La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: tradizioni popolari

Racconti di veglia: Barbarossa e il fantasma del toro bianco

“Stai lontano dal fosso che c’è il toro bianco!” La leggenda popolare di cui vi parliamo in questo racconto di veglia si riferisce a uno spettrale toro bianco che appariva…

“Stai lontano dal fosso che c’è il toro bianco!”

La leggenda popolare di cui vi parliamo in questo racconto di veglia si riferisce a uno spettrale toro bianco che appariva durante la notte nei pressi del Canale Maestro della Chiana. Il fantasma di una chianina, la razza bovina gigante che caratterizza il territorio della Valdichiana, e che spaventava i contadini dei dintorni che incautamente si avvicinavano al corso d’acqua che taglia la valle.

Secondo le storie popolari, non era il fantasma di un toro comune, bensì rappresentava l’anima di Barbarossa: l’Imperatore Federico I Hohenstaufen del Sacro Romano Impero, che proprio in queste terre era passato durante le campagne militari italiane e aveva lasciato un tesoro nascosto nelle campagne. Lo spettrale toro era quindi un guardiano del tesoro del Barbarossa e appariva di notte per spaventare chi si avvicinava troppo al segreto, costringendolo con la sua possente statura a tornare indietro.

Qual è il significato di questa leggenda e quanto è diffusa nel nostro territorio? Si tratta di una storia inventata per spaventare i bambini oppure di un’allucinazione notturna? Esiste davvero un tesoro nascosto collegato all’Imperatore Barbarossa in Valdichiana?

Testimonianze e Diffusione

I racconti che parlano della leggenda del fantasma del toro bianco non sono molto diffusi: mi sono imbattuto in testimonianze orali e racconti dell’epoca contadina del secondo dopoguerra, che fanno risalire gli avvistamenti di questo animale spettrale nelle immediate vicinanze del Canale Maestro della Chiana, tra i Comuni di Montepulciano, Sinalunga e Cortona. La zona è quella che attraversa le campagne tra Valiano e le Chianacce, nelle località adiacenti Poggio Fasciano e Poggio Martino: terreni che nella metà del XX secolo facevano parte delle grandi fattorie condotte a mezzadria dai contadini della Valdichiana, lontani dai principali centri urbani.

Secondo le testimonianze orali, gli avvistamenti del fantasma avvenivano durante la notte nei terreni adiacenti al principale corso d’acqua che divideva le fattorie, su cui i contadini avevano costruito una passerella di legno per facilitare il passaggio e per evitare di risalire il fosso fino al ponte di Valiano. Il toro bianco appariva come una presenza spettrale nei pressi del Canale Maestro della Chiana e spaventava i passanti: non li assaliva, ma la sua stazza era sufficiente a terrorizzare i contadini, costringendoli a cercare dei percorsi alternativi nelle campagne. Era a tutti gli effetti un gigante bianco, come la razza chianina allevata dai mezzadri nelle fattorie della zona, ma senza segni di riconoscimento né di addomesticamento, che compariva soltanto di notte.

La sua apparizione, sempre secondo la leggenda orale, era legata alla presenza del tesoro dell’Imperatore Barbarossa, che avrebbe dovuto trovarsi nei pressi di Poggio Martino, sepolto sotto una cantina di quello che una volta era stato un convento. Il tesoro comprendeva monili dorati, monete e pietre preziose, nascoste dalle truppe di Barbarossa durante il passaggio per la campagna militare in Italia del XII secolo. Dal momento che all’epoca la Valdichiana presentava un territorio paludoso, le truppe dell’imperatore proseguirono con le barche fino al ponte di Valiano e lasciarono il tesoro nel poggio che spuntava dall’acqua. Dopo la bonifica della Valdichiana, il tesoro poteva essere più facilmente trovato dai contadini, che avevano accesso al poggio attraverso i campi bonificati: pertanto l’apparizione del fantasma del toro bianco rappresentava l’anima dell’Imperatore Barbarossa che continuava a difendere il suo tesoro.

