La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: storie popolari

Racconti di Veglia: lo strascico della Regina

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Alzò il calice e…” Molti degli abitanti di Sarteano e dintorni hanno sentito parlare della leggenda della perfida regina…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Alzò il calice e…”

Molti degli abitanti di Sarteano e dintorni hanno sentito parlare della leggenda della perfida regina Dorilla, un’antica regina dei barbari signora di queste terre. La storia dello strascico della Regina si riferisce proprio alla sua figura e a quella di uno strano fenomeno naturalistico che si trova nei pressi della cittadina, per la strada che porta a Radicofani: uno scoscendimento brullo e privo di vegetazione che scende dal pendio. Secondo la leggenda sul fondo si trova un abisso che porta il nome di Buca del Diavolo, che corrisponderebbe alla bocca dell’Inferno: fu proprio il diavolo a trascinare Dorilla per i capelli lungo il pendio, creando l’arida scia che ancora oggi possiamo osservare.

Testimonianze e diffusione

Dorilla, come la maggior parte delle perfide regine delle fiabe, viene dipinta nelle storie popolari come una donna arrogante e cattiva, che si faceva odiare da tutti i sudditi per la sua condotta. A volte è dipinta come una regina, altre volte come una contessa: a prescindere da quale fosse la realtà storica, esercitava presumibilmente la sua potestà presso il Castello delle Moiane, nelle vicinanze dell’attuale Abbazia di Spineto. Aborriva la religione e perseguitava i ministri del culto che ritenevano riprovevoli le sue dissolutezze. Questi suoi comportamenti l’hanno portata a una punizione esemplare, la cui modalità differisce a seconda della versione tramandata.

Secondo quanto scritto da Fanello Fanelli, nel suo libro “Memorie storiche di Sarteano”, a punirla fu il Diavolo in persona:
“Un giorno volendo farla finita di tutti quei religiosi che in qualche modo la intralciavano nelle sue nefandezze e non poterlo fare da sola, invocò il Diavolo in suo aiuto, promettendogli l’anima in ricompensa del servizio che da lui si aspettava. Messer Belzebù senza por tempo in mezzo le si fece innanzi, ma invece di secondarla nei suoi piani malvagi, l’acciuffò pei capelli, e trascinata giù per la china del monte, fra lampi e tuoni con lei sprofondò. Presso le Moiane si può vedere anche al presente una lunga striscia di terra sulla quale non spunta mai erba. È quella secondo la popolare version, la via tracciata dal Demonio, e il montagnuolo, se deve attraversarla, affretta il passo e si fa il segno della croce”.

Della leggenda di Dorilla è stata rinvenuta, tra le carte sparse dell’Archivio Parrochiale della S.S.Trinità di Spineto, una stesura recante la data 27 Luglio 1953 non autografa, ma che presumibilmente è stata scritta da Anita Labardi e poi trascritta con varie correzioni dal parroco Don Gino Cervini che qui si riporta integralmente:

“Si narra dunque che una giovane e bellissima Contessa di nome Dorilla era rimasta per mancanza di eredi maschi Signora delle Moiane. Fornita di tutte le grazie fisiche, valorosa ed ardita, avrebbe potuto essere l’idolo dei propri vassalli se uno sconfinato orgoglio non avesse regolato tutte le sue azioni. Dame e Cavalieri la temevano, i suoi guerrieri spiavano umili il suo cenno ed i Vassalli tremavano al solo mirare la sua eccelsa bellezza. Solo l’Abate e tutti i monaci del Monastero di Spineta non si curavano della loro orgogliosa vicina, gelosi dei loro privilegi e forti della potenza temporale e spirituale. Così i rapporti durati fino allora fra il Castello e l’Abbazia furono completamente rotti. Ora avvenne che un giorno (per qualche narratore la vigilia del Santo Natale) Dorilla, prima di condurre i propri armati a non so quale impresa, desiderasse come era costume del tempo, che tutti ascoltassero la Santa Messa, ma il cappellano del Castello era assente e l’orgogliosa Dorilla non avrebbe per alcun motivo ricorso al Monastero per qualche Sacerdote.
Dominata dalla superbia, credendo che a lei tutto fosse permesso, ebbe l’idea di celebrare lei stessa il Santo Sacrificio, e vestita dei sacri paramenti, assistita da due damigelle, si accostò all’altare a celebrare. Guerrieri e tutti gli altri erano attoniti a tanta audacia e tremolanti di terrore, ma la Contessa sfidava superba l’ira di Dio. Quando giunse al momento della consacrazione, dal calice d’oro uscì un serpente che da piccolo che era, divenne grossissimo, avvolse con le sue spire la disgraziata Dorilla e la trascinò a precipizio per il burrone e spalancantosi un abisso sparì per sempre; non fu dato ai suoi armigeri, ai suoi gentiluomini ed alle damigelle di trovarne più traccia. Ancora adesso vi è una striscia sassosa dove non nasce mai un filo d’erba , che dalla collina dove sorgeva il Castello scende al burrone e che viene chiamato “ il pozzo del diavolo” nel quale non si vede il fondo. La striscia senza erba viene detta “lo strascico della Regina” perché è per quel terreno che il diavolo trascinò la sovrana Dorilla che erroneamente viene chiamata Regina. I montagnoli raccontano che, anche adesso, nelle belle serate di luna o durante le bufere invernali, in vetta alla collina si vede lo spettro di Dorilla, vestita di una armatura d’argento, con le bionde trecce svolazzanti, che con il corno alle labbra getta nell’aria un lugubre suono che si ripercuote negli abissi in lontananza. Se per richiamare le mandrie sparse nel bosco il pastore vi s’addentra e si fa sera, dovendo svolgere lo sguardo verso quel luogo, si fa il segno della croce e si affretta impaurito e tremante”.

