La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: rap

La complessità dell’essere genuini – Intervista a Rancore

Rancore, al secolo Tarek Iurcich, rapper romano classe 1989, si è esibito ad Acquaviva in occasione della XXIII edizione di Live Rock Festival. Lo show che sta portando in giro…

Rancore, al secolo Tarek Iurcich, rapper romano classe 1989, si è esibito ad Acquaviva in occasione della XXIII edizione di Live Rock Festival. Lo show che sta portando in giro è quello che segue la pubblicazione del suo ultimo disco “Musica per Bambini”, nel quale – secondo la critica – ha raggiunto la sua maturità stilistica. Il concerto di Acquaviva ha dimostrato come la sua performance sia principalmente fisica e necessiti un’attenta preparazione, quasi un allenamento. Tommaso Ghezzi lo ha intervistato per noi pochi minuti dopo il live, parlando del suo modo di preparare le esibizioni e le tematiche del suo ultimo disco.

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Willie Peyote: la rabbia per la politica, la fiducia per ripartire

Per descrivere Guglielmo Bruno, in arte Willie Peyote, sono stati usati tanti aggettivi, molti paragoni e giochi di parole. Io mi sento di aggiungere “uno di quelli che servono alle…

Per descrivere Guglielmo Bruno, in arte Willie Peyote, sono stati usati tanti aggettivi, molti paragoni e giochi di parole. Io mi sento di aggiungere “uno di quelli che servono alle generazioni più giovani e alla musica”. Sui palchi italiani sta presentando il suo ultimo album Sindrome di Tôret uscito il 6 ottobre per l’etichetta 451.

Senza mai perdere la solennità per i temi trattati, riesce a essere allo stesso tempo provocante e dissacrante, ironico e irriverente, incazzoso e romantico (a modo suo). Il suo rappare si lega alle lezioni del cantautorato più classico, al pop e a mille altre sfumature. Non a caso dentro al suo ultimo disco le sonorità spaziano dal punk al funk, passando per il jazz fino all’hip-hop. Un vero mosaico. Per il Peyote la musica significa anche comunicare prendendo posizione e lo dice chiaro e tondo “non rimo: divulgo”.

Lo abbiamo intervistato dopo il suo concerto alla Festa dell’unità di Torrita di Siena e abbiamo imparato che non le manda a dire e che non si piegherebbe mai a nessuno. Ah, è anche “uno di noi”, uno easy.

C’è tantissimo “Daniele Silvestri” nei tuoi testi e nelle tue musiche. Mi sbaglio?

“Beh, l’ho ascoltato moltissimo. Secondo me è il più bravo di tutti i cantautori italiani di seconda generazione. Scrive da Dio. Tra tutti è quello che sicuramente mi ha influenzato di più, insieme ovviamente ad artisti più vecchi tipo Gaber, Iannacci, Buscaglione. Ha un modo molto ironico di gestire la scrittura e il palco. Poi ti dico che un mese fa a Roma è venuto a vedermi suonare con i figli… sembrerebbe essere fan.”

Un bel traguardo, no?

“Minchia! Una delle cose più belle che mi siano successe!”

Anche stasera, come sempre, hai dimostrato di aver riportato il rap sul piano sociale. Prima di te c’erano Frankie Hi-Nrg, Caparezza, i 99 Posse, poi però qualcosa è cambiato. In quale direzione è andato il rap?

“Ma sai, in realtà è un falso mito quello che vede il rap come strumento per far emergere le problematiche sociali. Ovviamente il rap nasce negli USA all’interno dei quartieri afroamericani, dove era forte il senso di rivalsa sociale. Ma vede la luce come genere per far divertire le persone, perciò non dobbiamo aspettarci che il rap abbia per forza contenuti sociali. In Italia s’è legato da subito alle posse, a cavallo fra gli anni ’80 e ’90, quindi da sempre pensiamo che sia così. Dopodiché ti dico che non me ne frega un cazzo di quello che fanno gli altri. Io ho bisogno di dire delle cose, ho una coscienza politica e la metto nelle mie canzoni. Gli altri sono liberi di fare quello che vogliono. Non so verso quale direzione sia andato il rap, ma secondo me la musica non deve andare da nessuna parte. Ogni artista fa quello che sente. Ognuno deve fare quello che vuole fare.”

Il cantante oggi deve riappropriarsi della responsabilità politica?

“Solo chi se la sente. Non deve essere obbligatoria: se hai una coscienza politica è giusto che tu la metta nella tua musica. Se sei uno a cui non frega un cazzo è giusto che ti faccia i cazzi tuoi, perché un ignorante che parla di temi importanti è peggio di uno che non ne parla.”

Qualche giorno fa abbiamo intervistato I Ministri parlando, tra l’altro, di fiducia che poi è anche il loro nuovo album. Nelle tue canzoni c’è lo stesso appello e una critica verso chi questo atteggiamento l’ha dimenticato. Quanto è importante ritrovarlo?

“Senza fiducia non si può vivere. Io in realtà non ho molta fiducia negli esseri umani, soprattutto se tengo a una persona paradossalmente mi fido meno, perché mi sento vulnerabile e quindi ho più paura. Però sarebbe bello che tutti ci sentissimo parte della società sapendo che chi è di fianco a noi, se avessimo un momento di difficoltà, ci aiuterebbe. In italiana non è così. La fiducia nella persona che ti sta accanto andrebbe ritrovata, a prescindere da quale sia il grado di parentela o di amicizia. Sai perché non c’è fiducia? Perché tutti inconsciamente sanno che non si spenderebbero per l’altro e se tu per primo non lo fai pensi che l’altro si spenderebbe per te? È colpa nostra. Non coltiviamo più il concetto di comunità. Non c’è bisogno di essere tutti d’accordo: la comunità è anche un luogo in cui si discute, è la sensazione di poter essere utile e aiutare il prossimo. Questa roba non c’è. Dovremmo avere più fiducia nell’essere umano.”

Tu però ne parli sempre, sali sul palco e arrivi al punto di arrabbiarti. Ci credi davvero nel miglioramento?

“C’è un inizio. Bisogna tutti tornare a pensare di più, a pensare con la nostra testa e a prenderci la responsabilità dei nostri pensieri e delle nostre azioni. Quello è il meccanismo. Dobbiamo smettere di parlare per titoli di giornale, per slogan televisivi o da social network. Dobbiamo tornare a parlare e pensare come vogliamo noi. Sarebbe già un inizio. Nessuno deve pensare come me, ma con la propria testa. Poi se ne può parlare. Però ognuno dovrebbe essere consapevole di quello che pensa non andare avanti per sentito dire. C’è un momento in cui ti accodi a delle idee che funzionano. Succede nella musica, succede nella politica. Tutti lo facciamo, ci sta, ma troppi non hanno le palle di prendere posizione e staccarsi dal branco. Io prendo posizione e c’è un sacco di gente che mi dice “oh ma guarda che è un rischio, perdi del pubblico”. E vabbè. Non voglio essere ascoltato da gente che alla festa dell’unità mi manda a cagare se faccio un pezzo antifascista.”

