La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Interviste

Giacomo Bindi, professione calciatore

Giacomo Bindi nasce in Valdichiana, cresce a Torrita di Siena e lì diventa un portiere. Il calcio non è solo uno sport, ma è la sua professione. Adolescente si trasferisce…

Giacomo Bindi nasce in Valdichiana, cresce a Torrita di Siena e lì diventa un portiere. Il calcio non è solo uno sport, ma è la sua professione. Adolescente si trasferisce nella fredda Milano dove l’FC Internazionale lo accoglie e lo alleva, fino a diventare il numero uno della primavera nerazzurra. Dal 2006 calca palcoscenici di serie B e Lega Pro, ottenendo promozioni e record personali.

Giovanni Marchi, con l’aiuto di Tommaso Ghezzi lo hanno intervistano assaporando tutte le sfaccettature di una carriera eretta con sacrifici e dedizione.

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Il calcio? Non solo un semplice sport – Intervista a Riccardo Lorenzetti

Se in America, David Forster Wallace ha già raccontato il tennis nel suo cristallino “Roger Federer come esperienza religiosa”, anche per noi italiani si sta facendo largo un nuovo metodo…

Se in America, David Forster Wallace ha già raccontato il tennis nel suo cristallino “Roger Federer come esperienza religiosa”, anche per noi italiani si sta facendo largo un nuovo metodo di tessitura narrativa esclusivamente dedicata alla mistica dello sport. Da qualche anno molti autori/giornalisti come Simona Ercolani (autrice di ‘Sfide’), e soprattutto Federico Buffa, che ha edificato un sistema comunicativo per mezzo del quale sta occupando gran parte del palinsesto di Sky Sport, hanno seguito la poetica della narrazione in ambito di giornalismo sportivo, rammentando al mondo della stampa che un tempo, coloro i quali facevano ‘cronaca’ erano personalità del calibro di Dino Buzzati, Giovanni Arpino e Mario Soldati, che di certo non si limitavano a registrare un risultato o una classifica, ma cercavano molto di più. La poesia italiana, d’altronde, si era già aggiornata a vedere nell’agonico vigore delle emozioni legate allo sport, un riverbero più che legittimo dell’antico sentore epico; “La folla – unita ebbrezza- par trabocchi / nel campo: intorno al vincitore stanno, / al suo collo si gettano i fratelli. / Pochi momenti come questi belli, / a quanti l’odio consuma e l’amore, / è dato, sotto il cielo, di vedere.” Umberto Saba celebrava così un gol calcistico, probabilmente marcato dalla Sua ‘Triestina’, pienamente immerso in quello ‘spirito popolare’ dell’umanità quotidiana e prosaica che coinvolgeva le sue liriche. Molto più prosaico Vittorio Sereni, che anni dopo celebrò un ‘Inter – Juve’, con la tiepida potenza degli endecasillabi: Il verde è sommerso in neroäzzurri. / Ma le zebre venute di Piemonte / sormontano riscosse a un hallalì / squillato dietro barriere di folla. E di esempi ce ne sarebbero a centinaia.

Quanto i gol di Maradona contro l’Inghilterra (sì, tutti e due) ai quarti del mondiale ’86, possono quindi accedere nel parnaso dell’arte in qualità di “Opere”?
Lo sport catalizza le più disparate tensioni degli esseri umani e le dispone attraverso un’estetica. Basterebbe questo per assurgere il tema a dignità artistica, anzi, forse qualcosa in più, visto che in questo caso gode anche di una ben più valevole oggettività critica, rispetto alle opere dell’ingegno artistico nella campitura culturale delle humanities.

C’è chi, partendo dalla cronaca sportiva locale, ha acquisito in maniera pregevole la disposizione d’animo narrativa per elargire e diffondere una poetica dello sport diversa rispetto alla cronaca pura.
Riccardo Lorenzetti è quella persona dalla quale vorresti farti rispiegare le lezioni perdute degli esami più ardui. Lo ascolteresti, in reverente ossequio, anche mentre ti parla dei composti chimici della nimesulide o mentre ti spiega tutti i comma degli articoli più astrusi del codice civile. Possiede un’invidiabile database mnemonico, contenente più o meno tutta la storia dello sport (mondiale e locale) dal secondo dopoguerra ad oggi. Dopo un’esperienza trentennale tra radio e televisione (dove si è occupato non solo di sport, ma anche di cronaca) ha pubblicato nel 2013 “L’anno che si vide il mondiale al Maxischermo” (primamedia, 2013), una squisita raccolta di racconti brevi, tutti incentrati sulla tematica dello sport nazionale che si mescola con la vita della provincia toscana: nella fattispecie di Petroio, paese nel quale è nato e vive tutt’oggi. Da qualche tempo, Riccardo coinvolge i teatranti del territorio per dare una forma scenica alle storie (lo spettacolo “Massischermo”, tratto da un suo racconto, ha registrato il sold out nei teatri toscani e non) ed è così che io stesso l’ho conosciuto (in realtà venne a fare delle riprese, in qualità di giornalista di una televisione locale, nello spogliatoio degli esordienti B del Guazzino nel 2002, ma me lo ricordavo poco io e non se lo ricordava per nulla lui.)

Da poco è uscito il suo secondo testo di scrittura creativa. Questa volta è un romanzo, una vicenda organico con un plot entusiasmante. Si intitola “La libertà è un colpo di tacco” per Curcio Editore, con una pregevole introduzione firmata da Federico Buffa, il patrono della poetica sportiva del nostro tempo presente, che – di fatto – investe da subito il libro di un’aura vibrante.

Il testo narra delle vicende di una sbilenca fan-zine brasiliana della squadra calcistica paulista del Corinthians nei primi anni ’80, alle porte dell’apertura democratica dopo i vent’anni di regime militare.

Nel 1982 il Corinthians vince il campionato paulista con la parola “democracia” stampata sulle magliette. Il capitano, Socrates, celebre nel nostro paese per un’infelice segmento di carriera a Firenze, dove si distinse solo per la potenza immaginifica, conquistandosi più soprannomi che altro, stava portando avanti una forma di rivoluzione cellulare, un soviet calcistico, una comune di ‘intellettuali’, primariamente che giocatori di calcio. Un nucleo democratico immesso nei duri anni della dittatura militare brasiliana, per quanto ammorbidita dalle scelte ‘progressiste’ del presidente Figueiredo. Lo spogliatoio del Corinthians di Socrates era autogestito. Ogni decisione riguardante la vita del club veniva messa ai voti dalla “comunità”(orari e menù dei pasti, ritiri, schemi di gioco, titolari, et cetera). Dal magazziniere agli addetti alle pulizie, dai dirigenti ai massaggiatori, dai panchinari fissi al ‘capitano’, tutti avevano il diritto al voto. Tutti erano influenti allo stesso modo per la vita comune della squadra.
Probabilmente è l’estensione social-democratica del lato più umano del calcio moderno, quello che già Nereo Rocco aveva inteso come “la commissione interna”; lo Spogliatoio, nella sua accezione più metaforica, il Gruppo che valuta le possibilità di vittoria contando sulla compattezza unitaria dell’insieme, e non sulla somma delle ricchezze di ogni suo componente.

La stagione calcistica del Corinthians è lo sfondo e lo spunto di un discorso narrativo che coinvolge sì il mondo del calcio, ma anche tutta la cornice che – di fatto – è il nutrimento principe delle nostre esperienze comuni.
Come diceva Terenzio “nulla di umano è estraneo alla letteratura” e lo sport è la forma più diretta attraverso la quale gli impeti degli uomini, e quindi l’oggetto della letteratura, si configurano.

cover_lorenzettiHo incontrato Riccardo alla fine della presentazione di “La libertà è un colpo di tacco” alla libreria ‘La Pergamena’ di Sinalunga.

Il lunedì mattina, un tifoso o un appassionato di sport, compra la Gazzetta, pur avendo visto molte volte i replay, i dibattiti televisivi, le dirette in payTV. Che cosa dovrebbe cercare oggi un lettore di giornalismo sportivo?

