La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Pensieri e Parole

Il racconto come strumento di promozione turistica

Nel corso del Primo Forum sul Turismo nella Valdichiana Senese, che si è tenuto a Chianciano Terme lo scorso 27 marzo, ho avuto modo di approfondire il ruolo dello storytelling nella promozione turistica, come…

Nel corso del Primo Forum sul Turismo nella Valdichiana Senese, che si è tenuto a Chianciano Terme lo scorso 27 marzo, ho avuto modo di approfondire il ruolo dello storytelling nella promozione turistica, come rappresentante della società Valdichiana Media.

Valdichiana Media è una giovane società locale, società a maggioranza femminile in cui ruoli chiave sono ricoperti da donne e da under35, è sempre bello sottolinearlo. Ci occupiamo di servizi editoriali con la nostra redazione multidisciplinare, soprattutto per il web, tra comunicazione, giornalismo, uffici stampa, reportage di eventi, social network e web marketing. La nostra specializzazione è la produzione di contenuti multimediali di qualità, specialmente per raccontare questo territorio, favorendone lo sviluppo e la valorizzazione.

Il nostro prodotto editoriale più conosciuto è probabilmente il magazine che state leggendo in questo momento, La Valdichiana, ma non ci limitamo a questo: abbiamo accolto con gioia la proposta di Federalberghi Chianciano nel dare il nostro contributo per organizzare il forum, perché crediamo nel turismo come motore per lo sviluppo della Valdichiana e crediamo nell’interazione positiva tra pubblico e privato: la Valdichiana deve fare rete, facilitare il dialogo tra i territori e tra i settori, tra le associazioni, le imprese, le istituzioni. In questo senso è fondamentale il ruolo di facilitatori del dialogo, e di filtro, soprattutto in una società invasa, sovraccaricata dalle informazioni, nell’epoca dei social network e della possibilità da parte di chiunque di pubblicare qualsiasi cosa. Anche i mondi del’informazione, della politica, della comunicazione, a nostro avviso devono fare il loro ruolo nella società attuale, facilitando il dialogo e non ponendo delle chiusure, filtrando le informazioni sulla base degli specifici interessi del pubblico e non censurando o delegittimando la partecipazione dal basso: partecipare alla conversazione, facilitarla, non imporla né bloccarla.

Inoltre crediamo nella forza del racconto, che sempre più sta diventando importante anche nelle strategie turistiche attraverso lo storytelling, il content marketing. Soprattutto in un territorio come la Valdichiana, che ha tanto da raccontare, una serie di eccellenze dal termalismo alla cultura, dalla storia al folclore, dall’enogastronomia agli eventi, dalla natura alla musica, che funzionano al meglio soltanto se possono mettersi in rete, dialogando e sviluppandosi ulteriormente.

Il racconto ha questa funzione: raccontare un territorio significa viverlo, conoscerlo, entrare in contatto con le sue vere radici culturali: partecipare, in qualche modo, alla costruzione della sua identità. Un territorio come questo non è un territorio da cartolina, bensì vive su un rapporto continuo tra uomo e natura, tra passato e futuro, in cui l’uomo ha contributo a modificare il paesaggio, adattandolo al cambiamento. Quando abbiamo cominciato la nostra attività eravamo convinti che la Valdichiana avesse una dignità da raccontare, una sua identità che potesse essere centrale, e ci crediamo tuttora.

La valorizzazione di un territorio passa dal racconto, poiché è il racconto che crea la nostra identità. E ciò che fa parte della nostra identità fa parte di noi, fa parte di ciò che vogliamo proteggere, far conoscere e valorizzare. Raccontare la Valdichiana passa anche attraverso forum come questi, e faremo del nostro meglio per renderlo un appuntamento stabile.

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Copyright: come funziona?

Spesso si è soliti prelevare indistintamente fotografie reperite su internet per fini di vario tipo, senza troppo chiedersi se così facendo si commette un illecito o meno. È bene premettere…

Spesso si è soliti prelevare indistintamente fotografie reperite su internet per fini di vario tipo, senza troppo chiedersi se così facendo si commette un illecito o meno.

È bene premettere che la Legge sul Diritto d’Autore L. n.633/41 (per brevità LDA) distingue due generi di fotografie:

  • quelle da considerarsi ‘opere d’arte’ (art.2, n.7)
  • quelle che non possono essere considerate ‘opere d’arte’ (le ‘semplici fotografie’ disciplinate dagli artt.87-92, LDA).

La differenza sostanziale è che le prime soggiacciono alla più ampia disciplina prevista per tutte ‘le opere dell’ingegno di carattere creativo’ e vengono definite dalla LDA come opere ‘dotate del carattere di creatività.

In giurisprudenza non vi è però molta chiarezza sulla linea di confine tra opere fotografiche e fotografie semplici, ma una certa concordanza può essere rinvenuta sul fatto che:

L’opera fotografica è considerata quella connotata da chiari tratti individuali che permettono di far conoscere l’impronta del suo autore.

Non deve trattarsi di mera abilità e capacità professionale del fotografo ma di effettivo apporto creativo ed inventivo (in altre parole, va dimostrato che l’immagine contenga elementi di interpretazione creativa e non solamente di abilità tecnica).

L’immagine che presenta un tale valore artistico è quindi considerata una vera e propria opera dell’ingegno, tanto che gode della piena protezione già riconosciuta ad esse e comprendente il diritto morale ed il diritto patrimoniale d’autore, per tutta la vita di questo fino al 70° anno dopo la sua morte.

Al contrario, le fotografie semplici dove manca la connotazione artistica sono disciplinate esclusivamente dalla citata LDA e vengono definite:

immagini di persone o di aspetti, elementi o fatti della vita naturale e sociale, ottenute col processo fotografico o con processo analogo, comprese le riproduzioni di opere dell’arte figurativa ed i fotogrammi delle pellicole cinematografiche. Non sono comprese le fotografie di scritti, documenti, carte di affari, oggetti materiali, disegni tecnici e prodotti simili.

All’autore della fotografia spetta una tutela meno garantista di quella accennata in precedenza: in particolare per 20 anni dal momento in cui la foto è stata scattata spettano il diritto esclusivo di riproduzione e il diritto esclusivo di diffusione e spaccio. Resta comunque fermo il fatto che spetta comunque un equo compenso per la riproduzione della sua opera.

Vista la diffusione della problematica, di nostro interesse sono le ‘fotografie semplici’ e disciplinate in particolar modo l’art.90 della citata legge.

Tale articolo prevede che le fotografie, affinché siano protette da copyright nel momento della loro pubblicazione, devono riportare:

  • il nome del fotografo;
  • la data dell’anno di produzione della fotografia
  • il nome dell’autore dell’opera d’arte fotografata;

La disposizione, inoltre, al comma 2 continua dicendo:

Qualora gli esemplari non portino le suddette indicazioni, la loro riproduzione non è considerata abusiva e non sono dovuti i compensi indicati agli artt. 91 e 98 a meno che il fotografo non provi la mala fede del riproduttore.

Per quanto sopra, è possibile ritenere che l’aver reperito uno ‘scatto’ su internet, sprovvisto dei riferimenti di cui sopra, e averlo pubblicizzato sul proprio sito non sembra integrare una violazione della disciplina dei diritti d’autore.

A conferma di quanto argomentato, si riporta di seguito il testo di due pronunce della Suprema Corte di Cassazione.

Cass. n.5237/91:

Nel caso di fotografie, per cui il diritto di esclusiva è previsto per vent’anni dalla produzione dall’art. 92, primo comma, L. 22 aprile 1941, n. 633, la mancata indicazione della data di produzione, come prescritto dal precedente art. 90, primo comma, esclude che possa considerarsene abusiva la riproduzione da parte di un terzo, dovendosi presumere, se l’autore non ne fornisca la prova della malafede, la buona fede del riproduttore (ultimo comma, art. 90 cit.). A tal fine l’omessa indicazione della data di produzione della fotografia non può essere surrogata dal deposito e dalla registrazione di uno stampato su cui la fotografia stessa sia stata già riprodotta, atteso che tali elementi possono dare certezza della data della riproduzione, ma non di quella della produzione.

Di particolare interesse è Cass. n.5969/05, la quale recita:

Nella ipotesi in cui, convenuta la cessione dei diritti di autore su di un’opera fotografica tra fotografo e cessionario, quest’ultimo provveda alla pubblicazione della fotografia, e questa venga, successivamente, riprodotta da terzi, spetta al fotografo il diritto ad un equo compenso (ex art. 91 terzo comma legge n. 633/1941) soltanto se, sull’esemplare della fotografia riprodotta, il suo nome risulti espressamente indicato, ovvero se, in assenza di tale indicazione, egli fornisca la prova della malafede del riproduttore, dimostrando che quest’ultimo era, comunque, a conoscenza della provenienza dell’opera.

