La Valdichiana

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Donpasta e il suo show di suoni e parole per salvare la cultura del cibo

Si chiama Daniele De Michele, ma da molti è conosciuto in tutto il mondo come Donpasta. È economista, cuoco, performer, dj, nonché scrittore; è stato autore e regista de I…

Si chiama Daniele De Michele, ma da molti è conosciuto in tutto il mondo come Donpasta. È economista, cuoco, performer, dj, nonché scrittore; è stato autore e regista de I Villani, il film documentario presentato al Festival del cinema di Venezia nel 2018, dedicato a quattro storie popolari, di cibo, di pesca, di agricoltura, di allevamento. Sua l’idea di unire cibo, musica e parole in una performance capace di connettere il pubblico al senso ancestrale del cibo, indiscusso legame identitario tra luoghi e persone.

Donpasta, che dopo più di dieci tappe internazionali porta il suo progetto Food Sound System al Teatro Ciro Pinsuti di Sinalunga, il prossimo 8 febbraio alle ore 21.00, ha iniziato il suo percorso di riscoperta e divulgazione della cultura alimentare agli inizi del 2000, quando da studente fuori sede si è scoperto profondamente attaccato al ricordo della cucina tipica delle sue origini. Da allora, nel corso di tutti i suoi viaggi, ha accumulato storie, tradizioni e suggestioni legate all’eredità del cibo popolare e le ha condensate in un cooking djset, espressione di suoni, parole e passione.

Food Sound System
è una performance coinvolgente per i cinque sensi, un’esperienza che è al contempo scena e cultura, musica e profumo, improvvisazione e racconto di memorie lontane, presente e luoghi distanti, come ci ha raccontato proprio Donpasta.

In cosa consiste queste spettacolo, così originale e unico nel suo genere?

«Si tratta fondamentalmente di una commistione di musica e racconti di storie di cucina. Da salentino sono cresciuto osservando nelle occasioni di festa l’abbinamento indissolubile tra la tradizione del cibo e della musica: due dimensioni accomunate dalla caratteristica di essere il risultato di attività compiute per gli altri. La sequenzialità pressoché liturgica con le quali si esegue una ricetta antica o un ritmo tramandato da generazioni, si riassume nella sacralità di un rito che si quotidianamente si rinnova, sintetizzando una storia di secoli e accomunando le persone attorno ad un’esperienza condivisa».

Durante lo spettacolo, alle parole si uniscono la musica e le sonorità che tipicamente vengono prodotte in cucina. In che modo viene gestita l’improvvisazione?

«I luoghi, i cibi, le persone che incontro nei posti in cui si sposta Food Sound System sono ogni volta una fonte inesauribile di nuovi contenuti, aneddoti e storie da portare sul palco. L’interazione con un musicista è una pratica artistica riconducibile molto al jazz, per quanto riguarda il tratto di improvvisazione. Sul palco, i suoni originati durante la preparazione dei piatti vengono microfonati e vanno ad integrarsi con parole, gesti e musica, per restituire un corpo sonoro che è contingente al momento in cui si svolge lo spettacolo, ma conserva insieme la valenza infinita dello sfrigolio dell’olio o dell’incidere ritmico di un coltello su un tagliere. Sono rumori eterni, che prolungano la loro storia ogni giorno, nelle molteplici situazioni in cui vengono continuamente riprodotti. Nella data al Teatro Ciro Pinsuti, le gestualità e i tempi si uniranno alla musica di Davide Della Monica, con cui condivido la nascita dell’idea di Food Sound System».

Questo spettacolo si presenta dunque come manifesto di un piano di difesa della cultura legata al cibo. Qual è l’obiettivo di questo percorso?

«Di pari passo all’abbassamento della qualità degli alimenti, a cui ha contribuito anche il potenziamento del commercio internazionale, va sempre più scomparendo la memoria collettiva fondata sul proseguimento delle tradizioni popolari. La sfida è dunque quella di rimettere in circolo le esperienze legate alla storia e all’identità dei luoghi, trasmettere emozioni legate al ricordo dei sapori che stanno alla base di un bagaglio collettivo comune».

A cosa si deve ricondurre, secondo Donpasta, questo processo culturale di perdita della stima delle proprie radici culturali?

«Laddove la modernità ha più mutato i connotati dei luoghi, maggiore è stata la perdita della memoria anche alimentare, oltre che dell’autenticità del sistema valoriale complessivo, fortemente compromesso dai meccanismi capitalistici».

La memoria del cibo che posto trova negli equilibri sociali attuali e come si pone rispetto all’integrazione di altre culture?

«L’integrazione sta alla base della nascita della tradizione. A svalutare l’identità culturale non è lo straniero, ma i processi della modernità. Quando si pensa che lo straniero costituisca una minaccia alla sopravvivenza delle tradizioni locali, si dimentica forse che, soprattutto in Italia, la cultura del cibo che oggi possiamo apprezzare è frutto di contaminazioni con altre storie, spostamenti da regioni e stati, migrazioni di popoli. È una storia che prosegue da secoli, magari un tempo era più lenta, oggi avviene tutto molto più velocemente, ma è un processo che non si è certo innescato negli ultimi dieci anni, e al quale sicuramente si deve quello che attualmente si ammira».

