La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: civiltà contadina

La Vecchia di mezza Quaresima

A molti sarà capitato di assistere a uno spettacolo del “Sega la Vecchia”, nella sua antica forma contadina o nella sua versione più attuale: si tratta infatti di una tradizione…

A molti sarà capitato di assistere a uno spettacolo del “Sega la Vecchia”, nella sua antica forma contadina o nella sua versione più attuale: si tratta infatti di una tradizione ancora viva nel nostro territorio, collegata alla Vecchia di mezza Quaresima, una figura molto importante nel folclore italiano. Ma quali sono le origini di questa tradizione e quali sono i significati che si nascondono in questa rappresentazione?

Storia e folclore.

La figura della Vecchia è strettamente legata alla festa di Quaresima, ovvero il periodo di quaranta giorni che precede la Pasqua. La Quaresima è una delle principali ricorrenze della religione cristiana, un periodo di digiuno, preghiera e penitenza che prepara alla Pasqua e alla resurrezione. Ma la Quaresima è anche una festività fortemente legata al calendario agrario e al mondo contadino: è infatti il periodo in cui termina l’inverno, la terra si prepara alla primavera e alla rinascita delle messi. È quindi l’ultimo periodo di digiuno e di scarsità iniziato con le festività natalizie (con tutti i riti legati al ceppo e alla fine dell’anno) ed è fortemente intrecciato alle tematiche del Carnevale.

Il “Rogo della Vecia” a Bergamo

In questo contesto si inserisce la Vecchia, che rappresenta l’inverno, il digiuno, l’anno vecchio da scacciare e da “uccidere” simbolicamente per permettere l’arrivo della nuova primavera e far rinascere le messi, nel ciclo delle stagioni che consente la crescita dei nuovi raccolti. La Vecchia poteva essere un fantoccio con sembianze umane oppure un tronco di quercia (ecco un altro legame con il ceppo di Natale e con la Befana) e l’atto della sua sconfitta era celebrato con varie tipologie di cerimonie che comprendevano il segare, il bruciare, l’annegare e altre azioni simili. Un rituale magico, quindi, per scacciare la cattiva stagione e invocare la primavera, che è il fulcro del mondo agricolo (e la Pasqua, che è il l’evento principale della tradizione cristiana).

Diffusione e sopravvivenze.

Per via dello stretto legame con il mondo agricolo e con la Pasqua cristiana, la Vecchia gode di una vasta diffusione in tutta Italia. Dalla Lombardia alla Campania, la Vecchia poteva essere portata in trionfo, segata durante una cerimonia, spaccata oppure bruciata in un falò. L’atto del segare si svolge tendenzialmente a metà della Quaresima, dimezzando simbolicamente il periodo di digiuno e il periodo di attesa per l’arrivo della primavera.

Nel territorio della Valdichiana, la Vecchia è una tradizione documentata almeno per tutto l’XIX secolo: un fantoccio vestito da Vecchia veniva portato in trionfo e in processione per le vie cittadine, accompagnato da folle chiassose, scampanate e baldorie (ecco un altro legame con il Carnevale). Con il tempo è sopravvissuta nella forma di spettacoli itineranti, in sintonia con altre tradizioni simili come il Bruscello e il Calendimaggio; in tali spettacoli, i giovani si spostavano di podere in podere e portavano il fantoccio nelle aie per mettere in scena il “Sega la Vecchia”, ricevendo in regalo uova, vino e altri prodotti agricoli.

Dagli spettacoli itineranti agli spettacoli teatrali il passo è breve: la Vecchia è una tradizione che sopravvive tuttora in forme di teatro contadino, la cui eredità è raccolta e portata in scena da compagnie popolari anche nel nostro territorio.

Per approfondire:

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Guerra e campagna: i libri di Graziano Buchetti

Graziano Buchetti è un autore di libri che vive a Valiano di Montepulciano: autore, ci tiene a precisare, non scrittore di professione. Classe 1953, una vita passata in banca come…

Graziano Buchetti è un autore di libri che vive a Valiano di Montepulciano: autore, ci tiene a precisare, non scrittore di professione. Classe 1953, una vita passata in banca come impiegato e come direttore, ha scoperto nel corso degli anni una passione per la scrittura, con storie legate al passato del nostro territorio e due grandi elementi caratteristici: la vita delle famiglie contadine nelle campagne e la Prima Guerra Mondiale.