La questione trattata non sembra essere di poca rilevanza, soprattutto in ragione dell’avvento del digitale e della innumerevole quantità di immagini reperibili su internet; immagini utilizzate per gli usi più disparati, dai più frivoli a quelli più seri, come l’utilizzo di fotografie per la costruzione di un sito.

È capitato, infatti, che per la realizzazione di un sito internet, all’interno del quale erano state utilizzate immagini reperite sul web, (sedicenti) agenzie di fotografi avessero avanzato richieste di risarcimento danni per l’uso indebito dei fotogrammi; richieste accompagnate subito dopo da una proposta transattiva per la risoluzione bonaria della vicenda.
Dall’analisi delle varie fattispecie e dal tenore delle richieste, nella maggior parte dei casi si potevano addirittura rinvenire gli estremi di una truffa.

Nei casi di specie e per quanto sopra argomentato, erano infatti da ritenersi inconferenti i vari avvertimenti minacciati, come ad esempio:

vi ricordiamo che la responsabilità permane anche nel caso in cui: l’immagine sia stata reperita su internet e ritenuta erroneamente disponibile per un uso libero

Ciò perché, come più volte ripetuto dalla Suprema Corte, in tali casi si deve presumere la buona fede di chi compie l’atto di riproduzione, mentre la mala fede deve essere provata (ovviamente nelle sedi giudiziarie opportune introducendo un giudizio civile).
I testi delle lettere delle agenzie risultavano poi di dubbia liceità anche in merito al tenore della la proposta di risoluzione bonaria della vicenda.

In sostanza ciò che veniva richiesto era la sottoscrizione di un contratto di licenza ad effetti retroattivi, la cui validità sarebbe stata imputata al solo periodo di uso dell’opera. Se vi fosse stata una effettiva violazione dei diritti d’autore sarebbe stato legalmente più corretto ricevere la semplice richiesta di pagamento del compenso previsto per l’uso dell’opera (con richiesta diretta da parte del fotografo o del proprio rappresentante), o al limite una citazione a giudizio per il risarcimento danni.
In altre parole e in breve, la sottoscrizione di un contratto con soli effetti retroattivi è una forma che ‘esce decisamente dai tradizionali schemi‘ legali.

La proposta era altresì singolare per il fatto che le agenzie richiedenti il risarcimento si presentavano come rappresentanti di fotografi o agenzie fotografiche, etc., ma non come cessionarie dei diritti dell’opera in questione.

A tal proposito, è da evidenziare il fatto (a parere di chi scrive di non poco conto) che il rapporto contrattuale eventualmente intercorso con il titolare della fotografia riprodotta sarebbe stato di semplice rappresentanza e non di cessione dei diritti di uso dell’opera.
Tuttavia, il contratto di licenza, per come strutturato, doveva essere sottoscritto in favore dell’agenzia e non anche del fotografo, così che l’eventuale compenso doveva essere versato direttamente all’agenzia.

Una tale pattuizione, è dato ritenere, sarebbe stata legittima se l’agenzia avesse detenuto anche i diritti dell’opera; circostanza che – basandosi sul testo delle lettere – non sembrava al contrario esistere.

Non a caso, nei contratti di licenza si era dato leggere:

L’agenzia X dichiara e garantisce di detenere i diritti esclusivi necessari per la transazione e la conciliazione (…), compresi i diritti di concessione di licenze per l’utilizzo passato (…)

ma non dichiara al contrario di detenere i diritti della fotografia.

In conclusione e per tutto quanto sopra affermato, è da ritenere che il mancato rispetto delle disposizione dell’art.90, LDA in fase di pubblicazione di fotografie semplici (in forma sia cartacea che telematica), non legittimi alcuna pretesa economica o di altro genere da parte del suo autore nei confronti di chi avrà riprodotto o utilizzato le ridette immagini senza autorizzazione.

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La costruzione del Muro di Betlemme, undici anni dopo

A nome di alcune associazioni del territorio, riceviamo e pubblichiamo una lettera aperta sul Muro di Betlemme: Il 1° Marzo 2015 è l’ XI° anniversario dell’inizio della costruzione del Muro…

A nome di alcune associazioni del territorio, riceviamo e pubblichiamo una lettera aperta sul Muro di Betlemme:

Il 1° Marzo 2015 è l’ XI° anniversario dell’inizio della costruzione del Muro di Betlemme

Oggi la costruzione del Muro è completata. È lungo 755 chilometri ed è certamente il monumento più grande all’incomprensione, alla sopraffazione e alla paura che esista sul nostro pianeta. Riportiamo un estratto dalla “Lettera da Betlemme – Marzo 2004” scritta da una delle Suore del Caritas Baby Hospital di Betlemme ( unico ospedale Pediatrico della Cisgiordania ):

“Uno ad uno, sei blocchi di cemento alti otto metri vengono passati in un largo solco da un’altissima gru. Sono i primi sei blocchi del muro. Da oggi, primo Marzo 2004, Betlemme può chiamarsi “ufficialmente” una prigione. Ecco il primo pezzo di muro… ce lo troviamo davanti quasi all’improvviso, orribile. Il suo grigiore sta davanti a noi, abnorme, inumano: ci taglia fuori completamente dalla vita dei normali, liberi esseri umani. L’hanno iniziato a pochi passi dal nostro ospedale. Davanti al muro regna il silenzio, anch’esso divenuto grigio e pesante. Sono pochi gli abitanti di Betlemme che si recano a vedere la triste novità di questi giorni, per un po’ la giudichiamo quasi indifferenza, ma loro il muro non lo vogliono neppure vedere, non ne vogliono neppure sentir parlare, nauseati fino in fondo da una vita priva di dignità, vissuta pagando per tanta violenza”.

Sono passati undici anni ma il Muro non è diventato parte del paesaggio come succede a tanti altri manufatti, e non lo sarà mai. Per chiunque lo veda è immediatamente chiaro che si tratta del perimetro della più grande prigione a cielo aperto del mondo. Non è una frontiera come molti pensano, è un recinto, largamente in terra altrui anche secondo le deliberazioni delle Nazioni Unite, un recinto che sancisce una disuguaglianza inammissibile tra due popoli che dovrebbero avere la garanzia di godere degli stessi diritti umani.

muro betlemme 2Dal 1° Marzo 2004 le Suore operatrici del Caritas Baby Hospital, ogni giovedì recitano il rosario davanti al muro, sotto le canne delle armi automatiche, per ricordare a tutti che la violenza e l’ingiustizia sono sempre ingiustificabili chiunque ne sia l’autore e chiunque ne sia la vittima. È in atto una grande mobilitazione di individui, movimenti, paesi interi per il riconoscimento da parte delle Nazioni Unite dello Stato palestinese. Numerosi Paesi europei ed extraeuropei l’hanno già fatto. Questo non è solo un fatto istituzionale, è prima di tutto un fatto politico, con enormi significati sociali. Significa prima di tutto diritto all’acqua, diritto alla mobilità, diritto al lavoro, diritto ad una sanità adeguata, diritto a progettare la propria vita.

Dobbiamo mobilitarci tutti per questo grande obbiettivo: due Popoli, due Stati. Il Muro, a Betlemme e in tutti gli altri luoghi della Terra, non chiude solo i palestinesi in un recinto, rinchiude anche il popolo israeliano in un destino di intolleranza e incomprensione, dove domina la paura. Il muro non esalta ma distrugge anche la loro libertà.

La Banda del Sorriso – Chianciano Terme
Gli Amici di Betlemme
I volontari toscani in Terrasanta
Legambiente Chianciano – Montepulciano

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Un giro a Londra per parlare di multiculturalismo e intercultura

Vi è mai capitato di passeggiare per le vie di Londra? Sicuramente, almeno una volta nella vostra vita, è successo. Quando è capitato a me, in occasione del mio ultimo…

Vi è mai capitato di passeggiare per le vie di Londra? Sicuramente, almeno una volta nella vostra vita, è successo. Quando è capitato a me, in occasione del mio ultimo viaggio nella capitale britannica, mi sono trovata a riflettere sulle nozioni di multiculturalismo e intercultura. «Perché?», direte voi. Beh, se vi è capitato di passeggiare per le vie londinesi la risposta risulterà chiara. Per dirla in poche parole, è difficile trovarsi a camminare per strada circondati da inglesi e basta. Più facile sentir parlare svariate lingue da tutto il mondo, osservare diverse sfumature di colore di pelle, o diversi lineamenti del viso ed espressioni corporali.

Insomma, Londra è meravigliosamente multiculturale.

A seguito di questa asserzione piuttosto banale e di dominio comune, colgo quindi l’occasione per affrontare il discorso riguardo a questo tema.

Si utilizzano principalmente due termini per definire un contesto in cui più società convivono sullo stesso territorio; spesso, erroneamente, essi vengono confusi e associati come sinonimi: multiculturalismo e intercultura.

