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La consacrazione del Mengo Music Fest – Intervista a Paco Mengozzi

Si è appena concluso il Mengo Music Fest e l’affluenza record di 30mila spettatori che hanno preso parte al festival ha dato ragione dell’eccezionale lavoro fatto dagli organizzatori nel corso…

Si è appena concluso il Mengo Music Fest e l’affluenza record di 30mila spettatori che hanno preso parte al festival ha dato ragione dell’eccezionale lavoro fatto dagli organizzatori nel corso degli anni. Chi il Mengo lo segue da sempre, o comunque da molti anni, si sarà sicuramente accorto dei risultati raggiunti, frutto dell’impegno e dell’esperienza maturati nelle varie edizioni.

Il viaggio del Mengo Music Fest inizia nel 2004 e noi, dopo l’intervista a “I Ministri”, ci siamo fatti raccontare un po’ di cose da Paco Mengozzi, uno degli storici organizzatori.

Mengo Music Fest nel 2009

Com’è nata l’idea? Quali erano i sogni e le speranze di quel giovane di 14 anni fa?

Il Mengo nasce come una cosa del tutto spontanea. Al parco di Via Alfieri c’era il chiosco di mio babbo e un gruppo di ragazzi si riuniva lì per passare i pomeriggi parlando e bevendo birra; la maggior parte suonava in gruppi e nacque proprio su quelle sedie disposte intorno ai tavolini l’idea di suonare insieme. Chiamandosi il chioschino Mengo decidemmo di chiamare così le nostre serate.

Com’era allestito?

Una pedana con due casse e via (ride). Suonava chiunque volesse suonare. Era tutto organizzato fra amici all’ultimo minuto. Ci divertivamo tantissimo.

Come è potuto crescere fino a questo punto?

Già dall’anno successivo il numero dei partecipanti era aumentato e così quello dopo ancora. Creammo un’associazione che si chiama Music! allo scopo di dare maggiori opportunità a tutti quelli che ci chiedevano di suonare. Negli anni siamo cresciuti sempre più, soprattutto dal punto di vista organizzativo. Nel 2009 c’è stata una prima svolta in cui abbiamo ospitato I Ministri, erano anche loro agli inizi, ma già facevano la differenza. Da quella data i cantanti del panorama nazionale e internazionale si sono susseguiti sul nostro palco fino a comprendere lo Stato Sociale, Calcutta, Zen Circus, Fask, Levante, ecc. Quest’anno ha suonato anche Cosmo.

Chi sono le anime di tutto questo?

Inizialmente volontari che si erano riuniti nell’associazione Music!. Poi molti di loro sono diventati tecnici di palco, turnisti, musicisti, professionisti della musica insomma: i punti di riferimento per il festival. Ci sono anche tanti di noi che dedicano il proprio tempo al Mengo, prendendo ferie dal lavoro e si mettono qui a sudare in pieno luglio. Ovviamente ci sono gli sponsor, senza di loro non saremmo a questo livello.

Oggi cosa è diventato? Cos’è per te il Mengo? Te lo immaginavi così 14 anni fa?

È lo stesso piccolo palco con una pedana e due casse, in versione gigante. È il nostro sogno che si realizza. Sogno che richiede passione e impegno. Adesso è a tutti gli effetti un lavoro, perché l’organizzazione si protrae per tutto l’anno. È principalmente una festa dove il risultato è frutto dell’impegno di professionisti.

Tantissimi elogi e apprezzamenti su giornali e radio. Anche all’inizio dell’avventura erano tutti così entusiasti?

All’inizio non avevamo neanche aspettative. Poi dal secondo anno già la cosa si era ingrandita e l’asticella si alzava. Devo dire che il pubblico ci ha aiutato tantissimo e gli abitanti di Arezzo ci hanno sempre apprezzato, questo ci rende veramente orgogliosi.

Questa edizione la possiamo definire come la consacrazione a grande evento nazionale?