Riccardo: Dovrebbe cercare quello che i giornali sempre più faticosamente forniscono. Quando ero ragazzo i giornali erano pieni di cronaca. Erano gli approfondimenti di ciò che avevi visto in televisione, ma pur sempre cronachistica. Oggi come oggi i giornali stanno virando verso altre cose. Ormai il ‘quotidiano’ è stato ammazzato dal progresso; quello che scrivi la sera per il giornale che deve andare in stampa nella notte, è già vecchio la mattina seguente, perché ci sono già stati i vari lanci di agenzia, le informazioni sulla rete, eccetera… Oggi i giornali dovrebbero privilegiare quello che è il racconto e la sua qualità. Al di là dei contenuti, ciò che devono privilegiare i giornali, non solo quelli sportivi, è la forma. Il giornalista deve scrivere bene. Il suo mestiere non si limita più a descrivere l’evento. Il suo obiettivo è raccontare tutto quello che gira intorno alla vicenda, le storie, i personaggi, le dinamiche narrative.

Quanto bagaglio culturale c’è dietro lo sport locale in provincia, per te che sei un mentore della narrazione sportiva locale?

RL: Il calcio dilettanti, dall’Eccellenza fino alla Terza Categoria, è stato favoloso fino a venti anni fa. È ormai morto e defunto, e mi assumo le responsabilità di quello che dico. È morto perché chi doveva curare dal punto di vista mediatico i racconti delle squadre, dei personaggi, degli intrecci, non ha saputo farlo. Ha preferito limitarsi ai tabellini dei risultati. Alla fine questo movimento non ha creato più interesse ed è stato sopraffatto da pratiche più seducenti come la payTV. Questo ha finito per lenire ciò che le squadre di paese rappresentavano; l’appartenenza, gli orgogli, il campanilismo buono.
Sapessi quante storie ci sono nel calcio dilettantistico, storie di giocatori, allenatori, dirigenti. Tutto questo è stato ignorati dai giornali e dalle televisioni locali, che hanno preferito stampare un’asettica serie di risultati. Ecco come è scemato l’interesse per questa realtà e uno stadio comunale di provincia pieno non si vede più. Se si fosse perseguita quella qualità formale anche a livello locale, il calcio dilettanti si sarebbe salvato d questa deriva, ed ora ha bisogno di uno sforzo che chissà se basterà.

Qual è lo spazio letterario dello sport?

RL: È l’unica frontiera rimasta. In Italia quando si parla di “narrazione legata allo sport”, intendendo la narrazione nella sua accezione più ampia, quindi anche TV e cinema, ci si muove sempre con i piedi di piombo. Quando lo sport è stato raccontato ‘seriamente’ si sono verificati dei fiaschi colossali. Quando i risultati sono stati ottenuti, i modelli sono stati “Un allenatore nel pallone”, quindi la Longobarda di Oronzo Canà, Gigi e Andrea, l’Alvaro Vitali di “Paulo Roberto Cotechiño centravanti di sfondamento”… ecco ci siamo capiti.  Tutto per carità ha una sua dignità. Quando però ti accorgi che negli Stati Uniti, una pièce di 50 minuti, incentrata su Magic Johnson e Larry Bird, nomi storici della pallacanestro, va a Broadway e ci rimane tre anni, con un tutto esaurito per sei giorni a settimana, sta a significare che il modo di raccontare lo sport esiste. Non può esistere solo in America. Certo hanno un milieu molto diverso nei confronti dello sport, ma noi abbiamo il calcio, il ciclismo, tante di quelle storie sportive da raccontare che secondo me non hanno niente da invidiare a quello che fanno nei paesi anglosassoni.

“La libertà è un colpo di tacco” è già diventato uno spettacolo teatrale, con Roberto Ciufoli per la regia di Manfredi Rutelli, il libro ha fatto il giro d’Italia e sta sfiorando il ‘caso letterario’. Un caso molto vicino al ‘colpo di tacco’ del titolo. Il colpo di tacco è il gesto tecnico più brasiliano e allo stesso tempo più imprevedibile. È la mossa che infrange la regolare sequenzialità di gioco; la smarcatura inaspettata di un compagno in un’area di campo arretrata. Certo non sempre così efficace, non sempre così riuscito, ma sempre bellissimo. Così come le storie che celebrano lo sport al di là della gretta competizione, la parte più pragmaticamente agonistica, e glorificano tanto la vittoria quanto la – molto più poetica – sconfitta.

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Professione acrobata! Intervista a PinkMary, artista circense

Spesso mi dico che uno dei grandi problemi del mondo del lavoro, oggi, è la mancanza di fantasia. Sono sempre troppo pochi quelli che trovano il coraggio di perseguire i…

Spesso mi dico che uno dei grandi problemi del mondo del lavoro, oggi, è la mancanza di fantasia. Sono sempre troppo pochi quelli che trovano il coraggio di perseguire i propri sogni, osando su sentieri poco battuti e sconsigliati. Ma che felicità ci può portare la paura?

Ho pensato quindi che sarebbe stato interessante intervistare qualcuno che, invece, ha scelto di intraprendere una carriera atipica. Subito ho realizzato di avere la persona giusta: Maria Dotti, in arte PinkMary, artista circense specializzata in tessuti aerei.

Io e lei siamo andate all’asilo assieme, abbiamo abitato a 500 metri di distanza l’una dall’altra per quasi 20 anni, anche se non ci siamo mai frequentate, e mi ha incuriosita il fatto che una persona dalle mie stesse origini avesse intrapreso un tipo di carriera così inusuale (più insolita della mia!). La cosa mi affascinava molto, e mi sono detta che forse là fuori c’è un sacco di gente che, come me, nemmeno prende in considerazione l’idea che esistano scuole di circo e forse sarebbe un bene farglielo sapere.

IMG_54471. Ciao Maria, grazie per averci concesso questa intervista. Innanzitutto, come ti sei avvicinata al mondo del circo e dello spettacolo aereo?

Ho iniziato quando ero molto piccola, verso i 4 anni, a fare ginnastica artistica a Como, dove sono nata.
A 15 anni mi sono accorta che la cosa che mi piaceva di più nella ginnastica era il momento del saggio, quindi lo spettacolo. Ho frequentato corsi di danza, teatro e circo tra Como e Milano; nel frattempo ho conosciuto degli artisti di strada e con loro ho iniziato a fare spettacoli.
Un giorno sono arrivata alla Piccola scuola di circo di Milano, dove facevo un corso, e ho visto un sacco di ragazzi che giocolavano, si arrampicavano, facevano acrobazie, equilibri… Erano i ragazzi del secondo anno della Flic scuola di circo di Torino. In quel momento ho deciso che avrei voluto fare questo nella vita: ho aspettato che ci fossero i provini, fatto il provino, AMMESSA!
Felicissima, ho dato le dimissioni come impiegata dallo studio professionale dove lavoravo e l’avventura è iniziata!

2. Qual’è la situazione del settore circense, oggi, in Italia?

tessutiXOggi la situazione è in fermento, nonostante siamo ancora all’Era Paleozoica in confronto a tanti altri Paesi, europei e non.
Da parte degli artisti italiani sta nascendo la voglia di trovare un’identità al Circo Contemporaneo Italiano, cosa che negli altri paesi è già accaduta molti molti anni fa. Per ora ci sono stati due incontri per trovare definizioni e caratteristiche che distinguano questo ‘movimento’ dal circo tradizionale e dall’arte di strada. Alcuni minimi comuni denominatori identificati finora sono:

  • Che il circo contemporaneo non è uno zoo;
  • Che è caratterizzato da una modalità di scrittura dello spettacolo particolare, che integra altre arti e la drammaturgia;
  • Che l’artista sviluppa un rapporto particolare, creato anche grazie alla ricerca, con la propria disciplina.

A mio avviso sarà un cammino molto lungo e tortuoso, che potrà anche cambiare direzione rispetto a quella intrapresa finora, ma il fatto che ci si incontri per parlare e discutere per definire i come e i perchè è già segno che la voglia c’è, eccome!

3. Tra i giovani non è molto diffusa la consapevolezza che esistano lavori fuori dagli schemi come il tuo. Quanto coraggio serve per seguire le proprie passioni e farne un vero lavoro?

Non so se si tratta di coraggio o incoscienza; l’unica certezza che ho è che ho sempre voluto fare questo e sono molto fortunata ad avere dei Super Genitori che, nonostante si siano un po’ preoccupati per il mio cambio di vita, mi hanno sempre sostenuta e incoraggiata a correre fino in fondo, ad impegnarmi al massimo e a credere in quello che faccio, stringere i denti e sorridere dei risultati ottenuti con l’impegno.

