La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: archeologia

Circolo culturale Fra Jacopo da Torrita, salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali del territorio

Gli anni ’70 sono gli anni della libertà, della trasgressione, delle lotte politiche e delle innovazioni rivoluzionarie. In questi anni esplodono la creatività e la voglia di progresso a tutti…

Gli anni ’70 sono gli anni della libertà, della trasgressione, delle lotte politiche e delle innovazioni rivoluzionarie. In questi anni esplodono la creatività e la voglia di progresso a tutti i costi, sono gli anni degli ‘hippie’ e della ‘Summer of Love’ che ha visto la sua consacrazione con i grandi festival rock come Monterey e Woodstock. Ma se da un lato libertà e trasgressione la fanno da padrone, dall’altro gli anni ’70 saranno ricordati per le contestazioni, le tensioni generazionali e i comportamenti aggressivi. In questi anni si fa sentire in maniera forte e decisa la presenza dei media che entrano di prepotenza nella vita quotidiana; le droghe diventano parte integrante dello stile di vita dei più giovani. Nonostante ciò, gli anni ’70 sono passati alla storia come un’epoca di genialità senza eguali.

Ed è in questi anni che, nella sonnolenta provincia lontana dalla vivacità cittadina, dalle menti di un gruppo di liceali nasce una nuova realtà. Animati dal desiderio di ritrovare le proprie radici, dalla voglia di cambiamento, dalla creatività e dall’amore per la ricerca, danno vita al Circolo Culturale Fra Jacopo da Torrita.

Oggi il presidente del Circolo è Mauro Goracci, ma a farmi da cicerone è la segretaria Raffaella Micheli, entrata a far parte dell’associazione solamente nel 2013. Durante il nostro incontro, avvenuto nello splendido scenario dell’Amorosa a Sinalunga, mi colpiscono subito la sua intraprendenza, la sua spiccata creatività e la sua determinazione, in perfetto stile anni ’70.

“Il Circolo culturale è nato negli anni ’70 da un gruppo di liceali, durante un’estate dove tutto era in trasformazione. I ragazzi avevano deciso di approfondire questioni che riguardavano l’aspetto archeologico del territorio torritese. Nel corso degli anni l’Associazione ha svolto un’attività di ricerca in archivi e biblioteche, ha organizzato scavi e mostre archeologiche, collaborando con gli Enti Locali, Sovrintendenze deputate per legge alla tutela dei Beni Culturali, Istituti Universitari, in particolare con Il Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena” – mi spiega Raffaella.

Ma le attività del Circolo non si limitarono solo a questo. Quei liceali, ormai cresciuti, hanno sentito l’esigenza di raccogliere tutti i loro studi in una rivista che avesse periodicità annuale e fosse un mezzo per tramandare e far conoscere il territorio, ponendo l’attenzione sugli aspetti della storia di una comunità. Nel marzo 2010 nasce la rivista ‘Torrita Storia Arte Paesaggio’, il cui primo direttore responsabile è stato Alessandro Angiolini, che ha poi passato il testimone a Vittorio Zenardi.

“La rivista si propone di essere uno stimolo per iniziative tese alla valorizzazione e alla salvaguardia dei beni culturali, proponendo restauri di complessi architettonici, opere d’arte, progetti da intraprendere in collaborazione con privati e istituzioni. La pubblicazione della rivista è per l’associazione uno stimolo continuo nella ricerca, cercando di individuare aspetti non esaminati o non conosciuti della storia locale” – prosegue Raffaella.

Raffaella, nell’ultimo numero della pregiata rivista che in copertina ha un particolare della battaglia di Scannagallo, si è occupata del ritrovamento nella zona Pantanelli-Le Gore, a Torrita, di una mansio romana, ovvero una sosta dove il viaggiatore poteva riposare, mangiare ed effettuare il cambio degli animali:

“La testimonianza dell’organizzazione, che ruotava attorno al sito, è pervenuta grazie alla varietà e alla ricchezza di reperti emersi dagli scavi, inclusi i resti di quella che forse fu la capostipite della razza Chianina. Da ultimo viene fatto riferimento alle frequentazioni legate al culto delle acque della risorgiva e alla prima chiesa del territorio torritese” – spiega Raffaella.

E Fra Jacopo da Torrita, chi era? Chiedo io.

“Jacopo da Torrita, ovvero Jacopo Torriti, dal cognome si presume fosse di Torrita, era un pittore e mosaicista vissuto nel 13esimo secolo, che lavorò soprattutto a Roma e ad Assisi e dove i suoi lavori sono presenti tutt’oggi. Viene considerato uno dei più importanti personaggi della cultura torritese e per questo motivo è stato deciso di intitolare a lui il nostro Circolo” – continua Raffaella.

Nella sua particolareggiata descrizione, Raffaella si sofferma su una figura importante per il Circolo: “Questa avventura è iniziata grazie a un gruppo abbastanza ristretto di persone, ma sicuramente un ringraziamento importante per il lavoro svolto va all’avvocato Sante Bazzoni che ha avuto l’idea di trasformare l’impegno dell’associazione in una rivista. Questo perché, alla luce delle più moderne conoscenze e tecnologie che oggi possono essere utilizzate per l’analisi storica, è importante avere supporti cartacei dove si possano effettuare nuove ricerche e scoperte su questioni già studiate. Il passato non è modificabile, ma la conoscenza che ne abbiamo si evolve continuamente ed è quindi importante continuare a studiare, ricercare e approfondire”.

L’associazione sta già lavorando al numero dieci della rivista, ma come per ogni progetto che si rispetti il contenuto è top secret. Raffaella mi ha voluto però assicurare che come sempre si percepiranno l’amore e la passione che il gruppo mette nel portare avanti i propri studi. Un sintomo di attaccamento alla propria terra e alla propria cultura, che sottolinea come la conoscenza sia il modo migliore per valorizzare una comunità: è responsabilità di tutti noi custodirla e difenderla.

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Gli Etruschi di Città della Pieve

Dalla stretta collaborazione tra le Amministrazioni Comunali di Città della Pieve, Panicale, Paciano e Piegaro e Sistema Museo, gestore dei loro servizi turistici e museali, è nato “Terre del Perugino“….


Dalla stretta collaborazione tra le Amministrazioni Comunali di Città della Pieve, Panicale, Paciano e Piegaro e Sistema Museo, gestore dei loro servizi turistici e museali, è nato “Terre del Perugino“. Questo nuovo brand turistico è costituito dalla rete integrata dei musei e degli uffici turistici del territorio dei quattro comuni, decisi a proporsi al pubblico come un’area omogenea accomunata da aspetti ambientali, culturali, artistici e gastronomici affini.

Filo conduttore di questa nuova offerta è Pietro Vannucci, detto il Perugino, da cui il nome del brand, il più celebre figlio di Città della Pieve, che con la sua arte ha dato lustro e fama a questo lembo d’Umbria ed ha lasciato numerose opere in tutta la zona.

Novità importante di tutto il progetto è il portale www.terredelperugino.it, già online, dove il turista può consultare gli orari degli uffici turistici e dei musei, le loro tariffe, ma soprattutto acquistare i biglietti, le visite guidate, i laboratori e i pacchetti.


Circa due anni fa, in località San Donnino nel comune di Città della Pieve, in un modo felicemente inaspettato, è emersa dalla nebbia del tempo, dopo 2400 anni, una tomba a camera etrusca inviolata.
La scoperta ha suscitato davvero molto interesse, tanto da essere inserita dalla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum tra le 5 scoperte più importanti del 2015 a livello internazionale.
La tomba, di età ellenistica, è stata scavata in un mese e ha restituito tre urne cinerarie di marmo alabastrino con il coperchio decorato con defunto sdraiato a banchetto e due sarcofagi monumentali, uno in arenaria e uno in travertino, più il corredo.

