Categoria: Enogastronomia

La Chianina, tutto il resto è noia

La Chianina, allevata in Valdichiana, è una delle protagoniste indiscusse della realtà culinaria delle nostre terre ma conosciuta ed apprezzata anche a livello internazionale. Si rimane sempre sorpresi dai suoi…

La Chianina, allevata in Valdichiana, è una delle protagoniste indiscusse della realtà culinaria delle nostre terre ma conosciuta ed apprezzata anche a livello internazionale. Si rimane sempre sorpresi dai suoi numeri: ogni pezzo ha uno spessore medio di 3/4 cm, con un peso che si aggira tra gli 800 g e 1,2 kg, ma non è inusuale trovare tagli più grandi.

Il “vitellone bianco” con i suoi poderosi zoccoli ha accompagnato la storia della Valdichiana fin dal periodo etrusco e romano. Nel “toro italico”, moneta di rame del Lazio, databile intorno al IV sec a.C., è raffigurato probabilmente un esemplare di Chianina, così come in un bassorilievo di un’ara romana ad Asciano (SI) del I sec d.C. Molti autori classici come Columella nel De Rustica, o Virgilio nelle Georgiche ci parlano della bontà delle carni della Chianina, un piatto riservato per le tavole dei più ricchi.

Oltre che essere impiegati per il lavoro nei campi nell’epoca mezzadrile, grazie alla loro bellezza questi animali venivano utilizzati nei cortei. Il manto è porcellanato su una cute color ardesia, gli occhi sono grandi e neri, la testa ha una forma elegante, leggermente allungata sul davanti, con corna poco pronunciate, mentre il resto del corpo è muscoloso e massiccio. Proprio per la sua mole, la Chianina ha rappresentato un valido alleato nel duro lavoro dei campi.

Oggi la Chianina è un’ambasciatrice della tradizione delle nostre terre e di tutta la Toscana, soprattutto per l’uso che se ne fa in cucina. Il segreto della sua prelibatezza risiede prima di tutto nelle caratteristiche. Le dimensioni imponenti del bovino chianino fanno sì che i vitelli possano essere macellati più precocemente rispetto alle altre razze, e questo consente di avere carni estremamente tenere. Le fibre sono sottili, e la marezzatura, ossia la distribuzione del grasso nella massa muscolare, è ottima. Ma tutto questo da solo non basta. Per assaporare al meglio un gioiello culinario come la Chianina, la cosa più importante è la cottura.

Dalla zona lombare si ottiene il taglio più richiesto e pregiato, la bistecca. Si dice che il termine sia una italianizzazione dell’espressione inglese beef steak. La carne non va salata prima della cottura, e non deve essere assolutamente bucata con la forchetta. Questo infatti comporterebbe una fuoriuscita dei succhi e un indurimento della carne. Per lo stesso motivo è consigliabile oleare leggermente i due lati con extra vergine, in questo modo l’olio sigillerà i pori. Una volta messa sulla brace, la carne non va girata continuamente altrimenti gran parte delle sostanze nutritive e del sapore andrebbero persi. Un trucco per capire quando un lato è cotto è quello della “lucidatura”: tutti i succhi della carne, che grazie all’olio non vengono espulsi, sono spinti verso l’alto dal calore, e questo rende lucida la parte non ancora cotta. È questo il momento per voltarla e mangiarla, rigorosamente al sangue.

Di fronte ad un bel taglio di Chianina tutto il resto è noia. Il contorno passa in secondo piano: fagioli cannellini o un’insalata fresca sono l’accompagnamento più usuale, importante invece è l’abbinamento con il vino. Chianti, Brunello e Nobile renderanno un’esperienza, già di per sé eccezionale, indimenticabile per le vostre papille.

Ah dimenticavo, ogni boccone di Chianina è un tesoro da scoprire, il racconto di una storia che dura da 22 secoli.

Nessun commento su La Chianina, tutto il resto è noia

I pici, un assaggio di storia

La cucina tipica della Toscana è fatta di sapori semplici e lineari, ma anche schietti e corposi, che ben incarnano le origini contadine, come la pasta, di forma spessa, porosa…

La cucina tipica della Toscana è fatta di sapori semplici e lineari, ma anche schietti e corposi, che ben incarnano le origini contadine, come la pasta, di forma spessa, porosa al tatto e al gusto, e rigorosamente fatta a mano. I pici, insieme alle pappardelle, condividono il primato e rappresentano un marchio di fabbrica della gastronomia toscana. In tutto il territorio senese è possibile gustare il sapore inconfondibile di questa pasta, “lontani parenti degli spaghetti” come li definisce Giovanni Righi Parenti nel libro La cucina toscana in 800 ricette tradizionali (1991), ma molto più corposi. Una pasta che non presenta una grande varietà nella forma e nell’impasto, ma che si presta ad essere accompagnata con diversi condimenti.

