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Tag: Valentina Bischi

Die Panne di Valentina Bischi a Teatro (dopo tanto peregrinare)

Uno scherzo, un jest, che rivela tutto l’assoluto dell’esistere. Un rovesciamento kafkiano della conformità, per lo svelamento del vero. Dürrenmatt ha utilizzato come nessun altro l’assurdo fonetico per tirare fuori…

Uno scherzo, un jest, che rivela tutto l’assoluto dell’esistere. Un rovesciamento kafkiano della conformità, per lo svelamento del vero. Dürrenmatt ha utilizzato come nessun altro l’assurdo fonetico per tirare fuori il vero dagli esseri umani. Valentina Bischi, vecchia conoscenza del Teatro Arrischianti di Sarteano, torna al teatro in piazza XXIV giugno con un “classico”, che ormai da due anni sta portando in giro per palchi non esattamente convenzionali. “Die Panne” (La Panne, in italiano), testo equilibratissimo, nato come radiodramma, nel 1956 – reso anche un film da Ettore Scola La più bella serata della mia vita, con Alberto Sordi, nel 1972 – racconta la vicenda di un rappresentante tessile apparentemente senza macchie, che incappa nella casa di un anziano giudice in pensione, il quale – con due suoi ospiti – si diverte ad allestire tribunali fittizi per allietare le serate. Il rappresentante, inizialmente felice di partecipare al gioco, si confronterà con i lati più oscuri della psiche umana, con la labilità dei concetti di colpevolezza ed innocenza.  Abbiamo intervistato Valentina Bischi a pochi giorni dalla residenza di laboratorio che terrà nelle sale della Nuova Accademia degli Arrischianti di Sarteano venerdì 8 e sabato 9 febbraio, per poi andare in scena lo stesso sabato alle ore 21:30 e domenica 10 febbraio alle 17:30.

 

La Panne di Durrenmatt è uno spettacolo che stai portando in giro in varie dimensioni da quasi due anni. Come si è evoluto nel tempo e cosa significa portarlo su un palcoscenico teatrale?

Die Panne è uno spettacolo pensato intorno a un tavolo. Di fatto il teatro accade attorno al tavolo nel quale sono seduti gli spettatori. Quello è stato lo spazio di possibilità dell’azione per cui è stato portato in diversi luoghi: case private, ristoranti, biblioteche… essere in teatro è sempre un’emozione personale e quello di Sarteano particolarmente perché ci sono stata molte volte. L’evoluzione è ritmica. Sempre di più mi rendo conto che è un testo molto legato alla parola che sta su una partitura ritmica. Se parliamo di evoluzione penso alle battute sempre più definite e precise, ma che non decidiamo noi che agiamo lo spettacolo… vengono determinate dal respiro del pubblico. Il ritmo è una condizione collettiva. In questo senso parlerei di evoluzione: lo spettacolo è sempre di più esposto alle variazioni di ritmo determinate dal pubblico.

 

Ti ricordi come avvenne la scelta di questo testo?

La scelta del testo la ricordo bene. Avvenne un paio di anni fa, quando un’amica con cui avevo già collaborato ad Arezzo mi chiese se avessi una storia da raccontare per un evento in una cantina. Io ho pensato a Die Panne che avevo già sentito a Roma, quando collaboravo con la casa dei racconti di Duccio Camerini.

 

Lo spettacolo mescola in maniera estremamente omogenea teatro di parola – di fatto è posto come un radiodramma – e teatro di figura. Qual è stato il modello di lavoro e più in generale dove stra arrivando la tua ricerca drammaturgica?

Sono sempre stata legata alla parola, al suono, alla possibilità del ritmo dentro gli enunciati. Questo testo si è unito perfettamente a questa esigenza. La fascinazione per la voce nella radio, è sempre stata presente.

Die Panne è uno spettacolo che mi ha sempre dato grandi soddisfazioni perché alla fine siamo arrivati a una cinquantina di repliche in vari luoghi. Spero che continui il suo percorso. Nel frattempo insieme a un gruppo nato al Teatro Rossi Aperto di Pisa, un teatro occupato da circa sette anni, abbiamo messo in scena il cartografo di Juan Mayorga.

 

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Il doppio taglio della bellezza: QUIN agli Arrischianti di Sarteano

Dall’8 al 10 docembre 2017, al teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena QUIN, scritto e diretto da Laura Fatini e interpretato da Valentina Bischi. Prima produzione della Compagnia…

Dall’8 al 10 docembre 2017, al teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena QUIN, scritto e diretto da Laura Fatini e interpretato da Valentina Bischi. Prima produzione della Compagnia Teatro Arrischianti della stagione 2017/18, QUIN è un testo scritto nel 2014, revisionato nel 2015 e portato in scena nel prossimo weekend. Un monologo narrativo, di respiro ampissimo, che risalta le capacità sceniche di Valentina Bischi, la quale non è nuova a stare da sola su un palco scenico e racchiudere più corpi, e più anime, in uno.