Ho incontrato Graziano Buchetti per una lunga chiacchierata nella sua abitazione di Valiano, dove è tornato a vivere dopo la pensione e una vita passata tra Siena e Firenze, perché i suoi libri hanno avuto un buon riscontro di pubblico nei paesi confinanti. Ero quindi curioso di capire come nascessero i suoi romanzi, che sono particolarmente apprezzati per la ricostruzione storica e l’utilizzo di aneddoti realmente accaduti.

graziano buchetti

Graziano Buchetti con la moglie, dopo aver ricevuto un premio letterario

“Disertore per amore” è il titolo dell’ultimo libro di Graziano Buchetti, ispirato alle avventure militari e sentimentali di una persona realmente esistita, basato su racconti di reduci e loro nipoti: l’amore per la storia del territorio agreste della Toscana si sposa con le drammatiche vicende della Grande Guerra. Graziano ha deciso di pubblicarlo con una casa editrice di Viterbo, dopo alcune esperienze di autopubblicazione e con altre case editrice locali.

“Non è facile arrivare a una grande casa editrice – mi spiega – non ti prendono nemmeno in considerazione, se non hai un agente o un aggancio all’interno. Per quest’ultimo romanzo mi sono rivolto ad alcune case editrici che ho trovato su internet, tralasciando tutte quelle che chiedono un contributo economico all’autore, perché non mi ispirano fiducia. La Nuova Stampa Alternativa di Viterbo mi ha dato subito attenzione, dopo alcune correzioni mi hanno chiesto di firmare il contratto. Hanno apprezzato lo stile, un libro fresco e scritto in modo diverso. È proprio vero, non sono uno scrittore né gioco a farlo, mi diverto a scrivere e sono contento che queste storie possano essere apprezzate.”

Il primo romanzo lo pubblicò in autonomia, e fu una scelta tormentata. Iniziò a scrivere con un articolo per un il giornalino della sua scuola agraria, un pezzo dedicato agli ex alunni che venne particolarmente apprezzato. L’articolo parlava della vita di una fattoria negli anni ’60, ispirato alle sue esperienze, e da quel primo nucleo nacque il romanzo “L’albero dai fili d’argento”.

“Il manoscritto venne rifiutato da alcune case editrici, ma le persone che lo leggevano mi spronavano ad andare avanti. Gli aneddoti della vita contadina piacevano a tutti. Allora mi decisi a fare una pubblicazione in autonomia, grazie a una tipografia di Sansepolcro. Ho fatto stampare circa 1300 copie, distribuite tra amici e parenti, colleghi di lavoro e persone nelle vicinanze: tutte esaurite.”

Dopo questa prima esperienza positiva, si è fatto coraggio e ha pubblicato un secondo romanzo riguardante la vita agreste intitolato “Il profumo dell’erba“: l’opera ha trovato subito una pubblicazione ufficiale attraverso una casa editrice di Perugia, Alieno Editrice. A questo ha fatto seguito “La notte bianca”, una storia dedicata ai viaggi in autostrada e agli inconvenienti dei viaggiatori, con una particolare attenzione alla notte del 17 dicembre 2010, quando la grande nevicata bloccò l’A1 e costrinse tanti automobilisti a passare una notte in bianco. Proprio quest’ultimo romanzo, cominciato con un’autopubblicazione, è stato poi pubblicato in una seconda edizione da una casa editrice di Salerno. Sono stati i riscontri positivi da parte dei lettori e delle case editrici a spingere Graziano Buchetti a continuare la scrittura.

