La Valdichiana

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Tag: Commedia

“Due di Notte” al Teatro degli Oscuri – Intervista a Michele La Ginestra

Due uomini sono costretti a lavorare la vigilia di natale. Sono i due conduttori di Due di notte, una rubrica radiofonica notturna di Green Dimension Sound, che si ritrovano in…

Due uomini sono costretti a lavorare la vigilia di natale. Sono i due conduttori di Due di notte, una rubrica radiofonica notturna di Green Dimension Sound, che si ritrovano in studio, nonostante sia una notte di festa. Questa l’ambientazione di Due di Notte, la commedia in scena al Teatro degli Oscuri di Torrita, sabato 9 dicembre, in doppio spettacolo, alle 19 e alle 21:15.  Michele La Ginestra è protagonista, insieme a Sergio Zecca di questa commedia. La Ginestra approda a Torrita mentre si stanno spargendo in tutti i teatri d’Italia altri suoi spettacoli: Mi hanno rimasto solo… dieci anni dopo e M’accompagno da me che lo ha visto debuttare, con successo, al Teatro Sistina la scorsa stagione. Dal 1997 è direttore artistico del Teatro Sette di Roma, dal quale escono anche sue brillantissime regie. Abbiamo incontrato Michele La Ginestra prima della tappa torritese.

Come è nata la commedia Due di Notte?

Michele La Ginestra: L’idea era quella di portare la radio in teatro e far vedere a tutti gli spettatori gli scherzi e le dinamiche che stanno dietro ad uno studio radiofonico. Mostrare ciò che quando si ascolta la radio non si vede. Mostrare anche le magagne che possono essere presenti all’interno di uno studio. Assistendo ad una chiacchierata tra due conduttori radiofonici, gli spettatori vedono anche un’umanità, che traspare attraverso i loro confronti durante i fuori-onda. Si definisce così, attraverso i dialoghi, la storia di un’amicizia. Quando ascoltiamo la radio, poi, ascoltiamo gli speaker come fossero dei paladini che ci illuminano le giornate, invece poi scopriamo che dietro i paladini ci sono degli uomini, che faticano, come tutti, con la quotidianità, che sono a contatto anche con dei problemi, anche gravi, i quali vengono mascherati da una bella voce. Tra una risata e l’altra, riusciamo a sdrammatizzare alcuni nodi problematici su cui, speriamo, il pubblico rifletta.

Il testo lo hai scritto insieme a Sergio Zecca e Massimiliano Bruno. Come vi siete distribuiti il lavoro, se così si può dire?

Michele La Ginestra: L’originale di Due di Notte fu scritta da Bruno e Zecca un bel po’ di anni fa. Considera che Sergio Zecca è stato il maestro di teatro di Massimiliano, e quando hanno deciso di creare qualcosa insieme, Massimiliano, dall’alto della sua capacità di scrittura, si è affidato all’esperienza di Sergio, per scrivere uno spettacolo sì divertente, ma anche un po’ demenziale. Il mio intervento – che è stato successivo rispetto alla stesura originale – ha cercato di inserire un po’ di riflessione nel testo, inizialmente incentrando il discorso sulla voglia di fare dei giovani, ma senza la maturità che ho, e che abbiamo, adesso. Oggi, dopo tanto tempo, ci abbiamo rimesso le mani e quel testo, che già di per sé era molto divertente, è diventato anche un po’ profondo. Affrontiamo il tema della ludopatia. Cerchiamo di rifletterci in maniera scherzosamente seria. È una patologia ahimè grave e come tale va intesa, sebbene noi ci scherziamo su.

Come ti destreggi tra le due vesti di attore e regista?

Michele La Ginestra: A me piace lo scambio di energia che avviene in teatro ed è bello secondo me trasmettere agli altri quello che si è appreso in tanti anni di teatro. La cosa bella è che io sono pure autore, spesso. Porto in giro uno spettacolo che si intitola M’accompagno da me, che è un one-man-show, composto da me. Ha debuttato al Sistina la scorsa primavera e mi sta dando belle soddisfazioni. In quel caso mi faccio dirigere, ad esempio. Essere diretti da qualcun altro è un momento di crescita. Il teatro è una metafora della vita se riusciamo a scambiare le nostre esperienze con gli altri cresciamo ed è una cosa positiva.

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“Finché Giudice non ci separi” al Teatro degli Oscuri: le interviste

Lo scorso venerdì 11 Novembre è partita la stagione teatrale al Teatro degli Oscuri, in collaborazione con la Compagnia Teatro Giovani Torrita, con la commedia “Finché Giudice non ci separi”…

Lo scorso venerdì 11 Novembre è partita la stagione teatrale al Teatro degli Oscuri, in collaborazione con la Compagnia Teatro Giovani Torrita, con la commedia “Finché Giudice non ci separi” che ha come protagonisti gli attori Luca Angeletti, Augusto Fornari, Laura Ruocco, Toni Fornari e Nicolas Vaporidis.

