La Valdichiana

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Pici, il ‘marchio di fabbrica’ della Valdichiana e l’iscrizione all’INPAI

Branded content a cura di Valdichiana Media e Università Telematica Pegaso – Sede di Montepulciano I pici rappresentano il ‘marchio di fabbrica’ della gastronomia della Valdichiana. Nel nostro territorio, infatti,…

Branded content a cura di Valdichiana Media e Università Telematica Pegaso – Sede di Montepulciano


I pici rappresentano il ‘marchio di fabbrica’ della gastronomia della Valdichiana. Nel nostro territorio, infatti, è possibile gustare il sapore inconfondibile di questa pasta, “lontani parenti degli spaghetti, ma molto più corposi” come li definisce Giovanni Righi Parenti nel libro ‘La cucina toscana in 800 ricette tradizionali’.

La storia dei pici affonda le sue radici in epoca etrusca e difatti una prima testimonianza si può trovare nella celeberrima Tomba dei Leopardi di Tarquinia, monumento funerario del V secolo a.C. che raffigura un banchetto. Per quanto riguarda il nome, le correnti di pensiero sono molte e discordanti: c’è chi lo fa risalire addirittura all’antica Roma, nello specifico alla figura di Marco Gavio Apicio (25 a.C.37 d.C.), uno dei più importanti gastronomi dell’antichità, mentre altre sostengono che il nome derivi dal gesto che si fa con il palmo della mano per far prendere all’impasto la forma del picio, quello che nel gergo culinario toscano è il verbo “appiciare”.

Tuttavia la creazione dei pici non è circoscritta ai maestri che tramandano il sapere o agli specialisti, ma dal momento che stiamo parlando di un piatto povero proveniente dalla tradizione contadina, può essere facilmente preparato da tutti, senza distinzione di sesso, età o classe sociale. Intorno ai pici e all’arte dell’appiciare sono state riconosciute importanti caratteristiche come la capacità di mantenere legami sociali nelle comunità e la possibilità di essere praticata da chiunque, sotto la guida di mani esperte, aprendo a tutti i membri della comunità che poi li consumerà la partecipazione alla produzione.

Per questo motivo il MIPAAF ha accolto la richiesta di ammissione al patrimonio agroalimentare e “I pici e l’arte di appiciare” sono stati ammessi con Decreto del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali all’Inventario nazionale del patrimonio agroalimentare italiano (INPAI).

Insieme ai nostri pici c’è solo “L’arte del pizzaiolo napoletano” che il 7 dicembre 2017 è diventata addirittura Patrimonio culturale dell’umanità, riconosciuto e tutelato dall’UNESCO. Doverosa precisazione da fare è che mentre l’arte della pizza è patrimonio esclusivo dei pizzaioli che diventano tali al termine di un percorso di addestramento non facile e dalla riuscita non certa, chiunque può “appiciare” con risultati apprezzabili. Da non sottovalutare poi il fatto che il riconoscimento, il più alto che possa essere attribuito in Italia nel settore agroalimentare e delle tradizioni popolari e contadine, prevede che sia lo stesso Ministero a valorizzare i beni ammessi all’Inventario attraverso attività di comunicazione e nella Settimana della cucina italiana nel mondo che nel 2018 giungerà alla terza edizione dopo aver superato, l’anno scorso, i 1.000 eventi in oltre 100 Paesi.

La richiesta d’iscrizione è stata effettuata dell’Unione dei Comuni Valdichiana Senese che ha affidato l’incarico a Qualità e Sviluppo Rurale, società a prevalente capitale pubblico, già positivamente impegnata in attività simili. Lo studio è stato condotto, a costo zero, dal Presidente di QSR Stefano Biagiotti e da un team comprendente anche Alessio Banini, Filippo Masina e Francesca Sordi.

Sull’iscrizione ha pesato la modalità di trasmissione dell’arte dell’appiciare, che si basa sulla pratica, e il valore sociale e culturale che racchiude, rappresentando un forte strumento di trasmissione delle tradizioni insieme alla sua capacità di superare barriere sociali ed anagrafiche. Indubbiamente questa iscrizione avrà delle ricadute importanti su tutto il nostro territorio in quanto ha sistematizzato il valore sociale e culturale del prodotto, noto a tanti ma non ancora così ben messo a fuoco.

Proprio su questo punto abbiamo chiesto maggiori informazioni al presidente di QSR, nonché rappresentante dell’Università Telematica Pegaso della sede di Montepulciano, Stefano Biagiotti.

“Una co-abitazione di grande prestigio che attribuisce enorme valore al riconoscimento attribuito dal MIPAAF ad un alimento, i pici, di origine povera, inconfondibile per la sua tipicità e provenienza, quasi identitario, ma oggi diffuso su tutte le tavole, e soprattutto ad una pratica, appunto l’ “appiciare”, di cui uno studio appositamente commissionato ha sistematizzato il valore sociale e culturale, noto a tanti ma non ancora così ben messo a fuoco” – spiega il presidente Biagiotti

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La socialità dei pici: da Abbadia a Chiusi

I pici non sono soltanto un piatto tipico del territorio della Valdichiana: sono anche un importante veicolo di socialità e di condivisione. Prendendo spunto dalla proposta di candidatura a patrimonio…

I pici non sono soltanto un piatto tipico del territorio della Valdichiana: sono anche un importante veicolo di socialità e di condivisione. Prendendo spunto dalla proposta di candidatura a patrimonio immateriale UNESCO, a cui ho avuto l’onore di partecipare, sono andato ad approfondire questo tema attraverso le interviste svolte in due feste popolari che si sono tenute lo scorso weekend in Valdichiana: i Giardini in Festa di Abbadia di Montepulciano e Tria Turris di Chiusi.

Al centro dell’interesse, infatti, non c’è la tipologia di pasta, bensì la pratica sociale che avviene per la sua creazione: l’atto di “appiciare”, una pratica condivisa attraverso la quale i pici vengono realizzati a mano da un gruppo di persone. Si tratta di una pratica semplice, che non richiede particolari competenze: per questo motivo può essere svolta da tutte le persone che fanno parte della comunità e diventare un veicolo di incontro e scambio, anche culturale.

