a fare concerti più lunghi. Abbiamo partecipato anche al Rock for Life di Ponticelli, dove abbiamo vinto il voto della giuria popolare, quindi saremmo in scaletta anche il prossimo anno. Fa sicuramente piacere, è uno dei festival più importanti della zona. Vogliamo lavorare sui pezzi nuovi, facendo questi concorsi che danno buona visibilità e ti portano su palchi importanti, dobbiamo farci trovare pronti.”

“(Gianluca) L’estate è stata molto impegnativa, con concerti a cui abbiamo partecipato con i nostri pezzi e alcune cover. A breve registreremo un pezzo in un importante studio di Firenze, grazie alla vittoria nel contest di Perugia. L’obiettivo è ampliare il repertorio con nuovi pezzi, poi prenderemo quello che viene!”

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