dating tips for kvinner

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Pensieri e Parole

Socialitas, socialitatis: l’Irlanda nei pub

Se la socialità in Italia si sviluppa nei bar, in Irlanda essa si mescola con gli alcolici nei pub. O almeno questo è risultato dalle osservazioni personali che la sottoscritta ha raccolto…

Se la socialità in Italia si sviluppa nei bar, in Irlanda essa si mescola con gli alcolici nei pub. O almeno questo è risultato dalle osservazioni personali che la sottoscritta ha raccolto in anni di viaggi. Lunghe file di boccali vuoti sui tavoli e sul bancone dei pub riempiono i fine settimana irlandesi. Luoghi tradizionali, con una vecchia storia alle spalle e una moderna legata al turismo internazionale. Ma realmente fortunato sarà il viaggiatore che avrà il coraggio di spingersi al di là delle famose Dublino, Galway e Cork e che si inoltrerà nei piccoli paesi sparsi all’interno di ogni contea. Ad attenderlo ci sarà, infatti, un teatro di parole, persone e sentimenti umani. I luoghi, bene o male, si assomigliano: stanze e locali vuoti, come se ne trovano in qualunque parte di mondo e tempo; mentre le persone, attraverso i loro modi di dire e di fare, cambiano le situazioni e creano le storie da raccontare.

Oggi voglio narrarvi una storia irlandese. Si tratta di qualcosa che ho scelto accuratamente tra tutti i ricordi raccolti in quell’angolo di mondo, allo scopo di fornire la mia idea di cosa sia la socialità in Irlanda.

Il pezzo principale di questa storia si svolge a Kilkenny, cittadina situata al centro dell’omonima contea. Una sera, riparandomi dalla pioggia e dal vento, ho cercato rifugio in una porticina senza insegne, con una lanterna appesa all’esterno che indicava la possibilità di calore e birra. Se le parole mi assistono, l’intento di ricreare quella sera troverà un esito positivo.

Immaginate: luci soffuse, chiacchiere sommesse colorate da un uomo che pulisce un bicchiere dietro al bancone. Davanti a lui tre uomini seduti, a guardarsi ridendo negli occhi mentre stringono la loro birra tra le mani. Intorno a loro tavoli pieni, e un’aria che sa di familiare, come se quel luogo tenesse tra le braccia ogni singolo avventore.

Io mi siedo in un angolo, stretta nella mia sciarpa, infreddolita e bisognosa del tempo necessario a scaldarmi, e attendo la mia bevanda rigeneratrice. A un tavolo accanto al mio ci sono quattro persone: la prima cosa che colpisce è l’età. In circolo, le mani giunte davanti a loro, ci sono un vecchio, un uomo e due giovani, maschio e femmina. Il vecchio è talmente in là con gli anni che riesce a malapena a bere un bicchiere d’acqua con una fetta di limone. Le parole che escono dalla sua bocca, però, sono piene di vigore, cariche di esperienza. Mentre lui parla, l’uomo alla sua destra annuisce guardandolo di sottecchi, mentre il giovane con la giacca marrone e la ragazza con la cascata di capelli neri e ricci lo guardano con gli occhi che si illuminano. Mentre li osservo, realizzo un’idea improvvisa, una constatazione ineluttabile figlia di tante piccole immagini provenienti da ogni angolo irlandese da me visitato. Queste mi si affollano nella mente, e si uniscono alla visione del quadretto che si prospetta davanti ai miei occhi. Giungo a una conclusione: l’anzianità, in Irlanda, è una condizione ammirata. Chi è anziano è anche un cantastorie, un saggio, una persona che ha vissuto la guerra, le lotte intestine, la fame nei vecchi campi di Athenry. Diventa, quindi, una persona da ascoltare, con le labbra tremanti e le orecchie tese a captare ogni singolo e minuzioso dettaglio.

Rifletto, e i miei occhi si fanno vitrei al pensiero di mio nonno, a quando mi narrava le stesse vecchie storie, io con le mani sporche di gelato, e penso che in Italia la saggezza degli anziani non viene rispettata come dovrebbe, ma questa è un’altra storia della quale avrò modo di parlare in futuro.

Ricordate, invece, i tre uomini seduti al bancone, quelli che stringevano i loro boccali e i cui occhi ridevano? Bene. Mentre i miei pensieri vagavano da un’altra parte, l’uomo sulla destra si alza e si sistema lentamente al centro della sala. Si schiarisce la gola e, chinando leggermente la testa, comincia a cantare una canzone lenta, che sa di malinconia. Il silenzio scende fitto, e io osservo incuriosita gli astanti: ognuno di loro, nessuna eccezione, si è ammutolito e ha abbassato lo sguardo. Ovviamente io non conosco quella canzone, e avrei impiegato mesi per capire quale fosse. Si tratta di una famosa ballata irlandese che commemora la Ribellione del 1798, composta da Patrick Joseph McCall nel 1898. Si chiama Boolavogue, parla della morte di Father John Murphy, e le sue parole colpiscono il cuore. Mettete play, e provate a entrare nell’atmosfera di quella sera, mentre l’uomo schiariva le menti con la sua calda voce, e l’aria si riempiva di storia.

Boolavogue nell’interpretazione di Brian Roebuck, con Gerry O’Connor e Mick O’Brien

Estranea ed esterna, mi son sentita spettatore privilegiato di un momento, e ho cercato di imprimerlo il più possibile nella mente, osservando con minuzioso rispetto la lacrima che, vi giuro, è scesa sulla guancia del vecchio uomo, mentre stringeva quasi con rabbia la sua acqua con limone.

Ecco dunque il racconto di una delle modalità di partecipazione che costruiscono la socialità in Irlanda. Un’osservazione, niente più: da una parte l’ilarità di un popolo allegro, ospitale, incline alla risata; dall’altra la malinconia di chi è figlio della sofferenza. Di sfondo, immancabile, la condivisione di una storia difficile, che li unisce dal più piccolo al più grande degli individui.

Foto in copertina di LifeHack Quotes

Nessun commento su Socialitas, socialitatis: l’Irlanda nei pub

Alessandro Maria: la storia di un amore eterno

La storia che si vuole raccontare oggi, non è una storia a lieto fine. Ma è la storia di un amore eterno, che deve essere raccontata a prescindere da tutto,…

La storia che si vuole raccontare oggi, non è una storia a lieto fine. Ma è la storia di un amore eterno, che deve essere raccontata a prescindere da tutto, affinché non se ne perda il messaggio di amore profondo che è alla base di tutta la vicenda, un sentimento fortissimo che ha sostenuto i due anni di lotta del piccolo Alessandro Maria Zancan contro una grave e rara forma di leucemia, la linfoblastica acuta di tipo T (LLA-T). Due anni dove la famiglia Zancan ha ricevuto splendide manifestazioni d’affetto, da parte di parenti e amici, e dove la Fede ha avuto un ruolo via via sempre più significativo, che ha portato Alessandro a Lourdes, da Papa Francesco nei momenti più difficili della sua battaglia.

Alessandro se n’è andato il 28 Aprile 2014 all’età di dieci anni. Ma non per questo lo si deve considerare uno sconfitto, e non per questo la sua lotta è stata vana. In ogni vicenda umana, quale che sia l’epilogo, si nasconde un grandissimo messaggio di forza e amore, che sta a noi raccogliere e portare avanti, nel nome di chi non ce l’ha fatta e nel nome di chi rimane e di chi sta soffrendo nella malattia. Un messaggio che è giusto che i genitori, Luisa e Giorgio, e la sorellina Sofia portino avanti con la Fondazione Alessandro Maria Zancan ONLUS, fondata per sostenere i bambini malati e per garantire alle famiglie un futuro più felice (o “sognare un futuro più felice” – come sostiene il motto della Fondazione). Una Fondazione che ha già avuto un grandissimo sostegno, sin dall’evento inaugurale dello scorso 8 novembre, e che ha raccolto in quell’evento circa 15.000 €, cifra che è andata raddoppiando nei giorni successivi. I fondi raccolti serviranno per parecchi progetti, che sono stati riassunti in cinque “piccoli passi” dalla Fondazione: il sostegno dell’animatrice di reparto al San Gerardo di Monza; la sistemazione delle tombe dei bambini del Cimitero Maggiore di Milano (dove riposa Alessandro); la creazione di un gruppo di psicologi in reparto, a sostegno dei bambini malati e dei genitori; la predisposizione del Fondo “GrandeAle” per le famiglie disagiate e in difficoltà; non ultimo, sostegno pluriennale verso la ricerca riguardante la LLA-T, che colpisce il 10-15% dei bambini malati di leucemia. Purtroppo, per le forme recidive, le cure sono ancora molto limitate e c’è anche la necessità di trovare farmaci meno tossici.

La raccolta fondi può essere sostenuta tramite libere donazioni, oppure tramite l’acquisto del ciondolo-simbolo della Fondazione, o del libro “Alessandro Maria: una storia di un amore eterno”. 

Qualche parola sul libro è doveroso spenderla. Ciascuno può scegliere come raccontare il proprio dolore, soprattutto può scegliere se raccontarlo. Non esiste “giusto” o “sbagliato” in casi come questi – ma la scelta della famiglia Zancan di raccontare due anni di dolore, ma anche di speranza e amore, è una scelta coraggiosa, non da tutti, ed è degna di stima e di rispetto ora più che mai. Il raccontare una storia vuol dire anche passare un testimone, un messaggio. E fintanto che una persona rimane nel cuore di chi resta, fintanto che la sua storia sarà raccontata, fintanto che il testimone sarà passato di mano in mano, non morirà mai.

Il libro è strutturato come un lungo diario, dove sono stati pubblicati gli scambi, a cadenza quasi quotidiana, di messaggi tra mamma Luisa e gli amici e i parenti della famiglia, che hanno sostenuto sin da subito il loro amatissimo “Grande Ale”. In quel libro è presente un ampissimo spettro di sentimenti: ci sono il dolore, lo sconforto, il travaglio e la sofferenza, gli alti e bassi che traspaiono dalla scrittura a volte abbondante, a volte stringata e piena di dolore di mamma Luisa, nella quale si rispecchiano anche la sofferenza di papà Giorgio e della sorellina Sofia; ma l’aspetto che vale la pena di ricordare più di ogni altra cosa è quello dell’amore che ha unito tutti indistintamente, per aiutare Alessandro; la Fede e la speranza che sono cresciute – anziché affievolirsi – man mano che la sofferenza del bambino si faceva più acuta e lasciava sempre meno possibilità di guarigione. Non è stato come contemplare un cielo buio e basta, questo libro ha fatto vedere che è nel buio che si intravedono le stelle luminose, e che è grazie a quelle che si continua a camminare nella vita… E Alessandro continuerà a guidare la sua famiglia con amore, proprio dal cielo, come una piccola grande stella polare. Questo libro è molto più che una banale cronistoria, è un difficile percorso fisico e spirituale di più persone, un percorso che non può non essere raccontato e che è, nel suo piccolo, un racconto da cui se ne esce cambiati e con il cuore pieno di amore, commozione e speranza.

Grazie, piccolo Grande Ale!

www.grandealeonlus.org

NdR: l’immagine di copertina vuole essere un omaggio al quadro che Alessandro Maria aveva regalato ai genitori, durante la sua battaglia. 

Nessun commento su Alessandro Maria: la storia di un amore eterno

Socialitas, socialitatis: L’Italia nei bar

Ogni mattina, un italiano si sveglia e ha bisogno di un caffè. Si alza, si guarda allo specchio con aria assonnata e cerca di capire dove, come e perché. Nella maggioranza…

Ogni mattina, un italiano si sveglia e ha bisogno di un caffè. Si alza, si guarda allo specchio con aria assonnata e cerca di capire dove, come e perché. Nella maggioranza dei casi, vegeta per un po’ nel corridoio sorseggiando un caffè fatto di corsa, gli occhiali storti sul naso e grattandosi la pancia; una volta che il cervello realizza che ora sia, l’italiano, vestendosi in fretta e furia, la cravatta o la sciarpa sfatta, e acciuffando al volo la valigetta da lavoro o la borsa, muove i primi passi della sua giornata. La maggioranza dei casi inizia muovendosi verso il bar.

