La Valdichiana

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Alessio Banini

Lo spettacolo equestre di Lindo Ferretti al Castello di Sarteano

Segnatevi questa data: 8 agosto 2014. Lo spettacolo equestre di Giovanni Lindo Ferretti dal titolo “Partitura per voce, cavalli, incudine con mantice e bordone”, nella splendida cornice del castello di…

castellosarteanoSegnatevi questa data: 8 agosto 2014. Lo spettacolo equestre di Giovanni Lindo Ferretti dal titolo “Partitura per voce, cavalli, incudine con mantice e bordone”, nella splendida cornice del castello di Sarteano, rischia di diventare l’evento più affascinante dell’estate in Valdichiana.

Affascinante per via della sua unicità, della sua particolarità e della sua irripetibilità. Il teatro equestre della “Corte Transumante di Nasseta” è infatti una forma artistica che gioca sull’esperienza dei suoi spettatori, con un teatro che viene definito barbarico e montano. Non viene utilizzato nessun artificio scenico, ma soltanto cavalli maremmani, meno spettacolari ma più legati alla tradizione della gente di montagna, che ha praticato per secoli la transumanza delle greggi dall’Alpe alla Maremma. Un teatro che viene messo in scena all’alba o al tramonto, utilizzando la luce naturale e l’illuminazione del fuoco, che crea un’affascinante combinazione con i paesaggi, gli animali e gli abitanti.

marcellougolettiLa conferenza stampa di presentazione dello spettacolo equestre ha subito messo in mostra l’eccezionalità di quest’evento. All’interno di una camera del Castello di Sarteano, seduti su balle di fieno, una manciata di redattori dell’informazione locale (La Valdichiana e TeleIdea) sono stati conquistati dalle parole di Giovanni Lindo Ferretti, artista che si è conquistato un posto nella storia della musica italiana. Inutile rievocare la sua storia, le sue creazioni e le sue opere: per quello, i più disinformati potranno spendere qualche minuto su wikipedia o su youtube. Ma la presenza dell’artista è solo un valore aggiunto a un teatro equestre che si mostra fin da subito come unico ed irripetibile: ogni volta che viene messo in scena, è un’esperienza nuova. Giovanni Lindo Ferretti è capace di estasiare con il suo racconto appassionato, non a caso nello spettacolo è definito come “Il Signore della Parola”:

“Le nostre famiglie sono sopravvissute per secoli praticando la transumanza – ha spiegato Lindo Ferretti – e il teatro equestre è la celebrazione delle nostre radici, della nostra identità e della nostra cultura. Racconta la storia dei nostri monti, della nostra comunità: è una storia epica. Abbiamo portato spettacoli equestri per i piccoli borghi dell’Appennino e sembravamo il pifferaio magico. Eravamo in grado di trascinare dietro di noi tutti coloro che vedevano i cavalli passare. Riuscivamo a tenere incantanti i bimbi e i ragazzini. Il nostro è stato un tentativo, ma il riscontro del pubblico ci ha dato la forza di proseguire: se qualcosa ai giorni nostri, che non sia una macchinetta, è in grado di incantare una banda di ragazzini, bisogna perseverare.”

ferrettisarteanoAlla conferenza era presente anche il Signore dei Cavalli, Marcello Ugoletti, che insieme alla moglie Cinzia Pellegri, Signora della Corte, nello spettacolo ha il compito di addestrare e guidare i maremmani. Una passione, quella per i cavalli, che non è soltanto nostalgia per il passato, ma il rispetto per un elemento che appartiene alla nostra identità e alla nostra tradizione, perché la storia dell’umanità è impensabile senza la storia del cavallo:

“Oggi la dimensione sportiva è l’unico contesto in cui i cavalli sono accettati nella società. Ma il nostro teatro non è riducibile alla pratica dei centri ippici, si inserisce nella tradizione equestre. Questo progetto ha una vera e propria dimensione letteraria e artistica, vuole trasmettere un sistema sapienzale e culturale che il rapporto uomo-cavallo ha accumulato nel corso del tempo.”

Grande emozione nelle parole di Michele Rossi, autore di una biografia di Giovanni Lindo Ferretti, e del sindaco di Sarteano, Francesco Landi, orgoglioso di essere riuscito a portare uno spettacolo così particolare e affascinante nella splendida cornice del Castello di Sarteano:

“Artisti di grande passione e cultura – osserva il Sindaco Landi – hanno scelto lo scenario del nostro castello senese, struttura di fine Quattrocento, semplicemente per la sua bellezza. Si tratta di una grande occasione culturale e, insieme, di un grande riconoscimento. Questa è un’opera prima che reca il marchio Sarteano Living. Ne siamo lusingati e orgogliosi”

Ferretti_titoloNon ci resta quindi che attendere il prossimo 8 agosto per assistere a questo spettacolo. Il teatro equestre, barbarico e montano, è opera della “Corte Transumante di Nasseta”, libera compagnia fondata nel 2010 da Giovanni Lindo Ferretti, Marcello Ugoletti e Cinzia Pellegri, con l’intenzione di domare e addestrare razze maremmane e d’Appennino e praticare uno spettacolo contemporaneo anomalo, per collocazione geografia, stilistica e culturale. La corte vuole quindi salvaguardare il patrimonio che fa parte della nostra tradizione, e il teatro equestre viene definito come il restauro di un’opera d’arte.

Al Castello di Sarteano, nella serata dell’8 agosto, andrà in scena un teatro fatto di parola, suono e senso, che diventa canto epico, in cui il rapporto tra uomo e cavallo ripercorre la storia della civiltà. Presto partirà la prevendita dei biglietti all’ufficio turistico di Sarteano, corso Garibaldi 9. Tutte le informazioni saranno reperibili su www.sarteanoliving.com, al numero telefonico 0578269204 e, ovviamente, anche su www.lavaldichiana.it!

1 commento su Lo spettacolo equestre di Lindo Ferretti al Castello di Sarteano

Pikappa, il pioniere ritorna nel nuovo mondo

Potere e Potenza: il ritorno di Pikappa, il pioniere del fumetto Disney con la nuova saga su Topolino, a opera di Francesco Artibani, Lorenzo Pastrovicchio e Max Monteduro In un lontano…

Potere e Potenza: il ritorno di Pikappa, il pioniere del fumetto Disney con la nuova saga su Topolino, a opera di Francesco Artibani, Lorenzo Pastrovicchio e Max Monteduro

In un lontano futuro, probabilmente, gli edicolanti ricorderanno l’estate del 2014 come l’estate in cui orde di trentenni si  riversarono alle loro bancarelle alla ricerca dei nuovi numeri di “Topolino”, il più famoso periodico per ragazzi. E non è stata colpa dell’afa, di un’improvvisa nostalgia o di un’ondata di follia. Il motivo è molto più semplice, e al contempo più complesso: il ritorno di Pikappa, con la nuova saga a fumetti “Potere e Potenza”.

