La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Libri e Fumetti

Frontiera Due: se una Leopoldina potesse parlare

La leopoldina è la tipica casa contadina: lungo tutta la Valdichiana è possibile osservare queste particolari abitazioni che raccontano la storia del nostro territorio. A volte si trovano in stato di…

La leopoldina è la tipica casa contadina: lungo tutta la Valdichiana è possibile osservare queste particolari abitazioni che raccontano la storia del nostro territorio. A volte si trovano in stato di abbandono, altre volte sono state ristrutturate o riconvertite in abitazioni, magazzini o agriturismi. Le leopoldine racchiudono tra le loro mura le vicende delle campagne della Valdichiana degli ultimi tre secoli, le complicate fasi di passaggio che dalla civiltà contadina hanno portato alle rivoluzioni del Novecento, alla fine della mezzadria, fino all’attuale modello sociale, urbano ed economico.

Proprio queste storie sono alla base del romanzo di Piero Giulio Baricci, “Frontiera Due”, pubblicato pochi mesi fa dalla casa editrice Don Chisciotte. Se una leopoldina potesse parlare, quante storie avrebbe da raccontare? Questa è la domanda a cui ha cercato di dare una risposta l’autore, intrecciando le vicende delle campagne della Valdichiana in un romanzo che ripercorre gli ultimi due secoli di storia.

La leopoldina è infatti la tipica casa settecentesca fatta costruire durante la bonifica della Valdichiana dai Granduchi di Toscana: prendono il nome da Pietro Leopoldo di Lorena, che impiegò grandi sforzi nelle opere di bonifica dei terreni e nella creazione di nuove fattorie. Le leopoldine furono le prime vere case rurali delle campagne, disseminate nei poderi e raggruppate nelle fattorie padronali, in cui venivano poi spostati i mezzadri per la conduzione dei terreni. Queste particolari abitazioni erano costituite da una struttura molto ampia, per ospitare più nuclei familiari, anche trenta persone contemporaneamente: al primo piano si trovavano le abitazioni, mentre al piano terra le stalle e i magazzini. Caratteristico il lucernario in cima al tetto, chiamato “piccionaia”, e il cortile adiacente denominato “aia”; con il passare del tempo le abitazioni si sono dotate di servizi sempre maggiori, senza però mutare la loro funzione fino al termine del sistema mezzadrile.

Questo particolare tipo di abitazione, che si lega in maniera così forte al modello sociale di vita contadina, non poteva che diventare uno spunto per una vicenda avvincente, anzi per più vicende che si intrecciano tra di loro. Baricci ha infatti immaginato una leopoldina abbandonata, “Frontiera Due”, e le ha fatto raccontare le sue storie, percorrendo generazioni su generazioni.Baricci frontiera due

Piero Giulio Baricci è un biologo in pensione, da sempre appassionato lettore, che soltanto in età matura ha realizzato il suo primo romanzo. L’attività letteraria si lega a doppio filo con un’altra passione, quella della musica: Baricci ha infatti suonato per anni la chitarra e il basso, scrivendo molti testi di canzoni.

Con il suo gruppo musicale ha suonato per anni, provando in una leopoldina che ha poi ispirato il podere chiamato “Frontiera Due”; in alcune occasioni ha ospitato anche i giovanissimi Baustelle, una delle band più famose uscite da Montepulciano, ai tempi in cui non avevano ancora gli strumenti con cui provare. Baricci ha visto crescere i Baustelle, prestando loro gli strumenti e la leopoldina, e di quelle esperienze il compaesano Francesco Bianconi ha sempre tenuto gran conto, tanto da scrivere un commento pubblicato a margine di “Frontiera Due”. D’altronde anche Bianconi, come Baricci, ha aggiunto alla passione per la musica quella della letteratura, pubblicando due romanzi con la Mondadori.

Il romanzo di Baricci racconta la vicenda di una tipica casa colonica della Valdichiana, attraverso l’espediente del ritrovamento di un manoscritto in cui si intrecciano le tante storie e i tanti personaggi che sono ruotati attorno al podere “Frontiera Due”. Un nome inventato per una leopoldina come tante, uno dei tanti poderi in rovina che si possono incontrare lungo le strade e le campagne della Valdichiana. Un podere abbandonato che incontra un personaggio abbandonato, lasciato solo da tutti, e queste due solitudini si parlano a vicenda e aprono la via ai racconti del passato.

Ogni capitolo viene introdotto da una citazione di un brano musicale, per sottolineare con più forza il legame tra musica e letteratura. Nel corso dei capitoli del romanzo, di circa quattrocento pagine, emergono personaggi inventati e personaggi reali, riproposti attraverso l’estro dell’autore in situazioni verosimili. Ad esempio l’ingegnere aretino Fossombroni, artefice delle colmate della bonifica, oppure il Granduca Leopoldo di Toscana, fino a Giuseppe Garibaldi e ai soldati della Grande Guerra.

La storia si intreccia alla biologia, alla musica, all’arte: la personalità poliedrica di Baricci si è cimentata anche nell’illustrazione della copertina, perché l’autore si diletta anche a dipingere. La copertina rappresenta una falena nata dai bachi da seta, un allevamento che è stato molto importante per l’economia della Valdichiana: erano infatti molti i contadini che utilizzavano i piani superiori delle leopoldine e addirittura le camere da letto per l’allevamento del baco da seta, e la stessa Fortezza di Montepulciano ha ospitato un importante stabilimento bacologico nel XIX secolo.

Questo romanzo ha il pregio di ricordarci l’importanza storica della leopoldina, non soltanto come particolarità architettonica, ma per la sua valenza sociale, culturale ed economica. Piero Giulio Baricci ha il merito di aver intessuto, come in un bozzolo di seta, la musica, la biologia, l’arte e la letteratura. Perchè la letteratura, come ha scritto Francesco Bianconi in “Frontiera Due”, è forse l’unica e commovente forma di biologia possibile.

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Guerra e campagna: i libri di Graziano Buchetti

Graziano Buchetti è un autore di libri che vive a Valiano di Montepulciano: autore, ci tiene a precisare, non scrittore di professione. Classe 1953, una vita passata in banca come…

Graziano Buchetti è un autore di libri che vive a Valiano di Montepulciano: autore, ci tiene a precisare, non scrittore di professione. Classe 1953, una vita passata in banca come impiegato e come direttore, ha scoperto nel corso degli anni una passione per la scrittura, con storie legate al passato del nostro territorio e due grandi elementi caratteristici: la vita delle famiglie contadine nelle campagne e la Prima Guerra Mondiale.

Ho incontrato Graziano Buchetti per una lunga chiacchierata nella sua abitazione di Valiano, dove è tornato a vivere dopo la pensione e una vita passata tra Siena e Firenze, perché i suoi libri hanno avuto un buon riscontro di pubblico nei paesi confinanti. Ero quindi curioso di capire come nascessero i suoi romanzi, che sono particolarmente apprezzati per la ricostruzione storica e l’utilizzo di aneddoti realmente accaduti.

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Graziano Buchetti con la moglie, dopo aver ricevuto un premio letterario

“Disertore per amore” è il titolo dell’ultimo libro di Graziano Buchetti, ispirato alle avventure militari e sentimentali di una persona realmente esistita, basato su racconti di reduci e loro nipoti: l’amore per la storia del territorio agreste della Toscana si sposa con le drammatiche vicende della Grande Guerra. Graziano ha deciso di pubblicarlo con una casa editrice di Viterbo, dopo alcune esperienze di autopubblicazione e con altre case editrice locali.

“Non è facile arrivare a una grande casa editrice – mi spiega – non ti prendono nemmeno in considerazione, se non hai un agente o un aggancio all’interno. Per quest’ultimo romanzo mi sono rivolto ad alcune case editrici che ho trovato su internet, tralasciando tutte quelle che chiedono un contributo economico all’autore, perché non mi ispirano fiducia. La Nuova Stampa Alternativa di Viterbo mi ha dato subito attenzione, dopo alcune correzioni mi hanno chiesto di firmare il contratto. Hanno apprezzato lo stile, un libro fresco e scritto in modo diverso. È proprio vero, non sono uno scrittore né gioco a farlo, mi diverto a scrivere e sono contento che queste storie possano essere apprezzate.”

Il primo romanzo lo pubblicò in autonomia, e fu una scelta tormentata. Iniziò a scrivere con un articolo per un il giornalino della sua scuola agraria, un pezzo dedicato agli ex alunni che venne particolarmente apprezzato. L’articolo parlava della vita di una fattoria negli anni ’60, ispirato alle sue esperienze, e da quel primo nucleo nacque il romanzo “L’albero dai fili d’argento”.

“Il manoscritto venne rifiutato da alcune case editrici, ma le persone che lo leggevano mi spronavano ad andare avanti. Gli aneddoti della vita contadina piacevano a tutti. Allora mi decisi a fare una pubblicazione in autonomia, grazie a una tipografia di Sansepolcro. Ho fatto stampare circa 1300 copie, distribuite tra amici e parenti, colleghi di lavoro e persone nelle vicinanze: tutte esaurite.”

Dopo questa prima esperienza positiva, si è fatto coraggio e ha pubblicato un secondo romanzo riguardante la vita agreste intitolato “Il profumo dell’erba“: l’opera ha trovato subito una pubblicazione ufficiale attraverso una casa editrice di Perugia, Alieno Editrice. A questo ha fatto seguito “La notte bianca”, una storia dedicata ai viaggi in autostrada e agli inconvenienti dei viaggiatori, con una particolare attenzione alla notte del 17 dicembre 2010, quando la grande nevicata bloccò l’A1 e costrinse tanti automobilisti a passare una notte in bianco. Proprio quest’ultimo romanzo, cominciato con un’autopubblicazione, è stato poi pubblicato in una seconda edizione da una casa editrice di Salerno. Sono stati i riscontri positivi da parte dei lettori e delle case editrici a spingere Graziano Buchetti a continuare la scrittura.

