La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Editoriale

Dov’è finita la solidarietà artistica in Italia?

Houston, abbiamo un problema. Correggo e rilancio: Italia, abbiamo un problema. Forse certi problemi si capiscono veramente nel momento in cui li si affronta in prima persona.  Chi scrive non…

Houston, abbiamo un problema.

Correggo e rilancio: Italia, abbiamo un problema.

Forse certi problemi si capiscono veramente nel momento in cui li si affronta in prima persona. 

Chi scrive non è nessuno, per carità, ma mi sono resa conto che in Italia c’è un grosso, enorme problema. Faccio parecchie cose nel tempo libero, e perlopiù queste attività afferiscono al campo artistico – e capita ogni tanto di portare queste attività fuori dalla sala prove, cameretta, laboratorio. Rimango nessuno, ma rivendico il mio diritto a non essere trattata come un’imbecille da chi potrebbe darmi l’opportunità di suonare, recitare, distribuire e diffondere quanto scritto da me. 

Chi scrive si è resa conto che cercare di organizzare un qualsivoglia evento artistico interessante sia qualcosa che rasenta il TSO, o necessiti di una serie di sedute dallo psicoterapeuta dopo il trauma.

Parliamo di organizzare un concerto: partendo dal presupposto che non si sia la solita cover band – che, personalmente, penso che contribuiscano a rovinare il già disastrato panorama live italiano – suonare nel nostro Paese, soprattutto se si è una rock band e affini, è un disastro. Benissimo, lo sappiamo in tanti, è anche colpa dei gestori dei locali, che appunto, preferiscono una serata facile dando da suonare a una cover band. Il locale si riempie se uno sente “You Shook Me All Night Long” degli AC/DC, anziché un brano inedito di una band di emeriti nessuno. Insomma, le band con pezzi originali svuotano i locali, si sa. Meglio tenersi qualche copia maldestra di Angus Young in canna, è un successo assicurato, anche se le canzoni non sono proprio di per sé fresche e nuove. Insomma, come quando all’Inter c’era Siniša Mihajlović a battere le punizioni e i calci d’angolo – anche quando non era proprio più giovincello: tirava ed era un successo assicurato. Quasi lo si metteva in campo solo per un benedetto calcio d’angolo (Siniša ti voglio bene). Ma anche Mihajlović a un certo punto non funzionava più e si è ritirato. 

Detto questo, qualcuno dei lettori de La Valdichiana si ricorderà di certo la mia mini-guida sulla ricerca di lavoro – e sul fatto che uno dei problemi dei potenziali datori di lavoro era proprio la maleducazione nel non rispondere alle candidature. Bene, se vogliamo traslare il discorso in campo artistico, forse questo malcostume è anche più radicato e diffuso. Rarissimamente arrivano risposte o cenni d’interesse, se arrivano alcune sono il top dell’incompetenza o dell’arroganza. La comunicazione è un grosso problema (uno dei tanti), d’altronde uno non può neanche girare mezza Italia per distribuire una demo di locale in locale – e anche qua, ammesso che tu venga ben accolto e non trattato come un questuante e ammesso che il responsabile del locale sia di buon umore. Siccome una band in erba non ha i mezzi per girare l’Italia a scopo promozionale, si passa a contattare i locali via internet… E qua, bisogna tenere sottomano qualche farmaco appartenente alla famiglia delle benzodiazepine, perché si rischia un attacco di panico incontrollato. La comunicazione via internet è fattibile a patto che il locale in questione abbia anche solo una pagina Facebook aggiornata. O un indirizzo email utilizzato e controllato quotidianamente. Altrimenti, non proverete neanche la gioia e il gaudio di vedere un “visualizzato alle ore…”, ma proverete lo strazio di aspettare e aspettare ancora anche un “no, grazie, non siamo interessati”. Perché, seriamente, vi aprite una pagina Facebook se non siete neanche in grado di usare una basilare email? E mi taccio del fatto che alcuni locali non rispondano a prescindere, perché hanno il loro giro di band da far suonare

Non affronto neanche con il discorso del gestore del locale che chiede a chi vuole suonare “sì, ma quanta gente mi porti?”, perché la gente la si porterebbe anche volentieri, lo si fa il passaparola con piacere, ma se non sei capace di promuovere le serate nel tuo locale, quello è un problema del gestore, non della band. Da laureata in Linguaggi dei Media, devo dire che di siti o account di locali seriamente gestiti, forse li conto su una mano, due, al massimo. Comunicazione poco mirata, pubblico non selezionato, perché si passa allo spam generico e all’invito di massa. 