Se non conoscete PK e i PKers, colmate immediatamente la lacuna con un rapido giro su Wikipedia. La testata dedicata alle avventure di Pikappa, la versione più adulta e fantascientifica di Paperinik e più in generale dell’universo Disney, fu un esperimento editoriale di incredibile successo. Pubblicata tra il 14 marzo 1996 e il 20 dicembre 2000, una serie a fumetti con 50 numeri e alcuni speciali che non definirei rivoluzionaria, bensì pionieristica. E questo ritorno lo dimostra.

pikappa potere e potenza

“Potere e Potenza”: il ritorno di Pikappa su Topolino

Sono passati quasi vent’anni: un tempo che sembra un’eternità, nel mondo del fumetto. Ma Pikappa ebbe un gigantesco seguito tra i lettori dell’epoca, che lo trasformarono in un fenomeno di costume. Lettori di una fascia d’età più alta rispetto a quella di Topolino, e che potevano seguire avventure di fantascienza tra invasioni aliene, viaggi nel tempo, cyborg e hacker, per non parlare delle tante citazioni alla letteratura fantasy e sci-fi, che stava per raggiungere il suo apice.

Dopo tanti anni dalla chiusura di Pikappa, i numerosi fan rimasti orfani si stanno godendo, in queste settimane, una nuova avventura a puntate sulle pagine di Topolino, che segue le vicende della saga originaria e non si limita a ricordare con nostalgia il passato. Proprio su Topolino, la testata dal diverso target rispetto al vecchio Pikappa, che sembrava inarrivabile per volumi di vendita e per linea editoriale. E la nuova storia di PK, “Potere e Potenza”, non è affatto edulcorata. Anzi, assume fin da subito toni epici con un mondo futuro da salvare, la presenza di tanti amici e nemici di lunga data, le armi fantascientifiche di Pikappa chiamato a scongiurare la minaccia dell’invasione aliena degli evroniani. E la morte di Paperino. Sì, avete letto bene: la morte di Paperino, nella testata ammiraglia della Disney. La storia, quindi, non è stata pensata per i tipici lettori di Topolino. È stata pensata per i Pkers, i quindicenni di allora diventati trentenni di oggi. E che, come orgogliosamente fa il sottoscritto ogni mercoledì, affollano le edicole.

Non vorrei però soffermarmi sull’importanza del ritorno di Pikappa dal punto di vista narrativo. In preparazione del suo ritorno, infatti, la Panini Comics ha organizzato una serie di iniziative sui social media e ha ottenuto un ottimo successo. Facebook, Twitter, gestione della community online: il tutto condito dal classico gadget estivo di Topolino, il “PK-Blaster” da assemblare e utilizzare per sfide di laser-game. Per non parlare del sondaggio lanciato tra i lettori e i fan sui social media, in cui veniva chiesto di scegliere una svolta decisiva nella trama della storia (salvare oppure no la Ducklair Tower, la storica base di PK): un’evoluzione della storia a bivi tipica di Topolino, certo, ma anche della gestione della community inaugurata più di quindici anni fa proprio dalla testata di Pikappa.

pikappa sondaggio

Il sondaggio per modificare la trama: che Pikappa sarebbe, senza Pkers?

Il successo del ritorno di Pikappa è la dimostrazione di quanto quel progetto editoriale fosse innovativo, a metà degli anni novanta. Pikappa fu capace di creare una community di fan attivi e appassionati, che sapevano di essere i fratelli minori delle testate maggiori della Disney. Era una nicchia, che è stata cullata e gestita sapientemente da autori ed editori. Prima ancora dell’avvento dei social network, i Pkers interagivano tra di loro fondando fan club, inondavano la redazione di fax (le mail non erano ancora così diffuse!), partecipavano e sostenevano il progetto. E la redazione, sapientemente, coltivava la community: creava un gergo (poche ragazze da quelle parti? Attenti ai criceti!), organizzava contest, regalava gadget esclusivi, cercava un contatto diretto e continuo con i lettori attraverso la rubrica della posta. Rendeva difficile reclutare nuovi lettori, ma nel contempo rendeva ancora più forte il legame con la sua nicchia, con i suoi fan appassionati.

Pikappa era capace di “essere social” prima dell’arrivo dei social network. Era innovativo nei temi e nei contenuti, ma anche nella forma e nella gestione della community. Pikappa ha sempre guardato al futuro, è stato il pioniere che ci ha portato nel nuovo mondo. Colui che negli anni novanta ha superato il trauma del fumetto italiano, mentre i manga invadevano il mercato e i sogni di una generazione. Pikappa era avanti. Aveva salpato per primo verso il nuovo mondo, vi si era stabilito e aveva goduto per anni di questa posizione di prestigio. Poi il suo tempo è finito, come accade a tutti i pionieri. Forse era arrivato troppo presto. E forse adesso è troppo tardi per rimanere. Ma questo breve (forse?) ritorno di fiamma, questo secondo sbarco nel mondo esplorato quindici anni fa, è la dimostrazione della qualità e del valore di quel progetto editoriale.

Non siamo stati noi ad aspettare Pikappa per quindici anni. È stato lui ad aspettare noi.

Nessun commento su Pikappa, il pioniere ritorna nel nuovo mondo

Latouche al Lago di Montepulciano: “Recuperare l’autonomia”

Serge Latouche al Lago di Montepulciano: “Recuperare l’autonomia agricola e alimentare” Il cielo ha minacciato pioggia per tutta la sera, e le nubi temporalesche non facevano presagire nulla di buono:…

Serge Latouche al Lago di Montepulciano: “Recuperare l’autonomia agricola e alimentare”

Il cielo ha minacciato pioggia per tutta la sera, e le nubi temporalesche non facevano presagire nulla di buono: e invece la nutrita platea che si era radunata al centro visite “La Casetta” del Lago di Montepulciano è stata risparmiata dall’acquazzone, e ha potuto godersi un interessante incontro pubblico con Serge Latouche. Il dibattito si è svolto all’aperto, nei giardini a fianco del Sentiero della Bonifica, e i tanti spettatori giunti per l’occasione si sono dimostrati partecipi e incuriositi, contribuendo al successo dell’iniziativa con domande e approfondimenti.

latouche2Serge Latouche, economista e filosofo francese, ha acquisito fama internazionale grazie alle sue teorie della decrescita felice. L’incontro organizzato da Legambiente e dagli Amici del Lago di Montepulciano, lunedì 7 luglio, è stato un importante momento di condivisione delle tipiche tematiche della ricerca accademica di Latouche, ma ha spaziato anche su temi quali la biodiversità, l’autonomia agricola e alimentare, i processi di costruzione di un Biodistretto in Valdichiana.

