Il mar Mediterraneo è da sempre considerato culla di religioni, lingue, culture, arti e civiltà diverse ed è proprio a causa di questa diversità che troppo spesso si sono originati barbari conflitti; evoluzioni diverse ma mai così vicine, accomunate da un’esigenza di libertà, benessere e di ricerca di dignità, quella dignità che fa dell’essere umano una persona.

Il mar Mediterrano, dall’arabo Mare di Mezzo, se potesse parlare non basterebbero le pagine infinite di internet per raccogliere le storie di popoli e dei personaggi che vi si sono susseguiti; se potesse parlare racconterebbe sicuramente storie di migliaia di disperati che lo hanno usato come tramite per raggiungere i valori indispensabili per vivere. Il mare non può parlare ma i materiali che restituisce e che ci lascia in eredità hanno il potere di farlo e soprattutto sono in grado di dare voce alle persone, morte o vive che siano, che lo hanno sfidato per conquistare la libertà.

Giulio Carlo Vecchini ha raccolto alcuni materiali e a modo suo li ha fatti parlare riuscendo a dare voce a chi ha perso la sfida. Vecchini è un liutaio di professione, è di Cortona e costruisce strumenti elettrici solid body e semiacustici con il nome Makassar. Il liutaio cortonese è riuscito a realizzare un progetto importante denominato “Mare di Mezzo”, con lo scopo di costruire uno strumento musicale con i frammenti dei barconi dei migranti arrivati a Lampedusa e dare così voce ai disperati che provengono dal mare.

La Valdichiana ha incontrato Giulio al Live Rock Festival di Acquaviva di Montepulciano, dove lui esponeva i suoi strumenti, e gli ha fatto alcune domande per conoscere meglio “Mare di Mezzo”, quali difficoltà ci sono state e quali sono i suoi progetti futuri.

Giulio, come è nato il progetto?

“Il progetto è nato dalla voglia di raccontare in maniera diversa l’odissea dei migranti. La musica è un ottimo mezzo per raccontare le cose, per parlare all’animo della gente e per unire i popoli, gli strumenti musicali, dal canto loro, sono il mezzo con cui viene prodotta e fanno sì che la musica arrivi alle corde del cuore di chi ha ascolta. Parlare di immigrati possono farlo tutti e infatti sempre più spesso vengono fuori degli inutili discorsi che dimostrano un grado di razzismo pazzesco, problema che prima molti cercavo di aggirare o forse non si rendevano conto di essere così razzisti. E proprio per questo, ritengo che il periodo storico che stiamo vivendo ha bisogno di essere raccontato con una degna narrazione, che sia in grado di andare oltre il parlare superficiale e che sia tramandata con qualcosa di concreto, e quindi ho deciso di costruire uno strumento con i pezzi dei barconi usati dai migranti per arrivare in Italia e che il mare ha restituito”.

Come hai ottenuto il legno?

“Non sono andato personalmente a Lampedusa perché non mi avrebbero dato il materiale. Tutto il legno che arriva dal Nord Africa è materiale sequestrato, perché è il corpo del reato per la morte di migliaia di persone. Quando mi è venuta in mente l’idea ho pensato di chiamare prima la Capitaneria di Porto della Sicilia, poi la Guardia di Finanza, ma si sono messi a ridere perché per loro far uscite il legno dei depositi era un po’ come far uscire un’arma dalla rimessa. Allora ho contatto l’Associazione Cortona On The Move di Cortona e mi hanno aiutato ad avere il legno”.

In che modo ti hanno aiutato?

“Hanno preso a cuore il mio progetto, mi hanno aiutato a trovare i contatti e mi hanno dato il nome di Franco Tuccio, un falegname lampedusano e colui che ha realizzato la croce con il legno dei barconi per Papa Francesco. Gli ho spiegato quale era il mio progetto, mi ha selezionato alcune tavole di legno e me le ha inviate in Toscana, ci sono voluti in tutto sei mesi”.

E quando sei finalmente riuscito ad avere il legno, quando l’hai toccarlo, cosa hai provato?

