La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: marketing

Il racconto come strumento di promozione turistica

Nel corso del Primo Forum sul Turismo nella Valdichiana Senese, che si è tenuto a Chianciano Terme lo scorso 27 marzo, ho avuto modo di approfondire il ruolo dello storytelling nella promozione turistica, come…

Nel corso del Primo Forum sul Turismo nella Valdichiana Senese, che si è tenuto a Chianciano Terme lo scorso 27 marzo, ho avuto modo di approfondire il ruolo dello storytelling nella promozione turistica, come rappresentante della società Valdichiana Media.

Valdichiana Media è una giovane società locale, società a maggioranza femminile in cui ruoli chiave sono ricoperti da donne e da under35, è sempre bello sottolinearlo. Ci occupiamo di servizi editoriali con la nostra redazione multidisciplinare, soprattutto per il web, tra comunicazione, giornalismo, uffici stampa, reportage di eventi, social network e web marketing. La nostra specializzazione è la produzione di contenuti multimediali di qualità, specialmente per raccontare questo territorio, favorendone lo sviluppo e la valorizzazione.

Il nostro prodotto editoriale più conosciuto è probabilmente il magazine che state leggendo in questo momento, La Valdichiana, ma non ci limitamo a questo: abbiamo accolto con gioia la proposta di Federalberghi Chianciano nel dare il nostro contributo per organizzare il forum, perché crediamo nel turismo come motore per lo sviluppo della Valdichiana e crediamo nell’interazione positiva tra pubblico e privato: la Valdichiana deve fare rete, facilitare il dialogo tra i territori e tra i settori, tra le associazioni, le imprese, le istituzioni. In questo senso è fondamentale il ruolo di facilitatori del dialogo, e di filtro, soprattutto in una società invasa, sovraccaricata dalle informazioni, nell’epoca dei social network e della possibilità da parte di chiunque di pubblicare qualsiasi cosa. Anche i mondi del’informazione, della politica, della comunicazione, a nostro avviso devono fare il loro ruolo nella società attuale, facilitando il dialogo e non ponendo delle chiusure, filtrando le informazioni sulla base degli specifici interessi del pubblico e non censurando o delegittimando la partecipazione dal basso: partecipare alla conversazione, facilitarla, non imporla né bloccarla.

Inoltre crediamo nella forza del racconto, che sempre più sta diventando importante anche nelle strategie turistiche attraverso lo storytelling, il content marketing. Soprattutto in un territorio come la Valdichiana, che ha tanto da raccontare, una serie di eccellenze dal termalismo alla cultura, dalla storia al folclore, dall’enogastronomia agli eventi, dalla natura alla musica, che funzionano al meglio soltanto se possono mettersi in rete, dialogando e sviluppandosi ulteriormente.

Il racconto ha questa funzione: raccontare un territorio significa viverlo, conoscerlo, entrare in contatto con le sue vere radici culturali: partecipare, in qualche modo, alla costruzione della sua identità. Un territorio come questo non è un territorio da cartolina, bensì vive su un rapporto continuo tra uomo e natura, tra passato e futuro, in cui l’uomo ha contributo a modificare il paesaggio, adattandolo al cambiamento. Quando abbiamo cominciato la nostra attività eravamo convinti che la Valdichiana avesse una dignità da raccontare, una sua identità che potesse essere centrale, e ci crediamo tuttora.

La valorizzazione di un territorio passa dal racconto, poiché è il racconto che crea la nostra identità. E ciò che fa parte della nostra identità fa parte di noi, fa parte di ciò che vogliamo proteggere, far conoscere e valorizzare. Raccontare la Valdichiana passa anche attraverso forum come questi, e faremo del nostro meglio per renderlo un appuntamento stabile.

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Il “traffico gonfiato” su Internet non è una novità

“We buy things we don’t need, with money we don’t have, to impress people we don’t like”. “Compriamo cose di cui non abbiamo bisogno, con soldi che non abbiamo, per…

We buy things we don’t need, with money we don’t have, to impress people we don’t like”.

