La Valdichiana

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Libri e Fumetti

L’edicola di Mario – Maremma Befano!

Mario è un edicolante dalla natura particolare: sempre scontroso e scostante, ma con un grande amore per la propria terra. Grazie alla sua attività riesce sempre ad essere un punto…

Mario è un edicolante dalla natura particolare: sempre scontroso e scostante, ma con un grande amore per la propria terra. Grazie alla sua attività riesce sempre ad essere un punto di riferimento per la comunità, mantenendo aggiornati i propri compaesani sulle vicende della zona. L’edicola di Mario è il modo più divertente per capire la realtà che ci circonda!

“L’edicola di Mario” di Michele Bettollini: Maremma Befano!

Nessun commento su L’edicola di Mario – Maremma Befano!

L’Edicola di Mario – I mercatini di Natale

Mario è un edicolante dalla natura particolare: sempre scontroso e scostante, ma con un grande amore per la propria terra. Grazie alla sua attività riesce sempre ad essere un punto…

Mario è un edicolante dalla natura particolare: sempre scontroso e scostante, ma con un grande amore per la propria terra. Grazie alla sua attività riesce sempre ad essere un punto di riferimento per la comunità, mantenendo aggiornati i propri compaesani sulle vicende della zona. L’edicola di Mario è il modo più divertente per capire la realtà che ci circonda!

“L’edicola di Mario” di Michele Bettollini: i mercatini di Natale

edicola-mario-2-mercatini

Tutte le strip di Michele Bettollini nella speciale galleria: L’edicola di Mario

Nessun commento su L’Edicola di Mario – I mercatini di Natale

L’edicola di Mario – I giornali di carta

Mario è un edicolante dalla natura particolare: sempre scontroso e scostante, ma con un grande amore per la propria terra. Grazie alla sua attività riesce sempre ad essere un punto…

Mario è un edicolante dalla natura particolare: sempre scontroso e scostante, ma con un grande amore per la propria terra. Grazie alla sua attività riesce sempre ad essere un punto di riferimento per la comunità, mantenendo aggiornati i propri compaesani sulle vicende della zona. L’edicola di Mario è il modo più divertente per capire la realtà che ci circonda!

“L’edicola di Mario” di Michele Bettollini: i giornali di carta

edicola-mario-1 Tutte le strip di Michele Bettollini nella speciale galleria: L’edicola di Mario

Nessun commento su L’edicola di Mario – I giornali di carta

L’edicola di Mario – Presentazione

Mario è un edicolante dalla natura particolare: sempre scontroso e scostante, ma con un grande amore per la propria terra. Grazie alla sua attività riesce sempre ad essere un punto…

Mario è un edicolante dalla natura particolare: sempre scontroso e scostante, ma con un grande amore per la propria terra. Grazie alla sua attività riesce sempre ad essere un punto di riferimento per la comunità, mantenendo aggiornati i propri compaesani sulle vicende della zona. L’edicola di Mario è il modo più divertente per capire la realtà che ci circonda!

“L’edicola di Mario” di Michele Bettollini: da Novembre 2016 su “La Valdichiana”!

edicola-mario-promo

 Tutte le strip di Michele Bettollini nella speciale galleria: L’edicola di Mario

1 commento su L’edicola di Mario – Presentazione

Frontiera Due: se una Leopoldina potesse parlare

La leopoldina è la tipica casa contadina: lungo tutta la Valdichiana è possibile osservare queste particolari abitazioni che raccontano la storia del nostro territorio. A volte si trovano in stato di…

La leopoldina è la tipica casa contadina: lungo tutta la Valdichiana è possibile osservare queste particolari abitazioni che raccontano la storia del nostro territorio. A volte si trovano in stato di abbandono, altre volte sono state ristrutturate o riconvertite in abitazioni, magazzini o agriturismi. Le leopoldine racchiudono tra le loro mura le vicende delle campagne della Valdichiana degli ultimi tre secoli, le complicate fasi di passaggio che dalla civiltà contadina hanno portato alle rivoluzioni del Novecento, alla fine della mezzadria, fino all’attuale modello sociale, urbano ed economico.

Proprio queste storie sono alla base del romanzo di Piero Giulio Baricci, “Frontiera Due”, pubblicato pochi mesi fa dalla casa editrice Don Chisciotte. Se una leopoldina potesse parlare, quante storie avrebbe da raccontare? Questa è la domanda a cui ha cercato di dare una risposta l’autore, intrecciando le vicende delle campagne della Valdichiana in un romanzo che ripercorre gli ultimi due secoli di storia.

La leopoldina è infatti la tipica casa settecentesca fatta costruire durante la bonifica della Valdichiana dai Granduchi di Toscana: prendono il nome da Pietro Leopoldo di Lorena, che impiegò grandi sforzi nelle opere di bonifica dei terreni e nella creazione di nuove fattorie. Le leopoldine furono le prime vere case rurali delle campagne, disseminate nei poderi e raggruppate nelle fattorie padronali, in cui venivano poi spostati i mezzadri per la conduzione dei terreni. Queste particolari abitazioni erano costituite da una struttura molto ampia, per ospitare più nuclei familiari, anche trenta persone contemporaneamente: al primo piano si trovavano le abitazioni, mentre al piano terra le stalle e i magazzini. Caratteristico il lucernario in cima al tetto, chiamato “piccionaia”, e il cortile adiacente denominato “aia”; con il passare del tempo le abitazioni si sono dotate di servizi sempre maggiori, senza però mutare la loro funzione fino al termine del sistema mezzadrile.

Questo particolare tipo di abitazione, che si lega in maniera così forte al modello sociale di vita contadina, non poteva che diventare uno spunto per una vicenda avvincente, anzi per più vicende che si intrecciano tra di loro. Baricci ha infatti immaginato una leopoldina abbandonata, “Frontiera Due”, e le ha fatto raccontare le sue storie, percorrendo generazioni su generazioni.Baricci frontiera due

Piero Giulio Baricci è un biologo in pensione, da sempre appassionato lettore, che soltanto in età matura ha realizzato il suo primo romanzo. L’attività letteraria si lega a doppio filo con un’altra passione, quella della musica: Baricci ha infatti suonato per anni la chitarra e il basso, scrivendo molti testi di canzoni.

Con il suo gruppo musicale ha suonato per anni, provando in una leopoldina che ha poi ispirato il podere chiamato “Frontiera Due”; in alcune occasioni ha ospitato anche i giovanissimi Baustelle, una delle band più famose uscite da Montepulciano, ai tempi in cui non avevano ancora gli strumenti con cui provare. Baricci ha visto crescere i Baustelle, prestando loro gli strumenti e la leopoldina, e di quelle esperienze il compaesano Francesco Bianconi ha sempre tenuto gran conto, tanto da scrivere un commento pubblicato a margine di “Frontiera Due”. D’altronde anche Bianconi, come Baricci, ha aggiunto alla passione per la musica quella della letteratura, pubblicando due romanzi con la Mondadori.

