La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Interviste

TwoLo, il 18enne di Chianciano che “rappa” la vita

Lorenzo è un ragazzo di 18 anni di Chianciano Terme che fa rap, ha un nome d’arte (TwoLo) e sa bene ciò che vuole. Lo dimostra il fatto che l’11…

Lorenzo è un ragazzo di 18 anni di Chianciano Terme che fa rap, ha un nome d’arte (TwoLo) e sa bene ciò che vuole. Lo dimostra il fatto che l’11 aprile è uscito in free download il suo primo disco dal carattere molto personale, in cui passa da pezzi hardcore a pezzi suonati al pianoforte, dal pezzo d’amore al pezzo arrabbiato. Noi de La Valdichiana.it abbiamo ascoltato questo album e abbiamo incontrato Lorenzo, che ci ha parlato un po’ di sé, della sua musica e delle sue canzoni.

“Ho una concezione tutta mia della musica.. Credo che essa debba essere un mezzo attraverso il quale l’artista comunica e trasmette i propri stati d’animo e le proprie emozioni, lasciando all’ ascoltatore qualcosa impresso nella testa quando il suono si propaga. Nelle mie canzoni parlo della mia vita, a volte anche estremizzando, ma quello che descrivo con tali parole è il ritratto di me stesso, di come mi vedo e di come mi sono visto in 18 anni di vita. Credo di essere un adolescente come tutti gli altri, con gli stessi “microdrammi” adolescenziali.. L’amore, la famiglia, la scuola, gli amici. A differenza della massa però ho un dono: quello di saper esprimere i sentimenti con le parole. Voglio riuscire a trasmettere sensazioni positive e di speranza a chi ascolta i miei brani. L’utilizzo di termini forti, come “depressione”, “frustrazioni”, “solitudine”, “sconfitte”, “fallimenti” è più uno sfogo, uno sprono per quelli che come me si trovano in questo periodo così fugace quanto importante della vita.”

Siamo curiosi, il tuo nome d’arte è originale, nuovo e fresco. Ma è anche abbastanza strano, a dire la verità! Come ti è venuto in mente?

“Viene dal mio nome anagrafico, ovvero Lorenzo Lombardi. Se prendiamo le prime 2 lettere del nome e le prime 2 del cognome, abbiamo due volte LO. Inizialmente infatti mi chiamavo DueLo ma per ragioni morfologiche e di suono ho scelto di “inglesizzarlo” in TwoLo. Credo che questo pseudonimo mi rappresenti appieno, e ben dimostri come la persona e l’artista non siano due figure contrapposte e differenti, bensì siano la stessa persona. TwoLo è un po’ la trasposizione di Lorenzo.”

Cover Front dell'album "Fallito" di TwoLo

Cover Front dell’album “Fallito” di TwoLo

L’album appena uscito si chiama “Fallito” e al suo interno c’è una canzone con lo stesso titolo:

“Sono molto legato a quel brano. Definirmi “fallito” è un modo per incitarmi a non esserlo e a non diventarlo, ma è anche una sorta di “autosatira“. In un momento come questo, in cui di cantanti ce ne sono fin troppi, e soprattutto nel rap in cui si tende a definire il rivale o il prossimo “fallito”, io me lo sono detto da solo. L’ho fatto per far capire che in realtà nessuno al mondo è veramente fallito se si è messo in gioco per realizzare il proprio sogno, per cambiare qualcosa, per fare ciò che lo gratifica. Sono una persona con un’ autostima molto bassa, ma appena iniziai a fare rap, trovai terreno fertile e darmi del “fallito”, è servito molto a spingere a perfezionarmi e a conseguire risultati migliori nella musica come nella vita.”

Lorenzo-TwoLo ci spiega il brano “Chianciano-City”, dedicato alla sua provinciale città natale:

“E’ stato strutturato in due sezioni: la prima cupa, sofferente e triste in cui faccio un quadro critico della situazione che sta vivendo oggi la mia cittadina. La seconda è invece volta a svegliare, a far aprire gli occhi ai cittadini, a promuovere la rinascita di questa città termale, come a voler dare una forte scossa a chi la ascolta. Amo il mio paese ma allo stesso tempo provo odio e vergogna per chi non lo apprezza e ragiona soltanto egoisticamente senza pensare alla collettività. Non ho nemmeno 18 anni e già me ne voglio andare; molti genitori portano i figli a crescere fuori da questo paesino sempre più “fantasma”, specchio di una nazione anch’essa “fantasma”. Ho visto la nostalgia e la tristezza negli occhi degli anziani, e così ho deciso di mettere nero su bianco ciò che ritenevo giusto dire su Chianciano.”

Ascoltando l’album c’è una canzone, “Black List”, in cui TwoLo dice “odio voi che fate musica solo per moda”…

“Purtroppo, al giorno d’oggi per colpa dei media (vedi talent, radio,commercializzazione della musica), molti musicisti o pseudo tali, si buttano in questo oceano solo per uno scopo: ottenere fama. Ho sempre detestato questo tipo di persone. Le trovo vuote e prive di valori. Il rap è per eccellenza il genere musicale dello sfogo, della ribellione, della rivolta e così è anche per me. Pur avendo iniziato da poco (quasi 2 anni), grazie ad esso posso esprimere appieno il mio essere.”

Impazienti di vederlo live in giro per la Valdichiana, ci ha svelato che ha in progetto di fissare numerose date per questa primavera/estate 2014 e che sta già lavorando al prossimo disco.

A questo punto non ci resta che fare un grosso in bocca al lupo a TwoLo! E vi invitiamo a cercarlo su Facebook e ad ascoltare le sue canzoni e le sue parole.

Link per scaricare l’album : http://www.honiro.it/download_twolo-fallito-ep.html

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“Nel mio futuro vedo danza…danza e ancora danza”. Intervista a Francesca Del Toro protagonista di Amici 13

Amici di Maria De Filippi, la scuola mediatica per eccellenza, in cui possono partecipare ragazzi tra i 18 e i 26 anni che aspirano a diventare cantanti e ballerini, a…

Amici di Maria De Filippi, la scuola mediatica per eccellenza, in cui possono partecipare ragazzi tra i 18 e i 26 anni che aspirano a diventare cantanti e ballerini, a distanza di tredici anni dalla prima messa in onda su Italia1, continua a trionfare e fa registrare dati di ascolto più che positivi. Ogni sabato sera, oltre alla regolare gara dei ragazzi concorrenti, ospiti illustri si avvicendano sul palco di Canale 5: da Matthew McConaughey della prima sera a Robert De Niro di quella appena messa in onda, tutti nel ruolo di giudici speciali che si affiancano a quelli fissi, anch’essi super stellati, come Luca Argentero, Sabrina Ferilli e Gabry Ponte. Insieme decidono chi è degno di restare fino alla fine nella scuola, e quindi essere in vincitore, e chi invece deve abbandonare il programma.

La scuola di Canale 5 rappresenta un’esperienza bellissima, un traguardo di arrivo, ma forse più un trampolino di lancio per aspiranti cantanti e ballerini. Ogni anno partecipano ai casting milioni di ragazzi, ma solo venti riescono ad entrare nella scuola e ad aggiudicarsi l’ambito banco. Quest’anno, a sedere a quel banco e a indossare la famosa felpa gialla del gruppo ballerini, è toccato ad una bravissima ballerina toscana e torritese doc, lei è Francesca Del Toro. Francesca è riuscita a entrare nella scuola e a realizzare il suo piccolo sogno, vincendo la sfida d’ingresso contro Angela Caliandro.

Noi de La Valdichiana.it abbiamo incontrato Francesca, che ci ha rilasciato una bella intervista, dove ci racconta il suo percorso fatto fino ad ora e i suoi progetti futuri.

Francesca ha vent’anni e la sua passione per il ballo è nata quando era bambina. Ha iniziato a ballare da piccolissima e la sua specialità è il moderno contemporaneo, ma le piace comunque provare e sperimentare stili diversi. Una passione coltivata con grande spirito di sacrificio e tanta passione.

“La danza e un’arte che va coltivata ogni giorno con grande passione e dedizione. Io ogni giorno mi alleno, sento proprio il bisogno di farlo e se non lo faccio per un giorno sto male. Ci vogliono sacrificio e grande volontà!” – sono le parole di Francesca Del Toro che ci racconta come coltiva la sua passione e la sua ragione di vita.

A permetterle di iniziare, portare avanti la sua passione e coltivare le sue doti nel miglior modo possibile,  sono stati gli studi, iniziati a sei anni, alla scuola di danza classica e moderna “Pianeta Danza” di Cinzia e Giulia Salvini con sede a Torrita di Siena, che, oltre a farsi largo a livello locale, le ha permesso di partecipare a una serie di concorsi, tra i quali uno all’ Accademia Danza Molinari di Roma che l’ha vista vincere una borsa di studio e il premio come miglior talento. Ed è stata proprio Cinzia Salvini a spingere Francesca a fare i provini per la tredicesima edizione di Amici:

Francesca Del Toro

Francesca Del Toro

“Ho deciso di fare i provini per provare, volevo fare questa esperienza. Mi sono fissata questo obiettivo in testa e volevo perseguirlo a tutti costi, ma non mi sarei mai aspettata niente di tutto questo, soprattutto di arrivare fino a dove sono arrivata” – ci racconta Francesca – “Amici è stata un’esperienza bellissima che capita una sola volta. Non posso spiegare la gioia immensa che ho provato quando sono stata ammessa nella scuola. Il mio sogno si era realizzato! All’interno della scuola siamo una squadra, c’è una bella complicità tra noi ragazzi e una consapevolezza, la consapevolezza di condividere uno stesso sogno e di lavorare per realizzarne altrettanti ancora più grandi”

Francesca ci spiega il rapporto che si era instaurato con gli altri compagni e con Maria De Filippi, conduttrice e madrina di tutti i ragazzi protagonisti del talent:

“Con i miei compagni, fin dall’inizio abbiamo formato un bel gruppo, uniti e determinati perché sapevamo dove volevamo arrivare. Maria De Filippi era per noi come una mamma, ci dava consigli su come andare avanti e i professori sono persone davvero speciali, danno molti consigli e ci seguono nel migliore dei modi per farci crescere artisticamente. Quando ho perso la sfida – prosegue Francesca – non me l’aspettavo, ci sono rimasta male, ma faceva parte del gioco e la vita va avanti.”