I pici si fanno a mano, ma la loro creazione non è circoscritta ai maestri che tramandano il sapere o agli specialisti, come potrebbe accadere nel caso di altri prodotti tipici; dal momento che stiamo parlando di un piatto povero proveniente dalla tradizione contadina, può essere facilmente preparato da tutti, senza distinzione di sesso, età o classe sociale. L’atto dell’appiciare non è faticoso, e le persone che si ritrovano insieme possono parlare, confrontarsi e scambiarsi racconti.

Questo è particolarmente interessante nei casi delle feste popolari, in cui vengono preparate grandi quantità di pici da volontari e amatori per gli stand gastronomici: in questi casi la comunità viene chiamata a raccolta attorno alla pratica dell’appiciatura, e le varie generazioni si incontrano assieme ai pendolari o alle persone originarie del paese che tornano appositamente per la festa.

Il caso dei “Giardini in Festa” di Abbadia di Montepulciano, a questo proposito, è emblematico. Organizzata dall’associazione “Terzo Millennio”, la festa è piuttosto recente, ma dimostra un fortissimo grado di coesione degli abitanti. Nei giorni precedenti alla manifestazione, i volontari si ritrovano ad appiciare tutti assieme, con la presenza contemporanea di tre o più generazioni che, oltre a tramandare la pratica dell’appiciare, condividono i valori della socialità e contribuiscono a fortificare l’identità di Abbadia di Montepulciano.

Durante la ricerca ho avuto modo di intervistare tre esponenti di questo “arco generazionale” che attraversa la festa di Abbadia: Concetta Nannotti, Giulietta Martini e Giovanni Bombagli. Concetta è del 1939, fa quindi parte della generazione più anziana dei volontari della festa:

“Ho imparato a fare i pici da mia mamma, il sabato sera appiciavamo per il pranzo della domenica. Prima fare la pasta in casa era una necessità, perché c’erano pochi soldi per comprarla. Adesso è una tradizione. Mio nipote viene ancora oggi a mangiare i pici alla domenica, appositamente Monte San Savino.”

Giulietta fa invece parte della generazione di mezzo, ed è una delle responsabili della cucina. Coordina il gruppo di circa 40 persone che appicia nei giorni precedenti alla manifestazione.

“Abbiamo provato a fare i pici il primo anno della festa, e sono piaciuti. Abbiamo iniziato a spargere la voce e abbiamo ricevuto l’interesse di tante persone, tra chi sapeva già appiciare e chi aveva voglia di provare. Ragazzi di 15 o 16 anni, ma anche di 30 anni, che non avevano mai fatto i pici, adesso hanno imparato. Quindi è anche un modo per portare avanti una tradizione che era dei nostri nonni e si stava un po’ perdendo.”

La presenza delle nuove generazioni è dimostrata da Giovanni, nato nel 2005, tra i più giovani appiciatori. All’inizio è stato portato alla festa dalla nonna e dalla zia, che già aiutavano, ma adesso è già al terzo anno. La socialità è talmente diffusa che i ragazzi chiamano ad appiciare altri amici o coetanei, non soltanto dal paese di Abbadia, ma anche dai paesi limitrofi

“Mi trovo bene insieme agli altri, riesco anche a instaurare buoni rapporti. Facciamo i pici due volti a settimana, io principalmente aiuto a stenderli, ma se c’è bisogno posso appiciare. Di solito mi metto vicino a qualcuno che appicia, si chiacchiera, stiamo in compagnia.”

I pici dei “Giardini in Festa”

La situazione è diversa, ma ugualmente interessante, se andiamo a considerare il “Tria Turris” di Chiusi. La festa popolare anima il centro storico della cittadina etrusca durante i festeggiamenti in onore di Santa Mustiola, offrendo intrattenimenti di atmosfera medievale e riprendendo l’antica suddivisione in terzieri. Anche in questo caso, l’offerta gastronomica per i visitatori è fortemente incentrata sui pici, che vengono preparati con diverse tipologie di sughi.

In questo caso i volontari che appiciano non si ritrovano tutti assieme, ma suddivisi per terzieri: si tratta quindi di un numero più ristretto di persone, ma in cui possiamo ritrovare le stesse dinamiche di socialità e la stessa attenzione all’importanza di servire la pasta fatta a mano ai visitatori e agli stessi contradaioli.

Per il Terziere Sant’Angelo ho intervistato Ceccattoni Meris e Canestri Nelia, che mi hanno raccontato le modalità di gestione della cucina. Le fasi di appiciatura sono gestite principalmente dalle donne del terziere, che fanno la pasta anche a casa per le necessità domestiche, portando avanti la tradizione imparata dalle rispettive madri.

“A casa faccio tutto – racconta Nelia – ho imparato da mia mamma, poi ho lavorato nei ristoranti e negli alberghi, a Chianciano… si faceva tutta la pasta a mano. Tuttora faccio i pici in famiglia, quando posso. Mia figlia è come me, fa la parrucchiera, ma ha imparato ad appiciare, a fare la pasta a mano.”

Situazione simile al Terziere San Silvestro, dove ho conosciuto Silvia Dolciami, Benita Ceccarini, Valeria Rossini e Valeria Fé. Il gruppo delle cuoche di contrada è composta da sei persone fisse più altri aiutanti; tra di loro c’è anche chi ha imparato ad appiciare a Celle sul Rigo, borgo rinomato proprio per la famosa Sagra dei Pici.

“Per fare i pici prima dobbiamo preparare l’impasto, che deve riposare mezz’ora – spiega Benita – Poi arrivano le altre donne, abbiamo le nostre spianatoie e cominciamo ad appiciare. Li mettiamo nelle teglie, con matasse infarinate di circa 5 chili l’una. Abbiamo imparato dalle nostre mamme, dalle nonne, è una tradizione che si tramanda.”

Infine il Terziere Santa Maria, dove ho incontrato Nadia Pieroni e Carla Barni: anche nel loro caso l’impegno dei volontari della cucina è quello di garantire dei pici fatti a mano a 100%, grazie al lavoro delle donne della contrada.

“Sono originaria di Chiusi ma vivo a Firenze, però torno sempre a dare una mano. – racconta Nadia – Mi piace partecipare, dare una mano. Li facciamo anche a Firenze, ora sta arrivando anche in città la tradizione, per certi versi.”