Anche lo scrittore Idillio Dell’Era, narra che il fatto si svolse nella notte di Natale prima dell’anno Mille, ma dà un’immagine sgradevole della regina Dorilla, descrivendola  come una strega: brutta, con i tratti maschili, i capelli rossi e la fronte segnata da una cicatrice nera (simbolo del patto con il demonio). Anche nella versione di Dell’Era la protagonista indossa i parametri sacri per celebrare la messa di Natale, ma all’atto dell’offertorio dal calice esce un serpente che la avvinghia tra le sue spire e la sprofonda nelle viscere della terra.

Secondo invece uno scritto dell’800 di Alessandro Marchionni, tutta la vicenda della regina Dorilla sarebbe derivata da una tresca amorosa tra costei e il prete confessore Ser Baldo. Tresca amorosa casta, tipica dell’amor cortese, tanto che la protagonista cambia anche il nome da Dorilla in Domitilla.

Ma la versione più diffusa in realtà riporta che la contessa Dorilla, in un atto di onnipotenza, facendosi forza della sua posizione ed asserendo di essere in ritardo per la sua amata caccia, si sostituì al parroco per dire messa e velocizzare il rito, portando al macabro epilogo raccontato nel Fondo di Domenico Bandini, studioso di storia locale :

“Negli alti tempi medioevali, era signora (Regina) del castello delle Moiane, una feudataria spregiudicata e prepotente, di nome Dorilla che, per la sua condotta eccessivamente libera, per i molti soprusi perpetrati sulla servitù della gleba, era in odio al popolo e in rapporti assai tesi anche con i monaci della vicina abbazia di Spineta. Un giorno aveva essa bandita una partita di caccia e vi aveva invitati Signori amici e Feudatari limitrofi con numerosi vassalli. Di buon Mattino tutti erano giunti ben equipaggiati al Castello con mute di cani e falconieri provetti, ma essendo domenica occorreva prima ascoltare la santa messa e poi spargersi per le selve e le crete della sottostante Val D’Orcia ai venatori diletti. Però la gente aspettava e il monaco che avrebbe dovuto celebrare la messa non giungeva!
A nulla valsero i ripetuti solleciti della Signora fatti a mezzo de’ Servi… Onde essa, innervosita e spregiudicata com’era, non esitò a indossare sacri paramenti e recarsi all’altare a celebrarvi il Santo Sacrificio. Timorosi e incerti gli astanti assistettero alla celebrazione sacrilega… Quand’ecco non appena l’insoluta peccatrice giunse a pronunciare le parole mistiche della consacrazione…
Dal Calice sviluppasi un serpentello che, fattosi immediatamente gigante, tra il terrore dei presenti avvince tra le sue poderose spire la donna sacrilega e la trascina fuori dalla Chiesa giù per l’orrido precipite monte con lei inabissandosi nel pozzo (tutt’ora detto “Pozzo del Diavolo”) aperto nel letto del rapido sottostante torrente, per quella via portandosi la sventurata tra i dannati all’inferno.
Intanto, oscuratosi il cielo, sibilò la tempesta; Il guizzo dei lampi ruppe sinistro l’aria e la poca luce, mentre il fragore del tuono riempiva d’orrore quella scena di tregenda. Sul sentiero percorso dal demoniaco serpente dicono non nasca l’erba…
Reso sterile dal contatto infernale !… E talora nelle notti di Luna lo spettro bianco della “Regina” sacrilega appare sul monte selvaggio.”

Le varie tradizioni relative a questa storia sono state dipinte in un’opera contenuta all’interno della chiesa di Spineto, di autore e provenienza ignoti: nella raffigurazione si nota il calice da cui esce il serpente, l’elemento cardine della leggenda.

A oggi non sappiamo se Dorilla sia realmente esistita e quali parti delle leggende popolari sopra descritte abbiano un fondamento di verità. Indubbiamente la sua figura vive nelle tradizioni di Sarteano e della sua montagna. Tuttavia non è da escludere che una feudataria, sicuramente odiata per le sue angherie, debba essere esistita nel Castello delle Moiane e che lo sdegno del popolo oppresso, abbia generato questa paurosa leggenda del fantasma e del castigo causato da un serpente maligno.

