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La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Alessio Banini

Chiusi nella Danza: la conferenza di presentazione del festival

Nella splendida cornice del natural resort di Fonteverde, a San Casciano dei Bagni, è stata ufficialmente presentata la prima edizione del festival “Chiusi nella Danza”, che si svolgerà nella cittadina…

Nella splendida cornice del natural resort di Fonteverde, a San Casciano dei Bagni, è stata ufficialmente presentata la prima edizione del festival “Chiusi nella Danza”, che si svolgerà nella cittadina etrusca dal 10 al 13 luglio 2014. Un festival ambizioso, che intende unire momenti di spettacolo a convegni e stage formativi, tutti incentrati sul mondo della danza e sulle più ampie sfaccettature dell’arte coreutica.

La prima edizione del festival Chiusi nella Danza parte dalla fortunata esperienza dell’anno scorso, la rassegna che portava lo stesso nome e dal cui successo la Fondazione Orizzonti e l’amministrazione comunale di Chiusi hanno deciso di proseguire il percorso, rinnovando l’impegno e l’investimento per tramutarla in un vero e proprio festival dedicato alla danza. Una dimostrazione di fiducia, quindi: puntare sull’industria culturale e sull’arte anche in situazioni di crisi economica, e allargare la visuale alla Valdichiana e alla provincia di Siena per fare rete, come dimostra simbolicamente la presentazione ufficiale del festival nel territorio di San Casciano dei Bagni. Chiusi nella Danza si presenta come una sorta di start-up culturale, che intende proseguire l’esperienza positiva dello scorso anno e crescere ulteriormente, coinvolgendo le scuole di danza della città e contribuendo alla formazione di giovani ballerini.

IMG_1862Alla presentazione del festival erano presenti il sindaco di Chiusi Stefano Scaramelli, l’assessore al sistema Chiusi Promozione Chiara Lanari, il presidente della Fondazione Orizzonti d’Arte Giovanna Rossi. Mattatore della serata è stato il direttore artistico Samuel Peron, che ha ribadito la volontà di crescita della manifestazione, connettendo le esibizioni di danza alle esperienze formative dedicate alle realtà coreutiche del territorio.

Punto di forza del festival saranno quindi gli appuntamenti formativi, grazie a stage di livello intermedio e avanzato con Kristian Cellini per il lyrical jazz, Giovanni Eredia e Cesira Miceli per il tango, Antonio McVillan e Giulia Fantini per lo swing, Maykel Fonts e Relle Niane per la salsa. La novità di questa edizione è il laboratorio coreografico sul movimento e la drammaturgia corporea tenuto da Marianna Giorgi, della durata di nove ore, i cui risultati verranno presentati al pubblico nell’ultimo giorno di Chiusi nella Danza.

Gli spettacoli di danza animeranno tutte le serate di Chiusi: dal Balletto di Siena con la danza classica “Gran Suite Classic Verdiana” e la danza contemporanea “Lucifero”, alla compagnia Flamenco Tango Neapolis che si esibisce con “Viento”, fino alla serata conclusiva con “Ballando nelle Piazze”, dove il pubblico non è solo spettatore ma protagonista. Durante gli aperitivi, al chiostro di San Francesco, si svolgeranno spettacoli e percorsi di ricerca drammaturgica con Caterina Genta in “La sposa senza volto”, la compagnia Luogocomune con “Selfie” e la presentazione del libro di Samuel Peron dal titolo “Senza Tempo”.

CHIUSI NELLA DANZA 2014Il sabato pomeriggio sarà dedicato alle scuole di danza di Chiusi, che si contenderanno il premio del 1° Concorso Chiusi nella Danza al Teatro Mascagni. La domenica mattina, sempre al teatro, si terrà invece il convegno “Danza e nuovi media: l’evoluzione dei linguaggi coreutici”, in cui professionisti ed esperti del settore mediatico parleranno dell’evoluzione artistica e comunicativa della danza, approfondendo gli aspetti antropologici e le forme di espressione più adatte ai social network. Non a caso, il convegno sarà trasmesso in streaming e godrà di una copertura live sui principali social media.

Appuntamento a Chiusi, quindi, dal 10 al 13 luglio 2014. Potete trovare ulteriori informazioni sul festival sul sito web della Fondazione Orizzonti, oppure cliccare qui per scaricare il programma completo del festival “Chiusi nella Danza”.

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Storie dalla mezzadria: la divisione della famiglia

All’epoca della mezzadria, che ha caratterizzato la storia agricola della Valdichiana, era la famiglia contadina ad adattarsi al podere, in modo da coltivarlo in maniera adeguata e garantirsi la sopravvivenza;…

All’epoca della mezzadria, che ha caratterizzato la storia agricola della Valdichiana, era la famiglia contadina ad adattarsi al podere, in modo da coltivarlo in maniera adeguata e garantirsi la sopravvivenza; la famiglia era la variabile dipendente, mentre le dimensioni del podere erano un vincolo indiscutibile. Se la famiglia non aveva sufficienti membri attivi, non riusciva a svolgere tutte le attività agricole necessarie; se invece cresceva di numero, doveva effettuare una divisione o convincere il fattore a spostarla in un podere più grande.

La famiglia contadina, quindi, era costretta a una continua pianificazione delle proprie strategie produttive e riproduttive, in modo da aver sempre un sufficiente numero di membri attivi e potersi guadagnarsi l’accesso a un podere sempre migliore. Le strategie di crescita demografica e di comportamento sociale erano la loro principale autonomia: forme tipiche potevano essere il celibato, o l’intervallo tra i matrimoni nei fratelli.

La strategia di pianificazione familiare più utilizzata era quella della divisione. Generalmente, quando la famiglia mezzadrile era capace di esprimere una forza-lavoro superiore a quella necessaria per il podere, e quando la fattoria non poteva concedere dei poderi più grandi e redditizi, avveniva una divisione. Nella storia di ogni famiglia mezzadrile, a intervalli più o meno regolari, emergevano le separazioni tra le varie linee di discendenza.

I singoli nuclei della famiglia allargata potevano essere tutti oggetto di nuove divisioni. Nel podere doveva sempre rimanere il numero necessario di membri per garantire la conduzione dei terreni e la corretta riproduzione dell’unità lavorativa. I nuclei che si dividevano dalla famiglia d’origine potevano trovare posto in un altro podere della stessa fattoria, o trasferirsi in un’altra azienda agricola. La propagazione di questi nuclei generava nuove stirpi familiari, che non mantenevano più alcun legame economico con la famiglia d’origine.

