La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

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Racconti di Veglia: il fantasma di Palazzo Ricci

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Questo non lo toccare!” Chissà come deve essersi sentito il Monsignor Montiani, quando toccando un libro contenente delle missive,…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Questo non lo toccare!”

Chissà come deve essersi sentito il Monsignor Montiani, quando toccando un libro contenente delle missive, si sentì arrivare un grosso ceffone, accompagnato da questo monito. Voltandosi, però, si rese conto che dietro le spalle non c’era nessuno. Ma che storia è questa?
Una storia di fantasmi, ovvio, una storia locale, riguardante un noto palazzo a Montepulciano, ormai modificato e suddiviso in varie funzioni, ma comunque carico di storia e memorie paesane.

Testimonianze e diffusione

Questa leggenda racconta la presenza di un fantasma a Palazzo Ricci, uno storico edificio di Montepulciano situato in Via Ricci, a poca distanza da Piazza Grande. Caratterizzato da un grande portale con una scalinata di pietra, dispone di un cortile interno con vista panoramica; opera dell’architetto Baldassarre Peruzzi, fu fatto erigere dal cardinale Giovanni Ricci nella metà del XVI secolo. Nel corso dei secoli ha avuto diverse funzioni e ha subito molte modifiche architettoniche, dovute ai passaggi di proprietà. Attualmente alcune parti del palazzo sono diventate sede dell’Accademia europea di Palazzo Ricci, emanazione del Conservatorio di musica e danza di Colonia, dove si svolgono corsi, concerti e masterclass. Altre parti sono invece destinate alla contrada di Talosa, che le utilizza principalmente durante la settimana degli eventi del Bravìo delle Botti. Infine, un’altra parte del palazzo fa parte della Cantina De’Ricci, una delle cantine più affascinanti del centro storico.

Le prime testimonianze del fantasma di Palazzo Ricci risalgono proprio ai tempi in cui l’edificio svolgeva principalmente la funzione di cantina e di fattoria per la produzione di Vino Nobile, almeno dagli anni ’60 e ’70: si parla di una misteriosa presenza che si aggira lungo le stanze e i corridoi del palazzo, responsabile di eventi inspiegabili e paranormali.

Esterno di Palazzo Ricci a Montepulciano

I racconti principali sono raccolti nel libro di Giorgio Harold Stuart “L’Italia dei Fantasmi”, dove un capitolo riguarda proprio Palazzo Ricci e la sua biblioteca ormai smantellata. Proprio in questa biblioteca era custodito un manoscritto, chiamato il “Libro dello schiaffo”: un nome curioso, anche perché non si trattava di un vero e proprio libro, ma di una raccolta di missive scritte dal Monsignor Ricci a una sua fantomatica nipote che si trovava a Roma. Secondo la leggenda popolare, nessuno era capace di leggere queste missive: ogni volta che qualcuno tentava di leggere il libro, si veniva presi a scossoni, oppure il libro scappava dalle mani, oppure ancora si subiva uno schiaffo da una figura spettrale. Sempre nel volume di Giorgio Stuart si racconta questo aneddoto: una donna terrorizzata che provò a leggere le missive e a prendere appunti, una sera come tante, si ritrovò a essere scossa sulla sua sedia, spintonata e la cartella contenente le memorie le si chiuse da sola tra le mani; quando provò a riaprirla, le scivolò via da esse come se le fosse stata sfilata da qualcuno invisibile. La luce si spense inspiegabilmente, la donna svenne qualche minuto per lo spavento, e quando si riprese lasciò tutto com’era e telefonò al sig. Stuart, noto esperto di paranormale. Al loro ritorno la mattina successiva in archivio, non trovarono più nulla a terra, ma tutto messo correttamente in ordine; l’unica altra persone presente nel palazzo quella sera era la cuoca e non poteva essere la responsabile, in quanto analfabeta, della corretta ubicazione del fascicolo denominato R23, Carteggi Privati di S.E.1539.

L’altra vicenda citata in apertura racconta del Monsignor Montiani, che aveva ricevuto l’incarico di riordinare alcuni preziosi ed antichi dell’archivio. Come altri prima di lui rimase affascinato da ciò che potevano contenere tali missive, si mise comodo sulla poltrona e iniziò a leggere, quando a un tratto, alzando gli occhi e spingendosi gli occhiali sulla fronte, vide chiudersi violentemente con suo grande stupore il libro, ricevendo uno clamoroso schiaffo su una guancia, mentre una misteriosa voce sussurrava “Questo non lo toccare!”

Queste non sono le uniche leggende popolari legate al libro con le missive; secondo un’altra testimonianza, avvenne una volta che un prete aprì il libro durante una visita a Palazzo Ricci. Dapprima spintonato, il libro chiusosi da solo tra le mani con una forza tale da far saltare il laccetto, il parroco continuò ad andare avanti non rispettando l’avvertimento, ricevendo quindi un sonoro ceffone. Il prete stava per restituire lo schiaffo al chierichetto, pensando fosse stato lui, ma si accorse che non avrebbe potuto essere il responsabile, trovandosi dalla parte opposta della sala. Le minacce non finirono, entrambi si sentirono spintonati fino alla porta dell’archivio, lasciando la sala terrorizzati.

Il “Libro dello Schiaffo” non è l’unica testimonianza del fantasma di Palazzo Ricci, in quanto esistono altri racconti di fenomeni paranormali che sono avvenuti tra queste mura. Come ci ha raccontato il fratello dell’ex-fattore, una volta una porta si chiuse a chiave da sola: pensando che potesse trattarsi solamente di un colpo di vento che l’aveva fatta sbattere, furono costretti a usare gli attrezzi per aprire una porta in una rimessa dove non era bastato nemmeno piegare il grimaldello per impedire una chiusura non voluta. Ci sono inoltre testimonianze di una cameriera storica, sentita camminare con il suo passo tipico da una stanza all’altra come se avesse continuato a svolgere le sue mansioni dopo la morte; si dice inoltre che si aggiri ancora per il cortile la Marchesina con il suo cane, facendo sentire i passi insieme al campanello legato al collo dell’animale. Chiavi tintinnanti, passi misteriosi e rumori incomprensibili sono frequenti nei racconti e nelle testimonianze di chi ha vissuto a Palazzo Ricci, anche se attualmente non vi sono stati più casi paranormali, come se i fantasmi fossero definitivamente scomparsi.

Caratteristiche ed analisi

Chissà cosa contenevano le missive del “Libro dello Schiaffo”, importanti al punto, secondo la leggenda, da essere protette anche dopo la morte di Monsignor Ricci? Secondo le dicerie dell’epoca, forse le lettere non erano state inviate a una nipote, ma ad un’amante romana; secondo altre dicerie riportate nel volume di Stuart, potevano essere addirittura lettere galanti indirizzate a un altro Cardinale. Storie d’amore proibite di questo tipo possono sollecitare la fantasia e si ammantano di un’aura di mistero e segretezza con il passare degli anni. Il fantasma che proteggeva questo segreto, infatti, potrebbe essere stato utilizzato come spiegazione paranormale per tutte le stranezze avvenute a Palazzo Ricci nel corso del tempo.

Quando si parla di case stregate, la presenza di fantasmi può essere spiegata dall’antichità dei luoghi e da fenomeni naturali, alimentati dalla suggestione degli abitanti:  le gallerie di tufo sotterranee possono essere fonti di rumori vari e costanti, fino a sembrare lamenti. Addirittura alcuni gas sprigionati da elementi naturali possono condurre ad allucinazioni visive o uditive. Se la diceria della casa stregata si diffonde, può alimentare fenomeni di imitazione e sviluppare ulteriori testimonianze, portandoci a considerare come paranormali altri fenomeni a cui non avremmo dato peso: se la storia attira, può fare leva sulla mente delle persone, alla ricerca di qualcosa fuori dall’ordinario.

La storia del fantasma del Palazzo Ricci riassume i tratti tipici della “casa stregata” o della “casa infestata”, una particolare tipologia di racconto sovrannaturale in cui un’abitazione è coinvolta in presunti eventi paranormali. Tali racconti sono così ricorrenti da attraversare la storia e la letteratura in innumerevoli forme: già ai tempi dei romani venivano infatti scritte storie su case stregate, così come ne “Le mille e una notte”. In tutte queste storie, le abitazioni (che possono essere case, castelli, ville o palazzi) sono abitate dagli spiriti degli abitanti passati, e le attività sovrannaturali da loro prodotte sono fatte risalire a eventi violenti accaduti in tali luoghi o a segreti che non devono essere rivelati. Dei conflitti irrisolti, quindi, legano i fantasmi (o le anime dei deceduti) a tali edifici e causano problemi ai nuovi proprietari: si passa da innocui dispetti ad atti più ostili come il lancio di oggetti, fino ai casi più estremi in cui le entità sono spinte ad atti malvagi e crudeli.

Nella letteratura dell’orrore la casa stregata è un elemento narrativo ricorrente, che ha raggiunto il suo apice nel XVIII e nel XIX secolo, particolarmente utilizzata nelle trame dei romanzi gotici: basti pensare a “La caduta della casa degli Usher” di Edgar Allan Poe, “Il giro di Vite” di Henry James  o “Il castello di Otranto” di Horace Walpole. Palazzi infestati dai fantasmi sono molto frequenti nelle leggende popolari in tutta Italia e non solo, con una vastissima varietà di casi paranormali e vicende particolari. Proprio in virtù della lunga storia di queste abitazioni, possono portarsi dietro racconti del passato e tramandarli tra le generazioni, contribuendo ad alimentarle e a diffonderle.

Il successo e la diffusioni di queste tipologie di storie non sono casuali. A quanti di noi è capitato di effettuare delle “prove di coraggio” durante l’infanzia, magari assieme a un gruppo di amici, intrufolandosi in qualche casa abbandonata solo perché si era diffusa la diceria che fosse presente un fantasma? Queste storie fanno parte della nostra esperienza e del nostro vissuto, perché colpiscono paure e timori che tutti noi possiamo condividere, ovvero quelli di sentirsi insicuri anche all’interno della nostra stessa abitazione.

Influenze nella cultura pop

Dal momento che la casa stregata è presente in tutta la nostra letteratura e fa parte di innumerevole leggende popolari, ha una grandissima influenza nella cultura attuale e nella nostra vita. Il cinema ha spesso sfruttato questo tema: prima di arrivare al più recente “Crimson Peak” (pellicola del 2015 di Guillermo del Toro di chiara ispirazione gotica) e al classico “Haunting – Presenze” (film del 1999 di Jan de Bont con Liam Neeson e Catherine Zeta Jones), la citazione più importante se la merita “La casa dei fantasmi” del 1959 di William Castle, vero e proprio masterpiece del genere:

Il cinema horror ha sfruttato in maniera così capillare il tema che risulta difficile rendere giustizia alla vastità delle pellicole dedicate all’argomento. A nostro avviso, tuttavia, una citazione particolare la merita “La Casa” di Sam Raimi del 1981, che diventò un vero e proprio cult-movie capace di sviluppare storie successive e serie televisive dedicate.

Anche il mondo della musica ha affrontato questo tema: Michael Jackson, nel suo mediometraggio Ghost del 1996, di cui pubblichiamo un assaggio, vive in una casa stregata:

Nel mondo dei videogiochi, con la loro possibilità di immergersi nella narrazione e di vivere in maniera interattiva l’esperienza, la casa stregata è particolarmente adatta ai giochi “survival horror”. Il primo “Alone in the Dark” del 1992 della Infogrames, che ha dato vita a una serie di successo, era ambientato proprio in una villa infestata.


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Racconti di veglia: Barbarossa e il fantasma del toro bianco

“Stai lontano dal fosso che c’è il toro bianco!” La leggenda popolare di cui vi parliamo in questo racconto di veglia si riferisce a uno spettrale toro bianco che appariva…

“Stai lontano dal fosso che c’è il toro bianco!”

La leggenda popolare di cui vi parliamo in questo racconto di veglia si riferisce a uno spettrale toro bianco che appariva durante la notte nei pressi del Canale Maestro della Chiana. Il fantasma di una chianina, la razza bovina gigante che caratterizza il territorio della Valdichiana, e che spaventava i contadini dei dintorni che incautamente si avvicinavano al corso d’acqua che taglia la valle.

Secondo le storie popolari, non era il fantasma di un toro comune, bensì rappresentava l’anima di Barbarossa: l’Imperatore Federico I Hohenstaufen del Sacro Romano Impero, che proprio in queste terre era passato durante le campagne militari italiane e aveva lasciato un tesoro nascosto nelle campagne. Lo spettrale toro era quindi un guardiano del tesoro del Barbarossa e appariva di notte per spaventare chi si avvicinava troppo al segreto, costringendolo con la sua possente statura a tornare indietro.

