La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Alessio Banini

Migrazioni e dignità: la mostra itinerante “Humans”

Il tema delle migrazioni internazionali, dei richiedenti asilo che attraversano il Mediterraneo e delle difficili politiche di gestione dei flussi migratori è ormai da molti anni al centro del dibattito…

Il tema delle migrazioni internazionali, dei richiedenti asilo che attraversano il Mediterraneo e delle difficili politiche di gestione dei flussi migratori è ormai da molti anni al centro del dibattito sociale, e anche la nostra redazione ha spesso affrontato questo tema, sempre più presente in un territorio rurale come quello della Valdichiana.

La mostra fotografica “Humans”, inaugurata lo scorso venerdì 23 giugno presso il Palazzo Comunale di Montepulciano, si inserisce perfettamente in questa tematica: è infatti una mostra itinerante, che oltre alla cittadina poliziana verrà ospitata nelle prossime settimane a Chianciano Terme e a Monticchiello, organizzata dal Centro Pari Opportunità dell’Unione dei Comuni della Valdichiana Senese. Le fotografie sono state scattate da Matteo Casilli per l’organizzazione umanitaria Intersos e ritraggono i richiedenti asilo nel centro di accoglienza di Crotone: il loro scopo è quello di sensibilizzare gli spettatori, attraverso immagini di forte impatto emotivo, sui temi dell’immigrazione e della dignità umana.

Il progetto è nato grazie al coinvolgimento del Coordinamento Associazioni Valdichiana per un’Europa senza Muri, che già da molti mesi ha iniziato una proficua collaborazione con Intersos. Il coordinamento è impegnato sui temi dell’accoglienza e dell’integrazione e si avvale del contributo di Legambiente Valdichiana, Amica Donna, ANPI, Croce Verde Chianciano, Auser, Incontriamoci, Teatro Povero di Monticchiello, Libera Università Iris Origo e tante altre. Il punto di contatto è Intersos, l’organizzazione presente in oltre 20 Paesi nel mondo e che porta il suo contributo nei luoghi di emergenza. All’inaugurazione della mostra era presente il responsabile della comunicazione, Giovanni Visone:

“Abbiamo cominciato un percorso di collaborazione con le associazioni locali più di un anno fa, sulla spinta della campagna sull’emergenza profughi in Grecia. Dopo un anno non abbiamo assistito solamente all’innalzamento di muri fisici, come nei balcani, ma si sono rafforzati anche i muri culturali. Forse per la prima volta da quando l’uomo è arrivato a concepire la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e la definizione dello status di rifugiato, quelle conquiste vengono esplicitamente messe in discussione dagli stessi Paesi che le hanno create.”

I valori a cui si ispira Intersos sono proprio quelli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: la difesa della vita e della dignità delle persone, in ogni Paese del mondo. Il progetto fotografico “Humans” nasce proprio da questi valori e dalla necessità di restituire dignità ai migranti, attraverso il ritratto.

“Lo scorso anno la stazione ferroviaria di Crotone ospitava più di 200 rifugiati, accolti in condizioni allucinanti. Grazie allo sguardo puro e libero di Matteo Casilli abbiamo cercato di rimetterli in piedi, e restituire loro la dignità attraverso lo sguardo degli altri. Il mondo ormai è questo, nessuno può più rimanere chiuso nel suo centro, nemmeno in Valdichiana. La sfida che abbiamo di fronte è quella di rafforzare la conoscenza dei problemi dei territori locali, e dall’altra parte avvicinarli a quello che accade nel mondo e nelle zone di conflitto.”

La mostra fotografia è stata fortemente voluta dal Centro Pari Opportunità, a cui partecipano i delegati dei Consigli Comunali di tutti i membri dell’Unione dei Comuni della Valdichiana Senese.

“Questa mostra risponde a un’esigenza nata da tempo, ovvero quella di allargare i temi da trattare in termini di accesso ai servizi alle pari opportunità. – spiega Lorenza Duchini, organizzatrice dell’evento – Il Centro Pari Opportunità, negli scorsi anni, si è concentrato principalmente sulla tematica femminile, grazie al Centro Antiviolenza gestito dall’associazione Amica Donna. Dalle delegate è però scaturita la necessità di lavorare anche su altre tematiche, ad esempio le barriere architettoniche e l’integrazione dei migranti. Dopo aver conosciuto Intersos,abbiamo deciso di fare un passo successivo, proponendo la mostra “Humans” nel nostro territorio, per portare un baluardo di conoscenza rispetto alla tematica delle migrazioni, uscendo dallo schema della contrapposizione rabbiosa dei social network.”

La mostra itinerante ha infatti come obiettivo quello di incontrare pubblici diversi, cambiando allestimento in luoghi gratuiti e fruibili a tutti; dopo Montepulciano sarà la volta di Chianciano Terme e infine a Monticchiello, durante il periodo del Teatro Povero. In questo modo, le immagini dei migranti si confronteranno non soltanto con coloro che hanno più predisposizione ad approfondire tali tematiche, ma anche con il resto della popolazione locale. L’ambizioso obiettivo, infatti, è quello di scardinare gli stereotipi, sensibilizzare e informare sulla vita dei migranti:

“In questo momento i migranti hanno bisogno di attenzione da parte di chi si occupa delle pari opportunità, e infatti abbiamo accolto questo progetto molto volentieri. – commenta Gessica Nisi, presidente del Centro Pari Opportunità – Nel nostro territorio i richiedenti asilo sono una realtà: vengono accolti, ma inseriti in maniera molto marginale, non sono molto integrati nella comunità. Il Centro Pari Opportunità deve quindi lavorare anche in questa direzione, per informare e sensibilizzare.”

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Vocabolario chianino: da Malcipiare a Muraiola

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di…

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di queste zone, per comprendere e tramandare le espressioni e le parole dialettali di uso più comune. Se volete approfondire la conoscenza con il dizionario chianino, contenente tante altre parole, proverbi e modi di dire, potete acquistare il volume “Di qua dal fosso” dal nostro shop online!

M.

Malcipiare (verbo): malmenare, ridurre malamente. Anche nella versione “Mancipiare”. Esempio: “M’hanno malcipiato per bene”

Manatone (sostantivo): ceffone, manata. Esempio: “Se un la finisci t’arrivo un manatone”

Manicchiolo (sostantivo): manico. Esempio: “Quel tegame piglialo pei manicchioli”

Maremma! (esclamazione): imprecazione, insulto. Esempio: “Maremma maiala!”

Marmiccio (sostantivo): guaio, incidente. Esempio: “S’è fatto un marmiccio co’ le macchine”

Marroca (sostantivo): mostro del bottino, bestia fantastica che veniva evocata come babau per spaventare i bambini. Esempio: “Vai a letto sennò viene la marroca!”

Masticone (sostantivo): gomma da masticare. Esempio: “Me li compri i masticoni?”

Medicare (verbo): malmenare, dare una sistemata a qualcuno con percosse. Esempio: “Se ti chiappo ti medico!”

Merigge (sostantivo): ombra, luogo al riparo dal sole. Esempio: “Gnamo un pochino alla merigge”

Merolla (sostantivo): mollica del pane. Esempio: “Quel pane unn’è bono, c’è troppa merolla”

Merollare (verbo): mettere il pane a macerare in acqua per renderlo morbido. Esempio: “L’hai messo a merollà il pane pe’ la panzanella?”

Metrata (sostantivo): unità di misura che indica all’incirca un metro. Esempio: “Dammene ‘na metrata”

Mezzo (aggettivo): si usa sia per definire i frutti che hanno raggiunto la fine della maturazione, sia la persona che ha raggiunto la fine delle sue energie per la fatica. Esempio: “So’ stanco mezzo”

Mi’! (esclamazione): guarda, che sorpresa. Anche nella versione Mio!. Esempio: “Mio chi c’è! O che voi?”

Miccia (sostantivo): stanchezza, sbornia. Esempio: “Che miccia hai chiappato?”

Mina (sostantivo): botta, percossa, forte colpo. Esempio: “M’ha dato una mina, m’ha butto per terra!”

Minonna! (esclamazione): mia nonna, nel senso di “madonna”. Esempio: minonna ciuca!

Mischiume (sostantivo): miscuglio, miscela, confusione. Esempio: “Vieni fori da ‘sto mischiume!”

Moccico (sostantivo): moccio, muco nasale. Esempio: “Pulisciti il naso da ‘sto moccico!”

Mollassi (verbo): bagnarsi, infradiciarsi. Esempio: “So’ rimasto sotto il temporale, mi so’ mollato tutto”

Mollo (aggettivo): bagnato, fradicio. Si usa in forma estensiva anche per indicare una superficie bagnata. Esempio: “Un ci passà per quel piantito che c’è il mollo!”

Mora (sostantivo): livido, ematoma di colore violaceo. Esempio: “Ho battuto il piede, m’è venuta ‘na mora!”

Morca (sostantivo): morchia, grasso lubrificante. Esempio: “Ti sei sporcato co’ la morca della bicicletta”

Moschino (sostantivo): pezzetto, morso di cibo. Esempio: “Lo voi un moschino di pane?”

Moscino (sostantivo): moscerino, piccolo insetto. Esempio: “Chiudi la porta, che entrano i moscini!”

Mota (sostantivo): fango, fanghiglia. Esempio: “Un ci cammina’ nella mota!”

Mottola (sostantivo): zolla di terra. Esempio: “Ti sei sporco in quelle mottole?”

Mucchia (sostantivo): il mucchio di covoni della trebbiatura. Esempio: “Gnamo a fa’ la mucchia”

Mugliare (verbo): lamentarsi, soffrire, mugugnare. Esempio: “Quel cittino è sempre a muglià!”

Muglio (sostantivo): il lamento di una persona o del vento. Esempio: “Senti che muglio di fori?”

Muraiola (sostantivo): erba parietaria. Esempio: “O che sei allergico alla muraiola?”

Il dialetto chianino mostra numerose parlate differenti al suo interno, con inflessioni diverse a seconda delle zone. Molte differenze esistono tra le caratteristiche linguistiche della Valdichiana senese, la Valdichiana aretina e la Valdichiana romana. In questo contesto ci siamo concentrati principalmente sui comuni e sulle aree adiacenti al Canale Maestro della Chiana, inteso come elemento fondante della storia e dell’identità della Valdichiana, dal punto di vista culturale e linguistico prima che istituzionale. La prevalenza delle parole e dei modi di dire che troverete in questa rubrica sono inoltre indirizzati al versante senese, da dove provengono la maggioranza delle nostre fonti e dei membri della nostra redazione.

Vuoi suggerire delle modifiche o integrare il vocabolario con altre parole e modi di dire? Scrivici a redazione@lavaldichiana.it

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Fonti:

  • Di qua dal fosso. Piccolo dizionario di chianino, Ass. cult. Ottagono,Edizioni Effigi 2010
  • La parlata di Montepulciano e dintorni, Carlo Lapucci, Editori del Grifo 1988
  • A Chianciano si parla(va) così, Alberto Fabbri, Le Balze 2000
  • Lessico chianino. Espressioni vernacolari, Ecomuseo Valdichiana
  • Note sul dialetto aretino, Silvio Pieri, Pisa 1886
  • Vocabolario Aretino
  • Interviste e memoria storica della redazione del magazine “La Valdichiana”
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La Sagra dei Pici di Celle sul Rigo: i racconti dei protagonisti

Da quasi cinquant’anni la comunità di Celle sul Rigo si riunisce attorno a un elemento fortemente identitario. La Sagra dei Pici, dedicata interamente a un alimento di eccellenza del territorio, è…

Da quasi cinquant’anni la comunità di Celle sul Rigo si riunisce attorno a un elemento fortemente identitario. La Sagra dei Pici, dedicata interamente a un alimento di eccellenza del territorio, è diventata una tradizione molto sentita tra la popolazione del piccolo borgo, grazie a una crescita costante e un’atmosfera di serenità che si respira nell’ultima settimana di maggio.

