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Tag: Arrischianti di Sarteano

Il doppio taglio della bellezza: QUIN agli Arrischianti di Sarteano

Dall’8 al 10 docembre 2017, al teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena QUIN, scritto e diretto da Laura Fatini e interpretato da Valentina Bischi. Prima produzione della Compagnia…

Dall’8 al 10 docembre 2017, al teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena QUIN, scritto e diretto da Laura Fatini e interpretato da Valentina Bischi. Prima produzione della Compagnia Teatro Arrischianti della stagione 2017/18, QUIN è un testo scritto nel 2014, revisionato nel 2015 e portato in scena nel prossimo weekend. Un monologo narrativo, di respiro ampissimo, che risalta le capacità sceniche di Valentina Bischi, la quale non è nuova a stare da sola su un palco scenico e racchiudere più corpi, e più anime, in uno.

Quin è la trascrizione fonetica di un termine inglese, perché?

Laura Fatini: È la storpiatura di Queen, un modo volgare e sgrammaticato di definirsi “regina”. È la storia di una ragazza che a 18 anni vince il titolo di Miss Estate 1985 nel suo piccolo paese di provincia. Inizia a fare varie selezioni per accedere al mondo dello spettacolo, incontra vari personaggi maschili che inizialmente sembrano aiutarla, poi a sfruttarla. Lei fa corsi di recitazione, ballo. portamento ma non sfonda e allora comincia a entrare nella dinamica delle feste “importanti”. Alla fine decide, per apparente semplicità di fare la escort di lusso. Ad un certo punto, però, inizia a invecchiare.

Che tecnica narrativa hai usato per raccontare questa storia, visto che tutto ci è filtrato dall’interpretazione di una sola attrice, Valentina Bischi? 

Laura Fatini: È uno stream of consciousness che non ha nulla a che fare con il tempo reale. All’inizio vediamo la vicenda alla fine. Valentina interpreta lo stesso personaggio in ambienti e tempi diversi. Valentina fa sia QUIN sia tutti gli altri personaggi. Procede per sprazzi. Il pubblico piano piano ci entra dentro. Lo spettacolo procede allo stesso modo di una memoria.

Dal punto di vista recitativo invece come ha gestito questi cambi? Non sei nuova a gestire corpi diversi in uno…

Valentina Bischi: Il testo l’ho letto un anno fa. Io e Laura ci conosciamo da tanto. Ci siamo sfiorate tante volte ma mai incontrate fino in fondo. Quando ho letto QUIN ne sono rimasta colpita. Mi sono detta che se con Laura non avevamo mai lavorato insieme prima, era giunto il momento di farlo. La difficoltà non è tanto nell’interpretazione plurale dei personaggi, ma nei cambi della protagonista e nella loro veridicità. QUIN è fragile e la sua fragilità non trova ascolto. Lei è sola. La sua condizione è evidente; il problema centrale è la sua solitudine.

Qual è stato lo spunto da cui è decollato il progetto? 

Laura Fatini: Lo spunto per la scrittura di questo spettacolo mi è arrivato da un libro che ho letto. Ricci, Limoni e Caffettiere – Piccoli stratagemmi di una vita ristretta, frutto del lavoro di un’associazione culturale, dentro il carcere di Rebibbia, nel settore feminile. In questo volume sono raccolte le strategie usate dalle donne per abitare la cella. La donna quando abita la cella lo fa in maniera diversa dall’uomo, la donna la modifica l’ambiente: usa acqua e farina per farla diventare colla per incollare le foto alle pareti, ci sono metodi per fare le mensole dal nulla, ci sono tantissime ricette di cucina e creme di bellezza. Sono rimasta stupita da come le donne in carcere facciano il ciambellone: non potendo avere un forno, utilizzano una sedia, la coprono di alluminio e mettono sotto di essa il fornelletto. La domanda che mi sono fatta è il motivo che porta delle carcerate a fare il ciambellone, o mettersi una crema di bellezza.  Il fatto è che le donne per essere vive devono creare la casa, le donne hanno la casa dentro. Sono case durante la gravidanza e ricreano una casa al di fuori di sé. All’inizio dello spettacolo QUIN è in carcere, e inizia a percepire questo stato della coscienza. Nello spettacolo si parla della bellezza e dei modi attraverso cui questa è utilizzata. Quando QUIN invecchia la sua bellezza diventa diventa un’ostacolo, lei non è più la bella ragazza di un tempo, e inizia a farsi trasparente per morire dentro. Userà, però, la bellezza per guardarsi allo specchio e finalmente riconoscersi.

