La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Storia

La pesca nei laghi della Valdichiana – seconda parte

Dopo la prima parte, continua la storia della pesca antica nelle acque dei laghi della Valdichiana e del Trasimeno Nella Valdichiana, i chiari di Chiusi e Montepulciano, sin dal XII…

Dopo la prima parte, continua la storia della pesca antica nelle acque dei laghi della Valdichiana e del Trasimeno

Nella Valdichiana, i chiari di Chiusi e Montepulciano, sin dal XII secolo, sono stati al centro di tante attività umane di cui una importante quale è stata la pesca. Qui, pescatori e agricoltori sono vissuti quasi in simbiosi, anzi spesso e volentieri, visto il limitato profitto che si ricavava dalle acque, i pescatori sono stati anche coltivatori, come dimostra il fatto che l’attività della pesca era ed è stata svolta, quasi per tutto il Novecento, da cooperative i cui soci esercitavano tutte e due le professioni.

Il pesce era un alimento necessario per la sopravvivenza in tempi di non grande ricchezza alimentare e un cibo prescritto per determinati giorni della settimana e periodi dell’anno. E così è stato per lunghi secoli, fino, per rimanere in Toscana e nell’Umbria, al 1950 circa, quando entra in crisi il sistema mezzadrile ed avviene il fenomeno della grande fuga dalle campagne, con relativo spopolamento. L’attività di pesca nelle acque dei laghi dalla fine degli anni 1940 fino al 1990 circa, era praticata in buona parte da pescatori abitanti sulle rive perugine dei laghi mentre sulle rive toscane dei Chiari, l’attività principale era di tipo agricolo. Oggi, nei due laghi, praticano la pesca meno di una decina di pescatori professionisti di cui alcuni giovanissimi.

Riguardo alla pesca nel lago Trasimeno e nel Chiugi, Leopoldo Boscherini, così descrive questa pratica in alcune pagine di storia medievale: “A metà del XIII secolo circa, il comune di Perugia aveva assunto il pieno dominio sul lago Trasimeno e sulle terre del Chiugi e poco dopo la Comunantia fructus aque Lacus e la Comunantia pasture Chiuscii, istituite “ad hoc”, ebbero un posto preminente nell’elenco delle voci che costituivano il sistema tributario perugino in età comunale. La prima era l’entrata derivante dal pagamento del prezzo dell’appalto della gabella sul pesce pescato nel lago Trasimeno e sugli altri prodotti del lago: uccelli presi nell’acqua o a cinquanta passi dalla riva, l’uso delle macerine per le canapi e per il lino……Con i quasi cinquemila quintali di pesce che se ne potevano trarre annualmente, il Trasimeno era una riserva patrimoniale di tutto rispetto, sia per le entrate fiscali del comune, sia per i profitti degli appaltatori che si succedevano periodicamente nel suo sfruttamento. La normativa fiscale sui frutti del lago era la seguente. Un terzo di tutte le specie di pesci tratti dal lago, ad eccezione delle anguille, doveva essere versato nella cassa comunale”.

La pesca dei tori

La pesca dei tori

Il sistema di pesca tipico del Trasimeno di quell’epoca, fu quello con i tori, qui di seguito pubblichiamola sua descrizione redatta dall’ITC “A.Capitini”: “La pesca dei tori è un antico metodo di pesca risalente al Medioevo che coinvolgeva tutta la comunità per un lungo periodo di tempo, da alcuni secoli tuttavia non è più in uso a causa dell’introduzione di nuove tecnologie. Il termine toro deriva dal latino “torus” che significa “mucchio”, riferito ai cumuli di fascine che costituivano uno dei principali strumenti utilizzati, infatti il principio era che le tinche e le anguille qui si sarebbero rifugiate durante l’inverno. A giugno i pescatori iniziavano a preparare il toro con il taglio delle fronde delle querce e dei cerri che si facevano poi macerare nelle acque. In estate poi, le fronde si trasportavano con dei barconi da carico in zone del lago sgombre da vegetazione e venivano sistemate in grandi cumuli sommersi dal diametro di cinque – sei metri e di tre metri d’altezza. Intorno al mucchio si disponeva una doppia palizzata che formava un corridoio circolare largo cinque metri su cui veniva appesa una rete di canapa che si faceva scendere fino sul fondo del lago. La fase successiva consisteva nella rimozione della legna, che veniva depositata all’esterno per formare la base di un nuovo toro. A questo punto i pesci erano spinti nel corridoio, dove si rifugiavano in fascine sospese nell’acqua. Dopo una pausa di cinque o sei ore i pescatori sollevano il secondo lembo della rete imprigionando i pesci in un alveo circolare, che, tolte le fascine, era ridotto fino a quando si riuscivano a far passare i pesci in una rete a sacco ,”il mutilo”, per portarli a riva. L’ultimo atto era lo smontaggio della palizzata con il successivo trasporto a terra dei tronchi e la messa ad asciutto della rete”.

La pesca nel Trasimeno oggi : “Sul Trasimeno la pesca rimane un’attività di grande importanza economica, seppure in lento declino per mancanza di ricambio tra le file dei pescatori di cui oggi ne restano centocinquanta professionisti. Gli attrezzi in uso hanno comunque notevolmente accresciuto la propria efficacia da quando, per la fabbricazione delle reti, sono state abbandonate le fibre naturali per quelle sintetiche. Lo strumento più caratteristico è il “Tofo”, altro attrezzo è “l’Altana”, altro sistema di pesca ancora in uso sul Trasimeno è la “Fila”.

Tofi sul Trasimeno

Tofi sul Trasimeno

Nel territorio tra i tre laghi esistono delle realtà museali dove approfondire il tema dedicato alla pesca. Ecco dove si trovano i musei che se ne occupano:

  1. All’interno del Centro visite della Riserva Naturale del lago di Montepulciano in loc. la Casetta , esiste il Museo delle Memorie del Lago e Storia della Val di Chiana che tratta la storia del paesaggio e della pesca sul lago di Montepulciano e dei diversi modi e usi dell’impagliatura, gli utensili giornalieri e quelli per la caccia. Via del Lago, 1 – Loc. Tre Berte – Montepulciano (Si) – Tel. 0578 767343; cell. 366 32.43.647 – http://www.amicilagodimontepulciano.it
  2. Presso il Museo Civico “La città sotterranea” di Chiusi nella sezione delle “Attività produttive”, si trattano le tecniche di pesca, delle attrezzature, delle imbarcazioni e dei prodotti animali e vegetali del lago di Chiusi e della storia della bonifica della Val di Chiana. Via II Ciminia, 2 – 53043 Chiusi (Siena) Tel. 0578 20915; 0578 227667; cell. 334 6266852 – http://www.museisenesi.org/pagine/informazioni-020
  3. A San Feliciano di Magione, il Museo della pesca del lago Trasimeno descrive la vita del lago Trasimeno, dell’ambiente biologico animale e vegetale e della storia dell’uomo che ne abita le rive attraverso gli strumenti e le tecniche di pesca: imbarcazioni, reti, vari strumenti di cattura. Via Lungolago della Pace e del Lavoro, 20 – San Feliciano – Magione (PG) – Tel. 075 8479261 – http://www.magionecultura.it/default2.asp?active_page_id=4
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La pesca nei laghi della Valdichiana – Prima parte

Storia della pesca antica nelle acque dei laghi della Valdichiana e del Trasimeno La storia della pesca coincide con la storia dell’uomo e quella dell’uomo coincide con la storia dell’amo….

