La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Tommaso Ghezzi

“Harvey” al Teatro degli Arrischianti: un elogio alla follia

La follia che rimane coerente in mezzo ai “sani”: un topos estremamente funzionale, specie in un contesto sociale nel quale sempre più si tende a stigmatizzare la diversità e l’Altro…

La follia che rimane coerente in mezzo ai “sani”: un topos estremamente funzionale, specie in un contesto sociale nel quale sempre più si tende a stigmatizzare la diversità e l’Altro come errori, rispetto al senso comune condiviso. La follia che marchia gli imprevisti, l’incontrollabile, lo squilibrio, è un’autodifesa psichica, insita nel Über-Ich delle società moderne. Fortunatamente la letteratura interviene, ormai da almeno due secoli, a sbugiardare certe innegabili contraddizioni che muovono il giudizio alla base dell’appellativo “pazzo”. In questa tradizione di elogio alla follia, cui sono ascrivibili giganti del teatro, prosa, cinema e poesia come  Erasmo da Rotterdam, Robert Louis Stevenson o Lewis Carroll, si inserisce anche Mary Chase che nel 1944 firma una pièce intitolata Harvey. La vicenda parla di un uomo che «per trentacinque anni ha lottato contro la realtà e l’ha vinta fuggendola».

Harvey va per la prima volta in scena al Teatro della quarantottesima di Broadway il 1 novembre 1944. Resterà nel marquee fino al 15 gennaio 1949, dopo 1775 repliche. Il successo è enorme, tanto che l’anno seguente la Chase vince il premio Pulitzer e, neanche dieci anni dopo il debutto, Henry Koster ne firma una trasposizione cinematografica, per la quale Josephine Hull si aggiudica sia un premio Oscar, sia un Golden Globe, come miglior attrice protagonista. L’Academy di Los Angeles menziona anche James Stewart, protagonista della pellicola, con una nomination al miglior attore protagonista.

La base narrativa è stimolante e storicamente incollocabile. I fratelli Elwood e Veta Louise vivono in una grande casa assieme alla figlia di Veta, Myrtle Mae. Elwood però afferma di avere per amico un grosso coniglio bianco, di nome Harvey, appassionato bevitore e conoscitore del presente, del passato e del futuro. Stanca dei problemi generati dalle stranezze del fratello, decide di farlo internare presso la clinica psichiatrica del Prof. Chumley, soprattutto per evitare che le malelingue dell’alta società cittadina intacchino la reputazione della loro famiglia. Questa è la basa narrativa della commedia, la quale poi si sviluppa secondo una pletora di malintesi, qui-pro-quo, colpi di scena e brillantissimi espedienti drammaturgici, propri della grande commedia americana.

Gabriele Valentini dirige la Compagnia degli Arrischianti nella tripletta di repliche di fine anno, incluso lo spettacolo inserito nel programma del veglione di capodanno del 31 Dicembre: per l’occasione la compagnia si compone di Calogero Dimino nei panni di Elwood, Maria Pina Ruiu che è Veta Louise, Giulia Rossi è Myrtle Mae, Guido Dispenza interpreta il Prof. Sanderson, Martina Belvisi è Miss Kelly, Daniele Cesaretti è Wilson, Stefano Bernardini è il Prof. Chumley, Flavia Del Buono è Betty Chumley, Francesca Fenati è Mrs. Ethel Chauvenet, Giordano Tiberi è Logfren. Ah, e c’è pure il sottoscritto, che interpreta l’Avv. Gaffney.

Tutto ruota intorno alla visione – o “presenza” a seconda dei punti di vista – del  Pùca configurato nella fattezze di un coniglio, Harvey. Il Pùca è una creatura che vede le sue origini nel folklore celtico: uno spirito, generatore di buona e cattiva sorte, che protegge gli “ultimi” della società, amante degli alcoolici e delle persone con la testa fra le nuvole. Il Pùca-coniglio ha ispirato moltissimi espedienti nella cultura popolare, a partire dal Bianconiglio di Alice nel paese delle meraviglie, di Lewis Carroll, e più di recente nel film di Richard Kelly, Donnie Darko. In Harvey, il Pùca è la noce semantica rivelatrice, epifanica, che svilisce qualsiasi pregiudizio sociale, distrugge ogni possibile normalizzazione comportamentale, nell’accettazione delle stranezze e delle “malattie” che sono in fondo le nostre cifre personalizzanti.

Lo spettacolo va in scena a Sarteano il 29 e 30 dicembre alle 21:15, e il 31 alle 22, con il tradizionale veglione in teatro.

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Il ritorno del Messicano Cattivo: intervista ai The Bad Mexican

Nel Maggio 2013, un live dei Bad Mexican ad un festival locale degenerò nella totale anarchia. Quella che – secondo la scaletta – doveva essere un’esibizione di un’ora e dieci,…

Nel Maggio 2013, un live dei Bad Mexican ad un festival locale degenerò nella totale anarchia. Quella che – secondo la scaletta – doveva essere un’esibizione di un’ora e dieci, sforò le due ore. Il pubblico, galleggiante tra i miasmi di alcool – e di altri additivi che sarebbe disdicevole qui elencare – cominciò a gonfiare profilattici come palloncini e farli galleggiare in aria. Tommaso Dringoli rumoreggiava nel microfono, muovendo solo le spalle, come un esoscheletro fosforescente sotto la luce dei led e delle teste mobili, mentre Filippo Ferrari esortava il pubblico ad incrementare la componente di caos del concerto. Matteo Salutari cavalcava le ritmiche alla batteria e Davide Vannuccini – entrato ormai nell’organico del ‘messicano cattivo’ – teneva le redini della rumoristica con la sacca preponderante dell’elettronica.  Non si trattava di una semplice decostruzione della forma canzone, ma della scomposizione di un intero artistico: il suono della band riusciva a controllare l’entropia delle cose e sistematizzarle, renderle funzionali all’espressività.

In quel periodo i Bad Mexican avevano fortificato la loro posizione all’interno del panorama musicale alternativo italiano: la Lizard Records aveva prodotto il loro disco This Is the First Attempt of a Band Called The Bad Mexican e molte fanzine europee e americane celebrano il disco, esaltando le capacità della band poliziana di superare le forme chiuse del death metal – poiché i tre si formano dopo lo scioglimento della mitologica band dei Valkyrian – e di lì a poco sarebbe decollato il fortunato crowdfunding su Musicraiser per la produzione del sophomore, semplicemente intitolato Due.

Tommaso Dringoli e Filippo Ferrari hanno risposto alle domande de La Valdichiana, in visione del live al GB20 di sabato 23 dicembre. L’ingresso al concerto è gratuito con tessera CAT 2017.

Sono passati tre anni dall’uscita di “Due”. Sono piovute recensioni positive, live sparsi in giro: cos’è successo poi? Dove è stato il ‘Messicano Cattivo’ in questo lasso di tempo? Soprattutto, che cosa ha ascoltato?

E’ successo che la fase di promozione si è fermata nel momento stesso in cui le nostre vite al di fuori del gruppo hanno preso percorsi più impegnativi: chi ha cambiato lavoro, chi si è trasferito… Per questo ed altri motivi il “Messicano Cattivo” è entrato in quello che potremmo definire uno stato di quiescenza indeterminata. Sugli ascolti poi non mi esprimo, potrei dirti i gruppi che sto seguendo io, ma non sarebbe giusto né interessante.

Due è uscito per Lizard Records, ormai un’autorità discografica indipendente per quanto riguarda l’avanguardia e il prog in Italia; siete anche apparsi in un volume firmato da Massimo Salari, intitolato Rock Progressivo Italiano 1980 – 2013; Suonate, sabato, al GB20, un club che sta affinando le sue scelte artistiche in maniera sempre più definita, verso l’avanguardia: Come vi comportate con i generi? Percepite la vostra musica come ‘progressive’, come ‘sperimentale’, o qualsiasi altra etichetta critica? Cos’è per voi “l’avanguardia”?