Detto questo, passo al problema più serio. I musicisti stessi. Sì, a voi mi rivolgo: dov’è finita la solidarietà artistica verso le altre band? Suonare in Italia è diventata una guerra tra poveri. Perché, se fai parte di quel giro di band elette a suonare in maniera più o meno regolare, grazie a quei padri-padroni che gestiscono i locali, che di solito monopolizzano la scena di una città e la incancreniscono fino a far passare la voglia di suonare, tu band immanicata sei al sicuro. E le band emergenti che ti chiedono un contatto, anche solo un’informazione su come poter suonare nel locale dove oramai suoni fisso, finiscono per avere il silenzio o risposte evasive (sempre per la serie “ti faccio sapere” o “sono un adepto del Culto della Non-Risposta, spiacente”). Come se si avesse paura che qualcuno possa entrare nel giro di apprezzamenti e favori del padre-padrone e uscire dal giro buono. Che poi giro buono non è, è sempre un inganno, il giro di per sé è mediocre… Però… Se non fai parte di quel giro… “Eh, ma se non accettiamo quello che dice o ci vuole far fare Tizio Caio, che è immanicato con mezza città, noi non suoniamo da nessuna parte” questa è la giustificazione che ho sentito più volte. E posso assicurarvi che ogni volta che sento questa giustificazione il mio cuore perde un battito. Mi cascano le braccia, mi viene il latte alle ginocchia e quant’altro. Perché alla fine, le band che aderiscono a quel giro, accettano di comportarsi da membri di una setta esclusiva e accettano di non dare una possibilità a coloro che sono ai loro primi passi nella loro attività. Che è gravissimo – poi ci si lamenta che ci sono sempre le solite band in giro a suonare, poi ci si lamenta che gli eventi sono sempre quelli. Ma se non si dà una possibilità a tutti, spiegatemi come si può innovare e rinnovare un ambiente che sa di stantio? Ed è qua che gli artisti “fuori dal giro” possono riscattarsi, alla faccia di chi vi ha negato la possibilità di dire la vostra e di farvi conoscere.

Questo è un appello per gli artisti che si sentono tagliati fuori da un giro che viene spacciato per giro buono: non gettate la spugna, perché non tutto il male e il dispiacere provato viene per nuocere. E soprattutto, state fuori dal giro musicale dal sapor di mafia. È più faticoso, ma il vecchio adagio “chi fa da sé fa per tre” oggi deve essere la vera guida di tutti i creativi (e non). Createvi le occasioni da soli, è il momento della rinegoziazione di un valore di un live, dell’incisione di un album intero. Alleatevi con la tecnologia, inventatevi nuovi modi insoliti per farvi conoscere – registrate un live esclusivo dalla vostra saletta prove, preparatela per ospitare pochissime persone, fatevi aiutare per le riprese, mettetelo su YouTube una volta sistemato. Lasciate perdere le vecchie vie stantie – e se volete proprio combatterle, è ora di allearvi con quelle poche persone veramente fidate, che non vi dicono davanti che siete tanto bravi, mentre alle spalle ve ne dicono di ogni. Ed è ora di smettere di credere che la vecchia via sia sempre quella migliore. Se vogliamo, se volete veramente cambiare le regole del gioco, forse è il momento di scommettere sulle proprie facoltà e bisogna smettere di dipendere da qualche magica facoltà di qualche presunto padre-padrone che preferisce tenere tutti in un mare di mediocrità (e si conta i soldi e raccoglie la gloria alle nostre spalle). La spinta per il cambiamento deve arrivare da noi. Dobbiamo fare fatica, ma credo sempre che la fatica venga sempre ripagata. 

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Il “traffico gonfiato” su Internet non è una novità

“We buy things we don’t need, with money we don’t have, to impress people we don’t like”. “Compriamo cose di cui non abbiamo bisogno, con soldi che non abbiamo, per…

We buy things we don’t need, with money we don’t have, to impress people we don’t like”.

“Compriamo cose di cui non abbiamo bisogno, con soldi che non abbiamo, per impressionare persone che non ci piacciono”.