Nel momento in cui il termine multiculturalismo è entrato in vigore alla fine degli anni Ottanta, ha designato quel tipo di contesto nella quale società diverse convivevano tra loro. Tale accezione ha perdurato nel corso degli anni, ma il dibattito teorico e interdisciplinare su tale parola è arrivato in seguito alla constatazione che si trattasse di un concetto statico. Il multiculturalismo dava l’idea di un mondo dove culture diverse convivessero nello stesso luogo ma non si incontrassero mai.

Un concetto statico che poco ha a che fare con la realtà dei fatti, insomma. Dalle parole di Ugo Fabietti: «Il mondo infatti non è statico, fermo. Per quanto a noi possa rassicurare l’immagine di culture ben localizzate sul territorio (così come l’idea che coloro che ad esse appartengono possiedono delle identità localizzate), gli esseri umani si spostano, viaggiano, comunicano, confliggono, scambiano». Rimando a un precedente articolo nel quale avevo già parlato del cambiamento sociale.

L’esigenza di una nuova semantica divenne quindi impellente. Oggi, infatti, è preferibile riferirsi a un contesto di interculturalità. Intercultura, in effetti, rappresenta esattamente il dinamismo che caratterizza il nostro mondo. Oggi questo termine rappresenta l’idea che le società che convivono in uno stesso territorio si aprano le une alle altre, apprendano reciprocamente e si trovino in un contesto di incontro dinamico, interculturale appunto. Soprattutto in ambito pedagogico, dove sempre più si incontrano figli di diverse società, deve risultare pressante «l’invito a non considerare la cultura/le culture in modo statico, descrittivo e museografico», attraverso «un’attenzione verso le prospettive dell’antropologia culturale, e ad una sua rilettura in chiave pedagogica che stimola il confronto non più sulle culture dell’altrove pensate in modo esotico, ma sul ruolo dei soggetti quali creatori di significati culturali», come riportato da G. Benvenuto in La scuola diseguale. Dispersione ed equità nel sistema di istruzione e formazione.

La riflessione quindi che scaturisce dall’analisi semantica di questi due concetti riguarda principalmente la presa di coscienza, da parte di noi abitanti, di un mondo multiculturale che agisca a livello interculturale. Ossia di un mondo fatto di società diverse che convivono tra loro ma che non si chiudano in tanti pezzi separati tra loro, ma che interagiscano e siano fruitori di nuove interazioni dinamiche.

In conclusione, queste le parole illuminanti di Ugo Fabietti:

Un mondo in movimento è senz’altro più difficile da rappresentare di un mondo fermo […]. Un mondo fatto in questo modo è più difficile da rappresentare di un mondo in cui tante “culture”, tante “società”, tante “etnie” venivano comodamente localizzate nello spazio come le macchie colorate di un puzzle. Non è un mistero che l’antropologia e le scienze umane e sociali in genere, abbiano preferito offrire un’immagine dell’umanità “a scomparti”, dove ogni cultura corrisponde a una società e a un territorio ben delimitati. Ma oggi, in una situazione di delocalizzazione e di erranza sempre più accentuate, sono i nostri modi di rappresentare gli scenari che ci stanno di fronte a dover cambiare. E a dover cambiare sono anche i nostri modi di pensare quotidiani. Non si tratta di abbandonare le nostre certezze, i nostri radicamenti, le nostre identità. Si tratta solo di prenderle per quello che sono: delle realtà forti, potenti, di cui abbiamo certo bisogno per esistere; ma anche delle realtà costruite, stratificate, frutto di incontri con altre identità. “Costruzione dell’identità in contesti plurali” significa anche questo: essere disposti ad accettare l’idea della propria identità come “costruzione” per potersi incontrare con gli altri.

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Esempio di buona sanità a Nottola

Abbiamo ricevuto, dal Signor Franco Fatichenti di Chiusi, una lettera dove ci racconta un caso di buona sanità vissuta all’ospedale di Nottola. Di solito, sono sempre i casi di mala…

Abbiamo ricevuto, dal Signor Franco Fatichenti di Chiusi, una lettera dove ci racconta un caso di buona sanità vissuta all’ospedale di Nottola. Di solito, sono sempre i casi di mala sanità a salire all’onor di cronaca, ma questa testimonianza è l’eccezione che conferma la regola, e vogliamo  segnalare che la buona sanità esiste se fatta da persone competenti e meritevoli. E’ quindi per questo motivo che vogliamo pubblicare la lettera del Signor Franco, indirizzata al Direttore e a tutto il personale operante all’ospedale di Nottola.

“Salve,
sono un paziente che è stato ricoverato e quindi operato dal Dott. Andrea Ceppi presso l’ospedale di Nottola il 06/10/2014 per Artroprotesi Tricompartimentale Bilaterale ad entrambe le ginocchia.

Con questa lettera mi voglio complimentare con il Direttore della struttura per l’alto grado di professionalità e competenza espresso dai suoi medici specialisti in questa occasione.

Voglio esprimere con forza questa mia soddisfazione in quanto a 28 giorni dall’intervento cammino autonomamente senza l’ausilio di alcuna stampella ed ho passato il decorso post operatorio senza alcun problema o sofferenza.

Devo inoltre esprimere il mio grande ringraziamento a tutto il personale dell’ospedale per la cortesia e correttezza dimostratami insieme al mio medico di famiglia Dott. Alessandro Radicia con il quale è maturata la volontà di portare avanti questa scelta.”

La lettera conclude con i complimenti al Direttore per la conduzione della struttura.

Il paziente Franco Fatichenti

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Socialitas, socialitatis: l’Irlanda nei pub

Se la socialità in Italia si sviluppa nei bar, in Irlanda essa si mescola con gli alcolici nei pub. O almeno questo è risultato dalle osservazioni personali che la sottoscritta ha raccolto…

Se la socialità in Italia si sviluppa nei bar, in Irlanda essa si mescola con gli alcolici nei pub. O almeno questo è risultato dalle osservazioni personali che la sottoscritta ha raccolto in anni di viaggi. Lunghe file di boccali vuoti sui tavoli e sul bancone dei pub riempiono i fine settimana irlandesi. Luoghi tradizionali, con una vecchia storia alle spalle e una moderna legata al turismo internazionale. Ma realmente fortunato sarà il viaggiatore che avrà il coraggio di spingersi al di là delle famose Dublino, Galway e Cork e che si inoltrerà nei piccoli paesi sparsi all’interno di ogni contea. Ad attenderlo ci sarà, infatti, un teatro di parole, persone e sentimenti umani. I luoghi, bene o male, si assomigliano: stanze e locali vuoti, come se ne trovano in qualunque parte di mondo e tempo; mentre le persone, attraverso i loro modi di dire e di fare, cambiano le situazioni e creano le storie da raccontare.

Oggi voglio narrarvi una storia irlandese. Si tratta di qualcosa che ho scelto accuratamente tra tutti i ricordi raccolti in quell’angolo di mondo, allo scopo di fornire la mia idea di cosa sia la socialità in Irlanda.

Il pezzo principale di questa storia si svolge a Kilkenny, cittadina situata al centro dell’omonima contea. Una sera, riparandomi dalla pioggia e dal vento, ho cercato rifugio in una porticina senza insegne, con una lanterna appesa all’esterno che indicava la possibilità di calore e birra. Se le parole mi assistono, l’intento di ricreare quella sera troverà un esito positivo.

Immaginate: luci soffuse, chiacchiere sommesse colorate da un uomo che pulisce un bicchiere dietro al bancone. Davanti a lui tre uomini seduti, a guardarsi ridendo negli occhi mentre stringono la loro birra tra le mani. Intorno a loro tavoli pieni, e un’aria che sa di familiare, come se quel luogo tenesse tra le braccia ogni singolo avventore.

Io mi siedo in un angolo, stretta nella mia sciarpa, infreddolita e bisognosa del tempo necessario a scaldarmi, e attendo la mia bevanda rigeneratrice. A un tavolo accanto al mio ci sono quattro persone: la prima cosa che colpisce è l’età. In circolo, le mani giunte davanti a loro, ci sono un vecchio, un uomo e due giovani, maschio e femmina. Il vecchio è talmente in là con gli anni che riesce a malapena a bere un bicchiere d’acqua con una fetta di limone. Le parole che escono dalla sua bocca, però, sono piene di vigore, cariche di esperienza. Mentre lui parla, l’uomo alla sua destra annuisce guardandolo di sottecchi, mentre il giovane con la giacca marrone e la ragazza con la cascata di capelli neri e ricci lo guardano con gli occhi che si illuminano. Mentre li osservo, realizzo un’idea improvvisa, una constatazione ineluttabile figlia di tante piccole immagini provenienti da ogni angolo irlandese da me visitato. Queste mi si affollano nella mente, e si uniscono alla visione del quadretto che si prospetta davanti ai miei occhi. Giungo a una conclusione: l’anzianità, in Irlanda, è una condizione ammirata. Chi è anziano è anche un cantastorie, un saggio, una persona che ha vissuto la guerra, le lotte intestine, la fame nei vecchi campi di Athenry. Diventa, quindi, una persona da ascoltare, con le labbra tremanti e le orecchie tese a captare ogni singolo e minuzioso dettaglio.

