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La Valdichiana

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Pierrot, Arlecchino e Colombina, più che maschere, colori – Intervista a Maria Claudia Massari

Sabato 8 Dicembre alle 17:30, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena Pierrot, Arlecchino e Colombina, Una Storia di Amore e Pane, una produzione della Nuova Compagnia delle…

Sabato 8 Dicembre alle 17:30, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena Pierrot, Arlecchino e Colombina, Una Storia di Amore e Pane, una produzione della Nuova Compagnia delle Arti – Corps Rompu. Sulla scena Maria Claudia Massari, impersonando i tre celebri caratteri della tradizione, ci racconta una vicenda ispirata da un racconto di di Michel Tournier intitolato Pierrot e I Segreti della Notte.  In un piccolo villaggio in Francia, il panettiere Pierrot ama la bella lavandaia Colombina. Questa però non è contenta del suo innamorato, che lavora quando gli altri dormono. Un bel giorno passa di là Arlecchino, imbianchino multicolore, che affascina Colombina con la sua magia di colori e vitalità. Lo spettacolo si avvale della musica dal vivo, suonata da Giovanni Rafanelli e le scene di Mauro Borgogni.

«Questo spettacolo esiste da molto tempo. Si è evoluto tantissimo negli ultimi anni» ci racconta Maria Claudia Massari, principale interprete e regista dello spettacolo «Lo spettacolo ha girato moltissimo e ci sono molto affezionata. Il pubblico di ogni età ha sempre risposto bene, forse anche perché finisce con una bella merenda». Alla fine dello spettacolo, infatti, il ciaccino sfornato da Pierrot diventa l’occasione per condividere una merenda e certificare il lieto fine della vicenda.

Maria Claudia Massari ha lungamente approfondito il teatro d’immagine: la sua formazione a Parigi, presso la Ecole Internationale de Mimodrame de Paris Marcel Marceau e Ecole de l’Acteur François Florent, determina una forte cognizione del teatro di maschera. «Lo spettacolo è un tributo ai miei maestri, Marcel Marceau, Ferruccio Soleri… le maschere sono sempre un bellissimo tema di lavoro» continua Maria Claudia Massari, che da sola, sul palco, interpreta i tre personaggi, senza l’uso della maschera fisica «Ovviamente ho lavorato in maniera non convenzionale: il mio Arlecchino è molto timido, anche se seduttore, non di certo paragonabile a quello di Soleri o di Moretti…».

Lo spettacolo si sviluppa sulla forte caratura simbolica dei colori: «Colombina ha una forte predominanza di bianco, Pierrot di blu e Arlecchino di tutti i suoi colori sgargianti. Colombina ha il bianco luminoso del giorno, contrapposto al blu notturno di Pierrot: i due sono svegli in momenti diversi, e proprio su questo contrasto si sviluppa il loro confronto. Giorno e notte, luce e buio, sole e luna. Poi arriva arlecchino che con i suoi colori creerà scompiglio, ma che alla fine dimostrerà la sua inconsistenza».

Un teatro delle maschere che secondo Maria Claudia Massari è ancora molto vivo: «Magari dovranno passare degli anni prima di capire quali maschere sono ancora vive nei nostri tempi, ma in giro si vedono spettacoli bellissimi che ne fanno uso: a Parigi abbiamo visto La Gattomachia che è un ottimo esempio di contaminazione, per quanto riguarda l’uso delle maschere oggi. Anche Andrea Brugnera è uno che a modo suo, anche quando lavora senza maschera, riesce ad averci una maschera sulla pelle:anche questo è un modo di continuare quella tradizione».

L’appuntamento è a Sarteano, al teatro degli Arrischianti, sabato 8 dicembre alle 17:30. «I bambini – dai 3 anni in su – si troveranno nel loro mondo: poi, ognuno più leggerlo a suo moto, anche gli adulti ovviamente».

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Vedi alla Voce – Nina’s Drag Queen

C’è una cornetta che diventa un microfono. Un uomo che diventa bambola. Un corpo vivo che diventa macchina teatrale meta-testuale capace di proiettare sé stessa tra il dentro e il…

C’è una cornetta che diventa un microfono. Un uomo che diventa bambola. Un corpo vivo che diventa macchina teatrale meta-testuale capace di proiettare sé stessa tra il dentro e il fuori del testo. È la porzione di un intero drammaturgico allestito dalla compagnia Nina’s Drag Queen, in scena al Teatro degli Arrischianti di Sarteano il 4 febbraio 2018. Vedi Alla Voce Alma, è il titolo ed è interpretato da Lorenzo Piccolo, con la regia di Alessio Calciolari.

Il plesso narrativo dello spettacolo si basa su due vettori: il primo è un tradizionale testo di teatro borghese che funge da impalcatura drammaturgica, il secondo è una storia vera, allo stesso modo struggente.

Il testo teatrale di riferimento è La voce umana di Jean Cocteau. Il monologo per donna, opera del drammaturgo francese, scritto nel 1930, che fa ruotare tutto il crescendo di disperazione della protagonista femminile attorno all’inefficienza del servizio telefonico parigino: la donna, abbandonata, cerca di parlare con l’ex amante al telefono, tra pianti e disperazione sentimentale. Il testo è famoso in Italia per la sua interpretazione di Anna Magnani, diretta da Roberto Rossellini nella pellicola L’Amore, del 1948.