“Ho provato anche a partecipare a dei concorsi di narrativa e di poesia. Dal primo libro ho tolto alcuni capitoli, ho corretto degli errori, ho elaborato in maniera diversa vicende e personaggi. Con queste storie ho partecipato al concorso di Città della Pieve “I nonni raccontano”, nel 2014, dove i giudici erano i bambini. Ho vinto il primo premio con una storia che parlava della vita di campagna, “Pane e companatico”, da cui è stata tratta una nuova pubblicazione che è uscita lo scorso Gennaio.”

buchetti campagna

Accanto alla passione per la vita contadina, nelle opere di Graziano Buchetti c’è un forte interesse storico per la Prima Guerra Mondiale. Ne “Il Grido delle Rondini” ha raccontato le vicende dei ragazzi strappati alla vita di campagna per andare a combattere un conflitto di portata mondiale. A questo libro ha fatto seguito “Disertore per amore”, appena uscito, e un nuovo manoscritto a cui sta lavorando, sempre sul tema della Grande Guerra.

“I miei libri prendono tutti spunto da fatti veri. – commenta l’autore – Un po’ di fantasia serve sempre, ma si deve fondere nel romanzo. Dentro a quest’ultimo libro ci sono storie di diversi personaggi realmente esistiti che ho assemblato assieme. Ci sono delle vicende accadute a mio nonno Decio, che era negli Stati Uniti ai tempi della guerra, e del babbo di Narciso Parisi, famoso cantante e attore fiorentino. Ai tempi della Prima Guerra Mondiale erano in molti a disertare, perché venivano utilizzati come carne da cannone per andare contro le trincee e le mitragliatrici nemiche. Ci sono tanti aneddoti e storie da raccontare, ottimi spunti per romanzi che possono interessare anche i nipoti alla ricerca delle storie dei loro nonni.”

Graziano è appassionato di tradizioni popolari e di storia, ma come scrittore è un autodidatta: a scuola preferiva studiare il diritto e l’economia, ha lavorato per tutta la vita come bancario. Da piccolo viveva in una fattoria tra Valiano e Cortona, e ricorda gli episodi della sua infanzia come testimonianza di una civiltà contadina ormai scomparsa.

“Il mio lavoro mi ha aiutato a scrivere: dovevo fare le relazioni per i fidi e non potevo scriverle male, altrimenti c’era il rischio che non venissero approvati o si poteva mettere in difficoltà la banca. Quindi ho dovuto imparare la chiarezza di esposizione, e mi è stata molto utile. E poi, quand’ero piccolo, c’è stata la moglie del fattore che mi ha insegnato molto. Mi mandava sempre a prendere il giornale, faceva la maestra. Una mattina mi mandò in soffitta, era il 1962, e trovai tantissimi libri, testi scolastici e romanzi d’avventura. In un’estate ne lessi una quarantina, uno dopo l’altro: quando inizio a leggere, non mi fermo più.”

I romanzi d’avventura sono stati una fonte d’ispirazione per Graziano Buchetti, al pari dei classici italiani come Verga o della letteratura russa. Apprezza in particolar modo la chiarezza d’esposizione e la scorrevolezza. Legge con avidità le pagine culturali dei giornali, le interviste ai filosofi e ai grandi scrittori, alla ricerca di spunti che possano arricchire i suoi romanzi. Senza farsi influenzare troppo, però, perché non vuole perdere la sua originalità.

“I libri li devono leggere tutti, quelli che hanno fatto studi classici e quelli che hanno fatto le elementari. Devono essere accessibili a tutti, una pagina deve tirare l’altra. Io non gioco a fare lo scrittore, scrivo così, e spero che vi piaccia.”

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Al Palio del Cacio di Celle sul Rigo rivive la tradizione contadina

Si è svolto ieri 17 agosto a Celle sul Rigo, frazione del Comune di San Casciano dei Bagni, lo storico Palio del Cacio. Il Palio del Cacio rievoca un antico…

Si è svolto ieri 17 agosto a Celle sul Rigo, frazione del Comune di San Casciano dei Bagni, lo storico Palio del Cacio.

