La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Rubriche

Il terremoto geopolitico in Medioriente raccontato nel libro di Nicola Censini

Branded content a cura di Valdichiana Media e Università Telematica Pegaso – Sede di Montepulciano Il terremoto geopolitico che si è registrato negli ultimi anni a seguito delle Primavere Arabe…

Branded content a cura di Valdichiana Media e Università Telematica Pegaso – Sede di Montepulciano


Il terremoto geopolitico che si è registrato negli ultimi anni a seguito delle Primavere Arabe ha messo in discussione un intero assetto regionale. A distanza di pochi anni, molti dei paesi interessati dalle sommosse presentano ancora forti elementi d’instabilità e di precarietà. In molti casi sono ancora in corso guerre o aspri conflitti interni e, talvolta, anche i vari sistemi istituzionali, politici ed economici appaiono modesti o precari.

Le sommosse, nei Paesi nel quadrante mediorientale, cominciarono nel dicembre 2010 in seguito alla protesta estrema del tunisino Mohamed Bouazizi che si dette fuoco in seguito a maltrattamenti subìti da parte della polizia e il cui gesto innescò l’intero moto di rivolta tramutatosi nella cosiddetta Rivoluzione dei Gelsomini. Per le stesse ragioni, un effetto domino si propagò ad altri Paesi del mondo arabo e della regione del Nord Africa, in molti casi i giorni più accesi, o quelli dai quali prese avvio la rivolta, sono stati chiamati giorni della rabbia o con nomi simili.

Le proteste colpirono non solo Paesi Arabi, ma anche alcuni Stati non arabi, come nel caso della Repubblica Islamica dell’Iran che ha in un certo senso anticipato la primavera araba con le proteste post-elettorali del 2009-2010; i due casi hanno in comune l’uso di tecniche di resistenza civile, come scioperi, manifestazioni, marce e cortei e talvolta anche atti estremi come suicidi.

I fattori che hanno portato alle proteste iniziali sono numerosi e comprendono la corruzione, l’assenza della libertà individuale, la violazione dei diritti umani e la mancanza di interesse per le condizioni di vita, molto dure, che in molti casi rasentano la povertà estrema. Delle rivolte hanno poi cercato di approfittarne movimenti estremisti e terroristici di matrice islamica, come i Fratelli Musulmani che con trucchi, intimidazioni e corruzioni, sono riusciti anche a prendere il potere in alcuni stati, riportando in vigore assurde leggi ancora più opprimenti e antiquate. Anche la crescita del prezzo dei generi alimentari.

Questo scenario è stato esaminato da Nicola Censini, dottorato di ricerca in Geopolitica presso l’Università di Pisa, nel suo secondo libro ‘Le frontiere del quadrante mediorientale’ edito da Aracne e presentato a Montepulciano nei giorni scorsi alla presenza dell’Ambasciatore Roberto Falaschi e del Consigliere Grand’ufficiale della Repubblica Fabrizio Nevola.

Per la scrittura del suo nuovo libro, Nicola non si è soffermato solo sulle situazioni che ci sono in Tunisia, Libia o Egitto, ma ha studiato anche la situazione del Bahrein, uno Stato molto piccolo, ma dalle dinamiche interessanti governato da una dinastia sunnita in un Paese a maggioranza sciita, e dell’Oman, Stato ibadita, ossia governato da un partito che discende dalla lotta fra sunniti e sciiti, agli inizi della storia islamica.

Il volume di Nicola va ad analizzare non solo i cambiamenti che si sono verificati nell’ambito del quadrante mediorientale del Mediterraneo allargato all’indomani delle rivolte arabe, ma in prospettiva anche i lineamenti del nuovo scenario mondiale, sempre più multipolare e ancora in cerca di un suo equilibrio.

Sul ruolo che l’Italia ha in tutto questo ‘scenario’, anche se parlare di scenario in questo momento è molto difficile, ne hanno parlato l’Ambasciatore Falaschi e il Consigliere Nevola, i quali hanno ribadito il fatto che il ruolo del nostro Paese è molto marginale perché c’è la necessità di avere una politica interna più forte e una politica internazionale che desse la possibilità di affrontare certi scenari con determinazione ed efficacia.

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Racconti di veglia: il Gatto Mammone

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Ninna nanna, ninna oh, questo bimbo a chi lo do? Lo darò al gatto mammone che lo mangia in…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Ninna nanna, ninna oh,
questo bimbo a chi lo do?

Lo darò al gatto mammone
che lo mangia in un boccone.”

Questa ninna nanna è una delle innumerevoli versioni che ci venivano cantate, con la speranza di farci addormentare, ma con il timore di ottenere l’effetto opposto, come accadeva anche per la Marroca. Questa volta però parliamo di una creatura fantastica più facile da identificare e di più ampia diffusione: il Gatto Mammone (oppure, nella versione femminile, la Gatta Mammona).

Testimonianze e diffusione

Chiamato anche Re Dei Gatti, il Gatto Mammone è una creatura magica della tradizione popolare conosciuta in molte regioni italiane, il cui aspetto assomiglia a un enorme gatto dai connotati terrificanti. Un grande felino che spaventa le mandrie al pascolo, predatore malefico di bambini, il cui nome si riferisce chiaramente a “Mammona”, un demone originario delle civiltà mesopotamiche. Viene generalmente descritto come un gatto completamente nero, ma a volte è caratterizzato dalla presenza di una “emme” bianca sul muso.

Anche se viene inteso come una creatura malvagia, in alcuni racconti il Gatto Mammone viene invece descritto come uno spirito positivo, una sorta di famiglio protettore capace di resistere ai malefici e alle stregonerie: fin dall’antichità, infatti, il gatto è stato di sovente accomunato a credenze esoteriche, come se fosse capace di collegare il mondo dei vivi a quello dei morti, fedele compagno di maghi e fattucchiere.

Il Gatto Mammone non è comunque un semplice gatto, ma presenta elementi magici molto marcati. È una creatura potente, presente nella tradizione fiabesca italiana, in cui viene evocato come monito per spaventare i bambini e per non farli allontanare dai luoghi considerati sicuri. Lo spauracchio è sempre il solito: se non ci si comporta bene saremo puniti da questa creatura. Compare spesso anche nella letteratura italiana (Il Milione di Marco Polo) e in quella tedesca (il Faust di Goethe), addirittura nelle leggende arturiane, come accompagnatore dei cavalieri della tavola rotonda.

In Valdichiana la credenza vede il Gatto Mammone come una creatura incline a vivere nei luoghi bui e isolati,cercando soprattutto bambini cattivi da mettere sotto i denti. Veniva usato anche come spauracchio per non far avvicinare troppi i bimbi piccoli ai gatti randagi per paura di un comportamento sbagliato e il rischio di graffi: “Lascia stare i gatti che sono del Gatto Mammone”.

La presenza di questo animale fantastico nella tradizione popolare è ben documentata anche in Sardegna: per esempio, in provincia di Nuoro, viene chiamato Maimòne e utilizzato come fantoccio per simboleggiare il Carnevale, un gigantesco gatto malevolo che punisce chi non rispetta la sacralità dei giorni di festa. Oppure a Iglesias, dove la “Fontana su Maimoni” mette in relazione questa creatura alle divinità acquatiche ricorrenti in tutta l’isola.

Alla figura del Gatto Mammone fanno riferimento anche le testimonianze in provincia di Belluno, che parlano di un mostruoso felino che era solito spaventare le mucche al pascolo. A tal proposito lo scrittore Dino Buzzati scrisse un commento divertito, ritenendo i racconti frutto di fantasia:

«Ancora nel 1968 venne comunicata ai giornali la fuggevole comparsa, in quel di Cesio Maggiore (Belluno) del Gatto Mammone, che si limitò a spaventare un gruppo di mucche al pascolo. Ma la più parte dei naturalisti è incline a ritenerlo una pura fantasia. Dobbiamo dunque pensare che la signora Serafina Dal Pont sia rimasta vittima di un’allucinazione? Già molto avanti in età, diciamo pure oltre i novanta, siamo riusciti a rintracciarla, nella fattoria di Faverga che da secoli appartiene alla famiglia. La sordità ha reso piuttosto precario il colloquio; tuttavia mi è parso di capire che Dal Pont ribadisce con fermezza, quasi con rabbia, la verità dell’incidente, che avrebbe potuto avere tragiche conseguenze. A sentir lei, Santa Rita sarebbe comparsa sotto forma di un grossissimo topo il quale distrasse l’attenzione del mostro che si mise a inseguirlo attraverso la campagna, sottraendosi ben presto alla vista.»