La storia vera è invece quella di Alma Schindler, meglio nota come Alma Mahler o – come l’hanno ribattezzata i manualisti – la “Vedova delle Quattro Arti; moglie e vedova di Gustav Mahler; divenne musa e amante di grandi artisti legati alla Secessione Viennese dalla Kunstgewerbeschule, come Klimt e Kokoschka. Si sposò poi con l’architetto Walter Gropius dal quale divorziò a causa di una relazione che aveva instaurato con lo scrittore Franz Werfel. Questi diventò poi il suo terzo marito, il quale morì di infarto nel 1945, lasciandola vedova per la seconda volta. Ma è la vicenda che la lega a Oscar Kokoschka che ha attratto le Nina’s Drag Queen – e non solo – per imbastire un percorso di forte impatto immaginifico sulle meccaniche dell’abbandono. Il grande pittore e la donna – così raccontano le biografie – si frequentarono per due anni, nella Vienna ruggente degli anni ’10. Lui dipinse un quadro intitolato La sposa del vento, in cui raccolse espressivamente tutto il fulgore che quella relazione scatenava nel suo animo. Venne poi chiamato al fronte, durante la Grande Guerra, e lei, invece di aspettarlo, decise di troncare la relazione. Oscar, cieco di amore e gelosia, scatenato da una collera morbosa e furibonda, decise di contattare la modista Hermine Moos per costruire insieme a lei una bambola a immagine e somiglianza di Alma. L’amante posticcia venne realizzata secondo le proporzioni effettive della ex-compagna, con una minuziosa precisione nella riproduzione di tutte (proprio tutte) le parti del corpo, nascondendo le cuciture. Lui comprò per la bambola vestiti costosi e biancheria intima, ordinava alla servitù di servirla, la portava con sé nelle occasioni pubbliche e la dipinse in numerosi quadri.

Secondo una dinamica interpretativa che potremmo definire a matrioska, una dentro l’altra queste vicende – e i personaggi ad esse legati – voltolano nella voce e nei gesti del bravissimo Lorenzo Piccolo, che alterna i commenti alla vicenda con immedesimazioni dei personaggi, fino alla trasposizione melologica  della narrazione servendosi del playback e del lip-sync di canzoni e frammenti filmici. Dentro c’è Mia Martini, Patty Pravo, Ornella Vanoni che si mescolano al teatro borghese degli anni venti.

 

Abbiamo incontrato i due “responsabili” di Vedi Alla Voce Alma e abbiamo fatto loro delle domande.

V: Come funziona la catena di interpretazioni di questo spettacolo? Come è gestita la molteplicità di voci e di corpi nel unicità del monologo?

Lorenzo Piccolo: Noi siamo partiti dal testo di Cocteau che è un monologo per donna – tra l’altro il primo monologo femminile della storia del teatro – e segna proprio per questo un punto chiave della drammaturgia moderna. Ci interessava, nel momento in cui utilizziamo la Drag Queen come maschera teatrale, questo aspetto. È un testo interessante, ma anche molto strano: molte cose non si capiscono. Poi è molto datato perché è dentro una struttura di teatro borghese del 1930. Quindi innanzi tutto Vedi Alla Voce Alma nasce da un rapporto di amore-odio verso questo testo. Da un lato ha degli evidenti aloni di muffa, dall’altro è legato alle grandi attrici: lo ha fatto la Magnani, la Bergman, recentemente la Asti, la Proclemer, c’è pure un’opera lirica di Francis Poulenc. Ha quindi qualcosa di mitologico e affascinante. Cocteau cerca di analizzare la psicologia dell’abbandono e dello struggimento con metodi un po’ vecchiotti. Il nostro tentativo è stato lavorare per mezzo di una dialettica, di uno sguardo critico nei confronti del testo, che si configurasse con un passaggio dentro-fuori dalle parole del copione originale. Abbiamo aggiunto musiche, brani da film. Abbiamo reso questo gioco in maniera evidente con l’uso del playblack. Abbiamo svelato l’artificio dell’attore. Il playback infatti è fare una cosa e guardarti mentre la fai. Abbiamo usato anche molte delle didascalie che Cocteau ha immesso nel testo originale, commentandole in scena. Cose scritte che fanno un po’ ridere. Ad un certo punto ad esempio troviamo «Il sipario rivela una camera da delitto. Davanti al letto, per terra, è sdraiata una donna con una lunga camicia, come assassinata. L’autore vorrebbe che l’attrice desse l’impressione di sanguinare, di perdere il sangue come una bestia ferita, di terminare l’atto in una camera piena di sangue». Sì vabbè Cocteau, mo’ lo faccio… (ride). Ecco, lui aveva queste visioni, era un po’ pazzerello, ricordiamo che era anche disegnatore e cineasta, un artista estremamente visivo, il problema è che scriveva didascalie sostanzialmente inutili dal punto di vista drammaturgico. Spesso l’interprete esce dall’interpretazione per commentare le didascalie stesse… c’è molta ironia anche su questo.

 LaV: La Drag Queen ha la possibilità di passare dal kitsch alle citazioni colte, da Moira Orfei ad Anna Magnani, dal trash sublime alla cultura alta: mantenendo sempre una coerenza: come funziona il bagaglio culturale di una Drag?

Alessio Calciolari: Noi usiamo la drag queen come maschera. Attraverso questa prendiamo più anime e ce le mettiamo addosso le interpretiamo e le usiamo come mezzo di comunicazione. Essendo la drag un immagine fantastica, estrema, entrarci è molto divertente

Lorenzo Piccolo: Sia per l’interprete che per il pubblico. C’è un elemento di piacere che ingaggia il pubblico. C’è un procedimento ironico: se sei un uomo che fa la donna il tuo corpo è ironico, i tuoi gesti lo sono.

Alessio Calciolari: Attraverso quest’ironia si riesce a prendere qualsiasi punto di riferimento alto o basso. Si può prendere Raffaella Carrà,  parlando di tradimento in maniera seria e pesante, o una Callas che in Traviata si strugge d’amore e portarla in scena senza quel peso che portava durante l’opera e veicolarla per rappresentare ciò che serve in quel preciso momento.