4. Puoi dirci quali sono i lati positivi e negativi di fare questo lavoro?

Partiamo da quelli negativi: intanto è difficile trovare posti dove allenarsi e creare gli spettacoli, così come è difficile farsi pubblicità, vendersi, contrattare e badare agli aspetti fiscali. Non ci sono certezze sugli stipendi, quindi malattie, maternità, infortuni sono dei gran problemi. È facile trovare gente che ti vuole fregare, stringere accordi che poi però non vengono rispettati (parlo di cachet dimezzati o mai pervenuti, o location o eventi completamente diversi da quanto era stato comunicato).

Parlando dei lati postivi: si è liberi di scegliere dove e quando andare a lavorare e ho la possibilità di portare in giro un mio spettacolo. Dopo molti eventi c’è la festa! Si possono conoscere tantissime belle persone e si può girare il mondo lavorando; si può scegliere l’ambiente in cui lavorare, e spesso le persone ti vengono a ringraziare perché le hai emozionate. Poi ci sono i bambini che ti vogliono salutare, che vogliono una foto insieme e a volte anche darti un bacino! Infine, è un lavoro che permette di poter continuare a crescere e studiare.

5. Quali sono i tuoi progetti e impegni futuri?

Nel mese di Dicembre tornerò a Como per lavorare in un circo tradizionale. Dal 25 dicembre all’11 gennaio 2015 dovrei tenere degli stage, uno a Como e uno in provincia di Pisa, e poi partirò per Barcellona per un paio di mesi per fare formazione e creazione per il nuovo spettacolo che porterò in Italia primavera/estate prossima.

Grazie per la disponibilità, Maria, e tanti auguri!

Contatti:
www.pinkmary.org
Facebook

 

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Riconoscimento AICOO per tutelare il nostro olio. Intervista al presidente Bisaccioni

Nelle scorse settimane La Valdichiana si è occupata dell’olivicoltura e alla difficile situazione che sta vivendo in questo momento il settore. Raccolti in quantità esigue o quasi assenti, quest’anno la…

Nelle scorse settimane La Valdichiana si è occupata dell’olivicoltura e alla difficile situazione che sta vivendo in questo momento il settore. Raccolti in quantità esigue o quasi assenti, quest’anno la mosca olearia ha causato gravi danni a tutti i produttori di olio, frantoi e persone che vivono in funzione alla raccolta delle olive. Un clima umido e temperato sono state le cause principali per lo sviluppo dell’insetto che ha distrutto interi raccolti, senza contare poi delle muffe che hanno attaccato conseguentemente gli ulivi già martoriati.

Oltre a questi problemi si va ad aggiungere la notizia di questi giorni, del sequestro, da parte della forestale, di oli provenienti dalla Puglia ma privi di rintracciabilità. Purtroppo l’import di oli stranieri in Italia c’è sempre stato, e quest’anno ci sarà molto di più, visto che le nostre esigenze quotidiane di olio non sono cambiate, mentre la quantità a disposizione è letteralmente diminuita.

Di questo e di altri argomenti ne abbiamo parlato con Giulio Bisaccioni presidente di AICOO, Associazione Italia conoscere l’olio d’oliva, ospite ad Agrietour di Arezzo il 14-16 novembre 2014.

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Presidente AICOO Giulio Bisaccioni e Valentina

Buonasera Giulio, ci spiega di cosa si occupa AICOO?

“Dunque, AICOO è una associazione italiana che si occupa della conoscenza e della cultura dell’olio extravergine d’oliva di qualità. Sull’olio, oggi, c’è ancora poca conoscenza e i consumatori sono abituati ad acquistare olio a buon prezzo o con prezzi convenienti, ma non sanno che se un olio costa di più è perchè dietro una bottiglia c’è tanto lavoro, sudore e questi sono aspetti di cui bisogna tenere di conto quando compriamo questo prodotto.

L’AICOO ricorda che l’olio è un prodotto buono e che fa bene, è un grande contenitore di energia e soprattutto un apportatore di benessere, è ottimo per curare e prevenire molte malattie. E’ inutile ribadire che chi usa olio extravergine di oliva ha una vita più snella, è l’alimento che è alla base della dieta mediterranea. Grazie all’olio d’oliva, alla frutta, alle verdure e a molti altri alimenti la dieta mediterranea è portata ad esempio come modello di vita in molti altri Paesi.”

Quali caratteristiche deve avere un olio per essere considerato buono?

Prima di tutto va assaggiato senza cibo, lo dobbiamo degustare da solo e sottoporlo al nostro olfatto. Quando viene messo sotto le nostre papille gustative deve sapere di oliva, di natura e di erba appena tagliata, si deve sentire l’odore di vegetale. Se non ha queste caratteristiche olfattive l’olio ha delle problematiche e in questo caso si tratta di oli difettati.

Vista la riduzione della produzione di olio che si è registrata quest’anno, c’è pericolo che venga importato olio straniero in maggiori quantità rispetto agli altri anni?

L’olio straniero, purtroppo, viene importato tutti gli anni, ma quest’anno c’è ancora più paura perché verrà importato in maggiori quantità, in quanto il consumo d’olio sufficente per il nostro fabbisogno non è cambiato, ma la quantità a disposizione quest’anno è minore. Tale problema si va a sommare a quelli già noti, ovvero la mosca olearia e le muffe, al clima che quest’anno ha sconvolto il naturale ciclo dell’olivo, la pianta non ha avuto il fermo naturale e la quantità l’olio, per i pochi che sono riusciti a farlo, non è stato quello di un annata normale. Le importazioni purtroppo ci sono sempre state, tocca a noi ad essere bravi nel riconoscere un olio italiano da uno straniero.

Come si fa a riconoscere un olio italiano da uno straniero?

E’ fondamentale leggere sempre l’etichetta per sapere da dove proviene un olio, questo vale anche per tutti gli altri prodotti, ovviamente le etichette devono essere veritiere e non dichiarare il falso. Inoltre c’è da dire che l’olio buono è quello extravergine d’oliva, invece, molti consumatori prendono olio d’oliva credendo che sia la massima espressione e invece non è altro che un rettificato di un olio lampante, e questo in etichetta c’è scritto. State attenti! – raccomanda Giulio

Recentemente AICOO ha reso più fruibile e interattivo il proprio sito, di questo restyling e delle novità funzionali apportate ne parliamo con l’Ing. Nicola Impallomeni, responsabile del progetto. Nicola ci vuole spiegare le novità che avete apportato al sito di AICOO?

aicoo2Dunque abbiamo ampliato i contenuti e soprattutto abbiamo inserito uno strumento che raccoglie tutti i nomi dei ristoranti, agriturismi ed enoteche che usano oli certificati provenienti dal territorio. Le strutture che decideranno di aderire potranno essere dotati di una vetrofania con scritto “Locale consigliato AICOO”, e questo riconosicmento, meglio definirlo così, serve come garanzia che l’olio usato all’interno della struttura è un olio proveniente dalla nostra zona. Tutto questo l’abbiamo fatto per dare maggiore trasparenza e per tutelare ulteriormente i nostri prodotti.

Come funziona, e una struttura come può ottenere la “Certificazione” AICOO?

Prendi un turista che arriva da noi, appassionato d’olio, che vuole degustare olio del nostro territorio, basta collegarsi al sito, andare sulla sezione “certificazione locale AICOO” e lì può trovare tutti i locali di zona che usano gli oli del territorio. Questo riconoscimento viene assegnato ogni anno e le analisi vengono fatte organoletticamente da un panel di assaggio AICOO, la certificazione è gratuita, non ha fini commerciali e serve per il riconoscimento di qualità a tutela dell’ambiente.

Giulio, ha qualche consiglio da dare a tutti i consumatori d’olio?

Certo, prima di conclude aggiungo che alla Camera, proprio in questi giorni, è passata una Legge, che dice che i locali pubblici devono usare delle bottiglie antirabbocco, questo perché raboccando la bottiglia, l’olio si degrada, in quanto è un alimento che si ossida molto velocemente se va in contatto con l’aria e quindi perde buona parte delle sue sostanze nutritive.

