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A 80 anni dal suffragio femminile: memorie e conquiste delle donne in Valdichiana Senese – pt.3

A 80 anni dal suffragio femminile: memorie e conquiste delle donne in Valdichiana Senese – pt.3

PRIMA PARTE – A 80 anni dal suffragio femminile: memorie e conquiste delle donne in Valdichiana Senese – Introduzione e testimonianza di PASQUALINA SESTINI: unghie rosse e grande tempra

SECONDA PARTE – A 80 anni dal suffragio femminile: memorie e conquiste delle donne in Valdichiana Senese: con le testimonianze di CESARINA PAOLUCCI: duro lavoro e dignità accompagnati dal Quel mazzolin di fiori, FERNANDA CHERUBINI: la famiglia e il voto e TOSCA FALINI: il diritto di voto con un figlio in braccio


“La falce e il martello o la chiesina”: la memoria di Olga Camilloni della prima volta al voto

Non soltanto il diritto di voto conquistato dalle donne, ma anche il modo in cui impararono a esercitarlo, attraverso la famiglia, le appartenenze politiche e i simboli dei partiti. Il voto alle donne del 1946 non fu soltanto un momento di emancipazione femminile ma fu un’esperienza nuova per tutti, soprattutto per molte donne che lo dovettero affrontare in un contesto in cui l’informazione circolava soprattutto attraverso la famiglia, la comunità e le organizzazioni politiche e religiose.

Nei racconti di Cesarina, Pasqualina, Fernanda e del figlio di Tosca emerge un elemento ricorrente e comune: prima di arrivare alle urne, come si doveva votare si imparava soprattutto in famiglia. A orientare le scelte erano il capofamiglia, le tradizioni politiche e le convinzioni tramandate di generazione in generazione. Un ruolo che il figlio di Fernanda ha definito il «capo cordone», colui che indirizzava le scelte elettorali dei familiari, donne comprese.

Nel 1946, per molte italiane, partecipare alla vita democratica rappresentava un’esperienza del tutto nuova. Le difficoltà di far conciliare vita politica, famiglia, lavoro nei campi, alfabetizzazione e il limitato accesso alle informazioni rendevano particolarmente importante la trasmissione orale delle conoscenze: chi sapeva leggere, chi conosceva meglio la politica o aveva già maturato una propria appartenenza diventava spesso il riferimento per gli altri componenti della famiglia.

Fu anche in questo contesto che i partiti politici si trovarono a elaborare nuove strategie di comunicazione elettorale, rivolgendosi a un elettorato profondamente cambiato dall’estensione del suffragio alle donne. La Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano, più di altre forze politiche, cercarono di raggiungere i cittadini attraverso manifesti, volantini, simboli e messaggi capaci di parlare alla vita quotidiana, ai bisogni e alle aspirazioni della popolazione.

La falce e il martello da una parte, lo scudo crociato dall’altra: i simboli dei partiti più riconosciuti diventarono strumenti immediati di identificazione, capaci di richiamare appartenenze, valori e tradizioni politiche. Per il Partito Comunista Italiano, la falce e il martello rimandavano alla tradizione socialista e al mondo del lavoro, mentre la Democrazia Cristiana adottò invece lo scudo crociato con la scritta Libertas, simbolo legato alla tradizione del cattolicesimo politico e al Partito Popolare di don Luigi Sturzo. Due identità differenti, che si traducevano in messaggi e immagini destinati a entrare anche nelle case, nelle conversazioni familiari di cui ne facevano finalmente parte anche le donne ma con molte limitazioni.

È proprio dai ricordi, ma soprattutto dalla voce squillante della figlia, che questa parte di storia torna a prendere vita grazia a Olga Camilloni, 101 anni, nata a Cortona nel 1925 e oggi residente a Sinalunga. Olga ripercorre con l’aiuto della figlia Lidia Nocciolini le consuetudini familiari e politiche di quegli anni. Prima di trasferirsi a Sinalunga, Olga viveva nel territorio di Torrita di Siena, in una famiglia contadina legata al lavoro dei campi:

“La sua era una famiglia di mezzadri. La mi mamma Olga è sempre stata contadina: andò a servizio dai Nocciolini e lì conobbe il mio babbo, che poi diventò il su marito. Olga era la quarta di due sorelle e un fratello e aiutava il marito nei campi, nella zona dell’Emoriccia, a Sinalunga. Il mì babbo aveva ereditato la terra dalla famiglia, perché era l’unico nipote di tre zii zitelli. Lavorava i campi e allevava i maiali, insomma, faceva tutte le cose che dovevano fa i contadini”.