Il professor Latouche è un grande avversario dell’occidentalizzazione del pianeta e le sue opere di antropologia economica guardano favorevolmente a concetti come il convivialismo (Qui potete trovare il manifesto pubblicato dal MAUSS, il movimento anti-utilitarista per le scienze sociali) e il localismo. Le critiche ai modelli di imperialismo culturale, al predominio della crescita come motore di sviluppo e all’utilitarismo come etica predominante lo hanno reso particolarmente famoso, sia in ambienti accademici che politici, e i tanti libri pubblicati sul tema della “decrescita felice” hanno contribuito alla formazione di un dibattito per ridurre gli sprechi energetici, le disuguaglianze sociali e l’impronta ecologica.

latouche4Nel corso dell’incontro, Latouche ha introdotto i classici temi della decrescita felice per cercare alternative alle società fondate sul consumo, anche per combattere la crisi economica e sociale che ancora oggi viviamo. C’è un limite, secondo lo studioso, allo sviluppo e alla mercificazione: l’ossessione per lo sviluppo è tutta occidentale, così come la sfrenata tendenza a ridurre ogni cosa a merce di consumo, persino i beni comuni. E per continuare a produrre, a consumare, a creare oggetti, servizi e merci che danno l’illusione di vivere meglio, non facciamo che peggiorare le condizioni di vita, la felicità e il benessere.

Ma il dibattito non si è limitato a questo: il professor Latouche ha introdotto il tema della resilienza, ovvero la capacita di un ecosistema di resistere alla tensione e all’aggressione e di tornare allo stato primitivo e originario. Ritornare quindi alle buone pratiche locali, recuperare l’autonomia tipica del mondo contadino, che coinvolga non soltanto gli aspetti agrari e ambientali, ma anche quelli sociali e culturali. Per fondare una società basata sulla qualità della vita e non sulla merce, quindi, è necessario riappropriarsi delle nostre origini, recuperare la capacità di sopravvivenza e la padronanza del saper fare, soprattutto in campo alimentare. Viviamo infatti, secondo lo studioso, in un mondo che potremmo definire come un paese dell’assurdo, in cui non c’è più il senso sacro del cibo. latouche3Tutto ciò è accaduto perchè nell’etica utilitarista non esiste alcun senso del limite: tutto si nutre con l’illusione di uno sviluppo infinito, di una crescita eterna, di un consumismo senza limiti. Per recuperare l’autonomia agricola e ambientale, quindi, è necessario ritrovare e condividere il senso della misura.

Per tutti i lettori interessati alle teorie della decrescita e all’evento che si è tenuto al Lago di Montepulciano, sta arrivando un servizio esclusivo e un’intervista approfondita che Serge Latouche ci ha gentilmente concesso. Continuate a seguirci!

Nessun commento su Latouche al Lago di Montepulciano: “Recuperare l’autonomia”

Chiusi nella Danza: la conferenza di presentazione del festival

Nella splendida cornice del natural resort di Fonteverde, a San Casciano dei Bagni, è stata ufficialmente presentata la prima edizione del festival “Chiusi nella Danza”, che si svolgerà nella cittadina…

Nella splendida cornice del natural resort di Fonteverde, a San Casciano dei Bagni, è stata ufficialmente presentata la prima edizione del festival “Chiusi nella Danza”, che si svolgerà nella cittadina etrusca dal 10 al 13 luglio 2014. Un festival ambizioso, che intende unire momenti di spettacolo a convegni e stage formativi, tutti incentrati sul mondo della danza e sulle più ampie sfaccettature dell’arte coreutica.

La prima edizione del festival Chiusi nella Danza parte dalla fortunata esperienza dell’anno scorso, la rassegna che portava lo stesso nome e dal cui successo la Fondazione Orizzonti e l’amministrazione comunale di Chiusi hanno deciso di proseguire il percorso, rinnovando l’impegno e l’investimento per tramutarla in un vero e proprio festival dedicato alla danza. Una dimostrazione di fiducia, quindi: puntare sull’industria culturale e sull’arte anche in situazioni di crisi economica, e allargare la visuale alla Valdichiana e alla provincia di Siena per fare rete, come dimostra simbolicamente la presentazione ufficiale del festival nel territorio di San Casciano dei Bagni. Chiusi nella Danza si presenta come una sorta di start-up culturale, che intende proseguire l’esperienza positiva dello scorso anno e crescere ulteriormente, coinvolgendo le scuole di danza della città e contribuendo alla formazione di giovani ballerini.

IMG_1862Alla presentazione del festival erano presenti il sindaco di Chiusi Stefano Scaramelli, l’assessore al sistema Chiusi Promozione Chiara Lanari, il presidente della Fondazione Orizzonti d’Arte Giovanna Rossi. Mattatore della serata è stato il direttore artistico Samuel Peron, che ha ribadito la volontà di crescita della manifestazione, connettendo le esibizioni di danza alle esperienze formative dedicate alle realtà coreutiche del territorio.

Punto di forza del festival saranno quindi gli appuntamenti formativi, grazie a stage di livello intermedio e avanzato con Kristian Cellini per il lyrical jazz, Giovanni Eredia e Cesira Miceli per il tango, Antonio McVillan e Giulia Fantini per lo swing, Maykel Fonts e Relle Niane per la salsa. La novità di questa edizione è il laboratorio coreografico sul movimento e la drammaturgia corporea tenuto da Marianna Giorgi, della durata di nove ore, i cui risultati verranno presentati al pubblico nell’ultimo giorno di Chiusi nella Danza.

Gli spettacoli di danza animeranno tutte le serate di Chiusi: dal Balletto di Siena con la danza classica “Gran Suite Classic Verdiana” e la danza contemporanea “Lucifero”, alla compagnia Flamenco Tango Neapolis che si esibisce con “Viento”, fino alla serata conclusiva con “Ballando nelle Piazze”, dove il pubblico non è solo spettatore ma protagonista. Durante gli aperitivi, al chiostro di San Francesco, si svolgeranno spettacoli e percorsi di ricerca drammaturgica con Caterina Genta in “La sposa senza volto”, la compagnia Luogocomune con “Selfie” e la presentazione del libro di Samuel Peron dal titolo “Senza Tempo”.

CHIUSI NELLA DANZA 2014Il sabato pomeriggio sarà dedicato alle scuole di danza di Chiusi, che si contenderanno il premio del 1° Concorso Chiusi nella Danza al Teatro Mascagni. La domenica mattina, sempre al teatro, si terrà invece il convegno “Danza e nuovi media: l’evoluzione dei linguaggi coreutici”, in cui professionisti ed esperti del settore mediatico parleranno dell’evoluzione artistica e comunicativa della danza, approfondendo gli aspetti antropologici e le forme di espressione più adatte ai social network. Non a caso, il convegno sarà trasmesso in streaming e godrà di una copertura live sui principali social media.