Oltre alla tipica forma del felino, questa creatura potrebbe comparire anche con la forma di una scimmia. In Puglia, infatti, il termine “Mamone” o “Mamàun”, oltre a essere utilizzato come aggettivo per i bambini monelli, viene usato anche con il significato di buon auspicio e soprattutto di scimmia, mandrillo o babbuino. Nell’antichità il termine Mammona si riferiva a un tipo di scimmia chiamato Papio Maimon, antenato del babbuino, come indicato dal dizionario “Milanese Italiano” di Francesco Cherubini del 1841.

Mammone: gatto o scimmia?

Infine, un ulteriore elemento rende ancora più misteriosa e affascinante la figura del Gatto Mammone, ovvero la possibilità di assumere forma umana. Alla fine del XVIII secolo le imprese del bandito Gaetano Coletta nel regno borbonico furono talmente sanguinare da valergli il soprannome di Mammone, tanto che alcuni lo consideravano come l’impersonificazione stessa del mostro.

Caratteristiche e analisi

Il Gatto Mammone non è semplicemente un gatto, che come abbiamo già detto è una creatura presente fin dal culto egizio nelle credenze esoteriche legate all’aldilà. Questa creatura è fortemente legata a Mammone, che non significa “eccessivamente attaccato alla mamma”, ma ha invece oscuri significati legati alle credenze demoniache.

« Non potete servire a Dio e a Mammona»
(Gesù, in Mt 6,24 e nel Lc 16,13)

Il termine deriva probabilmente dalla lingua aramaica ed è presente fin dai tempi delle culture mesopotamiche come demonio dai tratti negativi. Con l’avvento del cristianesimo il termine è andato a identificare un attributo del Demonio, come accaduto per altre divinità pagane, e nello specifico come demone della ricchezza e dell’avarizia; viene riferito nel Nuovo Testamento per indicare il profitto materiale, l’accumulo in maniera disonesta di ricchezze e lo spreco in lussi inutili.

La presenza della lettera “emme” sulla fronte del Gatto Mammone ha molti significati, che si riferiscono alla natura magica di questa creatura. In alcune leggende legate al Natale, questo marchio deriverebbe dall’aiuto offerto da un micio nel riscaldare Gesù bambino mentre si trovava nella mangiatoia: Maria avrebbe premiato e ringraziato il gatto lasciando come marchio sulla sua fronte l’iniziale del proprio nome.

Un’altra storia dal mondo islamico racconta che Maometto aveva un gatto di nome Muezza. Il gatto una volta gli salvò la vita, ferendo un serpente che voleva attaccarlo. La lettera sulla fronte servirebbe quindi a ricordare che Maometto amava i gatti e che questi animali dovrebbero sempre essere rispettati. I cabalisti ebraici riconosco in questo simbolo una delle “lettere madri”, manifestazione cosmica, simbolo di disincarnazione materiale, di distacco dal tutto ciò che è corruttibile, e dalla morte mistica.

Un ulteriore elemento dalla tradizione orientale è quello di riferire la lettera come iniziale di “Majin”, una parola giapponese composta da due kanji, di cui il primo, “Ma” significa “demone”, e il secondo, “Jin”, significa “dio”. La parola “Majin” quindi può significare “dio-demonio” o anche “dio malvagio” ma spesso in giapponese, una parola composta da due kanji dal significato diametralmente opposto, può voler indicare la duplicità dei significati per il medesimo soggetto. Nel caso in esame si può dire che il termine “Majin” voglia dire “un dio E un demonio” oppure “un dio O un demonio” ed è proprio questa l’accezione più corretta per il nome di questa entità, che può creare e distruggere la fortuna di un individuo.

Il Gatto Mammone sembra quindi, a tutti gli effetti, un felino dagli immensi poteri magici che può compiere stregonerie nocive agli esseri umani, oppure proteggerli grazie alle sue conoscenze esoteriche. In questo senso la sua figura assomiglia molto a quella del Re dei Gatti, ampiamente presente nella tradizioni popolari europee e nella letteratura fiabesca arrivata fino ai giorni nostri (basti pensare al Gatto con gli Stivali). Oltre alla fiaba tramandata da Giovanni Francesco Straparola nel 1550 e successivamente da Perrault, il Re dei Gatti viene nominato nelle tante versioni di “Fiabe dei Gatti”, nella seconda metà del 1800, a partire da “La Bella Caterina” di Vittorio Imbriani, inserita nella raccolta dialettale “Sessanta novelle popolari montalesi” di Gherardo Nerucci, fino ad arrivare alla versione tradotta in italiano da Italo Calvino.

La dinamica di queste fiabe è sempre la stessa, come nella più famosa “Cenerentola”: madri e sorelle terribili vessano costantemente la bella e buona figlia minore, fino a che essa, per obbligo o fatalità, chiede aiuto al Palazzo delle Fate, abitato da dei gatti. La bella Caterina si ritrova ad aiutare i felini nelle varie faccende, senza che le fosse richiesto, finché viene portata di fronte al Re dei Gatti, che le dona ricchezza in cambio dell’aiuto ricevuto. A quel punto la sorella cattiva, gelosa di Caterina, si reca al Palazzo delle Fate a reclamare oro e ricchezze, offendendo e picchiando gli abitanti del palazzo, venendo quindi punita dal Re dei Gatti in maniera atroce per aver peccato di avarizia e cattiveria. In tutti questi casi, siamo di fronte a gatti con poteri magici capaci di cambiare la fortuna di coloro che li incontrano, portando ricchezze o salvezza ai meritevoli, punendo severamente chi non si è invece comportato bene.

Influenze nella cultura pop

Considerando tutti gli aspetti caratteristici del Gatto Mammone fin qui elencati, si può intuire la sua vastissima influenza nella cultura di massa, grazie alla già nutrita presenza nella tradizione fiabesca e letteraria europea. Oltre al già citato Gatto con gli Stivali, si possono notare molte caratteristiche in comune con lo StregattoGatto del Chesire – di Alice nel paese delle Meraviglie: una creatura allucinante e incomprensibile, capace di diventare invisibile.

Lo Stregatto – Chesire Cat

Altre somiglianze si possono notare con Tevildo, signore dei Gatti Mannari, raccontato da Tolkien nel mondo in cui è ambientato “Il Signore degli Anelli”:

« Tevildo era un gatto potente — il più potente di tutti — e posseduto da uno spirito malvagio, come dicono certuni, che stava costantemente al seguito di Melkor; tutti gli altri gatti erano suoi sudditi, e lui e i suoi soggetti erano i cacciatori e i procacciatori di carne per la tavola di Melko e i frequenti banchetti. Per questo ancora c’è odio fra gli Elfi e tutti i gatti, perfino oggi che Melkor non regna più e i suoi animali hanno ormai scarsa importanza. »

Particolarmente interessante è la presenza di gatti magici nella cultura giapponese dei manga e degli anime, soprattutto in quelli che attingono a piene mani dal folclore nipponico. Personaggi legati al Re dei Gatti o al Gatto Mammone possono essere trovati nei film dello studio Ghibli, nelle opere di Rumiko Takahashi (Lamù e Ranma) e soprattutto in Doraemon: questo iconico protagonista è infatti un gatto magico che aiuta un ragazzino umano, salvandolo dai pericoli con i suoi poteri.

