La Valdichiana

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: fao

La comunità sporca: c’è spazzatura ovunque

“La nazione che distrugge il proprio suolo distrugge sé stessa.” FRANKLIN D. ROOSEVELT L’estate è un momento dell’anno in cui, volenti o nolenti, passiamo molto più tempo fuori casa e a contatto con il…

“La nazione che distrugge il proprio suolo distrugge sé stessa.”
FRANKLIN D. ROOSEVELT

L’estate è un momento dell’anno in cui, volenti o nolenti, passiamo molto più tempo fuori casa e a contatto con il mondo esterno. Possiamo parlare di più con le persone, ascoltare le cose che dicono, vedere. Le persone escono, si guardano attorno e vedono innanzitutto i problemi. I rumori molesti, i parcheggi selvaggi, l’erba troppo alta. All’improvviso, tutta l’incapacità delle persone di rispettare gli spazi sia privati che pubblici sale su un piedistallo e causa attriti tra vicini di casa.

Eppure, sembra che la gente sia turbata terribilmente dall’erba alta e dai serpentelli inoffensivi e assolutamente non velenosi (biacchi, orbettini) che occasionalmente possono comparire nei giardini, ma nessuno sembra battere ciglio di fronte alla quantità spaventosa di spazzatura che insozza le banchine delle strade, le aiuole e i campi. Mi è bastato fare un giro di 5 minuti per il mio quartiere, nella periferia di Montepulciano, per trovare ombrelli piegati e buttati nei fossi, palloni scoppiati e fatti a pezzi dai tagliaerba comunali (che erano accorsi per risolvere il grave problema degli orbettini nei giardini, che – per la cronaca – non sono neanche serpenti ma lucertole), cartelli stradali divelti e buttati tra le frasche, bottiglie di plastica, pancali marci, lattine di fanta, bricchi di estathé, polistirolo sparso letteralmente ovunque, diffusori di profumo per automobili, pezzi di tubi, tappeti di gomma semisepolti, pezzi di giocattoli, detersivi, accendini… tutto questo in meno di un chilometro. Allora mi sono decisa: mi sono infilata un paio di guanti di lattice (come già avevo fatto l’anno scorso), ho preso un sacco e mi sono messa a raccogliere tutto quello che era abbastanza grande per essere visto e raccolto. C’era talmente tanta spazzatura che avevo il sacco stracolmo ancora prima di finire il giro intorno a casa mia. I rifiuti più grossi, il tappetino di gomma e un grosso blocco di polistirolo, non mi entravano nel sacco e li ho appoggiati sul bordo della strada per andarli a prendere più tardi. Però, vista la stanchezza ho deciso di lasciarli lì per andarli a buttare via il giorno dopo. La mattina seguente vedo nel piazzale gli operai comunali che erano tornati a raccogliere l’erba tagliata, e ho pensato che forse avrebbero raccolto loro questi rifiuti. Quando sono scesa, effettivamente, il polistirolo era sparito ma il tappetino di gomma era stato rilanciato nel campo da cui l’avevo tolto, un paio di metri in là.

Ah, la civiltà. Che meraviglia vivere in una comunità che ha così a cuore la cura del territorio, che dimostra così tanta considerazione per la qualità dell’ambiente in cui crescono i loro figli.
D’altronde che sarà mai, un po’ di plastica nel campo? Prima o poi si sbriciolerà e potremo dimenticarcene tutti, no? Le cose smettono di esistere se non le vediamo, giusto? Certo. Per questo possiamo continuare a lanciare la spazzatura dal finestrino della macchina come se il mondo fosse un enorme, coloratissimo bidone della spazzatura.  È comunque il bidone della spazzatura di qualcun altro, non certo un mio problema, no? Bevo il mio estathé, butto il brick nell’aiuola e corro a casa felice a guardarmi Italia’s Got Talent. Domani, magari, qualcun altro lo raccoglierà.
O forse no. Forse rimarrà lì e il sole e la pioggia lo renderanno pian piano sempre più fragile, il colore dell’etichetta si scioglierà, la plastica si romperà e pian piano verrà sepolto. Magari qualche pezzo finirà a strozzare qualche uccello, qualcuno verrà portato nella fogna dalla pioggia e finirà, alla lunga, nel mare.
Ma chissenefrega, usare i cestini della spazzatura richiede uno sforzo troppo grande, meglio ritrovare il mio brick di estathé al mare a Follonica e nuotarci assieme che fare un passo e usare i cestini. Solo gli sfigati usano i cestini della spazzatura, dai. Le persone intelligenti, quelle che hanno frequentato la scuola della vita, buttano la spazzatura per strada e ne sono anche orgogliose, perché comunque non hanno tempo di preoccuparsi di queste stupidaggini, loro devono andare a tagliare l’erba che gli vengono i serpenti in giardino. Mi diverte come l’erba alta sia percepita come degrado ma la spazzatura no.