Rifletto, e i miei occhi si fanno vitrei al pensiero di mio nonno, a quando mi narrava le stesse vecchie storie, io con le mani sporche di gelato, e penso che in Italia la saggezza degli anziani non viene rispettata come dovrebbe, ma questa è un’altra storia della quale avrò modo di parlare in futuro.

Ricordate, invece, i tre uomini seduti al bancone, quelli che stringevano i loro boccali e i cui occhi ridevano? Bene. Mentre i miei pensieri vagavano da un’altra parte, l’uomo sulla destra si alza e si sistema lentamente al centro della sala. Si schiarisce la gola e, chinando leggermente la testa, comincia a cantare una canzone lenta, che sa di malinconia. Il silenzio scende fitto, e io osservo incuriosita gli astanti: ognuno di loro, nessuna eccezione, si è ammutolito e ha abbassato lo sguardo. Ovviamente io non conosco quella canzone, e avrei impiegato mesi per capire quale fosse. Si tratta di una famosa ballata irlandese che commemora la Ribellione del 1798, composta da Patrick Joseph McCall nel 1898. Si chiama Boolavogue, parla della morte di Father John Murphy, e le sue parole colpiscono il cuore. Mettete play, e provate a entrare nell’atmosfera di quella sera, mentre l’uomo schiariva le menti con la sua calda voce, e l’aria si riempiva di storia.

Boolavogue nell’interpretazione di Brian Roebuck, con Gerry O’Connor e Mick O’Brien

Estranea ed esterna, mi son sentita spettatore privilegiato di un momento, e ho cercato di imprimerlo il più possibile nella mente, osservando con minuzioso rispetto la lacrima che, vi giuro, è scesa sulla guancia del vecchio uomo, mentre stringeva quasi con rabbia la sua acqua con limone.

Ecco dunque il racconto di una delle modalità di partecipazione che costruiscono la socialità in Irlanda. Un’osservazione, niente più: da una parte l’ilarità di un popolo allegro, ospitale, incline alla risata; dall’altra la malinconia di chi è figlio della sofferenza. Di sfondo, immancabile, la condivisione di una storia difficile, che li unisce dal più piccolo al più grande degli individui.

Foto in copertina di LifeHack Quotes

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Alessandro Maria: la storia di un amore eterno

La storia che si vuole raccontare oggi, non è una storia a lieto fine. Ma è la storia di un amore eterno, che deve essere raccontata a prescindere da tutto,…

La storia che si vuole raccontare oggi, non è una storia a lieto fine. Ma è la storia di un amore eterno, che deve essere raccontata a prescindere da tutto, affinché non se ne perda il messaggio di amore profondo che è alla base di tutta la vicenda, un sentimento fortissimo che ha sostenuto i due anni di lotta del piccolo Alessandro Maria Zancan contro una grave e rara forma di leucemia, la linfoblastica acuta di tipo T (LLA-T). Due anni dove la famiglia Zancan ha ricevuto splendide manifestazioni d’affetto, da parte di parenti e amici, e dove la Fede ha avuto un ruolo via via sempre più significativo, che ha portato Alessandro a Lourdes, da Papa Francesco nei momenti più difficili della sua battaglia.

Alessandro se n’è andato il 28 Aprile 2014 all’età di dieci anni. Ma non per questo lo si deve considerare uno sconfitto, e non per questo la sua lotta è stata vana. In ogni vicenda umana, quale che sia l’epilogo, si nasconde un grandissimo messaggio di forza e amore, che sta a noi raccogliere e portare avanti, nel nome di chi non ce l’ha fatta e nel nome di chi rimane e di chi sta soffrendo nella malattia. Un messaggio che è giusto che i genitori, Luisa e Giorgio, e la sorellina Sofia portino avanti con la Fondazione Alessandro Maria Zancan ONLUS, fondata per sostenere i bambini malati e per garantire alle famiglie un futuro più felice (o “sognare un futuro più felice” – come sostiene il motto della Fondazione). Una Fondazione che ha già avuto un grandissimo sostegno, sin dall’evento inaugurale dello scorso 8 novembre, e che ha raccolto in quell’evento circa 15.000 €, cifra che è andata raddoppiando nei giorni successivi. I fondi raccolti serviranno per parecchi progetti, che sono stati riassunti in cinque “piccoli passi” dalla Fondazione: il sostegno dell’animatrice di reparto al San Gerardo di Monza; la sistemazione delle tombe dei bambini del Cimitero Maggiore di Milano (dove riposa Alessandro); la creazione di un gruppo di psicologi in reparto, a sostegno dei bambini malati e dei genitori; la predisposizione del Fondo “GrandeAle” per le famiglie disagiate e in difficoltà; non ultimo, sostegno pluriennale verso la ricerca riguardante la LLA-T, che colpisce il 10-15% dei bambini malati di leucemia. Purtroppo, per le forme recidive, le cure sono ancora molto limitate e c’è anche la necessità di trovare farmaci meno tossici.

La raccolta fondi può essere sostenuta tramite libere donazioni, oppure tramite l’acquisto del ciondolo-simbolo della Fondazione, o del libro “Alessandro Maria: una storia di un amore eterno”. 

Qualche parola sul libro è doveroso spenderla. Ciascuno può scegliere come raccontare il proprio dolore, soprattutto può scegliere se raccontarlo. Non esiste “giusto” o “sbagliato” in casi come questi – ma la scelta della famiglia Zancan di raccontare due anni di dolore, ma anche di speranza e amore, è una scelta coraggiosa, non da tutti, ed è degna di stima e di rispetto ora più che mai. Il raccontare una storia vuol dire anche passare un testimone, un messaggio. E fintanto che una persona rimane nel cuore di chi resta, fintanto che la sua storia sarà raccontata, fintanto che il testimone sarà passato di mano in mano, non morirà mai.

Il libro è strutturato come un lungo diario, dove sono stati pubblicati gli scambi, a cadenza quasi quotidiana, di messaggi tra mamma Luisa e gli amici e i parenti della famiglia, che hanno sostenuto sin da subito il loro amatissimo “Grande Ale”. In quel libro è presente un ampissimo spettro di sentimenti: ci sono il dolore, lo sconforto, il travaglio e la sofferenza, gli alti e bassi che traspaiono dalla scrittura a volte abbondante, a volte stringata e piena di dolore di mamma Luisa, nella quale si rispecchiano anche la sofferenza di papà Giorgio e della sorellina Sofia; ma l’aspetto che vale la pena di ricordare più di ogni altra cosa è quello dell’amore che ha unito tutti indistintamente, per aiutare Alessandro; la Fede e la speranza che sono cresciute – anziché affievolirsi – man mano che la sofferenza del bambino si faceva più acuta e lasciava sempre meno possibilità di guarigione. Non è stato come contemplare un cielo buio e basta, questo libro ha fatto vedere che è nel buio che si intravedono le stelle luminose, e che è grazie a quelle che si continua a camminare nella vita… E Alessandro continuerà a guidare la sua famiglia con amore, proprio dal cielo, come una piccola grande stella polare. Questo libro è molto più che una banale cronistoria, è un difficile percorso fisico e spirituale di più persone, un percorso che non può non essere raccontato e che è, nel suo piccolo, un racconto da cui se ne esce cambiati e con il cuore pieno di amore, commozione e speranza.

Grazie, piccolo Grande Ale!

www.grandealeonlus.org

NdR: l’immagine di copertina vuole essere un omaggio al quadro che Alessandro Maria aveva regalato ai genitori, durante la sua battaglia. 

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Socialitas, socialitatis: L’Italia nei bar

Ogni mattina, un italiano si sveglia e ha bisogno di un caffè. Si alza, si guarda allo specchio con aria assonnata e cerca di capire dove, come e perché. Nella maggioranza…

Ogni mattina, un italiano si sveglia e ha bisogno di un caffè. Si alza, si guarda allo specchio con aria assonnata e cerca di capire dove, come e perché. Nella maggioranza dei casi, vegeta per un po’ nel corridoio sorseggiando un caffè fatto di corsa, gli occhiali storti sul naso e grattandosi la pancia; una volta che il cervello realizza che ora sia, l’italiano, vestendosi in fretta e furia, la cravatta o la sciarpa sfatta, e acciuffando al volo la valigetta da lavoro o la borsa, muove i primi passi della sua giornata. La maggioranza dei casi inizia muovendosi verso il bar.