“Ho provato anche a partecipare a dei concorsi di narrativa e di poesia. Dal primo libro ho tolto alcuni capitoli, ho corretto degli errori, ho elaborato in maniera diversa vicende e personaggi. Con queste storie ho partecipato al concorso di Città della Pieve “I nonni raccontano”, nel 2014, dove i giudici erano i bambini. Ho vinto il primo premio con una storia che parlava della vita di campagna, “Pane e companatico”, da cui è stata tratta una nuova pubblicazione che è uscita lo scorso Gennaio.”

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Accanto alla passione per la vita contadina, nelle opere di Graziano Buchetti c’è un forte interesse storico per la Prima Guerra Mondiale. Ne “Il Grido delle Rondini” ha raccontato le vicende dei ragazzi strappati alla vita di campagna per andare a combattere un conflitto di portata mondiale. A questo libro ha fatto seguito “Disertore per amore”, appena uscito, e un nuovo manoscritto a cui sta lavorando, sempre sul tema della Grande Guerra.

“I miei libri prendono tutti spunto da fatti veri. – commenta l’autore – Un po’ di fantasia serve sempre, ma si deve fondere nel romanzo. Dentro a quest’ultimo libro ci sono storie di diversi personaggi realmente esistiti che ho assemblato assieme. Ci sono delle vicende accadute a mio nonno Decio, che era negli Stati Uniti ai tempi della guerra, e del babbo di Narciso Parisi, famoso cantante e attore fiorentino. Ai tempi della Prima Guerra Mondiale erano in molti a disertare, perché venivano utilizzati come carne da cannone per andare contro le trincee e le mitragliatrici nemiche. Ci sono tanti aneddoti e storie da raccontare, ottimi spunti per romanzi che possono interessare anche i nipoti alla ricerca delle storie dei loro nonni.”

Graziano è appassionato di tradizioni popolari e di storia, ma come scrittore è un autodidatta: a scuola preferiva studiare il diritto e l’economia, ha lavorato per tutta la vita come bancario. Da piccolo viveva in una fattoria tra Valiano e Cortona, e ricorda gli episodi della sua infanzia come testimonianza di una civiltà contadina ormai scomparsa.

“Il mio lavoro mi ha aiutato a scrivere: dovevo fare le relazioni per i fidi e non potevo scriverle male, altrimenti c’era il rischio che non venissero approvati o si poteva mettere in difficoltà la banca. Quindi ho dovuto imparare la chiarezza di esposizione, e mi è stata molto utile. E poi, quand’ero piccolo, c’è stata la moglie del fattore che mi ha insegnato molto. Mi mandava sempre a prendere il giornale, faceva la maestra. Una mattina mi mandò in soffitta, era il 1962, e trovai tantissimi libri, testi scolastici e romanzi d’avventura. In un’estate ne lessi una quarantina, uno dopo l’altro: quando inizio a leggere, non mi fermo più.”

I romanzi d’avventura sono stati una fonte d’ispirazione per Graziano Buchetti, al pari dei classici italiani come Verga o della letteratura russa. Apprezza in particolar modo la chiarezza d’esposizione e la scorrevolezza. Legge con avidità le pagine culturali dei giornali, le interviste ai filosofi e ai grandi scrittori, alla ricerca di spunti che possano arricchire i suoi romanzi. Senza farsi influenzare troppo, però, perché non vuole perdere la sua originalità.

“I libri li devono leggere tutti, quelli che hanno fatto studi classici e quelli che hanno fatto le elementari. Devono essere accessibili a tutti, una pagina deve tirare l’altra. Io non gioco a fare lo scrittore, scrivo così, e spero che vi piaccia.”

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Giordano Meacci – Tracce di Valdichiana al Salone del Libro 2016

A Torino, durante il Salone del Libro 2016, è stato possibile rintracciare elementi di Valdichiana anche laddove nessuno si sarebbe aspettato di trovarli. Giordano Meacci dispone le mani oblunghe sui…

A Torino, durante il Salone del Libro 2016, è stato possibile rintracciare elementi di Valdichiana anche laddove nessuno si sarebbe aspettato di trovarli.

Giordano Meacci dispone le mani oblunghe sui fianchi, lo sguardo obliquo dietro le lenti circondate da finissime montature, da mastro artigiano d’altri tempi. La camicia bianca con i baveri fuori dalla rovescia della giacca, la voce rassicurante e la gestualità di chi non sembra aver scalfito la sua personalità dopo la grande attenzione suscitata dal suo ultimo romanzo, “Il Cinghiale che Uccise Liberty Valance”, per i tipi  Minimum Fax, 2016. Una personalità che non si è lasciate esaltare eccessivamente nemmeno dalla firma che ha applicato alla sceneggiatura di “Non Essere Cattivo”, l’incensatissima opera-testamento di Claudio Caligari, stesa assieme allo stesso regista e a Francesca Serafini.  Durante il Salone del Libro 2016 lo si è potuto incontrare più volte, in veste formale e informale, vestito di una disponibilità rara, nel contesto spietato e talvolta fasullo dell’editoria italiana.

In uno di questi incontri, la rivelazione più grande è stata scoprire la profonda traccia di “toscanitudine” e l’alto tasso di Valdichiana, presente nella poetica – e nella vicenda familiare – di Meacci. La famiglia di suo padre è infatti originaria di Valiano di Montepulciano. Questo spiega in maniera incontrovertibile, l’interesse sociolinguistico che ha avuto nei confronti del nostro territorio, nel romanzo sopracitato – tra l’altro candidato al premio Strega 2016. “Il Cinghiale che Uccise Libery Valance” si svolge infatti in un paesino immaginario, chiamato Corsignano, al centro di un’area, a cavallo tra Umbria e Toscana, che mescola elementi reali a elementi immaginari. In esergo al romanzo, Meacci appone una cartina di riferimento (immagine di copertina).

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Copertina del libro

Dal plot è possibile desumere la capacità di crossover stilistico di Meacci, l’esuberanza poetica e la precisa dedizione che l’autore immette nella gestione linguistica del testo. Essendo egli, di formazione, uno storico della lingua, cura in maniera spasmodica la resa dialettale dei personaggi, le variazione delle isoglosse glottologiche tra Toscana e Umbria, nonché l’invenzione, attendibile e verosimile della lingua dei cinghiali. Sembra un fantasy, ma non lo è. È un romanzo postmoderno, nella trasgressione mediale, nella gestione delle atmosfere narrative e nei passaggi temporali del racconto.

Un cinghiale, in questo contesto immaginario – ma non troppo – comincia ad avere sensazioni e sentimenti umani. Apperbohr –  il cinghiale, si chiama – inizia ad assumere sentori emotivi tipici dell’umanità che ovviamente sono misconosciuti dal branco, con cui finisce per confliggere.   Nel frattempo, nella comunità di Corsignano si dipanano, in ramificazioni parallele, le vicende di alcuni piccoli nuclei relazionali, familiari e sentimentali: i Bui, i Salvani, i Bruni, i Malpighi. Tracce di umanità locale che si assolutizzano, che coprono le gesta storiche di un’umanità usurpata dalla bestialità, dalla “ferocia”.

Giordano Meacci vive a Roma, di tanto in tanto viene dalle nostre parti. Se vi capita, scambiateci quattro chiacchiere. Il suo parlare è nutrimento. Il suo scrivere, ancora di più.

 

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Il Pendolo di Foucault, tra scienza, letteratura e legalità

Nell’ambito della settimana scientifica dedicata al Pendolo di Foucault organizzata dai Licei Poliziani, presso l’aula magna dei licei si è svolto l’incontro con Serena Uccello giornalista de Il Sole 24 Ore…

Giornalista Serena Uccello

Giornalista Serena Uccello

Nell’ambito della settimana scientifica dedicata al Pendolo di Foucault organizzata dai Licei Poliziani, presso l’aula magna dei licei si è svolto l’incontro con Serena Uccello giornalista de Il Sole 24 Ore e autrice il del libro ‘Generazione Rosarno’.

‘Generazione Rosarno’ racconta le storie degli studenti del liceo Piria di Rosarno, un liceo in cui crescono e studiano i figli delle vittime dei clan mafiosi e quelli degli assassini. Serena Uccello, con questo libro, cerca di raccontare le storie di chi ha trovato la forza e il coraggio di compiere delle scelte diverse da quelle dei genitori e spiega come una donna, una preside, ha trasformato la scuola in un laboratorio di rinascita.

L’autrice è stata accolta dagli studenti dei licei poliziani con grande entusiasmo e fin dall’inizio dell’incontro i ragazzi sono stati rapiti e coinvolti dalle storie dei loro coetanei, nati e vissuti in una realtà distante e diversa, dove le priorità, le difficoltà quotidiane e lo stile di vita sono totalmente diverse. Gli studenti hanno potuto ascoltare le testimonianze di figli di genitori reclusi al 41 bis, ma anche di figli di genitori collaboratori di giustizia o di genitori uccisi dalla mafia.

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Il viaggio della giornalista è fitto di storie, volti e sogni di ragazzi a cui la vita ha tolto tanto, ma che allo stesso tempo sta regalando riscatto e dignità. Difficile fermare la commozione davanti ad alcune lettere scritte dagli studenti di Rosarno, la stessa commozione che si è potuto ritrovare nella voce delle studentesse poliziane che hanno letto alcuni brani del libro.

La Valdichiana ha incontrato l’autrice a margine
dell’incontro e Serena Uccello ci ha spiegato perchè ha deciso di raccontare le storie che si intrecciano nella scuola di Rosarno.

“Il perché ho deciso di raccontare la storia degli studenti di Rosarno è inconsapevole ma diventa consapevole alla fine di un percorso lungo e allo stesso tempo emozionante. Potrei dire di essere partita dalle parole del premio nobel Herta Muller che parla dell’emancipazione e dell’educazione, e da qui ho cercato di raccontare l’educazione di questi ragazzi nati e cresciuti in famiglie che spesso hanno trasmesso un’educazione al male, ma allo stesso tempo possono avere la possibilità di un riscatto. Io credo molto nella capacità di riscattarsi e nell’impegno, nello studio e nella cultura e quando ho trovato una scuola con questa istruzione mi è sembrato doveroso raccontarlo. Chiunque può nascere in una realtà degradata, ma nessuno può essere segnato al male, ognuno può scegliere il proprio destino. Non sempre lo svantaggio iniziale è determinante, spesso può diventare una forza. Da qui è nata la voglia di raccontare questa cosa, io lo vedo come un regalo che volevo fare a questi ragazzi”.