Sì dai. È l’edizione della svolta. Le serate sono state di grandissimo livello sia per le performance sul palco che per la risposta del pubblico. Siamo contentissimi. Molto è dovuto al fatto che questo è un festival gratuito, genere quasi del tutto sparito in Italia. Nonostante non ci sia un biglietto da pagare riusciamo comunque a dare un ottimo prodotto al pari di quegli eventi che invece richiedono il ticket. È importante sottolineare questa cosa della gratuità, perché è difficilissimo e faticosissimo ricercare sponsor e finanziamenti per mesi e mesi avendo come obiettivo quello di creare concerti di altissimo livello. Ci metteremo sempre tutto il cuore e l’impegno che abbiamo!

Mengo Music Fest nel 2018

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I Ministri, la rabbia, i dubbi, la fiducia… il romanticismo – Dal G8 del 2001 al Mengo Music Fest

Abbiamo voluto ripercorrere la storia de I Ministri legandola alla spettacolare evoluzione del Mengo Music Fest. Dagli esordi della band milanese nel 2006, passando per la svolta del festival aretino…

I Ministri

Abbiamo voluto ripercorrere la storia de I Ministri legandola alla spettacolare evoluzione del Mengo Music Fest. Dagli esordi della band milanese nel 2006, passando per la svolta del festival aretino nel 2009 che li vide come protagonisti, fino a questa stupenda XIV edizione dove si sono incontrati di nuovo.

Sei album in dodici anni. A marzo è uscito il loro ultimo lavoro, Fidatevi. Ci spiegano come il tema della fiducia sia uscito spontaneo dai loro testi, che neanche lo avessero pensato come base di partenza per la scrittura del CD: come se fosse esplosa una necessità inconscia in un periodo privo di fiducia.

Al Mengo c’eravate già stati nel 2009, che impressione vi fa a distanza di tanti anni?

Allora era un contesto molto diverso da quello di oggi: i ragazzi dell’organizzazione provavano a muovere i primi passi in una situazione davvero problematica, ereditiera della parabola di Arezzo Wave. Oggi per noi il Mengo è diventato una realtà grandiosa, essenziale sia per la Toscana che, soprattutto, per l’Italia.

Da alcuni anni si stanno risvegliando i festival. Come avete vissuto la loro fase di declino e di ripresa?

Innanzi tutto, non bisogna pensare che se un festival funziona allora ha raggiunto il quorum culturale che in realtà meriterebbe il concetto di festival. In Italia siamo attaccati all’idea di dover proporre le realtà musicali “del momento”. Il Mengo, come la maggior parte delle manifestazioni, chiama band in tour che presentano sempre i loro nuovi lavori e questo, per fortuna, richiama un gran pubblico. Ma cosa succederebbe se facessero come all’estero, dove si ingaggiano artisti e band di altissima qualità anche al di fuori dei loro tour personali? Inoltre, le serate dei festival italiani sono molto schematizzate in base al genere musicale. Ieri la serata hip-hop di Gemitaiz, oggi la serata rock e blues con i Bud Spencer Blues Explosion e I Ministri. Per noi tutto questo non dovrebbe esistere. Dovrebbe essere un grande calderone, un mix di sonorità, concetti e ritmi. La musica deve coinvolge tutte le persone, non creare fedi musicali. Purtroppo, a livello internazionale siamo ancora indietro da questo punto di vista, ma ben vengano momenti magnifici di festa: ne abbiamo davvero bisogno, soprattutto dopo un periodo in cui la musica italiana ha subito una specie di stagnazione.

Quando avete iniziato avevate i vostri punti di riferimento musicali. Adesso sentite la responsabilità di essere voi quel punto di riferimento per le nuove generazioni?