La diffusione di questa leggenda si limita al territorio di Cortona, Bettolle e Montepulciano, nei pressi del Canale Maestro della Chiana e non siamo ancora riusciti a risalire a eventuali testimonianze simili, che ci possano permettere di ampliarne la diffusione. Esistono tuttavia leggende che presentano delle similitudini in Valdichiana e dintorni, come ad esempio quella del tesoro di Porsenna: anche in questo caso, il sovrano di Chiusi avrebbe lasciato dei preziosi cimeli che non sono mai stati ritrovati.

Un’altra somiglianza possiamo trovarla in una leggenda popolare raccolta da Carlo Castellani nel libro “Misteri”: il racconto parla di un cavallo spettrale montato dal fantasma di un soldato napoleonico, che appariva nei pressi di Valiano. Il soldato, presumibilmente morto durante la campagna napoleonica di fine XVIII secolo, spaventava i contadini e i passanti. Secondo alcune versioni della storia, voleva tenerli alla larga dal proprio tesoro: una cassetta di ferro con monete raffiguranti l’effige dell’Imperatore Napoleone.

Infine, una ulteriore somiglianza può essere trovata nella storia popolare raccolta da Carlo Lapucci nel libro “Le leggende della terra toscana“, nella zona di San Giovanni Valdarno, a nord di Arezzo. Secondo questo racconto, nelle notti senza luna o nelle giornate di nebbia, una carrozza spettrale appariva nei pressi del fiume Arno, con una figura diabolica come cocchiere e un signore vestito di nero all’interno della carrozza. Si dice che il viaggiatore spettrale fosse un uomo malvagio che, avendo accumulato un grande tesoro e avendolo nascosto nei pressi dell’Arno, uccise il cocchiere perché ne fosse in eterno il guardiano. Quando morì anche lui, fu sepolto nella terra consacrata, ma al mattino il corpo veniva sempre trovato fuori; così durante una piena dell’Arno lo gettarono in acqua. Da quel momento il fantasma del cocchiere, durante le notti più scure o i temporali più intensi, va a prendere il fantasma del padrone e lo porta a visitare il tesoro nascosto.

Anche se non si tratta della stessa leggenda, possiamo notare delle somiglianze che possono far pensare alla diffusione delle storie popolari durante le veglie contadine. Nei casi sopra citati, sono infatti ricorrenti le figure di imperatori, sovrani o persone dotate di ricchezza e potere che seppelliscono dei tesori nelle campagne lungo i principali corsi d’acqua e che li fanno proteggere da spaventosi fantasmi.

Federico Barbarossa ha lasciato molte tracce del suo passaggio nella storia italiana

Caratteristiche e Analisi

La leggenda del fantasma del toro bianco, per quanto limitata a una porzione ristretta del nostro territorio, ci permette di prendere in considerazione alcuni dei tratti più distintivi della Valdichiana: il guardino spettrale del tesoro dell’Imperatore Barbarossa era infatti proprio un toro di razza chianina, il gigante bianco che caratterizza l’allevamento delle nostre campagne. Una figura ben conosciuta dai nostri contadini, ma la cui stazza poteva spaventare chiunque se fosse apparsa nella notte di fronte a un corso d’acqua. È inoltre ben presente la storia della bonifica, con gli isolotti che si stagliavano sopra l’acqua in epoca medievale che diventano poggi o colline dopo la riconquista dei terreni bonificati e la sistemazione delle opere idrauliche in tutto il territorio.