Tutte le informazioni sulla certificazione AICOO sono sul sito www.aicoo.it

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Rinascimento Verde in Valdichiana: intervista ad Albano Ricci

Ho conosciuto Albano Ricci, assessore del Comune di Cortona, durante il convegno organizzato da Banca Valdichiana nel corso della 13° edizione di AgrieTour. Il nostro quotidiano si occupa principalmente della…

Ho conosciuto Albano Ricci, assessore del Comune di Cortona, durante il convegno organizzato da Banca Valdichiana nel corso della 13° edizione di AgrieTour.

Il nostro quotidiano si occupa principalmente della Valdichiana senese, ma i rapporti con Cortona e la Valdichiana aretina sono molti, e sono destinati ad aumentare. Oltretutto, non capita spesso che i rappresentanti della politica o delle amministrazioni siano i relatori più brillanti durante un convegno che parla di sviluppo locale.

albano ricciNon potevo quindi lasciarmi sfuggire l’occasione di continuare il dibattito inaugurato dal convegno di Arezzo attraverso un’intervista diretta: un invito a cui l’assessore Ricci ha gentilmente risposto, sottoponendosi a domande più approfondite sullo sviluppo della Valdichiana e sulle politiche di area. Volevo verificare se, oltre alle slide, ci fosse di più. E questi sono i risultati. (Spoiler alert: c’è molto di più!)

Albano Ricci, assessore del Comune di Cortona: deleghe alla cultura, al turismo, all’agricoltura, alle attività produttive e alle politiche giovanili. Tante deleghe, molto importanti. Come si integrano tra loro?

“Innanzitutto devo dire che si tratta di un onore e di un onere, una felice intuizione del Sindaco Basanieri. Da una parte l’unione di queste deleghe è dovuta alla riduzione del numero degli assessori per effetto della spending review, come se gli amministratori locali fossero il vero problema dei conti pubblici! In realtà il nostro è un duplice lavoro: dobbiamo effettuare le scelte amministrative e gestire le emergenze, oltre a fornire un contatto diretto e continuo con la popolazione del nostro territorio. Dall’altra parte, l’unione di queste deleghe è dovuto alla particolarità del nostro territorio: una zona agricola d’eccellenza con città di grande storia e tradizione. Paesaggio e cultura creano opportunità di sviluppo turistico. Se non avessimo sfruttato le eccellenze locali probabilmente non riusciremmo a reggere la crisi economica.”

Al convegno di AgrieTour, promosso da Banca Valdichiana, ha parlato di un “Rinascimento Verde” per la Valdichiana. Può spiegarci meglio di cosa si tratta?

“L’agricoltura può diventare il nuovo volano del progresso economico, perchè è capace di coniugare turismo, ambiente e lavoro, attirando l’interesse di nuovi investimenti finanziari. I nostri paesaggi non sono soltanto belli, sono il frutto di anni di cura dell’uomo e attenzione al territorio, attraverso il lavoro agricolo. Il nostro territorio ha già vissuto due rinascimenti: il primo con la civiltà etrusca, che ha lasciato tante ricchezze. Gli etruschi sono stati soltanto qui, non in altre parti del mondo, quindi è nostro dovere valorizzare questo patrimonio. Soltanto qui hanno lasciato testimonianze di una delle civiltà più importanti del passato, dove la donna aveva un’importanza che non ha eguali fino alle epoche più moderne. E poi il rinascimento toscano, l’umanesimo, che ha toccato anche le nostre zone grazie anche alla presenza di artisti importanti come Beato Angelico, Piero della Francesca, Michelangelo. Adesso ci sono tutti i presupposti per un nuovo rinascimento: grandi città, grandi capolavori, grande paesaggio agricolo. Proprio l’agricoltura può diventare il motore che innesca questo meccanismo, grazie al valore dell’autenticità. Questo è il Rinascimento Verde: è la terra che potrà dare una rinascita, non l’economia virtuale. In fin dei conti, il mondo si aspetta questo dall’Italia. Non una politica industriale che ribalti la scena internazionale. Siamo la patria del buon vivere, dei gusti artistici e creativi e di grandi eccellenze enogastronomiche. Dobbiamo essere bravi a sfruttare queste qualità.”

Mi è sembrato molto orgoglioso della sua origine contadina, un’identità fondamentale delle nostre terre. Eppure, il mondo contadino ha perso il suo rispetto, è stato spesso considerato come inferiore rispetto a quello cittadino. Quindi, mi chiedo: quali possono essere gli strumenti culturali ed economici per recuperare questo orgoglio identitario?

“Spesso si capisce realmente il valore delle cose soltanto con la distanza. Abbiamo vissuto un periodo storico in cui la campagna aveva accezioni negative: era sinonimo di povertà, lavoro e fatica. Le persone volevano abbandonare questo mondo, ed era normale: alla ricerca di nuovi servizi, di migliori opportunità di lavoro, di nuovo benessere. L’attuale fase di crisi costringe a guardarsi intorno e a guardarsi indietro, alla ricerca di cos’è rimasto di quel mondo. Voglio chiarire che non credo al mito del “buon contadino”: si tratta di un’idea arcadica, ha anche delle inflessioni razziste. La civiltà contadina aveva degli aspetti negativi: i contadini non erano liberi, sotto il gioco del padrone e della mezzadria. Ho compreso tuttavia l’importanza dei valori positivi che provengono da quell’epoca. D’altronde si tratta della nostra identità, il radicamento sul territorio. Accanto a questi aspetti culturali deve viaggiare l’agricoltura, che deve sapersi innovare e modernizzare, deve aggiornarsi come tutti gli altri campi del sapere, non può rimanere alle tecniche e alle visioni di inizio secolo scorso.”

Parliamo di progetti di area. Lei crede che sia possibile fare sistema tra Valdichiana aretina, senese e romana?

“Per la Valdichiana romana è sicuramente più difficile, ma tra Valdichiana aretina e senese ci sono forti punti di contatto. Per la Valdichiana Toscana c’è una direzione della governance del territorio che viene anche dalla Regione Toscana. La politica va in questa direzione: un’unione sempre più stretta della Toscana del sud con le province di Arezzo, Siena e Grosseto. Basti pensare alla riforma delle aziende sanitarie locali, ad esempio. Con il superamento delle province sarà naturale ragionare per aree vaste, soprattutto per quelle zone che hanno tanto in comune come la Valdichiana senese e quella aretina. Per i progetti di area, già ora, possiamo partire da quelli più facili: il turismo, che è immediato. Per esempio con protocolli di intesa tra i vari comuni, per creare un ponte naturale, e sviluppare poi un’integrazione di altri servizi. I circuiti museali sono meno riottosi a unioni di questo tipo, rispetto ai consorzi o altri attori economici. Turismo e cultura sono un ottimo inizio, ma l’amministrazione deve essere capace di creare i bisogni e di investire sui progetti di area per i territori. L’alta velocità, con la stazione ferroviaria di Media Etruria, è uno di questi.”

A questo proposito, qual’è la sua opinione sull’alta velocità in Valdichiana?

“Non sarà una strada facile arrivare a una soluzione condivisa. Tuttavia questa vicenda è l’esempio della necessità di gettare il cuore oltre l’ostacolo e di pensare al benessere di tutti i territori. L’eccessivo campanilismo rischia di bloccare tutto: se non c’è accordo, si rischia di far saltare tutto il progetto e di fare preoccupanti passi indietro.”

Parliamo di turismo: quali sono le prossime iniziative che metterà in atto il comune di Cortona e più in generale la Valdichiana?

cortona“L’obiettivo è quello di aumentare la permanenza dei turisti. Riuscire a far rimanere i turisti più di due giorni e avvicinarsi alla settimana, grazie alla grande offerta turistica. Fondamentali a questo scopo sono i protocolli con le altre amministrazioni e gli altri enti turistici per favorire una promozione culturale di area. Un primo passo per una governance turistica condivisa saranno i protocolli d’intesa con gli altri comuni limitrofi, da firmare entro fine anno. L’altro grande progetto è quella di promuovere il modello della Valdichiana come luogo turistico di eccellenza anche all’EXPO 2015, nel padiglione della Toscana. Cortona non può che essere il comune capofila della Valdichiana aretina, per via della sua storia, delle strutture attrezzate e attrattive a livello internazionale.”

