La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: accademia arrischianti

Vedi alla Voce – Nina’s Drag Queen

C’è una cornetta che diventa un microfono. Un uomo che diventa bambola. Un corpo vivo che diventa macchina teatrale meta-testuale capace di proiettare sé stessa tra il dentro e il…

C’è una cornetta che diventa un microfono. Un uomo che diventa bambola. Un corpo vivo che diventa macchina teatrale meta-testuale capace di proiettare sé stessa tra il dentro e il fuori del testo. È la porzione di un intero drammaturgico allestito dalla compagnia Nina’s Drag Queen, in scena al Teatro degli Arrischianti di Sarteano il 4 febbraio 2018. Vedi Alla Voce Alma, è il titolo ed è interpretato da Lorenzo Piccolo, con la regia di Alessio Calciolari.

Il plesso narrativo dello spettacolo si basa su due vettori: il primo è un tradizionale testo di teatro borghese che funge da impalcatura drammaturgica, il secondo è una storia vera, allo stesso modo struggente.

Il testo teatrale di riferimento è La voce umana di Jean Cocteau. Il monologo per donna, opera del drammaturgo francese, scritto nel 1930, che fa ruotare tutto il crescendo di disperazione della protagonista femminile attorno all’inefficienza del servizio telefonico parigino: la donna, abbandonata, cerca di parlare con l’ex amante al telefono, tra pianti e disperazione sentimentale. Il testo è famoso in Italia per la sua interpretazione di Anna Magnani, diretta da Roberto Rossellini nella pellicola L’Amore, del 1948.

La storia vera è invece quella di Alma Schindler, meglio nota come Alma Mahler o – come l’hanno ribattezzata i manualisti – la “Vedova delle Quattro Arti; moglie e vedova di Gustav Mahler; divenne musa e amante di grandi artisti legati alla Secessione Viennese dalla Kunstgewerbeschule, come Klimt e Kokoschka. Si sposò poi con l’architetto Walter Gropius dal quale divorziò a causa di una relazione che aveva instaurato con lo scrittore Franz Werfel. Questi diventò poi il suo terzo marito, il quale morì di infarto nel 1945, lasciandola vedova per la seconda volta. Ma è la vicenda che la lega a Oscar Kokoschka che ha attratto le Nina’s Drag Queen – e non solo – per imbastire un percorso di forte impatto immaginifico sulle meccaniche dell’abbandono. Il grande pittore e la donna – così raccontano le biografie – si frequentarono per due anni, nella Vienna ruggente degli anni ’10. Lui dipinse un quadro intitolato La sposa del vento, in cui raccolse espressivamente tutto il fulgore che quella relazione scatenava nel suo animo. Venne poi chiamato al fronte, durante la Grande Guerra, e lei, invece di aspettarlo, decise di troncare la relazione. Oscar, cieco di amore e gelosia, scatenato da una collera morbosa e furibonda, decise di contattare la modista Hermine Moos per costruire insieme a lei una bambola a immagine e somiglianza di Alma. L’amante posticcia venne realizzata secondo le proporzioni effettive della ex-compagna, con una minuziosa precisione nella riproduzione di tutte (proprio tutte) le parti del corpo, nascondendo le cuciture. Lui comprò per la bambola vestiti costosi e biancheria intima, ordinava alla servitù di servirla, la portava con sé nelle occasioni pubbliche e la dipinse in numerosi quadri.

Secondo una dinamica interpretativa che potremmo definire a matrioska, una dentro l’altra queste vicende – e i personaggi ad esse legati – voltolano nella voce e nei gesti del bravissimo Lorenzo Piccolo, che alterna i commenti alla vicenda con immedesimazioni dei personaggi, fino alla trasposizione melologica  della narrazione servendosi del playback e del lip-sync di canzoni e frammenti filmici. Dentro c’è Mia Martini, Patty Pravo, Ornella Vanoni che si mescolano al teatro borghese degli anni venti.

 

Abbiamo incontrato i due “responsabili” di Vedi Alla Voce Alma e abbiamo fatto loro delle domande.