Caratteristiche ed analisi

Potremmo identificare la figura della Regina Dorilla con quella della Contessa Willa, vedova del conte Pepone Manenti di Sarteano, che nel 1085 fece costruire una Chiesa e un monastero nei suoi possedimenti; tale luogo di culto venne concesso ai monaci vallombrosani di Coltibuono, diventando l’attuale Abbazia di Spineto. Dorilla probabilmente è un’errata dizione del nome Willa, che ricorre spesso nella casata magnatizia dei conti di Sarteano, Chianciano, Radicofani, Chiusi, indicati dagli storici con i cognomi Manenti, Farolfi e Peponi. Tra l’altro alcune delle zone delimitate nell’atto di concessione dell’Abbazia hanno dei toponimi che sono arrivati fino ai nostri giorni, come ad esempio la zona di Bocca Tonanna e il Castello delle Moiane; proprio questo castello, di cui oggi si intravedono solo pochi resti, doveva essere al centro dei fatti narrati.

La zona dello strascico, come detto prima, è ancora visibile nei pressi dell’Abbazia di Spineto: in questo tratto di terreno sassoso non cresce la vegetazione e la storia della contessa Dorilla funge da spiegazione a questo strano fenomeno naturalistico. Le varie versioni concordano sulla punizione attribuita alla protagonista per via delle sue azioni (crudeltà nei confronti dei sudditi, modi dissoluti, sacrilegio o blasfemia nei confronti della religione cattolica) e possono quindi facilmente essere accostate agli “Exempla” medievali, tramandati oralmente tra i ceti popolari per educare, avvertire o dare consigli di comportamento. Nell’Exemplum si racconta proprio un fatto o una diceria, che prende spunto da vicende reali o fantastiche, utilizzata per sostenere una tesi da dimostrare (in questo caso utilizzata in forma negativa, un comportamento da biasimare.)

Sono molti i temi di interesse che si intrecciano nella storia di Dorilla, che possono essere analizzati sulla base di tre diverse dicotomie complementari. Il primo è relativo al conflitto regnante/suddito: Dorilla viene raccontata come una sovrana che detiene un qualche tipo di autorità sul territorio di Sarteano, ma non riceve apprezzamento da parte del suo popolo. Non sappiamo se la descrizione delle sue caratteristiche negative sia l’effetto o la causa del mancato amore da parte dei sudditi: eppure, viene dipinta come una tiranna, una figura autorevole che antepone i suoi interessi personali a quelli del popolo.

La seconda dicotomia è quella maschio/femmina, che potrebbe spiegare il motivo per cui questa figura si è caricata di così tanti elementi negativi nel folclore locale. Per quanto gli esempi storici di sovrane femminili siano frequenti, esse potevano essere percepite come meno adatte alla gestione del potere politico, per via di un pregiudizio culturale ben radicato. In alcune versioni della storia, la punizione inflitta a Dorilla viene inflitta per via della sua vita licenziosa, perché incapace quindi di anteporre il bene pubblico al piacere personale: una tipica accusa rivolta ingiustamente al genere femminile, come se fossero naturalmente più inclini a seguire le proprie passioni rispetto alla controparte maschile.

Infine, il conflitto più forte è quello dovuto all’opposizione tra potere temporale e potere spirituale, tipico del Medioevo. L’incidente scatenante che porta all’uscita del serpente/diavolo dal calice e alla punizione mortale per Dorilla è dato dalla superbia del potere temporale che si arroga il diritto di potersi sostituire all’autorità religiosa. Il potere del sovrano, quando si sostituisce a quello del clero, diventa quindi sacrilego e merita una punizione, perché l’equilibrio si può mantenere soltanto con la separazione dei poteri.

Questi elementi si fondono nelle leggende popolari attorno allo strascico della Regina. La figura di Dorilla diventa quindi quella di una sovrana malvagia, che si inserisce nel solco di una serie di personaggi della storia o della letteratura a cui sono stati attribuiti tratti simili. Basti pensare a Cleopatra, regina egiziana che nella tradizione romana viene caricata di aspetti negativi (ma che viene invece ripresa come saggia e coraggiosa nella tradizione bizantina e araba) oppure a Lady Macbeth, personaggio immaginario del dramma di Shakespeare, che spinge il marito a uccidere l’amico pur di ottenere il trono regale.

La figura storica che più si avvicina alle caratteristiche di Dorilla, tuttavia, è quella di Erzsébet Báthory, vissuta in Ungheria tra il XVI e il XVII secolo, conosciuta come Contessa Dracula o Contessa Sanguinaria. Sebbene la sua figura sia corredata di tantissimi studi, leggende popolari e una lunga tradizione nella cultura contemporanea, è stata una sovrana crudele che si è macchiata di numerosi omicidi e torture, oltre ad essere stata accusata di sadismo e magia nera. Elementi ricorrenti con quelli dello strascico della Regina di Sarteano, che portarono però a una punizione diversa: la Báthory fu murata viva in una stanza del suo castello, dove si lasciò morire di fame.