Nel momento della partenza di uno o più nuclei, la famiglia operava una divisione del patrimonio. Venivano calcolati i valori di tutti gli averi, dagli oggetti al denaro, e venivano stabilite delle parti per dividerli accuratamente. Le parti stabilivano le quote che spettavano a ciascun membro della famiglia, a cui veniva attribuito un punteggio; tale punteggio teneva conto del lavoro fornito alla famiglia e al podere, secondo una precisa scala economica. I punti variavano secondo l’età e il sesso; solitamente era il maschio in età adulta a ottenere un punteggio “pieno”, mentre donne, anziani e bambini avevano un punteggio via via minore. Ogni nucleo aveva diritto a una parte del patrimonio, in maniera proporzionale al punteggio ottenuto dai membri che lo componevano.

La divisione era definitiva e irreversibile; i nuclei che si dividevano non tornavano nella famiglia d’origine, ma formavano una nuova stirpe familiare. La sezione che si separava diventava una nuova famiglia mezzadrile a tutti gli effetti, e ricostituiva in un altro podere tutti i ruoli della famiglia d’origine, dal capoccia alla massaia. Nessun legame economico veniva mantenuto tra le due sezioni; ogni forma di patrimonio veniva divisa in base ai punteggi, in modo che ogni capoccia potesse disporre interamente degli averi di ogni rispettiva famiglia.

Nella famiglia mezzadrile, infatti, non esisteva autonomia individuale dal punto di vista economico: ogni singolo reddito entrava a far parte del patrimonio collettivo, così come ogni salario eventualmente riscosso da chi lavorava fuori della fattoria. I membri della famiglia non risparmiavano per sé o per il proprio nucleo, ma concorrevano al patrimonio collettivo e ricevevano la loro parte dal capoccia a ogni divisione.

(Tratto da “Dopo la Mezzadria. Scelte lavorative e familiari nella Valdichiana senese”, Alessio Banini, 2013, Edizioni Effigi)

La Valle del Gigante Bianco, in arrivo la X edizione: maggiori informazioni sul sito web Amici della Chianina

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Il ruolo della donna nella famiglia mezzadrile

Nella civiltà contadina della Valdichiana, il ruolo della donna risentiva delle caratteristiche del contratto di mezzadria. La discendenza familiare si strutturava infatti attorno ai figli maschi, che garantivano la produttività…

Nella civiltà contadina della Valdichiana, il ruolo della donna risentiva delle caratteristiche del contratto di mezzadria. La discendenza familiare si strutturava infatti attorno ai figli maschi, che garantivano la produttività del podere, mentre le figlie femmine erano destinate a uscire dalla casa d’origine.

Il ruolo della donna nella famiglia mezzadrile, quindi, era decisamente dipendente da quello degli uomini. La donna, chiamata spesso sposa, assumeva il suo stato sociale con il matrimonio. Nel momento in cui si sposava, lasciava la famiglia d’origine per entrare a far parte della nuova famiglia; da quel momento in poi ristabiliva i rapporti di parentela nel nuovo gruppo, cominciando a chiamare gli affini come il marito e rafforzando i legami con i parenti acquisiti (chiamava “babbo” e “mamma” i suoceri, ad esempio).

La vita sociale della donna era divisa in due fasi. La prima, nella famiglia d’origine, in cui era una sorella destinata a uscire di casa con il matrimonio; la seconda, nella nuova parentela acquisita, come moglie entrata in sostituzione di una sorella. La famiglia mezzadrile scambiava le sorelle con le mogli; laddove la sorella era transitoria, il fratello costituiva la base del gruppo e ne garantiva la discendenza, sostituendosi ai padri e ai nonni con il passare delle generazioni.

Nella vita della donna, ai tempi della mezzadria, appariva fortemente la cesura operata dal matrimonio, che segnava il passaggio dalla famiglia del padre a quella del marito e che poteva considerarsi come una transizione rituale dall’età dell’adolescenza all’età adulta.

Il maschio a capo della famiglia, il capoccia, era l’autorità del podere, responsabile dei rapporti con la fattoria e con il mondo esterno; aveva un importante potere decisionale su ogni aspetto della vita familiare, sui comportamenti dei singoli e sulle scelte domestiche. La gerarchia familiare era quindi rigidamente sottomessa al capoccia, ma non era l’unica figura autoritaria. Un altro ruolo importante era quello della massaia, che dirigeva le attività femminili e gli impegni domestici. Era la responsabile dei pasti e dell’educazione delle nuove spose, si prendeva cura dei bambini e degli anziani, si occupava del pollaio e dell’orto. In genere la massaia era la moglie del capoccia, ma non necessariamente; solitamente era la sposa più vecchia, che deteneva le tradizioni domestiche della famiglia mezzadrile.

Così come il capoccia, la massaia esercitava un notevole potere all’interno della famiglia mezzadrile e costituiva il ruolo femminile di maggiore importanza. Sia il capoccia che la massaia rimanevano in carica finché riuscivano a svolgere con efficienza il loro compito; anche se poteva essere una carica ereditaria e irreversibile, generalmente era la famiglia nel suo insieme a decidere i rispettivi ruoli.

(Tratto da “Dopo la Mezzadria. Scelte lavorative e familiari nella Valdichiana senese”, Alessio Banini, 2013, Edizioni Effigi)

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La famiglia contadina e il contratto di mezzadria

La mezzadria era un contratto agrario di origine antica, che è stato il fondamento della civiltà contadina in Valdichiana. Il contratto veniva stipulato tra un mezzadro, che rappresentava anche la…

La mezzadria era un contratto agrario di origine antica, che è stato il fondamento della civiltà contadina in Valdichiana. Il contratto veniva stipulato tra un mezzadro, che rappresentava anche la sua famiglia, e il proprietario, che concedeva l’utilizzo dei terreni in cambio della divisione dei prodotti e degli utili. La fattoria del proprietario veniva divisa in più poderi, che ospitavano altrettante famiglie di mezzadri. Nel podere, sufficientemente grande da garantire il sostentamento dei contadini che vi abitavano, era presente anche una casa colonica; tutti i membri della famiglia abitavano nella stessa casa e partecipavano alla conduzione dei terreni.