Attualmente Francesca, insieme al noto musicista torritese Alessio Benvenuti, sta lavorando ad ARIA, uno spettacolo che unisce la musica classica alla danza moderna, danno vita alla sintonia perfetta tra musica e movimento, utilizzando una sottile linea immaginaria che unisce passato e presente, per proiettare questa magia nel futuro e far sì che la musica e il ballo diventino una cosa sola.

“Ho avuto la fortuna di iniziare a lavorare con il grande maestro Alessio Benvenuti e insieme porteremo Aria in giro tra Italia ed Europa. Sto lavorando duramente per il mio futuro, per riuscire a raggiungere più obiettivi possibili e realizzare sempre più sogni. Nel mio futuro vedo tanta danza e ballo, ballo e ancora ballo” – ha concluso Francesca.

Ricordiamo che lo spettacolo Aria debutterà il 17 maggio prossimo al teatro di Montefollonico.

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Pif all’Università di Siena per parlare di mafia

In una stracolma Aula Magna della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli studi di Siena, ieri 31 marzo, il conduttore, attore e regista, Pierfrancesco Diliberto, in arte PIF, ha incontrato…

In una stracolma Aula Magna della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli studi di Siena, ieri 31 marzo, il conduttore, attore e regista, Pierfrancesco Diliberto, in arte PIF, ha incontrato gli studenti nell’ambito del progetto “Legalità organizzata” promosso proprio dall’Università di Siena. Pif, oltre a rispondere alla domande di giornalisti e studenti, ha dialogato con la giovane giornalista Ester Castano, vincitrice del prestigioso premio “Pippo Fava 2014” per aver contribuito a svelare i legami tra le mafie e gli amministratori del Comune di Sedriano, nel milanese. “La mafia uccide solo d’estate”, l’ormai famoso film di Pif è stato poi oggetto di importanti spunti per parlare di legalità e cultura. Al dibattito hanno partecipato il rettore Angelo Riccaboni e il docente di Sistema politico italiano Luca Verzichelli

Pif - Pierfrancesco Diliberto

Pif – Pierfrancesco Diliberto

Pif si è detto stupito del successo che sta riscuotendo la sua opera prima“La mafia uccide solo d’estate”:

“Non è facile traslare al cinema il linguaggio stilistico della ‘mia’ televisione, ma i dati dicono che ha funzionato. Anche se il film affronta un argomento a cui la gente si sente vicino, non era scontato il successo soprattutto perché io vengo dalla televisione e questo avrebbe potuto creare un pregiudizio. Ho sempre voluto fare cinema, è il mio amore ancora prima della televisione, ho provato ed è andata bene”.

Spiegare come è nato il film, non è semplice per Pif:

“Tutto è nato quando mi sono trasferito a Milano: mi facevano domande talmente ingenue da sembrare assurde. In realtà era normale, la gente non sa cosa è la mafia. Tentavo di spiegare che la mafia non è solo Totò Riina, ma anche quella di Stefano Bontade e Michele Greco, che è inserita nel tessuto della città, della Palermo ‘bene’. A forza di ripeterlo mi è venuto spontaneo fare un film. Mentre giravo il film non pensavo a come giustificare la nascita del film, lo giravo e basta e le riflessioni mi sono venute a posteriori. La mafia non è solo cosa del Sud”-“Nella vita quotidiana, chiunque può essere Paolo Borsellino: lui non aveva i superpoteri. Smettiamo di crearci degli alibi. Per noi palermitani esiste un ‘prima’ e un ‘dopo’ il 1992, soprattutto per la mia generazione. E questa è la prima volta, infatti, che la mafia è vista da un quarantenne.” – ha aggiunto Pif.

Insieme a Pif anche la giovane giornalista precaria Ester Castano, capace di individuare e denunciare le infiltrazioni della ndrangheta nel Comune di Sedriano. L’amministrazione comunale di Sedriano, infatti, è stata sciolta per infiltrazioni mafiose, prima con l’arresto dell’allora assessore regionale alla Casa della Giunta Formigoni, Domenico Zambetti, accusato di voto di scambio con la ‘ndrangheta, poi con i domiciliari per il sindaco di Sedriano, Alfredo Celeste che, secondo l’ordinanza, avrebbe asservito “sistematicamente le proprie funzioni pubbliche agli interessi dei privati corruttori”. L’inchiesta è ufficialmente partita nel 2003, ma Ester è partita molto prima e ha dato un contributo fondamentale all’indagine. Ester Castano ha combattuto una battaglia isolata, subendo intimidazioni e minacce e la sostanziale indifferenza dei media e degli altri giornali. Esempio tangibile che la mafia ha ramificazioni in tutta Italia e come ancora, per alcuni, è difficile parlarne.

Pif, Ester Castano, Rettore Riccaboni e il prof. Verzichelli

Pif, Ester Castano, Rettore Riccaboni e il prof. Verzichelli

“La mafia uccide solo d’estate” è stato definito un film coraggioso, capace di affrontare il tema della lotta alla mafia sotto un profilo nuovo, ironico e impegnato al tempo stesso e ricco di dettagli. Cosa nostra tende sempre a rialzare la testa e noi aiutiamo a tenere viva la memoria. Il film ha ricevuto il premio giornalistico Mario Francese, per la prima volta nella sua storia, questo riconoscimento legato alla memoria del cronista del Giornale di Sicilia ucciso da Cosa nostra il 26 gennaio 1979, è stato assegnato all’autore Pif, che ha raccontato in modo diverso, ma con l’efficacia e lo scrupolo documentaristico del cronista, cosa è stata la lotta alla mafia negli anni di piombo di Palermo, riscuotendo un gran bel successo.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=JnGfEOBm-uI&feature=youtu.be[/youtube]

Foto di proprietà de La Valdichiana.it

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Alessio Benvenuti, tra classicità e modernità, un sogno divenuto realtà

Intervista al musicista torritese, Alessio Benvenuti, che oltre alla sua straordinaria carriera ci ha parlato di “Aria”, il suo progetto divenuto realtà grazie alla sua tenacia, bravura e a Francesca…

Intervista al musicista torritese, Alessio Benvenuti, che oltre alla sua straordinaria carriera ci ha parlato di “Aria”, il suo progetto divenuto realtà grazie alla sua tenacia, bravura e a Francesca Del Toro, giovane ed eccellente ballerina, torritese anche lei.

Classe 1976, torritese doc, Alessio Benvenuti ha iniziato a suonare a tre anni, la sua passione per la musica gli è stata trasmessa dal padre ed è divenuta la sua ragione di vita. La Valdichiana.it ha incontrato Alessio Benvenuti durante lo spettacolo delle eccellenze torritesi, serata organizzata dall’Associazione Sagra San Giuseppe, durante la 57^ edizione del Palio dei Somari.

“Ho mosso le dita all’inizio sulla tastiera di un pianoforte, anzi, come molti dicono per miracolo durante la messa di Natale sull’harmonium della chiesa, suonando ad orecchio il motivo della Alleluja”- così è iniziata l’intervista ad Alessio Benvenuti, che ci ha raccontano come è nata questa sua passione per la musica e che mano a mano è diventata la sua passione, non che lavoro. – “Il violino mi fu poi consigliato dalla mia professoressa Ivette Grigorian, ed intrapresi quel nuovo cammino pochi mesi dopo aver iniziato con il pianoforte e da allora ho sempre portato i due strumenti avanti insieme. L’amore per la musica me l’ha trasmesso mio padre che insieme alla mia famiglia mi ha sempre seguito negli studi e nella vita, incoraggiandomi sempre, con quell’amore che solo un padre o una madre sanno dare ai propri figli. Importantissimo anche l’appoggio e l’aiuto che ogni giorno mi danno mia sorella Sara e mia moglie Natalia in tutto ciò che faccio”.

Alessio ha avuto la fortuna di studiare con grani ed importanti maestri della musica, da Uto Ughi a Guido Agosti, insegnante di pianoforte, che discendeva direttamente dalla scuola di Liszt, di George Enescu e di Chopin, andando ancora più indietro, compositori immortali della storia della musica classica.

“La possibilità di studiare con queste persone, oltre che essere una grande fortuna, rappresenta, in qualche modo, un ponte tra quella generazione e quella futura”. – ci spiega Alessio

D: Hai collaborato con prestigiose Istituzioni, cosa ti hanno dato tutte queste esperienze, oltre la crescita personale e culturale?

R: “Ho girato il mondo in lungo ed in largo, suonando per gente di tutte le età, di tutte le etnie, con usi e costumi totalmente differenti tra di loro ed ho sempre cercato di arricchire con questo il mio bagaglio culturale. Non mi dimentico mai però di essere italiano, il nostro paese ha forse il più grande patrimonio artistico, culturale, musicale del mondo, l’Italia è la casa dell’opera: il pianoforte è stato “inventato” a Firenze, Bartolomeo Cristofori lavorava presso la corte dei Medici ed inventò il “gravicembalo con il piano e il forte”. – continua Alessio – “A Cremona il violino, a Milano la Scala, abbiamo un patrimonio talmente grande, anche in Toscana, che solamente respirare l’aria italiana ti arricchisce culturalmente. La crescita personale è quella che ci ha dato il nostro territorio, la storia della nostra gente, perchè bisogna sempre capire da dove veniamo per andare avanti, il nostro passato parla da solo. Quello che tutto ciò mi ha dato è stato fondamentalmente per rimanere sempre e comunque la persona che sono, semplice ed umile e che porta sempre le sue radici nel cuore ovunque vada”.

Alessio Benvenuti, in questo periodo, sta lavorando, insieme a Francesca Del Toro, ballerina torritese reduce dalla trasmissione di Amici di Maria De Filippi dell’ultima edizione, ad un nuovo progetto che si chiama Aria. L’idea nasce proprio dall’incontro tra questi due artisti di eccezione e dall’unione di queste due personalità, Alessio e Francesca, differenti, ma in un certo senso speculari, che unendo la musica classica alla danza moderna danno vita alla sintonia perfetta tra musica e movimento, utilizzando una sottile linea immaginaria, che unisce passato e presente, per proiettare questa magia nel futuro e far si che la musica e ballo diventino una cosa sola.

Francesca Del Toro

Francesca Del Toro

“Qualcuno ha voluto che incontrassi Francesca del Toro, mia vicina di casa, a me quasi sconosciuta fino ad un paio di mesi fa. Ho trovato una persona straordinaria, ma non per il fatto che balla benissimo, straordinaria per quello che è, una persona semplice, di una educazione esemplare, una persona che poteva davvero affiancarmi in qualcosa di nuovo e meraviglioso. – è il commento all’incontro con Francesca Del Toro, Alessio ha poi continuato nello spiegarmi di cosa si tratta ARIA – “Aria è uno spettacolo che porteremo in giro per l’Italia, in Europa e nel Mondo. Ed è solo l’inizio di un progetto triennale, ho già incaricato il compositore Michele Lanari di scrivere la colonna sonora per Aria 2.0. Sono estremamente felice di ciò che sta diventando Aria, un qualcosa che è nato per gioco e che cresce giorno dopo giorno. Sono oltremodo felice che sia Francesca del Toro ad accompagnarmi in questa avventura”.