In questi giorni, sono stati pubblicati alcuni articoli riguardanti il traffico gonfiato che il Corriere avrebbe commissionato a Tradedoubler: la pratica utilizzata sarebbe quella del site under. In Internet, non è di certo una novità che si studino e si provino nuovi meccanismi per aumentare il traffico esistente, o ottenere più visite uniche e nuovi utenti fissi. Ma, come ogni cosa, certe pratiche devono avere un limite, pena la messa in discussione della credibilità e della serietà di certi brand.

Partiamo con un piccolo chiarimento: non è di per sé scandaloso o illegale comprare le keywords su Google, o pianificare una campagna pubblicitaria per apparire il più in alto possibile sui motori di ricerca. Si fa, ci sono molte agenzie che si occupano di ottimizzare il posizionamento del sito nei motori di ricerca, come per esempio il SEO o l’OAO. La pratica di site under invece può essere considerata scandalosa (e ingannevole), perché va a creare una visita e un visitatore unico, ma spesso il traffico non è umano, è generato da dei bot.

Nella smania di superare la concorrenza di Repubblica.it, si è disposti a fare qualsiasi cosa pur di primeggiare – ed è poco verosimile che il Gruppo RCS non sapesse niente di questa pratica, certo, magari non ai vertici, ma magari chi si occupa di queste prassi, lo deve sapere. Soprattutto per una questione di credibilità del brand, che rischia di essere messa discussione: non dimentichiamoci che i media e gli editori online sono supervisionati dall’Audiweb, che controlla i numeri del traffico internet di Corriere, Repubblica e via discorrendo. Poi ovviamente, è arrivata anche la smentita/precisazione, neanche troppo chiara, tipicamente all’italiana, anche da parte di Tradedoubler: ovvero, la colpa non è di RCS, ma neanche di Tradedoubler. La colpa non è mai di nessuno: il traffico e i click saranno aumentati magicamente da soli e sarà stato un trafficone a far partire quella campagna di site under per conto del Corriere.

Si può discutere che non ci sia niente di male nell’ottimizzare il sito per un motore di ricerca: quello che stupisce sempre è come non si possa pensare prima di tutto a ottimizzare per esempio la grafica di un sito. Avete visto quello del Corriere.it? Francamente è assai poco leggibile e se si vuole leggere una notizia, è preferibile andare su altri lidi più gradevoli. È fuori discussione cercare di leggere sul telefono delle notizie dal sito del Corriere: occorre abbonarsi. Per quanto riguarda i contenuti? Premesso che reputo che siano sempre migliorabili, a prescindere dal sito. (E non è proprio remota la notizia che sul Corriere sia apparsa un’intervista a una scrittrice… Moglie del giornalista autore dell’articolo. Ripeto, la reputazione di un giornale è fondamentale, vorrei sapere chi ha autorizzato un articolo del genere – perché è improbabile che non si sappia che questa scrittrice sia sposata a un giornalista del Corriere – NdR). Prima di arrivare a queste pratiche di marketing, prima di tutto bisognerebbe avere un reparto dedito al marketing e alla gestione dei social network competente e sul pezzo, perché queste pratiche bisogna conoscerle e bisogna saperle usare saggiamente.

Ma questo uso di “gonfiare” le proprie visite si può traslare su Facebook. Da circa un anno, forse poco più, c’è questa prassi del “comprare fan” o “comprare like”.  Si può scegliere per quanti giorni far durare questa campagna, su quali paesi concentrarla, il budget e così via. E magicamente, viene promessa più visibilità nelle bacheche altrui e un numero congruo di like in più assicurati al giorno o alla settimana.

Il problema è che questa campagna può avere effetti disastrosi, se usata senza cognizione di causa e senza settare i parametri giusti.  Si rischia di avere molti like che provengono da utenti fuori target nella maniera più assoluta, ma che non interagiscono minimamente con i contenuti della pagina. Ma è chiaro: c’è chi crea profili fasulli e mette il “like” dietro compenso forfettario (una manciata di dollari per migliaia di like al giorno, come potete ben leggere in quest’articolo). Peccato che anche le statistiche di pubblica consultazione delle pagine di Facebook poi confermino la politica poco trasparente di certi furbetti che vogliono superare gli altri in quantità, senza aver considerato che forse il problema fosse la qualità del loro prodotto. Come può una pagina italiana con presunti “migliaia di like” avere il grosso del traffico proveniente dall’altra parte del mondo (per esempio, il Cile o il Perù), con una fascia d’età media degli utenti di 13 – 17 anni e gli utenti hanno nomi incomprensibili, o sono anche presunti arabi nati in Alaska, ma che vivono in Sudamerica? Poi si dà un occhio alla pagina e l’attività è praticamente inesistente, quando non ci sono soldi per finanziare nuove campagne che promuovano la pagina e i post. Come se fosse una pagina seguita solo da qualche decina di persone. In buona sostanza, diventa una pagina da buttare: è diventata dipendente dalle campagne promozionali – e appena si smette di investirci in denaro, viene abbandonata a se stessa. Queste prassi sono comuni anche su Twitter, e anche su YouTube – come fanno alcuni video ad avere già centinaia di migliaia di visualizzazioni dopo qualche giorno? Semplice, c’è un business dietro che pilota il tutto e gonfia il tutto.