Qual è il significato di questa leggenda e quanto è diffusa nel nostro territorio? Si tratta di una storia inventata per spaventare i bambini oppure di un’allucinazione notturna? Esiste davvero un tesoro nascosto collegato all’Imperatore Barbarossa in Valdichiana?

Testimonianze e Diffusione

I racconti che parlano della leggenda del fantasma del toro bianco non sono molto diffusi: mi sono imbattuto in testimonianze orali e racconti dell’epoca contadina del secondo dopoguerra, che fanno risalire gli avvistamenti di questo animale spettrale nelle immediate vicinanze del Canale Maestro della Chiana, tra i Comuni di Montepulciano, Sinalunga e Cortona. La zona è quella che attraversa le campagne tra Valiano e le Chianacce, nelle località adiacenti Poggio Fasciano e Poggio Martino: terreni che nella metà del XX secolo facevano parte delle grandi fattorie condotte a mezzadria dai contadini della Valdichiana, lontani dai principali centri urbani.

Secondo le testimonianze orali, gli avvistamenti del fantasma avvenivano durante la notte nei terreni adiacenti al principale corso d’acqua che divideva le fattorie, su cui i contadini avevano costruito una passerella di legno per facilitare il passaggio e per evitare di risalire il fosso fino al ponte di Valiano. Il toro bianco appariva come una presenza spettrale nei pressi del Canale Maestro della Chiana e spaventava i passanti: non li assaliva, ma la sua stazza era sufficiente a terrorizzare i contadini, costringendoli a cercare dei percorsi alternativi nelle campagne. Era a tutti gli effetti un gigante bianco, come la razza chianina allevata dai mezzadri nelle fattorie della zona, ma senza segni di riconoscimento né di addomesticamento, che compariva soltanto di notte.

La sua apparizione, sempre secondo la leggenda orale, era legata alla presenza del tesoro dell’Imperatore Barbarossa, che avrebbe dovuto trovarsi nei pressi di Poggio Martino, sepolto sotto una cantina di quello che una volta era stato un convento. Il tesoro comprendeva monili dorati, monete e pietre preziose, nascoste dalle truppe di Barbarossa durante il passaggio per la campagna militare in Italia del XII secolo. Dal momento che all’epoca la Valdichiana presentava un territorio paludoso, le truppe dell’imperatore proseguirono con le barche fino al ponte di Valiano e lasciarono il tesoro nel poggio che spuntava dall’acqua. Dopo la bonifica della Valdichiana, il tesoro poteva essere più facilmente trovato dai contadini, che avevano accesso al poggio attraverso i campi bonificati: pertanto l’apparizione del fantasma del toro bianco rappresentava l’anima dell’Imperatore Barbarossa che continuava a difendere il suo tesoro.

La diffusione di questa leggenda si limita al territorio di Cortona, Bettolle e Montepulciano, nei pressi del Canale Maestro della Chiana e non siamo ancora riusciti a risalire a eventuali testimonianze simili, che ci possano permettere di ampliarne la diffusione. Esistono tuttavia leggende che presentano delle similitudini in Valdichiana e dintorni, come ad esempio quella del tesoro di Porsenna: anche in questo caso, il sovrano di Chiusi avrebbe lasciato dei preziosi cimeli che non sono mai stati ritrovati.

Un’altra somiglianza possiamo trovarla in una leggenda popolare raccolta da Carlo Castellani nel libro “Misteri”: il racconto parla di un cavallo spettrale montato dal fantasma di un soldato napoleonico, che appariva nei pressi di Valiano. Il soldato, presumibilmente morto durante la campagna napoleonica di fine XVIII secolo, spaventava i contadini e i passanti. Secondo alcune versioni della storia, voleva tenerli alla larga dal proprio tesoro: una cassetta di ferro con monete raffiguranti l’effige dell’Imperatore Napoleone.

Infine, una ulteriore somiglianza può essere trovata nella storia popolare raccolta da Carlo Lapucci nel libro “Le leggende della terra toscana“, nella zona di San Giovanni Valdarno, a nord di Arezzo. Secondo questo racconto, nelle notti senza luna o nelle giornate di nebbia, una carrozza spettrale appariva nei pressi del fiume Arno, con una figura diabolica come cocchiere e un signore vestito di nero all’interno della carrozza. Si dice che il viaggiatore spettrale fosse un uomo malvagio che, avendo accumulato un grande tesoro e avendolo nascosto nei pressi dell’Arno, uccise il cocchiere perché ne fosse in eterno il guardiano. Quando morì anche lui, fu sepolto nella terra consacrata, ma al mattino il corpo veniva sempre trovato fuori; così durante una piena dell’Arno lo gettarono in acqua. Da quel momento il fantasma del cocchiere, durante le notti più scure o i temporali più intensi, va a prendere il fantasma del padrone e lo porta a visitare il tesoro nascosto.

Anche se non si tratta della stessa leggenda, possiamo notare delle somiglianze che possono far pensare alla diffusione delle storie popolari durante le veglie contadine. Nei casi sopra citati, sono infatti ricorrenti le figure di imperatori, sovrani o persone dotate di ricchezza e potere che seppelliscono dei tesori nelle campagne lungo i principali corsi d’acqua e che li fanno proteggere da spaventosi fantasmi.

Federico Barbarossa ha lasciato molte tracce del suo passaggio nella storia italiana

Caratteristiche e Analisi

La leggenda del fantasma del toro bianco, per quanto limitata a una porzione ristretta del nostro territorio, ci permette di prendere in considerazione alcuni dei tratti più distintivi della Valdichiana: il guardino spettrale del tesoro dell’Imperatore Barbarossa era infatti proprio un toro di razza chianina, il gigante bianco che caratterizza l’allevamento delle nostre campagne. Una figura ben conosciuta dai nostri contadini, ma la cui stazza poteva spaventare chiunque se fosse apparsa nella notte di fronte a un corso d’acqua. È inoltre ben presente la storia della bonifica, con gli isolotti che si stagliavano sopra l’acqua in epoca medievale che diventano poggi o colline dopo la riconquista dei terreni bonificati e la sistemazione delle opere idrauliche in tutto il territorio.

Una possibile spiegazione all’origine di questa leggenda, che accomuna anche i racconti del cavallo spettrale di Napoleone e della carrozza fantasma del Valdarno, è la funzione di monito che tali storie potevano avere nei confronti delle generazioni più giovani che abitavano nelle campagne e che potevano sottovalutare il rischio dato dai corsi d’acqua, soprattutto di notte o nei momenti di piena. Secondo le testimonianze orali, lo spettro del toro bianco teneva lontani i contadini non solo dal tesoro del Barbarossa ma anche dal Canale Maestro della Chiana, perché di notte si poteva rischiare di cadere dalle passerelle e annegare nelle acque. La passerella che collegava le due sponde del canale non era un passaggio sicuro come quello di Valiano e, soprattutto in inverno, poteva rappresentare un passaggio pericoloso per i ragazzi più incauti. Lo spettro del toro bianco poteva quindi assolvere alla funzione di racconto utile per spaventare i bambini durante le veglie notturne e spingerli a tenersi lontani dai pericoli.

La parte della leggenda riferita al tesoro dell’Imperatore Barbarossa, inoltre, ci permette di affrontare un’altra importante analisi e di comprendere quanto il passaggio delle compagnie militari potessero scandire il passaggio del tempo nella memoria collettiva delle campagne. La civiltà contadina, che per molti secoli si è mantenuta sempre simile a sé stessa in una sorta di tempo ciclico scandito dalle stagioni e apparentemente immutabile, manteneva con forza il ricordo del passaggio delle truppe militari, che salivano o scendevano lungo l’Italia verso battaglie più o meno lontane. Le vite dei contadini venivano quindi toccate dalle truppe di passaggio, dai grandi condottieri o sovrani delle diverse epoche, contribuendo a formare una memoria collettiva delle campagne. Il passaggio delle truppe dell’Imperatore Barbarossa del XII secolo, le compagnie napoleoniche alla fine del ‘700, le soste di Garibaldi e dei suoi uomini, il passaggio del fronte nel 1944 e gli scontri tra partigiani e nazifascisti: questi eventi non sono presenti soltanto nelle storie dei borghi e dei centri abitati del territorio della Valdichiana e dintorni, ma anche nella memoria collettiva delle campagne che ne hanno assistito al passaggio (come ricorda anche la Festa del Barbarossa di San Quirico d’Orcia). I tesori lasciati dagli imperatori o dei condottieri di passaggio sono quindi dei monumenti, nel senso originale di testimonianza e di ricordo di un evento storico che spezzava l’apparente monotonia della vita delle campagne.

Il tesoro dell’Imperatore Barbarossa, al centro del racconto del toro bianco spettrale, non è mai stato ritrovato, al pari di quello di Lars Porsenna. Forse è stato ritrovato sotto qualche cantina di Poggio Fasciano o di Poggio Martino, magari è stato nuovamente seppellito dai contadini per timore che i reperti storici potessero indurre i padroni delle fattorie a scacciarli dai poderi in cui abitavano. Oppure si tratta soltanto di una storia popolare senza fondamento, utile soltanto per ricordare il passaggio delle truppe dell’Imperatore del Sacro Romano Impero in Valdichiana.

Carrozze spettrali e cavalli spettrali sono spesso legate ai fiumi

Influenze nella cultura Pop

Dal momento che la leggenda del toro bianco è fortemente limitata al ristretto territorio di cui abbiamo testimonianza, le influenze nella cultura popolare odierna sono molto rare. Lo spirito del sovrano germanico racchiuso nel gigante bianco ci può far pensare a una delle figure più famose della mitologia greca, ovvero Zeus. Fu proprio il sovrano dell’Olimpo ad assumere le sembianze di un toro bianco per sedurre Europa e portarla a Creta, dove diventò la prima regina dell’isola e diede luce al grande sovrano Minosse. Il rapporto con la razza bovina è molto frequente nella mitologia greca, basti pensare alla figura del Minotauro e alla storia di Io tramutata in giovenca; miti e leggende che hanno raggiunto la loro forma più divertente nella serie animata giapponese Pollon:

La carrozza spettrale della versione raccontata nel Valdarno può invece essere collegata a uno dei film più importanti nella storia del cinema: Nosferatu il vampiro, pellicola tedesca del 1922 antesignana del genere horror. In questa scena il protagonista supera il ponte, incurante delle superstizioni dei paesani, e viene raggiunto dalla carrozza spettrale del Conte Nosferatu:

Infine, la versione della storia incentrata sul cavallo spettrale e sul soldato napoleonico, non può che farci pensare alla figura del Cavaliere senza testa di Sleepy Hollow. Si tratta di un personaggio centrale del folclore europeo: un cavaliere decapitato nel corso di una battaglia, divenuto un fantasma senza testa a cavallo di un destriero spettrale, che vaga tra boschi e campagne alla ricerca di una nuova testa, terrorizzando e decapitando gli abitanti. L’unico modo per salvarsi è quello di oltrepassare il ponte di Sleepy Hollow, perché il fantasma non può oltrepassare l’acqua corrente e perde tutti i suoi poteri. La versione più famosa della leggenda del cavaliere senza testa è sicuramente il film di Tim Burton del 1999:

Per finire, una curiosità che è entrata a far parte delle leggende urbane molto diffuse su internet ai nostri tempi: in Texas, nella strada che porta a Brownsville durante le ore notturne, si narra che appaia una mucca fantasma in mezzo alla strada. Lo spettro dell’animale costringe i malcapitati guidatori a frenate o manovre pericolose, con il rischio di aumentare gli incidenti stradali. Un supposto fenomeno paranormale che non ha delle testimonianze facilmente verificabili, ma che mostra delle curiose analogie con il toro bianco della Valdichiana.


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Racconti di veglia: Halloween e la Morte Secca

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Stanotte non affacciarti alla finestra, perché c’è la processione dei morti e loro ti potrebbero portare via” Questo era…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Stanotte non affacciarti alla finestra, perché c’è la processione dei morti e loro ti potrebbero portare via”

Questo era il monito che le nonne chianine, ma non solo, davano ai nipoti durante le notti dal  31 Ottobre al 2 Novembre, notti in cui secondo la tradizione le anime dei morti tornano sulla terra, una credenza che si trova anche alla base della festa di Halloween. Sono questi i giorni in cui si legano diverse festività e tradizioni, legate da alcuni interessanti fili conduttori: la notte di Halloween del 31 Ottobre, la festa di Ognissanti del 1 Novembre e la Commemorazione dei Defunti del 2 Novembre.