I pici, tutti rigorosamente fatti a mano dai cellesi nei giorni precedenti alla manifestazione, sono un elemento di fondamentale importanza per Celle sul Rigo. Anche se la Sagra dei Pici è ufficialmente organizzata dalla Società Filarmonica locale per finanziare le attività musicali, in realtà coinvolge l’intera popolazione ed è capace di richiamare centinaia di ospiti dai dintorni. I pici di Celle sul Rigo sono diventati particolarmente famosi e apprezzati, tanto che nel corso della 48° edizione è stata annunciata la candidatura della pratica dell’appiciare a patrimonio immateriale dell’UNESCO.

Per ripercorrere la storia della Sagra dei Pici ho avuto il piacere di intervistare numerosi cellesi, utilizzando le loro esperienze dirette per ricostruire le vicende di questa tradizione. Dai più anziani ai più giovani, tutti hanno storie da raccontare su questo importante momento di aggregazione che dura da cinquant’anni.

Memorie storiche della Sagra dei Pici

La signora Roberta Rocchi è attualmente la responsabile della cucina della Sagra dei Pici: cellese da sempre, si ricorda le primissime edizioni della festa. Fin da bambina era addetta alla distribuzione dei pici, e ha sempre appiciato assieme agli altri bambini: lo ricorda come un importante momento di aggregazione, per stare in compagnia e parlare del loro paese.

“Siamo un paese piccolo, ma nei periodi della sagra tutto il paese partecipa e viene a lavorare, perché vuole bene a Celle. Quando vediamo tutte queste persone che arrivano per la festa, è un grosso piacere. Vengono per mangiare i pici, ma anche perché si sta bene con i cellesi, siamo persone accoglienti.”

Il legame tra celle e i pici è sempre esistito. Roberta appicia anche a casa, non soltanto nei giorni della festa; ha imparato anche a fare i pici senza glutine, per venire incontro alle intolleranze del figlio. Insomma, i pici non possono mai mancare nella sua cucina.

Nara Meloni ha 63 anni e ricorda bene le prime edizioni della festa. A quei tempi i pici non erano ancora famosi: gli organizzatori riuscivano a servire soltanto una cinquantina di porzioni e dovevano andare in giro per il paese a proporli alle persone.

“Ci trovavamo tutti assieme in piazza, ognuno portava il suo tegamino, ognuno con le sue cose. Io avevo 14 anni e già aiutavo, sono sempre stata addetta alla cottura dei pici. Non c’erano ancora i fornelloni, usavamo i paioli, si metteva la brace, si facevano anche i sughi… ancora nessuno conosceva i pici, li portavamo lungo le vie, chi voleva li comprava in giro.”

Anche per Nara i pici sono il tipico piatto dell’ospitalità: quando ha festeggiato quarant’anni di matrimonio, ha invitato a casa gli amici e ha fatto i pici. Ogni volta che un cellese ha un ospite, quindi, i pici sono il tipico piatto da proporre.

La memoria storica della manifestazione è ben rappresentata anche da Giovanni Innocenti, che ha 80 anni ed è stato presidente della Società Filarmonica. Anche lui ricorda bene le primissime edizioni, quando ancora la sagra non era conosciuta e non veniva nessuno da fuori. Poi l’evento ha cominciato a ingranare, e sempre più persone hanno conosciuto i pici.

“Fu una scelta lungimirante quella di puntare sui pici; anche i ristoranti usufruivano di questa pubblicità, il sabato e la domenica erano sempre pieni. Tutti volevano mangiare i pici di Celle, rigorosamente fatti a mano.”

Giovanni divide la storia della manifestazione in tre fasi: quella iniziale, considerata come una fase di rodaggio, in cui tutto era organizzato in maniera più approssimativa, ma con grande impegno e voglia di stare insieme. Nella seconda fase l’organizzazione è migliorata, grazie all’acquisto da parte della Società Filarmonica dello stabile utilizzato per la cucina; hanno dovuto lavorare molto per sistemarlo, perché originariamente era utilizzato come fienile e dependance del palazzo del conte, ma dal 1985 ha consentito alla festa di svilupparsi ulteriormente. E poi la terza fase, a partire dalla fine degli anni ’90, con il passaggio all’interno weekend, l’acquisto di nuove attrezzature per la cucina e i tendoni della piazza, fino agli anni attuali.

Come racconta Giulio Bartolini, i primi anni la Sagra dei Pici si teneva soltanto la domenica; poi, grazie al crescente successo, ha aumentato la durata. I primi anni venivano serviti i pici e alcuni affettati, poi hanno aggiunto la carne alla brace. A quei tempi i banchetti venivano gestiti da tutto il paese: ognuno poteva occupare una parte della piazza e offrire le sue pietanze, tra lumache e porchette, dando un contributo alla Società Filarmonica. Sia commercianti che paesani mettevano un banchetto in piazza e lo gestivano in autonomia.

“I primi anni venivano coinvolte entrambe le macellerie del paese, un anno prendevamo la carne dalla macelleria del mì babbo, l’anno successivo dagli altri. Poi dal 1983 ho sempre gestito io la carne, il mì babbo ha smesso e mi ha lasciato la bottega. Adesso ci sono i figli che mi aiutano, sia alla festa che alla macelleria.”

Ospiti di Celle e graditi ritorni

La Sagra dei Pici non è soltanto il principale evento aggregativo dei cellesi, ma è anche capace di favorire l’integrazione di ospiti e immigrati, e di favorire il ritorno di chi ha deciso di spostarsi altrove.

Per esempio, Fatuma Alì non è cellese di origine, bensì di adozione. Nata in Somalia, abita in Danimarca da 40 anni e lavora come psichiatra. È venuta a Celle per la prima volta trent’anni fa, si è innamorata del posto e ha comprato casa sedici anni fa, proprio accanto alle cucine della sagra. Conosce la Sagra dei Pici da quel momento e viene sempre a Celle nel periodo della festa.

“Quello che mi impressiona ogni anno, è questo spirito collettivo. Tutta la gente di Celle partecipa, tutti sono presenti in maniera volontaria, questo non lo trovi in tanti posti. I giovani stanno cominciando a dare ricambio alle signore più anziane. Veniamo dalla Danimarca e questo per noi è un paradiso: la tranquillità, la gentilezza della gente… mi sento molto inclusa fin dal primo giorno, e aiutare durante la festa è un modo per ripagare l’accoglienza che riceviamo.”

Fatuma non è cellese di origine, ma aiuta durante la Sagra dei Pici: serve ai tavoli, a volte coinvolgendo anche gli amici danesi. Partecipare alla festa è anche un modo per sentirsi parte della comunità di Celle sul Rigo e non soltanto turisti, è un modo per entrare a far pienamente parte della comunità.

Un altro racconto degno di interesse è quello di Romolo Rocchi: 68 anni, cellese di origine, ma torinese di adozione. Ha ancora la madre a Celle e torna due o tre volte all’anno a trovarla, in particolare quando c’è la Sagra dei Pici. Abita dal 1971 a Torino, e da cellese ha vissuto soltanto i primissimi anni della festa, ma tutti gli anni torna per partecipare e aiutare. Si occupa di vendere le cartelle della tombola, e ovviamente non può farsi scappare i pici.

“Sui pici cosa devo dire? Piacciono a tutti, a noi e ai nostri figli che non sono nati qui. A volte li facciamo qui e li porto a Torino per mangiarli con tutta la famiglia. I primi anni appiciavamo tutti assieme, poi sono andato via e non ho potuto più partecipare alla preparazione della festa, ma quando riporto i pici a Torino, riporto un pezzo di Celle.”

Le nuove generazioni

Una manifestazione di questo tipo non potrebbe sopravvivere per così tanti anni senza ricambio generazionale. Per fortuna, a Celle sul Rigo ci sono tanti giovani che sembrano intenzionati a portare avanti l’organizzazione della festa e la tradizione dei pici.

Una di essi è Anastasia Fabbrini, 26 anni e cellese da sempre. Già da piccola partecipava alla festa, servendo i pici ai tavoli, anche perché i più grandi obbligavano i più piccoli ad aiutare. Adesso si occupa del banchetto dei dolci, perché ognuno all’interno della festa deve avere il suo ruolo, ma partecipa volentieri anche alle fasi di appiciatura prima dell’inizio della manifestazione.

“Sono diversi anni che appicio, anche quando eravamo piccole venivamo assieme ai genitori. Abbiamo imparato ad appiciare assieme a loro, grazie ai consigli delle donne più anziane, qui alla festa. Le donne più grandi appiciano durante la mattina e il pomeriggio, quelle più giovani la sera. Ci sono turni serali per chi lavora, è utile anche per ritagliarsi un po’ di spazio, per svagarsi insieme agli altri compaesani, è comunque uno spazio sociale per stare insieme.”

Anche Eleonora Pinzi è cellese da sempre: ha 34 anni, ha sposato un cellese ed è mamma da poco. Quand’è nata, c’era già la Sagra dei Pici, e il suo ricordo è che tutta Celle viva per la tradizione dei pici.

“Da sempre il rituale è lo stesso. Le donne si organizzano per la preparazione dei pici, usando prodotti di alta qualità, sia per la pasta che per i sughi. Tutti fanno il possibile e l’impossibile per partecipare ad aiutare. Io ho una bottega commerciale, ho staccato alle 18 per venire qui.”

Eleonora ha iniziato fin da piccola a servire i pici, poi è passata alla carne; adesso alla brace ci sono i genitori, i suoceri sono in cucina, e lei aiuta dove può. Quest’anno ha dato una mano al bar, perché deve anche occuparsi del bimbo, assieme al marito. I giorni precedenti alla sagra, come da tradizione, ha partecipato all’appiciatura. Lo faceva fin da bambina, seguendo una sorta di rituale che è rimasto simile:

“Io avevo meno di dieci anni, ci venivo con la mì nonna. Mi lavavo le mani e mi preparavo. Una signora mi metteva il grembiulino e la cuffietta. C’era la donna che spianava, quella che tagliava… e poi ti passavano a ruota questi piccoli pezzetti di pasta e tutti si appiciava. Dopo aver appiciato, si buttavano i pici dentro la farina, la donna addetta li prendeva e li sistemava nei vassoi.”

L’elemento più importante della festa, secondo Eleonora, è che anche chi non è nato a Celle capisce l’importanza di questa tradizione. Ci sono persone che si sono avvicinate alla Sagra dei Pici, che cercano di aiutare e di integrarsi. E poi ci sono cellesi che non abitano più nel paese da tanti anni, ma che tornano appositamente per la Sagra dei Pici. Da Firenze, Roma, Torino… conoscono il loro ruolo da una vita, e tornano sempre al paese per aiutare la manifestazione, non soltanto per mangiare i pici.

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Vocabolario chianino: da Labbrata a Lupata

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di…

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di queste zone, per comprendere e tramandare le espressioni e le parole dialettali di uso più comune. Se volete approfondire la conoscenza con il dizionario chianino, contenente tante altre parole, proverbi e modi di dire, potete acquistare il volume “Di qua dal fosso” dal nostro shop online!

L.

Labbrata (sostantivo): identifica sia il colpo dato con il dorso della mano sulla labbra di una persona, sia il colpo preso sulla bocca dopo una caduta o un urto. Esempio: “Stai zitto o t’arrivo una labbrata!”