 LaV: Il circuito del teatro indipendente come se la sta passando? Quali sono i circuiti nei quali si può inserire una compagnia indipendente?

LP: Il teatro indipendente sta male. I grandi teatri stabili non si prendono il rischio di proporre cose non confromi. Sì, anche se molte sono scuse: spesso il nostro spettacolo viene rifiutato perché “il pubblico non è pronto”. Non è pronto “alle drag queen”, non è pronto “all’argomento…”: stupidate, non è vero niente. Sono solo giochi politici. È un modo abbastanza sciocco di andare sul sicuro, con il grande nome. I grandi teatri cercano la rassicurazione anziché lo stimolo e la crescita del pubblico. Se sei un programmatore devi pensare che il tuo pubblico è intelligente – ché il pubblico è sempre intelligente anche quando non lo sa –  e non ha bisogno della copertina o di sentirsi dire che tutto va bene. Per questo le piccole compagnie oggi fanno fatica. L’unica risposta che abbiamo è fare il nostro lavoro nel modo più intellettualmente onesto possibile.

AC: Dobbiamo poi dire che anche le compagnie indipendenti, lo sono per modo di dire. Ad esempio Con la nuova produzione abbiamo sia il Metastasio di Prato che il Carcano di Milano. La compagnia indipendente per sopravvivere ha bisogno di appoggi e tutele da parte o dei grandi premi o dei grandi teatri.

LP: Il nostro focus adesso è più artistico. Con questo spettacolo abbiamo avuto la collaborazione di Daria Deflorian. La nostra attenzione è cercare di crescere noi da dentro e sperare che questo venga riconosciuto.

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Il doppio taglio della bellezza: QUIN agli Arrischianti di Sarteano

Dall’8 al 10 docembre 2017, al teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena QUIN, scritto e diretto da Laura Fatini e interpretato da Valentina Bischi. Prima produzione della Compagnia…

Dall’8 al 10 docembre 2017, al teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena QUIN, scritto e diretto da Laura Fatini e interpretato da Valentina Bischi. Prima produzione della Compagnia Teatro Arrischianti della stagione 2017/18, QUIN è un testo scritto nel 2014, revisionato nel 2015 e portato in scena nel prossimo weekend. Un monologo narrativo, di respiro ampissimo, che risalta le capacità sceniche di Valentina Bischi, la quale non è nuova a stare da sola su un palco scenico e racchiudere più corpi, e più anime, in uno.

Quin è la trascrizione fonetica di un termine inglese, perché?

Laura Fatini: È la storpiatura di Queen, un modo volgare e sgrammaticato di definirsi “regina”. È la storia di una ragazza che a 18 anni vince il titolo di Miss Estate 1985 nel suo piccolo paese di provincia. Inizia a fare varie selezioni per accedere al mondo dello spettacolo, incontra vari personaggi maschili che inizialmente sembrano aiutarla, poi a sfruttarla. Lei fa corsi di recitazione, ballo. portamento ma non sfonda e allora comincia a entrare nella dinamica delle feste “importanti”. Alla fine decide, per apparente semplicità di fare la escort di lusso. Ad un certo punto, però, inizia a invecchiare.

Che tecnica narrativa hai usato per raccontare questa storia, visto che tutto ci è filtrato dall’interpretazione di una sola attrice, Valentina Bischi? 

Laura Fatini: È uno stream of consciousness che non ha nulla a che fare con il tempo reale. All’inizio vediamo la vicenda alla fine. Valentina interpreta lo stesso personaggio in ambienti e tempi diversi. Valentina fa sia QUIN sia tutti gli altri personaggi. Procede per sprazzi. Il pubblico piano piano ci entra dentro. Lo spettacolo procede allo stesso modo di una memoria.

Dal punto di vista recitativo invece come ha gestito questi cambi? Non sei nuova a gestire corpi diversi in uno…

Valentina Bischi: Il testo l’ho letto un anno fa. Io e Laura ci conosciamo da tanto. Ci siamo sfiorate tante volte ma mai incontrate fino in fondo. Quando ho letto QUIN ne sono rimasta colpita. Mi sono detta che se con Laura non avevamo mai lavorato insieme prima, era giunto il momento di farlo. La difficoltà non è tanto nell’interpretazione plurale dei personaggi, ma nei cambi della protagonista e nella loro veridicità. QUIN è fragile e la sua fragilità non trova ascolto. Lei è sola. La sua condizione è evidente; il problema centrale è la sua solitudine.

Qual è stato lo spunto da cui è decollato il progetto? 

Laura Fatini: Lo spunto per la scrittura di questo spettacolo mi è arrivato da un libro che ho letto. Ricci, Limoni e Caffettiere – Piccoli stratagemmi di una vita ristretta, frutto del lavoro di un’associazione culturale, dentro il carcere di Rebibbia, nel settore feminile. In questo volume sono raccolte le strategie usate dalle donne per abitare la cella. La donna quando abita la cella lo fa in maniera diversa dall’uomo, la donna la modifica l’ambiente: usa acqua e farina per farla diventare colla per incollare le foto alle pareti, ci sono metodi per fare le mensole dal nulla, ci sono tantissime ricette di cucina e creme di bellezza. Sono rimasta stupita da come le donne in carcere facciano il ciambellone: non potendo avere un forno, utilizzano una sedia, la coprono di alluminio e mettono sotto di essa il fornelletto. La domanda che mi sono fatta è il motivo che porta delle carcerate a fare il ciambellone, o mettersi una crema di bellezza.  Il fatto è che le donne per essere vive devono creare la casa, le donne hanno la casa dentro. Sono case durante la gravidanza e ricreano una casa al di fuori di sé. All’inizio dello spettacolo QUIN è in carcere, e inizia a percepire questo stato della coscienza. Nello spettacolo si parla della bellezza e dei modi attraverso cui questa è utilizzata. Quando QUIN invecchia la sua bellezza diventa diventa un’ostacolo, lei non è più la bella ragazza di un tempo, e inizia a farsi trasparente per morire dentro. Userà, però, la bellezza per guardarsi allo specchio e finalmente riconoscersi.