Storia della pesca antica nelle acque dei laghi della Valdichiana e del Trasimeno

La storia della pesca coincide con la storia dell’uomo e quella dell’uomo coincide con la storia dell’amo. I primi ami pare fossero di legno. Gli indiani d’America li ricavavano dagli artigli del falco e dal becco delle aquile, già naturalmente ricurvi. Con la scoperta di nuovi materiali, anche l’amo muto, comparvero così nel 4000 a. C. circa gli ami in rame, poi quelli in bronzo e infine gli ami in ferro.

Nella preistoria, la pesca, con la caccia e la raccolta spontanea è stata un’attività primordiale dell’uomo. Già nel paleolitico gli uomini si cibavano di pesci, come dimostrato dai resti di pasti ritrovati. Una prova è considerata una scultura su osso, proveniente dalla famosa caverna de la Madelaine in Dordogna (Francia) che rappresenta un uomo con un arpione sulla schiena. In quasi tutte le località dove sorgevano villaggi su palafitte sono stati trovati reperti che provano come circa 6000 – 3000 anni fa, anche l’arte della pesca fosse molto sviluppata. In molti luoghi i reperti hanno conservato un ottimo stato grazie al substrato geologico, cosi è stato possibile ritrovare non solo ami di corno di cervo, zanna di cinghiale o di bronzo, arpioni di osso, frecce, lance ma persino resti di reti da pesca ed è curioso constatare come i nodi usati fossero uguali a quelli attuali mentre per sostenere le reti in acqua si usavano galleggianti fatti di corteccia d’albero e per tenderla dei pesi di terracotta.

Di questo periodo, va ricordato che sulle rive del lago Trasimeno, presso la località “La Valle” di San Savino, di notevole interesse sono stati i rinvenimenti archeologici di un insediamento di pescatori riferibile all’Età del Bronzo recente-finale (1.350 -1.000 a.C.).

La pesca al tempo degli Etruschi e dei Romani

Tra le testimonianze e i reperti archeologici etruschi pervenuti su questa pratica si possono annoverare i pesi da rete in argilla o in pietra a forma discoidale con foro centrale, ami e aghi in bronzo usati per riparare le reti, un frammento di brocca d’impasto di Veio (VII sec. a. C.), dove è raffigurata un’imbarcazione con vela e remi dalla quale sporge un arpione che infilza un pesce; alcune scene di pesca compaiono nelle necropoli di importanti città della dodecapoli etrusca. Tra le più affascinanti, va citato il dipinto raffigurante una battuta di pesca tratteggiata nella Tomba della Caccia e della Pesca di Tarquinia, qui con vivace maestria, si ammira una scena di pesca con la lenza e con la fiocina.

2 -i laghi dal satelliteAnche gli antichi Romani praticavano la pesca. Sui mosaici che decorano le pareti e i pavimenti delle loro architetture, i motivi della pesca e dei pesci sono frequenti. I Romani sono stati tra i primi a promulgare alcune leggi sulla pesca ed uno dei principi fondamentali affermava che ”il pesce è un bene senza proprietari per cui appartiene a chi lo cattura”. La pesca era libera solo sul territorio dello Stato e come tale erano considerate quelle parti dei laghi e dei fiumi che restavano di norma sommerse anche con l’acqua bassa. Le rive e le spiagge erano però di proprietà privata e la pesca era pertanto permessa soltanto al proprietario del suolo. Alcuni scrittori romani come Plinio, Eliano, Oppiano, Decimo e Ausonio Magno testimoniano della grande importanza della pesca, nei loro testi si descrivono varie specie di pesci, la tecnica della pesca con lo “sparviero”.

Localmente, in epoca etrusco-romana era importante la pesca praticata nelle acque dolci di fiumi e corsi d’acqua a lento deflusso come il Clanis in Valdichiana e nel lago Trasimeno. L’attività veniva praticata con la lenza o la rete (filum), quest’ultima, realizzata in filo di lino, poteva essere a strascico (tragum), a lancio (iaculum) o a “posta fissa”. La pesca a “posta fissa” era sia attiva che passiva. Nella prima si ricorda da parte di alcuni che le reti venissero distese durante il giorno a semicerchio, sopratutto lungo le rive e in prossimità dei canneti, per poi spingervi i pesci rumoreggiando nell’acqua con pietre, bastoni o remi. Nella pesca passiva le reti erano invece calate durante la notte, legate le une alle altre e raccolte al mattino con le prede rimaste impigliate durante i loro movimenti erratici notturni.

Tra i siti e reperti archeologici, si ricorda in Valdichiana, il porto Etrusco di Brolio di Castiglion Fiorentino, del verosimile Porto Etrusco-Romano di Clusium a Chiusi Stazione e vari reperti ceramici etruschi ritrovati presso la darsena del Club Velico di Castiglione del Lago e alcune monete romane dell’imperatore Claudio presso l’Emissario di San Savino.

(continua…)

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Storie dalla mezzadria: la divisione della famiglia

All’epoca della mezzadria, che ha caratterizzato la storia agricola della Valdichiana, era la famiglia contadina ad adattarsi al podere, in modo da coltivarlo in maniera adeguata e garantirsi la sopravvivenza;…

All’epoca della mezzadria, che ha caratterizzato la storia agricola della Valdichiana, era la famiglia contadina ad adattarsi al podere, in modo da coltivarlo in maniera adeguata e garantirsi la sopravvivenza; la famiglia era la variabile dipendente, mentre le dimensioni del podere erano un vincolo indiscutibile. Se la famiglia non aveva sufficienti membri attivi, non riusciva a svolgere tutte le attività agricole necessarie; se invece cresceva di numero, doveva effettuare una divisione o convincere il fattore a spostarla in un podere più grande.