Lacca (sostantivo): colpo rumoroso. Per estensione identifica anche una sberla sonora. Meno frequente la versione “Cilacca”. Può anche essere usato per definire la sensazione di stanchezza, nel modo di dire “Averci la lacca”Esempio: “Che lacca che m’ha preso!”

Lanicchio (sostantivo): polvere, sporcizia accumulata sotto i mobili. Esempio: “Pulisci lì sotto, è pieno di lanicchio!”

Lapisse (sostantivo): lapis, matita. Esempio: “Me lo compri un lapisse?”

Lenzolo (sostantivo): lenzuolo. Esempio: “Aiutami a rindoppià i lenzoli!”

Lesso (aggettivo): sentirsi stanco, simile alla carne cotta in acqua bollente. Esempio: “Oggi so’ lesso!”

Levassi (verbo): alzarsi dal letto, levarsi in piedi. Esempio: “Oggi a che ore ti sei levo?”

Lezzo (aggettivo): agitato, innervosito. Esempio: “Lasciami sta’ che so’ lezzo!”

Linghiera (sostantivo): ringhiera. Esempio: “Puliscimi la linghiera!”

Locco (aggettivo): persona credulona, allocco. Esempio: “Pora locca, unn’è mica vero!”

Loto (sostantivo): sporcizia, lordura. Esempio: “Ma che è quel loto? Perché un lo pulisci?”

Luchia (sostantivo): scintilla del fuoco che brucia. Può anche essere usata per definire una persona felice e brillante, nel modo di dire “Fare le luchie”. Esempio: “Guarda quel citto, fa’ le luchie!”

Lupata (sostantivo): rimprovero, sgridata, rumoroso ammonimento. Esempio: “M’ha fatto ‘na lupata, un lo rifaccio più!”

Il dialetto chianino mostra numerose parlate differenti al suo interno, con inflessioni diverse a seconda delle zone. Molte differenze esistono tra le caratteristiche linguistiche della Valdichiana senese, la Valdichiana aretina e la Valdichiana romana. In questo contesto ci siamo concentrati principalmente sui comuni e sulle aree adiacenti al Canale Maestro della Chiana, inteso come elemento fondante della storia e dell’identità della Valdichiana, dal punto di vista culturale e linguistico prima che istituzionale. La prevalenza delle parole e dei modi di dire che troverete in questa rubrica sono inoltre indirizzati al versante senese, da dove provengono la maggioranza delle nostre fonti e dei membri della nostra redazione.

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Fonti:

  • Di qua dal fosso. Piccolo dizionario di chianino, Ass. cult. Ottagono,Edizioni Effigi 2010
  • La parlata di Montepulciano e dintorni, Carlo Lapucci, Editori del Grifo 1988
  • A Chianciano si parla(va) così, Alberto Fabbri, Le Balze 2000
  • Lessico chianino. Espressioni vernacolari, Ecomuseo Valdichiana
  • Note sul dialetto aretino, Silvio Pieri, Pisa 1886
  • Vocabolario Aretino
  • Interviste e memoria storica della redazione del magazine “La Valdichiana”
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Vocabolario chianino: da Iermattina a Ire

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di…

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di queste zone, per comprendere e tramandare le espressioni e le parole dialettali di uso più comune. Se volete approfondire la conoscenza con il dizionario chianino, contenente tante altre parole, proverbi e modi di dire, potete acquistare il volume “Di qua dal fosso” dal nostro shop online!

I.

Iermattina (avverbio): ieri mattina. Esempio: “Ci s’è visti iermattina!”

Imbiffare (verbo): azzeccare, prendere la decisione giusta. Esempio: “Un la imbiffi una!”

Impaciaccare (verbo): sporcarsi, impiastricciarsi. Esempio: “È casco nella mota e s’è impaciaccato tutto”

Impatassire (verbo): mettere in agitazione. Anche “Intapassire”. Esempio: “Stai zitto che mi fai impatassì!”

Impatassito (aggettivo): imbronciato, infastidito. Anche “Intapassito”. Esempio: “Sei sempre intapassito, ridi un pochino!”

Impuzzolissi (verbo): prendere a male qualcosa, infastidirsi. Anche nella versione “Impuzzonissi”. Esempio: “Gli ho fatto uno scherzo e s’è impuzzolito!”

Incalciare (verbo): si usa sia nel senso di inseguire qualcosa, sia nel senso di mettere fretta a qualcuno. Esempio: “Se m’incalci troppo un riesco a fa’ niente”

Inciampicare (verbo): inciampare. Esempio: “So’ inciampicato e mi so’ fatto un biccio”

Incifrignare (verbo): raggrinzire, fare pieghe o sgualciture. Esempio: “Stacci attento a quel vestito o lo incifrigni!”

Ingarzullire (verbo): diventare allegri, riprendersi. Anche nella versione “Ingalluzzire”. Esempio: “Prima era moscio, ora s’è belle ingarzullito!”

Inguattare (verbo): nascondere, ringuattare. Esempio: “I soldi me l’hai inguattati per bene!”

Ingruppare (verbo): vestirsi pesantemente, coprirsi con abiti pesanti. Esempio: “Quando fa freddo bisogna ingruppassi per bene!”

Inguastissi (verbo): arrabbiarsi. Esempio: “Un t’inguastì, sennò dormi male!”

Inguastito (aggettivo): arrabbiato. Esempio: “Quel cane è inguastito, stacci lontano!”

Intignassi (verbo): ostinarsi, prendere posizione contro qualcosa. Esempio: “S’è intignato, un vole da’ retta!”

Intinto (sostantivo): sugo, intingolo. Esempio: “Bona la pulenda coll’intinto!”

Intrampolare (verbo): inciampare, perdere l’equilibrio. Esempio: “Legati le scarpe sennò c’intrampoli”

Intraversassi (verbo): mettersi di traverso. Esempio: “S’è intraversato subito, un c’è stato verso di ragionacci”

Intufare (verbo): immergere nel liquido, inzuppare. Esempio: “Il pane intufalo nel vino!”

Inturbolare (verbo): intorbidire. Esempio: “Levati dall’acquaio che me l’inturboli!”

Inverniciare (verbo): verniciare. Esempio: “Quando l’invernici la casa?”

Ire (verbo): andare. Esempio: “O ‘ndu se’ ito?”

Il dialetto chianino mostra numerose parlate differenti al suo interno, con inflessioni diverse a seconda delle zone. Molte differenze esistono tra le caratteristiche linguistiche della Valdichiana senese, la Valdichiana aretina e la Valdichiana romana. In questo contesto ci siamo concentrati principalmente sui comuni e sulle aree adiacenti al Canale Maestro della Chiana, inteso come elemento fondante della storia e dell’identità della Valdichiana, dal punto di vista culturale e linguistico prima che istituzionale. La prevalenza delle parole e dei modi di dire che troverete in questa rubrica sono inoltre indirizzati al versante senese, da dove provengono la maggioranza delle nostre fonti e dei membri della nostra redazione.

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Fonti:

  • Di qua dal fosso. Piccolo dizionario di chianino, Ass. cult. Ottagono,Edizioni Effigi 2010
  • La parlata di Montepulciano e dintorni, Carlo Lapucci, Editori del Grifo 1988
  • A Chianciano si parla(va) così, Alberto Fabbri, Le Balze 2000
  • Lessico chianino. Espressioni vernacolari, Ecomuseo Valdichiana
  • Note sul dialetto aretino, Silvio Pieri, Pisa 1886
  • Vocabolario Aretino
  • Interviste e memoria storica della redazione del magazine “La Valdichiana”
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Il borgo dei delitti: cronache di un’indagine

Un furto, un omicidio e sette squadre di investigatori in un borgo ammantato di mistero, nell’atmosfera noir dell’Italia degli anni ’30. Questa è l’ambientazione in cui si è svolto “Il…

Un furto, un omicidio e sette squadre di investigatori in un borgo ammantato di mistero, nell’atmosfera noir dell’Italia degli anni ’30. Questa è l’ambientazione in cui si è svolto “Il Borgo dei Delitti”, il gioco di ruolo dal vivo organizzato dall’associazione Rizes nell’ambito della manifestazione “Il Borgo dei Libri” a Torrita di Siena, sabato 13 maggio. Complice una temperatura primaverile e un centro storico piccolo e accogliente, le squadre degli investigatori hanno passato una serata all’insegna del divertimento, partecipando a una narrazione coinvolgente e interattiva che ha suscitato gli applausi finali.

Che cos’era, nello specifico, il Borgo dei Delitti? Per chi ha giocato a Cluedo, è molto facile fa capire. Gli organizzatori hanno preparato una storia di crimine e mistero, in cui tutti i partecipanti (circa 35, suddivisi in sette squadre provenienti da tutta la provincia) dovevano svolgere un’indagine per scoprire il colpevole dell’omicidio e del furto di un libro prezioso. L’indagine si svolgeva lungo i vicoli del centro storico di Torrita di Siena, alla ricerca di indizi predisposti dagli organizzatori o interagendo con i gli altri personaggi, interpretati da bravissimi attori dell’associazione Rizes che si erano preparati a dovere, in un misto di fedeltà al copione e di improvvisazione teatrale. Vestiti nei costumi dell’epoca (l’indagine era ambientata nell’Italia degli anni ’30) e fedeli alle caratteristiche culturali e sociali del periodo, gli investigatori hanno interagito con il commissario, la vedova, il banchiere, il farmacista e tanti altri personaggi. Alla fine del gioco, la squadra che è riuscita a comprendere i dettagli della vicenda e a smascherare il colpevole dell’omicidio si è conquistata la vittoria.

Ho partecipato con entusiasmo al Borgo dei Delitti, in parte perché appassionato di giochi di ruolo, in parte perché fiducioso nelle capacità creative dell’associazione Rizes: aspettative che sono state ben ripagate, con una serata di gioco avvincente e ben orchestrato. La squadra degli “Allegri Birboni” in cui militavo assieme a Gessica e ad Elena non ha vinto, ma ci siamo comunque divertiti e abbiamo gironzolato per Torrita armati di lente di ingrandimento, taccuino e documenti sui sospettati. Attendiamo con ansia la prossima avventura!

Gli “Allegri Birboni” pronti all’indagine per le strade di Torrita di Siena!

Il Borgo dei Delitti si inserisce nella fortunata tradizione dei murder party, che negli ultimi decenni hanno registrato un crescente interesse; si tratta di un gioco di ruolo ispirato ai libri gialli, una storia di investigazione che mette in pratica una vicenda poliziesca. Nella versione con pochi partecipanti, ognuno interpreta un ruolo: uno dei giocatori è colpevole del reato, ma è ignoto agli altri giocatori e deve rimanere tale, mentre gli altri dovranno scoprirlo e denunciarlo. Una tipologia di gioco come questo ha bisogno di un copione ben strutturato, di un gruppo di persone che agiscono come organizzatori o arbitri dell’evento e di una grande capacità di mettersi in gioco e di interpretare un ruolo da parte di tutti i partecipanti, contribuendo a creare una narrativa condivisa e interattiva.

La presenza di attori, di copioni ben congegnati e di scenografie adatte allo scopo possono rendere il gioco ancora più avvincente; altre tipologie diventate famose sono le “cene con delitto” oppure i “weekend con delitto”, rispettivamente versioni più brevi o più lunghe del classico “murder party”. La sapiente miscela tra messa in scena teatrale, gioco di ruolo e giallo deduttivo rendono l’esperienza unica e accattivante, capace di creare una competizione positiva tra i giocatori o le squadre in gara.