Una possibile spiegazione all’origine di questa leggenda, che accomuna anche i racconti del cavallo spettrale di Napoleone e della carrozza fantasma del Valdarno, è la funzione di monito che tali storie potevano avere nei confronti delle generazioni più giovani che abitavano nelle campagne e che potevano sottovalutare il rischio dato dai corsi d’acqua, soprattutto di notte o nei momenti di piena. Secondo le testimonianze orali, lo spettro del toro bianco teneva lontani i contadini non solo dal tesoro del Barbarossa ma anche dal Canale Maestro della Chiana, perché di notte si poteva rischiare di cadere dalle passerelle e annegare nelle acque. La passerella che collegava le due sponde del canale non era un passaggio sicuro come quello di Valiano e, soprattutto in inverno, poteva rappresentare un passaggio pericoloso per i ragazzi più incauti. Lo spettro del toro bianco poteva quindi assolvere alla funzione di racconto utile per spaventare i bambini durante le veglie notturne e spingerli a tenersi lontani dai pericoli.

La parte della leggenda riferita al tesoro dell’Imperatore Barbarossa, inoltre, ci permette di affrontare un’altra importante analisi e di comprendere quanto il passaggio delle compagnie militari potessero scandire il passaggio del tempo nella memoria collettiva delle campagne. La civiltà contadina, che per molti secoli si è mantenuta sempre simile a sé stessa in una sorta di tempo ciclico scandito dalle stagioni e apparentemente immutabile, manteneva con forza il ricordo del passaggio delle truppe militari, che salivano o scendevano lungo l’Italia verso battaglie più o meno lontane. Le vite dei contadini venivano quindi toccate dalle truppe di passaggio, dai grandi condottieri o sovrani delle diverse epoche, contribuendo a formare una memoria collettiva delle campagne. Il passaggio delle truppe dell’Imperatore Barbarossa del XII secolo, le compagnie napoleoniche alla fine del ‘700, le soste di Garibaldi e dei suoi uomini, il passaggio del fronte nel 1944 e gli scontri tra partigiani e nazifascisti: questi eventi non sono presenti soltanto nelle storie dei borghi e dei centri abitati del territorio della Valdichiana e dintorni, ma anche nella memoria collettiva delle campagne che ne hanno assistito al passaggio (come ricorda anche la Festa del Barbarossa di San Quirico d’Orcia). I tesori lasciati dagli imperatori o dei condottieri di passaggio sono quindi dei monumenti, nel senso originale di testimonianza e di ricordo di un evento storico che spezzava l’apparente monotonia della vita delle campagne.

Il tesoro dell’Imperatore Barbarossa, al centro del racconto del toro bianco spettrale, non è mai stato ritrovato, al pari di quello di Lars Porsenna. Forse è stato ritrovato sotto qualche cantina di Poggio Fasciano o di Poggio Martino, magari è stato nuovamente seppellito dai contadini per timore che i reperti storici potessero indurre i padroni delle fattorie a scacciarli dai poderi in cui abitavano. Oppure si tratta soltanto di una storia popolare senza fondamento, utile soltanto per ricordare il passaggio delle truppe dell’Imperatore del Sacro Romano Impero in Valdichiana.

Carrozze spettrali e cavalli spettrali sono spesso legate ai fiumi

Influenze nella cultura Pop

Dal momento che la leggenda del toro bianco è fortemente limitata al ristretto territorio di cui abbiamo testimonianza, le influenze nella cultura popolare odierna sono molto rare. Lo spirito del sovrano germanico racchiuso nel gigante bianco ci può far pensare a una delle figure più famose della mitologia greca, ovvero Zeus. Fu proprio il sovrano dell’Olimpo ad assumere le sembianze di un toro bianco per sedurre Europa e portarla a Creta, dove diventò la prima regina dell’isola e diede luce al grande sovrano Minosse. Il rapporto con la razza bovina è molto frequente nella mitologia greca, basti pensare alla figura del Minotauro e alla storia di Io tramutata in giovenca; miti e leggende che hanno raggiunto la loro forma più divertente nella serie animata giapponese Pollon:

La carrozza spettrale della versione raccontata nel Valdarno può invece essere collegata a uno dei film più importanti nella storia del cinema: Nosferatu il vampiro, pellicola tedesca del 1922 antesignana del genere horror. In questa scena il protagonista supera il ponte, incurante delle superstizioni dei paesani, e viene raggiunto dalla carrozza spettrale del Conte Nosferatu:

Infine, la versione della storia incentrata sul cavallo spettrale e sul soldato napoleonico, non può che farci pensare alla figura del Cavaliere senza testa di Sleepy Hollow. Si tratta di un personaggio centrale del folclore europeo: un cavaliere decapitato nel corso di una battaglia, divenuto un fantasma senza testa a cavallo di un destriero spettrale, che vaga tra boschi e campagne alla ricerca di una nuova testa, terrorizzando e decapitando gli abitanti. L’unico modo per salvarsi è quello di oltrepassare il ponte di Sleepy Hollow, perché il fantasma non può oltrepassare l’acqua corrente e perde tutti i suoi poteri. La versione più famosa della leggenda del cavaliere senza testa è sicuramente il film di Tim Burton del 1999:

Per finire, una curiosità che è entrata a far parte delle leggende urbane molto diffuse su internet ai nostri tempi: in Texas, nella strada che porta a Brownsville durante le ore notturne, si narra che appaia una mucca fantasma in mezzo alla strada. Lo spettro dell’animale costringe i malcapitati guidatori a frenate o manovre pericolose, con il rischio di aumentare gli incidenti stradali. Un supposto fenomeno paranormale che non ha delle testimonianze facilmente verificabili, ma che mostra delle curiose analogie con il toro bianco della Valdichiana.


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Si può essere campioni anche nel lanciare la ruzzola: Bruno e Simone Massini

Capelli canuti, radi sulla parte centrale della testa, e un bianchissimo baffo folto sotto il naso. Parlare con Bruno Massini, seduti su quelle sedie di legno con i pomelli intagliati…

Capelli canuti, radi sulla parte centrale della testa, e un bianchissimo baffo folto sotto il naso.

Parlare con Bruno Massini, seduti su quelle sedie di legno con i pomelli intagliati che solo i nonni hanno, è parlare con una generazione lontana, che nonostante la tecnologia e l’automazione ancora vive e si alimenta di tradizione e manualità.

Bruno ha 74 anni e una gran parlantina. Dopo avermi salutato mi fa entrare in casa e mi fa conoscere la moglie, Renata, e il nipotino. Noto subito il tavolo già apparecchiato con i suoi cimeli da mostrarmi, e un enorme mobile che sormonta la televisione fino a farla sparire, sotto il peso di una ventina di coppe scintillanti.

“Parecchie l’ho buttate o l’ho messe via sennò un c’entravano”.

Bruno è un vincente e mi ha invitato a casa sua per parlare dello sport che lo ha reso celebre. L’organo che si occupa di regolamentare la sua attività è la FIGeST, Federazione Italiana Giochi e Sport Tradizionali, e immagino che molti di voi leggano questa sigla per la prima volta, come me.

Bruno è il Campione Italiano 2019 di lancio della ruzzola a coppie.

Ma che cos’è la ruzzola?

Ruzzola è sia il nome di un gioco popolare nato in un passato indefinito, sia lo strumento con cui si gioca a questo gioco, come il pallone per il calcio, la pallina per il tennis o le dita delle mani per la morra (sì, anche la morra è uno sport a tutti gli effetti, che ci crediate o meno).

La ruzzola è uno spesso disco di legno, intagliato e modellato, attorno a cui si avvolge uno spago legato a un dito della mano: facendo scorrere lo spago attorno alla ruzzola, le si imprime una maggiore rotazione che le permette di percorrere una distanza più ampia rispetto ad un semplice lancio di mano.

L’obiettivo, come avrete intuito, è lanciare la ruzzola più lontano degli altri, e in sostanza di terminare il percorso prestabilito con meno lanci degli avversari.

I limitati cenni storici e le fonti scarse lo dipingono come un gioco “umile”, praticato cioè nel passato dagli strati di popolazione meno abbienti, in origine addirittura con le forme di cacio vere e proprie – permane tutt’ora la specialità del lancio della forma di formaggio, di cui la ruzzola è l’immediata discendente.