D: In che modo si possono unire musica e movimento facendoli diventare una cosa sola?

R: “La musica è in realtà movimento, le note si muovono, i ballerini si muovono, è già di per se un naturale coinvolgimento. Il difficile in questo caso è l’unione di musica classica con la danza contemporanea, ed ancora più difficile se si pensa che tutto lo spettacolo sarà sostenuto solamente da due persone. Coordinare ogni movimento della ballerina con ogni nota che uscirà dal pianoforte, questo è lo scopo, perché si fondano in un unione perfetta”.

D: Come sono stati scelti i brani del progetto ARIA?

R:“Tutto è nato da ciò che a me trasmette uno dei brani di musica classica più perfetti che io conosca, l’aria di apertura delle “Variazioni Goldberg” di Bach. Un pezzo puro scritto tra il 1741 ed il 1745, ma di una modernità incredibile, se lo si ascolta si può pensare veramente che sia stato scritto ieri. Tutti i brani scelti per Aria sono molto sottili, ma allo stesso tempo profondi, raccontano l’amore, la vita, la natura, lo show, si apre e si chiude con lo stesso brano, 55 minuti, un racconto, come il racconto di una giornata, o quello di tutta una vita”.

Aria, 17 maggio teatro Montefollonico

Aria, 17 maggio teatro Montefollonico

Lo spettacolo Aria debutta il 17 maggio prossimo al teatro di Montefollonico, ma le date in trattativa sono davvero moltissime, dalla Francia alla Spagna.

“ Ed un sogno che si sta realizzando, quello di essere i due italiani invitati dall’Istituto Italiano di Cultura in Cina ed Hong Kong per rappresentare l’Italia durante i festeggiamenti per la Festa della Repubblica”. – racconta Alessio.

“Aria è un sogno, in realtà, e come tutti i sogni è nato per gioco, ma a differenza di tanti altri sogni questo si sta realizzando e sta diventando reale”. Sono queste le parole con cui Alessio Benvenuti ha concluso la nostra interessante e lunga intervista. A questo punto non ci resta che aspettare il 17 maggio per vedere il debutto di questo grande spettacolo, che si preannuncia un’opera eccellente, un prezioso incontro tra musica e danza, tra classicità e modernità.

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Arrischianti: “Iniziammo a fare teatro in un vecchio cimitero, adesso siamo una fucina artigianale di talenti”

Pina Ruiu, la presidente della Nuova Accademia degli Arrischianti di Sarteano, spiega come un piccolo Teatro si è trasformato negli anni in un fervido centro di produzione e formazione artistica….

Pina Ruiu, la presidente della Nuova Accademia degli Arrischianti di Sarteano, spiega come un piccolo Teatro si è trasformato negli anni in un fervido centro di produzione e formazione artistica.

Pina Ruiu rappresenta la dimostrazione di quanto lavorare molto, alla fine paghi. Determinata, trascinatrice, eppure discreta, la donna del teatro di Sarteano ha costruito assieme ad un gruppo sempre più vasto di amici attori, registi, fotografi, truccatrici, uno degli esempi più belli di laboratorio culturale e creativo della Valdichiana e del sud della Toscana. Non ama molto parlare di sé, del suo lavoro di attrice, ma nell’intervista vuole concentrarci sul collettivo: quella Nuova Accademia degli Arrischianti che importa ed esporta talenti, che produce, sperimenta, riempie le poltroncine di sogni e risate in grande libertà.

“Credo molto nel concetto del “teatro abitato”, cioè di un luogo facilmente fruibile dove le persone si sentano a proprio agio e di cui sentono l’appartenenza. Anche a Sarteano è stato importante sdoganare il teatro come luogo per pochi e farlo diventare centro di aggregazione. Gran parte del pubblico, oltre ad apprezzare la qualità dei nostri spettacoli, apprezza anche il clima che si respira all’interno del teatro, l’accoglienza, l’amore che si percepisce anche dalla cura verso la struttura”.

A differenza di altri teatri, piuttosto che acquistare grandi spettacoli per i vostri cartelloni, puntate soprattutto sulle auto-produzioni, allestite un laboratorio permanente e puntate sui giovani talenti. Essere poveri aguzza la fantasia?

“Il nostro Teatro, un piccolo gioiellino di 150 posti, a metà strada tra due teatri grandi come il Mascagni e il Poliziano, ha dovuto per forza trovare la sua peculiarità e specializzarsi come centro di produzione e formazione . E’ giusto che i teatri grandi continuino a fare il cartellone con i “nomi”, perché ne hanno la forza economica e strutturale. Noi dobbiamo guadagnarci uno spazio alternativo, diverso. Per questo puntiamo sui laboratori: di scenografia, teatrali, di mimo, clownerie. Con il laboratorio permanente di tecnica d’attore abbiamo messo su una fucina di giovani talenti che possono approfondire vari aspetti della tecnica teatrale, fare stages con docenti esterni e partecipare alle nostre produzioni mettendosi subito alla prova sul palco.”

Il logo dell’associazione è un veliero che affronta una tempesta, che ben simboleggia la vostra storia di rivincita. L’Accademia nasce prima del Risorgimento (1731), resistite a due guerre mondiali, ma negli anni del boom economico, avviene il declino. Come ricorda un libro di Carlo Bologni, negli anni ’60 sul palco veniva messa una tv per trasmettere “Lascia o raddoppia” con Mike Bongiorno. Nel frattempo il teatro cadeva a pezzi, e finì per essere chiuso. Ma come diceva Orson Welles (grazie google), “il teatro resiste come un divino anacronismo”. Nel 1986 a Sarteano rinasce “La Nuova Accademia degli Arrischianti”. Che anni erano quelli, quando un gruppo di giovanissimi sarteanesi riprende in mano i copioni?

“Erano anni carichi di entusiasmo e di grandi ideali. Ideali di promozione culturale e sociale per colorarci la vita attraverso il teatro e la musica in un piccolo arrischianti 86paese come Sarteano. Come i veri “Arrischianti” da cui mutuavamo il nome, non ci fermò certo il fatto che il Teatro fosse chiuso da anni: ripulimmo quello che oggi è chiamato “Auditorium S. Vittoria” ma che allora era semplicemente “il vecchio cimitero”. Dal cancello non si vedeva neanche l’interno tanto era alta la vegetazione che lo ricopriva. Lì cominciammo la nostra attività. Iniziammo proprio con una commedia rappresentata dagli arrischianti storici: “Il Gatto in Cantina” guidati dal Prof. Antonio Colavita, con le musiche dal vivo dirette da Stefanina Casoli. Da allora si sono susseguiti spettacoli teatrali, molti diretti da Stefano Bernardini, laboratori vari con Rutelli, Masini, Aguirre, Massari, Mario Gallo. Oltre a questa intensa attività teatrale e di animazione, nasce nel 1993 “Venerdi Jazz” oggi il rinomato “Sarteano Jazz & Blues”.

Poi negli ultimi anni, con la ristrutturazione del bellissimo Teatro degli Arrischianti avete fatto tornare gli spettatori sui palchetti o in platea.

“Inaugurammo il teatro con “Buonanotte Bettina”, la commedia musicale di Garinei e Giovannini con la regia di Stefano Bernardini, e fu un grande successo. In seguito abbiamo lavorato molto cercando di riabituare la gente a teatro, per renderlo un luogo vivo. Spesso in teatro abbiamo contemporaneamente la Sala dell’Orologio occupata con i laboratori, il palcoscenico impegnato per le prove di qualche spettacolo e il foyer utilizzato per lezioni di musica o altro. Insomma è un pullulare di persone, di attività: in poche parole di vita!”.

Quindi nuovi allievi, collaborazioni con altre associazioni, e soprattutto un processo di maturazione al proprio interno di tante figure che si stanno facendo largo in altre realtà. Insomma, un cantiere aperto e brulicante. Quanto lavoro c’è dietro?

“Molto, e parte da lontano, grazie ad uno zoccolo duro che non ha conosciuto cedimenti. Niente nasce per caso e improvvisamente. Un nostro regista ed autore, Gabriele Valentini, ad esempio, è entrato nell’associazarrischianti oraione poco più che adolescente ed è cresciuto con noi. Laura Fatini si è accostata una decina di anni fa, proponendo inizialmente i laboratori per poi passare alle regie. L’altro nostro regista, Stefano Bernardini, ci ha accompagnato fin dagli esordi firmando le sue prime regie. Tutti hanno trovato un ambiente favorevole per mettersi in gioco, per sperimentare il proprio talento. Importante è non chiudersi, non temere il ricambio generazionale. “

Avete ottenuto la residenza teatrale per tre anni, come pensate di sfruttarla?

“E’ stata un’ottima soluzione che vogliamo utilizzare per un’ulteriore professionalizzazione, ospitando compagnie, organizzando stage, laboratori e per ottenere qualche anteprima. A breve, ad esempio, avremo in residenza per una settimana Alessandro Serra, regista e fondatore di Teatropersona, che proverà da noi la sua ultima produzione. Offrire alle compagnie il teatro e l’assistenza della compagnia residente per poter provare le proprie produzioni prima del debutto, potrebbe essere il modo per arricchire il nostro cartellone con diverse anteprime a costi contenuti”.

Gli Arrischianti sono tra le realtà più apprezzate anche al di fuori di Sarteano, non a caso collaborate stabilmente con il Cantiere internazionale d’arte di Montepulciano. E’ difficile lavorare come area? Si può crescere ancora in questo senso?

“Molti di noi avevano già partecipato negli anni agli spettacoli del Cantiere, di recente la collaborazione si è rafforzata. Ora parliamo di co-produzioni, e l’aver scelto la nostra “Tempesta” come anteprima del Cantiere 2013 ci ha certamente fatto molto piacere. Sarteano tra l’altro è fra i Comuni aderenti alla Fondazione Cantiere e la collaborazione si sta consolidando ormai su più fronti. Io credo che l’importante sia che ciascuna realtà abbia una propria specificità e quindi possa interfacciarsi con le altre senza timore di essere “fagocitata”. Uno scambio positivo. Per esempio, di recente, i nostri registi Valentini e Fatini sono stati chiamati dalla Fondazione Orizzonti di Chiusi per allestire uno spettacolo teatrale per la prossima stagione“.