Alla domanda sull’avanguardia non saprei rispondere, personalmente la trovo un’etichetta estremamente rigorosa e se vuoi accademica, che poco si addice a cosa facciamo e al come. In questi anni abbiamo avuto l’immensa fortuna di essere riusciti a creare un contenitore sonoro totalmente libero, portato avanti da un senso di anarchica leggerezza che ci ha sempre condotti in luoghi se vuoi banali, se vuoi caotici, ma sempre dannatamente divertenti.

Certi fraseggi in Due, ma soprattutto in This Is the First Attempt of a Band Called The Bad Mexican, sembrano giocare su un sottile equilibrio tra la long-form della ‘suite musicale’ – in stile Tool, nelle fasi più aggressive, o Don Caballero e Slint, nelle fasi più ‘tranquille’ – e invece la forma chiusa della “canzone”: con strofe e ritornelli ben definibili. Come vengono fuori le canzoni dei Bad Mexican? Quanta componente di improvvisazione c’è in fase di scrittura?  

Le nostre canzoni partono sempre da un’idea se vuoi abbastanza rigorosa, precisa, che finisce poi per passare da quel contenitore anarchico di cui parlavo prima: c’è chi spinge sul pedale della sregolatezza sonora, chi fornisce eleganza e compattezza agli arrangiamenti, chi regala l’idea vincente dopo ore di stallo. Il nostro carburante è sempre stato il rispetto reciproco e l’enorme fiducia che abbiamo sempre riposto l’uno nell’altro.

Cosa potete rivelare del live di Sabato? Con quale disposizione dovrebbe presentarsi il pubblico del GB20? 

Nessuna disposizione ma una richiesta: presentatevi sereni e pronti a divertirvi perché alla fine è di quello che si tratta: di una bellissima festa che celebreremo insieme. Ah, e portate le pentole.

Adesso potete aiutarci a risolvere il rebus che appare nel bootleg di “This Is The First Attempt…” ? 

Sabato lo risolveremo tutti insieme, così potrete darci una mano.

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Valdichiana Teatro: il nuovo magazine dedicato al teatro locale

Da tre anni, con il magazine La Valdichiana, seguo le stagioni teatrali del territorio. Il discorso giornalistico e divulgativo che ho sempre cercato di perseguire non si è mai limitato…

Da tre anni, con il magazine La Valdichiana, seguo le stagioni teatrali del territorio. Il discorso giornalistico e divulgativo che ho sempre cercato di perseguire non si è mai limitato a consegnare una ‘cronaca dello spettacolo’, la mera rielaborazione dei comunicati stampa delle compagnie. Tutt’altro. Da sempre, come la linea editoriale del giornale per cui ho scritto, i perni direttivi su cui ho impostato gli articolo sono stati quelli della critica e della narrazione. Ho avuto quindi la possibilità e la volontà di approfondire il teatro locale nella sua integrità, visto dall’occhio esterno del cronista e dell’aspirante critico, cercando di non ostentare giammai un’autorità ex cathedra.

Quello che ho capito in questi anni è che il reticolo umano, generato dalle istituzioni teatrali del nostro territorio, è una ricchezza sottaciuta, quasi nascosta. Le associazioni e le fondazioni che operano negli ambiti della cultura e del teatro sono, nella maggior parte dei casi, realtà meravigliose basate sulla produzione e condivisione di arte, finissime commistioni tra la professionalità e l’amatorialità. Sorgenti educative fondamentali, al pari delle istituzioni scolastiche, per l’edificazione umana delle collettività.

I teatri hanno spesso compagnie stabili che producono perle ineguagliabili. I fermenti e le proliferazioni di piacere, gli effluvi estetici che in questi anni ho avuto modo di esperire, insieme ai colleghi de La Valdichiana, hanno l’enorme difetto di decedere subito, deglutiti, nel giro di qualche settimana, nella celerità di un tempo edace, un tessuto che non lascia spazio alla storia. Un reticolo ad altissimo ritmo produttivo, che si disperde per isolamento.

Questo magazine è nato per valorizzare questa ricchezza. È gratuito. È rivolto a tutti, dagli insegnanti di liceo ai viticoltori e cantinieri, dai casalinghi alle bancarie, dalle dottoresse ai pensionati. Serve per fortificare la comunità che intorno al teatro si muove. L’obiettivo da perseguire, con questo periodico, vuole che il reticolo locale prenda coscienza della sua dimensione, dell’importanza che ricopre nelle realtà in cui opera.

Questo è un servizio che viene fatto, prima d’ogni altra cosa, all’arte. Che non esistono parole e cose già grandi di per loro, ma siamo noi a rendere grandi le parole e le cose, farle durare e dare loro spazio.

Valdichiana Teatro è il nuovo supplemento del magazine “La Valdichiana” completamente dedicato al mondo teatrale. Una pubblicazione trimestrale, gratuita e digitale, ottimizzata per l’esperienza mobile, con interviste e aggiornamenti dalle stagioni teatrali della Valdichiana e contenuti esclusivi non apparsi sul magazine. Il progetto editoriale è di Tommaso Ghezzi, il progetto grafico di Alessia Zuccarello.

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“Due di Notte” al Teatro degli Oscuri – Intervista a Michele La Ginestra

Due uomini sono costretti a lavorare la vigilia di natale. Sono i due conduttori di Due di notte, una rubrica radiofonica notturna di Green Dimension Sound, che si ritrovano in…

Due uomini sono costretti a lavorare la vigilia di natale. Sono i due conduttori di Due di notte, una rubrica radiofonica notturna di Green Dimension Sound, che si ritrovano in studio, nonostante sia una notte di festa. Questa l’ambientazione di Due di Notte, la commedia in scena al Teatro degli Oscuri di Torrita, sabato 9 dicembre, in doppio spettacolo, alle 19 e alle 21:15.  Michele La Ginestra è protagonista, insieme a Sergio Zecca di questa commedia. La Ginestra approda a Torrita mentre si stanno spargendo in tutti i teatri d’Italia altri suoi spettacoli: Mi hanno rimasto solo… dieci anni dopo e M’accompagno da me che lo ha visto debuttare, con successo, al Teatro Sistina la scorsa stagione. Dal 1997 è direttore artistico del Teatro Sette di Roma, dal quale escono anche sue brillantissime regie. Abbiamo incontrato Michele La Ginestra prima della tappa torritese.

Come è nata la commedia Due di Notte?

Michele La Ginestra: L’idea era quella di portare la radio in teatro e far vedere a tutti gli spettatori gli scherzi e le dinamiche che stanno dietro ad uno studio radiofonico. Mostrare ciò che quando si ascolta la radio non si vede. Mostrare anche le magagne che possono essere presenti all’interno di uno studio. Assistendo ad una chiacchierata tra due conduttori radiofonici, gli spettatori vedono anche un’umanità, che traspare attraverso i loro confronti durante i fuori-onda. Si definisce così, attraverso i dialoghi, la storia di un’amicizia. Quando ascoltiamo la radio, poi, ascoltiamo gli speaker come fossero dei paladini che ci illuminano le giornate, invece poi scopriamo che dietro i paladini ci sono degli uomini, che faticano, come tutti, con la quotidianità, che sono a contatto anche con dei problemi, anche gravi, i quali vengono mascherati da una bella voce. Tra una risata e l’altra, riusciamo a sdrammatizzare alcuni nodi problematici su cui, speriamo, il pubblico rifletta.

Il testo lo hai scritto insieme a Sergio Zecca e Massimiliano Bruno. Come vi siete distribuiti il lavoro, se così si può dire?

Michele La Ginestra: L’originale di Due di Notte fu scritta da Bruno e Zecca un bel po’ di anni fa. Considera che Sergio Zecca è stato il maestro di teatro di Massimiliano, e quando hanno deciso di creare qualcosa insieme, Massimiliano, dall’alto della sua capacità di scrittura, si è affidato all’esperienza di Sergio, per scrivere uno spettacolo sì divertente, ma anche un po’ demenziale. Il mio intervento – che è stato successivo rispetto alla stesura originale – ha cercato di inserire un po’ di riflessione nel testo, inizialmente incentrando il discorso sulla voglia di fare dei giovani, ma senza la maturità che ho, e che abbiamo, adesso. Oggi, dopo tanto tempo, ci abbiamo rimesso le mani e quel testo, che già di per sé era molto divertente, è diventato anche un po’ profondo. Affrontiamo il tema della ludopatia. Cerchiamo di rifletterci in maniera scherzosamente seria. È una patologia ahimè grave e come tale va intesa, sebbene noi ci scherziamo su.

