La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Elezioni amministrative 2019 in Valdichiana: verso il voto

Amministrative 2019 – Quando e Dove si vota Nella tornata elettorale di domenica 26 maggio si deciderà l’assetto politico e istituzionale che 11 comuni della Valdichiana senese e aretina avranno…

Amministrative 2019 – Quando e Dove si vota

Nella tornata elettorale di domenica 26 maggio si deciderà l’assetto politico e istituzionale che 11 comuni della Valdichiana senese e aretina avranno per i prossimi cinque anni. Le elezioni amministrative interesseranno Castiglion Fiorentino, Cetona, Chianciano Terme, Cortona, Foiano della Chiana, Lucignano, Marciano della Chiana, Montepulciano, San Casciano dei Bagni, Sinalunga e Torrita di Siena. Si svolgeranno contestualmente alle Elezioni Europee, per cui negli stessi seggi sarà possibile votare entrambe le schede.

Amministrative 2019 – Come si vota

Ci si potrà recare alle urne dalle 7 alle 23, muniti di documento d’identità in corso di validità e tessera elettorale. Nel caso in cui quest’ultima risultasse smarrita, o senza più spazio per il timbro, è necessario richiederne una nuova presso all’ufficio elettorale del comune di residenza.

Ciascun elettore ha diritto di votare per un candidato alla carica di sindaco, apponendo un segno sul simbolo della relativa lista, ed esprimere fino a due voti di preferenza per i candidati alla carica di consigliere, purché di sesso diverso, scrivendone nome e cognome nelle righe predisposte. Laddove vengano indicate due preferenze maschili o due preferenze femminili, il secondo nome non sarà tenuto in considerazione.

Per quanto riguarda i comuni sotto ai 15mila abitanti, viene eletto sindaco il candidato che ottiene il maggior numero di voti; nei comuni sopra ai 15mila abitanti, è proclamato sindaco chi ottiene la maggioranza assoluta (50% + 1) dei voti. Qualora nessuno raggiunga tale quota, si procederà ad un secondo turno elettorale, previsto per il 9 giugno, in cui concorreranno i due candidati che hanno ottenuto il maggior numero di voti.

Amministrative 2019 – I Comuni al voto

Se per i comuni di Castiglion Fiorentino, Chianciano, Foiano della Chiana, Lucignano, San Casciano dei Bagni, Torrita di Siena c’è in ballo la riconferma dei sindaci che hanno appena concluso il loro primo mandato, a Cetona, Cortona, Marciano della Chiana, Montepulciano e Sinalunga si attende un rinnovamento a guida dell’amministrazione.

Castiglion Fiorentino

Alla conferma di Mario Agnelli della propria disponibilità ad amministrare per altri cinque anni, con la lista civica Libera Castiglioni , si affianca la candidatura a sindaco di Rossano Gallorini, anch’egli a capo di una lista civica, Città al centro, e Giuseppe Mazzoli, per il Partito Comunista dei Lavoratori. Il Centrosinistra schiera Luca Casagni, che con il 71,3% dei voti si è imposto nelle primarie del dicembre 2018, con la lista Castiglioni nel cuore.

Cetona

Si profila un duello tra le due liste civiche Progetto Comune, proposta da Roberto Cottini per il Centrosinistra, e Cetona Piazze un sogno necessario, presentata da Antonello Niccolucci.

Chianciano Terme

La città termale è chiamata al voto per decidere se accordare la fiducia nuovamente ad Andrea Marchetti, della lista civica Puntoeacapo per Chianciano Terme, o a Paolo Piccinelli, della lista di Centrosinistra Insieme per Chianciano Terme, o a Nicola Bettollini, segretario della sezione Valdichiana Senese del Partito Comunista.

Cortona

Unico comune sopra i 15mila abitanti tra quelli qui elencati, Cortona vedrà sfidarsi quattro candidati: Andrea Bernardini, già assessore durante il mandato di Francesca Basanieri e consigliere in quello precedente con Andrea Vignini, è il candidato del Partito Democratico, sostenuto dalle liste Cortona per Bernardini, Uniti per Cortona, Cortona Civica; Luca Donzelli per il Movimento 5 Stelle; Luciano Meoni, appoggiato dalle liste Fratelli d’Italia – Alleanza per Cortona, Futuro per Cortona, Forza Italia e Lega; Marco Turenci, a capo della lista Cortona Patria Nostra. In caso di ballottaggio, vige la possibilità per i candidati coinvolti di dichiarare il collegamento con ulteriori liste rispetto a quelle con cui si sono presentati al primo turno.

Foiano della Chiana

A Foiano Francesco Sonnati si candida per il secondo mandato, presentando la lista civica sostenuta dal Centrosinistra Foiano Insieme, in concorrenza a Gianluca Mencucci per il Centrodestra, precedentemente consigliere e adesso a capo della lista Foiano Ora, e a Serena Ricci, esponente del Movimento 5 Stelle.

Lucignano

A Lucignano si fronteggeranno da una parte Marcello Cartocci, con alle spalle una lunga carriera politica che lo ha visto consigliere comunale prima dal 1970 al 1975 e, sempre all’opposizione, per liste civiche e Forza Italia dal 2004 al 2019, attualmente candidato a guida della lista civica Insieme per Lucignano; dall’altra l’attuale Sindaco Roberta Casini, per il Centrosinistra.

Marciano della Chiana

Sfida tra liste civiche: Insieme per il bene comune di Maria De Palma e Si cambia!, capeggiata da Massimo Salvadori.

Montepulciano

È una sfida a quattro quella a cui ci si appresta nella cittadina poliziana: l’ex-assessore Michele Angiolini si candida a sindaco con la lista di Centrosinistra per Montepulciano, all’interno della quale non manca qualche altro nome presente anche nel mandato appena portato a termine da Andrea Rossi; Alberto Biagi si propone come esponente del Partito Comunista; Mauro Bianchi, proveniente da cinque anni tra i banchi dell’opposizione, avanza la propria candidatura a sindaco come rappresentante del Movimento 5 Stelle; Gianfranco Maccarone schiera invece la lista di Centrodestra per Montepulciano.

San Casciano dei Bagni

Agnese Carletti, vicesindaco durante il mandato presieduto da Paolo Morelli, si candida per il Centrosinistra con la lista Scelgo San Casciano contro Carlo Trioli, sostenuto da Lega e Fratelli d’Italia, esponente della lista Acqua e Terra.

Sinalunga

I sinalunghesi troveranno sulla scheda elettorale il simbolo della lista civica presieduta da Angelina Rappuoli, Angelina per Sinalunga, quello della lista Sinalunga si rinnova, sostenuta dal Centrodestra e rappresentata da Marcella Biribò, quello di Edo Zacchei, che cercherà di raccogliere il testimone di Riccardo Agnoletti a guida dell’amministrazione, con Centrosinistra per Sinalunga.

Torrita di Siena

Giacomo Grazi, candidato del Centrosinistra, si propone per il secondo mandato presentando una lista di nomi tutti nuovi rispetto al precedente gruppo di maggioranza, con la quale affronterà Lorenzo Vestri, esponente della compagine di Centrodestra, e Michela Contemori, a capo della lista civica Torrita Bene Comune.

 

 

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Chi semina bene, raccoglie Semidarte 2.0: al Teatro Mascagni va in scena “Bambini”

Il 27 aprile 2019, alle 21.00 la giovane compagnia chiusina Semidarte 2.0, si confronta con il passaggio all’età adulta nello spettacolo Bambini di Michele La Ginestra e Adriano Bennicelli. La…

Il 27 aprile 2019, alle 21.00 la giovane compagnia chiusina Semidarte 2.0, si confronta con il passaggio all’età adulta nello spettacolo Bambini di Michele La Ginestra e Adriano Bennicelli. La regia di Bambini è di Andrea Storelli, e gli attori in scena sono Emma Bali, Pietro Carloncelli, Daniele Cesaretti, Pauline D’Antonio, Teddy Edu, Riccardo Laiali, Noemi Lo Bello, Benedetta Margheriti, Carlotta Margheriti, Mascia Massarelli, Claudia Pronti, Giacomo Testa e lo stesso Andrea Storelli. Le scenografie sono curate da Piero Scaccini, Enrico Mearini e Fabrizio Nenci, mentre la fonica da Flavio Storelli.

 

Sin da bambini hanno passato ore sulle poltroncine rosse del teatro di Chiusi, osservando i “grandi” della storica compagnia chiusina Semidarte: alle prime e alle repliche, sia durante le prove tecniche che durante le letture di copione. Hanno respirato talmente tanto i profumi di legno secco del palco e le polveri delle quinte di scena, che quasi mantengono a mente battute e fraseggi di copione che hanno inscenato gli adulti anni fa. Così, nel 2013, lo spunto di costituire un gruppo teatrale “giovane” a Chiusi, che fosse speculare a quello della generazione precedente alla loro, arriva da Andrea Storelli e Benedetta Margheriti. Per la scelta del nome da dare al gruppo, da subito non hanno dubbi: Semidarte 2.0, una nuova versione “aggiornata” rispetto a quel teatro analogico dei decenni precedenti. Mantengono alto il ritmo delle produzioni: sono cinque, ad oggi, gli spettacoli rappresentati: Attento alla Cioccolata, Callaghan!, Rumors, Se devi dire una bugia dilla grossa, il letto Ovale e, tra pochi giorni saranno di nuovo in scena con Bambini. Uno spettacolo corale, molto nutrito, con 13 attori in scena che elaborano un testo apparentemente leggero e ironico, che cela però una profonda – e attualissima – riflessione sul passaggio dalla giovinezza all’età adulta, sul confronto che ognuno si ritrova a dover fare con le proprie ambizioni, i propri risultati.

«Appena finito uno spettacolo si pensa già ad un altro» mi scrive Benedetta Margheriti «Infatti a Settembre 2018, il nostro regista Andrea Storelli ci ha convocati per parlare e decidere le sorti del nuovo copione. Tutti insieme abbiamo deciso che era arrivato il momento di cambiare, di avvicinarci ad un nuovo genere teatrale, che si allontanasse dalla commedia brillante, la quale ci ha accompagnato per ben quattro spettacoli. Andrea ci ha proposto Bambini, commedia di Michele La Ginestra e Adriano Bennicelli. Durante la prima lettura siamo rimasti molto colpiti dalla storia e dalla comicità amara che viene fuori dal testo».

Il rischio che molto spesso corrono i nuclei creativi del territorio è legato al fatto che ogni generazione subisce ormai una diaspora generalizzata tra i 20 e i 30 anni. I Semidarte 2.0 non temono sfaldamenti: «Quest’anno ci sono stati cambiamenti anche per quanto riguarda gli attori della compagnia» continua Benedetta «Si sono uniti a noi ragazzi che vengono da Sarteano, Sant’Albino e Torrita di Siena; inoltre siamo stati molto fieri di lavorare con Mascia Massarelli, che è stata per molti anni attrice del vecchio collettivo “Semidarte”, a cui la nostra compagnia 2.0 è molto legata. Un’adulta “supervisionatrice”, su di lei si può contare».

In Bambini ci si interroga su quanto l’essere “adulti” faccia perdere quel “fanciullino” che è in noi, quello di cui abbiamo sentito parlare in molti testi poetici e che sparisce molto facilmente quando deve fare i conti con la realtà che lo circonda. «È un testo che ci ha permesso momenti di estrema comicità e momenti di riflessione, in cui l’attore si interroga e si deve sapere ascoltare per tirare fuori emozioni vere. Ci siamo ritrovati anche a confrontarci sul fanciullino che ognuno di noi porta ancora dentro, anche fisicamente: stiamo letteralmente rovistando nelle nostre rispettive case, spolverando vecchi bauli, in cerca di giocattoli, cianfrusaglie infantili, oggetti che ci appartenevano quando eravamo bambini, da portare in scena»

 

 

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“Filo&Fibra”, dalla lana un piano di economia circolare per San Casciano dei Bagni

C’è energia nell’aria a San casciano dei Bagni. L’energia dei nuovi progetti, quelli che sanno di coraggio, fantasia e anche un po’ di ambizione, come Filo&Fibra, la cooperativa di comunità…

C’è energia nell’aria a San casciano dei Bagni. L’energia dei nuovi progetti, quelli che sanno di coraggio, fantasia e anche un po’ di ambizione, come Filo&Fibra, la cooperativa di comunità nata da quattro concittadine che lo scorso anno hanno iniziato a interrogarsi su come fosse possibile creare opportunità di lavoro in un comune piccolo, da cui è spesso facile andarsene verso centri urbani più grandi.

La risposta, arrivata in circa sette mesi, si è così concretizzata nella messa a punto di un esempio di economia circolare, un modello di produzione e consumo alimentato dai valori di riutilizzo, condivisione ed ecosostenibilità. Termini che hanno trovato una sintesi perfetta nel progetto Filo&Fibra, come ci ha raccontato Gloria Lucchesi, tra le sue ideatrici.