Oggi la mia mattina è iniziata esattamente così, come per quasi tutti gli italiani. Quindi, eccomi qui, a scrivere nel bar sotto casa. Rigorosamente, cappuccino con cacao e mezzo tramezzino senza maionese: una di quelle classiche situazioni nelle quali entri in un locale di ristorazione e ordini: Il solito.

I bar sono piccoli mondi dove gli italiani danno il via alla loro vita quotidiana, nei quali tornano svariate volte nel corso della loro giornata, e dove avvengono delle dinamiche determinate che caratterizzano un poco la nostra essenza. Dinamiche sociali.

Cos’è la socialità, prima di tutto. La Treccani mi aiuta con la sua definizione perfetta:

s. f. [dal lat. socialĭtas -atis «socievolezza», der. di socialis «sociale»; nel sign. 2, der. direttamente da sociale]. –  l’insieme dei rapporti che insorgono tra gli individui che fanno parte di una società o di un ambiente determinato; la coscienza, generale o individuale, di questi rapporti e dei diritti e spec. dei doveri che essi comportano.

Socialitas, socialitatis. Non è del tutto vero che oramai la maggioranza della socialità si sviluppa sui Social Network come si usa dire informalmente tra le persone. Io osservo un luogo che mi sento sia il carattere vivo e primario nel quale si sviluppa la socialità in Italia. Un luogo fatto di vociare e rumore di tazzine sbattute sul bancone, di briciole di cornetto adagiate sul pavimento e monetine abbandonate sugli scontrini.

Una iniziale differenziazione si può fare tra bar di città e di bar di paese. Per rimanere, intanto, per quel che permette lo spazio di questo articolo, a un livello superficiale che non tenga conto delle differenze regionali: il bello sarà che ognuno avrà modo di valutarlo personalmente. A questo livello di differenziazione, quel che ho notato è la diversità di tempi: la lentezza. Nel bar di paese il culto del caffè è associato al culto del buon vivere. Tutto appare più rilassato, meno frenetico. La città rappresenta, invece, un mondo più veloce, ma la magia del bar agisce anche lì. Per esempio, Roma: la vita romana esterna, ossia vissuta sulla strada, è fatta di gente che cammina velocissima da una parte all’altra, per correre a lavoro, a casa, a scuola, dovunque e, tutti a testa bassa, non ci si scambia uno sguardo manco a pagarlo. La magia: quando entra una persona in un bar tutto si rovescia. Un sorriso, un buongiorno a destra, un salve a sinistra, e via con le chiacchiere e le risate. Nel momento in cui nuovamente si varca la soglia e si esce di nuovo nel mondo ognuno torna al proprio anonimato auto-imposto.

Ecco una lista dei personaggi che più facilmente si possono incontrare nel vostro bar preferito:

Il barista e il suo aiuto, ovviamente. Dispensatori di caffè, non possono non essere amati. Nella maggioranza dei casi sono gioviali e allegri anche se sono le 6 di mattina, nessuno ha mai capito perché.

Il lettore del giornale. La Repubblica, Il Mattino, Il Corriere, non importa quale esso sia, se li legge tutti, riga dopo riga, sfogliando le pagine un po’ di corsa un po’ distrattamente. Di solito, comunque, si sofferma maggiormente nella lettura della Gazzetta dello Sport.

Il commentatore sportivo. Strettamente associato al lettore del giornale, ama e si diletta nell’inneggiare alla propria squadra, e denigrare quella altrui. Commentando l’ultimo gol del suo beniamino, i suoi occhi si spalancheranno insieme alla sua bocca per descriverne le meraviglie calcistiche. Poi sorseggerà il suo caffè stretto annuendo più a se stesso che al suo interlocutore.

L’orso da gioco. Ci sarà, sempre e comunque, qualcuno che sarà impegnato in uno qualsiasi degli svariati mezzi con cui gli italiani amano spendere i propri soldi: a scelta tra schedine calcistiche, gratta e vinci, Slot Machines.

Il politicante. Costui può essere un solo membro (che per lo più chiacchiera da solo riguardo all’ultimo evento politico) o un gruppo di, solitamente, uomini, che, a prescindere dall’età, aprono animatissimi dibattiti politici di tutti i generi. La frase: “Ai miei tempi…” si riscontra per lo più nei politicanti di età più avanzata.

Il circolo femminile: se vi capita di assistere a un raduno mattutino di anziane donne, la vostra giornata comincerà al meglio. Con allegra spensieratezza, trasmetteranno a voi il loro buonumore, mentre chiacchierano di cucito, di nipotini, di appuntamenti galanti e di tutto e di più.

L’intellettuale mascherato. In un angolino, nascosto da occhiali da sole anche se dentro è buio, c’è una creaturina che legge, ma che in realtà sta osservando con aria un po’ assorta tutto quel che accade intorno. Cosa stia pensando dentro la sua testolina, a nessuno è dato di saperlo.

L’uomo auricolare. Si può incontrare la tipologia di uomo d’affari con l’auricolare che va in ufficio mentre la limousine lo attende all’uscita, che entra gioviale chiedendo un caffè mentre parla delle ultime azioni col suo segretario in diretta telefonica. Si tratta di una figura che è sempre più difficile incontrare nei tempi contemporanei, ma che appunto per la sua ormai singolarità, ogni volta che entra in un luogo affollato tutti si girano a osservarlo.

Il papà. Lo zaino dell’ultimo cartone trendy su una spalla, una mano salda in quella della sua bambina pronta per la scuola, l’altra che regge faticosamente la valigetta da lavoro, chiede frettolosamente un caffè per affrontare la giornata. Ha subito la solidarietà di tutto il bar.

Ricordatevi, ogni mattina un italiano si alza e ha bisogno di un caffè. Non importa quanto sia in ritardo: l’importante è che faccia un salto al bar.

Opera in copertina: Jean Beraud, Al bar

1 commento su Socialitas, socialitatis: L’Italia nei bar

Halloween in Italia: una tradizione antica

Sentiamo sempre dire che Halloween è una festa americana, ma le sue radici affondano profonde nelle tradizioni europee, comprese alcune italiane. Si alza la nebbia e le foglie arancioni cadono…

Sentiamo sempre dire che Halloween è una festa americana, ma le sue radici affondano profonde nelle tradizioni europee, comprese alcune italiane.

Si alza la nebbia e le foglie arancioni cadono in silenzio dagli alberi: è arrivato l’Autunno.
È proprio in questa stagione umida ma generosa che, a cavallo tra fine Ottobre e inizio Novembre, si celebra la festa di Ognissanti, o Halloween per il mondo anglofono.

Il termine Halloween, o Hallowe’en, è di origini cristiane e significa “hallowed evening“, sera santa. Compare in intorno al 1750, come contrazione del più antico scozzese All Hallows Even, la sera prima del giorno di Ognissanti. Le origini della festa sono ambigue, in quanto molto antiche, e si pensa che possano risalire alla celtica Samhain o addirittura alle Parentalia romane.
Oltre a celebrare i defunti, presso i paesi anglosassoni Halloween ha storicamente assunto anche un significato di abbondanza, perchè determinava sul calendario la fine dell’anno contadino. Si tratta quindi di una festa che ha anche connotati allegri, gioiosi, una festa caratterizzata da canti, maschere e spettacoli; un’occasione per ridistribuire la ricchezza e fare beneficenza.

È probabile che questi elementi caratterizzanti delle due feste si siano mescolati, andando a creare quell’iconografia che oggi ritroviamo stereotipizzata nell’industria americana, ma che già erano presenti nella cultura occidentale.

In Italia esistono diverse tradizioni riguardanti le celebrazioni di questa festa, che variano di regione in regione e non sono quindi omogenee a livello nazionale. Se in Piemonte c’è la tradizione di aggiungere un posto in più a tavola per il defunto, in Val d’Aosta il rituale è più simile alla celebrazione celtica di Samhain.

In Toscana esiste la tradizione contadina dello zozzo (in alcune zone noto come morte secca), che consiste nell’intagliare occhi, naso e bocca in una zucca e porle una candela all’interno. La zucca veniva poi posta fuori casa o su un muretto e veniva addobbata con stracci a simulare i vestiti, per spaventare la vittima prescelta dello scherzo.

Anche in Pianura Padana esisteva la tradizione, almeno fino agli anni ’50, di utilizzare le zucche come lanterne per illuminare i borghi più bui. A Parma prendevano il nome di lümera. In Veneto, la candela posta all’interno della zucca simboleggia la resurrezione.

In Campania e in Puglia si usava apparecchiare a tavola anche per i defunti, mentre in Calabria si banchettava direttamente sulle tombe, dopo le celebrazioni.

In Abruzzo e in Emilia era tradizione bussare alle porte per chiedere offerte per in memoria – o per placare- i defunti.

In Sicilia la festa di Ognissanti è più simile al Natale, in quanto i bambini ricevono doni dai parenti defunti.

"Concas de Mortu", zucca intagliata della tradizione sarda

“Concas de Mortu”, zucca intagliata della tradizione sarda

In Sardegna, in Gallura, si celebra la festa di Sant’Andrea, durante la quale gli adulti vanno per le vie del paese percuotendo fra loro graticole, coltelli e scuri allo scopo di intimorire i ragazzi e i bambini che nel frattempo vagano per le strade con in amno zucche vuote intagliate a forma di teschio e illuminate da una candela. I giovani vanno a bussare nelle case, annunciano la loro presenza battendo coperchi e mestoli e recitando una filastrocca  ricevendo in cambio dolci e altre leccornie.

Le celebrazioni di Halloween si stanno pian piano uniformando, perchè viviamo in un mondo dove le influenze culturali viaggiano sempre più velocemente e possono raggiungere ogni luogo. Tuttavia, non dobbiamo temere di perdere le nostre tradizioni, perchè esse nascono proprio quando un popolo fa suoi i costumi di altre culture, modificandoli e adattandoli alla propria storia e al proprio territorio. In questo modo nascono nuovi modi di celebrare Halloween: a Mozzano, nei pressi di Lucca, dal 1993 è nata la tradizione della “Notte Nera“, un gioco interattivo dai connotati spaventosi che vede partecipanti numerose famiglie, mentre nelle Marche, a Corinaldo, durante l’ultima settimana di Ottobre il paese si anima di eventi, spettacoli, fuochi e luci.

Halloween è spesso incriminata come una festa commerciale, ma a conti fatti non lo è più del Natale, che solo da pochi decenni prevede lo scambio di doni. Tuttavia, lo scopo delle feste è proprio quello di creare senso di comunità, di creare divertimento e unione e di spezzare la monotonia della routine, e non importa il come. È inoltre sbagliato pensare che una festa possa appartenere a un solo Paese, in questo caso gli Stati Uniti. Ogni cultura ha il suo modo di celebrare i defunti, ed è più che normale che culture vicine si influenzino a vicenda e prendano in prestito le usanze l’una dall’altra. Infatti, non esistono muri che delimitino le culture, che sono in realtà malleabili e soggette a continui cambiamenti, proprio come le tradizioni.

È possibile che tra 50 anni Halloween in Europa sarà celebrata in modo completamente differente rispetto al nord America, è possibile che nascano nuove usanze diverse da una città all’altra: tutto dipende da noi.

Nessun commento su Halloween in Italia: una tradizione antica

Adesso? Il momento è passato

“In my humble opinion (IMHO)” si usava dire su internet qualche anno fa, per indicare un’opinione strettamente personale per evitare di far degenerare la discussione e mantenerla su toni pacati….

