La Valdichiana

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Tag: gianni poliziani

Multiforme e di alto profilo la Stagione Teatrale del Mascagni

È un programma vario e indubbiamente di alto profilo quello messo a punto per la stagione 2018/2019 del teatro Pietro Mascagni di Chiusi. Alla vigilia del concerto che Irene Grandi…

È un programma vario e indubbiamente di alto profilo quello messo a punto per la stagione 2018/2019 del teatro Pietro Mascagni di Chiusi. Alla vigilia del concerto che Irene Grandi vi terrà con i Pastis, venerdì 7 dicembre, il sindaco Juri Bettollini e il direttore artistico, recentemente nominato, della Fondazione Orizzonti d’Arte Gianni Poliziani, insieme alla direttrice della Fondazione Toscana Spettacolo onlus Patrizia Coletta, hanno presentato un cartellone pensato davvero per coinvolgere tutto il pubblico.

Si inizia venerdì 18 gennaio con “Pueblo”, pièce teatrale messa in scena da Ascanio Celestini, con l’accompagnamento musicale di Gianluca Casadei alla fisarmonica. Per la Giornata della Memoria, il 26 gennaio, sarà lo stesso direttore artistico Gianni Poliziani a salire sul palco insieme ad Alessandro Waldergan con “Dov’è finito lo zio Coso”, storia tratta dal romanzo “Lo zio Coso” di Schwed, con la regia di Manfredi Rutelli. “L’uomo, la bestia, la virtù”, celebre commedia di Pirandello, di cui Rutelli sarà ancora regista, è in programma domenica 17 febbraio, giorno in cui nel ridotto del teatro sarà posta una targa come omaggio a Roberto Carloncelli, il direttore artistico della Fondazione Orizzonti prematuramente scomparso questa estate.

La grande tradizione teatrale continuerà mercoledì 27 febbraio, nel segno del genio di Eduardo De Filippo. La sua commedia “Questi fantasmi!” rivivrà grazie alla compagnia di Teatro di Luca De Filippo, diretta da Marco Tullio Giordana. L’appuntamento con il bel canto è previsto invece sabato 9 marzo. I brani più noti della lirica saranno eseguiti dai solisti e dal coro della Cappella Musicale della Basilica Papale di San Francesco in Assisi, con la direzione di Alessandro Bianconi e la partecipazione di Eugenio Becchetti al pianoforte.

Giovedì 21 marzo, la comicità di Massimo Lopez e Tullio Solenghi, di nuovo insieme dopo quindici anni, tornerà a far divertire il pubblico, nel ricordo di Anna Marchesini.

Alessandro Fullin, il 29 marzo, proporrà una nuova commedia dal titolo “Piccole Gonne”, liberamente tratto da “Little Women” di Louisa May Alcott. La stagione si concluderà quindi il 7 aprile con Closer, il testo di Patrick Marber da cui nel 2004 fu tratto l’omonimo film, di cui saranno protagonisti sul palco del Mascagni Violante Placido, Fabio Troiano, Chiara Muti e Marco Foschi.

Il teatro Mascagni si prepara ad accogliere tutto questo con una rinnovata energia, anche grazie all’entusiasmo portato da Poliziani, che ha già provveduto in prima persona a dare una nuova immagine alla platea e al foyer, dove il pianoforte è stato spostato in una posizione più privilegiata e alle pareti sono stati affissi i manifesti delle passate stagioni.

«Chiusi ha una storia teatrale di tutto rispetto e questo è un modo per tenerne viva la memoria. Quanto agli spettacoli, sono tutti eventi che offrono una certa profondità di riflessione, pur risultando talvolta leggeri».

«Perchè per teatro – ha esordito Patrizia Coletta – si intende la forma di rappresentazione più alta dell’espressività, un mezzo per la diffusione della bellezza da trasmettere alle nuove generazioni, per educarle ad una complessità che è necessaria, se non si vuole scadere nella bassezza delle semplificazioni usate oggi in tanti slogan. Questo cartellone è un’offerta culturale diversificata per andare incontro alle esigenze della città e delle persone».