V: Come funziona la catena di interpretazioni di questo spettacolo? Come è gestita la molteplicità di voci e di corpi nel unicità del monologo?

Lorenzo Piccolo: Noi siamo partiti dal testo di Cocteau che è un monologo per donna – tra l’altro il primo monologo femminile della storia del teatro – e segna proprio per questo un punto chiave della drammaturgia moderna. Ci interessava, nel momento in cui utilizziamo la Drag Queen come maschera teatrale, questo aspetto. È un testo interessante, ma anche molto strano: molte cose non si capiscono. Poi è molto datato perché è dentro una struttura di teatro borghese del 1930. Quindi innanzi tutto Vedi Alla Voce Alma nasce da un rapporto di amore-odio verso questo testo. Da un lato ha degli evidenti aloni di muffa, dall’altro è legato alle grandi attrici: lo ha fatto la Magnani, la Bergman, recentemente la Asti, la Proclemer, c’è pure un’opera lirica di Francis Poulenc. Ha quindi qualcosa di mitologico e affascinante. Cocteau cerca di analizzare la psicologia dell’abbandono e dello struggimento con metodi un po’ vecchiotti. Il nostro tentativo è stato lavorare per mezzo di una dialettica, di uno sguardo critico nei confronti del testo, che si configurasse con un passaggio dentro-fuori dalle parole del copione originale. Abbiamo aggiunto musiche, brani da film. Abbiamo reso questo gioco in maniera evidente con l’uso del playblack. Abbiamo svelato l’artificio dell’attore. Il playback infatti è fare una cosa e guardarti mentre la fai. Abbiamo usato anche molte delle didascalie che Cocteau ha immesso nel testo originale, commentandole in scena. Cose scritte che fanno un po’ ridere. Ad un certo punto ad esempio troviamo «Il sipario rivela una camera da delitto. Davanti al letto, per terra, è sdraiata una donna con una lunga camicia, come assassinata. L’autore vorrebbe che l’attrice desse l’impressione di sanguinare, di perdere il sangue come una bestia ferita, di terminare l’atto in una camera piena di sangue». Sì vabbè Cocteau, mo’ lo faccio… (ride). Ecco, lui aveva queste visioni, era un po’ pazzerello, ricordiamo che era anche disegnatore e cineasta, un artista estremamente visivo, il problema è che scriveva didascalie sostanzialmente inutili dal punto di vista drammaturgico. Spesso l’interprete esce dall’interpretazione per commentare le didascalie stesse… c’è molta ironia anche su questo.

 LaV: La Drag Queen ha la possibilità di passare dal kitsch alle citazioni colte, da Moira Orfei ad Anna Magnani, dal trash sublime alla cultura alta: mantenendo sempre una coerenza: come funziona il bagaglio culturale di una Drag?

Alessio Calciolari: Noi usiamo la drag queen come maschera. Attraverso questa prendiamo più anime e ce le mettiamo addosso le interpretiamo e le usiamo come mezzo di comunicazione. Essendo la drag un immagine fantastica, estrema, entrarci è molto divertente

Lorenzo Piccolo: Sia per l’interprete che per il pubblico. C’è un elemento di piacere che ingaggia il pubblico. C’è un procedimento ironico: se sei un uomo che fa la donna il tuo corpo è ironico, i tuoi gesti lo sono.

Alessio Calciolari: Attraverso quest’ironia si riesce a prendere qualsiasi punto di riferimento alto o basso. Si può prendere Raffaella Carrà,  parlando di tradimento in maniera seria e pesante, o una Callas che in Traviata si strugge d’amore e portarla in scena senza quel peso che portava durante l’opera e veicolarla per rappresentare ciò che serve in quel preciso momento.

 LaV: Il circuito del teatro indipendente come se la sta passando? Quali sono i circuiti nei quali si può inserire una compagnia indipendente?