Doraemon, Gatto Mammone del futuro

Infine, relativamente alla tradizione del marchio sulla fronte del Gatto Mammone, uno dei più famosi esempi è sicuramente quello di Dragon Ball. Majin Bu è uno degli antagonisti che sembra a tutti gli effetti una personificazione del Gatto Mammone: ha la lettera “emme” come simbolo, i suoi seguaci acquisiscono enormi poteri aggiuntivi grazie al marchio sulla fronte, il suo comportamento è un misto tra quello di un bambino goloso e quello di un felino, vede tutto come un gioco, è goloso e dormiglione.

Per finire, quindi, la figura del Gatto Mammone attraversa molti secoli di storia e diverse forme artistiche. Grazie ai suoi legami con la cultura esoterica ha interessato il paganesimo e il cristianesimo, le tradizioni popolari d’Italia e oltre. Una creatura magica che può diventare un potente alleato o un demone spietato, ma che cammina sempre accanto alla nostra storia, come cantavano Antonio Infantino e i Tarantolati di Tricarico.

 


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Nessuno, atto 5: musica che delimita la vita

Il rumore, il caos, il ritmo, la pulsazione della musica su tutti gli oggetti che incontra è gran parte della nostra vita. Ci accompagna durante tutta la giornata, anche se…

Il rumore, il caos, il ritmo, la pulsazione della musica su tutti gli oggetti che incontra è gran parte della nostra vita. Ci accompagna durante tutta la giornata, anche se noi non sempre lo sentiamo, lo percepiamo, ascoltiamo. Quando ci svegliamo al mattino il semplice farci un caffè può diventare un ritmo bellissimo che, accompagnato all’aroma forte che riempie la stanza, rende il nostro risveglio uno di quei riti al quale non potremo rinunciare. La musica è vita, è movimento, è espressione delle particelle che compongono tutti i corpi, è razionalità irrazionale ed è la cornice che dà un senso a tutte le cose.

Non solo la musica dà vita e la esprime, ma ne accompagna anche la creazione, lo sviluppo di una vita stessa. Una mamma dentro al suo pancione sente tutto: e la musica più bella che potrà mai ascoltare sarà quella dei piccoli piedini rugosi che scalciano contro il suo grembo. Ecco, questa è la musica che fa da cornice alla creazione di un essere umano che sceglierà di essere chi vuole, accompagnato dalla colonna sonora che prediligerà, e che accarezzerà sempre ciò che sarà. Ed io, il mio Nessuno, lo sento. Lo sento suonare ogni giorno, la musica è una delle più piacevoli, anche se spesso mi perdo ad ascoltarla, perché il ritmo non è per niente regolare, perché i timbri a volte sono troppo forti, altre volte non li sento per niente, e a volte invece sono talmente tanto belli che quasi non mi rendo conto di cosa sento.

E anche lo spettacolo ha una cornice bellissima, innovativa, personale, espressiva ed esplicativa di ciò che è. In questo mese, infatti, abbiamo lavorato a un tassello in più che consiste nella composizione delle musiche elettroniche che andranno ad accompagnare le coreografie dei corsi del laboratorio teatro-danza del Teatro dei Concordi. Molti padri vedono crescere questo bambino, e uno è il compositore Davide Vannuccini, che con l’Istituto di Musica di Montepulciano curerà la parte musicale dello spettacolo; non solo è un padre, ma è anche l’ecografo, la rappresentazione figurativa della crescita di una creatura che per prima farà crescere anche me. Ogni musica contiene un suono evocativo della scena nella quale è contestualizzata, fornisce una sensazione e un’emozione che riempiono e concludono quelle che già verranno trasmesse attraverso il testo durante lo spettacolo.

In queste settimane ci siamo preparati all’arrivo di questo bambino, specificatamente all’istante del parto, abbiamo già realizzato alcuni corsi pre-parto, giusto per capire come cambiare il pannolino, come prenderlo in braccio e reggere la testa, come farlo smettere di piangere o come distinguere un lamento di stanchezza da uno di fame. Quello che, teatralmente parlando, si traduce in prove. Mettendo gli attori in scena e cominciando a montare le posizioni, i movimenti, le intonazioni, i tempi di risposta, la trasmissione delle emozioni, ci si può rendere conto dell’impatto che questa creazione avrà e bisogna ammettere che sarà molto forte, ma anche discontinua, sarà una trama rotta, spezzata e ripresa frequentemente, ma che si chiuderà in un cerchio finale che darà luogo alla nascita di un bambino un po’ particolare e sicuramente speciale per la sua mamma.

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Edicola Mario – Feste e Fusioni

Mario è un edicolante dalla natura particolare: sempre scontroso e scostante, ma con un grande amore per la propria terra. Grazie alla sua attività riesce sempre ad essere un punto…

Mario è un edicolante dalla natura particolare: sempre scontroso e scostante, ma con un grande amore per la propria terra. Grazie alla sua attività riesce sempre ad essere un punto di riferimento per la comunità, mantenendo aggiornati i propri compaesani sulle vicende della zona. L’edicola di Mario è il modo più divertente per capire la realtà che ci circonda!

“L’edicola di Mario” di Michele Bettollini: feste e fusioni

Tutte le strip di Michele Bettollini nella speciale galleria: L’edicola di Mario

 

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La sintesi comica del presente: un’intervista a Cinzia Leone

Sabato 24 Marzo 2018, al teatro Piero Mascagni di Chiusi, Cinzia Leone sarà in scena con Disorient Express, una sintesi comica del presente. In un flusso di immagini iperrealistiche, e…

Sabato 24 Marzo 2018, al teatro Piero Mascagni di Chiusi, Cinzia Leone sarà in scena con Disorient Express, una sintesi comica del presente. In un flusso di immagini iperrealistiche, e allo stesso tempo parodiche di  una contemporaneità così complessa, Cinzia Leone ci accompagna in un vagone ferroviario immaginario in cui l’umanità varia si concentra. Attraverso l’ellissi del linguaggio, le forzature comiche del racconto, quella che emerge è un’analisi dello stato attuale delle cose. Abbiamo incontrato la protagonista dello spettacolo, nonché autrice del testo insieme a Fabio Mureddu, pochi giorni prima della tappa chiusina.

LV: Innanzi tutto è uno dei casi in cui è curioso magari sapere il concepimento di questo spettacolo: Qual è stata la scintilla, prima della scrittura. E come poi si è svolto il lavoro…

Cinzia Leone: Disorient Express è uno spettacolo su l’eccesso di aggiornamenti. Mi è venuto in mente in un momento nel quale non riuscivo più a fermare la realtà; nemmeno a capire dove stesse, la realtà. Un giorno ero con la signora che mi dà una mano a sistemare casa: parlavamo dei personaggi storici e del fatto che, da quando c’è internet, sono riusciti a mettere in discussione l’integrità di qualsiasi personaggio. Ad un certo punto, scherzando, le ho detto: «Spero che almeno Madre Teresa di Calcutta me la lascino integra…», «Nooo!» mi fa lei «Era ‘na fija de ‘na mig****a! Le piaceva vedere soffrire la gente». Lì mi sono detta voi siete pazzi, ed ho sentito la necessità di scrivere questo spettacolo. Mi è venuto in mente un telegiornale disorientativo, che desse una notizia e contemporaneamente la smentisse.

LV: Questo spettacolo va in giro da ormai quasi tre anni: come si è evoluta questa idea nel corso del lasso temporale in cui Disorient Express è stato rappresentato?

Cinzia Leone: È uno dei casi in cui le cose le comprendo e le capisco dopo averle cominciate a scrivere. Mi sono resa conto di come l’argomento centrale di Disorient Express sia “la contraddizione della democrazia”. Sia chiaro, io sono profondamente democratica, ma è necessario analizzare la contraddizione che comporta la democrazia, per capire il mondo che ci circonda. La rete è stata lo strumento più democratico che gli esseri umani abbiano mai inventato; è però, allo stesso tempo, un luogo nel quale sette miliardi di persone possono esprimere la loro opinione. La domanda che mi continuo a porre è: perché si sono stappate le necessità da parte di tutti di esprimersi, di dire la loro, molti anche menando con violenza le loro opinioni? La risposta che mi do è perché la paura, all’interno di una democrazia in cui tutti parlano, è quella di rimanere soffocati, di non essere più ascoltati, visibili. Nel momento in cui parliamo tutti, non si vede più nessuno.

