Per il sesto appuntamento di Chianini nel Mondo abbiamo fatto un po’ più di due chiacchiere con Alice Spadea, nata a Chiusi nel 1987, trasferitasi poi a Manchester, in Inghilterra, e a Dresda, in Germania.

Attualmente Alice è ricercatrice presso il Max Planck Institute a Dresda, ma alle spalle, nonostante la giovane età, ha un curriculum vitae di tutto rispetto: una specialistica in scienze molecolari biomediche, un dottorato di ricerca su nanoparticelle utilizzate per tumor targeting e un postdottorato sempre sulla nanomedicina, in particolare le nanoparticelle a RNA (sì proprio come quelle utilizzate per i vaccini Pfizer e Moderna).

A nostro modo abbiamo provato a cercare di seguirla divincolandoci tra parole mai sentite ed esperienze mai vissute, ma che grazie al modo di raccontare della stessa Alice, che di passione ne trasmette tanta, sono sembrate le cose più naturali del mondo.

Ti va di parlarci un po’ di te e del tuo vissuto prima del trasferimento?

“Sono nata e ho vissuto a Chiusi e come molti ragazzi delle nostre zone ho deciso di frequentare il liceo a Montepulciano, in particolare il classico; ma la mia predisposizione per le materie scientifiche era evidente, così, quando ho dovuto scegliere l’Università mi sono iscritta a biologia a Perugia. Laureatami alla triennale ho intrapreso una specialistica in Scienze molecolari biomediche e, grazie a una tesi sperimentale, mi sono avvicinata alla ricerca.

È da quel momento che ho iniziato a capire che avrei voluto continuare a fare quello una volta finiti gli studi e che quello sarebbe stato solo l’inizio, il trampolino di lancio, verso un mondo di cui faccio tutt’ora parte.

Grazie alla mia necessità e voglia di imparare, scoprire di più, mi sono allontanata dal famoso “orticello”, e mi sono spinta a prendere al volo un’opportunità post laurea, a seguito della mia tesi sulle nanotecnologie. In quel periodo in Umbria venivano stanziate delle borse di studio per corsi di specializzazione, ricavate da dei fondi europei, per la ricerca sullo sviluppo di nanosensori e biosensori. Vinsi il concorso e dopo mesi di corso fatti a Perugia ci misero davanti la scelta di dove continuare il percorso pratico della borsa. Io decisi di andare a Udine presso L’Universita-Ospedale, nel dipartimento di patologia , permettendomi di condurre ricerche anche sul campo, su campioni provenienti dai pazienti oncologici dell’ospedale.

Finita la borsa di studio mi offrirono di rimanere, ma mi ero ormai messa in testa che avrei voluto e dovuto concedermi l’opportunità di fare un’esperienza ancora più grande all’estero, dove, grazie ai nuovi stimoli, avrei potuto iniziare a soddisfare la mia curiosità in merito alla ricerca. Così ho iniziato a fare colloqui e a inviare il mio CV e dopo varie risposte ho deciso di andare a Manchester.”

Eccoci finalmente al grande trasferimento, cosa hai fatto a Manchester? E perché hai deciso di andare proprio lì?

“Devo essere sincera, ciò che mi ha fatto scegliere Manchester è stato il contenuto dell’offerta: quattro anni di dottorato, con una borsa di studio molto prestigiosa finanziata da Cancer Research UK, The University of Manchester e Astrazeneca, non potevo rifiutarli.

Subito dopo avere accettato mi sono trasferita, senza neanche avere un alloggio, infatti all’inizio vagavo per gli ostelli. Ho anche iniziato immediatamente il dottorato sul tumor targeting, insieme al team di cui facevo parte, dove in pratica si utilizzavano nanoparticelle a scopi terapeutici, aprendomi una strada a metà tra le nanotecnologie e la ricerca sul cancro.