E proprio in quest’ottica è stata pensata l’iniziativa di allestire gli spettacoli domenicali in orario pomeridiano.

«Vogliamo così dedicare un’attenzione particolare ai bambini e dare l’opportunità alle famiglie di venire a teatro – ha spiegato Bettollini, oltre che sindaco, presidente della Fondazione Orizzonti. «Questo nuovo consiglio di amministrazione della Fondazione è il migliore che si potesse formare – ha poi continuato – per le valide personalità che vi sono all’interno, tra cui Fulvio Benicchi in veste di nuovo direttore generale e Gianni Poliziani come direttore artistico. L’obiettivo per i prossimi anni è quello di impostare una progettualità di alto livello, proprio perchè crediamo nell’importanza del teatro come sostegno alla cultura e al tempo stesso antidoto contro la paura. Il tendente aumento di visitatori giunti negli ultimi mesi è un buon segno che Chiusi, con la sua storia e la sua cultura, sta diventando un punto di interesse sempre più vivo, un aspetto che potrà ulteriormente migliorare con la riuscita del progetto sull’alta velocità».

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Il guazzabuglio del linguaggio secondo Mamet, Oleanna al Festival Orizzonti di Chiusi

Quando Luca Barbareschi, con Lucrezia Lante della Rovere, porta in scena per il pubblico italiano Oleanna, al Festival dei due mondi di Spoleto, nel 1993, sul tema dello stupro e…

Quando Luca Barbareschi, con Lucrezia Lante della Rovere, porta in scena per il pubblico italiano Oleanna, al Festival dei due mondi di Spoleto, nel 1993, sul tema dello stupro e della violenza di genere non c’è l’attenzione mediatica con cui malauguratamente ci troviamo a confrontarci oggi. Il vero fulcro riflessivo attorno al quale lo spettacolo vibrava, infatti, era il guazzabuglio del linguaggio, di barthesiana memoria, il piegamento dei significati dei gesti e delle parole a fini giuridici. Era il retaggio del Nietzsche che filosofava con il martello, battendo i contenitori del pensiero, al fine di constatare la loro effettiva sussistenza o la loro infondatezza, il loro ritualismo convenzionale. L’obiettivo di Mamet non era quello di riflettere quindi direttamente sul tema dello stupro, della violenza di genere o dell’abuso di ufficio, la sua volontà era bensì il crepuscolo degli idoli, una forzatura oppositiva alle convenzioni del linguaggio. Oleanna è un testo di teatro borghese postmoderno che svela il peggio degli esseri umani, trasporta i protagonisti in una catabasi senza ritorno, fatta di cinismo e sopraffazione.

Specularmente, qualche anno più tardi, Philip Roth in un romanzo di straordinaria acutezza analitica e finissima scrittura, noto in Italia con il titolo La Macchia Umana – del quale Robert Benton ha prodotto una versione cinematografica non proprio riuscita, con Anthony Hopkins e Nicole Kidman – ripercorre la stessa dinamica e la stessa andatura narrativa del testo di Mamet, con la variante del termine d’accusa nei confronti del professore, che nel caso del romanzo compete il razzismo. Il peso delle parole, nell’America distorta e neoimperialistica degli anni ’90, assumeva un valore riflessivo che forse solo oggi, noi italiani, possiamo cogliere appieno, considerando centrali i temi di violenza di genere e razzismo, al centro dei topic trend webradiotelevisivi. Il testo di Mamet assume oggi, in Italia, connotazioni ciniche e violente ancora più pesanti. Le contraddizioni cui ci pone di fronte questo lavoro deve aver convinto Roberto Carloncelli, direttore artistico di questo Festival Orizzonti #umano – troppo umano – e che alimenta il grande tema dell’incomunicabilità, mai troppo abusato nella nostra koinè culturale da Antonioni in poi, ad utilizzarlo per la produzione originale di prosa, all’interno della rassegna chiusina.