“In my humble opinion (IMHO)” si usava dire su internet qualche anno fa, per indicare un’opinione strettamente personale per evitare di far degenerare la discussione e mantenerla su toni pacati. Erano i tempi dei forum, è vero: poi sono arrivati i social network e a volte si confondono le opinioni con le verità assolute. I momenti passano, ed è necessario adattarsi ai nuovi contesti, soprattutto quando sono frutto di innovazione e rinnovamento.

Il momento è passato anche per i comitati “Adesso!” a sostegno di Matteo Renzi, a mio avviso. È passato circa un mese dalla ricostituzione dei comitati attraverso una rete nazionale , sulla scia delle primarie del Partito Democratico di due anni fa. Le parole della segretaria sono chiare «Ci siamo visti mettere i piedi in testa: noi abbiamo sempre spinto il carro e qualcuno per salirci sopra ci ha scavalcato. Ma il demerito è stato soprattutto nostro, perché molti di noi non hanno voluto partecipare alla vita del partito, ma se non partecipi non puoi cambiarlo».

Accanto a una lodevole iniziativa di maggiore apertura del Partito Democratico, di rilancio dei circoli online e di invito al tesseramento da parte dei simpatizzanti che non lo hanno ancora fatto, c’è ancora quella fastidiosa sensazione di blocchi contrapposti, di correntismo e di richiesta di ruoli per appartenenza e non per merito. Ancora più grave se a farlo è quella parte che ha messo la meritocrazia al centro del suo progetto politico.

2013

Il momento è passato anche per i capelli lunghi!

Sono stato tra i promotori dei comitati Adesso! in terra di Siena, due anni fa: una splendida esperienza di partecipazione e democrazia, che ha avvicinato tante persone alla politica e che ha portato notevoli risultati, nonostante la sconfitta iniziale. Per questo mi sento di far parte di coloro che hanno spinto il carro fin dalla prima ora, e non mi interessa se qualcuno mi ha scavalcato. Era quello che volevamo: diventare maggioranza, senza far distinzione tra i renziani della prima e della seconda ora. L’anno successivo l’esperienza si è trasferita nella fase congressuale, con la vittoria da parte di Matteo Renzi e la conseguente “scalata” al governo, che ha portato al successo elettorale per le europee e gli effetti attuali. L’esperienza ha quindi avuto un esito positivo, ha raggiunto il risultato sperato: il cambiamento di verso al partito e al governo. Da opposizione si è passati alla maggioranza, e adesso si lavora con serietà e responsabilità. In tutto questo, sono rimasto segretario di circolo del Partito Democratico a Montepulciano Stazione: lo ero prima dei comitati Adesso! e lo sono ora. Non ci vedo nulla di male in tutto ciò: i comitati non dovevano mica essere delle autostrade per la carriera politica personale, casomai per il miglioramento personale e collettivo di tutto il partito e di tutto il Paese.

Il momento è passato, quindi. Ricostituire i comitati Adesso! quando si ha in mano il Partito Democratico e il governo, con tutti gli oneri e gli onori che ne conseguono, non ha molto senso. Volevamo cambiare i contenuti della politica, non la forma: non volevamo sostituire una classe dirigente con un’altra, mantenendo inalterati gli errori del passato, le modalità di gestione delle cariche e dei ruoli. Per ottenere la meritocrazia è necessario accettare di essere scavalcati, a volte. Non possiamo chiedere il merito come criterio per la selezione delle cariche quando si è all’opposizione, e cambiare il criterio con l’appartenenza di corrente quando si è alla maggioranza: sarebbe il tradimento peggiore di tutti. Perchè assieme al consenso, quando si governa, serve anche la capacità.

Questo è il motivo principale per cui non ho aderito alla ricostituzione dei comitati Adesso! Non certo perchè ho rinnegato l’esperienza passata, anzi: credo che il mio impegno attuale all’interno del Partito Democratico sia la naturale continuazione di quell’esperienza e un’assunzione di responsabilità. Sostengo il governo Renzi, anche se digerisco male alcuni alleati di centrodestra.

Non ho bisogno di vassalli di Renzi che mi insegnino a essere renziano: ci riesco benissimo (o malissimo) anche da solo. Sono protestante anche in politica, mi piace ragionare da solo, senza intermediari. Tutti siamo capaci di confrontarci con documenti politici, con progetti, opinioni e proposte, senza necessità di un sistema feudale che cerchi di catalizzare il consenso. Altrimenti non è un rinnovamento, è una restaurazione.

Il momento è passato, come ho già detto. I comitati Adesso! sono entrati nel Partito Democratico e ne hanno assunto il controllo: se non l’hanno fatto nelle persone, in alcuni casi, l’hanno comunque fatto con il progetto politico: ed è proprio quello che volevamo. Non siamo più all’opposizione, siamo alla maggioranza, e chi dirige ha delle responsabilità. Me ne rendo conto, è più facile fare opposizione che governare. Per fare opposizione a volte basta fare un po’ di casino. Per governare non serve solo il consenso, ma anche la capacità. Attenzione, quindi, a non utilizzare i nuovi comitati Adesso! come forma di accesso a ruoli di prestigio personale utilizzando il consenso di Matteo Renzi, tradendo quel progetto politico che li ha animati due anni fa e che adesso anima il Partito Democratico. Se tutte le correnti si ritrovano nelle rispettive associazioni, chi rimane a guidare il PD? La responsabilità è di chi ha vinto il congresso, quindi la nostra. Rimboccarsi le maniche e lavorare, quindi. Chi agita il guinzaglio della folla è il primo a venirne morso.

Tutto questo, ovviamente, IMHO.

Ps: Domani partirà la Leopolda, la cartina tornasole del cambiamento politico di questo Paese. Quest’anno non potrò partecipare direttamente perchè devo rimettermi in pari con il lavoro dopo il viaggio di nozze, ma seguirò ovviamente l’evento attraverso i media online. Buona #leopolda5 a tutti!

Nessun commento su Adesso? Il momento è passato

Quello che il fango non deve nascondere: l’alluvione a Genova

Non parlare di quanto accaduto a Genova, sarebbe una grave mancanza. Ci sono catastrofi che non possono essere ignorate dall’informazione locale, ma che anzi devono servire da monito, che devono…

Non parlare di quanto accaduto a Genova, sarebbe una grave mancanza. Ci sono catastrofi che non possono essere ignorate dall’informazione locale, ma che anzi devono servire da monito, che devono ricordare che l’Italia è un territorio molto complesso, ma anche fragile, da un punto di vista idrogeologico. E come tale andrebbe trattato, prendendo precauzioni e non aspettando che arrivino le piene, i morti, la distruzione.  Abbiamo parlato di Parma, adesso ci sembra giusto coinvolgere in prima persona i genovesi che hanno assistito a una seconda alluvione nel giro di tre anni.

Ecco il contributo di una nostra lettrice, Laura Liliana Allori, che a nostro avviso, ha scritto una sacrosanta (e sentita) verità su quanto accaduto a Genova.

Venerdì 3 ottobre, sudando e ansimando, salgo lungo via Fereggiano per recarmi in Largo Merlo. Mia madre mi accompagna e ha voluto fare il lato “al sole” per vedere le condizioni del torrente, tristemente noto per i fatti del 4/11/2011. Io brontolando (sono vestita di blu e ci saranno 27°) obbedisco e mi fermo ad un certo punto, notando che i lavori di ristrutturazione dell’argine sono finanziati da “Nostra Signora del Rifugio …”. Come? Le suore? Ebbene sì, quei pochi lavori fatti sono stati finanziati non dal Comune, ma da un ordine di suore che ha un piccolo asilo nido a pagamento e un’enorme mensa per i poveri, dove danno da mangiare due volte il giorno.

Nel commentare il tutto, tra un arbusto di tre metri e l’altro, ci fermiamo a vedere le papere o anatre, o altri animali, sguazzare in pochi centimetri d’acqua e tanto, troppo verde misto a rifiuti, non molti, a dire il vero, ma abbastanza da diventare un tappo in caso di pioggia. Tornando indietro, questa volta all’ombra, notiamo che in un punto, dove nessuna delle due ricordava cosa ci fosse, c’è una piccola edicola con una Madonna e il ricordo delle sei vittime dell’alluvione maledetta. Mi è passato il caldo: mi si è gelato il sangue ripensando che la più anziana la conoscevo; alle lacrime versate al funerale della mamma mia coetanea che si è sacrificata per salvare il figlio; a quelle due bambine e la loro madre, rammento che una maestra di mia figlia abita nello stabile dove viveva quella famiglia di cui era rimasto solo il padre, il marito e mi raccontò le urla di dolore di quell’uomo, quel giorno e quelli a seguire.
Poi ripenso a quante cose non ci sono più. Io sono stata chiusa in casa per quasi due anni e, pochi mesi fa, sono tornata a uscire in una Genova che non riconosco. Da tre anni non ci sono più i sottopassi memorabili, con storici negozi, il megastore di via XX; così chiamiamo “amichevolmente” la nostra arteria più nota, il “centro” della città che porta alla piazza del Teatro Carlo Felice, del Palazzo Ducale, dei Musei dell’Accademia: piazza De Ferrari o “Deffe” da sempre. Insomma, avevo appena fatto in tempo a ritrovare i pezzi della città, che mi ero persa per la mia malattia che, ecco, una nuova tragedia me la riporta via e non c’è più via Venti e con lei le vie limitrofe, i negozi, il Museo di Storia Naturale. Non c’è più niente. Così, come al Borgo Incrociati, sempre a bagno, (nel 1992, 1993, 2010, 2011, 2014), sempre a pezzi, sempre di nuovo in piedi.

10636870_10204494157021293_7068776625838867747_oAl mattino di giovedì 9 ottobre resto senza luce in casa per una ventina di minuti, mi appello alla batteria del cellulare e cerco notizie sul sito dell’Arpal per capire se è il caso di andare a recuperare mia figlia a scuola in anticipo: allerta 2. Mando anche un sms con il link a mio marito . Torna la luce, accendo Primocanale, la tv locale più osannata dell’ultima settimana perché sempre in prima linea (a volte la si chiama anche tele tragedia…) e sento che non c’è da preoccuparsi, siamo ben lontani dal 2011. Nemmeno dodici ore dopo c’era un morto e la mia città era solo fango, macerie e rabbia. Ma la tv in prima linea sì, con i suoi insulti, celati dal microfono del cronista e le lamentele dalla gente.

La notte successiva sembrava di essere in guerra, tra tuoni, acqua e grandine non si vedeva ad un metro dal balcone: la tv (in prima linea!), in streaming sul cellulare perché senza luce, trasmetteva repliche.
Chi è il responsabile? Il sindaco? Lui se ne lava le mani (non ne ha bisogno, non se l’è sporcate di fango), sbologniamo la colpa all’Arpal, agli immigrati, al destino, al Karma a Dio, ma mai a chi si è intascato i soldi (50 milioni di euro solo dalla CEI nel 2011, 100 milioni ora, più un conto corrente dedicato, raccolte fondi, vendita di magliette “non c’è fango che tenga i genovesi” ancora addosso ai ragazzi, e anche a qualche ragazzone cresciuto …), dove sono? Nei giorni a venire, da quel maledetto giovedì notte, escono fuori mille ipotesi, ma intanto un uomo è morto (eh beh, non son sei, ho anche sentito e letto!), gente che ha appena ricevuto 500, 200 euro di risarcimento di tre anni fa (dalla Croce Rossa) dopo aver denunciato chi 50.000, chi anche di più. Sembra una beffa, è una beffa. Ma c’è la morte, di quell’uomo di cui si fa pure fatica a trovarne il nome, c’è la morte delle aziende, dei negozi: la morte nel cuore di ogni genovese danneggiato e non, angelo del fango o no eccetto dei responsabili che se ne stanno a teatro a mandarsi Tweet tra loro.
Genova in tre giorni è tornata quasi in piedi grazie a tanti nomi di persone di buona volontà, ai pompieri, ai dipendenti dell’Amiu che han fatto doppi turni, agli autisti degli autobus in giro con l’allerta 2 ma col coraggio e la consapevolezza di essere l’unico mezzo per molti.

