Un viso segnato dalle rughe, la voce tremante e salda allo stesso tempo, e due occhi che sanno di esperienza. Eugenio Carmi è un uomo che sa vedere oltre la materialità. Non è solo un artista contemporaneo che ha vissuto l’arte dagli anni Quaranta a oggi: lui è l’artista dell’astrazione, parola che ci mostra con grande orgoglio e sapienza. Viene considerato un pilastro dell’astrattismo italiano, ma a me piace presentarlo anche per l’incredibile stimolo che ha donato all’industria, introducendo l’idea che anch’essa deve produrre cultura, realizzando tra le altre cose una serie di cartelli antinfortunistici insieme alla genialità semiotica dell’amico stimato Umberto Eco. Non solo, le illustrazioni delle favole per bambini edite da Bompiani nel 1966, le creazioni scultoree, le esposizioni alla Biennale di Venezia. La decisione di concentrarsi sulla pittura, in fondo, arriva solo negli anni ’70, momento nel quale approfondisce il linguaggio geometrico, categoricamente astratto su tela, spinto sempre più in uno stretto rapporto con la spiritualità; fino alle ultime opere, incentrate sul tema delle leggi matematiche della natura. Parlando di Einstein, bellezza, astrazione e profumi, vi presento un artista contemporaneo. Rappresenta un onore averlo in questi giorni a Montepulciano al PassKey Art Festival 2014. Non perdetevi l’esposizione delle sue opere.

La sua arte è fatta di astrazione, una parola per lei importante. Potrebbe spiegare il significato che lei personalmente dà a questa parola?

IMG_4291“Non vi spiegherò mai la mia arte, perché ognuno deve interpretarla secondo la sua mente, ossia secondo la sua impostazione mentale. Ciò che l’arte trasmette è molto più difficile da descrivere, considerato poi che ognuno la riceve a modo suo.

Per parlarvi dell’astrazione devo girarci un po’ intorno. Si tratta di una parola a me cara, perché tutta la mia opera, a parte quella dell’inizio, quella in cui un artista comincia e va da un maestro e allora si fa la natura morta o un ritratto, è stata atta a curare l’astrazione.

Voglio raccontarvi un aneddoto abbastanza significativo per dimostrare cosa sia in realtà l’astrazione, un aspetto quotidiano di tutta la nostra vita: pochi anni fa sono stato invitato dal Comune di Milano a fare una lezione a dei bambini in una scuola elementare. Ho avuto modo di conoscere una maestra giovane e molto brava, con la quale sono ancora amico. Lei aveva preparato la classe all’arrivo di un pittore astratto, e quando sono entrato nell’aula un bambino mi ha subito domandato che cosa fosse l’astrazione e la pittura astratta. Dunque, è difficilissimo descrivere le astrazioni; sono moltissime nella nostra vita. Allora ho risposto a quel ragazzino e a tutti gli altri, calmi nei loro banchi: «Che cosa mi direste se io, vivendo in un mondo dove non esistono i fiori, ma nel quale ho sentito parlare del profumo della rosa, chiedessi a qualcuno di voi, dato che non l’ho mai sentito, di descrivermelo?». Lo domandai con semplicità, e loro erano lì, in silenzio assoluto, senza sapere che dire. A un certo punto un bambino alzò la mano e disse: «È dolce!», e io risposi: «Io di dolce conosco lo zucchero, ma “dolce” non mi dice che cosa sia il profumo della rosa». Ci fu di nuovo silenzio. Ho aspettato un po’, ma vedendo che nessuno di loro riusciva a descrivermi il profumo della rosa ho esclamato: «Vedete, io vi ho spiegato l’astrazione! Il profumo è un’astrazione”.

L’astrazione fa quindi parte della nostra vita quotidiana, e si trova in moltissime cose come, appunto, nei profumi. E di ogni aspetto della vita lei ha cercato sempre di mostrarne la bellezza, la cui creazione è il fine ultimo dell’arte, come lei stesso insegna. Continuando nel suo discorso, quanto si può considerare amata l’arte astratta? La sua ricezione è comunemente vissuta e condivisa?