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“Sesso&Giardinaggio” agli Arrischianti. Intervista a Carlo Pasquini

Sesso e Giardinaggio è uno spettacolo liberamente tratto dalla pièce inglese – ormai un classico del teatro di protesta degli anni settanta – Nemico di Classe di Nigel Williams. Il plot si…

Sesso e Giardinaggio è uno spettacolo liberamente tratto dalla pièce inglese – ormai un classico del teatro di protesta degli anni settanta – Nemico di Classe di Nigel Williams. Il plot si snoda all’interno di una squallida aula di un istituto scolastico di periferia, frequentato dai figli del sottoproletariato urbano. I  protagonisti sono sette adolescenti reietti, abbandonati a loro stessi. Attendono l’arrivo di un insegnante o di una guida, di un riempitivo di quel vuoto che li costringe ad autogestirsi, a confrontarsi tra loro con una crescente aggressività. Il testo ha una fulgente carica simbolica riottosa, propria di quegli anni di grande tensione sociopolitica, la quale oggi non sembra per nulla lenita. A portarlo in scena, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, l’11 e il 12 novembre 2017, è il neonato gruppo teatrale FUC – Formare Una Compagnia. L’assetto della comitiva trova la sua matrice nell’esperienza ultradecennale di LiceiTeatri, i laboratori diretti da Carlo Pasquini nelle scuole superiori del territorio. Proprio lui, l’artefice del nuovo gruppo che debutta in questa occasione, risponde alle domande de La Valdichiana in una pausa tra le prove, nella sala di regia al primo ordine di palchetti del teatro sarteanese.

Sesso e Giardinaggio è una rielaborazione abbastanza libera di un testo di Nigel Williams. Come hai lavorato sull’originale e che tipo di versione proponi per questo spettacolo?

Dunque, lo scheletro della vicenda è quello dell’originale ed è bellissimo. Il gruppo di ragazzi di una scuola in una periferia qualsiasi che si confrontano e si scontrano. Sulla base di questo l’ho adattato sugli attori che avevo a disposizione. Ho aggiunto alcuni personaggi che nell’originale non ci sono. Le modifiche sono state strumentali. L’ho ampliato e ho cambiato il finale, ma la struttura segue Williams. Ho cercato anche di mantenere quello spirito ribelle e arrabbiato, che caratterizzava un certo tipo di teatro in quell’epoca: in Gran Bretagna avevano la Thatcher, c’erano notevoli differenze di classe, ed oggi la situazione in Italia non è poi così diversa, anzi forse è pure peggiorata. La riproposta adotta i linguaggi del presente ma con quello stesso spirito.

La strumentalità delle modifiche e delle interpretazioni, hai detto, è in funzione della compagine di attori che hai a disposizione. Come è venuta fuori questa neonata compagnia da te diretta?  

Io ho sempre preferito non formare una compagnia vera e propria, anche se durante le mie esperienze a Monticchiello ho avuto a che fare con gruppi fissi di giovani e di bambini. Ho sempre costruito gruppi di attori per ogni spettacolo, secondo le suggestioni che mi arrivavano durante il confronto con un testo. Poi è chiaro che lavorando spesso con attori locali ci sono alcuni attori che a mio parere erano più bravi con cui ho lavorato più frequentemente. Dopo vent’anni di esperienza nei laboratori fatti presso i Licei Poliziani, in cui ho radunato tanti ragazzi nel corso del tempo, ho pensato di aggregarne alcuni in una compagnia. In questi anni ho prodotto spettacoli seri, per i licei poliziani, in cui i ragazzi stessi prendevano tutto molto seriamente, appassionandosi. Ho avuto gruppi da quindici, da venti, negli ultimi anni addirittura da quaranta ragazzi. Ho voluto raccogliere tutta questa energia, questa voglia di partecipare, che non era solo voglia di stare su un palco, ma voglia di aprirsi ad un percorso creativo, voglia di lavorare su materiali nuovi.  Alla chiamata hanno risposto in molti e insieme abbiamo fondato questa realtà. C’è un clima molto buono, devo dire. Mi piace l’idea di seguirli e con loro di sperimentare cose nuove, tornare a scrivere testi originali. Ovviamente partiamo da zero, non abbiamo un teatro fisso, non abbiamo finanziatori. Per adesso andiamo avanti con la passione, poi vedremo.

Il regista Carlo Pasquini

Visto che abbiamo parlato dell’esperienza ventennale dei Licei Teatri, come interpreti la componente didattica e formativa di questo modo di fare teatro?

Dunque nel fare teatro a scuola c’è un preciso intento pedagogico. La risultanza non è il mero aumentare le capacità espressive degli individui, cosa che pure avviene, ma c’è una componente che credo sia la  principale ed è quella di dare loro un interesse per la creazione; fornire loro una disposizione all’atto creativo, che nasca da un’idea, da una cosa quindi immateriale, che non si vede, che non ha colore né peso, e come – attraverso di loro e i loro corpi – si raggiunga un risultato materiale, visibile, godibile.

Tra questi allievi magari è capitato che qualcuno avesse l’ambizione di intraprendere la carriera professionale. Qual è lo scarto di cui si dovrebbe tener conto passando da una compagnia studentesca a una carriera professionale.