Nel momento di raccolta delle informazioni hai trovato apertura da parte dei ragazzi?

“Quando arrivi in un luogo dove non ti conoscono e sei distante fisicamente, è chiaro che c’è sempre un po’ di diffidenza. Noi giornalisti, da un lato, abbiamo le porte aperte, ma dall’altro siamo sempre guardati con un po’ di diffidenza. Lo stereotipo del giornalista è quello che spesso stravolge le cose e quindi questo può rappresentare un ostacolo, ma una volta capita la situazione questo ostacolo passa velocemente. Con i ragazzi è stato semplice entrare in confidenza, dopo il muro iniziale, c’è stato entusiasmo e voglia di raccontare”.

12961596_900671850058541_2581465127914705566_nCi sono stati problemi nella stesura del testo?

“Durante la stesura del testo ho avuto mille pensieri perché il mio obiettivo era quello di essere più fedele possibile a quanto raccontatomi, cosa che va sempre fatta quando si fa questo mestiere. In questo caso però a maggior ragione perché si ‘maneggia’ la vita degli adolescenti e quindi c’è la necessità di avere una maggiore cautela, mi sentivo responsabile perché raccontare di ragazzi che hanno davanti tutta la vita può essere determinante in un modo o in un altro e quindi ho sempre scritto con grande accortezza. Poi, quando sono tornata a Rosarno per presentare il libro, ho visto che il mio sforzo era andato a segno. I ragazzi erano entusiasti per come avevo raccontato fedelmente le cose e io ne sono stata felicissima”.

Dirigente scolastica Liceo di Rosarno, Mariella Russo

Dirigente scolastica Liceo di Rosarno, Mariella Russo

Ad aumentare l’entusiasmo degli studenti è stata poi la dirigente scolastica del Liceo di Rosarno, intervenuta in collegamento via Skype per salutare gli studenti toscani e invitarli a Rosarno. Le parole della dirigente sono state accolte con un grande applauso ed emozione, la stessa emozione che ha caratterizzato tutta l’incontro,  organizzato in collaborazione con la Fondazione Balestrieri di Cetona.

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Sfumature dal Buio. Recensione de “Il Grande Buio” di Mario Caruso

L’alienazione dal lavoro e l’alienazione dal non-lavoro. Si cade sempre più spesso nell’imbuto retorico dell’esistenzialismo, alla base delle frustrazioni umane: “una forma superiore di critica”, direbbe Leo Ferré, che inquadra…

L’alienazione dal lavoro e l’alienazione dal non-lavoro. Si cade sempre più spesso nell’imbuto retorico dell’esistenzialismo, alla base delle frustrazioni umane: “una forma superiore di critica”, direbbe Leo Ferré, che inquadra la disperazione generazionale da emarginazione e da classismo individualista. Ci lamentiamo oggi dei lavori sottopagati, dell’eccessiva specializzazione delle qualifiche, degli stage non retribuiti, dei pagamenti con “visibilità”, per “farti un nome”, dei contratti a nero, degli stillicidi tramite voucher; tutto ci sembra nuovo, impossibile da comprendere per chi ha vissuto il mondo del lavoro prima di noi. Eppure dalle storie di lavoro – e di sudore – del passato, molto possiamo cogliere, molto possiamo imparare.

Mario Caruso, già chitarrista e compositore della band aretina SAMCRO, è autore di un egregio libro di narrativa intitolato “Il Grande Buio”, edito da Aletti editore, nella collana “Gli Emersi – Narrativa”. Un romanzo franco, chiaro, di una ricchezza espositiva rara. Un testo che ha molto da dire, che detiene un impianto di retaggi storico-sociali tenuti in considerazione costantemente, durante la scrittura.

Il protagonista, Moreno Alaimo, è un ragazzo che fugge da una situazione familiare difficile, confinata nella desolante provincia bolognese,  per raggiungere Firenze, una Mecca storico-artistica, nella quale – sebbene detenga velleità di pittore – pur di guadagnarsi l’emancipazione di cui va in cerca, inizia a lavorare come operaio non qualificato in una grande fabbrica che produce impianti di areazione, la Respiraplex. Il contesto storico – che viene compreso solo nella parte finale del romanzo, se non per congetture temporali – non è scontato: è il 1999. La fine del secolo. Un mondo che, sebbene cronologicamente recente, appare così distante, nelle forme, nelle coscienze, nei costumi. Attenzione però: il 1999 non è il contesto del grande autunno caldo della direzione di Valletta in FIAT, non sono le gestioni del diritto del lavoro di Luciano Lama contro l’amministrazione Romiti, della lotta per la scala mobile sul potere d’acquisto degli operai, è anche lontano da quella marcia dei quarantamila torinese, che chiuse l’epoca dei grandi dissensi collettivi e delle aggregazioni, in virtù dell’automatismo, della marginalità delle posizioni, il trionfo dell’individualismo e della scala dei consumi. Il 1999 è un anno strano per la coscienza operaia, un anno pressoché nullo dal punto di vista storico, nel quale le forme esistenziali nel mondo del lavoro hanno ormai perso la forza comunicativa degli anni settanta, e il grigiore consumistico ha invaso i moduli vitali delle persone.

Proprio in questo contesto in cui tutti sono contro tutti, in cui gli operai complottano, scherniscono, scavalcano, secondo un sistema coercitivo di sopraffazione ed odio fratricida, Moreno si ritrova a consumare la sua giovinezza nell’opportunismo dei rapporti. Si innamora di Carla (un po’ “La Ragazza Carla” di Pagliarani, sebbene più cosciente di sé, nonostante le debolezze), un’avvenente impiegata della Respiraplex. Stringe rapporti con operai e impiegati, sottolineando la totale leviatanica diffidenza e il continuo scontro tra competizioni, in un turbinio di violenze concettuali all’interno del sistema-fabbrica. Moreno conosce Jonathan e Giorgio, due figli del riflusso che ambiscono al ‘posto’ fisso, nonché Artemio Giraudi detto Cowboy, ultimo baluardo monumentale di una stagione di lotta ormai fagocitata dall’edonismo egotico della società liberista. Ogni personaggio sembra farsi carico di una nomenclatura evocativa, di simboli e riferimenti. Non c’è movimento emotivo tra lettore e personaggi, l’onniscienza della terza persona sembra calarsi anch’essa in un’epoché relativista, per la quale l’unica salvezza sembra essere l’astensione, la neutralità, il lasciar scorrere il gioco dei dadi

Nonostante una discontinuità di registro, e di toni, la scrittura di Mario Caruso è una piacevole composizione a canone di artificio in prosa e tradizione. Un romanzo “d’altri tempi”, con una serie di quadri cinematografici ricollocabili nella grande stagione dell’autorialità impegnata di Petri, Bellocchio,  della Wertmüller dei primi anni settanta, nonché Wilma Labate, il suo “Signorinaeffe” – che ben riporta il crudo distacco tra officina e quadri intermedi, ricalibrato, in un contesto storico diverso, nel rapporto tra Moreno e Carla, e tra Moreno e Jonathan.

La dinamica del linguaggio, spesso volutamente confusa, è congeniale allo straniamento delirante del protagonista, ebbro di storia dell’arte, di Machiavelli, di rinascimento e stilnovismo, un catafalco concettuale che si sbriciola nell’impatto con la crudezza della prosaicità quotidiana. L’idealismo di Moreno emerge con forza nel debordo sintattico e lessicale dell’innamoramento, della sbornia e del sogno: in questi tre momenti del racconto – dell’innamoramento di Carla, e la correlata sbronza, con annesso hangover in officina, nonché il sogno arcadico, quasi satiresco, che Moreno fa in preda all’estasi dell’amore – Mario Caruso tenta di disegnare, con la prosa, movimenti trans-artistici, che sono tratti pittorici, fraseggi musicali, curvature longilinee che forniscono alla scrittura una ritmica per nulla banale.

Accenni grotteschi che sembrano fare il verso al Nabokov politico di Bend Sinister (“I Bastardi” in italiano), il violino nel vuoto del potere, della soppressione e del grigiore e dell’appiattimento, i quali, dalla farsa amara, si tramutano in ipernaturalismo descrittivo, con tanto di arzigogoli citazionistici che sono Bianciardi e Pratolini. Insomma l’autore de “Il Grande Buio”  dimostra di saper cogliere il giusto tratto dai grandi maestri della letteratura, come il suo personaggio, Moreno, che non esita a tirare in ballo Caravaggio, Antonello da Messina, Botticelli, per contrappesare le figure che dispone sulla sua velleità di pittore.

Il libro di Caruso è un libro che merita di essere letto per più motivi. Il principale sembra essere proprio la sua capacità di rispondere alla tensione dell’oggi, del noi-ora, attraverso una vicenda che riguarda il passato. Una capacità che si configura con un superamento del “buio” che ci riguarda, fuori dal quale tutti devono uscire, nell’ossequio del quotidiano, nell’elaborazione dei lutti e dei fallimenti, nella critica attiva di tutte le nostre debolezze intestine. Un “buio” che viene superato attraverso la descrizione sopraffina del dramma, un buio che – così descritto – rivela la sua forma genuina, un “buio” che se disegnato rivela il suo perimetro e, di conseguenza, i suoi limiti, il suo termine.

Il male, così ben descritto, così ben disegnato, diventa parte di una mappa esistenziale assoluta, che rivela un oceano al di là delle sue colonne d’ercole, ed altri continenti, ed altre vite, alla fine del buio.