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“Storie Cotte e Mangiate” agli Arrischianti. Intervista ad Andrea Pergolari

“Vorace lettore” (che cioè di-vora i testi) è un sintagma nominale aggettivale che indica un individuo che instancabilmente legge testi letterari, anche molto lontani fra loro, affamato di storie e…

“Vorace lettore” (che cioè di-vora i testi) è un sintagma nominale aggettivale che indica un individuo che instancabilmente legge testi letterari, anche molto lontani fra loro, affamato di storie e percezioni date dalla parola scritta. Allo stesso modo, la parola, può essere detta, esplicitata in luoghi appositi, quali possono essere i teatri. Fraseologie come cibo per la mente o l’etimo di “cultura” da coltura, dimostrano che  la parabola immaginifica della metafora tra alimentazione e acquisizione conoscenza attraverso l’arte, sia costantemente presente nel nostro linguaggio.

Andrea Pergolari ha estremizzato queste forme idiomatiche della nostra lingua curando uno spettacolo  nel quale i brani da recitare sono letteralmente scelti da un menù, divisi secondo sapidità e dolcezza nell’ordine antipasti, primi, secondi, contorni, vini e dessert. È lo spettatore, quindi, che definisce una scaletta. Gli attori, conseguentemente, “impiattano”, propongono cioè il loro repertorio, preparandolo di volta in volta. Pascal, Jerome, Cortazar, Calvino, Voltaire, Dürrenmatt, Grimm, Chiara, La Bruyère, e tantissimi altri autori, che vengono preparati secondo la ricetta del Teatro le Sedie e servita ai commensali. Tutto questo è andato in scena – e in sala – a Sarteano, domenica 7 febbraio 2017. La platea del teatro Arrischianti si è trasformata in un raffinato ristorante letterario, in cui le parole degli autori “ordinati” hanno saziato i palati, pur diversi, del pubblico.

Il teatro Le Sedie è un’interessantissima realtà del panorama drammaturgico romano. Sorto nei primi anni duemila in un quartiere periferico romano, zona Labaro, ha da subito esercitato un forte mandato sociale nella vecchia borgata romana, a ridosso della via Flaminia, digiuna da servizi culturali, come quelli proposti dall’associazione che gestisce autonomamente il teatro, produce spettacoli e li porta in giro.

Ho fatto qualche domanda a Andrea Pergolari, curatore di “Storie Cotte e Mangiate”, nonché presidente dell’associazione Il Rinoceronte, che gestisce il Teatro le Sedie

Cosa accomuna, secondo te, il lavoro del regista  – o di attore – teatrale a quello di cuoco?

La creatività. La costruzione di uno spettacolo è data dalla manipolazione di diversi ingredienti, così come quella di una pietanza cucinata. In entrambi i casi ci vuole immaginazione, fantasia e, nello stesso tempo, disciplina e competenza. Tutto ciò che accomuna le discipline che richiedono inventiva sottostà alle medesime strutture compositive.

Storie Cotte e Mangiate” propone un vastissimo menù di testi aforistici e umoristici, più o meno contemporanei. Ecco: come si cucina un testo letterario? E come può essere ingerito dal pubblico, una volta pronto?

A questa domanda non saprei cosa rispondere. Non c’è una regola per scrivere un testo, altrimenti avremmo tanti esiti tutti uguali uno all’altro. Posso dire, casomai, come e perché è nata quest’iniziativa di Storie cotte e mangiate, e da cosa è dipesa la scelta dei testi. Tutto è nato all’insegna del gioco, dalla volontà di proporre testi brevi di grande incisività e fantasia, fulminanti nelle loro trovate, di andare a ripescarli nel limbo della grande letteratura meno conosciuta, e di proporli al pubblico chiedendo agli spettatori una collaborazione fattiva. È lo spettatore stesso che costruisce lo spettacolo, scegliendo dal menù ciò che più gli aggrada: e dalla diversità delle scelte discende la grande varietà dello spettacolo, che è ogni volta diverso l’uno dall’altro.