Influenze nella cultura pop

La figura della regina cattiva è molto presente nelle opere contemporanee. La tradizione Disney ci presenta molti esempi, tra cui spicca quella di Grimilde, la crudele antagonista di Biancaneve: nel film animato del 1937 la regina Grimilde viene punita per le sue malefatte, e trova la morte precipitando proprio da un dirupo:

Anche Malefica de “La Bella Addormentata” merita una menzione, per inserirci nel filone delle regine cattive che hanno attraversato gran parte delle produzioni Disney: nel film animato del 1959 la crudele antagonista si trasforma in drago durante l’ultimo scontro con il principe Filippo e, una volta colpita a morte, precipita da un dirupo.

Il tema della punizione per un comportamento sacrilego, altro elemento portante della leggenda di Dorilla, è ugualmente presente nelle opere contemporanee. Nel primo capitolo della serie di Indiana Jones (Raiders of the Lost Ark, 1981) i nazisti riescono a recuperare la mitica Arca dell’Alleanza: in seguito alla profanazione, vengono puniti con la morte per la loro arroganza.

Per finire, vi consigliamo l’ascolto di una canzone che sembra ricordare le vicende della contessa Dorilla. Si tratta del brano “Ghuleh/Zombie Queen” della band heavy metal svedese Ghost, che racconta di una regina rapita dal male che risorge per portare distruzione.

“Putrefazione
Un profumo che è maledetto
Sotto uno strato di polvere
Dall’oscurità
Risorge un succube
dalla ruggine terrosa
Haresis dea
Una volta era una maestà
Ora espone l’osso
Dall’oscurità
alzati come succube
e usurpa il trono”

 


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Racconti di Veglia: il pozzo di San Giliberto

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Fammi bere, buona donna!” Queste sono le parole che si sentì dire una contadina nei pressi di un pozzo…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Fammi bere, buona donna!”

Queste sono le parole che si sentì dire una contadina nei pressi di un pozzo nella campagna cortonese, secondo le storie popolari, da parte di un misterioso viaggiatore assetato. La donna diede da bere all’uomo, che stava recandosi in pellegrinaggio a Roma, e da quel momento l’acqua del pozzo si tramutò in vino per tre giorni, consentendo agli abitanti delle campagne di festeggiare e di ringraziare il pellegrino per il prodigio.

Il viaggiatore si chiamava Giliberto, da cui il nome di “Pozzo di San Giliberto” che ancora oggi è possibile osservare sul ciglio della Strada Provinciale 31 nei pressi di Monsignolo di Cortona. Ma qual è l’origine di questa leggenda e che significati si celano dietro il suo mistero?

Testimonianze e diffusione

La diffusione di questa storia popolare è legata a un luogo che è possibile visitare ancora oggi: un piccolo pozzo di pietra di forma circolare, risalente al VI secolo, che ha subito numerosi rifacimenti nel corso del tempo. Si trova sul ciglio del manto stradale, lungo la SP31 di Cortona che da Monsigliolo porta verso Montecchio, in una campagna che rappresenta perfettamente la Valdichiana. Il cartello lo identifica come “Pozzo di San Giliberto” e una targa datata settembre 1968 così recita:

Secondo lunga tradizione popolare
A questo pozzo si dissetò l’anno 515
San Giliberto pellegrino
Cambiando in vino l’acqua
Per gli ospitali coloni
Dediti alla rinascita delle vigne
Nella fertile terra cortonese
Dalla loro fatica bonificata

Non sono molte le notizie su questa leggenda, particolarmente diffusa nelle campagne di Cortona e legata alla religiosità popolare e ai riti di fertilità dei terreni. Le fonti non sono concordi neppure sul nome del pellegrino, che poteva chiamarsi Giliberto, Gilberto o Filiberto. La targa in marmo sul Pozzo di San Giliberto venne fatta apporre da don Sante Felici, che fu parroco dell’abbazia di Farneta e studiò la storia locale, fino a pubblicare nel 1967 il volume “L’Abbazia di Farneta in Val di Chiana”. Secondo la sua versione della leggenda, la tramutazione dell’acqua in vino fu opera del pellegrino Gilberto, rappresentato con la croce rossa sul saio, che si fermò a Montecchio per rifocillarsi durante il suo viaggio verso la Terra Santa. Il prodigio avvenne di fronte ad alcune donne, che diffusero la buona notizia per tutte le campagne.