Lo so sembra che voglio fare apologia cristiana, io da vecchia catto-comunista della prima generazione, quella che da’ a Cesare e a Dio, mi rendo conto che da Cesare cui ho pagato molto, ho ricevuto ben poco. Le cifre parlano chiaro, i fatti parlano chiaro (“non c’è fango che tenga” è partito come progetto dalla Parrocchia di Marassi, quella molto vicina a via Fereggiano!), i cartelli parlano chiaro: sono le suore che pagano.

Cartelli, messaggi, display, sirene, allarmi, televisioni sempre in prima linea: tutto il giorno dopo. Posso ancora riconoscere la mia Genova, la Superba: dalla faccia della sua gente, dei commercianti, dei baristi, degli “spazzini”, dei genoani e sampdoriani, e che da un po’ ha preso il colore del centro America, del nord e del centro più nero dell’Africa, dal volto dei ragazzi con la pala in mano: Matteo, Andrea, Filippo, Lorenzo. Angelica, Anna, Selene, Aurora, Stefano….. e tutti gli altri. Tanti colori tra il marrone del fango. I colori della speranza.

Non meno pungente è la testimonianza di Daniele, sempre di Genova, a cui ho chiesto un commento su quanto fatto dall’amministrazione e a cui ho chiesto di descrivere la sua zona:

In tutti questi anni, dall’alluvione del 1970, nessuno ha mai fatto niente per porre rimedi al dissesto idrogeologico, al fatto che il Fereggiano e il Bisagno, corrono praticamente sotto al centro abitato e non hanno un alveo atto a contenerli.

10668887_10204513656108758_1510135432274608438_oPer come la vedo io, su quanto accaduto la sera dell’alluvione, le cose stanno così: posto che il Sindaco sia andato a teatro per adempire a “obblighi istituzionali” come ha asserito poi e che alle 20,30 quando vi si è recato, era ancora tutto tranquillo… Ciò che non è ammissibile è che verso le 22,30, quando si stava scatenando l’inferno con la pioggia torrenziale (bomba d’acqua), nessuno si sia preso la briga di: primo, avvisare e reperire il sindaco; secondo, quelli dell’Arpal avrebbero dovuto rendersi conto che non sarebbe finita tanto presto, e, diramando subito lo stato di allerta, a stretto contatto con sindaco e protezione civile, avrebbero potuto sicuramente coordinare un piano di emergenza, disponendo l’invio sul territorio dei vigili del fuoco e dei mezzi della Protezione Civile. Contrariamente a tutto ciò, c’è stata un’immobilità sconvolgente e il sindaco, invece di prendere le redini della situazione in mano, se l’è tranquillamente presa con comodo. Sono quasi certo che il Comune non disponga nemmeno di un’unità di crisi da approntare in queste, ahimè, reiterate situazioni. E così siamo arrivati alla seconda alluvione in tre anni, a causa di uno scolmatore fermo con i lavori e a un gioco dello scaricabarile da parte delle varie autorità competenti. Grazie a tutto questo, ci sono persone che hanno perso la casa, prima ancora ci sono quelle che hanno perso la vita. E ci sono centinaia e centinaia di attività commerciali che non si rialzeranno più, sommerse da debiti, in attesa ancora di risarcimenti danni mai avuti, e pensa dove siamo arrivati: alcuni di coloro che hanno ricevuto un misero risarcimento danni (meno di un decimo di ciò che hanno perso), ebbene a queste persone, lo Stato ha considerato “reddito” questo risarcimento, e di conseguenza, sono stati tassati su questi soldi avuti. Questo, grosso modo, è il quadro della situazione.

La mia zona è stretta a tutti gli effetti tra il Fereggiano e il Bisagno, è la zona di Marassi, e molte attività commerciali nei fondi, ma non solo loro, sono state letteralmente distrutte dalla furia dell’acqua fuoriuscita dal Fereggiano. In questa seconda alluvione, molti più danni sono stati subiti da strade tipo Corso Torino e vie adiacenti, Piazza Colombo, alle spalle della centralissima via XX Settembre, la stessa via XX Settembre, viale Brigate Partigiane, molti negozi di Piazza della Vittoria e tutte le attività commerciali di Borgo Incrociati, che si trovano a 20 metri dal letto del Bisagno, ma ahimè, quasi sotto il suo livello. Un plauso assoluto va agli angeli del fango, senza di loro, sarebbe stato un dramma senza fine.

Foto a cura di Daniele. 

Nessun commento su Quello che il fango non deve nascondere: l’alluvione a Genova

Quello che il fango non deve nascondere: l’alluvione a Parma

Questi giorni credo che non si scorderanno mai. Non si dimenticheranno facilmente, e non sono e non saranno giorni facili, né per Genova, né per Parma. Lascio a chi ha…

Questi giorni credo che non si scorderanno mai. Non si dimenticheranno facilmente, e non sono e non saranno giorni facili, né per Genova, né per Parma. Lascio a chi ha tempo da perdere raffronti su “chi ha subito più danni”, su “quale tra le due città abbia subito la piena peggiore”, perché intendiamoci: anche una persona che non ha mai visitato le due città, ci arriva a capire che hanno due strutture completamente diverse. Ma non è questo il punto – entrambe hanno subito a modo loro danni, di varia entità!

Io posso parlare per quello che ho visto per la città che comunque mi ha accolto per un anno: Parma. Lascio al provincialismo gretto le affermazioni da manie di protagonismo “Ma tu cosa vuoi, vivi in una zona sicura, non hai subito danni, io sì” pronunciate in una sorta di vittimismo compiaciuto, quando magari sono proprio persone di altre zone di Parma ad accorrere in soccorso alle persone del Quartiere Montanara, la zona dove il torrente Baganza confluisce con la Parma e dove sono stati riscontrati i danni più ingenti (senza contare le valli sull’Appennino e la provincia). Lascio ai qualunquisti dietro uno schermo le frasi, e giuro che mi è toccato pure sentirle, “Fate andare prima gli immigrati e gli extracomunitari a spalare, poi vengo a spalare pure io“, “Fateci andare i politici corrotti!“, “Fateci andare gli studenti fannulloni!“; che sia parzialmente vera quest’ultima affermazione, posso anche confermarlo, visto che ho assistito a scene di improvvisa diligenza negli studi, da individui che criticano perennemente la città e che si trovano sempre male, che sia estate perché è troppo caldo e umido, che sia inverno, perché è tutto triste e grigio e c’è la nebbia (venendo da Milano, forse mi sono abituata troppo io agli inverni del Nord…); però della città si ricordano solo quando c’è da andare a ballare o fare l’aperitivo in via Farini, nel momento in cui si parla di faticare, cambia tutto. In ultima battuta, vorrei lasciare a chi è disperato nel dover “far notizia” (volutamente tra virgolette) gli attacchi al Sindaco, Federico Pizzarotti. Non ho sempre condiviso le scelte della giunta, ma penso che sia giusto osservare, che questa volta, ha fatto veramente del suo meglio nel gestire la comunicazione e nell’essere presente, fornendo informazioni utili, senza stare a ricamare drammi su drammi. Non stava semplicemente baloccando con Facebook e Twitter, ma il parmigiano medio fatica a capire che questi social network possono essere d’aiuto nel momento dell’emergenza, e non servono solo a postare idiozie. E allora deve attaccare e criticare da dietro uno schermo. Lascio gli attacchi a prescindere verso il sindaco a coloro che hanno il bisogno disperato di far sapere di quante pagine è il loro speciale sull’alluvione, e a coloro che hanno bisogno di drammi e non notizie da scrivere. Perché non parlare anche dell’allarme dato in notevole ritardo dalla Protezione Civile, che aveva anche sottovalutato la portata delle precipitazioni? Io ho iniziato a capire la gravità della situazione non alle 12 di lunedì, ma alle 16 circa, quando pioveva già da ore, come leggerete più avanti. Ma l’importante è prendersela con il sindaco sempre e comunque, facendolo tramite un organo di informazione che dovrebbe servire tutti i cittadini, di qualsiasi schieramento politico o idea.

Avrei da dire un po’ di cose sul provincialismo parmigiano, frammisto a boria e snobismo, ma magari lo dirò in un momento più opportuno, questo non è proprio l’occasione giusta, ma quest’atteggiamento, in questi giorni, non è comunque mancato. Ripeto che non è il momento giusto, perché ho visto un sacco di gente bravissima, in questi giorni. A prescindere dalla provenienza, dall’età, ci siamo trovati un po’ tutti colti di sorpresa di fronte a questa “Parma Voladòra” brusca e irascibile, gonfia di acqua fino a rompere il record della piena del 2000. 392 cm di rabbia, fango e detriti. Però quello che mi è piaciuto, è quello che c’è stato dopo, il darsi da fare per pulire tutto e rimettere in sesto i quartieri e le strade.

10704167_10204825003215047_2892855390032414041_nIo posso solo descrivere la crescente preoccupazione di lunedì, quando, insospettita da quel temporale che durava da troppo, ho deciso di iniziare a consultare i siti d’informazione, che iniziavano a esprimere altrettanta preoccupazione. Poi, nel pomeriggio, è partita l’escalation. Mi sono veramente insospettita quando è saltato internet del tutto, e la corrente elettrica ha iniziato a fare le bizze, ad andare a scatti. Ho acceso la tv e su TV Parma trasmettevano l’edizione straordinaria: la piena rovinosa del Baganza, il crollo del Ponte Navetta, i container nei torrenti, gli allagamenti di via Chiavari, via Po, delle altre vie prossime agli argini. Già decisa a muovermi, verso una zona più sicura, inizio a sentire che stanno chiudendo i ponti, e dovevo muovermi ad attraversarne uno.

Il Ponte di Mezzo è il ponte più vicino al centro, a via Mazzini, via che mi stavo apprestando ad attraversare, quando ho sentito distintamente il boato del torrente a una buona distanza. Sono arrivata al ponte, e non so come mai, ho iniziato a sentire paura. Per quanto mi dicessero “tranquilla che non tracima“, a vederlo, mi sono sentita come con l’acqua alla gola e ho iniziato a correre, allontanandomi dal ponte. I miei genitori stanno a Milano, e potevano solo vedere le zone più danneggiate tramite la televisione, in quei momenti, quindi mi hanno chiamato, preoccupati che Parma fosse interamente allagata e che avessi subito danni anche io. Li ho rassicurati, ma quella sensazione di ansia ci ha messo qualche ora ad andarsene.

Ripeto, io sono molto fortunata, perché non ho subito danni, di nessun tipo, a parte internet poco funzionante. E in quelle ore critiche, ho fatto la cosa migliore che potessi fare: informare le persone a me più vicine, i miei conoscenti, ma anche qualcuno che magari non riusciva a mettersi in contatto con altri in città, tramite Facebook, lasciando il profilo aperto con aggiornamenti costanti. Mi è sembrato un gesto naturale, per rassicurare tutti, senza che si spaccassero la testa per contattarmi, o intasando le linee telefoniche (gli unici operatori funzionanti erano proprio Vodafone e Wind). Adesso, posso dire che la situazione si sta ristabilendo in tempi tutto sommato rapidi, ovviamente il discorso è un po’ diverso, per il Quartiere Montanara, ma tanti si stanno rimboccando le maniche per spalare e lavare via il fango. La mia speranza è che chi ha subito dei danni, di qualsiasi entità, possa vedere almeno un risarcimento, ma i tempi saranno lunghissimi, visto che Genova, ahimè, ha faticato a vedere i soldi della prima alluvione del 2011.