Non solo teatro, iniziative sociali, penso al tema dei diritti della donna, e grazie soprattutto all’impegno di Sergio Bologni, il “Sarteano Jazz & Blues”, un festival raffinato e di grande qualità. Siete già al lavoro per l’edizione di agosto 2014?

“Crediamo molto sulla valenza sociale del Teatro. Chi fa cultura non è avulso dal contesto e deve utilizzare i mezzi che ha a disposizione per stimolare una società sempre più distratta e veloce.
Per quanto riguarda il Festival Sarteano Jazz & Blues, viviamo una fase delicata. In tutti questi anni abbiamo visto crescere il Festival qualitativamente e come riscontro di pubblico. Purtroppo si sono chiusi molti canali di finanziamento: Fondazione MPS, Regione, Provincia. Le ultime edizioni sono state rese possibili con un sostegno del comune e grazie al contributo decisivo di investitori esterni, penso soprattutto alla Fondazione Monteverdi Tuscany. Per il 2014 stiamo ancora lavorando, non vogliamo certo interrompere un Festival che dura dal 1993, a cui siamo molto affezionati”.

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A Torrita è “L’ Ora dei Fantasmi”. Intervista a Selene Lungarella

“L’ ora dei Fantasmi Tour” di Selene Lungarella al Teatro Degli Oscuri di Torrita di Siena, sabato 15 febbraio alle 21:00. Ingresso gratuito. È partito dal Teatro Out Off di…

“L’ ora dei Fantasmi Tour” di Selene Lungarella al Teatro Degli Oscuri di Torrita di Siena, sabato 15 febbraio alle 21:00. Ingresso gratuito.

È partito dal Teatro Out Off di Milano il 10 febbraio scorso “L’ora dei Fantasmi Tour”, tournèe di Selene Lungarella, giovane interprete senese, nata in Svizzera a Menziken, e residente a Bettolle, paese dove vive da quando aveva nove anni e a cui è molto legata.

Selene si definisce una ragazza di “campagna” che ha avuto la fortuna di fare ciò che le piace e realizzare quel sogno che l’ha accompagnata fin da quando era bambina: diventare cantante. Selene è salita, per la prima volta, su di un palcoscenico all’età di dodici anni, partecipando per gioco ad una rassegna canora nel paese in cui è cresciuta. È proprio per gioco che si è sviluppata questa sua passione, portandola a fare esperienze più variegate, dai musical al piano bar, dalle ospitate in eventi all’organizzazione di piccole rassegne musicali, e così facendo la sua dedizione si è presto trasformata in un lavoro vero e proprio.

Il suo primo lavoro è stato “Selene con la E”:

“E’ uscito grazie alla TOP RECORDS nella persona di Guido Palma – ci spiega Selene – che ringrazierò per sempre per aver creduto in me, distribuito EDEL in tutti i negozi di dischi in Italia. La mia anima d’Artista mi ha guidato in questo cammino arduo alla ricerca di me stessa. La fortuna ha voluto che il mio padrino fosse Alberto Fortis che ha scritto per me “Dall’Alto” (contenuto nell’album) esprimendo il desiderio di cantare anch’egli nel brano”.

Selene ha avuto la grande fortuna di conoscere e calcare il palco insieme a grandi artisti italiani e internazionali, può vantarsi di esperienze come O’Scia, manifestazione che si tiene a Lampedusa per sensibilizzare sul problema dell’immigrazione clandestina, durante la quale Selene è stata accompagnata al piano da Claudio Baglioni, oppure ancora come il Premio Lunezia, premio dedicato al valor musical-letterario dei testi della canzone italiana, serata che l’ha vista affiancata a Lucio Dalla e Toto Cutugno.

L’ultima fatica di Selene è “L’Ora dei Fantasmi”, album prodotto da Luca Bignardi, contenente 8 brani inediti, e uscito nel 2013 su etichetta Top Records/Edel Italy, ma “L’ora dei Fantasmi” è anche il titolo del suo ultimo singolo, canzone che rappresenta la maturità artistica di Selene, accompagnata da uno straordinario video-clip di Ernesto Paganoni che ha già creato in passato con Chiaroscuro videoclip di successo per Vasco Rossi, gli Stadio e Mango.

“L’Ora Dei Fantasmi” – ci spiega Selene – non è solo la canzone scritta da Paola Palma e Massimo Luca, noti autori italiani, non è semplicemente un pezzo scelto per dare il titolo al mio secondo album ma è anche quell’ora in cui tutti noi ci ritroviamo prima di addormentarci, in cui lasciamo al cielo i nostri ricordi per dare spazio ai sogni. I veri protagonisti infatti de “L’Ora Dei Fantasmi” sono proprio i ricordi, filo conduttori degli 8 brani che lo compongono, strumenti per condividere quell’Amore per la vita che cerco in ogni minimo dettaglio: è attingendo al passato e alle storie della gente, che racconto e interpreto di colei che sono diventata. Quei ricordi, così preziosi, hanno regalato alla vita di Gaia la speranza di vivere, mi hanno donato l’anelito per immaginare l’Amore Vero, puro e disinteressato, o la decisione di dire “Basta” a determinate situazioni; mi hanno donato de “Le Regole…” per navigare meglio nel momento in cui mi fossi persa nel buio di quel mare chiamato “vita”. Questa è la meraviglia dell’Arte, della Musica, Amica per eccellenza che sa riempire l’aria d’emozioni, come una ballerina disegnata dalla mano di uno straordinario Ernesto Paganoni che ha immaginato per questo progetto un meraviglioso cartoon in cui la protagonista non sono io ma un dipinto donando un volto emotivo a quei “fantasmi”.

Videoclip “L’ora dei Fantasmi” [youtube]http://www.youtube.com/watch?v=iyxv6deoOUs[/youtube]

Nell’album Selene duetta con Frédéric François, artista che in 40 anni di fortunata carriera ha composto 350 canzoni in 4 lingue diverse, aggiudicandosi 85 dischi d’oro, con 35 milioni di dischi venduti. Questa collaborazione rappresenta per Selene il debutto discografico a livello internazionale, che parte dalla Francia, nazione consacrata agli occhi del mondo per la sua grande cultura musicale.

“Duettare con un’Artista internazionale come “Fredo” – ci racconta Selene – si è rivelata una sorprendente esperienza, non solo per la sua meravigliosa persona ma anche per la sua sensibile artisticità, con la fortuna di aprire il mio sguardo anche oltralpi. Era la scorsa primavera e stavo registrando nello studio bolognese di Luca Bignardi, mio produttore musicale nonché arrangiatore di quasi tutti i brani dell’album, quando Fredo ascoltando la mia voce ha espresso il desiderio che comparisse all’interno di “Amor Latino”. La registrazione è avvenuta a Bologna mentre lui era connesso tramite skype dal Belgio: “La Magie De L’Informatique!”. Posso semplicemente dire che per me è stato un onore che Fredo mi abbia voluto come unica artista italiana all’interno di questo suo progetto discografico uscito lo scorso autunno in tutta la Francia”.

D: Quali soddisfazioni ti sta dando questo tuo nuovo album?
“Ogni volta che quella pagina bianca, dettaglio di un percorso chiamato vita, viene riempita di pensieri, idee e sogni che successivamente vengono realizzati, le soddisfazioni sono numerose. Il 2013 è stato un anno ricco di impegni che mi hanno portato in giro per l’Italia. Un viaggio che ha toccato molte regioni durante cui ho avuto la fortuna di accogliere emozioni indelebili custoditi dentro al cuore e che riaffiorano in quella speciale ora “… irrimediabilmente fragile, la condizione giusta per riflettere e riprendere a sognare che nei sogni se cadi riesci anche a volare.”: “L’Ora Dei Fantasmi”. Ciò che è avvenuto è la cosa più bella il poter conoscere da vicino quel pubblico attento, che mi è accanto e di cui io mi meraviglio ogni giorno, che riempie le pagine del mio piccolo angolo di luce e di lettere la mia personal mail. Attimi preziosi di felicità che hanno costellato il viaggio, nell’incontro con i professionisti del settore che mi hanno affiancato in questo secondo progetto discografico e che ho voluto personalmente ringraziare anche nel mio official website www.selenelungarella.com che ogni giorni si riempie di nuove sezioni a sorpresa…”

“L’Ora dei Fantasmi Tour”, prende il titolo proprio dall’ultimo fortunato album di Selene, e sabato 15 febbraio farà tappa al Teatro degli Oscuri di Torrita. Il tuo tour ogni serata avrà un taglio del tutto particolare e ogni show presenterà notevoli diversità rispetto agli altri, con la presenza di ospiti speciali, anche a sorpresa, che arricchiranno ogni data e che saranno annunciati a breve. Cosa regalerai al tuo pubblico nello spettacolo di sabato 15 febbraio al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena?

“Cercherò come sempre di donare ciò che ho nel cuore e attraverso la mia musica trascorrere insieme a coloro che ci saranno un piacevole momento da poter portare per sempre IN MENTE. Sicuramente non mancheranno le canzoni del mio album viaggiando anche attraverso quei pezzi del repertorio italiano al quale sono maggiormente legata e che mi hanno portato tanta fortuna fino ad oggi augurandomi che la gente presente possa riconoscerle e cantarle insieme a me. Ogni concerto avrà una location diversa, un ospite diverso e … tante, tantissime sorprese che non posso svelare. A voi de “La Valdichiana” vi aspetto il 15 Febbraio al Teatro Degli Oscuri di Torrita di Siena alle 21:00. La scelta del Teatro degli Oscuri non è casuale, gli sono molto legata perché è la che si sono consumate le mie prime esperienze da palcoscenico. Insieme a me sul palco anche i miei straordinari musicisti Andrea Ciotti, Antonio Lusi e Alessandro Fiorucci con un ospite speciale, amico e grande artista torritese: Alessio Benvenuti”.

I progetti futuri di Selene sono numerosi e non semplici da realizzare. Nel corso delle prossime settimane sarà svelata qualcosa: in arrivo nuove collaborazioni d’immagine e … musicali ! Ma se sono sogni ?! non posso mica svelarli. Mi auguro possiate continuare a seguirmi sui miei social network e sul mio sito ufficiale e…vi aspetto, con me…!