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La gioia di essere Lagioia

Nonostante gli utenti, quanto gli organizzatori, dell’incontro con Nicola Lagioia, nel chiostro di sant’Agostino, iniziativa coeva al Mix Festival 2015 a Cortona, non avesse la più pallida idea di chi…

Nonostante gli utenti, quanto gli organizzatori, dell’incontro con Nicola Lagioia, nel chiostro di sant’Agostino, iniziativa coeva al Mix Festival 2015 a Cortona, non avesse la più pallida idea di chi fosse questo personaggio pugliese, vestito total black, il cui ultimo libro “La Ferocia”, oggi ha la copertina in brossura avvolta dalla fascetta gialla recitante “Vincitore Premio Strega 2015”, la chiacchierata che si è imbastita è stata decisamente riuscita. Sebbene le domande siano state le stesse di pressoché tutte le altre centinaia di presentazioni del libro, che nell’ultimo anno si sono susseguite in tutta la penisola, le risposte sono state comunque illuminanti, piene di spunti per gli spettatori, che delineavano un sottotesto chiaro e netto: “leggete perdìo, non importa che leggiate me, ma leggete!”.

Dopo la presentazione ho avuto modo di mettermi a parlare con la nuova stella della letteratura nazionale. Ma di tutte le domande che gli ho fatto, sono riuscito a registrarne solo una.

I: Nicola, domenica si è spento Sebastiano Vassalli, una delle voci letterarie più importanti del secolo. Una generazione di scrittori sta letteralmente morendo, in maniera fisiologica, ed una nuova multiforme ondata di “novissimi” si sta facendo largo nello spazio letterario contemporaneo. Tu sei attualmente il candidato ideale per essere il “sindaco” della prosa italiana di questo tempo; premio Strega 2015, conduttore di Pagina 3, storico collaboratore di Minimum Fax, probabilmente la casa editrice più autorevole ad indicare la qualità letteraria italiana e internazionale, giurato-selezionatore per la Mostra del Cinema di Venezia, ed altre glorie. Personalmente ti senti parte di un’investitura? Percepisci quest’aura che ti si è formata intorno di istituzione letteraria?

Nicola Lagioia: “Guarda, tutte queste cose che hai elencato non hanno a che fare con la mia attività di scrittore. Sulla pagina io mi sento del tutto irresponsabile. Non avverto il dovere di essere referente di qualcuno. Al contrario quando rivesto tutti i ruoli che hai elencato, questa responsabilità la avverto tantissimo. Da scrittore la prima cosa intelligente che dovrei fare è smarcarmi subito dall’aureola simbolica che ha conseguito vincere il premio Strega. Ci arrivo a 42 anni, non è un punto di arrivo, ma di partenza. Dovrei anche dimostrare di essere “degno”, e ciò deve essere fatto, appunto, smarcandomi da questo “peso” che avverto sulle spalle, che è molto diverso dall’investitura letteraria di cui parli.”  

È una gioia avere Lagioia, di nuovo in toscana.

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Consigli per la lettura – Luglio 2015

Vinicio Capossela – Il Paese dei Coppoloni (Feltrinelli – 18,00 €) Concorrente Premio Strega 2015 – “Da dove venite? A chi appartenete? Cosa andate cercando?” Così si chiede al viandante-narratore nelle…

Vinicio Capossela – Il Paese dei Coppoloni (Feltrinelli – 18,00 €)

caposselaConcorrente Premio Strega 2015 – “Da dove venite? A chi appartenete? Cosa andate cercando?” Così si chiede al viandante-narratore nelle terre dei padri. Il viandante procede con il passo dell’iniziato, lo sguardo affilato, la memoria popolata di storie. E le storie gli vengono incontro nelle vesti di figure, ciascuna portatrice di destino, che hanno il compito di ispirati accompagnatori. Luoghi e personaggi suonano, con i loro “stuorti nomi”, immobili e mitici, immersi in un paesaggio umano e geografico che mescola il noto e l’ignoto. Scatozza “domatore di camion”, Mandarino “pascitore di uomini”, la Totara, Cazzariegghio, Pacchi Pacchi, Capodiuccello, Camoia, la Marescialla: ciascuno ragguaglia il viandante, ciascuno lo mette in guardia, ciascuno sembra custode di una verità, che tanto più ci riguarda, quanto più è fuori dalla Storia. Il viandante deve rispondere, con il lettore, a un patrimonio di saggezza che sembra aver abbandonato tutti quanti si muovono per sentieri e strade, sotto la luna, nella luce del meriggio, accompagnati dall’abbaiare dei cani. Sulla scorta di Carlo Levi ed Ernesto De Martino, Vinicio Capossela scrive, con Il paese dei coppoloni, un’opera in cui la realtà è visibile solo dietro il velo deformante di un senso grandioso, epico dell’umana esistenza, di un passato che torna a popolare di misteri e splendori l’opacità del nostro caos.


Francesco Bianconi – La Resurrezione della Carne (Mondadori – 17,00 €)

bianconiAspirante poeta, Ivan è diventato famoso per aver scritto “La resurrezione della carne”, una serie TV sugli zombi. La sua vita, nonostante “il successo”, è una calma piatta. Vive passivamente, si lamenta del mondo con cinismo e arguzia. Conosce Giovanna, se ne innamora, e presto hanno un figlio. Ma un evento tragico e imprevisto cambia fatalmente il corso delle cose. La felicità vera, completa, appena trovata, è spazzata via in un colpo solo e Ivan si ritrova molto simile ai non morti della sua serie televisiva: “Chi è stato morso dai resuscitati diventa come loro. Agisce in automatico per il raggiungimento di un unico osceno obiettivo”. La ricerca della verità sulla tragedia che gli ha sconvolto la vita lo guiderà come un’ossessione, portandolo negli ambienti più alla moda della città. Quello che scoprirà, con un catartico colpo di scena, gli aprirà una nuova consapevolezza su di sé e sul mondo. Sul Bene e sul Male. Il leader dei Baustelle, sempre più acclamato come voce poetica della musica italiana, torna in libreria con un romanzo d’amore e di dolore, ambientato in una Milano del futuro prossimo, una “Milano da mangiare” che somiglia in modo inquietante a quella di adesso. La resurrezione della carne è un libro potente, lirico, ammaliante, una storia attaccata al nostro presente come un manifesto, perduta nel tempo come una favola.


Julie Maggi – Piccola guida per Santiago de Compostela (CreateSpace – 9,53 €)

maggiQuesta Piccola guida per Santiago de Compostela è un piccolo cult: con i suoi più di diecimila lettori online rappresenta, in modo simpatico e scherzoso, il primo passo di moltissime e moltissimi pellegrini verso la storica meta di Santiago! L’autrice ha percorso in prima persona le strade di cui parla con affetto. Nella guida, si trovano cenni storici, nozioni di “sopravvivenza”e consigli pratici. Piena di illustrazioni e colori, vi invita con allegria a mettervi in marcia, alla scoperta della magia del Cammino. Tradotta in Inglese, e presto in spagnolo, è disponibile sia in versione cartacea che Kindle.


Michele Primi – Tragedie e Misteri del Rock’n’Roll (White Star – 19,99€)

rockJohn Lennon diceva: “Vivremo e moriremo. Se saremo vivi ce la dovremo vedere con la vita, se saremo morti ce la dovremo vedere con la morte”. Esiste una maledizione nel rock’n’roll? Il talento può essere talmente potente da distruggere? La morte di uno dei talenti più puri della musica degli ultimi anni, Amy Winehpuse, ha riaperto questo e molti altri interrogativi. Il “Club dei 27” esiste davvero, e comprende alcuni dei migliori musicisti di tutti i tempi, ragazzi giovanissimi che hanno creato opere d’arte ma che dall’arte sono stati travolti. Questo volume, scritto da un giornalista esperto di musica e corredato da inserti biografici, racconta la loro storia: dal primo, Robert Johnson che si dice abbia venduto l’anima al diavolo in cambio del dono del blues, passando per Ian Curtis, Kurt Cobain e le vite travolgenti di Janis Joplin, Jimi Hendrix, la morte misteriosa di Brian Jones dei Rolling Stones e la fatalità di quel “giorno in cui morì la musica”, nel 1959, quando cadde l’aereo di Buddy Holly, fino alla recente scomparsa di Whitney Houston. C’è il suicidio come unico modo per affermare se stessi, c’è la trasgressione portata all’estremo, c’è il mistero e il male senza senso, che si manifesta con il colpo di pistola che uccide John Lennon.


Stefano Benni – Cari Mostri (Feltrinelli – 17,00€)

mostriStefano Benni sfida il racconto di genere e apre la porta dell’orrore. Lo fa con ironia, lo fa attingendo al grottesco, lo fa tuffandosi nel comico, lo fa tastando l’angoscia, lo fa, in omaggio ai suoi maestri, rammentandoci di cosa è fatta la paura. E finisce con il consegnarci una galleria di memorabili mostri. E allora ecco gli adolescenti senza prospettiva o speranza, ecco il Wenge, una creatura misteriosa che semina panico e morte, ecco il plutocrate russo che vuole sbarazzarsi di un albero secolare, ecco una Madonna che invece di piangere ride, dolcemente sfrontata, ecco il manager che vuole ridimensionare un museo egizio sfidando una mummia vendicativa. Stefano Benni scende negli anfratti del Male per mettere disordine e promettere il brivido più cupo e la risata liberatoria. E in entrambi i casi per accendere l’immaginazione intorno ai mostri che sono i nostri falsi amici, i nostri veleni, le nostre menzogne.


Luca Bianchini – Dimmi che credi al Destino (Mondadori – 17,00 €)

bianchiniOrnella ama i cieli di Londra, il caffè con la moka e la panchina di un parco meraviglioso dove ogni giorno incontra Mr George, un anziano signore che ascolta le sue disavventure, legate soprattutto a un uomo che lei non vede da troppo tempo, e che non riesce a dimenticare. A cinquantacinque anni, Ornella si considera una campionessa mondiale di cadute, anche se si è sempre saputa rialzare da sola. Per fortuna può contare su Bernard, il suo vicino di casa, che la osserva da lontano e la conosce meglio di quanto lei conosca se stessa. L’ultima batosta, però, è difficile da accettare. La piccola libreria italiana che dirige nel cuore di Hampstead – dove le vere star sono due pesci rossi di nome Russell & Crowe – rischia di chiudere: il proprietario si è preso due mesi per decidere. Lei, che sa lottare, ha imparato anche a lasciarsi aiutare, e così chiama in soccorso la Patti, la sua storica amica milanese inimitabile compagna di scorribande – che arriva in città con poche idee e tante scarpe, ma sufficiente entusiasmo per trovare qualche soluzione utile a salvare l’Italian Bookshop. La prima è quella di assumere Diego, un ragioniere napoletano bello e simpatico, che fa il barbiere part-time, ha il cuore infranto e le chiama guagliuncelle. Ma proprio quando la libreria ha più bisogno di lei, il destino riporterà Ornella in Italia, a bordo di una Seicento malconcia guidata in modo improbabile dalla Patti.