Il romanzo di Baricci racconta la vicenda di una tipica casa colonica della Valdichiana, attraverso l’espediente del ritrovamento di un manoscritto in cui si intrecciano le tante storie e i tanti personaggi che sono ruotati attorno al podere “Frontiera Due”. Un nome inventato per una leopoldina come tante, uno dei tanti poderi in rovina che si possono incontrare lungo le strade e le campagne della Valdichiana. Un podere abbandonato che incontra un personaggio abbandonato, lasciato solo da tutti, e queste due solitudini si parlano a vicenda e aprono la via ai racconti del passato.

Ogni capitolo viene introdotto da una citazione di un brano musicale, per sottolineare con più forza il legame tra musica e letteratura. Nel corso dei capitoli del romanzo, di circa quattrocento pagine, emergono personaggi inventati e personaggi reali, riproposti attraverso l’estro dell’autore in situazioni verosimili. Ad esempio l’ingegnere aretino Fossombroni, artefice delle colmate della bonifica, oppure il Granduca Leopoldo di Toscana, fino a Giuseppe Garibaldi e ai soldati della Grande Guerra.

La storia si intreccia alla biologia, alla musica, all’arte: la personalità poliedrica di Baricci si è cimentata anche nell’illustrazione della copertina, perché l’autore si diletta anche a dipingere. La copertina rappresenta una falena nata dai bachi da seta, un allevamento che è stato molto importante per l’economia della Valdichiana: erano infatti molti i contadini che utilizzavano i piani superiori delle leopoldine e addirittura le camere da letto per l’allevamento del baco da seta, e la stessa Fortezza di Montepulciano ha ospitato un importante stabilimento bacologico nel XIX secolo.

Questo romanzo ha il pregio di ricordarci l’importanza storica della leopoldina, non soltanto come particolarità architettonica, ma per la sua valenza sociale, culturale ed economica. Piero Giulio Baricci ha il merito di aver intessuto, come in un bozzolo di seta, la musica, la biologia, l’arte e la letteratura. Perchè la letteratura, come ha scritto Francesco Bianconi in “Frontiera Due”, è forse l’unica e commovente forma di biologia possibile.

Nessun commento su Frontiera Due: se una Leopoldina potesse parlare

Guerra e campagna: i libri di Graziano Buchetti

Graziano Buchetti è un autore di libri che vive a Valiano di Montepulciano: autore, ci tiene a precisare, non scrittore di professione. Classe 1953, una vita passata in banca come…

Graziano Buchetti è un autore di libri che vive a Valiano di Montepulciano: autore, ci tiene a precisare, non scrittore di professione. Classe 1953, una vita passata in banca come impiegato e come direttore, ha scoperto nel corso degli anni una passione per la scrittura, con storie legate al passato del nostro territorio e due grandi elementi caratteristici: la vita delle famiglie contadine nelle campagne e la Prima Guerra Mondiale.

Ho incontrato Graziano Buchetti per una lunga chiacchierata nella sua abitazione di Valiano, dove è tornato a vivere dopo la pensione e una vita passata tra Siena e Firenze, perché i suoi libri hanno avuto un buon riscontro di pubblico nei paesi confinanti. Ero quindi curioso di capire come nascessero i suoi romanzi, che sono particolarmente apprezzati per la ricostruzione storica e l’utilizzo di aneddoti realmente accaduti.

graziano buchetti

Graziano Buchetti con la moglie, dopo aver ricevuto un premio letterario

“Disertore per amore” è il titolo dell’ultimo libro di Graziano Buchetti, ispirato alle avventure militari e sentimentali di una persona realmente esistita, basato su racconti di reduci e loro nipoti: l’amore per la storia del territorio agreste della Toscana si sposa con le drammatiche vicende della Grande Guerra. Graziano ha deciso di pubblicarlo con una casa editrice di Viterbo, dopo alcune esperienze di autopubblicazione e con altre case editrice locali.

“Non è facile arrivare a una grande casa editrice – mi spiega – non ti prendono nemmeno in considerazione, se non hai un agente o un aggancio all’interno. Per quest’ultimo romanzo mi sono rivolto ad alcune case editrici che ho trovato su internet, tralasciando tutte quelle che chiedono un contributo economico all’autore, perché non mi ispirano fiducia. La Nuova Stampa Alternativa di Viterbo mi ha dato subito attenzione, dopo alcune correzioni mi hanno chiesto di firmare il contratto. Hanno apprezzato lo stile, un libro fresco e scritto in modo diverso. È proprio vero, non sono uno scrittore né gioco a farlo, mi diverto a scrivere e sono contento che queste storie possano essere apprezzate.”

Il primo romanzo lo pubblicò in autonomia, e fu una scelta tormentata. Iniziò a scrivere con un articolo per un il giornalino della sua scuola agraria, un pezzo dedicato agli ex alunni che venne particolarmente apprezzato. L’articolo parlava della vita di una fattoria negli anni ’60, ispirato alle sue esperienze, e da quel primo nucleo nacque il romanzo “L’albero dai fili d’argento”.

“Il manoscritto venne rifiutato da alcune case editrici, ma le persone che lo leggevano mi spronavano ad andare avanti. Gli aneddoti della vita contadina piacevano a tutti. Allora mi decisi a fare una pubblicazione in autonomia, grazie a una tipografia di Sansepolcro. Ho fatto stampare circa 1300 copie, distribuite tra amici e parenti, colleghi di lavoro e persone nelle vicinanze: tutte esaurite.”

Dopo questa prima esperienza positiva, si è fatto coraggio e ha pubblicato un secondo romanzo riguardante la vita agreste intitolato “Il profumo dell’erba“: l’opera ha trovato subito una pubblicazione ufficiale attraverso una casa editrice di Perugia, Alieno Editrice. A questo ha fatto seguito “La notte bianca”, una storia dedicata ai viaggi in autostrada e agli inconvenienti dei viaggiatori, con una particolare attenzione alla notte del 17 dicembre 2010, quando la grande nevicata bloccò l’A1 e costrinse tanti automobilisti a passare una notte in bianco. Proprio quest’ultimo romanzo, cominciato con un’autopubblicazione, è stato poi pubblicato in una seconda edizione da una casa editrice di Salerno. Sono stati i riscontri positivi da parte dei lettori e delle case editrici a spingere Graziano Buchetti a continuare la scrittura.