Passiamo alle politiche giovanili, con una domanda impertinente: perchè un giovane dovrebbe rimanere in Valdichiana, piuttosto che emigrare all’estero?

“Una domanda complicata, a cui voglio rispondere con un ragionamento sociologico. La Valdichiana è una zona felice, per certi versi, come una mamma da cui è difficile staccarsi, nel bene e nel male. Il nostro è un territorio meno abbandonato rispetto ad altri; non siamo così provinciali da essere desolati, come purtroppo è accaduto in alcune province italiane. Ma non è neppure un territorio così impersonale, caotico e difficile come quello delle metropoli. Poca densità abitativa si abbina a tanta realtà sociale: stiamo parlando di territori con miriadi di associazioni, sagre, fiere, mostre, teatri, sale, ogni frazione con la propria identità. Una voglia sociale molto forte e diffusa. Ci sono quindi i presupposti sociali per una qualità della vita alta, interessante per molti giovani. Inoltre può essere la scelta adeguata per nuove imprese e nuove possibilità, ma per riuscire devono incrociare le necessità di questo territorio, ovvero: la sostenibilità, il patrimonio agricolo, le eccellenze dell’artigianato e quelle della cultura. Tutti aspetti che si legano tra di loro. Chi ha grande talento in settori che hanno necessità di un grande sviluppo industriale è difficile che rimanga in questo territorio, ma è una mancanza che accomuna tutta l’Italia. Tuttavia, queste terre hanno anche i connotati giusti per qualità imprenditoriali. Chi produce olio, vino o cereali qui, sa che assieme a quei prodotti promuove tutta la nostra storia. Non vendi soltanto quel vino, ma anche il territorio e la storia.”

In qualità di amministratore locale e di “renziano”, non si può esimere dal rispondere a un’ultima domanda: qual’è la sua opinione sul Jobs Act?

“Parto da un tema fondamentale che è quello dell’articolo 18. In questo momento abbiamo bisogno di superare le ideologie. Abbiamo parlato finora di rete, di progetti di condivisione: un modello totalemnte opposto a quello delle ideologie contrapposte. Dobbiamo fare rete tra politica, amministrazione, finanza, impresa, sindacati. Trovare soluzioni condivise e adeguate al momento. Sarebbe scontato sostenere che i tempi sono cambiati, che certa politica di sinistra ha bloccato lo sviluppo del Paese. Eppure quel meccanismo di progresso della sinistra, che ha portato a tante rivendicazioni, tante lotte e tante conquiste, in un certo senso si è arenato. Ha trovato una forte inerzia, non è più capace di dare risposte attuali e concrete. Per questo ritengo la difesa a oltranza dell’articolo 18 come un vessillo ideologico, che difende soltanto pochi lavoratori. Certo, la sua modifica si tratta di una prova di forza da parte di Renzi, ma è un messaggio importante. Ci stiamo avventurando verso un’altra fase, in cui si danno risposte concrete oltre gli steccati ideologici. Nel Jobs Act, più in generale, sono contenute riforme importanti come il superamento delle troppe tipologie di contratto o il supporto alla maternità e al sistema di welfare. L’idea è quella di riuscire a semplificare il mondo del lavoro per creare nuove opportunità.

Credo molto in questo nuovo orizzonte, che è anche l’ingresso in una nuova forma di linguaggio. Che tipo di dialogo hanno oggi i giovani con le forme sindacali? Utilizzano la stessa lingua, lo stesso lessico? Mi sembra proprio di no, quindi la politica deve fare passi da gigante per permettere a questi mondi di dialogare. Da amministratore locale mi sento mortificato quando non posso dare risposte alle imprese, perchè la loro velocità e i loro bisogni vanno a un ritmo maggiore rispetto alle risposte che noi possiamo dare, e questo è il fallimento della politica. Non dico che dobbiamo per forza andare alla stessa velocità, ma almeno avvicinarsi molto di più. Facilitare la creazione di lavoro e di chi ha voglia di investire, questo è l’obiettivo. Quei giovani che non vogliono andare via dalla Valdichiana, di cui abbiamo parlato prima, lo sanno benissimo che questo territorio ha le giuste potenzialità. Ma dobbiamo essere capaci di rendere più facile il loro percorso.”

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Fondazione Torrita Cultura: intervista al presidente Luca Spadacci

Anche Torrita ha la sua Fondazione che si occuperà di cultura: Fondazione Torrita Cultura. Lo statuto è stato approvato in consiglio comunale con il voto favorevole della maggioranza e dei…

Anche Torrita ha la sua Fondazione che si occuperà di cultura: Fondazione Torrita Cultura. Lo statuto è stato approvato in consiglio comunale con il voto favorevole della maggioranza e dei rappresentanti della lista civica, unico voto contrario quello del consigliere del Movimento 5 stelle.

La Valdichiana ha intervistato il Presidente della Fondazione Luca Spadacci per capire il ruolo che avrà all’interno del territorio. Nata il 21 Ottobre 2014, la Fondazione vuole cercare di valorizzare e di far conoscere il cospicuo patrimonio culturale che la cittadina di Torrita possiede. Una delle idee dell’Associazione, è cercare di creare nuove iniziative di carattere sociale oltre che culturale. Al momento i membri stanno lavorando per elaborare un’attività di promozione e di supporto per sostenere quanto già fanno le varie associazioni, cercando di mettere in piedi iniziative del tutto nuove.

La Fondazione Torrita Cultura ha intenzione di creare autonomamente un Festival?

È ancora presto per parlare di un evento di grandi dimensioni come un Festival vero e proprio, anche perché i fondi che abbiamo a disposizione sono modesti. Resta il fatto che se i cittadini, hanno una particolare idea per un Festival Culturale a Torrita, noi chiediamo loro di esporci il progetto e cercheremo di fare del nostro meglio per attuarlo insieme.

Quindi la nascita di questa Associazione non lascia presupporre il mancato rinnovo della partecipazione di Torrita alla Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano.

No, la collaborazione continua. e noi non abbiamo che da imparare da una Fondazione del genere che possiede più esperienza della nostra, ed è molto più ricca.

Chi sono gli altri componenti dell’Associazione?

Appartengono al Consiglio il Sindaco Giacomo Grazi e l’assessore alla cultura pro-tempore, in quanto membri di diritto. Sono poi stati nominati 5 cittadini torritesi, al momento 3 uomini e 2 donne, scelti tra coloro che in passato si sono contraddistinti per l’impegno in attività culturali e sociali per la comunità. Ci auguriamo comunque che il numero di coloro che vogliono aderire spontaneamente, aumenti.

Questo verrà fatto affinché Torrita diventi un autentico laboratorio di idee, nonché una vera e propria fucina creativa, – continua Luca Spadacci – per migliorare il benessere dei torritesi e dare un’immagine positiva della comunità.

In precedenza, è mai esistito niente di simile a Torrita?

No, l’idea è del tutto nuova e priva di precedenti, e affonda le radici nel programma elettorale dell’attuale Sindaco. Dopo essere stato eletto, egli ha subito iniziato a lavorare per realizzare la Fondazione, strumento privilegiato per l’attuazione del suo programma per la cultura a Torrita.

Per quanto riguarda i progetti dell’area Valdichiana Luca Spadacci dice:

Tutti i progetti culturali, a parere mio, non hanno e non devono avere dei confini territoriali. La nostra priorità è ovviamente che i progetti siano interessanti per la nostra comunità, ma saremmo felici di abbracciare i gusti di qualsiasi cittadino, di area Valdichiana e non.

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Fusione dei comuni: decideranno i cittadini – Intervista a Roberto Machetti, Sindaco di Trequanda

Sabato 18 ottobre, La Valdichiana ha partecipato ad un convengo sull’olivicoltura e cambiamenti climatici a Castelmuzio, organizzato in occasione della Festa dell’Olio di Trequanda e Castelmuzio. Al termine dell’incontro, ha…

Sabato 18 ottobre, La Valdichiana ha partecipato ad un convengo sull’olivicoltura e cambiamenti climatici a Castelmuzio, organizzato in occasione della Festa dell’Olio di Trequanda e Castelmuzio. Al termine dell’incontro, ha avuto l’occasione di parlare con il Sindaco di Trequanda, Roberto Machetti.