La storia dei pici sembra affondare le sue radici in epoca etrusca. Una prima testimonianza si può trovare nella celeberrima Tomba dei Leopardi di Tarquinia, monumento funerario del V secolo a.C. che raffigura un banchetto: un servo porta a tavola una scodella contenete una pasta lunga, irregolare, che presumibilmente possiamo considerare i primi “antenati dei pici”. Dalla cittadina del viterbese i pici poi sarebbero arrivati in Val di Chiana, e da lì in tutta la Toscana.

Per quanto riguarda il nome, le correnti di pensiero sono molte e discordanti. C’è chi lo fa risalire addirittura all’antica Roma, nello specifico alla figura di Marco Gavio Apicio (25 a.C.37 d.C.), uno dei più importanti gastronomi dell’antichità, autore di numerose ricette che vanno a comporre il corpus dell’opera intitolata De re Coquinaria ( L’arte della cucina). Altre voci sostengono che il nome derivi dal gesto che si fa con il palmo della mano per far prendere all’impasto la forma del picio, quello che nel gergo culinario toscano è il verbo “appiciare”. Un’altra strada ci porta a rintracciare l’origine del nome presso la località di San Felice in Pincis vicino Castelnuovo, nella diocesi di Arezzo. Infine si potrebbe cogliere un collegamento con il Pigelleto, l’abete della riserva naturale del Monte Amiata, bianco e dalla forma stretta e allungata, proprio come quella dei pici.

Al di là di quella che è l’etimologia del nome, sono molti oggi i modi con i quali viene chiamata questa pasta. Nel sud della provincia senese il termine più diffuso è quello di “pici”, ma anche “pinci” nelle zone di Montepulciano, Pienza e Montalcino. Se ci spostiamo invece ad Anghiari e nella Valtiberina sono definiti “bringoli”, mentre in Umbria “stringozzi” oppure “strangozzi”, ma anche “umbricelli” e “ciriole”.

Tanti nomi dunque per indicare un’unica pasta. Infatti, sia la forma che l’impasto, sono pressappoco uguali nelle diverse aree dove è possibili gustare questo gioiello gastronomico. I pici sono un piatto “povero”, tipico della realtà contadina, per la semplicità degli ingredienti. L’uovo, presente nelle tavole dei ricchi o usato solamente nei momenti di festa, è assente. Nell’impasto troviamo solo acqua, farina e sale. La vera ricchezza di questa pasta risiede soprattutto nella varietà dei condimenti. Tradizionalmente questa pasta veniva mangiata solo con un po’ di olio o con un trito di cipolla e sale. Ma ogni realtà, anche la più piccola, era ed è ancora capace di offrici una variante di questo straordinario prodotto. A Celle sul Rigo il picio per antonomasia è con l’aglione, sugo a base di aglione, zenzero, olio e pomodoro, mentre a Montepulciano il condimento che va per la maggiore è con le briciole, ottenuto con pane raffermo. A Montalcino, patria del Brunello, non può mancare il ricchissimo ragù di vaccina, pollo, prosciutto, salsiccia e fegatini, una volta cucinato solo per il pranzo delle domenica. Nella zona dell’Amiata i pici sono conditi con funghi freschi. Se poi ci spostiamo in zone lacustri, come il lago di Chiusi, da febbraio a maggio è possibile gustare i pici con un sugo a base di uova di luccio.

Questo caleidoscopio di sapori testimonia come i pici siano un prodotto profondamente radicato in queste terre. Una sorta di filo rosso, anzi un laccio di acqua e farina, che lega queste realtà sotto una comune identità culturale e gastronomica, ma che al contempo traccia e mantiene le varie differenze.

1 commento su I pici, un assaggio di storia

Saragiolino: birrificio per passione

Nonostante ci si aspetti, durante un viaggio attraverso le colline toscane, di incontrare numerose cantine vinicole e frantoi, ci si imbatte sempre più di frequente anche nei birrifici artigianali, una…

Nonostante ci si aspetti, durante un viaggio attraverso le colline toscane, di incontrare numerose cantine vinicole e frantoi, ci si imbatte sempre più di frequente anche nei birrifici artigianali, una realtà in costante crescita anche nel nostro territorio fortemente legato alla cultura del vino.