I pici dimostrano quindi un valore che oltrepassa quello gastronomico, grazie alle fondamentali fasi di appiciatura che diventano delle vere e proprie occasioni sociali in cui rafforzare l’identità dei piccoli borghi della Valdichiana e cementare il rapporto tra le generazioni.

I pici del “Tria Turris”

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Il paesaggio culturale tra mezzadria e agricoltura

Quando dobbiamo promuovere il nostro territorio ai turisti, e quando gli ospiti parlano in maniera incantata dei luoghi che hanno visitato in Valdichiana e in Valdorcia, uno dei commenti che…

Quando dobbiamo promuovere il nostro territorio ai turisti, e quando gli ospiti parlano in maniera incantata dei luoghi che hanno visitato in Valdichiana e in Valdorcia, uno dei commenti che più spesso ci capita di sentire è: “che bel paesaggio!”. Indubbiamente questi luoghi, e in più in generale la Toscana, sono famosi a livello internazionale per la bellezza dei paesaggi e per il particolare rapporto che si è instaurato tra l’ambiente naturale e l’opera degli uomini che l’hanno abitato per secoli. Un rapporto certificato dalla denominazione di “Paesaggio culturale patrimonio mondiale” che la Valdorcia ha ricevuto dall’Unesco nel 2004. Ma qual’è il significato del paesaggio culturale, e qual’è il rapporto che esiste con la storia della mezzadria e la civiltà contadina che ha contraddistinto per secoli questi territori?

Vitaleta, cartolina della Valdorcia

Vitaleta, cartolina della Valdorcia

Paesaggio Culturale

Il paesaggio, secondo le definizioni più comuni, può essere spiegato come la “porzione di territorio considerata dal punto di vista prospettico o descrittivo, con senso eventualmente affettivo, artistico ed estetico” e anche come “la particolare fisionomia di un territorio determinata dalle sue caratteristiche fisiche, antropiche, biologiche ed etniche, imprescindibile dall’osservatore e dal modo in cui viene percepito e vissuto”. Risulta già evidente come il paesaggio non possa essere separato dal suo osservatore: che si tratti di un paesaggio di campagna, di un paesaggio invernale o desertico, il paesaggio non va confuso con l’ambiente naturale, che esiste in maniera autonoma. Il paesaggio è tale perché osservato dall’uomo ed esiste in funzione di esso: per certi versi, ogni paesaggio è culturale.

Perché sostengo questa tesi? Perché si è soliti definire l’antropizzazione come l’intervento umano sull’ambiente naturale, con lo scopo di trasformarlo o adattarlo alle sue esigenze. Un paesaggio è un ambiente modificato dall’uomo, se non in maniera fisica, perlomeno come identificazione: anche un paesaggio incontaminato è tale perché percepito tale dall’osservatore, in opposizione a un ambiente totalmente antropizzato.

Per l’Unesco i paesaggi culturali sono frutto dell’opera combinata della natura e dell’intervento umano, in cui si riconosce una conciliazione tra natura e cultura. In realtà, ritengo che ogni paesaggio sia frutto di questa combinazione, e che la differenza nel caso citato sia l’attribuzione di un valore positivo alla particolarità della Valdorcia. Come recita la targa, infatti, quel paesaggio viene visto come un modello degli ideali del buon governo, come un’icona artistica ed estetica. Un paesaggio culturale, quindi, modificato dalla cultura degli abitanti di questo territorio e della loro particolare capacità di modificare l’ambiente naturale.

La cultura, intesa in senso antropologico, non si limita all’oggetto culturale (il libro, il manufatto archiviato nel museo) ma comprende il sistema di norme e valori condivise all’interno di un gruppo sociale. La cultura è l’insieme degli usi e dei costumi, delle tradizioni e delle conoscenze, che vengono apprese dall’individuo come membro di una comunità.

La cultura è stata spesso opposta alla natura: ciò che non è naturale è artificiale, è prodotto dall’uomo sulla base della sua cultura. Tuttavia, la cultura fa parte della natura umana, rappresenta la capacità dell’uomo di apprendere dall’ambiente che lo circonda e trasmettere le sue conoscenze, continuamente modificandole con l’ambiente, le altre culture e gli altri uomini. E per conoscere la nostra cultura, per comprendere il nostro paesaggio culturale, come possiamo prescindere dalla storia della mezzadria e della civiltà contadina che per secoli ha contribuito a plasmare questo paesaggio?

trebbiatura

La tecnologia aiuta la trebbiatura

La mezzadria e il paesaggio

La mezzadria era un contratto agrario di origine antica, che è stato il fondamento della civiltà contadina delle nostre campagne. Il contratto veniva stipulato tra un mezzadro, che rappresentava anche la sua famiglia, e il proprietario, che concedeva l’utilizzo dei terreni in cambio della divisione a metà dei prodotti e degli utili: il proprietario metteva il capitale, la famiglia mezzadrile metteva il lavoro. Il rapporto non era soltanto economico, ma anche sociale, perché la mezzadria era il fondamento della storia e della cultura di questi territori, grazie alle influenze che aveva nella vita familiare. Per approfondire, potete leggere le caratteristiche della famiglia contadina e della divisione all’epoca della mezzadria.

Quello che ci interessa, nel contesto del paesaggio, è la particolare modifica dell’ambiente agricolo operata da questo sistema nel corso dei secoli. Il proprietario terriero suddivideva i terreni in poderi, che venivano abitati e gestiti da famiglie mezzadrili: ma erano quest’ultime ad adattarsi alle dimensioni e alle caratteristiche del podere e della casa colonica, non il contrario. Le famiglie si adattavano al podere e se diventavano troppo grandi si dividevano. Il podere diventava anche il centro di aggregazione e di scambio sociale, un luogo d’incontro esemplificato dalla veglia, in cui le famiglie si spostavano a turno nelle rispettive case coloniche per ballare, raccontare storie, conoscersi e socializzare.

