La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Tommaso Ghezzi

Undici ragazzi scomparsi: puro ingegno cinematografico

Alex Marchi, regista il 14 agosto 2014 scrive sul suo blog AlexMarchi86:  “Abbiamo finto persone scomparse. Abbiamo impiccato una persona. Viva. Abbiamo finto il sangue. Abbiamo girato un falso backstage. Abbiamo…

Alex Marchi, regista il 14 agosto 2014 scrive sul suo blog AlexMarchi86: 

“Abbiamo finto persone scomparse. Abbiamo impiccato una persona. Viva. Abbiamo finto il sangue. Abbiamo girato un falso backstage. Abbiamo finto di girare un videoclip. Abbiamo finto morti. Abbiamo finto così tanto che la gente c’ha creduto. Quanta fede nelle notizie trovate sul web! Si critica un libro. Si dubita di un uomo. Ma si venera la notizia flash on line. E la bufala si spande con una bomba-H”.

Questo colpo secco di machete, con una retorica paratattica e lapidaria, incide la presentazione di quello che è il suo ultimo lavoro: IMG_1469.MOV

Il film è online ormai da tempo, sebbene appena caricato online non si sia proposto come opera di ingegno cinematografico, bensì come documentario amatoriale di due band del territorio, i TOSCANA SUD e gli AMNESIA. Il dato realmente interessante di questa produzione è il fatto che riesca a toccare, nel locale, grandi temi del postmodernismo globale; il gioco tra la realtà e la finzione, l’inganno, il trompe l’oeil, la fiction che pervade le sfere della vita quotidiana.

Ho incontrato Alex e Gabriele Marchi, fratelli poliziani, collaboratori fissi da anni, per parlare di questo progetto.

Quali sono state le tappe per la genesi di IMG_1469.MOV?

“L’idea originale era quella di fare un falso test di videocamera. Uno dei tanti che si vedono su youtube per dimostrare le qualità di ripresa di una camera appena uscita. Le immagini sarebbero dovute essere delle finte riprese di prova – sulla saturazione, definizione, eccetera – durante le quali sarebbe dovuto accadere un omicidio in diretta, sullo sfondo. L’idea poi si è sviluppata; il “test” è diventato un video di backstage, a bassa qualità, ma con uno snodo narrativo più complesso e più lungo. Ho cercato due band musicali note al pubblico del territorio, ed ho chiesto loro un impegno che andava oltre la partecipazione alle riprese. Avrebbero dovuto debordare la finzione nella vita reale; secondo il progetto iniziale i ragazzi delle band sarebbero dovuti sparire realmente, per cinque giorni dal momento in cui veniva caricato il filmato. A quel punto la cosa sarebbe diventata veramente forte. Però, come si poteva immaginare, quando il primo giorno di assenza è uscito un falso articolo su alcune testate, un falso montaggio, quando hanno iniziato ad accavallarsi problemi – anche abbastanza seri – che hanno coinvolto le famiglie, i fidanzati e gli amici degli attori, alcuni non hanno retto ed hanno fatto cadere la fiction. Non ce l’abbiamo fatta a tenere duro tutti fino alla fine. Di fatto però quello che volevo si è comunque verificato; la notizia è circolata ed ha creato dissenso, polemiche e confusione. È stato sorprendente il fatto che la gente ci abbia creduto veramente!”

Come è avvenuta la scelta dei partecipanti al progetto? Perché due band musicali? E perché proprio i TOSCANA SUD e gli AMNESIA?

“Parlando con un amico, in seguito alla notte degli Oscar, parlavamo della performance di Jared Leto in “Dallas Buyers Club”; lo scarto che c’è tra frontman di una band e attore è molto sottile. Cantare è comunque una forma di recitazione. Un cantante è una persona abituata a stare di fronte al pubblico, abituata a ricostruire un’emozione, una forza espressiva o un modulo della voce. Allo stesso tempo, quello che ceravo per il progetto era una scioltezza di fondo; dovevano essere il più naturali possibile nella performance. Mi servivano quindi persone senza precetti di tecnica recitativa.
Le due band che ho scelto sono le più conosciute tra i ragazzi del territorio; poi erano tanti. Undici persone. Si prestavano bene anche numericamente, per lo snodo narrativo del film.
Con gli Amnesia avevo già lavorato in un videoclip, tra l’altro nella stessa location in cui ho girato IMG_1469.MOV. I toscana sud li ho contattati per il progetto e si sono mostrati subito entusiasti e disponibili”.

Dal punto di vista tecnico e dei mezzi utilizzati, come descrivi questo film?

“Abbiamo girato tutto inizialmente in 4k, in alta definizione, con mezzi tecnicamente validi. Successivamente abbiamo fatto un down-grade, per simulare la ripresa di uno smartphone; l’obiettivo era caricarlo su internet per modulare una richiesta di aiuto.
Ci sono volute due settimane effettive di preproduzione, organizzazione della sceneggiatura. Per le riprese ci abbiamo messo cinque giorni. I primi di luglio, durante i mondiali.
Il film è un PointOfView, un documentario in prima persona, che viene caricato online con lo stesso mezzo con cui si presuppone sia stato girato.
Siamo abituati a Hollywood, con attori straordinariamente bravi; ma vedendo un film, con questi attori così bravi, siamo costretti a considerare il fatto che ciò che vediamo sia finto. Ecco, volevo varcare questo limite; entrare nella realtà attraverso l’arte filmica. Ci sono riuscito in parte, anche se i nervi scoperti che volevo toccare, li ho toccati. Peccato si sia spento tutto troppo presto.
Ovviamente c’è una tradizione del genere che ho voluto proporre, il “found footage”; il capostipite è Cannibal Holocaust, di Ruggero Deodato, del 1980, oppure grandi successi più recenti sono “The Blair Wich Project”, “Cloverfield”, o “Paranormal Activity”. Si tratta di costruire il film sull’espediente narrativo del ritrovamento di un filmato, i cui “operatori” – spesso amatoriali – sono scomparsi o morti, e sull’assemblaggio, da parte di un montatore, degli elementi ritrovati. Abbiamo cercato di “aggiornare” il genere; non un found-footage ma un uploaded-footage; il giorno dopo la scomparsa dei ragazzi c’è subito il documento che testimonia i fatti, caricato in rete, a disposizione di tutti, come una richiesta di aiuto.
Non c’è stato alcun ritocco sugli effetti, in postproduzione. Non abbiamo aggiunto nessun suono oltre a quelli d’ambiente captati durante le riprese. L’unica intenzione è stata quella di simulare una continuità di fondo”.

Hai concepito il progetto insieme alla struttura. Ti sei posto il problema di come possa essere recepito questo tipo di prodotto fuori dal “local”, fuori dal contesto di chi ha vissuto tutta la cornice?

“Paradossalmente credo che sia meglio farlo uscire dalla cerchia, a questo punto; alcuni si sono sentiti presi in giro, dalla notizia della notizia falsa, molti si sono arrabbiati… Non voleva essere una pubblicità ma qualcosa in coerenza con il progetto. Credo che il casino che è successo abbia in parte screditato l’idea di base. Sarebbe perfetto riuscire a far passare anche nel globale l’involucro con cui è stato presentato il film.
Ti dirò una cosa strana; è un film che fondamentalmente è noioso. Volutamente. Il ritmo doveva scendere a livello insignificante, per abbassare le difese immunitarie dello spettatore rispetto alla finzione. Se avessi messo in serie tutte scene interessanti, il gioco di realtà-finzione sarebbe stato tradito da un film con un ritmo altissimo. Non sarebbe stato credibile. Se si guardano i filmati amatoriali sono di una noia mortale, ma allo stesso tempo, per una serie di motivi diversi, diventano interessanti. Volevo far scendere le aspettative dello spettatore in modo che alla fine rimanga più colpito”.

Quanto credi nelle visualizzazioni online?

