La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Storia

Alberto Rinaldi, il misterioso medico di Piazze

Foto di copertina di Renato Pantini Il piccolo borgo di Piazze, frazione del comune di Cetona, sorge sul versante dell’omonimo monte che si affaccia sulla Valdichiana. Non a tutti è…

Foto di copertina di Renato Pantini

Il piccolo borgo di Piazze, frazione del comune di Cetona, sorge sul versante dell’omonimo monte che si affaccia sulla Valdichiana. Non a tutti è noto che proprio qui, a fine ‘800, nacque un personaggio controverso e misterioso che ancora oggi causa dibattiti all’interno della comunità scientifica.

Alberto_RinaldiAlberto Rinaldi, questo il suo nome, è stato un famoso medico di inizio ‘900. Nacque a Piazze da una delle famiglie più agiate della zona, e si laureò in medicina all’Università di Siena diventando poi medico condotto (quello che oggi chiameremmo medico di famiglia) del suo comune d’origine.

Perché si parla di figura controversa? Qual è il mistero che si cela dietro la storia del dottor Rinaldi?
Sempre alla ricerca di una cura per la tubercolosi, che a quei tempi era una malattia molto diffusa, il medico di Piazze sottoponeva i suoi pazienti a terapie sperimentali con farmaci da lui prodotti. Un giorno, un suo paziente malato di tubercolosi gli scrisse, parlando di una di queste nuove cure a cui il dottor Rinaldi lo stava sottoponendo: “Per quanto riguarda la tubercolosi non saprei dirle. Il fatto incredibile è che la mia mano, bloccata dal reumatismo e distorta dall’artrosi, è tornata normale!”

E fu proprio così che Rinaldi capì di aver scoperto una nuova medicina quasi miracolosa nella cura di malattie come artrosi, artrite e reumatismi. Cominciò quindi a perfezionarlo e a sperimentando, diventando presto famoso sia in Italia che all’estero.

Divenne talmente noto che persino Benito Mussolini andò a chiedergli di curare la figlia Anna Maria dalla poliomielite, ma Alberto si rifiutò. Alcuni credono che lo fece per sgarbo al Duce, ma è più probabile che ritenesse la sua cura non adatta alla malattia della bambina.

Nonostante il mondo accademico domandasse delucidazioni riguardo alla cura di Rinaldi, il medico di Cetona fu sempre molto geloso della sua scoperta e non la rivelò mai a nessuno. In questo modo si attirò addosso l’antipatia generale, e venne spesso accusato di essere un ciarlatano.

26cityroom-pete-blog480Nel 1931, il famoso direttore d’orchestra Arturo Toscanini dovette improvvisamente sospendere la stagione di concerti con la Filarmonica di New York a causa di una dolorosa borsite che gli prese il braccio e la spalla destri, che lo aveva costretto a dirigere gli ultimi concerti solamente con il braccio sinistro. Tutte le terapie a cui si era sottoposto si erano rivelate inutili, ma quando apprese dai giornali la notizia della cura miracolosa del dottor Rinaldi, Toscanini rientra in Italia (da cui si era allontanato dopo aver subito un’aggressione fascista per essersi rifiutato di dirigere Giovinezza) e si rivolge a lui per trovare una cura alla sua malattia.

Il sistema di Rinaldi si rivela immediatamente efficace, scatenando l’entusiasmo del Maestro che ritornò più volte in Italia appositamente per sottoporsi a una terapia di mantenimento. La sua borsite sparì definitivamente e la sua carriera proseguì fino agli 87 anni.

Una notte, il 27 settembre 1935, Alberto Rinaldi venne assassinato a bastonate nel giardino di casa mentre rientrava da una delle sue visite notturne. Per l’omicidio venne accusato e condannato Leopoldo Moretti, compaesano del dottore, ma la sua morte rimane ancora avvolta nel mistero.

Nei decenni a venire, la comunità scientifica ha cercato a più riprese di venire a capo del segreto che si cela dietro il farmaco miracoloso prodotto da Rinaldi, senza però ottenere alcun successo.

Fonti bibliografiche

Il medico di Piazze. La storia del dottor Alberto Rinaldi che guarì il maestro Arturo Toscanini e centinaia di malati incurabili, di Susanna Rinaldi, Edizioni Emmecipi, Roma, 2009.

Cetona. Ricordi per il futuro. Testimonianze, foto, cartoline d’epoca per una storia scritta dalla gente, di Angelo Molaioli, Edizioni Emmecipi, Roma, 2006.

I mercanti della salute, di Marco Pizzuti, Sperling & Kupfer editori, 2012

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Alla scoperta di Celle sul Rigo

Celle sul Rigo è un piccolo borgo di neppure 400 abitanti, una frazione di San Casciano dei Bagni che fa parte dell’unione dei comuni della Valdichiana senese, ma che si trova…

Celle sul Rigo è un piccolo borgo di neppure 400 abitanti, una frazione di San Casciano dei Bagni che fa parte dell’unione dei comuni della Valdichiana senese, ma che si trova ai confini con l’Umbria e con il Lazio. Come ogni piccolo borgo del nostro territorio, nasconde tanti tesori e tante sorprese che affondano le loro radici nella storia e nella cultura locale.

Un attimo di relax

Un attimo di relax

La storia di Celle sul Rigo può essere raccontata attraverso una visita al borgo, dominato da una torre del XII secolo; le strade che circondano il paese, situato in cima a un colle, si chiamano Via Torno al Fosso e Via della Rocca, chiara indicazione del castello e della cinta muraria di epoca antica. Il suo nome, così particolare, potrebbe essere fatto risalire alle celle vinarie delle grotte che si trovano sotto il paese, scavate nel tufo e utilizzate come rifugi in tempo di guerra.

Dalla piazza principale di Celle sul Rigo è possibile osservare un meraviglioso panorama sulle valli circostanti. Situato lungo la via Francigena, in una posizione strategica nei pressi del fiume Paglia, è facilmente intuibile l’importanza strategica che il borgo ha rivestito nel corso della sua storia; è stato infatti oggetto di contese tra Orvieto e Siena, tra Stato Pontificio e Granducato di Toscana.

La piazza centrale si trova in una posizione particolare, il borgo infatti si sviluppa in direzione nord come una mezzaluna, è come se mancasse una parte in direzione sud. Inoltre la sua grande dimensione rispetto al resto del borgo, unita all’urbanistica regolare e squadrata delle vie, lascia ipotizzare delle origini ancora più antiche di quelle medievali, forse un accampamento militare di epoca romana o longobarda.

La presenza della torre che svetta in cima a Celle sul Rigo testimonia chiaramente la cinta muraria di epoca medievale, di cui oggi non rimane nulla. Tuttavia sono riconoscibili resti di mura lungo il borgo, torrini inglobati nelle abitazioni, che dovevano far parte di un punto difensivo molto importante, con tre porte e altrettanti ponti levatoi. Accanto alla piazza principale, sempre sul versante sud ci sono i resti di una fattoria del 1600, di cui si vede ancora la macina; la fattoria era di proprietà dei conti senesi Bocchi Bianchi, le cui vicende familiari sono strettamente legate a quelle di Celle sul Rigo.