Lo scarto, in definitiva, lo da il grado di curiosità con cui si affronta il mondo. Per cui, a 18 anni che tu reciti bene non basta. Bisogna che al contempo ci sia un allargamento della propria coscienza alla ricerca di tutti gli interessi artistici. Una curiosità elevata a potenza per cui si comincia a leggere libri, si incominci a leggere i quotidiani a interessarti, vedere spettacoli e film. Cultura umana prima che professionale.

Ecco, questo spettacolo è un ottimo punto di partenza per acquisire strumenti critici, per costituire una cultura umana. Sesso e Giardinaggio sarà a Sarteano nel weekend dell’11 e del 12 novembre 2017. Ad interpretarlo saranno Giovanni Pomi, Emma Bali, Giuliano Scroppo, Andrea Uscidda, Luca Amirante, Federico Vulpetti, Elena Salamino, Cristiana Bruni e Lara Frosoni. La regia è di Carlo Pasquini.

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La menzogna necessaria: il “Molto Rumore Per Nulla” a Villa Fanelli

Much Ado About Nothing, Molto rumore per Nulla, è una delle opere – non si dica né commedia, né tragedia, usate quanto mai impropriamente, in questo caso – più complesse…

Much Ado About Nothing, Molto rumore per Nulla, è una delle opere – non si dica né commedia, né tragedia, usate quanto mai impropriamente, in questo caso – più complesse di William Shakespeare. Un testo che dispone un impianto commediografico (topoi dello scambio di persona, dell’intrigo farsesco, del fraintendimento) il quale è tradìto, durante lo svolgimento della trama, da accenni appartenenti invece al tono tragico, in cui l’aspetto drammatico copre la risibilità delle gags. Nonostante questa complessità, è una delle opere più riprodotte in teatro, che gode anche di un alto numero di rifacimenti cinematografici e di molteplici adattamenti operistici.

Laura Fatini ha scelto questo testo, per il tradizionale evento estivo cantieristico sarteanese, prodotto dalla Nuova Accademia degli Arrischianti, che dal 13 luglio, fino a domenica 23, verrà rappresentato nel suggestivo spazio di Villa Fanelli. Laura Fatini copre le funzioni di regia, accompagnata da Angela Dispenza, mentre Gabriele Valentini ha operato negli ambiti scenografici e dei costumi.

Nonostante le vecchie traduzioni di Shakespeare rappresentino uno sforzo di comprensibilità per il pubblico contemporaneo – specie per quello dei giovanissimi – Laura Fatini sceglie di non adottare le rinnovate rese italiane di Nadia Fusini, ma di restare fedele alla versione italiana di Molto Rumore per Nulla tradizionale, forse per mantenere alto il tono tragicomico dell’opera shakespeariana. Il risultato è una grande resa drammaturgica di un classico del teatro vittoriano.

Le adiacenze della Villa sono utilizzate come piano scenico: di conseguenza abbiamo dei quadri che si dilatano orizzontalmente su un palco grandangolare. I movimenti e gli sviluppi figurativi dei corpi attoriali, intervengono dalle estremità laterali e dal giardino retrostante la platea, rendendo il pubblico letteralmente circondato dalla finzione scenica.  Tutto lo spazio possibile è utilizzato: dal balcone della villa, agli interni, fino al balcone leopoldino, che torreggia al centro della facciata eletta a scenografia.

Flavia Del Buono interpreta magistralmente – con uno switch di genere rilevantissimo dal punto di vista attoriale – il Don Pedro principe di Aragona, che giunge a Messina in un non ben specificato contesto storico, in visita del governatore Leonato, interpretato con perizia veterana da Francesco Storelli.  I costumi, spumeggianti, collazionati dal lavorìo di sartoria di Roberta Rapetti, mettono infatti insieme più epoche storiche – dagli anni venti ai sessanta del Novecento – e oscillano dai toni più compostamente desaturati della coorte spagnola, a quelli più colorati dei messinesi: servono forse a sottolineare i rapporti in chiasmo – marca inequivocabile di matrice shakespeariana – tra Claudio ed Ero (interpretati dai bravi Enrico Sorbera e Silvia de Bellis) e Benedetto con Beatrice (configurati dai fedelissimi Arrischianti Pierangelo Margheriti e Giulia Rossi). Vanno a comporre poi la compagine degli attori “parlanti”,  Andrea Storelli, Giordano Tiberi, Calogero Dimino, Giacomo Testa, Francesco Pipparelli, Maria Paola Bernardini, Brunella Mosci, Daniele Cesaretti, Giulia Roghi e Laura Scovacricchi.

Apporto fondamentale quello del gruppo Musikteatrengruppen Ragnarock diretto da Francis Pardeilhan: venticinque giovani attori danesi che hanno funto da rinforzo per le scene corali: trampoli, costumi effervescenti, palloncini, stelle filanti, in un trionfo di espressione fisica dei ragazzi danesi  in summer camp a Sarteano.

In molto rumore per nulla si fornisce un’interpretazione del teatro, e in generale dell’arte della finzione, secondo la quale gli sviluppi dati dall’ordine drammaturgico non si definiscono secondo verità, ma secondo menzogne continue. La verità viene celata, le cose di cui si vaneggia non accadono, ma vengono semplicemente rappresentate. La menzogna è il fondamento di ogni rappresentazione, usava dire Enrico Crispolti: nelle commedie di Shakespeare, e in particolare in Much Ado Abouth Nothing, è la falsità che fornisce spunti narrativi.  Un dato forse poco educativo ma che delega al magistero della fictio, al dispositivo delle velature, la funzione ricreativa delle nostre vite. Dalla falsità conseguono sì tragedie, drammi, problematiche, ma attraversati e sciolti questi nodi, ognuno di noi è più consapevole di sé stesso e del circostante. È dall’ingorgo tragico che scaturisce infatti la storia d’amore tra Benedetto e Beatrice, più restii dall’amarsi durante la sezione comica dell’opera. Un motivo in più per non sottovalutare mai le falsità, le menzogne e gli svelamenti del celato.