Visto che siamo in periodo di raccolta delle olive e vista la forte specializzazione della produzione olearia di questa zona, Lei pensa che quello dell’olivicoltura, potrebbe essere un settore promettente per i giovani?

Assolutamente sì. Quest’anno l’annata non è promettente, ma bisogna saper andare avanti anche dalle disgrazie che la natura ci propone. Dobbiamo iniziare a seguire i ritmi naturali, e perché questo non deve partire dai giovani? I giovani oggi come oggi sono i primi ad avere delle buone iniziative, è giusto che le sfruttino. I giovani avrebbero senz’altro dei buonissimi risultati e anche dei ritorni.

Passando invece alla politica, cosa pensa della fusione dei comuni Trequanda – Sinalunga – Torrita, proposta dai 5 Stelle.

Trequanda-SI_Castello-Cacciaconti1Riconosco il vantaggio della fusione nel poter dare la possibilità ai cittadini di un comune piccolo come può essere Trequanda, di abbassare le tasse. È però necessario capire anche quello che pensano i cittadini.
La maggior parte dei nostri cittadini al momento non conosce cosa significhi realmente attuare la fusione. Preferiscono pagare più tasse ma mantenere il proprio comune. È quindi necessario educarli sull’argomento. Personalmente, sono molto vicino alla posizione che ha espresso il sindaco di Torrita, affermando che la fusione sia il futuro ma non il presente. Vi faccio una metafora: abbiamo la possibilità di far sposare nostro figlio con una ricca ereditiera. Obiettivamente, è un’unione molto vantaggiosa. Però, il matrimonio di interesse prima o poi finisce. È quindi importante fondersi per avere 250mila euro all’anno per 5 anni, però è anche importante che la famiglia cresca, vada avanti e non si sciolga.
È fondamentale mostrare come si possano associare i servizi, lavorando insieme, facendo vedere che in questo modo ci sono dei vantaggi per tutti. Inoltre, non può sicuramente essere l’amministrazione comunale o un partito politico a dire “facciamo la fusione dei comuni”, chi decide sono i cittadini attraverso un referendum.

Sappiamo che Lei fin dall’inizio del suo mandato aveva dato forte importanza al territorio, alle tradizioni, ai giovani e agli anziani. Se dovesse fare un bilancio della sua amministrazione durante questi anni, si potrebbe definire soddisfatto?

Devo essere onesto: sì. Quando siamo entrati in questa avventura sapevamo benissimo che non avremmo potuto fare molto. Noi avevamo semplicemente promesso di mantenere i servizi, tra l’altro neanche dicendo a più bassi costi, perché sapevamo che sarebbe stato impossibile. Quindi abbiamo mantenuto i servizi e ne abbiamo dati altri. Ad esempio la casa dell’acqua, che riduce i rifiuti della plastica e dà la possibilità al cittadino di risparmiare. Il mio grande cruccio che però non dipende solo da me, è la telefonia. Qui a Trequanda sembra di essere nel film di Pieraccioni. È una cosa bruttissima, essere nel 2014 e non avere copertura telefonica. Sto lottando tanto, ma purtroppo i gestori della telefonia sono insensibili al problema in questo momento. Il problema della telefonia l’abbiamo risolto sul capoluogo a Trequanda, mettendo l’antenna in mezzo al bosco, sempre nel rispetto della natura.

 

Vediamo che porta orgogliosamente il braccialetto di Siena 2019. Cosa pensa di questa sconfitta?

In alcune situazioni si dice “vince chi ha fame”. E alla fine dei conti, Matera aveva molta più fame di Siena, e chi ha fame produce progetti più importanti per sfamarsi. Siena ha un territorio eccezionale da spendere, Matera intorno a sé ha poco, anche se i sassi sono meravigliosi. Matera con questa vittoria tenterà di diminuire il gap che aveva con Siena.

Non pensa che Trequanda vada un po’ più valorizzata a livello turistico?

Questo era ed è tutt’ora uno dei miei impegni: far conoscere il nostro territorio. Io e tutti gli assessori, cerchiamo di valorizzare molto il territorio. La difficoltà purtroppo è oggettiva. Non è facile far emergere questo piccolo comune che si trova circondato da territori splendidi e più conosciuti come Montepulciano, Montalcino e Siena. Quindi è difficile far emergere l’aspetto turistico. Noi ci proviamo. Abbiamo anche fatto il progetto Paesaggi del Benessere con l’Unione della Valdichiana, abbiamo fatto tanto sia dal punto grafico che pubblicitario, però oggi con il problema del turismo veloce è difficile.

Materiale a cura di Maria Stella Bianco e Valentina Chiancianesi

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Intervista al Presidente della CIA Siena: Luca Marcucci. Raccolte delle olive, ungulati e lo scenario agricolo in Valdichiana

Quest’anno i problemi legati al clima sono stati tanti, un’estate molto piovosa, un ottobre caldo con temperature sopra le medie, hanno causato gravi danni all’agricoltura nuocendo gran parte delle coltivazioni….

Quest’anno i problemi legati al clima sono stati tanti, un’estate molto piovosa, un ottobre caldo con temperature sopra le medie, hanno causato gravi danni all’agricoltura nuocendo gran parte delle coltivazioni. Purtroppo questi sbalzi climatici hanno contribuito alla proliferazione di insetti particolati che hanno infettato le colture, un esempio fra tutti, gli attacchi agli ulivi da parte della mosca olearia che sta severamente compromettendo la raccolta 2014.

Di questo e di molti altri temi riguardanti il settore agricolo in Valdichiana e nella Provincia di Siena, ne abbiamo parlato con il Presidente della CIA di Siena, Luca Marcucci, incontrato alla festa dell’Olio che si è svolta sabato 18 e domenica 19 ottobre a Trequanda e Castelmuzio

Buongiorno Sig. Presidente, allora, parliamo dell’attuale scenario agricolo della Valdichiana.

“Lo scenario agricolo in Valdichiana, in questo momento, si trova nel periodo più importante per la raccolta delle olive, ma quest’anno sarà un’annata che lascerà il segno. 1/5 della produzione normale delle olive, non sarà eccezionale. Abbiamo avuto attacchi da parte di questa mosca che sta compromettendo la qualità del nostro olio. Questa è la preoccupazione più grossa che c’è in questo momento in Valdichiana.”

OliveMa non si poteva evitare o arginare questo problema?

“Dunque c’è da fare una differenza tra qualità e qualità. L’olio è un prodotto molto grasso e per salvarsi dalla mosca si sarebbe dovuto intervenire con degli insetticidi pesanti. Contando la grassezza dell’olio, i pesticidi si sarebbero discostati più difficilmente e quindi se si vuole bene alla nostra salute, gli interventi si possono fare, ma ad un certo punto è obbligatorio dire basta. Quest’anno ci sono stati tre attacchi da parte della mosca e l’ultimo, che si è verificato in concomitanza con l’inizio della vendemmia, è stato quello peggiore, senza contare poi il fatto che quest’anno c’è stata anche la tignoletta, un animale simile alla mosca che ha provocato alcuni danni alle vite. Certo il fenomeno della mosca olearia si poteva anche prevenire, ma ne avrebbe risentito molto la salute.

Cambiamo argomento e parliamo degli attacchi di ungulati all’ambiente e alle coltivazioni. Sempre di più, nell’ultimo periodo, abbiamo letto e visto fatti di colture completamente distrutte da parte di questi animali, quale pensa che sia la soluzione migliore per difendere le nostre campagne da questo problema?

“Con la mia Associazione stiamo facendo una battaglia vera e propria sul fatto che le nostre produzioni sono sempre più attaccate da questi animali. Contro gli ungulati c’è una legge nazionale ben precisa e che, purtroppo, sta impedendo, a chi dovrebbe fare prevenzione, di fare una prevenzione seria e per questo motivo noi faremo tre manifestazioni per cercare di cambiare questa legge.