“Hanno un significato minimo; sono importanti ma non possono essere l’obiettivo. Pensaci. I filmati virali che si intitolano “guardate cosa fa questa donna!” “Guardate questa ragazza! Scandalo!”, per racimolare visualizzazioni o linkare pubblicità e banner, fanno potenzialmente più “visualizzazioni” di Eyes Wide Shut. La maggior parte delle volte non c’è rispondenza diretta tra visualizzazioni e qualità. Finché si rimane a livello locale che le visite siano 1000 o 5000 o 10000 non cambia niente; tutto è veicolato dalle conoscenze dirette. Le visualizzazioni possono essere utili o inutili, ma non lo si può di certo carpire dai contatori di youtube”.

Nel 2014, un videomaker quale obiettivo dovrebbe avere pubblicando in rete?

“Io ho pubblicato in rete per coerenza con la trama e il progetto. Se però devo rispondere a questa domanda prescindendo dal progetto, ti dico che ad oggi, pubblicare un film, un corto o una clip in rete, non è un gesto che ti fornisce ricompense a breve termine. La pubblicazione online serve come banco di prova immediato, per capire le reazioni del pubblico, ma non è di certo una risposta totale al lavoro che fai. Il cinema, le accademie e i concorsi sono ancora il test “ufficiale” per garantire la qualità e il successo di ciò che hai fatto”.

Adesso il film è in concorso al Torino Film Festival.
Nella sua linearità, nella struttura che ha edificato, nella forza espressiva e riconoscibilità dei ragazzi che sono stati scelti come attori, merita sicuramente di essere visto. È online. È gratis. E ci riguarda tutti.

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18 anni di educazione al Rock. Alessio Biancucci racconta il Live Rock Festival di Acquaviva

Partecipare al Live Rock Festival di Acquaviva si configura come qualcosa di più che una “tradizione”. La complessità di significati, che tale evento, giunto quest’anno alla diciottesima edizione, rappresenta, è…

Partecipare al Live Rock Festival di Acquaviva si configura come qualcosa di più che una “tradizione”. La complessità di significati, che tale evento, giunto quest’anno alla diciottesima edizione, rappresenta, è una cerimonia che impone piacevolmente al coinvolgimento vivo.
È la festa rivolta a quel pubblico che si è formato sulla cadenza annuale di questa manifestazione, la quale ha contribuito ad educare all’ascolto un’intera generazione di ragazzi del territorio. Negli ultimi diciotto anni, gli adolescenti della valdichiana hanno modulato i propri ascolti sulle scelte della direzione artistica del Live Rock Festival, o se non altro ci si sono confrontati.

Ho incontrato colui che, più di tutti, ha influito sulle opzioni musicali di questi anni, Alessio Biancucci, direttore artistico della diciottesima edizione.

Quali sono stati i criteri guida per la selezione degli spettacoli o più in generale la disposizione critica che ha definito le scelte della direzione artistica?

«La nostra linea è come sempre quella di cercare proposte dotate di originalità riconosciuta a livello internazionale. Allo stesso tempo diamo spazio a quello che emerge in ambito territoriale, con un accordo con la regione toscana e il progetto “Toscana Musica” che monitora i migliori elementi della scena regionale (quest’anno è toccato ai Walden Waltz, il gruppo che apre la prima serata). In più cerchiamo anche di fornire maggiore visibilità a quei progetti che, vantando già un buon percorso ma in ambiente slipstream, crediamo riescano a crescere ed a raggiungere un’utenza di pubblico più vasta, come è stato in passato per i Nobraino, per Brunori SAS, per i Bud Spencer Blues Explosion o Lo Stato Sociale. Quest’anno abbiamo puntato su Kutso, Fuzz Orchestra e C+C= Maxigross; progetti validi che promettono una carriera futura piuttosto significativa nel panorama nazionale.
Per quanto riguarda invece le proposte internazionali quest’anno ci siamo concentrati sul coinvolgimento diretto del pubblico; energia ed entusiasmo. Anche laddove siamo andati a cercare proposte più complesse dal punto di vista armonico o non immediatamente fruibili, abbiamo provato a dare un segnale di connessione sentimentale con chi partecipa al nostro festival, cercando di ottemperare alla nostra principale ambizione, ovvero quella di offrire al pubblico del nostro territorio la possibilità di vedere concerti che altrimenti sarebbero a mille o duemila chilometri da qui. Un’altra nostra prerogativa è anche di portare esclusive in Italia, come è stato in passato per molte band o musicisti che hanno avuto una sola data nel nostro paese, ad Acquaviva. Quest’anno avremmo Djaikovski per la prima volta in Italia, che sta spopolando nei festival più importanti d’Europa. A questi elementi di ricercatezza italiana e internazionale affianchiamo nomi noti al grande pubblico, nel caso di quest’anno è evidentemente Roy Paci a fungere da catalizzatore dell’utenza ascoltatrice media»

Quali sono le novità di quest’anno invece sul piano dell’organizzazione e gestione del festival?

«Sul piano organizzativo il rinnovo del consiglio dell’associazione è un cambiamento rilevante. La nuova presidenza di Andrea Mezzanotte ha suscitato un ricambio generazionale considerevole, il che non può essere un bene per un’associazione che dura ormai da quasi due decenni. Ieri sera abbiamo festeggiato il diciottesimo compleanno con una maxitorta piena di candeline, ed è stato emozionante.
Sul piano operativo abbiamo aggiunto elementi alla nostra sensibilità per le sempre più presenti questioni alimentari; quest’anno abbiamo aggiunto un menù per chi soffre di celiachia. Un’altra importante novità riguarda la riduzione dei rifiuti; una questione che ormai ci rappresenta e che fortunatamente ha fatto scuola per altre manifestazione non solo giovanili, ma anche sagre popolari. Abbiamo fatto un passo ulteriore chiedendo al nostro pubblico un piccolo sforzo; quello di tenere “l’amicobicchiere” in mano tutta la sera. Sono utilizzati infatti dei bicchieri riutilizzabili e lavabili, così da ridurre la produzione di rifiuti ed evitando così di sporcare l’area concerto»

Diciotto anni fa cosa c’era qui e cosa è cambiato rispetto ad allora, sia nelle strutture e nell’istituzione che è diventata il Colletivo Piranha, sia nella mentalità di chi organizza?

«Nel 1997 abbiamo messo in piedi una situazione per la quale la motivazione principale era; “da queste parti non succede niente e ciò che vediamo in giro non ci piace, quindi facciamo qualcosa noi”. Il clima e l’approccio era decisamente più scanzonato – anche dozzinale se vogliamo guardare con occhi professionali – più genuino, legato all’aggregazione di giovani che avevano semplicemente voglia di costruire qualcosa di nuovo. Abbiamo deciso di portare il rock’n’roll in una frazione sperduta della provincia con tutte le incongruenze che nel novantasette ci si possono immaginare; i freakkettoni in giro per il paese, le vecchiette spaventate, eccetera. Con una crescita esponenziale di livello, abbiamo definitivamente cambiato la mentalità non solo nostra ma dell’intera collettività, scardinato le abitudini sedentarie della collettività, (sedentarie dal punto di vista intellettuale, ovviamente). Quindi se inizialmente c’era un po’ di diffidenza da parte delle generazioni un po’ più attempate, del tutto distanti da queste realtà che si vedevano solo in ambito metropolitano, Siamo riusciti a superare certe barriere cercando di dimostrare la nostra autorevolezza. Abbiamo coinvolto migliaia di persone che hanno iniziato a venire al festival da tutta Italia e questo ci ha imposto e stimolato a progredire verso la professionalità; quando hai a che fare con il tour manager ufficiale di Lou Reed e Paul McCartney, per contattare Tricky, evidentemente devi dimostrare di avere competenza e serietà»

Alessio mentre mi parla del festival cammina per tutto il parco dell’ex feriale di Acquaviva, fino ad accompagnarmi nelle cucine, dove una folla di volontari mi sfreccia accanto con vassoi colmi, in un turbinio di voci e armonico caos.