L’Ufficio Turistico insieme all’Associazione Archeologia Pulfnas, costituita dalle archeologhe che hanno portato avanti lo scavo, ha ideato un itinerario archeologico proprio inerente a questa scoperta e alla storia più antica di Città della Pieve.

Itinerario Città della Pieve e gli Etruschi

Il tour ha una durata di un’ora e mezza ed ha la particolarità di essere guidato dalle archeologhe che hanno partecipato alla scoperta.

Prima tappa della visita è Palazzo della Corgna, dove ad attendere i visitatori si trova un bell’obelisco etrusco in arenaria del V secolo a.C. Questo reperto può essere considerato il più antico ritrovamento che si conosca effettuato a Città della Pieve, poiché fu rinvenuto in un non precisato luogo del territorio comunale tra il ‘500 e il ‘600. Di questo reperto si sa molto poco, forse era situato in un santuario o forse in una tomba monumentale, e proprio le poche notizie lo rendono assai misterioso.

La posizione di Palazzo della Corgna al centro della città, insieme alla Cattedrale, permette un approfondimento sulle origini del borgo, collocabili tra il VII e l’VIII secolo d.C.

Il tour poi prosegue al Museo Civico-Diocesano di Santa Maria dei Servi dove sono conservati i reperti etruschi della tomba di San Donnino. Situati nella cripta della chiesa in un bellissimo ambiente voltato con mattoni a vista, si trovano le spoglie mortali dei cinque esponenti della famiglia Pulfna, originaria di Chiusi. In un contesto davvero speciale, i visitatori sono guidati alla scoperta di questa scoperta dalla voce delle archeologhe, che sicuramente faranno venir voglia di vivere un’avventura come la loro anche a chi ascolta!

La didattica

Dedicato agli alunni delle scuole primarie è il laboratorio didattico Gli Etruschi di Laris Pulfnas, in cui, insieme alla visita ai reperti, i bambini scopriranno la lingua etrusca e si cimenteranno nella scrittura su una tavoletta di cera d’api, proprio come facevano gli antichi.

Per info e prenotazioni: Ufficio Turistico di Città della Pieve
Tel.0578 298840 – mail: info@cittadellapieve.org

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Una pianta antica e una raccolta fondi per far rivivere Pava e la sua Pieve

Avete presente gli scavi archeologici che possiamo vedere lungo la strada SP 14 che da San Giovanni d’Asso porta a Montalcino? Bene, quegli scavi sono ciò che rimane delle Pieve…

Avete presente gli scavi archeologici che possiamo vedere lungo la strada SP 14 che da San Giovanni d’Asso porta a Montalcino? Bene, quegli scavi sono ciò che rimane delle Pieve di San Pietro in Pava, un edificio religioso che sorgeva in località Pieve a Pava nel Comune di Montalcino. San Pietro in Pava è ricordata per la prima volta in documenti di età longobarda relativi ad una contesa tra il vescovo di Siena e quello di Arezzo per il possesso di alcune chiese di confine.

Area Scavi della Pieve di Pava

Il dipartimento di Scienze Storiche e Beni Culturali dell’Università di Siena ha iniziato dal 2004 lo scavo di un grande complesso archeologico nell’area dove si identifica la chiesa battesimale di S. Pietro in Pava (baptisterium Sancti Petri in Pava). Ma già dal 2000 le ricerche archeologiche nella Valle dell’Asso sono iniziate facendo divenire l’area una zona sulla quale realizzare indagini molto intense.

Le indagini stratigrafiche hanno messo in luce l’esistenza di questa chiesa, che venne fondata tra fine del V secolo e l’inizio del VI secolo d.C. su preesistenze romane ancora da definire, costruita in buona parte con laterizi romani di riutilizzo. Tra le caratteristiche di maggior interesse della chiesa paleocristiana vi è la pianta: con due absidi, una ad est e una ad ovest.  La struttura supera i trenta metri di lunghezza, l’abside est chiude al suo interno un banco presbiteriale che a sua volta circoscrive la base dell’altare.

La sopravvivenza della Pieve è stata accertata per tutto l’altomedioevo, fino al XII secolo, quando è stato realizzato un rifacimento della pavimentazione, del tetto e la chiusura dell’area absidale occidentale con una piccola abside interna alla navata. Nel corso del X secolo è poi collocabile il crollo dell’abside orientale, da quel momento la chiesa subì una profonda ristrutturazione. La nuova fase costruttiva avviene tra XI e XII secolo ma è di breve durata. La chiesa risulta abbandonata e crollata entro lo stesso XII secolo.

Ad oggi sono molte le possibili interpretazioni di questo ambiente, dal culto di reliquie al fonte battesimale. Proprio all’interno dell’abside occidentale è stato scoperto uno degli elementi di maggior interesse del sito: un ripostiglio di monete d’oro e d’argento di età gota. Dell’area fa parte anche un cimitero che si sta configurando come uno straordinario spaccato della popolazione del piviere di Pava, perché ogni scheletro porta tracce delle abitudini di vita quotidiane e lo scavo di ogni sepoltura contribuisce ad arricchire la conoscenza su una popolazione che almeno per trecento anni ha vissuto lungo la Val dell’Asso.

Amelio Taccioli

In quest’area abita Amelio Taccioli, un signore ultra 80enne che possiede piante di testucchio, ovvero acero campestre, ereditati dal padre. Cosa c’entra Amelio con gli scavi di Pava? Grazie ai testucchi di Amelio, l’area degli scavi di Pava potrà tornare all’epoca della Pieve di Santo Stefano e chiunque potrà rivivere la sua storia e la sua tradizione con il passato vitivinicolo del territorio racchiuso tra l’Orcia e le Crete Senesi.

Registi di tutto questo progetto è Land.is, un’associazione no-profit che ha sede a Montalcino che riunisce docenti universitari e professionisti specializzati in ambiti differenti, mossi dal desiderio comune di conoscere, valorizzare e tutelare il legame tra paesaggi rurali tradizionali e beni culturali. Lo scopo principale di Land.is è promuovere un nuovo modello di sviluppo basato sulla conoscenza dei contenuti culturali del territorio attraverso progetti che utilizzano il paesaggio rurale come elemento culturale centrale, luogo della genesi dell’eccellenza del Made in Italy.

Di Land.is fanno parte Luigi Ananìa e Nicola Boccianti, Mario Ferrero, Fabio Salvitano, Mauro Buonincontri e Gaetano Di Pasquale, storico delle piante e del paesaggio e docente dell’Università Federico II di Napoli. Grazie ad Amelio, Land.is lancia il progetto ‘Montalcino Wine Tree’, ovvero l’impianto di un vigneto storico proprio nel Parco Archeologico della Pieve di San Pietro in Pava: un vigneto con filari di testucchi vivi su cui la vite si potrà arrampica per crescere. Landi.is intende ricostruire filologicamente il suo vigneto, coi testucchi, le viti clonate e i filari, in un’operazione di archeologia del paesaggio che forse non ha eguali.

Testucchi e vite maritata

I filari di vite maritata ai testucchi caratterizzavano le campagne della Toscana, del Lazio e dell’Umbria fino agli anni 50-60 del Novecento. Poi la moderna viticoltura ha cancellato questo paesaggio, modellando il territorio che conosciamo.