“Finchè giudice non ci separi” racconta la storia di Mauro, Paolo, Roberto e Massimo, quattro amici, tutti separati. Massimo è fresco di separazione e ha appena tentato il togliersi la vita. Il giudice gli ha levato tutto: la casa, la figlia e lo ha costretto a versare un cospicuo assegno mensile alla moglie. Con quello che resta del suo stipendio si può permettere uno squallido appartamento, 35 mq, ammobiliato Ikea. I tre amici gli stanno vicino per rincuorarlo e controllare che non riprovi a mettere in atto l’insensato gesto. Ognuno da consigli su come affrontare la separazione, questa nuova situazione e come ritornare a vivere una vita normale. Proprio quando i tre sembrano essere riusciti a riportare alla ragione il loro amico, un’avvenente vicina di casa suona alla porta. Massimo ha una crisi isterica, perché la vicina è… “Finchè giudice non ci separi”, analizza, ma allo stesso tempo ironizza sul difficile tema della separazione trascinando lo spettatore, attraverso sensi di colpa, arrabbiature, disperazione, ironia e sarcasmo, all’interno di una divertente vicenda piena di colpi di scena. Luca Angeletti, Augusto Fornari, Toni Fornari, e Nicolas Vaporidis danno vita ai quattro amici interpretando, ognuno a proprio modo e con caratteristiche e comportamenti completamente diversi, le difficoltà che sono costretti ad affrontare. L’inaspettata e sorprendente presenza della vicina di casa di uno di loro, interpretata da Laura Ruocco, stravolge il già precario equilibrio del gruppo e costringe tutti alla riflessione.

La produzione dello spettacolo è del teatro Golden di Roma e porta la firma di un collettivo di autori che sempre più soddisfazioni regala alla commedia italiana – sia teatrale che cinematografica – Augusto e Toni Fornari, anche attori, Andrea Maia, direttore del Teatro Golden, e Vincenzo Sinopoli. Lo spettacolo si presta ad essere ingerito da qualsiasi pubblico, poiché non è mai di volgarità gratuita, non cade mai nel cliché, rispetta le dinamiche della commedia senza banalizzarle. Commedie come questa possono far veramente bene al teatro italiano, spesso vittima di facilonerie, di abbassamento della qualità, in cerca di un vago consenso di pubblico. Si può far ridere anche affrontando temi caldi, senza pernacchie o audacie da trogloditi.

Ecco le interviste agli attori protagonisti della commedia “Finché giudice non ci separi” realizzate da Valentina Chiancianesi e Tommaso Ghezzi in diretta streaming dal palco del Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena prima dello spettacolo!

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“Lisistrata”: intervista a Stefano Bernardini

Stefano Bernardini è il regista di un particolare adattamento della “Lisistrata” di Aristofane, il 5 e il 6 Marzo 2016, al teatro degli Arrischianti. Il riferimento testuale è quel “Un…

Stefano Bernardini è il regista di un particolare adattamento della “Lisistrata” di Aristofane, il 5 e il 6 Marzo 2016, al teatro degli Arrischianti. Il riferimento testuale è quel “Un trapezio per Lisistrata” di Garinei e Giovannini, maestri indiscussi della nostra commedia musicale. L’adattamento risale al 1958, quando ancora si respirava il clima teso e offuscato della guerra fredda tra i due blocchi, occidentale e sovietico. Molteplici infatti sono i riferimenti al ‘900, con alcune toppe, recuperi e “correzioni” attuate proprio da Stefano Bernardini, contestualmente all’allestimento dello spettacolo agli Arrischianti.

Il testo originale del commediografo greco, scritto nel 411 a.C. – in piena guerra del Peloponneso, durante la crisi ateniese dovuta alla terribile sconfitta di Siracusa – raccontava di come le donne ateniesi, stanche delle continue assenze dei mariti impegnati nell’esercito, decidono di fare uno “sciopero del sesso” finché gli uomini non firmeranno un trattato di pace. Occupano poi l’acropoli ateniese, bloccano l’erario della polis per non finanziare più le attività belliche. Il “movimento delle donne” coinvolge tutto il peloponneso, tanto che un messo spartano, arriva ad Atene per trattare la pace, visto che anche nella città lacedemone le donne si stanno negando ai propri mariti.