Nella tradizione cristiana più antica, alla vigilia di Ognissanti le anime dei defunti venivano liberate dal purgatorio per 48 ore, per rigenerare il ciclo della vita. Assistere alla processione dei morti che si tiene nelle notti di Halloween è un presagio infausto, perché i mondi dei vivi e dei morti non devono entrare in contatto diretto, altrimenti si correrebbe un grave pericolo. La processione delle anime del purgatorio poteva essere sentita e vista solo da chi non ricordava che giorno fosse e non avesse commemorato i propri defunti. La leggenda parla chiaro: i morti condannati all’oblio dai parenti ingrati, si sarebbero vendicati e li avrebbero portati con loro ed è per questo motivo che fuori dalle case veniva lasciato cibo e vino in loro onore.

Sempre per questo motivo il giorno dei morti nella tradizione cristiana, il 2 Novembre, è il giorno consacrato alla preghiera per le anime del purgatorio. Ognissanti e il giorno dei morti vengono celebrati all’incirca dal III secolo e furono introdotti ufficialmente nel calendario cristiano nel VII secolo; tuttavia, le credenze relative alla notte di Halloween e alle festività per celebrare i defunti sono ancora più antiche e ampiamente diffuse.

Testimonianze e Diffusione

L’usanza di Halloween è legata alla famosa leggenda dell’irlandese Jack, un fabbro astuto, avaro e ubriacone, che per tutta la sua vita ingannò il diavolo per salvarsi l’anima. Ottenne addirittura la promessa di non essere mai accettato all’Inferno, ma, al momento della morte, per via della sua vita piena di peccati, non venne neppure fatto entrare in Paradiso. La vendetta del diavolo fu quella di lasciarlo vagare come anima tormentata, gettandogli un tizzone ardente contro il freddo, che Jack mise all’interno di una rapa per scaldarsi. Da quel momento Jack viene rappresentato con una zucca su cui viene intagliata una faccia, chiamata “Jack -o’-lantern”.

L’usanza di intagliare le zucche in questa maniera, diventata uno dei simboli della festa di Halloween, è in realtà molto antica e ben radicata in molte zone. La rapa è stata usata come una lanterna per ricordare le anime bloccate nel Purgatorio, come nella storia di Jack, sia in Irlanda che in Scozia, per poi essere sostituita da una zucca dopo l’immigrazione in Nord America.  La festa americana infatti altro non è se non la riproposizione, rivista e corretta, della festa celtica che veniva celebrata il 31 ottobre, capodanno celtico e termine di passaggio dalla stagione estiva a quella invernale.

La zucca è ben presente nella cultura contadina della Toscana, infatti per molto tempo nelle nostre campagne si è tramandata l’usanza di intagliare questi ortaggi per creare delle facce grottesche mediante il gioco dello “Zozzo” o della “Morte Secca”.  Nel periodo compreso tra agosto e ottobre (più frequentemente d’estate) si svuotava una zucca, le si intagliavano delle aperture a forma di occhi, naso e bocca; all’interno si inseriva poi una candela accesa. La zucca veniva posta fuori casa, nell’orto, in giardino ma più spesso su un muretto, dopo il tramonto; per simulare un vestito le si applicavano degli stracci o addirittura un abito vero e proprio. In questo modo avrebbe avuto le sembianze di un mostro provocando un gran spavento nella vittima dello scherzo, in genere uno dei bambini, mandato fuori casa con la scusa di andare a prendere qualcosa.

Questo inquietante personaggio veniva popolarmente soprannominato “Morte Secca”, diventando a tutti gli effetti una versione toscana della leggenda di Jack-o’-lantern. Nonostante le sue raccapriccianti sembianze, questo fantoccio possedeva una funzione positiva e bene augurante: serviva ad allontanare le paure, a divertire i bambini che di notte lo portavano in giro cantando filastrocche e a tenere lontani malefici e spiriti maligni. In questo senso può anche ricordare un’altra tradizione locale, quella del befano, che veniva utilizzato per le burle nel periodo dell’Epifania.

La Morte Secca veniva usata anche per festeggiare la nostra versione di Halloween, attraverso un rituale che si svolgeva alla vigilia di Ognissanti. Si prendeva una zucca (o in alternativa una rapa), si estraeva la polpa con un cucchiaio e le si intagliavano i denti e gli occhi; quindi vi si accendeva all’interno una grande candela arancione o dorata a base larga, poggiata su un piatto, e la si lasciava bruciare fino all’alba. Questo rituale serviva per assicurare buona fortuna alla famiglia per tutto l’anno, in quanto la Morte Secca veniva messa fuori dalle finestre o dalle porte con l’intento di spaventare gli spiriti cattivi.
La Morte Secca toscana non è l’unica versione locale di Halloween: le usanze relative alla festa dei morti sono presenti in molte regioni d’Italia. In Piemonte e in Val d’Aosta, ad esempio, veniva presentata una sontuosa tavola per far cenare i defunti: i partecipanti facevano visita al cimitero per lasciare posto ai morti risorti tornati in visita nelle rispettive abitazioni. Sempre in Piemonte si aggiungeva un piatto a tavola, destinato al defunto che veniva a far visita ai vivi nella notte tra l’1 e il 2 Novembre. In alcuni paesi della Lombardia, invece, durante quella notte si lasciava sul davanzale una zucca riempita di vino. Nelle campagne di Cremona ci si alzava presto e si riassettavano i letti, in modo da far riposare le anime dei defunti su di essi.

In Friuli e Veneto era diffusa la tradizione di intagliare zucche con fattezze di teschio, e la credenza che nella notte dei morti questi potessero uscire dalle tombe e muoversi in processione. In Abruzzo e in Calabria si decoravano le zucche e i ragazzi di paese bussavano, di casa in casa, chiedendo offerte per le anime dei morti (una tradizione che ricorda da vicino il “dolcetto o scherzetto” dell’attuale Halloween); similmente accadeva in Campania, dove si chiedeva la questua in giro, con una cassetta di cartone a forma di bara. In Molise e in Puglia era usanza diffusa quella di lasciare delle porzioni a fine di una grande cena, fuori dalle porte o dalle finestre, per le anime che sarebbero venute in visita.

In Puglia nella notte tra l’1 e il 2 Novembre si celebra la notte del “Fucacost”, in cui vengono accesi dei falò davanti a ogni casa per illuminare la strada ai defunti; sulla brace viene poi cucinata la carne che viene mangiata in strada con i passanti. Anche in Sardegna era diffusa l’usanza di cenare a casa con la famiglia durante la notte dei morti; a fine pasto, però, non si sparecchiava, ma si lasciava tutto intatto per gli spiriti dei defunti che sarebbero tornati a visitare la casa. Anche in questo caso i bambini erano soliti andare in giro per il paese a bussare alle porte, ricevendo in cambio dolcetti, frutta secca e denaro, imitando i morti in visita alle case.

Per finire, in Sicilia si è tramandata una versione particolare, chiamata “Fiera dei Morti”, in cui tutti i bambini ricevono dei doni durante la mattina del 2 Novembre, a patto però che si sveglino all’alba e che siano capaci di scovare il loro nascondiglio.

Caratteristiche ed Analisi

Questa carrellata di usanze locali ci permettono di notare dei tratti distintivi che accomunano le varie regioni d’Italia e che ci consentono di trovare relazioni con l’attuale festa di Halloween, dalla Morte Secca fino alla processione dei morti. Innanzitutto, alla base delle diverse festività contenute tra il 31 Ottobre e il 2 Novembre c’è la necessità di celebrare i propri defunti.

La stessa tipologia del nome “Halloween” deriva da “All Hallows’ Eve”, ovvero la “Notte di tutti gli spiriti sacri” che è la vigilia di Ognissanti. Per quanto l’attuale festa sia stata resa famosa in tutto il mondo dalla cultura statunitense, in realtà le sue radici risalgono alle tradizioni europee e le diverse forme locali dimostrano una vasta diffusione anche nelle regioni italiane. Alla base di questa credenza c’è il rapporto tra la vita e la morte, soprattutto in un periodo come quello di metà autunno in cui, secondo i riti agresti della civiltà contadina, i campi vanno a riposarsi in attesa della rinascita primaverile. L’11 novembre, il giorno di San Martino, finiva l’annata agraria e festeggiando Halloween si ricordava anche questo evento: da quel momento in poi, contavano solo i semi che riposavano sotto la terra dei campi arati. La credenza che i morti possano tornare in vita è ampiamente diffusa, e la notte di Halloween è tradizionalmente quella in cui i defunti (sotto forma di spiriti o di creature in carne ed ossa) possono tornare in vita.

Tale evento è vissuto tendenzialmente come nefasto, perché altera il normale svolgimento delle cose (a differenza delle messi che tornano in vita, le persone rimangono morte), ma è ricorrente l’idea che i vivi debbano mostrare timore nei confronti dei morti, o perlomeno rispetto e commemorazione. In molti dei casi sopra citati la tradizione prevede l’allestimento di pasti o cene dedicate ai morti, la sistemazione di letti o di percorsi per facilitare loro la via: i morti non devono quindi essere scacciati ma rispettati, per evitare di ricevere maledizioni.

Altro tipico rituale della festa di Halloween è il legame con i dolci. I bambini che effettuano i riti di questua, imitando la processione dei morti, chiedono dei dolciumi agli abitanti per evitare degli “scherzetti”. Le feste dei morti sono caratterizzate da dolci tipici, che di solito contengono ingredienti semplici come farina, uovo e zucchero; spesso sono presenti mandorle, cioccolato, marmellata o frutta candita. Dolci tipici sono il “Pan coi Santi“, le “Ossa dei Morti” (a Montalcino sono dei biscotti rotondi di farina, zucchero, chiara d’uovo e mandorle, che devono risultare rigorosamente bianchi d’aspetto) oppure le “Fave dei Morti” (biscotti di forma ovale con farina di mandorle, pinoli, albume d’uovo, zucchero e buccia di limone).

Anche l’usanza di mascherarsi nel giorno di Halloween è messa in relazione alla credenza che i defunti possano risorgere per insidiare i vivi. Le persone erano solite indossare maschere e travestimenti, specialmente chi tornava a casa dopo una giornata di lavoro, per evitare di essere riconosciuti e rapiti dagli spiriti maligni; i volti erano anneriti con la fuliggine e i vestiti indossati alla rovescia, per sfuggire agli scherzi di streghe, fate e folletti. Tuttora ci si traveste la notte di Halloween, quando si crede che i confini tra la vita e la morte siano più flebili, per evitare che gli spiriti dei defunti ci riconoscano tra i viventi e che possano nuocerci in qualche modo.
In un contesto del genere è facile capire perché la notte dei morti sia anche considerata una delle più favorevoli per le divinazioni, in quanto l’energia magica e la presenza di spiriti è fortissima. A tal proposito abbiamo trovato molte usanze divinatorie riguardanti l’amore, ma quella che ci sembra più simpatica da narrare è la divinazione dell’aringa. Si dice che se una giovane o un giovane, prima di andare a dormire la notte di Halloween, mangia un’aringa salata cruda o arrostita, il futuro marito o la futura moglie, apparirà in sogno portando da bere per calmare la sete del sognatore. Se qualche lettore o lettrice volesse provare, saremo ben lieti di confermare o meno la verità della predetta diceria.

Influenze nella cultura Pop

Nella tradizione odierna Halloween si ritrova ovunque, dal famosissimo “Nightmare Before Christmas” di Tim Burton (che mette in luce la continuità tra la festa dei morti e la tradizione del Natale) al più recente “Coco” della Disney, ambientato nella tradizione messicana del “Dias de los Muertos”.

La saga cinematografica più famosa è appunto “Halloween”, composta per adesso da 11 film, tutti ambientati nella notte di Halloween, con un unico capitolo senza il serial killer Michael Myers. La lista sarebbe infinita, da “La leggenda di Sleepy Hollow”, a “Piccoli Brividi“, tutti trattano il tema specifico, ma comunque ci sentiamo di consigliare “I Tre Volti della paura”, episodio “La Goccia”: il film in originale si chiama Black Sabbath e ha ispirato il nome della famosa band di Ozzy Osbourne.

Non solo Black Sabbath: anche il gruppo power metal “Helloween” di Amburgo trae il suo nome da questa festa. Secondo l’ex chitarrista Kai Hansen, il nome fu proposto dal bassista Markus Großkopf la sera di Halloween del 1984, giocando sull’assonanza con Hellish Music che i giovani si proponevano di fare. Il gruppo sfruttò questa assonanza: Hansen scrisse una suite di oltre 13 minuti intitolata Halloween, contenuta nel loro secondo album in studio, “Keeper of the Seven Keys Part I”, mentre il loro EP di esordio (Helloween) era introdotto da una breve successione di melodie registrate da una radio, tra cui “Happy Happy Halloween”, sull’aria di “London bridge is falling down”. Jack’o’lantern è una figura ricorrente in tutte le loro copertine (la stessa “o” di Helloween è rappresentata come una zucca maligna).