La vita familiare era scandita dal lavoro agricolo e da consuetudini della realtà rurale del territorio. Ma insieme al lavoro, in quella casa si tramandava anche un’appartenenza politica ben precisa: “Il mi’ babbo, il marito di Olga, insieme a tutta la mi famiglia ha sempre votato comunista. Quando si andava a votare, sia mia mamma che io, si doveva votare comunista: guai se si votava il contrario. Anche gli anziani, quando si andava a votare, ci dicevano di votare la falce e il martello e non la chiesina”.

La ‘chiesina’ era il modo diretto e popolare, con cui veniva indicata la Democrazia Cristiana. All’epoca bastavano due immagini per identificare due mondi politici contrapposti, non servivano necessariamente lunghi discorsi o programmi elettorali, i simboli erano riconoscibili in maniera semplice e veloce e diventavano parte del linguaggio quotidiano.

La figlia di Olga ricorda anche come le indicazioni di voto potessero arrivare da persone diverse all’interno della stessa rete familiare, dando vita a una sorta di confronto domestico tra appartenenze politiche: “Era il capofamiglia che decideva come si doveva votare. All’epoca il mi’ babbo diceva alla mia nonna acquisita — la seconda moglie di suo nonno — di votare comunista, mentre quell’altri della Democrazia Cristiana le dicevano: “Devi votare la chiesina, devi votare la chiesina”. E invece sì…bona…in casa mia esisteva solo la falce e il martello”.

Il ricordo restituisce un’immagine concreta di come si formassero le scelte elettorali: la famiglia infatti diventava il primo luogo di apprendimento politico, ma anche uno spazio in cui si confrontavano, e scontravano, convinzioni differenti.

Le campagne elettorali del 1946 fecero ampio ricorso proprio ai temi della casa, della maternità, del lavoro e del futuro dei figli, individuando nella dimensione domestica uno dei principali punti di contatto con il nuovo elettorato femminile. La Democrazia Cristiana utilizzò immagini che associavano il voto alla protezione della famiglia e ai valori cristiani. Tra i manifesti più significativi compariva quello con una madre anziana e sola, contrapposta al figlio caduto in guerra, accompagnato dallo slogan: “Non avremmo avuto la guerra se tua madre avesse potuto votare”.

Anche le forze della sinistra fecero leva sul dolore delle madri e sulle conseguenze del fascismo e della guerra, affiancando a questi temi la rivendicazione dei diritti delle donne, della parità salariale e della tutela del lavoro. Il Partito Comunista Italiano si presentò inoltre come sostenitore dell’infanzia e della ricostruzione, promuovendo il ruolo degli asili e delle scuole nel futuro del Paese.  Le campagne elettorali cercavano così di parlare alle donne attraverso esperienze che conoscevano direttamente la famiglia, il lavoro, la perdita dei propri cari, la necessità di ricostruire e il desiderio di garantire un futuro migliore ai figli.

Ottant’anni dopo, i ricordi di Olga e la voce della figlia restituiscono la dimensione più quotidiana di quell’epoca. La vita politica, le prime campagna elettorali e la democrazia passavano dalle conversazioni in casa, dai consigli degli anziani, dai simboli riconosciuti sui manifesti appesi ai monumenti delle grandi citta e ai paesi più piccoli sperduti nelle campagne, dalle indicazioni di chi, nella famiglia, era considerato più esperto di politica.

Il diritto di voto aveva aperto alle donne le porte della partecipazione democratica, ma anche quello di imparare a esercitarlo e per molte di loro significava entrare in un mondo nuovo attraverso gli strumenti che avevano a disposizione. E se per Olga, in casa, la scelta era chiara — “la falce e il martello” — il suo racconto ci ricorda quanto la storia si sia intrecciata, fin dall’inizio, con le piccole storie delle nostre comunità e delle famiglie italiane, ricordi di un Paese che nel 1946 cominciava a imparare una nuovo forma di partecipazione.


Bibliografica

Gabrielli Patrizia, Il 1946, le donne, la Repubblica, Donzelli Editore, Roma, 2009.

Riccardo Pierotti, 1946, il laboratorio elettorale. Manifesti e volantini dei partiti di massa italiani all’alba della Repubblica, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 52, no. 13, dicembre 2021, doi:10.48276/issn.2280-8833.9633

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