“Ho provato anche a partecipare a dei concorsi di narrativa e di poesia. Dal primo libro ho tolto alcuni capitoli, ho corretto degli errori, ho elaborato in maniera diversa vicende e personaggi. Con queste storie ho partecipato al concorso di Città della Pieve “I nonni raccontano”, nel 2014, dove i giudici erano i bambini. Ho vinto il primo premio con una storia che parlava della vita di campagna, “Pane e companatico”, da cui è stata tratta una nuova pubblicazione che è uscita lo scorso Gennaio.”

buchetti campagna

Accanto alla passione per la vita contadina, nelle opere di Graziano Buchetti c’è un forte interesse storico per la Prima Guerra Mondiale. Ne “Il Grido delle Rondini” ha raccontato le vicende dei ragazzi strappati alla vita di campagna per andare a combattere un conflitto di portata mondiale. A questo libro ha fatto seguito “Disertore per amore”, appena uscito, e un nuovo manoscritto a cui sta lavorando, sempre sul tema della Grande Guerra.

“I miei libri prendono tutti spunto da fatti veri. – commenta l’autore – Un po’ di fantasia serve sempre, ma si deve fondere nel romanzo. Dentro a quest’ultimo libro ci sono storie di diversi personaggi realmente esistiti che ho assemblato assieme. Ci sono delle vicende accadute a mio nonno Decio, che era negli Stati Uniti ai tempi della guerra, e del babbo di Narciso Parisi, famoso cantante e attore fiorentino. Ai tempi della Prima Guerra Mondiale erano in molti a disertare, perché venivano utilizzati come carne da cannone per andare contro le trincee e le mitragliatrici nemiche. Ci sono tanti aneddoti e storie da raccontare, ottimi spunti per romanzi che possono interessare anche i nipoti alla ricerca delle storie dei loro nonni.”

Graziano è appassionato di tradizioni popolari e di storia, ma come scrittore è un autodidatta: a scuola preferiva studiare il diritto e l’economia, ha lavorato per tutta la vita come bancario. Da piccolo viveva in una fattoria tra Valiano e Cortona, e ricorda gli episodi della sua infanzia come testimonianza di una civiltà contadina ormai scomparsa.

“Il mio lavoro mi ha aiutato a scrivere: dovevo fare le relazioni per i fidi e non potevo scriverle male, altrimenti c’era il rischio che non venissero approvati o si poteva mettere in difficoltà la banca. Quindi ho dovuto imparare la chiarezza di esposizione, e mi è stata molto utile. E poi, quand’ero piccolo, c’è stata la moglie del fattore che mi ha insegnato molto. Mi mandava sempre a prendere il giornale, faceva la maestra. Una mattina mi mandò in soffitta, era il 1962, e trovai tantissimi libri, testi scolastici e romanzi d’avventura. In un’estate ne lessi una quarantina, uno dopo l’altro: quando inizio a leggere, non mi fermo più.”

I romanzi d’avventura sono stati una fonte d’ispirazione per Graziano Buchetti, al pari dei classici italiani come Verga o della letteratura russa. Apprezza in particolar modo la chiarezza d’esposizione e la scorrevolezza. Legge con avidità le pagine culturali dei giornali, le interviste ai filosofi e ai grandi scrittori, alla ricerca di spunti che possano arricchire i suoi romanzi. Senza farsi influenzare troppo, però, perché non vuole perdere la sua originalità.

“I libri li devono leggere tutti, quelli che hanno fatto studi classici e quelli che hanno fatto le elementari. Devono essere accessibili a tutti, una pagina deve tirare l’altra. Io non gioco a fare lo scrittore, scrivo così, e spero che vi piaccia.”

Nessun commento su Guerra e campagna: i libri di Graziano Buchetti

Giordano Meacci – Tracce di Valdichiana al Salone del Libro 2016

A Torino, durante il Salone del Libro 2016, è stato possibile rintracciare elementi di Valdichiana anche laddove nessuno si sarebbe aspettato di trovarli. Giordano Meacci dispone le mani oblunghe sui…

A Torino, durante il Salone del Libro 2016, è stato possibile rintracciare elementi di Valdichiana anche laddove nessuno si sarebbe aspettato di trovarli.

Giordano Meacci dispone le mani oblunghe sui fianchi, lo sguardo obliquo dietro le lenti circondate da finissime montature, da mastro artigiano d’altri tempi. La camicia bianca con i baveri fuori dalla rovescia della giacca, la voce rassicurante e la gestualità di chi non sembra aver scalfito la sua personalità dopo la grande attenzione suscitata dal suo ultimo romanzo, “Il Cinghiale che Uccise Liberty Valance”, per i tipi  Minimum Fax, 2016. Una personalità che non si è lasciate esaltare eccessivamente nemmeno dalla firma che ha applicato alla sceneggiatura di “Non Essere Cattivo”, l’incensatissima opera-testamento di Claudio Caligari, stesa assieme allo stesso regista e a Francesca Serafini.  Durante il Salone del Libro 2016 lo si è potuto incontrare più volte, in veste formale e informale, vestito di una disponibilità rara, nel contesto spietato e talvolta fasullo dell’editoria italiana.

In uno di questi incontri, la rivelazione più grande è stata scoprire la profonda traccia di “toscanitudine” e l’alto tasso di Valdichiana, presente nella poetica – e nella vicenda familiare – di Meacci. La famiglia di suo padre è infatti originaria di Valiano di Montepulciano. Questo spiega in maniera incontrovertibile, l’interesse sociolinguistico che ha avuto nei confronti del nostro territorio, nel romanzo sopracitato – tra l’altro candidato al premio Strega 2016. “Il Cinghiale che Uccise Libery Valance” si svolge infatti in un paesino immaginario, chiamato Corsignano, al centro di un’area, a cavallo tra Umbria e Toscana, che mescola elementi reali a elementi immaginari. In esergo al romanzo, Meacci appone una cartina di riferimento (immagine di copertina).

IMG_6747

Copertina del libro

Dal plot è possibile desumere la capacità di crossover stilistico di Meacci, l’esuberanza poetica e la precisa dedizione che l’autore immette nella gestione linguistica del testo. Essendo egli, di formazione, uno storico della lingua, cura in maniera spasmodica la resa dialettale dei personaggi, le variazione delle isoglosse glottologiche tra Toscana e Umbria, nonché l’invenzione, attendibile e verosimile della lingua dei cinghiali. Sembra un fantasy, ma non lo è. È un romanzo postmoderno, nella trasgressione mediale, nella gestione delle atmosfere narrative e nei passaggi temporali del racconto.