Nello specifico, il Borgo dei Delitti si qualifica come un gioco di ruolo di investigazione, in cui i giocatori non erano obbligati a recitare ma potevano semplicemente indagare lungo le strade di Torrita di Siena, interagendo con attori bravissimi e uno staff che ha curato nei minimi dettagli l’ambientazione e la trama. Dopo una bella serata, non posso che auspicare l’arrivo di altri eventi di questo tipo in Valdichiana, costellata di tanti borghi che ben si presterebbero a giochi di ruolo e a “murder party” ben costruiti!

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Vocabolario chianino: da Gambetto a Gunnella

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di…

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di queste zone, per comprendere e tramandare le espressioni e le parole dialettali di uso più comune. Se volete approfondire la conoscenza con il dizionario chianino, contenente tante altre parole, proverbi e modi di dire, potete acquistare il volume “Di qua dal fosso” dal nostro shop online!

G.

Gambetto (sostantivo): sgambetto. Esempio: “M’ha fatto gambetto, so’ casco nella proda!”

Ganzare (verbo): avere una relazione amorosa, uscire con il fidanzato. Esempio: “Quel citto è sempre a ganzà!”

Ganzo (sostantivo): fidanzato, amante. Esempio: “Stasera esco co’ la mi ganza”

Ganzo! (esclamazione): simpatico, divertente, piacevole. Esempio: “Che ganzo!”

Gattoni (sostantivo): parotite, malattia degli orecchioni. Esempio: “Il tu’ citto l’ha belle avuti l’orecchioni?”

Garzilloro (sostantivo): vanitoso, esibizionista. Anche nella versione “Gazzilloro”. Esempio: “Quando vede qualche citta fa sempre il garzilloro!”

Ghiacere (verbo): giacere, riposare. Anche nella versione “Diacere”. Esempio: “Ora mi metto a ghiace un pochino”

Ghiozzo (aggettivo): stupido, rozzo. Anche nella versione “Ghiozzone”. Esempio: “Quanto sei ghiozzo!”

Giovassi (verbo): fidarsi, usare qualcosa senza provare schifo o nausea. Esempio: “Di beve nel tu’ bicchiere un me ne giovo per niente!”

Giubba (sostantivo): giacca, giubbotto. Esempio: “Bellina ‘sta giubba nova!”

Giubbata (sostantivo): gran quantità, mucchio. Usato anche in senso estensivo per intendere le percosse. Esempio: “Ho preso ‘na giubbata, un mi so’ ancora ripreso!”

Girata (sostantivo): passeggiata, gira fuori porta. Esempio: “Domani è bello, si fa ‘na girata?”

Giro Giro (loc. avv.): tutto intorno. Esempio: “Passaci giro giro con quel laccino”

Gnamo! (esclamazione): andiamo, alò. Esempio: “Gnamo si va al mare!”

Gnavolare (verbo): lamentarsi, in maniera simile al gatto che miagola. Anche nella versione “Gnaolare”. Esempio: “Unne gnavolà troppo, ‘sta boncitto!”

Gnorante (aggettivo): ignorante, nel senso di cattivo e maleducato. Esempio: “Quanto sei gnorante!”

Gnudare (verbo): denudare, spogliare. Esempio: “Un ti gnudà troppo, vestiti ammodo!”

Gnudo (aggettivo): nudo. Esempio: “Mettiti gnudo che si va a mollo!”

Gnuttelo (sostantivo): nottolo, pipistrello. Esempio: “Attento che di notte è pieno di gnutteli”

Gobbo (sostantivo): utilizzato per definire sia il cardo che il fante delle carte da gioco. Esempio: “Butta il gobbo di briscola!”

Golfe (sostantivo): golf, maglione. Esempio: “Guarda bellino il mì golfe!”

Gomma (sostantivo): il tubo di gomma usato per innaffiare l’orto o per intubare il fiasco di vino. Esempio: “Pigliami la gomma che c’ho da pienà il fiasco!”

Gonfiare (verbo): usato sia per definire una situazione di insopportazione e di rabbia montante, sia per l’atto di picchiare qualcuno. Esempio: “M’hanno gonfiato di botte”

Gonfio (aggettivo): spazientito. Esempio: “So’ belle gonfio!”

Gotto (sostantivo): sorso, bevuta, principalmente di vino. Esempio: “Gnamo al campino, si fa du’ gotti!”

Granocchia (sostantivo): rana, ranocchia. Esempio: “Stasera si va alla sagra della granocchia?”

Gratisse (avverbio): gratis. Esempio: “Se unné gratisse, un ci vengo!”

Gravatta (sostantivo): cravatta. Esempio: “Con ‘sta giubba ci starebbe ‘na gravatta chiara”

Greppo (sostantivo): il piccolo dirupo a fianco del fosso. Esempio: “Vieni di qua, sennò balti nel greppo!”

Grillo (sostantivo): pene. Esempio: “Tieni a bada il grillo!”

Grollo (sostantivo): usato per definire sia il muco del naso, sia il bianco dell’uovo. Esempio: “Pulisciti da ‘sto grollo!”

Grotta (sostantivo): dirupo, declivio della proda. Anche nella versione “Grottone”. Esempio: “Sta’ attento a cascà nel grottone!”

Guadrini (sostantivo): quattrini, soldi. Esempio: “Quella giubba costa troppi guadrini”

Guardarai (sostantivo): guardrail. Esempio: “So’ andato a sbatte nel guardarai”

Guazza (sostantivo): umidità, rugiada mattutina. Esempio: “Che guazza che ha fatto stamani!”

Gunnella (sostantivo): gonnella. Esempio: “C’hai la gunnella tutta incifrignata!”

Il dialetto chianino mostra numerose parlate differenti al suo interno, con inflessioni diverse a seconda delle zone. Molte differenze esistono tra le caratteristiche linguistiche della Valdichiana senese, la Valdichiana aretina e la Valdichiana romana. In questo contesto ci siamo concentrati principalmente sui comuni e sulle aree adiacenti al Canale Maestro della Chiana, inteso come elemento fondante della storia e dell’identità della Valdichiana, dal punto di vista culturale e linguistico prima che istituzionale. La prevalenza delle parole e dei modi di dire che troverete in questa rubrica sono inoltre indirizzati al versante senese, da dove provengono la maggioranza delle nostre fonti e dei membri della nostra redazione.

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Fonti:

  • Di qua dal fosso. Piccolo dizionario di chianino, Ass. cult. Ottagono,Edizioni Effigi 2010
  • La parlata di Montepulciano e dintorni, Carlo Lapucci, Editori del Grifo 1988
  • A Chianciano si parla(va) così, Alberto Fabbri, Le Balze 2000
  • Lessico chianino. Espressioni vernacolari, Ecomuseo Valdichiana
  • Note sul dialetto aretino, Silvio Pieri, Pisa 1886
  • Vocabolario Aretino
  • Interviste e memoria storica della redazione del magazine “La Valdichiana”
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L’accoglienza dei migranti: come bambini in un asilo

Il tema dell’accoglienza dei migranti dovrebbe più correttamente riferirsi ai “richiedenti asilo”. Stiamo infatti parlando di persone che lasciano il paese d’origine e sono temporaneamente accolte in Italia o in…

Il tema dell’accoglienza dei migranti dovrebbe più correttamente riferirsi ai “richiedenti asilo”. Stiamo infatti parlando di persone che lasciano il paese d’origine e sono temporaneamente accolte in Italia o in Europa perché hanno fatto richiesta di un diritto internazionalmente riconosciuto e presente anche nella nostra Costituzione. Fintanto che il sistema giudiziario non valuta la correttezza delle loro richieste, essi sono definiti da uno status ambiguo che li lascia in un limbo che è quasi fuori dall’ordinamento sociale e giuridico; può durare per molti mesi, addirittura anni.

D’altronde, la stessa parola “asilo” rileva un’ambiguità di fondo in questo contesto, se consideriamo la sua etimologia. Dal greco Asylum, era riferito ai templi o ai luoghi sacri in cui i criminali erano temporaneamente protetti dal diritto di cattura: luoghi sicuri e fuori dalla legge, poiché si situavano sopra di essa. Da luogo sicuro per i colpevoli, nell’età classica, a luogo sicuro destinato ai bambini nell’età contemporanea: oggi l’asilo è il luogo in cui poter lasciare gli infanti mentre i genitori sono al lavoro, per accudirli e farli crescere, in quanto non sono ancora autosufficienti per vivere nella società e non hanno ancora pienamente acquisito lo status di persona.

Che siano riferiti all’accezione di criminali o bambini alla ricerca di un luogo sicuro, quindi, coloro che ricorrono al diritto d’asilo nell’ambito delle migrazioni internazionali hanno già, per definizione, uno status inferiore a quello della persona libera.

Per approfondire questi temi ho analizzato un caso di studio sul territorio in cui vivo: il centro di accoglienza di Montepulciano Stazione. Ho svolto interviste e ricerche, raccolto storie di vita e documentazioni nel corso dei primi mesi del 2017; da questa inchiesta è nato un lavoro molto più complesso e articolato, di cui vi propongo alcuni punti salienti.

I sistemi di accoglienza in Italia

L’eccellenza del sistema di accoglienza nel nostro Paese è rappresentata dalla rete SPRAR, ovvero il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Esso è costituito dalla rete degli enti locali, supportati dalle associazioni del terzo settore, che garantiscono interventi di accoglienza integrata. Lo SPRAR è un sistema che consente non soltanto la distribuzione di vitto e alloggio, ma anche i servizi di assistenza e orientamento, l’inserimento sociale ed economico, la mediazione culturale. Si tratta di un sistema che ha ricevuto numerosi attestati di merito e che è specificamente destinato ai richiedenti asilo e ai rifugiati.

Non tutti gli enti locali, tuttavia, hanno aderito alla rete SPRAR: ad oggi si contano soltanto circa 1200 comuni su un totale di circa 8000 comuni italiani. Alla fine del 2016 la situazione è quella ben descritta dall’approfondimento de “La Stampa”, con Comuni in sofferenza e altri neppure toccati dalla situazione.

Inoltre, l’ambigua condizione che continuano a vivere i migranti (sospesi tra richiedenti asilo, titolari di un qualche tipo di protezione internazionale, profughi o clandestini) ha impedito di fare chiarezza tra i centri di accoglienza primaria (per l’identificazione dei richiedenti asilo e la gestione delle prime fasi di arrivo) e quelli di accoglienza secondaria (per l’inserimento sociale e culturale di coloro che ne hanno diritto), finendo per mischiare le carte in tavola e smistando i migranti, sulla base della contingenza e dell’emergenza, tra le varie tipologie di strutture.

Non tutti gli enti locali hanno aderito alla rete SPRAR, ma gli sbarchi non si sono fermati. Per quanto non si possa parlare di “invasione” o di “emergenza sbarchi”, il numero degli arrivi è comunque superiore ai posti messi a disposizione da questa rete (nel 2016 circa 360mila sbarchi a fronte dei circa 26mila posti disponibili – attraverso le fonti di Open Migration). Lo Stato italiano ha quindi dovuto ricorrere ad altre tipologie di centri accoglienza quali il  Cpsa, il Cara, il Cie, e soprattutto i Cas, a partire dal 2014; misure alternative che permettessero comunque di distribuire la presenza dei migranti nei territori, anche in quelli periferici, diminuendo la loro incidenza nelle grandi città e nelle periferie.

