La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: abbazia di spineto

Racconti di Veglia: lo strascico della Regina

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Alzò il calice e…” Molti degli abitanti di Sarteano e dintorni hanno sentito parlare della leggenda della perfida regina…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Alzò il calice e…”

Molti degli abitanti di Sarteano e dintorni hanno sentito parlare della leggenda della perfida regina Dorilla, un’antica regina dei barbari signora di queste terre. La storia dello strascico della Regina si riferisce proprio alla sua figura e a quella di uno strano fenomeno naturalistico che si trova nei pressi della cittadina, per la strada che porta a Radicofani: uno scoscendimento brullo e privo di vegetazione che scende dal pendio. Secondo la leggenda sul fondo si trova un abisso che porta il nome di Buca del Diavolo, che corrisponderebbe alla bocca dell’Inferno: fu proprio il diavolo a trascinare Dorilla per i capelli lungo il pendio, creando l’arida scia che ancora oggi possiamo osservare.

Testimonianze e diffusione

Dorilla, come la maggior parte delle perfide regine delle fiabe, viene dipinta nelle storie popolari come una donna arrogante e cattiva, che si faceva odiare da tutti i sudditi per la sua condotta. A volte è dipinta come una regina, altre volte come una contessa: a prescindere da quale fosse la realtà storica, esercitava presumibilmente la sua potestà presso il Castello delle Moiane, nelle vicinanze dell’attuale Abbazia di Spineto. Aborriva la religione e perseguitava i ministri del culto che ritenevano riprovevoli le sue dissolutezze. Questi suoi comportamenti l’hanno portata a una punizione esemplare, la cui modalità differisce a seconda della versione tramandata.

Secondo quanto scritto da Fanello Fanelli, nel suo libro “Memorie storiche di Sarteano”, a punirla fu il Diavolo in persona:
“Un giorno volendo farla finita di tutti quei religiosi che in qualche modo la intralciavano nelle sue nefandezze e non poterlo fare da sola, invocò il Diavolo in suo aiuto, promettendogli l’anima in ricompensa del servizio che da lui si aspettava. Messer Belzebù senza por tempo in mezzo le si fece innanzi, ma invece di secondarla nei suoi piani malvagi, l’acciuffò pei capelli, e trascinata giù per la china del monte, fra lampi e tuoni con lei sprofondò. Presso le Moiane si può vedere anche al presente una lunga striscia di terra sulla quale non spunta mai erba. È quella secondo la popolare version, la via tracciata dal Demonio, e il montagnuolo, se deve attraversarla, affretta il passo e si fa il segno della croce”.

Della leggenda di Dorilla è stata rinvenuta, tra le carte sparse dell’Archivio Parrochiale della S.S.Trinità di Spineto, una stesura recante la data 27 Luglio 1953 non autografa, ma che presumibilmente è stata scritta da Anita Labardi e poi trascritta con varie correzioni dal parroco Don Gino Cervini che qui si riporta integralmente:

“Si narra dunque che una giovane e bellissima Contessa di nome Dorilla era rimasta per mancanza di eredi maschi Signora delle Moiane. Fornita di tutte le grazie fisiche, valorosa ed ardita, avrebbe potuto essere l’idolo dei propri vassalli se uno sconfinato orgoglio non avesse regolato tutte le sue azioni. Dame e Cavalieri la temevano, i suoi guerrieri spiavano umili il suo cenno ed i Vassalli tremavano al solo mirare la sua eccelsa bellezza. Solo l’Abate e tutti i monaci del Monastero di Spineta non si curavano della loro orgogliosa vicina, gelosi dei loro privilegi e forti della potenza temporale e spirituale. Così i rapporti durati fino allora fra il Castello e l’Abbazia furono completamente rotti. Ora avvenne che un giorno (per qualche narratore la vigilia del Santo Natale) Dorilla, prima di condurre i propri armati a non so quale impresa, desiderasse come era costume del tempo, che tutti ascoltassero la Santa Messa, ma il cappellano del Castello era assente e l’orgogliosa Dorilla non avrebbe per alcun motivo ricorso al Monastero per qualche Sacerdote.
Dominata dalla superbia, credendo che a lei tutto fosse permesso, ebbe l’idea di celebrare lei stessa il Santo Sacrificio, e vestita dei sacri paramenti, assistita da due damigelle, si accostò all’altare a celebrare. Guerrieri e tutti gli altri erano attoniti a tanta audacia e tremolanti di terrore, ma la Contessa sfidava superba l’ira di Dio. Quando giunse al momento della consacrazione, dal calice d’oro uscì un serpente che da piccolo che era, divenne grossissimo, avvolse con le sue spire la disgraziata Dorilla e la trascinò a precipizio per il burrone e spalancantosi un abisso sparì per sempre; non fu dato ai suoi armigeri, ai suoi gentiluomini ed alle damigelle di trovarne più traccia. Ancora adesso vi è una striscia sassosa dove non nasce mai un filo d’erba , che dalla collina dove sorgeva il Castello scende al burrone e che viene chiamato “ il pozzo del diavolo” nel quale non si vede il fondo. La striscia senza erba viene detta “lo strascico della Regina” perché è per quel terreno che il diavolo trascinò la sovrana Dorilla che erroneamente viene chiamata Regina. I montagnoli raccontano che, anche adesso, nelle belle serate di luna o durante le bufere invernali, in vetta alla collina si vede lo spettro di Dorilla, vestita di una armatura d’argento, con le bionde trecce svolazzanti, che con il corno alle labbra getta nell’aria un lugubre suono che si ripercuote negli abissi in lontananza. Se per richiamare le mandrie sparse nel bosco il pastore vi s’addentra e si fa sera, dovendo svolgere lo sguardo verso quel luogo, si fa il segno della croce e si affretta impaurito e tremante”.

Anche lo scrittore Idillio Dell’Era, narra che il fatto si svolse nella notte di Natale prima dell’anno Mille, ma dà un’immagine sgradevole della regina Dorilla, descrivendola  come una strega: brutta, con i tratti maschili, i capelli rossi e la fronte segnata da una cicatrice nera (simbolo del patto con il demonio). Anche nella versione di Dell’Era la protagonista indossa i parametri sacri per celebrare la messa di Natale, ma all’atto dell’offertorio dal calice esce un serpente che la avvinghia tra le sue spire e la sprofonda nelle viscere della terra.

Secondo invece uno scritto dell’800 di Alessandro Marchionni, tutta la vicenda della regina Dorilla sarebbe derivata da una tresca amorosa tra costei e il prete confessore Ser Baldo. Tresca amorosa casta, tipica dell’amor cortese, tanto che la protagonista cambia anche il nome da Dorilla in Domitilla.

Ma la versione più diffusa in realtà riporta che la contessa Dorilla, in un atto di onnipotenza, facendosi forza della sua posizione ed asserendo di essere in ritardo per la sua amata caccia, si sostituì al parroco per dire messa e velocizzare il rito, portando al macabro epilogo raccontato nel Fondo di Domenico Bandini, studioso di storia locale :

“Negli alti tempi medioevali, era signora (Regina) del castello delle Moiane, una feudataria spregiudicata e prepotente, di nome Dorilla che, per la sua condotta eccessivamente libera, per i molti soprusi perpetrati sulla servitù della gleba, era in odio al popolo e in rapporti assai tesi anche con i monaci della vicina abbazia di Spineta. Un giorno aveva essa bandita una partita di caccia e vi aveva invitati Signori amici e Feudatari limitrofi con numerosi vassalli. Di buon Mattino tutti erano giunti ben equipaggiati al Castello con mute di cani e falconieri provetti, ma essendo domenica occorreva prima ascoltare la santa messa e poi spargersi per le selve e le crete della sottostante Val D’Orcia ai venatori diletti. Però la gente aspettava e il monaco che avrebbe dovuto celebrare la messa non giungeva!
A nulla valsero i ripetuti solleciti della Signora fatti a mezzo de’ Servi… Onde essa, innervosita e spregiudicata com’era, non esitò a indossare sacri paramenti e recarsi all’altare a celebrarvi il Santo Sacrificio. Timorosi e incerti gli astanti assistettero alla celebrazione sacrilega… Quand’ecco non appena l’insoluta peccatrice giunse a pronunciare le parole mistiche della consacrazione…
Dal Calice sviluppasi un serpentello che, fattosi immediatamente gigante, tra il terrore dei presenti avvince tra le sue poderose spire la donna sacrilega e la trascina fuori dalla Chiesa giù per l’orrido precipite monte con lei inabissandosi nel pozzo (tutt’ora detto “Pozzo del Diavolo”) aperto nel letto del rapido sottostante torrente, per quella via portandosi la sventurata tra i dannati all’inferno.
Intanto, oscuratosi il cielo, sibilò la tempesta; Il guizzo dei lampi ruppe sinistro l’aria e la poca luce, mentre il fragore del tuono riempiva d’orrore quella scena di tregenda. Sul sentiero percorso dal demoniaco serpente dicono non nasca l’erba…
Reso sterile dal contatto infernale !… E talora nelle notti di Luna lo spettro bianco della “Regina” sacrilega appare sul monte selvaggio.”