Ecco, cosa è successo a Torrita? Sul palco ti sei preso a parole con qualcuno…

“C’erano due al bar che dopo la strofa a cappella mi hanno fatto un suca. È per quello che ho fatto quell’invettiva. Non me ne fotte di ricevere un suca, non è il primo e non sarà l’ultimo. È il contesto che mi fa incazzare: se alla festa dell’unità, in un posto di provincia, qualcuno si incazza se viene trattato un tema antifascista dal palco allora abbiamo tutti un problema grosso di identità. E nessuno se ne rende conto. C’erano un sacco di vecchi, del PD probabilmente, seduti su quelle cazzo di sedie. Io ho parlato di molti temi importanti, di cose su cui bisognerebbe ragionare, ma loro sono figli di una politica che è morta. Vincerà sempre Salvini se continueranno ad essere loro l’opposizione. Sono tutti morti dentro. Su questo hanno ragione i 5 stelle: intorno a loro c’era la morte, Salvini ha distrutto tutto quello che aveva intorno, perché ha la forza di chi parla male, ma parla alle persone. Invece la sinistra è staccata dalla popolazione da ormai un sacco di tempo e queste situazioni qua mi fanno prendere male, mi incazzo quando vedo ‘sta roba, perché c’è gente che organizza queste cose chiamandole Feste dell’unità, per retaggio, per tradizione. Di vero senso di appartenenza, qua dentro, non c’è più un cazzo e questo è grave.”

Per calmare un po’ gli animi, ci dici com’è suonare con Roy Paci?

“Figo. Con i musicisti così è sempre molto figo. Poi lui quando prende la tromba in mano è mostruoso.”

Com’è andata? Come vi siete conosciuti?

“Mi ha scritto e poi ci siamo beccati a un concerto. Siamo diventati amici e sono andato nel suo studio a Lecce a registrare Sindrome di Tôret. Siamo diventati ancora più amici, ogni tanto ci becchiamo. Mi piace che la musica sia condivisione. Deve esserlo.”

Suonerete insieme?

“Ma guarda, ora sarà difficile perché siamo in tour e come puoi immaginare ci sono un sacco di complicazioni logistiche. Però prima o poi succederà.”

In Toscana suoni spesso. Com’è la risposta del nostro pubblico?

“Ultimamente ci suono spesso sì: Arezzo al Mengo, a Fucecchio, a Firenze e qua. Abbiamo esordito con un sold-out alla Flog totalmente inaspettato e da lì la regione ha risposto molte bene: al di sopra delle nostre aspettative. In realtà tutta Italia sta rispondendo molto bene.”

Magari ne ha bisogno. Secondo me c’è una valanga di giovani che hanno urgenza di sentire queste cose: hanno bisogno di ritrovare fiducia, iniziando a riconoscerla fra coetanei.

“Bene. Io provo a farlo, poi ognuno si riconosce in ciò che vuole. È un momento storico in cui le cose da un punto di vista musicale funzionano. La gente va ai concerti, quindi bella storia. Se riusciamo a far divertire le persone e a farle pensare allora benissimo!”

Molti provano a circoscriverti in categorie musicali sempre diverse, a cucirti addosso un genere su misura. O ci dici tu cosa fai oppure ne invento un’altra anche io: RAPACAZZO. Un mix tra rap e cacacazzo, visto che rompi i coglioni a molti con la tua musica…

“Ci può stare. È la prima volta che mi viene detto, ma me l’accollo. Potrei essere io in effetti! Comunque io non mi definisco. Non ci si definisce da soli. Tu sei. Gli altri ti definiscono.”

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Violetta Dixit #8 – Twolo

Ottava puntata di Violetta Dixit, la rubrica podcast del nostro magazine: si parla di ciò che ci fa stare bene, la musica. E la musica della Valdichiana ha molto da dire…

Ottava puntata di Violetta Dixit, la rubrica podcast del nostro magazine: si parla di ciò che ci fa stare bene, la musica. E la musica della Valdichiana ha molto da dire e da dare.

In questa puntata continuiamo a scoprire band locali, nella fattispecie un rapper locale: Twolo, al secolo Lorenzo Lombardi, da Chianciano Terme.

Scaricate il podcast oppure ascoltatela direttamente su spreaker: per suggerimenti, segnalazioni e consigli per le prossime puntate di Violetta Dixit potete scrivere a: violettadixit@lavaldichiana.it

Ascolta “Violetta Dixit #08 – Twolo” su Spreaker.

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La Toscana Sud raccontata in Countryside

Nell’immaginario collettivo, quando si parla di rap, purtroppo si pensa subito all’estero o che tale genere musicale sia di appannaggio solo degli Stati Uniti, da cui sono emersi senza dubbio…

Nell’immaginario collettivo, quando si parla di rap, purtroppo si pensa subito all’estero o che tale genere musicale sia di appannaggio solo degli Stati Uniti, da cui sono emersi senza dubbio grandissimi rappresentanti per il genere, dai sobborghi fumosi delle sue grandi metropoli. Sappiamo bene come in Italia, a prescindere dal genere musicale, si sia affezionati a una bizzarra esterofilia, e che l’erba del vicino sia sempre la più verde. Trascurando dei talenti cristallini, e lo ripetiamo, questo a prescindere dal genere trattato.

Però non è sempre così – o meglio: non deve essere sempre così, basta ascoltare con orecchio attento e tenere d’occhio le realtà musicali più vicine a noi, senza per forza volare oltreoceano. E per fortuna che c’è la Toscana Sud a ricordarcelo (e non solo loro, sia chiaro!), che del gran rap genuino si può fare in Italia, e si può fare parlando della realtà che ci circonda, con grande efficacia, da un punto di vista dei testi e della qualità della produzione. Senza nulla togliere a nessuno.

toscana-sudGià ospiti graditi nelle nostre pagine, la Toscana Sud – lo ricordiamo – è un collettivo di emcee della provincia senese, che in “Countryside”, il loro primo album, raccontano sé stessi, i luoghi fisici e anche luoghi comuni con cui si confrontano quotidianamente, tra ironia, schiettezza e lodevole profondità. Partendo proprio dal singolo titletrack, di cui vi consigliamo la visione su YouTube, si parla della campagna, un ambiente che per un ascoltatore cresciuto a pane, rap e periferia di Detroit (o anche solo pane, rap e periferia di Milano), può spiazzare. Ma come detto, è solo un bene che ciascuno parta da ciò che conosce, e ne parli, senza peli sulla lingua. Se ne parla nel bene, come una realtà in cui ci si può rilassare e disintossicare da abitudini cittadine “piccola passa da me un giorno e ti rilasserai / non c’è Wi-Fi, non c’è Wi-Fi” e anche negli aspetti più stranianti e forse più fastidiosi: “sessanta vecchietti in coda alla posta e c’è solo uno sportello che apre / con tre famiglie nel raggio di duecento metri e dieci contrade”, “due discoteche che aprono e mettono il liscio di venerdì sera”.