Dopo essermi temprata, sia con la lingua che con la cultura, ho preso di petto tutte le possibilità che quell’esperienza mi stava dando.

Così nel 2018, un volta terminato il dottorato, ho iniziato un post-dottorato, o postdoc come si dice qui, sempre sulla nanomedicina, durante il quale, tra le altro cose ho lavorato anche sulle nanoparticelle a RNA, non applicate nello specifico ai vaccini (in cui poi le abbiamo sentite nominare durante questi anni). Era più una ricerca di base su quei sistemi che trasportano RNA, capendo come possono migliorare sempre di più in modo tale da creare sistemi sempre più efficienti.

A questo punto avevo totalizzato ben otto anni nello stesso dipartimento e a Manchester, mi ero costruita una nuova vita, fatta non solo di lavoro e ricerca ma anche di amici, affetti e hobby. Infatti ho proseguito la mia passione per la pallavolo e per il canto, grazie al quale ho potuto fare parte di un gruppo in cui ho conosciuto ragazzi latino-americani. Con il gruppo siamo diventati abbastanza famosi nella zona, anche perché eravamo gli unici a fare musica latina dal vivo e neanche del tutto amatoriale.

Però a seguito della pandemia, della dispersione del mio team a causa di trasferimenti e dopo avere passato otto anni nella stessa Università, ho deciso di cambiare nuovamente aria. Mi serviva una svolta per dare nuovamente libero sfogo alla mia necessità di conoscenza e poi non avere più un team per me è stata una perdita enorme, all’interno di un gruppo gli stimoli e la crescita sono perenni, non si fermano mai”

photo credit Gavin Cottrel

Quindi come hai deciso di rivoluzionare nuovamente la tua vita?

“Grazie allo studio sulle nanoparticelle, che poi per caso è diventato la base del vaccino per il Covid-19, ho avuto modo di avere risonanza nel mio mondo. Ho pubblicato ricerche, scritto articoli e ho partecipato ad alcuni talk e seminari, ma soprattutto ho deciso di tornare a interessarmi per fare parte di altri gruppi di ricerca. Ho così posato la mia attenzione su un gruppo di ricerca che si occupava delle stesse cose su cui lavoravo anche io e che necessitava di un componente con il mio profilo. Così ho mandato il curriculum e devo dirti, dopo molte trafile a causa dell’importanza enorme che ha questo gruppo di ricerca e il suo coordinatore, sono riuscita a farne parte.

Quindi ora sono in Germania dal 17 ottobre, a Dresda e ho iniziato a lavorare presso il Max Planck Institute of Molecular Cell Biology and Genetics. Un risultato che veramente mi fa sembrare di sognare a occhi aperti, non pensavo di essere selezionata e invece eccomi qui, pronta ad affrontare il secondo cambiamento drastico della mia vita.

Ho lasciato dietro amici, affetti, un team e una proposta lavorativa, ma la ricerca è ciò che per ora voglio fare, poi si sa, mai dire mai”

Pensi che nella tua carriera ci saranno altri grandi cambiamenti per seguire l’amore per la ricerca o pensi che a un certo punto deciderai di fermarti e inizierai a insegnare?

“Non lo so, ora come ora voglio fare ricerca, voglio lavorare in un team e appagare la curiosità che mi stimola sin da bambina e che mi ha permesso di arrivare dove sono ora. Il mio obiettivo è quello di diventare un giorno una Group leader e condurre le mie ricerche indipendentemente. 

Poi magari chissà, un giorno deciderò di insegnare, non mi dispiacerebbe, ma quando a Manchester mi hanno proposto un posto come lecturer alla fine ho deciso di non accettare. In questi mesi sono giunta alla conclusione che in questo momento fermarmi non è ciò che mi serve. Il mio lavoro a ora è la ricerca e so che può darmi e posso ancora darle tanto.”

Con l’avvento della pandemia e i vaccini RNA, il vostro campo di lavoro ha beneficiato di uno slancio?