Come ti destreggi tra le due vesti di attore e regista?

Michele La Ginestra: A me piace lo scambio di energia che avviene in teatro ed è bello secondo me trasmettere agli altri quello che si è appreso in tanti anni di teatro. La cosa bella è che io sono pure autore, spesso. Porto in giro uno spettacolo che si intitola M’accompagno da me, che è un one-man-show, composto da me. Ha debuttato al Sistina la scorsa primavera e mi sta dando belle soddisfazioni. In quel caso mi faccio dirigere, ad esempio. Essere diretti da qualcun altro è un momento di crescita. Il teatro è una metafora della vita se riusciamo a scambiare le nostre esperienze con gli altri cresciamo ed è una cosa positiva.

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Il doppio taglio della bellezza: QUIN agli Arrischianti di Sarteano

Dall’8 al 10 docembre 2017, al teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena QUIN, scritto e diretto da Laura Fatini e interpretato da Valentina Bischi. Prima produzione della Compagnia…

Dall’8 al 10 docembre 2017, al teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena QUIN, scritto e diretto da Laura Fatini e interpretato da Valentina Bischi. Prima produzione della Compagnia Teatro Arrischianti della stagione 2017/18, QUIN è un testo scritto nel 2014, revisionato nel 2015 e portato in scena nel prossimo weekend. Un monologo narrativo, di respiro ampissimo, che risalta le capacità sceniche di Valentina Bischi, la quale non è nuova a stare da sola su un palco scenico e racchiudere più corpi, e più anime, in uno.

Quin è la trascrizione fonetica di un termine inglese, perché?

Laura Fatini: È la storpiatura di Queen, un modo volgare e sgrammaticato di definirsi “regina”. È la storia di una ragazza che a 18 anni vince il titolo di Miss Estate 1985 nel suo piccolo paese di provincia. Inizia a fare varie selezioni per accedere al mondo dello spettacolo, incontra vari personaggi maschili che inizialmente sembrano aiutarla, poi a sfruttarla. Lei fa corsi di recitazione, ballo. portamento ma non sfonda e allora comincia a entrare nella dinamica delle feste “importanti”. Alla fine decide, per apparente semplicità di fare la escort di lusso. Ad un certo punto, però, inizia a invecchiare.

Che tecnica narrativa hai usato per raccontare questa storia, visto che tutto ci è filtrato dall’interpretazione di una sola attrice, Valentina Bischi? 

Laura Fatini: È uno stream of consciousness che non ha nulla a che fare con il tempo reale. All’inizio vediamo la vicenda alla fine. Valentina interpreta lo stesso personaggio in ambienti e tempi diversi. Valentina fa sia QUIN sia tutti gli altri personaggi. Procede per sprazzi. Il pubblico piano piano ci entra dentro. Lo spettacolo procede allo stesso modo di una memoria.

Dal punto di vista recitativo invece come ha gestito questi cambi? Non sei nuova a gestire corpi diversi in uno…

Valentina Bischi: Il testo l’ho letto un anno fa. Io e Laura ci conosciamo da tanto. Ci siamo sfiorate tante volte ma mai incontrate fino in fondo. Quando ho letto QUIN ne sono rimasta colpita. Mi sono detta che se con Laura non avevamo mai lavorato insieme prima, era giunto il momento di farlo. La difficoltà non è tanto nell’interpretazione plurale dei personaggi, ma nei cambi della protagonista e nella loro veridicità. QUIN è fragile e la sua fragilità non trova ascolto. Lei è sola. La sua condizione è evidente; il problema centrale è la sua solitudine.

Qual è stato lo spunto da cui è decollato il progetto? 

Laura Fatini: Lo spunto per la scrittura di questo spettacolo mi è arrivato da un libro che ho letto. Ricci, Limoni e Caffettiere – Piccoli stratagemmi di una vita ristretta, frutto del lavoro di un’associazione culturale, dentro il carcere di Rebibbia, nel settore feminile. In questo volume sono raccolte le strategie usate dalle donne per abitare la cella. La donna quando abita la cella lo fa in maniera diversa dall’uomo, la donna la modifica l’ambiente: usa acqua e farina per farla diventare colla per incollare le foto alle pareti, ci sono metodi per fare le mensole dal nulla, ci sono tantissime ricette di cucina e creme di bellezza. Sono rimasta stupita da come le donne in carcere facciano il ciambellone: non potendo avere un forno, utilizzano una sedia, la coprono di alluminio e mettono sotto di essa il fornelletto. La domanda che mi sono fatta è il motivo che porta delle carcerate a fare il ciambellone, o mettersi una crema di bellezza.  Il fatto è che le donne per essere vive devono creare la casa, le donne hanno la casa dentro. Sono case durante la gravidanza e ricreano una casa al di fuori di sé. All’inizio dello spettacolo QUIN è in carcere, e inizia a percepire questo stato della coscienza. Nello spettacolo si parla della bellezza e dei modi attraverso cui questa è utilizzata. Quando QUIN invecchia la sua bellezza diventa diventa un’ostacolo, lei non è più la bella ragazza di un tempo, e inizia a farsi trasparente per morire dentro. Userà, però, la bellezza per guardarsi allo specchio e finalmente riconoscersi.

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“Fuga da Via Pigafetta” al Poliziano. Intervista a Paolo Hendel

Fuga da Via Pigafetta potrebbe essere un episodio comico di Black Mirror, la caustica serie britannica che porta avanti, nei suoi episodi, raffinate critiche alla tecnologia pervasiva contemporanea. La commedia,…

Fuga da Via Pigafetta potrebbe essere un episodio comico di Black Mirror, la caustica serie britannica che porta avanti, nei suoi episodi, raffinate critiche alla tecnologia pervasiva contemporanea. La commedia, composta e interpretata da Paolo Hendel e diretta da Gioele Dix, fa tappa al Teatro Poliziano, sabato 2 dicembre 2017.

Nei primi anni Ottanta, Paolo Hendel esordì nel teatro italiano con uno spettacolo intitolato Via Antonio Pigafetta Navigatore. Un monologo d’arte, una prova di teatro beckettiano che sfiorava il nonsense, in cui l’attore fiorentino, giocando con l’uso di un televisore, dialogava con un sé stesso registrato e mandato in onda. Lo spettacolo sorgeva in un contesto culturale fervente e aperto alle diffrazioni del linguaggio, in cui si esercitavano in chiave comica le avanguardie visuali del teatro in quegli anni. Nei decenni successivi, Paolo Hendel è divenuto uno degli attori comici toscani più noti al grande pubblico, è apparso in molti film blockbuster, ha partecipato a trasmissioni televisive nazionali interpretando i suoi personaggi, entrati ormai nell’immaginario collettivo. Quest’anno, insieme a Marco Vicari e Gioele Dix, ha voluto recuperare il titolo di uno dei suoi spettacoli d’esordio e declinarlo alla critica dei nostri tempi, attraverso la distopia. Fuga da Via Pigafetta è una commedia ambientata nel 2080 – un non-monologo – in cui un signore si ritrova a confrontarsi con la figlia, decisa a trasferirsi su Marte per lavoro. Il Doppio, che nell’antesignano era rappresentato dalla televisione, è qui configurato nella voce elettronica del sistema domestico automatizzato. In più il protagonista di nome fa NestléMonsantoMitsubishi poiché nella visione distopica dello spettacolo, ai nomi si sostituiranno dei brand, per ricevere soldi dalle grandi aziende multinazionali, allo stesso modo con il quale gli anni venivano sponsorizzati in Infinite Jest di David Forster Wallace. Nobili precedenti letterari hanno anche le intelligenze artificiali applicate alla domotica – tra i più celebri Verranno le Dolci Piogge, di Ray Bradbury, e Rapporto di Minoranza di Philip K. Dick – ma l’inventiva di Hendel-Vicari-Dix porta i tòpoi della distopia su un piano comico, sondando originalissime opportunità drammaturgiche.

Abbiamo incontrato Paolo Hendel nei giorni precedenti alla tappa poliziana di Fuga da Via Pigafetta.