Sono soprattutto i centri Cas a costituire la parte più ambigua del sistema: essi non hanno bisogno del rapporto diretto con l’ente locale e al loro interno vengono smistati anche i richiedenti asilo che avrebbero diritto ai servizi più avanzati di inserimento. È bene chiarire che la criticità dei Cas non è soltanto relativa al mancato esercizio di un diritto, ma anche alla loro peggiore gestione, al loro costo più alto e alla loro efficienza più bassa. Nei Cas la rendicontazione dei costi è più difficile da ottenere e la trasparenza non è sempre garantita.

La riuscita dei Cas dipende dalla singola capacità degli operatori dei centri, e questo denota una mancanza di strutturazione del servizio: la buona accoglienza, con questo sistema, diventa l’eccezione e non la norma. A questo proposito, la campagna “InCAStrati” mira a mettere in luce le storture e l’ambiguità del sistema di accoglienza in cui stiamo vivendo: ci troviamo infatti di fronte a una cipolla a più strati, un sistema di accoglienza che dal 2014 ad oggi non è cambiato, e in cui la situazione non fa che peggiorare.

I migranti di Montepulciano Stazione

In questo contesto si inserisce il centro di accoglienza di Montepulciano Stazione, che ha cominciato le sue attività a Dicembre 2016. Si tratta di un Cas gestito da un imprenditore di Chianciano Terme, Massimo Fiorini, all’interno di una struttura alberghiera, con il supporto di un’associazione del terzo settore di riferimento, ovvero la Croce Rossa locale.

Il centro gestisce 26 migranti provenienti da Ghana, Nigeria, Somalia, Costa d’Avorio, Mali, Bangladesh e Pakistan, suddivisi in 24 adulti e 2 bambini. Per loro stessa ammissione, l’esperienza si sta rivelando buona: durante le mie interviste ho raccolto commenti positivi e nessuna lamentela.

La struttura di accoglienza funziona sulla base di precisi orari: la colazione alle ore 7:30 di mattina, il pranzo alle ore 12:00, la cena alle ore 18:00. Tale orario costituisce anche la chiusura serale del centro: se qualcuno degli ospiti dovesse rientrare nella struttura dopo l’orario stabilito, i gestori sono tenuti a comunicarlo alla Prefettura per eventuali provvedimenti disciplinari.

Il regolamento del centro di accoglienza cita anche i casi di allontanamento: l’uscita dei migranti è consentita limitatamente alle ore diurne. Chi vuole allontanarsi per più tempo, per motivi personali o per attività connesse alle domande di asilo, deve effettuare una richiesta preventiva alla prefettura per ottenere un permesso temporaneo.

In cambio dell’erogazione dei servizi del centro, i migranti ospitati a Montepulciano Stazione si impegnano a firmare quotidianamente il registro delle presenze, frequentare i corsi di lingua italiana, partecipare alle pulizie degli spazi privati e comuni. Alcuni vorrebbero lavorare, ma finché non hanno una richiesta provvisoria di permesso di soggiorno, non posso essere iscritti all’ufficio di collocamento. Tre di loro hanno fatto richiesta per frequentare il corso e diventare volontari della Croce Rossa di Montepulciano Stazione.

I richiedenti asilo imparano la lingua italiana

Non-persone, bambini e migranti

Il caso di Montepulciano Stazione mi permette di affrontare alcuni aspetti complessivi del sistema di gestione. Il fulcro della questione è già nella definizione linguistica: la parola asilo rappresenta pienamente tutta l’ambiguità di fondo del contesto in cui vivono i migranti nei centri di accoglienza. L’asilo è il luogo sicuro in cui i criminali si rifugiano, il luogo sacro situato sopra la legge; ma è anche il luogo sicuro in cui i genitori lasciano i figli mentre vanno al lavoro.

Gli infanti nell’asilo non sono ancora sufficientemente maturi: non sono ancora diventate persone. In maniera simile, i criminali posti fuori dalla legge, nel sacro territorio dell’asilo, non possono essere catturati e quindi neppure difesi: sono temporaneamente fuori dalla legalità, dal sistema dei diritti e dei doveri che accomuna tutte le persone che hanno acquisito lo status di cittadino.

Anche un criminale, che ha un’accezione negativa, è diventato perlomeno una persona, rispetto a chi rimane fuori da questo sistema. Finché rimane dentro all’asilo, è una non-persona, che non può neppure accedere al sistema giudiziario. Al pari dell’infante, però, l’asilo è una condizione temporanea: prima o poi il bambino crescerà, e potrà diventare una persona a tutti gli effetti.

Anche i richiedenti asilo si trovano in una situazione temporanea di non-persone. Sono in attesa di valutazione da parte di una commissione competente, e fintanto che questa condizione perdura, sono accolti nel loro asilo, un luogo sicuro e separato dalla cittadinanza. Dentro all’asilo non si è ancora persone: in cambio della sicurezza, si perdono autonomia o libertà ( o non si acquistano mai, finché non se ne esce). D’altronde, lo stesso sistema di accoglienza della rete Sprar ha come obiettivo la “(ri)conquista dell’autonomia” da parte dei richiedenti asilo e quindi dello status di persona libera: segno evidente che i migranti che si trovano al loro interno non hanno ancora un’autonomia e si trovano in una posizione ambigua e indefinita.

In uno Stato come quello italiano, in una civiltà come quella occidentale, in cui lo status di persona è riconosciuto a ogni individuo, i richiedenti asilo sembrano provocare un paradosso. Non sono delle persone, ma devono ancora diventarlo, come se fossero degli eterni bambini.

Questo tema era già stato al centro del mio precedente lavoro sui migranti di Torrita di Siena. Alla fine di tale ricerca avevo teorizzato la figura del migrante come quella del figlio adottivo, che attraverso il sistema di gestione dell’accoglienza riceve vitto, alloggio, vestiti e paghetta mensile. In cambio di questi servizi, forniti dal loro genitore adottivo rappresentato dal centro di accoglienza, sacrifica la sua dignità di persona e il pieno godimento dei diritti individuali.

La situazione nel centro di accoglienza di Montepulciano Stazione è simile: anzi, il regolamento predisposto dalla Croce Rossa in accordo con la Prefettura di Siena permette di fare un ulteriore passo avanti nella riflessione. Il regolamento chiede il rispetto di una serie di impegni e di divieti, oltre a dare delle indicazioni generali sui servizi offerti e sul modello di comportamento; in caso di ripetute infrazioni o grave violazione dello stesso, è previsto l’allontanamento della struttura o addirittura la revoca del diritto all’accoglienza.

La tabella dei divieti imposti agli ospiti è molto interessante, perché mischia norme di carattere legale a considerazioni di carattere morale; mischia indicazioni di “buona educazione” a condizioni d’uso della struttura alberghiera. Vi sono comprese norme già sancite dal diritto pubblico, e che non avrebbero bisogno di essere specificate, perché sono già vietate per legge (usare violenza contro altre persone, usare droghe, danneggiare la proprietà privata); vi sono limitazioni più strette rispetto a quelle che le persone, facenti parte della comunità dei cittadini, devono rispettare (usare alcolici, ospitare amici e parenti). E poi, accanto a quelle che potremmo considerare come delle norme di salvaguardia della struttura alberghiera ospitante, ci sono le indicazioni di buona educazione (rovistare nei cassonetti della spazzatura) che sembrano essere indirizzate più alla percezione esterna che la cittadinanza potrebbe avere degli ospiti, che a una reale necessità di gestione del centro.

Queste non sono norme necessarie alla corretta gestione di un centro d’accoglienza per richiedenti asilo: sono le norme di un collegio. Gli ospiti all’interno della struttura sono considerati al pari di eterni bambini, rinchiusi in un collegio con regolamenti più stringenti rispetto a quelli a cui ha diritto la società di persone. E a cui loro non hanno ancora diritto, in quanto non-persone.

La condizione di eterni bambini è il risultato dell’infantilizzazione che costringe i richiedenti asilo in un limbo che tra rinvii burocratici e appelli giudiziari può durare anni; in questa condizione temporanea essi sono costretti a vivere nel collegio dei centri di accoglienza, in attesa che venga loro riconosciuto lo status di persona, nel luogo sicuro e fuori dalla legge costituito dal loro asilo.

Ma le persone continueranno a migrare e a cercare di migliorare la propria condizione; prima o poi i bambini diventeranno adulti, e non potremo chiuderle in luoghi sicuri per tutta la vita.

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Vocabolario chianino: da Ficoso a Furcina

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di…

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di queste zone, per comprendere e tramandare le espressioni e le parole dialettali di uso più comune. Se volete approfondire la conoscenza con il dizionario chianino, contenente tante altre parole, proverbi e modi di dire, potete acquistare il volume “Di qua dal fosso” dal nostro shop online!

F.

Ficoso (aggettivo): schizzinoso, sofisticato, persona incontentabile e fin troppo lamentosa. Esempio: “Vieni a zappa’ e unn’esse troppo ficoso!”

Filaio (sostantivo): filare di piante allineate, specialmente nel caso delle viti. Esempio: “Guarda bello ch’è venuto ‘sto filaio!”

Fioca (sostantivo): abbassamento di voce, raucedine. Esempio: “A forza di bercià, m’è venuta la fioca”

Fittumaio (sostantivo): gruppo di persone, folla caotica. Meno frequente la versione “Fittumaglio”. Esempio: “Non c’andà in quel fittumaio che è pericoloso!”

Focassi (verbo): aggredire, infiammare, fronteggiare qualcuno con una rabbia improvvisa. Esempio: “Appena s’è giro, mi s’è focato addosso!”

Focata (sostantivo): gesto di rabbia improvvisa, infiammata aggressiva. Esempio: “M’ha fatto ‘na focata, m’è toccato anda’ via subito!”

Fondaccio (sostantivo): fondata di un liquido in cui si posano i residui. Esempio: “Un lo beve quel vino, ché ha fatto il fondaccio!”

Fono (sostantivo): asciugacapelli. Esempio: “Asciugati col fono prima d’uscì di casa!”

Forbicicchia (sostantivo): forbicina, tipico insetto con antenne simili alle pinze. Esempio: “Pulisci per bene, ché quella pianta è piena di forbicicchie.”

Forma (sostantivo): dirupo laterale delle strade, dove di solito si raccoglie l’acqua piovana. In caso di grandi dimensioni, anche nella versione “Formone”. Esempio: “Se non vai piano coll’apino, finisci nella forma!”

Formicola (sostantivo): formica. Esempio: “Attento che schiacci le formicole!”

Fosso (sostantivo): canale per lo scorrimento delle acque. Per antonomasia, può indicare il Canale Maestro della Chiana, che divide la Valdichiana senese da quella aretina. Esempio: “Un ti ci confonde con quelli che stanno di là dal fosso!”

Frado (aggettivo): fradicio, marcio, marcito. Esempio: “Lascia sta’ quella mela, chè è frada!”

Fricciolo (sostantivo): cicciolo di maiale, pezzettino di carne. Utilizzato in particolar modo per cucinare la tipica ciaccia di Pasqua. Esempio: “Oggi mangio l’ovo benedetto e la ciaccia coi friccioli.”

Frisare (verbo): sfiorare, passare vicino, rasentare. Di derivazione francese, si usa principalmente per definire qualcosa che passa troppo vicino. Esempio: “Quella macchina m’ha fatto il friso!”

Frucare (verbo): frugare, curiosare, rovistare. Esempio: “O che fruchi in mezzo a quei cassetti?”

Fruchino (aggettivo): persona particolarmente curiosa e impicciona. Esempio: “Quanto sei fruchino!”

Frucinare (verbo): fare la corte, corteggiare. Esempio: “Guarda quei citti che frucinamento!”