Nella letteratura oltre i migliaia di libri horror nati come “Penny Dreadful”, ovvero le pubblicazioni periodiche sensazionalistiche che raccontavano storie crude e gotiche, citiamo uno splendido Robert Burns, che, nel poemetto propriamente intitolato “Halloween” (1785), racconta e celebra l’apoteosi della superstizione celtica.

Conclusioni

Oggi Halloween è diventata una festa puramente commerciale, con maschere di plastica, cappelli neri e generici richiami ai mostri e alle storie del terrore. Anche da noi i bambini vanno in giro per le case a recitare la famosa frase “Dolcetto o scherzetto”, la versione italiana del “Trick or treat” anglo-americano. Come accaduto per altre feste del calendario, si rischia di dimenticare la reale antichità di queste tradizioni e di come siano legate strettamente al nostro passato.

Nonostante l’eccessiva banalizzazione commerciale, Halloween è e rimarrà sempre una festa magica, un’occasione per tutta la famiglia di stare insieme e preparare le vecchie ricette di un’amatissima nonna deceduta, raccontare le vecchie leggende di famiglia, gli aneddoti divertenti, condividere le storie di fantasmi: quella della nonna che vide il fratello soldato apparire alla finestra la notte in cui fu ucciso in guerra, quella del patriarca familiare che torna dall’aldilà per spiare nella culla i nuovi arrivati della famiglia, oppure risentire, durante le nozze del nipote preferito, l’odore di tabacco che fumava il nonno morto anni prima. Se durante i giorni delle festività dei morti, oppure in un anniversario di famiglia, abbiamo la fortuna di di sentire o vedere una persona cara, non dovremmo essere spaventati, ma dovremmo essere felici di tale tangibile prova che l’amore sopravvive alla morte.


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Racconti di veglia: le Streghe della Valdichiana

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Se te pijo se te chiappo il tuo cuore te lo strappo!” Seppure in chiave ironica, la filastrocca della…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Se te pijo se te chiappo il tuo cuore te lo strappo!”

Seppure in chiave ironica, la filastrocca della bambina ne “Il Marchese del Grillo” racchiude perfettamente le paure derivanti dai poteri delle streghe, una delle figure più caratteristiche e onnipresenti delle storie popolari.

Da piccoli i nostri nonni ci mettevano in guardia da diversi pericoli o situazioni non convenzionali, tra cui poteva esserci la “strega” del paese. Si trattava di personaggi che vivevano spesso da soli, isolati dalle comunità rurali, che occupavano il loro tempo dando particolari aiuti nella vita quotidiana, in cambio di piccole offerte.  Spesso tali aiuti avevano uno scopo benevolo (guarire da malattie, conquistare l’amore, predire il futuro), ma le chiacchiere popolari portavano a pensare che chi avesse capacità particolari potesse usarle anche per fare del male.

Ma chi erano queste persone, queste “streghe” ricorrenti anche nelle storie popolari della Valdichiana? Ci raccontano alcuni testimoni:

“Ricordo la pora Ortensia, faceva le carte, non sapeva nè leggere nè scrivere, però quelle le leggeva bene, nessuno ha mai saputo dove avesse imparato, ma come ci chiappava, era talmente brava che faceva paura! Addirittura in punto morte nessuno volle toccarla, temendo che il potere potesse trovare un nuovo ospite e causare quindi terrore e solitudine, fatto sta che quando morì sparirono anche le carte.”

Invece Ginetto racconta:

“Ricordo un giorno a un funerale, c’erano quattro vecchie bruttissime, con lo sguardo del Diavolo, mi fissavano e ridevano, sembrava che le vedessi solo io, fatto sta che la notte continuavo a sentire sghignazzare e delle ombre danzavano alla luce del camino acceso, potevo riconoscere le sagome di quelle stregacce, che mi tormentavano tutta la notte.”

Il racconto di Letizia:

“Si rivolgevano a loro per cercare di attirare a sé l’amata, venivano chieste cose strane per controllare la gente, ma come si fa a voler campare così?”

C’erano anche molte voci fuori dal coro :

“Non dite sciornate, semplicemente conoscevano le erbe e rimedi antichi e curavano mal di denti o di testa, parlavano con le persone e davano loro coraggio, per un uovo o un pezzo di pane e formaggio”.

Di racconti di questo tipo ce ne sono tantissimi e ognuno di noi si è trovato davanti alla presunta “casa della strega” oppure alla fantomatica persona accusata di essere una strega, che spesso non è una persona così cattiva come viene descritta…

Testimonianze e Diffusione

L’origine del termine “Strega” viene fatta tendenzialmente derivare dal latino “striga” e “stryx”, a significare “strige, barbagianni, uccello notturno”, ma col passare del tempo avrebbe assunto il più ampio significato di “esperta di magia e incantesimi”. Ogni strega della tradizione è accompagnata da qualche strano animale, il famiglio, con caratteri diabolici, che fungerebbe da consigliere della propria padrona. Tipici famigli sono il gatto, il gufo, il corvo, la civetta, il topo e il rospo.

Solitamente la figura della strega è associata ad una donna vecchia e brutta, con lo sguardo malevolo, in cui la bruttezza estetica è elemento distintivo della bruttezza interiore e della loro malvagità e crudeltà. Allo stesso tempo, però, alcune streghe possono assumere la forma di bellissime donne che nei Sabba si accoppiavano selvaggiamente con il demonio evocato nel rito.

Data la sua vastissima diffusione, possiamo trovare tanti termini simili e figure che possono essere assimilate a quella della strega. Nel latino medievale il termine utilizzato era Lamia, mentre nelle varie regioni d’Italia il sostantivo che indica la strega varia a seconda della località. Possiamo perciò trovare la Masca (Piemonte) la Stria (Nord Italia), la Magara (Calabria e Basilicata), la Ianara (Campania) e così via. In Valdichiana e dintorni, a volte, è possibile che la figura della Marroca sia assimilata a quella della strega delle paludi.

La figura della strega può essere ricondotta a radici antichissime, sia nella cultura greca e romana che nella Bibbia (la strega di Endor). Particolare diffusione nel folclore popolare è poi dovuta al Medievo, con la caccia alle streghe e la persecuzione di comunità considerate eretiche o dedite al culto del Demonio. Si stima che in Germania, tra il XVI e XVII secolo, vennero condannate al rogo circa centomila donne, con l’accusa di stregoneria; si tratta quindi di credenze popolari che hanno avuto un notevole impatto nella storia, soprattutto nel periodo dell’Inquisizione e della lotta contro la magia diabolica.

L’idea dell’esistenza delle streghe venne messa in discussione in epoca illuminista, grazie allo studioso Girolamo Tartarotti, che giudicò infondate le teorie sulla stregoneria, basate principalmente sulla superstizione e sulla mancata comprensione di stati psicosomatici di epilessia o allucinazione. Fu quindi la pubblicazione del suo “Del Congresso notturno delle Lammie” nel 1749 a ridefinire lo stereotipo delle streghe e a relegarle al folclore locale.

Caratteristiche ed Analisi

Nonostante i diversi termini e le innumerevoli varianti locali, le streghe tendono a mostrare dei tratti distintivi. Sono dotate di poteri soprannaturali, dedite alla pratica della magia; si tratta di donne, nella stragrande maggioranza dei casi (anche se esiste la controparte maschile dello stregone o dello strigo), che utilizzano i loro poteri per alterare la quotidianità, spesso con intenti malefici. Tali poteri sarebbero dovuti alla vicinanza con entità maligne o con il Demonio in persona, a cui si sarebbero carnalmente unite durante un Sabba, al fine di stipulare un patto per creare fenomeni capaci di andare oltre l’ordine della natura o delle leggi della fisica.

Tra le caratteristiche principali che si riferiscono allo stereotipo della strega, oltre alla presenza di poteri magici di varia natura, c’è anche la possibilità di trasformarsi in animale e quella di volare a cavallo di una scopa, che è probabilmente la derivazione dell’antica figura della Strix associata agli uccelli rapaci notturni. Queste abilità magiche, oltre a essere spaventose, servono spesso alle streghe per applicare le loro fatture e le loro stregonerie per danneggiare o turbare la serenità degli altri.

La strega, dunque, è stata spesso strettamente associata al peccato e al male. Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una rivalutazione della figura, considerata una custode della sopravvivenza della tradizione misterica, soprattutto nelle campagne, di culti e pratiche di guarigione, rituali di fertilità, conoscenze dell’uso delle erbe, comunicazione con gli spiriti e viaggi extracorporei. Queste caratteristiche, così simile a quelle dello sciamanesimo di altre culture, sono state diffuse soprattutto con l’influenza del neopaganesimo e del movimento wicca, con l’intento di attribuire degli aspetti positivi alla tradizione delle streghe.

È proprio l’ambivalenza morale della figura a caratterizzare la lunga letteratura in materia: da sempre le streghe si dividono in buone e cattive, capaci di compiere fatture e maledizioni, anche con il semplice sguardo, il malocchio. Nella credenza popolare, se una strega ti aveva lanciato una maledizione, solo un’altra strega poteva salvarti. A Chiusi soltanto l’intervento di una liberatrice, chiamata “Streca”, poteva sciogliere il “Nodo”, feticcio spesso ritrovato in posti insoliti come il cuscino o il materasso, che si diceva creato dal potere della maledizione. La distruzione del feticcio portava all’annullamento del maleficio.

La streca chianina resta molto ancorata alla tradizione contadina, infatti per togliere sortilegi e malocchio usava il fuoco, l’acqua e l’olio, elementi tipici della vita di campagna. Con il fuoco venivano bruciati, normalmente ai crocevia, nodi e feticci trovati nell’abitazione della vittima, mentre con l’olio e l’acqua e una preghiera insegnata la notte di Natale si toglieva il malocchio.

A tal proposito, merita ulteriore spazio il potere più caratteristico delle streghe, ovvero il malocchio (chiamato anche “occhiatura”). Secondo le antiche tradizioni popolari, il malocchio è il manifestarsi di mal di testa diffuso e persistente e, nei casi più gravi, nausea e senso di stordimento, fino a impossibilitare la persona allo svolgimento di ogni attività. Si chiama così perché è generato da sguardi o commenti dettati da invidia: la vittima è invidiata per le sue proprietà, il suo lavoro, i suoi figli e, in genere, qualsiasi cosa o situazione, capace di scatenare desiderio da parte di una o più persone.

Esistono varie versioni relative alla pratica per combattere il malocchio, che sono state tramandate di generazione in generazione. Come ben raccontato da Ernesto de Martino in “Sud e Magia”, la donazione della formula contro il malocchio poteva avvenire solo una volta l’anno, la notte di Natale. Il rito, tramandato oralmente nella cultura popolare, può essere così riassunto.

La guaritrice prende per prima cosa un piatto pieno di acqua, poi traccia per tre volte il Segno della Croce, toccando il “paziente” con la punta del suo pollice, indice e medio della mano destra, nel seguente ordine: prima sulla fronte, poi sul petto, poi sulla spalla sinistra, e poi sulla spalla destra, dopodichè prende un cucchiaio di olio vi intinge il pollice per prendere poche gocce dello stesso da gettare poi nell’acqua, e a quel punto a secondo di come le macchie di olio si comportano sull’acqua stabilisce se c’è malocchio o meno.
Qualora ci fosse il malocchio si pulisce il pollice unto di olio e ritraccia per tre volte il Segno della Croce, toccando il “paziente” con la punta del suo pollice, indice e medio della mano destra, nel seguente ordine: prima sulla fronte, poi sul petto, poi sulla spalla sinistra, e poi sulla spalla destra. Nel contempo pronuncia a fil di voce, tale da risultare incomprensibile alla persona vicina (la formula è segreta), le seguenti parole: “In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.
Fatto ciò, viene ripetuto il Segno della Croce sulla fronte del “paziente”, con il pollice della mano destra e sempre recitando a bassa voce: “In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” e, in seguito: “Io ti libero dalla testa ai piedi, chi ti ha fatto del male deve farti del bene. Occhio, contr’occhio, mettiglielo all’occhio. Schiatta il diavolo e crepa l’occhio”.
Si continua, ripetendo il Segno della Croce sul capo del “paziente”, con il pollice della mano destra e recitando a bassa voce: “In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” e ripetendo nuovamente la formula: “Io ti libero dalla testa ai piedi, chi ti ha fatto del male deve farti del bene. Occhio, contr’occhio, mettiglielo all’occhio. Schiatta il diavolo e crepa l’occhio”.
Infine, ripetendo il Segno della Croce sulla nuca del “paziente”, con il pollice della mano destra e recitando a bassa voce: “In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” e ripetendo nuovamente la formula: “Io ti libero dalla testa ai piedi, chi ti ha fatto del male deve farti del bene. Occhio, contr’occhio, mettiglielo all’occhio. Schiatta il diavolo e crepa l’occhio”.
A questo punto il rito è terminato e il “paziente”, finalmente è “libero” dall’invidia e di conseguenza, guarito dal “malocchio”. Quindi, ringrazia la guaritrice. Per manifestare tale gratitudine, il “paziente” offre qualche cosa che trova in casa: qualche uovo, qualche salsiccia sott’olio, qualche verdura di stagione… mai denaro o oggetti preziosi!