“Della vite maritata all’acero ne parla Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia. È la forma d’allevamento detta Arbustum italicum, su alberi bassi, con tralci ricadenti dalle branche del tutore vivo, di cui sarebbero stati maestri e diffusori gli Etruschi. I Romani avrebbero poi potenziato questa tecnica di allevamento portando filari di vite e testucchi nelle ville. Nelle terre dell’Orcia, terre appunto di civiltà millenarie, vive il signor Amelio che da più di 80 anni alleva coi testucchi le viti che prima erano di suo padre, e che suo padre già aveva trovato nel podere acquistato alla fine dell’Ottocento. Non solo il Sangiovese del Chianti e del Brunello, ma altre varietà dai nomi antichi. Amelio è quindi l’ultimo custode di un sapere millenario e di una biodiversità viticola oggi rara” – ci spiegano i componenti dall’associazione.

L’associazione aggiunge che oggi la ricerca consente di arrivare a datare piante, colture e manufatti, rendendo possibile una precisa identificazione storica e culturale e questo permette di legare il paesaggio rurale agli altri macro-elementi di un territorio, archeologia e architettura, e quindi elaborare strategie di marketing territoriale innovative ed integrate.

Dopo uno studio quantificato con agronomi e viticoltori, l’associazione ha stimato che il costo dell’intero progetto ammonta a 16.000 euro che serviranno sia per la manutenzione della vigna sia per gli anni futuri. Per raccogliere questa cifra l’associazione ha lanciato una racconta fondi.

“Per raggiungere la somma necessaria, il progetto è stato lanciato sulla piattaforma americana di raccolta fondi Kickstarter, dove tutti, tramite internet, possono sostenere questo progetto con piccoli contributi. C’è tempo fino al 31 ottobre per raggiungere l’obiettivo” – ci dicono dall’associazione.

Se l’associazione riuscirà a raggiungere l’obiettivo prefissato, il Parco Archeologico della Pieve di San Pietro in Pava diventerà custode e narratore di un capitolo dell’incredibile e millenaria storia della viticoltura nella sua terra.


Sitografia:

  • http://www.museisenesi.org/eventi/area-archeologica-di-pava
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Pieve_di_San_Pietro_a_Pava
  • http://www.lamiaterradisiena.it/Pava/pievedipava.htm
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Acer_campestre
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Il Sentiero dell’Acqua: intervista al Gruppo Archeologico Sinalunghese

La vita all’interno dei castelli del medioevo non era sempre ricca di acqua, anzi: le difficoltà dovute all’approvvigionamento idrico e le condizioni igieniche portavano a cercare diverse soluzioni, dalla costruzione…

La vita all’interno dei castelli del medioevo non era sempre ricca di acqua, anzi: le difficoltà dovute all’approvvigionamento idrico e le condizioni igieniche portavano a cercare diverse soluzioni, dalla costruzione di acquedotti alla raccolta di acqua piovana nelle cisterne. Nel centro storico di Sinalunga le vicende legate all’acqua hanno invece portato a caratteristiche inusuali e non facilmente riscontrabili negli altri borghi del territorio: la costruzione di una struttura nel XIII secolo che portava l’acqua dal centro alla periferia, e non il contrario.

Grazie al lavoro del Gruppo Archeologico Sinalunghese abbiamo conosciuto meglio il “Sentiero dell’Acqua”: un cunicolo scavato nel 1265 che collega la Fonte del Castagno al Pozzo di San Martino, il pozzo che dal centro della Chiesa di Santa Croce si sviluppa per quasi 30 metri nel sottosuolo. Similmente ai “bottini” di Siena, il cunicolo percorre circa 250 metri e permette all’acqua di fluire verso la Fonte del Castagno, liberamente accessibile alla popolazione fuori dalla cinta muraria.

Abbiamo approfondito la conoscenza con il Gruppo Archeologico Sinalunghese, l’associazione che nel corso degli anni ha studiato i cunicoli sotterranei di Sinalunga e che ha contribuito a renderli accessibili ai visitatori. Il presidente Gianfranco Censini e il vice Giorgio Baldini ci hanno raccontato le caratteristiche del “Sentiero dell’Acqua” e le prime visite effettuate nell’estate del 2015.

Alla scoperta della Sinalunga sotterranea: potete raccontarci le caratteristiche del Sentiero dell’Acqua?

(Gianfranco) Noi ci occupiamo principalmente del sottosuolo. Negli ultimi anni abbiamo esplorato un reperto archeologico del comune di Sinalunga che risale a sette secoli fa, esattamente al 1265: si tratta di un cunicolo scavato nel sottosuolo del centro storico per portare acqua da un antico pozzo, probabilmente di epoca romana, fino a una fonte che venne realizzata all’esterno delle mura. Questo cunicolo presenta delle caratteristiche molto interessanti dal punto di vista estetico, ma anche naturalistico e storico. Dal punto di vista storico dobbiamo infatti capire come mai questo cunicolo venne scavato per portare acqua al di fuori dalle mura di un castello, quando invece all’epoca si usava fare il contrario, portare l’acqua dentro alle mura. Ci sono varie ipotesi per rispondere a questo interrogativo: il motivo è scritto anche nella lapide che sta all’esterno, il XIII secolo era un periodo di tregua, in un periodo di pace probabilmente pensarono che non avevano più bisogno di essere chiusi dentro la cinta muraria, ma magari avevano la possibilità di dare l’acqua anche all’esterno senza problemi. Inoltre il Sentiero dell’Acqua presenta elementi di interesse naturalistico: l’acqua forma delle stallatiti e stalagmiti che sono note all’interno di grotte carsiche e invece qui siamo all’interno di sabbie e conglomerati, quindi probabilmente il calcio che viene depositato nel cunicolo è stato sciolto durante il percorso che fa dal poggio delle carceri verso la fonte.”

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Qual’è il percorso del Sentiero dell’Acqua?

(Gianfranco) Praticamente è un sentiero sotterraneo che si sviluppa per circa 250 metri su due rami, e porta dalla fonte al pozzo principale. Il pozzo si colloca esattamente nel centro storico di Sinalunga, all’incrocio dei due assi principali di quello che all’epoca era il castello medievale. Si tratta di un pozzo scavato nel tufo, che è profondo circa 30 metri, con circa 4 metri di diametro. Non è visibile né accessibile dall’esterno, ma solo dal sottosuolo. Il cunicolo permette di arrivare a questo pozzo e noi l’abbiamo battezzato “sentiero dell’acqua” perché percorriamo in senso inverso il sentiero che l’acqua fa dal pozzo verso la fonte. Lungo il percorso ci sono aspetti interessanti da vedere, ci sono strutture a volta lungo il cunicolo create per rinforzarlo, poi ci sono delle concrezioni carbonatiche che in alcuni punti sono veramente belle da osservare. Stando in silenzio e al buio, si sente gocciolare l’acqua, un’acqua che nasce goccia dopo goccia lungo tutto questo percorso. Tuttora alla Fonte del Castagno escono circa 70 metri cubi d’acqua al giorno, una risorsa che per l’epoca era sicuramente sufficiente.”

Questi cunicoli ricordano i bottini di Siena?

(Gianfranco) Sì, sono esattamente la stessa opera dal punto di vista della realizzazione. Hanno una funzione inversa, perché nei bottini di Siena l’acqua veniva presa alla sorgente e portata in città. In questo caso il percorso è inverso. Però sicuramente le braccia che le hanno scavate sono le stesse, nel 1260 Sinalunga era uno degli ultimi castelli della Repubblica di Siena.”

Parliamo invece del Gruppo Archeologico Sinalunghese: quali sono le vostre attività?