LP: Il teatro indipendente sta male. I grandi teatri stabili non si prendono il rischio di proporre cose non confromi. Sì, anche se molte sono scuse: spesso il nostro spettacolo viene rifiutato perché “il pubblico non è pronto”. Non è pronto “alle drag queen”, non è pronto “all’argomento…”: stupidate, non è vero niente. Sono solo giochi politici. È un modo abbastanza sciocco di andare sul sicuro, con il grande nome. I grandi teatri cercano la rassicurazione anziché lo stimolo e la crescita del pubblico. Se sei un programmatore devi pensare che il tuo pubblico è intelligente – ché il pubblico è sempre intelligente anche quando non lo sa –  e non ha bisogno della copertina o di sentirsi dire che tutto va bene. Per questo le piccole compagnie oggi fanno fatica. L’unica risposta che abbiamo è fare il nostro lavoro nel modo più intellettualmente onesto possibile.

AC: Dobbiamo poi dire che anche le compagnie indipendenti, lo sono per modo di dire. Ad esempio Con la nuova produzione abbiamo sia il Metastasio di Prato che il Carcano di Milano. La compagnia indipendente per sopravvivere ha bisogno di appoggi e tutele da parte o dei grandi premi o dei grandi teatri.

LP: Il nostro focus adesso è più artistico. Con questo spettacolo abbiamo avuto la collaborazione di Daria Deflorian. La nostra attenzione è cercare di crescere noi da dentro e sperare che questo venga riconosciuto.

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Il doppio taglio della bellezza: QUIN agli Arrischianti di Sarteano

Dall’8 al 10 docembre 2017, al teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena QUIN, scritto e diretto da Laura Fatini e interpretato da Valentina Bischi. Prima produzione della Compagnia…

Dall’8 al 10 docembre 2017, al teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena QUIN, scritto e diretto da Laura Fatini e interpretato da Valentina Bischi. Prima produzione della Compagnia Teatro Arrischianti della stagione 2017/18, QUIN è un testo scritto nel 2014, revisionato nel 2015 e portato in scena nel prossimo weekend. Un monologo narrativo, di respiro ampissimo, che risalta le capacità sceniche di Valentina Bischi, la quale non è nuova a stare da sola su un palco scenico e racchiudere più corpi, e più anime, in uno.

Quin è la trascrizione fonetica di un termine inglese, perché?

Laura Fatini: È la storpiatura di Queen, un modo volgare e sgrammaticato di definirsi “regina”. È la storia di una ragazza che a 18 anni vince il titolo di Miss Estate 1985 nel suo piccolo paese di provincia. Inizia a fare varie selezioni per accedere al mondo dello spettacolo, incontra vari personaggi maschili che inizialmente sembrano aiutarla, poi a sfruttarla. Lei fa corsi di recitazione, ballo. portamento ma non sfonda e allora comincia a entrare nella dinamica delle feste “importanti”. Alla fine decide, per apparente semplicità di fare la escort di lusso. Ad un certo punto, però, inizia a invecchiare.

Che tecnica narrativa hai usato per raccontare questa storia, visto che tutto ci è filtrato dall’interpretazione di una sola attrice, Valentina Bischi? 

Laura Fatini: È uno stream of consciousness che non ha nulla a che fare con il tempo reale. All’inizio vediamo la vicenda alla fine. Valentina interpreta lo stesso personaggio in ambienti e tempi diversi. Valentina fa sia QUIN sia tutti gli altri personaggi. Procede per sprazzi. Il pubblico piano piano ci entra dentro. Lo spettacolo procede allo stesso modo di una memoria.

Dal punto di vista recitativo invece come ha gestito questi cambi? Non sei nuova a gestire corpi diversi in uno…

Valentina Bischi: Il testo l’ho letto un anno fa. Io e Laura ci conosciamo da tanto. Ci siamo sfiorate tante volte ma mai incontrate fino in fondo. Quando ho letto QUIN ne sono rimasta colpita. Mi sono detta che se con Laura non avevamo mai lavorato insieme prima, era giunto il momento di farlo. La difficoltà non è tanto nell’interpretazione plurale dei personaggi, ma nei cambi della protagonista e nella loro veridicità. QUIN è fragile e la sua fragilità non trova ascolto. Lei è sola. La sua condizione è evidente; il problema centrale è la sua solitudine.

Qual è stato lo spunto da cui è decollato il progetto? 