C’è tutto e manca tutto nel mio countryside”: si può dire che questa sia l’idea cardine del disco. Solo che c’è tutto e non manca nulla, a livello di tematiche e di contenuti. Al di là della countryside, si parla anche di questioni personali e più intime – come in “Non Mi Fido”, o del senso di fratellanza che c’è nella “Family” e le relative problematiche nell’essere rapper in una realtà come la Valdichiana – ma è preferibile quella all’andare a X-Factor, come evidenziato in “Brillare nel Fango”. Si trattano anche questioni più profonde e intime come in “Baleniere”, dove si affronta la mortalità e la vita dopo la morte, con una profondità nei testi che può ricordare l’illustre Kaos One, parlando di ottime realtà nel rap. Interessante e trascinante la metrica terzinata su “le mie frasi ritornino in mente / mentire non serve”. In “Indietro”, dalle atmosfere più ragamuffin, si affrontano questioni più politiche e di attualità, affrontate anche nella dura “Mediaset”. Per fortuna, non c’è il pessimismo cosmico, e ipocrita, di certi blasonati “rapper”: un soffio di speranza verso il futuro e la vita arriva in “Aeroplani di Carta”, le cui atmosfere sfociano verso l’r&b. C’è anche dell’ironia, cruda ma saggia in “Prova Costume”, che tocca un argomento delicato soprattutto per le donne d’estate. Ma niente paura: “torna qua, tutto si aggiusterà, vuoi arrivare pronta ma, senza difetti sei anonima” ci rassicurano i nostri. Questi sono solo degli esempi delle tematiche di “Countryside”, che è composto da 19 tracce, tutte da scoprire e da ascoltare con attenzione.

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Musicalmente, le basi sono ben curate e potenti, di ottima qualità nella scelta dei suoni, e sono molto potenti soprattutto nei bassi: provare per credere, magari in macchina o su un buon impianto un brano come “Family”, “Guardaroba” (dal gusto piuttosto vicino alla G-Unit, come base, come quella di “Toy Story”), o “Brillare nel Fango”, dove è peraltro particolarmente apprezzabile il cambio di tempo in più punti. “Aeroplani di Carta” ha qualcosa che ricorda gli anni ’90 nell’arrangiamento. L’aspetto positivo è soprattutto la qualità complessiva, che vuole proiettare il collettivo dei Toscana Sud in un’ottica sicuramente non provinciale, ma più nazionale. Altrettanto apprezzabile è una certa varietà tra i brani, tra breakdown più moderni, suoni più tipici degli anni ’90, sfumature di ragamuffin e r&b.

Countryside” è quindi un’ottima prima prova da parte del collettivo senese, che al momento, è alle prese con la promozione della propria prima fatica. Profonda nei testi, ben curata musicalmente: per chi ama il rap italiano di qualità, è assolutamente da prendere e ascoltare a ripetizione.


Da non perdere: Countryside, Family, Baleniere, Brillare nel Fango, Guardaroba, Aeroplani di Carta, Prova Costume, Prima Pagina, Mediaset.


 

 

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Dasdenis: “Voglio portare la Trap ad Arezzo”

Nella lunga e sfaccettata tradizione della musica hip hop, c’è un genere musicale che si sta diffondendo rapidamente tra tutti gli appassionati: la trap, ovvero una miscela di elementi rap e…

Nella lunga e sfaccettata tradizione della musica hip hop, c’è un genere musicale che si sta diffondendo rapidamente tra tutti gli appassionati: la trap, ovvero una miscela di elementi rap e di electronic dance che utilizza suoni aggressivi e una struttura ritmica sincopata. Originata negli USA una decina d’anni fa, si è rapidamente diffusa in Europa, trovando terreno fertile tra i rapper alla ricerca di sonorità più aggressive.

Anche ad Arezzo e in Valdichiana la trap sta trovando sempre più seguaci: abbiamo parlato di questo genere con Dasdenis, che ci ha raccontato la sua musica e le sue prospettive.

Benvenuto su queste pagine Dasdenis: per prima cosa, vuoi presentarti ai nostri lettori?

“Mi chiamo Denis Stefanescu, nome d’arte Dasdenis, sono un rapper di venti anni che vive nel centro cittadino di Arezzo. Ho pubblicato alcuni video musicali con le mie canzoni negli scorsi mesi, tra cui “Brutta Compagnia” prodotto da Reizon, “Rose Rosa” con Fake e il nuovo “I soldi sono io”, quindi anche un forte legame con i rapper della Valdichiana”

Da quanto tempo sei un rapper?

“Da sempre. Fin dai tempi in cui frequentavo le scuole medie, praticamente. Ho iniziato ad ascoltare la musica rap come tutti, e sentivo che mi apparteneva molto, sentivo che era un genere che faceva per me. Ho ascoltato parecchi pezzi, però l’album che più mi ha colpito è stato “Quello che vi consiglio” di Gemitaiz. Sono arrivato a quest’album dopo aver visto i suoi singoli sul web, ma non mi bastavano: volevo roba nuova, ero curioso della sua vita, era come un amico che conoscevo da anni, ma lui di me non sapeva nemmeno l’esistenza. Mi sono chiuso in casa ad ascoltare i pezzi, ho preso spunto da lui e dal suo metodo.”

Perché proprio la musica rap? Che cosa vuole trasmettere?

“Io lo vedo come uno sfogo. C’è chi calcia il pallone e si sfoga, va a calcio e si sente realizzato. Poi c’è chi come me preferisce fare canzoni, sperimentare cose nuove. Con la musica voglio esprimere la mia vita, quello che ho vissuto e quello che sto vivendo, quello che vivrò, tracciando il mio percorso con la musica. Dagli altri arrivano sensazioni positive, questa roba non si è mai sentita nella zona, uno stile inedito. Il trap è nuovo in Toscana, un genere che non si è ancora molto diffuso.”

Che esperienze hai avuto con la musica rap? Hai partecipato a concerti, contest o eventi simili?

“Prima di partecipare ho girato come un matto per vedere concerti, sentire altri rapper. Sono andato da Gemitaiz a Firenze, sono andato ovunque per seguire i rapper preferiti… poi ho conosciuto anche i ragazzi della Toscana Sud, che ringrazio per le opportunità che mi hanno dato. Ho partecipato a Spit Fix come freestyler, ho imparato molto dagli altri ragazzi. Circa un anno fa abbiamo fatto un concerto all’Officina 7 ad Arezzo, uno dei locali più famosi della città; mi sono esibito con i miei pezzi assieme a un altro amico, c’erano circa 500 persone, è stata una bella emozione. Sentire gli amici e le persone del pubblico che cantano il tuo pezzo è una cosa che ti da soddisfazione.”

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Cosa ti hanno lasciato le esperienze del freestyle? Preferisci le sfide con gli altri rapper oppure produrre i video musicali?

“I video sono tutta un’altra cosa, mi sento più preparato. Mi dedico alla sonorità del pezzo, all’immagine del video, alle qualità personali che si possono riconoscere. Per adesso sono molto contento dei riscontri, alla gente piace; ovviamente c’è una parte del pubblico a cui non piace, perché questo genere secondo me non può avere una via di mezzo, la trap fa impazzire o viene odiata. In questo territorio c’è da poco tempo, ma mi sto informando molto, ascolto molti pezzi anche fuori dall’Italia.”

Quali sono i tuoi punti di riferimento internazionali?