Nessun commento su Quello che il fango non deve nascondere: l’alluvione a Parma

La delusione più grande: quanto ti illudono di avere un lavoro

In fondo, una giovane di 25 anni cerca ancora di sperare nell’Italia e nel suo disastrato mondo del lavoro. A 25 anni, si rincorrono ancora stage sottopagati (quando non pagati…

In fondo, una giovane di 25 anni cerca ancora di sperare nell’Italia e nel suo disastrato mondo del lavoro. A 25 anni, si rincorrono ancora stage sottopagati (quando non pagati affatto con la pretesa di essere curriculari o formativi) e pretese di lavoro assurde per una persona che si è appena affacciata nel mondo del lavoro, per poi sentirsi dire che a 29 anni si è già troppo vecchi e non possono più prenderti.

Mi sembra giusto che una persona, che ha passato i suoi ultimi 5 anni a formarsi all’università, dia qualche chance al proprio Paese, malgrado tutto quello che si dice, tutto quello che si dovrebbe fare e cambiare, ma che nessuno sembra avere la forza di fare.

Ti dicono che la laurea non serve più a nulla, eppure studi con impegno, tenendo ben in mente i sacrifici che i tuoi genitori fanno per pagarti gli studi, l’affitto e le relative spese se sei fuori sede. Per non gravare troppo sul loro bilancio, cerchi dei lavoretti occasionali, o dei lavori part-time, per non dire dei lavori veri e propri, andando incontro a tutte le difficoltà del caso, a un’università italiana ben lontana dal saper gestire e saper accettare questa piccola realtà sospesa tra due mondi. Ti dicono che l’università non sa preparare al mondo del lavoro, e anche per questo motivo cerchi di inserirti il prima possibile. Tuttavia, anche i datori di lavoro non sanno accettare degli studenti che vorrebbero anche lavorare, nascondendosi dietro il “non me lo posso permettere”, o arrivano a offrire loro – mossi da pietà – posizioni da sfruttamento. Tre, sei mesi a “fare fotocopie” e a “portare caffè”, sempre sottopagati o anche gratis – e qua, prego tutti i ragazzi e le ragazze di non accettare niente gratis, si finisce in un circolo vizioso senza fine e il primo stipendio vagamente decente lo si vede a 30 anni. Forse.

Detto questo – la cosa più brutta è quando ti illudono di aver trovato un lavoro, che addirittura è molto vicino, se non perfettamente coincidente con le tue aspirazioni. Il colloquio ti mette già nero su bianco tutto, trattamento economico, orario di lavoro, e ti chiedono di fare un lavoro di prova, prima dell’incontro finale che avrebbe sancito l’inizio ufficiale della tua attività. E allora, cosa fai? Ti lanci a capofitto nel progetto, passi giorni scervellandoti nella speranza che le tue idee vengano apprezzate. La comunicazione con i “superiori” è insolitamente veloce e rapida, e contenta di tutto ciò, consegni il lavoro, sperando in un riscontro rapido. Ma tutto tace. Né un va bene, né un non va bene, nessun commento circa pregi o difetti del tuo lavoro. Nulla. Zero. Solo una settimana dopo arriva un’email abbastanza asciutta e secca, senza saluti, ma con una domanda, a cui rispondi. Intanto sono passate tre settimane dalla consegna e nessuno si fa più vivo. Passano i giorni e non sai che fare. Provi a scrivere di nuovo, ma non ricevi nessuna reazione.

Intanto ti chiamano per altri lavori e non sai che cosa rispondere, perché sei lasciata “in sospeso”. Passa pure la data in cui avresti dovuto iniziare a lavorare da loro. Sei, in gergo, “rimasta a piedi”. Ed è anche altamente probabile, se non sicuro, che questi si sono intascati il tuo lavoro di prova, di cui non hai visto un solo commento, una valutazione, tantomeno un rimborso, un riconoscimento economico. Un “scusaci il disturbo, tieni qualcosa, perché comunque hai lavorato 10 giorni, nel bene e nel male”. E stai pure certa che si prenderanno qualche idea che hai avuto, si  prenderanno il merito di qualcosa che non è loro, ma che poteva essere anche loro.

Forse la cosa più brutta che mi potesse succedere è questa. Essere illusa e poi essere silenziosamente espropriata di un lavoro. Di qualche idea che potevo continuare a sviluppare io. Questo è quello che mi è successo con una start-up di Parma, che si vanta di “rispondere sempre” ai candidati, che si vanta di voler dare possibilità a tutti, di inserirli per farli crescere all’interno della propria attività – e sembra che chi entri non voglia quasi più uscirne. A me hanno fatto vedere l’entrata della loro magnifica fucina e lì sono rimasta, ad aspettare qualcosa che non è mai arrivato.

E se dovessero mai farsi vivi tra qualche mese e dirmi che mi vogliono a lavorare da loro? Rifiuterei, perché chissà cos’altro potrebbero avere in serbo per me. Perché prima avevano solamente bisogno di qualcuno che gli sbrigasse un lavoro nel quale, evidentemente, le loro idee erano in letargo, anziché essere sempre sveglie, come sostengono nel loro motto. E perché non provare a cavarsela pure gratis? D’altronde in Italia, chi frega se la cava sempre, alla faccia degli onesti.

Dopo questo, credete ancora che io abbia fiducia nel mondo del lavoro del mio Paese? Credete che mi possa presentare sempre affabile e servizievole, se l’ultima fregatura è stata anche quella più vicina ai miei sogni? Credete che sia troppo presentarsi e chiedere che anche un lavoro di prova venga retribuito e che abbia un suo contratto occasionale?

Credete che sia troppo? Se lo pensaste davvero, non avreste minimamente a cuore il vostro futuro, che siamo noi giovani. E pensate, esattamente come quella start-up di Parma, al vostro tornaconto e allo sfruttare idee degli altri, senza dare loro il minimo riconoscimento, perché tanto siamo giovani senza esperienza e volete continuare a tenerci senza esperienza, perché fa comodo. Per poi dirci che siamo troppo vecchi e non abbiamo imparato niente. Se questo è il modo per affossare la mia (poca) fiducia verso l’Italia, ce la state facendo. Ma se una cosa mi viene bene, è difendermi e passare al contrattacco. E da qui in avanti, sarà tutta difesa verso il mio lavoro. Perché voglio lavorare anch’io. E voglio vedere il mio lavoro riconosciuto con nome e cognome e retribuito. Non rubato.

5 commenti su La delusione più grande: quanto ti illudono di avere un lavoro

Quando l’inglese è abusato e bistrattato dagli italiani

“Dammi feed”, “Feedami”. (Qualcuno ha fame?) “Forwardami quest’email“. (Inoltrare è troppo brutto da dire?) “La nostra mission”. (Mission: Impossible) “Devi uscire dalla tua comfort zone”. (Che viene sempre storpiata in confort, comunque) “Anyway, oggi…

“Dammi feed”, “Feedami”. (Qualcuno ha fame?)

Forwardami quest’email“. (Inoltrare è troppo brutto da dire?)

La nostra mission”. (Mission: Impossible)

“Devi uscire dalla tua comfort zone”. (Che viene sempre storpiata in confort, comunque)

Anyway, oggi nel meeting abbiamo parlato di…”. (Perché se dici “comunque” e “riunione” sei troppo campanilista e poco up to date)

E poi arriva lei – lei che si vanta di essere una grande manager in carriera. Scusate, lei lo pronuncia mèenager, forse ingannata da quel qualcuno che le ha detto che le “a” in inglese si dicono tutte “e”. Iniziamo a sfatare questo mito: no, le “a” in inglese non si pronunciano “e”. Non si pronunciano tutte “ei”, o tutte “ae”. Bisogna capire e ascoltare bene le differenze di pronuncia. Così come l’ostico suono “th”, non è “ze”, non è “de”, ma per noi italiani lo è. Avete sentito per caso la pubblicità del videogioco “The Last Of Us – Remastered“? Chi si è accorto che è diventato un tremendo “Dee Laasd Of Aas Rimastered”? O la parola “love me” pronunciata “lav mi”? (E qua, con le mie origini anche milanesi, mi scappa una risata ogni volta… Perché capisco “lavami”).

La disperazione sale quando si deve affrontare la parola managementMeenaggèment. Non si chiede la perfetta pronuncia mænɪdʒmənt, sfoggiando un impeccabile British English, quanto meno si chiede di far cadere l’accento sulla sillaba giusta. Eppure, si continua a pensare che sia più cool… Ops, più bello infarcire il nostro italiano con molte parole inglesi, di cui spesso si arriva alla storpiatura, oltre che alterarne pronuncia e accenti sulle sillabe.

Per esempio, non capisco mai quando si dice “dammi feed” (già riportato sopra). Feed è nutrire. Feedback è il riscontro. C’è bisogno di storpiare e abbreviare queste parole, cambiandone il significato? Questo avviene non solo alle orecchie di un madrelingua inglese, ma anche di una persona che l’inglese lo conosce molto bene e lo ha studiato molto bene. E sappiamo in tanti quale sia il livello d’inglese insegnato qui in Italia, è uno dei peggiori paesi nell’Unione Europea.

È che il mio personale livello di tolleranza verso queste prassi è già basso di suo, e si azzera totalmente appena uno inizia a infarcire di parole inglesi il proprio vocabolario, al livello che in ogni frase ci deve essere una parola in inglese (sempre pronunciata malissimo, ricordiamocelo). Ora, se da un lato mi viene da giustificare queste (pessime) abitudini, perché nel campo del marketing e della comunicazione è impossibile da trovare qualcuno che parli un italiano che non sia altamente contaminato dal vocabolario inglese, dall’altro lato mi dico che è tutta pigrizia mentale, combinata a qualche desiderio di sentirsi tremendamente aggiornato e alla moda. Vedete, la tentazione di dire “up to date” e “fashionable” è stata tanta, ma un desiderio di cui non potete capire l’intensità. No, dire “essere fèscionFashion” non vuol dire essere alla moda. Non ha semplicemente senso. Sì, è pigrizia mentale, perché molti termini sono perfettamente tradotti in italiano e hanno un’espressione equivalente. Di espressioni intraducibili ce ne sono veramente poche – e anche se fosse, si può provare a usare un buon giro di parole. Ma capisco bene che la sinteticità dell’inglese affascini molti. Ma come tutte le cose, non bisogna abusarne, perché poi la figura da ridicolo è proprio dietro l’angolo, oltre al fatto di spiazzare persone che magari l’inglese non lo sanno bene.

Riflettiamo su questa prassi irritante e riduciamola, laddove possibile.

Che poi, sia chiaro, anche io uso correntemente alcune parole inglesi nel mio vocabolario – solo che con il passare del tempo mi sono decisa a usare quelle solo strettamente necessarie e quelle che mi sembrano oramai integrate nella nostra lingua. Però ammettete con me che il fascino di dire “multitasking” è irresistibile, rispetto a un ben più complicato e verboso “fare più cose contemporaneamente”. Multitasking. Multitasking. Multitasking. 

Nessun commento su Quando l’inglese è abusato e bistrattato dagli italiani

Vi racconto il mio ultimo viaggio in Messico

Sono nata in un paese colorato, dalla bandiera verde bianca e rossa. Un paese dai colori pastello, così mi immagino l’Italia, dalle colline verde-chiaro toscane, alle pianure giallo-paglierino della Puglia,…

Sono nata in un paese colorato, dalla bandiera verde bianca e rossa. Un paese dai colori pastello, così mi immagino l’Italia, dalle colline verde-chiaro toscane, alle pianure giallo-paglierino della Puglia, al verde-acqua o azzurro tenue del nostro bel mare.

Quando ho messo piede in Messico, invece, ho avuto una sensazione diversa. Un paese dai colori luminosi, accesi, mai tenui, capaci di attirare il viandante nel fascino della bellezza. Una bellezza che vorrei cercare di trasmettervi.