Il Teatro le Sedie è una delle più interessanti realtà “off” del teatro romano, sorta ai margini della metropoli. Nonostante un tale contesto periferico, TLS è riuscito a divenire un importante polo creativo della Capitale, proponendo una singolarissima personalità gestionale nello spazio nel quale opera, producendo spettacoli e portandoli anche in giro. Vi sentite parte di un circuito “underground” italiano? Come se la passano, dal tuo punto di vista, questo tipo di realtà oggi?

Siamo una realtà che si è ritagliata il suo spazio, abbiamo provato a mantenere una nostra linea direttiva nella scelta degli spettacoli, sia quelli nati da noi, sia quelli scelti in giro per l’Italia. Non siamo parte di nessun circuito (anche a malincuore) e non credo nemmeno che possiamo mantenere addosso a noi l’etichetta di “underground”: facciamo teatro per quello che possiamo e sappiamo fare, avendo una certa autonomia. E questo mi sembra già tanto, ai tempi d’oggi.

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La complessa sintassi dei rapporti: ‘Il Nome’ agli Arrischianti come augurio di un felice 2017

L’enorme successo di affluenza al teatro degli Arrischianti di Sarteano per le repliche de Il Nome, dal 29 al 31 dicembre, ha costretto l’organizzazione ad una replica ulteriore, il 5…

L’enorme successo di affluenza al teatro degli Arrischianti di Sarteano per le repliche de Il Nome, dal 29 al 31 dicembre, ha costretto l’organizzazione ad una replica ulteriore, il 5 Gennaio. Moltissimi e prolungati gli applausi, straripante la presenza del pubblico in platea e nei palchetti del teatro in piazza XXIV Giugno. Probabilmente il successo della commedia francese, nel rifacimento composto da Gabriele Valentini, alberga nella positività e nella gioiosità attraverso la quale il pubblico assiste alla risoluzione di un dissidio.

I cinque protagonisti de Il Nome nella versione proposta al teatro Arrischianti di Sarteano, sono assoluti narrativi. Caricature di tipi umani sostanzialmente riconoscibili, con tic e fisime mentali comuni. C’è una facilità interpretativa, per il pubblico, nella comunione tra i gesti rappresentati nella commedia e quelli vissuti ogni giorno, nelle rispettive quotidianità. La coppia Elizabeth e Pierre, clamorosamente affine alle dinamiche interne di coppie “in crisi”, con le classiche domande dei quarantenni con figli che affrontano i momenti di stasi e di appiattimento esistenziale, l’adolescenza postergata di Vincent, nella sua continua baldanzosa arroganza e amichevole ostentazione, nonché l’incomunicabilità di Claude, sono paradigmi umani presenti in ogni reticolo sociale, che sia familiare, amichevole, lavorativo.  

Nella grammatica e nel battibecco cui la complessità dei rapporti si sfoga, l’unica dignità che resta è la capacità di fare un passo indietro da parte dei protagonisti, comprendere i limiti propri e degli altri, perimetrare le capacità emotive, confinarne i rispettivi lati come le tessere di un mosaico. Riconoscere, riconoscersi. Quello che lo spettacolo ha augurato al suo pubblico all’inizio del 2017 è proprio  questo: risolvere i problemi attraverso gli sguardi e le parole, attraverso la purezza, attraverso la comunicabilità e riconoscibilità. Non c’è augurio più grande.

Durante i preparativi della prova generale, Tommaso Ghezzi ha infastidito parte del cast.