Oggi la mia mattina è iniziata esattamente così, come per quasi tutti gli italiani. Quindi, eccomi qui, a scrivere nel bar sotto casa. Rigorosamente, cappuccino con cacao e mezzo tramezzino senza maionese: una di quelle classiche situazioni nelle quali entri in un locale di ristorazione e ordini: Il solito.

I bar sono piccoli mondi dove gli italiani danno il via alla loro vita quotidiana, nei quali tornano svariate volte nel corso della loro giornata, e dove avvengono delle dinamiche determinate che caratterizzano un poco la nostra essenza. Dinamiche sociali.

Cos’è la socialità, prima di tutto. La Treccani mi aiuta con la sua definizione perfetta:

s. f. [dal lat. socialĭtas -atis «socievolezza», der. di socialis «sociale»; nel sign. 2, der. direttamente da sociale]. –  l’insieme dei rapporti che insorgono tra gli individui che fanno parte di una società o di un ambiente determinato; la coscienza, generale o individuale, di questi rapporti e dei diritti e spec. dei doveri che essi comportano.

Socialitas, socialitatis. Non è del tutto vero che oramai la maggioranza della socialità si sviluppa sui Social Network come si usa dire informalmente tra le persone. Io osservo un luogo che mi sento sia il carattere vivo e primario nel quale si sviluppa la socialità in Italia. Un luogo fatto di vociare e rumore di tazzine sbattute sul bancone, di briciole di cornetto adagiate sul pavimento e monetine abbandonate sugli scontrini.

Una iniziale differenziazione si può fare tra bar di città e di bar di paese. Per rimanere, intanto, per quel che permette lo spazio di questo articolo, a un livello superficiale che non tenga conto delle differenze regionali: il bello sarà che ognuno avrà modo di valutarlo personalmente. A questo livello di differenziazione, quel che ho notato è la diversità di tempi: la lentezza. Nel bar di paese il culto del caffè è associato al culto del buon vivere. Tutto appare più rilassato, meno frenetico. La città rappresenta, invece, un mondo più veloce, ma la magia del bar agisce anche lì. Per esempio, Roma: la vita romana esterna, ossia vissuta sulla strada, è fatta di gente che cammina velocissima da una parte all’altra, per correre a lavoro, a casa, a scuola, dovunque e, tutti a testa bassa, non ci si scambia uno sguardo manco a pagarlo. La magia: quando entra una persona in un bar tutto si rovescia. Un sorriso, un buongiorno a destra, un salve a sinistra, e via con le chiacchiere e le risate. Nel momento in cui nuovamente si varca la soglia e si esce di nuovo nel mondo ognuno torna al proprio anonimato auto-imposto.

Ecco una lista dei personaggi che più facilmente si possono incontrare nel vostro bar preferito:

Il barista e il suo aiuto, ovviamente. Dispensatori di caffè, non possono non essere amati. Nella maggioranza dei casi sono gioviali e allegri anche se sono le 6 di mattina, nessuno ha mai capito perché.

Il lettore del giornale. La Repubblica, Il Mattino, Il Corriere, non importa quale esso sia, se li legge tutti, riga dopo riga, sfogliando le pagine un po’ di corsa un po’ distrattamente. Di solito, comunque, si sofferma maggiormente nella lettura della Gazzetta dello Sport.

Il commentatore sportivo. Strettamente associato al lettore del giornale, ama e si diletta nell’inneggiare alla propria squadra, e denigrare quella altrui. Commentando l’ultimo gol del suo beniamino, i suoi occhi si spalancheranno insieme alla sua bocca per descriverne le meraviglie calcistiche. Poi sorseggerà il suo caffè stretto annuendo più a se stesso che al suo interlocutore.

L’orso da gioco. Ci sarà, sempre e comunque, qualcuno che sarà impegnato in uno qualsiasi degli svariati mezzi con cui gli italiani amano spendere i propri soldi: a scelta tra schedine calcistiche, gratta e vinci, Slot Machines.

Il politicante. Costui può essere un solo membro (che per lo più chiacchiera da solo riguardo all’ultimo evento politico) o un gruppo di, solitamente, uomini, che, a prescindere dall’età, aprono animatissimi dibattiti politici di tutti i generi. La frase: “Ai miei tempi…” si riscontra per lo più nei politicanti di età più avanzata.

Il circolo femminile: se vi capita di assistere a un raduno mattutino di anziane donne, la vostra giornata comincerà al meglio. Con allegra spensieratezza, trasmetteranno a voi il loro buonumore, mentre chiacchierano di cucito, di nipotini, di appuntamenti galanti e di tutto e di più.

L’intellettuale mascherato. In un angolino, nascosto da occhiali da sole anche se dentro è buio, c’è una creaturina che legge, ma che in realtà sta osservando con aria un po’ assorta tutto quel che accade intorno. Cosa stia pensando dentro la sua testolina, a nessuno è dato di saperlo.

L’uomo auricolare. Si può incontrare la tipologia di uomo d’affari con l’auricolare che va in ufficio mentre la limousine lo attende all’uscita, che entra gioviale chiedendo un caffè mentre parla delle ultime azioni col suo segretario in diretta telefonica. Si tratta di una figura che è sempre più difficile incontrare nei tempi contemporanei, ma che appunto per la sua ormai singolarità, ogni volta che entra in un luogo affollato tutti si girano a osservarlo.

Il papà. Lo zaino dell’ultimo cartone trendy su una spalla, una mano salda in quella della sua bambina pronta per la scuola, l’altra che regge faticosamente la valigetta da lavoro, chiede frettolosamente un caffè per affrontare la giornata. Ha subito la solidarietà di tutto il bar.

Ricordatevi, ogni mattina un italiano si alza e ha bisogno di un caffè. Non importa quanto sia in ritardo: l’importante è che faccia un salto al bar.

Opera in copertina: Jean Beraud, Al bar

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Halloween in Italia: una tradizione antica

Sentiamo sempre dire che Halloween è una festa americana, ma le sue radici affondano profonde nelle tradizioni europee, comprese alcune italiane. Si alza la nebbia e le foglie arancioni cadono…

Sentiamo sempre dire che Halloween è una festa americana, ma le sue radici affondano profonde nelle tradizioni europee, comprese alcune italiane.

Si alza la nebbia e le foglie arancioni cadono in silenzio dagli alberi: è arrivato l’Autunno.
È proprio in questa stagione umida ma generosa che, a cavallo tra fine Ottobre e inizio Novembre, si celebra la festa di Ognissanti, o Halloween per il mondo anglofono.

Il termine Halloween, o Hallowe’en, è di origini cristiane e significa “hallowed evening“, sera santa. Compare in intorno al 1750, come contrazione del più antico scozzese All Hallows Even, la sera prima del giorno di Ognissanti. Le origini della festa sono ambigue, in quanto molto antiche, e si pensa che possano risalire alla celtica Samhain o addirittura alle Parentalia romane.
Oltre a celebrare i defunti, presso i paesi anglosassoni Halloween ha storicamente assunto anche un significato di abbondanza, perchè determinava sul calendario la fine dell’anno contadino. Si tratta quindi di una festa che ha anche connotati allegri, gioiosi, una festa caratterizzata da canti, maschere e spettacoli; un’occasione per ridistribuire la ricchezza e fare beneficenza.

È probabile che questi elementi caratterizzanti delle due feste si siano mescolati, andando a creare quell’iconografia che oggi ritroviamo stereotipizzata nell’industria americana, ma che già erano presenti nella cultura occidentale.

In Italia esistono diverse tradizioni riguardanti le celebrazioni di questa festa, che variano di regione in regione e non sono quindi omogenee a livello nazionale. Se in Piemonte c’è la tradizione di aggiungere un posto in più a tavola per il defunto, in Val d’Aosta il rituale è più simile alla celebrazione celtica di Samhain.

In Toscana esiste la tradizione contadina dello zozzo (in alcune zone noto come morte secca), che consiste nell’intagliare occhi, naso e bocca in una zucca e porle una candela all’interno. La zucca veniva poi posta fuori casa o su un muretto e veniva addobbata con stracci a simulare i vestiti, per spaventare la vittima prescelta dello scherzo.

Anche in Pianura Padana esisteva la tradizione, almeno fino agli anni ’50, di utilizzare le zucche come lanterne per illuminare i borghi più bui. A Parma prendevano il nome di lümera. In Veneto, la candela posta all’interno della zucca simboleggia la resurrezione.

In Campania e in Puglia si usava apparecchiare a tavola anche per i defunti, mentre in Calabria si banchettava direttamente sulle tombe, dopo le celebrazioni.

In Abruzzo e in Emilia era tradizione bussare alle porte per chiedere offerte per in memoria – o per placare- i defunti.