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Cronache dal Salone Internazionale del Libro di Torino 2015 – PARTE 1

Il nostro Tommaso Ghezzi è stato cinque giorni alla XXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, al Lingotto dal 14 al 18 Maggio; ci racconta, a suo modo,…

Il nostro Tommaso Ghezzi è stato cinque giorni alla XXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, al Lingotto dal 14 al 18 Maggio; ci racconta, a suo modo, quello che ha visto.

[Parte 1]

Sono stato al Salone del Libro come “giornalista”, secondo quanto indicato sul mio badge ‘stampa’ con il quale ho avuto accesso a più o meno tutti gli stand dei cinque padiglioni, erti al Lingotto di Torino per il Salone. Ovviamente, l’essere giornalista era una copertura: ci sono andato essenzialmente come lettore ed (ex) studente di lettere, ossessionato dalla perdita di lucidità e dall’impossibilità di updating dell’attuale scena editoriale italiana.

È estremamente difficile, infatti, restare aggiornati e seguire ciò che emerge dal magma lavico dell’universo letterario, quando si è fuori dalla facoltà di lettere e filosofia. Il tempo – dopo l’università – si trasforma. I segmenti quotidiani che adesso posso dedicare alla lettura (ed anche ahimè allo studio) è ristrettissimo, le capacità cerebrali dopo i 25 anni si declinano in un imbuzzurrimento e provincialismo tale che a fine giornata, dopo 9 ore di trambusti, pressioni, caffè al ginseng, lavori svelti e occhi aperti, rimane difficile addirittura seguire una puntata da cinquanta minuti di qualche serie televisiva della HBO.
Mi sono ritrovato, negli ultimi mesi, a gettarmi seduto sul divano, a fine giornata, mangiando schifosissimi cibi pronti, inebetito di fronte ad immagini e suoni che componevano lo schermo televisivo di fronte a me, a prescindere dal fatto che, in quello schermo, ci fossero Philippe Daverio o Greggio e Iacchetti, intervallati da quelle odiosissime risatine finte di Striscia la Notizia. La saturazione del cervello, quando si entra nel magico mondo del lavoro/profitto/capitale, raggiunge livelli superiori al correggibile. Non riesco a seguire un film, figurarsi leggere o scrivere. Non riesco a seguire un film, figurarsi leggere saggi, figurarsi scrivere la tesi.

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Sono andato a Torino, quindi, con questa certezza; che non fossi cioè più quello del giardino di Lettere a Palazzo di Fieravecchia, che non fossi più quel divoratore di libri, come al tempo delle lezioni dei prof. Luperini e Magrini, nei banchi abulici dell’UniSi. Di fatto, sono andato al salone del libro con un gigantesco complesso di inferiorità, quindi. Più nei confronti del me stesso ventenne che degli altri.

Dopo nemmeno una giornata, però, ho dovuto rinnegare tutta la melanconia instaurata; che senso ha – mi sono detto – avere complessi di inferiorità qui dentro? Ognuno parla male della persona che ha sopra o a fianco, ognuno giudica in negativo almeno l’80% dei libri esposti, ognuno trancia con cattiveria intellettuale ossessiva gran parte dei componenti del suo stesso ambiente. Non che mi dispiaccia la dialettica, ma è quella egotica e scriteriata che mi spaventa. La dialettica-caterpillar. Che senso avrebbe avuto, quindi, sentirsi al-di-sotto di chi non è mai al-di-sopra di nessuno? Quella società individualista e competitiva, che ha macchiato tutti i campi lavorativi, si riflette anche qui. Anzi, forse s’insinua nei comportamenti dei partecipanti a questa enorme “Industria Culturale” a tal punto da rendere eventi come questo una titanica masturbazione individuale, e – di base – emargina, mortifica, riduce.

In queste giornate torinesi baciate dal sole ho quindi ripreso in mano la mia autocoscienza intellettuale da universitario ed ho affrontato, a mento in alto, il delirante mondo dell’editoria italiana.

In breve, per i più distratti, spiego che il SalTo è un importante meeting delle maggiori case editrici italiane, che viene organizzato a Torino dal 1988. È un’enorme fiera dell’editoria, spalmata su uno spazio espositivo di cinquantunmila metri quadrati, nella quale agli stand assegnati agli editori si alternano luoghi di incontro, sale di presentazioni, seminari, bar, angoli in cui si fanno le cose più disparate. Quest’anno, ad esempio, appena all’ingresso del salone, sulla destra, campeggiava enorme il Cook-Book, ovvero, l’area dedicata alla cucina. Esattamente. Una buona percentuale dei libri venduti, in Italia, sono di argomento culinario. Sono quindi passati per il Cook-Book Pietro Leeman, quelli che hanno inventato GROM, Stefano Callegaro, Giorgione, le immancabili Benedetta Parodi e Antonella Clerici e tanti altri di cui – mi si perdoni – non mi interessa assolutamente nulla.

Oltre alla cucina, uno dei grandi temi del salone è stato affrontato nell’area Book to the Future, ovvero: il dato materico del libro nell’era del digitale, la grande questione di questo inizio secolo; si è parlato, anche qui, di cose strane, che mi hanno fatto sentire terribilmente vecchio; la diffusione di opere letterarie tramite twitter (che i fedeli all’understatement chiamano Tweetteratura), lo storytelling interattivo, libri “comunitari” creati in serie, da più utenti, tramite i social network, Seejay, e tantissima altra roba che – ammetto – mi lascia sempre un po’ perplesso. Finché si parla di giochi di ruolo, divertissement del mercoledì sera, potrei essere d’accordo, ma quando si parla di letteratura mi si gonfia un po’ il petto e necessito una compostezza che purtroppo sono costretto a definire “neoclassica”.

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Le enormi sale Gialla e Rossa, che contavano centinaia di posti a sedere, hanno ospitato i pesci grossi; da Mattarella a Roberto Saviano faccia a faccia con Günter Wallraff, Emmanuel Carrère, Francesco Guccini, Morgan, Vecchioni, Pupi Avanti, Vinicio Capossela, Ferzan Ozpetek (il cui libro, ne sono certo, ci ammorberà per tutta l’estate sotto gli ombrelloni affittati dai lettori del ceto medio), Emis Killa, Angela Finocchiaro e tantissimi altri che è stato assolutamente impossibile vedere; già perché, di fatto, gran parte degli eventi erano sovrapposti ad altri eventi. Dalle 10 di mattina alle 22 almeno 5 incontri/eventi si accavallavano ogni ora.

Il mio animo hipster/slipstream mi ha quindi portato ad evitare le grandi masse nazional popolari che congestionavano la sala gialla per fare una foto alla Littizzetto, ed ho preferito concentrarmi su quattro spazi dei quali non sono affatto deluso: la Sala Workshop, l’Indipendent’s Corner, la Sala Poesia/PordenoneLegge e l’Incubatore.

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Nella Sala Workshop si sono stilati incontri con professionisti della traduzione e dell’editing letterario, che hanno mostrato ad un pubblico più o meno evangelizzato (vi giuro avevano TUTTI la moleskina nera originale) la forma fattiva del loro lavoro. L’Indipendent’s Corner ha invece ospitato i protagonisti di quelle case editrici indipendenti (comprese quelle come Minimum Fax che pur essendo “indipendenti” nell’attitudine, fatturano un sacco) che propongono nuovi metodi di selezione editoriale, tra cui un concorso “live” di racconti, Ottoperotto, gestito da Christian Raimo e Marco Peano, con le comparsate di Nicola Lagioia.

La Sala Poesia, invece, è stata una scelta surreale ed assolutamente fuori contesto – per questo meravigliosa – posta al centro del padiglione 2, il più grande e affollato; i posti a sedere erano 20, e comunque bastavano largamente. Autori emergenti hanno letto le loro poesie, ad alta voce, mentre intorno si rovesciava foneticamente il caos delle migliaia di persone scalpitanti, urlanti, scalpiccianti del salone. Un meraviglioso anacronismo e anatopismo.

L’Incubatore è invece una piccola saletta nella quale i neonati della letteratura sono stati messi di fronte ai loro “futuri” lettori; un luogo estremamente interessante per osservare le movenze dei piccoli feti della letteratura italiana.

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Omaggio a Sir Terry Pratchett

Oggi voglio omaggiare uno scrittore che ho sempre pensato meritasse di essere letto. Ancor di più, che fosse indispensabile per crearsi una buona dose di immaginazione, dote spesso presente nelle menti…

Oggi voglio omaggiare uno scrittore che ho sempre pensato meritasse di essere letto. Ancor di più, che fosse indispensabile per crearsi una buona dose di immaginazione, dote spesso presente nelle menti umane, ma facile a dimenticarsi di possedere.

Qualcuno quasi per caso mi parlò di Terry Pratchett nel lontano 2006. È divertente, ha un genere tutto suo, il fantasy comico, così mi dissero. Allora io lessi il primo libro che mi capitò tra le mani, La luce fantastica, e lo lessi a bocca aperta, sapendo già dalle prime righe che quell’autore sarebbe diventato una delle mie guide letterarie. Si capiva subito infatti che si trattava di un personaggio fuori dal comune, con i suoi dialoghi brillanti e l’ironia, dovuta alla tendenza a ignorare qualsiasi razionalità nelle azioni dei suoi personaggi. Si capiva che possedeva quella rarissima capacità di riuscire ad affrontare qualsiasi tipo di “oscurità” con la forza della risata, unita alla ancor più rara forza di camminare su un prato di parole e far crescere i fiori su di esse.