La versione raccolta da Riccardo Gatteschi nel 2002 nel volume “Diavoli, Santi e Bonagente” presenta invece alcune differenze rispetto alla precedente. In questo caso la donna è una sola e il pellegrino si chiama Filiberto, rappresentato con una lunga barba e un saio. Dopo aver bevuto dal pozzo per mezzo di un orciolo, il pellegrino ne rovescia il contenuto e lo mette in testa alla donna, che torna a casa senza accorgersi di nulla e riuscendo a vedere il percorso nonostante l’ingombro. Una volta che i familiari le sfilano di testa il recipiente, si rendono conto che è pieno di vino rosso. La donna e i familiari tornano al pozzo e scoprono che è pieno di vino, sicuramente un prodigio operato dal pellegrino assetato. La notizia si diffonde per le campagne e la gente accorre a festeggiare per tre giorni, al termine dei quali il vino torna di nuovo nella forma originaria e il pozzo perde la sua magia.

Secondo una ulteriore versione, il pellegrino aveva viaggiato molto prima di raggiungere la Valdichiana, aveva addirittura varcato le Alpi per mettersi in viaggio verso la tomba di San Pietro. Fermatosi nei pressi di Montecchio per ottenere ristoro, venne sfamato e dissetato dai contadini, nonostante la loro condizione di povertà. I terreni cominciavano a impaludarsi e l’acqua pulita scarseggiava, ma la gente del posto donò il poco che aveva al pellegrino; in cambio, quest’ultimo trasformò l’acqua del pozzo in vino e lasciò che tutti ne attingessero. Si fermò quindi per la notte in un ovile, e lì morì serenamente. I contadini lo scoprirono la mattina successiva, seduto in ginocchio e con le mani giunte, con le pecore e gli agnelli tutt’intorno che stavano anch’essi inginocchiati in preghiera. Per tali prodigi, la gente di Montecchio lo pianse e lo riverì, fino portarlo nella chiesa più vicina e seppellirlo sotto l’altare.

Caratteristiche ed analisi

La leggenda del Pozzo di San Giliberto è ristretta al territorio circostante e, nelle sue differenti versioni, si concentra sul prodigio della tramutazione dell’acqua in vino. Questa caratteristica ci porta immediatamente al primo miracolo dei Vangeli cristiani, operato da Gesù Cristo durante le Nozze di Cana: descritto nel Vangelo secondo Giovanni, l’episodio è uno dei più celebri:

«Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”. Gesù le disse: “Che c’è fra me e te, o donna? L’ora mia non è ancora venuta”. Sua madre disse ai servitori: “Fate tutto quel che vi dirà”. C’erano là sei recipienti di pietra, del tipo adoperato per la purificazione dei Giudei, i quali contenevano ciascuno due o tre misure. Gesù disse loro: “Riempite di acqua i recipienti”. Ed essi li riempirono fino all’orlo. Poi disse loro: “Adesso attingete e portatene al maestro di tavola”. Ed essi gliene portarono. Quando il maestro di tavola ebbe assaggiato l’acqua che era diventata vino (egli non ne conosceva la provenienza, ma la sapevano bene i servitori che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: “Ognuno serve prima vino buono; e quando si è bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora”»

Nelle agiografie e nelle storie popolari relative ai santi, non è raro trovarsi di fronte a dei prodigi che sono delle versioni minori rispetto ai miracoli descritti nei Vangeli. Questa può essere vista come una forma di continuità con tali storie, diventate parte dell’immaginario collettivo, anche nella vita delle campagne: il prodigio del Pozzo di San Giliberto può essere quindi letto come un riferimento alla figura più importante della sua stessa religione, parte della sua venerazione durante il pellegrinaggio verso Roma.

Un’altra caratteristica interessante è data dalla funzione che questa storia può assumere nei confronti degli abitanti delle campagne in cui era diffusa: a differenza di tante altre leggende popolari che hanno contraddistinto questa rubrica, questa volta non parliamo di minacce, creature ostili o situazioni pericolose che dovevano fungere da monito. Il fulcro della narrazione, stavolta, è un evento magico positivo che crea dei benefici agli abitanti delle campagne, in quanto il misterioso pellegrino ringrazia con un magnifico dono chi era stato così ospitale nei suoi confronti. In un contesto come quello della Valdichiana, i terreni in cui sorge il Pozzo di San Giliberto nel VI secolo dovevano essere ancora fertili, prima dell’impaludamento successivo. Siamo ancora lontani dalle grandi opere di ingegneria idraulica che hanno caratterizzato la Bonifica Leopoldina della Valdichiana in epoca moderna: nell’alto medioevo erano i contadini stessi, tendenzialmente, ad assicurare la salubrità e la fertilità delle campagne (non a caso la frazione adiacente si chiama “Montecchio della Pozzanghera” o “Montecchio del Loto”, nel senso di fango). La ricchezza data da un pozzo magico da cui si attinge vino, in questo senso, può simboleggiare la fertilità dei campi nel fondovalle e la loro importanza nell’economia agraria del territorio fin dalle epoche più antiche.