Laura Fatini: Lo spunto per la scrittura di questo spettacolo mi è arrivato da un libro che ho letto. Ricci, Limoni e Caffettiere – Piccoli stratagemmi di una vita ristretta, frutto del lavoro di un’associazione culturale, dentro il carcere di Rebibbia, nel settore feminile. In questo volume sono raccolte le strategie usate dalle donne per abitare la cella. La donna quando abita la cella lo fa in maniera diversa dall’uomo, la donna la modifica l’ambiente: usa acqua e farina per farla diventare colla per incollare le foto alle pareti, ci sono metodi per fare le mensole dal nulla, ci sono tantissime ricette di cucina e creme di bellezza. Sono rimasta stupita da come le donne in carcere facciano il ciambellone: non potendo avere un forno, utilizzano una sedia, la coprono di alluminio e mettono sotto di essa il fornelletto. La domanda che mi sono fatta è il motivo che porta delle carcerate a fare il ciambellone, o mettersi una crema di bellezza.  Il fatto è che le donne per essere vive devono creare la casa, le donne hanno la casa dentro. Sono case durante la gravidanza e ricreano una casa al di fuori di sé. All’inizio dello spettacolo QUIN è in carcere, e inizia a percepire questo stato della coscienza. Nello spettacolo si parla della bellezza e dei modi attraverso cui questa è utilizzata. Quando QUIN invecchia la sua bellezza diventa diventa un’ostacolo, lei non è più la bella ragazza di un tempo, e inizia a farsi trasparente per morire dentro. Userà, però, la bellezza per guardarsi allo specchio e finalmente riconoscersi.

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La complessa sintassi dei rapporti: ‘Il Nome’ agli Arrischianti come augurio di un felice 2017

L’enorme successo di affluenza al teatro degli Arrischianti di Sarteano per le repliche de Il Nome, dal 29 al 31 dicembre, ha costretto l’organizzazione ad una replica ulteriore, il 5…

L’enorme successo di affluenza al teatro degli Arrischianti di Sarteano per le repliche de Il Nome, dal 29 al 31 dicembre, ha costretto l’organizzazione ad una replica ulteriore, il 5 Gennaio. Moltissimi e prolungati gli applausi, straripante la presenza del pubblico in platea e nei palchetti del teatro in piazza XXIV Giugno. Probabilmente il successo della commedia francese, nel rifacimento composto da Gabriele Valentini, alberga nella positività e nella gioiosità attraverso la quale il pubblico assiste alla risoluzione di un dissidio.

I cinque protagonisti de Il Nome nella versione proposta al teatro Arrischianti di Sarteano, sono assoluti narrativi. Caricature di tipi umani sostanzialmente riconoscibili, con tic e fisime mentali comuni. C’è una facilità interpretativa, per il pubblico, nella comunione tra i gesti rappresentati nella commedia e quelli vissuti ogni giorno, nelle rispettive quotidianità. La coppia Elizabeth e Pierre, clamorosamente affine alle dinamiche interne di coppie “in crisi”, con le classiche domande dei quarantenni con figli che affrontano i momenti di stasi e di appiattimento esistenziale, l’adolescenza postergata di Vincent, nella sua continua baldanzosa arroganza e amichevole ostentazione, nonché l’incomunicabilità di Claude, sono paradigmi umani presenti in ogni reticolo sociale, che sia familiare, amichevole, lavorativo.  

Nella grammatica e nel battibecco cui la complessità dei rapporti si sfoga, l’unica dignità che resta è la capacità di fare un passo indietro da parte dei protagonisti, comprendere i limiti propri e degli altri, perimetrare le capacità emotive, confinarne i rispettivi lati come le tessere di un mosaico. Riconoscere, riconoscersi. Quello che lo spettacolo ha augurato al suo pubblico all’inizio del 2017 è proprio  questo: risolvere i problemi attraverso gli sguardi e le parole, attraverso la purezza, attraverso la comunicabilità e riconoscibilità. Non c’è augurio più grande.

Durante i preparativi della prova generale, Tommaso Ghezzi ha infastidito parte del cast.