Le varie tradizioni relative a questa storia sono state dipinte in un’opera contenuta all’interno della chiesa di Spineto, di autore e provenienza ignoti: nella raffigurazione si nota il calice da cui esce il serpente, l’elemento cardine della leggenda.

A oggi non sappiamo se Dorilla sia realmente esistita e quali parti delle leggende popolari sopra descritte abbiano un fondamento di verità. Indubbiamente la sua figura vive nelle tradizioni di Sarteano e della sua montagna. Tuttavia non è da escludere che una feudataria, sicuramente odiata per le sue angherie, debba essere esistita nel Castello delle Moiane e che lo sdegno del popolo oppresso, abbia generato questa paurosa leggenda del fantasma e del castigo causato da un serpente maligno.

Caratteristiche ed analisi

Potremmo identificare la figura della Regina Dorilla con quella della Contessa Willa, vedova del conte Pepone Manenti di Sarteano, che nel 1085 fece costruire una Chiesa e un monastero nei suoi possedimenti; tale luogo di culto venne concesso ai monaci vallombrosani di Coltibuono, diventando l’attuale Abbazia di Spineto. Dorilla probabilmente è un’errata dizione del nome Willa, che ricorre spesso nella casata magnatizia dei conti di Sarteano, Chianciano, Radicofani, Chiusi, indicati dagli storici con i cognomi Manenti, Farolfi e Peponi. Tra l’altro alcune delle zone delimitate nell’atto di concessione dell’Abbazia hanno dei toponimi che sono arrivati fino ai nostri giorni, come ad esempio la zona di Bocca Tonanna e il Castello delle Moiane; proprio questo castello, di cui oggi si intravedono solo pochi resti, doveva essere al centro dei fatti narrati.

La zona dello strascico, come detto prima, è ancora visibile nei pressi dell’Abbazia di Spineto: in questo tratto di terreno sassoso non cresce la vegetazione e la storia della contessa Dorilla funge da spiegazione a questo strano fenomeno naturalistico. Le varie versioni concordano sulla punizione attribuita alla protagonista per via delle sue azioni (crudeltà nei confronti dei sudditi, modi dissoluti, sacrilegio o blasfemia nei confronti della religione cattolica) e possono quindi facilmente essere accostate agli “Exempla” medievali, tramandati oralmente tra i ceti popolari per educare, avvertire o dare consigli di comportamento. Nell’Exemplum si racconta proprio un fatto o una diceria, che prende spunto da vicende reali o fantastiche, utilizzata per sostenere una tesi da dimostrare (in questo caso utilizzata in forma negativa, un comportamento da biasimare.)

Sono molti i temi di interesse che si intrecciano nella storia di Dorilla, che possono essere analizzati sulla base di tre diverse dicotomie complementari. Il primo è relativo al conflitto regnante/suddito: Dorilla viene raccontata come una sovrana che detiene un qualche tipo di autorità sul territorio di Sarteano, ma non riceve apprezzamento da parte del suo popolo. Non sappiamo se la descrizione delle sue caratteristiche negative sia l’effetto o la causa del mancato amore da parte dei sudditi: eppure, viene dipinta come una tiranna, una figura autorevole che antepone i suoi interessi personali a quelli del popolo.

La seconda dicotomia è quella maschio/femmina, che potrebbe spiegare il motivo per cui questa figura si è caricata di così tanti elementi negativi nel folclore locale. Per quanto gli esempi storici di sovrane femminili siano frequenti, esse potevano essere percepite come meno adatte alla gestione del potere politico, per via di un pregiudizio culturale ben radicato. In alcune versioni della storia, la punizione inflitta a Dorilla viene inflitta per via della sua vita licenziosa, perché incapace quindi di anteporre il bene pubblico al piacere personale: una tipica accusa rivolta ingiustamente al genere femminile, come se fossero naturalmente più inclini a seguire le proprie passioni rispetto alla controparte maschile.