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Il primo nemico di Fela Kuti era l’ignoranza

La quarta serata del Live Rock Festival 2015 è stata una meravigliosa e fortissima dichiarazione di indipendenza. Una fortissima e meravigliosa dichiarazione di coscienza, rispetto e solidarietà. Le cosiddette Buone…

La quarta serata del Live Rock Festival 2015 è stata una meravigliosa e fortissima dichiarazione di indipendenza. Una fortissima e meravigliosa dichiarazione di coscienza, rispetto e solidarietà. Le cosiddette Buone Pratiche, che vanno dall’ecobicchiere lavabile, che toglie le maree di bicchieri plastificati a intasare i canali di raccolta rifiuti, l’acqua potabile gratuita e per tutti, lo ‘spreco utile’ del cibo, i coperti biodegradabili, sono l’alone virtuoso che erge il festival a essere prima di tutto un motivo di approfondimento. Il contesto che viene costituito dalle tematiche ideologiche, dalle scelte musicali, dai canali di comunicazione e di aggregazione, mettono il pubblico vasto nella posizione favorevole per la riflessione, il gusto dell’approfondimento, l’apertura mentale. Seun Kuti & The Egypt 80 sono stati il dato fisico, il nucleo irradiante e più eloquente possibile per veicolare questo tipo di impostazione ideologica.

Io vorrei sapervelo spiegare chi è stato Fela Kuti, e come suo figlio Seun Kuti porti avanti da quasi vent’anni il Verbo del padre. Vorrei spiegarvelo come un personaggio enorme, nigeriano, all’orda delle più disparate esperienze artistiche e di attivismo politico, abbia accentato le ritmiche della rivoluzione, dato forma al suono di un nuovo umanesimo, generato dai sentori dei popoli di quelli che erano indicati come “terzi mondi”. Vorrei sapervelo spiegare come i moventi ideologici da cui la musica afro beat acquisisce perni strutturali, siano in realtà valori universali di umanità e condivisione. Il panafricanesimo, il sogno cioè di un’Africa unita, libera e indipendente, non schiavizzata, dovrebbe essere un postulato per la connivenza totale del globo terrestre, nel suo irradiare messaggi di pace e tolleranza, di mescolanza religiosa e razziale, di interesse verso la diversità, di abbattimento di barriere. Vorrei sapervelo spiegare di come il popolo nigeriano, e in generale i popoli africani, siano stati depredati per secoli di materie prime (tangibili e sprituali), di libero pensiero, di coscienza, e di come i popoli africani siano poi stati manovrati da poteri metamorfici, interessi finanziari, nei vari segmenti postcoloniali; interessi che hanno guidato golpe militari, inutili lotte fratricide per indipendenze apparenti, sempre dipendenti però da obbligate e malcelate schiavitù, in nome di un benessere venduto dagli occidentali.

Ma non posso. Non posso spiegarvelo. Non ci riesco. Non ci riesco, giacché la violazione di diritti umani, il totale asservimento coatto di un intero continente, oggi, mi pare, non indigni, non sia più motivo di scossa. Dovremmo essere sgomentati da quanta poca umanità esca dalle bocche di molti occidentali, che vivono con noi, respirano la nostra stessa aria, che mettono al mondo dei figli e impongono loro anche un’ipotetica protezione dal confronto, vissuto come minaccia, il confronto vissuto come emergenza.

Non c’è conoscenza senza confronto. E l’ignoranza è la base di ogni malignità, razzismo, di ogni odio.

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I Pink is Punk sono dei DJ. Sono stati resident djs al Cocoricò per cinque anni. Hanno suonato dopo Seun Kuti & The Egypt 80. Una scelta di line-up che detta così potrebbe sembrare casuale, anzi forse troppo forzata, eccessiva. Sembrano appartenere a una categoria aberrante nei confronti della storia di Fela Kuti e delle sue battaglie. Invece è anche questo un emblema. Un’osmosi. Un meraviglioso contagio. I Pink is Punk, nelle poche battute scambiate prima dei concerti al parco dell’ex fierale, hanno espresso un concetto chiaro sulla contaminazione, sulla percezione che il pubblico ha della musica oggi; la musica è un’espressione, e come ogni essere umano ha un’espressione diversa, così più culture sfruttano moduli espressivi musicali diversi. Quello che tutti dovrebbero fare, nella musica, così nel rispetto dell’umanità, è comprenderne il più possibile, cercare di capire le basi e le evoluzioni di un percorso umano. Tenere ben salde le proprie radici, le proprie conoscenze, e confrontarle con tutto ciò che c’è fuori, per arricchire e nutrire sé stessi e gli altri.

Lamberto Lucaccioni è morto a Riccione per qualcosa di cui tutto il contesto in cui è cresciuto è colpevole. Il non rispetto per la club culture, il non rispetto per vent’anni di techno e per vere e proprie istituzioni storiche a cui questa cultura fa riferimento.

Perché sì, d’ignoranza, si può anche morire.

(photo credits – Pasquale Modica – Live Rock Festival Acquaviva)

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