«Anche nelle cucine, come vedi, c’è una ricerca che ogni anno trova elementi di perfezionamento e crescita. Quando d’inverno facciamo riunioni con 40/50 ragazzi under 35 – quello che una volta erano i sindacati o i partiti politici negli anni 60 e 70, e che oggi sembra impensabile – noi stiamo anche mezz’ora a dibattere sul punto di bollitura dell’olio di palma rispetto all’olio d’oliva, per capire qual è quello che consuma e inquina meno, da usare nella nostra friggitrice. È forse questa cura del dettaglio ciò che ci caratterizza e che è stata la chiave di quello che sono sempre più convinto rappresenti un successo»

Alessio mi accompagna poi nel backstage nel quale incontro Lalla Savini, ormai consacrata speaker ufficiale del festival. Anche lei mi parla dell’evoluzione che la manifestazione ha intrapreso negli ultimi diciotto anni mentre ordina le pagine di presentazione delle band nel raccoglitore, poco prima di salire sul palco;

«Diciotto anni fa tutto è partito come un “giochino” tra ragazzi poco più che ventenni (io anche meno, non avevo nemmeno diciotto anni), montando quattro pedane per creare il palco e con gruppi locali a costo zero tirammo su la primissima “festa della birra”. Fu molto improvvisato, una piccola scommessa tra ragazzi incoscienti che si è sempre più portata alla qualità, alla professionalità ed è arrivata, passo dopo passo, ad accogliere cinquemila persone per i concerti, tremila coperti a sera e gruppi conosciuti a livello mondiale…»

Non dovrebbe essere sottovalutata da nessuno la portata divulgativa del far esibire, davanti ad persone abituate alle interminabili partite di pinnacola e di poker sui tavoli dei bar, le più squisite scelte musicali del panorama sia indipendente che mainstream italiano. Da proto adolescente che non aveva altri veicoli di conoscenza musicale all’infuori di Mtv e delle radio commerciali, lontano dai club londinesi o dai centri sociali nelle grandi città, vedermi passare a pochi chilometri da casa gli Afterhours, i PGR, i Verdena, gli Assalti Frontali, i Quintorigo, i Sud Sound System e tantissimi altri, rappresentava un universo spalancatosi davanti ai miei occhi, in continua espansione. Le band che suonavano a Settembre ad Acquaviva erano quelle che riempivano gli auricolari durante la stagione a venire, nei tragitti da casa a scuola. Come me anche per tantissimi altri, il Live Rock Festival (che ai tempi si chiamava ancora “Of Beer”) era – ed è – un’istituzione culturale ben più potente ed educativa delle iniziative scolastiche. Lunga vita al Collettivo Piranha, che si merita altri mille di anni come questi.

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Walden Waltz, un flusso musicale creativo al Live Rock Festival

Ad aprire la prima serata del Live Rock Festival, mercoledì 10 settembre 2014, sono gli aretini Walden Waltz, selezionati nel panorama musicale toscano da ToscanaMusica, Tommaso Ghezzi li ha incontrati…

Ad aprire la prima serata del Live Rock Festival, mercoledì 10 settembre 2014, sono gli aretini Walden Waltz, selezionati nel panorama musicale toscano da ToscanaMusica, Tommaso Ghezzi li ha incontrati per noi dopo il loro concerto.

I Walden Waltz sono una band aretina attiva dal 2011. Pur dichiarando di essere ancora in cerca di sé stessi e delle proprie cifre stilistiche, i componenti della band vantano già un curriculum di tutto rispetto: una tournée nell’east coast americana, la registrazione dei un EP prodotto da Ron Nevison (già collaboratore di Led Zeppelin, Who, Rolling Stones, per dire…) e soprattutto la premiazione ai Los Angeles Music Award come miglior singolo di debutto per il brano “Looking Down”.

Dopo la loro esibizione li incontro nel backstage del Live Rock Festival di Acquaviva; considerando il percorso della band mi aspetto un confronto patinato e autocelebrativo, un panegirico del proprio ego, invece questi ragazzi mi sorprendono; mi ritrovo a ridere e parlare di musica con coetanei conterranei, assolutamente sciolti e umili, a cui interessa fere musica e se ne fregano di essere rockstar.

Con loro, a fare festa dopo il live, ci sono anche Davide Andreoni e Francesco Chimenti dei Sycamore Age, a testimonianza di una scena, quella toscana, assolutamente viva e fervida, sottoposta a confronti continui tra musicisti, ed estremamente elastica nelle sperimentazioni.

IMG_2577Parlo con Matteo e Filippo, rispettivamente chitarra/voce e batteria dei Walden Waltz.
Allora ragazzi, come si presenta oggi il progetto Walden Waltz?

Matteo: Il progetto è “rinato”da quando Simone, l’altro chitarrista, è entrato a suonare con noi. Abbiamo intrapreso una strada diversa rispetto a quella che percorrevamo prima. Il nostro obiettivo adesso è finire il disco, che dovrebbe uscire a Febbraio, il nostro primo lavoro completo. Ovviamente anche suonare il più possibile e portare in giro la nostra musica è l’obiettivo principale. Nonostante questo siamo ancora alla ricerca di una poetica. E vorremmo che questa si definisca attraverso i live. Walden Waltz è qualcosa in via di evoluzione, di crescita, qualcosa ancora di non completamente definito, ed anche per questo molto stimolante. Mettiamo insieme tutte le nostre influenze, anche non musicali – soprattutto non musicali – dalla letteratura al cinema, dalla poesia alla filosofia. Vogliamo creare qualcosa di fuso, che abbia ragione d’essere nella sua complessità. Vogliamo concentrare tutti i flussi creativi che ci hanno formato.

Emergete da una scena, una rete musicale che negli ultimi anni si è creata nella toscana meridionale, ad Arezzo in particolare. Come percepite questa realtà?

Matteo: La scena italiana – e quella toscana – è valida e complessa, ci sono elementi di ricerca e sperimentazione musicale che toccano livelli tra i più alti d’Europa, e forse del mondo, e non lo dico per esagerare. Siamo molto contenti di avere intorno tanta ricchezza.

Filippo: Prendi la Boring Machine di Roma, che porta fuori un sacco di belle cose, quella, come tante altre, sono realtà da prendere in considerazione per avere il quadro generale della ricchezza della scena alternativa italiana.

Aprite il Live Rock festival, un palco abbastanza importante per questo territorio, che impressioni vi ha dato questo live?

Matteo: Acquaviva fa quello che dovrebbe fare un festival radicato nel territorio. Prende realtà importanti e consacrate ed accostarle a quelle che ritengono le migliori proposte locali. Perché alla fine è difficilissimo, vista la quantità della proposta musicale, venire fuori da questo nodo provinciale. Questa tipologia di opportunità è quella che più deve essere incentivata e seguita come modello dalle altre manifestazioni.

Filippo: Spesso in provincia ti trovi a suonare in contesti poco favorevoli per esprimere al meglio la musica che vuoi realmente fare; qui al contrario ci siamo sentiti liberi, questo palco è stato al di sopra di ciò che ci aspettavamo. La situazione è straordinaria, pazzesca.

Matteo: Io ci sono stato lo scorso anno a vedere i These New Puritans ed è un bellissimo festival. Nonostante la pioggia stasera abbiamo avuto un pubblico impensabile, è stato veramente molto bello.

Foto di Giacomo Bai

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Corteo dei Ceri di Montepulciano, un trionfo di figure poetiche

Senza considerare il limite finissimo che esiste – in senso positivo, ovviamente – tra intrattenimento, celebrazione ed opera d’arte, Montepulciano ha portato nella sua piazza un trionfo di figure poetiche,…

Senza considerare il limite finissimo che esiste – in senso positivo, ovviamente – tra intrattenimento, celebrazione ed opera d’arte, Montepulciano ha portato nella sua piazza un trionfo di figure poetiche, movimenti e coreografie spirituali durante la cerimonia del corteo dei Ceri, nella notte del 28 Agosto 2014.

10419944_10204237252439315_5266144535464680473_nAlle 21:15 la città si è spenta – come da tradizione, sì – ma come se fosse la prima volta. Cos’è che rende il rito così speciale e magico ogni volta? È il contesto, forse, la chimica che scaturisce dalle tensioni e dalla partecipazione di un intero paese ad un evento così reverente e mistico. Perché il “giovedì dei ceri” è prima di tutto un cerimoniale, una di quelle particolarissime scansioni e superamenti dei confini tra religione e paganesimo, che caratterizzano fin troppo denotativamente questo tipo di manifestazioni. A Montepulciano c’è qualcosa in più. Un tocco di silenziosa magniloquenza, che tanto contraddistingue il Bravìo dal resto degli eventi e delle rievocazioni del territorio, una scissione netta tra momenti contemplativi, momenti agonistici e momenti di festa.