La struttura dello spettacolo è relativamente semplice: ci vengono mostrate tre fasi di una vicenda ad ambientazione statica – la stanza di ricevimento di un professore di scienze umane e sociali – nella quale si percorre un burrascoso rapporto verticale tra un insegnante e una studentessa: lui in attesa di entrare in università come insegnante di ruolo, in procinto di fissare uno status borghese, sia pubblico che privato – con tanto di acquisto della casa più grande con la moglie e i figli – e lei, inizialmente ingenua e serafica, che sembra fingere l’innocenza e l’insicurezza della più timida verditudine, negli imbarazzi iniziali di una giaculatoria confidenziale con un uomo al di là della cattedra. L’iniziale apertura del professore, le basi di amichevole interazione tra i due protagonisti però si frattura. Gli atteggiamenti del professore vengono contorti da una manovra della studentessa, finalizzata ad accusare il docente, di fronte ad un coorte giuridica e soprattutto di fronte alla commissione universitaria, di empietà, abuso d’ufficio, violenza sessuale, basandosi sul solo utilizzo delle parole, ravvisando, rivelando e piegando i termini e le perifrasi espresse dall’insegnante a vantaggio della formula accusatoria. Il rapporto che inizialmente sembra edificarsi in un reciproco rispetto e confidenza, contenuta nel «diaframma di stenosi professionale docente-studente» di un ufficio dell’università, si perde in una feroce diffrazione di antagonismo.

La scena è costruita su una bassa varietà cromatica. Davanti al fondale, ci si presentano tre fasci di enormi veneziane irregolari, a lastre ora più piccole ora più grandi, modellate in legno chiaro, lo stesso utilizzato per la scrivania, le seggiole e il divano rigido. Questa è la scenografia operata da Fabrizio Nenci, nella quale l’essenzialità dei colori utilizzati, a contrasto desaturato, illuminato a luce bianca e gialla, aperta e riempitiva (a parte brevi intermezzi in cui toni più scure e proiezioni d’ombra, danno adito a lagune di inquietudine nello spettatore, funzionale allo sviluppo drammaturgico), favoriscono la caratterizzazione data dai costumi, elemento fondamentale dello spettacolo. La parte interpretata da Benedetta Margheriti, quella cioè della studentessa, è in realtà un complesso di tre parti diverse, per la quale il lavoro sui costumi è stato sostanziale puntualissimo. Nella prima scena vediamo un Gianni Poliziani in completo nero, compiaciuto nel suo progressismo e nel suo parlare forbito – un tipo umano estremamente riconoscibile nelle università e negli istituti di istruzione superiore italiane – e una studentessa in Converse e veste floreale, con un occhiale a montatura tonda da Lolita wannabe e la frangetta composta. Già dalla seconda tranche di spettacolo, il rapporto esplode: i fiori della veste lasciano spazio ad un total black, una stringata in pelle nera, a cui succede poi – nella terza parte – un pantalone lungo da saffismo indeterminato e indefesso cinismo, a cui contralta la figura di un professore sempre più spogliato, sempre più depredato dei suoi contorni, distrutto dalle accuse della sua allieva.

Il testo prevede un flusso a due voci di scambi irrelati, le parole che vengono lanciate nel mucchio si sbilanciano negli aulicismi concettosi (termine invalso, paradigma socioidentitario, prevaricazione a disturbo ritualizzato) ai quali vengono posti in contrasto riflessioni sulla comprensibilità, sull’ansia di fallire, sulla comunicabilità tra settori sociali differenti. Sulle parole, quindi, si gioca un’altissima percentuale dello spettacolo. In questo i due attori hanno sostenuto una responsabilità enorme, puntata sull’esperienza della parola e della sua recezione, teatro di prosa elevato alla seconda, quindi, in cui il detto si contrae nelle forme intestine più congetturali dell’ermeneutica verbale. Anche dai fatti, non solo dalle parole, sviscerano ipotetiche interpretazioni, ogni sguardo, ogni lettura, ha una sua temperatura testuale. È quel guazzabuglio del linguaggio che esaltava i decostruzionisti francesi. Gianni Poliziani con la sua esperienza di fonesi scenica, di gestione ritmica del testo, e Benedetta Margheriti che ha trovato qui un’adulta gestione diaframmatica dei toni, hanno saputo riconoscere i propri varchi ritmici e inserirsi in essi, assecondare il moto ondulatorio dell’andamento drammaturgico.