La spazzatura non è un problema, è solo il problema del secolo. Siamo sommersi dalla spazzatura: le nostre acque sono contaminate, il suolo è contaminato, l’aria è contaminata.
Ammiro l’ingenua serenità in cui vivono quelle persone che spargono plastica e sostanze tossiche nell’ambiente e che poi tornano a casa a preoccuparsi del futuro dei loro figli, che sperano diventino dottori, magari. Già, perché c’è bisogno di dottori per curare le malattie respiratorie e il cancro che causa la spazzatura che tutta la comunità ha sparpagliato nell’ambiente per decenni, bruciando plastica e versando sostanze chimiche nei campi, perché tanto erano i campi degli altri.
Peccato che le falde acquifere siano le stesse per tutti, e che in quei campi ci si coltivino cose che magari vengono mangiate dagli animali che mangiamo. Magari in quei campi di proprietà sconosciuta qualche anziano ha deciso di farci il suo orto senza chiedere il permesso a nessuno, senza sapere che magari il suolo è impregnato da misteriose sostanze tossiche che vengono assorbite dai pomodori che regala ai suoi nipoti.

Quali sono le conseguenze dell’inquinamento del suolo? Non sembra che siano in molti ad aver chiaro che tutte le schifezze sparpagliate nei campi abbiano effettivamente delle conseguenze sulla salute delle persone (poi tanti pensano: “vabbé non succederà di sicuro a me”. Certo ma, anche se fosse, potrebbe succedere ai vostri parenti, se degli altri proprio non ve ne frega niente).
Innanzitutto, bisogna dire che l’inquinamento del suolo è meno conosciuto e causa poca preoccupazione perché, a differenza dell’inquinamento atmosferico o dell’acqua, ha effetti meno immediati sulla salute dell’uomo, che ne subisce gli effetti secondari.
I rifiuti che inquinano il suolo si possono distinguere in solidi, liquidi e gassosi. Quelli solidi sono la carta, il vetro, la plastica, le pile scariche, i medicinali scaduti; quelli liquidi sono gli insetticidi, i fertilizzanti, i concimi chimici, il mercurio, i medicinali liquidi scaduti, i liquidi di pile usate. I rifiuti liquidi risultano molto dannosi per l’ambiente perché riescono a raggiungere le falde acquifere sotterranee e possono danneggiare il loro equilibrio, che è molto delicato. I rifiuti gassosi sono quelli come il CFC delle bombolette spray. L’eccesso di azoto e tracce di metalli come arsenico, cadmio, piombo e mercurio possono danneggiare il metabolismo delle piante e la produttività dei raccolti. Queste sostanze chimiche, quando entrano nella catena alimentare, mettono a rischio la sicurezza del cibo, le risorse acquifere, il sostentamento rurale e la salute umana. L’inquinamento del suolo può causare danni allo sviluppo cerebrale dei bambini (piombo), danni ai reni e al fegato (mercurio), danni al sistema nervoso, mal di testa, nausea e problemi alla pelle. Nei casi più gravi può causare il cancro e la leucemia, quando nel suolo sono presenti sostanze molto tossiche (pensiamo al Triangolo della Morte di Acerra-Nola-Marigliano).

Anche quando si tratta di semplici bottiglie e cartacce, la pulizia dell’ambiente pubblico è una questione anche di dignità. Chi inquina l’ambiente in cui vivono altri lede la proprietà pubblica, e pubblica significa DI TUTTI. Non di nessuno, di tutti.

La sporcizia genera degrado; il degrado porta degrado e abbassa la qualità della vita di chi ci vive, è sintomo di ignoranza e incentiva altri comportamenti che danneggiano la comunità, come sostiene la Teoria delle finestre Rotte.
Per questo, la raccolta dei rifiuti sparsi per strada è il dovere civico di ogni cittadino.
So che a tutti piace dirsi che è compito del Comune, che ‘sì ma io pago le tasse’, che ‘non ce l’ho mica buttata io’, ma la realtà è che no, non è vero. La spazzatura la devi raccogliere, se la vedi, se non lo fai è come se l’avessi buttata tu. Raccogliere la spazzatura è una responsabilità del cittadino. Non vogliamo essere persone che si lamentano e basta e non fanno mai niente per risolvere i loro problemi, vero? Io mi lamento, certo, ma sono anche andata a raccogliere la spazzatura dei miei concittadini (basta usare dei guanti) e sto scrivendo questo articolo nella speranza che qualcuno capisca, senza etichettarmi come (concedetemi il francesismo) ‘cacacazzi ambientalista’. E anche se fosse, sono stata educata ad esserlo, per fortuna.