L’alone di sacralità – pur non essendo il gesto parte di un qualsivoglia canone ecclesiale – che avvince il portatore del cero, accompagnato dal magistrato di contrada, il quale con passo lento si volge verso il Gonfaloniere e il Notaio per l’intercessione e l’assenso all’offerta del cero alla “Pieve di Santa Maria”, è netta e riconoscibile. La porta della Cattedrale di Santa Maria Assunta che si spalanca, dominando il centro del sagrato, riempito dai figuranti, dona alle platee la veduta solenne del trono di Taddeo di Bartolo, meraviglioso altare tripartito posto sull’altare maggiore del duomo, e la lettura da parte del Capitolo Ecclesiastico del Salmo 70, va oltre il credo e la confessione dei singoli, va oltre la percezione del divino, è anzi l’attestazione umana di una spiritualità superiore, una riprova del Bello come fondamento dell’esistenza individuale e collettiva.

1604665_10204237202798074_5267932000969380313_nIn seguito all’accensione dei ceri, il gruppo sbandieratori e tamburini di Montepulciano scorre sul piano centrale di piazza grande. I tamburini si inquadrano in precise figure geometriche, seguendo passi ritmici decisamente energici. Le bandiere sono la bellezza della rievocazione. Soprattutto quando la manifestazione che le coinvolge fa sì che esse si strutturino entro un gruppo organizzato di sbandieratori, tamburini e musici. Inutile dire come la meravigliosa cartolina di Piazza Grande e le sue architetture, amplificanti il suono dei 17 tamburi, tra imperiali e semi-imperiali, la destrezza e l’eleganza di 24 bandiere che alternano i loro giochi singoli e collettivi, abbia affascinato e avvinto l’attenzione della marea di avventori che si sono riversati nelle strade del borgo e nelle tribune della piazza.

La sbandierata non è che una figurazione odierna di qualcosa che è stato, così come i costumi del corteo storico. È un passato che rivive ma che non resta immobile nel ricordo, che non cede all’arrancare della vecchiaia e che si rinnova, attraverso le connotazioni del moderno. Così come il paganesimo astratto dell’uso comunitario che si fa della religione come catalizzazione collettiva. La sicura stretta di mano che il passato dà al futuro, la retroguardia che abbraccia l’avanguardia , la totale agnizione di una comunità nei caratteri dell’umanesimo puro.
E l’allaccio con la modernità è avvenuto nel migliore dei modi con lo spettacolo di danza verticale che ha seguito la sbandierata. La compagnia Il Posto ha portato sulla piazza l’ interpretazione dello spazio scenico che questa offriva.

Il particolare intento di Wanda Moretti, coreografa della compagnia, è proprio quella di adibire gli spettacoli al paesaggio ove questi vengono rappresentati, e non viceversa. Un modo per osannare la forza e la potenza dei luoghi come spazi artistici potenziali e far scaturire da questi tutto l’immaginario e le evocazioni possibili. Per questo – più o meno come avviene ad esempio per la via di Gracciano illuminata soltanto dai cerini sulle padellette ai bordi del vicolo, durante il corteo – nessuno, nemmeno chi ci lavora dentro, ha mai visto la facciata del Palazzo Comunale come l’ha vista durante l’esibizione delle “danzatrici verticali”, che hanno eseguito la loro performance sulla sua facciata.

Tutto è sembrato nuovo e meraviglioso. Un modo anche questo per rendere la “rievocazione storica” un’affermazione radicale del presente.

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Festival Orizzonti di Chiusi, un vortice creativo di cultura

Reportage della giornata di domenica 3 agosto Si parla sempre più spesso, nelle conferenze e negli interventi degli assessori alla cultura dei comuni chianini del “mostro contemporaneo”, della difficoltà di…

Reportage della giornata di domenica 3 agosto

Si parla sempre più spesso, nelle conferenze e negli interventi degli assessori alla cultura dei comuni chianini del “mostro contemporaneo”, della difficoltà di innestare elevazione e interesse verso la modernità delle arti, nella collettività. Ne parlava, con somma disillusione, Massimo Vedovelli, ex-assessore alla cultura del comune di Siena. Ne parlano in continuazione i militanti del comitato Siena2019, sulla difficoltà – ma anche sullo sforzo necessario – di porre percorsi conoscitivi di arte contemporanea (nell’etimo più ampio del termine) in città che sono “gioielli del medioevo e del rinascimento”. Se ne è parlato in seno al botta e risposta polemico, legato a ICASTICA, nella città di Arezzo, che non poche difficoltà ha avuto nell’affermazione dei propri intenti. Ecco; in questi giorni è possibile riconoscere una risposta incisiva, assolutamente solutiva, alla problematica del suddetto “mostro” a Chiusi. Valdichiana. Provincia di Siena. Novemila anime.

La Fondazione Orizzonti d’Arte di Chiusi apporta un servizio di divulgazione, scolarizzazione ed educazione agli ascolti e alle visioni del contemporaneo, degno della più alta lode. La tagline dell’evento è “festival delle nuove creazioni nelle arti performative”. Dieci giorni densi di spettacoli che si allacciano alle scene più disparate dell’espressione creativa del tempo presente. Un programma da cui emergono i nomi di alcune tra le più importanti realtà del teatro italiano; da Chiara Guidi e la socìetas Raffaello Sanzio alla bolognese Fortebraccio, da Ascanio Celestini alla compagnia di Virgilio Sieni, da Paolo Panaro fino agli autori e attori locali. La fossa fuia dell’atarssia non è che una scusa per l’immobilismo autoimposto; agli spettacoli il pubblico risponde con presenza salda e convinta partecipazione, anche di fronte alle rappresentazioni più ostiche, poco immediate ed oscure.

orizzontiHo passato la giornata di domenica 3 agosto al festival, cercando di immergermi nel vortice creativo entro il quale mi trovavo. Ho assistito nel pomeriggio ad uno spettacolo per ragazzi della Cà – luogo d’arte, compagnia di Gattatico (Reggio Emila). Un tradizionale teatro di burattini, con annessa baracca a due quadri scenici, arricchita da lodevoli trovate meccaniche, che con mio moderato sbigottimento ha tenuto accesa e nitida l’attenzione di una platea di bambini, tutti nati – credo – nella seconda metà degli anni zero. In un mondo dove i tempi dell’attenzione si sono irrimediabilmente ridotti, l’immagine di quei bambini incollati alla vicenda de “il gatto con gli stivali o della povertà che si riscatta”, è stato, se non altro, intenerente.

L’educazione al teatro, l’educazione all’interesse per il bello e per l’apprezzamento e la valorizzazione della creatività, per tutte le utenze e i target anagrafici, è la cifra più riconoscibile tra le forme mobili che gravitano intorno al centro storico di Chiusi, in questi giorni. È ciò su cui ha insistito Andrea Cigni, direttore artistico del festival, che sottolinea la presenza dei laboratori quotidiani, messi a disposizione per la cittadinanza, tenuti da importanti personalità del teatro italiano; la compagnia Sieni sul ‘gesto performativo’, Chiara Guidi sulla voce e Francesco Niccolini sulla scrittura teatrale.

«Fare laboratori aperti ai ragazzi è estremamente importante» ribadisce con quieto vanto Andrea Cigni «C’è bisogno di fare approfondimento su questo tipo di mondo. È necessario un lavoro che vada oltre lo spettacolo di per sé, un lavoro da fare insieme a chi già pratica questo mestiere. Per poter vedere, capire e criticare – anche in senso buono – gli spettacoli bisogna conoscere bene le modalità con cui questi vengono prodotti, così da avere tutti gli elementi per poterli giudicare in modo quanto più possibile serio, sereno e con la minima parzialità».

Ho avuto il piacere di incontrare Francesco Niccolini, tra i più apprezzati autori di teatro di prosa italiani, che tiene corsi di approfondimento sulla scrittura scenica, dedicati al dialogo, nelle sue più ampie declinazioni.