Scrivere racconti e articoli di viaggio è facile: il tuo corpo e la tua mente sono carichi di emozioni, suoni e immagini, e senza rendertene conto li hai fatti tuoi, ti sono entrati dentro ancora prima che tu abbia avuto tempo di rifletterci su. Il difficile sta nell’organizzarli, in seguito, e raccontarli in forma ordinata; il dramma sta nel scegliere un ricordo piuttosto che un altro. Devi tenere conto, fin da subito, che non riuscirai a parlare di tutto. Il Messico, poi, è un paese che non ti lascia andare, ti afferra, con le sue mani fatte di spezie e mercati, e che tanto avrebbe da dire.

Tre viaggi mi hanno arricchito nella “terra del mais”, come ogni tanto è chiamata questa Nazione. Un mese on the road nel 2012, tre mesi di ricerca etnografica in un municipio nello Stato di Puebla nel 2013, venti amabili giorni spesi a metà per impegni accademici e per vacanza nel 2014.

Per ben due di questi viaggi ho avuto la fortuna di partecipare al grito de independencia, celebrazione dell’indipendenza messicana, dove patriottismo e onor messicano si incontrano per le strade di ogni angolo, di ogni città, municipio, pueblito del Paese. Cosa dire di questa festa? Badate bene che si tratta di me che racconta, viaggiatrice e studiosa con la sua opinione, non di una verità assoluta, ossia nulla ch’io pretenda di possedere. La prima cosa che ho notato: i messicani amano la loro terra. La amano così tanto che quando un Governo non riesce a governare come dovrebbe, si sente ancora l’eco della revolución campesina. Per Città del Messico le manifestazioni sono all’ordine del giorno; la polizia, massicciamente spiegata con mitra e caschi antisommossa, si stanzia giornalmente lungo le vie del centro. Il Messico, in poche parole, è un paese che lotta. E quando arriva il momento del grito, si incontrano per la strada coloro che incarnano la voce del popolo, e coloro che si sentono al sicuro sotto le attività di repressione governative.

Messico

 Foto di Valeria Luongo

Festeggiare il grito è diverso a seconda del luogo: l’anno scorso ero a Cuetzalan del Progreso, municipio sulle pendici di una montagna nello Stato di Puebla; quest’anno ho partecipato ai preparativi nella piazza centrale (zócalo) di Città del Messico, e ai festeggiamenti su un’isola del Quintana Roo, Isla Holbox.

Tre diversissime tipologie: 1) Cuetzalan era un’allegra festa di paese, con banchetti di strada, fuochi d’artificio e rito dei voladores (cuetzaltechi che piroettano i loro corpi agganciati a una fune dalla cima di un palo di circa 30 metri); 2) Nello Zócalo di Città del Messico avevano eretto imponenti strutture celebrative, dove hanno avuto luogo virtuosismi militari in omaggio alle forze dell’ordine governative; 3) a Isla Holbox, meta turistica di giovani europei, la celebrazione si trovava a metà tra la rivisitazione di un mondo messicano dell’immaginario, fatto di asini e sombreri, e musica dance contemporanea.

Elemento comune: la gente. Numerosa, festaiola, carica di vita.

Messico

 Foto di Chiara Magliacane

La mia esperienza, la mia storia di viaggio, si svolge però principalmente nel luogo magico che è Cuetzalan del Progreso, nella quale ho vissuto le gioie e i dolori dell’investigazione di campo.

Tornare dove hai fatto ricerca è emozione pura. Si tratta del luogo dove sei stato accolto come un figlio, nel quale sei entrato a far parte del tessuto sociale e allo stesso tempo ne sei rimasto fuori; è il posto dove ti è rimasta la sensazione di trovare una situazione familiare, senza più l’ansia della ricerca, e dell’estraneità del luogo.

Ripercorrere, quindi, quelle strade, incrociare di nuovo gli stessi sguardi, ha toccato punti profondi del mio essere lì.

Messico

 Foto di Chiara Magliacane

Nuovamente ho visto queste meravigliose donne indigene che a settanta e passa anni camminano scalze per la strada, il fascio di legna legato alla fronte, belle e forti con la grazia della natura dipinta addosso. E via, così, per chilometri da Cuetzalan alle comunità che si trovano nel circondario, luoghi privilegiati per chi ci vive e, ovviamente, per chi sa dove siano. Santiago Yancuitlalpan è la mia preferita, a venti minuti di camioneta da Cuetzalan. Lì, in una capanna, si trova Panchita, circondata dalla sua famiglia. Ha 76 anni, e una treccia bianca che le arriva ai piedi, e ogni volta che i suoi occhi incrociano i miei sento un irresistibile desiderio di sorriderle. Una grande gioia nell’accoglierci all’ingresso, dopo quattro mesi di visite ogni settimana e di chiacchiere sotto la pioggia. Sedendomi sulla stessa sedia dove mi ero seduta tante volte, offrendoci lo stesso caffè, non poteva non tornare alla memoria la sfilza di lunghi pomeriggi trascorsi insieme. L’anno prima mi aveva accolto nella sua casa di legno, calce e terra, offrendomi cibo e comodità, lasciandomi rilassare su una sedia di paglia mentre la osservavo cuocere la tortilla nel focolare.

Alle volte ci dimentichiamo di quanto sia la semplicità la forma più perfetta del donare agli altri. Le parole per descrivere quella situazione sono tre: Accogliere, sorriso, sguardo. Il risultato è che non puoi andartene via senza una gioia in più all’interno di te stesso.

Terminando il mio racconto, questa la conclusione che mi appresto a dare: il Messico non è quello che traspare attraverso il turismo o le notizie giunte con i media. Il Messico, quello vero, almeno attraverso i miei occhi è fatto così.

Nessun commento su Vi racconto il mio ultimo viaggio in Messico

Quale futuro per la Ferrari?

Il weekend appena trascorso a Monza è stato un weekend impegnativo per la Ferrari, che era arrivata in Brianza accompagnata dalle voci che volevano (di nuovo) il presidente Luca Cordero…

Il weekend appena trascorso a Monza è stato un weekend impegnativo per la Ferrari, che era arrivata in Brianza accompagnata dalle voci che volevano (di nuovo) il presidente Luca Cordero di Montezemolo prossimo alle dimissioni. Voci che il presidente ha voluto calmare di persona, il sabato, con le seguenti parole:

Le voci su di me? Ho visto il polverone degli ultimi giorni, ma l’ho trovato eccessivo. Sono qui per lavorare, oggi, domani, i prossimi mesi. […] poi ho dato la mia disponibilità a marzo agli azionisti per restare altri tre anni e questo è tutto. Stiamo lavorando a chiudere un anno che rappresenta un e record storico per i risultati finanziari della Ferrari e con Mattiacci stiamo lavorando alla ricostruzione della squadra corse e qualche segnale, minimo e che non basta, lo vedo. (Fonte: Gazzetta dello Sport).

Questa replica non è bastata per placare quelle voci, i dubbi circa la futura permanenza di Montezemolo alla Ferrari, perché domenica, ovvero ieri, durante la gara, da Cernobbio è arrivata la stoccata di Sergio Marchionne, amministratore delegato del Gruppo FCA, neanche troppo velata – a dire il vero una vera e propria doccia gelata.

L’uscita numero uno della Ferrari non è in agenda, ma nessuno è indispensabile.

L’A.D. ha poi continuato:

La cosa importante per la Ferrari – insiste in numero uno di Fiat – non sono soltanto i risultati economici, ma è vincere. E sono sei anni che facciamo fatica. Sia Alonso sia Raikkonen sono campioni del mondo. Mi dà un fastidio enorme. Stiamo guardano da parecchio tempo le cose che non vanno bene. (Fonte: Huffington Post).

È evidente – ma questa non è una novità per chi ha seguito da vicino la Ferrari in questo campionato – che a Maranello non ci sia un’atmosfera serena. La delicata riorganizzazione del team di F1 ha portato all’allontanamento di alcune figure chiave, Stefano Domenicali e Luca Marmorini, per fare due nomi, che sono solo gli ultimi di una lista che comprende Aldo Costa (passato alla vittoriosa Mercedes), Chris Dyer, Luca Baldisserri e Luigi Mazzola. Ora, a corroborare ulteriormente la tesi che in Ferrari l’atmosfera sia tutt’altro che rosea, e che gli allontanamenti di alcuni dei tecnici e ingegneri non siano stati fatti propriamente cum grano salis, lo attestano anche queste due interviste, fatte proprio a Costa e a Marmorini da Leo Turrini nei mesi scorsi. Ma è altrettanto evidente che le parole di Montezemolo e di Marchionne rappresentino uno scontro tra due posizioni opposte: Montezemolo non è stato compreso nel nuovo Consiglio d’Amministrazione del Gruppo FCA e non vuole che la Ferrari diventi “americana”, tramite la quotazione della FCA negli Stati Uniti – un’eventualità che a suo tempo non aveva voluto neanche l’Avvocato Agnelli, che aveva infatti comprato la Ferrari per evitare che finisse nelle mani della Ford. D’altronde la difesa e l’esaltazione de “l’italianità” è sempre stato uno dei cavalli di battaglia del presidente della Ferrari. Dall’altro lato, abbiamo Sergio Marchionne, che ha bisogno che il gioiello del gruppo torni a essere anche sinonimo di successo in pista, oltre che un marchio che economicamente riscuote ancora molto successo. Marchionne ha bisogno di risultati, e può essere condivisibile. Ma fino a un certo punto.

In tutto questo, si aggiunge un avvenimento occorso durante la gara di ieri, che si è caricato di una valenza simbolica non di poco conto, che non deve spingere la dirigenza a proseguire nella politica di allontanamento compulsivo di tecnici e ingegneri dal team Ferrari: il ritiro di Fernando Alonso durante il Gran Premio d’Italia, la gara di casa. Un mesto ritiro di fronte ai Tifosi accorsi per supportare il pilota spagnolo, fino a quel momento autore di una gara faticosamente opaca, e il compagno di squadra, il finlandese Kimi Raikkonen, neppure lui particolarmente brillante sul circuito brianzolo. Ora, la natura del guasto era meccanica, nessun errore da parte del pilota spagnolo che sta dando il massimo per salvare una stagione inaccettabile per un team come la Ferrari; ma a mente fredda, rianalizzando i fatti e le dichiarazioni di questo weekend, una prima osservazione è sorta spontanea: speriamo non sia il preludio per una nuova “testa tagliata”. Il problema è che questa volta, rischia di rimetterci il cosiddetto “pezzo da novanta” – il presidente in persona.

Ma è veramente necessario continuare su questa linea? Che cosa si otterrebbe di meglio, con un nuovo presidente, nel breve termine? Ovviamente, la dirigenza avrà sicuramente i suoi piani ben definiti e dettagliati al riguardo, ma riorganizzare un team non è un processo che dà risultati nell’immediato, specie in questa F1 piuttosto “imbavagliata”, specie quando ci sono coinvolte centinaia di persone e uno dei problemi della squadra sembra essere la sinergia tra i vari reparti e la relativa comunicazione. Il ritiro di ieri deve servire come spunto di riflessione su quanto fatto fino a Monza e cosa fare per evitare alla Ferrari un’altra stagione da dimenticare. La Ferrari deve tornare a essere una squadra vera e propria, unita e con una direzione chiara da seguire tutti insieme, com’era fino al 2006, 2007 massimo. A togliere continuamente membri – ed è come smontare una macchina efficiente pezzo dopo pezzo – si ottiene il caos, e si ottiene una macchina che non funziona più come prima, che va portata costantemente dal meccanico per essere riparata. E soprattutto, al primo segno di difficoltà, deve tornare a essere una squadra che non prende decisioni affrettate, annebbiate dal caos e dalla paura di sbagliare di nuovo. Uno dei leitmotiv degli anni delle grandissime vittorie era proprio: “si vince insieme, si perde insieme”. Magari solo quello non sarà sufficiente a risollevare la Ferrari nel 2014 (più probabilmente nel 2015), tuttavia crediamo che sia un ottimo principio dal quale ricostruire un ciclo vincente. Principio che vince, non si cambia.