Quin è la trascrizione fonetica di un termine inglese, perché?

Laura Fatini: È la storpiatura di Queen, un modo volgare e sgrammaticato di definirsi “regina”. È la storia di una ragazza che a 18 anni vince il titolo di Miss Estate 1985 nel suo piccolo paese di provincia. Inizia a fare varie selezioni per accedere al mondo dello spettacolo, incontra vari personaggi maschili che inizialmente sembrano aiutarla, poi a sfruttarla. Lei fa corsi di recitazione, ballo. portamento ma non sfonda e allora comincia a entrare nella dinamica delle feste “importanti”. Alla fine decide, per apparente semplicità di fare la escort di lusso. Ad un certo punto, però, inizia a invecchiare.

Che tecnica narrativa hai usato per raccontare questa storia, visto che tutto ci è filtrato dall’interpretazione di una sola attrice, Valentina Bischi? 

Laura Fatini: È uno stream of consciousness che non ha nulla a che fare con il tempo reale. All’inizio vediamo la vicenda alla fine. Valentina interpreta lo stesso personaggio in ambienti e tempi diversi. Valentina fa sia QUIN sia tutti gli altri personaggi. Procede per sprazzi. Il pubblico piano piano ci entra dentro. Lo spettacolo procede allo stesso modo di una memoria.

Dal punto di vista recitativo invece come ha gestito questi cambi? Non sei nuova a gestire corpi diversi in uno…

Valentina Bischi: Il testo l’ho letto un anno fa. Io e Laura ci conosciamo da tanto. Ci siamo sfiorate tante volte ma mai incontrate fino in fondo. Quando ho letto QUIN ne sono rimasta colpita. Mi sono detta che se con Laura non avevamo mai lavorato insieme prima, era giunto il momento di farlo. La difficoltà non è tanto nell’interpretazione plurale dei personaggi, ma nei cambi della protagonista e nella loro veridicità. QUIN è fragile e la sua fragilità non trova ascolto. Lei è sola. La sua condizione è evidente; il problema centrale è la sua solitudine.

Qual è stato lo spunto da cui è decollato il progetto? 

Laura Fatini: Lo spunto per la scrittura di questo spettacolo mi è arrivato da un libro che ho letto. Ricci, Limoni e Caffettiere – Piccoli stratagemmi di una vita ristretta, frutto del lavoro di un’associazione culturale, dentro il carcere di Rebibbia, nel settore feminile. In questo volume sono raccolte le strategie usate dalle donne per abitare la cella. La donna quando abita la cella lo fa in maniera diversa dall’uomo, la donna la modifica l’ambiente: usa acqua e farina per farla diventare colla per incollare le foto alle pareti, ci sono metodi per fare le mensole dal nulla, ci sono tantissime ricette di cucina e creme di bellezza. Sono rimasta stupita da come le donne in carcere facciano il ciambellone: non potendo avere un forno, utilizzano una sedia, la coprono di alluminio e mettono sotto di essa il fornelletto. La domanda che mi sono fatta è il motivo che porta delle carcerate a fare il ciambellone, o mettersi una crema di bellezza.  Il fatto è che le donne per essere vive devono creare la casa, le donne hanno la casa dentro. Sono case durante la gravidanza e ricreano una casa al di fuori di sé. All’inizio dello spettacolo QUIN è in carcere, e inizia a percepire questo stato della coscienza. Nello spettacolo si parla della bellezza e dei modi attraverso cui questa è utilizzata. Quando QUIN invecchia la sua bellezza diventa diventa un’ostacolo, lei non è più la bella ragazza di un tempo, e inizia a farsi trasparente per morire dentro. Userà, però, la bellezza per guardarsi allo specchio e finalmente riconoscersi.

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L’amore in tempo di guerra: “Insabbiati”

Una recensione allo spettacolo “Insabbiati” al Teatro degli Arrischianti Valentina Bischi ci racconta una storia che sulle prime può essere scambiata per privata; in realtà è pubblica, totalizzante, astorica. È…

Una recensione allo spettacolo “Insabbiati” al Teatro degli Arrischianti

Valentina Bischi ci racconta una storia che sulle prime può essere scambiata per privata; in realtà è pubblica, totalizzante, astorica. È una vicenda che lascia assurgere i suoi protagonisti ad assoluti narrativi: dati empirici che diventano trascendentali, vertici umani che diventano orizzontali, caratteri localizzati, sincretici, che allargano il loro campo di coinvolgimento e corroborano la coscienza degli individui di oggi e ovunque nel mondo. Lo spettacolo arriva a Sarteano dopo essere passato per palchi di tutta Italia ed Europa.