La parte più misteriosa di questa storia è senza dubbio il protagonista, di cui abbiamo diverse versioni. Santo, frate o semplice viaggiatore, l’unico elemento in comune di Giliberto (o Gilberto, o Filiberto) è un saio da pellegrino e il desiderio di ringraziare i contadini per l’ospitalità ricevuta durante il viaggio. Non è facile trovare riferimenti o fonti storiche relative al Santo Giliberto di questa leggenda; tuttavia, nella frazione cortonese di Montecchio sorge la Chiesa di San Cristoforo, in cui secondo la leggenda sono state accolte le sue spoglie. Questa potrebbe essere la sede ideale dei suoi resti, simbolo di una religiosità rurale che ha attraversato le alterne vicende di bonifica di queste terre.

Una curiosità: esiste una leggenda simile a Lucca, relativa al culto di Santa Zita. Davanti al palazzo Fatinelli, dove la giovane lavorava come serva, avvenne un miracolo: un pellegrino assetato e affamato giunse a chiedere la carità e Zita gli diede l’acqua che si trovava nel pozzo di fronte, che si tramutò in vino. In questo caso il prodigio è compiuto dalla giovane santa che accoglie il pellegrino, a differenza del racconto di San Giliberto.

Influenze nella cultura pop

Dal momento che quella del Pozzo di San Giliberto è una storia popolare legata a un luogo circoscritto, non presenta particolari influenze nella cultura successiva, ed è raramente tramandata. La tematica del pozzo magico, tuttavia, è ampiamente presente in molte opere, soprattutto se è capace di esaudire i desideri: si tratta di una tradizione del folclore europeo molto diffusa e legata all’origine divina dell’acqua, in quanto una delle risorse cruciali per la nostra sopravvivenza. Il tema è stato sfruttato anche nel fumetto italiano, ad esempio da Dylan Dog nel 1993 con “Il Diavolo nella Bottiglia“, in cui l’acqua di un pozzo maledetto permetteva di esprimere tre desideri, che venivano reinterpretati dal demone al suo interno. Nella canzone “Wishing Well” del gruppo metal brasiliano Angra, invece, il pozzo magico permette un contatto diretto con la divinità:

Il pozzo può portare buona fortuna a chi attinge alle sue acque: ne è un esempio il film d’animazione “Daffy Duck e l’isola fantastica” del 1983, in cui i Looney Toons sono alle prese con un pozzo parlante capace di esaudire i desideri. Anche nel film Disney “Biancaneve e i Sette Nani” del 1937, la protagonista canta di fronte a un pozzo dei desideri, ed è proprio in quell’occasione che il principe la nota e si innamora di lei:

Non solo prodigi positivi: i pozzi possono anche nascondere elementi terribili e malefici. Ne è un esempio il famoso horror movie giapponese “Ring” del 1998 (che ha dato origine a una serie di pellicole, anche nella versione americana “The Ring”) in cui lo spirito vendicativo Sadako/Samara esce proprio da un pozzo, prima di uscire dal televisore:

 


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Racconti di Veglia: il fantasma di Palazzo Ricci

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Questo non lo toccare!” Chissà come deve essersi sentito il Monsignor Montiani, quando toccando un libro contenente delle missive,…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Questo non lo toccare!”

Chissà come deve essersi sentito il Monsignor Montiani, quando toccando un libro contenente delle missive, si sentì arrivare un grosso ceffone, accompagnato da questo monito. Voltandosi, però, si rese conto che dietro le spalle non c’era nessuno. Ma che storia è questa?
Una storia di fantasmi, ovvio, una storia locale, riguardante un noto palazzo a Montepulciano, ormai modificato e suddiviso in varie funzioni, ma comunque carico di storia e memorie paesane.

Testimonianze e diffusione

Questa leggenda racconta la presenza di un fantasma a Palazzo Ricci, uno storico edificio di Montepulciano situato in Via Ricci, a poca distanza da Piazza Grande. Caratterizzato da un grande portale con una scalinata di pietra, dispone di un cortile interno con vista panoramica; opera dell’architetto Baldassarre Peruzzi, fu fatto erigere dal cardinale Giovanni Ricci nella metà del XVI secolo. Nel corso dei secoli ha avuto diverse funzioni e ha subito molte modifiche architettoniche, dovute ai passaggi di proprietà. Attualmente alcune parti del palazzo sono diventate sede dell’Accademia europea di Palazzo Ricci, emanazione del Conservatorio di musica e danza di Colonia, dove si svolgono corsi, concerti e masterclass. Altre parti sono invece destinate alla contrada di Talosa, che le utilizza principalmente durante la settimana degli eventi del Bravìo delle Botti. Infine, un’altra parte del palazzo fa parte della Cantina De’Ricci, una delle cantine più affascinanti del centro storico.