Il Palio del Cacio rievoca un antico gioco della tradizione contadina, era infatti tradizione, e lo è ancora oggi, che gli uomini del paese e delle campagne ogni martedì di carnevale si ritrovassero per “giocarsi il cacio”. Il gioco consisteva e consiste ancora oggi nell’utilizzare la forma di formaggio come se fosse una ruzzola e tirarla lungo un percorso realizzato nelle vie del centro storico. Il premio era proprio il formaggio, che in epoche più remote rappresentava la felicità di tutta la famiglia del vincitore.

corteoPer rievocare l’origine contadina del gioco, la manifestazione viene aperta da un corteo in costume che ogni anno rievoca un momento particolare della vita di campagna. Negli anni sono state rappresentate, la vendemmia, la trebbiatura e quest’anno è stata rievocata “la veglia”, il momento di ritrovo serale dopo la giornata di lavoro.

Oggi ci sono quattro contrade che si sfidano sul percorso tradizionale: Case Nuove, Pianetto, Borgo Nuovo e Cantone. Ogni contrada gioca per la categoria giovani e per la categoria senior e il tutto si svolge in varie manche ad eliminazione.

L’edizione 2014 del Palio del Cacio di Celle sul Rigo è stata vinta, per la categoria giovani, dalla contrada del Borgo Nuovo con Rossi Francesco e Simone Luongo, e per la categoria senior dalla contrada delle Case Nuove con Gori Tommaso e Seriacopi Riccardo. Come in ogni palio che si rispetti non sono mancate le contestazioni che hanno portato anche a dover rigiocare alcune partite.

Alla manifestazione era presente un notevole pubblico, che ha potuto osservare tratti del corteo storico dall’alto dell’antica Torre Medievale, recentemente ristrutturata e aperta al pubblico.

Foto copertina: i vincitori categoria senior dalla contrada delle Case Nuove 

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Il Torrione della Fattoria Granducale di Abbadia

Nel nostro viaggio alla scoperta dei luoghi più importanti e caratteristici della Valdichiana senese, non potevo evitare di soffermarmi su un luogo che rappresenta la mezzadria e la bonifica del…

Nel nostro viaggio alla scoperta dei luoghi più importanti e caratteristici della Valdichiana senese, non potevo evitare di soffermarmi su un luogo che rappresenta la mezzadria e la bonifica del nostro territorio, e che è anche un monumento simbolico al passato di tante famiglie locali. Un luogo del cuore, insomma.

torrione 3Il Torrione della Fattoria Granducale di Abbadia è ancora oggi presente al termine della Fila, la lunga strada nei pressi di Valiano che attraversa i poderi dell’antica fattoria, attorno a cui hanno vissuto generazioni di mezzadri, i pilastri della civiltà contadina da cui si è originata l’attuale Valdichiana. Si tratta di un edificio di origine settecentesca, che veniva utilizzato come punto di osservazione sulle colmate della Bonifica della Valdichiana. Originariamente faceva parte della fattoria di Bettolle, ma in epoca ottocentesca venne utilizzato come base per la costruzione delle fattorie granducali di Abbadia e Acquaviva, man mano che la bonifica procedeva e più campagne si liberavano.

Nel corso della sua lunga storia il Torrione è stato utilizzato come granaio, come magazzino, come sede di scuole primarie per tanti figli di contadini, come punto di avvistamento privilegiato sulla bonifica e sulla mezzadria. Nel secondo dopoguerra, divenne anche l’abitazione della guardia campestre e la sede della stalla con i tori della fattoria. Il Torrione ha seguito le vicende della Fattoria Granducale di Abbadia, una tenuta agricola di circa 700 ettari che dalla fine del XIX secolo è passata sotto le proprietà dei conti Bastogi e negli anni ’20 alla famiglia dei fattori Ciuffi. Proprio la famiglia Ciuffi tuttora rimane alla guida dell’azienda agricola proprietaria del Torrione, dopo le varie vicissitudini dovute alla fine del sistema mezzadrile e ai cambiamenti sociali ed economici del secondo dopoguerra.

Il Torrione era anche un luogo simbolico per tutti i mezzadri della fattoria, sempre presente nei loro racconti: oltre a ospitare le scuole primarie, i magazzini o le abitazioni della guardia campestre, era anche un punto di riferimento visivo all’interno della grande tenuta, era un punto di raccolta e di aggregazione della comunità, a testimonianza di un passato che ha dato vita alla Valdichiana così come oggi la conosciamo.