Tre strade principali partono dalla piazza centrale: Via del Cantone (chiamata anche “Via del Teatro”), Via Carducci (chiamata anche “Strada di Mezzo”) e Via San Giovanni. La loro particolarità è che da tutte e tre le strade si vede perfettamente Radicofani, con la maestosa fortezza che svetta sulla collina, come se fosse un punto d’osservazione privilegiato.

Via Carducci è dedicata al personaggio più importante vissuto nel piccolo borgo: Giosuè Carducci, uno dei poeti più importanti della nostra letteratura. Il giovane Carducci abitò nel borgo per qualche anno, quand’era diciottenne, seguendo il padre che svolgeva la professione di medico; ha scritto alcune poesie proprio in queste terre, e i cellesi gli hanno dedicato una targa commemorativa dopo l’assegnazione del Premio Nobel.

Via San Giovanni è la strada in cui si trovano gli edifici religiosi del borgo. La Chiesa di San Giovanni, più piccola e riparata, e la Chiesa di San Paolo Converso, le cui origini risalgono al XIII secolo. Il portale e l’altare maggiore di quest’ultima provengono dalla Chiesa di Sant’Elisabetta, che si trovava nel versante sud del paese ma è stata distrutta dal terremoto e dall’incuria nel corso del XX secolo. Sempre lungo questa via è possibile notare la cisterna che nei secoli passati veniva utilizzata come deposito per l’acqua, con i resti del vecchio meccanismo di carrucole e bicchierini.

La vecchia cisterna

La vecchia cisterna

Infine Via del Teatro, racchiusa tra il palazzo dei conti Bocchi Bianchi e il Teatro della Filarmonica: impossibile raccontare la storia di Celle sul Rigo senza citare la Società Filarmonica, fondata da nove amici musicisti nel 1876. A quei tempi gli unici modi per ascoltare la musica erano quelli di andare ai concerti o di farla in prima persona: il gruppo di amici, amanti della musica, decisero quindi di costituire una società per dare origine a una banda e a un teatro nel piccolo borgo. Non avevano un teatro quindi decisero di costruirne uno, comprando dei locali e affidando il progetto a un ingegnere. Chi non aveva soldi per finanziare il progetto contribuiva in “opere e buoi”, ovvero attraverso il lavoro e il trasporto dei materiali. In pochi anni il lavoro è concluso: dal 1900 Celle sul Rigo può vantare il suo teatro e la sua banda, che rendeva più popolare la musica, svolgendo un’importante funzione culturale e sociale.

Dal 1970 a Celle sul Rigo si tiene la famosa Sagra dei Pici, organizzata proprio dalla Società Filarmonica per finanziare le attività dell’associazione, per sostenere la banda del paese e rafforzare il senso di comunità. A quei tempi parlare di prodotti tipici della tradizione contadina e di gastronomia di qualità non era scontato: oggi assistiamo all’esplosione di sagre e feste popolari, ma la Sagra dei Pici affonda le sue radici in una lunga tradizione e in una storia che viene da lontano. A ben vedere, è la storia dello stesso borgo, abbarbicato su una collina in un territorio di frontiera, che affronta con orgoglio e serenità le sfide del futuro.

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Ma i toscani discendono davvero dagli etruschi?

L’identità di una persona o di un popolo è qualcosa che si crea attraverso processi tortuosi, influenzati dalla storia, dalla geografia e dalle credenze popolari. Un esempio sono i paesi balcanici, che duecento…

L’identità di una persona o di un popolo è qualcosa che si crea attraverso processi tortuosi, influenzati dalla storia, dalla geografia e dalle credenze popolari. Un esempio sono i paesi balcanici, che duecento anni fa parlavano la stessa lingua che oggi, per via dei nazionalismi e della divisione degli stati, si è trasformata in tante lingue diverse tra loro. Da una sola identità se ne sono create molte diverse nel giro di pochi anni, in seguito a guerre e divisioni geopolitiche.

Un’altra discriminante della creazione delle identità è la genealogia: quanto spesso sentiamo persone che si vantano di discendere dal tal popolo o dalla tale famiglia? Eppure, nonostante molti siano convinti del contrario, il nostro passato biologico in realtà è in gran parte impossibile da conoscere tranne per quelle famiglie che tenevano registri genealogici.

Ma la ricerca moderna ci ha portati alla scoperta del DNA, da cui si sono aperte le porte verso il passato. Grazie proprio all’analisi del codice genetico e al lavoro dei biologi, oggi possiamo risalire a chi erano i nostri antenati. Ma come?

Il genoma umano viene metà dalla mamma e metà dal papà. Grazie al DNA mitocondriale, ovvero quello che ereditiamo dalla mamma, che si trasmette di generazione in generazione praticamente immutato, possiamo seguire il messaggio genetico che arriva dalle nostre trisavole. Il DNA mitocondriale è quello che si conserva meglio nel tempo, e quindi quello che arriva a noi carico di informazioni ancora intatte.

Questo processo oggi si può applicare agli scheletri di individui vissuti secoli e secoli fa: è lo studio del DNA antico. Estraendo il DNA dai capelli o dalle ossa degli scheletri possiamo sapere qualcosa di loro. Nel nostro genoma, infatti, sono contenuti dei ‘mattoncini’, delle molecole che contengono informazioni riguardo a come siamo fatti: il nostro gruppo sanguigno, il colore dei nostri capelli, la nostra predisposizione ad ammalarci e via dicendo. Il DNA descrive anche quello che possiamo diventare in relazione all’ambiente, come ad esempio se siamo predisposti a ingrassare.

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Questa conoscenza ci ha permesso di cercare le risposte a domande frequenti, come ad esempio quella che molti abitanti di quella che era un tempo l’Etruria si pongono spesso: ma i toscani discendono davvero dagli etruschi?

Partiamo da una premessa.
L’etrusco è una lingua non indoeuropea. Era scritto con un alfabeto di derivazione greca, ma non esistono testi scritti in etrusco sopravvissuti fino ai giorni nostri. Abbiamo lapidi funerarie, tegole, una tavola commerciale conservata al museo dell’Accademia Etrusca di Cortona e poco altro. Il mistero è: come mai una popolazione così evoluta non ha lasciato testi letterari? Questo dilemma è ancora oggi senza una risposta.

La derivazione della lingua fa pensare che gli Etruschi avessero qualcosa di particolare, di speciale. Prima degli Etruschi c’era la civiltà villanoviana, quella che ha posto le fondamenta di città come Volterra, Orvieto e Chiusi, e di cui sono stati ritrovati diversi reperti anche a Brolio, località di Castiglion Fiorentino.

Questo popolo aveva l’usanza di bruciare i morti, quindi per noi è impossibile reperire il loro DNA perchè è letteralmente cotto, e quindi inservibile.

Dopo la civiltà villanoviana è venuta l’epoca degli etruschi, il cui popolo era organizzato in città-stato indipendenti. Nonostante l’assenza di un’unità politica, gli Etruschi sono riusciti a espandere i loro territori in gran parte del’Italia centrale. Infatti, nel VI secolo controllavano buona parte dell’Italia, Roma compresa.