V: Quando si pensa a Paolo Hendel, ma anche a Gioele Dix, quello che viene in mente è il monologo, lo schema della stand up comedy, avete una grande esperienza alle spalle di un teatro monologico, Invece con questa commedia si va su un altro piano di lavoro. Come è avvenuto questo passaggio?

Paolo Hendel: Sì abbiamo elaborato questo giuoco. Da qualche anno collaboro con un giovane autore di talento che si chiama Marco Vicari, del quale, sono certo, sentiremo sempre più parlare in futuro. Con lui ho preparato i miei interventi più recenti in televisione e teatro. Insieme a lui abbiamo deciso di applicare le battute e gli schemi alla commedia che non fosse un monologo. È arrivato il momento di imparare qualcosa di nuovo, ci siamo detti. Così abbiamo dato forma ad un’idea che poi è diventata Fuga da Via Pigafetta. Ci siamo però resi conto, praticamente subito, che l’elemento fondamentale mancante, per realizzare questo superamento del monologo, fosse la presenza un regista esterno. Io e Vicari non bastavamo. Serviva soprattutto un regista con il quale fossimo in sintonia con il gioco comico elaborato. Con mia grandissima fortuna, Gioele Dix è stato molto entusiasta e non appena gli ho proposto questa avventura ci si è buttato dentro, tanto che alla fine l’abbiamo scritta in tre.

V: Cosa ci racconta, Fuga da Via Pigafetta?

PH: È la storia di un uomo del nostro prossimo futuro. Un padre che vive nel 2080. Abita in un monolocale regolato da una sorta di computer domestico, che ha più le caratteristiche di una suocera rompiballe che di un alter-ego elettronico. Non è un’ambientazione propriamente fantascientifica. Ecco: le interazioni tra il computer e il protagonista, ricordano più La Strana Coppia di Neil Simon che 2001 Odissea nello Spazio.  Il protagonista si chiama NestléMonsantoMitsubishi poiché nel futuro sostituiremo il nome con uno sponsor: il suo più grande amico si chiama GranbiscottoRovagnati, un nome difficile da portare, tanto che Nestlé ci racconta di come l’amico abbia passato la vita dallo psicanalista, l’esimio professor Chanteclair, senza trarre alcun giovamento. La compagna di scuola si chiama SalvavitaBeghelli, la quale ha tentato più volte il suicidio, salvandosi sempre. Abbiamo inserito nella commedia molte cose legate all’oggi, gonfiate e parodizzate in ciò che potrebbero divenire in un prossimo futuro.

V: Sul palco insieme a te c’è una giovane attrice, Matilde Pietrangeli, com’è stato condividere il palco con lei?  

PH: L’attrice è giovane e bravissima, ha una impostazione comica notevole. Ha una forte carica recitativa. Anche i rapporti tra padre e figlia su cui ci siamo divertiti a lavorare sono un elemento del gioco comico che abbiamo messo in scena. La figlia di quest’uomo, una volta finiti gli studi dice «Babbo ho trovato finalmente lavoro». «Bene!» dice, il padre contento. «Mi trasferisco» dice la figlia, «E dove vai? A Berlino?», «No» fa la figlia, «A Parigi?» chiede il padre, «No», «A new york?», «No, vado su Marte». Dopo questa notizia, il padre fa buon viso a cattivo gioco: «Bene sono contento! … Dottore, quell’ansiolitico per gocce che mi ha prescritto, che lo vendono mica in damigiane?».

Quando Mario Monicelli – regista con cui tu hai lavorato – presentò al pubblico, Un Borghese Piccolo Piccolo, sancì una cesura storica interna alla commedia italiana, affermando che questa non avesse più senso, poiché le meschinità degli italiani erano diventate così turpi da rendere impossibile la risata con la loro rappresentazione. In questo spettacolo, come hai detto, ci sono un sacco di riferimenti critici agli eccessi del presente: come ti poni rispetto a ciò che diceva Monicelli?

PH: Monicelli aveva sempre ragione. È stato un grande maestro, sebbene rifiutasse questo appellativo di Maestro. Infatti diceva sempre «io nel migliore dei casi sono un bravo artigiano». Lui vedeva il cinema come il risultato di un lavoro collettivo, «se ognuno fa il suo lavoro, come in una bottega di un artigiano,  allora viene un buon film». Rispetto a quello che dici tu, c’è una cosa che va presa in considerazione nella personalità di Monicelli: la leggerezza. La sua leggerezza era una sua peculiarità straordinaria. Era solito dire “la vita è un balocco”. Non aveva senso prendersi troppo sul serio, darsi troppa importanza, o dare troppa importanza alle cose che si fanno. Con questo non voleva intendere il vivere la vita con superficialità, ma vivere la vita con la giusta leggerezza. Lo si vede anche nei suoi film. Con Fuga da Via Pigafetta portiamo avanti un discorso che critica fortemente l’Italia di oggi, ma lo fa con leggerezza. Devo dire che l’insegnamento di Monicelli, proprio nella sua cifra di leggerezza, è stato fondamentale, nel costruire delle situazioni comiche, nel fare quindi commedia scavando anche in una realtà drammatica. Come ti ho detto: sì, ironizziamo sullo spinoso tema dei vaccini, o su quello dei migranti, o sulla “fuga dei cervelli”, ma lo facciamo attraverso il gioco. La vita è questo: ridere anche con amarezza delle cose che vanno come non dovrebbero andare; delle cose che ci fanno paura e che apparentemente non sembrano avere senso.

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“Camping” al Teatro degli Oscuri di Torrita. Intervista ad Alessandro Bartolini

Sette ragazzi hanno intrapreso un’avventurosa vacanza in giro per l’Italia, con quattro tende, gli zaini in spalla e due chitarre. Una notte decidono di accamparsi ai piedi del Monte Bianco,…

Sette ragazzi hanno intrapreso un’avventurosa vacanza in giro per l’Italia, con quattro tende, gli zaini in spalla e due chitarre. Una notte decidono di accamparsi ai piedi del Monte Bianco, ma una guardia forestale, infastidita dalla loro presenza, farà di tutto per mandarli via. Ecco la base narrativa di Camping, lo spettacolo prodotto dal Teatro Golden di Roma, in seno al progetto Giovani Talenti in Scena, scritto e diretto da Toni Fornari. La commedia che tanto successo ha riscosso durante la stagione scorsa, sabato 25 novembre raggiunge il palco del Teatro degli Oscuri di Torrita, con un doppio spettacolo, alle 19:00 e alle 21:15. Abbiamo incontrato uno dei protagonisti, Alessandro Bartolini, che insieme a Federica Biondo, Serena Canali, Laura Morelli, Noemi Sferlazza, Angelo Sugamosto, Lorenzo Tassiello e Raniero della Peruta nella parte della guardia forestale, sta portando in giro lo spettacolo. Alessandro ci ha concesso una chiacchierata in visione della data torritese.

Alessandro Bartolini interpreta Danny, in Camping.

Partiamo dalla compagnia: lo spettacolo è parte del progetto “Giovani talenti in scena”. Come è avvenuta la formazione del gruppo?

Ciao a tutti, lo spettacolo è prodotto dal Teatro Golden di Roma che grazie al progetto Giovani Talenti in scena dà la possibilità ai ragazzi che hanno frequentato il Corso di Formazione professionale per attori di entrare in scena in prima persona nelle produzioni del teatro. Per quanto riguarda Camping la compagnia che lo porta in scena è nata l’anno scorso, mentre frequentavo l’ultimo anno di scuola. Toni Fornari, dopo aver lavorato con alcuni allievi della mia classe nello spettacolo L’Albero di Natale ha pensato di scrivere un testo basandosi sui nostri caratteri e sulle nostre personalità. I miei compagni di viaggio quindi sono le stesse persone che hanno vissuto con me tre bellissimi anni di studio, anzi vorrei ricordare i nomi dei professionisti con i quali condivido questa fantastica esperienza: Angelo Sugamosto, Lorenzo Tassiello, Raniero della Peruta, Laura Morelli, Federica Biondo, Serena Canali. In scena c’è anche Noemi Sferlazza, che pur essendo uscita da scuola prima di noi ha accettato di “fare questo viaggio in nostra compagnia”… consentitemi il gioco di parole!