Un cinghiale, in questo contesto immaginario – ma non troppo – comincia ad avere sensazioni e sentimenti umani. Apperbohr –  il cinghiale, si chiama – inizia ad assumere sentori emotivi tipici dell’umanità che ovviamente sono misconosciuti dal branco, con cui finisce per confliggere.   Nel frattempo, nella comunità di Corsignano si dipanano, in ramificazioni parallele, le vicende di alcuni piccoli nuclei relazionali, familiari e sentimentali: i Bui, i Salvani, i Bruni, i Malpighi. Tracce di umanità locale che si assolutizzano, che coprono le gesta storiche di un’umanità usurpata dalla bestialità, dalla “ferocia”.

Giordano Meacci vive a Roma, di tanto in tanto viene dalle nostre parti. Se vi capita, scambiateci quattro chiacchiere. Il suo parlare è nutrimento. Il suo scrivere, ancora di più.

 

Nessun commento su Giordano Meacci – Tracce di Valdichiana al Salone del Libro 2016

Il Pendolo di Foucault, tra scienza, letteratura e legalità

Nell’ambito della settimana scientifica dedicata al Pendolo di Foucault organizzata dai Licei Poliziani, presso l’aula magna dei licei si è svolto l’incontro con Serena Uccello giornalista de Il Sole 24 Ore…

Giornalista Serena Uccello

Giornalista Serena Uccello

Nell’ambito della settimana scientifica dedicata al Pendolo di Foucault organizzata dai Licei Poliziani, presso l’aula magna dei licei si è svolto l’incontro con Serena Uccello giornalista de Il Sole 24 Ore e autrice il del libro ‘Generazione Rosarno’.

‘Generazione Rosarno’ racconta le storie degli studenti del liceo Piria di Rosarno, un liceo in cui crescono e studiano i figli delle vittime dei clan mafiosi e quelli degli assassini. Serena Uccello, con questo libro, cerca di raccontare le storie di chi ha trovato la forza e il coraggio di compiere delle scelte diverse da quelle dei genitori e spiega come una donna, una preside, ha trasformato la scuola in un laboratorio di rinascita.

L’autrice è stata accolta dagli studenti dei licei poliziani con grande entusiasmo e fin dall’inizio dell’incontro i ragazzi sono stati rapiti e coinvolti dalle storie dei loro coetanei, nati e vissuti in una realtà distante e diversa, dove le priorità, le difficoltà quotidiane e lo stile di vita sono totalmente diverse. Gli studenti hanno potuto ascoltare le testimonianze di figli di genitori reclusi al 41 bis, ma anche di figli di genitori collaboratori di giustizia o di genitori uccisi dalla mafia.

12961566_900645873394472_9044716789207069223_n

Il viaggio della giornalista è fitto di storie, volti e sogni di ragazzi a cui la vita ha tolto tanto, ma che allo stesso tempo sta regalando riscatto e dignità. Difficile fermare la commozione davanti ad alcune lettere scritte dagli studenti di Rosarno, la stessa commozione che si è potuto ritrovare nella voce delle studentesse poliziane che hanno letto alcuni brani del libro.

La Valdichiana ha incontrato l’autrice a margine
dell’incontro e Serena Uccello ci ha spiegato perchè ha deciso di raccontare le storie che si intrecciano nella scuola di Rosarno.

“Il perché ho deciso di raccontare la storia degli studenti di Rosarno è inconsapevole ma diventa consapevole alla fine di un percorso lungo e allo stesso tempo emozionante. Potrei dire di essere partita dalle parole del premio nobel Herta Muller che parla dell’emancipazione e dell’educazione, e da qui ho cercato di raccontare l’educazione di questi ragazzi nati e cresciuti in famiglie che spesso hanno trasmesso un’educazione al male, ma allo stesso tempo possono avere la possibilità di un riscatto. Io credo molto nella capacità di riscattarsi e nell’impegno, nello studio e nella cultura e quando ho trovato una scuola con questa istruzione mi è sembrato doveroso raccontarlo. Chiunque può nascere in una realtà degradata, ma nessuno può essere segnato al male, ognuno può scegliere il proprio destino. Non sempre lo svantaggio iniziale è determinante, spesso può diventare una forza. Da qui è nata la voglia di raccontare questa cosa, io lo vedo come un regalo che volevo fare a questi ragazzi”.

Nel momento di raccolta delle informazioni hai trovato apertura da parte dei ragazzi?

“Quando arrivi in un luogo dove non ti conoscono e sei distante fisicamente, è chiaro che c’è sempre un po’ di diffidenza. Noi giornalisti, da un lato, abbiamo le porte aperte, ma dall’altro siamo sempre guardati con un po’ di diffidenza. Lo stereotipo del giornalista è quello che spesso stravolge le cose e quindi questo può rappresentare un ostacolo, ma una volta capita la situazione questo ostacolo passa velocemente. Con i ragazzi è stato semplice entrare in confidenza, dopo il muro iniziale, c’è stato entusiasmo e voglia di raccontare”.

12961596_900671850058541_2581465127914705566_nCi sono stati problemi nella stesura del testo?

“Durante la stesura del testo ho avuto mille pensieri perché il mio obiettivo era quello di essere più fedele possibile a quanto raccontatomi, cosa che va sempre fatta quando si fa questo mestiere. In questo caso però a maggior ragione perché si ‘maneggia’ la vita degli adolescenti e quindi c’è la necessità di avere una maggiore cautela, mi sentivo responsabile perché raccontare di ragazzi che hanno davanti tutta la vita può essere determinante in un modo o in un altro e quindi ho sempre scritto con grande accortezza. Poi, quando sono tornata a Rosarno per presentare il libro, ho visto che il mio sforzo era andato a segno. I ragazzi erano entusiasti per come avevo raccontato fedelmente le cose e io ne sono stata felicissima”.

Dirigente scolastica Liceo di Rosarno, Mariella Russo

Dirigente scolastica Liceo di Rosarno, Mariella Russo

Ad aumentare l’entusiasmo degli studenti è stata poi la dirigente scolastica del Liceo di Rosarno, intervenuta in collegamento via Skype per salutare gli studenti toscani e invitarli a Rosarno. Le parole della dirigente sono state accolte con un grande applauso ed emozione, la stessa emozione che ha caratterizzato tutta l’incontro,  organizzato in collaborazione con la Fondazione Balestrieri di Cetona.