È bello sapere che sei un esempio per molti, ma non la viviamo come una responsabilità o un qualcosa che ci consacra nell’olimpo della musica. L’importante è ricordarsi di lavorare con serietà e professionalità, perché in fin dei conti è ancora più bello farlo per chi, là fuori, crede in te. È importante dare un esempio di serietà e dedizione verso la musica ai ragazzi che si approcciano a questo mondo bellissimo. Una cosa interessante del rock è il fatto che può essere replicabile, perché relativamente semplice. Un concetto molto distante da quello della musica del producing o dell’elettronica, perché rifare una cosa che di base non è concreta perde il suo significato sociale e culturale: non ho mai sentito nessuno rifare i Club Dogo o Dr. Dre. Questa differenza consente al rock di avere una tradizione indistruttibile, che dura dagli anni ’60. È un collante di umanità per le persone che hanno interessi e passioni comuni. La cosa che notiamo essendo una band perennemente in tour è che nelle grandi città questo sta scomparendo. L’individualismo è diventato imperante e ha portato a valorizzare i suoi contenuti tipici, che non apprezziamo affatto. Le persone di provincia cercano davvero di coinvolgersi nelle vite di tutti, si creano momenti di aggregazione e di cultura che portano a stare bene. Sembrano discorsi fuori tempo, ma tutto questo esiste.

Mi pare proprio che stiate parlando anche di voi stessi, della vostra storia, dove il discorso politico è sempre stato caratterizzante. Siete tra le pochissime band che provano a sensibilizzare sull’attualità, anche con parole e argomenti inusuali. Quanto è importante continuare a farlo?

Lo ripeto: la musica è fatta per stare bene, non per i soldi e il successo. Anche se chiunque guardandosi allo specchio con una chitarra ha pensato “quanto sono fico, quante ragazze mi faccio”, resta comunque qualcosa di naturale e frutto dell’inesperienza, ci siamo passati tutti: inutile nasconderlo. Il nostro obiettivo è ottenere il consenso di qualcuno, non sono la fama e i soldi. Ricerchiamo soprattutto il rispetto da parte delle persone che ci stanno a fianco. Le nostre parole sono molto poco popolari, ma questi siamo noi senza calcoli e costrizioni. È anche un modo per distinguersi. Sappiamo benissimo che i nostri messaggi arrivano solo a una minoranza di giovani, ma non c’è nulla di male nelle minoranze. A volte succede che sono proprio queste che formano un pensiero che metterà in moto il cambiamento. Questo disco ci rispecchia a pieno, molto più di atri che abbiamo fatto. Ci interessano molto i giovani che ci stanno scoprendo adesso con questi messaggi e queste parole. I dischi sono tappe di un percorso lunghissimo, sono dei momenti che cristallizzano un periodo di contemporaneità veramente vissuto, sono i capitoli delle nostre vite e le nostre vite sono sincere. È fondamentale continuare a cantare le parole che ci vengono da dentro, per noi e per chi in noi si riconosce.

Photo Credit: Giovanni Bellacci

Serviva davvero una band che in questo momento storico italiano prendesse posizione. Molti personaggi pubblici che potrebbero farlo non si espongono, come mai?

La nostra è una presa di posizione dalla base verso concetti di principio, più che sulle singole questioni. Oggi la gente è sempre pronta a ringhiare contro obiettivi occasionali, oggi gli immigrati, domani qualcun altro, insultando e mordendo in ogni modo possibile, soprattutto attraverso i social, usati in maniera indegna dai nostri ministri. Credo che sia frutto di tanta paura, che coinvolge tutte le classi sociali.

So che avete agganciato il G8 di Genova con la vostra partenza come band. Che rapporto c’è stato con quell’evento?