In Sicilia la festa di Ognissanti è più simile al Natale, in quanto i bambini ricevono doni dai parenti defunti.

"Concas de Mortu", zucca intagliata della tradizione sarda

“Concas de Mortu”, zucca intagliata della tradizione sarda

In Sardegna, in Gallura, si celebra la festa di Sant’Andrea, durante la quale gli adulti vanno per le vie del paese percuotendo fra loro graticole, coltelli e scuri allo scopo di intimorire i ragazzi e i bambini che nel frattempo vagano per le strade con in amno zucche vuote intagliate a forma di teschio e illuminate da una candela. I giovani vanno a bussare nelle case, annunciano la loro presenza battendo coperchi e mestoli e recitando una filastrocca  ricevendo in cambio dolci e altre leccornie.

Le celebrazioni di Halloween si stanno pian piano uniformando, perchè viviamo in un mondo dove le influenze culturali viaggiano sempre più velocemente e possono raggiungere ogni luogo. Tuttavia, non dobbiamo temere di perdere le nostre tradizioni, perchè esse nascono proprio quando un popolo fa suoi i costumi di altre culture, modificandoli e adattandoli alla propria storia e al proprio territorio. In questo modo nascono nuovi modi di celebrare Halloween: a Mozzano, nei pressi di Lucca, dal 1993 è nata la tradizione della “Notte Nera“, un gioco interattivo dai connotati spaventosi che vede partecipanti numerose famiglie, mentre nelle Marche, a Corinaldo, durante l’ultima settimana di Ottobre il paese si anima di eventi, spettacoli, fuochi e luci.

Halloween è spesso incriminata come una festa commerciale, ma a conti fatti non lo è più del Natale, che solo da pochi decenni prevede lo scambio di doni. Tuttavia, lo scopo delle feste è proprio quello di creare senso di comunità, di creare divertimento e unione e di spezzare la monotonia della routine, e non importa il come. È inoltre sbagliato pensare che una festa possa appartenere a un solo Paese, in questo caso gli Stati Uniti. Ogni cultura ha il suo modo di celebrare i defunti, ed è più che normale che culture vicine si influenzino a vicenda e prendano in prestito le usanze l’una dall’altra. Infatti, non esistono muri che delimitino le culture, che sono in realtà malleabili e soggette a continui cambiamenti, proprio come le tradizioni.

È possibile che tra 50 anni Halloween in Europa sarà celebrata in modo completamente differente rispetto al nord America, è possibile che nascano nuove usanze diverse da una città all’altra: tutto dipende da noi.

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Adesso? Il momento è passato

“In my humble opinion (IMHO)” si usava dire su internet qualche anno fa, per indicare un’opinione strettamente personale per evitare di far degenerare la discussione e mantenerla su toni pacati….

“In my humble opinion (IMHO)” si usava dire su internet qualche anno fa, per indicare un’opinione strettamente personale per evitare di far degenerare la discussione e mantenerla su toni pacati. Erano i tempi dei forum, è vero: poi sono arrivati i social network e a volte si confondono le opinioni con le verità assolute. I momenti passano, ed è necessario adattarsi ai nuovi contesti, soprattutto quando sono frutto di innovazione e rinnovamento.

Il momento è passato anche per i comitati “Adesso!” a sostegno di Matteo Renzi, a mio avviso. È passato circa un mese dalla ricostituzione dei comitati attraverso una rete nazionale , sulla scia delle primarie del Partito Democratico di due anni fa. Le parole della segretaria sono chiare «Ci siamo visti mettere i piedi in testa: noi abbiamo sempre spinto il carro e qualcuno per salirci sopra ci ha scavalcato. Ma il demerito è stato soprattutto nostro, perché molti di noi non hanno voluto partecipare alla vita del partito, ma se non partecipi non puoi cambiarlo».

Accanto a una lodevole iniziativa di maggiore apertura del Partito Democratico, di rilancio dei circoli online e di invito al tesseramento da parte dei simpatizzanti che non lo hanno ancora fatto, c’è ancora quella fastidiosa sensazione di blocchi contrapposti, di correntismo e di richiesta di ruoli per appartenenza e non per merito. Ancora più grave se a farlo è quella parte che ha messo la meritocrazia al centro del suo progetto politico.

2013

Il momento è passato anche per i capelli lunghi!

Sono stato tra i promotori dei comitati Adesso! in terra di Siena, due anni fa: una splendida esperienza di partecipazione e democrazia, che ha avvicinato tante persone alla politica e che ha portato notevoli risultati, nonostante la sconfitta iniziale. Per questo mi sento di far parte di coloro che hanno spinto il carro fin dalla prima ora, e non mi interessa se qualcuno mi ha scavalcato. Era quello che volevamo: diventare maggioranza, senza far distinzione tra i renziani della prima e della seconda ora. L’anno successivo l’esperienza si è trasferita nella fase congressuale, con la vittoria da parte di Matteo Renzi e la conseguente “scalata” al governo, che ha portato al successo elettorale per le europee e gli effetti attuali. L’esperienza ha quindi avuto un esito positivo, ha raggiunto il risultato sperato: il cambiamento di verso al partito e al governo. Da opposizione si è passati alla maggioranza, e adesso si lavora con serietà e responsabilità. In tutto questo, sono rimasto segretario di circolo del Partito Democratico a Montepulciano Stazione: lo ero prima dei comitati Adesso! e lo sono ora. Non ci vedo nulla di male in tutto ciò: i comitati non dovevano mica essere delle autostrade per la carriera politica personale, casomai per il miglioramento personale e collettivo di tutto il partito e di tutto il Paese.

Il momento è passato, quindi. Ricostituire i comitati Adesso! quando si ha in mano il Partito Democratico e il governo, con tutti gli oneri e gli onori che ne conseguono, non ha molto senso. Volevamo cambiare i contenuti della politica, non la forma: non volevamo sostituire una classe dirigente con un’altra, mantenendo inalterati gli errori del passato, le modalità di gestione delle cariche e dei ruoli. Per ottenere la meritocrazia è necessario accettare di essere scavalcati, a volte. Non possiamo chiedere il merito come criterio per la selezione delle cariche quando si è all’opposizione, e cambiare il criterio con l’appartenenza di corrente quando si è alla maggioranza: sarebbe il tradimento peggiore di tutti. Perchè assieme al consenso, quando si governa, serve anche la capacità.

Questo è il motivo principale per cui non ho aderito alla ricostituzione dei comitati Adesso! Non certo perchè ho rinnegato l’esperienza passata, anzi: credo che il mio impegno attuale all’interno del Partito Democratico sia la naturale continuazione di quell’esperienza e un’assunzione di responsabilità. Sostengo il governo Renzi, anche se digerisco male alcuni alleati di centrodestra.

Non ho bisogno di vassalli di Renzi che mi insegnino a essere renziano: ci riesco benissimo (o malissimo) anche da solo. Sono protestante anche in politica, mi piace ragionare da solo, senza intermediari. Tutti siamo capaci di confrontarci con documenti politici, con progetti, opinioni e proposte, senza necessità di un sistema feudale che cerchi di catalizzare il consenso. Altrimenti non è un rinnovamento, è una restaurazione.

Il momento è passato, come ho già detto. I comitati Adesso! sono entrati nel Partito Democratico e ne hanno assunto il controllo: se non l’hanno fatto nelle persone, in alcuni casi, l’hanno comunque fatto con il progetto politico: ed è proprio quello che volevamo. Non siamo più all’opposizione, siamo alla maggioranza, e chi dirige ha delle responsabilità. Me ne rendo conto, è più facile fare opposizione che governare. Per fare opposizione a volte basta fare un po’ di casino. Per governare non serve solo il consenso, ma anche la capacità. Attenzione, quindi, a non utilizzare i nuovi comitati Adesso! come forma di accesso a ruoli di prestigio personale utilizzando il consenso di Matteo Renzi, tradendo quel progetto politico che li ha animati due anni fa e che adesso anima il Partito Democratico. Se tutte le correnti si ritrovano nelle rispettive associazioni, chi rimane a guidare il PD? La responsabilità è di chi ha vinto il congresso, quindi la nostra. Rimboccarsi le maniche e lavorare, quindi. Chi agita il guinzaglio della folla è il primo a venirne morso.

Tutto questo, ovviamente, IMHO.

Ps: Domani partirà la Leopolda, la cartina tornasole del cambiamento politico di questo Paese. Quest’anno non potrò partecipare direttamente perchè devo rimettermi in pari con il lavoro dopo il viaggio di nozze, ma seguirò ovviamente l’evento attraverso i media online. Buona #leopolda5 a tutti!