«Questo è un mestiere artigianale, come lavorare il legno» mi dice «Per cui è sì bello vedere i prodotti finiti, ma è altresì interessante osservare il lavoro sui materiali, partendo dal legno grezzo. È forse la cosa più bella. Si perde altrimenti una delle fasi fondamentali del lavoro. E si viene a creare quel ponte tra lo spettatore e l’informazione, necessario per la salute del teatro». Di fatto quella percezione dei prodotti finiti, primariamente intesi come prodotti in fieri, è il fondamento dell’educazione alla lettura dello spettacolo teatrale, specie quando, in piccoli paesi, la ricercatezza degli elementi cozza con le inclinazioni viscerali del territorio, e si fortifica così quel muro di gesso esclusivo, snobistico, innalzato con sicumera dalle istituzioni culturali organizzatrici. «Se il servizio di divulgazione è fatto serenamente è estremamente utile» continua Niccolini «C’è sempre il rischio che ci sia un ponte levatoio ed un fossato con i coccodrilli tra i festival locali e i territori che li ospitano (e non è una questione di provincia. Le città sono addirittura più distratte. Magari nei paesini ci può essere una particolare affezione verso la realtà che si propina, la grande città invece se ne frega). Ecco; i laboratori e gli incontri cercano di abbatterlo, questo muro».

Ho assistito ad una meravigliosa performance della compagnia Sieni intitolata “Esercizi di Primavera”, un capolavoro minimale di gestualità e plasticità dei corpi. Uno spettacolo che è stato nutrimento, epifania, luce totalizzante ed essenziale. Sei ballerini accompagnati dal violoncello e dalla voce (o meglio dalle voci) di Naomi Berrill; una fata evanescente a metà tra una Bjork metafona e Fever Ray in una bolla di idrogeno, priva di comunicazione lessicografica ma comunque tumida di espressività, posta sul fondale della rappresentazione, le cui fraseologie musicali e la cui forza definitiva sovrastavano, senza coprire, i meravigliosi quadri che si susseguivano sulla scena; un gruppo di esuli danzanti, una comunità che scende inesorabile verso la sua estinzione. I rimandi delle performance sono stati plurimi e di notevole caratura; la ricerca di individualità attraverso la transindividualità, che sonda gli elementi del disastro conclusivo, della fine tirannica, e li sfrutta come particelle mobili di un ciclo continuo come quello delle stagioni, cui la “primavera” del titolo richiama. La bella stagione non è che un climax periodico, lo zenit di un tornante continuo, che necessita dell’estinzione per una rigenerazione e ri-urbanizzazione delle collettività perdute. È la denotazione delle soggettività che si attraversano e si riconoscono, in costante ricerca della declinazione plurale del sé; i sei ballerini deformano la leadership del “branco”, i ‘principi’ si susseguono e piano piano perdono le abitudini della subalternità, per concludere nell’agnizione totale dell’Altro. Un’orbita declamante fratellanza silenziosa, nella perdita.

All’uscita del teatro Mascagni, ancora allucinato dal trip entro il quale i ballerini della Sieni mi avevano accompagnato, raggiungo di corsa piazza Duomo, dove l’allestimento già visibile dal pomeriggio dello spettacolo “Grimm’s Anatomy” era stato circondato dagli avventori. Il palco principale, quello usato per l’opera “Pierrot Lunaire/Gianni Schicchi” in programma la sera precedente e poi riproposto in replica quella successiva, è rimasto buio; sopra di esso ci sono solo puntatori rivolti verso il centro della piazza, dove è collocato un particolare arredo scenico; un trittico irregolare di piani, ognuno con una dominanza cromatica diversa. Quello più alto, alla base della torre del Duomo, è riempito di ombrelli bianchi.

“Abbiamo deciso di non lavorare sul palco centrale, come inizialmente ci è stato proposto”-  chiarifica Laura Fatini, una dei tre registi – “sarebbe diventata una cosa troppo grande. Ci piaceva articolare la scenografia su tre sezioni separate, visto che di base abbiamo preparato tre testi diversi”.

Un trittico di monologhi che vanno a condurre una polifonia ritmica e tonale, “Grimm’s Anatomy” è uno spettacolo concepito come operazione chirurgica delle fiabe dei fratelli Grimm, traslate nella modernità;

« Il nostro compito fin dall’inizio su decisione del direttore artistico era di prendere tre fiabe e trasporle nella modernità» mi racconta Carlo Pasquini «Abbiamo individuato tre fiabe dei Grimm e abbiamo incominciato a lavorare ognuno sulla propria. Io ho lavorato su Biancaneve e ho incentrato la ricerca sulla Regina cattiva di Biancaneve».

image(1)Il concept basico è meraviglioso, al centro di un festival dedicato al mito e alle atmosfere fiabesche, i tre registi di riferimento del territorio chianino hanno avuto la possibilità di lavorare sull’anatomia di tre fiabe, scegliendo attori locali. Ad aprire lo spettacolo le note di un rifacimento di “Estate” di Chet Baker, che già apre le porte dell’immaginario scolpito dalle iconografie della Dolce Vita, de la Grande Bellezza, quell’ormai cristallizzato contesto della sfioritura decadente, dei toni scuri e lucidi del fascino che scade inesorabile, negli ambienti dell’alta borghesia. La nostra regina cattiva di Biancaneve è immersa in questa dimensione. Chiara Savoi impersona, in sottoveste nera, una regina aggrappata al senso contrario del tempo che scorre, una signora matura continuamente definita attraverso i ricordi, immersa in una profonda e menzognera solitudine. Ai flashback ostentati si associa il suo rapporto con lo specchio parlante a cui cerca di imporre un’immagine falsa, costruita, scaduta di sé.

Il testo che Carlo Pasquini ha scritto a quattro mani con Daniela Comandini ci mostra il fondo speculare della menzogna ostentata, la brutalità dei rapporti costruiti sul nulla celato dall’apparire. In un’iconografia riconoscibile, le immagini ben configurate dal testo, seguono un percorso sempre più commiserabile, intervallato da appelli allo specchio che, ormai stanco delle continue vessazioni subite, si rifiuta di riflettere il volto di questa regina ormai deturpata dalla vacuità del suo essere.

Laura Fatini invece ci presenta una Cenerentola inamidata che segue una continua ma lenta metamorfosi. Ad incarnarla c’è Pierangelo Margheriti; alto nel sue metro e ottanta, con una fisicità dirompente la cui aggressività è completamente coperta dall’efficace lavoro di costumi e di posizione. «ho intitolato il testo “Emily”. In realtà è la storia di Giovanni che si trasforma in Emily». La tirata fonologica torna più volte sulle scarpe, celata ossessione di questo crossdresser, la cui umanità patetica pervade completamente il versante tragico della rappresentazione. Il legame con Cenerentola è sancito dalle scarpe da cui scaturisce la metamorfosi totale dell’io declamante.

«Il testo è completamente mio» continua Laura Fatini «Ci hanno chiesto di lavorare con attori del territorio, il testo è molto complesso perché si lavora con diversi registri di voce, su diverse tipologie di movimenti; da uomo e da donna. Abbiamo lavorato sulla voce, sui movimenti e sulla psicologia perché s parla di trasformazione continuativa. Non c’è mai un momento in cui la personalità si ferma».

Il trittico è chiuso dal testo di Gabriele Valentini, da lui stesso diretto, e interpretato da Giacomo Testa, con toni più coloristici e gradi ritmici più variabili e discontinui, ma decisamente più coinvolgenti e coerenti nella loro policromia. Giacomo Testa interpreta il principe de La Bella Addormentata; un principe decisamente impacciato, exemplum più o meno condivisibile del maschio contemporaneo; goffo e instabile, reso insicuro dai modelli perfetti e inarrivabili della televisione. L’operazione di Gabriele Valentini ha più livelli ermeneutici, rispetto ai due blocchi che lo precedono, della fiaba dei Grimm; la traslazione al contemporaneo del principe vive nei riferimenti alla contemporaneità, ma non si snoda dai dati-chiave con la fiaba originaria. Il personaggio segue una “fenomenologia del principe della bella addormentata”; percorre una tesi poi un’antitesi e infine giunge all’autocoscienza sintetica delle sue personalità. È l’elemento umano neutro che si fa principe, che viene concepito dai fratelli Grimm e che insegue il suo bildungsroman verso il ‘diventare ciò che si è’.