Com’è stato lavorare con Toni Fornari, ormai una delle penne più efficaci della commedia italiana? Come si comporta durante la costruzione delle scene?

Lavorare con Toni Fornari è stato – ed è – assolutamente un piacere su tutti i fronti. È un grandissimo professionista che quando monta uno spettacolo usa la sua grande esperienza in tutti i campi per mettere a proprio agio gli attori. Consente loro di fare prima delle proposte personali, sulla visione della scena, per poi andare a limare e correggere tutto ciò che il suo occhio esterno, e ovviamente più esperto, riesce a cogliere.

In Camping vediamo sette ragazzi accampati, con quattro tende, durante una particolare estate, decisiva per le loro vite. Uno spettacolo corale, nel quale spicca il tuo personaggio: parlacene un po’, come lo hai costruito? Come hai lavorato, dal punto di vista individuale, per questo spettacolo?

Si, hai detto bene dicendo che lo spettacolo è assolutamente corale. Non si può definire in alcun modo quale sia un protagonista assoluto. Ogni personaggio è ben scritto e porta in scena, insieme agli altri, delle esperienze che tutti i ragazzi della nostra età possono vivere. Per quanto riguarda il mio personaggio: io interpreto Danny, il classico bravo ragazzo amico di tutti, sempre pronto a correre in aiuto degli altri.  Nonostante questo, fin dall’inizio dello spettacolo nascono dei dubbi su Danny. Fanno capire che ci sta nascondendo qualcosa. Ora però non posso dire di più. Ovviamente vi aspettiamo a teatro per scoprire come andrà a finire! Come dicevo prima, Toni ha scritto i personaggi pensando molto alle nostre caratteristiche agevolando così la costruzione del personaggio e la messa in scena dello spettacolo stesso.

Questo è uno spettacolo fatto da ragazzi esordienti: credi che il teatro italiano oggi dia abbastanza spazio ai giovani? Dal punto di vista professionale quali sono le difficoltà che un giovane incontra, affacciandosi in questo mondo?

Non è molto facile dare una risposta a questa domanda; mi sono diplomato due anni fa quindi mi sto affacciando ora al mondo del lavoro. Posso però dire che anche grazie al Teatro Golden ho avuto le mie opportunità e soddisfazioni lavorative. Sono pienamente consapevole che questo sia un mondo difficile ma credo che, con la giusta determinazione e soprattutto con studio ed impegno costante, si possano raggiungere gli obiettivi sperati.

 

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ZU: la strana bestia del math-rock italiano al GB20 di Montepulciano

Sabato 18 Novembre 2017 arriva a Montepulciano il progetto musicale italiano più rilevante del nostro tempo. Non è un’esagerazione. Gli Zu stanno sempre più estendendo il loro pubblico sia oltre…

Sabato 18 Novembre 2017 arriva a Montepulciano il progetto musicale italiano più rilevante del nostro tempo. Non è un’esagerazione. Gli Zu stanno sempre più estendendo il loro pubblico sia oltre i confini nazionali, sia sdoganando le appartenenze relative al genere musicale. La band di Ostia si presenta all’anno di grazia duemiladiciassette con un disco intitolato Jhator, il risultato sommatorio degli addendi combinati in questi anni di ricerca percettiva, superando lo schema che la critica pignola ha voluto etichettare come Jazzcore, e sfociando in un terreno musicale assolutamente nuovo. Saranno al GB20, offrendo al pubblico poliziano il brutale misticismo del loro flusso artistico.  

Nella mitologia babilonese e assira, Zu è la personificazione divina della procellaria. Secondo il racconto mitologico, rubò al dio Enlil le tavole del destino, sulle quali erano rivelati i futuri di tutti i mondi possibili. Ascoltare gli Zu, quindi, non è semplice, è un superamento del linguaggio attraverso l’improvvisazione che si percuote sull’ascolto come un Dies Irae. La fruizione dei diciotto dischi che gli Zu hanno all’attivo (inclusi anche gli split con Dalek, Iceburn e Teatro degli Orrori e le collaborazioni – ormai fisse – con Mike Patton dei Faith No More e dei Fantomas) necessità di una disposizione alla ricerca e alla sublimazione psichica. Un’esperienza di ascolto che è per certi versi una meditazione, cassandrina o sibillina, una dilatazione dei livelli di coscienza.

Il bassista degli Zu, Massimo Pupillo vive ormai da anni tra Europa e Amazzonia. Passa grandi segmenti temporali in un villaggio indigeno shipibo, in Perù, completamente immerso nelle tradizioni sciamaniche del luogo, le quali scandiscono il rapporto tra gli esseri umani e il circostante. Prima di questa esperienza aveva già passato un anno sull’Himalaya, in un monastero tibetano, sempre con la cognizione di ricerca verso altri stati di coscienza attraverso la meditazione e l’acquisizione spirituale del suono.

 

C’è un’enorme componente metafisica in tutta la discografia degli Zu: ogni brano è un apoftegma antropologico assoluto il cui linguaggio – ora mutuato dagli effetti strumentali, ora dalle ritmiche – si colloca in zone di prossimità della coscienza, tanto da rendere inutile qualsiasi collocazione critica, in un genere o in uno schema. La musica degli Zu si disfa della propria congruità poiché scende su un piano metafisico inconciliabile con i sintagmi musicali della tradizione. La matrice di questo impianto analitico è l’antropologia, la ricerca etnologica dei rapporti dell’uomo con la natura, con la spiritualità del suono. Il titolo del disco Jhator è riferito ad una pratica funeraria tibetana, così come la prima traccia-suite A Sky Burial si riferisce all’antico rituale catartico dei monaci buddhisti, mentre la seconda suite The Dawning Moon of the Mind, è un omaggio a un libro di Susan Brind Morrow in cui si approfondiscono le iscrizioni sotterranee delle piramidi egizie, secondo un filtro critico etnoantropologico e cognitivo.

 

C’è un altro luogo, anzi due, nei quali Pupillo e gli Zu hanno vissuto per un po’ di tempo e sono allo stesso modo fondamentali per comprendere la poetica della band di Ostia. Si tratta dei centri sociali, Spaziokamino di Ostia e Forte Prenestino di Centocelle, storici luoghi di aggregazione e di fermento culturale alternativo capitolini, culle del movimento punx romano prima e sede delle rave culture poi, dal quale vengono sputati i vaticini sociali e culturali di quella che sarà la scena alternativa degli anni ’90, con l’aggiunta di una forte calibratura “metallara”. In questo contesto si conoscono Massimo Pupillo, Jacopo Battaglia e Luca Mai: basso, batteria e sax.  Nel 1999 esce il loro primo lavoro intitolato Bormio nel quale è presente anche Roy Paci alla tromba. Da allora si sono fatti spazio nella scena hardcore italiana e europea. Nel 2000 Mike Patton dei Faith No More e Buzz Osborne dei Melvins che nel frattempo hanno messo su un supergruppo, i Fantomas, li vogliono ad aprire il loro concerto a Roma, dopo il quale escono con la prestigiosa etichetta californiana Ipecap (nella quale non sono gli unici italiani, visto che un loro ‘collega’ di etichetta, oltre Queen of the Stone Age e Mark Lanegan, è Ennio Morricone). Seguono album che scandiscono il primo decennio del ventunesimo secolo con viaggi transoceanici: alcuni album sono prodotti da Steve Albini, storico pigmalione del rock americano – è vivamente consigliato l’ascolto integrale di Igneo, del 2002 – e collaborano con Eugene Chadbourne.

Diventano una di quelle band-culto che girano l’Europa e gli Stati Uniti, riscuotendo ampio successo, e vengono misconosciute nello stivale. Di questa ingerenza italiana si preoccupa Manuel Agnelli, che nel 2009 li inserisce nella compilation Il Paese è Reale, trainata dalla partecipazione degli Afterhours a Sanremo e finalizzata a diffondere al grande pubblico i migliori elementi della scena indipendente. Nello stesso anno esce il capolavoro Carboniferus, seguito da The Left Hand Path e Cortar Todo. Dall’hardcore, passano a filtrare i cambi ritmici e i breakdown del doom metal, tra le architetture math-rock, grindcore, per arrivare oggi a Jhator, un disco sintetico, che aggiunge i respiri post-rock, dark-ambient al già ricchissimo bagaglio formale di questa band superlativa.