Il podere era l’unità di base della fattoria e contribuiva a formare il paesaggio nel corso dei secoli; con i suoi campi coltivati, la casa colonica e le stalle, è diventato l’elemento caratteristico del territorio rurale. Sono tipiche le case leopoldine in Toscana, nelle zone della bonifica e dei piani di sviluppo di Pietro Leopoldo di Lorena, costituite da un modello a padiglione con torretta centrale: i contadini abitavano ai piani superiori, mentre i piani inferiori erano dedicati alle stalle per il bestiame, alla cantina e al granaio.

Ciò che è importante sottolineare è che i mezzadri avevano bisogno di sfruttare ogni angolo del podere per la propria attività, poiché avevano diritto soltanto a metà della produzione. Gran parte del podere era dedicato alle coltivazioni da commerciare, quali il grano e la barbabietola da zucchero, ma era necessario pensare anche all’autosussistenza. Veniva dedicato uno spazio all’orto, per coltivare i prodotti per l’uso giornaliero della famiglia; c’erano le vigne e l’oliveto per produrre vino e olio, oltre all’aia e al pollaio con le galline e gli animali domestici, fino ai filari di frutta e ai bachi da seta ospitati nelle camere da letto.

I mezzadri hanno modificato i poderi sulla base delle proprie necessità, e hanno progressivamente adottato migliorie tecnologiche, d’accordo con i padroni, per aumentare la produzione. La mezzadria ha contribuito a modellare il paesaggio delle campagne, come oggi lo conosciamo, sulla base della propria cultura e delle proprie necessità di adattarsi all’ambiente.

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Le dighe dei castori: cultura o natura?

Il paesaggio oggi: cultura o natura?

Con l’abbandono della mezzadria, le modifiche tecnologiche e le mutate condizioni del mercato agricolo internazionale, le campagne si sono prima svuotate e poi adattate al nuovo contesto. Nuove forme di economia si sono diffuse nelle campagne della Valdichiana e della Valdorcia, diventate luoghi turistici d’eccellenza e non più campagne affidate ai contadini; tra casolari abbandonati e ristrutturati, assistiamo a nuove forme di accoglienza, enogastronomia e recupero della ruralità. Anche in queste situazioni, l’uomo modifica il paesaggio sulla base delle mutate condizioni culturali e ambientali.

Si può quindi parlare di paesaggio culturale da preservare, da opporre ai paesaggi altamente antropizzati? Si può parlare di paesaggio rispettoso della natura, che si concilia con l’opera dell’uomo? Pensiamo per un attimo ai castori che costruiscono una diga e paragoniamoli con i contadini impegnati nella trebbiatura. In entrambi i casi, l’ambiente viene modificato per le rispettive necessità, utilizzando gli strumenti tecnologici a disposizione. Certo, la tecnologia dei contadini è maggiormente sviluppata, ma anche la diga dei castori, per certi versi, può essere considerata artificiale: la diga non si trova in natura, è opera dell’ingegno del castoro, come la trebbiatrice è opera dell’ingegno dell’uomo. Un paesaggio frutto dell’opera combinata di natura e intervento dei castori, quindi, sarebbe un paesaggio culturale degno di una targa Unesco? Si tratta ovviamente di una domanda provocatoria, ma che dimostra quanto il concetto di natura opposto a quello di cultura sia ormai sorpassato nell’antropologia moderna.

Le sfide per il futuro, per quanto riguarda il paesaggio dei nostri territori, sono complesse. Nessuno vorrebbe vedere la Valdorcia rasa al suolo e ricoperta d’asfalto, nessuno vorrebbe perdere l’identità culturale delle campagne e dei borghi della Valdichiana. D’altra parte, pensare soltanto a un paesaggio da cartolina come Vitaleta, con i cipressi perfettamente curati e pronti da fotografare per i viaggiatori, significa creare un paesaggio artificiale, a uso e consumo dell’estetica del turista, con poche attinenze alla cultura che l’ha prodotto. Considerare il paesaggio come un manufatto da preservare in un museo, intoccabile e immutabile al pari di un quadro, significa snaturarlo.

La sfida per il futuro sarà quella di trovare una via di mezzo tra il museo e il cemento, tra la cartolina e il cieco sviluppo. Sarà quella di preservare il paesaggio non in quanto tale, ma nella sua capacità di adattarsi ai cambiamenti, coniugando turismo e agricoltura, tradizione e modernità. Come sempre hanno fatto i mezzadri, vivendo e ricreando il paesaggio con la loro cultura.

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Dove il tempo si ferma: la Val d’Orcia

Se mai qualcuno un giorno dovesse stancarsi di vivere in un posto, in una città, in un piccolo paese di montagna, allora è in quel momento che dovrebbe prendere in…

Se mai qualcuno un giorno dovesse stancarsi di vivere in un posto, in una città, in un piccolo paese di montagna, allora è in quel momento che dovrebbe prendere in considerazione la scelta di trasferirsi in Toscana, precisamente in Val d’Orcia.

È da circa sette mesi ormai che mi trovo qui dopo aver detto addio a Roma per intraprendere un nuovo percorso di studi. Aver lasciato la capitale romana certamente non è stato facile. Come dicono anche i Toscani : ‘Roma è Roma’ , però delle volte serve ritrovare la propria dimensione, il paesino dei sogni arroccato sulla collina per intraprendere uno stile di vita nuovo, a misura d’uomo, badando meno al superfluo, a quella routine inutile che circonda le metropoli e le città industriali. Fu così che non ci pensai due volte quando mi venne data l’opportunità di trasferirmi qui, e godermi in ogni periodo dell’anno i colori che regala la Val d’Orcia , di stagione in stagione.

Come può darci le stesse emozioni uno scorcio tra i vicoli di Pienza o una veduta panoramica sulla Val d’Orcia? Io non credo che si possano provare sempre le stesse sensazioni, anzi! Io sono una di quelle persone che ama ritornare spesso nei soliti luoghi e di volta in volta accorgersi che non è mai lo stesso.

Oggi ad esempio era una bella giornata e dopo il caffè sono partita per scattare alcune foto alle colline della Val d’Orcia. Inutile dirvi quello che si prova ad esser immersi tra queste verdi vallate che sembrano dipinte dalla mano di un pittore. Qui dimentichiamo tutto: l’ora, il dovere, gli amici e forse anche chi siamo.