LV: Si dice che molti problemi legati all’utilizzo del mezzo della rete – e delle difficoltà che ne conseguono – siano dati dai non-nativi digitali. Poi però si scopre che ci sono anche ventenni o trentenni, di fatto cresciuti su internet, che cadono in errori inverecondi. Dal tuo punto di vista, dove sta il problema e – mi rendo conto della difficoltà – come si potrebbe risolvere?

Cinzia Leone: Ci sono delle evoluzioni storiche che presentano delle difficoltà e queste non si risolvono, si logorano nel tempo, man mano che le cose prendono una nuova forma e si radicalizzano nel sociale. Io non esprimo giudizi nei confronti di cosa viene condiviso: ognuno condivide quello che gli pare. Che siano gattini o che siano due tette. Non è questa la chiave di lettura da adottare e non è questo il problema legato alla democrazia. Io penso che queste siano contraddizioni del presente da accettare, da assecondare. La vita va avanti grazie alle contraddizioni. La vita si riproduce costantemente grazie alle sue contraddizioni.

LV: Che tipo di consiglio daresti ad un adolescente che comincia ora a voler fare teatro con l’obiettivo di far ridere?

Cinzia Leone: Il consiglio che do, non solo ai giovani, è quello di pensare. La cosa migliore per far ridere è capire: comprendere quello che vuoi raccontare, focalizzarne un aspetto. Bisogna osservare ciò che c’è intorno, elaborarlo e riproporlo in una sintesi comica. Questo è quello che mi viene da dire. Sfruttare questa caleidoscopica realtà che ogni giorno si apre ai nostri occhi, per farne motivo di osservazione. La realtà è un laboratorio sperimentale dei comportamenti degli esseri umani che continuano, nonostante tutto, ad essere incredibilmente interessanti.

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Siamo tutti misantropi? – Molière al Teatro Poliziano

La rilettura de Il Misantropo di Molière va in scena sabato 17 marzo 2018 al Teatro Poliziano di Montepulciano, prodotto da Tedacà e Mulino di Amleto, con Fabio Bisogni, Roberta Calia,…

La rilettura de Il Misantropo di Molière va in scena sabato 17 marzo 2018 al Teatro Poliziano di Montepulciano, prodotto da Tedacà e Mulino di Amleto, con Fabio Bisogni, Roberta Calia, Yuri D’Agostino, Marco Lorenzi, Federico Manfredi, Barbara Mazzi, Raffaele Musella. La regia e l’adattamento sono di Marco Lorenzi.

Visti ad adeguata distanza, i comportamenti degli uomini appaiono in tutta la loro vanità: torbide meccaniche di conforto, mosse da un irriducibile vigore istintuale, decise dalle leggi di natura e dalle convenzioni giusnaturalistiche acquisite dal nostro codice. I motivi per cui ci arrabbiamo, per cui perdiamo tempo o ci definiamo tristi, i motivi per cui cambiamo umore, odiamo gli altri o concludiamo male storie d’amore. Di certo non serve analizzare i costumi di un assetto sociale esotico e lontano da noi, con la presbiopia dell’antropologo eurocentrista, poiché finanche nei contesti borghesi la vacuità e l’inconsistenza del paradigma umano sono – per l’occhio distaccato – visibilissime. Dopo mesi di abbruttita campagna elettorale, di affronti e dimostrazioni d’odio istituzionale a cuor leggero, una strana forma di anacoresi misantropica coinvolge tutti. Stiamo forse diventando tutti più cattivi, superficiali, individualisti e chiusi in noi stessi? Forse non farebbe male rispolverare qualche vecchio classico del teatro moderno.

Il Misantropo di Molière è un testo  del 1666, in un contesto nel quale lo stato assoluto di Luigi XIV si sta solidificando non solo dal punto di vista amministrativo, ma anche – e soprattutto – dal punto di vista etico, definendo una normalizzazione dei costumi finalizzata alla fortificazione della coscienza nazionale e, conseguentemente,  di asservimento al Re Sole. Nonostante il suo piglio simultaneamente realistico – nella drammaturgia – e parodico – nella dinamica psicologica dei personaggi – il teatro di Molière ebbe accesso alle stanze dorate del regno: la sua compagnia arrivò addirittura ad essere stabile presso la sala del Palais-Royal. Qui presentò tutti i maggiori titoli della sua produzione, tra cui Le Misanthrope ou l’Atrabilaire amorex: una commedia statica in cinque atti, nella quale si scorrono quadri salottieri aristocratici, in cui spicca il personaggio di Alceste. Molière stesso interpretò il protagonista di questa commedia, tanto inamovibile nella sua sicumera, tanto protervo e sussiegoso, quanto debole ed esposto ai più banali espedienti della vita di società.

Pur ricevendo i plausi dell’aristocrazia a lui contemporanea, questa non mancò di riservargli piccole angherie, come le frequenti richieste di revisione dei testi, le censure costanti, nonché i ripetuti attacchi da parte di singoli personaggi della società parigina: molti aneddoti celebri vedono il drammaturgo oggetto di espliciti affronti, come quello del duca di La Feuillade che, riconosciutosi nel personaggio del Marchese della Critica alla scuola delle mogli, gli strofinò sul viso con violenza i bottoni del suo vestito  urlandogli battute del personaggio ( «Torta alla crema! Torta alla crema!») oppure Monsieur d’Armagnac, scudiero di Francia, che lo aggredì e lo percosse in strada, ma soprattutto con il duca di Montausier che minacciò di bastonarlo a morte per averlo preso a modello nel creare il personaggio di Alceste ne Il Misantropo.

 

La sua grande capacità è stata quella di schiodare il teatro seicentesco dai canoni del tempo, dal manierismo classico del teatro delle coorti, e spostarlo verso una dimensione collettiva. È forse con Il Misantropo di Molière che nasce ante litteram il Teatro borghese. Sebbene i personaggi rappresentati siano aristocratici in pieno Ancièn Régime, le strutture drammaturgiche di rappresentazione umana – quasi scientifica e naturalista – i nuclei concettuali affrontati (la venialità, gli schiribizzi, i tic dell’alta società, le ipocrisie imperanti) saranno poi i cardini per tutto il teatro di prosa – con le ovvie e dovute specificazioni – attivo fino ad oggi.

L’occasione di vedere questo spettacolo, rappresentato con tutti crismi della contemporaneità, è sabato 17 marzo al Teatro Poliziano di Montepulciano, da parte della Compagnia Il Mulino di Amleto. La rappresentazione fa perno sulla carica innovativa, sulla grande capacità di lettura con distacco del comportamento umano più prossimo.  La vicenda di Alceste e del suo sforzo intransigente di andare oltre l’apparenza ci riconnette con il valore umano della comprensione. In questa nuova produzione nata in collaborazione con La Corte Ospitale, Il Mulino di Amleto scatena la sua intensa creatività per svelare tutta la contemporaneità di un grande classico.

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Scarpette Rosse – Codice Rosa: nel 2017 oltre 3mila casi di maltrattamenti e abusi in Toscana

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi….

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi. Adesso quelle scarpe rosse le ho, ma quando le indosso non penso né alla bellezza, né al fascino o all’eleganza bensì a una libertà violata e sempre più spesso negata.

È proprio partendo da questa concezione delle scarpe rosse e dal fatto che anche in un territorio come la Valdichiana, negli ultimi anni si siano verificati molti casi di violenza sulle donne, che nasce la nuova rubrica: ‘Scarpette rosse’. Attraverso questo spazio cercherò di affrontare il tema della violenza di genere, una problematica sociale e trasversale, da sempre considerata un argomento tabù e qualcosa di cui doversi vergognare quando subìta.

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Sono 3.142 i casi di maltrattamenti e abusi riscontrati nel 2017 e approdati al codice rosa nei pronto soccorso della Toscana: 2.592 i casi di maltrattamenti, abusi e stalking su adulti e 550 sono maltrattamenti e abusi su minori.