La famiglia contadina, quindi, era costretta a una continua pianificazione delle proprie strategie produttive e riproduttive, in modo da aver sempre un sufficiente numero di membri attivi e potersi guadagnarsi l’accesso a un podere sempre migliore. Le strategie di crescita demografica e di comportamento sociale erano la loro principale autonomia: forme tipiche potevano essere il celibato, o l’intervallo tra i matrimoni nei fratelli.

La strategia di pianificazione familiare più utilizzata era quella della divisione. Generalmente, quando la famiglia mezzadrile era capace di esprimere una forza-lavoro superiore a quella necessaria per il podere, e quando la fattoria non poteva concedere dei poderi più grandi e redditizi, avveniva una divisione. Nella storia di ogni famiglia mezzadrile, a intervalli più o meno regolari, emergevano le separazioni tra le varie linee di discendenza.

I singoli nuclei della famiglia allargata potevano essere tutti oggetto di nuove divisioni. Nel podere doveva sempre rimanere il numero necessario di membri per garantire la conduzione dei terreni e la corretta riproduzione dell’unità lavorativa. I nuclei che si dividevano dalla famiglia d’origine potevano trovare posto in un altro podere della stessa fattoria, o trasferirsi in un’altra azienda agricola. La propagazione di questi nuclei generava nuove stirpi familiari, che non mantenevano più alcun legame economico con la famiglia d’origine.

Nel momento della partenza di uno o più nuclei, la famiglia operava una divisione del patrimonio. Venivano calcolati i valori di tutti gli averi, dagli oggetti al denaro, e venivano stabilite delle parti per dividerli accuratamente. Le parti stabilivano le quote che spettavano a ciascun membro della famiglia, a cui veniva attribuito un punteggio; tale punteggio teneva conto del lavoro fornito alla famiglia e al podere, secondo una precisa scala economica. I punti variavano secondo l’età e il sesso; solitamente era il maschio in età adulta a ottenere un punteggio “pieno”, mentre donne, anziani e bambini avevano un punteggio via via minore. Ogni nucleo aveva diritto a una parte del patrimonio, in maniera proporzionale al punteggio ottenuto dai membri che lo componevano.

La divisione era definitiva e irreversibile; i nuclei che si dividevano non tornavano nella famiglia d’origine, ma formavano una nuova stirpe familiare. La sezione che si separava diventava una nuova famiglia mezzadrile a tutti gli effetti, e ricostituiva in un altro podere tutti i ruoli della famiglia d’origine, dal capoccia alla massaia. Nessun legame economico veniva mantenuto tra le due sezioni; ogni forma di patrimonio veniva divisa in base ai punteggi, in modo che ogni capoccia potesse disporre interamente degli averi di ogni rispettiva famiglia.

Nella famiglia mezzadrile, infatti, non esisteva autonomia individuale dal punto di vista economico: ogni singolo reddito entrava a far parte del patrimonio collettivo, così come ogni salario eventualmente riscosso da chi lavorava fuori della fattoria. I membri della famiglia non risparmiavano per sé o per il proprio nucleo, ma concorrevano al patrimonio collettivo e ricevevano la loro parte dal capoccia a ogni divisione.

(Tratto da “Dopo la Mezzadria. Scelte lavorative e familiari nella Valdichiana senese”, Alessio Banini, 2013, Edizioni Effigi)

La Valle del Gigante Bianco, in arrivo la X edizione: maggiori informazioni sul sito web Amici della Chianina

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Il ruolo della donna nella famiglia mezzadrile

Nella civiltà contadina della Valdichiana, il ruolo della donna risentiva delle caratteristiche del contratto di mezzadria. La discendenza familiare si strutturava infatti attorno ai figli maschi, che garantivano la produttività…

Nella civiltà contadina della Valdichiana, il ruolo della donna risentiva delle caratteristiche del contratto di mezzadria. La discendenza familiare si strutturava infatti attorno ai figli maschi, che garantivano la produttività del podere, mentre le figlie femmine erano destinate a uscire dalla casa d’origine.

Il ruolo della donna nella famiglia mezzadrile, quindi, era decisamente dipendente da quello degli uomini. La donna, chiamata spesso sposa, assumeva il suo stato sociale con il matrimonio. Nel momento in cui si sposava, lasciava la famiglia d’origine per entrare a far parte della nuova famiglia; da quel momento in poi ristabiliva i rapporti di parentela nel nuovo gruppo, cominciando a chiamare gli affini come il marito e rafforzando i legami con i parenti acquisiti (chiamava “babbo” e “mamma” i suoceri, ad esempio).

La vita sociale della donna era divisa in due fasi. La prima, nella famiglia d’origine, in cui era una sorella destinata a uscire di casa con il matrimonio; la seconda, nella nuova parentela acquisita, come moglie entrata in sostituzione di una sorella. La famiglia mezzadrile scambiava le sorelle con le mogli; laddove la sorella era transitoria, il fratello costituiva la base del gruppo e ne garantiva la discendenza, sostituendosi ai padri e ai nonni con il passare delle generazioni.

Nella vita della donna, ai tempi della mezzadria, appariva fortemente la cesura operata dal matrimonio, che segnava il passaggio dalla famiglia del padre a quella del marito e che poteva considerarsi come una transizione rituale dall’età dell’adolescenza all’età adulta.

Il maschio a capo della famiglia, il capoccia, era l’autorità del podere, responsabile dei rapporti con la fattoria e con il mondo esterno; aveva un importante potere decisionale su ogni aspetto della vita familiare, sui comportamenti dei singoli e sulle scelte domestiche. La gerarchia familiare era quindi rigidamente sottomessa al capoccia, ma non era l’unica figura autoritaria. Un altro ruolo importante era quello della massaia, che dirigeva le attività femminili e gli impegni domestici. Era la responsabile dei pasti e dell’educazione delle nuove spose, si prendeva cura dei bambini e degli anziani, si occupava del pollaio e dell’orto. In genere la massaia era la moglie del capoccia, ma non necessariamente; solitamente era la sposa più vecchia, che deteneva le tradizioni domestiche della famiglia mezzadrile.

Così come il capoccia, la massaia esercitava un notevole potere all’interno della famiglia mezzadrile e costituiva il ruolo femminile di maggiore importanza. Sia il capoccia che la massaia rimanevano in carica finché riuscivano a svolgere con efficienza il loro compito; anche se poteva essere una carica ereditaria e irreversibile, generalmente era la famiglia nel suo insieme a decidere i rispettivi ruoli.