Infine, il conflitto più forte è quello dovuto all’opposizione tra potere temporale e potere spirituale, tipico del Medioevo. L’incidente scatenante che porta all’uscita del serpente/diavolo dal calice e alla punizione mortale per Dorilla è dato dalla superbia del potere temporale che si arroga il diritto di potersi sostituire all’autorità religiosa. Il potere del sovrano, quando si sostituisce a quello del clero, diventa quindi sacrilego e merita una punizione, perché l’equilibrio si può mantenere soltanto con la separazione dei poteri.

Questi elementi si fondono nelle leggende popolari attorno allo strascico della Regina. La figura di Dorilla diventa quindi quella di una sovrana malvagia, che si inserisce nel solco di una serie di personaggi della storia o della letteratura a cui sono stati attribuiti tratti simili. Basti pensare a Cleopatra, regina egiziana che nella tradizione romana viene caricata di aspetti negativi (ma che viene invece ripresa come saggia e coraggiosa nella tradizione bizantina e araba) oppure a Lady Macbeth, personaggio immaginario del dramma di Shakespeare, che spinge il marito a uccidere l’amico pur di ottenere il trono regale.

La figura storica che più si avvicina alle caratteristiche di Dorilla, tuttavia, è quella di Erzsébet Báthory, vissuta in Ungheria tra il XVI e il XVII secolo, conosciuta come Contessa Dracula o Contessa Sanguinaria. Sebbene la sua figura sia corredata di tantissimi studi, leggende popolari e una lunga tradizione nella cultura contemporanea, è stata una sovrana crudele che si è macchiata di numerosi omicidi e torture, oltre ad essere stata accusata di sadismo e magia nera. Elementi ricorrenti con quelli dello strascico della Regina di Sarteano, che portarono però a una punizione diversa: la Báthory fu murata viva in una stanza del suo castello, dove si lasciò morire di fame.

Influenze nella cultura pop

La figura della regina cattiva è molto presente nelle opere contemporanee. La tradizione Disney ci presenta molti esempi, tra cui spicca quella di Grimilde, la crudele antagonista di Biancaneve: nel film animato del 1937 la regina Grimilde viene punita per le sue malefatte, e trova la morte precipitando proprio da un dirupo:

Anche Malefica de “La Bella Addormentata” merita una menzione, per inserirci nel filone delle regine cattive che hanno attraversato gran parte delle produzioni Disney: nel film animato del 1959 la crudele antagonista si trasforma in drago durante l’ultimo scontro con il principe Filippo e, una volta colpita a morte, precipita da un dirupo.

Il tema della punizione per un comportamento sacrilego, altro elemento portante della leggenda di Dorilla, è ugualmente presente nelle opere contemporanee. Nel primo capitolo della serie di Indiana Jones (Raiders of the Lost Ark, 1981) i nazisti riescono a recuperare la mitica Arca dell’Alleanza: in seguito alla profanazione, vengono puniti con la morte per la loro arroganza.

Per finire, vi consigliamo l’ascolto di una canzone che sembra ricordare le vicende della contessa Dorilla. Si tratta del brano “Ghuleh/Zombie Queen” della band heavy metal svedese Ghost, che racconta di una regina rapita dal male che risorge per portare distruzione.

“Putrefazione
Un profumo che è maledetto
Sotto uno strato di polvere
Dall’oscurità
Risorge un succube
dalla ruggine terrosa
Haresis dea
Una volta era una maestà
Ora espone l’osso
Dall’oscurità
alzati come succube
e usurpa il trono”

 


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Abbazia di Spineto, esposto il crocifisso di Antonio da Sangallo

Da domenica 8 dicembre, il crocifisso di Antonio da Sangallo (XVI secolo) è esposto nella chiesa dell’Abbazia di Spineto dopo l’opera di restauro, resa possibile dall’intervento economico di Franco Tagliapietra…

Da domenica 8 dicembre, il crocifisso di Antonio da Sangallo (XVI secolo) è esposto nella chiesa dell’Abbazia di Spineto dopo l’opera di restauro, resa possibile dall’intervento economico di Franco Tagliapietra e Marilisa Cuccia.