12938078_900727543386305_8098671040805319701_n

Nessun commento su Il Pendolo di Foucault, tra scienza, letteratura e legalità

Sfumature dal Buio. Recensione de “Il Grande Buio” di Mario Caruso

L’alienazione dal lavoro e l’alienazione dal non-lavoro. Si cade sempre più spesso nell’imbuto retorico dell’esistenzialismo, alla base delle frustrazioni umane: “una forma superiore di critica”, direbbe Leo Ferré, che inquadra…

L’alienazione dal lavoro e l’alienazione dal non-lavoro. Si cade sempre più spesso nell’imbuto retorico dell’esistenzialismo, alla base delle frustrazioni umane: “una forma superiore di critica”, direbbe Leo Ferré, che inquadra la disperazione generazionale da emarginazione e da classismo individualista. Ci lamentiamo oggi dei lavori sottopagati, dell’eccessiva specializzazione delle qualifiche, degli stage non retribuiti, dei pagamenti con “visibilità”, per “farti un nome”, dei contratti a nero, degli stillicidi tramite voucher; tutto ci sembra nuovo, impossibile da comprendere per chi ha vissuto il mondo del lavoro prima di noi. Eppure dalle storie di lavoro – e di sudore – del passato, molto possiamo cogliere, molto possiamo imparare.

Mario Caruso, già chitarrista e compositore della band aretina SAMCRO, è autore di un egregio libro di narrativa intitolato “Il Grande Buio”, edito da Aletti editore, nella collana “Gli Emersi – Narrativa”. Un romanzo franco, chiaro, di una ricchezza espositiva rara. Un testo che ha molto da dire, che detiene un impianto di retaggi storico-sociali tenuti in considerazione costantemente, durante la scrittura.

Il protagonista, Moreno Alaimo, è un ragazzo che fugge da una situazione familiare difficile, confinata nella desolante provincia bolognese,  per raggiungere Firenze, una Mecca storico-artistica, nella quale – sebbene detenga velleità di pittore – pur di guadagnarsi l’emancipazione di cui va in cerca, inizia a lavorare come operaio non qualificato in una grande fabbrica che produce impianti di areazione, la Respiraplex. Il contesto storico – che viene compreso solo nella parte finale del romanzo, se non per congetture temporali – non è scontato: è il 1999. La fine del secolo. Un mondo che, sebbene cronologicamente recente, appare così distante, nelle forme, nelle coscienze, nei costumi. Attenzione però: il 1999 non è il contesto del grande autunno caldo della direzione di Valletta in FIAT, non sono le gestioni del diritto del lavoro di Luciano Lama contro l’amministrazione Romiti, della lotta per la scala mobile sul potere d’acquisto degli operai, è anche lontano da quella marcia dei quarantamila torinese, che chiuse l’epoca dei grandi dissensi collettivi e delle aggregazioni, in virtù dell’automatismo, della marginalità delle posizioni, il trionfo dell’individualismo e della scala dei consumi. Il 1999 è un anno strano per la coscienza operaia, un anno pressoché nullo dal punto di vista storico, nel quale le forme esistenziali nel mondo del lavoro hanno ormai perso la forza comunicativa degli anni settanta, e il grigiore consumistico ha invaso i moduli vitali delle persone.

Proprio in questo contesto in cui tutti sono contro tutti, in cui gli operai complottano, scherniscono, scavalcano, secondo un sistema coercitivo di sopraffazione ed odio fratricida, Moreno si ritrova a consumare la sua giovinezza nell’opportunismo dei rapporti. Si innamora di Carla (un po’ “La Ragazza Carla” di Pagliarani, sebbene più cosciente di sé, nonostante le debolezze), un’avvenente impiegata della Respiraplex. Stringe rapporti con operai e impiegati, sottolineando la totale leviatanica diffidenza e il continuo scontro tra competizioni, in un turbinio di violenze concettuali all’interno del sistema-fabbrica. Moreno conosce Jonathan e Giorgio, due figli del riflusso che ambiscono al ‘posto’ fisso, nonché Artemio Giraudi detto Cowboy, ultimo baluardo monumentale di una stagione di lotta ormai fagocitata dall’edonismo egotico della società liberista. Ogni personaggio sembra farsi carico di una nomenclatura evocativa, di simboli e riferimenti. Non c’è movimento emotivo tra lettore e personaggi, l’onniscienza della terza persona sembra calarsi anch’essa in un’epoché relativista, per la quale l’unica salvezza sembra essere l’astensione, la neutralità, il lasciar scorrere il gioco dei dadi

Nonostante una discontinuità di registro, e di toni, la scrittura di Mario Caruso è una piacevole composizione a canone di artificio in prosa e tradizione. Un romanzo “d’altri tempi”, con una serie di quadri cinematografici ricollocabili nella grande stagione dell’autorialità impegnata di Petri, Bellocchio,  della Wertmüller dei primi anni settanta, nonché Wilma Labate, il suo “Signorinaeffe” – che ben riporta il crudo distacco tra officina e quadri intermedi, ricalibrato, in un contesto storico diverso, nel rapporto tra Moreno e Carla, e tra Moreno e Jonathan.

La dinamica del linguaggio, spesso volutamente confusa, è congeniale allo straniamento delirante del protagonista, ebbro di storia dell’arte, di Machiavelli, di rinascimento e stilnovismo, un catafalco concettuale che si sbriciola nell’impatto con la crudezza della prosaicità quotidiana. L’idealismo di Moreno emerge con forza nel debordo sintattico e lessicale dell’innamoramento, della sbornia e del sogno: in questi tre momenti del racconto – dell’innamoramento di Carla, e la correlata sbronza, con annesso hangover in officina, nonché il sogno arcadico, quasi satiresco, che Moreno fa in preda all’estasi dell’amore – Mario Caruso tenta di disegnare, con la prosa, movimenti trans-artistici, che sono tratti pittorici, fraseggi musicali, curvature longilinee che forniscono alla scrittura una ritmica per nulla banale.

Accenni grotteschi che sembrano fare il verso al Nabokov politico di Bend Sinister (“I Bastardi” in italiano), il violino nel vuoto del potere, della soppressione e del grigiore e dell’appiattimento, i quali, dalla farsa amara, si tramutano in ipernaturalismo descrittivo, con tanto di arzigogoli citazionistici che sono Bianciardi e Pratolini. Insomma l’autore de “Il Grande Buio”  dimostra di saper cogliere il giusto tratto dai grandi maestri della letteratura, come il suo personaggio, Moreno, che non esita a tirare in ballo Caravaggio, Antonello da Messina, Botticelli, per contrappesare le figure che dispone sulla sua velleità di pittore.

Il libro di Caruso è un libro che merita di essere letto per più motivi. Il principale sembra essere proprio la sua capacità di rispondere alla tensione dell’oggi, del noi-ora, attraverso una vicenda che riguarda il passato. Una capacità che si configura con un superamento del “buio” che ci riguarda, fuori dal quale tutti devono uscire, nell’ossequio del quotidiano, nell’elaborazione dei lutti e dei fallimenti, nella critica attiva di tutte le nostre debolezze intestine. Un “buio” che viene superato attraverso la descrizione sopraffina del dramma, un buio che – così descritto – rivela la sua forma genuina, un “buio” che se disegnato rivela il suo perimetro e, di conseguenza, i suoi limiti, il suo termine.