“Sicuramente la scena francese, ad esempio rapper come Booba, Sch, Alzono, Pnl, Niska. Conosco e ascolto molti artisti, mi ritrovo a prendere spunto da loro. La mia preferita rimane Shay, una rapper che mi fa impazzire. Ultimamente sto ascoltando molto una minigang che ha portato la trap in Romania, i Satra Benz, scrivono quello che vogliono senza pensarci due volte e fregandosene di tutti.”

Parliamo del tuo ultimo video, “I soldi sono io”. Com’è stato realizzato?

“Il pezzo è stato prodotto da Reizon, mentre il video è stato girato da Nicholas Baldini, un videomaker della mia età che è davvero bravo e può già vantare grandi collaborazioni; adesso è in Germania a girare dei video per altri artisti, sta facendo strada. Il beat è stato realizzato da un altro amico che vive in Romania, il paese da cui provengo, anche se abito ad Arezzo da tantissimi anni.”

Qual’è il significato di questo pezzo?

“I soldi sono io, come da titolo. Viviamo in un mondo in cui i soldi contano, inutile ribadirlo. Con questa canzone volevo raccontare che i soldi possono anche contare, ma in realtà io sono più importante, mi basto da solo, non ho bisogno di soldi. Finché faccio quello che mi piace, i soldi sono io.”

Quali sono state le fasi della produzione?

“Il video l’abbiamo girato in tre giorni. Il primo giorno con un furgone, abbiamo studiato tutto per bene, dalle luci alla composizione. Ho ballato perché il rap per me non è solo canto, ma anche movimento, studio tutto nei particolari e mi dedico molto alla sonorità. Il secondo giorno di riprese siamo stati in uno studio professionale con sfondo bianco, abbiamo girato i dettagli e il playback della canzone. Il terzo giorno siamo andati in una villa a Castiglion Fiorentino, abbiamo girato le scene con le attrici e gli interni.”

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Cosa fa nella vita Dasdenis? E come si concilia il resto della vita con il rap?

“Finora ho studiato, ho finito un corso per parrucchieri. Torno in Romania per le vacanze, poi da settembre comincio a cercare lavoro. Con la musica non posso continuare a vivere per ora, però è una passione forte, non mi ci vedrei a non fare rap. Cerco di organizzare il mio tempo e di dedicarmi al lavoro per adesso, ma il rap rimane come obiettivo.”

Che cosa ne pensi della scena musicale ad Arezzo e in provincia?

“La città di Arezzo non possiamo paragonarla a Milano, Torino o Roma, è tutta un’altra cosa. Però stanno facendo cose buone, nascono sempre nuovi artisti. A livello italiano ascoltavo molto fino a un paio di anni fa, adesso nella mia playlist lascio spazio solo a pochi novellini, ma non può mancare Vegas Jones che è il mio preferito a livello nazionale.”

Tu sei di origini rumene, canti nella scena aretina, riprendi dalla scena francese… come si mescolano tutte queste culture nel rap?

“Nel rap siamo tutti una grande famiglia, secondo me. C’è chi canta in francese, chi in inglese, chi in italiano. Tutti inseguono il loro sogno, non è facile, però è giusto che ognuno prenda la sua strada. Il rap è nato negli Stati Uniti, è normale che siano sempre avanti a noi da questo punto di vista, ma io sono rimasto a bocca aperta dalla scena italiana. Vedo ragazzi giovanissimi che stanno spaccando tutto, ragazzi che ascolto molto e mi piacciono come persone, si stanno facendo valere.”

Per salutarci, vuoi raccontarci qualcosa sui progetti futuri?

“Il nuovo singolo sta andando bene, c’è un riscontro positivo sul web, siamo molto felici. Ho ricevuto una proposta di collaborazione da parte di un ragazzo che per me è sempre stato un esempio, e sono molto felice. Sto pensando di andare avanti con i video, ormai nel 2016 il video musicale è fondamentale, più di una traccia audio. Quando sarà il momento faremo un mixtape, oppure un album o un progetto più complesso.”

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Spit Fix: la rivincita freestyle della provincia

Mercoledì 12 agosto, giardini di Poggiofanti, Montepulciano: ultima serata del contest dedicato al freestyle chiamato “Spit Fix”. Più di duecento ragazzi a godersi la serata, tanto divertimento e nessun problema…

Mercoledì 12 agosto, giardini di Poggiofanti, Montepulciano: ultima serata del contest dedicato al freestyle chiamato “Spit Fix”. Più di duecento ragazzi a godersi la serata, tanto divertimento e nessun problema di ordine pubblico. Un evento creato dal nulla, grazie alla volontà, al sacrificio e tanto coraggio di un collettivo di rapper della Valdichiana senese, i Toscana Sud. Spesso abbiamo parlato di loro in queste pagine: perché sono una delle giovani realtà più interessanti del nostro territorio e una testata come la nostra, se vuole avere l’ambizione di raccontare il territorio, non può prescindere dal dare la giusta attenzione al fermento che questi ragazzi stanno creando.

Che cos’è Spit Fix? Un contest di improvvisazione tra freestyler locali, che vengono da tutta la parte meridionale della Toscana. Una disciplina complessa, che fa parte della cultura hip hop, che prevedere una sfida a colpi di rap improvvisato, tra rime, insulti più o meno velati, paragoni e figure retoriche. Con una marea di citazioni provenienti dalla cultura popolare (la fanno da padrone i porno, Dragon ball, film e videogiochi).

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Non sono un rapper, non sono bravo a improvvisare! Devo scrivere qualcosa per non dimenticare i concetti più importanti

Nel successo di un evento come Spit Fix in Valdichiana c’è tutto il complesso rapporto tra città e provincia. La moda dell’hip hop sta crescendo anche da noi, tra i teenager. E i contest di improvvisazione si diffondono di conseguenza, portati da pionieri come i Toscana Sud. Nella serata del 12 agosto, che ha concluso la prima fortunata stagione di eventi di Spit Fix, hanno partecipato 12 freestyler. Oltre ai rapper locali, c’erano anche concorrenti provenienti da Siena e da Arezzo.

Siamo stati durante il pomeriggio a osservare i preparativi, a guardare i ragazzi che pian piano affollavano i giardini attorno al palco. Ne abbiamo approfittato per parlare con Splash, Volo & Meta, gli “showrunner” che presentano la serata (tre dei sette Toscana Sud) e per capire le loro aspirazioni, le loro emozioni, le loro motivazioni.

Spit Fix è un evento nato per gioco, ammettono: non è facile organizzare dei contest di freestyle in un territorio come la Valdichiana. E non è facile partecipare: serve allenamento, ascolto, dedizione. Una disciplina più difficile del rap, che prevede improvvisazione, grande conoscenza dei contenuti, attitudine e capacità di mettersi in gioco.

In città è più facile, per certi versi. In provincia può scattare il meccanismo della vergogna, perché conosci tutti: è più difficile salire sul palco e provare una sfida freestyle, con l’ansia di essere giudicati da amici e conoscenti. I Toscana Sud sono stati ad altri contest, a Firenze e Viterbo. Spit Fix è la loro versione chianina: portare il contest freestyle in provincia, applicare modifiche per far vivere un’esperienza più tranquilla e leggera ai concorrenti, favorire la partecipazione e il coinvolgimento con il pubblico. Una scelta che è stata alla base del loro successo,  e che ha permesso a tanti ragazzi di avvicinarsi a questa disciplina senza correre il rischio di essere giudicati negativamente.