Le prime testimonianze del fantasma di Palazzo Ricci risalgono proprio ai tempi in cui l’edificio svolgeva principalmente la funzione di cantina e di fattoria per la produzione di Vino Nobile, almeno dagli anni ’60 e ’70: si parla di una misteriosa presenza che si aggira lungo le stanze e i corridoi del palazzo, responsabile di eventi inspiegabili e paranormali.

Esterno di Palazzo Ricci a Montepulciano

I racconti principali sono raccolti nel libro di Giorgio Harold Stuart “L’Italia dei Fantasmi”, dove un capitolo riguarda proprio Palazzo Ricci e la sua biblioteca ormai smantellata. Proprio in questa biblioteca era custodito un manoscritto, chiamato il “Libro dello schiaffo”: un nome curioso, anche perché non si trattava di un vero e proprio libro, ma di una raccolta di missive scritte dal Monsignor Ricci a una sua fantomatica nipote che si trovava a Roma. Secondo la leggenda popolare, nessuno era capace di leggere queste missive: ogni volta che qualcuno tentava di leggere il libro, si veniva presi a scossoni, oppure il libro scappava dalle mani, oppure ancora si subiva uno schiaffo da una figura spettrale. Sempre nel volume di Giorgio Stuart si racconta questo aneddoto: una donna terrorizzata che provò a leggere le missive e a prendere appunti, una sera come tante, si ritrovò a essere scossa sulla sua sedia, spintonata e la cartella contenente le memorie le si chiuse da sola tra le mani; quando provò a riaprirla, le scivolò via da esse come se le fosse stata sfilata da qualcuno invisibile. La luce si spense inspiegabilmente, la donna svenne qualche minuto per lo spavento, e quando si riprese lasciò tutto com’era e telefonò al sig. Stuart, noto esperto di paranormale. Al loro ritorno la mattina successiva in archivio, non trovarono più nulla a terra, ma tutto messo correttamente in ordine; l’unica altra persone presente nel palazzo quella sera era la cuoca e non poteva essere la responsabile, in quanto analfabeta, della corretta ubicazione del fascicolo denominato R23, Carteggi Privati di S.E.1539.

L’altra vicenda citata in apertura racconta del Monsignor Montiani, che aveva ricevuto l’incarico di riordinare alcuni preziosi ed antichi dell’archivio. Come altri prima di lui rimase affascinato da ciò che potevano contenere tali missive, si mise comodo sulla poltrona e iniziò a leggere, quando a un tratto, alzando gli occhi e spingendosi gli occhiali sulla fronte, vide chiudersi violentemente con suo grande stupore il libro, ricevendo uno clamoroso schiaffo su una guancia, mentre una misteriosa voce sussurrava “Questo non lo toccare!”

Queste non sono le uniche leggende popolari legate al libro con le missive; secondo un’altra testimonianza, avvenne una volta che un prete aprì il libro durante una visita a Palazzo Ricci. Dapprima spintonato, il libro chiusosi da solo tra le mani con una forza tale da far saltare il laccetto, il parroco continuò ad andare avanti non rispettando l’avvertimento, ricevendo quindi un sonoro ceffone. Il prete stava per restituire lo schiaffo al chierichetto, pensando fosse stato lui, ma si accorse che non avrebbe potuto essere il responsabile, trovandosi dalla parte opposta della sala. Le minacce non finirono, entrambi si sentirono spintonati fino alla porta dell’archivio, lasciando la sala terrorizzati.

Il “Libro dello Schiaffo” non è l’unica testimonianza del fantasma di Palazzo Ricci, in quanto esistono altri racconti di fenomeni paranormali che sono avvenuti tra queste mura. Come ci ha raccontato il fratello dell’ex-fattore, una volta una porta si chiuse a chiave da sola: pensando che potesse trattarsi solamente di un colpo di vento che l’aveva fatta sbattere, furono costretti a usare gli attrezzi per aprire una porta in una rimessa dove non era bastato nemmeno piegare il grimaldello per impedire una chiusura non voluta. Ci sono inoltre testimonianze di una cameriera storica, sentita camminare con il suo passo tipico da una stanza all’altra come se avesse continuato a svolgere le sue mansioni dopo la morte; si dice inoltre che si aggiri ancora per il cortile la Marchesina con il suo cane, facendo sentire i passi insieme al campanello legato al collo dell’animale. Chiavi tintinnanti, passi misteriosi e rumori incomprensibili sono frequenti nei racconti e nelle testimonianze di chi ha vissuto a Palazzo Ricci, anche se attualmente non vi sono stati più casi paranormali, come se i fantasmi fossero definitivamente scomparsi.

Caratteristiche ed analisi

Chissà cosa contenevano le missive del “Libro dello Schiaffo”, importanti al punto, secondo la leggenda, da essere protette anche dopo la morte di Monsignor Ricci? Secondo le dicerie dell’epoca, forse le lettere non erano state inviate a una nipote, ma ad un’amante romana; secondo altre dicerie riportate nel volume di Stuart, potevano essere addirittura lettere galanti indirizzate a un altro Cardinale. Storie d’amore proibite di questo tipo possono sollecitare la fantasia e si ammantano di un’aura di mistero e segretezza con il passare degli anni. Il fantasma che proteggeva questo segreto, infatti, potrebbe essere stato utilizzato come spiegazione paranormale per tutte le stranezze avvenute a Palazzo Ricci nel corso del tempo.