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=xx8viT_RF8Y[/youtube]

 

L’appuntamento con Selene e “L’ora dei Fantasmi” è per sabato 15 febbraio alle 21:00 al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena.

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AmniosyA: intervista a Marco Carratelli

Scommettere sulle proprie passioni, realizzare progetti ambiziosi e promuovere la creatività: questa è la storia di Amniosya, un gruppo di cinque architetti che hanno unito le loro professionalità al servizio…

Scommettere sulle proprie passioni, realizzare progetti ambiziosi e promuovere la creatività: questa è la storia di Amniosya, un gruppo di cinque architetti che hanno unito le loro professionalità al servizio del fashion design e delle nuove tecnologie. Abbiamo intervistato Marco Carratelli, uno dei fondatori di Amniosya, che ha vissuto molti anni tra la Valdichiana e la Valdorcia.

Prima di cominciare, puoi parlarci brevemente di te?
Il mio nome è Marco Carratelli, sono un giovane Architetto di Firenze nato a Siena, vissuto fino all’età di 18 anni a Pienza, e parte della mia formazione è legata al Liceo Scientifico di Montepulciano. I miei studi hanno avuto prosieguo a Firenze, laureandomi in Architettura con il Prof. Marino Moretti, con il quale ho intrapreso un percorso in grado di aprire i miei orizzonti creativi. La mia voglia di ricercare nuovi frontiere nel campo dell’ architettura, in particolare nel campo dell’ architettura digitale, mi ha spinto a partecipare a due workshop di specializzazione in Italia e ad un master internazionale a Vienna.
Oggi faccio parte di un gruppo di ricerca e sperimentazione, AmniosyA, che da 2 anni si occupa di ricercare e sviluppare nuovi approcci al mondo del design, del fashion design e dell’ architettura, il tutto legato all’ utilizzo di nuove tecnologie, come stampa 3D, macchine a controllo numerico e sistemi interattivi.

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Che cos’è AmniosyA e com’è nata?
AmniosyA nasce a Firenze nel 2011 dalla collaborazione di diversi Architetti. I suoi attuali membri Marco Carratelli, Lucia Lunghi, Elvira Perfetto, Leonardo Pilati dopo un individuale percorso di ricerca svolto durante gli studi presso la Facoltà di Architettura di Firenze decidono insieme al Professore Marino Moretti di fondare un gruppo di ricerca basato su una condivisa passione per il design e dall’esigenza di dar ascolto alla propria creatività. I quattro designer provenienti da diverse città Italiane quali Pienza, Perugia, Benevento e Firenze hanno deciso di unire le proprie energie scegliendo come sede base del loro studio Firenze, dalla quale seguono con grande attenzione ricerche di respiro internazionale.

Di cosa vi occupate?
Lo studio attualmente lavora nel campo dell’architettura e del design attraverso una ricerca focalizzata su nuove espressioni digitali, in grado di generare attraverso un pensiero non convenzionale e legato alle “nuove” tecnologie morfologie alternative.
Il nostro metodo di lavoro si organizza intorno a continui scambi tra i componenti al fine di moltiplicare i punti di vista ed affrontare i percorsi progettuali confrontandosi con molteplici interpretazioni. Le suggestioni che caratterizzano ogni singolo progetto sono ogni volta diverse e nascono da contaminazioni legate a volte all’arte, altre a studi scientifici o biologici mantenendo costante l’attenzione alle nuove tecnologie ed all’innovazione in ogni sua forma.

Quali sono le idee su cui fondate la vostra attività?
La filosofia si basa sull’esplorazione di nuove possibilità spaziali, e sulla generazione di suggestive esperienze tridimensionali, in grado di coinvolgere nuove configurazioni strutturali, suggestive possibilità tecnologiche e ricerca di materiali innovativi.

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Avete già maturato delle esperienze da condividere?
Abbiamo partecipato a vari concorsi nazionali ed internazionali conseguendo nel tempo varie premiazioni e menzioni d’onore. Lo studio inoltre ha partecipato alla Biennale del di Design ad Amsterdam, al 3D printing Fashion show a Tokyo ed in Malesia, in particolare a Varsavia al Przemiany Festiwal 2013, a Firenze all’evento Past Shock organizzato dalla rivista City Vision e alla mostra organizzata da Source sul design autoprodotto, alla Limonaia di Villa Strozzi.
Attualmete abbiamo vinto il premio di migliori designer dell’ anno per quanto riguarda la stampa 3d ed esporremo presso la fiera VicenzaOro nel mese di Gennaio. Le altre attività sono incentrate nell’organizzazione e partecipazione a workshop, istallazioni, lectures e seminari. Attualmente i cinque membri dello studio sono costantemente impegnati in ambito Accademico, essendo cultori della materia presso la Facoltà di Architettura di Firenze.

Avete dei progetti anche in Valdichiana o delle idee per il nostro territorio?
Attualmente seguiamo progetti prevalentemente all’ estero o a Firenze, ma ci piacerebbe molto portare le nostre idee nell’ intero territorio toscano, a cui siamo molto legati, e in particolare nel territorio dove io sono cresciuto.

Sito web: Amniosya

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Per non dimenticare: “I Sommersi” in scena a Montepulciano. Intervista al regista Carlo Pasquini

Il regista Carlo Pasquini propone un allestimento ispirato alle più struggenti pagine letterarie che raccontano l’Olocausto. Sabato 25 gennaio ore 21.15 e domenica 26 gennaio ore 17.15 al Teatro Poliziano….

Il regista Carlo Pasquini propone un allestimento ispirato alle più struggenti pagine letterarie che raccontano l’Olocausto. Sabato 25 gennaio ore 21.15 e domenica 26 gennaio ore 17.15 al Teatro Poliziano. In replica al Teatro degli Arrischianti di Sarteano il 27 gennaio alle 21.30. 

“Se Dio è morto, tutto è permesso.” Sigillando in questa frase l’orrore che l’Olocausto ha rivelato all’umanità, si potrebbe anche dire che con quell’orrore si può solo giocare con macabro umorismo. Da questa riflessione scaturiscono le scelte che hanno dato vita allo spettacolo nel quale un gruppo di discendenti degli Häftlingen (prigionieri) di Auschwitz si reca in visita al vecchio campo e precisamente alla baracca 6, triste teatro di atroci vicende. Una volta dentro i fantasmi dei morti e dei sopravvissuti trasformano la “gita” in una macabra rappresentazione umoristica: una messa nera a perenne allegoria dello sterminio e del male.

E’ questo il fil rouge de “I Sommersi”, spettacolo teatrale che andrà in scena proprio nei Giorni della Memoria, a cavallo di quel 27 gennaio, anniversario dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, che lo Stato Italiano riconosce come data in cui ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte ma anche chi vi si oppose.

Per l’occasione abbiamo incontrato Carlo Pasquini, regista e autore della rappresentazione, che ci ha raccontato come è nata l’idea di mettere in scena uno spettacolo legato a una delle pagine più struggenti e buie della nostra storia e della nostra letteratura.

C.P: “L’idea di fare una rappresentazione legata all’Olocausto è nata dal fatto che le nuove generazioni sappiamo e non dimentichino cosa un popolo ha dovuto subire per essere di razza diversa”. Questa rappresentazione nasce dalla voglia di evitare l’evocazione realistica e per rappresentare l’annientamento dell’identità nei lager e per questo ho riadattato liberamente testi di Tabori, Levi, Weiss e dalle Lettere dei condannati a morte della resistenza europea”.

Così facendo il regista ricorre a una rappresentazione nella rappresentazione, ma cosa significa? Come hai strutturato lo spettacolo?
C.P: “Si può parlare anche di meta-teatro. Si parte dalla convinzione che l’orrore di Auschwitz non si può rappresentare, non sarebbe mai credibile. George Tabori, uno degli autori, ha avuto il padre sterminato ad Aushwitz e immagina un gruppo di discendenti di vittime del Lager che tentano di immedesimarsi nei genitori. Vogliono capire la vicenda che ha portato i loro antenati – stremati dalla fame – a cucinare i resti del compagno Puffi per mangiarlo”.

Tu, in questa storia, hai “giocato con macabro umorismo” sull’orrore che porta con sé tutta la vicenda dell’Olocausto, ma in che modo lo hai fatto?
C.P: “Come può un attore ridare anima a questi corpi, farli spasimare per la fame, rabbrividire, lottare per una mosca, percepirli e rappresentarli come esseri umani degradati e non come drammatiche icone”? “L’umorismo nasce, involontario, dalle dimensioni ineguagliabili di questo orrore”.

Scena da "I Sommersi"

Scena da “I Sommersi”

Che cosa è per te l’Olocausto?
C.P: “Nonostante che le tragedie, le deportazioni, le eliminazioni di massa non siano mai cessate, l’Olocausto resta paradigmatico di una natura umana nella quale il male prende il sopravvento contro la natura stessa”. Auschwitz ci dice che il male è dentro di noi, che non c’è nessun altro demone che il proprio”.

La tua produzione prosegue il percorso nato sotto forma di laboratorio durante il Cantiere Internazionale d’Arte del 2009 e questa è la prima produzione del gruppo per la stagione invernale del Teatro Poliziano. Questo progetto sta funzionando bene, in quanto ha un vasto seguito di partecipazione e di coinvolgimento diretto. Sono ben ventuno gli attori impegnati, alcuni di riconosciuto spessore ed esperienza, altri invece alle prime armi. Ecco, questo accostamento, fu definito dal Maestro Hans Werner Henze, fondatore del Cantiere, un momento pedagogico e di crescita umana dello spettacolo e di chi guarda lo spettacolo, “I Sommersi” può avere tali valori? E se sì, in che modo?
C.P: “L’arte ha sempre un valore pedagogico insito nella sua essenza, perché si pone domande originarie sull’uomo e sulla vita”. Il teatro in particolare permette ai giovani di esprimersi creativamente perché ognuno di loro ha un corpo e una voce da far suonare. Metterli di fronte ad una tragedia di queste dimensioni li obbliga a interrogarsi e a riflettere. Da questi due movimenti elementari nasce la persona e la sua crescita umana”.

Una tragedia di questo tipo dovrebbe obbligare tutti a interrogarsi e a riflettere su quello che è stato e su quello che sarà. Lo sterminio di circa i due terzi degli ebrei d’Europa, operato dalla Germania nazista, ebbe inizio nel 1933 con la segregazione degli ebrei tedeschi e che proseguì poi in tutta l’Europa occupata dal Terzo Reich durante la seconda guerra mondiale, con il concentramento e la deportazione che culminò nel 1941con lo sterminio fisico per mezzo di eccidi di massa, è un fatto storico che ha cambiato la nostra visione di vedere le cose e approcciarsi a ciò che è diverso da noi o dal nostro modo di vedere le cose.