«Filo&Fibra è un modello di economia circolare innanzitutto perché si basa sul recupero di materiale di scarto, cioè la lana, che nel nostro caso proviene dalle aziende di San Casciano dei Bagni. Trattandosi di un rifiuto speciale, costa molto agli allevatori smaltirlo, circa 2,50 euro al kg, e rende poco venderlo: il prezzo è sui 30 centesimi al kg per acquirenti che commerciano con le industrie di Cina e India, dove poi viene lavorato. La prima fase del progetto è stata intercettare la fornitura di lana grezza, che abbiamo acquistato al prezzo di 1 euro al kg dagli allevatori locali. Con i 2.500 kg di lana raccolti, è iniziata la seconda parte del ciclo produttivo, ovvero la lavorazione dalla quale si è ottenuto il feltro. Con questo tessuto si è iniziato a creare gli articoli che adesso si trovano in vendita nei negozi di San Casciano dei Bagni aderenti al progetto».

Ma perché tutto questo prendesse vita, è stato necessario un investimento iniziale, reso possibile anche in virtù dell’investimento messo in campo dalla Regione Toscana.

«In realtà è stata proprio la Regione ad ispirare Filo&Fibra, nel senso che grazie a un bando regionale destinato a nuove cooperative di comunità, abbiamo pensato di creare questo progetto, il quale poi si è sviluppato sul modello dell’economia circolare in modo tale da sfruttare una materia di scarto, valorizzare le competenze locali e coinvolgere il territorio. La Regione Toscana ha riconosciuto e condiviso le potenzialità di questa iniziativa, concedendoci un finanziamento di 50mila euro. Sicuramente un punto a favore di Filo&Fibra è stata l’originalità, visto che il tema prevalente degli altri progetti era il cibo e l’ospitalità».

Nata dall’idea di quattro donne, la cooperativa ha mantenuto la sua caratterizzazione femminile ed è attualmente composta da nove persone, diverse per età, competenze e percorso di studi.

«La collaborazione è il principio fondamentale su cui si sta sviluppando questa impresa, a cui tutte apportiamo un personale contributo, potendo sempre contare una sull’altra nei momenti di insicurezza, che inevitabilmente possono arrivare in questa fase di partenza di una realtà nuova per tutti».

Una novità nata con l’obiettivo di essere un’opportunità di sviluppo per il territorio, San Casciano dei Bagni e le sue frazioni, non poteva prescindere dall’integrazione con il tessuto sociale.

«Filo&Fibra ha destato fin da subito la curiosità dei nostri concittadini, talvolta insieme ad un po’ di diffidenza, ma c’è da dire che in generale i primi passi li ha mossi in un clima di entusiasmo collettivo nei borghi di Celle sul Rigo, Fighine, Palazzone e Ponte a Rigo. Lì sono già presenti le Vetrine Attive, spazi ricavati da locali in disuso messi a nostra disposizione dal Comune, che abbiamo adeguato ad ospitare l’esposizione dei nostri manufatti. Le abbiamo ultimate una domenica mattina e il pomeriggio c’era già gente a vederle: è stata una bella soddisfazione. L’interesse generale è continuamente dimostrato da chi viene a portarci i bottoni che non usa più, o magari da chi ci aiuta ad assemblare il telaio. In tanti hanno già dato il loro contributo alla causa, che realizza così il suo fine di interessare l’intera comunità».

Le potenzialità di un materiale come la lana si osservano nella varietà dei modi in cui può essere impiegato.

«Dalla prima fornitura di lana è stato ricavato del feltro con cui sono state cucite soprattutto borse, ma anche articoli di biancheria per la casa e cassette di cottura, contenitori in legno rivestiti di lana al loro interno, utili perché sfruttando le proprietà di isolante termico della lana, esse mantengono una temperatura costante ed è possibile utilizzarle per ultimare la cottura di alcuni alimenti, lasciandovi dentro i recipienti, senza il consumo di altra energia. 

Il nostro reparto di sartoria ha sinora prodotto degli oggetti che valorizzassero al meglio il tessuto a nostra disposizione, ma per il prossimo anno abbiamo intenzione di realizzare altri tipi di stoffe, che possano essere impiegate diversamente. All’interno del nuovo museo della macchina da cucire, dove sarà predisposto uno spazio di coworking, saranno inoltre presto organizzati dei laboratori creativi. Ma l’idea è anche quella di fare di San Casciano dei Bagni un centro di interesse per gli appassionati di design, con un concorso biennale a cui presentare oggetti inediti, non solo legati al mondo del taglio e cucito. Già da adesso infatti l’attenzione è rivolta al recupero e al riutilizzo del legno, per dargli nuova vita in altre forme».

In questi suoi primi mesi, Filo&Fibra ha già debuttato alla Fabbrica del Vapore di Milano, con l’iniziativa Design No Brand, sviluppata da Giacimenti Urbani, associazione impegnata nella promozione di valori quali il riciclo dei materiali e l’ecosostenibilità.

«Partendo dal presupposto che per una comunità piccola come quella di San Casciano dei Bagni è utile aprirsi al mondo, piuttosto che chiudersi nel suo territorio, vogliamo cogliere l’opportunità di far conoscere Filo&Fibra in contesti come esposizioni e fiere, momenti fondamentali per stabilire contatti e confrontarsi con altre realtà simili alla nostra».

Il rapporto con il territorio è uno degli aspetti principali di questo progetto. In che modo queste due dimensioni si valorizzano?

«Innanzitutto si rende onore al lavoro degli allevatori locali, utilizzando la lana proveniente dalle loro aziende, poi, passando alla lavorazione del materiale grezzo, si amplificano le competenze di tutti grazie alla consulenza di professionisti, come il perito tessile Antonio Mauro. Infine i manufatti sono il risultato della creatività di chi li realizza, che porta con sé e mette a frutto la cultura e la memoria storica del paese».

Come consiglio a un’altra comunità che voglia intraprendere un percorso come quello della cooperativa Filo&Fibra, quale sono gli ingredienti che non possono mancare?

«Bisogna credere in quello che si fa, trovare il modo di trasmettere nel modo giusto i valori su cui si è costruito il progetto e che rendono, come nel caso di Filo&Fibra, una realtà unica».

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Simone Montedoro: «”La Casa di Famiglia” è uno spettacolo che coinvolge tutti»

Sabato 27 Aprile 2019 al teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, va in scena La Casa di Famiglia, con la regia di Augusto Fornari, nell’ormai canonico doppio appuntamento: primo…

Sabato 27 Aprile 2019 al teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, va in scena La Casa di Famiglia, con la regia di Augusto Fornari, nell’ormai canonico doppio appuntamento: primo spettacolo alle 19 e secondo spettacolo alle 21.15. Con La Casa di Famiglia, tornano sul palco del Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, gli interpreti dalla commedia Finchè Giudice non ci Separi dopo il grande successo riscosso nelle ultime due stagioni teatrali, Simone Montedoro, Toni FornariLuca Angeletti e Laura Ruocco. Scritta nel 2011, e ancora attualissima, La casa di famiglia  è una delle prime commedie scritte dal quartetto di autori del Teatro Golden, Augusto Fornari, Toni Fornari, Andrea Maia e Vincenzo Sinopoli.

La casa di famiglia racconta la storia di quattro fratelli caratterialmente molto diversi tra loro, Giacinto, Oreste, Alex e Fanny. Una cosa hanno in comune: La Casa di Famiglia, dove sono nati e dove hanno trascorso la loro infanzia.  Il loro padre è in coma da due anni e la casa vuota è da tempo inutilizzata. Un giorno Alex convoca i fratelli per annunciare che ha ricevuto un’offerta milionaria per cedere la casa di famiglia. Alex vorrebbe venderla mentre gli altri non sono d’accordo.

Simone Montedoro è uno dei protagonisti della commedia, nonché volto molto noto della televisione italiana, e ci ha concesso un’intervista che riportiamo qui di seguito. 

LaV: Questo testo è già stato elaborato in una funzione cinematografica e parte del pubblico ha già avuto modo di apprezzarlo al cinema. Quali sono i valori aggiuntivi che la versione teatrale apporta a quella filmica?

Simone Montedoro: ti rispondo sinceramente: il film non l’ho ancora visto. (ride) Augusto Fornari è arrabbiato con me per questo motivo… Devo dire però che parlando con chi ha visto sia il fim che lo spettacolo, la preferenza del pubblico cade sempre sulla versione teatrale, ma non è un caso. Lo spettatore a teatro è più esposto a quello che viene raccontato. È più coinvolto. Il testo funziona in entrambi i linguaggi, perché gli autori sono geniali, ma a teatro chi ci guarda rimane più affascinato. C’è anche da dire che a teatro il racconto di drammaturgia è leggermente diverso: noi sul palco scenico cominciamo la storia con l’accordarci per mettere in vendita una casa, dopo le diatribe e i vecchi rancori che esistono tra fratelli, mentre il film inizia che la casa già è stata venduta. Quindi non è esattamente la stessa vicenda, attenzione. A chi ha già visto La Casa di Famiglia al cinema dico: venite a maggior ragione a teatro, che è una forma diversa di vedere anche la stessa storia, che vi può coinvolgere in maniera diversa. La Casa di Famiglia è uno spettacolo che coinvolge tutti, che racconta sentimenti nei quali tutti possono identificarsi.

LaV: Gli spettacoli che arrivano dai teatri delle grandi città molto spesso devono apportare cambiamenti strutturali quando si ritrovano a recitare in piccoli teatri: La Casa di Famiglia come si confronta con i differenti spazi in cui viene ospitato?

SM: Guarda, la scenografia – che è bellissima fatta da Ivan Stefanutti – è stata proprio studiata insieme ad Augusto per essere adattata e ricomposta in quanti più spazi diversi possibili. Ha un’elasticità di produzione che può essere messa ovunque. A livello recitativo siamo forse più compatti nei palchi più angusti, ma siamo talmente affiatati che ci adattiamo ovunque, anche in un salotto. Il teatro degli Oscuri di Torrita è una bomboniera bellissima, con un palco piccolo, ma risolviamo i problemi legati allo spazio in maniera molto funzionale al contesto nel quale recitiamo. La scenografia è stata studiata per essere allestita anche in spazi addirittura più piccoli di questo. Lavoro con persone che fanno teatro ormai da tantissimo tempo e quindi hanno piena consapevolezza.

LaV: La tua carriera è sicuramente poliedrica. Ti abbiamo visto, a teatro così come al cinema e in televisione, intraprendere linguaggi diversi e forme diverse di confronto con il pubblico. Come cambia l’approccio con la scena, nei vari media?

SM: A me piace questo lavoro. Fare l’attore è un mestiere complesso e pieno di sfaccettature. Ci possono essere tanti campi che si sfumano intorno a quello che può essere semplicemente recitare su un palco scenico, o davanti a una camera, una cinepresa. Credo che sia interessante spaziare, dove possibile, in questi campi. Ovviamente senza esagerare! Se mi fanno partecipare a Sanremo con una canzone potrei essere in difficoltà, poiché non sono un cantante… Però ecco: mettere piede nelle dimensioni che girano intorno a quello che è l’intrattenimento, è molto interessante. Una delle esperienze più recenti che mi hanno particolarmente affascinato è stata la conduzione, insieme ad Anna Ferzetti, del Prima Festival. Si trattava della striscia televisiva che è andata in onda, in diretta ogni sera da Sanremo, pochi minuti prima dell’inizio dello show sul palco dell’Ariston. Il codice di comunicazione che ho sperimentato in questo programma è completamente diverso, rispetto al mio modo di relazionarmi con la scena. Ti faccio un esempio: io e Anna ci guardavamo in faccia quando interagivamo, ma ci hanno subito corretto: dovevamo guardare in camera, parlare tra noi, ma stare concentrati sul pubblico da casa. È stato molto interessante. L’attore quindi è un animale che si muove in tutte le sfere ambientali possibili, che deve spaziare in tutti i linguaggi, senza porsi il problema delle dimensioni della scena.

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Dall’edicola fisica a quella digitale: Mario diventa un bot!

Il vostro edicolante di fiducia è tornato! Mario, il burbero gestore del chiosco di giornali che nel corso degli ultimi mesi è stato protagonista delle strip del fumettista Michele Bettollini…

Il vostro edicolante di fiducia è tornato! Mario, il burbero gestore del chiosco di giornali che nel corso degli ultimi mesi è stato protagonista delle strip del fumettista Michele Bettollini (potete leggere tutte le sue avventure nella raccolta Edicola Mario) ha deciso di riaprire la sua attività. Non si tratta però di un’edicola fisica, bensì di una versione virtuale all’interno di Facebook Messenger: nonostante il suo caratteraccio, sarà pronto a guidarvi alla ricerca di quello che state cercando attraverso conversazioni personalizzate. Ebbene sì, Mario è diventato un chat bot!