“Compriamo cose di cui non abbiamo bisogno, con soldi che non abbiamo, per impressionare persone che non ci piacciono”.

In questi giorni, sono stati pubblicati alcuni articoli riguardanti il traffico gonfiato che il Corriere avrebbe commissionato a Tradedoubler: la pratica utilizzata sarebbe quella del site under. In Internet, non è di certo una novità che si studino e si provino nuovi meccanismi per aumentare il traffico esistente, o ottenere più visite uniche e nuovi utenti fissi. Ma, come ogni cosa, certe pratiche devono avere un limite, pena la messa in discussione della credibilità e della serietà di certi brand.

Partiamo con un piccolo chiarimento: non è di per sé scandaloso o illegale comprare le keywords su Google, o pianificare una campagna pubblicitaria per apparire il più in alto possibile sui motori di ricerca. Si fa, ci sono molte agenzie che si occupano di ottimizzare il posizionamento del sito nei motori di ricerca, come per esempio il SEO o l’OAO. La pratica di site under invece può essere considerata scandalosa (e ingannevole), perché va a creare una visita e un visitatore unico, ma spesso il traffico non è umano, è generato da dei bot.

Nella smania di superare la concorrenza di Repubblica.it, si è disposti a fare qualsiasi cosa pur di primeggiare – ed è poco verosimile che il Gruppo RCS non sapesse niente di questa pratica, certo, magari non ai vertici, ma magari chi si occupa di queste prassi, lo deve sapere. Soprattutto per una questione di credibilità del brand, che rischia di essere messa discussione: non dimentichiamoci che i media e gli editori online sono supervisionati dall’Audiweb, che controlla i numeri del traffico internet di Corriere, Repubblica e via discorrendo. Poi ovviamente, è arrivata anche la smentita/precisazione, neanche troppo chiara, tipicamente all’italiana, anche da parte di Tradedoubler: ovvero, la colpa non è di RCS, ma neanche di Tradedoubler. La colpa non è mai di nessuno: il traffico e i click saranno aumentati magicamente da soli e sarà stato un trafficone a far partire quella campagna di site under per conto del Corriere.

Si può discutere che non ci sia niente di male nell’ottimizzare il sito per un motore di ricerca: quello che stupisce sempre è come non si possa pensare prima di tutto a ottimizzare per esempio la grafica di un sito. Avete visto quello del Corriere.it? Francamente è assai poco leggibile e se si vuole leggere una notizia, è preferibile andare su altri lidi più gradevoli. È fuori discussione cercare di leggere sul telefono delle notizie dal sito del Corriere: occorre abbonarsi. Per quanto riguarda i contenuti? Premesso che reputo che siano sempre migliorabili, a prescindere dal sito. (E non è proprio remota la notizia che sul Corriere sia apparsa un’intervista a una scrittrice… Moglie del giornalista autore dell’articolo. Ripeto, la reputazione di un giornale è fondamentale, vorrei sapere chi ha autorizzato un articolo del genere – perché è improbabile che non si sappia che questa scrittrice sia sposata a un giornalista del Corriere – NdR). Prima di arrivare a queste pratiche di marketing, prima di tutto bisognerebbe avere un reparto dedito al marketing e alla gestione dei social network competente e sul pezzo, perché queste pratiche bisogna conoscerle e bisogna saperle usare saggiamente.

Ma questo uso di “gonfiare” le proprie visite si può traslare su Facebook. Da circa un anno, forse poco più, c’è questa prassi del “comprare fan” o “comprare like”.  Si può scegliere per quanti giorni far durare questa campagna, su quali paesi concentrarla, il budget e così via. E magicamente, viene promessa più visibilità nelle bacheche altrui e un numero congruo di like in più assicurati al giorno o alla settimana.