(Giorgio) Le attività del gruppo principalmente sono le ricerche sul territorio, curando l’aspetto del paesaggio. Abbiamo circa  venticinque soci, è un’associazione interessante. In un paese come Sinalunga ci sono anche testimonianze di ritrovamenti importanti, che magari state portate via. La nostra cittadina offre tanto anche sul tema degli Etruschi, di cui sono appassionato: non è come Chiusi, Montepulciano o Cortona, però Sinalunga forse ha avuto meno ricerche rispetto ad altri posti. Recentemente sono state scoperte alcune tombe, forse già trafugate, ma con dei reperti interessanti. Prossimamente forse riapriremo un antiquarium.”

Quindi la Valdichiana continua a restituire reperti del passato, come questi cunicoli. In che modo li avete resi fruibili al pubblico?

(Gianfranco) Di meraviglie della natura nella nostra zona ce ne sono molte, purtroppo non tutte sono valorizzate nel modo giusto. Un po’ la colpa è la nostra, che non pretendiamo di riavere un po’ di questi tesori che sono conservati in altri musei, e se li abbiamo magari non riusciamo neanche a gestirli perché il problema poi diventa la sicurezza. L’antiquarium, per esempio, era attivo una decina di anni fa, era accessibile e visitabile; poi però per motivi di sicurezza è stato portato in parte al museo di Chiusi, in altra parte non è fruibile al pubblico. Quindi il nostro scopo come Gruppo Archeologico Sinalunghese è quello di raccogliere le testimonianze del passato, dare a tutti la possibilità di conoscerle. Nel caso dei cunicoli sotterranei abbiamo lavorato per farli conoscere; nessuno li vedeva, però sono molto importanti per la vita di ieri, di quella che è stata la comunità dei secoli passati. Alla Fonte del Castagno siamo sempre andati a prendere l’acqua, e magari tuttora la usiamo per annaffiare l’orto o il giardino, però nessuno sapeva da dove veniva l’acqua. E non è l’unico cunicolo, ne abbiamo esplorato recentemente un altro, sempre nei sotterranei di Sinalunga, che porta l’acqua a una fonte privata. Addirittura il proprietario non era mai entrato dentro questo cunicolo perché aveva un po’ paura ad avventurarsi nel sottosuolo, era anche un po’ franato. Noi del Gruppo Archeologico Sinalunghese siamo entrati e abbiamo scoperto uno stupendo cunicolo di circa 60 metri, realizzato con tanti archi di rinforzo, con una cura particolare per rendere disponibile l’acqua.”

Quanti altri cunicoli di questo tipo potrebbero esserci in Valdichiana? Dagli studi storici e dalla morfologia del terreno, si può capire se ne sono presenti altri?

(Gianfranco) Esattamente come quelli di Sinalunga è difficile, qui abbiamo trovato una combinazione favorevole anche per  via della situazione geologica. I cunicoli sono scavati a contatto tra due formazioni diverse, in quella permeabile l’acqua si infiltra, arriva alla base e trova un livello impermeabile; non può andare più giù, quindi esce fuori. In questo caso si parla del centro del paese nel centro storico, una cosa particolare. Che si trovi un’altra situazione in cui il centro storico ha questa sequenza di strati con questa successione e con gli stessi terreni, è una combinazione difficile; un’eventualità accaduta a Sinalunga, in cui l’acqua viene fuori a circa 360 metri sul livello del mare. Di cunicoli di questo tipo a Sinalunga ne possiamo trovare altri, almeno quattro vicino al centro storico e altri fuori, su due ci sono dei cunicoli lunghi, su una forse cunicolo corto, su un’altra di sicuro un cunicolo di due o tre metri, però sono delle condizioni particolari che danno origine a queste strutture.”

Come funzionano le visite al Sentiero dell’Acqua?

(Gianfranco) Innanzitutto va detto che il luogo è pubblico, di proprietà del Comune, quindi non possiamo invitare nessuno; però abbiamo proposto all’ufficio turistico di Sinalunga di raccogliere le richieste, se qualcuno vuole visitare i cunicoli può richiederlo all’ufficio e noi li accompagniamo volentieri, facciamo da guida e spieghiamo la storia. Naturalmente c’è un discorso di responsabilità, si tratta di cunicoli di epoca medievale, vecchi di sette secoli: non ci sono problemi e sono liberamente accessibili, ma potrebbe cadere un sasso da una volta, quindi dotiamo tutti i visitatori di un elmetto con la luce. Quella del Gruppo Archeologico Sinalunghese non è un’opera di divulgazione vera e propria, ma un’attività di promozione sociale, senza fini di lucro. Svolgiamo la nostra attività per promuovere il territorio e crediamo che possa essere un tassello importante per Sinalunga e per la Valdichiana in generale.”

Contatti Utili: Gruppo Archeologico Sinalunghese, via Mazzini 27, 53048, Sinalunga

Pagina Facebook – Mail: gruppoarcheologicosinalunghese@gmail.com

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Il Cassero di Castiglion Fiorentino

Il territorio della Valdichiana può essere considerato come l’eredità di uno dei cuori pulsanti dell’Etruria: sia nel versante aretino che in quello senese, infatti, sono molti i centri urbani che…

Il territorio della Valdichiana può essere considerato come l’eredità di uno dei cuori pulsanti dell’Etruria: sia nel versante aretino che in quello senese, infatti, sono molti i centri urbani che presentano tracce della civiltà etrusca, tra tombe e reperti archeologici. Attorno al fiume Clanis, che un tempo caratterizzava la valle e rappresentava un’importante via di comunicazione, sorgevano numerosi insediamenti che hanno portato tracce del passato fino alla nostra epoca.

Castiglion Fiorentino è uno dei comuni della Valdichiana aretina e uno dei luoghi in cui la civiltà etrusca ha lasciato il segno. Nonostante la cittadina sia prosperata soprattutto durante il Medioevo, nel territorio comunale sono state ritrovate tracce del periodo più antico degli Etruschi, ovvero della cultura Villanoviana. Nelle frazioni e nei paesi sparsi lungo le fertili pianure del Canale Maestro della Chiana sono stati ritrovati numerosi reperti di bronzo e terracotta, custoditi nel Museo Archeologico di Castiglion Fiorentino.

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Il panorama dalla Chiesa di S.Angelo

L’area del Cassero è una tappa obbligata durante la visita a Castiglion Fiorentino, non soltanto per gli appassionati di storia e cultura: all’interno delle fortificazioni sono infatti racchiuse le tracce delle epoche passate e dei vari passaggi che hanno portato quest’antico insediamento etrusco a raggiungere la forma moderna, con interessanti modifiche e adattamenti.

La Torre del Cassero è il principale punto di riferimento dell’area: sovrasta l’ampio giardino e svetta sulla cittadina e sulle pianure circostanti. La torre è di epoca medievale, costruita durante la dominazione perugina del XIV secolo, ma insiste su una precedente struttura etrusca del IV secolo a.C., così come il resto delle mura che delimitano l’area. La Torre del Cassero è visitabile attraverso una serie di suggestive scalinate che conducono fino al campanile a 35 metri d’altezza, permettendo di godere di un panorama invidiabile sulla Valdichiana e sulla Val di Chio. Grazie alla presenza delle cinta muraria e della Porta Etrusca, è facile ipotizzare che nell’area si trovasse una vasta acropoli, come dimostrato dai ritrovamenti successivi.