Il perché della scelta di aprire un birrificio si ritrova facilmente nell’unione tra la passione per il fai-da-te e la bellezza di un’operazione artigianale legata all’agricoltura. Un valore che può creare una miscela esplosiva, se inserito nello scenario paesaggistico ed enogastronomico di un territorio come quello chianino e catalizzato dalla passione di una coppia di fratelli.

Questa è stata la prima impressione che ho avuto quando ho messo piede all’interno del Birrificio Saragiolino, una giovane start-up agricola nata da pochi mesi tra le dolci colline di Torrita di Siena.

È stato Andrea a raccontarmi la storia dell’azienda e i motivi che l’hanno spinto a seguire la sua passione assieme al fratello Lorenzo: la coppia di giovani fratelli torritesi ha ereditato l’azienda agricola dai genitori e ha investito il proprio futuro nella creazione del progetto Saragiolino.

Il birrificio sorge all’interno di un’azienda agricola che è stata tramandata di generazione in generazione da veri contadini toscani. I fratelli che hanno ereditato la conduzione dell’impresa hanno pensato di sviluppare un progetto ambizioso per la riqualificazione aziendale, il rinnovamento dei macchinari, la riduzione dei prodotti chimici usati e le concimazioni, perseguendo l’obiettivo dell’agricoltura biologica.

IMG_0557Nella birra artigianale si trova la risoluzione perfetta del progetto: attraverso una filiera corta che utilizza fonti di energie rinnovabili per la trasformazione del prodotto agricolo, l’orzo coltivato nei campi di famiglia viene utilizzato per la produzione della birra agricola, arrivando alla chiusura del ciclo.

Il progetto è nato nel 2012 e i lavori per la realizzazione della cantina nel 2013.  L’edificio è in tipico stile toscano e al suo interno trovano spazio il magazzino per l’olio extra vergine e il birrificio, dove avviene il processo di trasformato dell’orzo e del frumento. A chiusura della filiera agricola è presente anche uno spazio per la vendita diretta e per la degustazione dei prodotti, sapientemente abbinati ad altre eccellenze prodotte da aziende locali.

Andrea è entusiasta nel raccontare la sua passione per la birra e i motivi che l’hanno spinto a intraprendere questa sfida, aziendale e personale, in un territorio come quello della Valdichiana senese:

“Quella per la birra artigianale era una passione che io e mio fratello avevamo già da molti anni. Facevamo delle prove, mettevano da parte le bottiglie in garage, le facevamo assaggiare agli amici. Quando si è presentata l’occasione di innovare l’azienda di famiglia abbiamo fatto questo investimento.”

Indubbiamente, il nostro territorio è più famoso a livello internazionale per il vino e per altri prodotti enogastronomici di grande qualità. Anche se negli anni sono nati alcuni birrifici artigianali, la birra non è certo uno dei prodotti tradizionalmente ricollegati all’area chianina. Ma questo non spaventa i fratelli Crociani: anzi, pensano che questa coesistenza possa creare un interesse maggiore nel loro prodotto, che non ci sia concorrenza né rivalità con il vino, ma che possa aumentare l’offerta complessiva del territorio.

L’arte del mestiere l’hanno imparata da soli, nella piena tradizione di un birrificio artigianale appassionato:

“Abbiamo imparato da autodidatti, attraverso internet, articoli e studi personali. Ci siamo informati per fare la birra da soli e abbiamo imparato sulla nostra pelle. Prima abbiamo maltato del grano con il quale abbiamo prodotto la prima birra, che è venuta buonissima, ed è stato uno stimolo per fare ancora di più e ancora meglio. Con il birrificio chiudiamo la filiera dei cereali: abbiamo i campi, ci facciamo l’orzo e poi la birra. Quindi, filiera completa.”

IMG_0540

Ma qual’è il procedimento utilizzato dal Birrificio Saragiolino per produrre la sua birra agricola? L’orzo viene trasformato in malto, macinato e ammostato; rimane a bagno nel  tino di ammostamento e dall’impasto di acqua e malto si va a creare il mosto dolce, che viene poi bollito e sterilizzato. A questo punto il processo si sposta nel tino di bollitura, dove vengono aggiunti il luppolo e le spezie, e prosegue nel fermentatore dove avviene l’aggiunta del lievito adatto al tipo di birra che si vuole ottenere. Dopo tre settimane nei fermentatori, lo zucchero diventa alcool e anidride carbonica. Quando il prodotto ha concluso il suo periodo di fermentazione inizia la fase di imbottigliamento, durante la quale viene aggiunto zucchero per dare il via a una rifermentazione che darà alla birra la sua gasatura finale.