Torniamo un attimo alla questione del decoro. Abitiamo in un territorio meraviglioso, un posto in cui mezzo mondo sogna di vivere, che attira migliaia di visitatori ogni anno che rimangono senza fiato di fronte ai nostri paesaggi, che ci invidiano per quello che abbiamo. Immaginate queste persone, come si sentono, quando imboccano una stradina laterale fuori dal centro storico e vedono che la riva della strada è ricoperta di spazzatura brodosa incastrata tra i fiori e i cespugli. Che schifo. Questo non è sintomo “di una città viva”, è sintomo di una comunità incivile che dà per scontato tutto quello che ha la fortuna di avere e che non è interessata a tutelare il proprio futuro.
Dicendo questo non voglio condannare l’intera umanità, perché sia qui che in tanti altri posti ci sono tantissime persone che si interessano al problema e cercano di sensibilizzare quella parte di cittadinanza meno consapevole; le amministrazioni si prodigano spesso in iniziative lodevoli, ma credo che ci sia bisogno di fare qualcosa di più, e questo qualcosa di più deve venire dal basso. Dovremmo smetterla di vergognarci del fatto che ci preoccupiamo. Quante volte sono stata zitta quando gli amici lanciavano la loro spazzatura dal finestrino perché temevo di essere etichettata come ‘cacacazzi ambientalista’? Ma, sinceramente, anche se fosse? Chi se ne frega? Che problema mi crea essere una cacacazzi ambientalista? Nessuno, anzi. È vergognoso anche solo il fatto che esista ancora il termine ambientalista, perché esserlo dovrebbe essere una cosa scontata, oggi.
Sono nata e cresciuta a un passo dalla Svizzera, che è risultata essere il Paese più pulito del mondo. Aveva ragione mia mamma quando, passando la frontiera, osservava: “Guarda loro come tengono pulito! Appena entri in Italia… spazzatura ovunque!”. Buttare spazzatura per strada non ci rende persone libere dai rifiuti, ci rende persone sporche.

Fonti:

Protezione Civile: http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/inquinamento_suolo.wp

Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Inquinamento_del_suolo

https://www.environmentalpollutioncenters.org/soil/

FAO: http://www.fao.org/news/story/it/item/897263/icode/

Approfondimenti:

http://www.pollutionissues.com/Re-Sy/Soil-Pollution.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Bisfenolo_A

Nessun commento su La comunità sporca: c’è spazzatura ovunque

Serge Latouche e la sua idea di Europa. Intervista all’economista filosofo francese

Lunedì 7 luglio la Riserva Naturale del lago di Montepulciano ha accolto Serge Latouche, economista e filosofo francese di fama internazionale, ottenuta grazie alle sue teorie della decrescita felice, del…

Lunedì 7 luglio la Riserva Naturale del lago di Montepulciano ha accolto Serge Latouche, economista e filosofo francese di fama internazionale, ottenuta grazie alle sue teorie della decrescita felice, del convivialismo, del localismo e da sempre grande avversario dell’occidentalizzazione del pianeta. L’incontro, organizzato da Legambiente e dagli Amici del Lago di Montepulciano, si è rivelato un momento di condivisione delle tipiche tematiche della ricerca accademica di Latouche, ha spaziato su temi quali la biodiversità, l’autonomia agricola, resilienza e i processi di costruzione di un Biodistretto in Valdichiana.

Serge Latouche è conosciuto in tutto il mondo per le sue opere di antropologia economica e per la sua critica ai modelli di imperialismo culturale e all’utilitarismo. Noi de La Valdichiana lo abbiamo incontrato e gli abbiamo posto alcune domande per capire meglio le sue teorie anche in relazione a quello che è l’attuale scenario europeo.

Buonasera Serge, Lei “contesta” la visione del mondo occidentale che mette al primo posto il fattore economico come indicatore di benessere. Ma secondo lei quale potrebbe essere il modo migliore per parlare in termini di ricchezza, soddisfazione e appagamento?

“Questa idea di indicatore è un’idea tipicamente moderna e occidentale. Per secoli le civiltà occidentali, appunto, hanno vissuto con la concezione di avere un indicatore di benessere, non se questo è bene o è un male, ma so che, avere un indicatore è una grande ossessione. Che cosa significa essere felice al 50% o al 70%, questa è una cosa assurda e tutto è partito dal momento che si è detto che il consumo aveva un prezzo e che tutto si valuta con il denaro. Dobbiamo uscire da questa ossessione e per capire se stiamo bene basta dire: “Sei felice o non sei felice”?