Intorno al 19 a.c., una serie di sconfitte ha costretto la civiltà etrusca a piegarsi alla potenza dell’Impero Romano, ed è da allora che si è persa qualsiasi traccia dei testi etruschi. Di punto in bianco la lingua etrusca sparisce, non è più documentata.

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Per questo motivo, ad oggi tantissimi aspetti della civiltà etrusca ci sono oscuri, e la sua origine è oggetto di grandi discussioni fin dall’antichità.

Secondo Erodoto, gli Etruschi erano arrivati dalla Libia e dall’Anatolia in fuga da una carestia, ma non è credibile che un’intera popolazione possa migrare in massa da un punto all’altro. Certo è che al tempo c’erano fitti rapporti commerciali con la Libia, e il DNA poteva spostarsi attraverso i marinai che si trasferivano in altre terre e mettevano su famiglia. Dionigi d’Alicarnasso sosteneva invece che gli Etruschi fossero dei veri italici, originari della penisola.

Ad oggi si presume che fossero una popolazione locale ma non è chiaro se fossero un popolo dalle origini comuni o gente di origini diverse accomunata dalla stessa lingua, come ad esempio gli inglesi di oggi.

Da dove venivano gli Etruschi e dove sono finiti? In che rapporti genealogici sono con gli attuali abitanti di quella che era l’Etruria?
Gli archeologi ci dicono che, effettivamente, nell’arte etrusca è compresa una componente orientaleggiante e che quindi potrebbe essere credibile un’origine orientale di qualche tipo.

Compito dell’archeologia è quello di parlarci di come si trasformano nel tempo le culture materiali, ma non può raccontarci chi è figlio di chi. Qui entra in gioco la biologia. Le due discipline vanno quindi integrate per indagare in profondità nella misteriosa storia degli Etruschi.

La possibilità di studiare il DNA antico è una scoperta recente. Infatti, fino agli anni ’90 non era pensabile riuscire a risalire l’albero genealogico di persone morte secoli fa.

È proprio grazie a questa tecnica di ricerca che Alberto Piazza, professore dell’Università di Torino, ha scoperto nel 2007 che in Toscana c’è effettivamente una concentrazione di caratteristiche genetiche peculiari rispetto al resto d’Italia.

Un risultato incredibile, ma ancora non soddisfacente.
Uno studio successivo di Antonio Torroni dell’Università di Pavia, condotto raccogliendo il DNA di diversi popoli europei, ha dimostrato una corrispondenza genetica molto forte tra la Turchia e la Toscana. È evidente, quindi, che c’è un filo rosso che lega i due luoghi e che passa inevitabilmente per il popolo etrusco.Si è quindi scoperto che i Toscani sono la popolazione più simile agli Etruschi di tutta l’Europa. La seconda più simile è la popolazione dell’Anatolia.Schermata 2015-06-02 alle 18.39.05

L’indagine doveva andare avanti: i ricercatori sono riusciti a ottenere alcuni reperti etruschi (costole e altri pezzi di ossa, che finiscono inevitabilmente distrutti per studiarne il DNA) provenienti dalla zona compresa tra Adria e Capua, dai quali è stato possibile ottenere ben 27 campioni di DNA etrusco originale.

L’idea di base era: se i Toscani discendono dagli etruschi, confrontando il DNA di toscani moderni e quello antico etrusco, tra i toscani dovremmo trovare tantissime sequenze di DNA identiche a quelle etrusche.

Invece no.
Su 27 sequenze etrusche, in Toscana (campioni presi da Murlo, Casentino e Volterra) ne sono state trovate solo due. Sette sono state trovate in Germania, cinque in Cornovaglia e altre cinque in Anatolia. Bisogna tenere comunque in considerazione che le sequenze antiche non sono perfette, a causa della loro età: il confronto diretto non è ideale perchè il minimo errore può far sembrare diversi due DNA identici.

È necessario quindi un approccio diverso: prendiamo i dati ottenuti sopra come dati di fatto, ma facciamo anche un confronto tra l’insieme delle sequenze antiche e l’insieme di quelle moderne.

I risultati di questo nuovo approccio sono stati questi:
Murlo nel 99,7% dei casi non c’è alcuna continuità genetica con il DNA etrusco.
I campioni di Volterra hanno dato risultati negativi addirittura nel 100% dei casi.
Insomma, è difficile che gli abitanti di queste città discendano anche lontanamente dagli Etruschi.

Nel Casentino invece le cose cambiano radicalmente: l’80% degli esperimenti ha dato risultati positivi di continuità.

I ricercatori che hanno lavorato a questo studio sono andati in Anatolia dell’Ovest a raccogliere personalmente i campioni per fare un raffronto, e hanno scoperto che nell’83% dei casi c’è continuità genealogica con gli etruschi, un risultato molto simile a quello ottenuto nel Casentino.

Il genoma, in Toscana come in tutti i posti del mondo, è molto variegato, ma nel Casentino c’è una percentuale rilevante di similitudine genetica con gli antichi etruschi e i moderni anatolici della Turchia.

In ogni caso, è bene concludere dicendo che le nostre origini biologiche sono molteplici perchè abbiamo tantissimi antenati (andando indietro fino all’anno mille ne avremmo milioni ciascuno!). L’unica cosa che sappiamo per certo è che 60.000 anni fa i nostri antenati erano tutti in Africa, nella Rift Valley: la culla dell’umanità.

La Rift Valley etiope vista dallo spazio Photo: NASA


Questo articolo è un riassunto della bellissima conferenza di Guido Barbujani, professore di genetica all’Università di Ferrara, a cui ho partecipato durante l’edizione del 2010 de i Dialoghi sull’Uomo di Pistoia.  Per chi avesse un’ora da dedicargli, ecco il video dell’evento integrale:

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Machiavelli e i popoli della Valdichiana ribellati

Niccolò Machiavelli è uno dei principali protagonisti del Rinascimento italiano. Fiorentino, fondatore della scienza politica moderna, ha scritto trattati di etica e di politica studiati in tutto il mondo. Soprattutto…

Niccolò Machiavelli è uno dei principali protagonisti del Rinascimento italiano. Fiorentino, fondatore della scienza politica moderna, ha scritto trattati di etica e di politica studiati in tutto il mondo. Soprattutto il famosissimo “De Principatibus (Il Principe)” che illustra i suoi pensieri e i suoi consigli su come organizzare uno stato e mantenere il consenso in maniera stabile e duratura.

Molto meno famoso, ma degno d’interesse, è la breve relazione del Machiavelli dal titolo “Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati”. Scritta nel 1503, la relazione si concentra sulla ribellione al dominio di Firenze da parte degli abitanti della Valdichiana (chiamati semplicemente “gli aretini”) e sulla risposta politica da parte dei fiorentini.