Ai tempi non c’erano telefonini, il gaming non era forse nemmeno nel mondo dei sogni e allora “si faceva con quello che s’aveva”, spiega Bruno.

“Ho iniziato ad appassionarmi alla ruzzola grazie al mi’ babbo. Al tempo si giocava a ruzzola solo nel periodo di Quaresima, le strade erano bianche e pulite e stavamo a Scrofiano. La domenica ero sempre dietro a lui a vederlo giocare, era un buon giocatore: si giocavano le 5 lire, quel poco che c’era. Verso i 10 anni così s’è iniziato anche noi ragazzi a giocare, dopo scuola s’andava pe’ i campi e si portavano dietro le nostre ruzzole”.

Mentre Bruno parla si respira il grande spirito di competitività che lo ha mosso sin da giovanissimo, quando ha iniziato a gareggiare seriamente contro le altre realtà del luogo.

“Già a 12-13 anni andavo con i più grandi a giocare. Ci si organizzava tra di noi, non c’erano ancora UISP e FIGeSt, si gareggiava contro Montepulciano, Argiano, tra paesi e paesi. La prima vera sede fu fatta alla Stazione di Montepulciano, eravamo un’ottantina di iscritti, e si incominciò a spostarsi più lontano per queste gare, a Perugia, Città di Castello…”.

Bruno ha iniziato a giocare in coppia col fratello, Ivo, e da subito ha iniziato a imporsi con ottimi risultati in tutto il territorio toscano. La sana rivalità coi fratelli Ferroni, altra coppia molto brava a detta di Bruno, lo ha spinto a migliorarsi sempre di più, fino a partecipare anche a vari campionati italiani – da Cosenza a Milano s’è girato tutta Italia!

Dopo due protesi alle ginocchia, che lo hanno fermato negli anni migliori della sua carriera, Bruno nel 2007 ha ricominciato a giocare, per poi laurearsi campione UISP nel 2008 e, successivamente, nel 2012.

Prima di parlare però dello straordinario risultato di quest’anno, è doveroso introdurre il compagno di squadra che insieme a Bruno ha vinto il Campionato Italiano 2019 di ruzzola a coppie, disputatosi a Camerino, provincia di Macerata.

Il suo braccio destro è stato nientemeno che il figlio, Simone. Nonostante appartenga alla generazione immediatamente successiva a quella del padre, Simone è l’esempio di come le tradizioni possano sopravvivere soprattutto grazie al rapporto tra genitori e figli.

“Non è molto che Simone gioca, saranno sì e no dodici anni. Quando vedeva che la domenica riportavo sempre qualcosa a casa, premi e coppette a non finire, cominciò a provare anche lui. Iniziò a provare le ruzzole attorno alla mia cantina, provava tutti i giorni, e mi accorsi subito che aveva una caratteristica non da poco: essendo alto, aveva un grande slancio col suo braccio, e gli venivano fuori dei tiri davvero belli. Iniziò a venire a giocare con noi più vecchi, e la differenza si vedeva subito: con nove lanci parecchie volte arrivava più lontano di noi che se ne facevano dieci!”.

Simone forte, perfetto per le situazioni di rettilineo e salita, Bruno invece più tecnico, con movimenti di spalla e avambraccio affinati alla perfezione grazie alla grandissima esperienza maturata in oltre sessant’anni di lanci della ruzzola: la coppia perfetta per staccare gli avversari nel “dritto” e mantenere il distacco in “curva”.

Ecco che è nata, proprio quest’anno, la coppia padre-figlio Massini, che ha subito ottenuto una grandissima vittoria.

“Il mi’ figliolo mi disse: “Te hai vinto du’ volte, io ho vinto nel 2016 a Teramo, perché non si prova insieme?”. Il resto è storia, come si suol dire in questi casi. Dopo un paio di manche di qualificazione, che hanno permesso a Bruno e Simone di aggiudicarsi il pass per la finale di Camerino, sono arrivati i giorni della finale. Il sabato sera, grazie ai due turni vinti, sono rimasti tra i migliori cinque, e il giorno dopo nella finalissima hanno sbaragliato la concorrenza.