La vicenda racconta dei principali avvenimenti dei nonni di Valentina Bischi, Ricciotti Menotti Garibaldi e Augusta Scarapazzi. Siamo nel 1940, il corno d’Africa è coperto dal possedimento dell’Africa orientale italiana, provincia dell’impero coloniale fascista, la quale ostacola gli accessi al mare delle colonie britanniche.  Ricciotti è un cineoperatore assunto all’istituto nazionale Luce, che viene inviato a documentare la provincia dell’impero italico fascista in Etiopia. Da Mogadiscio e da Addis Abeba invia lettere alla moglie e ai tre figli; queste divengono il perno narrativo su cui si sorregge lo spettacolo.

insabbiati sarteanoValentina, settant’anni dopo, recupera quelle lettere, quelle sensazioni, quegli stati d’animo e li riporta in uno spettacolo a una sola voce che si squaderna nella mimesi di due personaggi portanti; Augusta e il figlio primogenito, ancora adolescente. La famiglia vive in un piccolo appartamento romano, (tanto che sembra quello della Loren in Una giornata particolare di Ettore Scola) e aspetta il ritorno del padre di famiglia.

Da subito si nota lo scarto che Valentina Bischi instaura tra la tradizione del teatro di narrazione monologico e l’innovazione dello stesso. Ci sono sconfinamenti gotrowskiani della quarta parete, polifonie stratificate, cambi dinamici di ritmo e sensibilità, che rendono la linearità del racconto ondulante, irregolare. Alla sua voce si sovrappongono i suoni dei filmati dell’istituto Luce e il tappeto musicale, composto da una sola chitarra, che alimentano l’oscillazione fonetica e stilistica della rappresentazione. I movimenti e gli accenti melodici del parlato definiscono una corporatura poliedrica del racconto. Il classico teatro di narrazione monocorde, da centro palco, con la scena spoglia, sembra superato nel migliore dei modi: in “Insabbiati” infatti ogni singolo elemento presente sul palcoscenico si carica di forza simbolica; il cavo dei panni stesi, le mollette, il cesto dei vestiti.

Il punto di massima tensione lo troviamo a metà spettacolo e fornisce, forse, la chiave di lettura dell’intero testo; il narratore (Augusta e/o suo figlio), neutralizzato in una specie di spersonalizzazione onirica, si ritrova avvolto nel velo bianco appeso al cavo dei panni da asciugare. L’andamento vocale sembra suggerire un amplesso. Il rapporto si consuma tra Augusta e il suo ricordo, nella leggerezza del sogno. Il velo diventa il filo del ricordo stesso, la sua rappresentazione, durante l’assenza. Augusta figura il marito in Etiopia, trascende il corpo, e si getta tra le sue braccia. Quel cavo, quel filo, quel panno sono elementi caricati di rimandi evocativi ed ogni cosa prende peso.

Tutto si concentra sulle grandezze fisiche. Il peso, la distanza, lo spazio. “Ho dimenticato l’ultima volta in cui ti sei alzato dal letto ed io ho preso tutto lo spazio”, dice Valentina. Quanto spazio può occupare un’assenza? Quanto peso può avere un periodo storico, un non-essere? Quelle grandezze fisiche fondamentali nell’edificazione dei rapporti umani per quella generazione, per quella guerra, e che oggi sembrano totalmente superate. Quelle grandezze fisiche di cui oggi sentiamo il bisogno, dal momento che ogni cosa sembra acuire uno sdegno collettivo per pochi giorni, giusto il tempo di un post, giusto il tempo di un’immagine profilo con la bandiera francese dopo i fatti di Parigi, per poi sciogliersi in un calderone del rimosso, senza peso.

Questo spettacolo è necessario e ci riguarda, ci ricorda quanto fossero importanti gli abbracci in tempo di guerra, di quanto fosse importante la proiezione di una vita in tempo di pace, quanto fosse importante accorciare i tempi e le distanze dell’amore. Sono i ricordi e la tensione che a questi ci lega, a non dover essere insabbiati.

A margine dello spettacolo, Valentina Bischi ha cortesemente risposto alle mie domande: ecco il video dell’intervista in esclusiva per i lettori de La Valdichiana

ArrischiantiSm

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