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Quello che il fango non deve nascondere: l’alluvione a Genova

Non parlare di quanto accaduto a Genova, sarebbe una grave mancanza. Ci sono catastrofi che non possono essere ignorate dall’informazione locale, ma che anzi devono servire da monito, che devono…

Non parlare di quanto accaduto a Genova, sarebbe una grave mancanza. Ci sono catastrofi che non possono essere ignorate dall’informazione locale, ma che anzi devono servire da monito, che devono ricordare che l’Italia è un territorio molto complesso, ma anche fragile, da un punto di vista idrogeologico. E come tale andrebbe trattato, prendendo precauzioni e non aspettando che arrivino le piene, i morti, la distruzione.  Abbiamo parlato di Parma, adesso ci sembra giusto coinvolgere in prima persona i genovesi che hanno assistito a una seconda alluvione nel giro di tre anni.

Ecco il contributo di una nostra lettrice, Laura Liliana Allori, che a nostro avviso, ha scritto una sacrosanta (e sentita) verità su quanto accaduto a Genova.

Venerdì 3 ottobre, sudando e ansimando, salgo lungo via Fereggiano per recarmi in Largo Merlo. Mia madre mi accompagna e ha voluto fare il lato “al sole” per vedere le condizioni del torrente, tristemente noto per i fatti del 4/11/2011. Io brontolando (sono vestita di blu e ci saranno 27°) obbedisco e mi fermo ad un certo punto, notando che i lavori di ristrutturazione dell’argine sono finanziati da “Nostra Signora del Rifugio …”. Come? Le suore? Ebbene sì, quei pochi lavori fatti sono stati finanziati non dal Comune, ma da un ordine di suore che ha un piccolo asilo nido a pagamento e un’enorme mensa per i poveri, dove danno da mangiare due volte il giorno.

Nel commentare il tutto, tra un arbusto di tre metri e l’altro, ci fermiamo a vedere le papere o anatre, o altri animali, sguazzare in pochi centimetri d’acqua e tanto, troppo verde misto a rifiuti, non molti, a dire il vero, ma abbastanza da diventare un tappo in caso di pioggia. Tornando indietro, questa volta all’ombra, notiamo che in un punto, dove nessuna delle due ricordava cosa ci fosse, c’è una piccola edicola con una Madonna e il ricordo delle sei vittime dell’alluvione maledetta. Mi è passato il caldo: mi si è gelato il sangue ripensando che la più anziana la conoscevo; alle lacrime versate al funerale della mamma mia coetanea che si è sacrificata per salvare il figlio; a quelle due bambine e la loro madre, rammento che una maestra di mia figlia abita nello stabile dove viveva quella famiglia di cui era rimasto solo il padre, il marito e mi raccontò le urla di dolore di quell’uomo, quel giorno e quelli a seguire.
Poi ripenso a quante cose non ci sono più. Io sono stata chiusa in casa per quasi due anni e, pochi mesi fa, sono tornata a uscire in una Genova che non riconosco. Da tre anni non ci sono più i sottopassi memorabili, con storici negozi, il megastore di via XX; così chiamiamo “amichevolmente” la nostra arteria più nota, il “centro” della città che porta alla piazza del Teatro Carlo Felice, del Palazzo Ducale, dei Musei dell’Accademia: piazza De Ferrari o “Deffe” da sempre. Insomma, avevo appena fatto in tempo a ritrovare i pezzi della città, che mi ero persa per la mia malattia che, ecco, una nuova tragedia me la riporta via e non c’è più via Venti e con lei le vie limitrofe, i negozi, il Museo di Storia Naturale. Non c’è più niente. Così, come al Borgo Incrociati, sempre a bagno, (nel 1992, 1993, 2010, 2011, 2014), sempre a pezzi, sempre di nuovo in piedi.

10636870_10204494157021293_7068776625838867747_oAl mattino di giovedì 9 ottobre resto senza luce in casa per una ventina di minuti, mi appello alla batteria del cellulare e cerco notizie sul sito dell’Arpal per capire se è il caso di andare a recuperare mia figlia a scuola in anticipo: allerta 2. Mando anche un sms con il link a mio marito . Torna la luce, accendo Primocanale, la tv locale più osannata dell’ultima settimana perché sempre in prima linea (a volte la si chiama anche tele tragedia…) e sento che non c’è da preoccuparsi, siamo ben lontani dal 2011. Nemmeno dodici ore dopo c’era un morto e la mia città era solo fango, macerie e rabbia. Ma la tv in prima linea sì, con i suoi insulti, celati dal microfono del cronista e le lamentele dalla gente.

La notte successiva sembrava di essere in guerra, tra tuoni, acqua e grandine non si vedeva ad un metro dal balcone: la tv (in prima linea!), in streaming sul cellulare perché senza luce, trasmetteva repliche.
Chi è il responsabile? Il sindaco? Lui se ne lava le mani (non ne ha bisogno, non se l’è sporcate di fango), sbologniamo la colpa all’Arpal, agli immigrati, al destino, al Karma a Dio, ma mai a chi si è intascato i soldi (50 milioni di euro solo dalla CEI nel 2011, 100 milioni ora, più un conto corrente dedicato, raccolte fondi, vendita di magliette “non c’è fango che tenga i genovesi” ancora addosso ai ragazzi, e anche a qualche ragazzone cresciuto …), dove sono? Nei giorni a venire, da quel maledetto giovedì notte, escono fuori mille ipotesi, ma intanto un uomo è morto (eh beh, non son sei, ho anche sentito e letto!), gente che ha appena ricevuto 500, 200 euro di risarcimento di tre anni fa (dalla Croce Rossa) dopo aver denunciato chi 50.000, chi anche di più. Sembra una beffa, è una beffa. Ma c’è la morte, di quell’uomo di cui si fa pure fatica a trovarne il nome, c’è la morte delle aziende, dei negozi: la morte nel cuore di ogni genovese danneggiato e non, angelo del fango o no eccetto dei responsabili che se ne stanno a teatro a mandarsi Tweet tra loro.
Genova in tre giorni è tornata quasi in piedi grazie a tanti nomi di persone di buona volontà, ai pompieri, ai dipendenti dell’Amiu che han fatto doppi turni, agli autisti degli autobus in giro con l’allerta 2 ma col coraggio e la consapevolezza di essere l’unico mezzo per molti.

Lo so sembra che voglio fare apologia cristiana, io da vecchia catto-comunista della prima generazione, quella che da’ a Cesare e a Dio, mi rendo conto che da Cesare cui ho pagato molto, ho ricevuto ben poco. Le cifre parlano chiaro, i fatti parlano chiaro (“non c’è fango che tenga” è partito come progetto dalla Parrocchia di Marassi, quella molto vicina a via Fereggiano!), i cartelli parlano chiaro: sono le suore che pagano.

Cartelli, messaggi, display, sirene, allarmi, televisioni sempre in prima linea: tutto il giorno dopo. Posso ancora riconoscere la mia Genova, la Superba: dalla faccia della sua gente, dei commercianti, dei baristi, degli “spazzini”, dei genoani e sampdoriani, e che da un po’ ha preso il colore del centro America, del nord e del centro più nero dell’Africa, dal volto dei ragazzi con la pala in mano: Matteo, Andrea, Filippo, Lorenzo. Angelica, Anna, Selene, Aurora, Stefano….. e tutti gli altri. Tanti colori tra il marrone del fango. I colori della speranza.

Non meno pungente è la testimonianza di Daniele, sempre di Genova, a cui ho chiesto un commento su quanto fatto dall’amministrazione e a cui ho chiesto di descrivere la sua zona:

In tutti questi anni, dall’alluvione del 1970, nessuno ha mai fatto niente per porre rimedi al dissesto idrogeologico, al fatto che il Fereggiano e il Bisagno, corrono praticamente sotto al centro abitato e non hanno un alveo atto a contenerli.

10668887_10204513656108758_1510135432274608438_oPer come la vedo io, su quanto accaduto la sera dell’alluvione, le cose stanno così: posto che il Sindaco sia andato a teatro per adempire a “obblighi istituzionali” come ha asserito poi e che alle 20,30 quando vi si è recato, era ancora tutto tranquillo… Ciò che non è ammissibile è che verso le 22,30, quando si stava scatenando l’inferno con la pioggia torrenziale (bomba d’acqua), nessuno si sia preso la briga di: primo, avvisare e reperire il sindaco; secondo, quelli dell’Arpal avrebbero dovuto rendersi conto che non sarebbe finita tanto presto, e, diramando subito lo stato di allerta, a stretto contatto con sindaco e protezione civile, avrebbero potuto sicuramente coordinare un piano di emergenza, disponendo l’invio sul territorio dei vigili del fuoco e dei mezzi della Protezione Civile. Contrariamente a tutto ciò, c’è stata un’immobilità sconvolgente e il sindaco, invece di prendere le redini della situazione in mano, se l’è tranquillamente presa con comodo. Sono quasi certo che il Comune non disponga nemmeno di un’unità di crisi da approntare in queste, ahimè, reiterate situazioni. E così siamo arrivati alla seconda alluvione in tre anni, a causa di uno scolmatore fermo con i lavori e a un gioco dello scaricabarile da parte delle varie autorità competenti. Grazie a tutto questo, ci sono persone che hanno perso la casa, prima ancora ci sono quelle che hanno perso la vita. E ci sono centinaia e centinaia di attività commerciali che non si rialzeranno più, sommerse da debiti, in attesa ancora di risarcimenti danni mai avuti, e pensa dove siamo arrivati: alcuni di coloro che hanno ricevuto un misero risarcimento danni (meno di un decimo di ciò che hanno perso), ebbene a queste persone, lo Stato ha considerato “reddito” questo risarcimento, e di conseguenza, sono stati tassati su questi soldi avuti. Questo, grosso modo, è il quadro della situazione.