Appuntamento a Chiusi, quindi, dal 10 al 13 luglio 2014. Potete trovare ulteriori informazioni sul festival sul sito web della Fondazione Orizzonti, oppure cliccare qui per scaricare il programma completo del festival “Chiusi nella Danza”.

1 commento su Chiusi nella Danza: la conferenza di presentazione del festival

Storie dalla mezzadria: la divisione della famiglia

All’epoca della mezzadria, che ha caratterizzato la storia agricola della Valdichiana, era la famiglia contadina ad adattarsi al podere, in modo da coltivarlo in maniera adeguata e garantirsi la sopravvivenza;…

All’epoca della mezzadria, che ha caratterizzato la storia agricola della Valdichiana, era la famiglia contadina ad adattarsi al podere, in modo da coltivarlo in maniera adeguata e garantirsi la sopravvivenza; la famiglia era la variabile dipendente, mentre le dimensioni del podere erano un vincolo indiscutibile. Se la famiglia non aveva sufficienti membri attivi, non riusciva a svolgere tutte le attività agricole necessarie; se invece cresceva di numero, doveva effettuare una divisione o convincere il fattore a spostarla in un podere più grande.

La famiglia contadina, quindi, era costretta a una continua pianificazione delle proprie strategie produttive e riproduttive, in modo da aver sempre un sufficiente numero di membri attivi e potersi guadagnarsi l’accesso a un podere sempre migliore. Le strategie di crescita demografica e di comportamento sociale erano la loro principale autonomia: forme tipiche potevano essere il celibato, o l’intervallo tra i matrimoni nei fratelli.

La strategia di pianificazione familiare più utilizzata era quella della divisione. Generalmente, quando la famiglia mezzadrile era capace di esprimere una forza-lavoro superiore a quella necessaria per il podere, e quando la fattoria non poteva concedere dei poderi più grandi e redditizi, avveniva una divisione. Nella storia di ogni famiglia mezzadrile, a intervalli più o meno regolari, emergevano le separazioni tra le varie linee di discendenza.

I singoli nuclei della famiglia allargata potevano essere tutti oggetto di nuove divisioni. Nel podere doveva sempre rimanere il numero necessario di membri per garantire la conduzione dei terreni e la corretta riproduzione dell’unità lavorativa. I nuclei che si dividevano dalla famiglia d’origine potevano trovare posto in un altro podere della stessa fattoria, o trasferirsi in un’altra azienda agricola. La propagazione di questi nuclei generava nuove stirpi familiari, che non mantenevano più alcun legame economico con la famiglia d’origine.

Nel momento della partenza di uno o più nuclei, la famiglia operava una divisione del patrimonio. Venivano calcolati i valori di tutti gli averi, dagli oggetti al denaro, e venivano stabilite delle parti per dividerli accuratamente. Le parti stabilivano le quote che spettavano a ciascun membro della famiglia, a cui veniva attribuito un punteggio; tale punteggio teneva conto del lavoro fornito alla famiglia e al podere, secondo una precisa scala economica. I punti variavano secondo l’età e il sesso; solitamente era il maschio in età adulta a ottenere un punteggio “pieno”, mentre donne, anziani e bambini avevano un punteggio via via minore. Ogni nucleo aveva diritto a una parte del patrimonio, in maniera proporzionale al punteggio ottenuto dai membri che lo componevano.

La divisione era definitiva e irreversibile; i nuclei che si dividevano non tornavano nella famiglia d’origine, ma formavano una nuova stirpe familiare. La sezione che si separava diventava una nuova famiglia mezzadrile a tutti gli effetti, e ricostituiva in un altro podere tutti i ruoli della famiglia d’origine, dal capoccia alla massaia. Nessun legame economico veniva mantenuto tra le due sezioni; ogni forma di patrimonio veniva divisa in base ai punteggi, in modo che ogni capoccia potesse disporre interamente degli averi di ogni rispettiva famiglia.

Nella famiglia mezzadrile, infatti, non esisteva autonomia individuale dal punto di vista economico: ogni singolo reddito entrava a far parte del patrimonio collettivo, così come ogni salario eventualmente riscosso da chi lavorava fuori della fattoria. I membri della famiglia non risparmiavano per sé o per il proprio nucleo, ma concorrevano al patrimonio collettivo e ricevevano la loro parte dal capoccia a ogni divisione.

(Tratto da “Dopo la Mezzadria. Scelte lavorative e familiari nella Valdichiana senese”, Alessio Banini, 2013, Edizioni Effigi)

La Valle del Gigante Bianco, in arrivo la X edizione: maggiori informazioni sul sito web Amici della Chianina

Nessun commento su Storie dalla mezzadria: la divisione della famiglia

Il ruolo della donna nella famiglia mezzadrile

Nella civiltà contadina della Valdichiana, il ruolo della donna risentiva delle caratteristiche del contratto di mezzadria. La discendenza familiare si strutturava infatti attorno ai figli maschi, che garantivano la produttività…

Nella civiltà contadina della Valdichiana, il ruolo della donna risentiva delle caratteristiche del contratto di mezzadria. La discendenza familiare si strutturava infatti attorno ai figli maschi, che garantivano la produttività del podere, mentre le figlie femmine erano destinate a uscire dalla casa d’origine.

Il ruolo della donna nella famiglia mezzadrile, quindi, era decisamente dipendente da quello degli uomini. La donna, chiamata spesso sposa, assumeva il suo stato sociale con il matrimonio. Nel momento in cui si sposava, lasciava la famiglia d’origine per entrare a far parte della nuova famiglia; da quel momento in poi ristabiliva i rapporti di parentela nel nuovo gruppo, cominciando a chiamare gli affini come il marito e rafforzando i legami con i parenti acquisiti (chiamava “babbo” e “mamma” i suoceri, ad esempio).

La vita sociale della donna era divisa in due fasi. La prima, nella famiglia d’origine, in cui era una sorella destinata a uscire di casa con il matrimonio; la seconda, nella nuova parentela acquisita, come moglie entrata in sostituzione di una sorella. La famiglia mezzadrile scambiava le sorelle con le mogli; laddove la sorella era transitoria, il fratello costituiva la base del gruppo e ne garantiva la discendenza, sostituendosi ai padri e ai nonni con il passare delle generazioni.

Nella vita della donna, ai tempi della mezzadria, appariva fortemente la cesura operata dal matrimonio, che segnava il passaggio dalla famiglia del padre a quella del marito e che poteva considerarsi come una transizione rituale dall’età dell’adolescenza all’età adulta.