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Con «Il Nome» di Valentini si chiude il 2016 al Teatro degli Arrischianti

Capodanno a Teatro è una formula estremamente risolutiva nei confronti dell’annosa questione «che fai a capodanno?», la quale contribuisce ad intristire le conversazioni tra amici e parenti già dal tardo…

Capodanno a Teatro è una formula estremamente risolutiva nei confronti dell’annosa questione «che fai a capodanno?», la quale contribuisce ad intristire le conversazioni tra amici e parenti già dal tardo ottobre. La Nuova Accademia degli Arrischianti ormai da sette anni riforma i festeggiamenti di San Silvestro con la comunione artistica e celebrativa della finzione scenica. Il format è iniziato nel 2009, con un adattamento della tragedia shakespeariana di Romeo e Giulietta, cui hanno fatto seguito una serie di perle che hanno impreziosito i cartelloni del teatro sarteanese,  “Fools”, 13 a Tavola, Giù con la vita, Rumori Fuori Scena, Un principe Piccolo e L’ispettore Generale. Ogni anno, agli spettacoli si aggiunge la perizia culinaria dell’Accademia, comprovata dalla squisitezza delle leccornie presenti nei buffet.

Quest’anno la scelta è caduta su da Le Prènom di degli autori francesi La Patellière e Delaporte, nella traduzione operata da Airis Fantechi, intitolata “Il Nome”. la regia è di Gabriele Valentini, con l’ausilio di Angela Dispenza, la cura dei costumi di Vittoria Bianchini e la gestione delle luci di Laura Fatini. Lo spettacolo è in scena già dal 29 dicembre, cui seguiranno le repliche del 30 e – ovviamente – del 31.

Cinque gli attori: Giacomo Testa, Valerio Rossi, Giulia Peruzzi, Tommaso Ghezzi e Giulia Rossi, portano in scena una cena molto particolare: si tratta della rimpatriata di vecchi amici/parenti, che hanno condiviso un’intera vita insieme. Una delle coppie presenti è in attesa del primo figlio e proprio sul nome da dare al nascituro si scatena il caos, con una serie di rovesciamenti, gag e rivelazioni.

Gli attori durante le prove.

 

Giacomo Testa interpreta Pierre, un professore di letteratura, molto popolare nei salotti letterari di Parigi, che sta finendo di scrivere, da cinque anni, il suo primo romanzo.

Giulia Peruzzi invece è Elisabeth, una maestra elementare alla scuola del quartiere, lei non si lamenta: lei ama il suo quartiere, la sensazione di essere nella vita vera. Vivere all’ombra di Pierre non disturba Elisabeth. Lei lo ammira. Lei ama il suo sguardo da esteta sulla vita, sulle cose più insignificanti, la sua capacità di questionare sul mondo, alla continua ricerca di risposte nuove. Pierre ed Elisabeth incarnano alla perfezione la coppia ideale. Continuano, giorno dopo giorno, a darsi in segreto dei soprannomi, dei nomignoli, non mancano occasioni per ballare un lento, si incoraggiano per venire a capo di parole crociate particolarmente difficili e si lasciano dolci bigliettini quando uno mancherà ad un appuntamento con l’altro.

Tommaso Ghezzi interpreta Claude, un musicista, primo trombone dell’orchestra filarmonica di RadioFrance. Claude è un uomo discreto e serio, è un uomo che si descrive meglio per sottrazioni: non è colorato, non è eccentrico, non è disonesto. Lui, in qualche modo, non è.

Valerio Rossi interpreta Vincent. Il migliore amico di Pierre, il fratello di Elisabeth. Vincent è un uomo con una brillante carriera, ha trasformato la piccola agenzia immobiliare paterna in un impero del booking.  Un uomo concreto e che non torna mai sui suoi passi. Un uomo che è andato dritto nella vita come un treno nella notte. Vincent dunque è un eroe dei tempi moderni, un “corsaro del ventunesimo secolo”.

Giulia Rossi interpreta Anna, la compagna di Vincent, incinta del primo figlio. Anna è la quintessenza della donna-vogue, sempre rimbalzata tra uffici di comunicazione, sfilate, saloni espositivi e boutique. La classica finta frivola che nasconde un’acutezza ben celata.

Lo spettacolo va a chiudere un anno di grande crescita per il teatro degli Arrischianti, nonché delle produzioni artistiche di tutta la Valdichiana. Come ormai da tradizione, questo spettacolo accende da subito il reattore di decollo del 2017, i cui propositi lasciano presagire ulteriori crescite, produzioni e interesse.