Che cos’è un chatbot? È un programma automatico capace di simulare una conversazione. Non è un robot con un corpo meccanico, bensì un software capace di parlare e di interagire con le richieste degli esseri umani, secondo schemi predeterminati. Come un assistente vocale, insomma, anche se nel nostro caso parla attraverso la chat di Facebook Messenger: anche se no potete sentire la sua voce o vederlo, potete interagire con il chatbot e scoprire tutte le sue conversazioni!

Come funziona? Parlare con Mario è semplice, basta collegarsi a Facebook, cercare la pagina del nostro magazine e inviare un messaggio attraverso Facebook Messenger (potete anche usare l’apposita applicazione da smartphone). Invece della consueta conversazione con la redazione, in attesa di una risposta da parte di un redattore, si aprirà la schermata del bot e potrete conversare con Mario. Il nostro burbero edicolante vi guiderà alla scoperta delle notizie e delle rubriche di interesse del nostro territorio, ma non fatevi spaventare dal suo caratteraccio: potete interagire con lui, fare domande, chiedere informazioni, ottenere risposte e inviare segnalazioni. Potete anche decidere di abbonarvi e di ricevere periodicamente degli aggiornamenti da Mario, se vi fa piacere. Per il momento è disponibile solo su Facebook Messenger, ma non è escluso che in futuro il chat bot possa estendersi anche su altre piattaforme di messaggistica istantanea.

Perché abbiamo trasformato l’edicola di Mario in un chat bot? Abbiamo pensato di aggiungere questa funzionalità al nostro magazine per facilitare il lavoro di assistenza a tutti coloro che ci chiedono informazioni: attraverso il bot è possibile dare risposte rapide ed efficaci, se la conversazione è funzionale. La caratterizzazione del chat bot con il personaggio di Mario serve a valorizzare ulteriormente la conversazione e a favorire l’empatia con il pubblico, oltre a renderla coerente con lo spirito del nostro magazine. Ci consente inoltre di sfruttare al meglio il servizio di messaggistica istantanea interno a Facebook (che ha un’elevatissima percentuale di utilizzatori, e che probabilmente vedrà altri cambiamenti nel prossimo futuro) strutturandolo sempre più in ottica mobile, tenendo conto delle indicazioni suscitate dal rapporto digital 2019 di We Are Social. Il nostro impegno è sempre stato quello di offrire servizi ai lettori, sfruttando al meglio le potenzialità delle piattaforme e dei mezzi tecnici che abbiamo a disposizione: anche il chat bot di Mario, quindi, va in questa direzione, con la speranza che possa esservi utile nel trovare le informazioni che state cercando e nello scoprire storie interessanti dalla Valdichiana!

Il bot di Mario è già attivo e potete conversare con lui attraverso Facebook Messenger. Provatelo pure e fateci sapere cosa ne pensate: cercheremo di migliorare le sue interazioni e i servizi offerti. Preparatevi ad altri cambiamenti, perché come al solito La Valdichiana non si ferma mai, e il chat bot è solo la prima delle tante novità che abbiamo preparato per questa primavera!

PS: no, Mario non fa parte di ItaliaGuerraBot o degli altri bot che simulano gli scontri tra i territori. Nonostante il suo caratteraccio si limiterà a parlare con voi, non preoccupatevi!

 

 

 

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Giulio Neri, nel ricordo di una voce di fama internazionale

«Lo conobbi nel 1947, al teatro Giardino di Cagliari. Me lo ricordo come un signore alto almeno due metri, con spalle imponenti. Al solo sentirlo parlare sembrava che dalla sua…

«Lo conobbi nel 1947, al teatro Giardino di Cagliari. Me lo ricordo come un signore alto almeno due metri, con spalle imponenti. Al solo sentirlo parlare sembrava che dalla sua bocca uscissero parole intrise di petrolio. Io, che nonostante all’epoca avessi solo sette anni già mi interessavo al canto, assistetti alla sua interpretazione in Mefistofele di Arrigo Boito, seduto tra il pubblico su una delle sedie in ferro della platea, e posso dire chiaramente di aver avvertito il terreno sotto ai miei piedi vibrare esso stesso per la potenza della sua voce».

Questo, nella testimonianza del baritono Angelo Romero, era Giulio Neri, basso di fama internazionale che ebbe i natali a Torrita di Siena. In occasione dell’XI edizione del Concorso Internazionale di Canto Lirico, che quest’anno si svolgerà dal 12 al 14 aprile e con cui Torrita ricorda il suo illustre cittadino, si delineano i tratti biografici di una delle figure più di spicco che siano mai nate nella provincia senese.

La sua voce poderosa, apprezzata dalla critica di tutto il mondo, ha costituito un esempio di assoluta rarità per il timbro e l’estensione verso il grave che l’hanno caratterizzata, ed è oggi possibile riascoltarla in alcune registrazioni dei ruoli di basso profondo che ha interpretato. In gioventù, tra gli amici, la potenza della voce gli aveva fatto guadagnare il soprannome di ‘Bronzone‘.

Colleghi e ammiratori non gli risparmiarono le lodi. Giorgio Gualerzi lo definì una “concentrazione di bassi (…); un roccioso blocco compatto“, mentre uno spettatore all’Arena di Verona disse, mentre Neri cantava nell’Aida: “Neri, l’Arena è troppo piccola per te!“.

Giulio Neri venne alla luce il 21 maggio 1909, da Pasquale e Marianna Pagliai, e visse a Torrita finché la sua vita venne cambiata dall’incontro con il conte Galeotti Ottieri della Ciaia, nobile mecenate locale. Neri era solito esibirsi già in chiesa o durante i ricevimenti, e fu proprio durante una cerimonia nuziale che venne notato dal conte, il quale fu così colpito dal suo talento da offrirsi di pagargli gli studi di canto.

Nel 1933, Neri si aggiudicò la vittoria di un concorso del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino; dopodiché si hanno notizie della sua presenza presso la scuola del Teatro Reale dell’Opera di Roma, e di lì a poco prese il via quella che si rivelerà essere una carriera prestigiosa. Il debutto nel 1935 a Castelfiorentino anticipò quello del ’38 a Roma nel ruolo di Fafner ne L’Oro del Reno di Richard Wagner, per cui divenne primo basso dell’Opera.

Gli si aprirono così le porte del Teatro alla Scala di Milano nel 1942, dove cantò nel Falstaff di Verdi, e del San Carlo di Napoli; nel 1945 presentò un’esecuzione della Messa di Requiem di Verdi nel cortile del Belvedere nella Città del Vaticano. Dopodichè la sua voce venne acclamata nei principali teatri europei: il Covent Garden di Londra, il Liceu di Barcellona, l’Opera di Monaco di Baviera, l’Hessisches Staatstheater di Wiesbaden e di fronte al pubblico di Portogallo e Francia.
Il suo nome divenne presto celebre oltreoceano, portandolo a esibirsi al Teatro Colòn di Buenos Aires, a Rio de Janeiro e al Metropolitan di New York.

Non mancarono le collaborazioni con altre personalità iconiche del panorama lirico internazionale. Con Maria Callas condivise il palco in più occasioni: nella La Gioconda di Ponchielli del 1952, nell’Aida di Verdi del 1953 e nella Norma di Bellini del 4 gennaio 1958 al Teatro dell’Opera di Roma, che fu anche la sua ultima esibizione.
La vita di Neri si concluse prematuramente, stroncato da una malattia cardiaca il 21 aprile di quello stesso anno.

Le peculiarità della voce di Neri non si limitavano alla potenza e al registro: spesso non vengono ricordate la bellezza del timbro, la capacità del cantante di modulare la voce e sfumarla per creare personaggi memorabili. Uno di questi è l’iconico Mefistofele, che nella sua interpretazione Neri rende imponente, beffardo, riuscendo allo stesso tempo a portare avanti un’esecuzione tecnicamente impeccabile.

Neri è il più accreditato Mefistofele dei giorni nostri: è ormai un diavolo espertissimo di tutti i gironi infernali siano essi cosparsi di saltellanti frasi, come scioglilingua, o di cavernose note in gara col cupo rombo dei timpani, o implichino movimenti scenici ricchi di elastiche piroette, confacente al beffardo sire infernale“.

Il Momento – 2 luglio 1952

Altro aspetto non da trascurare era la capacità di Neri di dominare la scena grazie alla sua imponenza fisica, attraverso un uso sapiente della sua statura massiccia, del trucco e della recitazione.

Nel corso della vita, Neri toccò anche il mondo del cinema. La sua apparizione più celebre è forse quella, nel ruolo di sé stesso, in Mi permettete babbo’ di Alberto Sordi.

Il Concorso

A Torrita di Siena, dal 2005, la memoria di Giulio Neri rivive nel Concorso di Canto Lirico, tornato con questa edizione ad avere una cadenza annuale e prodotto dalla Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, con la collaborazione della Fondazione Torrita Cultura, sotto la direzione artistica di Eleonora Leonini.

Negli ultimi anni, il Concorso ha attirato sempre più l’attenzione dei cantanti lirici di tutto il mondo, che arrivano nel centro storico di Torrita per partecipare alla fase di selezione ed eventualmente alla finale, un concerto aperto al pubblico presso il Teatro degli Oscuri.

La giuria è composta da nomi autorevoli e conosciuti a livello internazionale. Per questa undicesima edizione i giurati saranno: il tenore Ernesto Palacio, direttore artistico e sovrintendente della Fondazione Rossini Opera Festival; Vincenzo De Vivo, ora direttore dell’Accademia d’Arte Lirica di Osimo e del Teatro delle Muse di Ancona; il soprano Tiziana Tramonti, docente al Conservatorio di Bologna; Giovanni Oliva, coordinatore artistico del Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano. Per il secondo anno consecutivo sarà presieduta dal basso Riccardo Zanellato: atteso il prossimo maggio all’Opera di Lipsia e al teatro La Fenice di Venezia, ha collaborato con direttori d’orchestra come Chailly e Abbado e si è aggiudicato l’Oscar della Lirica nella cerimonia tenutasi a Doha, in Qatar. È proprio lui a sottolineare quanto il concorso Giulio Neri, che nelle iscrizioni non pone limiti di età, sia un’occasione importante per i cantanti lirici più giovani, che trovano in un’esperienza del genere un momento di confronto e crescita, come per le voci più mature, che hanno a disposizione uno spazio prestigioso per farsi conoscere.

«Nei giovani cantanti si cerca di individuare il talento e le potenzialità che, attraverso lo studio, possono ancora essere sviluppate; dai concorrenti con un’età più elevata invece in giuria ci si aspetta una preparazione tecnica e musicale ormai consolidata».

Quest’anno, dei 107 iscritti al Concorso provenienti da venti Paesi, sono tredici i cantanti con voce di basso. Un elemento che rappresenta un record nella storia del Giulio Neri, e su cui Zanellato ha espresso commenti di soddisfazione, dal momento che sul panorama musicale attuale non sono molti cantanti con questo registro di voce.

Chissà dunque che proprio il paese natìo di Giulio Neri non porti fortuna ad altri nuovi grandi talenti.


Fonti:

http://www.accademiadeirozzi.it/wp-content/uploads/2014/03/numero30.pdf

http://www.treccani.it/enciclopedia/giulio-neri_(Dizionario-Biografico)

http://www.operaclick.com/schede_artisti/neri_giulio.htm

Nessun commento su Giulio Neri, nel ricordo di una voce di fama internazionale

Alessandro Benvenuti: «”Un Comico Fatto di Sangue” è un monologo, ma sul palco non mi sento mai solo»

Alessandro Benvenuti torna al Teatro Mascagni di Chiusi martedì 16 Aprile 2019 alle 21.15, con Un Comico Fatto di Sangue. Lo spettacolo va a chiudere una stagione, quella del teatro…

Alessandro Benvenuti torna al Teatro Mascagni di Chiusi martedì 16 Aprile 2019 alle 21.15, con Un Comico Fatto di Sangue. Lo spettacolo va a chiudere una stagione, quella del teatro di Chiusi, che ha visto alternarsi sul suo palcoscenico alcune tra le stelle più brillanti del teatro nazionale.
Alessandro Benvenuti torna in Valdichiana un anno dopo aver rappresentato Chi è di Scena, sua ultima fatica autoriale, al Teatro Poliziano, di cui abbiamo già parlato nel periodico Valdichiana Teatro. Spettacolo leggermente più vecchio (la prima risale al 2015), ma mai approdato nei teatri del nostro territorio, è questo Un Comico Fatto di Sangue, composto in collaborazione con Chiara Guazzini. Un monologo che ripercorre  le vicende di una famiglia e delle sue tensioni interne: Un padre, una madre, due figlie e qualche animale domestico che funge da deus ex machina tragico, per i nodi formati nei rapporti tra i protagonisti.
Di seguito l’intervista.