Le storie di violenza di genere, possono sembrare una serie di eventi episodici, occasionali e spesso influenzati da fattori di disagio personale, ma in realtà sono storie drammatiche, tutte diverse, in cui si può fingere di non individuare elementi e fattori comuni. Se invece, le storie di violenza, si guardano un pò più da lontano si può notare quanto la violenza di genere faccia parte di una cultura, anzi fa talmente parte del nostro contesto, sia per chi la copie sia per chi la subisce, che spesso è anche difficile da denunciare. La violenza è dunque percepita come un problema individuale da nascondere per la debolezza che lascia trasparire, da non condividere per lo stigma che si porta dietro e perché parlarne con qualcuno è spesso impossibile.

Ed è proprio per contrastare la violenza di genere e quindi rispondere ai bisogni concreti delle donne vittime di violenza che nel 2010 nella Asl 9 di Grosseto è nato, come progetto pilota, il percorso Codice Rosa con la finalità di assicurare un più efficace coordinamento tra le diverse istituzioni e competenze, per dare anche una risposta efficace già dall’arrivo della vittima di violenza in pronto soccorso. Nel 2011, con la sottoscrizione del protocollo d’intesa tra la Regione Toscana e la Procura Generale della Repubblica di Firenze, diventa un progetto regionale. Il Progetto regionale Codice Rosa prevede percorsi gender sensitive di accoglienza, cura e tutela delle persone vittime di violenze e abusi. Nel gennaio 2014 si completa la diffusione a livello regionale con l’estensione della sperimentazione a tutte le Aziende sanitarie toscane.

Ma come funziona il percorso codice rosa? In ogni pronto soccorso degli ospedali toscani c’è una corsia riservata e un team multidisciplinare che si prende cura delle persone vittime di violenza di genere e ad altre vittime di violenza sottoposte a discriminazione, con un approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere .

Il Codice Rosa è lo spazio in cui un attento ascolto permette di cogliere una situazione di violenza attuale o pregressa anche a partire da uno stato di malattia come effetto indiretto ed è il luogo in cui si possono ricevere le prime informazioni o le risposte necessarie dalle operatrici specializzate. Questo percorso permette un confronto continuo tra l’operatrice specializzata in violenza di genere e il personale psico-sociale e sanitario sui singoli casi e sulla violenza in quanto fenomeno sociale. Offre, inoltre, la possibilità di documentare l’attività svolta e promuovere ricerche epidemiologiche e qualitative del fenomeno, monitorando e validando le prassi adottate, offre anche la possibilità di svolgere un ‘approccio prognostico’, permette di individuare i fattori predittivi di un probabile rischio di recidiva della violenza e di realizzare un piano efficace di gestione e contrasto della stessa.

Il Codice Rosa è diventato sempre di più un percorso di tipo sociosanitario per far sì che una donna non venga poi abbandonata una volta uscita dal pronto soccorso. La Rete regionale Codice Rosa collega e coordina tutte le forze che all’interno del servizio sanitario toscano lavorano per offrire alle vittime di violenza e abusi un aiuto pronto e tempestivo, articolato e complesso.

Nel 2016 è stata costituita la Rete regionale Codice Rosa per gli interventi a favore di persone adulte e minori vittime di violenze e/o abusi. La Rete regionale Codice Rosa è un sistema in grado di attivare connessioni tempestive ed efficaci per fornire risposte immediate alle esigenze di cura delle persone, per il riconoscimento e la collocazione in tempi rapidi del bisogno espresso all’interno di percorsi sanitari specifici.

Dal 2012 al 2016 i dati degli accessi al codice rosa dei pronto soccorsi della Regione Toscana sono aumentati, mentre nel 2017 si è registrato un leggero calo. Nel 2012 erano soltanto cinque le Asl toscane coinvolte e i casi sono stati in totale 1.455 (1.314 adulti, 141 minori). Nel 2013 si sono aggiunte le Asl mancanti e le Aou Careggi e Meyer e sono stati registrati 2.998 casi (2.646 adulti e 352 minori). Nel 2014 con l’aggiunta delle Asl 1, 3, 7, 10 e le Aou Senese e Pisana, la copertura del territorio toscano era completa: 3.268 casi (2.827 adulti e 441 minori). Nel 2015 sono stati registrati 3.049 casi (2.623 adulti e 426 minori), nel 2016 3.451 casi (2.938 adulti e 513 minori) e nel 2017: 3.142 casi (2.592 adulti e 550 minori). In totale, dunque, dal 2012 al 2017 sono stati 17.363 casi, di cui 14.940 su adulti e 2.423 su minori.


Sitografia

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Il Dante Pop al Teatro Mascagni – Intervista ad Alessandro Fullin

«Il Purgatorio? Non è un luogo fisico dove, dopo la morte, purificare l’anima tra fiamme, fuoco e tormenti. È, invece, uno spazio interiore, senza tempo e senza dimensioni, un momento…

«Il Purgatorio? Non è un luogo fisico dove, dopo la morte, purificare l’anima tra fiamme, fuoco e tormenti. È, invece, uno spazio interiore, senza tempo e senza dimensioni, un momento di ricerca e di intima penitenza da cui partire per poter incontrare la misericordia di Dio» – a dirlo è stato il Pontefice emerito Joseph Ratzinger, Benedetto XVI. Quando lo viene a sapere Dante, nell’aldilà, si dispera. Un terzo del suo capolavoro diventa improvvisamente vano. Non dandosi per vinto, l’Alighieri ricomincia il percorso intrapreso secoli prima per riscrivere il sommo poema.

È la trama basica de La Divina, spettacolo comico di Alessandro Fullin, che per l’occasione si accompagna a Tiziana Catalano, Sergio Cavallaro, Simone Faraon, Paolo Mazzini, Mario Contenti e Ivano Fornaro. Sarà in scena al teatro Mascagni di Chiusi Domenica 11 Marzo alle 21:15.

Lo abbiamo incontrato qualche giorno prima per rivolgergli alcune domande.

La Valdichiana: L’ultima volta che sei stato a Chiusi era il 2014 e presentavi Parco Botanico. Come si concilia questa doppia anima di scrittore e interprete sul palco?

Alessandro Fullin: Ma guarda, è perché ho la partita IVA. Me ne invento di tutti i colori pur di fare un po’ di reddito. Dipingo anche. Farei anche danza classica se potessi, sebbene a 53 anni non abbia più l’età. Altrimenti salterei e ballerei. Avendo la Partita IVA ho capito di possedere una creatività a cicli trimestrali, alternati tra scrittura e grida in teatro. Ecco, l’ambivalenza si concilia per ragioni fiscali.

La Valdichiana: Adesso torni al teatro Mascagni con La Divina. È un tributo o una dissacrazione?

Alessandro Fullin: Il buon Dante è un po’ lontano da noi. È un essere eterno, quindi non si ha la paura di offenderlo. Non so cosa penserebbe del mio lavoro la persona-Dante, forse qualche perplessità gli sorgerebbe…

La Valdichiana: Una volta Gigi Proietti disse di non essere affine alle riletture dei classici poiché di questi tempi non siamo molto sicuri che il pubblico abbia già fatto la prima lettura. Secondo te il pubblico oggi è abbastanza colto e preparato per accogliere le riletture?

Alessandro Fullin: Oddio, è difficile. Certo, quando tu fai una rilettura devi avere un testo in comune con il pubblico, una storia comune. C’è da dire che oggi il pubblico è molto vario anche in questo. C’era molta meno differenza tra me e mio papà, ad esempio, rispetto alle ultime generazioni. Sia io che mio padre leggevamo Salgari, oggi i ragazzini credo che neanche sappiano chi sia. È molto difficile rispondere alla odmanda con una generazione di mezzo che ha subito un cambio di riferimenti così brusco. Un uomo di cinquanta anni ha storie diverse da quelle di uno di venti. Posso dire però che in questo spettacolo mi difendo bene da questa divergenza, attraverso l’utilizzo della cultura pop. Cito tra gli altri Guerre Stellari che – attenzione – è l’unica storia che abbiamo in comune da almeno tre generazioni. Poi attenzione Io non sono un esperto di Commedia dantesca. Ho cercato di scegliere il best of della Commedia, le cose che anche per sbaglio uno deve conoscere. Poi ci mescolo insieme anche gli ABBA, in un frullatore pop. Se non sai chi siano Paolo e Francesca vabbene, perché comunque dentro c’è anche la Signora in Giallo, e si ride lo stesso. C’è un grande colore.