La commedia è stata utilizzata come vessillo drammaturgico sia dai movimenti pacifisti sia da quelli femministi, rendendo la Lisistrata una delle commedie classiche più fortunate nel teatro moderno. Oltre alla riscrittura di Garinei e Giovannini, Gaetano di Maio aveva scritto la rivisitazione partenopea ‘O sciopero d’ e Mugliere, e più di recente, nel 2015, Spike Lee ha portato al cinema Chi-Raq trasformando spartani e ateniesi in due gang del sud di Chicago.

Sul palco del teatro sarteanese, invece, la Lisistrata prende le fattezze di Martina Belvisi, accompagnata da una compagnia ricca di quote rosa, a sottolineare il tributo marzolino alle donne che con questo spettacolo si vuole celebrare. Una presenza femminile anche nel “coro”, che lo stesso Aristofane impose con toni parodistici nella commedia originale e che Garinei e Giovannini riproposero nel loro adattamento, affidando così ad esso l’impianto musicale della commedia (interpretato, tra gli altri, dal Quartetto Cetra, in un esilarante versione televisiva intitolata “Mai di sabato signora Lisistrata” con due strepitosi Gino Bramieri nei panni di Euro e Milva nei panni di Lisistrata). Nella versione di Stefano Bernardini il coro non è musicale, bensì è un coro “di prosa”; continuamente presente nell’azione scenica, prendendo parte all’unità di spazio – talvolta pure rompendola – e commentando con chiose esilaranti lo snodo narrativo tra spartani e ateniesi.

Nel cast: Pina Ruiu, Flavia del Buono, Andrea Castellana, Lorenzo Morgantini, Valerio Santoni, Giovanni Tramonti, Francesco Pipparelli, Riccardo Laiali, Marco Ruvolo, Erica Fatini, Silvia De Bellis, Laura Scovacricchi e Viola Nardi.

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La bruttura della nuova commedia italiana

La bruttura della nuova commedia italiana: una recensione a “è andata così – La vita 2.0” al Teatro Poliziano “Signori io mi scuso con tutti voi, ma questa fiction è…

La bruttura della nuova commedia italiana: una recensione a “è andata così – La vita 2.0” al Teatro Poliziano

“Signori io mi scuso con tutti voi, ma questa fiction è veramente tremenda”, diceva René Ferretti, regista de “Gli occhi del cuore” nella meravigliosa serie “Boris”, ormai diventata cult. René Ferretti era il simbolo della lucidità immessa nel mondo del cinema, del teatro e della televisione italiana, ridotto a mero tecnicismo specialistico, costretto ad abbassare irriguardosamente il livello dei suoi prodotti per compiacere ad una classe di utenza media profondamente ignorante, irriflessiva e bigotta. René Ferretti era interpretato da Francesco Pannofino, oggi protagonista dello spettacolo “È andata così”, in scena al Teatro Poliziano lo scorso 27 marzo, nella cui locandina si annoverano altri nomi provenienti dall’“universo Boris”; Eugenia Costantini e – soprattutto – Giacomo Ciarrapico, autore del testo. Gli altri due componenti del cast, anch’essi noti al grande pubblico, sono Emanuela Rossi, la cui voce, come quella di Pannofino, è uno statuto del doppiaggio italiano, e Alessandro Marverti, celebre essenzialmente per la parte di Gigio, fratello del Freddo in “Romanzo Criminale – la serie”.

Il plot vira sul realismo caricaturale degli status contemporanei, con improbabili accenti moraleggianti (e per questo peggiorativi del complesso); una famiglia di classe media composta da quattro elementi subisce il terremoto della crisi finanziaria. Il padre perde il lavoro e la madre, ex attrice, è ormai aliena dal mondo del teatro e fuori da qualsiasi possibilità di ingaggio e di reali benefici economici al nucleo familiare. Il gap generazionale, i rapporti cardinali tra genitori e figli, si rovescia, fornendo così lo spunto per affacciare la linea guida della piece su una riflessione contemporanea sulla riorganizzazione e riqualificazione delle generazioni; la demoralizzazione dei genitori e la propulsione dei figli. Il secondogenito scrive canzoni pop stupidissime attraverso le quali riesce a conquistare una grande fetta di pubblico, incassare soldi permettendo così alla famiglia di ripartire.

La comicità è quasi cabarettistica, basata sulla caratterizzazione instupidita dei personaggi canonici della nuova commedia, il padre urlatore volgare, la madre vittima di isteria, la figlia primogenita che accenna saggezza e risoluzione, in mezzo al buio della ragione che la circonda, e il secondogenito imbranato e un po’ scemo che alla fine scioglie il nodo della vicenda. Volti noti, testo di una risibilità abbastanza condivisibile, la regia di Claudio Boccaccini, quindi polso esperto di gestione scenica, e la funzione sembra compiuta; A + B = C. “La comicità è matematica”. Già. Come il profitto.