Ma fino a che punto si arriverà nel rendere una pagina “cliccatissima”? Internet molto spesso viene visto come un paradiso di libertà e di massima libertà nelle pratiche: forse è difficile stabilire un’etica valida per tutti, forse non è abbastanza affidarsi al semplice buonsenso, perché ci sarà sempre qualcuno che non baderà a scrupoli e pur di avere qualche click in più sarà disposto a tutto. Il problema è che, molto spesso, se queste prassi diventano fisse, il risultato è poi un sito intasato buono da lanciare nel cestino. Il punto è questo: chiedersi se vale la pena percorrere la strada più veloce, che porta a risultati non autentici, o provare una politica di social marketing più “faticosa” per chi la deve fare e deve imparare i meccanismi giusti che possono portare il sito a un buon livello di credibilità anche nei social network e un’autentica indicizzazione nei motori di ricerca.

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Andare veloce per restare in forma! La ricetta benessere del giornalismo italiano

La redazione de LaValdichiana.it al completo ha partecipato all’VIII edizione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. Una redazione in grande spolvero, pronta a confrontarsi con realtà giornalistiche diverse, professionisti del…

La redazione de LaValdichiana.it al completo ha partecipato all’VIII edizione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. Una redazione in grande spolvero, pronta a confrontarsi con realtà giornalistiche diverse, professionisti del settore e testate internazionali, un ottimo corso di aggiornamento per giornalisti già affermati e un’ottima palestra per aspiranti tali.

Che il giornalismo in Italia stia cambiando ormai è cosa nota, e non ci vuole di certo un festival per rendersene conto. Il festival di Perugia si definisce internazionale proprio perché riesce a mettere a confronto realtà giornalistiche italiane con quelle del resto del mondo e a volte, ahimè, il confronto non regge più di tanto.

Mentre in Italia siamo legati ancora alla concezione per cui “chi da’ prima la notizia, è più bravo”, negli altri Paesi il problema è “saper dare la notizia” e saperla far correre, usare cioè i giusti canali, che siano social, siti web o carta stampata, l’importante è saper veicolare all’esterno l’informazione. Le notizie, ormai, viaggiano sui social: Twitter ha soppiantato di gran lunga lagenzia Ansa e le sue breaking news, basta saper scegliere “l’uccellino” giusto da seguire e il gioco è fatto, notizie fresche e di giornata. Questo succede perché ormai la comunicazione è bidirezionale, c’è un filo diretto tra chi la produce e chi la riceve, chiunque in rete può fare comunicazione, esprimere un gradimento e condividere sui social media.

In questo modo un giornalista o un editore, giorno per giorno, deve guadagnarsi la fiducia e le aspettative del proprio pubblico. Secondo Mario Tedeschini Lalli, giornalista italiano, questa può essere considerata una rivoluziona al pari della pressa da stampa di Gutemberg. Ed ha proprio ragione! Come spesso accade in Italia, questa rivoluzione è arrivata dopo che tutto il mondo ne sta sperimentato gli effetti.

A cambiare non è la professione del giornalista, il quale non modificherà le sue attività fondamentali (ovvero, selezionare, produrre, curare, correlare e ordinare: questi resteranno tutti i tratti distintivi della professione), a cambiare è l’architettura dell’informazione, la disciplina che da più di dieci anni progetta la comunicazione digitale in funzione dei contesti nei quali essa accadrà: siti web, applicazioni, reti interne, fino all’informazione che andrà ad interagire sempre di più con le persone in tutti gli ambienti fisici.

