La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Storia

La tradizione del Befano

Il territorio della Valdichiana è pieno di tradizioni popolari che si tramandano da molte generazioni e che hanno accompagnato la vita delle campagne durante i secoli della mezzadria, fino a…

Il territorio della Valdichiana è pieno di tradizioni popolari che si tramandano da molte generazioni e che hanno accompagnato la vita delle campagne durante i secoli della mezzadria, fino a sopravvivere in forme più o meno simili nei nostri giorni. Alcune di queste tradizioni popolari sono comuni con aree geografiche o culture confinanti, mentre in altri casi ci troviamo di fronte a elementi unici e particolari, che possono essere considerate come dei tratti distintivi dell’identità della Valdichiana.

Una tradizione fortemente legata alle festività natalizie e particolarmente circoscritta al nostro territorio è quella del Befano. Ancora oggi è possibile sentir dire da famiglie delle campagne o dei borghi della Valdichiana frasi come “Comportati bene, oppure ti fanno il Befano” o espressioni più generiche relative all’usanza di “Fare il Befano”. Anche chi non ha mai vissuto in prima persona questo tipo di tradizione, probabilmente, ne ha sentito parlare in qualche espressione dialettale.

La burla del Befano

La tradizione del Befano è stata riscontrata nella zona della Valdichiana (soprattutto nei paesi e nelle campagne di Chiusi, Montepulciano, Torrita e Sinalunga) fino alla fine del XX secolo. L’usanza prevedeva il confezionamento di un fantoccio di paglia e stoffa, con sembianze umane, nella notte tra il 5 e il 6 Gennaio, ovvero la notte dell’Epifania. Il fantoccio poteva avere sembianze maschile o femminili, più simile alla Befana tradizionale oppure a un pupazzo di Carnevale. Il Befano così preparato veniva appeso a un albero, ai fili della luce o del telefono, o comunque a una sporgenza che potesse essere difficilmente raggiungibile dalla persona presa di mira, ma facilmente visibile dagli abitanti del paese o delle campagne.

Lo scopo dell’usanza era quello di burlarsi di una persona (o, più raramente, di un’istituzione). Lo scherzo del Befano cercava di mettere in ridicolo la persona a cui era destinato, ed era solitamente accompagnato da cartelli con scritte satiriche, poesie o allusioni volgari. I destinatari del Befano erano principalmente i ragazzi e le ragazze che avevano subito una delusione amorosa, che erano stati lasciati dal partner o non erano riusciti a conquistarsene uno durante l’anno; tra i destinatari c’erano anche gli scapoli e le zitelle, oppure le donne che venivano considerate di facili costumi. Meno spesso il Befano colpiva persone che presentavano difetti fisici o morali, oppure veniva utilizzato per scopi politici per mettere in ridicolo enti e istituzioni locali.

Nei suoi studi sul territorio, Ilio Calabresi ci tramanda altre usanze collegate al Befano: altre burle che si svolgevano nella notte del’Epifania erano quelle di scambiare le insegne delle botteghe, con usanze più tipiche del Carnevale, oppure di spargere fave e lupini dalla casa di una donna presa di mira fino al suo Befano appeso.

Epifania e Befanate

Comprendere i significati profondi dell’usanza del Befano è arduo, perché si tratta di un’usanza circoscritta e di cui abbiamo poche testimonianze etnografiche; le interpretazioni di cui siamo in possesso sono parziali, ma questo non ci impedisce di affrontare una riflessione generale su questa tradizione popolare e sulla sua possibile sopravvivenza locale.

Si può infatti notare una forte forma di continuità con le altre festività del calendario agrario invernale: per quanto l’usanza sia caratteristica della notte dell’Epifania e la sembianze del fantoccio richiamino quelle della Befana, la burla e gli scherzi alla base dell’usanza fanno subito pensare alla Vecchia di mezza quaresima e al Carnevale; i gruppi sociali impegnati nella realizzazione del Befano, in contesti paesani come quelli della Valdichiana, potrebbe essere stati gli stessi impegnati nelle altre feste popolari.

Il territorio del Befano è circoscritto alle zone interessate dalla bonifica, e non abbiamo altre testimonianze all’infuori dei casi di Trequanda e San Giovanni d’Asso; come fa notare Mariano Fresta, quest’usanza non si è sviluppata in forma di dramma itinerante a differenza delle “Befanate” del grossetano o della Garfagnana, forse per via della sua somiglianza con la Vecchia di mezza quaresima.

Spesso i Befani erano volgari e le burle potevano essere difficili da sopportare, soprattutto nei casi in cui colpivano gli insuccessi amorosi. In questo contesto, la pressione sociale esercitata nei confronti delle persone a cui era dedicato il fantoccio potrebbe essere vista come un’usanza volta a perpetuare la società contadina, accentandone riti e consuetudini: una spinta a trovare un partner e a sposarsi, per evitare di diventare gli zimbelli del paese.