Guai a chi continua impropriamente ad usare la locuzione di “commedia brillante” per spettacoli come questo. Un’orribile boutade poco riuscita, che incamera la bassezza del tempo presente e cerca di elevarla attraverso caccole di pietas moraleggiante. “È andata così” è una deprimente svalutazione e banalizzazione dell’avanspettacolo, attraverso una gestione scenica che è bruttura e totale mancanza di ritmo, calore e tono.

Lo spettacolo rappresenta (all’interno del percorso proposto dalla Fondazione Cantiere d’Arte di Montepulciano) uno scadimento verso la più bassa lega del nazional-popolare. Ma non è una colpa, visto che grazie agli incassi di questo tipo di spettacoli vengono ripagate intere stagioni. Quello che fa paura è infatti un pubblico che riempie totalmente il Poliziano solo grazie alla locandina con volti conosciuti, che si sbellica ed applaude ad ogni “stocazzo”, “vaffanculo” e “anvedi sto stronzo”, un pubblico infantilizzato e demarcato da decenni di cultura dello scarto culturale, della celebrazione della spazzatura e da una cultura classista che confonde la “leggerezza” con la volgarità. Ecco le mani che si spellano per uno scimmiottamento della commedia, una televisione importata su un palco scenico, che riflette l’odierna sensibilità della classe media, incastrata nei credo prosaici del “me ne frego” e del “tu fatti i fatti tuoi”, la cultura dell’individualismo edonista e dello status del consumo.

Ciò che dispiace di più è vedere come i – pur bravi – Pannofino, Costantini e Ciarrapico, che da denunciare la perdizione, il barbaro imbruttimento del mondo dello spettacolo italiano, sono stati fagocitati da esso, secondo un’imperitura legge di mercato, stolida e inaudita.
Peccato.

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Questa settimana al cinema – Dal 12 al 18 Marzo

Tra Madame Bovary, lottatori olimpionici, cyber terroristi, donne invisibili e fiabe immortali, scoprite con noi quali sono i nuovi film in programmazione nei cinema della Valdichiana. Foxcatcher Genere: Drammatico, Sportivo,…

Tra Madame Bovary, lottatori olimpionici, cyber terroristi, donne invisibili e fiabe immortali, scoprite con noi quali sono i nuovi film in programmazione nei cinema della Valdichiana.

Foxcatcher
Genere: Drammatico, Sportivo, Biografico
Durata: 134 min.
Cinque nomination agli Oscar, tra cui Miglior regista, attore protagonista e sceneggiatura, nonché Palma d’Oro al Festival di Cannes al regista Bennett Miller (Moneyball – l’arte di vincere), molti sono i premi aggiudicatisi da questo straordinario film. La pellicola tratta di una tragica storia vera ambientata nel mondo della lotta libera nella metà degli anni ’80. In primo piano il rapporto tra Mark Shultz, Channing Tatum, medaglia d’oro alle olimpiadi e dal miliardario John Du Pont, interpretato da uno straordinario e trasformato dal make-up Steve Carrell. Tra i due nasce una pericolosa relazione che va oltre il semplice rapporto mentore-pupillo, sia l’uno, alla ricerca della figura paterna, che l’altro che vede l’atleta come un figlio, si spingeranno oltre i limiti trascinando poi l’intero rapporto nella tragedia.

 

Blackhat
Genere: Drammatico, Azione, Thriller
Durata: 133 min.
Cosa succede quando in un mondo sempre più interconnesso una serie di attacchi messi a segno da cyber terroristi minacciano il mondo intero? In questo thriller diretto da Michael Mann, regista di Nemico Pubblico e L’ultimo dei Moicani, vediamo Chris Hemsworth, che ha raggiunto la celebrità grazie a Thor, vestire i panni di Nicholas Hathaway, un ex hacker in carcere, collaborare con i servizi segreti per sventare la pericolosissima rete di cyber criminali, inseguendoli da Los Angeles ad Hong Kong.

 

Cenerentola
Genere: Drammatico, avventura, fantastico, sentimentale
Durata: 112 min.
Ennesimo riadattamento della celebre fiaba popolare diretto questa volta dal regista di Belfast, Kenneth Branagh ( Thor, Iron Man 2 e Jack Ryan). In questo lungometraggio, nel suo debutto sul grande schermo, vedremo Lily James, Lady Rose in Downton Abbey, vestire i panni della protagonista. Tra i tanti attori famosi che hanno partecipato alla realizzazione di questo film della Disney possiamo apprezzare: Richard Madden, nel ruolo di Principe Azzurro, Cate Blanchett, in quello della matrigna Lady Tremaine ed Helena Bonham Carter a vestire i panni della fata madrina.