Il prato al centro del piazzale nasconde un elemento fondamentale, portato alla luce dagli scavi archeologici degli anni ’90. Si tratta infatti di un antico tempio etrusco e di un insediamento che parte dal VIII secolo a.C fino ad arrivare al II secolo a.C., completamente interrato, ma visitabile in alcuni punti attraverso l’ingresso dal Palazzo Pretorio. Sono molti gli elementi di interesse presenti negli scavi: dalle antiche forme di conservazione degli alimenti con i frigoriferi di terracotta ai canali di scolo tra i marciapiedi. Le fondamenta delle mura recuperate dagli scavi archeologici meritano sicuramente una visita: dalle tracce dei pali lasciate dalla cultura Villanoviana alle mura etrusche, fino alle mura medievali costruite sopra a quelle precedenti, il passaggio delle epoche è evidente nelle differenti tecniche di costruzione utilizzate.

Il Palazzo Pretorio è la costruzione più ampia all’interno dell’area del Cassero: al suo interno si trova il Museo Archeologico, visitabile liberamente e gratuitamente anche nei periodi festivi, grazie all’impegno dei volontari locali. Al piano terra sono custoditi i resti dell’antico acquedotto etrusco-romano e i reperti dell’epoca medievale. Ai piani superiori sono invece ordinatamente esposti i reperti più importanti, provenienti dalle aree di scavo delle campagne o dall’acropoli del Cassero: oggetti di bronzo e di terracotta, resti di reti da pesca e di manufatti, assieme alle ricostruzioni del telaio etrusco e di una sezione del tempio, con le facce delle gorgoni e dei leoni sui lati.

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Gli scavi dell’antica acropoli etrusca

Per finire, la Chiesa di S.Angelo al Cassero si trova di fronte al Palazzo Pretorio ed è stata edificata nel XII secolo. Nella cripta sotterranea sono state trovate le fondamenta appartenenti all’antica cinta muraria etrusca, sopra le quali il luogo di culto è stato costruito in epoca medievale. La chiesa ha subito numerose modifiche nel corso del tempo: è stata utilizzata come convento dalle monache di San Girolamo nel XVI secolo e come ospedale nel XVIII secolo. Attualmente ospita la Pinacoteca Comunale, e, come il Museo Archeologico, è visitabile liberamente e gratuitamente.

Il fortilizio che racchiude tutti questi elementi, eretto durante la dominazione dei Tarlati del XIV secolo, domina Castiglion Fiorentino: vi si accede dal vicolo che conserva elementi del ponte levatoio a saracinesca, attraverso dei suggestivi percorsi nel centro cittadino. Grazie alla sua posizione elevata, con la possibilità di spaziare lo sguardo per tutta la Valdichiana, il Cassero è un luogo di interesse turistico che merita una visita, non soltanto per gli appassionati di storia.

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La ricostruzione di una sezione dell’antico tempio etrusco

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La Tavola di Cortona e la lingua degli Etruschi

La civiltà etrusca è stata alla base del nostro territorio: le vestigia del passato raccontano la loro cultura, le loro abitudini e i loro costumi. L’antica Etruria occupava quasi interamente…

La civiltà etrusca è stata alla base del nostro territorio: le vestigia del passato raccontano la loro cultura, le loro abitudini e i loro costumi. L’antica Etruria occupava quasi interamente la Toscana, si spingeva fino alla pianura padana al nord e fino alla Campania al sud. Il territorio oggi rappresentato dalla Valdichiana, ai tempi degli Etruschi, poteva essere definito come uno dei cuori pulsanti della civiltà: importanti città come Chiusi, Cortona o Chianciano conservano tuttora i tesori lasciati dal popolo etrusco, dai reperti archeologici fino alle tombe funerarie.

Tra i reperti di maggiore importanza c’è sicuramente la Tavola di Cortona, chiamata anche “Tabula Cortunensis” custodita al MAEC e liberamente osservabile dai visitatori del museo. Si tratta di una lamina in bronzo con iscrizione etrusche, risalente al III o II secolo a.C, spezzata in otto parti; sette parti sono custodite al Museo di Cortona, l’ottavo tassello è tuttora mancante. Il ritrovamento della “Tabula”, infatti, è ancora avvolto da vicende poco chiare: “Sette furono consegnate nell’ottobre 1992 a Francesco Nicosia, allora sovrintendente ai Beni archeologici della Toscana, che individuò subito l’importanza eccezionale del reperto”, ma che le ha presentate pubblicamente solo nel 1999, nel tentativo di recuperare l’ottavo tassello o altre parti mancanti. I reperti furono ritrovati in località Piagge di Camucia, ma anche sul luogo di ritrovamento non c’è molta chiarezza, dal momento che il punto esatto non è mai stato identificato.

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Sull’importanza della Tavola di Cortona, invece, non ci sono dubbi. Si tratta del terzo testo etrusco più lungo in nostro possesso, con 32 righe di scrittura su un lato e 8 righe sull’altro, iscritte con l’alfabeto arcaico della zona cortonese. Le interpretazioni correnti lo identificano come un atto di vendita, presumibilmente una transazione di vigne o di terreni agricoli nella zona del Trasimeno, da un proprietario a più compratori; questa ipotesi è avvalorata dalla presenza dello “zilath mechl rasnal”, ovvero del pretore di Cortona, che rappresentava la più alta carica cittadina nelle funzioni giuridiche. La presenza del manubrio e della capocchia testimoniano la provenienza da uno schedario notarile, con la lastra che veniva esposta in un luogo pubblico.

Un elemento interessante presente nella Tavola di Cortona è la presenza di tre elenchi di nomi: i venditori, i compratori e i garanti del contratto. Assieme al pretore di Cortona, i figli e i nipoti delle due parti erano considerati garanti dell’atto, a dimostrazione che gli impegni intrapresi dalle persone ricadevano anche sulla famiglia e sui discendenti. Inoltre, la presenza di una serie di numeri a indicare gli oggetti o i terreni messi in vendita aiutano la comprensione dei numerali utilizzati dagli Etruschi.

Il valore archeologico della Tavola di Cortona è testimoniato anche dall’utilità per il mondo accademico per l’interpretazione della lingua etrusca. Contrariamente a quanto si possa pensare, infatti, la lingua etrusca non è affatto misteriosa o indecifrabile. Il presunto mistero, diffuso nella cultura popolare, è stato alimentato dalla probabile origine non indoeuropea della lingua etrusca, e per il dibattito che vede gli Etruschi come una popolazione arrivata in Italia dall’Asia Minore.

Anche se molti elementi della civiltà etrusca rimangono oscuri, la decifrazione della loro scrittura non è tra questi. Siamo infatti in possesso di un elevato numero di reperti archeologici (oltre 10mila) che ci permettono di identificare l’alfabeto etrusco come un derivato di quello greco, presumibilmente proveniente dall’isola di Negroponte; si tratta di un alfabeto in cui a ogni lettera corrisponde un fonema, simile a quello che utilizziamo oggi, e che ha fortemente influenzato quello latino. Siamo in possesso di testimonianze dirette (documenti in lingua etrusca) e testimonianze indirette (citazioni di opere etrusche in testi di altre lingue) che raccontano l’evoluzione dell’alfabeto etrusco con il passare dei secoli, e che mostra le sue sostanziali differenze con le lingue e i dialetti parlati dalle altre popolazioni italiche.

Il problema principale per la lingua etrusca non è quindi relativo alla decifrazione, bensì all’interpretazione: comprendere i testi è difficile, perché la lingua non sembra imparentata con le altre di origine indoeuropea. I reperti che sono giunti fino a noi sono numerosi, ma non particolarmente utili per lo scopo: le iscrizioni sono infatti brevi e di carattere funerario, con indicazioni di nomi, divinità e luoghi. La decifrazione di tali reperti è semplice, considerando l’alfabeto etrusco: per quanto riguarda i testi più complessi come la Tavola di Cortona, la Mummia di Zagabria o la Tegola di Capura, l’interpretazione linguistica diventa più difficile.