Dopo alcuni rimpasti della formazione, oggi si presentano con un disco complesso ma estremamente accessibile, denso di significati che sovrastano le forme. C’è un nuovo batterista, Tomas Järmyr, che ha suonato nel disco e dal quale ci si aspettano ampliamenti dei livelli di coscienza nell’esibizione in programma sabato al GB20 di Montepulciano. Anche per quest’evento, saranno presenti le illustrazioni fatte a mano, e le composizione multimatieriali fluo di Luchadora (nome d’arte di Alessandra Marianelli) nella mostra Trionfi. La mostra sarà visitabile anche per il prossimo appuntamento, il 23 dicembre, nello spazio autogestito in Piazza Savonarola a Montepulciano. L’ingresso, come sempre, è gratuito con tessera CAT 2017.

Foto credits Fotosintesi Lab Project

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“Sesso&Giardinaggio” agli Arrischianti. Intervista a Carlo Pasquini

Sesso e Giardinaggio è uno spettacolo liberamente tratto dalla pièce inglese – ormai un classico del teatro di protesta degli anni settanta – Nemico di Classe di Nigel Williams. Il plot si…

Sesso e Giardinaggio è uno spettacolo liberamente tratto dalla pièce inglese – ormai un classico del teatro di protesta degli anni settanta – Nemico di Classe di Nigel Williams. Il plot si snoda all’interno di una squallida aula di un istituto scolastico di periferia, frequentato dai figli del sottoproletariato urbano. I  protagonisti sono sette adolescenti reietti, abbandonati a loro stessi. Attendono l’arrivo di un insegnante o di una guida, di un riempitivo di quel vuoto che li costringe ad autogestirsi, a confrontarsi tra loro con una crescente aggressività. Il testo ha una fulgente carica simbolica riottosa, propria di quegli anni di grande tensione sociopolitica, la quale oggi non sembra per nulla lenita. A portarlo in scena, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, l’11 e il 12 novembre 2017, è il neonato gruppo teatrale FUC – Formare Una Compagnia. L’assetto della comitiva trova la sua matrice nell’esperienza ultradecennale di LiceiTeatri, i laboratori diretti da Carlo Pasquini nelle scuole superiori del territorio. Proprio lui, l’artefice del nuovo gruppo che debutta in questa occasione, risponde alle domande de La Valdichiana in una pausa tra le prove, nella sala di regia al primo ordine di palchetti del teatro sarteanese.

Sesso e Giardinaggio è una rielaborazione abbastanza libera di un testo di Nigel Williams. Come hai lavorato sull’originale e che tipo di versione proponi per questo spettacolo?

Dunque, lo scheletro della vicenda è quello dell’originale ed è bellissimo. Il gruppo di ragazzi di una scuola in una periferia qualsiasi che si confrontano e si scontrano. Sulla base di questo l’ho adattato sugli attori che avevo a disposizione. Ho aggiunto alcuni personaggi che nell’originale non ci sono. Le modifiche sono state strumentali. L’ho ampliato e ho cambiato il finale, ma la struttura segue Williams. Ho cercato anche di mantenere quello spirito ribelle e arrabbiato, che caratterizzava un certo tipo di teatro in quell’epoca: in Gran Bretagna avevano la Thatcher, c’erano notevoli differenze di classe, ed oggi la situazione in Italia non è poi così diversa, anzi forse è pure peggiorata. La riproposta adotta i linguaggi del presente ma con quello stesso spirito.

La strumentalità delle modifiche e delle interpretazioni, hai detto, è in funzione della compagine di attori che hai a disposizione. Come è venuta fuori questa neonata compagnia da te diretta?  

Io ho sempre preferito non formare una compagnia vera e propria, anche se durante le mie esperienze a Monticchiello ho avuto a che fare con gruppi fissi di giovani e di bambini. Ho sempre costruito gruppi di attori per ogni spettacolo, secondo le suggestioni che mi arrivavano durante il confronto con un testo. Poi è chiaro che lavorando spesso con attori locali ci sono alcuni attori che a mio parere erano più bravi con cui ho lavorato più frequentemente. Dopo vent’anni di esperienza nei laboratori fatti presso i Licei Poliziani, in cui ho radunato tanti ragazzi nel corso del tempo, ho pensato di aggregarne alcuni in una compagnia. In questi anni ho prodotto spettacoli seri, per i licei poliziani, in cui i ragazzi stessi prendevano tutto molto seriamente, appassionandosi. Ho avuto gruppi da quindici, da venti, negli ultimi anni addirittura da quaranta ragazzi. Ho voluto raccogliere tutta questa energia, questa voglia di partecipare, che non era solo voglia di stare su un palco, ma voglia di aprirsi ad un percorso creativo, voglia di lavorare su materiali nuovi.  Alla chiamata hanno risposto in molti e insieme abbiamo fondato questa realtà. C’è un clima molto buono, devo dire. Mi piace l’idea di seguirli e con loro di sperimentare cose nuove, tornare a scrivere testi originali. Ovviamente partiamo da zero, non abbiamo un teatro fisso, non abbiamo finanziatori. Per adesso andiamo avanti con la passione, poi vedremo.

Il regista Carlo Pasquini

Visto che abbiamo parlato dell’esperienza ventennale dei Licei Teatri, come interpreti la componente didattica e formativa di questo modo di fare teatro?

Dunque nel fare teatro a scuola c’è un preciso intento pedagogico. La risultanza non è il mero aumentare le capacità espressive degli individui, cosa che pure avviene, ma c’è una componente che credo sia la  principale ed è quella di dare loro un interesse per la creazione; fornire loro una disposizione all’atto creativo, che nasca da un’idea, da una cosa quindi immateriale, che non si vede, che non ha colore né peso, e come – attraverso di loro e i loro corpi – si raggiunga un risultato materiale, visibile, godibile.

Tra questi allievi magari è capitato che qualcuno avesse l’ambizione di intraprendere la carriera professionale. Qual è lo scarto di cui si dovrebbe tener conto passando da una compagnia studentesca a una carriera professionale.

Lo scarto, in definitiva, lo da il grado di curiosità con cui si affronta il mondo. Per cui, a 18 anni che tu reciti bene non basta. Bisogna che al contempo ci sia un allargamento della propria coscienza alla ricerca di tutti gli interessi artistici. Una curiosità elevata a potenza per cui si comincia a leggere libri, si incominci a leggere i quotidiani a interessarti, vedere spettacoli e film. Cultura umana prima che professionale.

Ecco, questo spettacolo è un ottimo punto di partenza per acquisire strumenti critici, per costituire una cultura umana. Sesso e Giardinaggio sarà a Sarteano nel weekend dell’11 e del 12 novembre 2017. Ad interpretarlo saranno Giovanni Pomi, Emma Bali, Giuliano Scroppo, Andrea Uscidda, Luca Amirante, Federico Vulpetti, Elena Salamino, Cristiana Bruni e Lara Frosoni. La regia è di Carlo Pasquini.

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Roberto Ciufoli racconta i suoi ‘Tipi’ al Teatro degli Oscuri di Torrita

Frizzante e poliedrica l’apertura della stagione al teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, sabato 28 ottobre 2017. Anche quest’anno l’Associazione Teatro Giovani Torrita conferma la direzione artistica di Laura…

Frizzante e poliedrica l’apertura della stagione al teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, sabato 28 ottobre 2017. Anche quest’anno l’Associazione Teatro Giovani Torrita conferma la direzione artistica di Laura Ruocco, che ha affidato il primo doppio spettacolo dell’anno a Roberto Ciufoli, storico volto della comicità italiana, già membro della Premiata Ditta e attore dalle multiformi disposizioni, che arriva con un monologo intitolato Tipi – Recital comico-antropologico.