(cover by Antonio Ruocco)

(articolo e gallery a cura di Alice Mancini)

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Valdichiana candidata a bene immateriale dell’ UNESCO

Vino, olio e acqua nel patrimonio universale dell’umanità. L’Unione dei Comuni predispone il progetto che precede la candidatura Le tradizioni, le pratiche quotidiane, le conoscenze e le competenze non codificate…

Vino, olio e acqua nel patrimonio universale dell’umanità. L’Unione dei Comuni predispone il progetto che precede la candidatura

Le tradizioni, le pratiche quotidiane, le conoscenze e le competenze non codificate ma trasmesse oralmente, quando costituiscono il patrimonio di una comunità, possono diventare rappresentative dell’intera umanità.

La Valdichiana, consapevole della enorme mole di elementi con queste caratteristiche che formano la sua essenza, si candida alla designazione di Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO per i beni culturali immateriali. E’ l’obiettivo che persegue l’Unione dei Comuni della Valdichiana Senese che, al fine di presentare la candidatura del territorio, sta predisponendo il progetto che ne è il presupposto.

Il tema è stato rilanciato con forza in occasione della seduta di insediamento del Consiglio dell’Unione allorquando l’assemblea ha deliberato la destinazione di 30.000 Euro proprio al finanziamento di tale progetto.

“C’è un gruppo di lavoro che sta mettendo a punto i contorni della candidatura” spiega Andrea Rossi, Presidente dei Comuni uniti della Valdichiana nonché Sindaco di Montepulciano “e da una serie di confronti, anche con il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, è emerso il profilo che proporremo all’attenzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la Cultura. Il percorso dimostrerà quanta influenza, dagli Etruschi ad oggi, avranno esercitato sulla civiltà locale la vite, l’olivo e l’acqua al punto da diventare elementi distintivi di un territorio unico al mondo e capaci di produrre benessere per la popolazione, coesione sociale, qualità della vita”.

“Sarà così possibile valorizzare un patrimonio di tradizioni, conoscenze, competenze, che, grazie al lavoro dell’uomo, si è consolidato nei secoli, ci ha consegnato un paesaggio che è frutto proprio di quell’impegno e ha creato la base su cui sono stati costruiti progetti culturali di grande valore. Oggi, per esempio, il Cantiere Internazionale d’Arte, con la sua storia quarantennale, o il Festival Orizzonti, più giovane ma in forte crescita, rappresentano allo stesso tempo strumenti di crescita per la popolazione, di benessere psico-fisico ma anche elementi di sviluppo del territorio”.

“La candidatura a Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco – conferma il Presidente – sta nell’ambito di un progetto complessivo di promozione e sviluppo turistico della Valdichiana. Dopo la chiusura delle APT e l’accentramento a livello regionale delle attività di valorizzazione dei territori, i singoli brand possono e devono organizzarsi attraverso gli strumenti che la legge mette loro a disposizione. Siamo partiti dal progetto “Paesaggi del benessere”, che collega le bellezze ambientali del territorio in un unico itinerario che supera i confini comunali e potenzia le peculiarità di ciascuno per arrivare a definire la candidatura-UNESCO. Basta riflettere sulle caratteristiche dei nove comuni dell’area per rendersi conto che con i tre prodotti del lavoro umano (vino, olio, utilizzo delle acque termali) abbracciamo l’intera nostra realtà”.

Come è noto, oltre alla valenza culturale, il riconoscimento dell’UNESCO ha un enorme valore promozionale richiamando sul territorio che lo riceve un’attenzione autenticamente universale. Inoltre nel processo di “costruzione” della candidatura è previsto un ampio coinvolgimento della popolazione che produrrà un’ulteriore crescita, anche nei singoli, dell’identità e del senso di appartenenza all’area.

Il progetto di candidatura da presentare all’UNESCO ha raccolto il voto favorevole dei rappresentanti di centrosinistra dell’Unione dei Comuni mentre le opposizioni si sono limitate ad un’astensione, posizione politicamente corretta, motivata dal collegamento tra l’atto approvato ed il bilancio dell’Ente, ma evidentemente mitigata dall’interesse e dal consenso che la proposta ha incontrato anche nelle minoranze.

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Luci e ombre nel Piano Paesaggistico adottato dal Consiglio Regionale

Il presidente Cia Toscana, Luca Brunelli: «C’è riconoscimento del valore dell’agricoltura, ma non si perde il vizio di voler pianificare l’attività agricola sulla base di parametri estetici; serve invece un’agricoltura…

Il presidente Cia Toscana, Luca Brunelli: «C’è riconoscimento del valore dell’agricoltura, ma non si perde il vizio di voler pianificare l’attività agricola sulla base di parametri estetici; serve invece un’agricoltura dinamica e competitiva per valorizzare il paesaggio e combattere la rendita».

Luci e ombre. Ma sono necessarie modifiche, anche sostanziali. È questo il primo giudizio della Cia Toscana sul Piano Paesaggistico appena adottato dal Consiglio Regionale della Toscana. È senz’altro positiva – secondo la Cia – l’ispirazione generale del Piano, che mette al centro l’obiettivo dare uno stop al consumo di suolo agricolo. Ma nei diversi elaborati che compongono il documento – sottolinea la Cia Toscana -, e soprattutto nelle 20 schede di ambito territoriale, prevale la tendenza a voler condizionare lo sviluppo agricolo ed alla non realistica conservazione di un’agricoltura del passato, che corrisponde ormai a modelli astratti e non più riproducibili.

«Se si sostiene di voler puntare sull’agricoltura come valore essenziale per il paesaggio – afferma Luca Brunelli, presidente Cia Toscana – non si può poi pretendere di pianificare i paesaggi agrari secondo criteri estetici, che nulla hanno a che fare con l’economia e con le esigenze reali e quotidiane delle imprese. In molte schede si arriva al paradosso di proporre uno stop a nuovi impianti di vigneto, mentre l’Unesco, ad esempio, ha appena riconosciuto i vigneti delle Langhe piemontesi come patrimonio dell’umanità. Nella piana di Pistoia e Prato – prosegue Brunelli – sembra che il principale pericolo per l’ambiente ed il paesaggio sia il vivaismo. Peccato che la Regione Toscana abbia da poco approvato una Legge regionale sul vivaismo per rilanciare proprio il settore, che è linfa vitale per il tessuto socio-economico di quel territorio. Più in generale – prosegue – tutte le schede indicano come obiettivo di qualità il mantenimento di una generica “agricoltura tradizionale” e dei “paesaggi storici”, proponendo di fatto un ingessamento dell’agricoltura. Il paesaggio rurale – conclude Brunelli – è stato costruito e trasformato dagli agricoltori sulla base delle esigenze economiche e produttive. Solo un’agricoltura dinamica, produttiva e competitiva, in grado di produrre beni, servizi e, soprattutto reddito per chi ci vive e ci lavora, può garantire la tutela del paesaggio. Non dimentichiamolo mai».