 

Ma che bella sorpresa
Genere: Commedia
Durata: 91 min.
Quarta prova alla regia per Alessandro Genovesi, dopo La peggior settimana della mia vita, Il peggior Natale della mia vita e Soap Opera, che con questa commedia racconta la storia di Guido, Claudio Bisio, professore di Napoli che dopo essere lasciato dalla fidanzata, crolla emotivamente e mentalmente. Vedendolo in crisi il suo miglior amico Paolo, interpretato da Frank Matano, convoca addirittura i genitori di Guido (Rentato Pozzetto e Ornella Vanoni). Tutto sembra cambiare quando bussa alla sua porta la bellissima vicina Silvia (Chiara Baschetti) che s’innamora subito di lui. Silvia è giovane, molto attraente, ha i suoi stessi interessi e passioni, una donna praticamente perfetta, forse troppo perfetta.

 

Gemma Bovery
Genere: Commedia, Sentimentale, Drammatico
Durata: 99 min.
Siamo in una tranquilla cittadina della Normandia, dove la vita di un panettiere Martin Joubert, Fabrice Luchini, viene stravolta quando arriva una giovane coppia inglese, i Bovery. Appassionato del famoso romanzo di Flaubert, Madame Bovary, Martin trova subito una netta somiglianza tra la bellissima Gemma Bovery (Gemma Arteton) e la sua eroina, finendo per seguirla nelle sue vicende amorose che sembrano proprio ispirarsi al celebre romanzo di Flaubert.

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L’originale “Mercante di Venezia” di Albertazzi/Marinelli

L’opera shakespeariana è approdata al Teatro Mascagni di Chiusi l’11 gennaio. Tommaso Ghezzi, presente allo spettacolo, fa la sua personale recensione per La Valdichiana. L’imbarazzo sarebbe stato ipotizzabile nell’ottica in…

L’opera shakespeariana è approdata al Teatro Mascagni di Chiusi l’11 gennaio. Tommaso Ghezzi, presente allo spettacolo, fa la sua personale recensione per La Valdichiana.

L’imbarazzo sarebbe stato ipotizzabile nell’ottica in cui la forzatura labilmente antisemita del testo del “Mercante di Venezia”, a tre giorni dall’attentato alla redazione del Charlie Hebdo a Parigi con la conseguente scossa mediatica che ha investito il nostro paese, risultasse fin troppo ‘celebrativa’ verso l’intolleranza religiosa e la generalizzazione giusdicente nei confronti di un’etnia. C’era il rischio quindi che il ruolo di Shylock stimolasse un legame frusciante con una sintomatica del contemporaneo, per quanto involontariamente. Non è stato così. Anzi. “Persino il diavolo può citare la bibbia per i suoi fini”, dice infatti ‘Antonio’ nel primo atto, come ad echeggiare, al di là della quarta parete, una condanna verace al fondamentalismo profittatore di semplici parole da testo sacro.

“Il Mercante di Venezia” è giunto al Teatro Mascagni di Chiusi con un’accoglienza preventiva strabiliante. Un sold-out entusiasmante composto dal target più disparato: dagli adolescenti agli anziani, dagli “addetti ai lavori” nelle file mediane della platea, alle intere famiglie che riempivano da sole i palchetti laterali. Un pubblico da “intrattenimento”, di certo lontano da quello auspicabile per un rifacimento shakespeariano.

La scenografia mitigata da un fondale telato bianco, efficacissimo però negli effetti di controluce, composta da un ponte praticabile, che diviene ora Rialto, ora la casa di Shylock, ora il tribunale del Doge – con la semplice aggiunta di tecnostrutture fondali – è l’ambiente fisso in cui si susseguono le scene. La compagnia ben amalgamata si presenta, nella meccanica recitativa del palco, come trono reverenziale alle battute del Maestro Albertazzi, che sovrasta – dal punto di vista di energia interna al gruppo e direzione ritmica dello spettacolo – quella del regista, il cui apporto risulta alla fine un semplice firmatario asettico, considerando che lo stesso Albertazzi è l’autore della ‘manipolazione’ apportata al testo originale.

La manipolazione non è eccessiva ed è volta alla fruizione più massimale possibile. Le battute vengono arricchite da piccoli accenti, battute, barre testuali d’effetto per fare piglio sulla platea. Il testo è ‘ridotto’ ma forse certe postille recitative rappresentano più un ‘ampliamento’ alla neutralità formale del testo shakespeariano. Anche il finale è lasciato “sospeso”, per certi versi, ma anche lapidario nel porre quest’opera nello spazio esattamente mediano tra la commedia e la tragedia.