Il crocifisso è stato attribuito solo di recente ad Antonio da Sangallo, e subito recuperato grazie all’intervento privato: oltre a quello dei signori Tagliapietra e Cuccia, proprietari del centro studi e convegni di Spineto, ha collaborato fattivamente chi ha fornito l’impianto di sicurezza (Elettroemporio di Chiusi, l’elettricista Paolo Terrosi di Sarteano), e la teca espositiva (Acrilong di Perugia). Mary Lippi di Montepulciano è stata incarica del restauro di un crocifisso che si caratterizza per la resa anatomica esasperata e vibrante, con una forte tensione espressiva, e che ora si mostra nei suoi veri colori.

Questa è un’opera piccola per dimensioni (43 centimetri per 43), ma grande per il suo valore artistico. Merita dunque di diventare uno dei simboli di una Sarteano che si riscopre scrigno di bellezze di ogni epoca: dalle tombe etrusche al castello, dalle chiese alle opere d’arte rinascimentali.

“Da tali punti di riferimento – osserva il sindaco Francesco Landi – riparte la nostra identità, pensando a una piena valorizzazione di Sarteano e della sua comunità”.

Il crocifisso di Antonio da Sangallo sarà esposto a Spineto almeno fino al 10 gennaio, e visibile ogni sabato e domenica (dalle 10,30 alle 12,30 e dalle 14.30 alle 16.30). Per informazioni ci si può rivolgere all’Abbazia di Spineto ( info@abbaziadispineto.com, tel. 0578232818).

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A Sarteano, lectio magistralis di Patrick Bateson

Patrick Bateson, professore emerito di etologia dell’università di Cambridge, terrà una lezione magistrale al teatro comunale degli Arrischianti di Sarteano, sabato 16 novembre 2013 (ore 10:00). Continuano così gli incontri…

Patrick Bateson, professore emerito di etologia dell’università di Cambridge, terrà una lezione magistrale al teatro comunale degli Arrischianti di Sarteano, sabato 16 novembre 2013 (ore 10:00). Continuano così gli incontri autunnali, di altissimo livello, organizzati dall’Abbazia di Spineto, dal Comune e da Aboca.

PatrickBateson

A moderare l’iniziativa sarà un medico, Giorgio Ciacci di Elea onlus. Dopo i saluti di Francesco Landi, sindaco di Sarteano, e di Marilisa Cuccia (Abbazia di Spineto incontri e studi), sono previsti gli interventi di Roberto Monaco, presidente dell’Ordine dei medici di Siena, di Massimo Mercati (Aboca spa) e Bruno d’Udine (Aboca for Ecology).

A seguire la lezione di Patrick Bateson e, infine, la consegna ai medici partecipanti del volume “Plasticità, robustezza sviluppo ed evoluzione” di Patrick Bateson e Peter Gluckman, autografato dal famoso docente di Cambridge. La mattinata si chiude con un aperitivo nella Sala del capitolo dell’Abbazia di Spineto.

La prenotazione è obbligatoria.
Segreteria organizzativa: dottor Giorgio Ciacci
0578265856 – 3393726357
dottorciacci@gmail.com

Per ulteriori informazioni: www.sarteanoliving.it

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“Le ultime sette parole di Cristo” di Giovanni Scifoni a Spineto

“LE ULTIME SETTE PAROLE DI CRISTO” di e con GIOVANNI SCIFONI Continuano gli appuntamenti di Le Vie del Teatro, il progetto di teatro contemporaneo che – grazie all’omonima associazione – da…

“LE ULTIME SETTE PAROLE DI CRISTO”

di e con GIOVANNI SCIFONI

Continuano gli appuntamenti di Le Vie del Teatro, il progetto di teatro contemporaneo che – grazie all’omonima associazione – da settembre sta sperimentando una nuova forma di coesione sociale ricreando in modo alternativo la passione per la cultura e per il teatro nei territori della Val d’Orcia e della Valdichiana.
Dopo lo straordinario successo dello spettacolo inaugurale Conversation Pieces del regista e autore di cinema e teatro Marco Filiberti, animatore e direttore artistico di questa iniziativa nelle Terre di Siena, è la volta del secondo appuntamento che chiuderà la prima edizione della manifestazione. “Le ultime sette parole di Cristo”, testo scritto e interpretato da Giovanni Scifoni, andrà in scena il 31 ottobre, con replica l’1 novembre, a Sarteano nella chiesa della splendida e antica Abbazia di Spineto.