La mia zona è stretta a tutti gli effetti tra il Fereggiano e il Bisagno, è la zona di Marassi, e molte attività commerciali nei fondi, ma non solo loro, sono state letteralmente distrutte dalla furia dell’acqua fuoriuscita dal Fereggiano. In questa seconda alluvione, molti più danni sono stati subiti da strade tipo Corso Torino e vie adiacenti, Piazza Colombo, alle spalle della centralissima via XX Settembre, la stessa via XX Settembre, viale Brigate Partigiane, molti negozi di Piazza della Vittoria e tutte le attività commerciali di Borgo Incrociati, che si trovano a 20 metri dal letto del Bisagno, ma ahimè, quasi sotto il suo livello. Un plauso assoluto va agli angeli del fango, senza di loro, sarebbe stato un dramma senza fine.

Foto a cura di Daniele. 

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Quello che il fango non deve nascondere: l’alluvione a Parma

Questi giorni credo che non si scorderanno mai. Non si dimenticheranno facilmente, e non sono e non saranno giorni facili, né per Genova, né per Parma. Lascio a chi ha…

Questi giorni credo che non si scorderanno mai. Non si dimenticheranno facilmente, e non sono e non saranno giorni facili, né per Genova, né per Parma. Lascio a chi ha tempo da perdere raffronti su “chi ha subito più danni”, su “quale tra le due città abbia subito la piena peggiore”, perché intendiamoci: anche una persona che non ha mai visitato le due città, ci arriva a capire che hanno due strutture completamente diverse. Ma non è questo il punto – entrambe hanno subito a modo loro danni, di varia entità!

Io posso parlare per quello che ho visto per la città che comunque mi ha accolto per un anno: Parma. Lascio al provincialismo gretto le affermazioni da manie di protagonismo “Ma tu cosa vuoi, vivi in una zona sicura, non hai subito danni, io sì” pronunciate in una sorta di vittimismo compiaciuto, quando magari sono proprio persone di altre zone di Parma ad accorrere in soccorso alle persone del Quartiere Montanara, la zona dove il torrente Baganza confluisce con la Parma e dove sono stati riscontrati i danni più ingenti (senza contare le valli sull’Appennino e la provincia). Lascio ai qualunquisti dietro uno schermo le frasi, e giuro che mi è toccato pure sentirle, “Fate andare prima gli immigrati e gli extracomunitari a spalare, poi vengo a spalare pure io“, “Fateci andare i politici corrotti!“, “Fateci andare gli studenti fannulloni!“; che sia parzialmente vera quest’ultima affermazione, posso anche confermarlo, visto che ho assistito a scene di improvvisa diligenza negli studi, da individui che criticano perennemente la città e che si trovano sempre male, che sia estate perché è troppo caldo e umido, che sia inverno, perché è tutto triste e grigio e c’è la nebbia (venendo da Milano, forse mi sono abituata troppo io agli inverni del Nord…); però della città si ricordano solo quando c’è da andare a ballare o fare l’aperitivo in via Farini, nel momento in cui si parla di faticare, cambia tutto. In ultima battuta, vorrei lasciare a chi è disperato nel dover “far notizia” (volutamente tra virgolette) gli attacchi al Sindaco, Federico Pizzarotti. Non ho sempre condiviso le scelte della giunta, ma penso che sia giusto osservare, che questa volta, ha fatto veramente del suo meglio nel gestire la comunicazione e nell’essere presente, fornendo informazioni utili, senza stare a ricamare drammi su drammi. Non stava semplicemente baloccando con Facebook e Twitter, ma il parmigiano medio fatica a capire che questi social network possono essere d’aiuto nel momento dell’emergenza, e non servono solo a postare idiozie. E allora deve attaccare e criticare da dietro uno schermo. Lascio gli attacchi a prescindere verso il sindaco a coloro che hanno il bisogno disperato di far sapere di quante pagine è il loro speciale sull’alluvione, e a coloro che hanno bisogno di drammi e non notizie da scrivere. Perché non parlare anche dell’allarme dato in notevole ritardo dalla Protezione Civile, che aveva anche sottovalutato la portata delle precipitazioni? Io ho iniziato a capire la gravità della situazione non alle 12 di lunedì, ma alle 16 circa, quando pioveva già da ore, come leggerete più avanti. Ma l’importante è prendersela con il sindaco sempre e comunque, facendolo tramite un organo di informazione che dovrebbe servire tutti i cittadini, di qualsiasi schieramento politico o idea.

Avrei da dire un po’ di cose sul provincialismo parmigiano, frammisto a boria e snobismo, ma magari lo dirò in un momento più opportuno, questo non è proprio l’occasione giusta, ma quest’atteggiamento, in questi giorni, non è comunque mancato. Ripeto che non è il momento giusto, perché ho visto un sacco di gente bravissima, in questi giorni. A prescindere dalla provenienza, dall’età, ci siamo trovati un po’ tutti colti di sorpresa di fronte a questa “Parma Voladòra” brusca e irascibile, gonfia di acqua fino a rompere il record della piena del 2000. 392 cm di rabbia, fango e detriti. Però quello che mi è piaciuto, è quello che c’è stato dopo, il darsi da fare per pulire tutto e rimettere in sesto i quartieri e le strade.

10704167_10204825003215047_2892855390032414041_nIo posso solo descrivere la crescente preoccupazione di lunedì, quando, insospettita da quel temporale che durava da troppo, ho deciso di iniziare a consultare i siti d’informazione, che iniziavano a esprimere altrettanta preoccupazione. Poi, nel pomeriggio, è partita l’escalation. Mi sono veramente insospettita quando è saltato internet del tutto, e la corrente elettrica ha iniziato a fare le bizze, ad andare a scatti. Ho acceso la tv e su TV Parma trasmettevano l’edizione straordinaria: la piena rovinosa del Baganza, il crollo del Ponte Navetta, i container nei torrenti, gli allagamenti di via Chiavari, via Po, delle altre vie prossime agli argini. Già decisa a muovermi, verso una zona più sicura, inizio a sentire che stanno chiudendo i ponti, e dovevo muovermi ad attraversarne uno.

Il Ponte di Mezzo è il ponte più vicino al centro, a via Mazzini, via che mi stavo apprestando ad attraversare, quando ho sentito distintamente il boato del torrente a una buona distanza. Sono arrivata al ponte, e non so come mai, ho iniziato a sentire paura. Per quanto mi dicessero “tranquilla che non tracima“, a vederlo, mi sono sentita come con l’acqua alla gola e ho iniziato a correre, allontanandomi dal ponte. I miei genitori stanno a Milano, e potevano solo vedere le zone più danneggiate tramite la televisione, in quei momenti, quindi mi hanno chiamato, preoccupati che Parma fosse interamente allagata e che avessi subito danni anche io. Li ho rassicurati, ma quella sensazione di ansia ci ha messo qualche ora ad andarsene.

Ripeto, io sono molto fortunata, perché non ho subito danni, di nessun tipo, a parte internet poco funzionante. E in quelle ore critiche, ho fatto la cosa migliore che potessi fare: informare le persone a me più vicine, i miei conoscenti, ma anche qualcuno che magari non riusciva a mettersi in contatto con altri in città, tramite Facebook, lasciando il profilo aperto con aggiornamenti costanti. Mi è sembrato un gesto naturale, per rassicurare tutti, senza che si spaccassero la testa per contattarmi, o intasando le linee telefoniche (gli unici operatori funzionanti erano proprio Vodafone e Wind). Adesso, posso dire che la situazione si sta ristabilendo in tempi tutto sommato rapidi, ovviamente il discorso è un po’ diverso, per il Quartiere Montanara, ma tanti si stanno rimboccando le maniche per spalare e lavare via il fango. La mia speranza è che chi ha subito dei danni, di qualsiasi entità, possa vedere almeno un risarcimento, ma i tempi saranno lunghissimi, visto che Genova, ahimè, ha faticato a vedere i soldi della prima alluvione del 2011.

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