Il male, così ben descritto, così ben disegnato, diventa parte di una mappa esistenziale assoluta, che rivela un oceano al di là delle sue colonne d’ercole, ed altri continenti, ed altre vite, alla fine del buio.

Nessun commento su Sfumature dal Buio. Recensione de “Il Grande Buio” di Mario Caruso

La gioia di essere Lagioia

Nonostante gli utenti, quanto gli organizzatori, dell’incontro con Nicola Lagioia, nel chiostro di sant’Agostino, iniziativa coeva al Mix Festival 2015 a Cortona, non avesse la più pallida idea di chi…

Nonostante gli utenti, quanto gli organizzatori, dell’incontro con Nicola Lagioia, nel chiostro di sant’Agostino, iniziativa coeva al Mix Festival 2015 a Cortona, non avesse la più pallida idea di chi fosse questo personaggio pugliese, vestito total black, il cui ultimo libro “La Ferocia”, oggi ha la copertina in brossura avvolta dalla fascetta gialla recitante “Vincitore Premio Strega 2015”, la chiacchierata che si è imbastita è stata decisamente riuscita. Sebbene le domande siano state le stesse di pressoché tutte le altre centinaia di presentazioni del libro, che nell’ultimo anno si sono susseguite in tutta la penisola, le risposte sono state comunque illuminanti, piene di spunti per gli spettatori, che delineavano un sottotesto chiaro e netto: “leggete perdìo, non importa che leggiate me, ma leggete!”.

Dopo la presentazione ho avuto modo di mettermi a parlare con la nuova stella della letteratura nazionale. Ma di tutte le domande che gli ho fatto, sono riuscito a registrarne solo una.

I: Nicola, domenica si è spento Sebastiano Vassalli, una delle voci letterarie più importanti del secolo. Una generazione di scrittori sta letteralmente morendo, in maniera fisiologica, ed una nuova multiforme ondata di “novissimi” si sta facendo largo nello spazio letterario contemporaneo. Tu sei attualmente il candidato ideale per essere il “sindaco” della prosa italiana di questo tempo; premio Strega 2015, conduttore di Pagina 3, storico collaboratore di Minimum Fax, probabilmente la casa editrice più autorevole ad indicare la qualità letteraria italiana e internazionale, giurato-selezionatore per la Mostra del Cinema di Venezia, ed altre glorie. Personalmente ti senti parte di un’investitura? Percepisci quest’aura che ti si è formata intorno di istituzione letteraria?

Nicola Lagioia: “Guarda, tutte queste cose che hai elencato non hanno a che fare con la mia attività di scrittore. Sulla pagina io mi sento del tutto irresponsabile. Non avverto il dovere di essere referente di qualcuno. Al contrario quando rivesto tutti i ruoli che hai elencato, questa responsabilità la avverto tantissimo. Da scrittore la prima cosa intelligente che dovrei fare è smarcarmi subito dall’aureola simbolica che ha conseguito vincere il premio Strega. Ci arrivo a 42 anni, non è un punto di arrivo, ma di partenza. Dovrei anche dimostrare di essere “degno”, e ciò deve essere fatto, appunto, smarcandomi da questo “peso” che avverto sulle spalle, che è molto diverso dall’investitura letteraria di cui parli.”  

È una gioia avere Lagioia, di nuovo in toscana.

Nessun commento su La gioia di essere Lagioia

Consigli per la lettura – Luglio 2015

Vinicio Capossela – Il Paese dei Coppoloni (Feltrinelli – 18,00 €) Concorrente Premio Strega 2015 – “Da dove venite? A chi appartenete? Cosa andate cercando?” Così si chiede al viandante-narratore nelle…

Vinicio Capossela – Il Paese dei Coppoloni (Feltrinelli – 18,00 €)

caposselaConcorrente Premio Strega 2015 – “Da dove venite? A chi appartenete? Cosa andate cercando?” Così si chiede al viandante-narratore nelle terre dei padri. Il viandante procede con il passo dell’iniziato, lo sguardo affilato, la memoria popolata di storie. E le storie gli vengono incontro nelle vesti di figure, ciascuna portatrice di destino, che hanno il compito di ispirati accompagnatori. Luoghi e personaggi suonano, con i loro “stuorti nomi”, immobili e mitici, immersi in un paesaggio umano e geografico che mescola il noto e l’ignoto. Scatozza “domatore di camion”, Mandarino “pascitore di uomini”, la Totara, Cazzariegghio, Pacchi Pacchi, Capodiuccello, Camoia, la Marescialla: ciascuno ragguaglia il viandante, ciascuno lo mette in guardia, ciascuno sembra custode di una verità, che tanto più ci riguarda, quanto più è fuori dalla Storia. Il viandante deve rispondere, con il lettore, a un patrimonio di saggezza che sembra aver abbandonato tutti quanti si muovono per sentieri e strade, sotto la luna, nella luce del meriggio, accompagnati dall’abbaiare dei cani. Sulla scorta di Carlo Levi ed Ernesto De Martino, Vinicio Capossela scrive, con Il paese dei coppoloni, un’opera in cui la realtà è visibile solo dietro il velo deformante di un senso grandioso, epico dell’umana esistenza, di un passato che torna a popolare di misteri e splendori l’opacità del nostro caos.


Francesco Bianconi – La Resurrezione della Carne (Mondadori – 17,00 €)

bianconiAspirante poeta, Ivan è diventato famoso per aver scritto “La resurrezione della carne”, una serie TV sugli zombi. La sua vita, nonostante “il successo”, è una calma piatta. Vive passivamente, si lamenta del mondo con cinismo e arguzia. Conosce Giovanna, se ne innamora, e presto hanno un figlio. Ma un evento tragico e imprevisto cambia fatalmente il corso delle cose. La felicità vera, completa, appena trovata, è spazzata via in un colpo solo e Ivan si ritrova molto simile ai non morti della sua serie televisiva: “Chi è stato morso dai resuscitati diventa come loro. Agisce in automatico per il raggiungimento di un unico osceno obiettivo”. La ricerca della verità sulla tragedia che gli ha sconvolto la vita lo guiderà come un’ossessione, portandolo negli ambienti più alla moda della città. Quello che scoprirà, con un catartico colpo di scena, gli aprirà una nuova consapevolezza su di sé e sul mondo. Sul Bene e sul Male. Il leader dei Baustelle, sempre più acclamato come voce poetica della musica italiana, torna in libreria con un romanzo d’amore e di dolore, ambientato in una Milano del futuro prossimo, una “Milano da mangiare” che somiglia in modo inquietante a quella di adesso. La resurrezione della carne è un libro potente, lirico, ammaliante, una storia attaccata al nostro presente come un manifesto, perduta nel tempo come una favola.


