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“A Sciuquè” agli Oscuri di Torrita: intervista a Ivano Picciallo

Si intitola A Sciuquè, che in dialetto pugliese significa “A giocare”, e va in scena al Teatro degli Oscuri di Torrita sabato 14 aprile 2018, in doppio spettacolo alle 19:00…

Si intitola A Sciuquè, che in dialetto pugliese significa “A giocare”, e va in scena al Teatro degli Oscuri di Torrita sabato 14 aprile 2018, in doppio spettacolo alle 19:00 e alle 21.15, ed è un gioiellino del teatro sociale contemporaneo. Lo spettacolo è nato qualche anno fa in forma di monologo, ma oggi assume la coralità del racconto con una compagnia di cinque attori, i quali, con la leggerezza – mai banale – della commedia, approfondiscono una delle piaghe sociali dei nostri tempi: il gioco d’azzardo. È proprio sul termine “gioco” che si associa alla ludopatia, che Ivano Picciallo, autore e interprete del testo, ha focalizzato la riflessione, chiedendosi quale fosse il senso di utilizzare la stessa parola per indicare sia l’attività dei bambini che calciano un pallone, sia gli adulti che passano ore davanti alle slot-machine.

Adelaide Di Bitonto, Giuseppe Innocente, Igor Petrotto, Ivano Picciallo e Francesco Zaccaro, della compagnia L’Mamand e I Nuovi Scalzi, raccontano la vita di Nicola dall’infanzia all’età adulta, attraversando quadri scenici per ogni fase dell’esistenza. Lo spettacolo ha vinto il Premio della Direzione della Nico Pepe al Premio Nazionale Giovani Realtà e Teatro e il Premio come miglior spettacolo 2017 al Roma Fringe Festival.

Abbiamo incontrato Ivano Picciallo pochi giorni prima della tappa Torritese.

LaV: A Sciuquè, già a partire dal titolo ci si potrebbe chiedere il motivo per cui è stata scelta una parola dialettale ad indicare il gioco…

Ivano Picciallo: Letteralmente significa “a giocare”. Lo spettacolo vuole analizzare il gioco nelle sue diverse forme e nelle varie fasi della vita. C’è anche un sottotitolo che è: Ai bambini non piace giocare da soli e neanche ai grandi. Abbiamo scoperto che è difficile giocare da soli. È dalla condivisione che viene fuori il gioco. Il dialetto lo abbiamo scelto per dare un colore genuino al titolo. La compagnia con cui stiamo girando è composta da due attori siciliani, due pugliesi e uno lucano. Inizialmente volevamo uniformare il linguaggio, magari rendere tutto in italiano, ma poi abbiamo scelto di utilizzare i nostri dialetti. È stato il modo migliore per dare verità al pubblico. Aggiunge una cifra di veridicità che altrimenti sarebbe andata perduta.

LaV: Che tipo di risposta avete percepito nel pubblico che ha già assistito allo spettacolo, visto che si parla di un argomento che ha un rilievo sociale molto particolare?

IP: Lo spettacolo in fondo è molto semplice, anche nella sua forma. Risponde a una domanda semplice che è trasversale: cosa si intende quando si dice “andiamo a giocare?”. È una domanda che ha colpito tutti. Tutti si sono trovati a giocare da bambini, adulti e adolescenti. Eravamo spaventati per l’elemento linguistico, perché recitiamo con gli accenti dei nostri dialetti, e invece ci siamo accorti che più ci allontaniamo dalle nostre regioni e più il riscontro è positivo. Forse perché la gente si riconosce in questi cliché, in questi colori, e quindi si diverte. Lo spettacolo anche rispetto alla tematica sociale è molto cauto.  Non facciamo inchiesta su questa piaga, ma ci soffermiamo sul concetto di gioco, sulla domanda “cos’è il gioco?”, e sul modo con il quale noi la intendiamo.

LaV: Perché secondo te, dalle statistiche notiamo che la ludopatia è in crescita negli adolescenti, nei sedicenni, perché c’è questo trend malauguratamente positivo tra i più giovani?

IP: Siamo passati dall’analogico al digitale in tutti i campi della nostra vita. Il gioco digitale è schermato, ci isola. Fino agli anni ’90 il gioco era profondamente connesso alla condivisione e ai rapporti interpersonali. Il protagonista dello spettacolo ricorda scene degli anni ’80 e ’90 in cui i bambini giocavano in strada: oggi i bambini non giocano più in strada, si gioca su internet e in questo mondo virtuale si agevola l’isolamento. Lo stesso che incontrano i grandi che giocano alle macchinette…

LaV: E in questo senso la pratica teatrale può essere considerata “gioco”?

IP: Questo spettacolo è stato di fatto un gioco. È nato come monologo. Poi solo successivamente abbiamo iniziato ad aggiungere gli altri attori, che si sono inseriti nel flusso scenico attraverso l’improvvisazione, il piacere di condividere il gioco del teatro.