In conclusione, è importante riflettere su un punto: visto che riportare il Festival Orizzonti ad essere più #umano è uno degli obiettivi principe della nuova compagine amministrativa della Fondazione, ecco cosa si dovrebbe fare: riformulare le produzioni originali (valevoli) in visione di una continuità,  e non di un singolare fuoco d’artificio, buono per riempire – magari – una platea, riempire una data, uno scalino di stagione, e poi disperdere le energie linfatiche dei gruppi teatrali che nascono dal maglio delle istituzioni culturali del nostro territorio. Il pubblico è abituato a produzioni con ambizione professionale cui viene concesso lo stesso spazio di una dichiarata compagnia amatoriale, e non c’è riscontro critico, non c’è effettivo riconoscimento dei migliori prodotti che escono dalla fucina dei teatri locali (e lo sanno bene lo stesso Gianni Poliziani e Mascia Massarelli, che ha curato l’aiuto regia dello spettacolo, entrambe figure centrali del teatro della macroarea valdichianense). Ecco: questo Oleanna dovrebbe poter essere riportato in scena, in altri luoghi, trovare confronti e piani linfatici diversi per arricchirsi. Farebbe bene ad Orizzonti, farebbe bene ai due attori (alla Margheriti in primis, vista la giovane età e il potenziale espresso nella sua straordinaria performance) e farebbe bene anche al pubblico che aumenterà le possibilità di assistere ad uno spettacolo tanto disturbante, quanto illuminante.

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“Tacabanda” a Sarteano: le interviste

Domenica 8 novembre presso il Teatro degli Arrischianti di Sarteano è andato in scena “Tacabanda”, un racconto musicato per attore e orchestrina di fiati che rappresenta l’ultimo tentativo di un musicante di dare…

Domenica 8 novembre presso il Teatro degli Arrischianti di Sarteano è andato in scena “Tacabanda”, un racconto musicato per attore e orchestrina di fiati che rappresenta l’ultimo tentativo di un musicante di dare senso alla propria carriera e di trovare qualche risposta per la propria vita. Nello spettacolo di Matteo Pelliti e Manfredi Rutelli, il ruolo del protagonista è affidato a Gianni Poliziani, le musiche eseguite dal vivo dalla Filarmonica G.Puccini di Montalcino, diretta dal Maestro Luciano Brigidi.

Ecco le interviste realizzate al termine dello spettacolo: cominciamo con l’attore Gianni Poliziani.

Chi è Il Maestro Cosimo Valdambrini?

“È un maestro di grande qualità, di grande talento. Solamente che ha un’altra faccia; è uno sfaccendato, un bugiardo, che lungo la sua vita si è arrabattato in più modi, cercando di raggiungere gli obiettivi con poca fatica. Lui stesso dice “Sono nato col talento; di fatica non se ne parla”. Ad un certo punto però si trova di fronte a una realtà diversa; non ha più lavoro, è solo, e ha bisogno di fare un provino per una banda municipale, in un paesino di provincia. È costretto a farlo. In questo paese inoltre, colui che ha ideato il provino, è una delle sue vittime di gioventù. Un ragazzo a cui aveva fregato il posto in un’orchestra, con un imbroglio. Però c’è un lieto fine; l’umiliato invece di vendicarsi, capisce che vuole valorizzare il talento del suo rivale, e Valdambrini stesso, dopo aver fatto i conti con il suo passato, capisce che la vita è in queste piccole cose; nell’essere puri e onesti, specialmente nell’arte.”

Vista la quantità di musica in questo spettacolo, una domanda che mi viene da porti è: quanto si può jazzare nella recitazione?