Roberto Ciufoli arriva a Torrita reduce da un’annata costellata di impegni teatrali, da Paradiso 2.0 – Un atto di Dio, alla commedia Ti Amo o qualcosa del genere, fino all’impegnativa apertura del Teatro Eliseo di Roma con il dramma Americani, da un testo di David Mamet, insieme a Sergio Rubini, Gianmarco Tognazzi, Francesco Montanari e tanti altri. Ciufoli dimostra così la capacità di passare dalla coralità di una grande compagnia, alla stand-up comedy dell’uomo solo sul palco. Il suo Tipi è infatti una carrellata di personaggi interpretati sempre dallo stesso attore, che con pochissimi elementi scenici (una camicia, un cappello, una parrucca e un paio di occhiali) tiene il palco per un’ora e quaranta minuti di spettacolo.

«A me piace variare. Ogni spettacolo ha una sua peculiarità» racconta nel camerino, poco prima di entrare in scena «Americani, ad esempio, era uno spettacolo corale che è impossibile proporre da solo. Tipi invece è un monologo, in cui propongo varie tipologie umane. Il sottotitolo è recital comico-antropologico, ma in realtà di scientifico ha ben poco. Prendo spunto specialmente dalla morfologia delle persone, dagli elementi attraverso i quali si può riconoscere un tipo rispetto ad un altro. Ho lavorato molto sulle posture, sul modo di parlare, eccetera…»

Lo spettacolo oscilla tra la stand-up e il cabaret, dall’esercizio di stile nell’utilizzo dei vari dialetti fino alle parentesi riflessive, nelle quali si arriva anche a recitare un frammento da l’Amleto di Shakespeare «Ho voluto riproporre qua e là una canzone di Giorgio Gaber o un monologo di Shakespeare proprio per dare una dinamica allo spettacolo. La cosa bella è che il pubblico, in fondo, non deve aspettarsi nulla in particolare. Anzi, deve essere sorpreso. Voglio che si emozioni, che si diverta e anche che rifletta».

Direttrice artistica Laura Ruocco con Roberto Ciufoli

Abbiamo incontrato anche la direttrice artistica Laura Ruocco, che ha presentato la ricca stagione al teatro degli Oscuri. Il suo intento è stato quello di mettere al primo posto il pubblico, rendere il teatro un luogo centrale nella vita pubblica del borgo toscano, con scelte che vanno incontro ai gusti degli abbonati. «Le linee guida sono quelle che il nostro pubblico ci suggerisce e che io in parte elaboro» racconta  «Lo slogan che abbiamo utilizzato è “ci ritroviamo a teatro” noi ci siamo già, tu che cosa stai aspettando”. Ci tengo a soddisfare questo pubblico. Quello che ho riscontrato dai report è la voglia di avere delle storie brillanti, che appartengano a tutti, nelle quali perdersi e lasciarsi coinvolgere. Quindi ampio spazio alla commedia brillante e ad alcune proposte un po’ fuori dal coro. Tornerà La Ginestra, Morandi, avremo di nuovo i ragazzi del Teatro Golden,  e poi in chiusura Ivano Picciallo, con uno spettacolo che ha vinto molti premi in Italia e in Europa, A Sciuquè: uno spettacolo sul gioco d’azzardo, vista attraverso gli occhi di ragazzini pugliesi. Una bella scommessa».

Laura Ruocco che ha anche la direzione didattica del Teatro Golden di Roma, porta contestualmente avanti anche i progetti che la impegnano in giro per l’Italia «L’anno scorso abbiamo aperto la stagione qui a Torrita con Finché Giudice non ci Separi, e anche quest’anno ripartiamo, dal 10 novembre da Torino, con il terzo anno di tournée. Il successo e l’apprezzamento del pubblico hanno decretato questo successo. Ha fatto sì che questo spettacolo, nato quattro anni fa per stare a Roma quattro settimane, abbia avuto una vita così lunga. In più a Marzo uscirà il film tratto dallo spettacolo. Lo abbiamo girato quest’estate. Da marzo lo vedrete in tutte le sale. Anche questa è una bella soddisfazione per il teatro Golden e per una drammaturgia teatrale che se è vincente e funziona può diventare anche drammaturgia cinematografica. Collaboro sempre con il Golden accanto alla direzione artistica di Andrea Maia: e avremo qui a Torrita all’interno del progetto Giovani Talenti in Scena lo spettacolo Camping: ci sarà da divertirsi».

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La neopsichedelia al GB20, intervista ai Weird Bloom

Sabato 21 ottobre 2016 riapre la stagione del GB20 Club. Torna quindi il flow creativo della grande musica indipendente italiana a permeare il centro storico di Montepulciano. Apripista di questo…

Sabato 21 ottobre 2016 riapre la stagione del GB20 Club. Torna quindi il flow creativo della grande musica indipendente italiana a permeare il centro storico di Montepulciano. Apripista di questo autunno sono i romani Weird Bloom. Protagonisti della scena musicale neopsichedelica, vantano collaborazioni internazionali e tour intercontinentali. Il loro suono traduce al meglio l’attitudine psicotropica del rock contemporaneo.

Il frontman – e principale artefice della scrittura – è Luca di Cataldo, il quale assieme a Giampaolo Scapigliati, nel 2016 ha dato alle stampe, con la label We Were Never Being Boring Collective, l’album Hy Brazil, per il quale è stato inserito nella compagine Matteo Caminoli alle batterie e percussioni. Il wall of sound generato dai Weird Bloom è figlio dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane, così come della scena di Canterbury, di Robert Wyatt e dei Soft Machine: i suoni lisergici e le estetiche caleidoscopiche della Summer of Love subiscono però il filtro del lo-Fi, dei vapori shoegaze, per sciogliersi in un fluido sonoro che sintetizza cinquant’anni di psichedelia.

La band ha come base operativa il Pom Pom Studio di Roma, mentre il loro live ha toccato Italia, Francia, Germania e Stati Uniti. Sono freschi freschi della tappa al SXSW Festival di Austin, in Texas e stanno lavorando a due pubblicazioni discografiche, per una delle quali è già è stato annunciato il titolo, Self Naturista:  si tratta di un progetto molto ambizioso che raccoglie collaborazioni poliedriche internazionali (tra gli altri, Ariel Pink, principe dell’underground statuintense, Allene Norton e Juliette Amoroso). L’altra, ancora in lavorazione, vede la presenza di Diego Magnani, dei The Beaters, che apre le porte a nuovi scenari di possibilità coloristiche del suono.

Aspettando l’esibizione poliziana, Luca di Cataldo ha risposto alle mie domande.

Secondo voi la neopsichedelia può dirsi contemporanea? Gran parte delle band sulla cresta dell’onda del rock internazionale si rifanno direttamente, in maniera più o meno esplicita, ad un certo tipo di sonorità proprie di quel vettore estetico. Avete un’opinione a riguardo?

Ogni forma d’arte valida è durevole. Più che badare alla contemporaneità di un manufatto dovremmo chiederci se l’espressione artistica cela un significato valevole nel tempo. È il 2017 e ascoltiamo musica del 1968 su Spotify. La tecnologia che abbiamo a disposizione ha mischiato e mescolato passato, presente e futuro, in una sostanza dalla quale attingiamo ogni giorno. Quindi mi viene da dire che è la scelta che facciamo ad essere contemporanea. Credo che la cosiddetta neopsichedelia sia nata da questa pesca ipnagogica. Le canzoni di allora erano davvero belle e sono rimaste belle anche se estrapolate dal loro periodo storico e spogliate dei presupposti socio-culturali dove hanno visto la luce.

La weird bloom , l’infruttescenza sovrannaturale – in traduzione libera -, è il nome che avete scelto per il progetto. Involontariamente collego la parola Bloom al titolo del disco capolavoro del 2012 dei Beach House, pietra miliare del dream pop di questo decennio. C’è qualche motivo particolare che vi ha portato ad indicare queste due parole come rappresentative di tutta la vostra Opera?

 Sì, il WEIRD è importante. BLOOM lo è di meno, anche se è carino. Non riesco a dargli ancora una connotazione precisa. Considera che il thread di questo progetto è la stranezza, in ogni forma possibile. Una stranezza senza punti di riferimento o termini di paragone. Una stranezza che mette a disagio. Un nome assume un significato preciso a seconda di ciò che rappresenta. Immagina che WEIRD BLOOM sia il nome di una marca di pannolini. Sarebbe senza dubbio un nome di m***a… (ride).