Machiavelli è molto critico nei confronti delle scelte effettuate da Firenze, che non ha raggiunto l’obiettivo finale di sedare la ribellione e ha provocato ulteriore odio da parte dei popoli della Valdichiana. A suo avviso sono stati fatti dei gravi errori di valutazione, poiché ai ribelli non sono stati proposti nè patti benevoli nè sono stati definitivamente distrutti, togliendo ogni possibilità futura di ribellarsi. A supporto della sua posizione, Machiavelli porta l’esempio dell’antica Roma e del suo modo di trattare i popoli ribelli nel Lazio:

“I Romani pensarono una volta, che i popoli ribellati si debbano o beneficare o spegnere, e che ogni altra via sia pericolosissima. A me non pare che voi agli Aretini abbiate fatto nessuna di queste cose, perché e’ non si chiama benefizio ogni dì fargli venire a Firenze, avere tolto loro gli onori, vendere loro le possessioni, sparlarne pubblicamente, avere tenuti loro i soldati in casa. Non si chiama assicurarsene lasciare le mura in piedi, lasciarvene abitare e’ cinque sesti di loro, non dare loro compagnia di abitatori che gli tenghino sotto, e non si governare in modo con loro, che negl’impedimenti e guerre che vi fossero fatte, voi non avessi a tenere più spesa in Arezzo, che all’incontro di quello nimico che vi assaltasse.”

Il modo di affrontare la ribellione dei Romani, per Machiavelli, è quello corretto: non potendo avere la meglio sui Falisci, li distrussero e costruirono una nuova città chiamata Civita Castellana. Firenze, invece, non ha raggiunto un accordo benevolo con Arezzo e la Valdichiana, nè ha distrutto completamente i ribelli: anzi ha imposto gravi tasse e ha spinto la popolazione a odiare ancor di più i loro governanti. Una scelta politica pericolosissima, che non ha risolto il problema, ma anzi l’ha esasperato.

L’intera relazione, per chi fosse interessato, può essere letta su Wikisource. Quello che mi sembra interessante sottolineare, comunque, è che in questo trattato precedente a “Il Principe”, Machiavelli comincia delineare la sua etica. Si comincia a descrivere la necessità di una figura politica che persegue i suoi scopi in modo determinato, usando il buon esempio della storia antica e con particolare attenzione all’etica umanistica piuttosto che alla teologia religiosa. Una figura, quella del Principe, capace di riunire la frammentazione italiana tra Stati divisi e lotte intestine per il potere, corporazioni e clientele. Un’Italia dominata dai compromessi, dalle debolezze dei governanti, incapace di suscitare il senso di appartenenza e di identità tipici di quella che sarebbe diventata la nazione in senso moderno.

Nella relazione sul modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati, inoltre, il Machiavelli pone l’accento su un tema che diventerà fondamentale nei suoi trattati successivi, ovvero sull’atteggiamento che un principe debba tenere nei confronti dei suoi sudditi. Meglio essere amati o temuti? Entrambe le cose, idealmente. Ma è praticamente impossibile per un principe, che è comunque un essere umano, riuscire ad essere contemporaneamente amato e temuto: nel dubbio, quindi, meglio essere temuti. Il principe deve suscitare timore, ma senza mai rendersi odioso, poiché l’odio costituisce il primo stimolo per la ribellione e la perdita del potere, come accaduto con i popoli della Valdichiana.

Il Principe di Machiavelli, quindi, non è perfetto, poiché la perfezione non è umana: è un governante che raggiunge il miglior risultato possibile, prima di tutto per il popolo e per lo Stato. Una figura umana, cinica e concreta, che mette al primo posto la ragion di stato rispetto alla sua stessa poltrona.

Chissà se gli attuali governanti di Roma e di Firenze oppure i politici locali hanno preso spunto dalle parole di Machiavelli e ne condividono l’etica!

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Il Torrione della Fattoria Granducale di Abbadia

Nel nostro viaggio alla scoperta dei luoghi più importanti e caratteristici della Valdichiana senese, non potevo evitare di soffermarmi su un luogo che rappresenta la mezzadria e la bonifica del…

Nel nostro viaggio alla scoperta dei luoghi più importanti e caratteristici della Valdichiana senese, non potevo evitare di soffermarmi su un luogo che rappresenta la mezzadria e la bonifica del nostro territorio, e che è anche un monumento simbolico al passato di tante famiglie locali. Un luogo del cuore, insomma.

torrione 3Il Torrione della Fattoria Granducale di Abbadia è ancora oggi presente al termine della Fila, la lunga strada nei pressi di Valiano che attraversa i poderi dell’antica fattoria, attorno a cui hanno vissuto generazioni di mezzadri, i pilastri della civiltà contadina da cui si è originata l’attuale Valdichiana. Si tratta di un edificio di origine settecentesca, che veniva utilizzato come punto di osservazione sulle colmate della Bonifica della Valdichiana. Originariamente faceva parte della fattoria di Bettolle, ma in epoca ottocentesca venne utilizzato come base per la costruzione delle fattorie granducali di Abbadia e Acquaviva, man mano che la bonifica procedeva e più campagne si liberavano.

Nel corso della sua lunga storia il Torrione è stato utilizzato come granaio, come magazzino, come sede di scuole primarie per tanti figli di contadini, come punto di avvistamento privilegiato sulla bonifica e sulla mezzadria. Nel secondo dopoguerra, divenne anche l’abitazione della guardia campestre e la sede della stalla con i tori della fattoria. Il Torrione ha seguito le vicende della Fattoria Granducale di Abbadia, una tenuta agricola di circa 700 ettari che dalla fine del XIX secolo è passata sotto le proprietà dei conti Bastogi e negli anni ’20 alla famiglia dei fattori Ciuffi. Proprio la famiglia Ciuffi tuttora rimane alla guida dell’azienda agricola proprietaria del Torrione, dopo le varie vicissitudini dovute alla fine del sistema mezzadrile e ai cambiamenti sociali ed economici del secondo dopoguerra.

Il Torrione era anche un luogo simbolico per tutti i mezzadri della fattoria, sempre presente nei loro racconti: oltre a ospitare le scuole primarie, i magazzini o le abitazioni della guardia campestre, era anche un punto di riferimento visivo all’interno della grande tenuta, era un punto di raccolta e di aggregazione della comunità, a testimonianza di un passato che ha dato vita alla Valdichiana così come oggi la conosciamo.

Nonostante questo grande valore storico e culturale, oggi il Torrione è una struttura inagibile e che rischia di andare in rovina. Necessita di interventi di ristrutturazione e di valorizzazione, possibilmente collegati a progetti per il recupero che potrebbero prevedere un collegamento al Sentiero della Bonifica e il ricordo della memoria contadina attraverso un museo dedicato alla mezzadria.

Torrione 2Un’opportunità concreta per recuperare il Torrione è offerta dal censimento del Fondo Ambientale Italiano, “I luoghi del Cuore”, che prevede dei sostegni concreti a progetti di salvaguardia e valorizzazione. Attraverso il censimento del FAI, che prevede la sensibilizzazione e il coinvolgimento dei cittadini attraverso un semplice voto online o una firma, sarà possibile proteggere un luogo simbolico per tutta la Valdichiana. il Torrione fa parte della speciale classifica “Expo 2015 – Nutrire il Pianeta”, dedicata a tutti luoghi legati alla produzione alimentare, con una storia e una peculiarità da tutelare, per non smarrirne la memoria e il significato. I luoghi con il maggior numero di segnalazioni all’interno di questa speciale classifica potranno beneficiare di un intervento diretto da parte del FAI per progetti di recupero e valorizzazione.