Al minuto 16:46 dell’intervista che trovate qui, Bruno e Simone si rimbalzano apprezzamenti e ringraziamenti, estremamente sinceri. “Giocare col mi’ babbo è un grande orgoglio” dice Simone, e Bruno risponde per le rime: “…giocare con un figliolo è una soddisfazione unica, poi so che se ci chiappa tira forte e quindi ci gioco volentieri. In qualche tiro l’ho aiutato, ma quando c’era lo “sfogo” c’era bisogno di Simone!”.

A Camerino, grazie alla vittoria, è arrivata anche la promozione diretta in Serie B, la categoria immediatamente superiore alla C.

Mentre mi ha portato a far vedere le coppe e il medagliere, abbiamo finito per parlare delle problematiche che gravitano attorno a uno sport così di nicchia come la ruzzola.

Il problema fondamentale di questi sport, ovviamente, è che col tempo rischiano di essere dimenticati. “Manca il ricambio…”, dice Bruno con un pizzico di amaro in bocca. Mi parla di una coppia di fratelli nemmeno maggiorenni di Poppi, che si ritrova qualche volta ad affrontare, ma nulla più. “Ormai non si fa più capo a questi sport minori, tutti vogliono essere calciatori, tennisti eccetera, o addirittura i ragazzi preferiscono stare in casa che fare sport”.

In questo senso la FIGeST, dal 1962, funziona da riserva naturale per animali in via di estinzione. “Essere riconosciuti dal CONI e dall’Europa – vedi affiliazione con l’ETSGAè stato un grande traguardo, ci fa sentire importanti e considerati”.

Ma le istituzioni non bastano, e ce l’hanno insegnato proprio Bruno e Simone con questa storia di sport.

Servono amore per la tradizione e passione che si tramanda di generazione in generazione, anche contro le convenzioni sociali dei nostri tempi che ci vogliono tutti calciatori, studenti universitari, malati di smartphone e di videogames.

Si può essere campioni anche nel lanciare la ruzzola, e sarebbe un peccato dimenticarselo.

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La tradizione del Befano

Il territorio della Valdichiana è pieno di tradizioni popolari che si tramandano da molte generazioni e che hanno accompagnato la vita delle campagne durante i secoli della mezzadria, fino a…

Il territorio della Valdichiana è pieno di tradizioni popolari che si tramandano da molte generazioni e che hanno accompagnato la vita delle campagne durante i secoli della mezzadria, fino a sopravvivere in forme più o meno simili nei nostri giorni. Alcune di queste tradizioni popolari sono comuni con aree geografiche o culture confinanti, mentre in altri casi ci troviamo di fronte a elementi unici e particolari, che possono essere considerate come dei tratti distintivi dell’identità della Valdichiana.

Una tradizione fortemente legata alle festività natalizie e particolarmente circoscritta al nostro territorio è quella del Befano. Ancora oggi è possibile sentir dire da famiglie delle campagne o dei borghi della Valdichiana frasi come “Comportati bene, oppure ti fanno il Befano” o espressioni più generiche relative all’usanza di “Fare il Befano”. Anche chi non ha mai vissuto in prima persona questo tipo di tradizione, probabilmente, ne ha sentito parlare in qualche espressione dialettale.

La burla del Befano

La tradizione del Befano è stata riscontrata nella zona della Valdichiana (soprattutto nei paesi e nelle campagne di Chiusi, Montepulciano, Torrita e Sinalunga) fino alla fine del XX secolo. L’usanza prevedeva il confezionamento di un fantoccio di paglia e stoffa, con sembianze umane, nella notte tra il 5 e il 6 Gennaio, ovvero la notte dell’Epifania. Il fantoccio poteva avere sembianze maschile o femminili, più simile alla Befana tradizionale oppure a un pupazzo di Carnevale. Il Befano così preparato veniva appeso a un albero, ai fili della luce o del telefono, o comunque a una sporgenza che potesse essere difficilmente raggiungibile dalla persona presa di mira, ma facilmente visibile dagli abitanti del paese o delle campagne.