Fruzzicare (verbo):  curiosare, trafficare, armeggiare, frugare. Si usa principalmente per indicare qualcosa che sarebbe meglio non fare. Anche nella versione “Sfruzzicare”. Esempio: “Un te li fruzzica’ troppo quei brucoli!”

Fuggire (verbo): correre, allontanarsi, sfrecciare via. Più che come sinonimo di scappare, si usa per indicare il movimento dei veicoli. Esempio: “Quanto fuggi con quella macchina?”

Fulminante (sostantivo): fiammifero. Esempio: “Passami un fulminante, che c’ho da fa’ il foco!”

Furcina (sostantivo): forchetta. Anche nella versione “Forcina”Esempio: “L’hai messe a tavola le furcine?”

Il dialetto chianino mostra numerose parlate differenti al suo interno, con inflessioni diverse a seconda delle zone. Molte differenze esistono tra le caratteristiche linguistiche della Valdichiana senese, la Valdichiana aretina e la Valdichiana romana. In questo contesto ci siamo concentrati principalmente sui comuni e sulle aree adiacenti al Canale Maestro della Chiana, inteso come elemento fondante della storia e dell’identità della Valdichiana, dal punto di vista culturale e linguistico prima che istituzionale. La prevalenza delle parole e dei modi di dire che troverete in questa rubrica sono inoltre indirizzati al versante senese, da dove provengono la maggioranza delle nostre fonti e dei membri della nostra redazione.

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Fonti:

  • Di qua dal fosso. Piccolo dizionario di chianino, Ass. cult. Ottagono,Edizioni Effigi 2010
  • La parlata di Montepulciano e dintorni, Carlo Lapucci, Editori del Grifo 1988
  • A Chianciano si parla(va) così, Alberto Fabbri, Le Balze 2000
  • Lessico chianino. Espressioni vernacolari, Ecomuseo Valdichiana
  • Note sul dialetto aretino, Silvio Pieri, Pisa 1886
  • Vocabolario Aretino
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Vocabolario chianino: da Educanza a Erbiconi

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Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di queste zone, per comprendere e tramandare le espressioni e le parole dialettali di uso più comune. Se volete approfondire la conoscenza con il dizionario chianino, contenente tante altre parole, proverbi e modi di dire, potete acquistare il volume “Di qua dal fosso” dal nostro shop online!

E.

Educanza (sostantivo): educazione, buon comportamento. Esempio: “Quel citto un c’ha punta educanza!”

El (articolo): articolo che si usa al posto di “il”. Esempio: “El mì poro nonno me l’ha sempre detto…”

Ennino (aggettivo): poverino, piccolino. Si usa principalmente in senso di compatimento e di compassione, più spesso per bambini e animali, ma anche per adulti, anche in senso ironico. Esempio: “Ennino lui, s’è fatto male!”

Entrone (sostantivo): androne, ingresso della casa. Esempio: “Lascia il cappotto nell’entrone e vieni a disina!”

Erbiconi (sostantivo): erbaccia, erba alta.  Esempio: “Quei gatti stanno sempre in mezzo all’erbiconi”

Il dialetto chianino mostra numerose parlate differenti al suo interno, con inflessioni diverse a seconda delle zone. Molte differenze esistono tra le caratteristiche linguistiche della Valdichiana senese, la Valdichiana aretina e la Valdichiana romana. In questo contesto ci siamo concentrati principalmente sui comuni e sulle aree adiacenti al Canale Maestro della Chiana, inteso come elemento fondante della storia e dell’identità della Valdichiana, dal punto di vista culturale e linguistico prima che istituzionale. La prevalenza delle parole e dei modi di dire che troverete in questa rubrica sono inoltre indirizzati al versante senese, da dove provengono la maggioranza delle nostre fonti e dei membri della nostra redazione.

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Fonti:

  • Di qua dal fosso. Piccolo dizionario di chianino, Ass. cult. Ottagono,Edizioni Effigi 2010
  • La parlata di Montepulciano e dintorni, Carlo Lapucci, Editori del Grifo 1988
  • A Chianciano si parla(va) così, Alberto Fabbri, Le Balze 2000
  • Lessico chianino. Espressioni vernacolari, Ecomuseo Valdichiana
  • Note sul dialetto aretino, Silvio Pieri, Pisa 1886
  • Vocabolario Aretino
  • Interviste e memoria storica della redazione del magazine “La Valdichiana”
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Dufatanemunda: pranzo di buon augurio per il raccolto

Da molto tempo seguiamo ormai le vicende della cooperativa Dufatanemunda: una cooperativa sociale che riunisce un gruppo di persone a Vugizo, nel Burundi, e che sta offrendo opportunità di sviluppo…

Da molto tempo seguiamo ormai le vicende della cooperativa Dufatanemunda: una cooperativa sociale che riunisce un gruppo di persone a Vugizo, nel Burundi, e che sta offrendo opportunità di sviluppo sostenibile nel territorio africano grazie al sostegno di tanti volontari e donatori provenienti dalla Valdichiana. Nel corso degli ultimi due anni sono stati infatti numerosi i legami tra la Valdichiana e il Burundi: due convegni al Lago di Montepulciano e una continua attività di sensibilizzazione portata avanti da Athanase Tuyikeze, fino alla nascita di una vera e propria onlus che porta lo stesso nome della cooperativa (Nel nostro speciale potete trovare tutti gli approfondimenti).

Per sancire questo legame, sempre più forte, la scorsa domenica 13 Marzo l’associazione Dufatanemunda si è riunita per un pranzo di buon augurio per il raccolto. Oltre cento persone, interessate alla storia di Vugizo e della cooperativa, si sono riunite per un pranzo in un’atmosfera serena e conviviale presso la sala Auser di Abbadia di Montepulciano.

“Siamo molto felici della grande partecipazione a quest’evento. – ha detto Athanase, presidente dell’associazione – Oltre alle tante persone che fin dall’inizio ci accompagnano in questo progetto, abbiamo notato nuove persone che si sono interessate alle attività della cooperativa e che portano sempre nuovi stimoli e nuove opportunità di crescita.”

Grazie ai fondi raccolti dall’associazione durante il pranzo sociale, sarà possibile continuare i lavori a Vugizo, nel sud del Burundi, potenziando le attività agricole della cooperativa e finanziando le opportunità di microcredito, che stanno già dando dei buoni frutti. L’obiettivo a medio termine è sempre quello di costruire una stalla, che sarebbe utile anche per l’approvvigionamento del concime per la fertilità degli orti sociali.

“Vogliamo ringraziare calorosamente tutte le persone che hanno partecipato a questa bella giornata e hanno pranzato assieme a noi. – ha continuato Athanase, al termine del pranzo – Un grazie speciale all’Auser di Abbadia di Montepulciano, che ci ha donato l’utilizzo della sala come contributo alla nostra associazione; e uno speciale ringraziamento ai ragazzi del Nautilus Xenolid Team, che hanno curato tutta la fase di catering e di servizio ai tavoli. Grazie di cuore anche a Raimondo e Bastiana, che hanno creduto in questo progetto fin dall’inizio e sono stati fondamentali per la buona riuscita di questo pranzo.”

Le attività dell’associazione, a sostegno della cooperativa Dufatanemunda e dello sviluppo sostenibile in Burundi, non si fermano qui: per il terzo anno di fila, infatti, è in fase di organizzazione il convegno al Lago di Montepulciano, che si terrà alla fine del mese di Giugno. L’evento sarà anche l’occasione per aggiornare tutti gli associati sullo stato di avanzamento dei progetti in corso a Vugizo, oltre ad approfondire importanti tematiche ambientali e agronomiche.

Mentre in Italia l’associazione Dufatanemunda si mobilita con grande partecipazione, in Burundi si è festeggiato il capodanno agricolo. I membri della cooperativa si sono mostrati molto felici del raccolto dei loro orti sociali, e le attività agricole proseguono alacremente. Segno evidente che il pranzo dell’associazione è stato veramente di buon augurio, e che le donazioni raccolte in Valdichiana stanno facendo una reale differenza in Burundi!

Se volete contribuire alle attività della cooperativa, è sempre possibile effettuare una donazione all’associazione locale: Dufatanemunda Onlus, codice iban: IT28 J033 5901 6001 0000 0147 362

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Vocabolario chianino: da Diaccio a Dugento

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di…

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di queste zone, per comprendere e tramandare le espressioni e le parole dialettali di uso più comune. Se volete approfondire la conoscenza con il dizionario chianino, contenente tante altre parole, proverbi e modi di dire, potete acquistare il volume “Di qua dal fosso” dal nostro shop online!

D.

Diaccio (aggettivo): ghiaccio, freddo marmato. Esempio: “Vieni in casa, ché fori è diaccio!”

Diacere (verbo): giacere, stare sdraiati, stare coricati. Esempio: “Mettiti a diacè un pochino e riposati”

Dindellare (verbo):  dondolare, ciondolare. Esempio: “Smetti di dindellà!”

Dirazzare (verbo):  allontanarsi dalle usanze locali o dalle abitudini della propria famiglia. Esempio: “Quel citto ha dirazzato”

Disgarbare (verbo): non piacere, risultare poco gradito. Esempio: “Quella citta non mi disgarba”

Disina (sostantivo): pranzo, pasto principale della giornata. Esempio: “Vieni a casa che è pronta la disina!”

Disinare (verbo): pranzare, mangiare la disina. Esempio: “Hai già disinato?”

Diviso (sostantivo): sgarbo, ingiustizia. Meno frequente la versione “Doviso”. Esempio: “Pare n’diviso che un mi garba”

Dolco (aggettivo): tempo mite e caldo, atmosfera piacevole. Esempio: “Oggi si sta bene fori, è dolco”

Donnina (sostantivo): prostituta, donna di facili costumi. Esempio: “Di notte in quella strada è pieno di donnine!”

Doventare (verbo): diventare. Esempio: “Quel vestito t’è doventato stretto”

Drento (avverbio): dentro. Esempio: “Vieni drento che è tardi!”

Dringolare (verbo): dondolare, ciondolare. Esempio: “A quel citto gli dringola un dente”

Drusciare (verbo): sfregare, strusciare. Esempio: “Ho drusciato la macchina contro il muro”

Drusciata (sostantivo): strofinamento, frizione. Si usa anche nel senso di rimprovero. Esempio: “Ho preso una drusciata”

Druscione (sostantivo): strofinatura. Si usa anche in senso violento, come sinonimo di schiaffio o di manrovescio. Esempio: “Mi ha dato un druscione”

Dugento (aggettivo): duecento. Esempio: “Mancheranno ancora dugento metri”

Dupalle! (esclamazione): che noia, che barba. Deriva dall’espressione “Che due palle!”. Esempio: “Basta, m’hai fatto dupalle!”

Il dialetto chianino mostra numerose parlate differenti al suo interno, con inflessioni diverse a seconda delle zone. Molte differenze esistono tra le caratteristiche linguistiche della Valdichiana senese, la Valdichiana aretina e la Valdichiana romana. In questo contesto ci siamo concentrati principalmente sui comuni e sulle aree adiacenti al Canale Maestro della Chiana, inteso come elemento fondante della storia e dell’identità della Valdichiana, dal punto di vista culturale e linguistico prima che istituzionale. La prevalenza delle parole e dei modi di dire che troverete in questa rubrica sono inoltre indirizzati al versante senese, da dove provengono la maggioranza delle nostre fonti e dei membri della nostra redazione.