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Arrischianti Vintage con le Ladyvette

Alle undici e mezza del 10 marzo 2017, il teatro degli Arrischianti di Sarteano era gremito di persone, quasi tutte in piedi ad agitare le ginocchia su Hound Dog di…

Alle undici e mezza del 10 marzo 2017, il teatro degli Arrischianti di Sarteano era gremito di persone, quasi tutte in piedi ad agitare le ginocchia su Hound Dog di Elvis. Sul palco solo una tastiera e un trio vocale femminile, avvolto da tre esaltanti tubini leopardati. È il bis che le Ladyvettes hanno concesso al pubblico sarteanese, il quale ha occupato ogni posto disponibile del teatro in Piazza XXIV Giugno. Al piano, un dinamicissimo Roberto Gori ha riempito, con trascinante precisione, gli impianti sonori, di ragtime e di rock’n’roll. Per il pubblico in sala, stare seduti, è stato impossibile.

Il trio, luccicante e vintage, con sede operativa a Roma – ma che la carriera che stanno sviluppando rende sempre più internazionale – torna a Sarteano dopo quattro anni, con una compagine nuova e un curriculum che si è ingigantito: nel frattempo, infatti, le Ladyvette sono entrate nel cast di numerosi format televisivi RAI, hanno collaborato con Renzo Arbore, con Lillo & Greg, Chiara Civello, nonché hanno registrato una pletora di date nei più importanti festival vintage d’Europa e, recentemente, in notevoli club di New York, tra cui il celeberrimo jazz club Birdland e il Joe’s Pub.   Ma il trio femminile, graffiante e patinato, non arresta la sua energica ascesa:  « Adesso ci sono un sacco di cose che bollono in pentola. Un sacco di progetti che stanno decollando. Abbiamo girato la seconda stagione de Il Paradiso delle Signore, per la RAI, che andrà in onda ad ottobre. Quella è l’unica cosa certa. Il resto ce lo teniamo per noi, per scaramanzia. Ma stiamo lavorando a diversi progetti… » rivela Francesca, nei camerini subito dopo lo spettacolo, la “Honey Ladyvette”, la quale è entrata nel trio da un anno «Sono entrata in punta dei piedi nel gruppo. Dovevamo trovare una giustificazione a questa nuova “presenza”: il primo pretesto che ci è venuto in mente è stato quello di usare il mio essere bionda con gli occhi azzurri, molto poco mediterranea e molto poco italiana, per costruire un espediente. Per tutta la prima parte dello spettacolo fingo di essere californiana, per poi lasciarmi andare e rivelare la mia reale provenienza… Io sono pistoiese doc». Accanto a lei, Valentina Ruggeri – memore dell’ultima esibizione di Sarteano di qualche anno prima –  mi fa «in questi anni è successo di tutto, ma diciamolo piano, ché è un attimo e si cade dalle scale. Stiamo facendo dei “giusti passi”».

Usano un’iconografia anni Cinquanta, cantano Buscaglione, Carosone, “Mister Sandman”, “Lollipop”, ma rivisitano anche “Teorema” di Ferradini, Elio e le Storie Tese, Max Pezzali e Ambra Angiolini, arricchiscono la scaletta di piacevolissimi brani originali, mescolanto l’altitudine della “Diva” dello Swing del passato con la prosa del presente. «Le Dive non esistono più.» mi dice Valentina «Abbiamo usato gli abiti e gli stili delle dive anni Cinquanta soprattutto per fare ironia

. Purtroppo oggi è molto più facile, per una donna, cadere in altri tranelli, scendere spesso nella volgarità, essere presente sui social, essere in contatto diretto col pubblico. Oggi tutto sfuma più velocemente e le “celebrità” sono fatte di carne. Il bello delle dive di un tempo era il loro essere irraggiungibili, impalpabili…».

Il loro utilizzo della chiave ironica è delizioso e rende lo spettacolo – che non è solo un concerto, ma raccoglie anche ampie parti dialogiche e di cabaret – fruibile da qualsiasi tipo di pubblico ed assolutamente piacevole. «Noi siamo delle “Divette”. Cerchiamo di essere grandi Dive, ma la parte nazional-popolare, l’aspetto contemporaneo prende spesso il sopravvento. È il loro essere imperfette, quindi, che rende le “piccole dive” adorabili». Questo per dire, in fondo, che una vera Diva, oggi, deve essere prima di tutto autoironica e non prendersi veramente mai troppo sul serio.

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Con «Il Nome» di Valentini si chiude il 2016 al Teatro degli Arrischianti

Capodanno a Teatro è una formula estremamente risolutiva nei confronti dell’annosa questione «che fai a capodanno?», la quale contribuisce ad intristire le conversazioni tra amici e parenti già dal tardo…

Capodanno a Teatro è una formula estremamente risolutiva nei confronti dell’annosa questione «che fai a capodanno?», la quale contribuisce ad intristire le conversazioni tra amici e parenti già dal tardo ottobre. La Nuova Accademia degli Arrischianti ormai da sette anni riforma i festeggiamenti di San Silvestro con la comunione artistica e celebrativa della finzione scenica. Il format è iniziato nel 2009, con un adattamento della tragedia shakespeariana di Romeo e Giulietta, cui hanno fatto seguito una serie di perle che hanno impreziosito i cartelloni del teatro sarteanese,  “Fools”, 13 a Tavola, Giù con la vita, Rumori Fuori Scena, Un principe Piccolo e L’ispettore Generale. Ogni anno, agli spettacoli si aggiunge la perizia culinaria dell’Accademia, comprovata dalla squisitezza delle leccornie presenti nei buffet.