Nel frattempo i nostri agricoltori, però, sono preoccupati perché devono iniziare con le semine e ad oggi purtroppo non posso dire che ci siano delle soluzioni a riguardo. L’Assessore Regionale ci ha detto che da subito si stanno formando delle squadre per fare gli abbattimenti. In più, si possono fare delle prevenzioni, non solo recinzioni, perché quando si parla di piantagioni di cereali non si può pensare di recintare migliaia di ettari, ma si possono mettere delle esche, con un odore particolare, che allontano gli animali dalle coltivazioni e questa potrebbe essere considerata una prevenzione temporanea in attesa che qualcosa cambi. La verità è che, prima di tutto, deve cambiare la mentalità della gente di questi luoghi.”

A chi si riferisce?

“Mi rivolgo alle squadre dei cinghialai, perché ormai da troppi anni continuano a dare da mangiare a questi animali, in modo da favorire la loro continua riproduzione. Inoltre, siccome loro considerano questo territorio, un loro territorio di caccia, sono tenuti a fare abbattimenti, altrimenti noi chiederemo che non ci siano più zone fisse, ma a rotazione, in modo da non far affezionare una determinata squadra al luogo di caccia. Si parla di zone dove la presenza di questi animali è zero, mentre in altre ci sono tre/quattro capi per ettaro, ed una quantità troppo alta.”

E invece per difendersi dai predatori che attaccano le nostre stalle, qual è la strada più giusta da percorrere?

“Intanto, sono ripartiti da parte della Regione contributi per fare recinzioni e assicurazioni. La vera scommessa, però, è il fatto di iniziare a fare le catture. Capisco che un lupetto in gabbia intenerisce, però penso anche che debba intenerire anche un agnellino ucciso o meglio ancora un agnellino senza la madre che lo possa allattare. Non so quale sia l’immagine peggiore!
In un mondo fatto di consumismo e biodiversità, la biodiversità va salvaguardata, ma dobbiamo anche salvaguardare un certo equilibrio e alla luce dei fatti, non parliamo più una biodiversità, ma siamo davanti ad una invasione. “

Questo problema c’è perché prima non è stato fatto niente?

“Si, non è stato fatto niente prima e con questo non voglio fare allarmismi. Ma mi domando: ad oggi ci sono i pastori con le pecore, andando avanti, quando le pecore non ci saranno più, sarà sicuro andare nel bosco a cercare i funghi? Questo è per dire che va presa una decisione quanto prima. La specie lupo ci deve essere, ma non qui, nelle Alpi.”

La disoccupazione è arrivata a toccare delle percentuali imbarazzanti nel nostro Paese, se un giovane volesse investire in una attività agricola in Valdichiana o in Provincia di Siena, cosa Le direbbe e quale sarebbe il suo consiglio?

“Quando sono venuti da me dei ragazzi, che avevano manifestato la voglia di investire nel settore agricolo, io gli ho detto: “Siete dei pazzi!”, ma poi ho aggiunto, “Io sono stato pazzo prima di voi!”. Ad oggi gli dico che sì, sono ancora dei pazzi, ma sicuramente è un’ opportunità di lavoro da sviluppare. Non sarà una vita milionaria, ma sicuramente c’è la possibilità di crescere, di andare avanti e di svilupparsi.

E per quanto riguarda, invece, l’aspetto governativo di questo settore?

“Per quanto riguarda l’aspetto governativo, stanno mettendo in piedi delle economie importanti. Sul nuagricoltura toscanaovo PSR si parla di 170mila euro a fondo perduto per un giovane al di sotto dei 40 anni, che vuole investire in attiva agricola. Con un investimento di almeno 300mila euro, un giovane si impegna veramente a investire su un lavoro e su un’attività, dove è vero che ci sono sacrifici, ma anche tante soddisfazioni. In Valdichiana, vedendo lo scenario attuale, credo proprio che sia possibile, perché l’agricoltura è un’attività veramente rinnovabile, è quella che tutti giorni ti porta nel piatto le cose che mangiamo e quindi c’è sempre bisogno di produrre e di fare cose. Purtroppo negli anni ’70 quando un giovane aveva un podere o una stalla veniva puntualmente allontano, ci sono voluti venti anni, per capire che chi possiede queste due cose ha in mano un grande potenziale da sfruttare.

Per concludere, se io Le dicessi Energie Alternative, Lei cosa mi risponderebbe?

“Purtroppo ancora vengono viste troppo da lontano. La gente ancora non capisce cosa possono o non possono essere. Oggi come oggi, in Italia ci sono tantissime imprese che producono elettricità, ma non abbiamo chi la utilizza. Siamo arrivati al paradosso di avere tanta energia e non sapere come usarla. Attualmente ci sono tante energie rinnovabili ma dobbiamo sempre di più conoscerle e provarle, poi dopo forse le potremmo sfruttare. Ti lascio con un paragone, visto che siamo alla festa dell’olio: vent’anni fa l’olio faceva male, invece oggi si dice che ci si può curare il cancro… e con questo lascio a te la conclusione”.

Ringraziamo il Presidente Luca Marcucci per questo quadro generale sulle condizioni agricole della Valdichiana e per questa sua intervista molto minuziosa ed esauriente.

Materiale a cura di Valentina Chiancianesi e Maria Stella Bianco

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“Tale Madre, Tale figlia”. Intervista ad Amanda Sandrelli

“Tale madre, tale figlia”, scritto e diretto da Laura Ferri, è uno spettacolo contemporaneo, una commedia con un linguaggio leggero, divertente ma che scivola in maniera sottile verso profondità oscure….

“Tale madre, tale figlia”, scritto e diretto da Laura Ferri, è uno spettacolo contemporaneo, una commedia con un linguaggio leggero, divertente ma che scivola in maniera sottile verso profondità oscure. Le protagoniste delle spettacolo un’attrice amata per le sue doti e il suo carattere, Amanda Sandrelli e una giovane voce del panorama teatrale, Elena Ferri. Al centro della storia una madre e una figlia che si preparano a condividere paure, sogni, ansie e aspettative. La scenografia, un bagno di una casa come tante e lo specchio, quell’oggetto che svolge un ruolo importante che ci fa conoscere come le altre persone ci vedono, dove il guardarsi e lo rispecchiarsi può portare ad una costante competizione tra generi.

La Valdichiana ha incontrato, durante la presentazione ufficiale dello spettacolo, poco meno di un anno fa a Monte San Savino, la regista Laura Forti e le due protagoniste Amanda Sandrelli ed Elena Ferri,  che ci hanno raccontato come è nato lo spettacolo, il debutto per Elena e il rapporto con madre per Amanda Sandrelli.

Laura Forti, di cosa parla questo spettacolo?

“Dunque abbiamo un mamma di quarantacinque anni e una figlia di tredici che si sta affacciando all’adolescenza. Entrambe si trovano in un momento di grandi cambiamenti della loro vita, questi cambiamenti andranno a toccare anche l’emisfero sentimentale e da qui inizieranno una serie di conflitti, ma anche grande solidarietà femminile in un mondo dove le due protagoniste sentono la pressione di un meccanismo sempre di più a misura di uomo”.

Perché hai scelto un bagno come ambientazione?

“Ho scelto un bagno perché si cerca di lavorare sull’intimità delle donne, questa intimità però si staglia anche nei confronti di un esterno che è rappresentato dallo specchio. Un esterno con cui queste due donne avranno a che fare. Un esterno molto aggressivo dove regna la rivalità e dove i rapporti sono molto competitivi. Le donne, come gli uomini, posso essere competitive ma molto più cattive tra loro”.

regista1

Laura Forti, regista, Elena Ferri, interprete di Camilla

Qual è il messaggio che vuoi dare con questo spettacolo?

“Se un rapporto madre e figlia, fosse un rapporto chiaro, si potrebbero confrontare con il mondo in maniera più empatica e tranquilla, ecco questo è il messaggio che vuole dare lo spettacolo. Perché è proprio nel rapporto tra madre e figlia che va ricercato quella fonte di amore che ci permette di essere individui completi senza rabbia e senza paura capaci di entrare in empatia con il prossimo. Inoltre devo aggiungere che in questo bagno non c’è l’acqua. L’acqua è un po’ il simbolo materno, e proprio per questo rapporto di contrastato tra le due, l’acqua si è imprigionata e si deve aspettare la giusta energia affinché l’acqua torni a fluire.”

Elena Ferri, tu interpreti Camilla, la figlia di tredici anni, quanto ti rappresenta questo ruolo?