L’opera è infatti una ‘commedia’ secondo il canone teatrale, ma si compone di spirito tragico in ogni cosa, a partire dalla struttura: l’eroe tragico rompe un ordine – l’ordine rotto definisce i moti narrativi della scena – l’ordine viene ristabilito. Così il vento ciclico della tragedia che porta dapprima dinamica narrativa, sviscera la reattività delle vicende e le relazioni tra i personaggi, ripone infine ogni singolo elemento al suo posto, sotto l’egida del “dio-teatro” (per Sofocle era Zeus, ma d’altronde quasi nullo è lo scarto nelle intenzioni) che di tale ciclo è garante. Il Bassanio può quindi vivere la sua intensa storia d’amore con Porzia (interpretata molto bene da Stefania Masala) per poi ritornare alla sua condizione iniziale, lo stesso per Lorenzo, per Antonio e per lo stesso Shylock, il quale vede tornare a sé il servo “Jobbino”, interpretato straordinariamente da Cristina Chinaglia che accentua, insieme all’esilarante Doge (le cui vesti sono invece portate dall’altro ‘senior’ della compagnia, Paolo Trevisi) la sezione comica dello spettacolo con una deliziosa maschera veneziana da commedia dell’arte, squisitamente goldoniana.

Shakespeare è ormai passato per i più disparati mezzi di diffusione mediatica, la maggior parte dei quali ha contribuito ad una sua ‘banalizzazione’. Lo spettacolo di Marinelli/Albertazzi tiene conto di questa diffusione ma non sembra denigrarla. Fornisce un ottimo punto di partenza però per i ragazzi e per i “digiuni di teatro classico”, che attraverso una disposizione più fruibile e un’interpretazione magistrale, possono intraprendere un percorso di approfondimento e di educazione all’osservazione teatrale.

Foto Il Corriere Spettacolo.it

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Pazzo, comico e tragico il Falstaff di De Rosa interpretato da Battiston

Sabato 13 Dicembre è andato in scena al Teatro Poliziano il FALSTAFF, per la regia e l’adattamento di Andrea de Rosa. Con Giuseppe Battiston, Gennaro Di Colandrea, Giovanni Franzoni, Giovanni…

Sabato 13 Dicembre è andato in scena al Teatro Poliziano il FALSTAFF, per la regia e l’adattamento di Andrea de Rosa. Con Giuseppe Battiston, Gennaro Di Colandrea, Giovanni Franzoni, Giovanni Ludeno, Martina Polla, Andrea Sorrentino, Annamaria Troisi, Elisabetta Valgoi, Marco Vergani. Con la produzione della Fondazione del Teatro Stabile di Torino e della Fondazione Emilia Romagna Teatro. Tommaso Ghezzi riporta la sua recensione.

L’etimo della parola fool è forse uno dei codici sfruttati per la composizione del logos scenico del Falstaff di De Rosa; a metà tra lo “scemo” e il “pazzo”, la parola in ambito shakespeariano, indica quei particolari personaggi che, vestiti da buffoni ed attraverso formule linguistiche buffe – appartenenti al registro comico – si prendono burla delle classi sociali più alte, ma allo stesso tempo rivelano, nel loro folleggiare scenico, assolute verità e pensieri nascosti dei protagonisti. I fools toccano con l’arma irreprensibile dell’ironia persino i più profondi temi filosofici. Ed è quello che con un’acrobazia sciistica (di slittamento cioè sulla gelida fissità della traduzione, per quanto buona, di Nadia Fusini) De Rosa agisce portando in scena il suo collage tra il Falstaff dell’Enrico IV, quello delle “Allegre Comari di Windsor” e quello del libretto di Arrigo Boito per l’opera di Verdi, con l’aggiunta molto azzeccata e sempre gradita di tranci dal Nietzsche dello “Zarathustra” e il Kafka della “Lettera al padre”. Molte epifanie paratestuali sono sicuramente derivate dal capolavoro di Gus Van Sant “My Own Private Idaho”, libero adattamento cinematografico dell’Enrico IV (in Italia noto con la pessima traduzione “Belli e Dannati”, non per l’estetica del titolo di per sé, quanto per un’ingannevole connessione con il romanzo omonimo di Francis Scott Fitzgerald).

Giuseppe Battiston oscilla tra il fool comico e il tragico. Tant’è che lo stesso personaggio prende le vesti di Enrico IV morente, nella parte finale. Il cambio-personaggio è un conflitto tra le generazioni; nello stesso calderone vanno sia il Falstaff che l’Enrico IV, così opposti, ma così ingiustificati al giudizio verso i figli, vista la loro appartenenza ad un contesto alieno dalla prole. Il vero protagonista dell’opera di De Rosa è infatti Hal, il successivo Enrico V, interpretato ‘benino’ da Andrea Sorrentino, che si ritrova a doversi far carico delle colpe di entrambi i suoi “padri”.