La pagina della Shoah è sempre molto viva in ognuno di noi, alimentata dalle innumerevoli stragi di innocenti che avvengono e che inconsapevolmente ci riportano alla mente quello sterminio di migliaia di persone. Basti ricordare la tragedia degli innocenti avvenuta il 3 ottobre scorso a Lampedusa, oppure le migliaia di persone che muoiono ogni giorno a causa di guerre, avvolte inutili, destinate ad andare avanti per anni senza un nulla di fatto, oppure ancora a persone che muoiono perché diverse. Il Giorno della Memoria è un momento per fermarsi a riflettere sull’origine delle violenze in ambito culturale e nelle abitudini dei singoli cittadini e delle comunità, e su come queste crescano lentamente ma in maniera costante. Con queste riflessioni si tenta di fare luce sui segnali delle violenze e delle intolleranze nascoste che, seppur in forme diverse, possano sfociare in nuove forme di Olocausto e sarebbero perfettamente inutili se rimanessero sterili e non servissero invece a capire meglio la realtà in cui viviamo per poterla conoscere, giudicare e affrontare meglio.

” Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” diceva Primo Levi

Lo spettacolo va in scena al Teatro Poliziano sabato 25 (ore 21.15) e domenica 26 gennaio (ore 17.15), la compagnia replicherà al Teatro degli Arrischianti di Sarteano lunedì 27 gennaio alle 21.30. Il progetto si rivolge anche ai ragazzi con una matinée riservata agli studenti dei Licei Poliziani in calendario per il 25 gennaio.
Info: 0578 757007 | info@fondazionecantiere.it | Teatro Poliziano, Via del Teatro, 4 Botteghino: primo settore 12€, secondo settore 8€

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“L’improvvisazione teatrale è come il jazz”. Intervista a Renato Preziuso presidente di Voci e Progetti

Intervista a Renato Preziuso, performer teatrale e presidente di Voci e Progetti “L’improvvisazione teatrale è come il jazz, serve affiatamento e molta tecnica”. La storia di una compagnia teatrale di…

Intervista a Renato Preziuso, performer teatrale e presidente di Voci e Progetti

“L’improvvisazione teatrale è come il jazz, serve affiatamento e molta tecnica”.

La storia di una compagnia teatrale di Chianciano che ha riscosso successo nel capoluogo umbro, dove colleziona decine di allievi, sperimentando forme originali.

Voci e Progetti nasce a Chianciano da un gruppo di amici che si avvicinano al teatro e col tempo iniziano a sperimentare forme diverse. Come si mantiene alta la passione per venti anni?
Siamo nati quasi vent’anni fa, nel 1994, qualche anno dopo entriamo in contatto con il rutilante mondo dell’improvvisazione teatrale e scopriamo che è la forma che fa per noi. Coinvolgente, innovativo, libero e creativo, il teatro di improvvisazione ci ha affascinato dal primo momento. Negli ultimi anni la costante crescita quantitativa, ma soprattutto qualitativa, è andata di pari passo con la professionalizzazione della struttura. Certo, ci sono stati alti e bassi, ma la passione non è mai calata, anche perché le persone che sono dentro Voci e Progetti, i miei colleghi e i nostri allievi sono una fonte inesauribile di energia.

C’è ancora un po’ di pregiudizio da parte del pubblico che segue il teatro, rispetto all’improvvisazione?
Quando il pubblico scopre l’impro, come la chiamiamo, in genere ne rimane affascinata. Il problema è spiegare cosa facciamo a chi non ha mai assistito ai nostri spettacoli. Il rapporto poi con il teatro “istituzionale” è ancora complicato L’improvvisazione in Italia è vista come un sottogenere. Siamo “quelli simpatici che fanno le scenette”. In altre parti del mondo l’improvvisazione ‘è’ il teatro. Pensare che l’italianissima Commedia dell’Arte forse è la prima forma di teatro all’impronta. Sarebbe bello far capire quanto lavoro c’è dietro.

Faccio un parallelismo improprio. Il teatro di testo è come la musica classica. Conta l’interpretazione, ma c’è uno spartito. L’improvvisazione teatrale il jazz. Ci sono degli schemi, ma la performance è libera. Come si riconosce una buona improvvisazione teatrale da una stecca?
Sono d’accordo con il parallelismo. La buona improvvisazione si riconosce, come nel jazz, dall’affiatamento dei performer, dalla loro tecnica, dalla meraviglia che la creazione istantanea genera nel pubblico. Come nel jazz, ma estenderei a tutte le performances dal vivo, l’esecuzione può non essere impeccabile, ma deve essere piena di vita. La connessione tra chi è sul palco ed il pubblico in sala deve essere forte, fortissima e tutti si è parte di un evento unico.

Cos’è più difficile improvvisare per te?
Più che cosa è il come. Soffro le condizioni sfavorevoli. Lo spettacolo di improvvisazione, al contrario di quello che si può facilmente pensare, è delicato. Non si può fare ovunque e non si presta ad ogni occasione. Visto il grado di coinvolgimento, il pubblico deve venire in qualche modo predisposto a vedere lo spettacolo. Insomma l’improvvisazione non può essere “improvvisata”. Nell’improvvisazione le condizioni di lavoro e organizzative sono fondamentali.

Performance di Voci e Progetti

Performance di Voci e Progetti

Voci e progetti nasce a Chianciano, ma poi si sposta a Perugia, dove sta riscuotendo un successo enorme (puoi toccarti se vuoi). Come nasce questa scelta di Perugia?
Perugia è una città ricca di iniziative e di iniziative culturali. E’ candidata come capitale europea della cultura 2019. E’ una città universitaria con tanti giovani e begli spazi per le attività teatrali. Siamo sbarcati in questo contesto sei anni fa con uno spettacolo nel meraviglioso teatro Pavone. Poi ci siamo mossi in punta dei piedi, cercando di entrare in contatto e collaborazione con le realtà teatrali locali. Sarà perché la nostra specificità non ci rende competitor o perché noi per primi siamo aperti a contaminazioni e scambi, ma non abbiamo trovato particolari chiusure, anzi, siamo stati molto ben accolti. Collaboriamo stabilmente con tre teatri ed i rapporti con le istituzioni ed il tessuto sociale sono ottimi. E poi, per continuare il parallelismo, Perugia è la città del Jazz!

Sembra quasi una storia di fuga di cervelli, insisterete ancora con l’impro in Valdichiana?
Nel nostro caso non parlerei affatto di “cervelli”, ecco. Per il resto faremo improvvisazione ovunque ci sarà data la possibilità. Siamo parte di una rete nazionale di scuole e compagnie di che si chiama “Improteatro” che ha come scopo quello di promuovere l’improvvisazione teatrale in tutto lo stivale… quindi perché no? Poi a Chianciano abbiamo un gruppo di giovanissimi allievi molto appassionati che curiamo con particolare amore.

Fai mente locale sulla Valdichiana: come siamo messi a livello di offerta culturale? Mancano spazi?
Noi abbiamo sede a Chianciano Terme l’unico paese della zona senza uno spazio teatrale. La sala polivalente, che negli anni ha ospitato i nostri spettacoli, è chiusa da tre anni. Adesso c’è un progetto di ristrutturazione che pare possa essere avviato, ma senza certezze. Sedi per le associazioni neanche a parlarne. Sarebbe un discorso lungo e doloroso… Il risultato è che stanchi di investire energie senza un progetto condiviso, rimaniamo disponibili ad ogni tipo di collaborazione che ci venga richiesta, ma con il tempo abbiamo quasi interrotto l’attività performativa nella cittadina che ci ha visto nascere. Per noi è un peccato, ma non vogliamo mollare del tutto, anche perché il rapporto con il tessuto sociale e le altre associazioni del territorio è ottimo. Speriamo di trovare condizioni migliori nel futuro, per ora ci concentriamo sull’Umbria.

La tua storia personale è quella di uno che ha trasformato una passione in una professione. Quanta fatica costa?
Beh sì ci vuole molto impegno e costanza. Occorre metterci coraggio ed energia e non ci si può risparmiare. I miei compagni di viaggio, in particolare Mariadele Attanasio e Lorenzo Meacci,
rendono il clima e le cose che facciamo “speciali”. Certo, non è un lavoro comodo, ma è quello che ho scelto e quindi la fatica, quando si sente, passa in secondo piano. Ho avuto poi la fortuna di avere una moglie che mi a sostenuto nel fare questo passo, anche se non so se poi se ne è pentita visto che poi sono sempre in giro a tenere corsi in molte città d’Italia.

Voci e Progetti

Voci e Progetti

Girando così tanto, qual è lo stato dell’arte che vedi?
Il movimento dell’improvvisazione teatrale, pur avendo numeri che il teatro tradizionale ci potrebbe invidiare, sia dal punto di vista del pubblico che delle scuole, non ha mai avuto accesso a contributi pubblici. Abbiamo sempre lavorato basandoci sulle nostre sole forze. In quest’epoca soffriamo meno di altri perché meno dipendenti dal “sistema”.

Che differenza trovi tra il fare teatro in periferia, rispetto alle scene presenti nelle città?
Spesso nei piccoli centri si ha la fortuna di poter lavorare in teatri molto belli, magari piccoli, ma meravigliosi gioielli di architettura. In città accedere a questo tipo di spazi è pressoché impossibile. Altro discorso è il pubblico. In città, anche se l’offerta di spettacoli è sicuramente maggiore, è più facile trovare persone che si appassionano al nostro teatro.

Tornando allo spettacolo improvvisato, chi vi ha visto almeno una volta sa che l’impro ricerca una forte interazione con il pubblico. Spesso una storia parte proprio dagli input che vengono dalla platea, ti ricordi un suggerimento assurdo?
“Il paramecio viaggia in Ryanair”. Non mi ricordo che storia venne fuori ma fu assai divertente!

Hai mai pensato: troppo faticoso, prima o poi smetto?
No, è un lavoro che mi piace tantissimo e nel quale metto molto di me. Ho voglia di proseguire e di crescere ancora professionalmente. La domanda casomai è fino a quando riuscirò a continuare? La speranza è di riuscire a trasformare ciò che faccio adattandolo all’età!