Da quando ero piccola, nella mia scarsa conoscenza del mondo, ho sempre pensato che la creatività e l’immaginazione potessero essere le uniche doti capaci di salvare quelle menti che pensano solo a occupare la giornata, in un dato posto, in un dato momento, senza davvero sforzarsi di colorare questo mondo. Che, in realtà, se ci pensate, sarebbe davvero bello, con tutti i colori che ci sono in giro. Ho sempre immaginato, quindi, che al vedere un albero e un cane che si dedicava a svuotare la vescica sulle sue radici, sarebbe stato meglio inventarmi una qualche tipo di storia secondo cui il cane in questione si vendicava dell’albero che aveva usato un ramo per fargli lo sgambetto. Cose così, per fare un esempio. Era più divertente osservare il mondo in questo modo. Ma quando i miei occhi di bambina hanno iniziato a crescere, e a soffrire, è arrivato il tempo del compromesso con i fatti della vita. Spesso negli alberi non riuscivo a vedere altro che un albero. Sir Terry mi ha regalato forse la cosa più bella che avrei mai potuto chiedere a qualcuno. Quando mi succedeva di dimenticarmi della bellezza dell’immaginazione prendevo un suo libro e passavo quel tempo che serviva a ricordarmelo. Ogni cosa, mi insegnavano quelle pagine, può prendere una piega che non ti aspetti, un punto di vista che non ti immagini, e il più delle volte, senza che tu te ne accorga, ti salva l’ironia.

Quello che mi è sempre piaciuto del suo modo di scrivere, nonché dell’uomo che trapelava dalle conferenze e dalle interviste, era il fatto di non risultare mai banale. Era incapace di mettere insieme delle parole che non ti facessero perlomeno sorridere, se non riflettere. I suoi personaggi non erano mai statici, e forse nessuno come lui è riuscito a caratterizzare e a rendere amabili delle creazioni letterarie esaltando la loro sciattezza. In primis, un uomo come Scuotivento, l’incapacità fatta mago, a cui piace la lattuga e che riesce a «risolvere un problema da niente trasformandolo in un disastro di proporzioni epiche…».

Uno dei libri dal quale ho tratto maggiore ispirazione è Good Omens (Buona apocalisse a tutti!), dove Sir Terry, creatore di mondi a tempo pieno e amante dei suoi cappelli fedora, incontra Neil Gaiman, scrittore dalle trame perfette e collezionista di magliette nere. È davvero difficile spiegare quel tipo di forza creativa che mi ha trasmesso quel libro, ma quel che ho capito è che la mia scrittura si è espansa. Ho capito, grazie a loro, che non c’è limite alle azioni e ai pensieri che può avere un personaggio, e che la fantasia umana rappresenta il punto di distacco da una vita sciatta e senza magia.

Giovedì ho avuto la sensazione che il mondo fosse diventato un po’ più scuro, quando il cielo è grigio e tutto assume un tono opaco. Ma se c’è una cosa che Terry Pratchett ha fatto, è stato fornire alla Morte un corpo scheletrico, un cappuccio, due puntini blu scintillante per occhi, e un gran senso dell’ironia. Che ama il curry e i gatti e possiede la capacità di parlare solo in maiuscolo. E così, concedetemi un piccolo omaggio nostalgico ai suoi ultimi istanti, me lo sono immaginato, alzatosi dal suo letto, col suo gatto e i familiari accanto, che se la rideva con la Morte, alla fine della sua lotta con l’Alzheimer. Rhianna Pratchett, sua figlia, ha lasciato un commento a mio parere calzante e bellissimo, nel quale Morte sussurra: «AT LEAST, SIR TERRY, WE MUST WALK TOGETHER».

D’altronde Sir Terry stesso l’aveva detto:

«Non posso essere spaventato dalla Morte, l’ho resa così famosa che rimane in debito con me».

Terry Pratchett

Immagine di LittleDogStar

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Lucca Comics and Games: la vittoria della fantasia

Quando ero piccola, leggere fumetti non era considerata una cosa ‘cool‘, specialmente quando si parlava di manga. Noi che li leggevamo eravamo, agli occhi della società, un gruppetto di disadattati…

Quando ero piccola, leggere fumetti non era considerata una cosa ‘cool‘, specialmente quando si parlava di manga. Noi che li leggevamo eravamo, agli occhi della società, un gruppetto di disadattati sociopatici che amavano intrattenersi con giochi da bambini.

Eppure, la nicchia degli appassionati di fumetto si è ingigantita, anno dopo anno, tanto che adesso il nostro Paese ospita la terza più grande fiera del fumetto al mondo: il Lucca Comics & Games.

lucca-comics-2013-0200_tLucca Comics & Games è la fiera del fumetto più grande d’Italia, seconda in Europa dopo Angoulême e terza nel mondo dopo Tokyo. Nata nel 1993, giunge quest’anno alla sua ventunesima edizione, dopo che quella dell’anno scorso ha registrato oltre 380.000 visite. La sola edizione del 2011 ha generato introiti per la città di Lucca per circa 24 milioni di euro. L’edizione di quest’anno si svolgerà dal 30 Ottobre al 2 Novembre 2014.

La prima edizione alla quale ho avuto la possibilità di partecipare è stata quella del 2005. Al tempo per me era una sorta di Mecca, un raduno di gente con le mie stesse passioni, con la quale si poteva parlare una lingua comune. Lì c’era tutto: fumetti, artbook, giochi in scatola, CCG, miniature, gadget, abiti, parrucche, strumenti per il disegno…tutto. Per me, che leggo e disegno fumetti, era il paradiso.

11_06_109Al Lucca C&G si è tenuta nel 1997 la prima gara di cosplay d’Italia. E ora molti si chiederanno: cos’è il cosplay? Si tratta di una pratica molto diffusa tra gli appassionati di fumetti, cinema e giochi, e consiste essenzialmente nel travestirsi come i personaggi che popolano queste  opere. I partecipanti al contest si presentano tendenzialmente con costumi incredibilmente elaborati che devono essere una vera tortura da indossare per tutto il giorno! La maggior parte dei cosplayer che si incontrano per le strade, tuttavia, indossano costumi semplici ma efficaci, e passano comunque buona parte del loro tempo a esaudire le richieste di chi li vuole fotografare. Ogni anno c’è un’opera che va più di moda delle altre, percui un anno è possibile incontrare 300 cosplayer vestiti da personaggi di Naruto, l’anno dopo tantissimi vestiti da personaggi di Shingeki no Kiyojin, Game of Thrones, League of Legends e via discorrendo. Regnano immortali i costumi da supereroe, e talvolta si può incontrare qualche creativo che si è travestito da pezzo di Tetris o da Giovanni Mucciaccia di Art Attack.

È bellissimo camminare per questa città ordinata e pittoresca e incontrare cavalieri, demoni, supereroi e streghe che magari si sono soffermati a prendere un caffè o posano assieme per un passante. È bello voltare l’angolo e trovare Batman che tiene per mano Usagi Tsukino.

Per gli appassionati di fumetto, al Lucca Comics & Games c’è veramente tutto. Decine e decine di stand di fumetti di ogni tipo e nazione, dai comics americani, ai manga giapponesi, al fumetto d’autore italiano e francese: la scelta è immensa, e c’è chi si porta dietro zaini belli capienti per riuscire a portarsi a casa tutto quello che intende leggere. Ci sono i collezionisti, i lettori occasionali, anche diverse famiglie che si aspettavano di trovare un festival decisamente diverso. Chiunque metta piede al Lucca Comics si accorge che il fumetto non è un prodotto per bambini, come ci dicevano erroneamente a inizio anni ’90. Il fumetto è per tutti, i giochi sono per tutti.

Giustamente, però, i bambini sono una parte importante di questo regno, e l’organizzazione del festival non dimentica mai di dedicare loro padiglioni appositi, mostre e workshop creativi, tutto racchiuso sotto il nome di Lucca Junior. Ci sono eventi riservati alle scolaresche e alle famiglie, in modo che tutti possano trovare un posto adatto a loro nell’immensità dell’evento.

 Lucca_Comics_2007_padiglioneNonostante il mio amore per i fumetti, però, la mia parte preferita rimane sempre il Lucca Games.
Per me, il padiglione dedicato ai giochi di ogni tipo (videogiochi, Gdr, giochi di narrativa, giochi in scatola e via discorrendo) è una vera fucina delle idee, uno showcase di artigiani fantastici e un luogo dove si va per scoprire cose nuove, più che per comprare qualcosa. In questo padiglione ci sono talmente tante cose che ci si sente storditi. Se non troviamo nulla di quello che cercavamo, scopriremo sicuramente qualcosa di nuovo, o conosceremo qualcuno a un tavolo di gioco. L’unico grosso problema di questo stand è che verso sera l’ossigeno comincia a finire e l’aria diventa irrespirabile, ma per fortuna l’organizzazione sta cercando di ovviare al problema suddividendo il Lucca Games in più tendoni tematici. Quest’anno, ad esempio, ci sarà un padiglione completamente dedicato all’universo di Star Wars.1024px-Lucca_Comics_2009_-_04

Il Lucca Comics & Games è anche un’occasione importante per rivedere i propri amici, che per l’occasione migrano da tutta Italia per visitare la fiera. È un’occasione per incontrare i grandi maestri: nel 2005 ho avuto la fortuna di cenare con George R. R. Martin (che ci ha anche ringraziati nella prefazione del suo ultimo libro, A Dance with Dragons), nel 2010 ho cenato con Terry Brooks (tra l’altro sono riuscita a fare figuracce con entrambi). Ho stretto la mano a Brian Froud, ho parlato con Andrzej Sapkowski e ho ascoltato Michael Moorcock parlare del multiverso.

I quattro-cinque giorni del Lucca Comics sono come una parentesi nello scorrere del tempo, è come fare un viaggio in una dimensione a parte, dove la fantasia è celebrata come una vera regina. È la rivincita di noi, che negli anni ’80 e ’90 venivamo visti come alieni dai nostri coetanei; è la rivincita delle arti ludiche, che in questa fiera trovano la dignità che si sono sempre meritate.