Vuoi suggerire delle modifiche o integrare il vocabolario con altre parole e modi di dire? Scrivici a redazione@lavaldichiana.it

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Fonti:

  • Di qua dal fosso. Piccolo dizionario di chianino, Ass. cult. Ottagono,Edizioni Effigi 2010
  • La parlata di Montepulciano e dintorni, Carlo Lapucci, Editori del Grifo 1988
  • A Chianciano si parla(va) così, Alberto Fabbri, Le Balze 2000
  • Lessico chianino. Espressioni vernacolari, Ecomuseo Valdichiana
  • Note sul dialetto aretino, Silvio Pieri, Pisa 1886
  • Vocabolario Aretino
  • Interviste e memoria storica della redazione del magazine “La Valdichiana”
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Vocabolario chianino: da Cacare a Curreggia

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di…

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di queste zone, per comprendere e tramandare le espressioni e le parole dialettali di uso più comune. Se volete approfondire la conoscenza con il dizionario chianino, contenente tante altre parole, proverbi e modi di dire, potete acquistare il volume “Di qua dal fosso” dal nostro shop online!

C.

Cacare (verbo): cacare, defecare. Si utilizza nella forma dialettale “t’ha cacato il ceppo”, relativa alla tradizione del regalo di Natale, che veniva effettuato tramite gli addobbi del grosso pezzo di legno lasciato sul camino tutta la notte della vigilia. Esempio: “Quest’anno che t’ha cacato il ceppo?”

Cacone (sostantivo): paura, terrore. Esempio: “Ho visto un’ombra scura e m’è preso il cacone”

Caldata (sostantivo): colpo di caldo, malessere dovuto all’esposizione al sole. Esempio: “So’ stato troppo al sole, ho preso ‘na caldata”

Calzinotto (sostantivo): calzino. Esempio: “Ho comprato i calzinotti novi”

Camiciola (sostantivo): camicia lavorata a maglia, e per estensione l’atto di lavorare a maglia. Esempio: “Va’ a fa’ la camiciola e lascia perde ‘sti discorsi!”

Camionetta (sostantivo): automezzo dei carabinieri o dei pubblici ufficiali. Esempio: “Approdati che passa la camionetta!”

Caminare (verbo): camminare. Si usa anche relativamente ai mezzi di trasporto. Esempio: “Ho comprato la macchina nova, questa camina parecchio!”

Camio (sostantivo): camion, tir. Esempio: “Il mì marito guida i cami, è sempre via.”

Canaio (sostantivo): baccano, confusione, simile a quella fatta dai cani che litigano. Esempio: “Fate silenzio, che è ‘sto canaio?”

Canchero (sostantivo): cancro. Si usa soprattutto nelle imprecazioni. Esempio: “Ti venisse un canchero!”

Cannella (sostantivo): rubinetto dell’acqua. Per estensione, le fontanelle comunali dove si può prendere l’acqua pubblica. Esempio: “Vado a prende l’acqua alla cannella, tanto la paga il sindaco!”

Cantone (sostantivo): il focolare domestico della casa contadina, in cui venivano anche cotti i cibi. Esempio: “Andiamo a scaldacci nel cantone, si mangia qualche cosa”

Capaccione (sostantivo): scapaccione. manrovescio dato dietro la nuca. Esempio: “Se non stai fermo t’arrivo un capaccione!”

Capicollo (sostantivo): la coppa, il capocollo. Tipico salume di tradizione contadina. Esempio: “Vieni a sentì com’è bono il mì capicollo!”

Cappanna (sostantivo): capanna, rimessa agricola. Esempio: “Quando hai finito col trattore, rimettilo nella cappanna!”

Cardare (verbo): picchiare qualcuno, prenderlo a botte. Esempio: “Non ti fa rivedè vicino al mì orto, sennò ti cardo!”

Carpìa (sostantivo): muschio per il Presepe natalizio, borraccina. Esempio: “Se un ci metti la carpìa, il Presepe un ti viene bene!”

Carreccia (sostantivo): stradina sterrata. Esempio: “Per arrivà a casa mia, pigli la carreccia e vai fino in fondo!”

Cascataccia (sostantivo): avere tracollo di salute. Si usa soprattutto nei casi delle malattie improvvise, che fanno degenerare rapidamente le condizioni di salute di una persona. Esempio: “Stava sempre bene, ma ora è messo male, ha fatto ‘na cascataccia”

Cecca (sostantivo): la gazza ladra. Esempio: “Ho perso l’orecchini, me l’ha rubi la cecca!”

Cecce (avverbio): mettersi a sedere. Si usa soprattutto per parlare con i bambini. Esempio: “Vieni qua, Mettiti a cecce”

Cenciare (verbo): passare il cencio, dare lo straccio al pavimento. Esempio: “Dopo che ho finito di cencià, mi posso riposà un pochino”

Cenciata (sostantivo): l’atto di passare lo straccio e di pulire il pavimento. Si utilizza anche per significare una brutta batosta che butta a terra, lasciando a terra come un cencio. Esatto: “Pensava di passallo quell’esame, invece è andato male, ha preso ‘na bella cenciata!”

Cencio (sostantivo): lo straccio usato per pulire i pavimenti. Si usa anche in senso estensivo per definire i panni indossati e il buon stato di salute di una persona. Esempio: “Adesso un ce la fo, ma quand’ero nei mi’ cenci, allora sì che sapevo ballà!”

Cendere (sostantivo): cenere. Esempio: “Pulisci il camino, ché è pieno di cendere!”

Cenare (verbo)cenare, consumare il pasto finale della giornata. Si usa anche per definire qualcuno che è arrivato alla fine, che non ha più forze ed è sfinito. Esempio: “Ho bell’e ceno, un ce la faccio più!”

Ceppo (sostantivo): tronco di legno che simboleggiava la festa di Natale, che veniva lasciato nel camino a bruciare tutta la notte. Esempio: “Mettici un ceppo bello grosso nel camino, che stanotte passa Gesù bambino!”

Cetore (loc. avverbiale) a gran velocità, a tutto gas. Esempio: “Andava a tutto cetore, vedrai aveva fretta!”

Chiacchera (sostantivo): voglia di parlare e di chiacchierare. Si usa principalmente per definire i pettegolezzi e la voglia di spettegolare. Esempio: “Quando gli piglia la chiacchiera, un c’è verso di fallo sta zitto!”

Chiana (sostantivo): la Valdichiana come territorio geografico. Si usa tendenzialmente per delimitare la parte bassa della pianura, con le campagne abitate dai contadini. Viene usata anche la versione “Chiane”. Esempio: “Non siamo mica gente di città, noi siamo della chiana”

Chiappamiole (sostantivo): una persona vanitosa, che si dà troppe arie. Esempio: “Non gli dà retta a quello, è un chiappamiole!”

Chiappare (verbo): prendere, acchiappare. Esempio: “Un ci chiappi niente!”

Chiapparella (sostantivo): gioco del nascondino o del rincorrersi, specialmente tra bambini. Esempio: “Quei citti so’ sempre a giocà a chiapparella, non stanno mai fermi!”

Chichinino (sostantivo): pezzettino, piccola quantità di cibo. Esempio: “Mi basta un chichinino di pane, un lo voglio mica tutto!”

Chioccare (verbo): prendere a botte, percuotere. Si usa anche per definire alcune precipitazioni atmosferiche. Esempio: “La senti la grandine come chiocca?”

Chiocco (sostantivo): botta, tonfo, specialmente da caduta. Esempio: “So’ scivolato nel breccino e ho fatto un chiocco in terra”

Chioncare (verbo): bere, tracannare. Esempio: “Ti garba ‘sto vino, lo chionchi tutto!”

Chiorba (sostantivo): testa, soprattutto in senso dispregiativo. Esempio: “C’hai una chiorba, un te la mangia manco i maiali!”

Chiotto (aggettivo): rannicchiato stare al calduccio e sotto le coperte. Esempio: “Mi faceva freddo, mi so’ messo chiotto chiotto”

Ciaccia (sostantivo): focaccia, pane schiacciato. Esempio: “Gnamo a fa’ merenda, si mangia ‘na ciaccia!”

Ciaccione (sostantivo): persona che non si fa mai gli affari suoi, che si impiccia degli affari altrui. Esempio: “Non fa’ troppo il ciaccione, pensa alle tu’ cose!”

Ciacciare (verbo): ficcanasare, farsi gli affari degli altri. Esempio: “Sei sempre in giro a ciaccià, vai un pochino a casa tua!”

Ciambellino (sostantivo): tipico dolce pasquale a forma di ciambella. Esempio: “Oggi per colazione t’ho fatto il ciambellino”

Ciampella (sostantivo): pantofola, babbuccia. Esempio: “Levati le scarpe e mettiti le ciampelle”

Ciampellare (verbo): camminare con le ciabatte. Si usa principalmente per indicare qualcuno che cammina male, che trascina i piedi come se avesse le pantofole. Esempio: “Smettila di ciampellà, piglia le scarpe bone!”

Ciancicare (verbo): spiegazzare, sciupare. Esempio: “Lascia sta’ quei quaderni, ché li ciancichi tutti!”

Ciccio (sostantivo): ciccia, carne. Esempio: “Se non ti garba la pasta, mangia almeno un po’ di ciccio!”

Cifrigno (sostantivo): piega, grinza, sgualcitura. Esempio: “Quella camicia è piena di cifrigni”

Cigna (sostantivo): cinghia. Esempio: “Passami la cigna, ché devo tené su i pantaloni”

Cignare (verbo): cinghiare, picchiare con una cinghia, picchiare in senso generale. Esempio: “Se mi ripassi vicino, ti cigno”

Cignata (sostantivo): cinghiata, botta. Si usa in senso esteso anche per identificare una serie di percosse subite in un breve lasso di tempo. Esempio: “M’hanno chiuso in un angolo e m’hanno dato ‘na cignata”

Cignale (sostantivo): il cinghiale. Si usa anche per definire una persona rozza e rustica, poco addomesticabile. Esempio: “Quel citto è proprio un cignale”

Cilabbrone (sostantivo): schiaffone, colpo violento che colpisce sul volto o sulle labbra. Esempio: “Se mi dai noia, t’arrivo un cilabbrone!”

Cilacca (sostantivo) schiaffo, botta. Si usa anche per definire la sconfitta al gioco. Esempio: “Che cilacca che m’ha dato, ancora un mi so’ ripreso!”

Cimorro (sostantivo): raffreddore. Esempio: “Stai sempre a stronfiatti il naso, t’è venuto il cimorro?”

Cintolino (sostantivo): cinturino, piccola cintura. Esempio: “Mi s’è rotto l’orologio, devo cambià il cintolino”

Ciombare (verbo): ammaccare, rovinare. Esempio: “Per una volta che ti lascio la macchina, me l’hai bell’e ciombata!”

Ciombo (sostantivo): ammaccatura. Esempio: “So’ andato addosso a ‘na macchina, guarda che ciombo!”

Ciotolo (sostantivo): ciotola, tegame. Esempio: “Se voi fatti n’ovo, scaldalo nel ciotolo”

Cipicchia (sostantivo) cispa. Esempio: “Mi so’ svegliato da poco, c’ho l’occhi pieni di cipicchie”

Ciruglio (sostantivo) ciocca di capelli spettinati. Esempio: “Sistemati ‘sti cirugli, prima d’uscì di casa!”

Ciruglione (aggettivo): capellone, persona spettinata e disordinata. Esempio: “Che ciruglione che sei, quando ti tagli i capelli?”

Citto (sostantivo) ragazzo. Si usa in senso figurato per indicare il figlio, oppure il fidanzato. Esempio: “Il mì citto è tanto bravo!”

Cittarello (sostantivo): ragazzino. Si usa principalmente per indicare un ragazzo immaturo. Esempio: “Porino, è ancora un cittarello!”