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“Come abbiamo trasformato una placida frazione in una capitale del rock”

Intervista ad Alessio Biancucci, direttore artistico del Live Rock Festival Fare domande ad Alessio Biancucci per me è difficile. Ho davanti un vecchio amico, e una delle menti più argute…

Intervista ad Alessio Biancucci, direttore artistico del Live Rock Festival

Fare domande ad Alessio Biancucci per me è difficile. Ho davanti un vecchio amico, e una delle menti più argute in circolazione, rimaste intrappolate – chissà come – in provincia. Dietro allo sguardo sfuggente, si annidano buone letture, idee taglienti e una lingua a volte impudente che sferza l’interlocutore.
Con questa sviolinata (che spero mi valga la prossima bevuta), iniziamo una lunga chiacchierata, mai banale, dalla quale tirerei fuori almeno una decina di #hashtag, un paio di spunti per le prossime amministrative (“abbiamo dimostrato che ogni piccolo centro può raccogliere le energie del volontariato per costruire progetti ambiziosi”), qualche slogan da murales (“meglio sbagliare per una scelta audace piuttosto che accontentarsi di una soluzione pavida”), persino una frase romantica degna del miglior Battiato (“le alchimie si manifestano e basta: è inutile spiegarle con parole”). Vamos.

Siete un festival anomalo, totalitario e cannibale. Al Live Rock ci sono tutti e c’è di tutto. Musica, fumetto (la collaborazione decennale con Danjiel Zezelj), ambiente, vino nobile, acqua pubblica, birra, libri, mercatino. La sera a tavola ci sono i genitori e i nonni che mangiano i pici o lo stinco di maiale. Mentre all’una si balla come in un club berlinese. Come ci siete arrivati? E quanto è cambiato il Collettivo Piranha, il motore del Festival, in questi anni?
Siamo arrivati a tutto questo eludendo l’ansia da prestazione, con un po’ di incoscienza e tanta professionalità. Ogni anno siamo sempre più spaventati, perché sono sempre più diversi i nostri pubblici e sempre più articolate le loro aspettative. I ragazzi che ora acclamano i djset elettronici erano in fasce quando abbiamo iniziato; i loro genitori ci guardavano dubbiosi quando Acquaviva doveva ancora abituarsi alle migliaia di giovani che destabilizzavano il metabolismo provinciale del paesello. Ora anche quelle famiglie hanno affinato l’orecchio e sono pronte a giudicare le scelte artistiche e le proposte gastronomiche. Ogni anno devi dare il massimo, cercando di coltivare quella spontaneità che i più giovani piranhas ci aiutano a mantenere. In fondo la nostra è pur sempre una scellerata brigata di volontari: non dobbiamo dimenticarcelo noi e non deve dimenticarselo il nostro pubblico.

Come ha fatto una piccola frazione di Montepulciano, come Acquaviva, a mettere in piedi un festival che è ormai in punto di riferimento tra i festival gratuiti italiano? Come li avete convinti a lavorare così tanto?
Le alchimie si manifestano e basta, è inutile spiegarle con parole. Si sono combinati tanti e imprevedibili elementi. Che non è solo il Live Rock Festival (e sarebbe già un’impresa epica), ma è anche tutto il contesto circostante che ha preso esempio da noi: abbiamo convinto una piccola frazione a lavorare per un evento collettivo, ma abbiamo anche dimostrato che ogni piccolo centro può raccogliere le energie del volontariato per costruire progetti ambiziosi. In tanti, giovani e meno giovani, si sono ispirati alla nostra esperienza e si sono messi ad organizzare, talvolta anche con risultati lodevoli. I risultati diventano esempi e alimentano la voglia di uscire di casa e mettersi alla prova. Per sentirsi vivi.

Fare un festival significa lavorare con l’industria musicale. Come siamo messi in Italia?
Quando Rolling Stones ci pose una domanda analoga, rispondemmo che l’Italia, paese di Verdi e di Rossini, è ai livelli minimi di coscienza musicale. L’educazione musicale dovrebbe essere una priorità nelle nostre scuole pubbliche, così anche l’industria musicale sarebbe animata dalla sensibilità artistica più che da un diffuso e approssimativo opportunismo, e magari anche l’informazione farebbe meglio il proprio mestiere piuttosto che indugiare sull’ultimo gorgheggio di quel tal Mengoni. C’è tanto di buono nell’ambito più underground, ma anche nei circuiti più genuini incombono i vizi peggiori del mainstream: nessuno di noi è impermeabile alle più basse tentazioni.

Avete aggredito la pigrizia di chi ascolta la solita musica insistendo sulla contaminazione di generi diversi, anche nella stessa Line-up, e su artisti poco noti, magari stranieri. È una scelta che paga? Non spaventate i conservatori?
La verità è che i conservatori spaventano noi. E più ancora ci spaventa il conservatore che è dentro ognuno di noi. Essere rassicurati dalla solita musica sarebbe semplice e anche conveniente, ma la bellezza va inseguita con curiosità, senza accontentarsi delle soluzioni comode. Meglio sbagliare per una scelta audace piuttosto che accontentarsi di una soluzione pavida.

Una domanda meno buona, qualcuno dice c’è siete come l’Inter, preferite un nome straniero, ad un artista italiano dello stesso livello e puntate poco sul vivaio, sui giovani talenti del territorio. Che rispondi?
I poliziani Baustelle hanno suonato da noi 15 anni fa, ben prima di diventare i Baustelle; l’ultimo 3D Contest, concorso nazionale per giovani musicisti, l’hanno vinto sul nostro palco i Vandemars, gente dell’Amiata; quest’anno abbiamo avuto i toscani Platonick Dive, la P-Funking band di Città della Pieve e il Raf Ferrari 4tet sospinto da un valente batterista di Piancastagnaio. Siamo comunque aperti ai suggerimenti di chi riesce ad indicarci artisti italiani in grado di esprimere lo stesso livello dei nomi stranieri che ospitiamo. Si dovrà però riconoscere che il sound di Acquaviva è un po’ diverso dalla solita musica (appunto): non siamo noi a poter dire se è migliore, ma senz’altro è un suono diverso. E la diversità è un valore di per sé.

Qual è l’artista che ti ha deluso di più, a livello umano?
Fortunatamente sono pochi quelli che deludono sul piano umano: i più intrattabili sono spesso gli italiani medi, quelli che iniziano ad a vere un nome, ma che sono ancora piccoli per sentirsi tanto grandi.

Organizzi un festival, ma ne frequenti altri. Avessi potuto “rubare” un artista ad un altro festival chi avresti a scelto?
I Radiohead sono come i leggendari gran premi della montagna al Tour de France: hors catégorie. The Black Keys forse non vale perché non li ho visti ad un festival. Bruce Springsteen suona tre ore e non lascerebbe spazio ad altre band. Forse mi accontenterei degli Arctic Monkeys.

Alessio Biancucci - direttore artistico del Live Rock Festival

Alessio Biancucci – direttore artistico del Live Rock Festival

Credo che uno abbia la consapevolezza di aver fatto nascere una cosa vera, quando a un certo punto questa non ti appartiene più, e cammina da sola. Quando lascerai ballare il live rock da solo?
Una cosa è vera quando è un bene comune. E il Live Rock Festival è un patrimonio collettivo da diversi anni; appartiene ad ogni singolo volontario organizzatore e ad ogni singolo spettatore: tutti quelli che sono passati da qui ne costituiscono l’azionariato popolare, avendo lasciato il loro contribuito, non importa se di critiche o di vitalità. Non si può prevedere quanto ancora andrà avanti questa avventura, ma indipendentemente dalla mia presenza o da quella di qualche altro veterano, il Live Rock Festival non ballerà mai da solo, almeno finché un gruppo di giovani scalmanati avrà l’energia per guidare la danza.

Il LIVE ROCK FESTIVAL, giunto nel 2013 alla 17° edizione, è ormai uno tra festival gratuiti più apprezzati e autorevoli d’Italia. 5 serate, oltre 100 gli artisti che ogni anno si alternano sul palco di Acquaviva, Montepulciano (SI). Rock e avanguardia, elettronica e world music, reggae e tradizione popolare, blues e jazz: il percorso musicale della rassegna privilegia le produzioni originali, i progetti internazionali, le nuove tecnologie e le radici etniche.

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Lo stato dell’arte: Collettivo Fabrica

LO STATO DELL’ARTE: COLLETTIVO FABRICA Iniziamo una serie di faccia a faccia con alcuni operatori culturali della Valdichiana. Per capire meglio lo stato dell’arte di questa terra, intercettare cosa si…

LO STATO DELL’ARTE: COLLETTIVO FABRICA

Iniziamo una serie di faccia a faccia con alcuni operatori culturali della Valdichiana. Per capire meglio lo stato dell’arte di questa terra, intercettare cosa si muove, raccontare la fatica di chi contribuisce alla crescita culturale delle proprie comunità. Ci servirà per scoprire storie, volti, aneddoti e iniziare a lanciare un’idea, quella di creare una rete e provare a fare sistema sul tema della produzione culturale.

“Al liceo sognavamo di trasformare il Parco Fucoli in una enorme discoteca. Ci siamo riusciti”
Intervista a Giacomo Serini, direttore artistico della Festa della Musica.

Giacomo Serini, 32 anni, è direttore artistico, insieme a Carlo Beligni, del Collettivo Fabrica, l’associazione che realizza dal 2007 la ‘Festa della Musica’ di Chianciano. I due si occupano del coordinamento, della produzione, dei rapporti con le istituzioni e del foundraising.

collettivo fabrica serini

Nel 2013 avete contato 140 volontari, più di 100 artisti, 12.000 presenze in cinque giorni. Far crescere un festival con questi numeri, di questi tempi, sembra un mezzo miracolo. Come avete fatto?
Abbiamo iniziato quasi per caso, nel 2007, col dare una mano all’associazione “Si fa la musica” che aveva dato vita alla Festa della musica a Chianciano. Alla fine, ci siamo fatti prendere la mano, e dal 2008 abbiamo preso le redini del festival, facendolo crescere fino ai livelli di questi anni. Il lavoro che c’è dietro è tantissimo. Durante i 5 giorni del festival, siamo in tanti a portare avanti la baracca, ma la progettazione e la programmazione iniziano da almeno 5 mesi prima dell’evento.

Perché avete deciso di portare la Festa della musica al Parco Fucoli, luogo simbolo di Chianciano?
Ai tempi del liceo, uno dei miei sogni era far diventare l’arena del Parco Fucoli una mega-discoteca. Anche dopo la costruzione del “bruco”, fantasticando tra di noi, ci siamo sempre detti: ti immagini che spettacolo sarebbe fare la Festa della musica lì dentro? Alla fine, abbiamo deciso di riprenderci il parco, sostenere un affitto da 10 mila euro, aprirlo ai giovani e a chi, probabilmente, l’aveva visto solo nelle vecchie cartoline degli anni ’80.