È stato un punto di chiusura di un’era e l’inizio di una nuova. Siamo cresciuti ascoltando una musica veramente alternativa cantata in italiano, ma con sonorità internazionali. Erano gli anni della ricerca di un’Italia diversa. Gli occhi e le orecchie erano puntati all’estero in ogni direzione per captare qualcosa che potesse migliorare il nostro mondo. In quegli anni tutti i percorsi musicali che seguivamo erano accomunati da una radice comune: quella dell’ideologia di sinistra. Il G8 ha messo in crisi la condivisione dei valori di questa parte politica: sono diventati pericolosi e tu all’improvviso diventavi comunicatore di qualcosa che era marchiato come terrorismo. I musicisti si sono ritrovati soli, accusati per le loro parole e le loro idee. Noi abbiamo visto Milano cambiare tantissimo dal 2001 a oggi. La nostra città aveva moltissimi centri sociali dove siamo cresciuti come band. Era un periodo in cui il rock e la musica erano profondamente legati ai centri di aggregazione di sinistra: luogo dove la cultura si muoveva e prendeva vita. Ad un certo punto hanno cominciato a chiuderli tutti e il circolo Arci è diventato “l’alternativa culturale”. Ma si trattava di una situazione molto curata dallo Stato e dal partito, non una situazione borderline, autogestita dalle persone, con nuove idee e proposte. Si è smesso di dar fiducia e di credere nella gente e questo ha portato ad un profondo e diffuso individualismo. Tutto doveva essere filtrato da un controllo di Stato e la musica è stata costretta ad autocensurarsi. Noi siamo cresciuti in quest’ambiente.

Vi siete autocensurati voi?

Nah. Quando è successa tutta questa storia noi stavamo praticamente iniziando (era il 2006) e i fatti del G8 erano in una fase di rielaborazione. Già si vedeva come qualcosa di lontano e noi fummo tra i pochissimi che per la prima volta dopo cinque anni urlavano di nuovo quella tipica aggressività che nasce dalla protesta contro le ingiustizie. Per quasi un decennio venne addomesticata la denuncia tipica del rock e al suo posto subentrò lo stile, il ben vestire, l’ordine: una visione molto estetica, innaturale. Noi invece siamo stati fin da subito molto fisici e incazzati, sia nel modo di suonare sul palco che in quello di comunicare. Eravamo molto fuorimoda quando siamo usciti e lo siamo rimasti. Costruivamo le nostre canzoni sulla rabbia e la protesta, ma anche sul dubbio: un racconto interiore di come le cose ci trascinavano dentro e ci cambiavano nostro malgrado. Però con orgoglio ti possiamo assicurare che non siamo cambiati per un cazzo.

Cosa vorrebbero lasciare i Ministri?

L’idea che la musica possa continuare a essere qualcosa che davvero serve all’essere umano e che non sia fatta solo per intrattenere. Per noi è uno stile di vita che porta anche a sacrificare noi stessi. Vorremmo che venisse riconosciuto che la musica ha ancora una valenza nelle vite delle persone, qualcosa che si deposita nei cuori e ci accompagna per sempre. Un po’ di sano romanticismo!

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L’elettronica degli Whao! (con il punto esclamativo) contaminata da diverse personalità

Le orecchie si tendono e il collo si gira inevitabilmente verso il palco quando capita di sentirli suonare per la prima volta, la testa inizia a seguire il ritmo dei…

Le orecchie si tendono e il collo si gira inevitabilmente verso il palco quando capita di sentirli suonare per la prima volta, la testa inizia a seguire il ritmo dei bassi spaccatimpani in un gesto di approvazione mentre nella mente si fermano due domande: “Questa che roba è? Questi chi sono?”.

Succede così, fidatevi, quando sentiamo suonare i Whao!, qualcosa che raramente avete sentito o che non avete proprio sentito mai. Nati ad Arezzo, i Whao! si esibiscono per la prima volta nel novembre del 2014, quando ancora sono un duo, e nel giugno 2015 esce Ep. vol. 1. La band si allarga e nel dicembre 2016 esce Ep. Vol. 2 e il quartetto suonerà al completo nel 2017 al Mengo Music Fest.