La mezzadria non era solamente un contratto agrario, ma anche un rapporto sociale: era infatti un’istituzione che legava tutta la famiglia al proprietario terriero. La famiglia poteva raggiungere un numero elevato di membri, anche venti o trenta. I membri della famiglia erano uniti da una linea di discendenza maschile: erano infatti i figli maschi a costituire il fulcro dei rapporti di parentela. Le figlie femmine uscivano di casa al momento del matrimonio, in seguito al quale la coppia di sposi andava a vivere all’interno del podere del padre del marito.

La famiglia mezzadrile non era solamente un gruppo di parenti, ma una vera e propria famiglia composta da più nuclei: i fratelli convivevano con le rispettive mogli e i figli, nella stessa casa colonica. Tutti i membri della famiglia dovevano partecipare alla conduzione del podere: dall’aratura alla semina, dalla potatura delle piante alla cura del bestiame. La famiglia contadina si occupava di tutto, come una piccola azienda agricola a conduzione familiare. Generalmente, tutti sapevano fare tutto, ma ognuno aveva i suoi compiti specifici: il bifolco si occupava degli animali nella stalla, la massaia si occupava dei pasti, i bambini aiutavano i grandi con piccoli lavoretti, e così via.

Il capoccia era il responsabile della produttività familiare, che manteneva i rapporti con il fattore e con il proprietario terriero. La famiglia aveva bisogno di un numero di membri attivi che permettesse di condurre il podere senza perdite, e che garantisse una discendenza capace di sostenere il ciclo produttivo. Il numero dei maschi all’interno della famiglia era sia indice di un’elevata produttività presente che di un adeguato rinnovamento futuro.

L’eccessiva ampiezza o ristrettezza di una famiglia contadina era un possibile motivo di disdetta dal contratto di mezzadria. In tal caso, i mezzadri dovevano lasciare la terra e l’abitazione, trasferendosi in una nuova fattoria assieme ai pochi averi. Non avendo alcuna proprietà della terra che coltivavano, nel momento di passaggio da una fattoria all’altra si rivelava la loro precaria condizione, sempre tesa tra dipendenza e piccola proprietà.

(Tratto da “Dopo la Mezzadria. Scelte lavorative e familiari nella Valdichiana senese”, Alessio Banini, 2013, Edizioni Effigi)

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5 luoghi da non perdere per le feste di Pasqua in Valdichiana

Le feste di Pasqua sono arrivate, e con esse sta arrivando anche la bella stagione. Quale momento migliore di questi giorni di festa per passare del tempo in famiglia o…

Le feste di Pasqua sono arrivate, e con esse sta arrivando anche la bella stagione. Quale momento migliore di questi giorni di festa per passare del tempo in famiglia o per qualche gita fuori porta, soprattutto nella giornata di Pasquetta? I turisti cominciano ad affollare il territorio della Valdichiana Senese, ma spesso anche coloro che vi abitano non conoscono tutti i meravigliosi angoli di questo territorio. Scorci di paesaggi mozzafiato, antichi borghi, castelli pieni di storia e campagne che cominciano a dipingersi di mille colori: la Valdichiana è uno scrigno pieno di tesori da scoprire.

Ecco a voi una breve rassegna di 5 luoghi di interesse nella Valdichiana senese, tratti dalla rubrica di storia e territorio, da visitare durante le feste di Pasqua.

1 – La Pieve di Santo Stefano a Cennano

Una chiesa rurale nei pressi di Trequanda, che testimonia il passaggio delle epoche e delle culture nel nostro territorio. Da tempio etrusco a tempio pagano, dalla chiesa paleocristiana all’altare barocco: un pezzo di storia da non perdere. Italiano – English

2 – Il Tempio Etrusco dei Fucoli

Il tempio testimonia l’importanza della civiltà etrusca nel passato del nostro territorio, ma non è propriamente visitabile. I suoi resti si trovano all’interno del Museo Civico Archeologico delle Acque di Chianciano Terme, assieme a una splendida collezione di reperti dalle necropoli dei dintorni. Italiano – English

3 – Il Castello di Sarteano

Grazie alla struttura integra e alle fortificazioni che ricordano gli antichi assedi, il castello di Sarteano è una tappa obbligata per tutti gli amanti del Medioevo. I nuovi orari di apertura e le visite guidate permettono di godere più a lungo di questo splendido esempio di architettura militare. Italiano – English

4 – Il Lago di Montepulciano

Il bacino lacustre formato dal Canale Maestro della Chiana è un’ottima testimonianza della bonifica dell’antica palude. La riapertura del centro visite “La Casetta”, con le sue mostre e le sue gare di pesca, rendono il Lago di Montepulciano una scelta perfetta per la gita fuori porta di Pasquetta. Italiano – English

5 – Il Borgo di Montefollonico

Un centro storico armonico di origine medievale e un parco naturale, insignito dalla bandiera arancione del Touring Club. Non dimenticate di assaggiare il famoso Vinsanto e di visitare il parco naturale “Il Tondo”, un bosco di cipressi e lecci disposti in maniera circolare. Italiano – English

La storia della Valdichiana

Cosa fare se invece siete bloccati a casa? Ripassare la storia della Valdichiana, dall’epoca etrusca alle ultime fasi della bonifica, può essere un ottimo modo per scoprire qualcosa di nuovo sul nostro territorio e trovare spunti per visite future! Ecco a voi la rubrica di Franco Boschi che ripercorre la storia della Valdichiana:

Prima Parte
Seconda Parte
Terza Parte
Quarta Parte

All’elenco mancano moltissimi luoghi interessanti da visitare, ma i nostri viaggi con la rubrica dedicata alla storia e al territorio della Valdichiana senese continueranno anche nelle prossime settimane! Buona Pasqua a tutti!

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Palio dei Somari – Le cronache del vino e del picio

Le cronache del vino e del picio: le impavide avventure della Redazione Valdichiana alla 57° edizione del Palio dei Somari Madame e messeri, è con sommo gaudio che andiamo ad…

Le cronache del vino e del picio: le impavide avventure della Redazione Valdichiana alla 57° edizione del Palio dei Somari

Madame e messeri, è con sommo gaudio che andiamo ad annunciarvi l’inizio della 57° edizione del Palio dei Somari di Torrita di Siena, l’evento più atteso dell’anno tra le mura cittadine. Con le estrazioni nella piazza dei castelli, alla presenza degli armigieri e dei porporati, sono state stabilite le batterie della corsa, in cui le contrade di Torrita arriveranno a pugnarsi in un epico scontro in groppa ai valorosi ciuchi della chiana.