La Cia Toscana ricorda come lo stesso codice del paesaggio, all’Art. 149, escluda le attività agro-silvo-pastorali dalla disciplina paesaggistica. Per questo la Cia ha già chiesto modifiche al testo adottato dalla Regione, per riportare la disciplina di Piano nei limiti definiti dal Codice del Paesaggio. Nei prossimi giorni la Cia presenterà un ampio dossier nel quale verranno analizzate nel dettaglio le schede di ambito territoriale ed avanzate proposte di modifica finalizzate alla piena valorizzazione dell’agricoltura nel Piano paesaggistico.

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Foiano, un “Flash Book Mob” per promuovere la cultura

In occasione della Giornata Mondiale del Libro la Biblioteca Comunale di Foiano della Chiana con il contributo dell’Assessorato alla Pubblica Istruzione ed in collaborazione con le Associazioni Culturali ArtiFicio e…

In occasione della Giornata Mondiale del Libro la Biblioteca Comunale di Foiano della Chiana con il contributo dell’Assessorato alla Pubblica Istruzione ed in collaborazione con le Associazioni Culturali ArtiFicio e Foiano Quinto Cantiere, organizzano una serie di eventi legati al libro ed alla lettura per mercoledì 23 aprile.

Dalle ore 16,00: apertura straordinaria della Biblioteca con prestito e “Truccabimbi”. Inoltre, sarà dato avvio al progetto “Libri in viaggio”. Presso la Biblioteca in alcuni contenitori saranno messi a disposizione dei libri per portarli con sé, leggerli e lasciarli poi da qualche parte dove possono essere trovati o dati a qualche amico con il quale condividere il piacere della lettura.

Alle ore 18,00: Mini Flash Book Mob. Ciascuno porterà un libro al quale è particolarmente affezionato. Ad un segnale convenuto e tenendo il libro ben visibile in mano tutti insieme diranno la frase: “I libri sono come la mente: funzionano solo se li apri”. Dopodiché tutti inizieranno a leggere il proprio libro ad alta voce. Anche i più piccoli, con il loro libro in mano, potranno narrare ad alta voce la loro storia preferita, raccontando ciò che vedono nelle figure. Dopo 2 minuti, il solito segnale convenuto decreterà la fine del Flash book mob assieme ad un grande applauso.

Alle ore 18,30: Letture animate per adulti e bambini, musica, animazione e AperiLibro.

Promossa dall’Unesco fin dal 1996, la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore, proclamata come ogni anno per il 23 aprile, è divenuta ormai un appuntamento fisso fondamentale nel calendario delle manifestazioni culturali italiane. La Conferenza generale dell’Unesco rende tributo mondiale a libri e autori in questa data, incoraggiando tutti, ed in particolare i giovani, a scoprire il piacere della lettura e mostrare un rinnovato rispetto per il contributo insostituibile di quelle persone che hanno promosso il progresso sociale e culturale dell’umanità. L’idea di questa celebrazione è nata in Catalogna, dove il 23 aprile, giorno di San Giorgio, una rosa viene tradizionalmente data come un dono per ogni libro venduto.

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Dopo 2500 anni torna il patto tra le città etrusche

Ancora un “patto”, dopo oltre 2.500 anni, tra le città etrusche. A Chiusi, infatti, è stato firmato il protocollo di intesa tra le città etrusche che intorno al 750 a.C….

Ancora un “patto”, dopo oltre 2.500 anni, tra le città etrusche. A Chiusi, infatti, è stato firmato il protocollo di intesa tra le città etrusche che intorno al 750 a.C. hanno fatto parte dell’accordo economico, militare e religioso di città-stato noto con il nome di “Dodecapoli”, ovvero dodici città.

A coordinare l’iniziativa il sindaco di Chiusi Stefano Scaramelli, dell’assessore al sistema Chiusipromozione Chiara Lanari, dell’assessore Giovanni Tarantini del Comune di Perugia, capofila del progetto, alla presenza dei rappresentati istituzionali degli altri Comuni aderenti al progetto “Dodecapoli” ovvero Arezzo, Castiglione della Pescaia, Cerveteri, Chiusi, Cortona, Formello, Grosseto, Montalto di Castro, Perugia, Piombino, Tarquinia e Volterra. I comuni, uniti da caratteristiche sociali ed economiche simili, hanno avviato il percorso per la richiesta di iscrizione delle città etrusche al patrimonio dell’Unesco, elaborando un progetto di candidatura unitaria che “superi il concetto del monumento o del singolo sito, ma si orienti verso la ricostruzione del sistema delle città-stato, valorizzando non solo le caratteristiche artistiche dei singoli siti, ma i valori comuni che le uniscono”.

Il progetto, che comprende quindi tre Regioni: Toscana, Umbria e Lazio, ha un comitato scientifico che supporterà la candidatura Unesco presieduto dal professor Mario Torelli dell’università di Perugia, uno dei massimi esponenti viventi della storia etrusca a livello mondiale.

 

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Dodici città etrusche unite per l’UNESCO: Chiusi e Cortona sono tra di loro

Si è svolto, mercoledì 19 marzo 2014, nella sala consiliare del Comune della città di Chiusi l’incontro tra i Comuni che nel lontano 750 a.C. hanno fatto parte di quell’accordo…

Si è svolto, mercoledì 19 marzo 2014, nella sala consiliare del Comune della città di Chiusi l’incontro tra i Comuni che nel lontano 750 a.C. hanno fatto parte di quell’accordo economico, finanziario, commerciale e religioso di città stato avente il nome di “Dodecapoli Etrusca”. Obiettivo dell’incontro è stato definire gli ultimi dettagli per costruire un dossier ad hoc da presentare alla commissione Unesco di Parigi per proporre la candidatura delle “Città Etrusche della Dodecapoli Patrimonio Mondiale dell’Umanità”.