Lo scopo dell’usanza era quello di burlarsi di una persona (o, più raramente, di un’istituzione). Lo scherzo del Befano cercava di mettere in ridicolo la persona a cui era destinato, ed era solitamente accompagnato da cartelli con scritte satiriche, poesie o allusioni volgari. I destinatari del Befano erano principalmente i ragazzi e le ragazze che avevano subito una delusione amorosa, che erano stati lasciati dal partner o non erano riusciti a conquistarsene uno durante l’anno; tra i destinatari c’erano anche gli scapoli e le zitelle, oppure le donne che venivano considerate di facili costumi. Meno spesso il Befano colpiva persone che presentavano difetti fisici o morali, oppure veniva utilizzato per scopi politici per mettere in ridicolo enti e istituzioni locali.

Nei suoi studi sul territorio, Ilio Calabresi ci tramanda altre usanze collegate al Befano: altre burle che si svolgevano nella notte del’Epifania erano quelle di scambiare le insegne delle botteghe, con usanze più tipiche del Carnevale, oppure di spargere fave e lupini dalla casa di una donna presa di mira fino al suo Befano appeso.

Epifania e Befanate

Comprendere i significati profondi dell’usanza del Befano è arduo, perché si tratta di un’usanza circoscritta e di cui abbiamo poche testimonianze etnografiche; le interpretazioni di cui siamo in possesso sono parziali, ma questo non ci impedisce di affrontare una riflessione generale su questa tradizione popolare e sulla sua possibile sopravvivenza locale.

Si può infatti notare una forte forma di continuità con le altre festività del calendario agrario invernale: per quanto l’usanza sia caratteristica della notte dell’Epifania e la sembianze del fantoccio richiamino quelle della Befana, la burla e gli scherzi alla base dell’usanza fanno subito pensare alla Vecchia di mezza quaresima e al Carnevale; i gruppi sociali impegnati nella realizzazione del Befano, in contesti paesani come quelli della Valdichiana, potrebbe essere stati gli stessi impegnati nelle altre feste popolari.

Il territorio del Befano è circoscritto alle zone interessate dalla bonifica, e non abbiamo altre testimonianze all’infuori dei casi di Trequanda e San Giovanni d’Asso; come fa notare Mariano Fresta, quest’usanza non si è sviluppata in forma di dramma itinerante a differenza delle “Befanate” del grossetano o della Garfagnana, forse per via della sua somiglianza con la Vecchia di mezza quaresima.

Spesso i Befani erano volgari e le burle potevano essere difficili da sopportare, soprattutto nei casi in cui colpivano gli insuccessi amorosi. In questo contesto, la pressione sociale esercitata nei confronti delle persone a cui era dedicato il fantoccio potrebbe essere vista come un’usanza volta a perpetuare la società contadina, accentandone riti e consuetudini: una spinta a trovare un partner e a sposarsi, per evitare di diventare gli zimbelli del paese.

Se la minaccia del carbone portato dalla Befana poteva essere un deterrente nei confronti dei bambini più monelli, quindi, il timore di ricevere un Befano poteva diventare altrettanto efficace per gli adolescenti e gli adulti della Valdichiana.

Per approfondire:

  • Ilio Calabresi, Strade, storie, tradizioni popolari nella Valdichiana senese, 1987
  • Mariano Fresta, La tradizione del Befano nella Valdichiana senese meridionale (sito web)
  • Associazione Culturale Ottagono, Di qua dal fosso. Parole chianine raccolte fra Torrita di Siena, Sinalunga, Acquaviva, Montepulciano Scalo e Montallese, Effigi 2010.
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