Le ricette per le quattro tipologie di birra sono state sviluppate in collaborazione con l’Università di Perugia: si tratta di birre prodotte tutte artigianalmente, non filtrate e non pastorizzate, con sedimenti naturali.
La Viola è una belgian strong ale, una birra ambrata ideale con formaggi stagionati, arrosti e stufati. La Vale è una blonde, una birra chiara ideale come aperitivo, per accompagnare carni bianche e piatti a base di pesce. Poi la Chiara è una american pale ale, una birra chiara ideale come aperitivo, con piatti estivi e pizze. Infine la Giulia, una american ipa, è una birra ambrata ideale per affiancare carni rosse, arrosti, hamburger e cioccolato.

La risposta del territorio nei confronti del Birrificio Saragiolino, sia a livello locale che generale, è stata molto buona: i contatti sono arrivati da tutta Italia e tutta Europa. Il loro mercato si è espanso abbastanza da raggiungere le riviere toscana e romagnola, Brescia e persino la lontanissima Singapore.
Hanno anche partecipato a fiere del settore, mostre mercato del territorio e ricevuto buona risposta di pubblico: un riconoscimento è arrivato a “Un Bagno di Birra- tuscan craft beer fest 2015″, il festival delle birre artigianali toscane che si è tenuto a Bagno Vignoni lo scorso Luglio, dove il Birrificio Saragiolino ha vinto
il Premio del Pubblico per la Miglior Birra.

“Il premio vinto a Bagno Vignoni ci ha resi molto felici! Era la nostra prima festa della birra, il pubblico ha apprezzato il prodotto e ci ha premiati.” 

IMG_0569I fratelli Crociani non vogliono fermarsi qui, ma sono già al lavoro per i progetti futuri: il Festival Internazionale della Birra Artigianale a Prato (dal 10 al 13 Dicembre),Golositalia,un’importante fiera del settore alimentare a Brescia (dal 27 Febbraio al 01 Marzo 2016), nuove birre in sperimentazione e la voglia di migliorare le ricette attuali, sempre alla ricerca della qualità superiore. E una piccola chicca: il tentativo di fare la birra in un vecchio caratello del vinsanto. A dimostrazione di una passione per la birra che si lega alla tradizione locale e alle caratteristiche culturali ed enogastronomiche di questo territorio.

(Per visite e degustazioni: Azienda Agricola Crociani, Loc.Saragiolino 50, Torrita di Siena (SI) – info@saragiolino.it – www.saragiolino.it)

Nessun commento su Saragiolino: birrificio per passione

Torta salata primavera con asparagi

Se vi dico verdure e primavera, quale ortaggio vi viene in mente? Intanto che ci pensate, vi dico che è un ortaggio povero di calorie, ma con molte fibre. Ricco…

Se vi dico verdure e primavera, quale ortaggio vi viene in mente?
Intanto che ci pensate, vi dico che è un ortaggio povero di calorie, ma con molte fibre. Ricco di vitamina C, carotenoidi, sali minerali e vitamina B! Sì, stiamo parlando dell’asparago.

Gli asparagi sono un vero toccasana per il nostro corpo, e non c’è niente di meglio che gustarli in una squisita torta salata, ottima da portare anche ad un pic nic sulla spiaggia.

Ingredienti:

Un rotolo di pasta brisée tonda
3 uova
180 gr di ricotta
100 gr di prosciutto crudo
1 mazzetto di asparagi
Sale, pepe q.b.

Pulire gli asparagi, tagliando via la parte finale o, in alternativa, pelarla con un pelapatate.

Cuocerli in abbondante acqua salata portata a ebollizione per circa 30 minuti. Il tempo è indicativo, guardare sempre la consistenza per capire se la cottura è terminata.

Intanto che gli asparagi cuociono, mescolare in una ciotola le uova sbattute con la ricotta e il prosciutto crudo a striscioline. Salare e pepare.

Stendere la pasta brisée in uno stampo per torte tondo e bucherellare il fondo con i rebbi di una forchetta. Versarvi dentro il composto di uova e ricotta. Terminare disponendo sulla superficie gli asparagi a raggiera.

Infornare in forno preriscaldato a 150° per circa 35 minuti.

N.B. (1)  Meglio usare gli asparagi di campo o, in alternativa, quelli più fini, poiché hanno il gambo meno legnoso e c’è meno spreco nel pulirli.