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I mastri dolciari attentano alla nostra linea cavalleresca

Ma l’impavida corsa è soltanto il degno finale di queste cronache, che segnano la fine di un inverno che per lunghe settimane ha vessato le terre e il contado. Prima della corsa dei somari, i nostri eroi devono sopravvivere a una lunga notte di epiche cerche e di sfide audaci. Stiamo parlando delle Taverne, il regno del vino e del picio, capaci di fiaccare anche gli animi più intrepidi e gli stomaci più capienti.

Ci mettiamo in viaggio dal borgo della Valdichiana, coi vessilli che garriscono al vento. La nostra Redazione, armata delle migliori intenzioni e protetta da corazze temprate nel fuoco, ha raggiunto le antiche strade di Torrita nell’ultimo sabato d’inverno, pronta ad affrontare la calca degli aspiranti cavalieri in cerca del leggendario Graal Di Vino. Solo i veri cavalieri possono sopportare tutte le prove delle taverne, superando uno dopo l’altro ogni piatto messo sul loro tavolo e raggiungendo il dolce calice sotto gli applausi scroscianti delle dame e dei menestrelli.

La nostra Redazione è avida di gloria ed è pronta ad aggredire ogni piatto con impavida ferocia, che sia un picio al sugo di nana o una salsiccia alla rosticciana. Che nessuno osi arretrare di fronte alla minestra di pane o ai cantucci col vinsanto, o non potrà mai cancellare l’onta di una simil disfatta!

Ma i nostri propositi vengono meno già alla piazza centrale della turrita cittadina, laddove i primi banchi ci assalgono con un esercito di dolci che attentano alla nostra linea cavalleresca. Una truppa di deliziose torte, creme e frittelle, capaci di mettere in rotta qualsiasi drappello di valorosi cavalieri. E allora ci disperdiamo, per impedire al nemico di vincerci tutti. Da soli possiamo cadere sotto gli strali della buona cucina, ma il gruppo deve trionfare!

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Brocche di vino speziato per allietare gli stomaci degli eroi vinti

Chi si dirige al Passo del picio impavido, chi combatte nella Valle della grigliata diabolica. Chi si arrampica per la Fortezza del salame impervio, chi affronta la Palude della ribollita in fiamme. Ognuno sceglie una sfida e la affronta con onore, superando le taverne con sprezzo del pericolo, in cerca del leggendario Graal Di Vino.

Ahinoi, gli sforzi furono vani! Le cucine delle taverne erano avversario troppo abile per la nostra esperienza. Con le pance piene e il passo barcollante, non ci rimase che dirigerci alla piazza principale. I musici allietavano gli eroi che avevano tentato l’impresa, mentre i giullari scherzavano sui nostri fallimenti. Una moltitudine di dame e cavalieri sorseggiavano vino speziato e vinsanto alla salvia, in attesa di riprendere la cerca.

Ma la notte giunge al termine, e nessun eroe è riuscito a sconfiggere le famigerate Taverne. Il regno del vino e del picio aveva vinto ancora una volta, e non restava che seguire l’intera manifestazione fino alla corsa finale, laddove la pugna sarebbe divenuta decisiva e l’eroe più valoroso avrebbe conquistato il trofeo finale.

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Un drago dal pelo tigrato si frappone all’agognato giaciglio. Vile creatura!

La nostra Redazione torna al borgo della Valdichiana satolla e rinfrancata, convinta di aver dato fondo a ogni sua energia. Soltanto un ultimo avversario si frappone tra le loro stanche membra e l’agognato giaciglio: un malefico drago dal pelo tigrato, creatura mostruosa uscita dagli incubi più terrificanti…

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Il tempio etrusco dei Fucoli

Continua il viaggio alla scoperta dei luoghi più interessanti della Valdichiana senese: oggi parliamo del tempio etrusco dei Fucoli a Chianciano. Si tratta di una delle testimonianze dell’antichità di questa…

Continua il viaggio alla scoperta dei luoghi più interessanti della Valdichiana senese: oggi parliamo del tempio etrusco dei Fucoli a Chianciano. Si tratta di una delle testimonianze dell’antichità di questa cittadina, famosa fin dal tempo degli Etruschi per le proprietà benefiche delle sue acque. Ancora oggi i musei civici dei dintorni presentano numerose collezioni di canopi, resti di necropoli e vestigia della civiltà etrusca, a disposizione dei turisti e degli abitanti.

thesanLa zona di Chianciano doveva ospitare un importante centro etrusco fin dal V secolo a.C. che sorgeva su una collina che domina la Valdichiana e le sue produzione agricole, lungo la strada che forniva il collegamento tra l’Etruria settentrionale e il mar Mediterraneo. In virtù della sua posizione e dello sfruttamento delle sue sorgenti, Chianciano era un centro etrusco di notevole importanza.

Il tempio dei Fucoli è una delle più importanti testimonianze di questo passato, i cui ritrovamenti sono piuttosto recenti e rappresentano una delle scoperte archeologiche più importanti della Valdichiana. I resti del tempio furono scoperti nel 1986 dall’Associazione archeologica locale, a poca distanza dalla sorgente di acqua termale dei Fucoli, situata proprio lungo la valle del torrente Astrone, l’antica via di comunicazione su cui sorgeva il centro etrusco di Chianciano.

Il principale ritrovamento degli scavi consisteva in un frontone fittile di terracotta, risalente al II secolo a.C, oltre a materiali rituali e tavolette votive. Sul frontone erano applicate, attraverso dei chiodi di ferro, figure di animali mitologici; il tempio doveva trovarsi di fronte a un piazzale nei pressi dell’area termale, sorretto da colonne e lastre decorate. Di particolare interesse è anche una testa virile barbuta, rinvenuta anch’essa nei presso dei Fucoli; la decorazione era parte degli ornamenti di un edificio sacro, assieme ad altre statue raffiguranti Thesan, la dea dell’aurora, e Tinia, il padre degli dèi.testa barbuta

I resti del tempio etrusco dei Fucoli sono oggi conservati nel Museo Civico Archeologico delle Acque. Il museo, inaugurato nel 1997, è stato fortemente voluto dall’Associazione Geoarcheologica di Chianciano e dall’Amministrazione Comunale, per offrire il giusto tributo ai reperti degli scavi locali e alle donazioni di privati cittadini. Il percorso offerto dal museo è un omaggio alla civiltà etrusca: la visita è infatti organizzata per sezioni tematiche, che approfondiscono gli aspetti della vita e della morte degli antichi abitanti della Valdichiana.