Il malocchio non è l’unica caratteristica principale delle streghe, ma anche il pericolo nei confronti dei bambini. Sono infatti i neonati e le creature più piccole a costituire i bersagli ricorrenti nelle credenze popolari sulle streghe: vittime di incantesimi malefici, rapimenti o addirittura morte. Questo elemento è molto antico, infatti ricorre fin dalla cultura romana, in cui la Strix era assimilata agli uccelli rapaci notturni, considerata colpevole degli incidenti notturni che potevano capitare agli infanti in culla. In questo senso, le streghe potrebbero essere definite come il tentativo di spiegare l’alto tasso di mortalità infantile in epoca antica: quando i neonati morivano per asfissia notturna, si incolpava queste malefiche creature capaci di trasformarsi in uccelli notturni e portarli via dalla culla.

Influenze nella cultura Pop

Impossibile citare tutte le influenze che le streghe hanno avuto nella cultura pop: queste figure hanno affascinato innumerevoli storie, film e creazioni artistiche. Dalla strega del “Mago di Oz” alla Matrigna di “Biancaneve”, le fiabe moderne sono spesso accomunate dalla presenza di streghe. Ci limitiamo quindi a citare quelle opere in cui le streghe sono interpretare da figure positive, da ragazzine più vicine alla tradizione neopagana della wicca, che può essere inaugurata da cartoni animati giapponesi come “Bia la sfida della Magia” oppure “Ransie la strega”.

Questa fortunata tradizione di giovani streghe dai tratti positivi è stata poi ripresa dalle “Winx” e dalle “Witches” della Disney, eredi di film e di serie televisive in cui si insiste sulla loro natura positiva e affascinante, come “Giovani Streghe”, “Le streghe di EastWick”, “Sabrina la Strega”, la Willow di “Buffy l’Ammazzavampiri” e le protagoniste di “Streghe/Charmed”.

Anche le influenze musicali sono ovviamente numerose, da “La Strega” di Branduardi a “Le Streghe” di Lando Fiorini, da “The Witches Promise” dei Jethro Tull a “La Strega” di Roberto Vecchioni. Vogliamo però chiudere con la citazione da cui abbiamo iniziato questa rapida cavalcata lungo le storie popolari delle streghe, con la divertente bambina del “Marchese del Grillo”.


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Racconti di veglia: Lupi Mannari in Valdichiana

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Fuggi che c’è il Lupo Manaro!” Quella della fuga notturna dal Lupo Manaro è una sollecitazione un po’ anomala,…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Fuggi che c’è il Lupo Manaro!”

Quella della fuga notturna dal Lupo Manaro è una sollecitazione un po’ anomala, ma che accomuna diversi racconti di veglia: storie che parlano di persone, all’apparenza normali, ma che in certe condizioni si “trasformano”, a volte solamente nell’indole (aumentando a dismisura la propria aggressività), altre volte assumendo invece caratteristiche mostruose come aumento della forza fisica, velocità, resistenza, fino addirittura al cambio della pelle. Queste trasformazioni, che fanno parte della più vasta tradizione della licantropia, sono frequenti anche in Valdichiana, con storie che ruotano attorno ai lupi mannari e alla descrizione di bruciori avvertiti su tutto il corpo, a volte riconducibili a malattie come l’idrofobia o il Fuoco di Sant’Antonio.

Per approfondire la presenza dei lupi mannari in Valdichiana (chiamati in dialetto anche “manari” o “marani“), partiamo da alcuni racconti ricevuti da persone che hanno vissuto nelle nostre campagne. Ecco la testimonianza diretta che abbiamo raccolto da una nonna:

“Quando ero bambina nelle nostre campagne viveva un signore che aveva il “Foco”, durante le notti di luna piena correva nei boschi verso i poderi, attirato dalle luci accese, cercando acqua dove bagnarsi, correva e ululava, sbattendo le mani a terra e sui tronchi degli alberi. Una di queste notti mio padre tardava a rientrare, noi fummo terrorizzati dagli ululati, siamo corsi a spegnere tutte le luci e abbiamo visto mio padre tornare, ma lo vide anche quella bestia e gli corse incontro. Mio zio uscì tirando un grosso sasso verso una pozza, distraendo il “Marano” e permettendo a mio padre di chiudersi nel fienile per trovare il momento opportuno per rientrare a casa. Appena trovato il momento, mio padre iniziò a correre, fu però subito visto da quell’essere che gli corse dietro, noi eravamo con la porta aperta, fece a malapena in tempo ad entrare che sulla soglia ricevette un’artigliata talmente forte da aprirgli il giacchetto a brandelli. Chiusa la porta siamo rimasti al buio, vedendo la creatura illuminata dalla luna che sguazzava nella pozza davanti casa, urlando come stesse bruciando viva. Ricordo quella notte da tutta la vita.”

I racconti dei licantropi sono spesso caratterizzati da dimostrazioni di forza sovrannaturale, come ci raccontano altre testimonianze che abbiamo raccolto in Valdichiana, grazie testimonianze dirette o vecchie leggende tramandate nelle campagne:

“C’era un signore nelle campagne tra Chianciano e Montallese che durante gli attacchi da “Manaro” correva per strada, per poi accovacciarsi e prendere a cazzotti l’asfalto, riuscendo addirittura a romperlo, incredibilmente senza subire danni!”

“Mi ricordo, ormai troppi anni fa, di un signore a Città della Pieve che durante uno di questi attacchi riuscì a spostare un bancone di un bar lasciando tutti a bocca aperta. E poi c’era un signore di Chiusi, i cui ululati tenevano svegli gli abitanti dalla stazione fino all’Olivazzo del paese Vecchio.”

Molte altre storie del genere sono narrate da Alessandro Angiolini nel suo libro “Lupi Mannari e Cavalieri Coraggiosi”, da cui riassumiamo le vicende dello Zi’ Quinto, preso dal “Brutto Male”, lo stesso che lo faceva correre urlando per l’aia, rotolarsi per terra, urlare, andare carponi, cercare acqua e rifuggirla al punto tale da infilarsi in un pozzo, per di annegare poi nella cava del Madonnino de’ Monti. Citiamo inoltre la figura romantica del farmacista di Torrita, che ululava alla luna accovacciato, dondolando ritmicamente, cercando di prendere il suo riflesso nell’acqua, fissandolo a lungo e fuggendo via, emettendo lamenti e urla strazianti.

Qual è l’origine della licantropia? Stando ai racconti, ci sono vari modi per diventare lupi mannari. Una modalità ricorrente è quella di nascere la notte di Natale, a cavallo della mezzanotte, oppure il giorno dell’Epifania. Nascere in questi giorni veniva considerato un gesto blasfemo, anche se involontario, il cui retaggio sopravvive ancora oggi. Questi soggetti si definiscono “lupi mannari naturali”, perché presentano la licantropia fin dalla nascita. Ma anche l’anatema di una strega, o al contrario di un santo o una persona venerabile, per sospetta eresia, empietà, antropofagia o altri delitti contro natura può causare la licantropia, che in questo caso è “indotta”. Oppure ancora, si diventa mutaforma dormendo all’aperto in una notte di luna piena o cogliendo fiori neri (questa è una tradizione che proviene dall’est europeo, dove i fiori neri sono considerati di natura soprannaturale e diabolica).

La trasformazione in lupo può anche essere volontaria, se si conosce il segreto. Il rito magico prevede che il soggetto indossi una pelle di lupo, in genere concessa da Satana in cambio della propria anima, al posto della propria, oppure come ornamento, per esempio per foderarvi la cintura. In alternativa si può bere la cosiddetta “acqua licantropica”, quella che si può raccogliere nelle orme lasciate da un uomo-lupo, oppure si può bere o spalmare sul proprio corpo appositi unguenti o filtri magici a base di grasso di lupo, piante tossiche come la belladonna o la cicuta, o dagli effetti psicotropi come semi di papavero e oppio.

Fortunatamente, esistono dei rimedi per difendersi dai licantropi. Secondo i racconti dei nonni quelli più efficaci per evitare di trasformarsi in lupi manari sono il salasso, il bagno in acqua di zolfo oppure pungersi la punta del dito prima della mutazione. In caso di attacco da parte dei licantropi, la leggenda suggerisce di utilizzare il fuoco per contrastarli, oppure di utilizzare pallottole d’argento sciolte da una croce. Secondo alcune storie, potrebbe essere sufficiente stare su una scalinata, perché sembra che i licantropi non riescano a salire più di tre gradini.

Testimonianze e diffusione

Il tema della licantropia e dell’uomo che si trasforma in lupo è ampiamente presente nel folclore europeo, e più in generale è diffuso in tutte le culture dei popoli che hanno avuto a che fare con i lupi. I “lupi manari” della Valdichiana, quindi, presentano molti tratti in comune con le creature delle leggende e delle storie popolari legate alle figure dei “mutaforma” e degli uomini capaci di diventare mostri.

Nella mitologia scandinava il lupo, poiché viveva nelle foreste e nelle caverne, si riteneva fosse in contatto con l’aldilà; veniva quindi considerato in contatto con le forze oscure e pertanto era il simbolo del male. Nei miti dei popoli germanici e delle isole britanniche è inoltre presente il Barghest, un grosso cane o un lupo spettrale. L’uomo lupo viene chiamato werwulf o werewolf.

In Francia esisteva la figura del “mener de loups” o pastore di lupi, una sorte di stregone che, pur non trasformandosi personalmente in lupo, era in grado di radunarli e guidarli (facoltà spesso riconosciuta anche al licantropo). L’uomo lupo viene invece chiamato loup-garou.

Negli Stati Uniti gli indiani Pawnee si ritenevano imparentati con i lupi e si ricoprivano di pelli di lupo per andare a caccia. I primi coloni erano terrorizzati dai pellerossa che ritenevano affetti da licantropia e dai “mezzosangue” nati dai matrimoni misti, mentre i nativi americani a loro volta sostenevano che la licantropia fosse una malattia (o una maledizione) portata dai coloni. In sudamerica esisteva la leggenda del Lobizon, che narrava che il settimo figlio maschio di un settimo figlio maschio sarebbe nato come uomo-lupo.

Nel folclore giapponese esistono l’okami (una creatura simile ad un lupo) e l’okuri-inu (un cane o un lupo che segue i viaggiatori durante la notte), simile al Barghest europeo. Una variante che abbondava nelle leggende popolari cino-giapponesi era inerente le volpi-mannare, infatti la volpe era considerata come l’animale che meglio di ogni altro poteva riuscire ad assumere l’aspetto umano.

Per quanto riguarda il folclore italiano, la licantropia affonda le sue radici addirittura nell’epoca degli Etruschi. Nella mitologia etrusca il dio Ajta, sovrano degli inferi, portava un elmo di pelle di lupo che lo rendeva invisibile, incarnando in qualche modo le sembianze del mannaro. La presenza del lupo era poi fondamentale in epoca romana, infatti i fondatori Romolo e Remo furono allattati da una lupa. Tra le feste romane vi era la cerimonia dei Lupercalia, che si teneva il 15 febbraio: durante la cerimonia il sacerdote, vestito da lupo, passava un coltello bagnato di sangue sulla fronte di due adolescenti, per trasmettere loro le qualità di guerriero e cacciatore del lupo. Questo testimonia che nella cultura romana il lupo era temuto, ma anche ammirato, tanto che la sua pelle veniva indossata da importanti figure all’interno dell’esercito, che la usavano per ricoprirne l’elmo e parte della corazza

Nell’antica Grecia compaiono altre raffigurazioni di uomini capaci di diventare lupi, rispettivamente Zeus, Febo e Licaone; è proprio con quest’ultimo che nasce il termine licantropo. Licaone era un feroce re dell’Arcadia che un giorno dette ospitalità a un mendicante ma, per burlarsi di lui, lo sfamò con le carni d’uno schiavo ucciso (secondo altre versioni, la portata principale era uno dei suoi stessi figli). Il mendicante, che era in realtà Zeus travestito, si indignò per il gesto sacrilego, e dopo aver fulminato i suoi numerosi figli lo trasformò in lupo, costringendolo a vagare per i boschi in forma di bestia.