“Sembra assurdo – mi dicono – ma in città c’è una mentalità più provinciale. In un contest freestyle non puoi far votare il pubblico. Altrimenti diventa una sfida a chi porta più gente a far casino, non tra chi è più bravo.”

Per Spit Fix la soluzione è stata semplice: affidare il giudizio delle sfide di freestyle a una giuria di esperti. E così a decretare il vincitore della sfida sono stati Don Peppone, Zatarra e il Pirata e Milo Vivarelli (la volta scorsa fu il nostro Tommaso Ghezzi, ormai autorità chianina nel giudicare e recensire tutto ciò che riguarda musica, teatro e cultura in generale).

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Le sfide tra freestyler possono essere aspre, possono volare insulti pesanti: ma tutto si risolve con una stretta di mano

Per la cronaca, il contest è stato vinto da Lil’Matt di S.Albino, dopo una tiratissima finale con il senese Ego, capaci di andare avanti per oltre venti minuti in un botta e risposta di freestyle di altissimo livello. Sono stati anche autori di un botta e risposta a tema “Valdichiana” che ci ha resi particolarmente orgogliosi. Eppure, al di là della sfida e dei vincitori, molti rapper sono migliorati nelle esibizioni da un contest all’altro e gli organizzatori si sono resi conto di aver messo in moto un meccanismo che sta rapidamente crescendo, quasi un movimento culturale.

“Abbiamo organizzato questo contest con molta fatica, ci abbiamo creduto fin dall’inizio – dice Splash – Lo abbiamo fatto, lo abbiamo voluto rifare, abbiamo continuato. È un format che funziona, che sta riscuotendo molto successo. Il freestyle piace anche a chi non segue il rap, è immediato e divertente.”

Spit Fix è partito dall’Irish Pub di Montepulciano Stazione, quasi in sordina, un movimento che cresceva pian piano. Poi  sono arrivate le date a Contignano, a Castel del Piano, e un doppio appuntamento ai Giardini di Poggiofanti di Montepulciano. L’apprezzamento del pubblico e la crescente attenzione nei confronti dell’evento sono il simbolo della riuscita.

“La scorsa volta abbiamo avuto un blackout – ci racconta Meta – alcune difficoltà tecniche hanno spento luci e audio per cinque minuti. Il pubblico non se n’è andato, sono rimasti a caricarci, segno di un coinvolgimento e di un apprezzamento che ha stupito anche noi.”

“Spit Fix ti entusiasma e ti fa divertire – prosegue Volo – senza pretendere nulla: che siano 5 o 200 persone nel pubblico, vogliamo farli divertire. E nessuno finora ne è rimasto deluso.”

La forza dell’evento è anche nei freestyler che partecipano: sia locali che dall’esterno, sia dalla provincia che dalla città. In un’epoca come questa, in cui regnano l’user generated content e i social network, in cui gli utenti producono continuamente contenuti da pubblicare online, la scelta è di successo. Anche gli organizzatori di Spit Fix si limitano a dare la linea editoriale allo show, a scegliere le basi e i temi, impostare il cartellone delle sfide: ma poi i contenuti li fanno i freestyler con la loro arte, fantasia, creatività, come da tradizione. Un user-generated-contest che vede già il pubblico arrivare con cartelloni inneggianti ad alcuni dei personaggi più amati e ricorrenti.

La serata conclusiva della stagione di Spit Fix si è svolta mercoledì 12 agosto, mentre in Piazza Grande si svolgevano le prove generali del Bruscello Poliziano, il teatro popolare giunto alla sua 76° edizione. E questa dicotomia tra le due piazze è bellissima, due eventi che non vanno in conflitto, ma che hanno il loro pubblico specifico, che identificano ancora di più Montepulciano come centro musicale e culturale della Valdichiana senese, tra tradizione e innovazione.

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Grande successo di pubblico per Spit Fix: appaiono addirittura i cartelloni inneggianti ai personaggi più simpatici!

Il rapporto tra i Toscana Sud e il territorio è forte, come suggerisce il loro nome. Vogliono sconfinare con la loro musica, senza ostilità nei confronti delle istituzioni locali o degli altri appuntamenti musicali o culturali, continuando a organizzare eventi come questi. Il ricavato di Spit Fix lo utilizzano per pagarsi attrezzature per i video musicali e produrre il loro disco. Li investono nella loro musica e nel loro futuro.

Sì, perché i Toscana Sud stanno ultimando il loro primo disco ufficiale, sacrificando tanto tempo a studio e lavoro. Dopo il mixtape dell’anno scorso, adesso sta per uscire il primo disco, prodotto da Reizon, con video e contenuti interamente fatti da loro. Il raggiungimento di una maturità artistica e di una forte sinergia di gruppo che non vediamo l’ora di ascoltare. (Il sottoscritto ha poche conoscenze di musica rap, ma metà delle visualizzazioni di “Tenebra” sono le mie, lo ammetto!)

Anche dei ragazzi che fanno freestyle possono insegnare tanto a un territorio. L’Italia e soprattutto la provincia italiana non è un posto in cui i sogni diventino facilmente realtà. Per questo, quando qualcuno riesce nel suo intento, invece di invidiarli e osteggiarli, forse dovremmo imparare a gioire e spalleggiare. E a salutarli con rispetto e stima, come farebbero loro: “Bella frate”

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Undici ragazzi scomparsi: puro ingegno cinematografico

Alex Marchi, regista il 14 agosto 2014 scrive sul suo blog AlexMarchi86:  “Abbiamo finto persone scomparse. Abbiamo impiccato una persona. Viva. Abbiamo finto il sangue. Abbiamo girato un falso backstage. Abbiamo…

Alex Marchi, regista il 14 agosto 2014 scrive sul suo blog AlexMarchi86: 

“Abbiamo finto persone scomparse. Abbiamo impiccato una persona. Viva. Abbiamo finto il sangue. Abbiamo girato un falso backstage. Abbiamo finto di girare un videoclip. Abbiamo finto morti. Abbiamo finto così tanto che la gente c’ha creduto. Quanta fede nelle notizie trovate sul web! Si critica un libro. Si dubita di un uomo. Ma si venera la notizia flash on line. E la bufala si spande con una bomba-H”.

Questo colpo secco di machete, con una retorica paratattica e lapidaria, incide la presentazione di quello che è il suo ultimo lavoro: IMG_1469.MOV

Il film è online ormai da tempo, sebbene appena caricato online non si sia proposto come opera di ingegno cinematografico, bensì come documentario amatoriale di due band del territorio, i TOSCANA SUD e gli AMNESIA. Il dato realmente interessante di questa produzione è il fatto che riesca a toccare, nel locale, grandi temi del postmodernismo globale; il gioco tra la realtà e la finzione, l’inganno, il trompe l’oeil, la fiction che pervade le sfere della vita quotidiana.

Ho incontrato Alex e Gabriele Marchi, fratelli poliziani, collaboratori fissi da anni, per parlare di questo progetto.