La Tavola di Cortona è uno dei reperti più importanti che siano giunti fino a noi, ma le ricerche sulla lingua degli Etruschi non sono ancora concluse: anche se le iscrizioni dell’antica civiltà che abitava il nostro territorio possono essere decifrate, non siamo ancora in possesso di strumenti adatti a un’interpretazione corretta. Gli Etruschi nascondono ancora molti tesori: la speranza è che ulteriori ritrovamenti archeologici e studi accademici possano aiutarci a mettere in luce ulteriori aspetti della loro civiltà e i forti legami con le culture dei secoli successivi.

L'evoluzione dell'alfabeto etrusco

L’evoluzione dell’alfabeto etrusco

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Ma i toscani discendono davvero dagli etruschi?

L’identità di una persona o di un popolo è qualcosa che si crea attraverso processi tortuosi, influenzati dalla storia, dalla geografia e dalle credenze popolari. Un esempio sono i paesi balcanici, che duecento…

L’identità di una persona o di un popolo è qualcosa che si crea attraverso processi tortuosi, influenzati dalla storia, dalla geografia e dalle credenze popolari. Un esempio sono i paesi balcanici, che duecento anni fa parlavano la stessa lingua che oggi, per via dei nazionalismi e della divisione degli stati, si è trasformata in tante lingue diverse tra loro. Da una sola identità se ne sono create molte diverse nel giro di pochi anni, in seguito a guerre e divisioni geopolitiche.

Un’altra discriminante della creazione delle identità è la genealogia: quanto spesso sentiamo persone che si vantano di discendere dal tal popolo o dalla tale famiglia? Eppure, nonostante molti siano convinti del contrario, il nostro passato biologico in realtà è in gran parte impossibile da conoscere tranne per quelle famiglie che tenevano registri genealogici.

Ma la ricerca moderna ci ha portati alla scoperta del DNA, da cui si sono aperte le porte verso il passato. Grazie proprio all’analisi del codice genetico e al lavoro dei biologi, oggi possiamo risalire a chi erano i nostri antenati. Ma come?

Il genoma umano viene metà dalla mamma e metà dal papà. Grazie al DNA mitocondriale, ovvero quello che ereditiamo dalla mamma, che si trasmette di generazione in generazione praticamente immutato, possiamo seguire il messaggio genetico che arriva dalle nostre trisavole. Il DNA mitocondriale è quello che si conserva meglio nel tempo, e quindi quello che arriva a noi carico di informazioni ancora intatte.

Questo processo oggi si può applicare agli scheletri di individui vissuti secoli e secoli fa: è lo studio del DNA antico. Estraendo il DNA dai capelli o dalle ossa degli scheletri possiamo sapere qualcosa di loro. Nel nostro genoma, infatti, sono contenuti dei ‘mattoncini’, delle molecole che contengono informazioni riguardo a come siamo fatti: il nostro gruppo sanguigno, il colore dei nostri capelli, la nostra predisposizione ad ammalarci e via dicendo. Il DNA descrive anche quello che possiamo diventare in relazione all’ambiente, come ad esempio se siamo predisposti a ingrassare.

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Questa conoscenza ci ha permesso di cercare le risposte a domande frequenti, come ad esempio quella che molti abitanti di quella che era un tempo l’Etruria si pongono spesso: ma i toscani discendono davvero dagli etruschi?

Partiamo da una premessa.
L’etrusco è una lingua non indoeuropea. Era scritto con un alfabeto di derivazione greca, ma non esistono testi scritti in etrusco sopravvissuti fino ai giorni nostri. Abbiamo lapidi funerarie, tegole, una tavola commerciale conservata al museo dell’Accademia Etrusca di Cortona e poco altro. Il mistero è: come mai una popolazione così evoluta non ha lasciato testi letterari? Questo dilemma è ancora oggi senza una risposta.

La derivazione della lingua fa pensare che gli Etruschi avessero qualcosa di particolare, di speciale. Prima degli Etruschi c’era la civiltà villanoviana, quella che ha posto le fondamenta di città come Volterra, Orvieto e Chiusi, e di cui sono stati ritrovati diversi reperti anche a Brolio, località di Castiglion Fiorentino.

Questo popolo aveva l’usanza di bruciare i morti, quindi per noi è impossibile reperire il loro DNA perchè è letteralmente cotto, e quindi inservibile.

Dopo la civiltà villanoviana è venuta l’epoca degli etruschi, il cui popolo era organizzato in città-stato indipendenti. Nonostante l’assenza di un’unità politica, gli Etruschi sono riusciti a espandere i loro territori in gran parte del’Italia centrale. Infatti, nel VI secolo controllavano buona parte dell’Italia, Roma compresa.

Intorno al 19 a.c., una serie di sconfitte ha costretto la civiltà etrusca a piegarsi alla potenza dell’Impero Romano, ed è da allora che si è persa qualsiasi traccia dei testi etruschi. Di punto in bianco la lingua etrusca sparisce, non è più documentata.

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Per questo motivo, ad oggi tantissimi aspetti della civiltà etrusca ci sono oscuri, e la sua origine è oggetto di grandi discussioni fin dall’antichità.

Secondo Erodoto, gli Etruschi erano arrivati dalla Libia e dall’Anatolia in fuga da una carestia, ma non è credibile che un’intera popolazione possa migrare in massa da un punto all’altro. Certo è che al tempo c’erano fitti rapporti commerciali con la Libia, e il DNA poteva spostarsi attraverso i marinai che si trasferivano in altre terre e mettevano su famiglia. Dionigi d’Alicarnasso sosteneva invece che gli Etruschi fossero dei veri italici, originari della penisola.

Ad oggi si presume che fossero una popolazione locale ma non è chiaro se fossero un popolo dalle origini comuni o gente di origini diverse accomunata dalla stessa lingua, come ad esempio gli inglesi di oggi.

Da dove venivano gli Etruschi e dove sono finiti? In che rapporti genealogici sono con gli attuali abitanti di quella che era l’Etruria?
Gli archeologi ci dicono che, effettivamente, nell’arte etrusca è compresa una componente orientaleggiante e che quindi potrebbe essere credibile un’origine orientale di qualche tipo.

Compito dell’archeologia è quello di parlarci di come si trasformano nel tempo le culture materiali, ma non può raccontarci chi è figlio di chi. Qui entra in gioco la biologia. Le due discipline vanno quindi integrate per indagare in profondità nella misteriosa storia degli Etruschi.

La possibilità di studiare il DNA antico è una scoperta recente. Infatti, fino agli anni ’90 non era pensabile riuscire a risalire l’albero genealogico di persone morte secoli fa.

È proprio grazie a questa tecnica di ricerca che Alberto Piazza, professore dell’Università di Torino, ha scoperto nel 2007 che in Toscana c’è effettivamente una concentrazione di caratteristiche genetiche peculiari rispetto al resto d’Italia.

Un risultato incredibile, ma ancora non soddisfacente.
Uno studio successivo di Antonio Torroni dell’Università di Pavia, condotto raccogliendo il DNA di diversi popoli europei, ha dimostrato una corrispondenza genetica molto forte tra la Turchia e la Toscana. È evidente, quindi, che c’è un filo rosso che lega i due luoghi e che passa inevitabilmente per il popolo etrusco.Si è quindi scoperto che i Toscani sono la popolazione più simile agli Etruschi di tutta l’Europa. La seconda più simile è la popolazione dell’Anatolia.Schermata 2015-06-02 alle 18.39.05

L’indagine doveva andare avanti: i ricercatori sono riusciti a ottenere alcuni reperti etruschi (costole e altri pezzi di ossa, che finiscono inevitabilmente distrutti per studiarne il DNA) provenienti dalla zona compresa tra Adria e Capua, dai quali è stato possibile ottenere ben 27 campioni di DNA etrusco originale.