(Tratto da “Dopo la Mezzadria. Scelte lavorative e familiari nella Valdichiana senese”, Alessio Banini, 2013, Edizioni Effigi)

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La famiglia contadina e il contratto di mezzadria

La mezzadria era un contratto agrario di origine antica, che è stato il fondamento della civiltà contadina in Valdichiana. Il contratto veniva stipulato tra un mezzadro, che rappresentava anche la…

La mezzadria era un contratto agrario di origine antica, che è stato il fondamento della civiltà contadina in Valdichiana. Il contratto veniva stipulato tra un mezzadro, che rappresentava anche la sua famiglia, e il proprietario, che concedeva l’utilizzo dei terreni in cambio della divisione dei prodotti e degli utili. La fattoria del proprietario veniva divisa in più poderi, che ospitavano altrettante famiglie di mezzadri. Nel podere, sufficientemente grande da garantire il sostentamento dei contadini che vi abitavano, era presente anche una casa colonica; tutti i membri della famiglia abitavano nella stessa casa e partecipavano alla conduzione dei terreni.

La mezzadria non era solamente un contratto agrario, ma anche un rapporto sociale: era infatti un’istituzione che legava tutta la famiglia al proprietario terriero. La famiglia poteva raggiungere un numero elevato di membri, anche venti o trenta. I membri della famiglia erano uniti da una linea di discendenza maschile: erano infatti i figli maschi a costituire il fulcro dei rapporti di parentela. Le figlie femmine uscivano di casa al momento del matrimonio, in seguito al quale la coppia di sposi andava a vivere all’interno del podere del padre del marito.

La famiglia mezzadrile non era solamente un gruppo di parenti, ma una vera e propria famiglia composta da più nuclei: i fratelli convivevano con le rispettive mogli e i figli, nella stessa casa colonica. Tutti i membri della famiglia dovevano partecipare alla conduzione del podere: dall’aratura alla semina, dalla potatura delle piante alla cura del bestiame. La famiglia contadina si occupava di tutto, come una piccola azienda agricola a conduzione familiare. Generalmente, tutti sapevano fare tutto, ma ognuno aveva i suoi compiti specifici: il bifolco si occupava degli animali nella stalla, la massaia si occupava dei pasti, i bambini aiutavano i grandi con piccoli lavoretti, e così via.

Il capoccia era il responsabile della produttività familiare, che manteneva i rapporti con il fattore e con il proprietario terriero. La famiglia aveva bisogno di un numero di membri attivi che permettesse di condurre il podere senza perdite, e che garantisse una discendenza capace di sostenere il ciclo produttivo. Il numero dei maschi all’interno della famiglia era sia indice di un’elevata produttività presente che di un adeguato rinnovamento futuro.

L’eccessiva ampiezza o ristrettezza di una famiglia contadina era un possibile motivo di disdetta dal contratto di mezzadria. In tal caso, i mezzadri dovevano lasciare la terra e l’abitazione, trasferendosi in una nuova fattoria assieme ai pochi averi. Non avendo alcuna proprietà della terra che coltivavano, nel momento di passaggio da una fattoria all’altra si rivelava la loro precaria condizione, sempre tesa tra dipendenza e piccola proprietà.

(Tratto da “Dopo la Mezzadria. Scelte lavorative e familiari nella Valdichiana senese”, Alessio Banini, 2013, Edizioni Effigi)

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The Etruscan Temple of Fucoli

Let’s continue our journey, in order to discover the most interesting places of the Valdichiana senese: today we will talk about the Etruscan Temple of Fucoli, in Chianciano. It proves…

Let’s continue our journey, in order to discover the most interesting places of the Valdichiana senese: today we will talk about the Etruscan Temple of Fucoli, in Chianciano. It proves the old age of the town, and it has been famous since Etruscan times for the beneficial properties of its waters. Even today the civic museums have many collections of canopic jars, remains of a necropolis and of the Etruscan civilization, which are open to tourists. 

thesanThe area of Chianciano hosted an important Etruscan Centre since the 5th century BC, which stood on a hill overlooking the Valdichiana and its agricultural production, along the road that provided the link between the Northern Etruria and the Mediterranean Sea. Thanks to its location and the exploitation of its springs, Chianciano was an important Etruscan Centre.

The Temple of Fucoli is one of the most important examples of this past, whose findings are rather recent and represent one of the most important archaeological discoveries of the Valdichiana. The remains of the temple were discovered in 1986 by a local archaeological association, at a short distance from the source of thermal water of Fucoli, located just down the Valley of the river Astrone, the ancient road on which stood the Etruscan Centre of Chianciano.
The main finding of the excavations consisted of a terracotta pediment, dating from the 2nd century BC, as well as ritual materials and votive offerings. On the pediment were applied, through iron nails, mythological animals; the Temple faced a square near the thermal area, and it was supported by columns and decorated plates. Another very interesting thing is a manly, bearded head found near Fucoli; the decoration was part of sacred building ornaments, along with other statues depicting Thesan, the goddess of dawn, and Tinia, the father of the gods.

The remains of the Etruscan Temple of Fucoli are kept in the Museo Civico Archeologico delle Acque. The Museum, which opened in 1997, has been strongly desired by the Geoarchaelogical Association of Chianciano and municipal administration, in order to offer the right tribute to local excavations and to donations of private citizens. The location offered by the Museum is a tribute to the Etruscan civilization: the visit is organized by thematic sections, which deepen the aspects of the life and death of the ancient inhabitants of the Valdichiana.

If you want to visit what remains of the Temple of Fucoli and the collection of findings from necropolises, all you have to do is visit the Museo Civico Archeologico delle Acque, take a dip in the past of the Etruscan civilization.

 

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Il tempio etrusco dei Fucoli

Continua il viaggio alla scoperta dei luoghi più interessanti della Valdichiana senese: oggi parliamo del tempio etrusco dei Fucoli a Chianciano. Si tratta di una delle testimonianze dell’antichità di questa…

Continua il viaggio alla scoperta dei luoghi più interessanti della Valdichiana senese: oggi parliamo del tempio etrusco dei Fucoli a Chianciano. Si tratta di una delle testimonianze dell’antichità di questa cittadina, famosa fin dal tempo degli Etruschi per le proprietà benefiche delle sue acque. Ancora oggi i musei civici dei dintorni presentano numerose collezioni di canopi, resti di necropoli e vestigia della civiltà etrusca, a disposizione dei turisti e degli abitanti.

thesanLa zona di Chianciano doveva ospitare un importante centro etrusco fin dal V secolo a.C. che sorgeva su una collina che domina la Valdichiana e le sue produzione agricole, lungo la strada che forniva il collegamento tra l’Etruria settentrionale e il mar Mediterraneo. In virtù della sua posizione e dello sfruttamento delle sue sorgenti, Chianciano era un centro etrusco di notevole importanza.