Quali sono state le tappe per la genesi di IMG_1469.MOV?

“L’idea originale era quella di fare un falso test di videocamera. Uno dei tanti che si vedono su youtube per dimostrare le qualità di ripresa di una camera appena uscita. Le immagini sarebbero dovute essere delle finte riprese di prova – sulla saturazione, definizione, eccetera – durante le quali sarebbe dovuto accadere un omicidio in diretta, sullo sfondo. L’idea poi si è sviluppata; il “test” è diventato un video di backstage, a bassa qualità, ma con uno snodo narrativo più complesso e più lungo. Ho cercato due band musicali note al pubblico del territorio, ed ho chiesto loro un impegno che andava oltre la partecipazione alle riprese. Avrebbero dovuto debordare la finzione nella vita reale; secondo il progetto iniziale i ragazzi delle band sarebbero dovuti sparire realmente, per cinque giorni dal momento in cui veniva caricato il filmato. A quel punto la cosa sarebbe diventata veramente forte. Però, come si poteva immaginare, quando il primo giorno di assenza è uscito un falso articolo su alcune testate, un falso montaggio, quando hanno iniziato ad accavallarsi problemi – anche abbastanza seri – che hanno coinvolto le famiglie, i fidanzati e gli amici degli attori, alcuni non hanno retto ed hanno fatto cadere la fiction. Non ce l’abbiamo fatta a tenere duro tutti fino alla fine. Di fatto però quello che volevo si è comunque verificato; la notizia è circolata ed ha creato dissenso, polemiche e confusione. È stato sorprendente il fatto che la gente ci abbia creduto veramente!”

Come è avvenuta la scelta dei partecipanti al progetto? Perché due band musicali? E perché proprio i TOSCANA SUD e gli AMNESIA?

“Parlando con un amico, in seguito alla notte degli Oscar, parlavamo della performance di Jared Leto in “Dallas Buyers Club”; lo scarto che c’è tra frontman di una band e attore è molto sottile. Cantare è comunque una forma di recitazione. Un cantante è una persona abituata a stare di fronte al pubblico, abituata a ricostruire un’emozione, una forza espressiva o un modulo della voce. Allo stesso tempo, quello che ceravo per il progetto era una scioltezza di fondo; dovevano essere il più naturali possibile nella performance. Mi servivano quindi persone senza precetti di tecnica recitativa.
Le due band che ho scelto sono le più conosciute tra i ragazzi del territorio; poi erano tanti. Undici persone. Si prestavano bene anche numericamente, per lo snodo narrativo del film.
Con gli Amnesia avevo già lavorato in un videoclip, tra l’altro nella stessa location in cui ho girato IMG_1469.MOV. I toscana sud li ho contattati per il progetto e si sono mostrati subito entusiasti e disponibili”.

Dal punto di vista tecnico e dei mezzi utilizzati, come descrivi questo film?

“Abbiamo girato tutto inizialmente in 4k, in alta definizione, con mezzi tecnicamente validi. Successivamente abbiamo fatto un down-grade, per simulare la ripresa di uno smartphone; l’obiettivo era caricarlo su internet per modulare una richiesta di aiuto.
Ci sono volute due settimane effettive di preproduzione, organizzazione della sceneggiatura. Per le riprese ci abbiamo messo cinque giorni. I primi di luglio, durante i mondiali.
Il film è un PointOfView, un documentario in prima persona, che viene caricato online con lo stesso mezzo con cui si presuppone sia stato girato.
Siamo abituati a Hollywood, con attori straordinariamente bravi; ma vedendo un film, con questi attori così bravi, siamo costretti a considerare il fatto che ciò che vediamo sia finto. Ecco, volevo varcare questo limite; entrare nella realtà attraverso l’arte filmica. Ci sono riuscito in parte, anche se i nervi scoperti che volevo toccare, li ho toccati. Peccato si sia spento tutto troppo presto.
Ovviamente c’è una tradizione del genere che ho voluto proporre, il “found footage”; il capostipite è Cannibal Holocaust, di Ruggero Deodato, del 1980, oppure grandi successi più recenti sono “The Blair Wich Project”, “Cloverfield”, o “Paranormal Activity”. Si tratta di costruire il film sull’espediente narrativo del ritrovamento di un filmato, i cui “operatori” – spesso amatoriali – sono scomparsi o morti, e sull’assemblaggio, da parte di un montatore, degli elementi ritrovati. Abbiamo cercato di “aggiornare” il genere; non un found-footage ma un uploaded-footage; il giorno dopo la scomparsa dei ragazzi c’è subito il documento che testimonia i fatti, caricato in rete, a disposizione di tutti, come una richiesta di aiuto.
Non c’è stato alcun ritocco sugli effetti, in postproduzione. Non abbiamo aggiunto nessun suono oltre a quelli d’ambiente captati durante le riprese. L’unica intenzione è stata quella di simulare una continuità di fondo”.

Hai concepito il progetto insieme alla struttura. Ti sei posto il problema di come possa essere recepito questo tipo di prodotto fuori dal “local”, fuori dal contesto di chi ha vissuto tutta la cornice?

“Paradossalmente credo che sia meglio farlo uscire dalla cerchia, a questo punto; alcuni si sono sentiti presi in giro, dalla notizia della notizia falsa, molti si sono arrabbiati… Non voleva essere una pubblicità ma qualcosa in coerenza con il progetto. Credo che il casino che è successo abbia in parte screditato l’idea di base. Sarebbe perfetto riuscire a far passare anche nel globale l’involucro con cui è stato presentato il film.
Ti dirò una cosa strana; è un film che fondamentalmente è noioso. Volutamente. Il ritmo doveva scendere a livello insignificante, per abbassare le difese immunitarie dello spettatore rispetto alla finzione. Se avessi messo in serie tutte scene interessanti, il gioco di realtà-finzione sarebbe stato tradito da un film con un ritmo altissimo. Non sarebbe stato credibile. Se si guardano i filmati amatoriali sono di una noia mortale, ma allo stesso tempo, per una serie di motivi diversi, diventano interessanti. Volevo far scendere le aspettative dello spettatore in modo che alla fine rimanga più colpito”.

Quanto credi nelle visualizzazioni online?

“Hanno un significato minimo; sono importanti ma non possono essere l’obiettivo. Pensaci. I filmati virali che si intitolano “guardate cosa fa questa donna!” “Guardate questa ragazza! Scandalo!”, per racimolare visualizzazioni o linkare pubblicità e banner, fanno potenzialmente più “visualizzazioni” di Eyes Wide Shut. La maggior parte delle volte non c’è rispondenza diretta tra visualizzazioni e qualità. Finché si rimane a livello locale che le visite siano 1000 o 5000 o 10000 non cambia niente; tutto è veicolato dalle conoscenze dirette. Le visualizzazioni possono essere utili o inutili, ma non lo si può di certo carpire dai contatori di youtube”.

Nel 2014, un videomaker quale obiettivo dovrebbe avere pubblicando in rete?