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La direzione ostinata. Il giro del mondo in 80 giorni al Castello

Il 22 luglio 2016, si è svolta al castello di Sarteano, la quinta replica de “Il Giro del Mondo in Ottanta Giorni”. L’estate sarteanese ormai ha inciso nella sua nomenclatura…

Il 22 luglio 2016, si è svolta al castello di Sarteano, la quinta replica de “Il Giro del Mondo in Ottanta Giorni”. L’estate sarteanese ormai ha inciso nella sua nomenclatura culturale stagionale questo particolarissimo evento, che colora il fermento culturale del luglio valdichianense di scelte mai scontate. Quest’anno la scelta di Laura Fatini, autrice dell’adattamento dal romanzo, è caduta sull’opera di Jules Verne, che tanto ammaliò i lettori contemporanei, affascinati dalle infinite possibilità tecniche e tecnologiche, ai fini degli spostamenti, che il fermento scientifico positivista aveva portato nel mondo. Gabriele Valentini, che firma la regia, sceglie di evidenziare l’apporto mimetico della resa recitativa, spingendola ai margini del metateatro da commedia dell’arte, con efficacissime macchie di avanspettacolo, rendendo la messa in scena poliedrica ed estremamente ritmata.

13690806_10209821632928287_630473027777135116_n La sinossi vede una compagnia di circensi (tanto per ribadire la scuola Strehler della nostra commedia dell’arte) imbastire la rappresentazione del capolavoro di Jules Verne, con tanto di ornatus prologi iniziale e disvelamenti della finzione (con finte dimenticanze, goffaggine attoriale rimarcata, a smembrare il naturalismo). L’esplicitata finzione si erge a chiave di lettura, diventa dichiarazione di poetica, chiarifica l’assoluta importanza (quasi totale) nella collaborazione immaginativa dello spettatore: il teatro è quindi un motivo di immaginazione, uno incentivo al sogno e al disegno mentale guidato dalla fantasia: l’arma più forte che l’essere umano abbia mai avuto. Non appare mai il protagonista, Phileas Fogg, che sentiamo solo da un voice over registrato – ma che non manca di interagire con gli attori in scena – e che scandisce i ritmi e le tappe del viaggio che per scommessa, con il Reform Club, dovrebbe coprire la circonferenza del globo terrestre in ottanta giorni. Appaiono però Calogero Dimino, il Passepartout, fedele servitore di Fogg, e il detective Fix, interpretato dall’incorruttibile Gianni Poliziani. Flavia del Buono, Brunella Mosci e Maria Paola Bernardini, formano un trio esilarante e coprono magistralmente le vette comiche della rappresentazione. In più guarniscono l’integrità dello spettacolo, Francesca Paolucci, che interpreta il “ragazzo” tuttofare di Fix, Erica Fatini, jolly che appare in più vesti e in più forme durante lo spettacolo e che raggiunge alti livelli di intenti comici nella figurazione della guida indiana tra Bombay e Calcutta, e infine la coppia Mascia Massarelli e Francesca Fenati che compiono una contro scommessa sul viaggio di Fogg.