Nonostante questo grande valore storico e culturale, oggi il Torrione è una struttura inagibile e che rischia di andare in rovina. Necessita di interventi di ristrutturazione e di valorizzazione, possibilmente collegati a progetti per il recupero che potrebbero prevedere un collegamento al Sentiero della Bonifica e il ricordo della memoria contadina attraverso un museo dedicato alla mezzadria.

Torrione 2Un’opportunità concreta per recuperare il Torrione è offerta dal censimento del Fondo Ambientale Italiano, “I luoghi del Cuore”, che prevede dei sostegni concreti a progetti di salvaguardia e valorizzazione. Attraverso il censimento del FAI, che prevede la sensibilizzazione e il coinvolgimento dei cittadini attraverso un semplice voto online o una firma, sarà possibile proteggere un luogo simbolico per tutta la Valdichiana. il Torrione fa parte della speciale classifica “Expo 2015 – Nutrire il Pianeta”, dedicata a tutti luoghi legati alla produzione alimentare, con una storia e una peculiarità da tutelare, per non smarrirne la memoria e il significato. I luoghi con il maggior numero di segnalazioni all’interno di questa speciale classifica potranno beneficiare di un intervento diretto da parte del FAI per progetti di recupero e valorizzazione.

Se volete contribuire gratuitamente a proteggere il Torrione, potete sostenere il progetto attraverso un semplice voto online a questo link: Luoghi del Cuore FAI

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Storie dalla mezzadria: la divisione della famiglia

All’epoca della mezzadria, che ha caratterizzato la storia agricola della Valdichiana, era la famiglia contadina ad adattarsi al podere, in modo da coltivarlo in maniera adeguata e garantirsi la sopravvivenza;…

All’epoca della mezzadria, che ha caratterizzato la storia agricola della Valdichiana, era la famiglia contadina ad adattarsi al podere, in modo da coltivarlo in maniera adeguata e garantirsi la sopravvivenza; la famiglia era la variabile dipendente, mentre le dimensioni del podere erano un vincolo indiscutibile. Se la famiglia non aveva sufficienti membri attivi, non riusciva a svolgere tutte le attività agricole necessarie; se invece cresceva di numero, doveva effettuare una divisione o convincere il fattore a spostarla in un podere più grande.

La famiglia contadina, quindi, era costretta a una continua pianificazione delle proprie strategie produttive e riproduttive, in modo da aver sempre un sufficiente numero di membri attivi e potersi guadagnarsi l’accesso a un podere sempre migliore. Le strategie di crescita demografica e di comportamento sociale erano la loro principale autonomia: forme tipiche potevano essere il celibato, o l’intervallo tra i matrimoni nei fratelli.

La strategia di pianificazione familiare più utilizzata era quella della divisione. Generalmente, quando la famiglia mezzadrile era capace di esprimere una forza-lavoro superiore a quella necessaria per il podere, e quando la fattoria non poteva concedere dei poderi più grandi e redditizi, avveniva una divisione. Nella storia di ogni famiglia mezzadrile, a intervalli più o meno regolari, emergevano le separazioni tra le varie linee di discendenza.

I singoli nuclei della famiglia allargata potevano essere tutti oggetto di nuove divisioni. Nel podere doveva sempre rimanere il numero necessario di membri per garantire la conduzione dei terreni e la corretta riproduzione dell’unità lavorativa. I nuclei che si dividevano dalla famiglia d’origine potevano trovare posto in un altro podere della stessa fattoria, o trasferirsi in un’altra azienda agricola. La propagazione di questi nuclei generava nuove stirpi familiari, che non mantenevano più alcun legame economico con la famiglia d’origine.