N.B. (2)  Scolate gli asparagi sotto un getto di acqua bollente, così rimarranno belli verdi!

Nessun commento su Torta salata primavera con asparagi

Colomba con crema al lampone e frutti di bosco

La Pasqua è passata da qualche giorno: chi di noi non si trova in casa una colomba, magari ancora confezionata? Vi propongo un modo originale per consumare questa delizia pasquale…

La Pasqua è passata da qualche giorno: chi di noi non si trova in casa una colomba, magari ancora confezionata?
Vi propongo un modo originale per consumare questa delizia pasquale di pasticceria. Oltre che essere buona, questa ricetta è anche velocissima! Potete posizionare i cronometri prima di mettervi all’opera… In meno di 10 minuti avrete finito!

Preparazione della crema:

La crema pasticcera che andrete a utilizzare potete farla con la ricetta che più preferite. Io ve ne propongo una facilissima:

Mischiate a freddo due cucchiai di farina, uno di zucchero e una bustina di vanillina. A parte, sbattete un uovo e aggiungete a filo, sempre sbattendo, un bicchiere di latte freddo.
Andate poi a unire le due miscele e mettete il composto ottenuto sul fuoco in una casseruola. Mescolate facendo attenzione a non far raggrumare il tutto, continuando a girare finché la crema non si sarà addensata.

Veniamo ora alla realizzazione del nostro dessert.

Ingredienti:

Colomba a fette
Crema pasticcera q.b. (in base a quante fette di dolce avete)
Liquore al lampone
Frutti di bosco

Preparazione:

Prima di tutto tagliate la colomba a fette spesse e fatele abbrustolire su una piastra.
Quando avrete preparato la crema pasticcera, a fine cottura aggiungete una tazzina da caffè e mezza di liquore al lampone. Rimettete qualche secondo sul fuoco per far rassodare.
A questo punto, impiattate prendendo la fetta di colomba croccante e servendola con la crema al lampone decorata con i frutti di bosco freschi.

Nessun commento su Colomba con crema al lampone e frutti di bosco

Plumcake salato con basilico

Qualche giorno fa sono andata a fare la spesa, e al supermercato c’erano in vendita una miriade di piantine aromatiche. Da buon amante del basilico, non potevo che prenderne una…

Qualche giorno fa sono andata a fare la spesa, e al supermercato c’erano in vendita una miriade di piantine aromatiche. Da buon amante del basilico, non potevo che prenderne una piantina. E quindi, la ricetta che vi propongo oggi è un plumcake salato con il basilico.

La versione originale prevede basilico, pomodori secchi e parmigiano, io l’ho modificata mantenendo il basilico ma aggiungendo tonno e olive nere. Provate questo delizioso plumcake mediterraneo, che può essere gustato sia come antipasto che come spuntino. E con l’arrivo del bel tempo, darà ai vostri pic-nic all’aperto quel tocco in più.

Ingredienti:

160 gr farina
1 bustina lievito
3 uova
100 ml latte
100 ml olio e.v.o
50 gr tonno al naturale
Parmigiano grattugiato q.b.
Basilico fresco q.b.
Sale, pepe
Burro e farina per lo stampo da plumcake

Preparazione:

Sbattere in una ciotola l’olio, il latte, il sale e il pepe.
Unire la farina setacciata e il lievito e mescolare bene.
Quando il composto sarà omogeneo, unire il basilico tritato finemente, il tonno e le olive intere.
Aggiungere anche il parmigiano. Mescolare.
Poi imburrare e infarinare uno stampo da plumcake e versarvi il composto.
Mettere in forno ventilato per circa 20 minuti a 180°.
NB. Il tempo è molto indicativo, vige la regola dello stuzzicadenti!

Nessun commento su Plumcake salato con basilico

Bomboloni salati di patate

Anche questo mercoledì vi lascio una ricetta salata da leccarsi i baffi…  Vietato non provarla! Ingredienti: Per l’impasto 500 gr patate rosse 500 gr farina 00 1 cubetto lievito birra…

Anche questo mercoledì vi lascio una ricetta salata da leccarsi i baffi…  Vietato non provarla!

Ingredienti:

Per l’impasto
500 gr patate rosse
500 gr farina 00
1 cubetto lievito birra (20/25 gr)
2 uova
2 cucchiai olio e.v.o
3 cucchiaini abbondanti sale
Per il ripieno
300 gr prosciutto cotto
300 gr formaggio a pasta filata o emmenthal o provola
Facoltativo
Olio per friggere q.b.