«Il principe trova la chiave di lettura dell’amore e tramite questo riesce ad arrivare alla stanzetta della torre dove c’è la principessa. Si rende conto che la sostanza di cui è fatto il coraggio è la paura stessa» mi dice Giacomo Testa poco prima di entrare in scena.

image(2)Ed è forse quel principe goffo e inceppato, che fa fatica a collocarsi in una fiaba di cui egli stesso è protagonista, è forse l’emblema, l’incarnazione del teatro contemporaneo; una ricerca di sé instancabile e recalcitrante, che si butta in pasto ai sensi delle platee variabili e molto spesso impreparate, uditori disinteressati, o peggio snob ed altezzosi, un teatro che arranca nel sovrappeso delle sue miserie, ma che ama il suo pubblico e lo rincorre e cerca di svegliarlo dal sonno atarassico nel quale è caduto. Un principe in attesa di un amore e un amore in attesa di coraggio.

Ecco, il motivo per cui ha comunque senso fare teatro nelle piazze, mentre intorno rombano i motorini, il vocio dei branchi fuori dai bar disturba l’attenzione, lontano i brusii, i pianti dei bambini e le urla delle madri, gli anziani che si alzano dalle prime file e passeggiano davanti al palco ombreggiando i piani scenici senza il minimo rispetto, il motivo per cui ha comunque senso portare arte in qualunque strada, a contatto con qualsiasi tipo di umanità, è quel coraggio che va perseguito costantemente, sebbene si ripercuota in tutti i singoli moti di contraddizione, i quali in fondo non sono altro che energie da dirottare.

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Il soldato soddisfatto della sua impresa al 39° Cantiere di Montepulciano

Decisamente un’esperienza da rivivere, da condividere, da celebrare. In un momento così dannatamente turpe, in mezzo a questo luglio dannato e torrenziale. “E la chiamano estate” diceva Califano. Ma il…

Decisamente un’esperienza da rivivere, da condividere, da celebrare. In un momento così dannatamente turpe, in mezzo a questo luglio dannato e torrenziale. “E la chiamano estate” diceva Califano. Ma il teatro, fortunatamente, è la terapia migliore per tutte le malinconie, anche quelle meteoropatiche.

image(1)Venerdì 25 luglio la prima, in piazza grande a Montepulciano, è stato un turbinio di soddisfazioni. Una festa, continuata dentro il teatro Poliziano, dopo lo spettacolo; una “rimpatriata” di tanti vecchi e nuovi amici del Cantiere internazionale d’Arte.

Gianni Poliziani e Fabio Maestri hanno continuato a provare e riprovare le parti di commistione tra prosa e musica, anche dopo la prima;

Io, per me, ho insegnato alla troupe francese il significato profondo del Martini Spritz e dei vini toscani. Venendo loro da Bordeaux, sono giunti in valdichiana con la profonda convinzione che il vino migliore al mondo fosse francese. Per forza e per amore ho dovuto farli ricredere.

Le repliche di Sarteano e San Casciano dei Bagni sono state turbate dalle piogge di questo luglio, come abbiamo già detto, incompatibile con l’idea oggettivamente condivisa che le persone hanno di “estate”. Ma lo show è continuato lo stesso. Nonostante le intemperie. A Sarteano con un po’ di pazienza abbiamo atteso la fine dello scroscio. A San Casciano del Bagni ci siamo rifugiati dentro il teatro comunale (piccolissimo ma amorevole) nel quale abbiamo smontato lo spettacolo è proposto una “riduzione” molto particolare della mise en scène.
Cetona è stata la serata ideale per uno spettacolo di piazza. Un cielo sereno ha avvolto le nostre parole, i nostri gesti e le nostre tensioni.

Gli articoli che avete visto nei giorni scorsi peccano decisamente di ricercatezza e brillantezza nella retorica e nei contenuti. A mia discolpa debbo dire che sono stati stesi alle due di notte, ogni notte, dopo giornate intere (mattina-pomeriggio-sera) di prove intensive. I ritmi sono stati devastanti e la fluidità del pensiero ne ha risentito. Ma se mi dicessero di ripetere tutto, le ore sudate, le notti in bianco e la tensione prima di ogni spettacolo, direi di sì; tutto, rifarei tutto.

Proprio oggi la troupe torna a Bordeaux. È stata una meravigliosa esperienza che, come al solito quando si tratta di teatro, dispiace tantissimo aver concluso.

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Diario di bordo del soldato al 39° Cantiere di Montepulciano – Giorno 5 (ci siamo quasi)

Bene. Le cose sono andate più o meno così. Durante l’antigenerale il mio piede si è accidentalmente scontrato con uno dei neon della scenografia-istallazione, riportando una frattura metatarsale. “Ce n’est…

imageBene. Le cose sono andate più o meno così. Durante l’antigenerale il mio piede si è accidentalmente scontrato con uno dei neon della scenografia-istallazione, riportando una frattura metatarsale. “Ce n’est pas grave” mi dicono i registi. D’altronde è così. Ogni attore ha il suo mantra; alcuni si mettono sempre lo stesso paio di mutande, altri fanno volutamente degli errori durante la prova generale per scaramanzia, altri ancora seguono ossessivamente i soliti riti, le stesse frasi ripetute prima dell’ingresso in scena. Io mi faccio male per l’anti generale. Ormai è un’abitudine.

Bene. La giornata di ieri è iniziata quindi con una serie non ben quantificabile di imprecazioni ma che si è risolta con un po’ di riposo.
Questo significa che mi sono presentato in Piazza Grande solo in tardissima serata, alle 23, dopo l’opera “I Falsari” di Pierre Thilloy, su testo di André Gide. Il rimpianto più grosso è il non aver potuto vedere gli altri spettacoli, perché troppo impegnato a preparare il mio. Io adoro Gide e adoro la musica elettronica che si mescola agli archi, quindi mi sono perso uno spettacolo che mi sarebbe sicuramente piaciuto. Peccato.

Comunque; Tutto molto bello. Lo spettacolo ha trovato le sue formule e le sue reazioni, ha scandito i ritmi delle sue particelle, dei suoi elementi e del loro mescolarsi.

Quello che mi preoccupa è il tempo. Questo luglio schifoso è tremendamente umido; e le tavole di legno cerato sulle quali recitiamo, se umide, diventano un pericolo reale.
Ma tutto andrà bene.

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Diario di bordo del soldato al 39°Cantiere di Montepulciano – Giorno 4

Stiamo ultimando la preparazione de l’histoire du Soldat. Tutto sembra procedere per il meglio. Ho fatto una scoperta molto interessante; Blanche Konrad si arrabbia se la chiami “ballerina”. Lei è…

Stiamo ultimando la preparazione de l’histoire du Soldat. Tutto sembra procedere per il meglio.

Ho fatto una scoperta molto interessante; Blanche Konrad si arrabbia se la chiami “ballerina”. Lei è prima di tutto una performer. Ha studiato arte visuale e non danza. Ha approfondito le arti plastiche durante i suoi anni di studi per poi debordare la propria esperienza verso tutte le forme di proiezione artistica della persona; è per questo che ama definirsi “in cantiere”, in continua ricerca di approfondimento in aree che non la competono.

imageClarac-Deloeuil le Lab è invece una casa di produzione, fondata da Olivier Deloeuil e Jean Philippe Clarac nel 2009, sebbene i due lavorassero insieme sin dal 2001. È curioso che nessuno dei due ha avuto una formazione teatrale, Olivier è uno scienziato politico mentre Jean Philippe uno storico dell’arte.
È stato rincuorante venire a conoscenza di questa pluralità formativa, questo multiforme ingegno postmoderno che non interessa i percorsi disciplinari intrapresi dal singolo, ma deborda, cresce, ricerca. I nostri bagagli culturali sono conoscenze attive dilatabili e adattabili. Sono modi di stare al mondo; la ragion pratica poi, silenziosamente, consegue.