Può dirci cosa ne pensa dell’Europa, in particolare delle ultime elezioni europee, e quali politiche ritiene debbano essere attuate per seguire le sue teorie?

“Per seguire le mie teorie, l’Europa dovrebbe andare in direzione totalmente opposta. Oggi, la parola più usata in Europa è la parola competitività, ma cosa significa competitività? Produrre ad un prezzo più basso del vicino? Va bene, ma se il vicino può cavarsela perché fa concorrenza usando il lavoro dei cinesi e le mie operaie accettano di avere un salario più basso pur di lavorare, non va bene. Non possiamo seguire tutti il vicino altrimenti il mondo non andrebbe da nessuna parte. Per avere il benessere si deve creare il malessere più forte e l’Europa, seguendo questa strada, sta sbagliando totalmente”.

Qual è il suo punto di vista su progetti di sviluppo internazionale promossi da ONG, come la FAO, per lo sviluppo nei Paesi del Terzo Mondo? Mi può dire una sua opinione su IFAD?

“La FAO ha avuto una visione ed è stata in grado di cambiare molto le cose. Per molti anni la FAO è stata in favore dell’agricoltura produttivista e di modernizzazione, mentre recentemente ha cambiato la sua visione, ha capito che per nutrire il mondo c’è bisogno di una agricoltura più biologica e questo mi sembra la visione più giusta”.

Lei teme il costo transazione verso il modello della decrescita, parlando in termini di disoccupazione, stato sociale e calo della popolazione? E una volta che le economia di scala salteranno ci sarà terra per tutti?

“Non sono ne agronomo ne profeta, ma come diceva Mahatma Gandhi: “La terra è abbastanza grande per soddisfare i bisogni di tutti, ma sarà sempre troppo piccola per soddisfare l’avidità di alcuni”. Dunque il problema non è che la terra non sopporterà una popolazione troppo grande, ma se i demografici dicono che la stabilizzazione della popolazione ci sarà nel 2050 a 10/12 miliardi è possibile che la terra non basterà e il problema non è che la popolazione di oggi è troppo forte, il problema è che molti hanno un’impronta ecologica troppo forte e se tutti vivevano come gli australiani ci sarebbe già troppa popolazione, mentre, viceversa, se tutti avessero vissuto come gli abitanti del Burkina Faso saremmo circa 23milioni e sarebbe stato un dato abbastanza sostenibile. Il problema non è la quantità di uomini è il consumo di alcuni uomini”.

La crescente obesità delle persone può essere legata a fattori di accesso al credito, alla pubblicità e alla obsolescenza programmata?

“È determinata dal sistema alimentare che risulta dal complesso agroindustria, della distribuzione attraverso i supermercati e dell’agricoltura industriale che fa dei prodotti con agricoltura basata su pesticidi, trasportati e venduti nei supermercati. Tali prodotti contengono troppi grassi cattivi, perché il grasso non è cattivo in se, dipende dal tipo, ed è il cattivo cibo che genera obesità. Non è la pubblicità o l’accesso al credito che genera obesità, la pubblicità induce a comprare ma non sempre sono prodotti di bassa qualità quelli che vengono pubblicizzati”.

Quali possono essere le strade per invertire la tendenza e raggiungere “l’arte di limitarsi”, come dice lei?

“L’arte di limitarsi è una cosa che dipende dalla disciplina personale, dall’educazione, del sistema d’informazione e dal risultato della creazione della mentalità. Siamo formati da un tipo di propaganda e si deve cambiare il tipo di propaganda che per anni ci hanno detto,che la dismisura doveva far parte dell’uomo e quindi tutte le culture cercavano di inquadrare questa dismisura. Di per se non è cattivo fare delle cose eccezionali che a sua volta portano a fare delle belle cose, ma è il fatto che tutte le cultura hanno cominciato ad imitarsi- Già nel XVII secolo Benville disse che siamo tutti sbagliati: “Dobbiamo liberare le passioni, l’avidità e la ricerca del potere”, quello che chiamavano “vizio” portava alla ricchezza pubblica, l’avidità era considerata una buona cosa ed il risultato è state persone come il “Lupo di Wall Street”, oppure Berlusconi che l’ha capita bene questa cosa – ride e conclude – Noi siamo troppo sulla strada della illimitatezza e quindi dobbiamo ritrovare i nostri limiti per vivere tutti meglio”.

Ringraziamo Serge Latouche per averci concesso questa bella intervista dove è stato espresso, in maniera semplice, quello che è il suo pensiero e come dovremmo comportarci per vivere tutti nel modo migliore.

Nessun commento su Serge Latouche e la sua idea di Europa. Intervista all’economista filosofo francese

Type on the field below and hit Enter/Return to search