Quest’anno la scelta è caduta su da Le Prènom di degli autori francesi La Patellière e Delaporte, nella traduzione operata da Airis Fantechi, intitolata “Il Nome”. la regia è di Gabriele Valentini, con l’ausilio di Angela Dispenza, la cura dei costumi di Vittoria Bianchini e la gestione delle luci di Laura Fatini. Lo spettacolo è in scena già dal 29 dicembre, cui seguiranno le repliche del 30 e – ovviamente – del 31.

Cinque gli attori: Giacomo Testa, Valerio Rossi, Giulia Peruzzi, Tommaso Ghezzi e Giulia Rossi, portano in scena una cena molto particolare: si tratta della rimpatriata di vecchi amici/parenti, che hanno condiviso un’intera vita insieme. Una delle coppie presenti è in attesa del primo figlio e proprio sul nome da dare al nascituro si scatena il caos, con una serie di rovesciamenti, gag e rivelazioni.

Gli attori durante le prove.

 

Giacomo Testa interpreta Pierre, un professore di letteratura, molto popolare nei salotti letterari di Parigi, che sta finendo di scrivere, da cinque anni, il suo primo romanzo.

Giulia Peruzzi invece è Elisabeth, una maestra elementare alla scuola del quartiere, lei non si lamenta: lei ama il suo quartiere, la sensazione di essere nella vita vera. Vivere all’ombra di Pierre non disturba Elisabeth. Lei lo ammira. Lei ama il suo sguardo da esteta sulla vita, sulle cose più insignificanti, la sua capacità di questionare sul mondo, alla continua ricerca di risposte nuove. Pierre ed Elisabeth incarnano alla perfezione la coppia ideale. Continuano, giorno dopo giorno, a darsi in segreto dei soprannomi, dei nomignoli, non mancano occasioni per ballare un lento, si incoraggiano per venire a capo di parole crociate particolarmente difficili e si lasciano dolci bigliettini quando uno mancherà ad un appuntamento con l’altro.

Tommaso Ghezzi interpreta Claude, un musicista, primo trombone dell’orchestra filarmonica di RadioFrance. Claude è un uomo discreto e serio, è un uomo che si descrive meglio per sottrazioni: non è colorato, non è eccentrico, non è disonesto. Lui, in qualche modo, non è.

Valerio Rossi interpreta Vincent. Il migliore amico di Pierre, il fratello di Elisabeth. Vincent è un uomo con una brillante carriera, ha trasformato la piccola agenzia immobiliare paterna in un impero del booking.  Un uomo concreto e che non torna mai sui suoi passi. Un uomo che è andato dritto nella vita come un treno nella notte. Vincent dunque è un eroe dei tempi moderni, un “corsaro del ventunesimo secolo”.

Giulia Rossi interpreta Anna, la compagna di Vincent, incinta del primo figlio. Anna è la quintessenza della donna-vogue, sempre rimbalzata tra uffici di comunicazione, sfilate, saloni espositivi e boutique. La classica finta frivola che nasconde un’acutezza ben celata.

Lo spettacolo va a chiudere un anno di grande crescita per il teatro degli Arrischianti, nonché delle produzioni artistiche di tutta la Valdichiana. Come ormai da tradizione, questo spettacolo accende da subito il reattore di decollo del 2017, i cui propositi lasciano presagire ulteriori crescite, produzioni e interesse.

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‘Il Marinaio’ di Pessoa-Valentini, un meraviglioso azzardo

La stagione invernale del teatro degli Arrischianti si chiude con un elaborato esclusivo e ricercato: “Il Marinaio”, con testo di Fernando Pessoa regia di Gabriele Valentini. Tre donne sedute di…

La stagione invernale del teatro degli Arrischianti si chiude con un elaborato esclusivo e ricercato: “Il Marinaio”, con testo di Fernando Pessoa regia di Gabriele Valentini. Tre donne sedute di fronte ad un cadavere, fanno una veglia funebre lunga una notte.  Tre donne, come tre Moire mitologiche, a tessere i cavi del tempo, che affluiscono attraverso le loro riflessioni, nelle rapide del ricordo, del racconto e della proiezione dell’io nel tempo.

Francesca Fenati, seduta sulla sinistra, interpreta un’entità quanto mai immobile nel pensiero e nelle azioni, rifiuta il gesto e la parola come elemento riempitivo, poiché attraverso i gesti e le parole si scandisce lo scorrere delle storie, si legittimano il decedere del corpo e la privazione dei racconti, dei pensieri e delle parole dal sé, che lentamente muore.

Martina Guideri, all’opposto, interpreta una Moira dell’azione, che s’inerpica nelle più articolate gestazioni dell’eloquenza pur di evitare il vuoto, pur di evitare il nulla; è un’entità ingenua, naïve, infantile, che accetta qualsiasi parola per non soccombere al vuoto, a prescindere dalla veridicità, dalla giustezza, dalla proprietà e integrità etica di ciò che viene detto. Ogni parola, ogni atto, è per lei fondamentale ai fini della sopravvivenza

Poi c’è la Moira centrale, Martina Belvisi, la più complessa, oscillante nell’ascolto e nell’acquisizione delle poetiche espresse dalle due entità che le siedono lateralmente. È la chiave ermeneutica del volo coscienziale nel quale ci trasporta lo spettacolo. L’entità centrale raggiunge un’appercezione critica delle cose, degli eventi, delle parole. È lei a raccontare il Sogno del Marinaio, che non ha un finale, che non risolve nessun groviglio, che non definisce nessuna morale. Un sogno che non finisce, che non ha pretesa di essere creduto e che, come tale, viene assunto dalla scena.