Nel momento della partenza di uno o più nuclei, la famiglia operava una divisione del patrimonio. Venivano calcolati i valori di tutti gli averi, dagli oggetti al denaro, e venivano stabilite delle parti per dividerli accuratamente. Le parti stabilivano le quote che spettavano a ciascun membro della famiglia, a cui veniva attribuito un punteggio; tale punteggio teneva conto del lavoro fornito alla famiglia e al podere, secondo una precisa scala economica. I punti variavano secondo l’età e il sesso; solitamente era il maschio in età adulta a ottenere un punteggio “pieno”, mentre donne, anziani e bambini avevano un punteggio via via minore. Ogni nucleo aveva diritto a una parte del patrimonio, in maniera proporzionale al punteggio ottenuto dai membri che lo componevano.

La divisione era definitiva e irreversibile; i nuclei che si dividevano non tornavano nella famiglia d’origine, ma formavano una nuova stirpe familiare. La sezione che si separava diventava una nuova famiglia mezzadrile a tutti gli effetti, e ricostituiva in un altro podere tutti i ruoli della famiglia d’origine, dal capoccia alla massaia. Nessun legame economico veniva mantenuto tra le due sezioni; ogni forma di patrimonio veniva divisa in base ai punteggi, in modo che ogni capoccia potesse disporre interamente degli averi di ogni rispettiva famiglia.

Nella famiglia mezzadrile, infatti, non esisteva autonomia individuale dal punto di vista economico: ogni singolo reddito entrava a far parte del patrimonio collettivo, così come ogni salario eventualmente riscosso da chi lavorava fuori della fattoria. I membri della famiglia non risparmiavano per sé o per il proprio nucleo, ma concorrevano al patrimonio collettivo e ricevevano la loro parte dal capoccia a ogni divisione.

(Tratto da “Dopo la Mezzadria. Scelte lavorative e familiari nella Valdichiana senese”, Alessio Banini, 2013, Edizioni Effigi)

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Il ruolo della donna nella famiglia mezzadrile

Nella civiltà contadina della Valdichiana, il ruolo della donna risentiva delle caratteristiche del contratto di mezzadria. La discendenza familiare si strutturava infatti attorno ai figli maschi, che garantivano la produttività…

Nella civiltà contadina della Valdichiana, il ruolo della donna risentiva delle caratteristiche del contratto di mezzadria. La discendenza familiare si strutturava infatti attorno ai figli maschi, che garantivano la produttività del podere, mentre le figlie femmine erano destinate a uscire dalla casa d’origine.

Il ruolo della donna nella famiglia mezzadrile, quindi, era decisamente dipendente da quello degli uomini. La donna, chiamata spesso sposa, assumeva il suo stato sociale con il matrimonio. Nel momento in cui si sposava, lasciava la famiglia d’origine per entrare a far parte della nuova famiglia; da quel momento in poi ristabiliva i rapporti di parentela nel nuovo gruppo, cominciando a chiamare gli affini come il marito e rafforzando i legami con i parenti acquisiti (chiamava “babbo” e “mamma” i suoceri, ad esempio).

La vita sociale della donna era divisa in due fasi. La prima, nella famiglia d’origine, in cui era una sorella destinata a uscire di casa con il matrimonio; la seconda, nella nuova parentela acquisita, come moglie entrata in sostituzione di una sorella. La famiglia mezzadrile scambiava le sorelle con le mogli; laddove la sorella era transitoria, il fratello costituiva la base del gruppo e ne garantiva la discendenza, sostituendosi ai padri e ai nonni con il passare delle generazioni.

Nella vita della donna, ai tempi della mezzadria, appariva fortemente la cesura operata dal matrimonio, che segnava il passaggio dalla famiglia del padre a quella del marito e che poteva considerarsi come una transizione rituale dall’età dell’adolescenza all’età adulta.

Il maschio a capo della famiglia, il capoccia, era l’autorità del podere, responsabile dei rapporti con la fattoria e con il mondo esterno; aveva un importante potere decisionale su ogni aspetto della vita familiare, sui comportamenti dei singoli e sulle scelte domestiche. La gerarchia familiare era quindi rigidamente sottomessa al capoccia, ma non era l’unica figura autoritaria. Un altro ruolo importante era quello della massaia, che dirigeva le attività femminili e gli impegni domestici. Era la responsabile dei pasti e dell’educazione delle nuove spose, si prendeva cura dei bambini e degli anziani, si occupava del pollaio e dell’orto. In genere la massaia era la moglie del capoccia, ma non necessariamente; solitamente era la sposa più vecchia, che deteneva le tradizioni domestiche della famiglia mezzadrile.