Il tempio dei Fucoli è una delle più importanti testimonianze di questo passato, i cui ritrovamenti sono piuttosto recenti e rappresentano una delle scoperte archeologiche più importanti della Valdichiana. I resti del tempio furono scoperti nel 1986 dall’Associazione archeologica locale, a poca distanza dalla sorgente di acqua termale dei Fucoli, situata proprio lungo la valle del torrente Astrone, l’antica via di comunicazione su cui sorgeva il centro etrusco di Chianciano.

Il principale ritrovamento degli scavi consisteva in un frontone fittile di terracotta, risalente al II secolo a.C, oltre a materiali rituali e tavolette votive. Sul frontone erano applicate, attraverso dei chiodi di ferro, figure di animali mitologici; il tempio doveva trovarsi di fronte a un piazzale nei pressi dell’area termale, sorretto da colonne e lastre decorate. Di particolare interesse è anche una testa virile barbuta, rinvenuta anch’essa nei presso dei Fucoli; la decorazione era parte degli ornamenti di un edificio sacro, assieme ad altre statue raffiguranti Thesan, la dea dell’aurora, e Tinia, il padre degli dèi.testa barbuta

I resti del tempio etrusco dei Fucoli sono oggi conservati nel Museo Civico Archeologico delle Acque. Il museo, inaugurato nel 1997, è stato fortemente voluto dall’Associazione Geoarcheologica di Chianciano e dall’Amministrazione Comunale, per offrire il giusto tributo ai reperti degli scavi locali e alle donazioni di privati cittadini. Il percorso offerto dal museo è un omaggio alla civiltà etrusca: la visita è infatti organizzata per sezioni tematiche, che approfondiscono gli aspetti della vita e della morte degli antichi abitanti della Valdichiana.

Se volete visitare ciò che resta del tempio dei Fucoli e la collezione dei reperti provenienti dalle necropoli limitrofe, pertanto, non vi resta che visitare il Museo Civico Archeologico delle Acque, e fare un tuffo nel passato della civiltà etrusca.

(Photo credits by www.museoetrusco.it)

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St. Stephen’s Parish Church in Cennano

Let’s continue our journey to discover the places and the most interesting events of the Valdichiana: today we will talk about Pieve di Santo Stefano (St. Stephen’s Parish Church) in…

Let’s continue our journey to discover the places and the most interesting events of the Valdichiana: today we will talk about Pieve di Santo Stefano (St. Stephen’s Parish Church) in Cennano, near Castelmuzio, within the municipality of Trequanda, which is part of the Diocese of Montepulciano, Chiusi and Pienza.

The Pieve di Santo Stefano in Cennano is a small piece of history of our region. This rural church, not so far away from the village, is the result of constant changes, adjustments and reconstructions, and each of these changes carries the memory of a bygone era. Architecturally, the Pieve di Santo Stefano in Cennano presents a simple gable façade, with a Gothic gate; the church has three naves, with apses characterized by a predominantly Romanesque style.

The church is a place of worship of the Catholic religion, and it was completed in 1285 A.D. and it was consecrated to St. Stephen, the first martyr of the Christian tradition. The small bell tower was erected in the 18th century. If you think this church, made of sandstone, has kept almost unchanged its structure, throughout the centuries, you might make a big mistake: its origins are even older.

The Pieve di Santo Stefano in Cennano was as an Etruscan Temple; the area around Castelmuzio, in fact, was an Etruscan settlement, whose traces of tombs, inscriptions and burial urns are still present. As Rome domination expanded, the Etruscan Temple left for another pagan temple, dedicated to the goddess Isis, built inside a vicus, a rural Roman settlement; the road that skirted it connected Chiusi to Fiesole.

On the foundations of the pagan temple was then built the Pieve of Santo Stefano in Cennano, around the 4th century; in the early Christian era, this baptismal church witnesses the progress of the Catholic religion in the countryside and in rural districts. Throughout the 7th and 8th centuries the church was very important, and was the reason for continuing disputes between the Bishops of Siena and Arezzo, who wanted to exercise their jurisdiction on the church, together with a group of churches and monasteries.

In the 14th century began the slow decline of the Pieve di Santo Stefano in Cennano, due to the gradual abandonment of the countryside and due to social changes. Thanks to the simplicity of its Romanesque style and the integrity of its structure, it has been restored since the 18th century. The first three bays of the nave were replaced by a gabled roof supported by pillars, and it was placed a Baroque altar and it was enriched with more modern works of art. Currently the church officiates the Holy Mass on Sunday, it hosts concerts of harpsichord and weddings, and it is accessible by tourists and pilgrims.

The particularity of the Pieve di Santo Stefano in Cennano is made by its vicissitudes, made of continuous reconstructions, which go hand in hand with cultural and social changes throughout the ages. A fate shared with many architectural works, maybe unknown or forgotten, but worthy of being told. An Etruscan settlement at first, then the Roman one, and then the early Christian one; it began a rural parish church, then it was abandoned, then it became again a restored place of worship. The dominant culture has always made changes to its structure. The old gods have been replaced, the architectures have been changed, the functions have been updated. Whenever the dominant culture came into contact with the Pieve di Santo Stefano in Cennano, it didn’t only admire it as a Museum: it has constantly molded it, revisited it, claimed it for itself and its symbols. The church has been forced to evolve in some ways: perhaps this is why it survived until this time, unlike many other buildings. And maybe this is just that feeling that you feel while visiting it: a tradition that constantly evolves and changes, even in a context that seems motionless and eternal, as the places of religious worship.

To sum up: the Pieve di Santo Stefano in Cennano is a wonderful and significant piece of history, lost in the territory of the Valdichiana. It’s not so visited by tourists, and perhaps it is also unknown to most of the local population, though it represents a perfect stop-over while trekking or for Sunday picnics. A visit is recommended to all lovers of sacred architecture and history facts, while we are waiting for the next dominant culture.