Se volete visitare ciò che resta del tempio dei Fucoli e la collezione dei reperti provenienti dalle necropoli limitrofe, pertanto, non vi resta che visitare il Museo Civico Archeologico delle Acque, e fare un tuffo nel passato della civiltà etrusca.

(Photo credits by www.museoetrusco.it)

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La Pieve di Santo Stefano a Cennano

Riprende il nostro viaggio alla scoperta dei luoghi e delle vicende più interessanti della Valdichiana senese: oggi parliamo della pieve di Santo Stefano a Cennano, nei pressi della frazione di…

Riprende il nostro viaggio alla scoperta dei luoghi e delle vicende più interessanti della Valdichiana senese: oggi parliamo della pieve di Santo Stefano a Cennano, nei pressi della frazione di Castelmuzio, all’interno del comune di Trequanda, che fa parte della diocesi di Montepulciano, Chiusi e Pienza

La pieve di Santo Stefano a Cennano è un piccolo pezzo della storia del nostro territorio. Questa chiesa rurale, situata a poche centinaia di metri dal pese, è infatti il frutto di continue modifiche, assestamenti e ricostruzioni, e ognuna di esse porta con sé la memoria di un’epoca ormai passata. Dal punto di vista architettonico, la pieve di Santo Stefano a Cennano presenta una semplice facciata a capanna, con un portale di stile gotico; la basilica è a tre navate, concluse con absidi caratterizzate da uno stile prevalentemente romanico.

La chiesa è un luogo di culto della religione cattolica, terminata nel 1285 e consacrata a Santo Stefano, il primo martire della tradizione cristiana. Il campaniletto a vela è invece stato eretto nel XVIII secolo. Se pensate che questa pieve in pietra arenaria abbia mantenuto pressoché inalterata la sua struttura, nel corso di tutti i suoi secoli di vita, rischiate di commettere un grosso errore: le sue origini sono ancora più antiche.

La pieve di Santo Stefano a Cennano ebbe origine come tempio etrusco; tutta la zona nei dintorni dell’odierna Castelmuzio, infatti, era stata un insediamento degli Etruschi, di cui ancora oggi rimangono tracce di tombe, iscrizioni e urne cinerarie. Con l’arrivo della dominazione da parte di Roma, il tempio etrusco lasciò posto a un altro tempio pagano dedicato alla dea Iside, sorto all’interno di un vicus, un antico insediamento rurale romano; la strada che lo costeggiava, anch’essa di epoca etrusca, collegava Chiusi a Fiesole.

Sulle fondamenta del tempio pagano venne poi edificata la pieve di Santo Stefano a Cennano, attorno al IV secolo; in piena epoca paleocristiana, questa chiesa battesimale testimoniava l’avanzata della religione cattolica nelle campagne e nei distretti rurali. Per tutto il VII e il VIII secolo la pieve fu molto importante, e costituì continui motivi di dispute tra i vescovi di Siena e di Arezzo, che volevano considerarla giurisdizione delle rispettive diocesi, assieme a un gruppo di pievi e di monasteri locali.

Nel XIV secolo cominciò la lenta decadenza della pieve di Santo Stefano a Cennano, per via del graduale abbandono delle campagne e dei mutamenti sociali. Grazie alla semplicità del suo stile romanico e all’integrità mantenuta dalla sua struttura, tuttavia, è stata restaurata a partire dal XVIII secolo. Le prime tre campate della navata furono rimpiazzate da un tetto a capanna sorretto da pilastri, venne apposto un altare di stile barocco e arricchita con opere d’arte di più moderna fattura. Attualmente la chiesa è officiata la domenica per la Santa Messa, ospita concerti di clavicembalo e matrimoni, ed è liberamente visitabile da turisti e pellegrini.

santo stefano a cennano

La particolarità della pieve di Santo Stefano a Cennano è la sua vicenda fatta di continue ricostruzioni, che vanno di pari passo con i mutamenti culturali e sociali delle epoche attraverso cui è passata. Un destino comune a tanti opere architettoniche, magari sconosciuto o dimenticato, ma meritevole di essere raccontato. Insediamento etrusco, poi romano, poi paleocristiano; pieve rurale, chiesa abbandonata, luogo di culto restaurato. Ogni volta, la cultura dominante ha apportato modifiche alla struttura. Le vecchie divinità sono state sostituite, le architetture sono state cambiate, le funzioni sono state aggiornate. Ogni volta che la cultura dominante entrava in contatto con la pieve di Santo Stefano a Cennano, non si limitava ad ammirarla come si fa con un museo: l’ha plasmata, rivisitata, reclamata per sé e per i suoi simboli, incessantemente. Ogni volta la pieve è stata costretta a evolversi, per certi versi: forse è stato questo il motivo per cui è rimasta in piedi fino a questo momento, a differenza di tante altre strutture ormai scomparse. E forse è proprio questo il sentimento che si prova a visitarla: una tradizione che muta continuamente, che cambia e si adatta, anche in un contesto apparentemente immobile ed eterno come i luoghi di culto religioso.

Per concludere: la pieve di Santo Stefano a Cennano è uno splendido e significativo pezzo di storia, perso nel territorio della Valdichiana Senese. Poco visitata dai turisti, e forse sconosciuta anche a tanti locali, anche se rappresenta una perfetta tappa per i percorsi di trekking o per le scampagnate domenicali. Una visita consigliata a tutti gli amanti dell’architettura sacra e agli appassionati di storia, in attesa che arrivi la prossima cultura dominante.

Photo credits by Edisonblus (Own work) [CC-BY-SA-3.0], via Wikimedia Commons

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“I sommersi”, dalla memoria alla salvezza

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” così diceva Primo Levi, una famosa frase che potrebbe riassumere il senso della Giornata della Memoria. Una frase che potrebbe essere considerata il…

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” così diceva Primo Levi, una famosa frase che potrebbe riassumere il senso della Giornata della Memoria. Una frase che potrebbe essere considerata il filo conduttore dello spettacolo teatrale “I Sommersi”, andato in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano e al Teatro degli Arrischianti di Sarteano proprio a cavallo della Giornata della Memoria 2014.