“Come dicevo, l’astrazione non si può enunciare a parole. I profumi, ci sono tantissimi profumi. A me piace, per esempio, quello della rosa, ma non riuscirò mai a descriverlo. Si tratta di un’astrazione che arriva direttamente ai nostri sensi e che ciascuno riceve con la sua sensibilità. Le donne, quando vanno a comprare un profumo, si fanno mettere sulle mani vari campioni per sentire quello che corrisponde alla loro sensibilità, e questo è un esempio per dimostrare quanto sia importante l’astrazione nel mondo. La nostra mente vive di astrazione, e questo per dire che, nonostante sia fondamentale per la nostra vita, alcuni la amano e altri no. Chi non la capisce non è preparato a riceverla. L’astrazione ha nella pittura una sua bellezza, e questa bellezza viene trasmessa a chi la riceve e non viene trasmessa a chi non la riceve. Molte persone NON amano l’arte astratta, mentre altre la amano moltissimo; il punto chiave è la mente della persona, ossia quanto è capace di ricevere astrazione o se sia portata più a ricevere delle figure che rappresentano le realtà conosciute.

I pittori figurativi, nel passato dei secoli, molto prima del nostro, vivevano di una pittura che era, appunto, di figure reali. La figura femminile, per esempio, è stata rappresentata da molti pittori, ma all’interno di queste creazioni esistono molte astrazioni che non giungono facilmente all’occhio. Prendiamo la Gioconda: misterosa, e piena di astrazioni; un sorriso appena accennato nella sua dimensione, e in un’altra invece dei rettangoli istituiti in sezione aurea. Non sappiamo se l’autore abbia realizzato questa figura con le regole della sezione aurea volontariamente, ma ci sono in ogni caso. La sezione aurea corrisponde a un numero infinito, 1.638 e così via fino all’infinito. La sua rappresentazione è una spirale, e qui ho molte opere esposte su questo aspetto: io che esisto in un rapporto stretto con la natura, vi dico che la natura è una cosa strordinaria in tutti i suoi aspetti e ho cercato di mostrarlo nelle mie ultime opere. Una delle questioni che continuano a pormi è che cosa sia l’infinito. Se la sezione aurea corrisponde a un numero infinito, allora questo dove va? Io rispondo allora che queste sono le astrazioni della natura e le sue regole, che la natura stessa ci rimanda all’infinito. Ci saranno pure volumi scritti da scienziati sull’argomento, ma a me interessa il pensiero dell’infinito, quello che la nostra mente non riesce a concepire. C’è una frase bellissima e interessante di Einstein: «Solo due cose sono infinite, l’universo e l’ignoranza umana, ma sulla prima cosa non sono sicuro». Einstein è incredibile, ha scoperto questa legge meravigliosa espressa in tre lettere, ha intuito tante cose del mondo e anche quelle sono astrazioni che lui è riuscito a estrarre dal mondo matematico. La sua scoperta condiziona tutta la nostra vita. Potrei continuare ancora, ma non vi voglio annoiare”.

Anzi, è un piacere ascoltarla. Mi domando, l’arte contemporanea, oggi, cos’è? Cosa ci può dire a riguardo?

Il Maestro Eugenio Carmi
Il Maestro Eugenio Carmi

“Quella che si chiama arte contemporanea è una arte un po’ incomprensibile. Voi sapete che quella che è chiamata in questo modo è caratterizzata dalle famose installazioni; possono essere qualsiasi cosa. Io posso mettere qui davanti a voi un bicchiere rovesciato, e un altro vicino, sui quali posso versare una cascata di acqua, e sarebbe un’installazione, ma non avrebbe nessun senso di commozione, nessuna emozione come trasmette l’arte dal tempo delle caverne fino ai giorni nostri. Per spiegare meglio cosa intendo, ossia cosa l’arte contemporanea è oggi e cosa dovrebbe essere, voglio raccontarvi un paio di episodi che mi sono capitati. Due critici d’arte hanno avuto il coraggio di dire la verità, ossia che quella che è chiamata oggi arte contemporanea è falsa. Uno è inglese, si chiama Julian Spalding, l’altro è uno dei maggiori critici d’arte francesi, Jean Clair.