Se volete contribuire gratuitamente a proteggere il Torrione, potete sostenere il progetto attraverso un semplice voto online a questo link: Luoghi del Cuore FAI

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La pesca nei laghi della Valdichiana – seconda parte

Dopo la prima parte, continua la storia della pesca antica nelle acque dei laghi della Valdichiana e del Trasimeno Nella Valdichiana, i chiari di Chiusi e Montepulciano, sin dal XII…

Dopo la prima parte, continua la storia della pesca antica nelle acque dei laghi della Valdichiana e del Trasimeno

Nella Valdichiana, i chiari di Chiusi e Montepulciano, sin dal XII secolo, sono stati al centro di tante attività umane di cui una importante quale è stata la pesca. Qui, pescatori e agricoltori sono vissuti quasi in simbiosi, anzi spesso e volentieri, visto il limitato profitto che si ricavava dalle acque, i pescatori sono stati anche coltivatori, come dimostra il fatto che l’attività della pesca era ed è stata svolta, quasi per tutto il Novecento, da cooperative i cui soci esercitavano tutte e due le professioni.

Il pesce era un alimento necessario per la sopravvivenza in tempi di non grande ricchezza alimentare e un cibo prescritto per determinati giorni della settimana e periodi dell’anno. E così è stato per lunghi secoli, fino, per rimanere in Toscana e nell’Umbria, al 1950 circa, quando entra in crisi il sistema mezzadrile ed avviene il fenomeno della grande fuga dalle campagne, con relativo spopolamento. L’attività di pesca nelle acque dei laghi dalla fine degli anni 1940 fino al 1990 circa, era praticata in buona parte da pescatori abitanti sulle rive perugine dei laghi mentre sulle rive toscane dei Chiari, l’attività principale era di tipo agricolo. Oggi, nei due laghi, praticano la pesca meno di una decina di pescatori professionisti di cui alcuni giovanissimi.

Riguardo alla pesca nel lago Trasimeno e nel Chiugi, Leopoldo Boscherini, così descrive questa pratica in alcune pagine di storia medievale: “A metà del XIII secolo circa, il comune di Perugia aveva assunto il pieno dominio sul lago Trasimeno e sulle terre del Chiugi e poco dopo la Comunantia fructus aque Lacus e la Comunantia pasture Chiuscii, istituite “ad hoc”, ebbero un posto preminente nell’elenco delle voci che costituivano il sistema tributario perugino in età comunale. La prima era l’entrata derivante dal pagamento del prezzo dell’appalto della gabella sul pesce pescato nel lago Trasimeno e sugli altri prodotti del lago: uccelli presi nell’acqua o a cinquanta passi dalla riva, l’uso delle macerine per le canapi e per il lino……Con i quasi cinquemila quintali di pesce che se ne potevano trarre annualmente, il Trasimeno era una riserva patrimoniale di tutto rispetto, sia per le entrate fiscali del comune, sia per i profitti degli appaltatori che si succedevano periodicamente nel suo sfruttamento. La normativa fiscale sui frutti del lago era la seguente. Un terzo di tutte le specie di pesci tratti dal lago, ad eccezione delle anguille, doveva essere versato nella cassa comunale”.

La pesca dei tori

La pesca dei tori

Il sistema di pesca tipico del Trasimeno di quell’epoca, fu quello con i tori, qui di seguito pubblichiamola sua descrizione redatta dall’ITC “A.Capitini”: “La pesca dei tori è un antico metodo di pesca risalente al Medioevo che coinvolgeva tutta la comunità per un lungo periodo di tempo, da alcuni secoli tuttavia non è più in uso a causa dell’introduzione di nuove tecnologie. Il termine toro deriva dal latino “torus” che significa “mucchio”, riferito ai cumuli di fascine che costituivano uno dei principali strumenti utilizzati, infatti il principio era che le tinche e le anguille qui si sarebbero rifugiate durante l’inverno. A giugno i pescatori iniziavano a preparare il toro con il taglio delle fronde delle querce e dei cerri che si facevano poi macerare nelle acque. In estate poi, le fronde si trasportavano con dei barconi da carico in zone del lago sgombre da vegetazione e venivano sistemate in grandi cumuli sommersi dal diametro di cinque – sei metri e di tre metri d’altezza. Intorno al mucchio si disponeva una doppia palizzata che formava un corridoio circolare largo cinque metri su cui veniva appesa una rete di canapa che si faceva scendere fino sul fondo del lago. La fase successiva consisteva nella rimozione della legna, che veniva depositata all’esterno per formare la base di un nuovo toro. A questo punto i pesci erano spinti nel corridoio, dove si rifugiavano in fascine sospese nell’acqua. Dopo una pausa di cinque o sei ore i pescatori sollevano il secondo lembo della rete imprigionando i pesci in un alveo circolare, che, tolte le fascine, era ridotto fino a quando si riuscivano a far passare i pesci in una rete a sacco ,”il mutilo”, per portarli a riva. L’ultimo atto era lo smontaggio della palizzata con il successivo trasporto a terra dei tronchi e la messa ad asciutto della rete”.

La pesca nel Trasimeno oggi : “Sul Trasimeno la pesca rimane un’attività di grande importanza economica, seppure in lento declino per mancanza di ricambio tra le file dei pescatori di cui oggi ne restano centocinquanta professionisti. Gli attrezzi in uso hanno comunque notevolmente accresciuto la propria efficacia da quando, per la fabbricazione delle reti, sono state abbandonate le fibre naturali per quelle sintetiche. Lo strumento più caratteristico è il “Tofo”, altro attrezzo è “l’Altana”, altro sistema di pesca ancora in uso sul Trasimeno è la “Fila”.

Tofi sul Trasimeno

Tofi sul Trasimeno

Nel territorio tra i tre laghi esistono delle realtà museali dove approfondire il tema dedicato alla pesca. Ecco dove si trovano i musei che se ne occupano:

  1. All’interno del Centro visite della Riserva Naturale del lago di Montepulciano in loc. la Casetta , esiste il Museo delle Memorie del Lago e Storia della Val di Chiana che tratta la storia del paesaggio e della pesca sul lago di Montepulciano e dei diversi modi e usi dell’impagliatura, gli utensili giornalieri e quelli per la caccia. Via del Lago, 1 – Loc. Tre Berte – Montepulciano (Si) – Tel. 0578 767343; cell. 366 32.43.647 – http://www.amicilagodimontepulciano.it
  2. Presso il Museo Civico “La città sotterranea” di Chiusi nella sezione delle “Attività produttive”, si trattano le tecniche di pesca, delle attrezzature, delle imbarcazioni e dei prodotti animali e vegetali del lago di Chiusi e della storia della bonifica della Val di Chiana. Via II Ciminia, 2 – 53043 Chiusi (Siena) Tel. 0578 20915; 0578 227667; cell. 334 6266852 – http://www.museisenesi.org/pagine/informazioni-020
  3. A San Feliciano di Magione, il Museo della pesca del lago Trasimeno descrive la vita del lago Trasimeno, dell’ambiente biologico animale e vegetale e della storia dell’uomo che ne abita le rive attraverso gli strumenti e le tecniche di pesca: imbarcazioni, reti, vari strumenti di cattura. Via Lungolago della Pace e del Lavoro, 20 – San Feliciano – Magione (PG) – Tel. 075 8479261 – http://www.magionecultura.it/default2.asp?active_page_id=4
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La pesca nei laghi della Valdichiana – Prima parte

Storia della pesca antica nelle acque dei laghi della Valdichiana e del Trasimeno La storia della pesca coincide con la storia dell’uomo e quella dell’uomo coincide con la storia dell’amo….