Così come il capoccia, la massaia esercitava un notevole potere all’interno della famiglia mezzadrile e costituiva il ruolo femminile di maggiore importanza. Sia il capoccia che la massaia rimanevano in carica finché riuscivano a svolgere con efficienza il loro compito; anche se poteva essere una carica ereditaria e irreversibile, generalmente era la famiglia nel suo insieme a decidere i rispettivi ruoli.

(Tratto da “Dopo la Mezzadria. Scelte lavorative e familiari nella Valdichiana senese”, Alessio Banini, 2013, Edizioni Effigi)

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La famiglia contadina e il contratto di mezzadria

La mezzadria era un contratto agrario di origine antica, che è stato il fondamento della civiltà contadina in Valdichiana. Il contratto veniva stipulato tra un mezzadro, che rappresentava anche la…

La mezzadria era un contratto agrario di origine antica, che è stato il fondamento della civiltà contadina in Valdichiana. Il contratto veniva stipulato tra un mezzadro, che rappresentava anche la sua famiglia, e il proprietario, che concedeva l’utilizzo dei terreni in cambio della divisione dei prodotti e degli utili. La fattoria del proprietario veniva divisa in più poderi, che ospitavano altrettante famiglie di mezzadri. Nel podere, sufficientemente grande da garantire il sostentamento dei contadini che vi abitavano, era presente anche una casa colonica; tutti i membri della famiglia abitavano nella stessa casa e partecipavano alla conduzione dei terreni.

La mezzadria non era solamente un contratto agrario, ma anche un rapporto sociale: era infatti un’istituzione che legava tutta la famiglia al proprietario terriero. La famiglia poteva raggiungere un numero elevato di membri, anche venti o trenta. I membri della famiglia erano uniti da una linea di discendenza maschile: erano infatti i figli maschi a costituire il fulcro dei rapporti di parentela. Le figlie femmine uscivano di casa al momento del matrimonio, in seguito al quale la coppia di sposi andava a vivere all’interno del podere del padre del marito.

La famiglia mezzadrile non era solamente un gruppo di parenti, ma una vera e propria famiglia composta da più nuclei: i fratelli convivevano con le rispettive mogli e i figli, nella stessa casa colonica. Tutti i membri della famiglia dovevano partecipare alla conduzione del podere: dall’aratura alla semina, dalla potatura delle piante alla cura del bestiame. La famiglia contadina si occupava di tutto, come una piccola azienda agricola a conduzione familiare. Generalmente, tutti sapevano fare tutto, ma ognuno aveva i suoi compiti specifici: il bifolco si occupava degli animali nella stalla, la massaia si occupava dei pasti, i bambini aiutavano i grandi con piccoli lavoretti, e così via.

Il capoccia era il responsabile della produttività familiare, che manteneva i rapporti con il fattore e con il proprietario terriero. La famiglia aveva bisogno di un numero di membri attivi che permettesse di condurre il podere senza perdite, e che garantisse una discendenza capace di sostenere il ciclo produttivo. Il numero dei maschi all’interno della famiglia era sia indice di un’elevata produttività presente che di un adeguato rinnovamento futuro.

L’eccessiva ampiezza o ristrettezza di una famiglia contadina era un possibile motivo di disdetta dal contratto di mezzadria. In tal caso, i mezzadri dovevano lasciare la terra e l’abitazione, trasferendosi in una nuova fattoria assieme ai pochi averi. Non avendo alcuna proprietà della terra che coltivavano, nel momento di passaggio da una fattoria all’altra si rivelava la loro precaria condizione, sempre tesa tra dipendenza e piccola proprietà.

(Tratto da “Dopo la Mezzadria. Scelte lavorative e familiari nella Valdichiana senese”, Alessio Banini, 2013, Edizioni Effigi)

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