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“Camping” al Teatro degli Oscuri di Torrita. Intervista ad Alessandro Bartolini

Sette ragazzi hanno intrapreso un’avventurosa vacanza in giro per l’Italia, con quattro tende, gli zaini in spalla e due chitarre. Una notte decidono di accamparsi ai piedi del Monte Bianco,…

Sette ragazzi hanno intrapreso un’avventurosa vacanza in giro per l’Italia, con quattro tende, gli zaini in spalla e due chitarre. Una notte decidono di accamparsi ai piedi del Monte Bianco, ma una guardia forestale, infastidita dalla loro presenza, farà di tutto per mandarli via. Ecco la base narrativa di Camping, lo spettacolo prodotto dal Teatro Golden di Roma, in seno al progetto Giovani Talenti in Scena, scritto e diretto da Toni Fornari. La commedia che tanto successo ha riscosso durante la stagione scorsa, sabato 25 novembre raggiunge il palco del Teatro degli Oscuri di Torrita, con un doppio spettacolo, alle 19:00 e alle 21:15. Abbiamo incontrato uno dei protagonisti, Alessandro Bartolini, che insieme a Federica Biondo, Serena Canali, Laura Morelli, Noemi Sferlazza, Angelo Sugamosto, Lorenzo Tassiello e Raniero della Peruta nella parte della guardia forestale, sta portando in giro lo spettacolo. Alessandro ci ha concesso una chiacchierata in visione della data torritese.

Alessandro Bartolini interpreta Danny, in Camping.

Partiamo dalla compagnia: lo spettacolo è parte del progetto “Giovani talenti in scena”. Come è avvenuta la formazione del gruppo?

Ciao a tutti, lo spettacolo è prodotto dal Teatro Golden di Roma che grazie al progetto Giovani Talenti in scena dà la possibilità ai ragazzi che hanno frequentato il Corso di Formazione professionale per attori di entrare in scena in prima persona nelle produzioni del teatro. Per quanto riguarda Camping la compagnia che lo porta in scena è nata l’anno scorso, mentre frequentavo l’ultimo anno di scuola. Toni Fornari, dopo aver lavorato con alcuni allievi della mia classe nello spettacolo L’Albero di Natale ha pensato di scrivere un testo basandosi sui nostri caratteri e sulle nostre personalità. I miei compagni di viaggio quindi sono le stesse persone che hanno vissuto con me tre bellissimi anni di studio, anzi vorrei ricordare i nomi dei professionisti con i quali condivido questa fantastica esperienza: Angelo Sugamosto, Lorenzo Tassiello, Raniero della Peruta, Laura Morelli, Federica Biondo, Serena Canali. In scena c’è anche Noemi Sferlazza, che pur essendo uscita da scuola prima di noi ha accettato di “fare questo viaggio in nostra compagnia”… consentitemi il gioco di parole!

Com’è stato lavorare con Toni Fornari, ormai una delle penne più efficaci della commedia italiana? Come si comporta durante la costruzione delle scene?

Lavorare con Toni Fornari è stato – ed è – assolutamente un piacere su tutti i fronti. È un grandissimo professionista che quando monta uno spettacolo usa la sua grande esperienza in tutti i campi per mettere a proprio agio gli attori. Consente loro di fare prima delle proposte personali, sulla visione della scena, per poi andare a limare e correggere tutto ciò che il suo occhio esterno, e ovviamente più esperto, riesce a cogliere.

In Camping vediamo sette ragazzi accampati, con quattro tende, durante una particolare estate, decisiva per le loro vite. Uno spettacolo corale, nel quale spicca il tuo personaggio: parlacene un po’, come lo hai costruito? Come hai lavorato, dal punto di vista individuale, per questo spettacolo?

Si, hai detto bene dicendo che lo spettacolo è assolutamente corale. Non si può definire in alcun modo quale sia un protagonista assoluto. Ogni personaggio è ben scritto e porta in scena, insieme agli altri, delle esperienze che tutti i ragazzi della nostra età possono vivere. Per quanto riguarda il mio personaggio: io interpreto Danny, il classico bravo ragazzo amico di tutti, sempre pronto a correre in aiuto degli altri.  Nonostante questo, fin dall’inizio dello spettacolo nascono dei dubbi su Danny. Fanno capire che ci sta nascondendo qualcosa. Ora però non posso dire di più. Ovviamente vi aspettiamo a teatro per scoprire come andrà a finire! Come dicevo prima, Toni ha scritto i personaggi pensando molto alle nostre caratteristiche agevolando così la costruzione del personaggio e la messa in scena dello spettacolo stesso.

Questo è uno spettacolo fatto da ragazzi esordienti: credi che il teatro italiano oggi dia abbastanza spazio ai giovani? Dal punto di vista professionale quali sono le difficoltà che un giovane incontra, affacciandosi in questo mondo?

Non è molto facile dare una risposta a questa domanda; mi sono diplomato due anni fa quindi mi sto affacciando ora al mondo del lavoro. Posso però dire che anche grazie al Teatro Golden ho avuto le mie opportunità e soddisfazioni lavorative. Sono pienamente consapevole che questo sia un mondo difficile ma credo che, con la giusta determinazione e soprattutto con studio ed impegno costante, si possano raggiungere gli obiettivi sperati.

 

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