La scena è composta da un fondale illuminato di blu, che sfuma verso il chiarore proprio all’arrivo dell’alba, come ad imporre il segno più, fiducioso nella ciclicità delle storie, nelle orbite esistenziali che ogni componente dei destini definisce.

Quello che rimane dubbio è se sia stato veramente legittimo caricare alcune battute rispetto ad altre, imporre una gerarchia prioritaria al sistema di concetti espressi da un testo, di per sé ricchissimo di massime, quando il messaggio basico dell’impianto espositivo dello spettacolo diceva tutt’altro, e cioè la totale stoica accettazione dei flussi, dello scorrere delle cose.

“Il Marinaio” è uno spettacolo, nella sua totalità, che deve restare, deve essere riprodotto quante più volte possibili. È un testo che va letto, amato, acquisito e poi osservato nella sua riproduzione scenica ogni volta con una maturità diversa, a conferma del relativismo epistemologico, dell’instabilità delle nostre convinzioni. Un testo che è testimone della crescita degli individui e della loro capacità evolutiva. Un testo che non è mai stato rappresentato in Italia, di cui Tabucchi stesso ne affermava l’irrealizzabile adattamento teatrale, e che Gabriele Valentini ha avuto il coraggio scriteriato ed incosciente di allestire al teatro degli Arrischianti. Alla luce di questo non possiamo che augurarci di rivederlo presto, in giro per i teatri d’Italia, alla luce di altre sapienze, di altri livelli psichici e sopratutto, di conoscenze ulteriori.

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Gli Arrischianti di Sarteano partono in tour

Dai palchi di Roma a quelli di Castelnuovo Berardenga, la compagnia teatrale della Nuova Accademia degli Arrischianti di Sarteano si prepara a portare i suoi spettacoli in tutta Italia. Non…

Dai palchi di Roma a quelli di Castelnuovo Berardenga, la compagnia teatrale della Nuova Accademia degli Arrischianti di Sarteano si prepara a portare i suoi spettacoli in tutta Italia.

Non solo Sarteano e dintorni, il nome della storica compagnia del teatro degli Arrischianti di Sarteano farà presto la sua comparsa nei cartelloni di tutta Italia.

Si parte il 18 e il 19 ottobre, con Massischermo in scena al Teatro le Sedie di Roma. Dopo avere spopolato in tutta la provincia di Siena, il racconto teatrale a due voci tratto dal libro L’anno che si vide il mondiale al maxischermo e altri racconti di Riccardo Lorenzetti, approda nella capitale. Immersi nell’atmosfera di organizzazione di una Festa dell’Unità, Gianni Poliziani, Francesco Storelli e Guido Dispenza, faranno rivivere le vicende di Libero Taddei e Jacopo Rugi, mentre discutono su dove collocare il maxischermo per trasmettere le partite del Mondiale del 2006. Un po’ saga fantozziana, questo spettacolo diretto da Gabriele Valentini parla di un’Italia come era e come è, mescolando saggiamente nostalgia, ironia e comicità. Lo spettacolo sarà in scena anche a Montisi (Si) l’1 novembre.

A Castelnuovo Berardenga, l’8 novembre, arriva La rivoluzione di due metri, altra apprezzatissima produzione della Nuova Accademia degli Arrischianti, scritta e diretta da Laura Fatini. È un invito a riflettere sull’amore, la guerra, la rivoluzione, il tutto immersi in una essenziale, ma estremamente suggestiva, scenografia: un albero alto due metri, con una piccola altalena aggrappata a uno dei suoi rami. E qualcuno, dall’alto di quell’albero, urla la propria rivoluzione, il proprio rifiuto di un mondo che sembra non avere posto per lui. Giorno dopo giorno, osserva le vite degli altri e, parola dopo parola, cerca di cambiarle e di cambiare la propria.

Sempre il Teatro delle Sedie di Roma ospiterà, il 15 e il 16 novembre, Valzer di Spina, uno spunto di riflessione sul ‘male di vivere’ sviluppato prendendo in prestito i personaggi delle fiabe dei fratelli Grimm. La protagonista si chiama, appunto, Spina per richiamare alla mente la storia della principessa che si punse con un fuso e cadde in un sonno profondo, trascinando in quel limbo tutto il suo reame. Nello spettacolo, anche questo scritto e diretto da Laura Fatini, i rovi, l’immobilità, il tempo che si ferma, sono lo spunto per parlare della depressione e di come, nei ricordi dell’infanzia, possa esservi una via d’uscita.

A dicembre, invece, gli Arrischianti tornano a casa con Rumori fuori scena, già tutto esaurito nella prima messa in scena e nelle successive repliche. Il 7 e l’8 dicembre, quindi, torna al teatro degli Arrischianti di Sarteano lo spettacolo di Michael Frayn riadattato e diretto da Laura Fatini. Una commedia brillante che racconta le disavventure di una sgangherata compagnia teatrale alle prese con l’allestimento di uno spettacolo. Ciò che accade in scena e ciò che accade dietro le quinte si fondono in un unico racconto che vi promette, e mantiene, una serata intera di risate.

E questo è solo l’inizio di un tour che continuerà a portare il nome degli Arrischianti sui palchi di tutto il bel paese, per proporre il proprio punto di vista sul mondo nel modo che, naturalmente, gli riesce meglio: raccontando e mettendo in scena storie e personaggi inventati, ma che parlano di tutti noi, della nostra felicità, della nostra vita e delle nostre paure.

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