Scommessa vinta?
Direi! Per parlare solo di cifre, il primo anno della Festa al Parco Fucoli, il 2012, è stato il primo anno in cui siamo riusciti a non andare sotto.

Quanto conta l’innovazione per chi organizza un festival ogni anno?
Tantissimo. Ogni anno cerchiamo di proporre sempre qualcosa di diverso. Vorremmo essere un contenitore-catalizzatore delle cose buone che si muovono nel nostro territorio. Dal 2011 offriamo una vetrina agli “artisti a Km-zero” nella serata di apertura del festival, abbiamo lanciato la silent disco con le cuffie, ospitiamo spettacoli teatrali al pomeriggio, una cucina self service di qualità, una libreria molto personalizzata, facciamo attenzione alle tematiche ambientali collaborando con Legambiente. Cambiamo sempre, cercando di migliorare. A volte ci riusciamo, altre volte no. L’importante è non fermarsi.

Rivendicate con orgoglio di essere uno degli ultimi Festival gratuiti d’Italia. Quanta fatica vi costa?
Molta, è una scelta sofferta e molto discussa tra di noi. Alla fine, abbiamo voluto lasciare il festival gratuito. Si tratta di una scelta politica. Ci piace pensare al festival come un piccolo volano per l’economia locale. Quando abbiamo iniziato ad essere riconosciuti sul territorio, e ad intercettare finanziamenti, è arrivata la mazzata della crisi. In 3 anni abbiamo perso 15mila euro all’anno di sponsorizzazioni. Alla fine, gli unici che riescono ancora a darci una mano in termini economici sono il Comune di Chianciano e la Banca Cras.

Lo scorso anno avete lanciato una campagna di autofinanziamento su internet (crowdfunding) che ha dato ottimi risultati. È una strada che continuerete a seguire?
Siamo gente di paese, ma anche di mondo. Abbiamo conosciuto il meccanismo del crowdfunding quasi per caso e l’abbiamo sperimentato subito. Quello che abbiamo raccolto con le donazioni su internet non è decisivo rispetto al budget dell’evento, però è un segnale e un messaggio che vogliamo dare: da soli non si va da nessuna parte. Lavoriamo un po’ in controtendenza con un certo spirito del ‘tutti contro tutti’ che si respira a Chianciano: albergatori contro commercianti, commercianti contro l’amministrazione. Finché c’erano i soldi, ognuno faceva per sé. Ora le cose sembrano un po’ cambiate o comunque dovranno cambiare alla svelta. A livello sociale, la crisi ci ha fatto svegliare, ti impone di avere delle idee. In qualche modo, la crisi ci ha fatto bene.

Un momento difficile che pensavate di non superare?
A parte tutte le volte che guardo il bilancio preventivo? Direi nel 2011. Il pomeriggio del primo giorno di festival. Ci siamo scontrati per la prima volta con la commissione di pubblico spettacolo e c’è mancato davvero poco che vincesse lei. A due ore dall’apertura del festival, rischiavamo un bel nastro rosso e bianco sul palco e nell’area concerti. Fortunatamente non è andata così.

Tra i tanti artisti che avete avuto qual è stata la sorpresa più grande?
Il live più bello che mi ricordi è stato quello dei Peuple de l’Herbe nel 2010, ma forse sono di parte perché ho fatto carte false per portarli in Italia. Ricordo con divertimento anche il mago che accompagnava Meg nel suo tour 2008. A fine serata, riportammo Meg in albergo e lui rimase a fare baldoria con noi. La mattina ci svegliammo dentro al backstage e di lui rimanevano solo un paio di scarpe consumate. Evidentemente aveva fatto l’ultima magia e si era smaterializzato.

collettivo fabrica festa musica

Un artista che avresti voluto “rubare” ad un altro festival. Woodstock esclusa.
Più che un’artista, avrei voluto rubare una serata intera: quella degli Asian Dub Foundation ad Live Rock Festival di Acquaviva. Era un venerdì, mi pare fosse il 2008. Per loro è stata una tragedia a livello economico, perché pioveva forte. Però vedere la gente che ballava scalza nel fango è stato uno degli spettacoli che mi hanno impressionato di più, da quando vado ai concerti. La musica c’era, il fango anche, quella sera mancava solo l’amore libero.

Se ti guardi in giro, in Valdichiana, come siamo messi a livello di offerta culturale?
Non siamo messi male. Ci sono diverse realtà diverse che danno il loro contributo. Penso a Mattatoio 5 di Montepulciano, il Cantiere Internazionale d’Arte, la nuova Fondazione Orizzonti d’Arte a Chiusi, i vari teatri, il Live rock di Acquaviva. Se però non si riesce ad essere attrattivi e non diamo ai giovani un motivo per restare, per esempio uno straccio di lavoro, non sarà facile mantenere il livello attuale. Vedo però delle belle esperienze anche a livello di amministrazioni comunali. Penso a Sarteano (e non lo dico perché sei qui), anche Chiusi per certi aspetti, sicuramente Montepulciano, che rimane un po’ il motore della zona. Per Chianciano il discorso è più complicato… va superare un po’ di settarismo. Comunque in Valdichiana è arrivato il momento di metterci in rete, tra operatori della cultura, guardarci in faccia e fare sistema, ma sul serio, però!

(si ringraziano Emiliano Migliorucci e Foto Sintesi Lab per le fotografie)

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Reclutamento dei Vikings Chianciano Rugby alla Festa della Musica

Al via il reclutamento dei Vikings: siete tutti invitati a scoprire la “Magia” e “l’Eleganza” del Rugby. In occasione della Festa della Musica 2013 in programma a Chianciano Terme al…

Al via il reclutamento dei Vikings: siete tutti invitati a scoprire la “Magia” e “l’Eleganza” del Rugby.

In occasione della Festa della Musica 2013 in programma a Chianciano Terme al parco Fucoli dal 24 al 29 luglio, i Vikings Chianciano Rugby a.s.d. lanciano la loro “Campagna di Reclutamento 2013″, e saranno presenti all’interno dello spazio del festival per dare tutte le informazioni su come iniziare la pratica di questo incredibile sport.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=Pph-zOmI3N4&feature=youtu.be[/youtube]

La nostra redazione ha intervistato in esclusiva per i lettori de La Valdichiana il presidente Marco Malandrino, che sarà presente allo stand dell’associazione durante la Festa della Musica per accogliere le potenziali reclute:

Cos’è Vikings Chianciano Rugby? 

“Un’associazione sportiva che ha lo scopo di diffondere il gioco del rugby all’interno della provincia di siena. Un gruppo di persone che tre anni fa ha iniziato questo percorso, cominciando da zero, portando avanti questo gioco meraviglioso nel sud della provincia”.

Che tipo di sport è il rugby?

“Il rugby è uno sport che di fatto è disciplina, valori, amicizia, rispetto dell’avversario, delle regole e dell’arbitro. Un mix di gioco, di divertimento, di forza e di amicizia: questo è il rugby”.

Che cosa puoi dirci sul famoso “terzo tempo”? 

“Ogni partita di rugby è formata da 3 tempi: primo tempo, il secondo tempo e il terzo tempo. Il terzo tempo non è un modo di dire, è una fase di gioco dove le squadre, invece che contendersi il risultato della partita, si mettono insieme attorno ad un tavolo a festeggiare la partita appena terminata. Il terzo tempo è quindi lo spirito del rugby: l’amicizia, la voglia di stare insieme”.

Come si svolge la campagna di reclutamento dei Vikings? 

“Abbiamo lanciato la campagna di reclutamento in concomitanza con la Festa della Musica di Chianciano. Questa campagna non è altro che la voglia di farsi conoscere, di far conoscere il gioco e provare a coinvolgere quanti più ragazzi possibile all’interno del nostro territorio. Il rugby è uno sport che ancora non viene praticato in tutti i paesi della Valdichiana senese. Noi siamo onorati di ospitare la prima squadra seniores del nostro territorio, e proviamo tutti gli anni a reclutare nuovi ragazzi che possono venire, provare e se gli piace, continuare per tutto il campionato”.

Come ci si può iscrivere?

“Il modo migliore è sicuramente quello di venirci a trovare al festival, perché vengono fornite tutte le informazioni per come si svolgeranno gli allenamenti, come si svolgerà il tesseramento, quanto durerà il campionato. In alternativa si può utilizzare il sito web vikingschiancianorugby.it oppure la nostra pagina facebook!”

[divider] Di seguito l’intervista che ci ha gentilmente concesso l’allenatore Ugo Massai, pronto ad affrontare la nuova stagione sportiva:

Che cos’è il bello del rugby?

“La cosa più bella nel rugby è il contatto fisico. Le persone che giocano a rugby amano il contatto fisico, quindi c’è una sfida continua tra i giocatori e questo ci rende unici”.

Qual’è il gesto atletico nel rugby? Che tipo di atleta è il rugbista?

“Il rugby è uno sport completo, in cui vengono impegnate tutte le parti del corpo, tutti i gruppi muscolari. La base naturalmente è la corsa, ma c’è anche il placcaggio, quindi si usano le braccia, le spalle, la schiena: viene coinvolto tutto l’organismo. Si tratta di uno sport completo: servono grande cuore, grandi polmoni, cervello sempre attivo. Consiglio a tutti di provarlo, almeno una volta nella vita”.

Come potremmo definire il vero spirito del rugby?

“Lo spirito del rugby lo potete constatare anche all’interno della nostra squadra: chi gioca a rugby diventa membro di una grande famiglia. Una squadra di rugby in realtà è una famiglia, una famiglia dove tutti ci vogliamo bene, dove tutti lavoriamo per un unico scopo. Lo scopo del rugby è quello del bel gioco, non solo nel tentativo di vincere, ma soprattutto per rispettare le regole di questo fantastico sport. Giocare a rugby vuol dire partecipare a un gruppo, diventare un membro di una grande famiglia!”

Ringraziamo i Vikings Chianciano Rugby per l’intervista e invitiamo tutti gli interessati a contattarli allo stand durante la Festa della Musica. In alternativa, potete utilizzare i canali digitali: in occasione della campagna di reclutamento i Vikings ha lanciato una campagna fotografica promozionale, a cura di Alessandro Pagnotta, rinnovando il proprio sito web vikingschiacianorugby.it, spazio su cui è possibile trovare tutti i contatti e vedere le immagini della campagna.

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