(photo credits by Edisonblus (Own work) [CC-BY-SA-3.0], via Wikimedia Commons)

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La Pieve di Santo Stefano a Cennano

Riprende il nostro viaggio alla scoperta dei luoghi e delle vicende più interessanti della Valdichiana senese: oggi parliamo della pieve di Santo Stefano a Cennano, nei pressi della frazione di…

Riprende il nostro viaggio alla scoperta dei luoghi e delle vicende più interessanti della Valdichiana senese: oggi parliamo della pieve di Santo Stefano a Cennano, nei pressi della frazione di Castelmuzio, all’interno del comune di Trequanda, che fa parte della diocesi di Montepulciano, Chiusi e Pienza

La pieve di Santo Stefano a Cennano è un piccolo pezzo della storia del nostro territorio. Questa chiesa rurale, situata a poche centinaia di metri dal pese, è infatti il frutto di continue modifiche, assestamenti e ricostruzioni, e ognuna di esse porta con sé la memoria di un’epoca ormai passata. Dal punto di vista architettonico, la pieve di Santo Stefano a Cennano presenta una semplice facciata a capanna, con un portale di stile gotico; la basilica è a tre navate, concluse con absidi caratterizzate da uno stile prevalentemente romanico.

La chiesa è un luogo di culto della religione cattolica, terminata nel 1285 e consacrata a Santo Stefano, il primo martire della tradizione cristiana. Il campaniletto a vela è invece stato eretto nel XVIII secolo. Se pensate che questa pieve in pietra arenaria abbia mantenuto pressoché inalterata la sua struttura, nel corso di tutti i suoi secoli di vita, rischiate di commettere un grosso errore: le sue origini sono ancora più antiche.

La pieve di Santo Stefano a Cennano ebbe origine come tempio etrusco; tutta la zona nei dintorni dell’odierna Castelmuzio, infatti, era stata un insediamento degli Etruschi, di cui ancora oggi rimangono tracce di tombe, iscrizioni e urne cinerarie. Con l’arrivo della dominazione da parte di Roma, il tempio etrusco lasciò posto a un altro tempio pagano dedicato alla dea Iside, sorto all’interno di un vicus, un antico insediamento rurale romano; la strada che lo costeggiava, anch’essa di epoca etrusca, collegava Chiusi a Fiesole.

Sulle fondamenta del tempio pagano venne poi edificata la pieve di Santo Stefano a Cennano, attorno al IV secolo; in piena epoca paleocristiana, questa chiesa battesimale testimoniava l’avanzata della religione cattolica nelle campagne e nei distretti rurali. Per tutto il VII e il VIII secolo la pieve fu molto importante, e costituì continui motivi di dispute tra i vescovi di Siena e di Arezzo, che volevano considerarla giurisdizione delle rispettive diocesi, assieme a un gruppo di pievi e di monasteri locali.

Nel XIV secolo cominciò la lenta decadenza della pieve di Santo Stefano a Cennano, per via del graduale abbandono delle campagne e dei mutamenti sociali. Grazie alla semplicità del suo stile romanico e all’integrità mantenuta dalla sua struttura, tuttavia, è stata restaurata a partire dal XVIII secolo. Le prime tre campate della navata furono rimpiazzate da un tetto a capanna sorretto da pilastri, venne apposto un altare di stile barocco e arricchita con opere d’arte di più moderna fattura. Attualmente la chiesa è officiata la domenica per la Santa Messa, ospita concerti di clavicembalo e matrimoni, ed è liberamente visitabile da turisti e pellegrini.

santo stefano a cennano

La particolarità della pieve di Santo Stefano a Cennano è la sua vicenda fatta di continue ricostruzioni, che vanno di pari passo con i mutamenti culturali e sociali delle epoche attraverso cui è passata. Un destino comune a tanti opere architettoniche, magari sconosciuto o dimenticato, ma meritevole di essere raccontato. Insediamento etrusco, poi romano, poi paleocristiano; pieve rurale, chiesa abbandonata, luogo di culto restaurato. Ogni volta, la cultura dominante ha apportato modifiche alla struttura. Le vecchie divinità sono state sostituite, le architetture sono state cambiate, le funzioni sono state aggiornate. Ogni volta che la cultura dominante entrava in contatto con la pieve di Santo Stefano a Cennano, non si limitava ad ammirarla come si fa con un museo: l’ha plasmata, rivisitata, reclamata per sé e per i suoi simboli, incessantemente. Ogni volta la pieve è stata costretta a evolversi, per certi versi: forse è stato questo il motivo per cui è rimasta in piedi fino a questo momento, a differenza di tante altre strutture ormai scomparse. E forse è proprio questo il sentimento che si prova a visitarla: una tradizione che muta continuamente, che cambia e si adatta, anche in un contesto apparentemente immobile ed eterno come i luoghi di culto religioso.

Per concludere: la pieve di Santo Stefano a Cennano è uno splendido e significativo pezzo di storia, perso nel territorio della Valdichiana Senese. Poco visitata dai turisti, e forse sconosciuta anche a tanti locali, anche se rappresenta una perfetta tappa per i percorsi di trekking o per le scampagnate domenicali. Una visita consigliata a tutti gli amanti dell’architettura sacra e agli appassionati di storia, in attesa che arrivi la prossima cultura dominante.

Photo credits by Edisonblus (Own work) [CC-BY-SA-3.0], via Wikimedia Commons

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Annibale in Valdichiana e la Battaglia del Trasimeno

Annibale e i suoi eserciti in Valdichiana, 2230 anni fa. La battaglia del Trasimeno tra Annibale e Flaminio: i luoghi, le marce e lo scontro all’alba del 24 giugno 217…

Annibale e i suoi eserciti in Valdichiana, 2230 anni fa.
La battaglia del Trasimeno tra Annibale e Flaminio: i luoghi, le marce e lo scontro all’alba del 24 giugno 217 a.C.

Il luogo della battaglia del Trasimeno oltreché essere un meraviglioso paesaggio meritevole di far parte del patrimonio mondiale dell’umanità, (questo lo propongo per tutta la riviera del Trasimeno! Chi mi aiuta? -> info@gensvalia.it) è una delle scenografie belliche più studiate dagli storici e dagli appassionati di storia Romana. Esistono vari tesi che dettagliano le posizioni e il percorso delle due armate ed anche oggi questo evento suscita sempre molta curiosità e stimola la fantasia per identificarne precisamente i luoghi. Questo evento oltre che a lasciare la memoria sui toponimi locali, ha segnato anche il nome delle persone, infatti, localmente, il nome di Annibale, oltreché riecheggiare sulle colline di Tuoro, è ancora presente tra di noi in quanto portatore di vittoria, di coraggio e di altre positive virtù. Ad esempio, dove abito io, un uomo nato 60 anni fa a Terontola porta il nome di Annibale. Prima di descrivere l’attività bellica di quel giorno infausto per gli eserciti di Roma, proverò a ricostruire le fasi precedenti la memorabile battaglia.