Il 22 luglio è stato – internazionalmente – anche l’ennesimo giorno di attentati, di terrore, di odio, di speculazione giornalistica e politica, di risentimento e di immobilismo. Ogni spettacolo, per essere acquisito da un pubblico, necessita di un contesto storico che lo caratterizzi e che – già di per sé – fornisca un piano analitico di base. Il giudizio che si da ad un’opera dell’ingegno artistico nel contesto dell’estate 2016, in pieno allarme attentati, con le città europee che sembrano basi antiaeree assiepate di militari in divisa, molteplici controlli ad ogni ingresso in qualsivoglia luogo pubblico, risente, per forza di cose, delle tensioni umane contemporanee. Un adattamento teatrale de “Il giro del mondo in ottanta giorni” diventa un mantra, una preghiera laica di serenità e affrancamento; è – da una parte – l’inno all’immaginazione, all’assenza di limiti, barriere, frontiere fisiche e mentali, che ci permetta di pensare ad un globo “piccolo”, raggiungibile, a misura d’uomo, in cui il terreno è l’unico piano di riferimento, le gambe l’unica carreggiata; dall’altra la forza che comunque ci dovrebbe spingere a non fermarci di fronte alla paura, continuare a girare le città di oriente, occidente, sud e nord del mondo, ci dovrebbe comunque spingere a co13686734_10209821633928312_7916746006683631137_nnsiderare l’altrove come una declinazione diversa del “qui, gli altri, una declinazione del “noi”, sempre simili, sempre esseri umani. Le culture diverse come un’occasione di confronto e l’immobilismo come unico male possibile. Il mondo, come è oggi, come è quest’estate, così elasticizzato ed esteso, bloccato dal terrore, dall’informazione che eccede negli allarmi e nelle idiosincrasie, ha bisogno di una corrente opposta, ha bisogno di voci diverse.

(SPOILER ALERT à) Mr. Fogg riesce a vincere la scommessa poiché, scegliendo di compiere il viaggio verso est, e non verso ovest, andando quindi contro al sole, contro allo scorrere delle ore, e non a favore, guadagna un giorno in più, rispetto a quelli che aveva calcolato. Opporsi agli obblighi dettati dal terrore internazionale, opporsi all’immobilismo, alle scelte convenzionali, diventa – oggi – un conatus esistenziale, oltre che un dovere spirituale. Ché la direzione contraria, come ci dice il buon Jules Verne, si rivela, quasi sempre, quella giusta.

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‘Il Marinaio’ di Pessoa-Valentini, un meraviglioso azzardo

La stagione invernale del teatro degli Arrischianti si chiude con un elaborato esclusivo e ricercato: “Il Marinaio”, con testo di Fernando Pessoa regia di Gabriele Valentini. Tre donne sedute di…

La stagione invernale del teatro degli Arrischianti si chiude con un elaborato esclusivo e ricercato: “Il Marinaio”, con testo di Fernando Pessoa regia di Gabriele Valentini. Tre donne sedute di fronte ad un cadavere, fanno una veglia funebre lunga una notte.  Tre donne, come tre Moire mitologiche, a tessere i cavi del tempo, che affluiscono attraverso le loro riflessioni, nelle rapide del ricordo, del racconto e della proiezione dell’io nel tempo.

Francesca Fenati, seduta sulla sinistra, interpreta un’entità quanto mai immobile nel pensiero e nelle azioni, rifiuta il gesto e la parola come elemento riempitivo, poiché attraverso i gesti e le parole si scandisce lo scorrere delle storie, si legittimano il decedere del corpo e la privazione dei racconti, dei pensieri e delle parole dal sé, che lentamente muore.

Martina Guideri, all’opposto, interpreta una Moira dell’azione, che s’inerpica nelle più articolate gestazioni dell’eloquenza pur di evitare il vuoto, pur di evitare il nulla; è un’entità ingenua, naïve, infantile, che accetta qualsiasi parola per non soccombere al vuoto, a prescindere dalla veridicità, dalla giustezza, dalla proprietà e integrità etica di ciò che viene detto. Ogni parola, ogni atto, è per lei fondamentale ai fini della sopravvivenza

Poi c’è la Moira centrale, Martina Belvisi, la più complessa, oscillante nell’ascolto e nell’acquisizione delle poetiche espresse dalle due entità che le siedono lateralmente. È la chiave ermeneutica del volo coscienziale nel quale ci trasporta lo spettacolo. L’entità centrale raggiunge un’appercezione critica delle cose, degli eventi, delle parole. È lei a raccontare il Sogno del Marinaio, che non ha un finale, che non risolve nessun groviglio, che non definisce nessuna morale. Un sogno che non finisce, che non ha pretesa di essere creduto e che, come tale, viene assunto dalla scena.

La scena è composta da un fondale illuminato di blu, che sfuma verso il chiarore proprio all’arrivo dell’alba, come ad imporre il segno più, fiducioso nella ciclicità delle storie, nelle orbite esistenziali che ogni componente dei destini definisce.