Le Vie del Teatro_Giovanni Scifoni 2

Lo spettacolo, che ha ottenuto un grande successo di pubblico tanto da diventare un piccolo “caso”, indaga il messaggio cristologico tra ironica leggerezza romanesca e profondità filosofiche e spirituali che affondano lontano le loro radici. Fede, ateismo, superstizione sono al centro dell’appassionato monologo, in cui un “cialtrone”, interpretato appunto da Giovanni Scifoni, attraversa con ironia i temi e i personaggi della spiritualità, scanditi dalle sette frasi evangeliche, che per sette volte sospendono il tempo e l’aria. Un testo colto e ironico che prende spunto dall’antica tradizione in uso durante la liturgia del Venerdì Santo, quando – come narrato nel Vangelo – le vetrate della cattedrale di Cadice venivano oscurate per creare il buio, l’eclissi, il vescovo saliva all’ambone e proclamava una delle ultime frasi pronunciate da Gesù prima di morire, poi si prostrava davanti al crocifisso e i fedeli meditavano con lui mentre qualcuno suonava uno strumento.

In “Le ultime sette parole di Cristo” Giovanni Scifoni incanta lo spettatore con storie, leggende, esperienze di vita e racconti, riuscendo a raccontare la grande mistica con delicatezza. La sua interpretazione appassionata, ironica e originale cattura lo spettatore al di là delle convinzioni personali, innescando la riflessione sulla nostra esistenza e sulla “gloria umana”. In scena accanto a Giovanni Scifoni i musicisti Maurizio Picchiò e Stefano Carloncelli evocano le antiche sonorità della tradizione cristiana.

“Mio padre, Pino e Beatrice, Luciano, don Fabio, il barbone logorroico di Narni, tante persone ho incontrato che non potevano fare a meno di parlare di Dio, gli scappava: appassionati, ossessionati, innamorati, esausti, nevrotizzati, felici. Tante ore, notti, ad ascoltare la loro versione delle cose: che faccia ha Dio, come si comporta, che tipo è Dio. Dio nessuno l’ha mai visto. Su richiesta dell’orchestra Roma-Tre, ho composto questa pièce per il concerto d’archi di F. J.Haydn Le ultime sette parole di Cristo, in occasione dell’anno commemorativo del compositore austriaco. Io scrivo il mio monologo raccontando storie e personaggi tratti dalla vita, gli incontri casuali, e soprattutto dal materiale che raccolgo da anni nel mio lavoro di ricerca, tra i testi sacri, gli scritti apocrifi, gli antichi sermoni sulle ultime sette parole di
Cristo, i detti e fatti dei padri del deserto, la mistica medievale, gli autori moderni. Dopo l’esperienza concertistica ho deciso di dare al lavoro una forma diversa, rinunciando all’orchestra e alla struttura “a concerto” per collaborare con Maurizio Picchiò e Stefano Carloncelli. L’evocazione sonora e timbrica del medioevo ha il potere immediato di far apparire quel gran carnevale di santi, di idioti, di cialtroni che ronzano nello spettacolo.”

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Il teatro tra Valdichiana e Valdorcia

L’arte che abbandona i luoghi convenzionali e va incontro a un pubblico sempre in cerca di nuovi stimoli culturali, è questo il nuovo progetto de Le Vie del Teatro in…