Ed è qui che oltre alla tecnologia entra in gioco la creatività del contenuto. Ormai da troppi anni il giornalismo in Italia ripete sempre le stesse cose; il giornalista moderno, oltre allo scrivere articoli (sempre più aiutato dagli uffici stampa), deve saper creare, esplorare e capire che la scrittura per il web è diversa da quella della carta stampa. Il segreto è fornire contenuti originali e creativi. La scrittura deve saper catturare l’attenzione di chi legge e andare subito al punto. Il pubblico si stanca a leggere articoli lunghi e prolissi, la maggior parte dei lettori sul web non ha tempo da perdere, vogliono immediatezza, per poter far sentire la propria voce.

La nuova frontiera del giornalismo, però, ci è stata spiegata a Perugia da professionisti stranieri, per lo più americani e tedeschi. I panel dei grandi nomi italiani sono stati soltanto delle pure e semplici vetrine di presentazione, messaggi promozionali e aspetti fin troppo teorici, al contrario di ciò che dovrebbe essere il giornalismo!  Scrivere non è un atto astratto e puramente teorico, la scrittura si può avvicinare all’aspetto grafico e tecnologico. Che gli italiani non abbiano ancora capito la direzione in cui sta andando il nostro giornalismo? Che i nostri giornalisti, i quali dovrebbero essere di esempio per le nuove generazione, non abbiano le idee chiare sulla modernità di un mondo crossmediale? La risposta è data dallo slogan dell’VIII edizione del Festival del Giornalismo di Perugia, e forse non è mai stato così attuale e azzeccato: “Stay Fast, Stay Fit”. Ovvero, la velocità ci sta travolgendo, mantenersi in allenamento ci farà vincere la sfida. E i giornalisti italisti italiani per vincere le sfide che ci lanciano i media internazionali devono fare tanto, tanto sano allenamento.

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Che ne sarà del calcio italiano?

Camorrista o non camorrista? Attacco programmato o non programmato? Il tifoso ferito è fuori pericolo o ancora sta lottando tra la vita e la morte? Ecco, questi interrogativi sono ciò…

Camorrista o non camorrista? Attacco programmato o non programmato? Il tifoso ferito è fuori pericolo o ancora sta lottando tra la vita e la morte? Ecco, questi interrogativi sono ciò che è rimasto di quello che doveva essere un bel sabato di calcio italiano, fatto di bambini, ragazzi, donne e uomini andati allo stadio per divertirsi e tifare la propria squadra, ma noi italiani siamo stati in grado di rovinarlo. Sì, noi italiani, perché quando succedono queste cose, non c’è differenza tra nord e sud, est ed ovest. Siamo un unico popolo, un’unica nazione, nel bene e nel male, e quello che andato in onda sabato 3 maggio all’Olimpico di Roma ha dimostrato ancora una volta di cosa siamo capaci: rovinare quella che doveva essere una festa, sia per i vincitori che per i vinti.

Fiorentina-Napoli doveva essere puro divertimento e un passatempo anche per persone che come me non sono appassionate di calcio ma piace seguirlo. Sabato sono stata costretta a vedere un capo “ultras” che dettava legge in un stadio stracolmo di gente, di fronte a istituzioni della nostra Repubblica, rimaste completamente inermi davanti a quello spettacolo alquanto raccapricciante. Fischi al nostro Inno, vigili del fuoco feriti, calciatori che non sapevano se giocare o no, società sportive in balia degli eventi, sembrava tutto meno che una partita di calcio.

Quella tra il calcio italiano, gli ultras e i tifosi è una vecchia e brutta storia, che così sta diventando ancora più vecchia e ancora più brutta, nessuno riesce a trovare un rimedio: o non si ha voglia di trovarlo, o non ci si prova abbastanza. Ancora una volta questo episodio rischia di rimanere uno dei tanti: il campionato finisce, i mondiali iniziano, poi c’è il calciomercato e l’anno prossimo ci troviamo a fare di nuovo i conti con quello che succede tra le tifoserie nemiche. Perché in Inghilterra questo problema è stato risolto? Forse perché sono stati più bravi di noi ad affrontarlo. In Inghilterra agli stadi non si va con petardi, bombe carte e oggetti di guerriglia, ma Italia sì. Forse in Italia si aspettano solo le grandi tragedie prima di reagire come si deve? Come se non fossero già morte persone per delle assurde partite di calcio e per degli stupidi rancori tra tifoserie!