Quello che rimane dubbio è se sia stato veramente legittimo caricare alcune battute rispetto ad altre, imporre una gerarchia prioritaria al sistema di concetti espressi da un testo, di per sé ricchissimo di massime, quando il messaggio basico dell’impianto espositivo dello spettacolo diceva tutt’altro, e cioè la totale stoica accettazione dei flussi, dello scorrere delle cose.

“Il Marinaio” è uno spettacolo, nella sua totalità, che deve restare, deve essere riprodotto quante più volte possibili. È un testo che va letto, amato, acquisito e poi osservato nella sua riproduzione scenica ogni volta con una maturità diversa, a conferma del relativismo epistemologico, dell’instabilità delle nostre convinzioni. Un testo che è testimone della crescita degli individui e della loro capacità evolutiva. Un testo che non è mai stato rappresentato in Italia, di cui Tabucchi stesso ne affermava l’irrealizzabile adattamento teatrale, e che Gabriele Valentini ha avuto il coraggio scriteriato ed incosciente di allestire al teatro degli Arrischianti. Alla luce di questo non possiamo che augurarci di rivederlo presto, in giro per i teatri d’Italia, alla luce di altre sapienze, di altri livelli psichici e sopratutto, di conoscenze ulteriori.

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Ricco cartellone invernale per il teatro di Sarteano

La Nuova accademia degli Arrischianti di Sarteano offre un calendario ricco di eventi eterogenei, poliedrici e per tutti i gusti. Il primo spettacolo è Rumori fuori scena, domenica 7 e…

La Nuova accademia degli Arrischianti di Sarteano offre un calendario ricco di eventi eterogenei, poliedrici e per tutti i gusti.

Il primo spettacolo è Rumori fuori scena, domenica 7 e lunedì 8 dicembre, riproposto dopo il grande successo di pubblico avuto lo scorso capodanno. Il riadattamento del copione di Michael Frayn, curato e diretto da Laura Fatini, porterà il pubblico dietro le quinte di una bizzarra compagnia teatrale, mentre tenta di andare in scena tra mille divertenti imprevisti. Da sabato 27 a mercoledì 31 dicembre in programma Un principe piccolo, scritto da Laura Fatini e diretto da Gabriele Valentini. Una sfida tra realtà e filosofia, sulla strada del piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry. Per questo spettacolo è consigliata la prenotazione, visti i tutto esaurito delle scorse edizioni del capodanno a teatro con gli Arrischianti.

Il nuovo anno si aprirà con l’opera: in scena, lunedì 5 gennaio, La Cenerentola di Giacomo Rossini, a cura della compagnia lirica Gli amici di Fritz. Il giorno dopo, martedì 6 gennaio, tutti ad aspettare la befana a teatro, con il concerto del gruppo vocale Consonanti La befana vien…cantando.

Il primo mese del 2015 si chiuderà con il consueto appuntamento per la giornata della Memoria, domenica 25 gennaio.
Seguiranno poi gli spettacoli dei laboratori teatrali e, tra le nuove produzioni Arrischianti, un grande classico da non perdere: Il berretto a sonagli di Pirandello, diretto da Gianni Poliziani, in scena sabato 14 e domenica 15 febbraio
Non mancheranno gli appuntamenti legati alla Giornata della Donna con Donna 2015: teatro e musica.

Infine, venerdì 17, sabato 18 e domenica 19 aprile, gli attori del LSTA (Laboratorio Stabile Teatro d’Attore) si cimenteranno in Fumare fa male, un testo di Laura Fatini che riflette sui vizi, attraverso una carrellata di personaggi nervosi e pieni di tic, in cerca della propria liberazione.

Tante proposte per ogni tipo di pubblico quelle del teatro di Sarteano, dove i classici si alternano alle nuove produzioni, nate dalla fervente attività della Nuova accademia degli Arrischianti che, tra incontri, stage didattici e laboratori, va avanti tutto l’anno ed è aperta a tutti.