Nessun commento su Quale futuro per la Ferrari?

Plan 9 From Cyberspace – la dipendenza da relazioni online

L’uso di Internet è oramai consolidato nelle nostre vite – e ha portato senza dubbio a molti vantaggi e comodità nelle nostre prassi quotidiane. A partire dallo facilitare parte della…

L’uso di Internet è oramai consolidato nelle nostre vite – e ha portato senza dubbio a molti vantaggi e comodità nelle nostre prassi quotidiane. A partire dallo facilitare parte della burocrazia, alcune operazioni di acquisto e anche a partire dall’ampliare l’offerta di beni di ogni genere. Negarlo sarebbe poco onesto – Internet ha aiutato la maggior parte di noi e ci ha portato numerosi benefici. Anche da un punto di vista relazionale, ha facilitato dei legami a distanza, ha permesso a molti di noi di andare oltre certe cerchie locali, conoscendo nuova gente nell’etere (a patto però che certi legami si consolidino, diventando anche rapporti face-to-face, distanze permettendo).

C’è però da considerare anche un filone di svantaggi e di disagi che Internet ha portato, da un punto di vista relazionale. È corretto pensare che un uso smodato di Internet abbia portato a dei disagi nella psiche delle persone? O meglio, che un abuso del genere abbia esasperato certi disagi psicologici, o anche psichiatrici, portandoli direttamente in Rete? Negli ultimi anni, un filone della psicologia e della psichiatria, così come della sociologia, si è concentrato molto sui processi digitali, e su come questi sono stati in grado sia di degradare una vita tutto sommato stabile degli utenti, sia come questi abbiano peggiorato la situazione di una persona con dei disturbi pregressi.

Possiamo considerare i cosiddetti Internet Disease (Disagi causati da Internet) delle vere e proprie sindromi strutturate? Disagi che necessitano di cure mediche, se necessario? Si può dire di sì, perché vanno a confluire in alcuni disturbi psichiatrici già identificati, di natura ossessivo-compulsiva, di natura bipolare e via discorrendo.

Quest’editoriale è basato su alcune osservazioni avvenute in queste anni in Rete – osservazioni non solo derivate da Facebook – il social network più utilizzato dagli italiani – ma anche, in tempi meno recenti, dall’ora dimenticato MySpace, dove erano stati riscontrati i primi casi di individui che hanno poi manifestato disagi causati da Internet. Pur non essendo psichiatra, ma avendo studiato basi di Psicologia della Comunicazione, Sociologia, Antropologia e come questi si rapportano al mondo digitale, con gli anni è stato più facile notare individui dai comportamenti problematici in Rete.

Partendo dallo PIU Problematic Internet Use (Uso Problematico di Internet) – si scoprono molte declinazioni di quest’abuso che diventa dipendenza: vi sono dipendenze da gioco d’azzardo online, acquisti compulsivi online, dipendenza da pornografia online, dipendenza da social network orientati a un preponderante egocentrismo fatto di selfie, monologhi, un parlare e un uso di chat continuo. Sono tutte dipendenze che scattano nel momento in cui c’è una forte eccitazione positiva: si provi a pensare quando ci si riesce ad aggiudicare un’asta online, quando si vince una mano di poker online, quando si ricevono complimenti positivi per il fiume di foto quotidiane (dove si è sempre presenti, di rado sono foto ambientali) postate nel proprio profilo. Un’altra dipendenza pericolosa, perché non solo dannosa per chi ne soffre, ma per chi viene coinvolto per un lasso di tempo significativo, è la dipendenza da relazioni online.

Si ribadisce che sentire i propri amici online, laddove poi ci sia una relazione face-to-face, non è per nulla dannoso, così come non c’è niente di male nel conoscere della gente tramite un forum o una chat, sempre purché ci sia poi un riscontro nella vita offline. Ma ci sono persone che, con i loro disturbi e la loro “valvola di sfogo” su Internet, intrappolano persone normali in relazioni online dannose, che possono avere conseguenze a volte irreversibili sulla psiche dei malcapitati. E molto spesso, queste relazioni malate non escono dalla Rete.

Parliamo quindi di un disturbo che si basa su una dipendenza. Solitamente queste persone riescono anche a essere molto popolari su Internet, ma come fanno? Perché attirano l’attenzione per la quantità di foto, l’apparente vivacità della loro vita – che a ben vedere, in realtà non così vivace, per la loro loquacità online e… Per la loro perenne presenza online, a qualsiasi ora. Ci si sente automaticamente invogliati ad aggiungere queste persone nella propria cerchia di conoscenze. E la trappola scatta subito, perché di relazione vera e propria non si parlerà mai, per quanto la carica emotiva delle conversazioni online sia molto elevata, tanto quanto una conversazione fatta di persona. Questo perché? Perché fondamentalmente nella Rete si possono creare ideali di principe azzurro o principessa, che un incontro reale smonterebbero e farebbero svanire all’istante. L’individuo dipendente quindi gioca sull’emotività del suo interlocutore, ne cerca una perfezione illusoria e lo vuole comunque tenere sia a distanza, ma anche sotto controllo. Ma non solo: è anche in grado di convincerlo delle sue ragioni e di giocare sulla sua empatia. Come? Si è appena parlato dell’emotività. Molto spesso, queste persone disturbate si trasformano in Sob Story Teller (Autore di Storie Strazianti), le cui “confessioni shock”, che dicono di non aver mai detto a nessuno, in realtà tutta la loro cerchia di contatti ne è al corrente, sono basate su lutti continui e sempre improvvisi e… Su traumi infantili, o adolescenziali, subiti, o peggio ancora, di malattie gravi – come leucemie, tumori, operazioni delicate imminenti. Questo tipo di comportamento è una sorta di sviluppo “digitale” della Sindrome di Münchhausen, e molto spesso è tutto inventato, ma nel frattempo, l’individuo disturbato è riuscito ad attirarsi il conforto e la simpatia dei suoi contatti, continuando a inventare disturbi e malattie di ogni tipo. Molto spesso, quando lo smascheramento da parte dell’interlocutore è vicino, questi soggetti mostrano anche sbalzi d’umore, una certa aggressività verbale, fino a quando non tornano docili e dolci, una volta riacquistato il controllo sul loro interlocutore. Come se si avesse avuto a che fare con due persone totalmente diverse in pochissimo tempo. Se vengono smascherati del tutto, questi soggetti spariscono nel nulla, cancellando tutti i loro profili sui social network – come se non fossero mai esistiti. E la persona coinvolta può rimanerci traumatizzata, in maniera più o meno lieve, in base al coinvolgimento emotivo che ha avuto.

Sarebbe riduttivo definire queste persone delle pure e semplici drama queen. Perché dietro questi comportamenti ci sono dei disturbi più o meno gravi, che le famiglie di questi individui non hanno saputo cogliere e curare in tempo, mettendo sotto protezione soffocante questi soggetti, come se fossero bambini da proteggere e da coccolare sempre e comunque, senza contraddirli e senza cercare di indagare ulteriormente circa i loro comportamenti. A volte, questi individui dipendenti da relazioni online hanno una vita agiata, con un posto di lavoro fisso, senza particolari problemi, con un supporto eccessivamente amorevole da parte della famiglia. E agiscono lontani dalla vita reale, in questo caso. Perché è facile comportarsi così e inventarsi tutto nelle relazioni online? Perché in Rete non si hanno fatti per provare le loro bugie o comunque smascherarli immediatamente – quindi possono agire indisturbati. Nella vita reale si tende a non contraddire queste persone, per paura di essere giudicati delle persone spregevoli e indelicate. Ma chiudere una persona con dei problemi relazionali e psicologici di varia entità in una stanza, a relazionarsi con un computer, non è esattamente una delle scelte più sagge che si possano fare; perché i danni più grossi sono anche e soprattutto a carico di chi si è fatto coinvolgere sentimentalmente – e non lo si mette in dubbio, in buonafede – da queste persone. E molto spesso, chi poi viene “sedotto e abbandonato” da questi soggetti problematici, non ha il coraggio di raccontare a nessuno quello che ha passato, preso da vergogna, rimanendo a livello più profondo ferito da una vicenda simile e talvolta in difficoltà nel relazionarsi con altre persone in maniera serena.

Per saperne di più, si consiglia caldamente di vedere qualche puntata di una serie TV – reality in onda su MTV, intitolata “Catfish: False Identità”. Può rendere l’idea, visivamente parlando, di quanto descritto in quest’articolo.

Nessun commento su Plan 9 From Cyberspace – la dipendenza da relazioni online

Quale vorresti che fosse casa tua?

Non so voi, a me capita spesso di rimanere affascinata dalle case. Girando con la macchina, passeggiando lungo il marciapiede o, semplicemente, scorrendo delle foto su internet. Immagino quale potrebbe…

Non so voi, a me capita spesso di rimanere affascinata dalle case. Girando con la macchina, passeggiando lungo il marciapiede o, semplicemente, scorrendo delle foto su internet. Immagino quale potrebbe essere il quotidiano dentro questa o quella casa. C’è una veranda assolata con un dondolo sullo sfondo e un tavolo di legno, con un centrotavola decorato a fiori? La mia mente subito inizia a giocare con immagini di bambini che si rincorrono nel giardino, mentre i grandi si attardano a tavola con l’ultimo bicchiere di amaro, e la nonna, già stanca, che si è accomodata placidamente sulla sedia a dondolo, le mani giunte dolcemente in grembo, osservando  la sua famiglia con gli occhi che brillano.

Le case, almeno per me, hanno un fascino particolare. Ogni tanto capita di imbattermi in case davvero particolari, di quelle che fanno venire l’acquolina in bocca, specialmente quando sono circondate dalla natura incontaminata. In questo articolo vi propongo una rassegna fotografica di alcune tra le case e costruzioni che più hanno colpito la sottoscritta. Qual è la casa che, invece, piace di più a voi?

casa

Casa ispirata al Nord, in Colorado

“Sebbene si possa girare tra piaceri e palazzi, sii sempre umile, non c’è posto come casa propria.” 
JOHN HOWARD PAYNE

casa

 Casa sull’albero, notti sotto le stelle.

“La casa è quel posto dove, quando ci andate, vi accolgono sempre.” 
ROBERT LEE FROST

 

casa

 Un’entrata regale in mezzo al bosco.

“Se sei saggio, costruisci una casa e fonda un focolare.” 
PTAHHOTEP

casa

 Bellissima foto fatta da Matt Forbes.

“La mia casa è piccola ma le sue finestre si aprono su un mondo infinito.” 
CONFUCIO

casa

 Princes Street gardens in Scotland.

“A cosa serve una casa se non hai un pianeta decente in cui metterla?” 
HENRY DAVID THOREAU

 Hotel-Montana-Magica casa

Hotel La Montana Magica in Chile: chi non affitterebbe una stanza in questo paradiso?

“Ogni casa ha il suo odore inconfondibile. Qualcosa che ti eccita e ti spaventa. Come quando torni a casa dalle vacanze e rimani sul ballatoio, con la porta aperta e le valigie a terra. Indeciso se profanare quella strana penombra.” 
ALFREDO ACCATINO

casa

Un interno degno del riposo più dolce.

“Questa è la vera natura della casa: il luogo della pace; il rifugio non soltanto dal torto, ma anche da ogni paura, dubbio e discordia.” 
JOHN RUSKIN

casa

 Cottage sull’isola.