Julie Maggi – Piccola guida per Santiago de Compostela (CreateSpace – 9,53 €)

maggiQuesta Piccola guida per Santiago de Compostela è un piccolo cult: con i suoi più di diecimila lettori online rappresenta, in modo simpatico e scherzoso, il primo passo di moltissime e moltissimi pellegrini verso la storica meta di Santiago! L’autrice ha percorso in prima persona le strade di cui parla con affetto. Nella guida, si trovano cenni storici, nozioni di “sopravvivenza”e consigli pratici. Piena di illustrazioni e colori, vi invita con allegria a mettervi in marcia, alla scoperta della magia del Cammino. Tradotta in Inglese, e presto in spagnolo, è disponibile sia in versione cartacea che Kindle.


Michele Primi – Tragedie e Misteri del Rock’n’Roll (White Star – 19,99€)

rockJohn Lennon diceva: “Vivremo e moriremo. Se saremo vivi ce la dovremo vedere con la vita, se saremo morti ce la dovremo vedere con la morte”. Esiste una maledizione nel rock’n’roll? Il talento può essere talmente potente da distruggere? La morte di uno dei talenti più puri della musica degli ultimi anni, Amy Winehpuse, ha riaperto questo e molti altri interrogativi. Il “Club dei 27” esiste davvero, e comprende alcuni dei migliori musicisti di tutti i tempi, ragazzi giovanissimi che hanno creato opere d’arte ma che dall’arte sono stati travolti. Questo volume, scritto da un giornalista esperto di musica e corredato da inserti biografici, racconta la loro storia: dal primo, Robert Johnson che si dice abbia venduto l’anima al diavolo in cambio del dono del blues, passando per Ian Curtis, Kurt Cobain e le vite travolgenti di Janis Joplin, Jimi Hendrix, la morte misteriosa di Brian Jones dei Rolling Stones e la fatalità di quel “giorno in cui morì la musica”, nel 1959, quando cadde l’aereo di Buddy Holly, fino alla recente scomparsa di Whitney Houston. C’è il suicidio come unico modo per affermare se stessi, c’è la trasgressione portata all’estremo, c’è il mistero e il male senza senso, che si manifesta con il colpo di pistola che uccide John Lennon.


Stefano Benni – Cari Mostri (Feltrinelli – 17,00€)

mostriStefano Benni sfida il racconto di genere e apre la porta dell’orrore. Lo fa con ironia, lo fa attingendo al grottesco, lo fa tuffandosi nel comico, lo fa tastando l’angoscia, lo fa, in omaggio ai suoi maestri, rammentandoci di cosa è fatta la paura. E finisce con il consegnarci una galleria di memorabili mostri. E allora ecco gli adolescenti senza prospettiva o speranza, ecco il Wenge, una creatura misteriosa che semina panico e morte, ecco il plutocrate russo che vuole sbarazzarsi di un albero secolare, ecco una Madonna che invece di piangere ride, dolcemente sfrontata, ecco il manager che vuole ridimensionare un museo egizio sfidando una mummia vendicativa. Stefano Benni scende negli anfratti del Male per mettere disordine e promettere il brivido più cupo e la risata liberatoria. E in entrambi i casi per accendere l’immaginazione intorno ai mostri che sono i nostri falsi amici, i nostri veleni, le nostre menzogne.


Luca Bianchini – Dimmi che credi al Destino (Mondadori – 17,00 €)

bianchiniOrnella ama i cieli di Londra, il caffè con la moka e la panchina di un parco meraviglioso dove ogni giorno incontra Mr George, un anziano signore che ascolta le sue disavventure, legate soprattutto a un uomo che lei non vede da troppo tempo, e che non riesce a dimenticare. A cinquantacinque anni, Ornella si considera una campionessa mondiale di cadute, anche se si è sempre saputa rialzare da sola. Per fortuna può contare su Bernard, il suo vicino di casa, che la osserva da lontano e la conosce meglio di quanto lei conosca se stessa. L’ultima batosta, però, è difficile da accettare. La piccola libreria italiana che dirige nel cuore di Hampstead – dove le vere star sono due pesci rossi di nome Russell & Crowe – rischia di chiudere: il proprietario si è preso due mesi per decidere. Lei, che sa lottare, ha imparato anche a lasciarsi aiutare, e così chiama in soccorso la Patti, la sua storica amica milanese inimitabile compagna di scorribande – che arriva in città con poche idee e tante scarpe, ma sufficiente entusiasmo per trovare qualche soluzione utile a salvare l’Italian Bookshop. La prima è quella di assumere Diego, un ragioniere napoletano bello e simpatico, che fa il barbiere part-time, ha il cuore infranto e le chiama guagliuncelle. Ma proprio quando la libreria ha più bisogno di lei, il destino riporterà Ornella in Italia, a bordo di una Seicento malconcia guidata in modo improbabile dalla Patti.

Nessun commento su Consigli per la lettura – Luglio 2015

Cronache dal Salone Internazionale del Libro di Torino 2015 – PARTE 1

Il nostro Tommaso Ghezzi è stato cinque giorni alla XXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, al Lingotto dal 14 al 18 Maggio; ci racconta, a suo modo,…

Il nostro Tommaso Ghezzi è stato cinque giorni alla XXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, al Lingotto dal 14 al 18 Maggio; ci racconta, a suo modo, quello che ha visto.

[Parte 1]

Sono stato al Salone del Libro come “giornalista”, secondo quanto indicato sul mio badge ‘stampa’ con il quale ho avuto accesso a più o meno tutti gli stand dei cinque padiglioni, erti al Lingotto di Torino per il Salone. Ovviamente, l’essere giornalista era una copertura: ci sono andato essenzialmente come lettore ed (ex) studente di lettere, ossessionato dalla perdita di lucidità e dall’impossibilità di updating dell’attuale scena editoriale italiana.

È estremamente difficile, infatti, restare aggiornati e seguire ciò che emerge dal magma lavico dell’universo letterario, quando si è fuori dalla facoltà di lettere e filosofia. Il tempo – dopo l’università – si trasforma. I segmenti quotidiani che adesso posso dedicare alla lettura (ed anche ahimè allo studio) è ristrettissimo, le capacità cerebrali dopo i 25 anni si declinano in un imbuzzurrimento e provincialismo tale che a fine giornata, dopo 9 ore di trambusti, pressioni, caffè al ginseng, lavori svelti e occhi aperti, rimane difficile addirittura seguire una puntata da cinquanta minuti di qualche serie televisiva della HBO.
Mi sono ritrovato, negli ultimi mesi, a gettarmi seduto sul divano, a fine giornata, mangiando schifosissimi cibi pronti, inebetito di fronte ad immagini e suoni che componevano lo schermo televisivo di fronte a me, a prescindere dal fatto che, in quello schermo, ci fossero Philippe Daverio o Greggio e Iacchetti, intervallati da quelle odiosissime risatine finte di Striscia la Notizia. La saturazione del cervello, quando si entra nel magico mondo del lavoro/profitto/capitale, raggiunge livelli superiori al correggibile. Non riesco a seguire un film, figurarsi leggere o scrivere. Non riesco a seguire un film, figurarsi leggere saggi, figurarsi scrivere la tesi.