All’incontro erano presenti, oltre al sindaco di Chiusi Stefano Scaramelli anche l’assessore alla cultura del Comune di Perugia Giovanni Tarantini, il sindaco di Cortona Andrea Vignini, il sindaco di Volterra Marco Buselli, l’Assessore alla Cultura del Comune di Piombino Ovidio Dell’Omodarme, il Sindaco e l’Assessore alla cultura di Cerveteri rispettivamente Alessio Pascucci e Lorenzo Croci, il vicesindaco di Perugia Nilo Arcudi ed il sindaco di Castiglione della Pescaia Giancarlo Farnetani.

Oltre alle rappresentanze istituzionali la sala del consiglio del Comune di Chiusi ha ospitato anche il Presidente del comitato scientifico che supporterà la candidatura Unesco Professore di storia dell’arte classica all’Università di Perugia Mario Torelli e la Professoressa Paola E. Falini (professore di Progettazione Urbanistica presso Università di Roma La Sapienza e membro del comitato scientifico).

L’incontro ha avuto un esito molto positivo, i rappresentanti dei vari Comuni presenti, ma anche quelli non presenti, hanno dato l’appoggio al progetto, pronti a passare il prima possibile alla fase operativa vera e propria. Proprio per questo martedì 1° aprile alle 10:30 ancora una volta a Chiusi, presso la sala convegni San Francesco, si svolgerà una conferenza stampa dove sarà spiegato il progetto nei dettagli e poste le firme al protocollo d’intesa, in modo tale da dare il via definitivo ed avviare il cammino che porterà alla candidatura delle “Città Etrusche della Dodecapoli Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Tra i punti chiave della candidatura vi è l’intenzione di sottolineare le influenze culturali intercorse tra le dodici città in epoca arcaica, nonché la valorizzazione delle importanti testimonianze di questa civiltà, specialmente dal punto di vista architettonico e artistico.

“Siamo soddisfatti – hanno dichiarano il sindaco di Chiusi Stefano Scaramelli e l’assessore al sistema Chiusipromozione Chiara Lanari – dell’incontro che si è svolto nella nostra sala consiliare. L’obiettivo che ci siamo dati, insieme alle altre città della dodecapoli è ambizioso, ma può e deve essere un vero orgoglio per tutti noi: la sinergia che si sta costruendo tra le varie città è molto importante perché insieme speriamo di riuscire ad ottenere l’inserimento delle nostre città tra i patrimoni mondiali Unesco. Tutto questo potrà avere anche una forte ricaduta culturale, turistica ed economica e ci impegneremo affinché questa nuova scommessa, che solo un anno era ancora utopia, sia una vittoria.”

”E’ un momento di grande attenzione per la civiltà etrusca” – ha dichiarato il Sindaco di Cortona Andrea Vignini che dopo la grande mostra al Musée Maillol di Parigi, da poco conclusa, è di nuovo sotto i riflettori con la nostra grande mostra “Seduzione Etrusca. Dai segreti di Holkham Hall alle meraviglie del British Museum” che si svolgerà a Cortona all’interno del MAEC dal 22 marzo al 31 lulgio pv.

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#paesaggioedu, un tweet per la Settimana Unesco dedicata allo sviluppo sostenibile

Raccontare attraverso un tweet il paesaggio, per conservarlo, per conoscerlo, o per migliorarlo. È questa la proposta che parte dall’Università di Siena, in occasione della settimana Unesco per l’educazione allo…

Raccontare attraverso un tweet il paesaggio, per conservarlo, per conoscerlo, o per migliorarlo. È questa la proposta che parte dall’Università di Siena, in occasione della settimana Unesco per l’educazione allo sviluppo sostenibile, dal 18 al 24 novembre, per sensibilizzare tutti i cittadini attraverso una vasta operazione di comunicazione e condivisione in rete.

Scrivendo #paesaggioedu o @Landscape_Edu tutti coloro che si troveranno sulle reti italiane parteciperanno alla prima mobilitazione social che mira a tutelare il più grande patrimonio, che è l’ambiente in cui viviamo. Gli esperti del Ladest (Laboratorio di analisi economico, sociale e territoriale dell’Ateneo senese), guidati dalla professoressa Cristina Capineri, geografa, grazie a uno speciale software saranno in grado di filtrare tutti i messaggi provenienti dal territorio nazionale. I due tweet che saranno stati giudicati migliori tra tutti quelli inviati saranno insigniti del premio “Miglior Amico del @Paesaggio 2013”.

Singoli cittadini e in particolare le scuole e gli studenti sono invitati a partecipare twittando interpretazioni, citazioni, opinioni personali, suggerimenti, link, foto, letture e altro ancora in tema di paesaggio. Coloro che parteciperanno potranno contribuire seguendo #paesaggioedu o @Landscape_Edu.

“È un primo esperimento a livello nazionale che parte da un territorio che ha saputo trasformare la tutela in una delle risorse del proprio sviluppo futuro e per questo ci preme molto il coinvolgimento delle scuole”, ha spiegato la professoressa Capineri, ideatrice e responsabile scientifica del progetto insieme al professor Bruno Vecchio. “Attraverso questa proposta che rivolgiamo a tutti, grazie a un mezzo così immediato, ormai molto diffuso vogliamo offrire l’opportunità di intervenire su un tema molto delicato quale è quello della conservazione del paesaggio e dell’ambiente. Riteniamo inoltre che vi sia un interessante potenziale educativo di Twitter ed è importante farlo comprendere ai più giovani, facendoli partecipare con motivazioni così importanti come l’educazione al paesaggio”.

L’iniziativa #paesaggioedu, che ha il patrocinio dell’Unesco, è promossa in collaborazione con il Museo del Paesaggio di Castelnuovo Berardenga e della Società di Studi Geografici di Firenze. Al termine dell’esperimento verrà prodotto un rapporto basato sulla analisi dei contenuti e della distribuzione geografica dei tweet ricevuti, che sarà reso disponibile online.