Il maschio a capo della famiglia, il capoccia, era l’autorità del podere, responsabile dei rapporti con la fattoria e con il mondo esterno; aveva un importante potere decisionale su ogni aspetto della vita familiare, sui comportamenti dei singoli e sulle scelte domestiche. La gerarchia familiare era quindi rigidamente sottomessa al capoccia, ma non era l’unica figura autoritaria. Un altro ruolo importante era quello della massaia, che dirigeva le attività femminili e gli impegni domestici. Era la responsabile dei pasti e dell’educazione delle nuove spose, si prendeva cura dei bambini e degli anziani, si occupava del pollaio e dell’orto. In genere la massaia era la moglie del capoccia, ma non necessariamente; solitamente era la sposa più vecchia, che deteneva le tradizioni domestiche della famiglia mezzadrile.

Così come il capoccia, la massaia esercitava un notevole potere all’interno della famiglia mezzadrile e costituiva il ruolo femminile di maggiore importanza. Sia il capoccia che la massaia rimanevano in carica finché riuscivano a svolgere con efficienza il loro compito; anche se poteva essere una carica ereditaria e irreversibile, generalmente era la famiglia nel suo insieme a decidere i rispettivi ruoli.

(Tratto da “Dopo la Mezzadria. Scelte lavorative e familiari nella Valdichiana senese”, Alessio Banini, 2013, Edizioni Effigi)

La Valle del Gigante Bianco, in arrivo la X edizione: maggiori informazioni sul sito web Amici della Chianina

Nessun commento su Il ruolo della donna nella famiglia mezzadrile

La famiglia contadina e il contratto di mezzadria

La mezzadria era un contratto agrario di origine antica, che è stato il fondamento della civiltà contadina in Valdichiana. Il contratto veniva stipulato tra un mezzadro, che rappresentava anche la…

La mezzadria era un contratto agrario di origine antica, che è stato il fondamento della civiltà contadina in Valdichiana. Il contratto veniva stipulato tra un mezzadro, che rappresentava anche la sua famiglia, e il proprietario, che concedeva l’utilizzo dei terreni in cambio della divisione dei prodotti e degli utili. La fattoria del proprietario veniva divisa in più poderi, che ospitavano altrettante famiglie di mezzadri. Nel podere, sufficientemente grande da garantire il sostentamento dei contadini che vi abitavano, era presente anche una casa colonica; tutti i membri della famiglia abitavano nella stessa casa e partecipavano alla conduzione dei terreni.

La mezzadria non era solamente un contratto agrario, ma anche un rapporto sociale: era infatti un’istituzione che legava tutta la famiglia al proprietario terriero. La famiglia poteva raggiungere un numero elevato di membri, anche venti o trenta. I membri della famiglia erano uniti da una linea di discendenza maschile: erano infatti i figli maschi a costituire il fulcro dei rapporti di parentela. Le figlie femmine uscivano di casa al momento del matrimonio, in seguito al quale la coppia di sposi andava a vivere all’interno del podere del padre del marito.

La famiglia mezzadrile non era solamente un gruppo di parenti, ma una vera e propria famiglia composta da più nuclei: i fratelli convivevano con le rispettive mogli e i figli, nella stessa casa colonica. Tutti i membri della famiglia dovevano partecipare alla conduzione del podere: dall’aratura alla semina, dalla potatura delle piante alla cura del bestiame. La famiglia contadina si occupava di tutto, come una piccola azienda agricola a conduzione familiare. Generalmente, tutti sapevano fare tutto, ma ognuno aveva i suoi compiti specifici: il bifolco si occupava degli animali nella stalla, la massaia si occupava dei pasti, i bambini aiutavano i grandi con piccoli lavoretti, e così via.

Il capoccia era il responsabile della produttività familiare, che manteneva i rapporti con il fattore e con il proprietario terriero. La famiglia aveva bisogno di un numero di membri attivi che permettesse di condurre il podere senza perdite, e che garantisse una discendenza capace di sostenere il ciclo produttivo. Il numero dei maschi all’interno della famiglia era sia indice di un’elevata produttività presente che di un adeguato rinnovamento futuro.

L’eccessiva ampiezza o ristrettezza di una famiglia contadina era un possibile motivo di disdetta dal contratto di mezzadria. In tal caso, i mezzadri dovevano lasciare la terra e l’abitazione, trasferendosi in una nuova fattoria assieme ai pochi averi. Non avendo alcuna proprietà della terra che coltivavano, nel momento di passaggio da una fattoria all’altra si rivelava la loro precaria condizione, sempre tesa tra dipendenza e piccola proprietà.

(Tratto da “Dopo la Mezzadria. Scelte lavorative e familiari nella Valdichiana senese”, Alessio Banini, 2013, Edizioni Effigi)

La Valle del Gigante Bianco, in arrivo la X edizione: maggiori informazioni sul sito web Amici della Chianina

Nessun commento su La famiglia contadina e il contratto di mezzadria

5 luoghi da non perdere per le feste di Pasqua in Valdichiana

Le feste di Pasqua sono arrivate, e con esse sta arrivando anche la bella stagione. Quale momento migliore di questi giorni di festa per passare del tempo in famiglia o…

Le feste di Pasqua sono arrivate, e con esse sta arrivando anche la bella stagione. Quale momento migliore di questi giorni di festa per passare del tempo in famiglia o per qualche gita fuori porta, soprattutto nella giornata di Pasquetta? I turisti cominciano ad affollare il territorio della Valdichiana Senese, ma spesso anche coloro che vi abitano non conoscono tutti i meravigliosi angoli di questo territorio. Scorci di paesaggi mozzafiato, antichi borghi, castelli pieni di storia e campagne che cominciano a dipingersi di mille colori: la Valdichiana è uno scrigno pieno di tesori da scoprire.

Ecco a voi una breve rassegna di 5 luoghi di interesse nella Valdichiana senese, tratti dalla rubrica di storia e territorio, da visitare durante le feste di Pasqua.