Questo dovremmo insegnare nelle scuole.

Infine Gianni Poliziani. Praticamente l’istituzione teatrale del territorio. Presente dagli anni ’70 nei circuiti istrionici italiani. Negli ultimi anni partecipa, a ritmo serratissimo, alle produzioni della fondazione del cantiere internazionale e della nuova accademia degli Arrischianti di Sarteano. Per noi sbarbatelli ingenui ragazzetti è da subito divenuto un modello, un esempio a cui rubare elementi con lo sguardo mentre si ha la fortuna di condividere le scene con lui. Non c’è accademia di arti drammatiche che tenga, stare accanto a lui sul palco è una delle migliori scuole.

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Diario di bordo del soldato al 39°Cantiere di Montepulciano – Giorno 3

Siamo ormai alle battute finali della preparazione dello spettacolo. Stiamo assillando Franca Dottori, capo della sartoria del cantiere internazionale d’Arte, che dovrebbe essere santificata per la disponibilità e la solerte…

Siamo ormai alle battute finali della preparazione dello spettacolo. Stiamo assillando Franca Dottori, capo della sartoria del cantiere internazionale d’Arte, che dovrebbe essere santificata per la disponibilità e la solerte precisione con cui esaudisce  ogni nostra più strampalata richiesta.

Ieri, 22 luglio, ci siamo concentrati sulla fisicità; Blanche ha insegnato a Gianni Poliziani le teorie e le tecniche della posa artistica. Io ho cercato di migliorare alcuni tratti scenici, alcune tessiture gestuali, con l’aiuto di Jean Philippe Clarac e Blanche Konrad.

IMG_20140722_233848In tarda serata abbiamo provato con l’orchestra. Ecco che rispetto alle prove senza orchestra, nelle quali ci basavamo su un disco, agire la scena con dei musicisti che suonano ha un impatto ben più esaltante. L’orchestra è un’entità viva che entra a far parte della scena, e gli ictus, gli accenti che determinano variazioni dell’azione sono decisamente più percepibili, coesistono con la diegesi;  si mescolano con la narratologia di palco.

Ho scoperto che i direttori d’orchestra sono più cattivi, nei confronti dei loro musicisti, che i registi di prosa nei confronti dei loro attori.

Oggi sono arrivati gli inglesi; parte dell’orchestra del Royal College of Music di Manchester. Hanno già riempito le strade di Montepulciano dei loro cori ed hanno già consumato ingenti quantità di alcolici. Ho scoperto che i registi francesi hanno un odio viscerale nei confronti degli inglesi; “les anglais… je deteste!”

Il palco non è propriamente convenzionale; le scelte di regia sono orientate verso il ripristino del sentore originale di Stravinsky, di Ramuz e di Ansermet, i quali motivati da una ricerca sperimentale di sintetismo scenico e da una ristrettezza economica dovuta al disastro della prima guerra mondiale, portarono in giro per la Svizzera del 1918 uno spettacolo itinerante, con una strumentazione facilmente trasportabile (ridotta a violino e contrabbasso per gli archi, per i legni il clarinetto e il fagotto, per gli ottoni la cornetta a pistoni e il trombone e per le percussioni un solo batterista), una scena semispoglia, da teatro ambulante.

IMG_20140722_230957Di fatto la nudità della scena vuole elevarsi a metafora di una situazione europea a cento anni dalla prima guerra mondiale; i conflitti che prima venivano scanditi dai colpi di mitraglia e dalle giornate di posizione in trincea, oggi – sebbene superati i dissidi bellici – vengono sostituiti da una forma di unità assai precaria, da squilibri socioeconomici ahimè ancora presenti sulla scena europea, dopo cento anni. La compravendita dell’anima che il Diavolo impone al povero Soldato de l’Histoire, di fatto, vuole essere questo; una narrazione dell’Europa di ieri ma soprattutto di oggi.

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Diario di Bordo del soldato al 39° Cantiere di Montepulciano – Giorno2

Il tempo non assiste questo luglio; la mattinata di lunedì 21 luglio si è presentata bigia e opaca, il cielo coperto dalle nubi si è quasi subito risolto in un…

Il tempo non assiste questo luglio; la mattinata di lunedì 21 luglio si è presentata bigia e opaca, il cielo coperto dalle nubi si è quasi subito risolto in un rovescio che ci ha costretti a provare al chiuso, nelle sale di palazzo del Capitano.

34Nel pomeriggio invece è esplosa la canicola estiva. Nella pausa mi sono mimetizzato nella folla di turisti mitteleuropei, con la maglietta dei Joy Division completamente intrisa del sudore delle prove. Montepulciano pullula di turisti e di avventori presenti per il cantiere internazionale d’arte. Se a questo ci aggiungiamo la quantità di musicisti, cantanti, attori, altri addetti ai lavori e tecnici vari, quello che si vive in questi giorni a Montepulciano è il clima di una cittadella di artisti, pensatori ed esseri in un vortice di esperienze che si mescolano e che nutrono ogni singolo momento della giornata, anche il più vuoto, di ricchezza e di crescita.
Probabilmente Hans Werner Henze aveva proprio questo in mente, quando nel 1976 fondò il Cantiere; un continuo scambio di retaggi, bagagli e formazioni tra artisti di tutto il mondo che si mescolano alle persone del territorio.

Oggi ho avuto modo di conoscere meglio Fabio Maestri, direttore dell’ensemble da camera “Igor Stravinsky”. Una vera e propria istituzione dell’insegnamento musicale (tiene corsi presso l’istituto “Briccialdi” di Terni, oltre a lavorare, come direttore d’orchestra, in giro per l’Italia). Pensavo di avere a che fare con un rigido didatta classicista, da bacchetta in mano, di quelli che impongono ore ed ore di solfeggio, con i movimenti della mano. Invece mi sono trovato di fronte una coscienza assolutamente moderna; tra i suoi guru ci sono Philip Glass, John Adams e Terry Riley, fosse per lui cambierebbe completamente la didattica della storia e della storia delle arti; farebbe iniziare i programmi dalla contemporaneità per poi procedere a ritroso, per una comprensione rovesciata del progresso storico. Gran personaggio, il Maestro Maestri…

image(1)Mi sono concentrato poi sui tatuaggi di Blanche Konrad, che interpreta la ballerina ne L’Histoire du Soldat. Tra i tanti mi ha colpito la scritta “en chantier” sul polpaccio destro. Ho cercato di spiegarle che “cantiere” (la traduzione letterale di chantier) è anche il nome della manifestazione a cui prende parte. Credo che abbia capito, nonostante il mio francese sia decisamente carente di lessicografia. Che belle le simmetrie esistenziali.

In tutto questo le prove continuano a ritmi e intensità fisicamente devastanti; ma ben venga, benedetto sia il sudore speso sopra i palchi scenici! Dopo cena siamo riusciti a provare sul palco, con i vestiti di scena.

Lo spettacolo prende sempre più forma, mentre la prima di venerdì 25 in piazza Grande si avvicina sempre di più.

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Diario di bordo di un soldato protagonista del 39°Cantiere di Montepulciano – Giorno1

Mancano quattro giorni alla prima de “L’Histoire du Soldat”. Per ognuno di questi quattro giorni cercherò di tenere un piccolo reportage non solo del percorso che lo spettacolo intraprende, ma…

image(1)Mancano quattro giorni alla prima de “L’Histoire du Soldat”. Per ognuno di questi quattro giorni cercherò di tenere un piccolo reportage non solo del percorso che lo spettacolo intraprende, ma anche e soprattutto, del clima che si respira durante i giorni del 39° cantiere di  Montepulciano.

I registi de L’Histoire du Soldat sono Jean Philippe Clarac e Olivier Deloeuil; due ingegnosi metteursenscène di Bordeaux – francesi solo di nascita, considerando che hanno girato i teatri di mezzo mondo, lavorando da una parte all’altra dell’oceano per anni – che hanno allestito questo gioiello itinerante, il quale toccherà le piazze di Montepulciano, Sarteano, Cetona e San Casciano dei Bagni dal 25 al 29 luglio 2014.