L’aspetto relativo alla produzione delle vostre tracce in studio è fondamentale per l’ascolto di Hy Brazil _ cosa dovremmo aspettarci nella versione live? Come riuscite a configurare l’atmosfera lo-fi di cui il disco è permeato?  

Sarà un po’ difficile ricreare l’atmosfera lo-FI in un impianto HI-FI. Ad ogni modo porteremo gli stessi strumenti con cui abbiamo registrato per garantirci – e garantirvi – un buon risultato. Il live si basa molto, anzi moltissimo, sul pubblico che ci troviamo di fronte. Non andiamo mai con una scaletta predefinita. Alla fine di una canzone valuto il mio stato d’animo e quello del pubblico. Mi giro e chiedo a Matteo: «che ne dici di fare questa? Sì, meglio di quell’altra, dai, che è noiosa!». È passato un bel po’ di tempo da HY BRAZIL e stiamo per far uscire altri due Album. Stiamo incrociando le dita. Il live è praticamente un greatest hits delle tracce di questi 3 dischi.

Se dovessi chiedervi di fare dei nomi di artisti (nell’accezione quanto più totalizzante, tra visuali, cinematici, sonori, e tutti gli altri media), quali sono quelli che più definiscono l’estetica da cui attingete?

Ecco, questa domanda mi mette l’ansia. Voglio fare bella figura. Dunque: ARIEL PINK, R. STEVE MOORE, BONZO DOG DOO-DAH BAND, KING GIZZARD & THE LIZARD WIZARD, DANIEL JOHNSTON… questi sono i primi a venirmi in mente.

I Weird Bloom si esibiranno nel GB20 Club di Montepulciano sabato 21 ottobre. L’ingresso è gratuito con tessera CAT 2017. Il live sarà circondato dalla spelndida mostra Trionfi di Luchadora (nome d’arte di Alessandra Marianelli): una serie di illustrazioni fatte a mano e digitali dai colori fluorescenti, nelle quali si interpretano le figure dei tarocchi, degli arcani maggiori e minori, in un interpretazione fulgente e sinestetica, che si sposa perfettamente con l’ambiente splendido del GB20 e con l’espressività sonica dei Weird Bloom. La mostra sarà visitabile per tutte le aperture del club fino al 23 Dicembre. Non esserci sarebbe un gran peccato.

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La tradizione della Filodrammatica di Sinalunga tra storia e aneddoti

La compagnia Filodrammatica Sinalunga, in questo momento, sta “ripassando” SisterS Act, poiché lo spettacolo verrà replicato dal 13 al 15 Ottobre 2017 al teatro Ciro Pinsuti. La Valdichiana è andata a…

La compagnia Filodrammatica Sinalunga, in questo momento, sta “ripassando” SisterS Act, poiché lo spettacolo verrà replicato dal 13 al 15 Ottobre 2017 al teatro Ciro Pinsuti. La Valdichiana è andata a disturbare le loro prove per sapere quale, dei tantissimi spettacoli che l’attuale nutrita compagine, tra attori, cantanti, ballerini e ovviamente direttori dei lavori, enumera nel suo repertorio, porta più nel cuore.

Rebecca Papa, che interpreta la protagonista di SisterS Act, mi rivela: «Sono legatissima a Mamma Mia: è stata la mia prima esperienza da protagonista, in età adulta, ed è stato un lavoro molto impegnativo. Lo stesso però poteri dire di SisterS Act, che mi sta coinvolgendo tantissimo. In più sono felice di condividere il palco a stretto contatto con Vanessa Marcocci. L’ultima volta che siamo state così vicine e così a contatto per la preparazione di uno spettacolo, è stato per Grease, ma sono passato undici anni…», accanto a lei c’è proprio Vanessa Marcocci, la “Madre Superiora”, che mi rivela «Anche per me Sisters Act sembra essere la prova più coinvolgente finora: anche perché è con questo musical che sono tornata sul palco dopo la gravidanza. Se ci penso però anche Grease mi è rimasto nel cuore: eravamo tutti più giovani, energici, ed essendo un musical estremamente corale, ci ha aiutato a rafforzare il nostro gruppo, a farci sentire tutti parte della stessa famiglia».  «Il Re Leone è stato il musical che ci ha fatto fare un salto di qualità, sia per i costumi e per allestimento generale» mi dice Michela Rossi/Suor Maria Patrizia, lo stesso pensa Luca Grazi/Tenente Souther  «Ho adorato il Re Leone, perché è un cartone d’infanzia che avevo nel cuore. Mi sono divertito a fare la parte del cattivo. Da bambino mi impauriva Scar e poi mi sono ritrovato ad interpretarlo».

Federica Terrosi, Berta in SisterS Act, mi dice: «Forza Venite Gente è stato uno dei musical in cui ho dovuto impegnarmi maggiormente. Sono molto legata a Forza Venite Gente anche per il messaggio che conteneva, la storia di San Francesco era raccontata in un modo così bello che mi coinvolge ancora adesso». Il musical sulla vita di Francesco d’Assisi è anche indicato da Federica Goti/Suor Maria Ignazia, che mi dice «Forza Venite Gente è forse il musical per il quale ho avuto una parte più rilevante dal punto di vista recitativo. Io di solito mi occupo dell’aspetto coreografico perché sono una ballerina, ma in occasione di Forza Venite Gente il regista mi ha dato fiducia recitativa. Se guardo ancora più al passato ti dico che in qualche modo Rugantino mi ha “battezzato” nella Compagnia e ancora oggi lo sento come quello a cui sono più affezionata».

Francesco Bartolini/Monsignor O’Hara predilige Grease, «è stato il musical nel quale ho avuto un ruolo più importante ma sono legato un po’ a tutte le nostre produzioni, perché c’è qualcosa in ogni esperienza che ti porti dentro», mentre Luca Mosconi/Willy mi svela «preferisco Mamma Mia perché è stato il primo spettacolo con musica dal vivo e con le scenografie in movimento: mi ha coinvolto moltissimo». Giovanna Benocci, che interpreta Suor Maria Lucia predilige la prosa: «lo spettacolo che mi è rimasto nel cuore è Frankestein Junior: io ho debuttato con questa commedia, ho fatto anche una delle parti principali, Elizabeth, è stato divertente ed emozionante; con quello spettacolo ho imparato tutto quello che si può ricevere dal teatro». Gabriele Paolucci/Joy che è un fan degli ABBA, inevitabilmente sceglie Mamma Mia «uno spettacolo con tutte le canzoni che più adoravo, mi ha veramente fatto stare bene. Io sono qui dal 2000 e tutti gli allestimenti mi hanno lasciato qualcosa: siamo cresciuti, non solo di età, ma siamo diventati tutti più bravi; non abbiamo più timore di definirci Attori».

Fabio Panfi, e Fabio Terrosi, che sono due veterani della Filodrammatica Sinalunghese, in maniera molto sentita, mi raccontano l’evoluzione della compagnia in quindici anni. «Sono affezionatissimo all’esperienza de Il Gatto in Cantina, lo spettacolo con cui l’attuale gruppo ha esordito» mi dice Fabio Panfi «o meglio, non proprio ‘attuale’, perché siamo cresciuti moltissimo, anche numericamente. Inizialmente eravamo in otto ed oggi siamo cinque volte quelli che eravamo quindici anni fa. Abbiamo avuto la fortuna di lavorare con un gran regista come Marco Mosconi che oltre ad essere bravissimo, ha saputo coinvolgere, grazie alla sua esperienza da Professore nelle scuole di Sinalunga, anche i giovanissimi, i quali sono cresciuti dentro questa compagnia. Sono orgoglioso di ciò che è stato fatto, abbiamo raggiunto un livello che per essere amatoriale è veramente il migliore che, in zona, si possa trovare». Fabio Terrosi invece indica Grease e Mamma Mia, come spettacoli verso cui nutre più affetto: «la cosa più bella, al di là del singolo spettacolo» mi dice «è vedere questo gruppo di persone unite da un legame che li porta a stare insieme, per molte serate durante l’anno, senza parlare di lavoro, senza sbuffare per i problemi di ogni giorno: noi siamo insieme e ci divertiamo facendo qualcosa di bello insieme. Questo è l’importante».

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