A casa del Giova, che nella band è quello che fa le magie con il basso, ho incontrato i tipi che si fanno chiamare “i Whao!”: Nepo, Mattia e il Noce. Dallo stereo, i Gorillaz hanno fatto da sottofondo alla serata. Uno strato di fumo di sigaretta e piadine bruciacchiate riempiva l’ambiente già piccolo, reso ancora più intimo dallo spessore della nebbia innaturale.

 

Quanto è importante il punto esclamativo?

Il nome è un’esclamazione che in questa forma scritta non esiste né in italiano né in inglese. È un’esclamazione di stupore, una storpiatura dell’interiezione “wow” che esprime entusiasmo, eccitazione intensa, un sentimento di meraviglia. Il punto esclamativo da un sacco di forza aggiuntiva a questa parola onomatopeica, gli dà la giusta enfasi. Ci sta tutto.

 Ha una storia questo nome?

All’inizio eravamo propensi per trovare un’espressione inglese che dicesse “mi state tutti sul cazzo”. Poi però è sempre più piaciuta l’idea dell’esclamazione di stupore che ora è il nostro nome. Facendo una ricerca su internet avevamo notato che wow o Whao non erano praticamente utilizzati da nessuna band, perciò ci ha intrigato ancora di più. È una storia nata davanti al computer.

Ci spiegate che tipo di musica fate?

Ognuno di noi, nei Whao!, è riuscito a realizzare dei piccoli desideri, intimi sogni musicali che si sono potuti avverare grazie a questo progetto. I Whao! suonano pezzetti di Mattia, di Nepo, di Giova, di Noce. È un’elettronica contaminata da un mondo di altre cose e questo mondo sono le singole personalità musicali di ognuno di noi. Anzi, facciamola breve: suoniamo elettronica perché usiamo delle macchine! Ok? E come diceva sempre la mia [Nepo] professoressa di musica da camera “quando non sai cosa dire, di sempre alternativo”. A parte gli scherzi quello che facciamo è un bellissimo e serissimo gioco. È la fortuna di avere tanti giocattoli fra le mani e quindi, come i bambini, possiamo scegliere se usarli tutti insieme, alcuni o uno per volta. Uniamo mille cose, ma l’elettronica rimane la base di tutto. Oggi secondo noi riveste un ruolo importantissimo, perché dà molta freschezza alla musica. Noi abbiamo influenze per certi versi simili, ma lasciamo che le varie differenze ci contaminino a vicenda. Non condividiamo che alcuni strumenti siano più importanti di altri, come comunemente viene inteso il ruolo della chitarra. Per noi sono tutti colori che danno vita al risultato finale e ognuno è fondamentale affinché il risultato sia degno di chiamarsi “Quadro”. Anche la voce fa parte di questa miscela, perché la vediamo come uno dei colori, anche se deve mantenere la sua fondamentale importanza non facendosi mai sovrastare. La band è una tavolozza di colori che compongono in armonia il lavoro finale. Ognuno necessità dell’altro, senza che qualcuno possa fare a meno degli altri strumenti. Questo progetto è un’avventura che cresce, si evolve e si costruisce piano piano. Siamo work in progress…

All’inizio eravate basso e tastiera. Tanta elettronica, bassi a palla e poche parole. Quest’anno si è aggiunta la chitarra e la voce di Mattia e la batteria del Noce. È un cambiamento importante. A cosa è dovuto?

All’inizio eravamo io [Giova] e un altro batterista. Poi è arrivato Nepo, ma si sono creati dei contrasti che ci impedivano di portare avanti un progetto condiviso da tutti. Siamo ripartiti cambiando completamente indirizzo: prima la nostra musica era un mezzo punk-rock scatenatissimo, basso e batteria a bestia, poi da gladiatori abbiamo introdotto sintetizzatori e batteria elettronica. Fa molto Berlino anni ’90: può essere punk anche così, anche se allora non usavamo una batteria vera. Siamo cresciuti in pochissimo tempo, stavamo giocando e creando qualcosa di nuovo e gratificante e abbiamo deciso di continuare a divertirci. Ed ora eccoci qua.