 

LaV: Per cominciare, banalmente, ti chiedo una riflessione sul titolo, che porta in sé un’ambivalenza di fondo…

Alessandro Benvenuti: Un Comico Fatto di Sangue ha una doppia lettura: ha senso sia che si parli di un comico – e cioè di una persona fatta di sangue, nel senso che adora parlare di vita vera, sanguigna –  sia che il fatto di cui si parla sia un “fatto di sangue”, un fatto oscuro, che però è anche comico. Nell’ambiguità del titolo, in fondo, si cela tutto lo spettacolo.

 

LaV: I contesti familiari possono essere considerati dei topos nella tua produzione. Nei lavori come la trilogia Gori, ma anche in Zitti e Mosca, le famiglie sono sempre dei nuclei caleidoscopici che tu sfrutti per raccontare l’incomunicabilità, le tensioni generazionali, o anche interi quadri storici. Cosa ti attrae così tanto, dal punto di vista narrativo e drammaturgico, dei nuclei familiari?

AB: Il nucleo familiare è un laboratorio di patologie. In famiglia c’è sì amore, c’è assistenza, c’è solidarietà, ma esistono anche i legami imposti, i vizi assimilati, le disfunzioni, la melassa, la vischiosità che la famiglia produce nel tentativo di proteggere i suoi componenti, e anche sé stessa, dall’esterno. È un laboratorio meraviglioso di patologie. Io preferisco, da comico, concentrare i contenuti della mia analisi sulle patologie, perché l’amore non fa ridere o comunque fa ridere meno. È più interessante raccontare le malattie della famiglia. Se vogliamo è anche una scelta terapeutica: cerchiamo insieme di guarire dalle malattie che la famiglia ha prodotto e produce, attraverso l’ironia e l’umorismo. Cerco di superare queste vischiosità attraverso racconti che svelano le metastasi del male prodotto dalla famiglia, ridendoci sopra. Sia chiaro: io adoro il concetto di famiglia. Non ce l’ho con l’idea di famiglia, ma ne vedo anche la pericolosità. Per questo ho diffidenza nei confronti di chi difende la famiglia come se fosse la cosa più sacra che c’è. La famiglia non è una cosa sacra. Diventa sacra nel momento in cui produce il bene e allarga la mente di chi la compone, ma se questa diventa un fortino arroccato contro la modernità e contro gli altri in generale, la famiglia diviene un grumo di male, un cancro che estende metastasi in tutti gli appartenenti. Quando si difende la famiglia, si difendono spesso anche degli obbrobri. È bene parlare di famiglia, e guarirla, perché è il primo nucleo nel quale si riconosce l’essere umano. Se la famiglia è sana, ne risente anche la nazione in cui l’essere umano vive. La famiglia può essere sacra nel momento in cui capisce quali siano le patologie che essa stessa ha prodotto e riesce a sanarle.

 

LaV: Non parli solo di rapporti tra persone, ma anche tra persone e animali…

AB: Dei rapporti tra persone e animali disvelo gli aspetti più pittoreschi e più comici: perché uno si mette in casa un animale? La risposta è: perché ha bisogno di un affetto diverso forse.  Cosa produce, invece, un animale in casa, nei confronti di chi non ha bisogno di questo affetto. Io racconto con molta sincerità quello che succede tra genitori e figli e tra esseri umani e animali. Tra l’altro la collaborazione con Chiara è stata molto fruttuosa in questo. Lei ha scritto “la versione della moglie” dello spettacolo. Lo spettacolo è diviso in cinque parti, tre sono recitate e due sono lette. Quelle lette sono testimonianze documentali, pensieri e appunti lasciati dalla moglie in un cassetto, che il marito ritrova e legge al pubblico.

 

LaV: Lo snodo della vicenda si sviluppa dal 2000 al 2015: che tipo di lettura storica viene data a questo quindicennio?

AB: No, più che una lettura storica, c’è la storia che entra di soppiatto nello spettacolo, con piccoli accenni nella vicenda. Si parla ad esempio della paura dell’America per i talebani, così come si parla della crisi e della recessione, ma il succedersi degli eventi è solo un’ombra. La vicenda è tutta concentrata nei rapporti interpersonali tra un padre, una madre, due figlie e in più qualche animale domestico. La  grande Storia serve per contestualizzare il racconto, ma pur avvertendone gli aspetti e le complicanze, rimane alla finestra.

 

LaV: Un Comico Fatto di Sangue è un monologo: come si riempie il palco da soli? Quali sono i vantaggi o gli svantaggi – se così vogliamo definirli – dello stare da soli rispetto al lavorare in spettacoli corali?

AB: Ma sai, l’importante è fare una bella cosa. L’importante è che ci sia un senso in quello che si fa, a prescindere da quanti siamo sul palco. Quando scrivo uno spettacolo, parto da un bisogno intimo di raccontare qualcosa della mia vita, della mia esperienza, e cerco di coinvolgere nelle storie che racconto quanta più gente possibile. In Chi È di Scena, ad esempio, non sono solo sul palco e trovo una grande armonia con i miei due colleghi, la stessa armonia però cerco di trovarla anche in questo spettacolo, nonostante sia solo sul palco. Sento che sto parlando sì di cose che riguardano me, ma anche tanta gente che le sta ascoltando: il fatto di riderci insieme costruisce un rapporto divertente e divertito che è già di per sé coralità. Sono solo sul palco, ma allo stesso tempo non lo sono. Non si ride a caso sul nulla, o su invenzioni letterarie, si ride di cose tragiche della vita condivise, si ride delle nostre miserie, riuscendo a scherzarci sopra, a perdonarci, a trovare una pietas. Il teatro, in questo senso, assolve a questa funzione di comunicazione e di riconoscimento, sia per chi vede, sia per chi è visto.

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I pici all’aglione della Valdichiana

C’è una storia gastronomica che affonda le sue radici in tempi antichissimi, la storia di un prodotto prezioso ma purtroppo sconosciuto ai più, anche se sicuramente ne avrete già sentito…

C’è una storia gastronomica che affonda le sue radici in tempi antichissimi, la storia di un prodotto prezioso ma purtroppo sconosciuto ai più, anche se sicuramente ne avrete già sentito parlare. Chi di voi, sfogliando il menù di un’osteria toscana, non si è mai trovato davanti i famigerati ‘pici all’aglione‘? E quanti avranno scelto di evitarli per non rischiare di dover rimanere in silenzio per tutto il resto della serata a causa dell’odore poco gradevole, per così dire, emanato dal presunto ingrediente principale di questo piatto?
Potrei scommettere che in molti abbiate fatto questa scelta. Ma se ora vi dicessi che non c’è bisogno di preoccuparsi, che l’aglio non è affatto – o almeno non dovrebbe essere – un ingrediente di questa ricetta e che potreste godervi una generosa porzione di pici all’aglione senza preoccuparvi dell’olfatto dei vostri commensali, rimarreste stupiti? Forse sì, o almeno me lo auguro, perché è proprio da qui che parte la nostra storia.

L’allium ampeloprasum var. holmense, volgarmente noto come aglione, è una varietà di aglio che si coltiva nel territorio della Valdichiana sin dal XVI secolo.
Pur essendo conosciuto e coltivato da molto tempo, è stato davvero riscoperto solo in tempi recenti, pur rimanendo un prodotto di nicchia a causa del suo costo elevato (si arriva a 15-18 euro al chilo) e della sua diffusione limitata quasi esclusivamente all’interno dei confini della Toscana (chi volesse reperirlo o scoprire chi lo produce può rivolgersi all’Associazione per la Tutela e la Valorizzazione dell’Aglione della Valdichiana).
La scarsa fama di questo prodotto può derivare anche da una mancanza di informazione: chi non ne ha mai sentito parlare potrebbe pensare che non differisca poi molto dall’aglio e che quindi non valga la pena prestargli troppa attenzione. Ma l’aglione e l’aglio sono in realtà molto diversi, non solo per la forma (l’aglione è molto più grosso, come si può facilmente intuire dal nome).

Qual è la prima, sostanziale differenza tra questi due ortaggi?
Proviamo a immaginare quanto possa essere complicato, per qualcuno allergico all’aglio, andare a mangiare in un ristorante: nella cucina italiana è un ingrediente molto usato, per esempio nel sugo di funghi, nel pesto, nella famosa ribollita toscana e in moltissimi altri piatti. I soggetti allergici sono quindi costretti a prestare sempre molta attenzione a quello che ordinano. E qui sta proprio la chiave del malinteso: l’aglione, a differenza dell’aglio, non provoca alcun tipo di allergia, proprio come ci racconta la tradizione, e può essere quindi consumato anche da chi è allergico all’aglio.

Adelina aveva cinque anni la prima (e fortunatamente ultima) volta che, dopo aver mangiato una sola forchettata dei pici al pomodoro e aglio della mamma, smise quasi del tutto di respirare, destando il più completo terrore attorno alla tavola alla quale sedeva assieme a tutta la sua famiglia. Non ricordava molto di quel pranzo, sapeva solo che a un certo punto si era sentita soffocare come quando, solo qualche mese prima, era finita per sbaglio nel doppiofondo dell’armadio dei suoi genitori e si era sentita sollevare da terra, senza avere idea di chi fossero le braccia che la cingevano.
Si era svegliata un paio d’ore più tardi, madida di sudore e con un forte dolore al centro del petto, sentendo il padre spiegare al resto della famiglia che probabilmente non tollerava qualcosa che aveva mangiato e che tutti si sarebbero dovuti impegnare per capire che cosa fosse. Anche se Gilberto Bacconi aveva deciso di tornare a prendersi cura del podere una volta finita la guerra, non aveva mai dimenticato tutto quello che aveva imparato come medico dell’esercito. Quegli insegnamenti gli avevano permesso di salvare la vita alla figlia più piccola, ma non era comunque sicuro che sarebbe stato in grado di riuscirci una seconda volta. Non sapeva molto di allergie, che non erano state la preoccupazione principale durante una guerra cruenta quanto la Prima Guerra Mondiale, ma aveva visto morire sua madre dopo un attacco troppo simile a quello di Adelina. Così si disse che avrebbero dovuto fare molta attenzione affinché un episodio simile non si ripetesse.
Non fu una scoperta immediata, fu come giocare una brutta partita di Roulette Russa con la bambina, ma alla fine fu chiaro che era l’aglio a nuocere alla piccola Adelina. Non fu semplice privarsi di quell’ingrediente così tradizionale: quasi ogni cosa cucinata dalle sapienti mani di Marisa ne aveva contenuta, fino a quel momento, una dose più o meno consistente, ma era imperativo riuscire a farne a meno.

Nei cinque anni successivi, la donna ebbe molto tempo per sperimentare e diventare brava a sopperire a quella che, per una famiglia di contadini toscani, era decisamente una grossa mancanza. Di tanto in tanto, specialmente in occasioni di compleanni o feste importanti, qualcuno si azzardava a chiedere un piatto dei pici al pomodoro e aglio che non vedevano la luce in casa Bacconi da tanto tempo, ma Marisa decise di cucinarli di nuovo solo quando a chiederglieli fu proprio Adelina, il giorno del suo decimo compleanno. Lei ovviamente si rifiutò, ma quando la figlia proseguì dicendo che era il suo unico desiderio per quel compleanno, Marisa acconsentì col cuore attanagliato dalla paura. Avevano cercato di spiegare alla bambina che non era per scelta  che l’avevano privata di quello che, dopo una sola forchettata, era diventato il suo piatto preferito, che le avrebbe fatto molto male mangiarlo, ma lei sembrava così entusiasta al solo pensiero, che Marisa proprio non riuscì a negarle quell’unico regalo.
Le soluzioni erano molteplici: avrebbe potuto fare un semplice sugo di pomodoro senza usare l’aglio, ma era sicura che Adelina se ne sarebbe accorta e non aveva alcuna intenzione di deluderla. Così cominciò a pensare a come riuscire a rendere felice la bambina senza, ovviamente, farle rischiare la vita. Sfogliò tutti i libri di cucina presenti in casa (per la maggior parte scritti dalle sue ave) finché non si imbatté in un appunto piuttosto curioso, vergato a mano probabilmente con una penna d’oca. Era scritto proprio accanto alla ricetta dei famosi pici al pomodoro che ormai conosceva a memoria da più di vent’anni; tuttavia, non ricordava assolutamente quel particolare.
La parola aglio era stata cancellata con una sottile linea nera e accanto era stato appuntato “aglione, non impedisce il respiro”. Era quello il problema che aveva avuto Adelina: le era proprio mancato il respiro. Quell’appunto significava forse che quell’aglione, sicuramente in qualche modo simile all’aglio ma di cui lei non aveva mai sentito parlare, potesse essere mangiato anche da sua figlia minore? Continuò a studiare l’argomento, si consultò col dottore del paese, col proprietario della drogheria, col fruttivendolo e alla fine capì che la sua deduzione era esatta, che quell’antico appunto era esatto. Grazie a quella scoperta poteva realizzare l’unico desiderio di compleanno della figlia: non più dei semplici pici al pomodoro e aglio, ma degli innovativi e autentici pici all’aglione.