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«La Famiglia Campione»: Il teatro pervasivo de Gli Omini agli Arrischianti

È notorio come la variante linguistica diatopica toscana sia troppo prossima all’italiano standard, a differenza di molti altri dialetti italiani che vantano una tradizione teatrale. È altresì risaputo come questo…

È notorio come la variante linguistica diatopica toscana sia troppo prossima all’italiano standard, a differenza di molti altri dialetti italiani che vantano una tradizione teatrale. È altresì risaputo come questo abbia influito sulla determinazione di un uso espressivo a fini mimetici – nella maggior parte dei casi per una caratterizzazione esclusivamente comica – negli ambiti del teatro e del cinema nazionali.  Il toscano è comunque un dialetto attivo, parlato, che nella sua forte carica idiomatica contiene un potenziale ritmico smisurato: il suo uso teatrale consapevole, quando non è esasperato dalla becera stigmatizzazione che la tradizione gli ha inflitto, si apre verso vette di poeticità fonetica uniche nel loro genere. La compagnia Gli Omini, su questo cardine concettuale, ha costruito un intero repertorio, radicandosi dapprima nel territorio pistoiese-fiorentino, per poi espandersi, ammorbando piacevolmente i piccoli centri di mezza italia con la sua particolare e caustica metodologia narrativa.

L’undici dicembre 2016 è andato in scena al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, “La Famiglia Campione” di e con Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi, Luca Zacchini e Giulia Zacchini, una produzione de “Gli Omini residenza artistica Associazione Teatrale Pistoiese”, con il sostegno della Regione Toscana. Una deliziosa testimonianza di dati umani, debordante pregi, che incorpora una formula di resa drammaturgica decisamente riconoscibile come “alta”, dalle lodevoli vocazioni antropologiche, ma che attinge felicemente dal grande serbatoio del “popolare”, irriducibile, sempreverde, puro e genuino come le massime dei nonni, e che del dialetto fa un uso analitico, costruttivo, edificante. È la storia quanto mai assurda e basilarmente stravagante di una famiglia ampia, composta da dieci personaggi (tre nonni, tre genitori e quattro figli) che si ritrovano a vagare in un corridoio domestico, di fianco alla parete del bagno, nel quale una figlia, Bianca, è chiusa da una settimana.

«La Famiglia Campione» mi dice Francesco Rotelli poco prima di entrare in scena «rientra idealmente in un progetto più ampio che portiamo avanti da dieci anni a questa parte, e che si chiama Memoria del Tempo Presente, composto da quelle che chiamiamo indagini, ovvero periodi di permanenza in piccole città, piccoli paesi o quartieri, nei quali incontriamo persone, parliamo con loro, osserviamo la gente del posto; dall’osservazione estrapoliamo poi i contenuti teatrali»  un vero e proprio “servizio” sociale, quindi, che dall’analisi etnografica, antropologica, dei territori assurge ad uno dei precipui obiettivi umanistici del teatro, e cioè la rappresentazione delle coscienze locali territoriali. «Abbiamo prodotto vari spettacoli, derivanti dal metodo dell’indagine. Spettacoli che si diversificavano a seconda del luogo nel quale venivano rappresentati». Una ricerca socio-umanistica che si concretizza in uno spettacolo di instant-theatre, messo in piedi in pochi giorni sulla base dei dati recepiti dai luoghi.

«Nel 2012 nasce “capolino” con il quale abbiamo approfondito drammaturgicamente, sempre attraverso il metodo dell’indagine, i comportamenti interni alle famiglie allargate in giro per la Toscana» Continua Francesco Rotelli «Collaborando con gruppi di giovani in 5 comuni della provincia di Firenze. In ognuno di questi abbiamo portato avanti laboratori e indagini. Ad un certo punto è emerso un canovaccio che poi è divenuto “La Famiglia Campione”». Un teatro pervasivo, quindi, che mette le comunità al centro della narrazione.  «Le persone si sentono coinvolte, partecipi dell’opera anche da spettatori; noi cerchiamo sempre con loro una dimensione confidenziale, e quando si trovano in teatro a vedere loro stessi, i loro vicini di casa, la gente riconoscibile del paese» un metodo che non rischia né manierismi, né eccesso di particolarismi nella formazione dei tipi umani «Quando lo spettacolo trova una sua forma definitiva i personaggi sono specchi deformati che alla fine sono sintesi di più caratteri».