Non voglio soffermarmi troppo sulla figura di “Genny a’Carogna”, lo sta già facendo la stampa internazionale per noi, e non voglio lasciare altro spazio a un tizio che, con una maglietta che inneggiava all’omicida di Filippo Raciti, riesce a decidere le sorti di incontro. Noi de La Valdichiana.it abbiamo pubblicato il nostro consueto articolo del Bar della Chiana con la foto di Genny, perché in questo fine settimana il calcio ha avuto lui come protagonista. Poco importa se la Juventus ha vinto il terzo scudetto di fila con due giornate di anticipo, il vero protagonista del calcio italiano è stato lui. Ci sono persone, secondo le agenzie di stampa, che lo ringraziano perché lui concede la sicurezza che lo Stato non garantisce, proprio come fa la camorra o la mafia. Sembra assurdo ma è così. Nel 2014 ancora stiamo parlando di queste cose, e la “svolta buona” dove sta in tutto in questo?

Mi è sembrato assurdo vedere quelle immagini e dovermi identificare in ciò che stava accadendo, eppure era davvero la realtà. L’Italia si è mostrata ancora una volta per ciò che è veramente: un Paese pieno di rancori e vendette personali, sempre pronto alla violenza. Forse questa sarà la “volta buona” in cui i nostri Ministri decidono di svegliarsi e capire che questo problema esiste ed esisterà per sempre, almeno finché non si riesca a trovare delle soluzioni forti e drastiche per risolverlo. Ormai non parliamo più di “calcio”, ma del “problema del calcio”. L’Inghilterra è riuscita a porre dei rimedi a una situazione simile, riusciremo a farcela anche noi?

Per dovere di cronaca, la partita di Coppa Italia giocata sabato 3 maggio all’Olimpico, è stata vinta dal Napoli per 3 a 1 sulla Fiorentina… ma questa è tutta un’altra storia!

Foto: Rai Sport

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Facebook festeggia 10 anni con un video. Sintesi “minimal” di una vita social.

Dal 4 febbraio 2004 molto è cambiato nel mondo della comunicazione, i libri erano ancora di carta, il giornalismo pareva, ancora, un mestiere che permettesse di girare il mondo, la…

Dal 4 febbraio 2004 molto è cambiato nel mondo della comunicazione, i libri erano ancora di carta, il giornalismo pareva, ancora, un mestiere che permettesse di girare il mondo, la disoccupazione non toccava i limiti record come adesso e non tutto passava per la rete, anche se quest’ultima costituiva già una parte importante nella mia vita.
Poi è arrivato un mio coetaneo statunitense, uno studente nerd, tale Marc Zuckerberg, che una sera, ubriaco, venne in mente la balzana idea di mettere a confronto le fotografie delle ragazze per cercare di fare colpo su qualcuna di queste, con effetti inizialmente disastrosi, e fu così che co-fondò il sito social più famoso al mondo: TheFacebook, come si chiamava in origine, e questo è ciò che racconta David Kirkpatrick nel suo libro The Facebook Effect, sulla nascita del social network più conosciuto.

La realtà, invece, racconta che all’inizio, il social network blu, doveva collegare la comunità degli studenti di Harvard, ma da lì a poco riuscirà ad avere 1,23 miliardi di utenti attivi ogni mese, quasi più di Google, dati che prima d’ora nessun motore di ricerca, sito o social aveva mai fatto registrare. Secondo un sondaggio svolto da “Pew Research Center”, su un campione di 5.173 persone, a leggere news su Facebook sono ben il 67 per cento degli utenti americani. Da due anni facebook si è anche quotato in borsa, e tale quotazione ha prodotto una forte suddivisione di quote fra i principali attori di questo importante cambiamento della web company: i fondatori, gli investitori e i fondi di investimento. Insomma una vera gallina dalle uova d’oro.