L’idea di base era: se i Toscani discendono dagli etruschi, confrontando il DNA di toscani moderni e quello antico etrusco, tra i toscani dovremmo trovare tantissime sequenze di DNA identiche a quelle etrusche.

Invece no.
Su 27 sequenze etrusche, in Toscana (campioni presi da Murlo, Casentino e Volterra) ne sono state trovate solo due. Sette sono state trovate in Germania, cinque in Cornovaglia e altre cinque in Anatolia. Bisogna tenere comunque in considerazione che le sequenze antiche non sono perfette, a causa della loro età: il confronto diretto non è ideale perchè il minimo errore può far sembrare diversi due DNA identici.

È necessario quindi un approccio diverso: prendiamo i dati ottenuti sopra come dati di fatto, ma facciamo anche un confronto tra l’insieme delle sequenze antiche e l’insieme di quelle moderne.

I risultati di questo nuovo approccio sono stati questi:
Murlo nel 99,7% dei casi non c’è alcuna continuità genetica con il DNA etrusco.
I campioni di Volterra hanno dato risultati negativi addirittura nel 100% dei casi.
Insomma, è difficile che gli abitanti di queste città discendano anche lontanamente dagli Etruschi.

Nel Casentino invece le cose cambiano radicalmente: l’80% degli esperimenti ha dato risultati positivi di continuità.

I ricercatori che hanno lavorato a questo studio sono andati in Anatolia dell’Ovest a raccogliere personalmente i campioni per fare un raffronto, e hanno scoperto che nell’83% dei casi c’è continuità genealogica con gli etruschi, un risultato molto simile a quello ottenuto nel Casentino.

Il genoma, in Toscana come in tutti i posti del mondo, è molto variegato, ma nel Casentino c’è una percentuale rilevante di similitudine genetica con gli antichi etruschi e i moderni anatolici della Turchia.

In ogni caso, è bene concludere dicendo che le nostre origini biologiche sono molteplici perchè abbiamo tantissimi antenati (andando indietro fino all’anno mille ne avremmo milioni ciascuno!). L’unica cosa che sappiamo per certo è che 60.000 anni fa i nostri antenati erano tutti in Africa, nella Rift Valley: la culla dell’umanità.

La Rift Valley etiope vista dallo spazio Photo: NASA


Questo articolo è un riassunto della bellissima conferenza di Guido Barbujani, professore di genetica all’Università di Ferrara, a cui ho partecipato durante l’edizione del 2010 de i Dialoghi sull’Uomo di Pistoia.  Per chi avesse un’ora da dedicargli, ecco il video dell’evento integrale:

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Giornata nazionale dell’archeologia e del restauro

In occasione della Giornata nazionale dell’archeologia e del restauro il Museo Nazionale Etrusco di Chiusi aprirà le sue porte gratuitamente a tutti i suoi visitatori. Domenica 7 dicembre, il museo…

In occasione della Giornata nazionale dell’archeologia e del restauro il Museo Nazionale Etrusco di Chiusi aprirà le sue porte gratuitamente a tutti i suoi visitatori.

Domenica 7 dicembre, il museo offrirà, dalle ore 9,00 alle ore 16,00, la visita a tutte le tombe, dipinte e non, appartenenti alle necropoli etrusche di Chiusi: Tomba della Pellegrina, Tomba della Scimmia, Tomba del Leone e Tomba del Colle.

Per l’occasione sarà riaperta anche l’area della Domus, dove sono visibili le strutture appartenenti ad un grande edificio di natura pubblica di epoca romana (fine I secolo a.C.- I secolo d.C.)

Alle ore 16,00, 17,00 e 18,00 il personale illustrerà ai visitatori interessati percorsi: L’Enigma della Sfinge; La figura femminile nel mondo etrusco e L’aldilà per gli Etruschi.

Tra le ore 16,00 e le 20,00 saranno effettuate, infine, visite guidate al laboratorio di restauro, dove verranno mostrati i segreti del restauro delle opere antiche.

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Cetona: sabato 15 novembre l’apertura del nuovo Museo Civico per la Preistoria del Monte Cetona

Comunicato stampa di Ufficio Stampa Preistoria Cetona del 7 novembre 2014 Spazi moderni e interattivi accoglieranno da sabato 15 novembre i visitatori del Museo Civico per la Preistoria del Monte Cetona,…

Comunicato stampa di Ufficio Stampa Preistoria Cetona del 7 novembre 2014

Spazi moderni e interattivi accoglieranno da sabato 15 novembre i visitatori del Museo Civico per la Preistoria del Monte Cetona, che sarà riaperto al pubblico dopo un progetto di ammodernamento e nuovo allestimento delle sale.

Il volto rinnovato del Museo Civico sarà svelato alle ore 16 nella struttura al piano terra del Palazzo comunale di Cetona, nel centro storico del borgo chianino. Gli interventi – promossi nei mesi scorsi dall’amministrazione comunale grazie a un finanziamento ricevuto nell’ambito del Programma di Sviluppo Rurale PSR 2007-2013 della Regione Toscana – hanno portato ad arricchire il Museo con nuove vetrine espositive, postazioni multimediali e pannelli didascalici.

Il Museo Civico per la Preistoria del Monte Cetona è stato inaugurato nel 1990 ed è sempre stato un punto di riferimento nella vita culturale cetonese e nella conoscenza della storia di questi luoghi fin dai tempi più remoti. L’ammodernamento e il nuovo allestimento delle sale permetteranno di valorizzare ulteriormente il patrimonio storico e archeologico esistente, coinvolgendo in maniera dinamica i visitatori nel viaggio alla scoperta della preistoria del Monte Cetona. Il nuovo volto del Museo Civico, inoltre, segna una tappa importante nella promozione storica e culturale dell’area, che conta anche sul Parco archeologico-naturalistico e sull’Archeodromo di Belverde, con l’opportunità di vivere un’esperienza di archeologia sperimentale.

Il Museo Civico per la Preistoria del Monte Cetona, che fa parte della Fondazione Musei Senesi, raccoglierà in nove sale espositive una vasta collezione di reperti recuperati quasi completamente nell’area di Belverde, sulle pendici del Monte Cetona, dove si trova anche l’omonimo. Qui, nel 1927, avviò le sue prime ricerche l’archeologo perugino Umberto Calzoni, Parco archeologico-naturalistico che scoprì quasi casualmente le testimonianze dell’intensa frequentazione preistorica e l’imponente formazione di travertino, la cosiddetta “scogliera”, composta da blocchi accatastati gli uni sugli altri. Questi, con il passare del tempo, hanno creato cunicoli e gallerie collegati fra loro da una sorta di labirinto naturale, usati in epoca preistorica come rifugi, luoghi di culto e di sepoltura e oggi visitabili in piccoli gruppi e con una guida. Le indagini archeologiche nell’area hanno restituito reperti di vario genere, tra cui resti di orso speleo, utensili in selce utilizzati dall’Uomo di Neanderthal, raffinato vasellame, oggetti in metallo, osso e pietra risalenti al secondo millennio a.C. e altri oggetti testimonianza di vita quotidiana.