In Italia il lupo mannaro assume nomi diversi a seconda della regione d’origine: lupu pampanu o marcalupu in Calabria, lupenari, pompanari o pampanari in Irpinia, Secondo le tradizioni locali, la licantropia sopraggiunge a dicembre, in particolari nelle notti di luna piena che precedono il Natale, costringendo gli uomini che ne soffrono a vagare per le campagne nudi e coperti solo di peli e foglie (in dialetto “le pampane”, da qui il nome). In Puglia viene chiamato lupom’n, luv ravas in provincia di Cuneo, lupo ravat nelle valli valdesi. In Lunigiana si segnala infine la figura del lupomanaio, che si aggira per i borghi del paese.

Durante l’Inquisizione non era raro finire al rogo con l’accusa di mannarismo: si dava al mostro un’origine diabolica, a ciò si devono alcuni dei suoi caratteri nella morfologia locale. Durante tale periodo la licantropia veniva associata a una sessualità libera, esuberante ed aggressiva: i lupi mannari erano uomini dotati di attributi maschili ipersviluppati e istinti animaleschi insopprimibili, mentre le femmine delle streghe con un’irresistibile capacità attrattiva, e istinti omosessuali repressi. Con la rinascita della filosofia razionalista, tali credenze non vennero messe da parte e la licantropia venne relegata a immagine folkloristica, e parallelamente comparve in psichiatria come malattia mentale patologica o forma di isteria.

Caratteristiche e analisi

In virtù della vasta diffusione delle leggende che ruotano attorno alla figura dei licantropi, esistono molte analisi e approfondimenti dedicati ai lupi mannari. Grazie al progredire della scienza, oggi sono molte le spiegazioni plausibili che possiamo dare a questo fenomeno. Esistono infatti soggetti affetti da ipertricosi, una patologia che causa la crescita incontrollata dei peli corporei in zone che ne sono generalmente sprovviste. In alcuni casi più gravi il volto del malato è talmente pervaso di peli da somigliare in maniera inquietante a quello di un lupo, come nel caso degli Aceves, la famiglia messicana che da cinque generazioni è affetta da ipertricosi generalizzata congenita.

Una spiegazione ai racconti dei lupi mannari può essere data dalla rabbia, che è una malattia mortale causata da un virus che si trasmette mediante il contatto con la saliva degli animali infetti. Il virus della rabbia di solito si trasmette tramite il morso di un animale infetto e provoca allucinazioni ed esplosioni di violenza.

Non mancano poi casi di soggetti che volontariamente o meno, ingeriscono sostanze psicotrope: ce ne sono di naturali e sintetizzabili i cui effetti allucinogeni potrebbero far credere a una persona di essersi trasformata in un licantropo e alcune di esse sono contenute in certe varietà di funghi. Una particolare sostanza psicotropa è contenuta in un fungo allucinogeno presente nella coltura di segale, la segale cornuta, così detta perché il fungo che attacca la pianta provoca il formarsi di escrescenze sulle spighe che somigliano a dei piccoli corni. Questi cornetti contengono alcaloidi velenosi del gruppo delle ergotine (tra cui l’acido lisergico, la base dell’LSD), che interferiscono con il sistema nervoso centrale provocando sintomi come delirio e forti dolori alle gambe.

È interessante notare che la segale cornuta sarebbe legata anche al “Fuoco di Sant’Antonio”, che era diffuso soprattutto nel nord Europa, dove il consumo di questo cereale era massiccio. I malati che si recavano in pellegrinaggio presso i santuari di S. Antonio in Italia e poi guarivano, o guadagnavano un po’ di sollievo dai sintomi, gridavano al miracolo, mentre in realtà questo sarebbe stato esclusivamente merito del cambiamento di alimentazione (discendendo la penisola italica passavano dal pane di segale a quello di grano tipico di quelle zone, e questo guariva o attenuava l’intossicazione).

Infine, un’altra spiegazione alla licantropia potrebbe essere la psicosi. Alcune fonti mediche infatti, nell’affrontare il tema della licantropia parlano di licantropia clinica, ma tale denominazione non è psichiatricamente corretta. Se infatti consultiamo il DSM (sigla del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), ovvero il manuale che racchiude la classificazione delle malattie psichiatriche in base alla loro sintomatologia, non vi rintracciamo alcuna “diagnosi di Licantropia clinica”, questo perché di fatto e per maggiore chiarezza medica si tratta di casi di psicosi con delirio teriamorfa. In estrema sintesi definiamo psicosi una condizione in cui il soggetto presenta una perdita di contatto con la realtà, e questo è quanto accade ad esempio in un individuo che crede di essere un animale; e poiché nel caso della licantropia, il delirio consiste nel fatto che il soggetto crede di trasformarsi o di essere un lupo, quindi di avere sembianze di animale, possiamo definirla una psicosi teriamorfa (terio significa proprio animale).

Influenze nella cultura pop

Il Lupo Mannaro, in ogni sua forma, è onnipresente nella cultura pop, dalla letteratura al cinema, dai fumetti alle serie tv. A partire dalla favola di Cappuccetto Rosso (in cui il lupo sarebbe in realtà un licantropo, vista la sua capacità di parlare) questa figura è ampiamente documentabile, quindi ci concentreremo su alcune apparizioni meno note, come il film “Voglia di Vincere” con Michael J.Fox.

Lo stesso Michael Jackson, nel videoclip “Thriller” si trasforma in un licantropo, dando origine all’estetica dei lupi mannari nei “teen horror” che ha portato a serie televisive di culto come Buffy l’Ammazzavampiri.

A ben pensarci, l’ultimo avvistamento di un lupo mannaro in Valdichiana è quello della saga “Twilight”, in cui uno dei pretendenti della protagonista è un giovane nativo americano, Jacob Black, che si rivela essere un licantropo. Dal momento che il capitolo della saga in cui Jacob viene introdotto è “New Moon”, girato anche a Montepulciano, potremmo inserirlo come erede della tradizione dei “manari” chianini che hanno terrorizzato le nostre campagne.

 


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Questa settimana al cinema – Dal 2 al 8 Aprile

Storie d’amore drammatiche, fiabesche, intrecciate, pericolose o pirandelliane, venite con noi a scoprire quali sono le novità in programmazione nei cinema della Valdichiana.   Into The Woods Genere: Fantastico, Musical…

Storie d’amore drammatiche, fiabesche, intrecciate, pericolose o pirandelliane, venite con noi a scoprire quali sono le novità in programmazione nei cinema della Valdichiana.

 

Into The Woods
Genere: Fantastico, Musical
Durata: 125 min.
Da Rob Marshall, regista di altre celebri pellicole musicali come Nine e Chicago, arriva nelle sale un film che mischia trama e personaggi delle favole più conosciute al musical. Maledetti da una strega, Meryl Streep, un fornaio e sua moglie, rispettivamente James Corden ed Emily Blunt, non possono avere figli, per rompere l’incantesimo dovranno intraprendere un viaggio nel bosco per trovare degli oggetti magici. Sul loro cammino troveranno Cenerentola, Anna Kendrick,  il suo Principe, Chris Pine, il lupo di Cappuccetto Rosso, Johnny Depp, e tanti altri personaggi delle fiabe.

 

Third Person
Genere: Drammatico, Sentimentale
Durata: 137 min.
Paul Haggis riporta sul grande schermo la sua formula di intreccio narrativo e di personaggi che aveva colpito molti con Crash – Contatto Fisico. Tre città, Parigi, New York e Roma, tre storie d’amore, di tradimenti e di passione, personaggi che non sembrano avere nulla in comune, ma che alla fine si rivelano molto interconnessi. A suggellare il tutto un cast d’eccezione: Liam Neeson, Olivia Wilde, James Franco, Mila Kunis, Adrien Brody, Moran Atias, Maria Bello, Kim Basinger, e Riccardo Scamarcio

 

La Scelta
Genere: Drammatica
Durata: 86 min.
Laura, Ambra Angioini, e Giorgio, Raul Bova, una coppia qualsiasi, non riescono ad avere figli. La cosa non sembra tuttavia sconvolgere l’equilibrio tra i due. Lei subisce uno stupro. Il dubbio della paternità e l’umiliazione li metteranno di fronte ad una scelta durissima. Michele Placido dirige questo film, liberamente ispirato alla commedia drammatica, L’Innesto di Luigi Pirandello.

 

Suite Francese
Genere: Sentimentale, Guerra, Drammatico.
Durata: 107 min.
Dal regista Saul Dibb, il film è tratto dal romanzo incompiuto di Irène Némirovsky, scrittrice di origine ebraica morta nel campo di concentramento di Auschwitz. Siamo in Francia, nel 1940, in un paese di provincia vive, attendendo il ritorno del marito dalla guerra, Lucille Angellier, Michelle Williams, insieme a sua suocera, Kristin Scott Thomas. La sua vita viene sconvolta quando all’arrivo dei nazisti nel piccolo paese, le case vengono occupate dall’esercito tedesco. La convivenza con Bruno von Falk, Matthias Schoenaerts, affascinante comandante, fa nascere tra i due una pericolosa storia d’amore.

 

Hungry Hearts
Genere: Drammatico
Durata: 109 min.
Straordinario film diretto da Saverio Costanzo che ha incantato tutti allo scorso Festival di Venezia, dove i due protagonisti  Adam Driver, famoso per la serie Girls, e Alba Rohrwacher, con oltre trenta film alle spalle, si sono aggiudicati la Coppa Volpi per la Miglior Interpretazione. Jude e Mina si incontrano a New York, tra i due nasce immediatamente un’intensa storia d’amore che sfocia subito in un matrimonio e in un figlio. In seguito all’incontro con una chiromante/guida spirituale, Mina decide di proteggere il neonato dal mondo esterno, nutrendolo con piante cresciute nell’appartamento. Da assecondarla inizialmente Jude dopo aver constatato che il bambino soffre di denutrizione, capisce che quella di Mina sta diventando un’ossessione maniacale. La loro storia d’amore che sembrava perfetta prenderà in poco tempo delle pieghe drammatiche.

 

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Questa settimana al cinema – Dal 12 al 18 Marzo

Tra Madame Bovary, lottatori olimpionici, cyber terroristi, donne invisibili e fiabe immortali, scoprite con noi quali sono i nuovi film in programmazione nei cinema della Valdichiana. Foxcatcher Genere: Drammatico, Sportivo,…

Tra Madame Bovary, lottatori olimpionici, cyber terroristi, donne invisibili e fiabe immortali, scoprite con noi quali sono i nuovi film in programmazione nei cinema della Valdichiana.

Foxcatcher
Genere: Drammatico, Sportivo, Biografico
Durata: 134 min.
Cinque nomination agli Oscar, tra cui Miglior regista, attore protagonista e sceneggiatura, nonché Palma d’Oro al Festival di Cannes al regista Bennett Miller (Moneyball – l’arte di vincere), molti sono i premi aggiudicatisi da questo straordinario film. La pellicola tratta di una tragica storia vera ambientata nel mondo della lotta libera nella metà degli anni ’80. In primo piano il rapporto tra Mark Shultz, Channing Tatum, medaglia d’oro alle olimpiadi e dal miliardario John Du Pont, interpretato da uno straordinario e trasformato dal make-up Steve Carrell. Tra i due nasce una pericolosa relazione che va oltre il semplice rapporto mentore-pupillo, sia l’uno, alla ricerca della figura paterna, che l’altro che vede l’atleta come un figlio, si spingeranno oltre i limiti trascinando poi l’intero rapporto nella tragedia.

 

Blackhat
Genere: Drammatico, Azione, Thriller
Durata: 133 min.
Cosa succede quando in un mondo sempre più interconnesso una serie di attacchi messi a segno da cyber terroristi minacciano il mondo intero? In questo thriller diretto da Michael Mann, regista di Nemico Pubblico e L’ultimo dei Moicani, vediamo Chris Hemsworth, che ha raggiunto la celebrità grazie a Thor, vestire i panni di Nicholas Hathaway, un ex hacker in carcere, collaborare con i servizi segreti per sventare la pericolosissima rete di cyber criminali, inseguendoli da Los Angeles ad Hong Kong.