Per informazioni e prenotazioni: tel. 393 5225730 mail: info@arrischianti.it

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Rumori fuori scena all’Arrischianti di Sarteano. Torna a grande richiesta

Una commedia divertente, caratterizzata da ritmo serrato e gag, che porta in scena le vicende comiche di una sgangherata compagnia di attori impegnata nel rappresentare una commedia. Dopo il successo…

Una commedia divertente, caratterizzata da ritmo serrato e gag, che porta in scena le vicende comiche di una sgangherata compagnia di attori impegnata nel rappresentare una commedia.

Dopo il successo riscosso dai primi spettacoli, torna domenica 7 dicembre e lunedì 8 dicembre, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, “Rumori fuori scena”.

Il segreto del successo di questa piéce sta nel gioco di scatole cinesi: il pubblico può sbirciare il dietro le quinte, osservare cosa succede la sera della prova generale e vivere in prima persona i litigi e le baruffe degli attori prima che entrino in scena. Il tutto in un esilarante mix di realtà e finzione.

Scritta da Micheal Frayn la commedia viene presentata a Sarteano per la regia di Laura Fatini. Gli interpreti: Gianni Poliziani, Flavia del Buono, Giacomo Testa, Giulia Peruzzi, Guido Dispenza, Giulia Rossi, Maria Pina Ruiu, Laura Scovacricchi, Pierangelo Margheriti, Giordano Tiberi, Moris Cinali, Daniele Cesaretti.

Per info e prenotazioni info info@arrischianti.it, cell: 5225730 

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PlayBack – Voci nella polvere successo a Sarteano

Domenica 23 novembre presso il Teatro degli Arrischianti di Sarteano, ha avuto luogo la rappresentazione dello spettacolo “PlayBack – Voci nella polvere”. Teatro gremito e un pubblico attento e commosso…

Domenica 23 novembre presso il Teatro degli Arrischianti di Sarteano, ha avuto luogo la rappresentazione dello spettacolo “PlayBack – Voci nella polvere”.

Teatro gremito e un pubblico attento e commosso per la cura e passione con la quale una compagnia di attori davvero speciale ha messo in scena uno spettacolo divertente e profondo al tempo stesso. Si tratta di un gruppo di persone seguite dalla Struttura di Igiene Mentale della USL7 Valdichiana senese, che partecipano al corso di Teatro-Terapia organizzato dalla Sezione Soci Coop Centro Italia della Valdichiana Sud, sotto la guida magistrale del Regista Manfredi Rutelli e del Maestro Paolo Scatena.

Il Laboratorio ha lo scopo di creare momenti di aggregazione e di stimolo alla creatività delle persone che lo frequentano che mettendosi in gioco su un palcoscenico acquisiscono sicurezza e coscienza di sé e delle proprie capacità. Nell’arco di tre anni i nostri attori hanno messo in piedi due Spettacoli che hanno portato nei teatri della Valdichiana sud.

Le prove si svolgono a cadenza settimanale presso la Sala Soci di Chiusi messa a disposizione da Coop; le persone che seguono il corso sono costantemente seguite dai loro Operatori Sanitari, anch’essi impegnati attivamente nella realizzazione degli Spettacoli. Il progetto è nato nel 2012 dalla volontà dei Soci Coop di riproporre un percorso messo in essere dalla Asl7 in passato; questi anni di collaborazione con la Struttura Sanitaria confermano come dalla sinergia di soggetti tanto diversi possano scaturire vantaggi per i cittadini del territorio.

Grande soddisfazione in questo senso è stata espressa anche dalla Dott.ssa Chiocchi responsabile della Unità di Igiene Mentale della Valdichiana Senese. Il 2014 ha visto crescere l’interesse attorno al nostro Progetto tanto che altri soggetti come La Fondazione Orizzonti e i Lyons di Chiusi, nonché il Comune di Sarteano hanno dato il loro contributo alla buona riuscita di questo importante lavoro.

Quella di domenica scorsa è stata la seconda replica di quest’anno, la prima si era tenuta presso il Teatro Mascagni di Chiusi. L’attenzione alle tematiche ambientali , argomento dello spettacolo, si ritrova anche nelle scene realizzate con materiali di recupero dalla creatività della scenografa Alice Bucelli.

Foto di repertorio

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