Il lollardo John Falstaff, che ricosse un così grande successo nelle prime rappresentazioni elisabettiane di William Shakespeare dell’Enrico IV, tanto che lo stesso autore fu costretto ad allargargli il ruolo e farlo rivivere – si dice per volontà della stessa regina Elisabetta – in “Le allegre comari di Windsor” e, infine, a farlo morire fuori scena nell’”Enrico V”, pare per evitare che la ‘macchietta’ invadesse troppo le successive produzioni, è il coadiuvante del collage di De Rosa, in un ambiente molto becero e Rock (l’osteria della Giarrettiera del testo) nel quale si gozzoviglia in un trionfo del corpo sullo spirito, fino ad un’auto agnizione corporea dei personaggi che – improvvisandosi attori, con le percezioni annebbiate dal vino – forniscono una personalissima e molto contemporanea idea di teatro; giocando sugli scarti di registro tra i vari testi collazionati, danno alla funzione scenica una pura cifra corporea che basta a dare senso alle cose.
Elogio del corpo e della libera carnalità è quindi uno dei temi centrali della prima parte. La vittoria nietzscheiana del corpo sull’anima. La potenza della carne e del piacere materiale, opposto ad una immobile e indefessa sudditanza alla ragione. La seconda parte, invece, incalza sul rapporto tra i poteri, tra generazioni, il dissidio necessario tra padri e figli, celatamente forzato da una non ben visibile sacra sindone sullo sfondo, forse volta a rincarare la retorica del “figlio che paga per il padre”.

Un ottimo uso dei suoni, dei microfoni e delle variazioni recitative acutizzano l’effetto di straniamento nello spettatore. I registri che cambiano dal comico al tragico in un tumulto neopsichedelico e postmoderno riempiono anche i particolari di profondissima significazione. La rivisitazione ha ragion d’essere nella mise en scene, nella corrosione interna della maniera teatrale, e in questo tutta la compagnia ha ben gestito il greve plesso testuale shakespeariano. Perfetti i tempi e i ritmi del personaggio di Falstaff/Carlo IV, circondato da alcune presenze traballanti. In ogni caso le incertezze recitative (restanti comunque entro la dignità professionale di un produzione così importante) sono comunque coperte dalla sovrastante bravura di Giuseppe Battiston.

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“Quando la moglie è in vacanza” a Cortona

Mercoledì 10 dicembre alle ore 21:15 al Teatro Signorelli di Cortona andrà in scena “Quando la moglie è in vacanza”, con Massimo Ghini e Elena Santarelli Considerata un classico della…

Mercoledì 10 dicembre alle ore 21:15 al Teatro Signorelli di Cortona andrà in scena “Quando la moglie è in vacanza”, con Massimo Ghini e Elena Santarelli

Considerata un classico della modernità, “Quando la moglie è in vacanza”, testo di George Axelrod, è una commedia sulle manie erotiche dell’uomo medio e al tempo stesso una feroce satira di costume contro il perbenismo di una certa middle-class che sembra non avere epoche.

Un testo nato per fustigare i costumi di una certa middle class americana degli anni 50 e che il regista Alessandro D’Alatri ha deciso di portare in Italia e ai giorni nostri. Il gioco in questo modo viene riattualizzato e rivitalizzato, laddove la satira di costume regge benissimo essendo un argomento universale e fuori dal tempo.
La prorompente fisicità di una ragazza, cui presta il volto l’affascinante e vitale Elena Santarelli, entra come un uragano nella banale quotidianità di un maschio irrisolto.

Un Massimo Ghini con l’aria di uno che più che subire l’attrazione femminile sembra essere spaventato da quell’opportunità apparentemente irraggiungibile.

La traduzione e l’adattamento teatrale sono stati affidati ad uno specialista come Edoardo Erba, e Renato Zero ha creato appositamente le musiche per lo spettacolo che il regista Alessandro D’Alatri farà rivivere adeguandolo ai nostri riferimenti culturali e dividendone i tempi narrativi: il piano reale e la proiezione delle reciproche insicurezze dei personaggi.