“In un testo come questo c’è molta libertà. È un monologo e quindi lo devi fare tuo. È scritto da Manfredi Rutelli e Matteo Pellitti basato sui racconti di un musicista. Quando provavamo, soprattutto i primi tempi, c’era la possibilità di cambiare delle piccole cose, aggiungere, togliere, modificare. Ecco, mentre per cambiare un testo di Pirandello devi avere la capacità e la legittimità per farlo, in un testo originale come questo, invece, sono offerti tanti spunti per “jazzare”. Queste occasioni sono molto divertenti poi, quando si ha pratica con il palco. È stato un piacere farlo insieme a un grande professionista. Sono stato insieme a Manfredi che è anche un vecchio amico; erano tanti anni che non lavoravamo insieme. Lui, come si dice “c’ha il mestiere bono”, ti sa trasmettere quello che vuole e lavorare assieme a uno spettacolo è sempre costruttivo.”

Manfredi Rutelli, regista e co-autore del testo, alla fine dello spettacolo, ha gentilmente risposto alle nostre domande. È stato preso al volo, nei camerini del Teatro degli Arrischianti, con l’adrenalina ancora in circolo, tra gli specchi e il bagno.

ArrischiantiSm

 

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Jazzare nel teatro di prosa: Tacabanda

Una recensione a “Tacabanda” al Teatro degli Arrischianti Gianni Poliziani interpreta un sassofonista Jazz che ricorda in un appassionato monologo la sua vita, composta di luccichii balenanti, lucenti periodi di…

Una recensione a “Tacabanda” al Teatro degli Arrischianti

Gianni Poliziani interpreta un sassofonista Jazz che ricorda in un appassionato monologo la sua vita, composta di luccichii balenanti, lucenti periodi di splendore e di successo e di fetide stalle, momenti di profondo scoraggiamento e crisi, tipici dell’artista. Cosimo Valdambrini (nome del protagonista) riflette quella tracotanza – ma anche quella pietas – del grande eroe tragicomico, portatore di una testimonianza esistenziale imprescindibile. Giunto nel paesino di Chiusaldino, è costretto ad accettare un incarico in provincia, poiché sommerso dai debiti, sottomettendo alle esigenze esistenziali le grandi aspirazioni artistiche. Un flusso di coscienza – e di memoria – del protagonista ci regala immagini di sognante realismo, dagli anni delle bande paesane (il mistero delle bande paesane; un mistero composto di ottoni, pernacchie e amore per la musica), a quelli delle televisioni private degli anni ’80, le orchestrine jazz delle crociere e delle navi turistiche, le belle donne, le amicizie (le massime di “Franchino” sono citazioni memorabili che restano impresse, alla fine dello spettacolo) e tutti gli eccessi e le viltà della vita di un’artista.

tacabanda polizianiLa scrittura del testo, da parte di Manfredi Rutelli e Matteo Pellitti, è un inno all’onestà artistica, alla purezza del gesto creativo; alla musica o al teatro, che sono innanzitutto condivisione.  Le stesse condivisioni sono poi storie da raccontare, le quali alimentano il bagaglio di ricchezza che l’arte già di per sé traina nelle percezioni degli spettatori. Una vicenda che diventa, sciogliendosi, una confessione a cuore aperto, con il pubblico. Una grande dichiarazione d’amore per l’arte come strumento di ordine e sopravvivenza in mezzo al caos, un’arte che è innanzi tutto immersione totale nell’esistenza, voglia di vivere e soddisfazione pubblica, mai privata.

Gianni Poliziani destreggia i fraseggi verbali del monologo con l’abilità di un vero e proprio maestro di musica, cogliendo tutti gli accenti ritmici, le sincopi, gli eccessi di partitura e, perché no, anche le improvvisazioni, i fuori-schema che diventano fondamentali codici espressivi per stabilire un patto di fedeltà con la platea. Gianni Poliziani è bravissimo a mantenere il personaggio in un’aurea media tra il grande uomo di successo e il fallito, tra il donnaiolo e lo zitello umiliato, tra il trionfo e la sconfitta. Una linea mediana tra due opposti caratteriali, che pure rientrano nella composizione del monologo, tenuti insieme con coerenza virtuosa. Un personaggio, quello rappresentato da Gianni Poliziani, che oscilla tra l’antipatia e la tenerezza con lo stesso tono mimetico, in perfetto equilibrio.