I lavori per il palco (un ring da boxeur, in tavole di legno) sono iniziati nella mattinata del 20 luglio. In una giornata, dal caldo asfissiante, è stato portato a termine, in modo da permettere agli attori di testare le tavole del plateau, in tarda serata.

Il diavolo sarà interpretato dall’ormai smaliziato Gianni Poliziani, e la ballerina sarà Blanche Konrad, talento assoluto del teatro danza, una meravigliosa ninfa tatuata la cui grazia dei movimenti è il tocco perlaceo alla scena.

Dopo due ore di prove in mattinata, quattro nel pomeriggio, e due dopo cena, le forze scemano ed anche le percezioni. imageL‘aria del centro storico di Montepulciano però è già densa di arie liriche, di sinuosi fraseggi musicali, battute di scena, sensazioni immaginifiche.

Mentre eravamo chiusi nelle stanze di Palazzo del Capitano, in teatro si è consumato il trionfo dell’ultima replica de l’ “Orfeo e Euridice” di Gluck, una meravigliosa opera-performance per la regia di Stefano Simone Pintor.
Il cantiere continua, e con lui tutto il flusso di immagini, parole e musica che lo compongono…

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I Baustelle in Piazza Grande: emozione per il ritorno della band poliziana

Riuscire a rendere la tempesta più tollerabile; l’obiettivo di base per chi ha iniziato a fare musica in provincia «quando ancora non c’erano i telefonini», come ha sottolineato Claudio Brasini…

Riuscire a rendere la tempesta più tollerabile; l’obiettivo di base per chi ha iniziato a fare musica in provincia «quando ancora non c’erano i telefonini», come ha sottolineato Claudio Brasini durante la nostra chiacchierata nel pomeriggio, è fondamentalmente questo. Certo i paesaggi della Valdichiana sono un po’ cambiati, con loro anche i percorsi della gente che li abita, ma le tempeste, gli obblighi e le oppressioni che spesso derivano dall’animo animale della provincia italiana, che li ha spinti a scrivere I provinciali nei tardi anni novanta, restano invariati. Loro, i Baustelle, hanno saputo dapprima subire, poi assorbire certe oppressioni riuscendole a metterle dentro le canzoni, parlando di questi luoghi come nessun’altro ha fatto mai. Probabilmente una maieutica spirituale, un rituale laico di elevazione e di coscienza; i Baustelle hanno esercitato la diretta traslazione figurata di uno stato ambientale della provincia contemporanea. Il 12 luglio duemilaquattordici, in Piazza Grande, a Montepulciano, i Baustelle sono tornati in patria.

Sarebbe limitativo dire che abbiano portato una tappa del tour di Fantasma, non si sono semplicemente “esibiti”, come solitamente li si può sentire in giro per l’Italia, quella di sabato è stata un’opera performativa totale, che ha coinvolto il cielo, le persone, i fantasmi chianini di ieri e di oggi. Il loro live arriva a concludere una giornata densa di incontri e avvenimenti, nel centro storico poliziano, in seno alla manifestazione “Luci sul Lavoro” che ha visto passare importanti personalità del mondo politico e imprenditoriale italiano.

Concludere il Fantasma Tour a Montepulciano determina una forza simbolica che varca la retorica ovvia del “ritorno a casa” della band poliziana; il disco è stato infatti inciso nei locali della Fortezza, a pochi metri dal duomo, sul sagrato del quale è stato allestito il palco, il cui organo liturgico è uno degli strumenti utilizzati per gli arrangiamenti delle tracce. È la fine di un ciclo, quindi; il disco viene finalmente suonato nel luogo in cui ha preso vita esattamente due anni fa, durante l’estate del 2012.

Proprio lo scorrere del tempo, concept centrale di Fantasma, è stato il contenuto implicito della scaletta scelta per il live; Il Futuro, Nessuno e Radioattività aprono la setlist con una rivelazione epifanica del negativo, tutta la tragedia del tempus edax, tutta la volgare e brutale voracità del passare degli anni, immesso in ogni singola parola scandita dagli ictus della melodia, a rimbalzare nelle pareti del palazzo comunale da una parte e del palazzo Contucci dall’altra, e definire così una vigoria evocativa sublimante, per tutti i presenti in piazza Grande.

Baustelle Foto di Carlo Pellegrini

Sulle battute finali de Il Corvo Joe, la pioggia inizia a battere, sempre più incalzante, sui master, sui monitor di palco, sui mixer, sulle luci. Non c’è niente da fare. I tecnici fanno cenno ai musicisti di fermarsi ed uscire dal palco. Il sagrato viene immediatamente coperto mentre la tempesta si abbatte sulla piazza, seminando il viavai generale del pubblico che cerca riparo sotto le tettoie, dentro i loggiati, nei bar, nelle osterie.

Il concerto si ferma. Rotto a metà. Come le storie d’amore di cui non riusciamo a credere la fine. Desertificato come il futuro di cui ci parla Bianconi, come le piazze in pieno inverno. Il rituale della maieutica interrotto dalla pioggia, l’epifania svuotata. La piazza si sgombra. Sul palco ci sono pozze d’acqua impossibili da asciugare. Il concerto non può ricominciare.

Dopo un’ora di attesa Claudio Brasini appare con la chitarra acustica già imbracciata sotto il loggiato di palazzo del capitano, insieme a lui il resto della band. In pochi attimi il gruppo viene circondato dai fan. È di nuovo concerto. Senza elettricità. Solo con le chitarre acustiche, una tromba e una percussione. Sotto le logge di piazza grande, durante la tempesta, come quando si faceva “chiodo” a scuola.

Ecco; nella situazione descritta Francesco Bianconi canta Le Rane. È questa composizione di contesto e azione che lascia assurgere la serata di sabato a dignità letteraria; Le Rane, il brano più esplicitamente collegato a quei luoghi, il brano più arrabbiato, e contemporaneamente frustrante e dimesso, nei confronti del tempo che scorre, il brano della doppia distanza, una fisica che divide Milano, la città della carriera e della maturità, dalla Valdichiana, luogo di impulso naturale primordiale, di inconscio puerile, ed una emotiva e temporale. Sotto quella pioggia battente i Baustelle si confermano cantori del nostro tempo, e del tragico della nostra quotidianità.

Sorridendo, Francesco invita il contenuto pubblico a dividere il canto tra maschi e femmine per Gomma, proprio come al liceo. Le nuvole rimangono a giacere sulla volta celeste, a tratti torna a piovere e ogni goccia sembra scandire il battiti di un futuro imminente.

C’è qualcosa di profondamente adolescenziale e smaliziato, profondamente cosciente dei propri mezzi e della propria indefessa disinvoltura, nell’improvvisare un unplugged sotto il loggiato di piazza Grande per i pochi rimasti a combattere il freddo, la tempesta, con i capelli arricciati dall’umidità, i cappucci del keeway stretti al mento e la sinusite incipiente. Mentre Rachele Bastreghi viene circondata dai flash fissi degli smartphone, che sono lucciole immobili, piccole fibre di luce che cercano d’illuminare i sentori dell’attimo, la sensazione è quella che pur combattendo la turpitudine delle abitudini di questi paesini da diecimila anime, loro per primi non hanno rinnegato – e non rinnegheranno mai – l’appartenenza netta a questa provincia.

Mai come questa volta i Baustelle sono riusciti ad incarnare la complessità di questa Valdichiana, spesso indicata come gretta, opprimente e dannatamente detestabile, ma che allo stesso tempo riesce a persuadere l’appartenenza della sua gente con il solo ausilio della sua incontrovertibile bellezza e la fa sentire parte del suo paesaggio allo stesso modo degli alberi, dei vigneti, dei campi di grano ai lati delle strade e delle rane nelle notti piovose d’estate.

Baustelle

Foto di Rachele Paganelli

Scaletta

Titoli di Coda

Futuro

Nessuno

Radioattività

I Provinciali

Cristina

Contà l’inverni

Monumentale

La morte non esiste più

La moda del lento

La canzone del Parco

La canzone di Alain Delon

EN

Il Corvo Joe

Sotto i portici

Gomma

Le Rane

La Guerra è Finita

Sergio

Charlie fa Surf

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