Giornalismo e mafia, intesa come organizzazione criminale retta sull’omertà e regolata da riti, legami familiari e percorsi iniziatici peculiari che ciascun appartenente, detto affiliato è tenuto a rispettare, non sono mai andati d’accordo. Spampinato, De Mauro, Siani, Impastato, sono solo alcuni dei giornalisti morti per mano mafiosa perché oltre che a cercare di cambiare le cose nella loro terra d’origine, stavano facendo il loro lavoro, ovvero raccontare i fatti del proprio territorio.

Raccontare significa indagare, esporsi agli eventi, e spesso navigare controcorrente per portare a galla verità scomode che fanno traballare chi costruisce imperi economici sulle menzogne. Questo dovrebbe essere il giornalismo del XXI secolo, un giornalismo che agisce nel presente e non gira la testa dall’altra parte, che cerca di comprendere l’evoluzione dei fenomeni e le nuove forme che assume la società senza prostrarsi al potere.

Purtroppo ci sono ancora giornalisti che muoiono perché raccontano, altri che vivono costantemente nella paura di fare il proprio mestiere e altri ancora che per raccogliere informazioni subiscono vessazioni e violenze. Ne sono un esempio i fatti di Ostia con la testata in pieno volto data da Roberto Spada, fratello del boss condannato a 10 anni di carcere, al giornalista di Nemo Davide Piervincenzi, mentre stava indagando sull’appoggio politico degli Spada a CasaPound durante le elezioni comunali.

Il caso di Ostia, oltre a mettere in luce le difficoltà che ancora vive il giornalismo, dimostra che nel nostro Paese la mafia continua ad affermarsi. La domanda sorge spontanea: in tutto questo lo Stato dove’è, cosa sta facendo?

Poco più di un mese fa la Camera ha varato il codice antimafia che punta a velocizzare le misure di prevenzione patrimoniale, rende più trasparente la scelta degli amministratori giudiziari, ridisegna l’Agenzia per i beni sequestrati e include corrotti, stalker e terroristi tra i possibili destinatari dei provvedimenti. A oggi sono quasi 20mila i beni confiscati alle mafie, tramite sequestro preventivo, a cui si aggiungono 2.876 aziende. Altri 20mila i beni confiscati (tra terreni, aziende e immobili) con procedimenti di natura penale. Immenso il valore: quasi 30 miliardi.

Del codice antimafia ne ha parlato l’On. Rosy Bindi, presidente della Commissione antimafia della Camera, intervenuta durante l’incontro organizzato dai Licei Poliziani in occasione del XXV anniversario delle stragi di mafia, in cui sono stati ricordati  Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Don Pino Puglisi. L’On. Bindi ha affermato che lo Stato deve lavorare molto per mettere in campo politiche di giustizia di contrasto al sistema mafioso.

“Noi ci definiamo il Paese delle mafie, ma allo stesso tempo siamo il Paese delle lotta contro le mafie. Abbiamo una legislazione e apparati di Magistratura che altri Paesi non hanno e neppure conoscono, come per esempio il reato di associazione mafiosa. […] Ormai il numero dei Comuni che vengono sciolti per infiltrazioni mafiose è molto alto; nell’ultimo mese sono stati sciolti altri cinque Comuni in Calabria e quando un’amministrazione comunale è soggiogata al potere mafioso, per voti di scambio, non persegue più l’interesse della comunità e come tale va sciolto. Allo stesso tempo però la desertificazione della politica non aiuta le comunità a rinascere e quindi stiamo lavorando su delle misure che colpiscano in maniera chirurgica le parti malate salvando quello buone e motivando i cittadini alla buona amministrazione. […] Mentre abbiamo assicurato alla giustizia la mafia delle stragi che ci hanno portato via Falcone, Borsellino, Mattarella e Don Puglisi, le altre mafie sono ancora molto forti e quindi serve un cambio di passo non solo dello Stato ma di tutti noi”.

A chi dice che la mafia arriva dove lo Stato non è riuscito ad arrivare, l’On. Bindi risponde:

“È sempre stato così.  Presentarsi come ‘uomini d’onore’ è una delle forme di consenso che la mafia ha usato da sempre per imporre il proprio potere. Loro cercano intese dicendo che: ‘lo Stato li ha lasciati soli’ e questo è un sistema difficile da scardinare. In alcuni territori, non solo ad Ostia, ma anche nella Locride, nei quartieri palermitani (solo per citarne alcuni), si arriva quasi a giustificare tutto questo con una semplice frase: ‘la mafia c’è perché non c’è lo Stato’, questo può essere vero ma non giustifica la mafia. Per combattere la mafia servono politiche di giustizia che diano lavoro, prospettive di vita, buona crescita. La mafia è la causa del sottosviluppo di un territorio non l’effetto, ma fin quando mancheranno scuola e lavoro e i cittadini non avranno gli stessi diritti di tutti gli altri sarà difficile scardinare il consenso della mafia”.

Chi da 24 anni cerca sradicare il sistema mafioso agendo dal basso e quindi operando tra la gente è il professore Maurizio Artale del Centro di accoglienza antimafia “Padrenostro” di Palermo che sta continuando l’opera  di padre Pino Puglisi che sognava di realizzare la prima scuola di Brancaccio, un quartiere di Palermo.

Era il 15 settembre del 1993 quando la mafia uccise Don Pino Puglisi. Con la sua morte, la mafia voleva interrompere l’opera di cambiamento che Don Pino aveva in mente, ma dopo 24 anni sono stati realizzati quasi tutti i sogni che il parroco aveva per quella comunità e per il 25esimo anno dalla sua morte c’è in progetto la realizzazione di un asilo nido.

Il professore Artale è intervenuto all’incontro per il XXV anniversario delle stragi di mafia, organizzato dai Licei Poliziani. Artale ha spiegato come ha lavorato con i ragazzi di Brancaccio per far ritornate in loro la fiducia nei veri valori della vita e facendo capire loro che la mafia non è portatrice di valori positivi.

“La prima cosa che i giovani devono comprendere è che non bisogna farsi rubare la speranza da nessuno. Il nostro centro è la testimonianza che tutte le cose che sono state fatte, ovviamente con alcuni momenti di sconforto e solitudine,  sono state realizzare con l’impegno quotidiano e questo dimostra come vale la pena stare dalla parte delle legalità”.

Parlando di Totò Riina, Artale dice:

“Dobbiamo cambiare l’ordine di riflessione: Riina è morto dopo 25anni di carcere, quindi lui è uno sconfitto, non è un vincitore. Quello che il giornalismo ha fatto fino ad oggi, ovvero parlare di Riina come il Capo dei Capi, è uno degli errori che continuiamo a fare. Tutti devono sapere che i mafiosi che reggeva le fila siciliane e dell’Italia sono in carcere e moriranno in carcere. Ai ragazzi quindi va detto che stare dalla parte di Riina significa bruciarsi la vita”.

Dopo i fatti di Ostia è tornata ancora più di prepotenza la frase pronunciata dal giornalista Peppino Impastato più di 40 anni fa: ‘La mafia uccide, il silenzio pure’. Dobbiamo scrollarci di dosso l’etichetta di Paese omertoso, dobbiamo sconfiggere la paura di parlare e allo stesso tempo dobbiamo imparare ad ascoltare. Non serve a niente parlare se poi non sappiamo ascoltare, anche perché mettendoci in ascolto possiamo cambiare la nostra società e di conseguenza chiedere politiche di crescita e provvedimenti che migliorino la vita, sconfiggendo chi invece del silenzio fa una ricchezza personale a scapito di un intero Paese.

 

 

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