Alle spalle del pubblico l’ottima orchestra, attentissima negli attimi soppesati delle entrate e delle uscite del testo, fornisce un repertorio jazz delle grandi occasioni; da Charlie Parker a Benny Goodman, il palco è sciolinato di atmosfere inglobanti, non si può rimanere indifferenti e non catapultarsi nella vicenda, ritrovandosene circondati. La musica che, va detto, non è semplice “cornice” ma entra nella narrazione, si fa suono diegetico. Risolve l’andamento del racconto in una pienezza coerente e piacevole.

ArrischiantiSm

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L’agnizione che non arriva mai: il Pirandello di Gianni Poliziani

Quanta lucidità nelle parole e nelle raffigurazioni che Luigi Pirandello ha immesso nei suoi lavori. Quanta cinica e deflagrante analisi naturalistica nei raziocini spiattellati sulla scena delle sue opere. Operazioni…

Quanta lucidità nelle parole e nelle raffigurazioni che Luigi Pirandello ha immesso nei suoi lavori. Quanta cinica e deflagrante analisi naturalistica nei raziocini spiattellati sulla scena delle sue opere. Operazioni talmente nitide da sembrare folli: mettere a nudo l’essere umano, renderlo quanto più spogliato dai principi di realtà. Impostare il discorso letterario (e teatrale, certo) secondo termini di comparazione di forma imposta, e quindi “civiltà”, reticolo collettivo di connivenza, da una parte, e vita pura, principio di piacere, legatura istintuale delle azioni, dall’altra.

berretto-a-sonagliIl Berretto a Sonagli, è un testo scritto esattamente cento anni fa. Pirandello ha acquisito, non di certo dagli ingombranti apparati critici che hanno appesantito le sue declinazioni rappresentative, nuove ragioni d’essere, connotazioni dettate dalla complessità acuita dei rapporti umani e delle strutture sociali.

Non esiste più il delitto d’onore, certo, i costumi sono diversi, certo, ma i rapporti di forza, le reverenze, il totale asservimento dell’uomo ai canoni della convivenza, sono rimaste le stesse, e anzi si sono finanche intorpidite. Quante maschere ha l’uomo contemporaneo? Moltissime in più rispetto a quelle di Vitangelo Moscarda, di Marta Pentagora/Alvignani, di Martino Lori e di tutti gli altri non-personaggi che costellano la bibliografia del nostro più grande autore di teatro. Oggi le quotidianità sono frazionate in più livelli, i contesti sono moltiplicati, le nostre personalità sono divenute addendi a comporre un mosaico frastagliato di io muti e relativi, incuneati in altrettanto fasulli “profili” da social network.

Con questa premessa, l’idea di portare al Teatro Arrischianti due repliche de Il Berretto a Sonagli, avuta da Gianni Poliziani (erto ormai ad Autorità del teatro locale), non può che essere ben accolta. Sì perché presentare in scena la vacuità delle relazioni contemporanee, la visiera a coprire i dati di fatto, non fa semplicemente riflettere, ma fa imparare. Soprattutto quando a presentarla sono attori locali, facce conosciute, ottime per porre lo spettatore spalle al muro, con un obbligo di affronto verso l’ineludibilità delle maschere. Ecco infatti chela vicenda applicata alla scena è ovviamente percepita in quanto fictio (chiaro che sia finta, la stanno addirittura interpretando persone che possiamo trovare quotidianamente per le vie di Sarteano e Montepulciano) ma l’ingegno teatrale vuole che, attraverso la finzione, si dimostri la più alta delle verità; che non esiste cioè verità oggettiva, che anche noi spettatori, seduti sulle nostre comode poltrone vellutate, dentro le nostre giacche tight, i polsini inamidati e la mano della nostra compagna stretta sulle gambe, stiamo recitando. Fingendo. Indossando, non una, ma quante più maschere ci convengono. Tacendo sui nostri contenuti più illeciti, in modo che attraverso il non-parlarne, il rappresentarli quindi come non-esistenti, essi smettano fattivamente di sussistere.