Preparazione:

Cuocere le patate e schiacciarle con lo schiacciapatate.

Unire la farina, le uova, l’olio, il sale e il lievito precedentemente sciolto in poca acqua tiepida.

Impastare bene e stendere con il mattarello su una spianatoia infarinata.

Con un coppapasta, ritagliare tanti cerchi. In mancanza del coppapasta, usare un bicchiere o una tazza con una bocca larga.

Quando saranno pronti tutti i cerchi di pasta, prenderne uno e riempirlo con il prosciutto cotto e il formaggio. Prenderne un altro, e sovrapporlo all’altro per chiuderlo. Sigillare bene i bordi.

A questo punto, far lievitare i bomboloni riempiti per un’ora. Mi raccomando, vanno messi su un piano molto infarinato, altrimenti c’è il rischio che si attacchino al piano.

Trascorsa un’ora, è fondamentale decidere se si vogliono cuocere i bomboloni in forno oppure in olio per friggere. In caso voleste farli in forno, è necessario cuocerli a 180° per circa 20 minuti. In caso contrario, è necessario friggerli in abbondante olio di semi.

N.B. Tra gli ingredienti ho scritto “patate rosse” perché ho provato a fare questi bomboloni con le patate gialle, ma forse contenendo troppa acqua non danno il risultato desiderato.

Nessun commento su Bomboloni salati di patate

Girandola di pasta sfoglia con tartufo e prosciutto cotto

Da buona amante delle torte salate di pasta sfoglia e del tartufo in ogni sua forma, non potevo che proporvi una ricetta originale, i cui ingredienti che le fanno da…

Da buona amante delle torte salate di pasta sfoglia e del tartufo in ogni sua forma, non potevo che proporvi una ricetta originale, i cui ingredienti che le fanno da principe sono proprio la pasta sfoglia e il tartufo. Bella da vedere e squisita da mangiare, questa girandola conquisterà tutti.

Ingredienti:

2 rotoli pasta sfoglia quadrata
Prosciutto cotto q.b.
Salsa tartufata q.b.
Formaggio a pasta filata q.b.
1 uovo
Semi di sesamo q.b. (facoltativo)

Preparazione:

Foderate uno stampo rotondo con la carta forno.

Prendete i rotoli di pasta sfoglia, stendeteli e tagliateli a strisce in senso orizzontale, in modo da ottenere 4 strisce per ogni rotolo.

Farcite ogni striscia con il prosciutto cotto tagliato a striscine, il tartufo e il formaggio a pezzettini.

SAM_56651

Ora chiudete e sigillate i bordi di ogni striscia in modo da formare dei cilindri. Inumidite con un po’ d’acqua per fissare meglio la chiusura.

SAM_5666

Quando le avrete farcite e ben sigillate tutte, iniziate a disporle nello stampo in modo concentrico, facendole ben aderire le une alle altre.

SAM_56671

A questo punto, spennelatevi sopra l’uovo sbattuto, e se volete, aggiungete una manciata di semi di sesamo.

Infornare in forno preriscaldato per 15 minuti a 180°.

Nessun commento su Girandola di pasta sfoglia con tartufo e prosciutto cotto

Mug Cake dal cuore morbido

Non smetto mai di sperimentare e, stavolta, quella che vi propongo è una ricetta veloce (pronta in soli 2 minuti!) e davvero golosa. È un’ottima merenda, un buon dessert e indubbiamente…

Non smetto mai di sperimentare e, stavolta, quella che vi propongo è una ricetta veloce (pronta in soli 2 minuti!) e davvero golosa.

È un’ottima merenda, un buon dessert e indubbiamente un’imperdibile colazione da preparare la sera prima e da gustare la mattina per svegliarsi al meglio.

Non ci credete? Provate, poi ne riparliamo!

Ingredienti:

30 gr burro fuso
1 uovo
2 cucchiai zucchero
1 cucchiaino zucchero a velo
3 cucchiai panna fresca
2 cucchiai rasi cacao amaro
6 cucchiai rasi farina
½ cucchiaino lievito
2/3 quadretti cioccolato (fondente, al latte o bianco, a scelta vostra)

Prima di tutto assicuratevi di avere il microonde e una mug, ovvero una tazza grande come quelle tipiche anglosassoni che oggi piacciono tanto anche a tutti noi.

Preparazione:

In una ciotola, sbattete con la frusta l’uovo con lo zucchero e lo zucchero a velo.

Unite la panna, il cacao, la farina, il lievito e mescolare molto bene.

Infine, unite anche il burro fuso e mescolate per rendere omogeneo l’impasto.