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Luciano Manuel Carriero: l’arte unita alla scienza

È ancora giovane, ma ha già tanta esperienza e, più importante, tanta voglia di fare. Luciano Manuel Carriero, 25 anni e orgoglioso abitante di Sutri (Vt), si occupa di molte cose:…

È ancora giovane, ma ha già tanta esperienza e, più importante, tanta voglia di fare. Luciano Manuel Carriero, 25 anni e orgoglioso abitante di Sutri (Vt), si occupa di molte cose: lavora come educatore ambientale, ama perdersi nelle profondità delle grotte del Lazio(per ora) in virtù di aspirante speleologo, guida giovani studenti della Sapienza tra le meraviglie dell’Orto Botanico del Gianicolo, uno dei colli della Città Eterna. Ma la sua particolarità, almeno quella che ha colpito maggiormente la sottoscritta, è la sua occupazione come fotografo naturalista. La sua specializzazione: la fotografia microscospica, basata su una tecnica fotografica che ha dato il via al progetto MicroCrystalProject, l’arte unita alla scienza.

Per dare una preliminare descrizione dei suoi lavori mi rivolgo a quella data dal suo autore: «MicroCrystalProject è una raccolta di esperimenti visuali realizzati grazie all’utilizzo di diverse tecniche microfotografiche. L’obiettivo è di/mostrare la geometria insita nella materia, quella mistica energia che si nasconde dentro gli elementi».

I colori esplosivi e le forme geometriche perfette all’interno delle sue foto meritano un attento sguardo: la pagina Facebook dedicata al MicroCrystalProject è ricca di immagini, dove c’è davvero da perdersi! Ma di questo affascinante universo parlerà lui stesso, grazie alla intervista che ha cortesemente rilasciato alla Valdichiana.

Nell’immagine di copertina vedete uno dei suoi ultimi lavori, che gli è valso il primo premio al concorso “Arte o Scienza? 2014″, organizzato da Immaginario Scientifico, con la collaborazione dell’Università di Trieste, del centro Brain per le neuroscienze e dalla Regione Friuli Venezia Giulia all’interno del salone europeo della ricerca scientifica Next.. Un po’ di dati: precedentemente al primo posto, Luciano era arrivato terzo all’edizione dell’anno 2013 grazie alla foto posta poco più sotto intitolata Micrarte. Attualmente, purtroppo terminata da poco, quattro sue fotografie sono state esposte alla mostra all’interno del Festival di Scienzartambiente di Pordenone.

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Buongiorno. Le fotografie che ci mostri hanno catturato la nostra attenzione: ti andrebbe di parlarci del tuo progetto e delle modalità di realizzazione di questa tecnica fotografica?

Certo. Io mi occupo di microfotografia, una tecnica fotografica effettuata tramite dei microscopi particolari, chiamati polarizzatori, che sfruttano la rifrazione della luce per fotografare delle sostanze e degli oggetti fisici che normalmente ci apparirebbero trasparenti. In particolare mi riferisco ai cristalli: prima di occuparmi di fotografia mi dedico alla estrazione di sostanze capaci di cristallizzarsi, sostanze che posso trovare nelle piante o, anche, in oggetti comunemente tenuti in casa, come i farmaci, il sapone per i piatti e lo zucchero; si tratta di sostanze cristallizzate attraverso un processo chimico su dei vetrini appositi, che, nel momento in cui vengono ri-cristallizzate, sono suscettibili alla rifrazione della luce e capaci, quindi, di mostrare dei colori particolari. Grazie a delle tecniche particolari utilizzate, esse creano varie forme geometriche davvero interessanti. Queste tecniche sono, diciamo l’ingrediente segreto delle mie fotografie.

Quel che posso dire è che mi sono dilettato nel prendere dei microscopi degli anni Settanta provenienti dagli Stati Uniti, più economici, che ho modificato io stesso. Utilizzo un microscopio di una casa tedesca di nome Zeiss, al quale ho applicato dei filtri polarizzatori, avvalendomi così di una tecnologia avanzata che normalmente costerebbe migliaia di euro. In pratica utilizzo un microscopio biologico modificato e riadattato a polarizzatore: un processo economico e accessibile a chiunque.

L’aspetto più particolare di questa tecnica fotografica risulta la capacità di mostrare quella che rappresenta la geometria insita all’interno della Natura stessa. Ogni sistema cristallografico, quindi ogni elemento che io vado a cristallizzare, possiede una sua geometria naturale, e una memoria chimica vera e propria che fornisce alla sua struttura delle forme specifiche. Riguarda l’idea che esiste dietro la materia, e che si nasconde in essa.

Ho tratto ispirazione in parte dai miei studi universitari – per quello che riguarda le procedure – e molto dall’arte psichedelica che mi ha influenzato radicalmente durante il lavoro, in particolar modo nella percezione caotica e allo stesso tempo ordinata delle geometrie e colori che prendo come oggetto.

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Micrarte, di Luciano Manuel Carriero

Come funziona il processo di cristallizzazione?

Realizzo delle soluzioni chimiche attraverso le quali estraggo la sostanza, la posiziono su un vetrino e quando l’acqua, attraverso cui si scioglie, evapora, l’elemento comincia a ri-cristallizzarsi, secondo la sua geometria naturale. A occhio nudo appare sempre trasparente, ma io collego una macchina fotografica al microscopio, ovviamente utilizzando gli obiettivi dello strumento, e scatto la foto con ingrandimenti che aumentano la sostanza dalle 400 alle 600 volte.

Quali sostanze utilizzi maggiormente?

Gli ultimi progetti si sono concentrati particolarmente sulla cristallizzazione di farmaci scaduti, insomma farmaci di recupero, che posseggono al loro interno dei tipi di acido che si trovano nelle piante. Per esempio l’acido acetilsalicilico, che rappresenta il principio attivo dell’aspirina ed è estratto dal salice: la fotografia scattata a questa sostanza mi ha permesso di vincere il concorso Arte o Scienza? 2014. L’ho intitolata Stars, per via dei cristalli “stellati”, chiamati così perché ricordano la forma di una stella. L’anno scorso invece mi sono posizionato al terzo posto con una fotografia, intitolata Micrarte, di acido tartarico, presente nell’uva.

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Luciano Manuel Carriero (primo da destra) – Credits by http://www.arteoscienza.it/

Voglio rifarmi al titolo del concorso che ti ha accolto a Trieste e farti questa domanda: Arte o Scienza, secondo il tuo parere? Particolare, poi, quello che hai detto riguardo alla geometria insita nella natura: puoi approfondire questo aspetto?

Lo scopo delle mie fotografie è quello di fondere due mondi, quello scientifico e quello artistico: a mio parere si compensano a vicenda. Con questa tecnica riesco, attraverso la tecnologia e i processi chimici, a mostrare una sorta di ordine e di bellezza naturale presente all’interno degli elementi, soprattutto quelli microscopici, che comunemente a occhio nudo non sarebbero percepibili nel nostro ambiente. In realtà essi permangono in maniera totalizzante. Penso ad esempio al fatto che la maggior parte di queste sostanze cristalline si trovano non solo all’interno del nostro corpo, ma anche nelle piante e nell’acqua stessa che beviamo. La bellezza delle loro forme va mostrata, ed è quello che mi propongo di fare con le mie fotografie. I miei scatti, secondo me, sono sia scienza che arte: rappresentano l’anello di congiunzione tra due mondi.

Ringraziamo Luciano e, riportando una delle didascalie che solitamente accompagnano le sue fotografie, per allacciarci al discorso della bellezza e dell’ordine insito nella natura che questo giovane artista cerca di portare alla luce, concludiamo con questa citazione di Albert Einstein:

Ogni cosa che puoi immaginare, la natura l’ha già creata.

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“Una goccia nel mare”: a Montepulciano si parla di affidi familiari

“Una goccia nel mare”: la presentazione del libro di Meri Lolini, dedicato all’esperienza degli affidi familiari, si svolgerà il prossimo sabato 27 settembre alle ore 17:30 nella splendida cornice del…

“Una goccia nel mare”: la presentazione del libro di Meri Lolini, dedicato all’esperienza degli affidi familiari, si svolgerà il prossimo sabato 27 settembre alle ore 17:30 nella splendida cornice del Palazzo del Capitano di Montepulciano. L’analista chimico Meri Lolini vive a Firenze, ma è originaria della Maremma, ed è legata a Montepulciano perché ha sposato un poliziano doc, Marco Bardelli.

“Amo Montepulciano da sempre. Ho fatto il mio ingresso nella Contrada di Voltaia quando ho conosciuto Marco; qui ho incontrato tanti nuovi amici che mi hanno trasmesso la passione per la partecipazione all’attività contradaiola e mi hanno accolto in semplicità ed amicizia e, grazie a loro, sono entrata in sintonia con l’ambiente, con i sapori ed i profumi dei piatti della tradizione culinaria, sublimi cornici ad ogni manifestazione poliziana”.

15225_733819280019054_4639159123061500012_nAmo definire Meri una mamma speciale, mamma di cuore e di pancia, perché ha condiviso con Marco e suo figlio Matteo, ventuno anni fa, l’esperienza dell’affido familiare accogliendo Raluca, una bambina rumena, quando suo figlio aveva dieci anni. “Una goccia nel mare: dalla casa-famiglia alla famiglia” è il racconto che Meri ci offre del vissuto, del vivere quotidiano in casa Bardelli dopo aver intrapreso l’ esperienza di affido.

“La storia della nostra famiglia, che io definisco come una famiglia in espansione, ho sentito il bisogno di metterla per iscritto per testimoniare l’importanza e l’urgenza dell’affido familiare”.

Il libro, edito da Harmakis ed uscito nel gennaio di quest’anno, ha già conosciuto notevoli riconoscimenti soprattutto da parte dei lettori ed è stato presente a numerosi eventi: a Terni presso l’Arpa Umbria con il patrocinio dello stesso comune, a Radio Incontri Valdichiana di Cortona, a  Valdeuropa di Montevarchi e in più occasioni a Firenze con il patrocino del Comune ed in collaborazione con il Centro Affidi. Nel libro Meri sottolinea l’importanza dell’accoglienza nei confronti dei minori che per motivi diversi sono affidati ai servizi sociali e collocati in casa-famiglia e comunità.