La Marcia di Annibale Barca
Annibale con le sue truppe Cartaginesi e gli alleati, dopo le vittorie presso i fiumi Trebbia e Ticino, superò gli Appennini e dopo Incisa discese lungo la sponda sinistra del Valdarno Aretino, evitò la città militare romana di Arezzo e si immise in Valdichiana dal passo della Verniana sopra Monte San Savino seguendo poi la sponda destra prima del torrente Esse poi di quella del fiume Clanis, allora tributario del fiume Tevere, per raggiungere e conquistare Roma. Giunto a Valiano (territorio della famiglia Gens Valia), anziché proseguire verso Sud lungo le antiche strade etrusche che saranno il sottofondo alla futura Via Cassia Vetus per Clusium (la consolare sarà aperta nel 154 a.C.), qualcosa lo indusse ad evitare anche il municipium romano Chiusino e preferì deviare al Trasimeno per le attuali campagne di Petrignano (territorio della famiglia Gens Petroni), Ferretto, Borghetto, evitando l’altra città romana di Cortona per dirigersi verso Perugia forse a cercare o il tracciato della Via consolare Amerina (realizzata nel 240 a. C.) o della Via consolare Flaminia (realizzata nel 220 a.C.). Nel transitare sul Malpasso, ebbe la conferma che da Arezzo gli eserciti romani del console Flaminio lo stavano inseguendo e vista la stretta valle tra Monte Gualandro e Tuoro decise di posizionare strategicamente le sue migliaia di uomini sulle colline di Sanguineto di Tuoro in attesa dell’arrivo dei nemici. Il territorio sottostante aveva una superficie più ridotta rispetto all’attuale in quanto il livello delle acque del lago di Trasimeno era molto più alto di oggi, ci è noto infatti dagli storici che solo sotto l’imperatore romano Claudio (41 d.C. – 54 d.C.) fu costruito l’emissario sotterraneo di S.Savino che regolava l’altezza delle acque, così come lo sono anche oggi grazie alla nuova quota più bassa stabilizzata con l’attuale emissario Consortile del 1898.

Marcia di Annibale

La marcia di Caio Flaminio
Il console Caio Flaminio si trovava con la sua legione ad Arezzo per sbarrare la via in Etruria ai Cartaginesi, mentre il console Gneo Servilio Gemino era con la sua legione a Rimini, per bloccare un’eventuale marcia adriatica dei Cartaginesi. Alla notizia della discesa di Annibale in Valdichiana in direzione del Trasimeno, Flaminio iniziò a muoversi in quella direzione mentre Gneo Servillo da Rimini si mosse in direzione dell’Umbria per unire le due legioni. Flaminio però commise un grave errore sul campo di battaglia, il suo nuovo piano era di un attacco a tenaglia e cioè di prendere Annibale tra la propria armata da ovest e quella del suo collega Servilio che stava percorrendo la via Flaminia e doveva ormai essere nei pressi di Foligno, da est. Ma Annibale fu più veloce di loro e si predispose strategicamente contro l’attacco a tenaglia posizionandosi sulle colline di Sanguineto di fronte al lago Trasimeno per affrontare una legione alla volta. Intanto Flaminio seguiva i Cartaginesi a debita distanza e giunto nelle vicinanze di Terontola piazzò il campo all’apice sinistro del lago Trasimeno sotto Monte Gualandro a poca distanza dal Malpasso: i Cartaginesi erano scomparsi dalla vista dei Romani e tutti pensarono che erano oramai diretti verso Perugia.

La Battaglia
Così non fu. Annibale aveva fatto tornare indietro le sue truppe con un ampio giro, disponendole lungo la cerchia di colline che dominavano la strada che percorreva il bordo del lago realizzando così la più grande imboscata della storia militare. Il combattimento nella nebbiosa mattina del 24 giugno 217 a.C. durò 3 ore: i Romani persero 15.000 uomini tra morti e prigionieri contro 2.500 Cartaginesi che rimasero sul campo di battaglia. I Cartaginesi poi, ripreso il cammino verso Sud, non vollero o non ebbero il coraggio di marciare contro Roma e si dettero agli ozi di Capua e Roma fu salva.

Battaglia del Trasimeno

Termino la narrazione della battaglia citando Francesco Dini, poligrafo di Lucignano, autore del libro in latino “Antiquitatum Etruriae seu de situ Clanarum – Fragmenta Historica” 1696 e 1723, tradotto in italiano da don Remigio Presenti per i tipi della Società Bibliografica Toscana – Aprile 2012, che così racconta la sua cronaca:

“…Annibale sconvolse con incendi e stragi la regione fra le più fertili dell’Italia fra Fiesole ed Arezzo, ricca di frumento, di greggi e di ogni genere di beni.
Convocata frattanto un’assemblea nel Senato degli Aretini, i Padri decisero di aspettare il collega (Flaminio) e con accordo e decisione comune di portare a termine la guerra: si tratta di nemici prestigiosi per qualità di armi e addestramento militare e fama di gesta ed è grande la speranza e il pericolo; bisogna aver cautela, frenare l’aggressività dell’animo, perché talvolta l’occasione non colta diventa gloria più sicura e più grande. Il Console con atteggiamento impaziente rimproverando con durezza e senza paura i Padri e i penati, disse : “Sediamo davanti alle mura di Arezzo, qui sono infatti la patria e i penati; Annibale arrivi alle mura di Roma e devasti l’Italia!”. In preda all’ira (Flaminio), si precipitò fuori dall’assemblea, salì precipitosamente a cavallo e, privato della sedia curule, espose il piano di battaglia: il nemico era in marcia verso il Trasimeno, lungo le falde dei monti cortonesi, lasciata a sinistra Città di Castello e Lucignano a destra, essendo della massima importanza la rapidità e temendo più l’indugio che la guerra, devastava con stragi belliche tutto il territorio che c’è fra quella ricca e oppressa regione, per eccitare sempre più l’animo risoluto del console a vendicare le offese degli alleati, fino invocare gli inferi per attacar battaglia. Quando questi fu giunto al lago, l’esercito cominciò a spiegarsi in un terreno più vasto e, passata la notte, si accorse di essere circondato da ogni parte dagli agguati dei Cartaginesi e chiuso dai monti. Impavido schierò le file e le falangi e subito si mise mano alle armi; i Romani per la libertà, la famiglia e la religione, i cartaginesi per distruggere il nome di Roma e liberare il mondo intero; si combattè per circa tre ore accanitamente e ferocemente da ambedue le parti : Avendo la necessità eccitato l’indolenza, tanto che le legioni romane erano esangui e messe in fuga quelle degli alleati; quando l’assalto di un’ala fresca di Africani investì i nemici, Flaminio contrastando audacemente gli estremi nemici e ferito, esalò la grande invitta anima”.