“«Seconda [stella] a destra e poi dritto fino al mattino», rispose Peter. «Che indirizzo bizzarro!». Peter era mortificato. Per la prima volta si rese conto che, forse, il suo era un indirizzo bizzarro.” 
SIR JAMES MATTHEW BARRIE

casa

 Per vivere cullati dalle onde.

“Senza destare l’attenzione una buona barca bada a se stessa. Nel vento si tiene in equilibrio senza tentennare; tra i flutti si tiene a galla senza affndare.”

RAY GRIGG

casa

Da Treehouses in the world, di Pete Nelson

“Le case dei vecchi hanno un odore particolare. Niente di poco pulito, voglio dire, soltanto che spesso si sente l’odore dei ricordi, di porte rimaste chiuse per molto tempo, una sorta d’intimità pesante e nostalgica.” 
JONATHAN COE

 

Nessun commento su Quale vorresti che fosse casa tua?

Gli annunci di lavoro ingannevoli: una pratica ignobile sempre più in aumento

La crisi, come ben sappiamo, ha lasciato a casa molti lavoratori italiani. E ne ha bruciati molti “alla partenza”, dato che molti neo-laureati sono ancora in cerca di lavoro anche…

La crisi, come ben sappiamo, ha lasciato a casa molti lavoratori italiani. E ne ha bruciati molti “alla partenza”, dato che molti neo-laureati sono ancora in cerca di lavoro anche a distanza di qualche anno. La crisi ha portato e porta tutt’ora sconforto e disperazione in molti; tuttavia, la disperazione può essere una cattiva consigliera e far cadere in trappole da cui è difficile uscire, lavorativamente parlando, perché può portare a far accettare posizioni lavorative che rasentano lo sfruttamento. Anzi, sono sfruttamento vero e proprio. Non ci si sente di dire che sia giusto che “pur di lavorare” si sia disposti a tutto. Non più, se “pur di lavorare” bisogna arrivare a imbrogliare anziani e persone con contratti ingannevoli ed essere ingannati a propria volta. 

Purtroppo, e qui non ci siano dubbi circa la posizione di quest’editoriale, c’è chi se ne approfitta della disperazione dei disoccupati, utilizzando una pratica ignobile che è la creazione di annunci di lavoro che si rivelano essere vere e proprie truffe. Ed è giusto saperlo.

Di che cosa si tratta? Molto spesso, nei siti di ricerca di lavoro come InfoJobs.it, ma soprattutto su kijiji.it – si parla con cognizione di causa, dato che una buona fetta di tempo è stata passata a monitorare quel sito – ci si imbatte in annunci che cercano genericamente personale ambo i sessi, tra i 18 e 55 anni per mansioni di segreteria, back office e logistica. La prima cosa che desta sospetti è il carattere vago della ricerca e soprattutto che non ci siano requisiti particolari e che non sia richiesta esperienza. Destano ancora più sospetto i tempi di risposta rapidissimi: com’era stato spiegato in questa rubrica, i tempi medi di risposta – o peggio, oramai si arriva direttamente alla non risposta – nel mondo del lavoro in Italia sono lunghissimi; in questi casi, le risposte sono velocissime, fatte da numeri nascosti o sconosciuti, dietro i quali vi è una segretaria molto disponibile e gentile che fissa il colloquio di lavoro per i giorni immediatamente successivi alla telefonata. 

Attenzione agli ambienti di questi uffici presso i quali ci si reca: sono uffici improvvisati. Spogli, giusto qualche tavolo sparso, mura con qualche poster attaccato qualche giorno prima. Sono popolati da gente sorridente, ben vestita che accolgono il malcapitato, lo fanno sedere a uno di questi tavoli e parlano, parlano e parlano in maniera vaga. Parlano di lavoro in team, di predisposizione al contatto dei clienti, gestione dei clienti, ma non dicono cosa si andrà a fare, non parlano delle mansioni ricercate nell’annuncio. Qualcuno ha provato a chiedere se quel lavoro non fosse in realtà un lavoro porta a porta. Ovviamente la risposta è stata “assolutamente no”, come se si fosse insultato qualcuno. Subito dopo verrà proposto al malcapitato un “giorno di prova” – ed è lì che si palesa la truffa. Ci si trova sballottati in giro per la città – o anche in qualche città vicina – in macchina con una coppia di “superiori” vestiti elegantissimi e ci si trova a scarpinare, palazzo per palazzo, a suonare citofono per citofono, per vendere contratti truffaldini dell’Enel, di Sky e contratti di telefonia. Queste truffe per lo più coinvolgono anziani o persone esasperate che finiscono per abboccare. Naturalmente, la giornata di prova è assolutamente gratuita – e talvolta si è costretti a firmare un foglio in cui non si sarebbe percepito alcunché – ma comunque i compensi, per gli scellerati che decidono di andare oltre il giorno di prova, sono tutti vincolati ai contratti che si sono riusciti a stipulare. E molto spesso non sono mai arrivati, tra una scusa o quell’altra. Però vengono promessi guadagni esorbitanti e viene ripetuto fino alla nausea che il lavoro funziona. Viene promesso un fisso al mese più incentivi, che non ci sarà mai, così come il contratto di lavoro firmato non verrà mai più visto e non verrà mai fornita una copia da tenere con sé. Così come, molto spesso, non vengono versati i contributi all’INPS. E i pagamenti non sono mai puntuali, avvengono, se avvengono, almeno 45 – 60 giorni dopo. Si cerca di lavare il cervello ai malcapitati, si cerca di tenerli in strada più a lungo possibile, lontani dall’ufficio, dove da lì in poi non si incontreranno più nessuno di quelli con cui si aveva avuto a che fare al colloquio. Ci si trova in un inferno dove si sfruttano i disperati, dove ci sono debiti, anziché grandi utili, dove ci sono mandati, sub-mandati e sub-sub-mandati, dove quei pochi contratti strappati a gente ancora più debole e fragile vengono annullati, per essere attivati con qualche altro codice utente a vantaggio della società, in modo tale da dimostrare l’inefficienza del neo-manager che vaga ogni giorno, che ci sia freddo o caldo, per i palazzi di svariate città. E pur di non pagare questa gente disperata che ha ceduto al “pur di lavorare”, gli aguzzini si inventano false denunce arrivate dai clienti a cui si è riusciti a strappare un contratto che metterà nei guai pure loro. E quindi, con lo stipendio del disgraziato, si devono pagare i legali e le penali. 

Quel che è peggio, è che queste società spariscono improvvisamente, gli uffici improvvisati tornano a essere stanze vuote, cambiano città, o cambiano semplicemente zona, e riaprono, con un nome diverso. O hanno il coraggio di tenere lo stesso indirizzo e numero di telefono e di cambiare nome e di dire che loro non avevano niente a che fare con l’agenzia o società precedente. A volte queste società non sono intestate nemmeno a loro, agli squali approfittatori, e di questi approfittatori non si saprà mai molto. Né il numero di telefono reale, né dove abitano quando hanno finito di rovinare la vita delle persone che tengono sotto scacco. 

Diffidate da chi cerca di difendere i propri ex-aguzzini, preso da una bizzarra Sindrome di Stoccolma verso i carnefici, dicendo “poverini, non c’è niente di male a fare i venditori porta a porta”. Invece sì, c’è qualcosa di molto perverso in questo giro losco e c’è una malvagità che non conosce limiti. E occorre sapere che la legge italiana negli ultimi anni ha cercato di tutelare consumatori e reali aziende oneste e pulite autorizzate alla vendita a domicilio, in particolare con la legge n.173 del 2005. 

Riportiamo quanto scritto in questo documento, che potrete trovare in forma integrale qui.

In passato la vendita a domicilio è stata regolamentata dall’art. 36 della L. n. 426/1971 e dall’art. 55 del D.M. n. 375/1988. Questa disciplina è stata successivamente recepita, in buona parte, dal D. Lgs. n. 114 del 1998, portante la riforma della disciplina del settore commercio. L’articolo 4, comma 1, lettera h), n. 4 di tale decreto annovera la “vendita presso il domicilio dei consumatori” tra le forme speciali di vendita, dettandone poi la disciplina all’articolo 19. 

I contenuti essenziali possono essere sintetizzati nei seguenti tre punti: 

1. La vendita al dettaglio o la raccolta di ordinativi di acquisto presso il domicilio dei consumatori, è soggetta a previa comunicazione al Comune nel quale l’esercente ha la residenza, nel caso di persona fisica, o la sede legale, nel caso di società (utilizzando l’apposito Modello COM 7). L’attività può essere iniziata decorsi trenta giorni dal ricevimento di detta comunicazione. Nella comunicazione deve essere dichiarata la sussistenza dei requisiti previsti all’articolo 5 del medesimo decreto n. 114 del 1998 e il settore merceologico.

2. Il soggetto, che intende avvalersi per l’esercizio dell’attività di incaricati, ne comunica l’elenco all’autorità di pubblica sicurezza del luogo nel quale ha la residenza o la sede legale e risponde agli effetti civili dell’attività dei medesimi. Gli incaricati devono essere in possesso dei requisiti di carattere soggettivo. L’impresa rilascia un tesserino di riconoscimento alle persone incaricate, che deve ritirare non appena esse perdano i requisiti richiesti. Il tesserino di riconoscimento deve essere numerato e aggiornato annualmente, deve contenere le generalità e la fotografia dell’incaricato, l’indicazione a stampa della sede e dei prodotti oggetto dell’attività dell’impresa, nonché del nome del responsabile dell’impresa stessa, e la firma di quest’ultimo e deve essere esposto in modo visibile durante le operazioni di vendita. Le disposizioni concernenti gli incaricati si applicano anche nel caso di operazioni di vendita a domicilio del consumatore effettuate dal commerciante sulle aree pubbliche in forma itinerante. Il tesserino di riconoscimento è obbligatorio anche per l’imprenditore che effettua personalmente le operazioni disciplinate dal presente articolo. 

3. Alle vendite presso il domicilio dei consumatori si applicano altresì le disposizioni di cui al decreto legislativo 15 gennaio 1992, n. 50, in materia di contratti negoziati fuori dei locali commerciali. 

Chiunque si presenti alla vostra porta, nel tentativo di vendervi un contratto alternativo a quello che avete fatto, senza alcun tesserino di riconoscimento, senza neanche identificarsi, che non rende nota l’azienda o la società per cui lavora, non va fatto neanche continuare, ma va allontanato dalla propria abitazione. Se si riesce, occorrerebbe avvisare il Comune di riferimento, nella speranza che si possano effettuare eventuali verifiche – sempre che i truffatori non abbiano già cambiato nome dell’azienda e sede. La vendita a domicilio è estremamente regolamentata e molti di noi non lo sanno e pensano che sia qualcosa che si fa con un colpo di bacchetta magica.

Gli unici “poverini” sono quelli che si lasciano coinvolgere in questo giro, accettando di disintegrare la propria dignità “pur di lavorare, fare qualsiasi cosa”. Il problema è che non è più lavoro, ma sfruttamento, che è molto diverso dal lavorare. Non accettate nulla che abbia a che fare con queste truffe, al primo sospetto, alla prima campanella d’allarme, allontanatevi. Ma non abbiate paura di dire nome dell’agenzia, indirizzo, tutti i riferimenti possibili a chi di dovere e a chi è stato contattato per cadere nella stessa trappola. Non abbiate paura, ci sono molti siti e gruppi su Facebook che servono per denunciare queste attività. Non vorreste mai che qualcuno di vicino a voi cada nella trappola, giusto? Allora parlatene e fate sapere a tutti chi sono i disonesti e chi ha cercato di approfittare di voi. Il lavoro è una cosa, lo sfruttamento è un’altra. E va fermata, può essere fermata, se si fa scudo comune verso certe pratiche ignobili e inaccettabili

2 commenti su Gli annunci di lavoro ingannevoli: una pratica ignobile sempre più in aumento

Type on the field below and hit Enter/Return to search