“Sì e no, ti spiego. Il mondo in cui lavoro io è sempre proiettato al futuro, non stavamo studiando le nanoparticelle per i vaccini, le stavamo studiando per capire come sfruttarle meglio. Per questo il nostro lavoro non si è fermato neanche ora, continuiamo ad analizzarle affinché possano aiutarci in ambito terapeutico , ma non abbiamo un solo e unico fine. Sicuramente ciò che ci ha fatto realizzare la pandemia è quanto sia necessaria questa ricerca, grazie ad anni di studio in una situazione di necessità avevamo la risposta, e più si finanziano queste ricerche più possibilità future di avere una risposta ci saranno.

Vedere che il tuo lavoro permette di salvare vite ti fa dire “Ok, devo continuare su questa strada, è quella giusta” ma ti fa anche pensare a tutte le altre possibilità di impiego e allora ricominci a fare altra ricerca. 

È stato incredibile vedere che una cosa su cui stavo lavorando anche io, qualcun altro è riuscito ad utilizzarla in modo da aiutare tutti noi, è stato un risultato importante e forse anche questo non mi ha fatto rinunciare a continuare a farla”

Spesso parlando con chi risiede all’estero per lavoro viene fuori l’argomento della famosa “fuga di cervelli” dall’Italia. Tu cosa ne pensi?

“È complicato secondo me da analizzare come fenomeno, perché non ha una sola inclinazione. C’è chi fugge per bisogno, per necessità, e allora subisce il cambiamento, e chi invece va via di propria iniziativa e allora lo fa, lo ricerca il cambiamento. 

La prima è una fuga, ed è quella che andrebbe cercata di ridurre, la seconda per me è essenziale e positiva. Non possiamo pensare di portare cose nuove nel nostro paese se prima non andiamo via. Come posso fare nuove esperienze, conoscere nuove realtà se non mi sposto?

Io faccio parte di entrambe le inclinazioni, per i ricercatori è necessario spostarsi per continuare a studiare, però allo stesso tempo io non l’ho subito il mio cambiamento, lo volevo e lo desideravo. È fondamentale per i ricercatori ampliare il proprio bagaglio, le proprie esperienze, altrimenti come fanno a portare qualcosa in più nella propria ricerca e in generale nel proprio paese se queste cose non si cercano altrove? 

Poi è vero, è importante andarsene, ma allo stesso tempo mi sento di fare anche una critica al nostro paese. Un paese che ci forma in uno dei migliori modi possibili, che spende tempo e denaro nel farlo per anni, perché a un certo punto smette di offrirci qualsiasi cosa? Ad un punto della vita e degli studi in cui invece dovremmo avere a disposizione mille possibilità. Perché ai giovani non viene offerta un’opportunità lavorativa dignitosa che permetta di fare ciò per cui ho studiato?

È normale, soprattutto in un campo come il mio, che si decida di andare via, dando così ad altri paesi, nel mio caso l’Inghilterra, persone già completamente formate pronte ad offrire forza lavoro senza che questi abbiano minimamente investito in loro. 

Ognuno di noi dovrebbe andare via, crescere e arricchirsi conoscendo l’altro in ogni sfaccettatura. Ognuno di noi però dovrebbe anche avere l’opportunità di decidere di tornare in Italia senza rinunciare a ciò che aveva acquisito all’estero.”

(Photo credit per la foto di copertina Gavin Cottrell)

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Chiara Cacace

Diplomata alle Scienze Umane senza neanche essersene resa conto, ha necessitato di un anno sabbatico durante il quale ha scoperto che non può fare nulla per placare la sua volontà di scegliere sempre la via meno praticabile. Per questo aspira a fare parte del mondo dei giornalisti poiché scrivere è l’unica cosa giusta che pensa di sapere fare, ma neanche lei ci giurerebbe, quindi non illudetevi.

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