Questo in breve il riassunto di 10 anni vita di facebook, ma nel nostro quotidiano cosa è cambiato? Nella nostra vita sono entrati termini come “like”, “tag” e “chat”, all’inizio in punta di piedi, perché chi ti sentiva parlare così ti prendeva per matto, poi sempre di più fino a diventare termini da vocabolario. All’inizio facebook era un tabù, guai ad usarlo sul pc di università o ufficio, adesso invece lo porti anche in spiaggia sul tablet o smartphone e addirittura esistono corsi che ne esaltano le sue capacità.
Questo a dimostrazione che facebook è diventanto un pezzetto della nostra vita quotidiana, e anche chi all’inizio ne rinnegava l’esistenza, adesso non ne può fare a meno, forse lo usa molto più di chi glielo ha fatto conoscere. Voglia di condividere la propria vita con gli altri, può essere, fatto sta che adesso non facciamo più le foto per poterle stampare e metterle in album per poi guardarcele quando vogliamo, no adesso le facciamo per pubblicarle su facebook e taggarci amici, parenti, conoscenti e colleghi. Ma non solo questo, se ci lasciamo con il fidanzato, marito o compagno, prima lo diciamo a facebook, poi al mondo intero e poi forse al diretto interessato. Per non parlare poi degli stati d’animo, o del tempo che fa, insomma anche chi la mattina non si affaccia alla finestra sa benissimo che tempo fa in ogni parte del mondo.

Il network nato tra i teenager è diventato indispensabile anche per i nonni, sì perché è considerato uno strumento contro la solitudine della terza età. Quei nonni, all’inizio scettici, adesso fregano il pc ai nipoti per non sentirsi soli e forse sarà la volta buona che saranno i nipoti a spronare i nonni a non stare troppo davanti al computer. E se questo vi piace o no, non ha importanza, per voi parlano i dati: ogni secondo vengono aggiunti 41 mila aggiornamenti di status. Provate a visualizzarlo: ogni secondo, 41 mila persone raccontano come stanno. Di più: lo scrivono, lo dicono agli amici, lo immortalano per i posteri. E ogni minuto esprimiamo 1.8 milioni di “mi piace”, la vera sostanza di facebook. Basta che tutto sia social e che tutti sappiano il pensiero dell’altro.

Per ringraziarci di tutto questo i creatori di facebook non potevano non farci il regalo per i suoi dieci anni, e infatti, puntuale per i festeggiamenti è arrivato “A Look Back” un servizio che permette di ripercorrere la love story personale con il social network blu, dal momento in cui ti sei iscritto per la prima volta, allo stato con più “like”, fino alle foto delle vacanze di due estati fa e quelle appena pubblicate, con la possibilità di poterlo condividere. Il tutto in un video di un minuto circa, sintesi “minimal” di una vita social.

Che dire al sig.re Zuckerberg? Gli possiamo dire grazie per averci fatto diventare social? Certo, ma mentre noi ci tagghiamo nelle foto altrui, lui è diventato miliardario con i nostri stati d’animo e le nostre foto di estati passate, ma al sig.re Zuckerberg diciamo di inventarsi anche qualcosa di nuovo per mantenere un buon rapporto con i 1.23 miliardi di utenti per altri dieci anni. Non basta affidarsi e ad imitare altri social, o l’hashtag o trend topic per cercare di aggiudicarsi l’ultimo capriccio degli adolescenti per recuperare terreno perduto sugli utenti più giovani che scappano, il popolo di facebook ha bisogno di contenuti, ha voglia di essere sempre più social e di far vedere sempre più le proprie foto.

Così come la mente umana deve essere, e vuole essere, sempre attiva per non risultare una tavola piatta e un contenitore vuoto, anche lui non deve fare in modo che questo mostro di facebook, da lui creato, non finisca come una bolla di sapone!

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“Sono giovane, sono creativo e lavoratore”, ma #CoglioneNO

“Per questo progetto non c’è budget, però fa curriculum e ti permette di avere visibilità!” E’ questo il tema della campagna pubblicitaria provocatoria dal titolo #CoglioneNo che in questi giorni…

“Per questo progetto non c’è budget, però fa curriculum e ti permette di avere visibilità!”

E’ questo il tema della campagna pubblicitaria provocatoria dal titolo #CoglioneNo che in questi giorni sta spopolando su internet. Il video, pubblicato su youtube, è stato realizzato da tre giovani filmmaker con base a Roma e a Londra, e non è altro che la reazione di una generazione di creativi stufi di sentirsi dire sempre le stesse cose in sede di colloquio lavorativo. Una generazione di creativi, ma forse è più corretto dire una generazione che sta cercando solo un lavoro, si sente ripetere tutti i giorni e a tutti i colloqui le stesse identiche cose: non ci sono soldi, ti diamo la visibilità, tanto fa curriculum e così gli unici ad arricchirsi sono i direttori. Noi, però, diciamo BASTA!