11228038_10206283368190930_4591640452840118699_n

Sono andato a Torino, quindi, con questa certezza; che non fossi cioè più quello del giardino di Lettere a Palazzo di Fieravecchia, che non fossi più quel divoratore di libri, come al tempo delle lezioni dei prof. Luperini e Magrini, nei banchi abulici dell’UniSi. Di fatto, sono andato al salone del libro con un gigantesco complesso di inferiorità, quindi. Più nei confronti del me stesso ventenne che degli altri.

Dopo nemmeno una giornata, però, ho dovuto rinnegare tutta la melanconia instaurata; che senso ha – mi sono detto – avere complessi di inferiorità qui dentro? Ognuno parla male della persona che ha sopra o a fianco, ognuno giudica in negativo almeno l’80% dei libri esposti, ognuno trancia con cattiveria intellettuale ossessiva gran parte dei componenti del suo stesso ambiente. Non che mi dispiaccia la dialettica, ma è quella egotica e scriteriata che mi spaventa. La dialettica-caterpillar. Che senso avrebbe avuto, quindi, sentirsi al-di-sotto di chi non è mai al-di-sopra di nessuno? Quella società individualista e competitiva, che ha macchiato tutti i campi lavorativi, si riflette anche qui. Anzi, forse s’insinua nei comportamenti dei partecipanti a questa enorme “Industria Culturale” a tal punto da rendere eventi come questo una titanica masturbazione individuale, e – di base – emargina, mortifica, riduce.

In queste giornate torinesi baciate dal sole ho quindi ripreso in mano la mia autocoscienza intellettuale da universitario ed ho affrontato, a mento in alto, il delirante mondo dell’editoria italiana.

In breve, per i più distratti, spiego che il SalTo è un importante meeting delle maggiori case editrici italiane, che viene organizzato a Torino dal 1988. È un’enorme fiera dell’editoria, spalmata su uno spazio espositivo di cinquantunmila metri quadrati, nella quale agli stand assegnati agli editori si alternano luoghi di incontro, sale di presentazioni, seminari, bar, angoli in cui si fanno le cose più disparate. Quest’anno, ad esempio, appena all’ingresso del salone, sulla destra, campeggiava enorme il Cook-Book, ovvero, l’area dedicata alla cucina. Esattamente. Una buona percentuale dei libri venduti, in Italia, sono di argomento culinario. Sono quindi passati per il Cook-Book Pietro Leeman, quelli che hanno inventato GROM, Stefano Callegaro, Giorgione, le immancabili Benedetta Parodi e Antonella Clerici e tanti altri di cui – mi si perdoni – non mi interessa assolutamente nulla.

Oltre alla cucina, uno dei grandi temi del salone è stato affrontato nell’area Book to the Future, ovvero: il dato materico del libro nell’era del digitale, la grande questione di questo inizio secolo; si è parlato, anche qui, di cose strane, che mi hanno fatto sentire terribilmente vecchio; la diffusione di opere letterarie tramite twitter (che i fedeli all’understatement chiamano Tweetteratura), lo storytelling interattivo, libri “comunitari” creati in serie, da più utenti, tramite i social network, Seejay, e tantissima altra roba che – ammetto – mi lascia sempre un po’ perplesso. Finché si parla di giochi di ruolo, divertissement del mercoledì sera, potrei essere d’accordo, ma quando si parla di letteratura mi si gonfia un po’ il petto e necessito una compostezza che purtroppo sono costretto a definire “neoclassica”.

11059547_10206285147115402_6825448665567856474_n

Le enormi sale Gialla e Rossa, che contavano centinaia di posti a sedere, hanno ospitato i pesci grossi; da Mattarella a Roberto Saviano faccia a faccia con Günter Wallraff, Emmanuel Carrère, Francesco Guccini, Morgan, Vecchioni, Pupi Avanti, Vinicio Capossela, Ferzan Ozpetek (il cui libro, ne sono certo, ci ammorberà per tutta l’estate sotto gli ombrelloni affittati dai lettori del ceto medio), Emis Killa, Angela Finocchiaro e tantissimi altri che è stato assolutamente impossibile vedere; già perché, di fatto, gran parte degli eventi erano sovrapposti ad altri eventi. Dalle 10 di mattina alle 22 almeno 5 incontri/eventi si accavallavano ogni ora.

Il mio animo hipster/slipstream mi ha quindi portato ad evitare le grandi masse nazional popolari che congestionavano la sala gialla per fare una foto alla Littizzetto, ed ho preferito concentrarmi su quattro spazi dei quali non sono affatto deluso: la Sala Workshop, l’Indipendent’s Corner, la Sala Poesia/PordenoneLegge e l’Incubatore.

11260602_10206289986956395_6062385506886254541_n

Nella Sala Workshop si sono stilati incontri con professionisti della traduzione e dell’editing letterario, che hanno mostrato ad un pubblico più o meno evangelizzato (vi giuro avevano TUTTI la moleskina nera originale) la forma fattiva del loro lavoro. L’Indipendent’s Corner ha invece ospitato i protagonisti di quelle case editrici indipendenti (comprese quelle come Minimum Fax che pur essendo “indipendenti” nell’attitudine, fatturano un sacco) che propongono nuovi metodi di selezione editoriale, tra cui un concorso “live” di racconti, Ottoperotto, gestito da Christian Raimo e Marco Peano, con le comparsate di Nicola Lagioia.

La Sala Poesia, invece, è stata una scelta surreale ed assolutamente fuori contesto – per questo meravigliosa – posta al centro del padiglione 2, il più grande e affollato; i posti a sedere erano 20, e comunque bastavano largamente. Autori emergenti hanno letto le loro poesie, ad alta voce, mentre intorno si rovesciava foneticamente il caos delle migliaia di persone scalpitanti, urlanti, scalpiccianti del salone. Un meraviglioso anacronismo e anatopismo.

L’Incubatore è invece una piccola saletta nella quale i neonati della letteratura sono stati messi di fronte ai loro “futuri” lettori; un luogo estremamente interessante per osservare le movenze dei piccoli feti della letteratura italiana.

[vai alla parte 2]

1 commento su Cronache dal Salone Internazionale del Libro di Torino 2015 – PARTE 1

Type on the field below and hit Enter/Return to search