Ora prendete la mug e versateci l’impasto. Versate inizialmente solo una parte dell’impasto e mettete qualche quadretto di cioccolato. Poi, terminate versando il restante composto.

A questo punto, cuocete nel microonde a 750 Watt per 2 minuti.

Ovviamente, lievitando, vedrete l’impasto gonfiare e forse avrete la fortuna di vederlo strabordare dalla mug. Per evitare questo, assicuratevi di avere una mug molto capiente e con i bordi belli alti.

Nessun commento su Mug Cake dal cuore morbido

Risotto spinaci e gorgonzola

Quella che vi propongo oggi è una ricetta gustosa, colorata e semplicissima da fare. I protagonisti del piatto sono gli spinaci freschi  e il gorgonzola. N.B. Quelle riportate nella ricetta sono dosi…

Quella che vi propongo oggi è una ricetta gustosa, colorata e semplicissima da fare. I protagonisti del piatto sono gli spinaci freschi  e il gorgonzola.

N.B. Quelle riportate nella ricetta sono dosi indicative di spinaci e gorgonzola. Voi potete mettere più spinaci o gorgonzola, in base ai vostri gusti personali.

Ricetta per 5 persone:

 250 gr spinaci freschi
 250 gr gorgonzola
 15 cucchiai più o meno di riso per risotti
 500ml di brodo vegetale
 1 scalogno
 Sale q.b.
 Parmigiano (facoltativo) q.b.
Noce moscata (facoltativo) q.b.

Preparazione:

Partiamo con il cuocere gli spinaci freschi.
Mettete in una pentola capiente poca acqua salata. Non appena bolle, aggiungete gli spinaci e fate cuocere circa 10 minuti. Scolateli bene, strizzateli e lasciate freddare.

Riprendete gli spinaci e frullateli con il frullatore ad immersione, aggiungendo poca acqua alla volta se risultassero troppo asciutti. Mettete da parte la purea ottenuta.

Ora, in una pentola dal fondo spesso, fate rosolare uno scalogno in poco olio. Unite il riso a cucchiaiate e fate tostare. Iniziate ad aggiungere il brodo, poco alla volta. Quando il riso è al dente, toglietelo dal fuoco.

Terminare la cottura del risotto unendo la purea di spinaci e il gorgonzola tagliato a pezzettoni. Servire ancora caldo e, se volete, con una spolverata di parmigiano e di noce moscata.

 

Nessun commento su Risotto spinaci e gorgonzola

Sempre più donne sommelier, la FISAR si tinge di Rosa

Valorizzare la figura della donna sommelier, è questo l’obiettivo principale della costituzione di FISAR in Rosa, un organismo all’interno della FISAR (Federazione Italiana Sommelier Ristoratori e Albergatori) che rappresenta e…

Valorizzare la figura della donna sommelier, è questo l’obiettivo principale della costituzione di FISAR in Rosa, un organismo all’interno della FISAR (Federazione Italiana Sommelier Ristoratori e Albergatori) che rappresenta e promuove la sensibilità femminile nel mondo della sommellierie, della produzione e della distribuzione del vino.

La FISAR in Rosa cerca di sviluppare l’aspetto femminile come risorsa importante per una crescita significativa dal punto di vista della visibilità e dell’allargamento della base sociale della FISAR stessa.

E tutto questo FISAR lo fa organizzando incontri conviviali, convegni e degustazioni, con le donne sommelier delle varie Delegazioni d’Italia per favorire la conoscenza tra loro, la condivisione di esperienze e lo scambio di consigli utili per la vita sociale della FISAR e per comunicare in maniera efficace il marchio Fisar in Italia e all’Estero.
La responsabile nazionale della FISAR in rosa è la Consigliere Nazionale Luisella Rubin coadiuvata per la zona Italia Nord Est da Patrizia Loiola, per la zona Italia Nord Ovest Gladys Torres Urday, per la zona Italia Centro da Emma Lami, già delegata di Fisar Valdichiana, e per la zona Sud e Isole da Anna Mercogliano.

“Le donne sommelier sono ormai una realtà in crescita esponenzialedice il Presidente Nazionale Fisar Mario Del Debbio – La creazione di un progetto a loro dedicato sarò sicuramente un valore aggiunto per tutta la nostra associazione”.

“Tale progetto intende coinvolgere in un lavoro di squadra tutte le sommelier che operano nel territorio nazionale per l’attuazione di iniziative ed eventi culturali ed enogastronomici sulla base di un programma comune volto a dare ampia visibilità alla Fisar” – dichiara la consigliera Nazionale Luisella Rubin.