 

Cenerentola
Genere: Drammatico, avventura, fantastico, sentimentale
Durata: 112 min.
Ennesimo riadattamento della celebre fiaba popolare diretto questa volta dal regista di Belfast, Kenneth Branagh ( Thor, Iron Man 2 e Jack Ryan). In questo lungometraggio, nel suo debutto sul grande schermo, vedremo Lily James, Lady Rose in Downton Abbey, vestire i panni della protagonista. Tra i tanti attori famosi che hanno partecipato alla realizzazione di questo film della Disney possiamo apprezzare: Richard Madden, nel ruolo di Principe Azzurro, Cate Blanchett, in quello della matrigna Lady Tremaine ed Helena Bonham Carter a vestire i panni della fata madrina.

 

Ma che bella sorpresa
Genere: Commedia
Durata: 91 min.
Quarta prova alla regia per Alessandro Genovesi, dopo La peggior settimana della mia vita, Il peggior Natale della mia vita e Soap Opera, che con questa commedia racconta la storia di Guido, Claudio Bisio, professore di Napoli che dopo essere lasciato dalla fidanzata, crolla emotivamente e mentalmente. Vedendolo in crisi il suo miglior amico Paolo, interpretato da Frank Matano, convoca addirittura i genitori di Guido (Rentato Pozzetto e Ornella Vanoni). Tutto sembra cambiare quando bussa alla sua porta la bellissima vicina Silvia (Chiara Baschetti) che s’innamora subito di lui. Silvia è giovane, molto attraente, ha i suoi stessi interessi e passioni, una donna praticamente perfetta, forse troppo perfetta.

 

Gemma Bovery
Genere: Commedia, Sentimentale, Drammatico
Durata: 99 min.
Siamo in una tranquilla cittadina della Normandia, dove la vita di un panettiere Martin Joubert, Fabrice Luchini, viene stravolta quando arriva una giovane coppia inglese, i Bovery. Appassionato del famoso romanzo di Flaubert, Madame Bovary, Martin trova subito una netta somiglianza tra la bellissima Gemma Bovery (Gemma Arteton) e la sua eroina, finendo per seguirla nelle sue vicende amorose che sembrano proprio ispirarsi al celebre romanzo di Flaubert.

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Civitas Infernalis, un gioco di ruolo fantasy a Sarteano

Un weekend all’insegna del gioco di ruolo dal vivo a Sarteano, durante la manifestazione medieval-fantasy Civitas Infernalis Le sartorie sono al lavoro per preparare le corazze della battaglia, i falegnami…

Un weekend all’insegna del gioco di ruolo dal vivo a Sarteano, durante la manifestazione medieval-fantasy Civitas Infernalis

Le sartorie sono al lavoro per preparare le corazze della battaglia, i falegnami allestiscono gli ultimi fortilizi per respingere l’invasione nemica e, ovviamente, il fuoco delle fucine arde ininterrottamente per forgiare le armi. Sarteano ferve d’attività in preparazione della nuova edizione della manifestazione medieval-fantasy “Civitas Infernalis”. La cittadina, che già normalmente affascina per il suo castello, le sue strade e l’atmosfera medievale, è pronta a tuffarsi ancora di più in una storia fantasy che dal 31 luglio al 3 agosto 2014 coinvolgerà tutte le associazioni, i cittadini e i visitatori.

Il programma della manifestazione è denso di attrazioni: tutti i giorni le strade di Sarteano ospiteranno mercatini, giochi in legno per grandi e piccini, giullari, spadaccini e tanto altro ancora. Dal rettilario medievale al villaggio del sapere, dai maghi ai cartomanti, dagli sbandieratori ai musici, sembrerà che la cittadina sia tornata indietro nel tempo. E poi gli spettacoli,  la musica celtica e i concerti, le cerimonie in costume e le disfide di palla saracena. Senza contare l’apertura delle taverne delle contrade durante tutte le serate di Civitas Infernalis! Le attrazioni annunciate sono tante, ma le strade di Sarteano riserveranno sicuramente tante sorprese fino al 3 agosto…

civitas infernalis fotoL’attesa maggiore di Civitas Infernalis, tuttavia, è concentrata nel gioco di ruolo dal vivo che si svolgerà sabato 2 e domenica 3: “Tempus Fugit – Le Origini”, questo il nome della storia che verrà giocata tra le strade e i boschi di Sarteano, aperta a grandi e piccini, seguito ideale del gioco di ruolo della prima edizione che già vi avevamo narrato l’anno scorso sul nostro giornale.

Il gioco di ruolo coinvolgerà decine di sarteanesi e appassionati di fantasy, con abiti d’epoca medievale e armi in lattice, impegnati in un’epica battaglia per la conquista del Castello di Sarteano. Uno scontro tra i Gaeli e il Piccolo Popolo, che comincerà nel pomeriggio del sabato e proseguirà tutta la giornata della domenica, fino alla battaglia finale al Parco del Castello. Il malefico Druido Nero, comandante dei Gaeli, ha già chiamato le sue orde oscure alle armi:

“La sconfitta dei Gaeli non andava giù al Druido Nero; non era proprio possibile che un gruppo di infime creature avesse respinto il suo esercito. Doveva esserci un modo, il castello doveva essere Suo! Decise di chiedere consiglio all’Ombra ma, com’è noto, l’Ombra, che non dice mai completamente la verità, rivelò al Druido Nero che se avesse distorto la trama del Tempo il suo desiderio di potere si sarebbe potuto realizzare. A quel punto Il Druido Nero si ricordò di quel pezzo di carta che aveva sancito l’esistenza del borgo sarteanese ed il patto con il Piccolo Popolo: la Carta Amiatina. Ecco la chiave! Se avesse impedito che essa fosse firmata e il patto siglato, il potere sarebbe stato suo! Il Piccolo Popolo non sarebbe stato di diritto il protettore del paese e non avrebbe più potuto intralciarlo. Si preparò all’incantesimo che avrebbe distorto il Tempo e lo avrebbe riportato indietro nei secoli. Quindi partì ma, come detto, l’Ombra mai fornisce tutta la verità. Il Druido non poteva immaginare l’enorme sacrificio che la sua sete di potere avrebbe richiesto.”

Noi de La Valdichiana non possiamo certo sottrarci a questa battaglia. Il Castello di Sarteano ha bisogno anche del nostro aiuto per respingere l’assedio! Per questo, armato di tanto coraggio e di sprezzo per le avversità, il sottoscritto è pronto a mettersi in marcia e a partecipare al gioco di ruolo dal vivo, raccontandovi dall’interno le epiche gesta di questa battaglia e il fascino di Sarteano avvolta dall’atmosfera fantasy.

Ma se voi, coraggiosi lettori, siete pronti a unirvi alle nostre schiere e a partecipare in prima persona, la procedura è semplice: collegatevi al sito www.sarteanoliving.it oppure contattate gli organizzatori di Civitas Infernalis nell’apposita pagina facebook. L’iscrizione comprende il laboratorio per la preparazione delle armi in lattice, la cena medievale e la merenda conclusiva. Appuntamento a Sarteano, quindi, per il primo weekend di agosto!

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Atlantidump, il continente di plastica – Secondo capitolo

Atlantidump: secondo capitolo. Il diario di viaggio di Leopoldo Galvani nel continente di plastica. Un romanzo a puntate a cura di Alessio Banini.

Vi presentiamo in esclusiva il racconto a puntate “Atlantidump”, la cronaca umoristica delle avventure di Leopoldo Galvani nel continente di plastica. Come un moderno Gulliver, Leopoldo visiterà un paese sconosciuto e i suoi strambi abitanti, che hanno dato vita a una società basata interamente sulla plastica. Tra comicità surreale e satira sociale, il racconto di Alessio Banini ci accompagnerà per tutto l’autunno!

Ecco a voi il secondo capitolo di Atlantidump e una breve premessa: Great Pacific Garbace Patch!

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Atlantidump, il continente di plastica – Secondo capitolo

Quando c’è una lingua comune, tra sconosciuti, è più facile capirsi e superare le differenze. Lo ammetto: se sono tornato a casa sano e salvo, forse è merito della mia capacità di comunicare con quelle creature. Il fatto che Trashy parlasse la lingua inglese mi ridonò subito la speranza di salvezza. Inoltre, la sua parte femminile era un’ottima distrazione da quell’isola di plastica.

Durante il cammino, ebbi modo di fare la sua conoscenza e di ricevere spiegazioni sul posto in cui ero capitato.
Trashy mi spiegò che quello non era soltanto un ammasso di rifiuti, nè una discarica galleggiante, bensì un paese vero e proprio. Un’isola che non appariva nelle nostre mappe geografiche ma che si trovava nel bel mezzo del Pacifico da più di un secolo. Gli abitanti la chiamavano Atlantidump, ed era grande più o meno quanto l’Europa. Più che un’isola, insomma, era un continente: il sesto continente.

Quando sono tornato a casa, alcuni amici mi hanno fatto notare che Atlantidump possa essere stata alla base delle leggende su Atlantide dell’epoca classica e dei racconti fantastici. In realtà, suppongo che valga il contrario: ovvero che gli abitanti di Atlantidump abbiano scelto questo nome in onore di Atlantide. Anzi, a sentir parlare i tritoni più anziani, forse si tratta proprio degli stessi abitanti che si sono trasferiti sull’isola di rifiuti dopo l’inabissamento della loro patria.

Comunque sia, questo non è il luogo per tali dissertazioni. Forse il lettore sarà più interessato alle mie disavventure sull’isola piuttosto che agli usi e costumi del popolo di Atlantidump; tuttavia, ho scritto il resoconto del mio viaggio per diffondere informazioni su questo continente sconosciuto, e sovente dovrò fermarmi a illustrare i risultati delle mie scoperte.

L’isola di Atlantidump occupa una superficie di circa 300.000 kilometri quadrati. Stando ai miei calcoli, si trova al largo della California, a nord delle isole Hawaii. Come ho già detto, è una massa di rifiuti galleggianti, compressi tra di loro in modo da formare una piattaforma stabile di circa due metri d’altezza. Non mancano colline, montagne, fiumi e pianure. Plastica e immondizia sostituiscono la consueta terra a cui siamo abituati. Trashy dice che ci sia anche un vulcano, all’estremità nord, che spara in cielo un liquido nerastro simile al petrolio; ma non ho mai avuto modo di recarmi così lontano dalla capitale e non posso prendere per vera ogni parola della mia amica, che non si è mai dimostrata la creatura più saggia del suo paese.

Gli abitanti si dividono in tre grandi specie: i pinguini, le sirene e i tritoni. Le ultime indagini demografiche del regno dicono che i pinguini sono poco più di un milione; sirene e tritoni sono in numero lievemente inferiore. Ci sono anche altre specie, anche se meno diffuse: le tartarughe marine, i gabbiani e i cavallucci marini. In totale la popolazione di Atlantidump si aggira sui tre milioni e mezzo. Non ho visto nessun essere umano assieme a loro; anzi, stando alle parole di Trashy, sono stato il primo e unico umano a mettere piede su Atlantidump. Tuttavia, non ero il membro di una specie a loro ignota.
“Uno sprecone, tu sei uno sprecone.” mi disse la sirena, punzecchiandomi con il forchettone.
“Sono un uomo!”
“Un uomo?”
“Sì. È la mia specie. Tu sei una sirena, io un essere umano.”
“Tu sei uno di quegli spreconi. Quelli che vivono fuori Atlantidump.” ripetè lei, continuando a punzecchiarmi.
“Ma perchè sprecone? E basta con questa forchetta!”
Lei si ritrasse, con una smorfia. Poi si mise a punzecchiare le bottiglie di plastica lungo la strada.
“Perchè voi buttate tutta questa ricchezza e la date a noi. Voi siete spreconi, noi siamo ricchi.”

Non ci fu modo di farle cambiare idea. Neppure ai suoi simili. Per tutti gli abitanti di Atlantidump noi eravamo gli spreconi, non gli uomini. Anche nei registri storici e nei manuali geografici del regno, eravamo sempre chiamati in questa maniera.
E non è l’unica particolarità linguistica che ho scoperto, vivendo assieme a loro. Per esempio, utilizzano il termine “marca” al posto di quello di “specie”. Non dicono che le sirene siano una specie vivente, bensì una marca.
Ma queste sono sottigliezze linguistiche che potrebbero annoiare il lettore, e che preferisco rimandare a una successiva raccolta di curiosità locali.

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Mentre Trashy mi accompagnava nella capitale di Atlantidump, mi ricordai finalmente degli oggetti che mi ero portato dietro. Dapprima mi ero dimenticato di controllare le tasche, per la sorpresa di ciò che mi era accaduto; tuttavia, tra una duna di immondizia e un ponte di copertoni su un fiume limaccioso, mi misi a controllare ciò che avevo.
Nel portafoglio c’erano le carte di credito e venti dollari, oltre ai documenti bagnati. Nella tasca dei pantaloni c’era l’orologio, che fortunatamente funzionava ancora; in quella della giacca, invece, c’era il cellulare. Purtroppo aveva preso troppa acqua e non si accendeva più. La mazza da golf era sparita, risucchiata dalle profondità dell’oceano.
Mi infuriai, perchè avevo perso di vista i miei amici per recuperare quegli oggetti, e adesso mi erano inutili. Gettai il cellulare tra i rifiuti, imprecando.