Coccio (sostantivo): tegame, pentola. Si usa in senso estensivo per indicare l’insieme delle stoviglie che servono per cucinare o mangiare. Si usa anche in senso figurato per indicare tutti gli averi di una persona. Esempio: “Ora prendo tutti i mì coccini e vado via”

Codirone (sostantivo): coccige. Esempio: “Mi so’ fatto male al codirone”

Cogliombero (aggettivo): persona stupida. Esempio: “Sei proprio un cogliombero!”

Collo! (esclamazione): accidenti, alla faccia. Esempio: “Collo, se sei bravo!”

Coltella (sostantivo): grosso coltello, usato soprattutto per il pane e gli insaccati. Anche nella versione “Cultèlla”. Esempio: “Passami la coltella, che devo taglià il prosciutto!”

Comandino (aggettivo): persona che vuole sempre comandare, che vuole sempre avere ragione. Esempio: “Unn’esse così comandino!

Combrogliume (sostantivo): crepuscolo, passaggio dal giorno alla sera. Anche nella versione “Cumbrugliume”. Esempio: “Gnamo a casa, ch’è bell’e arrivo il combrogliume!”

Commenda (sostantivo): ospizio, casa di riposo. Esempio: “Quando so’ vecchio, un ci voglio andà in commenda!”

Comunicato (sostantivo): notiziario radio o televisivo. Esempio: “Zitto, che bisogna ascoltà il comunicato!”

Concone (sostantivo): catino utilizzato per dare da mangiare agli animali. Si usa anche in senso figurato per indicare un’accozzaglia di cose alla rinfusa. Esempio: “Hanno messo tutto nel concone, ora un ci si capisce più niente!”

Conigliolata (sostantivo): la prole dei conigli, che è solitamente un numero molto elevato. Esempio: “Guarda che bella conigliolata che m’hanno fatto!”

Conigliolo (sostantivo): coniglio. Anche nella versione “Cunigliolo”. Esempio: “Per pranzo ho fatto il conigliolo coll’olive”

Crettare (verbo): crepare, rovinare. Esempio: “Questo muro è tutto crettato, va riparato”

Cretto (sostantivo): crepa, spaccatura. Si usa anche per indicare una ferita o un colpo subito. Esempio: “So’ cascato, mi so’ fatto un cretto nel braccio”

Crostino (sostantivo): tipica fetta di pane spalmata della cucina contadina. Si usa anche in senso figurato per definire una persona difficile da sopportare. Esempio: “Sei proprio un crostino!” 

Cruccia (sostantivo): gruccia per appendere gli abiti. Esempio: “Rimetti la camicia nella su’ cruccia”

Cucchiale (sostantivo): cucchiaio. Esempio: “La minestra va mangiata col cucchiale”

Curreggia (sostantivo): scorreggia, flatulenza. Esempio: “Ho mangiato male, mi scappano le curregge”

Il dialetto chianino mostra numerose parlate differenti al suo interno, con inflessioni diverse a seconda delle zone. Molte differenze esistono tra le caratteristiche linguistiche della Valdichiana senese, la Valdichiana aretina e la Valdichiana romana. In questo contesto ci siamo concentrati principalmente sui comuni e sulle aree adiacenti al Canale Maestro della Chiana, inteso come elemento fondante della storia e dell’identità della Valdichiana, dal punto di vista culturale e linguistico prima che istituzionale. La prevalenza delle parole e dei modi di dire che troverete in questa rubrica sono inoltre indirizzati al versante senese, da dove provengono la maggioranza delle nostre fonti e dei membri della nostra redazione.

Vuoi suggerire delle modifiche o integrare il vocabolario con altre parole e modi di dire? Scrivici a redazione@lavaldichiana.it

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Fonti:

  • Di qua dal fosso. Piccolo dizionario di chianino, Ass. cult. Ottagono, Edizioni Effigi 2010
  • La parlata di Montepulciano e dintorni, Carlo Lapucci, Editori del Grifo 1988
  • A Chianciano si parla(va) così, Alberto Fabbri, Le Balze 2000
  • Lessico chianino. Espressioni vernacolari, Ecomuseo Valdichiana
  • Note sul dialetto aretino, Silvio Pieri, Pisa 1886
  • Vocabolario Aretino
  • Interviste e memoria storica della redazione del magazine “La Valdichiana”
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Notizie e responsabilità nell’epoca dei social media

La diffusione di internet ha ormai raggiunto una dimensione globale, ed è sempre più veicolata dagli smartphone: grazie ai dati presentati dal rapporto annuale di “We are Social” sul digitale, possiamo comprendere…

La diffusione di internet ha ormai raggiunto una dimensione globale, ed è sempre più veicolata dagli smartphone: grazie ai dati presentati dal rapporto annuale di “We are Social” sul digitale, possiamo comprendere che più della metà della popolazione mondiale nel 2017 utilizzi gli smartphone, responsabili di più della metà del traffico internet. Anche in Italia i dati sono impressionanti: oltre 39 milioni di persone connesse a internet, di cui 31 milioni possono essere definiti come utenti attivi sui social media.

La diffusione delle tecnologie digitali e l’impatto originato dai social media non può essere trascurato dagli editori e da coloro che operano nel giornalismo; anche se la crescita di questi strumenti è stata rapida, l’editoria italiana non è riuscita a tenere il passo della rivoluzione digitale, faticando sempre più a trovare spazio. La crisi ha colpito soprattutto i quotidiani e le testate dedicate alle notizie, sempre più immerse nel vortice dei social media, della fruizione immediata e della difficoltà di monetizzazione.

Eppure, le innovazioni digitali non possono essere trascurate: secondo l’ultimo rapporto britannico Ofcom, per la percentuale di persone che hanno accesso a internet, la televisione è stata sorpassata da internet quale principale mezzo di accesso alle notizie. La differenza diventa ancora più marcata quando parliamo di informazione locale: tra gli italiani che hanno accesso a internet, la stessa internet è la prima fonte di notizie locali (31%) sopra la televisione (23%). Per quanto riguarda internet, ovviamente, sono i social media a farla da padrone, principalmente Facebook, con la sua capacità di penetrazione attraverso gli smartphone in gran parte della popolazione.

Le riflessioni da fare sarebbero numerose: per una testata locale come “La Valdichiana”, che opera a livello locale e che fin dalla sua nascita si è contraddistinta per lo spiccato utilizzo delle tecnologie digitali, è fondamentale comprendere il ruolo sociale che è chiamata a svolgere in un territorio all’interno di un mondo sempre più interconnesso. Da una parte c’è la costante attenzione alle innovazioni del settore e ai processi formativi per rimanere aggiornati, dall’altra la necessità di informare correttamente i lettori che utilizzano sempre più internet e i social media come fonte prioritaria di notizie.

Anche se gli strumenti stanno cambiando, anche se l’orizzonte è difficile da vedere nell’epoca dei social media, l’etica alla base del lavoro giornalistico non è cambiata. Se la stampa è sempre stata considerata come il “Quarto Potere”, la sua importanza non è necessariamente diminuita: il suo potere rimane, ed è di fondamentale importanza nella nostra società, assieme alla responsabilità che ne consegue. “Da un grande potere derivano grandi responsabilità”, era la lezione di vita di Spider-Man. E non è un caso che Peter Parker, l’alter-ego del supereroe coi poteri di ragno, lavorasse proprio come giornalista di un quotidiano locale.

La crescente importanza dei social media come fonte di informazione dona agli editori digitali un grande potere, poiché sempre più lettori, anche nei territori più periferici, utilizza questi strumenti per accedere alle notizie locali. Ma è un potere che porta con sé una grande responsabilità, per garantire la correttezza dell’informazione e il rispetto della deontologia della professione giornalistica. Non ci addentreremo in questa sede nel dibattito sulle bufale e sulle “Fake news”: per chi svolge attività giornalistica, per chi opera nel rispetto della legge e dell’etica con testate editoriali regolarmente registrate, l’utilizzo dei mezzi digitali non dovrebbe cambiare il modo di lavorare, semplicemente perché fin dagli albori era chiamato a verificare le notizie prima di pubblicarle.

Quello che voglio affrontare, in realtà, è il modo di stare sui social media: perché tutti gli utenti hanno la possibilità di pubblicare post su Facebook o su Twitter, ma giornalisti ed editori sono chiamati a utilizzare questi strumenti in maniera più consapevole, a prescindere dagli standard minimi e dalle condizioni d’uso dettate dai colossi statunitensi che li controllano. Una testata non può permettersi di pubblicare una notizia falsa, neppure nel suo account Facebook; il suo ruolo pubblico, che qualifica il suo potere, porta con sé una responsabilità che deve essere rispettata anche sui social media.

È importante sottolineare che i social media sono mezzi di relazione e che facilitano la conversazione. Se una testata editoriale li utilizza unicamente come mezzi di distribuzione, pubblicando una serie infinita di link per ricevere visite distratte al proprio sito web, compie a mio avviso un errore e vanifica il suo ruolo. I social media offrono opportunità di relazione, per comunicare in maniera interattiva e non unidirezionale, per parlare assieme ai lettori; a prescindere dalle condizioni d’utilizzo del mezzo, una testata editoriale è responsabile eticamente anche dei commenti e delle conversazioni che riceve sui propri account sui social media.

La nostra redazione si è sempre impegnata a valorizzare il confronto e la conversazione sui social media, a rispondere ai commenti dei lettori e a favorire il confronto civile. Non sempre ci siamo riusciti, soprattutto su Facebook, che avrebbe bisogno di un’attenzione costante da parte di uno staff interamente dedicato. Tuttavia, non cerchiamo scuse: preferisco pubblicare una notizia in meno, se questo serve a curare maggiormente la relazione con i lettori e rispondere alle loro richieste. Preferisco moderare i commenti volgari e cercare di aiutare gli utenti a trovare le informazioni che cercano, piuttosto che utilizzare gli account del nostro magazine come una discarica di link.

Questo è uno dei motivi per cui abbiamo ufficializzato una Social Media Policy, che spiega pubblicamente il nostro modo di utilizzare i social media e le regole da seguire. Si tratta di un regolamento aggiuntivo ai termini d’utilizzo propri dei rispetti social (Facebook, Twitter, Instagram: tutti hanno la loro licenza d’uso, che un utente approva al momento dell’iscrizione) e che spiega il nostro modo di intervenire sui commenti attraverso la moderazione delle volgarità e il rispetto della Netiquette. Una politica di intervento che abbiamo sempre utilizzato, fin dalla nascita della testata, ma che abbiamo deciso di ufficializzare soltanto pochi mesi fa, per rendere evidente a tutti gli utenti il nostro lavoro. Questo strumento chiarisce quindi il nostro potere editoriale di intervenire sulla conversazione online: ma, allo stesso tempo, ci obbliga al rispetto di quella responsabilità pubblica dovuta al nostro ruolo.

Il nostro impegno non è soltanto quello di informare correttamente i nostri lettori, ma anche di dialogare con loro, aiutarli a trovare le informazioni corrette, favorire lo scambio e il confronto pubblico negli strumenti digitali collegati alla nostra testata. I commenti saranno monitorati e moderati, ai messaggi privati verrà sempre data una risposta, nel rispetto reciproco e nella massima trasparenza. Può sembrare banale, ma non lo è affatto, se si considera il panorama locale, nazionale e internazionale.

Dagli errori non ci si difende: dagli errori si impara, chiedendo scusa. Perché il rapporto onesto e autentico con i lettori è l’unica forma di autorità che è rimasta a chi svolge questa professione in maniera seria: ed è una precisa responsabilità che compete ai tanti Peter Parker, anche quando svestono i panni di Spider-Man.

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