Per quanto riguarda il primo episodio: due anni fa Hirst ha fatto una mostra; l’artista inglese.. scusate, “artista” mi è uscito per sbaglio.. che è quell’artista che ha messo all’asta tutte le sue opere, la più famosa delle quali è un delfino chiuso in una cassa di acqua piena di conservanti, venduta a un collezionista per migliaia di sterline. Opere come questa oggi molti critici hanno il coraggio di chiamarla arte contemporanea.

Insomma, Spalding due anni fa, riguardo alla mostra di Hirst a Londra, scrisse su un giornale inglese che costui non è un artista. Il coraggio di dire la verità, che nessuno ha avuto, gli è costato l’ingresso a tutte le anteprime dei musei. Leggendo questo articolo sulla Repubblica, gli ho scritto per mandargli le mie congratulazioni, le meritava, era stato sincero, e lui mi ha risposto gentilmente che avrebbe continuato su questa linea con decisione.

Pensa che una volta ero a New York con dei miei amici, e con Sara la mia assistente, per un lavoro teatrale sulle opere realizzate dalla mia collaborazione con Umberto Eco. In quel periodo, Maurizio Cattelan esponeva al Guggenheim Museum, e sono andato a vedere la mostra con alcuni amici italiani e americani. Naturalmente Cattelan è considerato un artista contemporaneo. Ora, già all’ingresso del museo, dove si ergono delle scale circolari, pendevano le cosiddette opere di arte contemporanea: bambini impiccati, due morti legati con delle corde che pendevano e dei cavalli imbalsamati. All’uscita la malinconia per la scelta del Guggenheim di cadere così in basso era alta, considerato che nessuna emozione era scaturita da quella visita, nessuna bellezza! Quella non era arte.

Il secondo critico d’arte, Jean Clair, accademico di Francia e direttore di una delle Biennali di Venezia, ha scritto due pagine sulla Repubblica dal titolo: L’arte contemporanea è un falso. Nessuno ha osato attaccarlo, come era successo con Spalding, in quanto accademico di Francia e direttore di una passata Biennale. Lui e Spalding hanno avuto il coraggio di dire la verità.

A me questo tipo di arte non dà emozione; vedere l’installazione di cento bottiglie messe insieme su un tavolo o di cento bombolette di gas per terra, con il patrocinio del museo che le ospita, non mi dà niente. Magari ad altri sì, ognuno ha la sua predisposizione mentale. Ma io, qui vi dico, continuo con la mia arte dipinta e con la mia astrazione, comunicando a chiunque voglia ricevere tutto quello che io voglio esprimere”.

Grazie.

Invece grazie a lei e a tutti questi incredibili spunti riflessivi sull’arte, la bellezza e l’astrazione. Arrivederci.

Materiali a cura di Valentina Chiancianesi

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Chiara Magliacane

Specializzata in Antropologia Medica all’Università di Roma La Sapienza nel 2014. Adora intrecciare parole in tutti i modi possibili, particolarmente se finalizzate alla creazione di racconti, pensieri e poesie. Il suo sogno sarebbe stato parlare di cinema, musica e antropologia, davanti a un caffè, con Gertrude Stein; o fare l’autostop con Kerouac sulla Route 66 e fermarsi, poi, a prendere una birra con Fernanda Pivano. Vive a Roma, ma nella mente vive un po’ ovunque. Da brava antropologa, ci racconta la Valdichiana con il suo sguardo esterno.

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