“Io ho pubblicato in rete per coerenza con la trama e il progetto. Se però devo rispondere a questa domanda prescindendo dal progetto, ti dico che ad oggi, pubblicare un film, un corto o una clip in rete, non è un gesto che ti fornisce ricompense a breve termine. La pubblicazione online serve come banco di prova immediato, per capire le reazioni del pubblico, ma non è di certo una risposta totale al lavoro che fai. Il cinema, le accademie e i concorsi sono ancora il test “ufficiale” per garantire la qualità e il successo di ciò che hai fatto”.

Adesso il film è in concorso al Torino Film Festival.
Nella sua linearità, nella struttura che ha edificato, nella forza espressiva e riconoscibilità dei ragazzi che sono stati scelti come attori, merita sicuramente di essere visto. È online. È gratis. E ci riguarda tutti.

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TwoLo, il 18enne di Chianciano che “rappa” la vita

Lorenzo è un ragazzo di 18 anni di Chianciano Terme che fa rap, ha un nome d’arte (TwoLo) e sa bene ciò che vuole. Lo dimostra il fatto che l’11…

Lorenzo è un ragazzo di 18 anni di Chianciano Terme che fa rap, ha un nome d’arte (TwoLo) e sa bene ciò che vuole. Lo dimostra il fatto che l’11 aprile è uscito in free download il suo primo disco dal carattere molto personale, in cui passa da pezzi hardcore a pezzi suonati al pianoforte, dal pezzo d’amore al pezzo arrabbiato. Noi de La Valdichiana.it abbiamo ascoltato questo album e abbiamo incontrato Lorenzo, che ci ha parlato un po’ di sé, della sua musica e delle sue canzoni.

“Ho una concezione tutta mia della musica.. Credo che essa debba essere un mezzo attraverso il quale l’artista comunica e trasmette i propri stati d’animo e le proprie emozioni, lasciando all’ ascoltatore qualcosa impresso nella testa quando il suono si propaga. Nelle mie canzoni parlo della mia vita, a volte anche estremizzando, ma quello che descrivo con tali parole è il ritratto di me stesso, di come mi vedo e di come mi sono visto in 18 anni di vita. Credo di essere un adolescente come tutti gli altri, con gli stessi “microdrammi” adolescenziali.. L’amore, la famiglia, la scuola, gli amici. A differenza della massa però ho un dono: quello di saper esprimere i sentimenti con le parole. Voglio riuscire a trasmettere sensazioni positive e di speranza a chi ascolta i miei brani. L’utilizzo di termini forti, come “depressione”, “frustrazioni”, “solitudine”, “sconfitte”, “fallimenti” è più uno sfogo, uno sprono per quelli che come me si trovano in questo periodo così fugace quanto importante della vita.”

Siamo curiosi, il tuo nome d’arte è originale, nuovo e fresco. Ma è anche abbastanza strano, a dire la verità! Come ti è venuto in mente?

“Viene dal mio nome anagrafico, ovvero Lorenzo Lombardi. Se prendiamo le prime 2 lettere del nome e le prime 2 del cognome, abbiamo due volte LO. Inizialmente infatti mi chiamavo DueLo ma per ragioni morfologiche e di suono ho scelto di “inglesizzarlo” in TwoLo. Credo che questo pseudonimo mi rappresenti appieno, e ben dimostri come la persona e l’artista non siano due figure contrapposte e differenti, bensì siano la stessa persona. TwoLo è un po’ la trasposizione di Lorenzo.”

Cover Front dell'album "Fallito" di TwoLo

Cover Front dell’album “Fallito” di TwoLo

L’album appena uscito si chiama “Fallito” e al suo interno c’è una canzone con lo stesso titolo:

“Sono molto legato a quel brano. Definirmi “fallito” è un modo per incitarmi a non esserlo e a non diventarlo, ma è anche una sorta di “autosatira“. In un momento come questo, in cui di cantanti ce ne sono fin troppi, e soprattutto nel rap in cui si tende a definire il rivale o il prossimo “fallito”, io me lo sono detto da solo. L’ho fatto per far capire che in realtà nessuno al mondo è veramente fallito se si è messo in gioco per realizzare il proprio sogno, per cambiare qualcosa, per fare ciò che lo gratifica. Sono una persona con un’ autostima molto bassa, ma appena iniziai a fare rap, trovai terreno fertile e darmi del “fallito”, è servito molto a spingere a perfezionarmi e a conseguire risultati migliori nella musica come nella vita.”

Lorenzo-TwoLo ci spiega il brano “Chianciano-City”, dedicato alla sua provinciale città natale:

“E’ stato strutturato in due sezioni: la prima cupa, sofferente e triste in cui faccio un quadro critico della situazione che sta vivendo oggi la mia cittadina. La seconda è invece volta a svegliare, a far aprire gli occhi ai cittadini, a promuovere la rinascita di questa città termale, come a voler dare una forte scossa a chi la ascolta. Amo il mio paese ma allo stesso tempo provo odio e vergogna per chi non lo apprezza e ragiona soltanto egoisticamente senza pensare alla collettività. Non ho nemmeno 18 anni e già me ne voglio andare; molti genitori portano i figli a crescere fuori da questo paesino sempre più “fantasma”, specchio di una nazione anch’essa “fantasma”. Ho visto la nostalgia e la tristezza negli occhi degli anziani, e così ho deciso di mettere nero su bianco ciò che ritenevo giusto dire su Chianciano.”

Ascoltando l’album c’è una canzone, “Black List”, in cui TwoLo dice “odio voi che fate musica solo per moda”…

“Purtroppo, al giorno d’oggi per colpa dei media (vedi talent, radio,commercializzazione della musica), molti musicisti o pseudo tali, si buttano in questo oceano solo per uno scopo: ottenere fama. Ho sempre detestato questo tipo di persone. Le trovo vuote e prive di valori. Il rap è per eccellenza il genere musicale dello sfogo, della ribellione, della rivolta e così è anche per me. Pur avendo iniziato da poco (quasi 2 anni), grazie ad esso posso esprimere appieno il mio essere.”

Impazienti di vederlo live in giro per la Valdichiana, ci ha svelato che ha in progetto di fissare numerose date per questa primavera/estate 2014 e che sta già lavorando al prossimo disco.

A questo punto non ci resta che fare un grosso in bocca al lupo a TwoLo! E vi invitiamo a cercarlo su Facebook e ad ascoltare le sue canzoni e le sue parole.

Link per scaricare l’album : http://www.honiro.it/download_twolo-fallito-ep.html

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“Tenebra”, il rap di denuncia dei Toscana Sud, sette giovani rappers della Valdichiana

Reizon (Edoardo Costa Benevides) di Chiusi, Splash (Enrico Pellegrini), Fedok (Federico Livi), Balda2mc (Andrea Baldaccini) e Volo (Volodimir Verbylo) di Montepulciano, Meta (Marco Mello) e Fake (Simone Falluomini) di Chianciano,…

Reizon (Edoardo Costa Benevides) di Chiusi, Splash (Enrico Pellegrini), Fedok (Federico Livi), Balda2mc (Andrea Baldaccini) e Volo (Volodimir Verbylo) di Montepulciano, Meta (Marco Mello) e Fake (Simone Falluomini) di Chianciano, loro sono i “Toscana Sud”, gruppo rappers al loro primo disco uscito lo scorso 26 febbraio e disponibile in freedownload su Honiro.it
Sette ragazzi di venti anni con la stessa passione per la musica e stesso amore per il territorio in cui vivono, ognuno di loro faceva musica per conto proprio fino al momento in cui hanno capito che l’unione fa la forza e così si sono avvicinati ed hanno dato vita ai “Toscana Sud”.