Questa forse è solo una storia, forse Adelina non è mai esistita (chissà), ma ciò che è senza dubbio vero è che l’aglione è l’ingrediente ideale per coloro che, impossibilitati a mangiare aglio, non vogliono privarsi di quel sapore piccante e un po’ dolce che è la sua caratteristica più apprezzata.

 

 

I pici all’aglione della Valdichiana: la ricetta

Ingredienti per 4 persone – Pici fatti in casa
400 g di farina 0
200 g di farina di grano duro
300 g di acqua

Mescolate bene le due farine, meglio se le setacciate. Disponetele a fontana sulla spianatoia, versate l’acqua nel cratere e incorporate la farina poco a poco.
Impastate per 10 minuti, dopo di che prendete la pasta e cominciate a fare delle strisce. Rollatele con le mani fino a ottenere dei lunghi spaghettoni . Per evitare che si attacchino, disponeteli su un piano cosparso di semolino in attesa della cottura. Il picio deve cuocere circa 15 minuti.

Ingredienti per il sugo
500gr di pomodori
50gr di aglione
olio extravergine di oliva
mezzo bicchiere di vino
sale
pepe e peperoncino a gusto

Per prima cosa, si sminuzza l’aglione. C’è chi preferisce tagliarlo a pezzi e chi preferisce schiacciarlo: in alternativa si possono frullare gli spicchi e qualche cucchiaio d’olio con un frullatore a immersione, e versare la pasta così ottenuta in un tegame dove si sarà fatto scaldare un po’ d’olio. Quando l’aglione comincia a dorarsi, stando attenti a non farlo attaccare al fondo, si aggiunge il mezzo bicchiere di vino (per esempio un Valdichiana Toscana DOC bianco) e lo si lascia ritirare ottenendo infine una crema. A questo punto si può spegnere la fiamma mentre si prepara il pomodoro, in modo che l’aglione non bruci.
Per quanto riguarda i pomodori si può usare la passata già pronta oppure i pelati (che andranno frullati una volta rimossi i piccioli). Il risultato finale dovrà essere una salsa, quindi se si sceglie di usare i pomodori freschi tagliati a cubetti bisognerà lasciarli cuocere fino a che non saranno completamente sfatti.
Quando la crema di aglione è pronta, a fiamma accesa si unisce il pomodoro e si amalgama il tutto. Se si è scelto di usare passata o pelati il tempo di cottura sarà di circa 30 minuti (o comunque fino a quando il pomodoro non si sarà addensato), per i pomodori freschi invece i tempi saranno più lunghi.

Quando la salsa è pronta, condite i pici, servite e abbuffatevi!
L’aglione è un ortaggio che ancora viene prodotto in quantità limitate ed è più facile reperirlo tra luglio e novembre. Un’ottima idea per gustarsi la salsa all’aglione tutto l’anno è prepararla in grandi quantità e farne delle conserve.

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Federico Buffa, raccontare lo sport e la vita

“Il Sudamerica è un luogo così diverso dalla Terra”. In Perù, ad esempio, un manipolo di 150 uomini spagnoli con 40 cavalli riuscì a sconfiggere un esercito di più di…

“Il Sudamerica è un luogo così diverso dalla Terra”.

In Perù, ad esempio, un manipolo di 150 uomini spagnoli con 40 cavalli riuscì a sconfiggere un esercito di più di 90mila uomini sparando quattro colpi di cannone. Qualche secolo più tardi, un altro pugno di soldati, il Sendero Luminoso, cercò di conquistarlo, dando ancora una volta l’impressione che poche persone potessero portarsi via “questo luogo così fragile, così incantato della terra”

In Argentina, invece, un pazzo completamente ubriaco riuscì a far gol al River Plate. Prima della partita – pantalones! – gli gridavano i suoi compagni, mentre cercava di togliersi i pantaloni. Ce li aveva sulla testa. Non a caso lo chiamavano René el Loco Houseman: talmente loco da fingere di essersi fatto male dopo aver segnato, solo per tornare a casa a smaltire la sbornia.

Oppure, sempre nella terra del Sol de Mayo, c’è la prima squadra ad essere stata sulla luna. Il presidente dell’Independiente tesserò Armstrong prima del lancio dell’Apollo 11, consegnandogli il gagliardetto del proprio club. “Se hai tempo, lancialo”. Armstrong lo fece. E nacque el equipo de la luna.

E poi c’è il Brasile, che ha partorito Pelé e Garrincha. Uno che ha segnato il suo millesimo gol al Maracanà, l’altro che fu più artista che calciatore: un funambolo che calpestava il gesso della linea laterale come per mantenere l’equilibrio sopra una fune, condannato a quella vita sempre in bilico tra il pallone e il precipizio dell’alcool.

‘El Loco’ Houseman, così pazzo che sembra dichiararsi a una donna nonostante la veneranda età

Quando Federico Buffa parla di Sudamerica, si illumina. È un fiume in piena, straripante. “Se in uno spettacolo ci sono io, ed ho voce in capitolo, è molto probabile che si parli di Sudamerica”. Su di lui, ammette, quel lembo di terra ha un effetto impressionante”.

E durante tutto lo spettacolo Il rigore che non c’era, andato in scena al Teatro Poliziano il 14 marzo scorso, questo suo amore per il Sudamerica si respira, già a partire dal titolo. Il rigore che non c’era è la vicenda argentina del rigore più lungo del mondo, quello assegnato da tal Herminio Silva nella partita tra Deportivo Belgrano e Estrella Polar e battuto una settimana dopo, perché la partita fu sospesa a causa della rissa scaturitasi dopo l’intrepido fischio del direttore di gara.

Lo spettacolo inizia e finisce con quel rigore, trasformato in espediente narrativo che gli permetterà di raccontare in medias res una miriade di storie, incalzato da uno strampalato speaker radiofonico interpretato da Marco Caronna, accompagnato dalla sapienza musicale di Alessandro Nidi e ispirato dall’angelica bellezza lunare di Jvonne Giò.

In questo intermezzo decameroniano, ovviamente, c’è tanto spazio per il Sudamerica. Perché questa terra abbia un tale ascendente su di lui, Federico se lo spiega in tre modi diversi.

“Chiedo allo speaker ‘Sei mai stato in Sudamerica?’ e lui mi risponde di sì, che c’è stato una volta e che gli è piaciuta. Ma poi lo incalzo, e finisco per spiegargli io perché gli è piaciuta. Ci sono tre cose da dire: la prima è che ogni cultura è una grande cultura, tutte sono grandi culture, ma nella latino-americana sembra che esista una capacità di indagare l’animo umano in modo completamente diverso dalle altre…”.

Un’affermazione che ricorda Orwell ne La fattoria degli animali, e che ci dona l’immagine di un popolo passionario ed estremamente sensibile, capace di scorgere e raccontare come nessuno la verità profonda che muove l’animo umano, attraverso la musica, lo sport, la letteratura. Non so di preciso cosa significhi “indagare l’animo umano”, ma Federico Buffa ogni volta che racconta una storia lo fa mettendo in primo piano proprio l’anima dei protagonisti: la corporeità dei vari personaggi si sgretola, lasciando trasparire l’ umana nudità nella sua interezza. È questo, ne sono sicuro, il motivo di tanto successo.

A metà dello spettacolo, addirittura, Buffa arriverà a dire che “solo un sudamericano può scrivere una canzone d’amore e di protesta”. Questa, forse, è la frase che identifica maggiormente il Sudamerica, ergendolo a cultura più “grande” delle altre.

“La seconda cosa da dire, è che in Sudamerica sangue e acqua tendono a confondersi. Sembra, addirittura, che in Sudamerica il sangue umano sia il miglior fertilizzante della terra…”.

Un chiaro riferimento alla storia passata e presente di una terra colonizzata, schiavizzata, sfruttata, che ha tentato di ribellarsi (il Perù, appunto, ne è esempio lampante). Una storia in cui il sangue sparso a fiotti ha fatto germogliare proprio quella sensibilità e quella passionalità che hanno i sudamericani nei confronti della vita.

“La terza ed ultima cosa, che ha un effetto impressionante su di me, è la leggenda che dice che quando l’aquila e il condor, uno simbolo dell’America del Nord e l’altro dell’America del Sud, torneranno a incontrarsi, i nativi americani riprenderanno il possesso delle loro terre”.

Nella visione profetica di Buffa, quasi nei panni di un aedo omerico, arriverà il giorno in cui tutto, in Sudamerica, tornerà come alle origini del mondo.

Nel rispondere alla mia breve domanda sul Sudamerica, si è palesato il Federico Buffa che fino a quel momento avevo ascoltato solamente attraverso il filtro dello schermo televisivo. Dal vivo, la sua voce ha la capacità di abbracciare le persone attorno a lui; la sua eccelsa proprietà di linguaggio gli permetterebbe di parlare all’infinito. Il tempo, sotto questo punto di vista, per lui diventa decisivo.

Proprio per questo, l’altra domanda che gli ho posto è stata riguardo il passaggio da radio-telecronista a narratore. Ciò che differenzia le due professioni, sostanzialmente, è proprio il tempo che si ha a disposizione per raccontare.

“Dovreste chiederlo al laureando, Flavio Tranquillo, lui saprebbe sicuramente illustrarvi al meglio il mondo della cronaca e della narrazione. Una telecronaca, con lui, ti forma davvero. Lui avrebbe sicuramente detto, però, che i due mondi si intersecano sempre, che già in una telecronaca esiste la narrazione. Mentre commentavamo le partite di NBA, avevamo il materiale per poterne raccontare tre. Quando lui riteneva fosse il momento, magari la partita era già avviata verso un risultato scontato, mi faceva un cenno con la mano tipo ‘dai, su, è il tuo momento’. E io partivo a raccontare storie dentro la storia. C’erano delle mini-narrazioni all’interno del match che potevano durare anche 2-3 minuti”.

Lo scarto tra telecronaca e servizi televisivi, tuttavia, non è poi così ampio. Per registrare le puntate di Storie di Coppa dei Campioni, l’ultima produzione Sky targata Federico Buffa, servono estenuanti giornate di riprese, che si condensano poi in un racconto di un quarto d’ora. “Per registrare una puntata servono 7-8 ore, quasi tutte in piedi, perché anche se fai bene una parte, il regista ti chiede sempre di registrarla un’altra volta, altre due volte. E, visto che questi sono prodotti televisivi e quindi “eterni”, devono essere perfetti, e i tempi non sono dilatati”.

E, per farci capire quanto sia difficile poter narrare per intero una storia in televisione – SPOILER ALERT! –, ci racconta di Belodedici, libero della Steaua Bucarest campione d’Europa nel 1986, scappato dalla Romania di Ceaușescu e approdato a Belgrado, nella Stella Rossa, con cui bisserà il successo in finale di Coppa dei Campioni quattro anni più tardi. “Questo qua, nel 1989, non aveva mai visto in vita sua una lattina di Coca-Cola. E niente, c’era la regista col cronometro puntato a 33 secondi di tempo, e non ho avuto modo di raccontarla!”.

Il teatro, invece, è diverso, e in uno spettacolo ai limiti dell’improvvisazione come Il rigore che non c’era Buffa ha maggiore autonomia. “Il regista mi dice sempre ‘Federico, in teatro c’è tempo!’. Dal mio punto di vista, quindi, è cambiato solo il contesto, e ovviamente il tempo a disposizione. Poter raccontare storie in un contesto teatrale mi ha permesso di prendermi i miei tempi”.

Belodedici alla Stella Rossa di Belgrado

Tempi che, dopo aver finito di raccontarci di Est Europa, Danubio e quant’altro, sono diventati strettissimi.

Così, quello che ha fatto per terminare l’intervista, salutarci e andare a preparare lo spettacolo, mi ha lasciato a bocca aperta. Non è stato irruento ma schietto, e allo stesso tempo delicato.

Tommaso, che era lì con me, ha chiesto a Federico Buffa come vive sul palco il parallelo tra la fisicità dei giocatori dell’NBA e gli attori di Hollywood. Lo ha guardato, e dopo avergli detto “Ma ti sembro un afroamericano? Non ho voglia di rispondere a questa domanda, ci sarebbe troppo da dire, e poi tu potresti essere il figlio del mio secondo matrimonio…”, ci ha sorpreso con l’ennesima storia.