“A questi fanciulli viene a mancare la “stampella” della continuità familiare e sono svantaggiati rispetto ai loro coetanei che vivono in famiglie dove i ruoli sia affettivi che educativi sono di facile identificazione”.

Meri sostiene che il rapporto tra i genitori affidatari ed eventuali fratelli e sorelle che incontrano nella nuova famiglia deve essere basato sempre sull’accoglienza incondizionata e non deve mai trasparire verso di loro la minima compassione.

“Queste creature non devono sentire su di loro il peso ingombrante delle carenze affettive ed educative della loro famiglia di origine, ma devono avere il diritto di essere amati, cresciuti ed educati come tutti i figli con le stesse necessità perché tante, diverse e specifiche sono le loro personalità, sensibilità e gli avvenimenti che li hanno traditi e feriti. Per accogliere un minore in una famiglia non esiste un metodo educativo da adottare, ma sono necessari gli stessi ingredienti che si usano per i figli naturali: amore, tolleranza, comprensione e capacità di ascolto. La stessa condivisione di una linea da adottare spesso va corretta di volta in volta dato che le rigidità di comportamento e di pensiero non sono mai percorribili per le possibili problematiche che possono generare”.

Nel libro Meri valuta anche i rapporti dei componenti della famiglia affidataria con il contesto sia familiare che sociale nella quale vivono, lavorano e studiano.

“Ci sono molte curiosità, a volte anche banali, che scaturiscono da parte dei conoscenti, alcune domande che riguardano le motivazioni che ti hanno portato a fare questo percorso alle quali spesso rispondiamo più con i fatti che con mille parole”.

Il libro di Meri si legge bene, ha un sapore familiare, pare scritto con un inchiostro che profuma d’amore, ti riempie e ti presenta una famiglia che nella quotidianità si è resa grande.

“Prima di aprire la porta di casa, bisogna aprire la porta del cuore e della testa. È necessario essere accoglienti non solo per il minore in se stesso, ma verso il suo modo di pensare e la sua cultura di origine perché spesso i bambini in affidamento non sono solo italiani e di religione cattolica. Bisogna pensare con convinzione di essere cittadini del mondo per arrivare ad una piena condivisione”.

L’amica Meri si augura che il suo libro possa contribuire a far aprire la strada per far crescere il numero di questa tipologia familiare.

(articolo a cura di Lucia Tremiti)

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RAINN: chi combatte la violenza sessuale in Italia?

RAINN – Qualcosa di simile anche in Italia non sarebbe male. Le donne tra i 14 e i 59 anni che dichiarano di aver subito nel corso della loro vita…

RAINN

RAINN – Qualcosa di simile anche in Italia non sarebbe male.

  • Le donne tra i 14 e i 59 anni che dichiarano di aver subito nel corso della loro vita almeno una violenza tentata o consumata sono, al 2002, 520 000. Sono invece 9.860.000, entro la medesima fascia di età, le donne che dichiarano di aver subito nel corso della loro vita almeno una molestia a sfondo sessuale; nel 4,5% dei casi si tratta di molestie sessuali di natura fisica.

  • La maggior parte delle violenze sessuali avviene ad opera dei conoscenti: il 23,5% da parte di amici, il 15,3% da parte di colleghi o datori di lavoro. Le violenze sessuali subite da parte di coniugi, ex coniugi o conviventi rappresentano il 5,3% del totale; quelle da parte di estranei sono il 18,3%; quelle da parte di conoscenti occasionali il 14,2%.

  • Soltanto il 7,4% delle donne che dichiara di aver subito una violenza tentata o consumata nel corso della vita afferma di aver denunciato il fatto. Tra le ragioni dell’omessa denuncia sono allegate principalmente la paura di essere giudicate male, il timore di non essere credute, il senso di vergogna o di colpa e la scarsa fiducia nelle istituzioni.

  • Il 93% delle donne che affermano di avere subito violenza ad opera del coniuge dichiarano di non aver sporto denuncia; la percentuale sale al 96% se l’autore della violenza non è il partner.

Secondo l’ISTAT, la quasi totalità delle violenze sessuali non viene denunciata dalla vittima, in particolare per le violenze subite dai non partner. Le ragioni più comunemente addotte per la mancata denuncia sono la paura di essere giudicate o trattate male, la vergogna, l’autocolpevolizzazione. Un ruolo importante è giocato anche dalla sfiducia nelle istituzioni; in Italia, sempre nel 2004, più del 10% delle vittime adduce questo come motivo.

Wikipedia – Violenza Sessuale (Italia)
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Bookcrossing: se vuoi prestare un libro, abbandonalo

Ho sempre adorato i libri. Fin da piccola, da quando ho imparato a leggere, il profumo delle pagine sfogliate, il ruvido di una copertina ben fatta graziava le mie giornate,…

Ho sempre adorato i libri. Fin da piccola, da quando ho imparato a leggere, il profumo delle pagine sfogliate, il ruvido di una copertina ben fatta graziava le mie giornate, rendendo la scuola, o il caldo, sopportabili.

Oggi possiedo una libreria ricca, nel senso che ogni singola parola capace di emozionarmi, donarmi conoscenza, sensazioni ed empatia si trova nei miei scaffali: perlomeno, quelle dei libri che conosco. Ma ho sempre uno scaffale pronto per futuri ospiti cartacei.

Una caratteristica che mi ha contraddistinto fin da subito è stata l’enfasi. Entusiasmo un po’ ingenuo, se vogliamo, un po’ presuntuoso, forse, di voler a tutti i costi condividere un libro ben fatto con tutti i miei amici. Mi trovavo lì, in camera, a leggere La casa del sonno di Jonathan Coe, Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen, oppure OceanoMare di Alessandro Baricco, ed ecco che sentivo l’irrefrenabile impulso di farlo leggere a ogni persona mi capitasse a tiro.

Purtroppo il prestito del tale libro non funzionava. Me ne resi conto dopo l’acquisto della seconda o terza copia di Dracula di Bram Stoker, finito nei meandri di un amico pugliese conosciuto a Roma, trasferitosi in Germania e poi in Inghilterra: scoprii che l’aveva regalato alla ragazza con cui si era lasciato un anno prima che glielo richiedessi indietro, e con la quale, ovviamente, non si sentiva più, senza sapere nemmeno se l’avesse letto. Cominciai a sospettare che non fosse un buon modo di diffondere la cultura quando non ebbi più notizie, o commenti, o un semplice giudizio positivo o negativo del mio amato Esercizi di Stile di Raymond Queneau, o della Banda dei Brocchi di Jonathan Coe, tuttora in bella vista sullo scaffale della mia migliore amica da almeno sette anni: non credo che lo abbia mai letto. Dopo aver prestato la copia di Into the Wild di Jon Krakauer, libro che aveva per me un valore sentimentale e personale indescrivibile, ho ricevuto la notizia, a un anno di distanza, che tale opera era stata prestata al ragazzo della persona in questione, ma non aveva nessuna memoria di che fine avesse fatto.

Ci è voluto un po’, ma ho capito che il prestito non funziona. Ho smesso, ho detto: «i libri sono miei, guai a chi li tocca». Ma allo stesso tempo non ho resistito a comprare a tutti i miei amici una copia di American Gods di Neil Gaiman quando ho avuto la fortuna di averlo tra le mani. Alcuni l’hanno letto, altri no. E di certo non si possono comprare libri ogni giorno: voglio dire, di soldi già ce ne sono pochi.

Vi voglio allora parlare, oggi, di un fenomeno che sta prendendo piede e che, a mio parere, sembra la soluzione giusta per la diffusione della cultura, a costo zero, per veri appassionati, senza il rischio di vedere libri ammuffiti su uno scaffale mai spolverato o toccato. Si chiama Bookcrossing, e il suo motto è: «Se ami un libro, abbandonalo».

Dalla pagina di Wikipedia si legge:

«Materialmente consiste nella pratica di una serie di iniziative collaborative volontarie e completamente gratuite, di cui alcune anche organizzate a livello mondiale, che legano la passione per la lettura e per i libri alla passione per la condivisione delle risorse e dei saperi. L’idea di base è di rilasciare libri nell’ambiente naturale compreso quello urbano, o “into the wild”, ovvero dovunque si preferisca, affinché possano essere ritrovati e quindi letti da altri, che eventualmente possano commentarli e altrettanto eventualmente farli proseguire nel loro viaggio. Il termine deriva da bookcrossing.com, un club gratuito di libri on-line fondato nel 2001 per incoraggiare tale pratica, al fine di rendere il mondo intero una biblioteca”».

Questo il sito a cui fare riferimento. I libri vengono registrati e poi liberati, pronti a giungere alla loro nuova sede. Il comun denominatore è: la passione per la lettura. Non tenere i libri solo per sé, ma diffonderli, abbandonarli. L’idea base è molto semplice, nel momento in cui un libro viene ritrovato in qualsiasi parte del mondo. Come si legge nel sito: «Se sei qui è perché hai inserito nell’apposita finestra il codice BCID che hai trovato sul libro, ti si è aperta una pagina in cui ti viene chiesto dove hai trovato il libro e cosa ne pensi, e in cui hai modo di leggere dove è stato e chi l’ha letto». A quel punto la persona ha la possibilità di scegliere se segnalare il ritrovamento in maniera anonima, oppure registrarsi al sito, leggere il libro, commentarlo e poi liberarlo di nuovo. In questo caso sarà avvisato di tutti i ritrovamenti successivi.

Lo sviluppo davvero interessante del Bookcrossing, oltre alla sua strabiliante diffusione in tutto il mondo, è la nascita di piccoli spazi di booksharing un po’ ovunque, dal supermercato sotto casa, alle stanze di studentesse appassionate, che condividono scaffali con amici e conoscenti, lasciandoli a disposizione per chiunque di loro voglia prendere un libro, o una rivista condivisa.

Se sei davvero innamorato di un libro, allora diffondilo. Se ami un libro, abbandonalo.

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