La Valdichiana: Come si fa oggi, in questo contesto storico sociale, a fare comicità intelligente?

Alessandro Fullin: La comicità è un’arte che invecchia molto rapidamente, forse l’arte che invecchia più rapidamente in assoluto. Spesso la comicità più efficace è anche quella più attualizzata, molto basata sul senso comune di un determinato momento storico. Ovviamente tende a modificarsi nel giro di pochi anni. Se noi guardiamo alcuni comici del passato, ad esempio di venti anni fa, ci sembra che dormano, oggi non fanno ridere. Certo rimangono stelle polari come Totò, che è figlio del suo tempo, ma ci fa ridere ancora oggi; penso però a Macario che se lo guardiamo oggi rimaniamo un po’ perplessi. In passato invece aveva un successo enorme. Ecco oggi una comicità intelligente è atemporale. Io ho la presunzione che funzioni per un tempo più lungo… un periodo quantomeno sufficiente a coprire quello della mia vita. A me non piace poi buttare degli spettacoli perché “vecchi”. Piccole Gonne ad esempio va in giro da quasi cinque anni, ancora fa ridere e spero che non invecchi mai.

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Racconti di veglia: il Serpecane di Montallese

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Aiuto! C’è un serpente con la testa di cane!” Questo fu il grido di un testimone che asserì di…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Aiuto! C’è un serpente con la testa di cane!”

Questo fu il grido di un testimone che asserì di essersi trovato davanti una creatura che sembrava frutto della più fervida immaginazione: un serpente con la testa di cane, chiamato anche “Serpecane”, il cui avvistamento apparve sui giornali di tutta Italia circa 40 anni fa.

Immaginate la scena: siamo nel 1980, in una calda estate all’interno di un bar di Montallese, piccola frazione del comune di Chiusi. Nel bar ci sono avventori di ogni età che giocano a carte, bevono e si raccontano storie, delle orecchie attente, che non si lasciano sfuggire nulla.

Un personaggio molto conosciuto in paese entra e grida a tutti il singolare avvistamento del Serpecane. Cala il silenzio, tutti si fermano, nessuno prova a schernirlo, sapendo che provarci potrebbe essere pericoloso, in quanto molto irascibile, ma restio ad inventare menzogne per mettersi in mostra.

Che cos’era questa bestia?

Testimonianze e diffusione

Per comprendere pienamente le leggende che ruotano attorno al Serpecane dobbiamo fare un passo indietro di circa tre anni, sempre nella zona di Montallese, frazione chiusina situata al confine col comune di Montepulciano e quello di Chianciano. In quel periodo iniziarono a essere denunciate diverse sparizioni di animali di varie taglie, mentre tra i contadini, al ritorno dai campi all’imbrunire, circolavano diverse notizie di avvistamenti di “Saettoni” (una tipologia di serpente chiamata anche Colubro di Esculapio) un po’ troppo grandi rispetto al normale. Forse si trattava dello stesso serpente, forse più di uno, avvistato una volta calante da un albero in un orto di un contadino, l’altra davanti alla finestra di casa della proprietaria del negozio di alimentari.

Le descrizioni relative a questo animale passavano di bocca in bocca: “È lungo 4-5 metri” oppure “Ha la testa che sembra quella di un cane”. La diceria iniziava quindi a circolare, insieme a un orario ricorrente, che coincideva sempre con l’inizio dell’imbrunire. A questi avvistamenti si accostavano poi inquietanti sparizioni di galline dai pollai e animali dagli allevamenti, tra l’ilarità degli scettici e la fobia dei previdenti che iniziarono a rientrare la sera presto per cercare sicurezza tra le mura domestiche.

Torniamo all’estate del 1980, quando entrò nel bar di Montallese un operaio, che lavorava presso il cantiere dei viadotti della ferrovia “direttissima” che avrebbe collegato la Valdichiana con Firenze. Entrando affannato gridò a tutti l’allarme: stavolta non sembrava soltanto un grosso serpente, ma la testa era proprio quella di un cane.  “Ho visto un serpente con la testa di cane!”, continuò a raccontare, esortando gli altri ad ascoltarlo, mentre un forestiero al telefono smise di prestare attenzione al suo interlocutore per sentire meglio ciò che stava succedendo all’interno del bar, appena carpite le informazioni necessarie riagganciò e si allontanò velocemente cercando di non farsi notare.

Il caso volle che iniziarono ad uscire una serie di articoli su molti giornali, tra cui “La Nazione” e “Cronaca Vera” nei quali si gridava l’allarme per la mostruosa creatura che già veniva soprannominata “Serpecane”, che svuotava i pollai e terrorizzava gli abitanti di Montallese.

 

(ritagli di giornali d’epoca: “La Nazione” e “Cronaca Vera”)

In un baleno la piccola frazione si trovò piena di curiosi, cronisti, cacciatori e studiosi, con domande di ogni tipo, tra cui la più classica “Scusi per Montallese?” che veniva posta dai forestieri ai passanti delle zone limitrofe.

Si narra di battute di caccia con reti e trappole, al fine di catturare la creatura e rivenderla a un circo, di gruppi di ricerca organizzati, di reportage giornalistici. Addirittura le nostre fonti ci dicono che fino alle spiagge siciliane veniva posta la domanda agli abitanti di Montallese: “Ma il Serpecane?”

Si arrivò addirittura a dedicargli il carnevale del 1981 con un carro allegorico su cui era posizionato un enorme serpente con una testa di cane. Ecco il video di Mauro Bischeri che ben racconta quel periodo:

Caratteristiche e analisi

Nessuno ha mai trovato il Serpecane, né scoperto la sua origine, pertanto la sua leggenda si limita agli avvistamenti degli abitanti di Montallese e alle supposizioni. Nel corso degli anni si sono avvicendate numerose ipotesi per cercare di dare una spiegazione agli eventi di quegli anni, che spaziano dai tentativi di comprensione più realistici ai legami con le tradizioni mitologiche o fantastiche.

Le ipotesi più accreditate furono che la creatura fosse un pitone o un’anaconda, scappato da un treno durante un trasporto di animali esotici destinati ai parchi, oppure un acquisto incauto di qualcuno che avrebbe voluto utilizzarlo come animale da compagnia.  Un’altra possibilità è che si trattasse di uno scherzo, un carnevalata organizzata da un gruppo di giovani del posto, o magari una diceria che è leggermente sfuggita di mano, fino a trasformarsi in una sorta di abbaglio collettivo.

Un’ altra leggenda locale che potrebbe essere affiancata a quella del Serpecane è quella della “Nessie” del Lago di Chiusi, secondo la quale un grande animale acquatico dalla corporatura sinuosa dovrebbe abitare il fondo del chiaro, e che potrebbe trattarsi dello stesso animale avvistato nelle campagne. Quale che sia la vera origine di questa storia, rimane il fatto che sia nato un vero e proprio racconto che i cittadini di Montallese e dintorni tuttora tramandano, e che potrebbe portare a nuovi dettagli o avvistamenti.

Anche se il Serpecane è una leggenda tipicamente confinata a Montallese, ci sono molte somiglianze con la tradizione del Serpe Regolo che interessa gran parte dell’Italia Centrale. Si tratta di un grosso serpente, dalla testa grande come quella di un bambino, che vive per le macchie, i campi e gli orridi dei monti. Può essere rappresentato come un grosso rettile con squame luminose e ali, oppure come una vipera troppo cresciuta, oppure ancora come un serpente a due teste. In Toscana la tradizione vuole che il Serpe Regolo venga creato da una vipera tagliata a metà, che invece di morire cresce a dismisura e comincia a perseguitare tutti i malcapitati per vendetta. Il suo nome rimanda al significato di “Piccolo re”, un chiaro collegamento con il Basilisco, il leggendario serpente in grado di pietrificare o uccidere con lo sguardo.