“All’Autogrill di Fiorenzuola, sull’Autostrada del Sole, ci sono sempre dei ragazzi napoletani che vendono le calze. Ce n’è uno che, quando mi vede, mi fa ogni volta ‘Dotto! Vuje co’ quell’ucchj sembrate n’attore ammericano’… e con questa vi saluto. Grazie mille, siete stati gentilissimi!”.

Federico Buffa, con una specie di bacchetta magica, rende entusiasmante anche l’incontro con un paio di venditori ambulanti. Non potevo che aspettarmi, infatti, di rimanere con gli occhi incollati sul palco per più di un’ora e mezzo, a guardarlo destreggiarsi tra luna e politica, tra Sudamerica e palla a spicchi, tra una narrazione e l’altra.

Che poi, se sia vero o meno che a Fiorenzuola vendano le calze, è importante davvero?

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GFNY: da tutto il mondo su due ruote in Valdichiana

Un tragitto di 108 km, 2000 metri di dislivello da percorrere attraverso gli scorci e le colline della Valdichiana Senese, un territorio presente nell’immaginario internazionale come la capitale del buon…

Un tragitto di 108 km, 2000 metri di dislivello da percorrere attraverso gli scorci e le colline della Valdichiana Senese, un territorio presente nell’immaginario internazionale come la capitale del buon vivere: con queste premesse non poteva di certo essere disatteso l’incontro di tanti appassionati di sport con bellezze paesaggistiche celebri in tutto il mondo. È così che in una giornata tipicamente primaverile, questo bacino di interesse naturale e storico è diventata meta di un evento sportivo cui hanno preso parte più di mille ciclisti, provenienti da 37 diversi Paesi di quattro continenti. La Gran Fondo New York, gara internazionale di ciclismo amatoriale, ha scelto di posizionare in Valdichiana, tra la data in Colombia e quella nella Repubblica Domenicana, partenza e traguardo della sua unica tappa in Italia per tre sue edizioni consecutive, da quest’anno fino al 2021.

«Amare il ciclismo significa amare l’Italia, e in particolar modo la Toscana, dove è antica e consolidata la tradizione di questo sport»

aveva dichiarato Uli Fluhme, presidente della Gran Fondo, nel corso della presentazione dell’evento.
E sicuramente quanti hanno partecipato alla gara non potranno dire di non aver visitato l’anima più autentica della Toscana.

Partendo da Torrita di Siena, e proseguendo per Montefollonico, Castelmuzio, Montisi, Trequanda, San Giovanni d’Asso e Torrenieri, sino all’arrivo in piazza Grande a Montepulciano, il percorso lungo i borghi e le strade bianche ha suscitato tanto l’ammirazione dei corridori, che molti si sono premurati di installare telecamere GoPro sui propri caschi.

Vari i livelli di preparazione atletica: se ne è avuto dimostrazione prima che la gara iniziasse davvero. In arrivo da Montepulciano, da dove si è svolto il traferimento verso la linea di partenza, i ciclisti, sia professionisti che amatori, si sono trovati ad entrare nel centro storico di Torrita per via Roma, una salita abbastanza erta che in diversi hanno affrontato scendendo dalla sella e proseguendo a piedi.

Già al passaggio per piazza Matteotti, dove ad attendere gli atleti c’erano gli Sbandieratori e i Tamburini di Torrita, il gruppo di testa è apparso ben distaccato dal resto del gruppo. Il primo a tagliare il traguardo, dopo 3 ore 13′ 36” è stato Riccardo Pichetta, a distanza di 4′ 53” dal secondo Nicolò Di Gaetano e di 7′ 46” dal terzo classificato Aurelio di Pietro. Lungo il tratto di strada che collega Torrita a Montepulciano, ancora intorno alle 15:30 del pomeriggio si potevano scorgere i corridori, nelle riconoscibili maglie verdi e nere prodotte in Italia e fornite da un’organizzazione che non ha lasciato nulla al caso, avvalendosi della collaborazione delle amministrazioni comunali di Montepulciano e Torrita, che tra l’altro hanno destinato della realizzazione dell’evento i proventi dell’imposta di soggiorno, e delle tante associazioni presenti sul territorio, le quali non hanno mancato di apportare il proprio sostegno, in fede ad un principio di collaborazione che ha saputo dare i propri frutti.

«C’è molto orgoglio – ha commentato la dottoressa Grazia Torelli – per essere riusciti a concretizzare un progetto ambizioso, che dalla sua proposta, giunta nello scorso agosto, alla messa in pratica, ha presentato pure qualche difficoltà, soprattutto dal punto di vista burocratico».

Il gran numero di iscritti, alcuni dei quali hanno aderito al Training Camp, il pacchetto di uscite guidate su percorsi tra i 40 e i 90 km in vista della gara, ha affollato le terre di Siena già dalla scorsa settimana, inducendo così un buon risultato per la promozione di tutto il territorio. Oltre ai ciclisti, infatti, era atteso l’arrivo di tanti accompagnatori che hanno approfittato dell’occasione per una breve vacanza.

«È stata un’occasione unica per far conoscere questi posti ad appassionati di sport e benessere che vengono anche dall’altra parte del mondo» ha dichiarato Alessandro Fracassi, Presidente del comitato organizzatore che ha curato l’evento. «Come primo anno c’è soddisfazione per il risultato ottenuto, ma anche consapevolezza di avere margini di miglioramento verso i quali protendere per le prossime edizioni, e chissà se per non altri progetti».

Quel che rimane, a gara conclusa, è la risonanza, giunta grazie a questa manifestazione di sano sport, alle terre della Valdichiana senese, e la prova superata – se fosse stato ancora una volta da dimostrare – della disposizione all’accoglienza e alla cooperazione viva in questo territorio.

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Identità meticce: un reportage senza maschere

Qual è un’espressione della bellezza, se non quando ci si riunisce per provare a migliorare il mondo? Mi appresto, qui, in questo luogo virtuale, a cercare di afferrare la bellezza…

Qual è un’espressione della bellezza, se non quando ci si riunisce per provare a migliorare il mondo?

Mi appresto, qui, in questo luogo virtuale, a cercare di afferrare la bellezza del 24 marzo, trascorso in quel luogo intimo e accogliente che è il Chiostro di San Francesco a Chiusi e dove, grazie a tanti protagonisti, si è cercato di migliorare il mondo. Almeno un po’.

Non so bene da dove cominciare per raccogliere la complessità e la varietà degli argomenti e delle attività protagonisti dell’evento Identità meticce: viaggi, crocevia, incontri, organizzata da GEC Gruppo Effetti Collaterali, con Biblioteca Comunale e Informagiovani Città di Chiusi e Chiusinvetrina CCN – Chiusi Scalo e con il patrocinio di Comune della Città di Chiusi e Centro Pari Opportunità Valdichiana: una giornata talmente ricca che spero di riuscire a raccogliere con la giustizia che merita.

Il programma completo merita una lettura approfondita: troverete maggiori dettagli sia sugli sponsor dell’evento che sugli ospiti dei quali io qui vi riporterò commenti e riflessioni. Considerata la ricchezza, e la lunghezza, ho deciso di lasciar parlare loro, i veri protagonisti dell’evento, limitandomi a qualche frase per facilitare la lettura. Alla fine, tuttavia, troverete un mio commento sulla giornata. Da antropologa, non riesco a resistere e a non dire la mia!

Durante l’incontro Arte in Movimento, sono intervenuti Matteo Casilli, Laura Fatini, Verdiana Festa e Nicole Romanelli, moderati da Tommaso Ghezzi.

Matteo Casilli, fotografo, ci parla delle sue impressioni a seguito della creazione della mostra Humans, in collaborazione con Intersos sul centro di accoglienza di Crotone.

Foto di Matteo Casilli

Mi ha chiamato Intersos perché gli piacevano i miei ritratti, volevano vedere il mio occhio su questa situazione; io che per la prima volta mi trovavo a raccontare una emozione simile, mi sono presentato, sono stato con loro, ho cercato di capire i problemi, le dinamiche. Sono entrato, così, senza fare foto all’inizio. La prima volta è stato molto toccante e mi ha commosso. Personalmente, è attraverso la fotografia poi che riesco a esprimere quello che penso e provo.

Quando fotografo qualsiasi persona, che sia Morricone o uno sconosciuto, cerco sempre, se posso, di conoscerlo, prenderci un caffè insieme, capire la sua storia: questo fa la grandissima differenza, visto che per me ciò che è più importante per un ritratto è conoscere la persona, chi è. Potevo fare foto molto più di impatto, ma io se uno sta male non lo vado a fotografare. E lì faceva veramente freddo, loro hanno fame, stanno male, sono bloccati lì senza documenti, gente laureata.

Foto di Matteo Casilli

Sono molto soddisfatto del risultato fotografico in termini tecnici, come ho avuto altre soddisfazioni in campo fotografico, ma in questo caso non me ne frega particolarmente perché sono più contento se serve a contribuire a giornate come questa, per far conoscere la situazione difficile che vivono questi ragazzi.

Laura Fatini ci racconta The Giufà Project ricordandoci che:

Attenti a fermare gli uomini. Si rischia di fermare anche le storie…

Foto di Andrea Micheletti

L’obiettivo di The Giufà Project è l’incontro tra diverse culture: due differenti culture riescono a parlarsi trovando un mezzo che le rispecchi entrambe; il personaggio di Giufà è questo mezzo. Lavorando con i migranti che hanno sofferto, ad esempio, non puoi chieder loro immediatamente ‘com’è stato il tuo viaggio’, ‘raccontami di te’, né è immediato l’approccio anche con gli altri che si sono avvicinati al progetto del ‘ok lavoriamo insieme’, ‘ok facciamo teatro insieme’, ‘parlami dei tuoi problemi’; bensì: ‘lavoriamo su qualcos’altro, su Giufà, in cui ci riconosciamo entrambi’. Le arti prendono in mano il dialogo e si fa quindi musica, teatro, danza insieme. Giufà è l’inizio. L’idea quindi è riscoprire delle radici comuni per favorire l’incontro, e questo mezzo funziona: dal 2014 ho trovato circa un centinaio di storie differenti su questo Giufà, di almeno 30 paesi differenti, ed è straordinario quando cominci a chieder a qualcuno ‘senti ma dalle tue parti c’è la storia di questo saggio folle, di uno un po’ sciocco?’, trovi risposte come ‘ah sì, mia nonna mi raccontava’: è straordinario.

Io lavoro in Italia con dei ragazzi migranti qui a Cetona. Un’enorme soddisfazione è vederli lavorare con i bambini, con gli stessi ragazzini che magari lo scorso anno avevano paura di loro e vederli collaborare, giocare, interagire senza problemi.

Una difficoltà è la iniziale diffidenza delle persone a cui proponi il progetto all’inizio, anche solo semplicemente per ospitarlo – anche se per fortuna alla fine sono riuscita a trovare sempre molto interesse. Iniziale diffidenza soprattutto dagli enti, dagli amministratori, dai politici, e un po’ dagli adulti (mentre i giovani non hanno assolutamente avuto nessun problema ad approcciarsi). Le persone che si propongono per attività del genere sono già sensibilizzate, anche se magari hanno i loro dubbi nei confronti dell’integrazione, però si aprono senza problemi.

Foto di Andrea Micheletti

Negli spettacoli che propongo su Giufà ci sono tante storie, piccole storie dove alla fine si propone il messaggio dell’integrazione: ‘siamo tutti uguali’; alla fine c’è una scena in cui si tirano fuori i giubbotti di salvataggio, ci sono i migranti e si parla dell’accoglienza, e viene fuori il tema principale: ‘attenti a fermare gli uomini, si rischia di fermare anche le loro storie’, perché fai vedere alle persone che quello che ci rende umani sono le storie, il fatto di narrarci, di raccontare; fai vedere che le storie sono tutte uguali, e che alla fine le storie parlano di persone in viaggio e di trasformazione, come quelle che ci hanno incantato da piccoli.

Link utili: The Giufà Project e The Complete Freedom of Truth

Verdiana Festa e Nicole Romanelli, che insieme a Pietro Gregorini e Michela Locati hanno ideato e portato avanti il progetto Solo in cartolina, ci raccontano le difficoltà e le soddisfazioni provate.

Foto di Andrea Micheletti

Il progetto è partito in modo spontaneo, non pianificato, e penso che questo sia stato un po’ il punto di forza. Abbiamo creato un gruppo dove oltre a noi, tanti altri che non si espongono su tematiche sociali, persone che solitamente non scendono in piazza perché magari non si occupano di queste cose, invece in questa campagna hanno detto la loro e hanno partecipato: hanno trovato un mezzo per poter esprimersi. I creativi che hanno partecipato, e anche dal pubblico, ci volevano aiutare in qualcosa, ci mandavano mail dicendo: ‘Possiamo darvi una mano? Come vi possiamo aiutare?’. Quindi interessati ci sono, esistono, sono più di quelli che noi perlomeno ci immaginavamo, e con tanti abbiamo iniziato collaborazioni, ci sentiamo, si continua, magari su altri lavori.