1 – La Pieve di Santo Stefano a Cennano

Una chiesa rurale nei pressi di Trequanda, che testimonia il passaggio delle epoche e delle culture nel nostro territorio. Da tempio etrusco a tempio pagano, dalla chiesa paleocristiana all’altare barocco: un pezzo di storia da non perdere. Italiano – English

2 – Il Tempio Etrusco dei Fucoli

Il tempio testimonia l’importanza della civiltà etrusca nel passato del nostro territorio, ma non è propriamente visitabile. I suoi resti si trovano all’interno del Museo Civico Archeologico delle Acque di Chianciano Terme, assieme a una splendida collezione di reperti dalle necropoli dei dintorni. Italiano – English

3 – Il Castello di Sarteano

Grazie alla struttura integra e alle fortificazioni che ricordano gli antichi assedi, il castello di Sarteano è una tappa obbligata per tutti gli amanti del Medioevo. I nuovi orari di apertura e le visite guidate permettono di godere più a lungo di questo splendido esempio di architettura militare. Italiano – English

4 – Il Lago di Montepulciano

Il bacino lacustre formato dal Canale Maestro della Chiana è un’ottima testimonianza della bonifica dell’antica palude. La riapertura del centro visite “La Casetta”, con le sue mostre e le sue gare di pesca, rendono il Lago di Montepulciano una scelta perfetta per la gita fuori porta di Pasquetta. Italiano – English

5 – Il Borgo di Montefollonico

Un centro storico armonico di origine medievale e un parco naturale, insignito dalla bandiera arancione del Touring Club. Non dimenticate di assaggiare il famoso Vinsanto e di visitare il parco naturale “Il Tondo”, un bosco di cipressi e lecci disposti in maniera circolare. Italiano – English

La storia della Valdichiana

Cosa fare se invece siete bloccati a casa? Ripassare la storia della Valdichiana, dall’epoca etrusca alle ultime fasi della bonifica, può essere un ottimo modo per scoprire qualcosa di nuovo sul nostro territorio e trovare spunti per visite future! Ecco a voi la rubrica di Franco Boschi che ripercorre la storia della Valdichiana:

Prima Parte
Seconda Parte
Terza Parte
Quarta Parte

All’elenco mancano moltissimi luoghi interessanti da visitare, ma i nostri viaggi con la rubrica dedicata alla storia e al territorio della Valdichiana senese continueranno anche nelle prossime settimane! Buona Pasqua a tutti!

Nessun commento su 5 luoghi da non perdere per le feste di Pasqua in Valdichiana

Palio dei Somari – Le cronache del vino e del picio

Le cronache del vino e del picio: le impavide avventure della Redazione Valdichiana alla 57° edizione del Palio dei Somari Madame e messeri, è con sommo gaudio che andiamo ad…

Le cronache del vino e del picio: le impavide avventure della Redazione Valdichiana alla 57° edizione del Palio dei Somari

Madame e messeri, è con sommo gaudio che andiamo ad annunciarvi l’inizio della 57° edizione del Palio dei Somari di Torrita di Siena, l’evento più atteso dell’anno tra le mura cittadine. Con le estrazioni nella piazza dei castelli, alla presenza degli armigieri e dei porporati, sono state stabilite le batterie della corsa, in cui le contrade di Torrita arriveranno a pugnarsi in un epico scontro in groppa ai valorosi ciuchi della chiana.

le cronache 2

I mastri dolciari attentano alla nostra linea cavalleresca

Ma l’impavida corsa è soltanto il degno finale di queste cronache, che segnano la fine di un inverno che per lunghe settimane ha vessato le terre e il contado. Prima della corsa dei somari, i nostri eroi devono sopravvivere a una lunga notte di epiche cerche e di sfide audaci. Stiamo parlando delle Taverne, il regno del vino e del picio, capaci di fiaccare anche gli animi più intrepidi e gli stomaci più capienti.

Ci mettiamo in viaggio dal borgo della Valdichiana, coi vessilli che garriscono al vento. La nostra Redazione, armata delle migliori intenzioni e protetta da corazze temprate nel fuoco, ha raggiunto le antiche strade di Torrita nell’ultimo sabato d’inverno, pronta ad affrontare la calca degli aspiranti cavalieri in cerca del leggendario Graal Di Vino. Solo i veri cavalieri possono sopportare tutte le prove delle taverne, superando uno dopo l’altro ogni piatto messo sul loro tavolo e raggiungendo il dolce calice sotto gli applausi scroscianti delle dame e dei menestrelli.

La nostra Redazione è avida di gloria ed è pronta ad aggredire ogni piatto con impavida ferocia, che sia un picio al sugo di nana o una salsiccia alla rosticciana. Che nessuno osi arretrare di fronte alla minestra di pane o ai cantucci col vinsanto, o non potrà mai cancellare l’onta di una simil disfatta!

Ma i nostri propositi vengono meno già alla piazza centrale della turrita cittadina, laddove i primi banchi ci assalgono con un esercito di dolci che attentano alla nostra linea cavalleresca. Una truppa di deliziose torte, creme e frittelle, capaci di mettere in rotta qualsiasi drappello di valorosi cavalieri. E allora ci disperdiamo, per impedire al nemico di vincerci tutti. Da soli possiamo cadere sotto gli strali della buona cucina, ma il gruppo deve trionfare!

le cronache 3

Brocche di vino speziato per allietare gli stomaci degli eroi vinti

Chi si dirige al Passo del picio impavido, chi combatte nella Valle della grigliata diabolica. Chi si arrampica per la Fortezza del salame impervio, chi affronta la Palude della ribollita in fiamme. Ognuno sceglie una sfida e la affronta con onore, superando le taverne con sprezzo del pericolo, in cerca del leggendario Graal Di Vino.

Ahinoi, gli sforzi furono vani! Le cucine delle taverne erano avversario troppo abile per la nostra esperienza. Con le pance piene e il passo barcollante, non ci rimase che dirigerci alla piazza principale. I musici allietavano gli eroi che avevano tentato l’impresa, mentre i giullari scherzavano sui nostri fallimenti. Una moltitudine di dame e cavalieri sorseggiavano vino speziato e vinsanto alla salvia, in attesa di riprendere la cerca.

Ma la notte giunge al termine, e nessun eroe è riuscito a sconfiggere le famigerate Taverne. Il regno del vino e del picio aveva vinto ancora una volta, e non restava che seguire l’intera manifestazione fino alla corsa finale, laddove la pugna sarebbe divenuta decisiva e l’eroe più valoroso avrebbe conquistato il trofeo finale.

le cronache 4

Un drago dal pelo tigrato si frappone all’agognato giaciglio. Vile creatura!

La nostra Redazione torna al borgo della Valdichiana satolla e rinfrancata, convinta di aver dato fondo a ogni sua energia. Soltanto un ultimo avversario si frappone tra le loro stanche membra e l’agognato giaciglio: un malefico drago dal pelo tigrato, creatura mostruosa uscita dagli incubi più terrificanti…

Nessun commento su Palio dei Somari – Le cronache del vino e del picio

Il tempio etrusco dei Fucoli

Continua il viaggio alla scoperta dei luoghi più interessanti della Valdichiana senese: oggi parliamo del tempio etrusco dei Fucoli a Chianciano. Si tratta di una delle testimonianze dell’antichità di questa…

Continua il viaggio alla scoperta dei luoghi più interessanti della Valdichiana senese: oggi parliamo del tempio etrusco dei Fucoli a Chianciano. Si tratta di una delle testimonianze dell’antichità di questa cittadina, famosa fin dal tempo degli Etruschi per le proprietà benefiche delle sue acque. Ancora oggi i musei civici dei dintorni presentano numerose collezioni di canopi, resti di necropoli e vestigia della civiltà etrusca, a disposizione dei turisti e degli abitanti.

thesanLa zona di Chianciano doveva ospitare un importante centro etrusco fin dal V secolo a.C. che sorgeva su una collina che domina la Valdichiana e le sue produzione agricole, lungo la strada che forniva il collegamento tra l’Etruria settentrionale e il mar Mediterraneo. In virtù della sua posizione e dello sfruttamento delle sue sorgenti, Chianciano era un centro etrusco di notevole importanza.