Come vi siete conosciuti?

Arezzo è un microcosmo dove finisci per conoscere tutti quelli che suonano e fanno musica. Ci conosciamo da tanto, da quando il Giova suonava nei Thank You For The Drum Machine. Poi ci siamo incontrati in sala di registrazione, un po’ per caso. Insomma, il mondo è piccolo e Arezzo di più. Il Noce è bello!! Lui è sceso dal cielo!!

Cosa c’è nelle canzoni dei Whao! ?

Il cantante è Mattia, ma a questa domanda deve risponde il Giova, perché i primi pezzi usciti sono stati scritti quando eravamo in due (Giova e Nepo). Parlano di vita, di figli, di quello che succede intorno, del quotidiano. Sono punti di vista che non hanno nessuna pretesa. Sono storie scritte un po’ come una terapia, una specie di Coscienza di Zeno: il Giova “Cosini”.

Arezzo ha una buona scena musicale?

È fervidissima, nonostante ci sia un mortorio organizzativo vergognoso e i locali non incentivino i giovani ad esibirsi. Moltissimi ragazzi e ragazze si fanno il culo pur non essendoci possibilità di suonare. È molto bella questa cosa. Ci sono un sacco di progetti nuovi e belli. C’è grande volontà di fare musica, spenderci tempo e denaro. Ovviamente ci sono anche molte band che lasciano, ma crediamo sia una cosa fisiologica. Molti si arrendono nonostante siano talentuosi, perché non trovano nessuna strada da percorrere. Altri perché non hanno voglia di farsi il culo, di fare la gavetta, di iniziare a suonare davanti a 5 persone. Il mondo è pieno di musicisti bravissimi, se vuoi emergere devi dare tutto. Arezzo ha un’infinità di input e di risposte, ma è una minuscola realtà comparata al mondo. Dal nostro punto di vista, per quanto impegno ci mettiamo ci sono pochissime opportunità per farsi conoscere e crescere. Certo ci sono le eccezioni dei festival fichissimi o degli amici che ti ospitano nei locali. Purtroppo di negativo c’è anche la risposta del pubblico che non è per niente adeguata: non c’è interesse se non all’interno di chi fa già parte del mondo musicale.

 Vi ispirate a qualcuno?

Tantissima ispirazione ci arriva dai Gorillaz, che puoi sentire qui in sottofondo… secondo te è un caso? Gorillaz quindi Demon Albarn, il loro cantante, che conosce musica e note come un dio. In comune tra noi quattro abbiamo anche i Radiohead, i Blur, i Clash, i Daft Punk, insomma un po’ un casino. Molta della musica che ascoltiamo viene dall’Inghilterra, che bene interpreta il concetto della tavolozza dei colori, dove non c’è supremazia, ma solo unione. Il Noce invece si ispira al metronomo, il suo migliore amico. Anche la formazione classica ci aiuta moltissimo, per una questione tecnica di scrittura della musica.

Come gioca Nepi?

“Ah! Coma gioca Nepi!” è una cosa da social network nata nel 2010 in ambito universitario. Per far sapere al popolo social il buon esito degli esami scrivevo su Facebook proprio questa frase. Allora tutti scrivevano “Maglia?” e a quel punto io postavo la maglia di un giocatore con il numero del voto. C’è anche il lato triste di questa vicenda. “Non è sempre natale”, infatti, era l’annuncio della malinconica bocciatura. Adesso però sono dottore e ho smesso di “giocare” in università, ma non con la musica. Comunque tutto nacque da Maurizio Mosca, che per consolare Del Piero dopo una sconfitta contro l’Inter esclamò proprio così: “Ah! Come gioca Del Piero!”

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