A quel gesto, Trashy spalancò gli occhi per la sorpresa. Sembrava sul punto di darmi un ceffone.
“Ma sei scemo?”
“Perchè?”
“Butti via così tutta quella ricchezza?”
La sirena strisciò verso il cellulare e lo infilzò col suo forchettone. Quindi se lo rigirò tra le mani, con gli occhi luccicanti.
“Guarda quanta plastica! Ottima qualità!”
“Ormai è rotto.”
“Mi potrò comprare un nuovo costume!”
Non riuscivo a capire quella sirena, che continuava a ribadire di avere un tesoro tra le mani. Trashy mi spiegò che era una riciclatrice, ovvero una di quelle sirene che pattugliavano le spiaggie alla ricerca di nuovi rifiuti portati dalle acque, da rivendere alle industrie dei pinguini.

Quello che non ho ancora chiarito, mi pare, è che Atlantidump sia formata interamente dai rifiuti della nostra società. È un ammasso di tutta l’immondizia e tutta la plastica prodotta negli ultimi decenni dai nostri paesi e gettati nelle acque. Gli abitanti di Atlantidump hanno colonizzato questo continente ed eletto a propria patria. I nuovi rifiuti portati dalla corrente oceanica vengono utilizzati dalla loro società come forma di ricchezza e sono tenuti in gran conto, al pari delle nostre banconote.

Gli abitanti non si limitano a riciclare le merci ancora utili che a volte gettiamo via: considerano la plastica in maniera simile alla nostra terra, e trovano sempre nuovi modi di utilizzarla. A questo scopo produttivo sono delegati i pinguini, di cui vi parlerò dopo in maniera più approfondita, mentre le sirene come Trashy sono impegnate nella raccolta. Ma ci sono anche altre sirene che si affollano attorno al palazzo reale e sgomitano per diventare la nuova favorita del sovrano: non ho ancora capito perché Trashy non fosse interessata alla vita di corte, né perché preferisse cercare rifiuti sulla spiaggia.
“Non mi piace quella vita là.” mi disse, scrollando le spalle.
“Perchè?”
“È come se fosse un’altra marca. Io preferisco la plastica. Voi la sprecate, ma qui è un tesoro.”
Anche le altre sirene tenevano in gran conto la plastica, considerata la fonte di ogni ricchezza di Atlantidump. Tuttavia, non disdegnavano il potere, proprio come succede nei nostri paesi, e utilizzavano ogni mezzo per trovarsi un posto nel governo reale.

Nonostante tutte le diffidenze nei confronti di Trashy, devo ammettere che questo è uno dei motivi per cui l’ho sempre considerata un’amica: non mi è mai sembrata interessata a utilizzarmi come un mezzo per fasi strada nella corte reale. Non è un elemento da sottovalutare: io ero il primo sprecone che fosse mai apparso su Atlantidump, il membro di una specie aliena. E non mi hanno messo in uno zoo, né in un istituto di ricerca: mi hanno fatto vivere assieme a loro, come un loro pari. Per questo devo ringraziare Trashy.

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Atlantidump, il continente di plastica – Primo capitolo

Atlantidump: il diario di viaggio di Leopoldo Galvani nel continente di plastica. Un romanzo a puntate di Alessio Banini, in esclusiva autunnale.

Vi presentiamo in esclusiva il racconto a puntate “Atlantidump”, la cronaca umoristica delle avventure di Leopoldo Galvani nel continente di plastica. Come un moderno Gulliver, Leopoldo visiterà un paese sconosciuto e i suoi strambi abitanti, che hanno dato vita a una società basata interamente sulla plastica. Tra comicità surreale e satira sociale, il racconto di Alessio Banini ci accompagnerà per tutto l’autunno!

Ecco a voi il primo capitolo di Atlantidump e una breve premessa: Great Pacific Garbace Patch! Buona lettura!

Per acquistare la versione ebook, riveduta e corretta, visitate il nostro shop: ATLANTIDUMP

Atlantidump, il continente di plastica – Primo capitolo

Quando mi misi in viaggio, quella mattina, non sapevo ancora che avrei vissuto un’esperienza memorabile, degna delle avventure dei marinai del seicento. Un’esperienza capace di cambiare il nostro modo di vedere il mondo e di mettere in dubbio le nostre certezze. Un’esperienza talmente incredibile che non può essere dimenticata, o relegata alle curiosità delle riviste scandalistiche; per questo motivo, ho ritenuto necessaria la stesura di un resoconto di viaggio, in modo da informare correttamente i miei concittadini e di fornire agli accademici e ai governanti degli utili strumenti per impostare una rotta migliore al nostro futuro.

Ma andiamo con ordine: mi chiamo Leopoldo Galvani, e sono un italoamericano. Italiano da parte di madre, statunitense da parte di padre. Non sono un navigatore, anche se questa è la storia di un viaggio per mare. Mi limito a lavorare nell’azienda di famiglia, un istituto finanziario di Los Angeles che si occupa di derivati nel settore petrolifero.
Per le vacanze pasquali mi recai a San Francisco, assieme a un gruppo di amici che preferisco non citare per motivi di privacy. Dopo la Pasqua, decidemmo di utilizzare il mio yacht di famiglia per fare una visita alle Hawaii, rimandando il rientro a casa. Salpammo il 9 aprile 2010: avevamo provviste a sufficienza e le giuste conoscenze nautiche per affrontare la traversata oceanica.
Il giorno successivo cominciammo a seguire una rotta diversa da quelle consigliate, poiché volevamo goderci la solitudine del pacifico; ci trovammo così a nord delle Hawaii, al largo da altre imbarcazioni o ricognitori aerei.
Quella notte, tuttavia, colpimmo uno scoglio con lo scafo. Per amor di verità, non si trattava di uno scoglio. Era molle, piuttosto che solido, e si distrusse nell’impatto. Tenendo conto degli avvenimenti successivi, sono portato a credere che fosse un ammasso compatto di rifiuti.
Comunque sia, quella notte non ci fu modo di comprendere appieno la natura dell’ostacolo. Lo scafo si sfondò e cominciò a imbarcare acqua. I miei amici si rifugiarono sulla scialuppa di salvataggio e si allontanarono. Io mi attardai a prendere le mie cose: il portafoglio, il cellulare, lo zaino, l’orologio e la mia cara mazza da golf.
Quando tornai sulla tolda, la barca si inclinò su di un fianco e cominciò ad affondare. Venni scaraventato in acqua. Mi tenni aggrappato alle mie cose, cercando di nuotare verso la scialuppa. Non la vidi da nessuna parte. Urlai.
Era notte, era buio. C’era solo l’oceano attorno alla mia barca che si inabissava. L’oceano, e alcune bottiglie di plastica che galleggiavano attorno a me.

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Non ricordo molto della notte passata in acqua, a dir la verità. Ricordo di essermi aggrappato a qualcosa, in balia della corrente, solo e sperduto. Ho rischiato di morire affogato.
Ma la mattina successiva mi sono svegliato sulla terraferma. Lo sentii subito, appena aprii gli occhi. Non stavo galleggiando, non stavo affondando. E non stavo morendo! Il sole mi splendeva sulla faccia, la terra sotto di me era solida e compatta. Ero vivo!

Solo chi ha rischiato di morire in mare può comprendere appieno la felicità del mio risveglio. Solo chi ha passato una notte nel bel mezzo dell’oceano, di fronte all’immensità di quella massa d’acqua. Ero vivo, ed ero felice. Mi tirai su e mi misi a baciare il terreno, tra le lacrime.
Ma subito mi ritrassi, sconvolto. Non c’era la sabbia di una spiaggia, sotto di me, bensì una massa confusa di bottiglie di plastica, rifiuti e sacchetti della spazzatura. Mi ripulii le labbra e sputai a lungo, schifato. Non riuscivo a credere ai miei occhi. La spiaggia era sommersa di rifiuti! C’erano buste, suole di scarpe, siringhe, spazzolini da denti e quant’altro. La spiaggia sembrava formata interamente dall’ammasso di quei rifiuti.

Da una parte stava l’oceano, placido e immobile. Io ero seduto su un’isola galleggiante formata da plastica e immondizia, che si estendeva a perdita d’occhio. Una distesa compatta di rifiuti, fino all’orizzonte. Altro che spiagge caraibiche e paradisi naturali! Credevo di essermi salvato, e invece mi ero risvegliato in un luogo da incubo.
Scavai con le mani, cercando di capire. Gettai via le bottiglie vuote, i resti degli elettrodomestici, i sacchi pieni di cartacce e i pannolini. Dopo un paio di metri di scavo, trovai l’acqua dell’oceano. Non c’erano più dubbi: non era un’isola coperta di rifiuti, bensì una discarica galleggiante. Un’isola di plastica!

Ora capirete perchè proprio io, così estraneo alla letteratura, abbia deciso di narrare questa storia. Mi sono trovato di fronte a un’esperienza unica, che i miei concittadini dovevano conoscere. Quest’isola non può rimanere nascosta nel Pacifico: il mondo deve sapere.
Quando i miei amici mi hanno chiesto se non fossi stato vittima di un’allucinazione, dopo il mio ritorno a casa, ho mostrato loro le prove. E le mostrerò anche a voi, assieme al mio resoconto di viaggio.

Ma andiamo con ordine. Mi misi a battere i pugni a terra, maledicendo la mia sfortuna e tutte le divinità del creato. Mi ferii con un ferro sporgente, e imprecai ancora di più. Urlai verso il mare alla ricerca di aiuto. Non apparve nessuno. La sera prima stavo navigando al largo delle consuete rotte commerciali, pertanto supposi che quell’isola dovette trovarsi in un punto sperduto del Pacifico. Rischiavo di morire lì, circondato dalla plastica.

Dopo pochi minuti, però, uno figura spuntò in fondo alla spiaggia. Dapprima la scambiai per un pesce o per qualche strano animale. Poi ne riconobbi le forme umanoidi, e mi tranquillizzai. Le corsi incontro, felice di trovarmi di fronte a un mio simile che avrebbe potuto spiegarmi il senso di quell’isola e aiutarmi a tornare a casa.
Quando fui abbastanza vicino, però, la mia felicità si tramutò in stupore. La figura non era quella di una ragazza umana, bensì quella di una sirena.

Una sirena in carne e ossa, amici miei. Anche se non ci crederete, alla fine del resoconto vi fornirò tutte le informazioni necessarie e le coordinate navali per verificare la mia storia con i vostri stessi occhi.
Quella che mi giunse davanti era una sirena, dal corpo snello e longilineo, con la pelle rosa e il seno prosperoso. Dalla cintola in su, era un splendida ragazza, con tutte le forme al posto giusto e dei lunghi capelli rossi legati in una coda. Indossava una collana di palline colorate di plastica e un reggiseno di stracci rattoppati. La parte sotto la cintura, invece, era quella di un pesce, viscida e squamosa, che terminava con una pinna. La sirena era alta quasi un metro e mezzo; a volte strisciava con la parte inferiore del corpo, in maniera simile ai serpenti; altre volte si dava la spinta con la pinna e saltellava sui cumuli di rifiuti, con grande agilità. In mano teneva un forchettone lungo più di un metro, con cui spostava i rifiuti dal percorso e apriva i sacchi di immondizia.

Quando mi si parò davanti, la sirena parve sorpresa quanto me. Io le fissai il seno, pensando a cosa dire. Lei mi anticipò:
“E tu che marca di pesce saresti?”
Io mi grattai la testa, perplesso. Perlomeno, la sirena aveva parlato in inglese. Nonostante la stranezza di quella situazione, avevo modo di comunicare con quella forma di vita così diversa da me.
“Sono naufragato qui, stanotte. Vengo dalla California.”
La sirena emise un grugnito soffocato, che non riuscii a interpretare. Quindi mi punzecchiò con il suo forchettone. Io feci una smorfia, ma sopportai l’esame con dignità.
“Sembri proprio uno sprecone. Sì, sì, uno sprecone.”
“In realtà, mi chiamo Leopoldo.”
“Io sono Trashy. Vieni con me.”
“Piacere di fare la tua conoscenza, Trashy.”
Lei non rispose. Mi fece cenno di seguirla verso l’interno dell’isola. Io rimasi immobile per un po’, interdetto, mentre la sirena saltellava sulla pinna. Poi mi decisi a seguirla.

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