Gli Omini fanno ridere senza essere mai banali, lasciando decantare il riso del pubblico, patinando con un velatino d’amarezza gli squisiti quadri scenici proposti. Tra le tematiche spiccano le incomunicabilità generazionali, il confronto tra “vinti”, la solitudine; nuclei seri, affrontati in maniera decisamente originale, tra echi malapartiani e spunti comici, tra illogicità drammatica e teatro-verità. Una prova degli attori sopraffina: ognuno degli interpreti copre i ruoli di ben tre personaggi diversi, favorendo gli switch tra i caratteri attraverso cambi inequivocabili di posture, toni vocali e capacità emotive, in una moltiplicazione interpretativa lodevole che si configura in esilaranti vezzi, profili riconoscibili. La bravura dei tre protagonisti è esposta anche attraverso i perfetti e divertentissimi loop che invece di rallentare il racconto, forniscono respiro alla scena, tramenano la linearità dello svolgimento dello spettacolo, equilibrando il raziocinio con l’assurdo. I bravissimi Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi e Luca Zacchini, proliferano capacità espressive, dimostrano una perfetta coscienza di palco, un flusso univoco di battute, un ritmo perseverante e mordace nella sua risibilità. Il teatro degli Arrischianti non ha potuto che ridere continuativamente, e accompagnare la chiusura del sipario con un lungo e appagato applauso.

La compagnia Gli Omini è un altro dei tanti poli creativi toscani che meritano attenzione e sostegno. Il teatro degli Arrischianti, altro importante centro nevralgico del nostro territorio, ha dato loro spazio, confermando la sua vocazione reticolare nella selezione dell’offerta in cartellone, il suo interesse per le realtà affini. Un reticolo, quello delle piccole residenze teatrali, che se sostenuto da un pubblico consapevole e da istituzioni intelligenti, può di certo arrivare a competere con le grandi produzioni nazionali, spesso dimentiche della passione, del sudore e dell’urgenza creativa che muovono le piccole realtà radicate nei rispettivi territori.

 

 

 

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Capodanno a teatro con Gogol’

Il tradizionale spettacolo di San Silvestro degli Arrischianti è “L’ispettore generale” con la regia di Laura Fatini. Il migliore trai modi per perpetuare la potenza dei testi del passato, è…

Il tradizionale spettacolo di San Silvestro degli Arrischianti è “L’ispettore generale” con la regia di Laura Fatini.

Il migliore trai modi per perpetuare la potenza dei testi del passato, è decontestualizzarli, colorarli con gli evidenziatori e lasciare che il fluo dei tratti vada a comporre una nuova vestizione, adatta alla contemporaneità. Per Gogol gli spunti sono molteplici, e Laura Fatini, nel portare in scena “L’ispettore generale” ha esatto un nucleo esplosivo di elementi descrittivi, il cui risultato è ardimentoso ma sicuramente efficace.

Il capodanno a Teatro è una tradizione che copre ormai la storia della Nuova Accademia degli Arrischianti di Sarteano, e quest’anno a celebrare la fine del 2015 e l’inizio del 2016 sarà la rappresentazione ringiovanita di una esilarante pièce del drammaturgo russo Nikolaj Gogol’. Una potentissima traslazione ambientale che dalla fredda provincia baltica, popolata da una comunità ai margini della legalità, nel pieno sommerso del malaffare, ci porta in un attualissimo campo rom, che imprime una immediata tinta contemporanea alla già di per sé colorata opera satirica di Gogol.

Dal 29 al 31 Dicembre il Teatro degli Arrischianti è quindi tinto del colore acceso del popolo gitano, della musica balcanica, delle trombe squillanti dei ritmi tzigani, l’incalzante prosa satirica di un testo efficacissimo che non mancherà di far divertire.

 

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