Un gruppo di discendenti dei prigionieri di Auschwitz fa visita al vecchio campo di concentramento, cercando di capire il senso di quell’orrore. Una volta all’interno, però, i fantasmi dei morti e dei sopravvissuti prendono il sopravvento e trasformano la visita in una macabra rappresentazione umoristica. Una sorta di meta-teatro, di rappresentazione nella rappresentazione, in cui vengono riadattati testi di Tabori, Levi, Weiss e lettere dei condannati a morte della resistenza europea.

Lo spettacolo del regista Carlo Pasquini manifesta una vicinanza particolare a quel Primo Levi di cui richiama il titolo, “I sommersi e i salvati”. La memoria è la migliore forma di resistenza contro la violenza, subita sia negli anni della Seconda Guerra Mondiale, sia in epoca attuale, con la minaccia del revisionismo e della dimenticanza. Ma c’è di più: la memoria diventa anche un’arma straordinaria contro la mancanza di senso, contro la mancanza di spiegazione di quell’orrore, che contagiava e corrompeva anche gli stessi prigionieri del lager. E quindi la memoria diventa l’unica forma di salvezza, in una vicenda in cui la mente umana fatica a trovare il senso di tutto quell’orrore. Pur con tutti i suoi filtri, la sua fallacità e le sue ambiguità, la memoria è lo strumento della salvezza.

Questo è forse il senso più profondo della Giornata della Memoria, e lo spettacolo “I sommersi” ha il merito di trasmetterlo con efficacia al pubblico. Più della rappresentazione realistica degli orrori, più delle grottesche imitazioni di vita all’interno del lager, più della mancanza di senso che ancora oggi proviamo nel pensare alla terribile esperienza dell’olocausto. Lo spettacolo riesce nel suo intento, presentandosi come una produzione di qualità capace di coinvolgere attori e interpreti del territorio, valorizzare tematiche così importanti e tener accesa la fiamma della memoria. Un plauso quindi agli attori, dai più esperti ai più giovani, ai registi e ai curatori, capaci di confezionare un prodotto all’altezza delle aspettative.

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Unica pecca dello spettacolo è forse l’eccesso di scene poco fruibili al primo impatto e uno stile autoriale che poco si adatta alla necessità di diffondere e coltivare la memoria. Credo infatti che per la riuscita della Giornata della Memoria siano necessari anche linguaggi e stili più semplici, assieme a un impianto narrativo più generalista che consenta una maggiore presa del pubblico. Se è necessario che la memoria sia condivisa da tutti, è preferibile che non rimanga confinata in quella nicchia di cultura “alta” o così spesso definita, superando quella classica diatriba tutta italiana per cui se piaci al pubblico non puoi piacere anche alla critica, e viceversa. Soprattutto per obiettivi come quelli della Giornata della Memoria, produzioni come “La vita è bella” di Benigni e “Bastardi senza gloria” di Tarantino riescono nella difficile impresa di convincere pubblico e critica, e di ricordarci che si può parlare di temi alti anche con linguaggi bassi.

Ma, in fin dei conti, è una pecca della nostra memoria e della nostra società, non certo dello spettacolo “I sommersi”, che coglie pienamente nel segno. I tempi cambiano, infatti, incessantemente. E con loro la memoria e la nostra reazione ad essa. “La vita è bella” è un film che ha ormai più di sedici anni, inserito in un contesto culturale di fine anni ’90, in cui una canzone come “Il mio nome è mai più” poteva diventare il singolo musicale più venduto in Italia. Nella Giornata della Memoria 2014, invece, la mia bacheca facebook è invasa di commenti che invitano a bruciare gli zingari, gli omosessuali sono ancora considerati cittadini di seconda fascia e gli ebrei rimangono i protagonisti principali di ogni complotto internazionale e finanziario degno di questo nome.

Forse la memoria non è sufficiente per raggiungere la salvezza. Questo è il dubbio che mi opprime dopo la visione de “I sommersi”. Forse la Giornata della Memoria non è abbastanza, forse la conoscenza non è sufficiente. Sempre più relegata tra le feste comandate, in un passato apparentemente intoccabile e inspiegabile, come se non avesse alcuna relazione con la società odierna, come se fosse appannaggio soltanto di una cultura alta, amplificandone la propria incomprensibilità. Forse, a differenza di quanto sosteneva Primo Levi, è arrivato il momento di comprendere pienamente il senso di quell’orrore. E questo spettacolo teatrale compie un passo nella giusta direzione, imponendoci di guardare al passato con gli occhi del presente.

I complimenti per lo spettacolo “I sommersi” sono poi da estendere al Cantiere Internazionale d’Arte, che ancora una volta dimostra la sua capacità di attrazione per l’intera area della Valdichiana. La partecipazione di attori del territorio, il coinvolgimento delle scuole, la messa in scena nei teatri di Montepulciano e di Sarteano, dimostrano la lungimiranza di intraprendere progetti in sinergia con le altre realtà locali.

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Risate sotto le bombe, il ritorno dello swing

Lo spettacolo “Risate sotto le bombe”, con le Sorelle Marinetti e Gianni Fantoni, ha fatto tappa sabato 18 gennaio al Teatro Mascagni di Chiusi. Le vicende narrate sono ambientate nel…

Lo spettacolo “Risate sotto le bombe”, con le Sorelle Marinetti e Gianni Fantoni, ha fatto tappa sabato 18 gennaio al Teatro Mascagni di Chiusi.

Le vicende narrate sono ambientate nel pomeriggio dell’8 settembre 1943, in un piccolo teatro dove suona improvvisamente un allarme aereo. La compagnia di attori e cantanti si rifugia sotto al palcoscenico, per proteggersi dalle bombe, e provano i numeri del nuovo spettacolo. Un teatro dentro il teatro, quindi, in cui il tentativo dei protagonisti è quello di creare della commedia mentre fuori esplode il dramma della guerra.

Le Sorelle Marinetti sono le vere mattatrici dello show, e grazie alla loro bravura sono capaci di catapultare il pubblico nelle atmosfere degli anni ’30 e ’40, in un incanto che non abbandona neppure dopo la fine dello spettacolo. Turbinia, Mercuria e Scintilla: questi i nomi d’arte di Nicola Olivieri, Andrea Allione e Marco Lugli, trio maschile che appare sulla scena en travesti. Le Sorelle Marinetti, attive già da qualche anno sulla scena, si rifanno principalmente al repertorio del Trio Lescano e alla tecnica del canto armonizzato.