L’arte che abbandona i luoghi convenzionali e va incontro a un pubblico sempre in cerca di nuovi stimoli culturali, è questo il nuovo progetto de Le Vie del Teatro in Terra di Siena. Una nuova associazione che si propone di realizzare gli accadimenti teatrali in un palcoscenico sconfinato, che immedesima e rappresenta il mutamento dei valori, verso un vero e proprio cambiamento epocale.
Questo palcoscenico è caratterizzato da case, giardini, pievi, abbazie, castelli e granai, ovvero l’intero territorio della Valdichiana, Valdorcia e delle Terre di Siena. Questi territori saranno i veri protagonisti degli accadimenti teatrali, spazi deputati ad accogliere di volta in volta i laboratori e gli spettacoli.
La nuova associazione è stata presentata ieri, 30 luglio, alla Biblioteca Comunale di Sarteano, alla presenza del Sindaco Francesco Landi, di Marilisa Cuccia, presidente dell’Abbazia di Spineto e presidente dell’associazione e di Marco Filiberti direttore artistico e fondatore.
Marco Filiberti, autore e regista di cinema e teatro, è già stato segnalato all’attenzione di pubblico e critica con “Poco più di un anno fa” e “Il compleanno”, film approdati con grande successo al Festival di Berlino e alla Mostra del Cinema di Venezia. Presidentessa dell’associazione è Marilisa Cuccia, da sempre grande amante del teatro, che con questa associazione vuole ridare a questa realtà culturale la sua dimensione artigianale e restituire a questi luoghi la loro vocazione artistica.

“Ho accolto con grande entusiasmo – commenta Marilisa – questo progetto perché sono da sempre attenta al teatro. E’ una delle attività che permette di crescere e arricchirsi, e che in questi ultimi anni è stata meno al centro dell’attenzione. Mi piace questa nuova forma di fare teatro, lavorare con i ragazzi e partecipare con il pubblico. Il desiderio di questa drammaturgia è difendere un patrimonio storico e ambientale di rara bellezza e integrità e, al contempo provare ad interpretarlo, con un pensiero rivolto anche alle generazioni future”.

Le Terra di Siena si trasformano così in una sorta di “distretto culturale”, capace di conferire ad una intera comunità un suo ruolo specifico nel “risorgimento” della cultura. Marco Filiberti commenta così:

“ Credo che questo territorio che ancora ambisce ad essere non solo un luogo fisico, ma un luogo del’anima possa farsi interprete di una proposta di un’esistenza sostenibile anche attraverso un Via legata al territorio”.

Il sindaco Francesco Landi si dice orgoglioso e felice della nascita di questa nuova associazione nonostante la difficile realtà economica in cui ci troviamo ad affrontare:

“Investire in cultura, di questi tempi è molto difficile e i continui tagli in bilancio rendono ancora più difficile andare incontro alle esigenze della cittadinanza”.

vie del teatroPer dare avvio all’attività dell’associazione, verranno messi in scena due spettacoli, il primo dal 3 al 5 settembre alla Dimora Buonriposo e sarà la nuova produzione di Marco Filiberti, Conversation Pieces, basata sul poema drammaturgico Manfred e sulla tragedia in versi Cain, entrambi di George Gordon Byron, adattati dal regista come un morality play in due atti unici e ridotti a due personaggi. La messa in scena all’aperto, essenziale e sospesa tra acqua, terra e cielo, gioca con una struttura in fieno, ideato dallo scenografo Benito Leonori, richiama i resti di un anfiteatro greco-romano. In scena gli attori David Gallarello e Luigi Pisani.
Il secondo appuntamento sarà dal 31 ottobre al 1 novembre, con “Le ultime sette parole di Cristo” di e con Giovanni Scifoni, che avrà come scenario la chiesa dell’Abbazia di Spineto. Tra ironica leggerazza romanesca e profondità filosofiche e spirituali, Scifoni indaga il messaggio cristologico alla luce della disillusione di un’epoca di transizione quale la nostra.

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Workshop per attori, grazie a “Le Vie del Teatro in Terra di Siena”

Il regista cinematografico e teatrale Marco Filiberti si cimenta in una nuova missione, riconsegnare alle terre di Siena cultura e passione per il Teatro. Una nuova Associazione pronta a lavorare…

Il regista cinematografico e teatrale Marco Filiberti si cimenta in una nuova missione, riconsegnare alle terre di Siena cultura e passione per il Teatro. Una nuova Associazione pronta a lavorare sul tema

“Le Vie del Teatro in Terra di Siena” è un progetto di teatro contemporaneo che si inserisce con moderna sensibilità nell’intero territorio della Valdorcia e della Valdichiana. La volontà, da parte dell’omonima associazione è decifrare, attraverso l’empatica immediatezza del teatro, i segnali di una civiltà che si sta esaurendo ma, soprattutto, di un’altra che forse è già cominciata.