Dal 2007 il Parco archeologico-naturalistico di Belverde ospita anche l’Archeodromo, dove sono stati riprodotti un villaggio dell’età del Bronzo (secondo millennio a.C.), con due capanne a grandezza naturale arredate con oggetti dell’epoca, e un insediamento in grotta del Paleolitico medio (oltre 50 mila anni fa), collegati da un sentiero immerso nel verde. A completare l’offerta culturale e didattica sono le attività che è possibile compiere nel Parco e nell’Archeodromo, rivolte soprattutto ai bambini, che possono trasformarsi in “archeologi per un giorno” imparando a scavare alla ricerca di reperti, ad accendere il fuoco, a macinare il grano o a costruire capanne come faceva l’Uomo nella Preistoria.

Il Museo Civico sui canali social, per seguire da vicino la riapertura. Per seguire da vicino la riapertura del Museo Civico per la Preistoria del Monte Cetona e scoprire il patrimonio storico e archeologico di Cetona, è possibile seguire la pagina Facebook Museo Civico Cetona, il profilo Twitter MuseoPreistCetona e il profilo Instagram, MuseoPreistoriaCetona, seguendo l’hashtag #PreistoriaCetona.

Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla nostra redazione

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A Chiusi, una mostra fotografica sull’Arte del Vino

Sabato 20 Settembre alle ore 17:00, presso il Museo Civico “La Città Sotterranea” di Chiusi, si terrà la grande inaugurazione della Mostra Fotografica L’ Antica Arte del Vino. Durante la mostra,…

Sabato 20 Settembre alle ore 17:00, presso il Museo Civico “La Città Sotterranea” di Chiusi, si terrà la grande inaugurazione della Mostra Fotografica L’ Antica Arte del Vino.

Durante la mostra, verranno esposti gli scatti fotografici più significativi realizzati dall’ Associazione “I Flashati “ di Chiusi (www.flashati.it), che saranno disposti all’ interno di un percorso che coinvolgerà anche produttori pitivinicoli locali, i quali saranno presenti con dei piccoli punti espositivi attraverso i quali potranno raccontare ai visitatori la loro storia e il loro vino.

In questa mostra, quindi, antichità e modernità si prendono per la mano per celebrare un’arte nata nei nostri territori, tramandataci dalla tradizione etrusca.

La mostra rimarrà aperta fino al 28 Settembre, durante tutto il periodo in cui si terrà la Festa dell’ Uva e del Vino di Chiusi, la quale avrà inizio a sua volta lo stesso 20 Settembre, aprendosi con l’Anteprima alla XXXI Edizione (www.festadelluvaedelvino.com).

La giornata sarà inoltre arricchita dall’ Inaugurazione del Nuovo Impianto di Illuminazione della Città Sotterranea di via Baldetti, e si concluderà con un aperitivo gestito dall’ Associazione dei Terzieri di Chiusi.

Info: 334 6266856 – info@clanis.it

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Inaugurazione dell’area archeologica di Pava

Nel cuore più suggestivo delle Crete senesi riemerge un ricco passato: l’area archeologica di Pava, nel comune di San Giovanni d’Asso, racconta di un territorio crocevia di scambi e culture,…

Nel cuore più suggestivo delle Crete senesi riemerge un ricco passato: l’area archeologica di Pava, nel comune di San Giovanni d’Asso, racconta di un territorio crocevia di scambi e culture, dall’epoca longobarda fino al XIII secolo

Dopo dieci anni di scavi e di ricerche coordinate da un team dell’Università di Siena, l’area archeologica di Pava, nel cuore più suggestivo delle Crete senesi, è pronta per offrirsi al pubblico dei visitatori, per regalare un’esperienza che mira a ricostruire elementi storici, culturali e del paesaggio. L’inaugurazione del sito si terrà sabato 26 luglio alle ore 18, alla presenza dei rappresentanti dei gruppi di ricerca e delle istituzioni che hanno lavorato per la realizzazione di quello che si presenta come un museo all’aperto.

Sono stati riportati alla luce e resi ben individuabili i resti delle fondamenta di una particolare chiesa paleocristiana del VII secolo, dunque di epoca longobarda, un’area cimiteriale con oltre 900 sepolture, tra cui quella di una giovane con un interessante e ricco corredo funerario. Alla parte propriamente archeologica si affianca nel parco archeologico di Pava l’obiettivo della valorizzazione del paesaggio, in una sorta di viaggio nel tempo che riassume le grandi trasformazioni che hanno caratterizzato la valle. E’ stato creato per questo un percorso che, attraversando panorami attuali, conduce attraverso un tipico bosco medievale, appositamente ricreato, e coltivazioni ancora in uso fino al secolo scorso, come le viti maritate ai “testucchi”, cioè gli aceri campestri utilizzati come sostegno per i tralci dell’uva.

parco pavaIl Parco Archeologico di Pava, sotto la direzione scientifica del professor Stefano Campana (Università di Siena) è stato realizzato grazie al finanziamento del Programma di Sviluppo rurale della Regione Toscana (PSR 2007-2013) Asse 4 Metodo Leader Bando n. 7 Misura 323b. Il coordinamento e la direzione del cantiere archeologico sono della dottoressa Cristina Felici. Il finanziamento è stato chiesto ed è gestito dalla Fondazione Paesaggi Archeologici della Val d’Asso (PAVA). All’interno del CDA della Fondazione PAVA ci sono rappresentanti del Comune di San Giovanni d’Asso, dell’Università di Siena e della comunità locale. E’ stata possibile la progettazione del Parco di Pava grazie alla generosa donazione di due ettari e mezzo di terreno che circonda l’area archeologica di Pava da parte della signora Lea Ricci, nel 2008.

All’inaugurazione interverranno Fabio Braconi, Sindaco del Comune di San Giovanni d’Asso, Stefano Campana, Carol van Wonterghem, Presidente della Fondazione PAVA onlus, l’architetto Edoardo Milesi, progettazione Parco di Pava e centro didattico, Studio Milesi Archos, il professor Gaetano di Pasquale, responsabile dello studio paleoambientale del Progetto Pava, Università Federico II di Napoli, la dottoressa Silvia Goggioli, Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana.
Tutte le informazioni sul parco archeologico di Pava sono sul sito http://www.fondazionepava.org/ .

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Seduzione Etrusca: una giornata a Cortona

Archeologia Viva, una delle maggiori riviste italiane di Archeologia, ha organizzato una intera giornata di studio e visita a Cortona per sabato 19 luglio. La giornata, organizzata in accordo con…

Archeologia Viva, una delle maggiori riviste italiane di Archeologia, ha organizzato una intera giornata di studio e visita a Cortona per sabato 19 luglio.

La giornata, organizzata in accordo con il MAEC, prende spunto dalla mostra “Seduzione Etrusca. Dai segreti di Holkham Hall alle meraviglie del British Museum” in svolgimento fino al 30 settembre nel museo MAEC  e che sta superato i 30mila visitatori.

Saranno tantissimi gli appassionati di archeologia che si ritroveranno a Cortona fin dalla mattina presso il Teatro Signorelli.

Dopo i saluti di benvenuto ed una conferenza “Seduzione etrusca” di Paolo Bruschetti e Paolo Giulierini, curatori della mostra e conservatori del museo, è prevista una visita guidata alla mostra “Seduzione etrusca. Dai segreti di Holkham Hall alle meraviglie del British Museum”.

Nel pomeriggio ancora una occasione originale di visita guidata ai reperti del mondo dell’alimentazione all’interno del MAEC in abbinamento ad un Cooking show con dimostrazione pratica di cucina etrusca nel cortile di Palazzo Casali.

 

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