Basta alla svalutazioni del lavoro professionale, basta accettare lavori solo per la visibilità e per farsi conoscere, solo con il lavoro giustamente retribuito ci possiamo far conoscere ed essere giustamente ripagati, ma finchè ci saranno persone che continueranno ad accettare di fornire servizi creativi in cambio di visibilità o per inseguire uno status symbol, continuerà ad esserci la mentalità di non pagare chi scrivere, chi disegna e chi crea. Le offerte di lavoro gratis perché ci dobbiamo fare il portfolio, perché tanto siamo giovani, perché tanto non è un lavoro, non devono esistere più.

E il video, che sta spopolando sul web, denuncia proprio questo. I protagonisti sono un idraulico, un giardiniere e un’antennista che, a lavoro ultimato – uno di loro viene addirittura chiamato la domenica mattina – si sentono rispondere quello che tanti ragazzi, sono abituati ad ascoltare da tempo: non ci sono soldi. In cambio, però, tante belle parole e false speranze. La campagna di Niccolò Falsetti, Stefano De Marco e Alessandro Grespan della Zero Pirate Filmmakers, nasce proprio per dire basta allo svilimento del lavoro giovanile: “Siamo giovani, siamo freelance, siamo creativi ma siamo lavoratori, mica coglioni”.

E infatti chi direbbe al proprio idraulico, che vuole essere pagato per suo lavoro svolto, che il suo non è un lavoro ma un divertimento?  Nessuno si permetterebbe di farlo. Ecco e allora perché un giornalista, un grafico, un redazionista, un traduttore, dovrebbe lavorare gratis?

Questa campagna di sensibilizzazione, che spero presto si trasformi in una campagna di denuncia, ha già colpito nel segno, in poche ore di visualizzazione, il filmato ha superato i 50mila post di facebook e ricevuto quasi mille like e 800 condivisioni dell’hashtag “#CoglioneNo”.

Questo sta a dimostrare, e vuole dare voce ai sentimenti di tanti giovani e che come me lavorano sodo ma non vengono ripagati a dovere e con la giusta moneta. Niccolò Falsetti all’Adnkronos ha dichiarato: “Siamo sorpresi della quantità di condivisioni che stiamo ricevendo e del fatto che sono soprattutto i creativi a condividerci. Speriamo che chiunque d’ora in poi pronunci quelle parole, ‘non c’è budget’, cominci a sentirsi un coglione”.

Forse è per questo motivo che molti giovani decidono di intraprendere una carriera lavorativa all’estero, nonché la situazione sia migliore, ma magari anche poco vengo ripagati per il lavoro che svolgono. L’emigrazione dei cervelli verso realtà più proficue è in continuo aumento, sono circa 4 milioni gli italiani residenti attualmente all’estero e la massima concentrazione si riscontra in Germania e Argentina. Nella fascia tra i 25 ed i 35 si riscontra la fuga all’estero di migliaia di laureati, che riescono a trovare oltre confine un lavoro qualificato e ben retribuito. La maggior parte di questi giovani è concentrata in Europa, un continente non solo più vicino ma anche più affine culturalmente: è qui che i giovani studiosi, i lavoratori e i professionisti trovano maggiori opportunità di formazione e di avviamento occupazionale, grazie anche al supporto di specifici programmi di ricerca e di scambio in ambito comunitario. Diminuiscono, con il trascorrere del tempo, le possibilità di un rientro, sia per le donne che per gli uomini: a cinque anni dalla laurea sono 52 su 100 i laureati occupati all’estero che considerano molto improbabile un ritorno nel Bel Paese.

Le lauree più ricorrenti tra quanti lavorano all’estero sono, come avviene in Italia, quelle del ramo letterario, linguistico, ingegneristico ed economico-statistico: invece, la laurea in giurisprudenza è maggiormente finalizzata alle esigenze del contesto italiano. Le percentuali di coloro che espatriano con titoli del ramo scientifico e tecnologico sono nettamente superiori a quelle che si riscontrano nel gruppo umanistico, anche se, in assoluto, il loro numero è piuttosto contenuto.

Speriamo che questa campagna pubblicitaria serva a cambiare un po’ le carte in tavola e far capire che qualsiasi lavoro è un lavoro e va retribuito, chi di voi è disposto a continuare a lavorare gratis? Nessuno e neanche NOI!

Link al video: http://www.youtube.com/watch?v=GsFTmcd1u5Y

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