Storia della pesca antica nelle acque dei laghi della Valdichiana e del Trasimeno

La storia della pesca coincide con la storia dell’uomo e quella dell’uomo coincide con la storia dell’amo. I primi ami pare fossero di legno. Gli indiani d’America li ricavavano dagli artigli del falco e dal becco delle aquile, già naturalmente ricurvi. Con la scoperta di nuovi materiali, anche l’amo muto, comparvero così nel 4000 a. C. circa gli ami in rame, poi quelli in bronzo e infine gli ami in ferro.

Nella preistoria, la pesca, con la caccia e la raccolta spontanea è stata un’attività primordiale dell’uomo. Già nel paleolitico gli uomini si cibavano di pesci, come dimostrato dai resti di pasti ritrovati. Una prova è considerata una scultura su osso, proveniente dalla famosa caverna de la Madelaine in Dordogna (Francia) che rappresenta un uomo con un arpione sulla schiena. In quasi tutte le località dove sorgevano villaggi su palafitte sono stati trovati reperti che provano come circa 6000 – 3000 anni fa, anche l’arte della pesca fosse molto sviluppata. In molti luoghi i reperti hanno conservato un ottimo stato grazie al substrato geologico, cosi è stato possibile ritrovare non solo ami di corno di cervo, zanna di cinghiale o di bronzo, arpioni di osso, frecce, lance ma persino resti di reti da pesca ed è curioso constatare come i nodi usati fossero uguali a quelli attuali mentre per sostenere le reti in acqua si usavano galleggianti fatti di corteccia d’albero e per tenderla dei pesi di terracotta.

Di questo periodo, va ricordato che sulle rive del lago Trasimeno, presso la località “La Valle” di San Savino, di notevole interesse sono stati i rinvenimenti archeologici di un insediamento di pescatori riferibile all’Età del Bronzo recente-finale (1.350 -1.000 a.C.).

La pesca al tempo degli Etruschi e dei Romani

Tra le testimonianze e i reperti archeologici etruschi pervenuti su questa pratica si possono annoverare i pesi da rete in argilla o in pietra a forma discoidale con foro centrale, ami e aghi in bronzo usati per riparare le reti, un frammento di brocca d’impasto di Veio (VII sec. a. C.), dove è raffigurata un’imbarcazione con vela e remi dalla quale sporge un arpione che infilza un pesce; alcune scene di pesca compaiono nelle necropoli di importanti città della dodecapoli etrusca. Tra le più affascinanti, va citato il dipinto raffigurante una battuta di pesca tratteggiata nella Tomba della Caccia e della Pesca di Tarquinia, qui con vivace maestria, si ammira una scena di pesca con la lenza e con la fiocina.

2 -i laghi dal satelliteAnche gli antichi Romani praticavano la pesca. Sui mosaici che decorano le pareti e i pavimenti delle loro architetture, i motivi della pesca e dei pesci sono frequenti. I Romani sono stati tra i primi a promulgare alcune leggi sulla pesca ed uno dei principi fondamentali affermava che ”il pesce è un bene senza proprietari per cui appartiene a chi lo cattura”. La pesca era libera solo sul territorio dello Stato e come tale erano considerate quelle parti dei laghi e dei fiumi che restavano di norma sommerse anche con l’acqua bassa. Le rive e le spiagge erano però di proprietà privata e la pesca era pertanto permessa soltanto al proprietario del suolo. Alcuni scrittori romani come Plinio, Eliano, Oppiano, Decimo e Ausonio Magno testimoniano della grande importanza della pesca, nei loro testi si descrivono varie specie di pesci, la tecnica della pesca con lo “sparviero”.

Localmente, in epoca etrusco-romana era importante la pesca praticata nelle acque dolci di fiumi e corsi d’acqua a lento deflusso come il Clanis in Valdichiana e nel lago Trasimeno. L’attività veniva praticata con la lenza o la rete (filum), quest’ultima, realizzata in filo di lino, poteva essere a strascico (tragum), a lancio (iaculum) o a “posta fissa”. La pesca a “posta fissa” era sia attiva che passiva. Nella prima si ricorda da parte di alcuni che le reti venissero distese durante il giorno a semicerchio, sopratutto lungo le rive e in prossimità dei canneti, per poi spingervi i pesci rumoreggiando nell’acqua con pietre, bastoni o remi. Nella pesca passiva le reti erano invece calate durante la notte, legate le une alle altre e raccolte al mattino con le prede rimaste impigliate durante i loro movimenti erratici notturni.

Tra i siti e reperti archeologici, si ricorda in Valdichiana, il porto Etrusco di Brolio di Castiglion Fiorentino, del verosimile Porto Etrusco-Romano di Clusium a Chiusi Stazione e vari reperti ceramici etruschi ritrovati presso la darsena del Club Velico di Castiglione del Lago e alcune monete romane dell’imperatore Claudio presso l’Emissario di San Savino.

(continua…)

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Storie dalla mezzadria: la divisione della famiglia

All’epoca della mezzadria, che ha caratterizzato la storia agricola della Valdichiana, era la famiglia contadina ad adattarsi al podere, in modo da coltivarlo in maniera adeguata e garantirsi la sopravvivenza;…

All’epoca della mezzadria, che ha caratterizzato la storia agricola della Valdichiana, era la famiglia contadina ad adattarsi al podere, in modo da coltivarlo in maniera adeguata e garantirsi la sopravvivenza; la famiglia era la variabile dipendente, mentre le dimensioni del podere erano un vincolo indiscutibile. Se la famiglia non aveva sufficienti membri attivi, non riusciva a svolgere tutte le attività agricole necessarie; se invece cresceva di numero, doveva effettuare una divisione o convincere il fattore a spostarla in un podere più grande.

La famiglia contadina, quindi, era costretta a una continua pianificazione delle proprie strategie produttive e riproduttive, in modo da aver sempre un sufficiente numero di membri attivi e potersi guadagnarsi l’accesso a un podere sempre migliore. Le strategie di crescita demografica e di comportamento sociale erano la loro principale autonomia: forme tipiche potevano essere il celibato, o l’intervallo tra i matrimoni nei fratelli.

La strategia di pianificazione familiare più utilizzata era quella della divisione. Generalmente, quando la famiglia mezzadrile era capace di esprimere una forza-lavoro superiore a quella necessaria per il podere, e quando la fattoria non poteva concedere dei poderi più grandi e redditizi, avveniva una divisione. Nella storia di ogni famiglia mezzadrile, a intervalli più o meno regolari, emergevano le separazioni tra le varie linee di discendenza.