“Mi ha fatto molta impressione. Quando è arrivato il box contenente il legno, l’ho aperto e subito lo volevo mandare indietro, non me la sentivo di toccare quel legno intriso dell’odore delle persone che per molte di loro ha rappresentato la propria tomba. Al pensiero che sul quel legno ci fossero morte delle persone ho avuto subito una stretta al cuore e all’anima, però allo stesso tempo rappresentava una speranza per le persone che invece ce l’hanno fatta. Avevo di fronte un materiale dalla doppia valenza, carico di una grande umanità e quindi ho deciso di farlo parlare”.

UNHCR ha scelto la chitarra come simbolo della Giornata Mondiale dei Rifugiati e molti artisti hanno avuto l’orgoglio di suonarla al concerto del 20 Giugno scorso a Firenze, lo strumento è stato suonato da artisti come Carlos Santana, Lorenzo Jovanotti, Roberto Angelini, Andrea Appino, Bandabardò e molti altri. Ti aspettavi tutto questo clamore e successo?

“A dirti la verità, no assolutamente. Dopo aver finito la chitarra, ne ho parlato con i soci di OnTheMove che mi hanno messo in contatto con UHCM, loro sono letteralmente impazziti per il suo significato e per il mezzo di comunicazione che avevocreato, così UHCM ha preso la chitarra come simbolo della Giornata Mondiale del Rifugiato ed è stata suonata da un sacco di artisti internazionali”.

Si può dire che è stata un’ulteriore conferma del lavoro straordinario che hai fatto?

“Io sono incredulo, non sapevo di aver fatto una cosa di questo tipo e con questo valore, possono dire di aver dato voce a tutte quelle persone che non c’è l’hanno fatta, cosa che i neanche i telegiornali fanno nonostante fosse il loro lavoro. Quando costruisco gli strumenti mi ispiro ai canoni di liuteria e il materiale che uso, di solito sono legni pregiati come per esempio l’acero dei Balcani, tipico legno di liuteria, ma sono legni che non portano in se storie e racconti, quindi riuscire a fare strumenti con dei materiali che vibrano e in grado di raccontare storie è una cosa incredibile di cui ne vado estremamente fiero”.

E per il futuro, quali sono i progetti che ti piacerebbe realizzare?

“Ho in mente di portare avanti progetti di questo tipo, magari riuscire a fare altri strumenti in modo da costruire una band composta da musicisti che provengono da una parte di mondo diversa dall’altra. Un altro progetto che ho in mente, è quello di andare in Nepal e raccogliere i materiali degli edifici distrutti dal terremoto per poi utilizzarli nella costruzione di strumenti. Il Nepal è una terra che sarebbe interessante poterla raccontare perché è un Paese dell’area asiatica che non ha mai avuto invasioni, con un popolo molto fiero, ha sconfitto molte dominazioni e per questo motivo sono convinto che racchiude in se storie bellissime ed emozioni grandissime”.

Con questo strumento Vecchini è riuscito ad arrivare alle corde più intime delle persone, ha raccontato una vicenda in cui molto spesso i particolari sfuggono e forse la colpa di questo è anche di noi giornalisti che ci soffermiamo e ci limitiamo a raccontare il semplice fatto o a riportare il commento del politico di turno come se fosse quella la notizia da raccontare.

Il dramma dei migranti continua nonostante i riflettori si siano abbassati, è notizia dei giorni scorsi di sette scafisti riconosciuti e fermati a Catania per favoreggiamento di immigrazione clandestina, questo dimostra che nonostante le tante parole spese, le tante pagine scritte, i tanti dibattiti televisivi, non siamo riusciti ancora a trovare una soluzione concreta al problema. Si parla di accoglienza e di integrazione ma dal punto di vista umano non ci siamo mai chiesti chi sono queste persone, cosa fanno, perché scappano, come vedono il loro futuro e se mai torneranno nella loro Terra.

Se dovessi trovare una soluzione al problema, forse non ci riuscirei neanche io, però posso dire che i giornali potrebbero raccontare una volta in più la storia di queste persone per il semplice gusto di fare il proprio lavoro, quello di raccontare storie, perché alla fine chi fa questo mestiere è perché ha il piace di farlo e se proprio noi giornalisti non ci riusciamo possiamo sempre aspettare il prossimo materiale che il mare ci restituisce e che sia il grado di raccontare la vita al posto nostro.

Print Friendly, PDF & Email