La bravura degli altri artisti contribuisce al successo dello spettacolo: da un Gianni Fantoni perfetto nel suo ruolo di capocomico alla soubrette Francesca Nerozzi, dal refrenista Paolo Cauteruccio all’aviatore Gabrio Gentilini con la sua impressionante canzone scioglilingua, la compagnia di artisti si dimostra ben assortita e coesa, ognuno con le sue caratteristiche e con le sue specialità. Nel complesso, riescono a creare quell’armonia tipica della canzone swing, capace di catturare l’attenzione dello spettatore per tutta la durata dello show e fargli dimenticare le bombe che cadono sulla sua testa.

Le Sorelle Marinetti con la nostra Alessia

Le Sorelle Marinetti con la nostra Alessia

Il punto di forza di “Risate sotto le bombe”, oltre alla bravura degli artisti, è nella capacità di far immedesimare il pubblico nell’impianto narrativo. L’atmosfera dello swing, gli ultimi mesi della guerra, l’epoca d’oro delle trasmissioni radiofoniche, l’Eiar e delle grandi orchestre: la ricostruzione è funzionale al contesto, pur nella sua semplicità, e centra l’obiettivo già nei primi minuti, con la scenografia, le battute e i motivetti ritmati.

L’impianto metanarrativo della sceneggiatura, con la compagnia teatrale che prova il suo spettacolo al riparo delle bombe, mettendo quindi in scena lo spettacolo per il pubblico del teatro, raggiunge il suo apice nei momenti finali. Il brano “Risate sotto le bombe” invita infatti a prendere la vita con allegria, a dimenticare per qualche momento i problemi e la guerra: non con la sufficienza di chi non riconosce il valore di ciò che rischia di perdere, bensì con lo spirito di sacrificio di chi cerca il lato positivo nelle difficoltà e trova nuova forza d’animo, anche con un semplice motivetto swing.

È proprio il brano finale “Risate sotto le bombe” a racchiudere il senso complessivo dello spettacolo. Il parallelo tra i momenti drammatici del 1943 e il giorno d’oggi si compie in questa fase: gli autori non hanno infatti scelto di rappresentare gli orrori della guerra, bensì i momenti di difficoltà vissuti da un gruppo di persone coinvolte marginalmente. Un gruppo di artisti in crisi, che lottano per cercare lavoro e per qualcosa da mangiare, che vivono momenti drammatici e si sforzano di andare avanti, inseguendo le loro aspirazioni, anche se il mondo attorno a loro rischia di crollare. È proprio questo il parallelo con i momenti che stiamo vivendo, di crisi economica e occupazionale, in cui un briciolo di speranza può essere rappresentata anche dai sorrisi delle Sorelle Marinetti.

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L’ottimismo e l’allegria delle risate diventano quindi uno strumento di battaglia artistica contro il dramma della battaglia militare. Non si tratta soltanto di passare qualche minuto di serenità con lo swing e di dimenticare i brutti pensieri: è uno spirito diverso con cui affrontare le difficoltà di ogni giorno. Uno spirito che si contrappone a quello distruttivo della self-fulfilling prophecy, quanto mai attuale in periodi di crisi economica, in cui la sfiducia e il pessimismo delle persone accrescono quello dei mercati e della situazione sociale.

Una risata, insomma, può rappresentare la vittoria della guerra. E “Risate sotto le bombe” raggiunge pienamente il suo obiettivo, offrendo al pubblico uno spettacolo godibile e con ottimi artisti, catapultandolo nell’atmosfera dello swing e invitandolo ad affrontare la vita con uno spirito diverso. I complimenti, oltre alle Sorelle Marinetti e agli altri artisti, vanno quindi a tutti gli autori e ai compositori.

I complimenti si estendono poi alla Fondazione Orizzonti di Chiusi, che è riuscita nell’intento di offrire un cartellone teatrale di buona qualità, a cui si accompagna un’ottimo lavoro di comunicazione e di promozione. In attesa del prossimo appuntamento teatrale, quindi, godiamoci qualche momento sereno con le Sorelle Marinetti e gli altri artisti:

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=KlBRcxMySFs[/youtube]

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I troll bianchi contro la Algida: il ritorno del Winner Taco

La notizia del ritorno del Winner Taco è ormai vecchia, ma i commenti e le riflessioni sono quanto mai attuali. Probabilmente, siamo di fronte a un caso che farà storia…

La notizia del ritorno del Winner Taco è ormai vecchia, ma i commenti e le riflessioni sono quanto mai attuali. Probabilmente, siamo di fronte a un caso che farà storia e che sarà studiato per molti anni a venire. Forse, le implicazioni e le motivazioni ci verranno spiegate chiaramente solo dagli scienziati sociali del futuro.

Per il momento, accontentiamoci di riflettere attorno a un evento che ha segnato due generazioni: il ritorno del Winner Taco. La prima generazione è quella dei ragazzi che negli anni ’90 adoravano questo gelato, e che oggi lo ricordano con nostalgia come simbolo dell’adolescenza o dei classici “bei tempi andati”. Tempi in cui non c’erano ancora i social network, e anche internet non era poi così tanto diffuso, perlomeno nelle campagne. La seconda generazione è quella dei consumatori del 2014, che per la prima volta si sono trovati di fronte a una possibilità inaudita, almeno per il nostro mercato: la forza della rete che obbliga l’azienda produttrice a cambiare la sua strategia commerciale e a rimettere in vendita il gelato, scomparso da quasi quindici anni.

Si potrebbe romanzare quest’evento in tanti modi. Una vittoria dell’utente buono contro la multinazionale cattiva. Il trionfo della collettività interconnessa contro la casta del marketing che non capisce i veri bisogni della gente. Il popolo della rete che informa il produttore di beni e servizi, invece di farsi irretire dalle pubblicità tendenziose e causare un fallimento del mercato. Si potrebbe romanzare in tanti modi, sì, ma forse il senso di questa storia lo capiremo soltanto tra qualche anno.

winner taco roma

La realtà è che un gruppo di utenti dei social media, in maniera assolutamente disorganizzata se non per un banale effetto bandwagon (probabilmente lasciato correre dalla stessa Algida, almeno negli ultimi mesi), si sono comportati come dei troll all’interno della pagina Facebook della Algida, utilizzando come semplici influencer gli admin della pagina “Ridateci il Winner Taco”. La pagina, nata per un mix di scherzo, gioco e nostalgia, ha raccolto durante gli anni sempre più fan, che hanno contribuito a creare nuovi contenuti ironici per una battaglia civile di consumatori interessati. Fotomontaggi, video, battute scherzose o semplice dimostrazioni di interesse che si sono convogliate in una richiesta che dimostrava di essere anche una vera e propria domanda economica: il ritorno del Winner Taco e del suo famoso simbolo, l’orso bianco.