Uno spettacolo prezioso. Ottime le tensioni costruite in scena. Ottime le geometrie connaturate dalle posizioni degli attori in relazione alla scenografia post-atomica e minimale, curata da Gabriele Valentini; uno schermo quasi teso all’infinito, con un utilizzo prepotente del velatino sul fondale (sfruttato però nel migliore dei modi, con le controscene illuminate).

Le tirate monologiche sono state alleggerite dai fraseggi comici – ben assestati e precisi – di Giacomo Testa e dagli scambi ritmici dei protagonisti, interpretati dallo stesso Gianni Poliziani (nei panni di Ciampa), da Martina Belvisi (Beatrice) e Guido Dispenza (Fifì). Splendidi i costumi curati da Vittoria Bianchini, e tutta la compagnia degli Arrischianti, che sta – pare – alzando la barra del livello della scelta dei testi. Una pregevole scelta didattica sia per gli spettatori che per gli attori.

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Grande successo per “Massischermo” a Roma

Comunicato stampa di Filippo Lorenzetti del 22 ottobre 2014 I ragazzi del “Massischermo” infilano un’altra piccola perlina, ed ottengono un bel successo anche nella tourneè teatrale di Roma, dove lo…

Comunicato stampa di Filippo Lorenzetti del 22 ottobre 2014

I ragazzi del “Massischermo” infilano un’altra piccola perlina, ed ottengono un bel successo anche nella tourneè teatrale di Roma, dove lo spettacolo senese è stato proposto nello scorso week end.

Inseriti all’interno del cartellone autunnale del Teatro “Le Sedie”, diretto da Andrea Pergolari, Gianni Poliziani, Francesco Storelli e Guido Dispenza hanno dato vita a due performances applauditissime, registrando un gradimento altissimo, sia nella serata del sabato, sia nella pomeridiana della domenica.

C’era grande curiosità per questo “test”. Un importante “esame di maturità” di uno spettacolo che in provincia di Siena è diventato un piccolo fenomeno teatrale ma che, finora, non era stato mai esportato oltre i confini delle nostre zone.

Il risultato è stato sorprendente. Forse ben oltre le aspettative della stessa Compagnia, che hanno constatato come i temi trattati nello spettacolo facciano breccia anche in un pubblico diverso. E come quel particolare linguaggio a volte surreale che mescola comicità e malinconia, calcio e politica, goal e salsicce alla brace, abbia finito per strappare applausi a scena aperta. E graditi apprezzamenti dagli addetti ai lavori e dai professionisti che hanno voluto assistere dal vivo al Massischermo.

Una grande soddisfazione, insomma, per i tre attori chiusini (interminabili gli applausi al momento della passerella finale) e per tutto lo staff tecnico, coordinato da Laura Fatini.

Piccolo momento di amarezza quando l’autore Riccardo Lorenzetti, nell’introduzione allo spettacolo, ha ricordato che il Massischermo vanta il patrocinio di Siena capitale della Cultura 2019. E che il giorno precedente si era avuto il verdetto che proclamava Matera come città vincitrice.

Un applauso di simpatia si è levato tra il pubblico. Che ha voluto evidentemente salutare la nostra città e gli attori che ne sono stati, per un week end, splendidi ambasciatori.

Il 1° novembre il Massischermo torna  a giocare in casa. E sarà di scena a Montisi, all’interno della festa del’Olio 2014.

Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla nostra redazione.

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Il soldato soddisfatto della sua impresa al 39° Cantiere di Montepulciano

Decisamente un’esperienza da rivivere, da condividere, da celebrare. In un momento così dannatamente turpe, in mezzo a questo luglio dannato e torrenziale. “E la chiamano estate” diceva Califano. Ma il…

Decisamente un’esperienza da rivivere, da condividere, da celebrare. In un momento così dannatamente turpe, in mezzo a questo luglio dannato e torrenziale. “E la chiamano estate” diceva Califano. Ma il teatro, fortunatamente, è la terapia migliore per tutte le malinconie, anche quelle meteoropatiche.

image(1)Venerdì 25 luglio la prima, in piazza grande a Montepulciano, è stato un turbinio di soddisfazioni. Una festa, continuata dentro il teatro Poliziano, dopo lo spettacolo; una “rimpatriata” di tanti vecchi e nuovi amici del Cantiere internazionale d’Arte.