 Abbiamo ricevuto critiche sia ovviamente da un’opposizione che aveva un’opinione diversa dalla nostra, sia dal mondo della comunicazione, che magari aveva la nostra opinione ma per cui il nostro modo di comunicare non era corretto perché ironizzava troppo. Rispetto a come di solito si raccontano i migranti, la nostra voce è un po’ meno pesante e a volte anche sarcastica, però anche molto amara, tragicamente amara.

Io quello che posso dire è che siamo riusciti a spostare un po’ il target, nel senso che abbiamo parlato a chi volevamo parlare, ossia le persone della nostra età. Ci arrivavano le cartoline da ragazzi di 18, 19 anni! E i creativi hanno dato la direzione del progetto più che noi, che abbiamo dato loro l’input ‘metti nella cartolina un luogo di mare, saluti da, e rappresenta una scena che racconta quello che succede nei nostri mari’. Noi poi abbiamo filtrato. E ora che la campagna è finita però comunque ci cercano e ci mandano altre cartoline.

Ci siamo chiamati Creative Fighters (e anche poi nei giornali ci hanno iniziato a definire così), anche se questo nome ha destato il delirio, il nome fighters ‘ah perché è violenta’, perché noi per le idee si combatte. Combattiamo con il nostro strumento: la creatività.

A metà campagna c’è stato un altro tweet di Salvini in cui diceva ‘ciao amici mandatemi le vostre cartoline’ e chiamava i suoi seguaci a inviarci delle contro-cartoline. E sono arrivate: immagini di stupri, qualcuna un po’ fascista. Erano un po’, ma neanche troppe in realtà. Lo sai, nel momento in cui decidi di fare una cosa simile, lo sai benissimo: a me personalmente sono arrivate anche email a lavoro, visto che ero il tramite con l’ufficio stampa e usciva più spesso il mio nome, solo per questione di divisione dei compiti, e quindi probabilmente ho fatto un pochino di più da parafulmine rispetto ad altri.

Noi ora stiamo facendo questo spin off sulle Alpi: con questa campagna ci siamo spostati sul racconto, sulla storia di questo Amir che attraversa le montagne, per la quale ci siamo dovuti documentare e raccogliere le storie – vere – e scrivere una storia. Amir rappresenta un po’ tutti i migranti che attraversano il confine: le cartoline sono le puntate della storia che racconta questa traversata. Quando questo fundraising finirà, dovremo capire cosa fare, come tenere questo network e magari attivarci per una campagna l’anno, non solo cartoline ma anche altre tematiche, per esempio il climate change.

Chiara Cardaioli ci racconta il momento dedicato alle letture e alle attività per bambini 0-6 e 7-11 anni.

Foto di Andrea Micheletti

Domenica pomeriggio con tante mamme che ci hanno prestato la loro voce, abbiamo provato a seminare parole e racconti in varie lingue: spagnolo, arabo, inglese, albanese, rumeno. Abbiamo creato, attraverso le storie universali della letteratura per l’infanzia, un momento vero di integrazione: è forse questo l’obiettivo più alto di una Biblioteca pubblica. È stata l’occasione per valorizzare la lingua madre, che è la lingua del cuore, del ricordo, ed è stato bello sentire l’emozione nella voce di alcune lettrici. L’iniziativa è stata coordinata dalla Biblioteca comunale di Chiusi, all’interno del programma nazionale Nati per Leggere.

GEC&BOOK: Identità meticce, presentazione libri moderata da Caterina Guidi e con gli autori Giovanni Dozzini e Bruno Barba.

Foto di Andrea Micheletti

Caterina Guidi, ricercatrice alla European University Institute, ci parla dell’incontro e dei confini mentali, oltre che fisici.

L’incontro è essenzialmente la conoscenza dell’altro, incontrandoci ci riscontriamo un po’ simili in tutto, che siano desideri, aspirazioni, problematiche, e anche diseguaglianze. Penso che la reale diseguaglianza nel mondo moderno sia legata più a condizioni socioeconomiche che altro; che questo fatto venga poi manipolato e scientemente mascherato come un altro tipo di conflitto porta in sé la vera ragione stessa del conflitto. Se ci si accorgesse che, invece, si tratta di un problema di posizione socioeconomica, forse faremmo qualcosa di più: banalmente ci arrabbieremmo tutti insieme per migliorare questa condizione.

Nell’incontro con l’altro non c’è solo la somiglianza, ma anche la differenza. Sicuramente in occasioni come queste, per esempio, ci si riscopre quello che siamo, ossia uomini, donne e fondamentalmente esseri umani, in accordo con il tema della mostra fotografica Humans. Le etichette, siano esse appunto usate per definirci migranti, o per cittadinanza italiana, sono a volte comode: il diritto internazionale per sua stessa natura, per esempio, ha bisogno di esse per definire anche la protezione delle vulnerabilità. Allo stesso modo, l’economia pubblica ha bisogno di definire chi è vulnerabile per garantire maggiore protezione sociale. Purtroppo, a volte diventa la ragione stessa del pregiudizio e della mancanza di tensione nella conoscenza verso l’altro. A volte ci fermiamo alla sua stessa definizione, che è comoda, per riassumere la condizione dell’altro e per non conoscerlo davvero.

Ho lavorato in zone fuori dall’Unione Europea, come in Bosnia, e ho avuto modo di capire e apprezzare che cosa fosse la conoscenza reale dei problemi, toccarli con mano; ho cominciato davvero a capire l’importanza del mio passaporto e l’importanza di dover attraversare una frontiera: è totalmente aleatorio e qualcosa che non hai fatto niente per meritare. Ti è capitato di nascere da una parte del mondo rispetto ad un’altra. Spesso ho riflettuto su che cosa sia davvero il confine: lo puoi definire in modo positivo, ma può escludere allo stesso tempo, e in fondo lo stato nazione così come lo conosciamo è una creazione recente rispetto alla storia dell’umanità, solo tre secoli!

L’idea Europea è un po’ il superamento dei confini nazionali all’interno di un territorio comune, e la sua fragilità l’abbiamo vista quando qualcuno è venuto a bussare alle nostre porte e ha voluto far parte di questa terra, che io penso sia una terra di opportunità. 511 milioni di abitanti non dovrebbero spaventarsi di qualche milione di stranieri ma, anzi, essi stessi potrebbero essere i cittadini del domani di questa Unione Europea.

Penso veramente che l’approccio migliore sia di non raccontare più la migrazione con pietismo, – ovviamente senza per questo negare le tragedie del mediterraneo – garantendo prima di tutto condizioni dignitose di viaggio in sicurezza e raccontare la migrazione finalmente in un’ottica di storia dell’uomo. La mobilità è sempre esistita, e sempre esisterà. Nel bene e nel male nessuno fermerà la corsa al benessere di un altro individuo; bisognerebbe però pensarla in una prospettiva che non sia né di solidarietà né di carità, come spesso viene fatto, ma di cittadinanza, cioè nell’insieme dei doveri di cittadini e come parte di questa società europea. Io vedo questa come unica prospettiva per superare prima di tutto quello che è un confine mentale, e secondariamente quello che viene esercitato a suon di trattati dai governi nazionali.

Giovanni Dozzini, autore di E Baboucar guidava la fila – un romanzo, la storia di 4 protagonisti immaginari, ispirati però a ragazzi che l’autore conosce – ci parla di letteratura e politica.

La letteratura ha sempre un ruolo sociale e politico in senso ampio, perché incide sulle persone e sulle loro coscienze, sul modo di pensare, di sentire. Un romanzo come Babucar, per il tipo di storia che racconta, ha dei risvolti politici e sociali. Si parla di migranti, e parlare di migranti oggi ovviamente è un atto molto politico.

In particolare quello che io ho voluto fare è stato parlare di questo tema, che è enorme, in una maniera un po’ diversa rispetto a come si fa solitamente nella rappresentazione mediatica soprattutto, ma anche in letteratura. Perché negli ultimi anni alcuni libri, a livello narrativo, sono cominciati a uscire sulla questione migratoria, e la mia operazione è stata quella di proporre un racconto in presa diretta, cercando di non rivangare nel passato dei protagonisti: il viaggio, con la V maiuscola non lo racconto, bensì parlo di due giorni, di presente, cercando di raccontare il modo di porsi dei personaggi in un contesto completamente nuovo e pieno di possibilità ma anche di insidie. Il risvolto politico di questo romanzo sta nel tentativo di proporre una visione un po’ diversa di quelle persone che noi siamo abituati a considerare secondo categorie abbastanza approssimative e per luoghi comuni.

Anche se troppa poca gente legge libri rispetto a quanta ne servirebbe; anche se mi rendo conto che la gente, che viene alle presentazioni, che prende il libro in mano e lo legge, è già gente benevola nei confronti di questi ragazzi, comunque la letteratura può avere un ruolo. Quindi da un lato sento il limite della forma romanzo, dall’altro, soprattutto nel caso di Baboucar, credo che faccia pensare – d’altronde, io non voglio dare risposte, ma far ragionare la gente. Rispetto a questa grande questione dei migranti, anche chi ha un’attitudine più benevola a volte si rifà a dei cliché, per cui aderisce a uno schema un po’ pietistico: il migrante lo accogliamo, però a certe condizioni, nel senso che nel momento in cui lui non vuole più recitare la parte del ‘poveraccio’ fino in fondo cominciamo a stranirci. Il cellulare, l’ambizione di andare al mare, di fare una cosa tanto per farla: a volte anche una persona che accoglie questi ragazzi poi dice ‘eh però, non è che puoi lamentarti del vitto, non puoi pretendere anche di andare al mare, cioè vieni qua ti accolgo però, stai lì’. Leggendo questo romanzo si potrebbe un po’ cambiare il proprio punto di vista, incrinare qualche convinzione, anche legittima che una persona può avere. La letteratura deve far questo, far cambiare un po’ la prospettiva sulle cose, anche di un millimetro, perché poi uno ci ragioni, senza dare ricette o fornire risposte semplici.

Le rappresentazioni che noi abbiamo della realtà sono frutto dell’esperienza, quindi è normale da una parte affidarsi a quelle che ci vengono propinate in qualche modo, della quale ognuno fa la propria sintesi. Però, la narrativa rispetto, per esempio, all’informazione giornalistica, ha il privilegio di dare più tempo, di insistere sulle sfumature, e anche sulle contraddizioni. Quindi chi legge un libro può sfruttare questo privilegio, che ha lo scrittore ma ha anche il lettore; di conseguenza, la narrativa si fonda sulla complessità, la complessità è nemica degli stereotipi per cui, la narrativa credo che possa aiutare a scardinare un po’ la rappresentazione semplicistica della realtà e della società.

Bruno Barba, antropologo e autore di Meticcio, l’opportunità della differenza, ci regala spunti di riflessione importanti sul tema del meticciato culturale.

Prendiamo come punto di partenza il concetto di sincretismo religioso, che nasce da una reinterpretazione di due religioni che si incontrano e, a partire dalla loro unione, presentano poi un aspetto totalmente differente. Riferendomi al caso di uno dei miei campi di studio, la cultura brasiliana è tutta soggetta a questa dinamica, ovvero tutto è reinterpretazione: dalla musica alla gastronomia, e persino l’elemento biologico. C’è un salto logico forse un po’ ardito ma che in qualche modo spiega anche il fatto per il quale noi, tutti, siamo ibridi; tutte le culture sono ibride. La mistificazione della purezza, tanto dal punto di vista razziale, quanto del confine culturale, è qualcosa che si può definire ingenuo, sbagliato. Tutto è contaminato da sempre. Quindi, quando si parla di contenere confini, quando si tratta di difendere quella che qualcuno chiama addirittura la razza, si fa un’opera di disinformazione che può essere considerata o ingenua o malevola.

La migrazione, insieme alla percezione dell’alterità e all’ibridazione tanto biologica quanto culturale, è la costante più frequente nella storia dell’umanità. Da sempre gli uomini si muovono e si spostano, e questa è la ragione per cui non esistono le razze. Il fatto che le razze non esistono è dovuto al fatto che da sempre l’uomo ha scambiato geni, come anche dicono i genetisti, e come dice Barbujani tra gli altri. Queste riflessioni di fatto ci devono fare considerare l’immigrazione di oggi, soprattutto in Europa, come un fenomeno assolutamente normale, gestibilissimo – sarebbe stato, ed è ancora, gestibilissimo –, ma interessi vari fanno sì che la sua percezione sia appunto dell’ingovernabilità del fenomeno.