La Vie del Teatro in Terra di Siena è una giovane associazione no profit con presidente Marilisa Cuccia, che ha fatto la sua prima comparsa ad un pubblico giunto numeroso per l’occasione all’Abbazia di Spineto il 19 maggio scorso e che lancia la sua campagna associativa proprio in questi giorni. L’associazione mira a ridare al teatro la sua dimensione artigianale pensata come un lavoro continuativo che possa premiare talenti e professionalità. La proposta di Marco Filiberti, regista cinematografico teatrale e direttore artistico dell’associazione, si svilupperà considerando l’intero territorio delle terre di Siena come unico palcoscenico cercando di declinare ogni progetto nel luogo deputato più adatto.

I progetti dell’associazione si svilupperanno in due realtà autonome e sinergiche: gli Accadimenti Teatrali e i Laboratori di formazione. I laboratori teatrali si attueranno sia attraverso sessioni preparatorie finalizzate all’allestimento degli spettacoli, sia in masterclass tematiche tenute da eminenti personalità di differenti settori del mondo del teatro atti a favorire lo sviluppo di una coscienza critica, artistica e professionale degli artisti selezionati. Esattamente dal 16 al 21 giugno, presso l’Abbazia di Spineto, l’associazione partirà con il primo Workshop per attori, dal titolo “La semiotica del corpo attorale” curato dal direttore Artistico Marco Filiberti e Daniela Malusardi, danzatrice e importante coreografa di fama internazionale.

“L’Associazione Le Vie del Teatro in Terra di Siena– dice Marco Filiberti – desidera un teatro che ambisca a trasformarsi in esperienza collettiva e capace, nel confronto dialettico, di fare crescere una comunità, di conferirle un ruolo specifico anche sotto questo profilo. Il progetto infatti – Continua il regista – è scaturito da un’approfondita riflessione sull’attuale esautoramento del ruolo della cultura, sul fallimento del modello imposto dalle società consumistiche e sul rapporto alterato tra civiltà e natura. L’associazione avrà il compito di indagare il ruolo dell’arte nel XXI secolo. Le Vie del Teatro in Terra di Siena è un progetto ambizioso che vuole riconsegnare a questi luoghi la loro specifica vocazione artistica.”

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Convegno di studi su Ghino di Tacco e la Via Francigena

Un convegno di studi sulla Via Francigena e un documentario sulle gesta di Ghino di Tacco: tra Monticchiello e l’Abbazia di Spineto, lo scorso weekend, è andato in scena un…

Un convegno di studi sulla Via Francigena e un documentario sulle gesta di Ghino di Tacco: tra Monticchiello e l’Abbazia di Spineto, lo scorso weekend, è andato in scena un evento che ha unito la Valdichiana e la Valdorcia alla riscoperta delle radici comuni.

Il convegno, dal titolo “Tra due Romee. Storia, itinerari e cultura del pellegrinaggio in Valdorcia” si è tenuto a Monticchiello il 7 giugno e all’Abbazia di Spineto l’8 giugno.  Il convegno ha affrontato la centralità della Valdorcia nella viabilità medievale, grazie al ruolo di cerniera tra la via Francigena, ad ovest, e la via Teutonica o di Alemagna, ad est.

Nel corso delle iniziative culturali del convegno, grande attenzione è stata riservata anche alla figura di Ghino di Tacco. Il Centro Culturale “Gens Valia” ha collaborato alla produzione della puntata speciale del programma televisivo “Esplorando” dal titolo “Radicofani e la Via Francigena”, con la comparsa di Ghino di Tacco della Fratta di Sinalunga. Nel documentario, coprodotto con Alex Revelli Sorini di ARS, si parla delle gesta del cosiddetto Falco della Rocca di Radicofani, che nel 1297 conquistò la Valdorcia partendo dalla Valdichiana.

Ecco a voi il video in anteprima, disponibile online al seguente link:

[button style=”3″ caption=”Radicofani e la Via Francigena” link=”http://www.taccuinistorici.it/ita/news/contemporanea/video/Video-esplorando-Radicofani-e-la-Francigena.html”][/button] [divider]

Per i telespettatori, questa è la programmazione della messa in onda:

Teletruria canale 10

venerdì 14 Giugno : ore 21.40
sabato 15 Giugno : ore 14.45
domenica 16 Giugno : ore 12.30

Toscana tv canale 18

domenica 30 Giugno : ore 13.15

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