All’interno dell’Università di Siena, inoltre, è prevista una serie di iniziative dedicate alla settimana Unesco, dal titolo “Are U #Aware?”. L’evento sarà caratterizzato da incontri, seminari, proiezione di documentari, mostre fotografiche e laboratori interattivi all’insegna delle buone pratiche e dei comportamenti consapevoli, e coinvolgerà numerosi soggetti della comunità universitaria. L’organizzazione è curata dal network studentesco Greening USiena, allo scopo di avvicinare i giovani alle sfide ambientali e sociali del nostro tempo, mostrando al tempo stesso come istruzione universitaria, cultura e buone pratiche individuali siano aspetti imprescindibili per una formazione che possa fornire alle nuove generazioni gli strumenti atti ad influenzare in prima persona le politiche globali relative allo sviluppo sostenibile.

Per maggiori informazioni: settimana Unesco e Università di Siena

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La civiltà etrusca candidata a Patrimonio Unesco

Pochi giorni fa, la città di Chiusi ha aderito al progetto di candidatura a Patrimonio Unesco delle città etrusche, una iniziativa che mira ad ottenere, dunque, il prestigioso riconoscimento per…

Pochi giorni fa, la città di Chiusi ha aderito al progetto di candidatura a Patrimonio Unesco delle città etrusche, una iniziativa che mira ad ottenere, dunque, il prestigioso riconoscimento per tutta l’area che costituiva nell’antichità la “dodecapoli” etrusca.

La candidatura verterà su tre dei sei criteri previsti dalla Convenzione del 1972 Unesco e precisamente: mostrare un importante scambio di influenze all’interno di un periodo considerato, o di un’area culturale determinata, in relazione allo sviluppo dell’architettura o della tecnologia, delle arti monumentali, della pianificazione urbanistica o della progettazione del paesaggio; apportare una testimonianza eccezione di una tradizione culturale o di una civiltà ancora vivente, o scomparsa, ed infine, offrire un esempio eccezionale di un tipo di costruzione, o di un insieme architettonico, tecnologico, o del paesaggio che illustri una fase o dei periodi significativi della storia dell’umanità.

“La nostra amministrazione –dichiara il primo cittadino Stefano Scaramelli – crede che la cultura e la storia siano la prima chiave di volta per superare i momenti difficili dei giorni nostri ed è per questo che fin dall’inizio della nostra esperienza amministrativa abbiamo sempre investito in cultura e adesso aderiamo al progetto dodecapoli del Comune di Perugia. La storia etrusca e non solo è per Chiusi un grande patrimonio da valorizzare”.

Il Comune di Chiusi investe ancora una volta nella sua storia, per aprirsi ad un presente e ad un futuro che valorizzi al massimo la cittadina etrusca. Il progetto “dodecapoli” al momento, è in fase di studio ed è stato predisposto un Comitato Scientifico, che dovrà elaborare a titolo gratuito il documento preliminare da presentare all’Unesco e far diventare così a tutti gli effetti anche la storia e la civiltà etrusca un patrimonio dell’umanità.

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L’Unione dei Comuni verso l’Europa dell’ambiente

L’equilibrio ambientale come risorsa fondamentale dell’area e come elemento per la crescita. Da questa valutazione prendono le mosse alcune scelte recentemente compiute dall’Unione dei Comuni Valdichiana Senese che, superate le…

L’equilibrio ambientale come risorsa fondamentale dell’area e come elemento per la crescita. Da questa valutazione prendono le mosse alcune scelte recentemente compiute dall’Unione dei Comuni Valdichiana Senese che, superate le divisioni di carattere puramente territoriale, agisce in una logica di autentico sistema.

Dopo il varo del progetto “Paesaggi del benessere”, che collegherà in un vasto itinerario i panorami ed i luoghi di interesse naturalistico e turistico dell’area, ora il Consiglio dell’Unione si è concentrato sulla qualità dell’ambiente puntando ad un duplice obiettivo, di elevato livello. Da un lato, infatti, intorno al circuito dei “paesaggi” sarà possibile costruire una rete di proposte, studi, iniziative e scoperte che permetterà di candidare la Valdichiana senese come bene immateriale nel Patrimonio mondiale dell’umanità, adottato dall’UNESCO.

Dall’altro, sulla scia del pregevole lavoro che sta svolgendo Montepulciano, è stato concepito il coinvolgimento di tutti e nove i Comuni nel cosiddetto “Patto dei Sindaci”. Questa è la denominazione dell’accordo tra i primi cittadini europei che prevede, per il 2020, il raggiungimento di un obiettivo ambizioso, l’abbattimento del 20% delle immissioni di anidride carbonica nell’atmosfera.

Questo risultato, difficile ma realizzabile, si raggiunge attraverso una diffusa strategia di risparmio energetico e di utilizzo di energia da fonti rinnovabili, elaborata su basi scientifiche. Di tale strategia e della pianificazione e del coordinamento delle attività necessarie per aderire al Patto dei Sindaci e realizzare il piano (il cosiddetto PAES) che consente di calcolare l’effettivo raggiungimento dell’obiettivo sarà ora titolare l’Unione dei Comuni così come ha recentemente deliberato il Consiglio con voto unanime.

“Forti anche dell’esperienza di Montepulciano – afferma Andrea Rossi, Presidente dell’Unione e convinto sostenitore del progetto – supporteremo gli altri comuni della Val di Chiana, soprattutto i più piccoli, nella fase di adesione al Patto e nella successiva redazione del PAES. Occorrono studi approfonditi e competenze specialistiche che, spalmate su scala più ampia rispetto al singolo Comune, consentiranno di realizzare economie e velocizzare le procedure”.

L’iniziativa scaturisce dalla volontà dei Sindaci del territorio di vedere tutti e nove i Comuni della Valdichiana (oltre a Montepulciano, Cetona, Chianciano Terme, Chiusi, San Casciano dei Bagni, Sarteano, Sinalunga, Torrita di Siena e Trequanda) inclusi nel prestigioso patto europeo che non solo rivendicherebbe l’eccellenza dell’ambiente toscano (e senese in particolare) ma sarebbe anche in linea con il progetto Carbon Free intrapreso dalla Provincia che punta ad azzerare nel 2015 le emissioni del CO2.

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