Gianni Poliziani e Fabio Maestri hanno continuato a provare e riprovare le parti di commistione tra prosa e musica, anche dopo la prima;

Io, per me, ho insegnato alla troupe francese il significato profondo del Martini Spritz e dei vini toscani. Venendo loro da Bordeaux, sono giunti in valdichiana con la profonda convinzione che il vino migliore al mondo fosse francese. Per forza e per amore ho dovuto farli ricredere.

Le repliche di Sarteano e San Casciano dei Bagni sono state turbate dalle piogge di questo luglio, come abbiamo già detto, incompatibile con l’idea oggettivamente condivisa che le persone hanno di “estate”. Ma lo show è continuato lo stesso. Nonostante le intemperie. A Sarteano con un po’ di pazienza abbiamo atteso la fine dello scroscio. A San Casciano del Bagni ci siamo rifugiati dentro il teatro comunale (piccolissimo ma amorevole) nel quale abbiamo smontato lo spettacolo è proposto una “riduzione” molto particolare della mise en scène.
Cetona è stata la serata ideale per uno spettacolo di piazza. Un cielo sereno ha avvolto le nostre parole, i nostri gesti e le nostre tensioni.

Gli articoli che avete visto nei giorni scorsi peccano decisamente di ricercatezza e brillantezza nella retorica e nei contenuti. A mia discolpa debbo dire che sono stati stesi alle due di notte, ogni notte, dopo giornate intere (mattina-pomeriggio-sera) di prove intensive. I ritmi sono stati devastanti e la fluidità del pensiero ne ha risentito. Ma se mi dicessero di ripetere tutto, le ore sudate, le notti in bianco e la tensione prima di ogni spettacolo, direi di sì; tutto, rifarei tutto.

Proprio oggi la troupe torna a Bordeaux. È stata una meravigliosa esperienza che, come al solito quando si tratta di teatro, dispiace tantissimo aver concluso.

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Torna a Castiglione d’Orcia lo spettacolo “Massischermo”

Sarà la splendida cornice di Castiglione d’Orcia a battezzare il 2014 di “Massichermo“, giunto alla 17ª replica. Lo spettacolo, o meglio, il Racconto Teatrale a due voci tratto dal libro di…

Sarà la splendida cornice di Castiglione d’Orcia a battezzare il 2014 di “Massichermo“, giunto alla 17ª replica. Lo spettacolo, o meglio, il Racconto Teatrale a due voci tratto dal libro di Riccardo Lorenzetti, sarà in scena domenica 9 febbraio, alle ore 17 presso la Sala Polivalente di Viale Marconi, inserito nell’ambito della 4ª Rassegna Teatrale Invernale organizzata dalla ProLoco, il Patrocinio dell’Amministrazione Comunale – Assessorato alla Cultura – ed il contributo della BancaCRAS.

Gianni Poliziani e Francesco Storelli si vestiranno ancora dei panni di Libero Taddei e Jacopo Rugi intenti ad organizzare la loro Festa de l’Unità 2006 in contemporanea con i Mondiali di Calcio in Germania. La collocazione del Maxischermo all’interno della festa per seguire le partite, fa storcere il naso alla vecchia guardia del partito. Ben più aperto si dimostra, invece, Jacopo Rugi convinto che se senza l’utile apparecchio la Festa farà flop. La diatriba procede in un’ora e dieci di gag, ma anche con tanti spunti di riflessione. In scena anche Guido Dispenza chiamato più volte sul palcoscenico ad esibirsi in diversi cameo. Esilarante il “suo” Giampiero Tamarroni, il re del liscio romagnolo, chiamato a contrastare la Finale di Berlino… la sfida si rivelerà assai complicata. La Regia è di Gabriele Valentini.

Massischermo a Castiglione d’Orcia: info: 348-5425351 – prolococastiglionedorcia@gmail.com

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