“Con Camilla mi sono sentita subito emotivamente vicina. Mi ha aiutato a scoprire e farmi conoscere lati di me che non conoscevo, in qualche modo mi ha aiutato a crescere. Per me questo spettacolo è un’opportunità ed un piacere e quando mi sono trovata sullo stesso palco di Amanda ero molto preoccupata e molto emozionata allo stesso tempo. Devo dire che Amanda mi ha aiutata fin dal primo momento, mi ha messo a mio agio e non mi sono sentita inferiore a lei”.

Amanda, leggendo il testo di Laura, cosa hai pensato?

“E’ un testo molto denso. Appena l’ho letto mi è piaciuto subito e soprattutto mi è piaciuto il modo in cui Laura racconta il rapporto tra madre e figlia, un rapporto intimo, ma allo stesso tempo un rapporto che guarda verso il sociale e lo comprende, lo comprende e lo rielabora continuamente. È uno spettacolo non tanto politicamente corretto perché si parla anche di difetti femminili che non ci diciamo, ma forse sarebbe bene dirci per poi superarli. Non è uno spettacolo minimalista, è vero che siamo un bagno, nel luogo più semplice ed intimo della casa, però è un bagno molto strano, quasi simbolico, come tutto quello che accade fra mamma e figlia, ma allo stesso tempo anche molto realistico.”

Cosa ti è piaciuto del testo?

“E’ una commedia che ha tutto quello che mi piace, ha ritmo, è divertente però allo stesso tempo profonda, non è mai scontata e parla di tempi importanti perché il confronto non è solo tra madre e figlia, ma è anche fra generazioni, fra donne di età diverse, un confronto fra due donne con l’esterno e con tutto quello che la società gli impone”.

Tu che rapporto hai avuto con tua madre?

amanda 2Ride Amanda – “Non sono io di natura gelosa o invidiosa, non lo sono mai stata né con i miei fratelli e né con i miei fidanzati e questo mi ha fatto molto comodo perché avendo una mamma così bella e di successo credo che mi avrebbe fatto molto male esserlo.”

Perché hai deciso di fare il stesso lavoro di tua madre?

“Non ho scelto di fare il suo stesso lavoro perché sembrava di mettermi in una situazione rischiosa, ma mi ci sono trovata. Ho fatto “Non ci resta che piangere” due giorni dopo la maturità, non pensavo che fosse il mio lavoro, ho continuato a fare cinema, ma non pensavo fosse il mio lavoro, mi sono iscritta all’università pensando che il mio futuro era altrove, finché non sono arrivata a teatro e al secondo spettacolo ho capito che quello sarebbe stato il mio lavoro. Con grande piacere ovviamente.”

Che cosa ne pensi del teatro in Italia?

“Il teatro è ancora un luogo abbastanza artigianale, dove quello che semini raccogli. Non è l’evento lo specchietto per le allodole. Il teatro funziona solo una volta e se vuoi costruire un pubblico teatrale, devi fare attenzione alla qualità, devi scegliere persone che ti garantiscono un lavoro tale, perché il pubblico una volta uscito deve essere soddisfatto di quello che ha visto. È importante la qualità e la fidelizzazione, cosa che ormai è rarissima nel nostro Paese, si deve puntare sempre di più a questo requisito perché in Italia il teatro, in questo senso, ripaga, e molto”.

Cos’è che ti piace di più del tuo lavoro?

“La cosa più bella è sentire e vedere la gente che mi apprezza e continua a venirmi a vedere, come garanzia di uno spettacolo. Ecco, questo è quello che più mi gratifica di più del mio lavoro”.

Le Officine delle Cultura, con questo spettacolo e con tutta la Stagione Teatrale del Teatro Verdi di Monte San Savino, vuole riportare in piazza il ruolo dei social network e al teatro il compito di narrare l’incontro tra generazioni. Il teatro diventa così il luogo di questo incontro, dove tutti sono uguali e tutti riescono ancora a parlare la stessa lingua pur essendo diversi e con spettacolo credo che abbiano colpo nel segno.

“Tale madre, tale figlia” è in scena sabato 11 ottobre alle 21:00 al Teatro Verdi di Monte san Sanvino

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“PassKey è un contenitore di arte”. Intervista a Patrizia Cerri, direttrice artistica

All’ingresso della sala, in via Ricci, il pannello introduttivo recita: “gli artisti contemporanei qui presenti hanno raccolto la sfida dell’astrattismo e iniziato un percorso di cui non si intravede per…

All’ingresso della sala, in via Ricci, il pannello introduttivo recita:

“gli artisti contemporanei qui presenti hanno raccolto la sfida dell’astrattismo e iniziato un percorso di cui non si intravede per ora l’approdo. Un cammino comunque decisivo e consapevole fondato sulla necessità condivisa di trovare e di offrire nel corso di questo epocale cambio sociale, pervaso di incertezze e di aspettative, risposte convincente”.

Ecco che il valore del contemporaneo – e nel caso specifico, dell’astratto – incalza la vita degli uomini di tutti i giorni; l’arte contemporanea si fa portatrice di valori civili. Quello che colpisce all’ingresso dell’esposizione allestita alle Logge della Mercanzia, a Montepulciano, è la totale varietà di riferimenti; la mostra è orientata verso un pubblico vasto, proporzionata secondo criteri di divulgazione ed educazione, senza però apparire mai “manualistica”, in modo completamente sciolto dai preconcetti di cui il mondo dell’arte è sempre più vittima. All’Emilio Vedova più esplosivo e setacciato dal rifiuto totale del figurativo, immergendo lo spettatore nell’astrattismo più libero, quello dello ‘spirituale nell’arte’ di cui Kandinsky fu l’epigono ideale, è affiancato il Mario Tozzi più neoclassico, decisamente più portato alla rappresentazione di forme riconoscibili. La mostra, così come tutte le altre che compongono il programma di Pass Key festival, incide una continua ambivalenza tra avanguardia e ‘rappel a l’ordre’, tra pittorico e performativo, tra tangibile e spirituale; come a coprire la totalità di gesti e significazioni che hanno più o meno investito tutto il novecento.

IMG_4287“Pass Key è un contenitore di arte. – Mi dice Patrizia Cerri, direttrice artistica del festival. – Perché l’arte deve essere fruita da tutti. Questo è il principio. Questa è la mia idea fondante. L’arte in mezzo a noi; abbiamo collocato otto binomi composti da un pittore e uno scultore, stagliati in un percorso che copre cinque comuni della valdichiana senese (Montepulciano, Chianciano Terme, San Casciano dei Bagni, Sarteano e Cetona). Abbiamo allestito musei sotterranei, in luoghi che normalmente non sono visitabili; ci sono palazzi aperti appositamente per Pass Key, come Palazzo Avignonesi, dove sono esposte le opere del maestro Carmi, noto esponente dell’astratto contemporaneo. C’è stata una cooperazione da parte delle amministrazioni molto importante. Tutte con l’intento di aprirsi alla cultura.”

I percorsi del festival non disegnano solo la storia del novecento artistico italiano, non ricercano solamente dati puramente estetici, ma determinano un valore dell’arte civile e pubblico. Troppo spesso si usa la retorica secondo la quale, essendo le nostre città e i nostri borghi capolavori del rinascimento e del medioevo, non avrebbe senso ‘sperperare’ energie per il contemporaneo ‘a discapito’ della ricchezza del passato. Tale retorica, arida e priva di funzionalità, trova in Pass Key Festival un’ottima ragione per esaurirsi.

“L’arte contemporanea è un espressione del tempo. Ben venga l’informale, il figurativo, l’astratto… l’importante è che tutto questo porti con sé un senso; ben vengano le performance che abbiano una ragion d’essere. Tutto può andare bene se all’arte è dato un senso dentro la città, dentro la società. È anche importante essere open-minded e lasciare aperte più strade. Se accettiamo da un lato l’installazione, come quella dell’accademia De Kooning di Rotterdam che ha portato una bellissima composizione di bottiglie, accettiamo anche l’accademia di Firenze, contrapposta alla precedente, assolutamente solida nell’approccio pittorico tradizionale. Il bello è anche il confronto tra passato e contemporaneo.”

Le mostre di Passkey rimaranno aperte fino al 2 novembre prossimo.

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