I singoli nuclei della famiglia allargata potevano essere tutti oggetto di nuove divisioni. Nel podere doveva sempre rimanere il numero necessario di membri per garantire la conduzione dei terreni e la corretta riproduzione dell’unità lavorativa. I nuclei che si dividevano dalla famiglia d’origine potevano trovare posto in un altro podere della stessa fattoria, o trasferirsi in un’altra azienda agricola. La propagazione di questi nuclei generava nuove stirpi familiari, che non mantenevano più alcun legame economico con la famiglia d’origine.

Nel momento della partenza di uno o più nuclei, la famiglia operava una divisione del patrimonio. Venivano calcolati i valori di tutti gli averi, dagli oggetti al denaro, e venivano stabilite delle parti per dividerli accuratamente. Le parti stabilivano le quote che spettavano a ciascun membro della famiglia, a cui veniva attribuito un punteggio; tale punteggio teneva conto del lavoro fornito alla famiglia e al podere, secondo una precisa scala economica. I punti variavano secondo l’età e il sesso; solitamente era il maschio in età adulta a ottenere un punteggio “pieno”, mentre donne, anziani e bambini avevano un punteggio via via minore. Ogni nucleo aveva diritto a una parte del patrimonio, in maniera proporzionale al punteggio ottenuto dai membri che lo componevano.

La divisione era definitiva e irreversibile; i nuclei che si dividevano non tornavano nella famiglia d’origine, ma formavano una nuova stirpe familiare. La sezione che si separava diventava una nuova famiglia mezzadrile a tutti gli effetti, e ricostituiva in un altro podere tutti i ruoli della famiglia d’origine, dal capoccia alla massaia. Nessun legame economico veniva mantenuto tra le due sezioni; ogni forma di patrimonio veniva divisa in base ai punteggi, in modo che ogni capoccia potesse disporre interamente degli averi di ogni rispettiva famiglia.

Nella famiglia mezzadrile, infatti, non esisteva autonomia individuale dal punto di vista economico: ogni singolo reddito entrava a far parte del patrimonio collettivo, così come ogni salario eventualmente riscosso da chi lavorava fuori della fattoria. I membri della famiglia non risparmiavano per sé o per il proprio nucleo, ma concorrevano al patrimonio collettivo e ricevevano la loro parte dal capoccia a ogni divisione.

(Tratto da “Dopo la Mezzadria. Scelte lavorative e familiari nella Valdichiana senese”, Alessio Banini, 2013, Edizioni Effigi)

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Il ruolo della donna nella famiglia mezzadrile

Nella civiltà contadina della Valdichiana, il ruolo della donna risentiva delle caratteristiche del contratto di mezzadria. La discendenza familiare si strutturava infatti attorno ai figli maschi, che garantivano la produttività…

Nella civiltà contadina della Valdichiana, il ruolo della donna risentiva delle caratteristiche del contratto di mezzadria. La discendenza familiare si strutturava infatti attorno ai figli maschi, che garantivano la produttività del podere, mentre le figlie femmine erano destinate a uscire dalla casa d’origine.

Il ruolo della donna nella famiglia mezzadrile, quindi, era decisamente dipendente da quello degli uomini. La donna, chiamata spesso sposa, assumeva il suo stato sociale con il matrimonio. Nel momento in cui si sposava, lasciava la famiglia d’origine per entrare a far parte della nuova famiglia; da quel momento in poi ristabiliva i rapporti di parentela nel nuovo gruppo, cominciando a chiamare gli affini come il marito e rafforzando i legami con i parenti acquisiti (chiamava “babbo” e “mamma” i suoceri, ad esempio).

La vita sociale della donna era divisa in due fasi. La prima, nella famiglia d’origine, in cui era una sorella destinata a uscire di casa con il matrimonio; la seconda, nella nuova parentela acquisita, come moglie entrata in sostituzione di una sorella. La famiglia mezzadrile scambiava le sorelle con le mogli; laddove la sorella era transitoria, il fratello costituiva la base del gruppo e ne garantiva la discendenza, sostituendosi ai padri e ai nonni con il passare delle generazioni.

Nella vita della donna, ai tempi della mezzadria, appariva fortemente la cesura operata dal matrimonio, che segnava il passaggio dalla famiglia del padre a quella del marito e che poteva considerarsi come una transizione rituale dall’età dell’adolescenza all’età adulta.

Il maschio a capo della famiglia, il capoccia, era l’autorità del podere, responsabile dei rapporti con la fattoria e con il mondo esterno; aveva un importante potere decisionale su ogni aspetto della vita familiare, sui comportamenti dei singoli e sulle scelte domestiche. La gerarchia familiare era quindi rigidamente sottomessa al capoccia, ma non era l’unica figura autoritaria. Un altro ruolo importante era quello della massaia, che dirigeva le attività femminili e gli impegni domestici. Era la responsabile dei pasti e dell’educazione delle nuove spose, si prendeva cura dei bambini e degli anziani, si occupava del pollaio e dell’orto. In genere la massaia era la moglie del capoccia, ma non necessariamente; solitamente era la sposa più vecchia, che deteneva le tradizioni domestiche della famiglia mezzadrile.

Così come il capoccia, la massaia esercitava un notevole potere all’interno della famiglia mezzadrile e costituiva il ruolo femminile di maggiore importanza. Sia il capoccia che la massaia rimanevano in carica finché riuscivano a svolgere con efficienza il loro compito; anche se poteva essere una carica ereditaria e irreversibile, generalmente era la famiglia nel suo insieme a decidere i rispettivi ruoli.

(Tratto da “Dopo la Mezzadria. Scelte lavorative e familiari nella Valdichiana senese”, Alessio Banini, 2013, Edizioni Effigi)

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La famiglia contadina e il contratto di mezzadria

La mezzadria era un contratto agrario di origine antica, che è stato il fondamento della civiltà contadina in Valdichiana. Il contratto veniva stipulato tra un mezzadro, che rappresentava anche la…

La mezzadria era un contratto agrario di origine antica, che è stato il fondamento della civiltà contadina in Valdichiana. Il contratto veniva stipulato tra un mezzadro, che rappresentava anche la sua famiglia, e il proprietario, che concedeva l’utilizzo dei terreni in cambio della divisione dei prodotti e degli utili. La fattoria del proprietario veniva divisa in più poderi, che ospitavano altrettante famiglie di mezzadri. Nel podere, sufficientemente grande da garantire il sostentamento dei contadini che vi abitavano, era presente anche una casa colonica; tutti i membri della famiglia abitavano nella stessa casa e partecipavano alla conduzione dei terreni.

La mezzadria non era solamente un contratto agrario, ma anche un rapporto sociale: era infatti un’istituzione che legava tutta la famiglia al proprietario terriero. La famiglia poteva raggiungere un numero elevato di membri, anche venti o trenta. I membri della famiglia erano uniti da una linea di discendenza maschile: erano infatti i figli maschi a costituire il fulcro dei rapporti di parentela. Le figlie femmine uscivano di casa al momento del matrimonio, in seguito al quale la coppia di sposi andava a vivere all’interno del podere del padre del marito.