Il tempio dei Fucoli è una delle più importanti testimonianze di questo passato, i cui ritrovamenti sono piuttosto recenti e rappresentano una delle scoperte archeologiche più importanti della Valdichiana. I resti del tempio furono scoperti nel 1986 dall’Associazione archeologica locale, a poca distanza dalla sorgente di acqua termale dei Fucoli, situata proprio lungo la valle del torrente Astrone, l’antica via di comunicazione su cui sorgeva il centro etrusco di Chianciano.

Il principale ritrovamento degli scavi consisteva in un frontone fittile di terracotta, risalente al II secolo a.C, oltre a materiali rituali e tavolette votive. Sul frontone erano applicate, attraverso dei chiodi di ferro, figure di animali mitologici; il tempio doveva trovarsi di fronte a un piazzale nei pressi dell’area termale, sorretto da colonne e lastre decorate. Di particolare interesse è anche una testa virile barbuta, rinvenuta anch’essa nei presso dei Fucoli; la decorazione era parte degli ornamenti di un edificio sacro, assieme ad altre statue raffiguranti Thesan, la dea dell’aurora, e Tinia, il padre degli dèi.testa barbuta

I resti del tempio etrusco dei Fucoli sono oggi conservati nel Museo Civico Archeologico delle Acque. Il museo, inaugurato nel 1997, è stato fortemente voluto dall’Associazione Geoarcheologica di Chianciano e dall’Amministrazione Comunale, per offrire il giusto tributo ai reperti degli scavi locali e alle donazioni di privati cittadini. Il percorso offerto dal museo è un omaggio alla civiltà etrusca: la visita è infatti organizzata per sezioni tematiche, che approfondiscono gli aspetti della vita e della morte degli antichi abitanti della Valdichiana.

Se volete visitare ciò che resta del tempio dei Fucoli e la collezione dei reperti provenienti dalle necropoli limitrofe, pertanto, non vi resta che visitare il Museo Civico Archeologico delle Acque, e fare un tuffo nel passato della civiltà etrusca.

(Photo credits by www.museoetrusco.it)

Nessun commento su Il tempio etrusco dei Fucoli

La Pieve di Santo Stefano a Cennano

Riprende il nostro viaggio alla scoperta dei luoghi e delle vicende più interessanti della Valdichiana senese: oggi parliamo della pieve di Santo Stefano a Cennano, nei pressi della frazione di…

Riprende il nostro viaggio alla scoperta dei luoghi e delle vicende più interessanti della Valdichiana senese: oggi parliamo della pieve di Santo Stefano a Cennano, nei pressi della frazione di Castelmuzio, all’interno del comune di Trequanda, che fa parte della diocesi di Montepulciano, Chiusi e Pienza

La pieve di Santo Stefano a Cennano è un piccolo pezzo della storia del nostro territorio. Questa chiesa rurale, situata a poche centinaia di metri dal pese, è infatti il frutto di continue modifiche, assestamenti e ricostruzioni, e ognuna di esse porta con sé la memoria di un’epoca ormai passata. Dal punto di vista architettonico, la pieve di Santo Stefano a Cennano presenta una semplice facciata a capanna, con un portale di stile gotico; la basilica è a tre navate, concluse con absidi caratterizzate da uno stile prevalentemente romanico.

La chiesa è un luogo di culto della religione cattolica, terminata nel 1285 e consacrata a Santo Stefano, il primo martire della tradizione cristiana. Il campaniletto a vela è invece stato eretto nel XVIII secolo. Se pensate che questa pieve in pietra arenaria abbia mantenuto pressoché inalterata la sua struttura, nel corso di tutti i suoi secoli di vita, rischiate di commettere un grosso errore: le sue origini sono ancora più antiche.

La pieve di Santo Stefano a Cennano ebbe origine come tempio etrusco; tutta la zona nei dintorni dell’odierna Castelmuzio, infatti, era stata un insediamento degli Etruschi, di cui ancora oggi rimangono tracce di tombe, iscrizioni e urne cinerarie. Con l’arrivo della dominazione da parte di Roma, il tempio etrusco lasciò posto a un altro tempio pagano dedicato alla dea Iside, sorto all’interno di un vicus, un antico insediamento rurale romano; la strada che lo costeggiava, anch’essa di epoca etrusca, collegava Chiusi a Fiesole.

Sulle fondamenta del tempio pagano venne poi edificata la pieve di Santo Stefano a Cennano, attorno al IV secolo; in piena epoca paleocristiana, questa chiesa battesimale testimoniava l’avanzata della religione cattolica nelle campagne e nei distretti rurali. Per tutto il VII e il VIII secolo la pieve fu molto importante, e costituì continui motivi di dispute tra i vescovi di Siena e di Arezzo, che volevano considerarla giurisdizione delle rispettive diocesi, assieme a un gruppo di pievi e di monasteri locali.

Nel XIV secolo cominciò la lenta decadenza della pieve di Santo Stefano a Cennano, per via del graduale abbandono delle campagne e dei mutamenti sociali. Grazie alla semplicità del suo stile romanico e all’integrità mantenuta dalla sua struttura, tuttavia, è stata restaurata a partire dal XVIII secolo. Le prime tre campate della navata furono rimpiazzate da un tetto a capanna sorretto da pilastri, venne apposto un altare di stile barocco e arricchita con opere d’arte di più moderna fattura. Attualmente la chiesa è officiata la domenica per la Santa Messa, ospita concerti di clavicembalo e matrimoni, ed è liberamente visitabile da turisti e pellegrini.

santo stefano a cennano

La particolarità della pieve di Santo Stefano a Cennano è la sua vicenda fatta di continue ricostruzioni, che vanno di pari passo con i mutamenti culturali e sociali delle epoche attraverso cui è passata. Un destino comune a tanti opere architettoniche, magari sconosciuto o dimenticato, ma meritevole di essere raccontato. Insediamento etrusco, poi romano, poi paleocristiano; pieve rurale, chiesa abbandonata, luogo di culto restaurato. Ogni volta, la cultura dominante ha apportato modifiche alla struttura. Le vecchie divinità sono state sostituite, le architetture sono state cambiate, le funzioni sono state aggiornate. Ogni volta che la cultura dominante entrava in contatto con la pieve di Santo Stefano a Cennano, non si limitava ad ammirarla come si fa con un museo: l’ha plasmata, rivisitata, reclamata per sé e per i suoi simboli, incessantemente. Ogni volta la pieve è stata costretta a evolversi, per certi versi: forse è stato questo il motivo per cui è rimasta in piedi fino a questo momento, a differenza di tante altre strutture ormai scomparse. E forse è proprio questo il sentimento che si prova a visitarla: una tradizione che muta continuamente, che cambia e si adatta, anche in un contesto apparentemente immobile ed eterno come i luoghi di culto religioso.