Il problema è che questa campagna può avere effetti disastrosi, se usata senza cognizione di causa e senza settare i parametri giusti.  Si rischia di avere molti like che provengono da utenti fuori target nella maniera più assoluta, ma che non interagiscono minimamente con i contenuti della pagina. Ma è chiaro: c’è chi crea profili fasulli e mette il “like” dietro compenso forfettario (una manciata di dollari per migliaia di like al giorno, come potete ben leggere in quest’articolo). Peccato che anche le statistiche di pubblica consultazione delle pagine di Facebook poi confermino la politica poco trasparente di certi furbetti che vogliono superare gli altri in quantità, senza aver considerato che forse il problema fosse la qualità del loro prodotto. Come può una pagina italiana con presunti “migliaia di like” avere il grosso del traffico proveniente dall’altra parte del mondo (per esempio, il Cile o il Perù), con una fascia d’età media degli utenti di 13 – 17 anni e gli utenti hanno nomi incomprensibili, o sono anche presunti arabi nati in Alaska, ma che vivono in Sudamerica? Poi si dà un occhio alla pagina e l’attività è praticamente inesistente, quando non ci sono soldi per finanziare nuove campagne che promuovano la pagina e i post. Come se fosse una pagina seguita solo da qualche decina di persone. In buona sostanza, diventa una pagina da buttare: è diventata dipendente dalle campagne promozionali – e appena si smette di investirci in denaro, viene abbandonata a se stessa. Queste prassi sono comuni anche su Twitter, e anche su YouTube – come fanno alcuni video ad avere già centinaia di migliaia di visualizzazioni dopo qualche giorno? Semplice, c’è un business dietro che pilota il tutto e gonfia il tutto.

Ma fino a che punto si arriverà nel rendere una pagina “cliccatissima”? Internet molto spesso viene visto come un paradiso di libertà e di massima libertà nelle pratiche: forse è difficile stabilire un’etica valida per tutti, forse non è abbastanza affidarsi al semplice buonsenso, perché ci sarà sempre qualcuno che non baderà a scrupoli e pur di avere qualche click in più sarà disposto a tutto. Il problema è che, molto spesso, se queste prassi diventano fisse, il risultato è poi un sito intasato buono da lanciare nel cestino. Il punto è questo: chiedersi se vale la pena percorrere la strada più veloce, che porta a risultati non autentici, o provare una politica di social marketing più “faticosa” per chi la deve fare e deve imparare i meccanismi giusti che possono portare il sito a un buon livello di credibilità anche nei social network e un’autentica indicizzazione nei motori di ricerca.

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I troll bianchi contro la Algida: il ritorno del Winner Taco

La notizia del ritorno del Winner Taco è ormai vecchia, ma i commenti e le riflessioni sono quanto mai attuali. Probabilmente, siamo di fronte a un caso che farà storia…

La notizia del ritorno del Winner Taco è ormai vecchia, ma i commenti e le riflessioni sono quanto mai attuali. Probabilmente, siamo di fronte a un caso che farà storia e che sarà studiato per molti anni a venire. Forse, le implicazioni e le motivazioni ci verranno spiegate chiaramente solo dagli scienziati sociali del futuro.

Per il momento, accontentiamoci di riflettere attorno a un evento che ha segnato due generazioni: il ritorno del Winner Taco. La prima generazione è quella dei ragazzi che negli anni ’90 adoravano questo gelato, e che oggi lo ricordano con nostalgia come simbolo dell’adolescenza o dei classici “bei tempi andati”. Tempi in cui non c’erano ancora i social network, e anche internet non era poi così tanto diffuso, perlomeno nelle campagne. La seconda generazione è quella dei consumatori del 2014, che per la prima volta si sono trovati di fronte a una possibilità inaudita, almeno per il nostro mercato: la forza della rete che obbliga l’azienda produttrice a cambiare la sua strategia commerciale e a rimettere in vendita il gelato, scomparso da quasi quindici anni.