La famiglia mezzadrile non era solamente un gruppo di parenti, ma una vera e propria famiglia composta da più nuclei: i fratelli convivevano con le rispettive mogli e i figli, nella stessa casa colonica. Tutti i membri della famiglia dovevano partecipare alla conduzione del podere: dall’aratura alla semina, dalla potatura delle piante alla cura del bestiame. La famiglia contadina si occupava di tutto, come una piccola azienda agricola a conduzione familiare. Generalmente, tutti sapevano fare tutto, ma ognuno aveva i suoi compiti specifici: il bifolco si occupava degli animali nella stalla, la massaia si occupava dei pasti, i bambini aiutavano i grandi con piccoli lavoretti, e così via.

Il capoccia era il responsabile della produttività familiare, che manteneva i rapporti con il fattore e con il proprietario terriero. La famiglia aveva bisogno di un numero di membri attivi che permettesse di condurre il podere senza perdite, e che garantisse una discendenza capace di sostenere il ciclo produttivo. Il numero dei maschi all’interno della famiglia era sia indice di un’elevata produttività presente che di un adeguato rinnovamento futuro.

L’eccessiva ampiezza o ristrettezza di una famiglia contadina era un possibile motivo di disdetta dal contratto di mezzadria. In tal caso, i mezzadri dovevano lasciare la terra e l’abitazione, trasferendosi in una nuova fattoria assieme ai pochi averi. Non avendo alcuna proprietà della terra che coltivavano, nel momento di passaggio da una fattoria all’altra si rivelava la loro precaria condizione, sempre tesa tra dipendenza e piccola proprietà.

(Tratto da “Dopo la Mezzadria. Scelte lavorative e familiari nella Valdichiana senese”, Alessio Banini, 2013, Edizioni Effigi)

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The Etruscan Temple of Fucoli

Let’s continue our journey, in order to discover the most interesting places of the Valdichiana senese: today we will talk about the Etruscan Temple of Fucoli, in Chianciano. It proves…

Let’s continue our journey, in order to discover the most interesting places of the Valdichiana senese: today we will talk about the Etruscan Temple of Fucoli, in Chianciano. It proves the old age of the town, and it has been famous since Etruscan times for the beneficial properties of its waters. Even today the civic museums have many collections of canopic jars, remains of a necropolis and of the Etruscan civilization, which are open to tourists. 

thesanThe area of Chianciano hosted an important Etruscan Centre since the 5th century BC, which stood on a hill overlooking the Valdichiana and its agricultural production, along the road that provided the link between the Northern Etruria and the Mediterranean Sea. Thanks to its location and the exploitation of its springs, Chianciano was an important Etruscan Centre.

The Temple of Fucoli is one of the most important examples of this past, whose findings are rather recent and represent one of the most important archaeological discoveries of the Valdichiana. The remains of the temple were discovered in 1986 by a local archaeological association, at a short distance from the source of thermal water of Fucoli, located just down the Valley of the river Astrone, the ancient road on which stood the Etruscan Centre of Chianciano.
The main finding of the excavations consisted of a terracotta pediment, dating from the 2nd century BC, as well as ritual materials and votive offerings. On the pediment were applied, through iron nails, mythological animals; the Temple faced a square near the thermal area, and it was supported by columns and decorated plates. Another very interesting thing is a manly, bearded head found near Fucoli; the decoration was part of sacred building ornaments, along with other statues depicting Thesan, the goddess of dawn, and Tinia, the father of the gods.

The remains of the Etruscan Temple of Fucoli are kept in the Museo Civico Archeologico delle Acque. The Museum, which opened in 1997, has been strongly desired by the Geoarchaelogical Association of Chianciano and municipal administration, in order to offer the right tribute to local excavations and to donations of private citizens. The location offered by the Museum is a tribute to the Etruscan civilization: the visit is organized by thematic sections, which deepen the aspects of the life and death of the ancient inhabitants of the Valdichiana.

If you want to visit what remains of the Temple of Fucoli and the collection of findings from necropolises, all you have to do is visit the Museo Civico Archeologico delle Acque, take a dip in the past of the Etruscan civilization.

 

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Il tempio etrusco dei Fucoli

Continua il viaggio alla scoperta dei luoghi più interessanti della Valdichiana senese: oggi parliamo del tempio etrusco dei Fucoli a Chianciano. Si tratta di una delle testimonianze dell’antichità di questa…

Continua il viaggio alla scoperta dei luoghi più interessanti della Valdichiana senese: oggi parliamo del tempio etrusco dei Fucoli a Chianciano. Si tratta di una delle testimonianze dell’antichità di questa cittadina, famosa fin dal tempo degli Etruschi per le proprietà benefiche delle sue acque. Ancora oggi i musei civici dei dintorni presentano numerose collezioni di canopi, resti di necropoli e vestigia della civiltà etrusca, a disposizione dei turisti e degli abitanti.

thesanLa zona di Chianciano doveva ospitare un importante centro etrusco fin dal V secolo a.C. che sorgeva su una collina che domina la Valdichiana e le sue produzione agricole, lungo la strada che forniva il collegamento tra l’Etruria settentrionale e il mar Mediterraneo. In virtù della sua posizione e dello sfruttamento delle sue sorgenti, Chianciano era un centro etrusco di notevole importanza.

Il tempio dei Fucoli è una delle più importanti testimonianze di questo passato, i cui ritrovamenti sono piuttosto recenti e rappresentano una delle scoperte archeologiche più importanti della Valdichiana. I resti del tempio furono scoperti nel 1986 dall’Associazione archeologica locale, a poca distanza dalla sorgente di acqua termale dei Fucoli, situata proprio lungo la valle del torrente Astrone, l’antica via di comunicazione su cui sorgeva il centro etrusco di Chianciano.

Il principale ritrovamento degli scavi consisteva in un frontone fittile di terracotta, risalente al II secolo a.C, oltre a materiali rituali e tavolette votive. Sul frontone erano applicate, attraverso dei chiodi di ferro, figure di animali mitologici; il tempio doveva trovarsi di fronte a un piazzale nei pressi dell’area termale, sorretto da colonne e lastre decorate. Di particolare interesse è anche una testa virile barbuta, rinvenuta anch’essa nei presso dei Fucoli; la decorazione era parte degli ornamenti di un edificio sacro, assieme ad altre statue raffiguranti Thesan, la dea dell’aurora, e Tinia, il padre degli dèi.testa barbuta

I resti del tempio etrusco dei Fucoli sono oggi conservati nel Museo Civico Archeologico delle Acque. Il museo, inaugurato nel 1997, è stato fortemente voluto dall’Associazione Geoarcheologica di Chianciano e dall’Amministrazione Comunale, per offrire il giusto tributo ai reperti degli scavi locali e alle donazioni di privati cittadini. Il percorso offerto dal museo è un omaggio alla civiltà etrusca: la visita è infatti organizzata per sezioni tematiche, che approfondiscono gli aspetti della vita e della morte degli antichi abitanti della Valdichiana.

Se volete visitare ciò che resta del tempio dei Fucoli e la collezione dei reperti provenienti dalle necropoli limitrofe, pertanto, non vi resta che visitare il Museo Civico Archeologico delle Acque, e fare un tuffo nel passato della civiltà etrusca.

(Photo credits by www.museoetrusco.it)

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