Noi li abbiamo incontrati e ci hanno raccontano le loro canzoni, i loro progetti e cosa rappresenta per loro fare musica. Questi sette giovani rappers si sono conosciuti due anni fa e oltre alla passione per la musica e il percorso di vita che hanno scelto di fare insieme, sono molto uniti, tra alti e bassi, anche al di fuori del gruppo:

“Facciamo musica assieme e impariamo dai vari errori e litigi che per forza di cose si commettono per accontentare tante giovani teste. Puntiamo sempre a migliorarci e non ci fermeremo davanti alle tante difficoltà che la nostra provincia purtroppo ti presenta specialmente in ambito culturale”.

“Tenebra” è il primo brano estratto dal loro primo disco, classico esempio di singolo auto celebrativo, con l’intento di manifestare, in rime, gli incubi e gli angoli peggiori nascosti nella nostra mente:

“Nel videoclip del brano abbiamo cercato di ricreare quella connotazione maledetta e lugubre che evoca il titolo del brano. L’intento, credo riuscito, era quello di riversare in tali rime il nostro incubo e gli angoli peggiori della nostra mente. Questo avviene in tutto il disco e penso in tutta la nostra musica, cioè il tentativo di proporre stati d’animo o instantanee della nostra vita che dovrebbero essere analizzate in una chiave di insieme per ricostruire al termine dell’album l’intera nostra personalità/quotidianità. Spesso i nostri brani sono travisati, ma crediamo che questa sia la strada su cui insistere, perchè così facendo potremmo, con il tempo raggiungere anche le persone che in precedenza avevano un’opinione differente verso questi temi”.

Nei loro brani, i “Toscana Sud” denunciano, in maniera originale, stati d’animo derivanti da un malcontento comune dovuto alla difficile situazione che sta attraverso il nostro Paese. Questi sette rappers, nati tutti nei dintorni di Chianciano, il paese termale dove recentemente si sono verificati inconsueti episodi di contestazione nei confronti della giunta comunale, testimonianza di una situazione ingestibile e di un’insoddisfazione espressa apertamente, cercano di raccontare, attraverso rime provocatorie, la vita di un ragazzo di venti anni in decantata “crisi”, in cui nessuno sembra in grado di vincere la paralisi istituzionale ed economica che il nostro l’Italia sta vivendo ormai da troppo tempo.

“Abbiamo scelto questo mezzo di comunicazione inizialmente perché ci appassionava e perché era quello più a portata di mano. Sappiamo che è un mezzo potente se usato correttamente, soprattutto per la possibilità di essere sinceri nei testi ed anche aggressivi, quando ce n’è bisogno. Nel Rap è molto comune citare la propria zona e raccontarne le storie ed è proprio questo che abbiamo deciso di fare con questo progetto. Parliamo delle nostre difficoltà, dei sogni di centinaia di ragazzi che come noi trovano difficoltà ad emergere e a realizzarsi in questo periodo così particolare e complicato che il nostro paese sta attraversando. Noi vogliamo che gli altri ragazzi sappiano che anche noi stiamo affrontando tutto questo e raccontandolo potranno rispecchiarsi e capire che dobbiamo svegliarci, uscire e prenderci quello che abbiamo sempre voluto”.

Il Rap si sta diffondendo in modo rilevante all’interno del nostro panorama musicale, basta vedere l’ultimo vincitore di Sanremo nella sezione nuove proposte, Rocco Hunt, che con la sua “Nu Jurno Buono”, denuncia la difficile situazione della Terra dei Fuochi, oppure ancora Moreno, ultimo trionfatore del talent Amici, che con il suo rap freestyle sta scalando le classifiche musicali italiane.

D: Cosa ne pensate del rap italiano?
R: “La voglia di appartenere a questa cultura risale a tanti anni fa, quando non c’era ancora boom mediatico che il rap sta attraversando, e quando nemmeno noi immaginavamo di fare musica. Prima di diventare dei rappers servono degli steps intermedi, determinati dischi americani da ascoltare, film da vedere, documentazioni da trovare. E’ una volta assunto un certo knowledge, che decidi di metterti in gioco e vedere cosa può succedere. Per questo motivo riguardo al rap in tv siamo molto diffidenti, in genere si trattano (tranne nel caso di Rocco Hunt a Sanremo) di squallidi e semplici prodotti di marketing che non rispecchiano affatto i nostri ideali di fare/vivere la musica.
Detto questo il rap in Italia ha anche protagonisti eccelsi, lontani da queste logiche di vendita e vicini alla nostra concezione, posso citare Marracash che tutti noi riteniamo uno dei migliori artisti dello stivale”.

Oltre ai loro brani, la forza dei Toscana Sud sta nella totale autoproduzione, sia a livello musicale che di riprese e montaggio per il videoclip di “Tenebra”.

D: E stato difficile fare tutto da soli?
R: “Noi siamo diversi dagli pseudo-artisti. Mi sento però di dire che a differenza di tante realtà anche vicine siamo un esempio positivo. Partendo realmente dal nulla siamo riusciti a realizzare in poco tempo a Chiusi il nostro Home studio (808 Building) dove registriamo e produciamo la nostra musica, a realizzare indipendentemente i videoclip dei nostri album con una qualità, e a confezionare un disco che a mio parere oggi nella nuova scena italiana raramente si vede. Lo pseudo-artista è colui che non compie determinati passaggi, come abbiamo fatto noi, e che pensa di ottenere tutto e subito da questa musica”.

D: Che cosa vorreste dire a chi sceglie di fare Rap?
R:“Prima di tutto capire perché lo fa e se ci crede veramente. Non deve essere un mezzo per ottenere fama facilmente. Penso sia importante anzitutto acquistare consapevolezza. Il rap dà sfogo a ciò che è c’è nelle nostre menti, si traduce in un pezzo sentimentale, di denuncia, di fantasia o di semplicemente di divertimento”.

I Toscana Sud, aderente al Collettivo senese “Lo StRAPpo” fondato da Zatarra, si dicono molto soddisfatti del risultato raggiunto fino ad ora e ci hanno svelato quali saranno i loro obiettivi futuri:

“Il fantastico esito del Toscana Sud mixtape vol . 1 (quasi 900 download in 10 giorni) ci sprona a metterci immediatamente a lavoro sui progetti futuri. Abbiamo diversi lavori singoli in dirittura di arrivo che cercheremo di concludere al più presto per dare continuità alla nostra realtà, ma siamo già in studio per un nuovo album ufficiale della Toscana Sud in cui faremo un ulteriore passo in avanti soprattutto in chiave musicale e di sonorità”.

E noi de La Valdichiana.it siamo curiosi di vedere e ascoltare questo nuovo album dei Toscana Sud, ai quali facciamo i nostri auguri per i loro progetti futuri.

TOSCANA SUD – TENEBRA (SCRATCH BY KORA) – OFFICIAL VIDEO

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