Le somiglianze tra il Serpecane e il Serpe Regolo o il Basilisco sembrano indicare, più in generale, le tipiche paure dei mostri che insidiano la vita rurale e gli abitanti delle campagne. Si tratta di serpenti che assalgono le vittime ignare e che rappresentano l’ignoto della natura selvaggia, non ancora assoggettata alla cultura umana e ai modelli di agricoltura e allevamento. Tali serpenti sono una costante minaccia per le greggi e per i pollai, per le campagne in cui gli uomini hanno costruito la loro civiltà: sono caratterizzati da un temperamento selvatico e ostile, da una grande pericolosità e da un aspetto mostruoso, fuori dal comune. Oltre a rappresentare una minaccia per chi viaggia in campagna da solo, raffigurano anche la parte più inospitale e selvaggia della natura che ci circonda e che la civiltà umana non potrà mai completamente assoggettare.

 

Influenze nella cultura pop

Il Serpecane è diffuso soltanto a Montallese, ma il Basilisco e il Serpe Regolo hanno una vasta presenza nella cultura pop, in virtù della loro grande diffusione. Per esempio, la canzone dei “Ratti della Sabina” riprende la leggenda popolare del Serpente Regolo e le paure collegate alla vita in campagna.

“Dicunu li vecchi de paese
che se taji un serpe llà ‘nnu mezzu,
quillu, mica more ma renasce
più cattivu de la peste,
più ‘gnorante de unu che lavora in un ufficiu pubblicu
e più furbu de nà vorbe e d’un fainu missi ‘nsieme,
te ssé recorda e ssé tt’encontra
poi di pure che ppe tte é arrivata
in quillu momentu l’ora tea.
Stete sempre all’erta
quannu annate p’à campagna
perchè s’ensinua in ogni buciu
a covà l’odio versu l’omini
e quannu scappa fori
ce tè l’occhi come a brace,
è tuttu niru come a pece
e se llù chiami pé nome se ‘ncazza veramente
e te perseguiterà pé sempre,
finu a che nun diventi mattu de capoccia
‘nsieme a tutti quanti i parenti tei.
Tant’è viru che qunn’unu é tantu stranu,
oppure é d’animu cattivu cò a ‘gnoranza che s’uncolla,
ce sta usanza, là ppé parti mei, de chiede a li cristiani
se per casu un giorno da monelli j’esse mica, tante vote, moccecatu u “Regu”.
Oddio! L’ho numinatu, mò che mme succederà?
Lu nome seu nun toccherebbe pronunciallu mai.
Mò spero, solamente, che la sorte sia clemente.
Nnù frattempu cantemo e ballemoce senza pensacce à tarantella,
à tarantella dù serpente.”

Per quanto riguarda i riferimenti cinematografici, la forma del Serpecane non è poi così tanto spaventosa se pensate che potrebbe ricordare molto Fùcur, nei film Falkor, della saga “La Storia infinita”, anzi, fa venire voglia di saltargli in groppa e volare via

Le paure di un serpente più grande del comune, capace di inghiottire vive le persone in ambienti selvatici e ostili, è ben rappresentata dal film “Anaconda”. Una rappresentazione meno realistica e più fantastica, invece, può essere trovata nei tanti riferimenti legati alla figura del Basilisco, ben esemplificati dal film “Harry Potter e la camera dei segreti”

 

(Si ringraziano per l’aiuto e le fonti storiche, immagini, video : Stefano Bistarini e Mauro Bischeri)


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Nessuno, atto 4: controlli in corso d’opera

Non so come faccia il tempo a scorrerci addosso e scivolare via, ma ultimamente scorre troppo velocemente, tanto da non sentire il contatto con la superficie delle cose. La fine…

Non so come faccia il tempo a scorrerci addosso e scivolare via, ma ultimamente scorre troppo velocemente, tanto da non sentire il contatto con la superficie delle cose. La fine di questo mese vuol dire l’inizio di un periodo al quale potrei attribuire troppi aggettivi che non starò a citare, perché chi mi accompagna in quest’avventura possa viverlo in maniera ancora più concreta. Inizia infatti quel lasso di tempo nel quale il mio bambino ha bisogno di controlli, giusto per vedere come cresce e avere la possibilità di trovare da prima le soluzioni, nel caso ci fossero dei problemi.

Febbraio: accordi siglati, progetti entrati in porto, viaggi e ritorni verso casa, riflessioni e preparazione a quella che sarà l’entrata nell’arena, come quando i gladiatori strofinavano un pugno contro l’altro prima di prepararsi al combattimento. In questi quasi 28 giorni di cose ne sono successe, abbiamo messo a punto il lavoro con i ragazzi dell’istituto F. Redi di Montepulciano facendo un laboratorio di una sola lezione, mettendo in scena l’aspetto emotivo della guerra. Il 9 febbraio io e Lara Pieri (professoressa di lettere dell’istituto) abbiamo presentato questo lavoro, prendendo un treno la mattina presto per andare a Firenze al Sant’Apollonia, dove si teneva una conferenza storica, conclusione di un ciclo sperimentale della Facoltà di Storia di Firenze. Alla presentazione erano presenti molte scuole della Toscana: tutte hanno parlato dello stesso argomento, la guerra nei Balcani. Hanno affrontato aspetti politici, questioni religiose e ragioni economiche che hanno fatto iniziare un inferno del quale alcuni orrori rimangono tuttora da rivelare, caratteristica comune a molte guerre. Al di là dell’aspetto storico si è parlato molto dell’aspetto umano, di quelle superstiti Hana e Mila, di Nina che vede tornare suo fratello a casa in lacrime, e di un Paese di cui prima erano concittadini e che dopo la guerra ha dovuto accettare diversità indotte, che non hanno né tradizioni né una storia vera e propria, ma che attraverso i simboli si sono costruite una nuova nazionalità, una patria diversa alla quale appartenere. Tra confini invisibili, lotte tra vicini di casa, abitazioni deturpate da colpi di proiettile e rancori incancellabili, in quella stanza dove si teneva la conferenza volavano invisibili pensieri discordanti. Era quasi esplicita una frase che mi passava spesso per la mente: “La guerra come dolorosa necessità”. Quella mattina, solo quella mattina, ho capito quanto fosse importante da parte di noi posteri, far rivivere la brutalità di certi eventi nella mente di chi si sente immune agli episodi del passato, con la consapevolezza che è spesso destinata a succedere ancora.

Il mio bambino non somiglierà solo a me, ma nel suo volto se ne rifletteranno almeno altri cinquanta, perché di padre ce n’è più di uno. Io sono semplicemente la custode, tutti coloro che saliranno sul palco sono la parte attiva che gli dà concretezza. Non avrei mai voluto che sul palco salissero soltanto persone che la guerra non l’hanno mai vissuta; è giusto che ci siano, perché riusciranno a comprendere l’argomento e rimarrà nei loro pensieri per molto a lungo, ma un pensiero diventa espressione quando è stato vissuto in maniera reale, tangibile, vera. Non potevo non invitare a partecipare a questo lavoro i “Tamburi Migranti”, un gruppo di estroversi musicisti del centro di accoglienza per i richiedenti asilo di Chiusi; alcuni di loro hanno sentito il fuoco tambureggiante delle armi troppo da vicino e hanno sentito la necessità di dover chiamare casa un altro posto, portando con sé solo loro stessi e le proprie passioni. Attraverso colori sgargianti, ritmi primordiali, facce consumate e quindi attraverso la musica fanno riemergere storie del loro passato, esperienze mai spente. Ho sempre voluto che questo spettacolo fosse un urlo a cielo aperto, un grido di rabbia, una collettività che attraverso la confusione di storie, che creano un rumore quasi assordante, dice qualcosa che non molti hanno il coraggio di dire, a cui pochi pensano, che Nessuno esprime.