Io dico sempre che si perde di una cultura ciò che vale la pena perdere, magari attraverso strategie di resistenza, perché poi il destino meticcio non è un destino segnato, o tracciabile facilmente e di cui già oggi possiamo noi prefigurare i confini e gli effetti. È un processo che sicuramente avverrà come sta avvenendo e i cui effetti sono difficilmente calcolabili. Di sicuro, si tratta di effetti benefici nel lungo termine, perché le culture sopravvivono soltanto attraverso la contaminazioni. Quella cultura che si ritiene di poter proteggere, e alla quale si impone una protezione, è una cultura folclorizzata – le riserve indiane per intenderci –; mi rendo conto che possano esserci buone intenzioni alla base, ma non è così che si difendono le culture: sono gli uomini, che hanno la voglia e l’interesse a conoscere l’alterità. Un’altra mistificazione: la paura dell’altro nasce semplicemente dalla non conoscenza, o meglio, è legata all’ignoranza di che cosa l’altro è.

In questo momento, considerare ‘gli immigrati come risorse’ e prendere come paradigma i pochissimi casi in cui avvengono tragedie, diventano elementi discriminatori e critici, separanti, legati a un certo modo di pensare fortemente ideologicamente orientato. Pensando invece agli effetti macroscopici del fenomeno, è innegabile rendersi conto che le culture, gli uomini, la biologia, tutto ciò che ha a che vedere con il contatto, è favorito dal contatto stesso.

Sul ruolo e i doveri dell’antropologia oggi…

I doveri oggi sono intanto a rimediare a una percezione che l’antropologia storica ha contribuito a creare – non dimentichiamoci che le teorie evoluzioniste, il razzismo stesso, il differenzialismo, le enfasi date anche, magari con buone intenzioni, al multiculturalismo come sottolineatura della diversità, possono produrre una tendenza all’incomunicabilità. L’idea meticcia serve apposta a superare, a dare un’accelerata alla proposta multiculturalista, perché se il multiculturalismo accetta le diversità, le inserisce però in un ambiente, in una città, in un contenitore sperando in una pacifica convivenza. Il meticcio, questa convivenza la propone attraverso la capacità di ricreare stimoli culturali, e attraverso l’idea che i fatti e le usanze possano sempre essere migliorabili. L’uomo è tendenzialmente creativo, non passivo, e fruitore di quello che si chiama, appunto, cultura. Se qualcuno usa la cultura come alibi e come se fosse una cappa dalla quale gli uomini non possono né ribellarsi, né discutere, Jorge Amado ci ricorda invece che il razzismo si combatte a letto; il razzismo si combatte attraverso l’osservazione, la curiosità e il desiderio di conoscere l’altro e dell’altro scegliere ciò che ci fa bene.

Se in Europa la narrazione è legata alla tradizione, alla purezza, allo stesso tempo l’antropologia ci insegna che le tradizioni, la purezza, l’idea di razza, di confine, di Stato, sono tutte finzioni, creazioni contingenti e storiche che si possono, così come sono state proposte, riproporre, cancellare, modificare, modellizzare.

Conclusioni

Per concludere quella che si è rivelata una raccolta di riflessioni ricchissima, nonché un momento di dialogo fondamentale, cercherò di essere breve, mantenendo però la speranza che si continui ad affrontare queste tematiche da un punto di vista critico e riflessivo molto a lungo e approfonditamente.

Difatti, quella che ritengo sia la vera ricchezza di eventi come quello che si è svolto a Chiusi il 24 marzo, è finalmente dire le cose come realmente sono, scevri da maschere ed illusioni. A mio parere, solo parlando chiaramente, e onestamente, saremo in grado di migliorarci e di crescere.

Credo che se da una parte Identità meticce abbia riunito e invitato al dialogo i fautori di tanti progetti, uno più bello dell’altro, e attività stimolanti – citiamo nuovamente la mostra Humans, The Giufà Project, il progetto Solo in Cartolina, l’arte in live del collettivo Becoming X – Art+Sound Collective, le letture per i bambini a cura di Biblioteca Comunale e Informagiovani Città di Chiusi, con gli operatori di Nati per Leggere Siena, il tutto condito dall’aperitivo con i vini dell’ Azienda Agricola Nenci –, e che quindi abbia mostrato come esista un’Italia attiva e viva nei confronti dell’integrazione, dall’altro abbia sollevato due idee importanti, in particolare.

Sarò brevissima, perché breve deve essere, secondo me, il tempo in cui tutti noi possiamo renderci conto del poco che serve per iniziare a migliorare la situazione attuale.

Una realizzazione chiara, e semplice, che:

La mobilità è parte della storia dell’uomo da sempre.

La migrazione non deve essere vista con pietismo, ma come la normale corsa al benessere di un altro individuo, cosa che facciamo tutti in un modo o nell’altro.

Senza confini mentali. Quelli che vengono creati per paura dell’altro, quando la paura è un sintomo della mistificazione di una società attuale che vuole imporci le sue regole ma che, fortunatamente, consciamente o inconsciamente, siamo in grado di resistere, e resistiamo.

Vediamo orizzonti dove voi ancora tracciate confini.

[Valentina, 28 anni]

 

 

Foto in copertina di Andrea Micheletti, opera di David Ferracci del collettivo Becoming X

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Il Bosco di Ogigia: la permacultura come modello ambientale

Il Bosco di Ogigia è un progetto dedicato all’informazione e alla diffusione della permacultura e delle pratiche agricole sostenibili, intese non soltanto come tecniche da impiegare in agricoltura, ma anche…

Il Bosco di Ogigia è un progetto dedicato all’informazione e alla diffusione della permacultura e delle pratiche agricole sostenibili, intese non soltanto come tecniche da impiegare in agricoltura, ma anche come modello di vita e di rispetto dell’ambiente che ci circonda. Il racconto delle pratiche di sostenibilità che permea il progetto viene affrontato attraverso un ecosistema digitale composto dal blog, il canale YouTube e i profili su Facebook e Instagram. Il Bosco di Ogigia possiede anche un luogo fisico a Montepulciano Stazione: un appezzamento di terra nei pressi dell’abitato dove sta crescendo un bosco commestibile, un orto per l’autroproduzione e tante altre utili attività legate all’etica della permacultura.

Con il termine “permacultura” si intende “un sistema di progettazione per realizzare e gestire una società sostenibile, allo stesso tempo un sistema di riferimento etico-filosofico ed un approccio pratico alla vita quotidiana: in essenza, la permacultura è ecologia applicata”. La permacultura può essere utilizzata per progettare una grande azienda agricola, ma è perfetta anche per gestire meglio la propria economia domestica e avviare una produzione alimentare nel balcone di casa. Si tratta quindi di un modello che porta a rivalutare il proprio sistema di vita per creare una cultura sostenibile al benessere dell’uomo e dell’ambiente che lo circonda.

Il progetto del Bosco di Ogigia è stato ideato da una coppia di giornalisti romani, Francesca Della Giovampaola e Filippo Bellantoni, che affondano le loro radici proprio in Valdichiana: Francesca è infatti originaria di Montepulciano e proprio qui ha scelto di mettere in pratica le conoscenze di permacultura per creare un orto sinergico. Li ho intervistati durante lo svolgimento di un corso dedicato al riconoscimento delle erbe spontanee commestibili, chiedendo maggiori informazioni sul loro progetto.

Com’è nato il progetto del Bosco di Ogigia?

Francesca: “Sono originaria di Montepulciano Stazione anche se vivo da parecchi anni a Roma. Ho acquistato questo campo che sta vicino a casa dei miei genitori, forse perché vivendo in città sentivo il bisogno di mettere i piedi nella terra. È una cosa che senti dentro a un certo punto, la voglia di recuperare il più possibile un contatto con la natura, che magari hai da bambino ma che poi per studio o lavoro la nostra generazione non ha avuto tantissime occasioni di portare avanti. Da lì è nata la volontà anche di approfondire la disciplina chiamata permacultura, che può dare risposte concrete. Si tratta di un approccio mentale più che di una tecnica agricola. Come giornalista sento di dover parlare della crisi ambientale che stiamo vivendo, contribuire a cambiare anche l’atteggiamento delle persone.”

Oltre alla passione per la permacultura, hai fatto ricerche o studi in materia?

Francesca: “Sì, continuo tuttora a studiare, mi sembra di aver appena iniziato. Sto partecipando a corsi, faccio parte di gruppi di progettazione e di confronto. La permacultura è una disciplina con tecniche e regole, è necessario mettere in relazione conoscenze agronomiche, botaniche, entomologiche. Cerca di fare sintesi tra le conoscenze ambientali che avevano i nostri nonni e bisnonni e che con il tempo abbiamo perduto.”

Qual è invece il ruolo di Filippo nel progetto?

Filippo: “Sono un giornalista e videomaker, mi occupo principalmente di produzione video, ma lavoriamo assieme anche sui contenuti. Gli strumenti sono fondamentali per raccontare le buone pratiche di sostenibilità ambientale: grazie ai social riusciamo raggiungere un grande pubblico attraverso un canale multimediale. Il nostro stile è divertente e veloce, adatto anche ai giovani, veicolato principalmente attraverso i video. Il nostro obiettivo è quello di raccontare le tematiche ambientali partendo dalle etiche della permacultura che sono tre: cura della terra, cura della persona, condivisione delle risorse. Vale per tutto, sia per i rapporti con le persone, sia per i modi con cui si fa agricoltura o si realizza un video.”

In che modo il vostro progetto aiuta a migliorare il rapporto con l’ambiente?

Francesca: “Quando lavori in permacultura devi pensare alle risorse disponibili e cercare di non sprecarle. Anche i nostri vicini di casa stanno capendo, ad esempio quando fanno le potature mi lasciano gli stralci, io accumulo materia organica che per me è molto importante, perché per riportare vita nel suolo serve materia organica. Per i vicini diventa quindi un’occasione per liberarsi comodamente delle potature, per me è un’occasione per arricchire il terreno. La prossima volta impareranno anche loro che sono delle risorse utili e magari le utilizzeranno a loro volta attraverso una compostiera. Sbagliamo a bruciare la materia organica o a considerarla un rifiuto, quando invece è molto importante.”

Com’è cominciato il Bosco di Ogigia e quali sono stati i vostri primi passi?

Filippo: “Io sono arrivato al Bosco di Ogigia grazie a Francesca, lo scorso anno ho partecipato a un corso di 72 ore sulla permacultura, mi sono appassionato al tema, ho sentito l’esigenza di mettere a disposizione le mie professionalità per cercare di fare qualcosa di utile. Stiamo costruendo una comunità, circa 70mila persone coinvolte, un pubblico importante, dà molta soddisfazione dal punto di vista giornalistico. Abbiamo cominciato con Facebook e con un blog su WordPress, poi abbiamo iniziato a fare video e il riscontro è stato ottimo. Adesso stiamo puntando molto su YouTube, il canale stra crescendo molto, è stato un impegno graduale per creare contenuti di qualità. Lavoriamo molto sull’interazione con le persone, è fondamentale creare un rapporto di scambio con il pubblico. Non è più il giornalismo di una volta che ti dice la verità dall’alto e non partecipa alla conversazione: adesso il rapporto è quasi personale, fatto di messaggi e domande, il giornalista è diventato un punto di riferimento per la comunità.”

Parliamo meglio del vostro rapporto con il pubblico, come vi ponete nei loro confronti?

Francesca: “Non è soltanto un rapporto online, ad esempio a Roma frequentiamo un gruppo di Permacultura Urbana. Ci sono tante persone che ci sostengono fisicamente, non solo sui nostri canali social. Il primo pubblico è stato quello interessato alla permacultura, poi ci sono comunità di persone che amano coltivare il proprio orto, e poi cerchiamo anche di conquistare quel pubblico che non penserebbe mai a questi temi, ma vogliamo lanciare il messaggio che è importante la conoscenza della terra e una piccola autoproduzione di cibo. Per permettere a questi messaggi di diffondersi ulteriormente, abbiamo recentemente stretto una collaborazione con Cane Secco: abbiamo raccontato la costruzione dell’orto da Slim Dogs, la sua casa di produzione, attraverso una collaborazione video. È stata principalmente una collaborazione umana, nello spirito della permacultura, per raggiungere un pubblico più giovane a cui è importante diffondere certi messaggi.”

Com’è il vostro rapporto con il territorio della Valdichiana?

Francesca: “Il Bosco di Ogigia si trova proprio qui, anche se è un progetto di respiro nazionale. Vorrei riuscire a coinvolgere di più le persone, spero che con il passaparola aumenti la sensibilità verso l’etica della permacultura e della sostenibilità ambientale. Questa è sempre stata casa mia, anche se viviamo a Roma. Torno spesso per lavorare sull’orto e fare video, o per organizzare corsi su tematiche collegate come quello dedicato al riconoscimento delle erbe spontanee commestibili.”

Tra i prossimi progetti del Bosco di Ogigia, uno dei più interessanti è sicuramente quello legato al batterio Xylella in Puglia: il documentario è in lavorazione, potete approfondire e sostenere il loro lavoro a questo link.

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