Quando si parla di case stregate, la presenza di fantasmi può essere spiegata dall’antichità dei luoghi e da fenomeni naturali, alimentati dalla suggestione degli abitanti:  le gallerie di tufo sotterranee possono essere fonti di rumori vari e costanti, fino a sembrare lamenti. Addirittura alcuni gas sprigionati da elementi naturali possono condurre ad allucinazioni visive o uditive. Se la diceria della casa stregata si diffonde, può alimentare fenomeni di imitazione e sviluppare ulteriori testimonianze, portandoci a considerare come paranormali altri fenomeni a cui non avremmo dato peso: se la storia attira, può fare leva sulla mente delle persone, alla ricerca di qualcosa fuori dall’ordinario.

La storia del fantasma del Palazzo Ricci riassume i tratti tipici della “casa stregata” o della “casa infestata”, una particolare tipologia di racconto sovrannaturale in cui un’abitazione è coinvolta in presunti eventi paranormali. Tali racconti sono così ricorrenti da attraversare la storia e la letteratura in innumerevoli forme: già ai tempi dei romani venivano infatti scritte storie su case stregate, così come ne “Le mille e una notte”. In tutte queste storie, le abitazioni (che possono essere case, castelli, ville o palazzi) sono abitate dagli spiriti degli abitanti passati, e le attività sovrannaturali da loro prodotte sono fatte risalire a eventi violenti accaduti in tali luoghi o a segreti che non devono essere rivelati. Dei conflitti irrisolti, quindi, legano i fantasmi (o le anime dei deceduti) a tali edifici e causano problemi ai nuovi proprietari: si passa da innocui dispetti ad atti più ostili come il lancio di oggetti, fino ai casi più estremi in cui le entità sono spinte ad atti malvagi e crudeli.

Nella letteratura dell’orrore la casa stregata è un elemento narrativo ricorrente, che ha raggiunto il suo apice nel XVIII e nel XIX secolo, particolarmente utilizzata nelle trame dei romanzi gotici: basti pensare a “La caduta della casa degli Usher” di Edgar Allan Poe, “Il giro di Vite” di Henry James  o “Il castello di Otranto” di Horace Walpole. Palazzi infestati dai fantasmi sono molto frequenti nelle leggende popolari in tutta Italia e non solo, con una vastissima varietà di casi paranormali e vicende particolari. Proprio in virtù della lunga storia di queste abitazioni, possono portarsi dietro racconti del passato e tramandarli tra le generazioni, contribuendo ad alimentarle e a diffonderle.

Il successo e la diffusioni di queste tipologie di storie non sono casuali. A quanti di noi è capitato di effettuare delle “prove di coraggio” durante l’infanzia, magari assieme a un gruppo di amici, intrufolandosi in qualche casa abbandonata solo perché si era diffusa la diceria che fosse presente un fantasma? Queste storie fanno parte della nostra esperienza e del nostro vissuto, perché colpiscono paure e timori che tutti noi possiamo condividere, ovvero quelli di sentirsi insicuri anche all’interno della nostra stessa abitazione.

Influenze nella cultura pop

Dal momento che la casa stregata è presente in tutta la nostra letteratura e fa parte di innumerevole leggende popolari, ha una grandissima influenza nella cultura attuale e nella nostra vita. Il cinema ha spesso sfruttato questo tema: prima di arrivare al più recente “Crimson Peak” (pellicola del 2015 di Guillermo del Toro di chiara ispirazione gotica) e al classico “Haunting – Presenze” (film del 1999 di Jan de Bont con Liam Neeson e Catherine Zeta Jones), la citazione più importante se la merita “La casa dei fantasmi” del 1959 di William Castle, vero e proprio masterpiece del genere:

Il cinema horror ha sfruttato in maniera così capillare il tema che risulta difficile rendere giustizia alla vastità delle pellicole dedicate all’argomento. A nostro avviso, tuttavia, una citazione particolare la merita “La Casa” di Sam Raimi del 1981, che diventò un vero e proprio cult-movie capace di sviluppare storie successive e serie televisive dedicate.

Anche il mondo della musica ha affrontato questo tema: Michael Jackson, nel suo mediometraggio Ghost del 1996, di cui pubblichiamo un assaggio, vive in una casa stregata:

Nel mondo dei videogiochi, con la loro possibilità di immergersi nella narrazione e di vivere in maniera interattiva l’esperienza, la casa stregata è particolarmente adatta ai giochi “survival horror”. Il primo “Alone in the Dark” del 1992 della Infogrames, che ha dato vita a una serie di successo, era ambientato proprio in una villa infestata.


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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