Si potrebbe romanzare quest’evento in tanti modi. Una vittoria dell’utente buono contro la multinazionale cattiva. Il trionfo della collettività interconnessa contro la casta del marketing che non capisce i veri bisogni della gente. Il popolo della rete che informa il produttore di beni e servizi, invece di farsi irretire dalle pubblicità tendenziose e causare un fallimento del mercato. Si potrebbe romanzare in tanti modi, sì, ma forse il senso di questa storia lo capiremo soltanto tra qualche anno.

winner taco roma

La realtà è che un gruppo di utenti dei social media, in maniera assolutamente disorganizzata se non per un banale effetto bandwagon (probabilmente lasciato correre dalla stessa Algida, almeno negli ultimi mesi), si sono comportati come dei troll all’interno della pagina Facebook della Algida, utilizzando come semplici influencer gli admin della pagina “Ridateci il Winner Taco”. La pagina, nata per un mix di scherzo, gioco e nostalgia, ha raccolto durante gli anni sempre più fan, che hanno contribuito a creare nuovi contenuti ironici per una battaglia civile di consumatori interessati. Fotomontaggi, video, battute scherzose o semplice dimostrazioni di interesse che si sono convogliate in una richiesta che dimostrava di essere anche una vera e propria domanda economica: il ritorno del Winner Taco e del suo famoso simbolo, l’orso bianco.

Gli utenti in questione si sono comportati come dei troll, senza però cadere in eccessi verbali, nè scatenare flame. Dei troll animati da spirito positivo, con l’ambizione di riconquistare il gelato dell’orso bianco: dei troll bianchi, insomma. La situazione per la Algida era diventata insostenibile: basta scorrere la pagina facebook ufficiale (ricordiamo i 4,6 milioni di fan contro i 9 mila circa dei “tachisti”) per immaginare i mesi d’inferno passati dai loro gestori. A ogni contenuto, ogni foto, ogni commento, comparivano immediatamente richieste di Winner Taco o joke sullo stesso tema. I troll bianchi erano gli unici utenti attivi, i contenuti postati dalla Algida sugli altri prodotti non scatenavano alcun tipo di partecipazione o di coinvolgimento, a parte quelli sul Winner Taco, ed erano loro a coinvolgere gli altri utenti sullo stesso registro! Quando sono apparsi i primi “teaser” di un possibile ritorno, l’hype è schizzato alle stelle, i “mi piace” si sono moltiplicati, e la notizia è diventata una delle più cliccate sul web. Per l’Algida, il ritorno del Winner Taco era l’alternativa a chiudere la propria pagina Facebook: non che si possa lamentare, anzi! Da questa storia ha tutto da guadagnarci.

Che cosa succederà in futuro? Difficile prevederlo. Il Winner Taco probabilmente sarà il gelato più mangiato dagli italiani, perlomeno nei primi giorni dopo il lancio, e il web sarà invaso di fotografie di troll bianchi che addentano il loro premio, come un soldato che esibisce un trofeo dopo la vittoria della guerra. Magari gli admin della fanpage verranno coinvolti dall’Algida nelle loro strategie ufficiali di marketing. E c’è pure il rischio che il Winner Taco torni nel dimenticatoio, dopo una moda provvisoria, e che possa nuovamente essere rimosso dal mercato.

Non è da escludere che azioni di questo genere possano essere replicate, per chiedere il ritorno di altri prodotti, per indirizzare il marketing o le strategie produttive di altre aziende. La forza del “movimento dei troll bianchi”, tuttavia, è stata proprio nella sua disorganizzazione, che ha permesso loro di invadere la fanpage di Algida senza eccessi e sempre con toni giocosi, che ha impedito strumentalizzazioni e ha permesso il raggiungimento del risultato. È questa il punto principale, a mio avviso: i troll bianchi sono riusciti ad agire in maniera più organizzata ed efficace di gruppi veramente organizzati e con visione strategica. Cercare di replicare questo successo in maniera più organizzata e organica rischierebbe di tradursi in un clamoroso flop.

Una cosa è certa: i troll bianchi si sono dimostrati più interessanti, e potenzialmente più utili, delle tante associazioni di consumatori che vivacchiano nel nostro Paese.

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