Gli utenti in questione si sono comportati come dei troll, senza però cadere in eccessi verbali, nè scatenare flame. Dei troll animati da spirito positivo, con l’ambizione di riconquistare il gelato dell’orso bianco: dei troll bianchi, insomma. La situazione per la Algida era diventata insostenibile: basta scorrere la pagina facebook ufficiale (ricordiamo i 4,6 milioni di fan contro i 9 mila circa dei “tachisti”) per immaginare i mesi d’inferno passati dai loro gestori. A ogni contenuto, ogni foto, ogni commento, comparivano immediatamente richieste di Winner Taco o joke sullo stesso tema. I troll bianchi erano gli unici utenti attivi, i contenuti postati dalla Algida sugli altri prodotti non scatenavano alcun tipo di partecipazione o di coinvolgimento, a parte quelli sul Winner Taco, ed erano loro a coinvolgere gli altri utenti sullo stesso registro! Quando sono apparsi i primi “teaser” di un possibile ritorno, l’hype è schizzato alle stelle, i “mi piace” si sono moltiplicati, e la notizia è diventata una delle più cliccate sul web. Per l’Algida, il ritorno del Winner Taco era l’alternativa a chiudere la propria pagina Facebook: non che si possa lamentare, anzi! Da questa storia ha tutto da guadagnarci.

Che cosa succederà in futuro? Difficile prevederlo. Il Winner Taco probabilmente sarà il gelato più mangiato dagli italiani, perlomeno nei primi giorni dopo il lancio, e il web sarà invaso di fotografie di troll bianchi che addentano il loro premio, come un soldato che esibisce un trofeo dopo la vittoria della guerra. Magari gli admin della fanpage verranno coinvolti dall’Algida nelle loro strategie ufficiali di marketing. E c’è pure il rischio che il Winner Taco torni nel dimenticatoio, dopo una moda provvisoria, e che possa nuovamente essere rimosso dal mercato.

Non è da escludere che azioni di questo genere possano essere replicate, per chiedere il ritorno di altri prodotti, per indirizzare il marketing o le strategie produttive di altre aziende. La forza del “movimento dei troll bianchi”, tuttavia, è stata proprio nella sua disorganizzazione, che ha permesso loro di invadere la fanpage di Algida senza eccessi e sempre con toni giocosi, che ha impedito strumentalizzazioni e ha permesso il raggiungimento del risultato. È questa il punto principale, a mio avviso: i troll bianchi sono riusciti ad agire in maniera più organizzata ed efficace di gruppi veramente organizzati e con visione strategica. Cercare di replicare questo successo in maniera più organizzata e organica rischierebbe di tradursi in un clamoroso flop.

Una cosa è certa: i troll bianchi si sono dimostrati più interessanti, e potenzialmente più utili, delle tante associazioni di consumatori che vivacchiano nel nostro Paese.

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10 luoghi da non perdere per le feste di Natale in Valdichiana

Il Natale è ormai alle porte e con esso tanti giorni di festa da passare assieme ai propri cari, ma anche tanto tempo libero da poter dedicare a gite fuori…

Il Natale è ormai alle porte e con esso tanti giorni di festa da passare assieme ai propri cari, ma anche tanto tempo libero da poter dedicare a gite fuori porta, visite brevi o lunghi viaggi per dimenticare lo stress e accogliere in maniera serena il 2014.

La Valdichiana senese è uno scrigno pieno di tesori da visitare e valorizzare: perchè non approfittare delle vacanze di Natale per conoscere qualche nuovo scorcio di questo meraviglioso paesaggio o per scoprire le vicende storiche che stanno alla base di borghi, torri e castelli?

Ecco a voi una breve rassegna di 10 luoghi di interesse nella Valdichiana senese, tratti dalla rubrica di storia e territorio, da visitare durante le festività natalizie.

1 – Il Castello di Fighine

Un castello di origine medievale che sovrasta un piccolo borgo, al centro di un paesaggio quasi immacolato. ItalianoEnglish

2 – La Fortezza di Montepulciano

Una splendida costruzione architettonica che sovrasta la città e che ospita mostre, convegni e iniziative culturali d’avanguardia. Italiano – English

3 – Le Torri Beccati Questo e Beccati Quello

Due torri che si sorvegliano reciprocamente da quasi seicento anni, l’una di fronte all’altra, tra Umbria e Toscana. Italiano – English

4 – Le Terme di Chianciano

Le acque termali hanno reso celebre la città di Chianciano in tutta Italia, grazie a una storia che affonda le radici nell’epoca etrusca. Italiano – English

5 – Il Castello di Sarteano

Grazie alla struttura integra e alle fortificazioni che ricordano gli antichi assedi, è una tappa obbligata per tutti gli amanti del Medioevo. Italiano – English

6 – Il Lago di Montepulciano

Il bacino lacustre formato dal Canale Maestro della Chiana, a testimonianza della bonifica dell’antica palude. Italiano – English

7 – Il Borgo di Montefollonico

Un centro storico armonico di origine medievale e un parco naturale, insignito dalla bandiera arancione del Touring Club. Italiano – English

8 – La Frazione di Castelmuzio

Piccolo borgo medievale nei pressi della via Francigena, una tappa suggestiva nel comune di Trequanda. Italiano – English

9 – La Frazione di Farnetella

Un piccolo borgo di appena 140 abitanti che mantiene le affascinanti caratteristiche medievali, nei pressi di Sinalunga. Italiano – English

10 – Il Castello di Valiano

Antico castello feudale e posta di guardia lungo la via Lauretana, nei pressi del Sentiero della Bonifica. Italiano – English

All’elenco mancano ancora tanti luoghi interessanti da visitare, ma ci saranno altre festività e tante altre occasioni per continuare il viaggio!  Appuntamento al 2014 con la rubrica dedicata alla storia e al territorio della Valdichiana!

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