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The village of Castelmuzio

Let’s continue our journey to discover the most interesting places of this territory, which can become a surprise and a destination for both tourists and residents of Valdichiana, which are…

Let’s continue our journey to discover the most interesting places of this territory, which can become a surprise and a destination for both tourists and residents of Valdichiana, which are chasing memories of the past. Our territory is rich in beautiful landscapes, villages and artworks, which have roots in history and they form a fixed point of reference for our future.

Among the most charming and interesting medieval villages that we can find within Valdichiana municipalities, there is definitely Castelmuzio, a part of the municipality of Trequanda. The origins of the village date back to the Etruscan Era, as proved by the discovery of the remains of a temple, dedicated to the Goddess Isis near the settlement, as well as tombs, urns and Etruscan inscriptions. To find official tracks of Castelmuzio, however, we must go beyond the year 1000 A.D.. In some documents of the 9th century of the Badia Amiatina of St. Salvatore (St. Salvatore’s Abbey), the place is called “Casale Mustia”, while it was called “Castello” (Castle) by its residents. In other documents, dating back to 1213 A.D., in the State Archive of Siena, it was appointed as “Castel-Mozzo“.

During the Middle Ages, Castelmuzio was owned by Messrs. Cacciaconti della Scialenga, former Lords of Montisi and owners of the farm of Fratta in Sinalunga. In 1270 A.D., the village passed to the Hospital of Santa Maria della Scala in Siena, whose coat of arms is still present in some farms in the surroundings; it was bought then by Andrea Piccolomini in 1470 A.D.; the domain broke in 1559 A.D. with the defeat of the Republic of Siena and it was annexed to the Grand Duchy of Tuscany, ruled by Medici. After the unification of Italy, Castelmuzio became definitively part of the municipality of Trequanda.

The hamlet of Castelmuzio was erected on the crest of a tuff hill, at the foot of Mount Lecceto. Its structure follows the model of the medieval fortified castle, surrounded by walls and ramparts to facilitate the defence of the inhabitants. At the entrance of the village, there is a monument to the fallen and the ancient stone on which St. Bernardino of Siena used to rest. Within the village, there are many notable historic buildings, such as Palazzo Fratini, which was the seat of the Court and the name of the place is probably due to this, to its cut off tower. On the main square there is the Spedale of St. John the Baptist as well, which used to offer accommodation and food to travellers and orphans, as well as provide a dowry for girls without assets, who wanted to get married. It’s worth mentioning also the Brotherhood of the Holy Trinity and St. Bernardino, founded in 1450 A.D., equipped with a small pharmacy and a hospice for pilgrims on the Via Francigena; the oratory and the Sienese church, dedicated to the Saint, host a Sacred Art Museum rich in valuable specimens.

Today Castelmuzio is a part of the comune of Trequanda, with less than 300 inhabitants. Situated near Petroio and Montisi, it is definitely a suggestive part of a visit through Valdorcia and Valdichiana and Val d’Asso.

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La frazione di Castelmuzio

Prosegue il nostro viaggio alla scoperta dei luoghi più interessanti del territorio, che possono diventare meta di viaggio e di scoperta sia da parte dei turisti che dei residenti della…

Prosegue il nostro viaggio alla scoperta dei luoghi più interessanti del territorio, che possono diventare meta di viaggio e di scoperta sia da parte dei turisti che dei residenti della Valdichiana senese, a caccia dei ricordi del proprio passato. Il nostro territorio è ricco di splendidi paesaggi, borghi e opere d’arte che affondano le loro radici nella storia e che costituiscono un punto di riferimento stabile per il nostro futuro.

Castelmuzio alto

Tra i borghi medievali più suggestivi e interessanti che possiamo trovare all’interno dei comuni della Valdichiana senese c’è sicuramente Castelmuzio, una frazione del comune di Trequanda. Le origini del borgo risalgono addirittura all’epoca etrusca, come dimostra il ritrovamento dei resti di un tempio dedicato alla dea Iside nelle vicinanze dell’insediamento, oltre a tombe, urne cinerarie e iscrizioni etrusche. Per trovare delle tracce ufficiali di Castelmuzio, tuttavia, dobbiamo oltrepassare l’anno mille. In alcuni documenti del IX secolo della Badia Amiatina di San Salvatore viene chiamato come “Casale Mustia”, mentre dai suoi abitanti veniva considerato solamente come il “Castello”. In altri documenti risalenti al 1213, presenti nell’Archivio di Stato di Siena, viene nominato “Castel-Mozzo”.

In epoca medievale Castelmuzio era di proprietà dei Signori Cacciaconti della Scialenga, già signori di Montisi e proprietari della fattoria della Fratta a Sinalunga. Nel 1270 la proprietà del borgo passò all’Ospedale di Santa Maria della Scala di Siena, il cui stemma è ancora presente in alcuni poderi dei dintorni; acquistato poi da Andrea Piccolomini nel 1470, il dominio senese si interruppe nel 1559 con la sconfitta della Repubblica di Siena e l’annessione al Granducato di Toscana dei Medici. Dopo l’Unità d’Italia il borgo di Castelmuzio entrò a far parte definitivamente del comune di Trequanda.

castelmuzio dentro

La frazione di Castelmuzio è stata eretta sul crinale di un colle di tufo, ai piedi del Monte Lecceto. La sua struttura ricalca il modello medievale del castello fortificato, circondato da mura e bastioni per facilitare la difesa degli abitanti. All’ingresso del paese è presente un monumento ai caduti e l’antica pietra sulla quale era solito riposare San Bernardino da Siena. All’interno del borgo sono presenti molti edifici storici degni d’interesse, come il Palazzo Fratini, che fu sede del giudice e a cui si deve probabilmente il nome della frazione, per via della sua torre mozza. Sulla piazza centrale si affaccia anche lo Spedale di San Giovanni Battista, che offriva alloggio e cibo a viandanti e orfani, oltre a provvedere alla dote delle ragazze senza patrimonio che volevano sposarsi. Degna di nota anche la Confraternita della Santissima Trinità e di San Bernardino, fondata nel 1450, dotata di una piccola farmacia e di un ospizio per i pellegrini che percorrevano la Via Francigena; l’oratorio e la chiesa dedicate al santo senese ospitano un Museo d’Arte Sacra ricco di pregevoli esemplari.

Oggi Castelmuzio è una frazione del comune di Trequanda, con meno di trecento abitanti. Situato nelle vicinanze di Petroio e Montisi, costituisce sicuramente una tappa suggestiva in una visita attraverso la Valdichiana, la Valdorcia e la Val d’Asso.

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