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“Lucciole senza Merlin”, una commedia ironica e attuale

Appuntamento sabato 5 luglio alla Rocca Medievale di Castiglione del Lago per una commedia ironica sulle case chiuse: “Lucciole senza Merlin” Una commedia ironica e divertente, che affronta il problema…

Appuntamento sabato 5 luglio alla Rocca Medievale di Castiglione del Lago per una commedia ironica sulle case chiuse: “Lucciole senza Merlin”

Una commedia ironica e divertente, che affronta il problema della riapertura delle case chiuse dal punto di vista femminile: questo il tema di “Lucciole senza Merlin”, la pièce teatrale di Laura Masielli, che andrà in scena sabato 5 luglio alle ore 21:30 nella Rocca Medievale di Castiglione del Lago. Protagoniste le attrici Susanna Bugatti, Veronica Rossi e Rita Jasmine.

lucciole senza MerlinLa legge Merlin venne approvata nel 1958 dal Parlamento Italiano, per abolire la regolamentazione della prostituzione in Italia e chiudere le cosiddette “case chiuse”. Una legge che provocò una forte spaccatura nell’opinione pubblica e che tuttora è al centro di proposte di variazione e revisione. “Lucciole senza Merlin” si inserisce in questo dibattito culturale, e sarà sicuramente fonte di riflessione e di dibattito.

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Doppio Inganno, uno spaccato di commedia classica al Teatro Mascagni

Sabato 22 marzo arriva al Teatro Mascagni di Chiusi “Doppio Inganno”, uno spaccato di commedia classica a cura del Mulino di Amleto Uno spaccato di commedia classica, il Doppio inganno…

Sabato 22 marzo arriva al Teatro Mascagni di Chiusi “Doppio Inganno”, uno spaccato di commedia classica a cura del Mulino di Amleto

Uno spaccato di commedia classica, il Doppio inganno del Bardo, che Marco Lorenzi saggiamente popola di tante piccole invenzioni, scosse elettriche che vivacizzano un testo impegnato, ma al tempo stesso a tratti pericolosamente statico: gli stessi personaggi, protagonisti di una vicenda segnata da innamorati delusi, padri-padroni e fratelli in combutta, agiscono in maniera naif, con i bravi ed applauditi interpreti mai come in questo caso nel ruolo di “players”, pedine di un gioco che vede la scena alla stregua di un infinito cantiere dove tra assi, secchielli e panche si è di continuo impegnati in un processo di invenzione e re-invenzione. E se da un lato è chiara l’intenzione di sottrarsi al rischio di prendersi troppo sul serio, dall’altro, secondo un clichè questo sì molto shakespeariano, si vuol far capire come il teatro possa e debba soprattutto essere uno specchio del mondo, un riflesso, ora sfocato ora colorato, di vizi e virtù dell’agire umano.

Il Doppio inganno del Mulino d’Amleto porta con sé un’unica verità: quella di un’operazione ben studiata e realizzata da un affiatato ed ispirato gruppo di lavoro formato da attori ed attrici giovani ma giù sufficientemente dotati della giusta malizia e del necessario disincanto che portano lo spettatore ad una risata, talvolta anche convinta, sempre però condita da una amara riflessione sulla condizione umana.

L’appuntamento è per sabato 22 marzo alle ore 21:15 al Teatro Mascagni di Chiusi. Prima dello spettacolo, alle ore 18, si svolgerà un aperitivo di incontro e di introduzione allo spettacolo in cui il pubblico potrà interagire direttamente con gli attori. Per info e prenotazioni:
+39 0578 226273 – 20473
www.fondazioneorizzonti.it

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“Risate sotto le bombe” con le Sorelle Marinetti e Gianni Fantoni

Un nuovo appuntamento della stagione al Teatro Mascagni di Chiusi, che già si preannuncia tutto esaurito: “Risate sotto le bombe”, una commedia con le Sorelle Marinetti e Gianni Fantoni. Lo…

Un nuovo appuntamento della stagione al Teatro Mascagni di Chiusi, che già si preannuncia tutto esaurito: “Risate sotto le bombe”, una commedia con le Sorelle Marinetti e Gianni Fantoni. Lo spettacolo, organizzato dalla Fondazione Orizzonti, andrà in scena sabato 18 gennaio alle ore 21.15

Di seguito la trama dello spettacolo, con musica dal vivo e la partecipazione di Francesca Nerozzi, Paolo Cauteruccio e Gabrio Gentilini:

Un piccolo teatro, in una piccola città di provincia, nel pomeriggio dell’8 settembre 1943. Dall’inizio della guerra le compagnie di arte varia si arrangiano come possono. Poco dopo l’inizio di uno spettacolo suona improvvisamente un allarme aereo. Il pubblico, preso dal panico, scappa dalla sala. La piccola compagnia di attori e cantanti si rifugia nel camerino del coro, esattamente sotto al palcoscenico del teatro. Le Sorelle Marinetti, il capocomico Altiero Fresconi, il refrenista Rollo, la soubrettina Velia Duchamp e alcuni musicisti per impiegare il tempo e scacciare la preoccupazione decidono di provare numeri di un nuovo spettacolo. A complicare la situazione c’è la fame e la complessità dei rapporti interpersonali.

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