Emma Lami Coordinatrice Fisar in Rosa Centro Italia

Emma Lami Coordinatrice Fisar in Rosa Centro Italia

“Io, come coordinatrice di questo progetto per l’Italia Centraleafferma Emma Lami – mi prefiggo, come primo passo, di organizzare un incontro con le referenti delle delegazioni dell’Italia Centrale per preparare degli eventi che mirino a evidenziare il ruolo della donna sommelier in varie situazioni e momenti della vita sociale odierna. Siamo in fase di progettazione, ma il 2015 sarà sicuramente un anno che ci vedrà protagoniste di alcune manifestazioni”.

Nessun commento su Sempre più donne sommelier, la FISAR si tinge di Rosa

Produzione dell’olio: fase dell’imbottigliamento

Il reportage de La Valdichiana sull’olio continua con la visita all’Azienda Agricola Carraia in Località Petroio. Franco Bardi, presidente del Consorzio olio DOP Terre di Siena, e proprietario dell’Azienda Agricola…

Il reportage de La Valdichiana sull’olio continua con la visita all’Azienda Agricola Carraia in Località Petroio.

Franco Bardi, presidente del Consorzio olio DOP Terre di Siena, e proprietario dell’Azienda Agricola Carraia a Petroio, all’interno della sua attività effettua l’imbottigliamento dell’olio. Per ottenere l’Olio Extra Vergine, Franco possiede olivi di varie specie: Leccino, Frantoio, Moraiolo e Pendolino. L’oliveto, è posto a 430 mt s.l.m., e questa altitudine si rivela ottimale per la coltivazione delle olive.

Quando abbiamo conosciuto Franco, durante la visita al Frantoio La Romita di Carlo Alberto Bindi, gli abbiamo subito chiesto come è stata la raccolta di quest’anno:

Non buona. Quest’anno le olive hanno fatto poca resa, e addirittura tante olive non sono proprio all’altezza di fare l’olio – spiega Franco Bardi – L’ olio non buono di quest’anno, è tale a causa del clima e della mosca. Molti produttori non hanno fatto trattamenti, invece, affinché l’oliva faccia un buon olio, è necessario trattarla e stare attenti alla mosca e alle altre malattie.

Essendo presenti alla macinazione delle olive di Franco e all’analisi dell’olio effettuata dal Biologo Mario, ci siamo ben presto resi conto di come il suo olio fosse molto buono, rispetto alla media. Quindi con curiosità gli abbiamo chiesto come avesse cercato di arginare il problema.

Io tutti gli anni cerco di curare gli olivi. Oggi non sono più le temperature di un tempo, tutto è cambiato, compreso il clima. Sono necessarie molte cure e molte attenzioni.

SAM_54041Qualche giorno dopo siamo stati alla sua Azienda Agricola, per terminare il nostro viaggio nell’olio e scoprire come funziona l’imbottigliamento. Le olive, una volta colte, vengono portate la sera stessa al frantoio. Questo perché è necessario macinarle subito.

Signor Franco, una volta ottenuto l’olio, cosa succede?

L’olio ottenuto, viene messo nei contenitori di acciaio inox che sono collegati direttamente attraverso una pompa, alla macchina che piena le bottiglie di olio. Grazie a questa pompa, l’olio arriva direttamente alla macchina, che viene impostata in base alla quantità di liquido da inserire nella bottiglia. Ogni contenitore può essere da 0,10-0,25-0,75, fino a 5 litri. Il flusso si ferma automaticamente raggiunta la quantità giusta.

E la fase successiva qual è? Servirà il tappo a queste bottiglie!

SAM_54071Da qui infatti si va alla macchina che chiude e avvita il tappo. Poi la macchina successiva, mette il sigillo intorno al tappo. Poi si passa all’etichettatura, che con nostra grande sorpresa, viene fatta a mano. Un’etichetta davanti, una dietro e una intorno al collo della bottiglia, attaccate con grande maestria da Franco, che da 10 anni produce l’olio e ormai è un esperto anche in quest’attività.

Di solito, quante bottiglie imbottigliate al giorno?

Quest’anno purtroppo di olio ce n’è poco e il lavoro è minore, ma gli altri anni, quando è il periodo, arriviamo anche ad imbottigliarne mille al giorno.

Materiale a cura di Maria Stella Bianco e Valentina Chiancianesi

Nessun commento su Produzione dell’olio: fase dell’imbottigliamento

Type on the field below and hit Enter/Return to search