In questo momento mi sembra di essere sulle montagne russe e io mi trovo solo nei carrelli finali all’inizio della giostra: pian piano sto proseguendo verso il centro e di fronte a me vedo una salita ripida, al termine della quale ci sarà una discesa a picco che mi farà venire il nodo allo stomaco. Probabilmente a volte mi farà chiudere gli occhi, e so che scesa da quella giostra mi tremeranno ancora le gambe, ma sicuramente niente mi darà mai la sensazione di quel tuffo nel vuoto. Insomma, bambino mio, siamo arrivati insieme fino al quinto mese e se prima vedevo solamente la pancia di una forma diversa, adesso concretamente ti sento dentro di me.

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Edicola Mario – A Carnevale ogni scherzo vale

Mario è un edicolante dalla natura particolare: sempre scontroso e scostante, ma con un grande amore per la propria terra. Grazie alla sua attività riesce sempre ad essere un punto…

Mario è un edicolante dalla natura particolare: sempre scontroso e scostante, ma con un grande amore per la propria terra. Grazie alla sua attività riesce sempre ad essere un punto di riferimento per la comunità, mantenendo aggiornati i propri compaesani sulle vicende della zona. L’edicola di Mario è il modo più divertente per capire la realtà che ci circonda!

“L’edicola di Mario” di Michele Bettollini: a Carnevale ogni scherzo vale

Tutte le strip di Michele Bettollini nella speciale galleria: L’edicola di Mario

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Settimana Arthur Miller: interviste a Elena Sofia Ricci e Sebastiano Somma

Giovedì 15 febbraio 2018, alle 21:15, al Teatro Poliziano di Montepulciano, va in scena Vetri Rotti con Elena Sofia Ricci, Gianmarco Tognazzi e Maurizio Donadoni, per la regia di Armando Pugliese….

Giovedì 15 febbraio 2018, alle 21:15, al Teatro Poliziano di Montepulciano, va in scena Vetri Rotti con Elena Sofia Ricci, Gianmarco Tognazzi e Maurizio Donadoni, per la regia di Armando Pugliese. Sabato  17 febbraio, invece, al Teatro Mascagni di Chiusi, sempre in prima serata, va in scena Uno Sguardo dal Ponte, con Sebastiano Somma, per la regia di Enrico Maria LaManna e le musiche di un inedito Pino Donaggio prestato alla colonna sonora teatrale.

Due testi di Arthur Miller a distanza di pochi giorni. Due testi che sono primariamente messaggi politici. Attenzione, “politici” in questo caso assume una significazione lontana da quella che vergognosamente è commutata da questi mesi di campagna elettorale, fatta di graffi retorici e slogan banalizzanti, complessità sbriciolate in frasi paratattiche semplificatorie.

Vetri Rotti, al Poliziano il 15 Febbraio, si svolge nella New York borghese del 1938. Il riferimento esplicito del titolo è rivolto a quella Notte dei Cristalliil violento pogrom nazionalsocialista che nella seconda settimana del Novembre del 1938 attaccò – non solo in Germania, ma anche in Austria e Cecoslovacchia – i quartieri ebrei delle città, devastando e aggredendo la popolazione ebraica.  Elena Sofia Ricci interpreta Sylvia, moglie di Philip da trent’anni, che si ritrova improvvisamente paralizzata agli arti inferiori. «La cosa che emerge da questo testo è che la paralisi di silvia apre uno scenario più interessante» mi dice Elena Sofia Ricci, a pochi giorni dalla replica poliziana «Il lavoro sulla paralisi delle gambe di Sylvia non è stato facile come mi aspettavo nel momento in cui ho letto il testo per la prima volta. Sia dal punto di vista emotivo, poiché quell’immobilismo delle gambe non è che l’aspetto esteriore di una paralisi più profonda, interiore, storica. Sia perché non è per niente facile dimenticarsi di avere le gambe.  Non muovere mai le gambe comporta una scissione interna, una rottura psicologica tra le componenti del corpo. È difficilissimo. Il lavoro che ho fatto si è concentrato solo sulla parte superiore del corpo e sulle intenzioni. Su cosa sto dicendo io e cosa sto raccontando della mia paralisi oltre quella fisica».

La paralisi viene diagnosticata come psicosomatica. Si ricorre così alla psicologia, che negli anni ’30 stava esplodendo come disciplina scientifica. «Il medico Hyman, un ebreo “sereno” rispetto alla complessità che gli altri due protagonisti vedono nella loro matrice culturale» continua Elena Sofia Ricci «cerca di spiegare la paralisi con qualche piccola e marginale conoscenza in ambito psicologico, ma Sylvia è paralizzata dalla paura, dalla complessità della colpa millenaria vissuta dagli ebrei. La paralisi è un’espressione cassandrina del dramma storico che sarà l’olocausto. Da questo spunto, lo spettacolo arriva anche a parlare dell’inversione dei ruoli, privati, in una coppia: un elemento di straordinaria contemporaneità. Nello spettacolo vediamo una donna che deve diventare uomo, all’interno della coppia. Oggi questo vediamo: uomini che vengono frustrati da queste donne così totemiche, così virili, che li rendono impotenti. L’impotenza genera frustrazione e la frustrazione genera violenza. Così nei popoli così nel  privato delle coppie».

Un dramma privato che si dispiega in dramma storico, pubblico, umano. Un topos, se vogliamo, della tradizione letteraria mondiale, ma che nel caso di Arthur Miller trova anche un significato astorico, al di fuori del tempo, che parla al presente utilizzando narrazioni localizzate molto lontano nella storiografia.

«Quando Arthur Miller ha scritto Uno Sguardo dal Ponte di certo non pensava che sessant’anni dopo ancora avrebbe suscitato delle riflessioni in questi termini, in Italia», dice Sebastiano Somma, qualche giorno prima della replica al Teatro Mascagni di un’altra pièce, scritta trentanove anni prima dell’altra, che come ambientazione ha la Brooklyn popolata da immigrati italiani, «Siamo in giro con questo spettacolo da tre stagioni e abbiamo falcato l’Italia da nord a sud» continua Somma, «Ed è stato interessante notare come in Veneto e in Friuli, regioni del nord-est che certa narrazione mediatica vorrebbe lontane dall’accoglienza e dalla recezione positiva dell’immigrazione, le persone siano ben consapevoli di quanto l’emigrazione abbia fatto parte della loro storia». Sebastiano Somma interpreta Eddie Carbone, un padre-padrone di famiglia, siciliano trapiantato a Brooklyn, travolto da una vicenda di ossessioni e sentimenti distorti, contrastivo nei confronti di una figlia che sembra troppo aperta ai costumi newyorkesi e lontana dalla visione femminile paterna. «Ovviamente nel testo originale non ci sono riferimenti dialettali, ma con Masolino d’Amico, che ha curato l’adattamento ed Enrico LaManna, regista, abbiamo deciso di caratterizzare questo personaggio con un accento siciliano, che resti ovviamente comprensibile a tutti gli italiani».

 

È indubbio che la famigerata pancia del paese esista. Ed è ancor più fuori discussione che questa pancia sia ormai un interlocutore necessario per comprendere le sorti del paese. Questi due spettacoli parlano a questa pancia: non lo fanno con le urla da salotto televisivo, con i microfoni direzionali a spilla che grattano sulle giacche. Lo fanno con narrazioni nette, procedimenti psichici e storici di rilievo universale. Due spettacoli che sono anche fondamentali per la storia del teatro contemporaneo. Perderseli, di fatto, è come perdersi un’occasione per capire.

[Le interviste integrali a Elena Sofia Ricci e Sebastiano Somma usciranno nel #2 di Valdichiana Teatro, da Marzo scaricabile dal nostro Shop. Se ti sei perso il #1 ti perdoniamo, ma ti invitiamo a sopperire alla carenza, scaricandolo da qui

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