Per concludere: la pieve di Santo Stefano a Cennano è uno splendido e significativo pezzo di storia, perso nel territorio della Valdichiana Senese. Poco visitata dai turisti, e forse sconosciuta anche a tanti locali, anche se rappresenta una perfetta tappa per i percorsi di trekking o per le scampagnate domenicali. Una visita consigliata a tutti gli amanti dell’architettura sacra e agli appassionati di storia, in attesa che arrivi la prossima cultura dominante.

Photo credits by Edisonblus (Own work) [CC-BY-SA-3.0], via Wikimedia Commons

Nessun commento su La Pieve di Santo Stefano a Cennano

“I sommersi”, dalla memoria alla salvezza

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” così diceva Primo Levi, una famosa frase che potrebbe riassumere il senso della Giornata della Memoria. Una frase che potrebbe essere considerata il…

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” così diceva Primo Levi, una famosa frase che potrebbe riassumere il senso della Giornata della Memoria. Una frase che potrebbe essere considerata il filo conduttore dello spettacolo teatrale “I Sommersi”, andato in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano e al Teatro degli Arrischianti di Sarteano proprio a cavallo della Giornata della Memoria 2014.

Un gruppo di discendenti dei prigionieri di Auschwitz fa visita al vecchio campo di concentramento, cercando di capire il senso di quell’orrore. Una volta all’interno, però, i fantasmi dei morti e dei sopravvissuti prendono il sopravvento e trasformano la visita in una macabra rappresentazione umoristica. Una sorta di meta-teatro, di rappresentazione nella rappresentazione, in cui vengono riadattati testi di Tabori, Levi, Weiss e lettere dei condannati a morte della resistenza europea.

Lo spettacolo del regista Carlo Pasquini manifesta una vicinanza particolare a quel Primo Levi di cui richiama il titolo, “I sommersi e i salvati”. La memoria è la migliore forma di resistenza contro la violenza, subita sia negli anni della Seconda Guerra Mondiale, sia in epoca attuale, con la minaccia del revisionismo e della dimenticanza. Ma c’è di più: la memoria diventa anche un’arma straordinaria contro la mancanza di senso, contro la mancanza di spiegazione di quell’orrore, che contagiava e corrompeva anche gli stessi prigionieri del lager. E quindi la memoria diventa l’unica forma di salvezza, in una vicenda in cui la mente umana fatica a trovare il senso di tutto quell’orrore. Pur con tutti i suoi filtri, la sua fallacità e le sue ambiguità, la memoria è lo strumento della salvezza.

Questo è forse il senso più profondo della Giornata della Memoria, e lo spettacolo “I sommersi” ha il merito di trasmetterlo con efficacia al pubblico. Più della rappresentazione realistica degli orrori, più delle grottesche imitazioni di vita all’interno del lager, più della mancanza di senso che ancora oggi proviamo nel pensare alla terribile esperienza dell’olocausto. Lo spettacolo riesce nel suo intento, presentandosi come una produzione di qualità capace di coinvolgere attori e interpreti del territorio, valorizzare tematiche così importanti e tener accesa la fiamma della memoria. Un plauso quindi agli attori, dai più esperti ai più giovani, ai registi e ai curatori, capaci di confezionare un prodotto all’altezza delle aspettative.

I-sommersi-3_l

Unica pecca dello spettacolo è forse l’eccesso di scene poco fruibili al primo impatto e uno stile autoriale che poco si adatta alla necessità di diffondere e coltivare la memoria. Credo infatti che per la riuscita della Giornata della Memoria siano necessari anche linguaggi e stili più semplici, assieme a un impianto narrativo più generalista che consenta una maggiore presa del pubblico. Se è necessario che la memoria sia condivisa da tutti, è preferibile che non rimanga confinata in quella nicchia di cultura “alta” o così spesso definita, superando quella classica diatriba tutta italiana per cui se piaci al pubblico non puoi piacere anche alla critica, e viceversa. Soprattutto per obiettivi come quelli della Giornata della Memoria, produzioni come “La vita è bella” di Benigni e “Bastardi senza gloria” di Tarantino riescono nella difficile impresa di convincere pubblico e critica, e di ricordarci che si può parlare di temi alti anche con linguaggi bassi.

Ma, in fin dei conti, è una pecca della nostra memoria e della nostra società, non certo dello spettacolo “I sommersi”, che coglie pienamente nel segno. I tempi cambiano, infatti, incessantemente. E con loro la memoria e la nostra reazione ad essa. “La vita è bella” è un film che ha ormai più di sedici anni, inserito in un contesto culturale di fine anni ’90, in cui una canzone come “Il mio nome è mai più” poteva diventare il singolo musicale più venduto in Italia. Nella Giornata della Memoria 2014, invece, la mia bacheca facebook è invasa di commenti che invitano a bruciare gli zingari, gli omosessuali sono ancora considerati cittadini di seconda fascia e gli ebrei rimangono i protagonisti principali di ogni complotto internazionale e finanziario degno di questo nome.

Forse la memoria non è sufficiente per raggiungere la salvezza. Questo è il dubbio che mi opprime dopo la visione de “I sommersi”. Forse la Giornata della Memoria non è abbastanza, forse la conoscenza non è sufficiente. Sempre più relegata tra le feste comandate, in un passato apparentemente intoccabile e inspiegabile, come se non avesse alcuna relazione con la società odierna, come se fosse appannaggio soltanto di una cultura alta, amplificandone la propria incomprensibilità. Forse, a differenza di quanto sosteneva Primo Levi, è arrivato il momento di comprendere pienamente il senso di quell’orrore. E questo spettacolo teatrale compie un passo nella giusta direzione, imponendoci di guardare al passato con gli occhi del presente.

I complimenti per lo spettacolo “I sommersi” sono poi da estendere al Cantiere Internazionale d’Arte, che ancora una volta dimostra la sua capacità di attrazione per l’intera area della Valdichiana. La partecipazione di attori del territorio, il coinvolgimento delle scuole, la messa in scena nei teatri di Montepulciano e di Sarteano, dimostrano la lungimiranza di intraprendere progetti in sinergia con le altre realtà locali.

Nessun commento su “I sommersi”, dalla memoria alla salvezza

Type on the field below and hit Enter/Return to search