Se la minaccia del carbone portato dalla Befana poteva essere un deterrente nei confronti dei bambini più monelli, quindi, il timore di ricevere un Befano poteva diventare altrettanto efficace per gli adolescenti e gli adulti della Valdichiana.

Per approfondire:

  • Ilio Calabresi, Strade, storie, tradizioni popolari nella Valdichiana senese, 1987
  • Mariano Fresta, La tradizione del Befano nella Valdichiana senese meridionale (sito web)
  • Associazione Culturale Ottagono, Di qua dal fosso. Parole chianine raccolte fra Torrita di Siena, Sinalunga, Acquaviva, Montepulciano Scalo e Montallese, Effigi 2010.
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La Vecchia di mezza Quaresima

A molti sarà capitato di assistere a uno spettacolo del “Sega la Vecchia”, nella sua antica forma contadina o nella sua versione più attuale: si tratta infatti di una tradizione…

A molti sarà capitato di assistere a uno spettacolo del “Sega la Vecchia”, nella sua antica forma contadina o nella sua versione più attuale: si tratta infatti di una tradizione ancora viva nel nostro territorio, collegata alla Vecchia di mezza Quaresima, una figura molto importante nel folclore italiano. Ma quali sono le origini di questa tradizione e quali sono i significati che si nascondono in questa rappresentazione?

Storia e folclore.

La figura della Vecchia è strettamente legata alla festa di Quaresima, ovvero il periodo di quaranta giorni che precede la Pasqua. La Quaresima è una delle principali ricorrenze della religione cristiana, un periodo di digiuno, preghiera e penitenza che prepara alla Pasqua e alla resurrezione. Ma la Quaresima è anche una festività fortemente legata al calendario agrario e al mondo contadino: è infatti il periodo in cui termina l’inverno, la terra si prepara alla primavera e alla rinascita delle messi. È quindi l’ultimo periodo di digiuno e di scarsità iniziato con le festività natalizie (con tutti i riti legati al ceppo e alla fine dell’anno) ed è fortemente intrecciato alle tematiche del Carnevale.

Il “Rogo della Vecia” a Bergamo

In questo contesto si inserisce la Vecchia, che rappresenta l’inverno, il digiuno, l’anno vecchio da scacciare e da “uccidere” simbolicamente per permettere l’arrivo della nuova primavera e far rinascere le messi, nel ciclo delle stagioni che consente la crescita dei nuovi raccolti. La Vecchia poteva essere un fantoccio con sembianze umane oppure un tronco di quercia (ecco un altro legame con il ceppo di Natale e con la Befana) e l’atto della sua sconfitta era celebrato con varie tipologie di cerimonie che comprendevano il segare, il bruciare, l’annegare e altre azioni simili. Un rituale magico, quindi, per scacciare la cattiva stagione e invocare la primavera, che è il fulcro del mondo agricolo (e la Pasqua, che è il l’evento principale della tradizione cristiana).

Diffusione e sopravvivenze.

Per via dello stretto legame con il mondo agricolo e con la Pasqua cristiana, la Vecchia gode di una vasta diffusione in tutta Italia. Dalla Lombardia alla Campania, la Vecchia poteva essere portata in trionfo, segata durante una cerimonia, spaccata oppure bruciata in un falò. L’atto del segare si svolge tendenzialmente a metà della Quaresima, dimezzando simbolicamente il periodo di digiuno e il periodo di attesa per l’arrivo della primavera.

Nel territorio della Valdichiana, la Vecchia è una tradizione documentata almeno per tutto l’XIX secolo: un fantoccio vestito da Vecchia veniva portato in trionfo e in processione per le vie cittadine, accompagnato da folle chiassose, scampanate e baldorie (ecco un altro legame con il Carnevale). Con il tempo è sopravvissuta nella forma di spettacoli itineranti, in sintonia con altre tradizioni simili come il Bruscello e il Calendimaggio; in tali spettacoli, i giovani si spostavano di podere in podere e portavano il fantoccio nelle aie per mettere in scena il “Sega la Vecchia”, ricevendo in regalo uova, vino e altri prodotti agricoli.

Dagli spettacoli itineranti agli spettacoli teatrali il passo è breve: la Vecchia è una tradizione che sopravvive tuttora in forme di teatro contadino, la cui eredità è raccolta e portata in scena da compagnie popolari anche nel nostro territorio.

Per approfondire:

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Il ceppo di Natale in Valdichiana

Ogni paese può vantare le sue particolari tradizioni per le feste natalizie, ma tra esse possiamo spesso riconoscere somiglianze e parentele che possono far pensare a una radice comune, risalendo…

Ogni paese può vantare le sue particolari tradizioni per le feste natalizie, ma tra esse possiamo spesso riconoscere somiglianze e parentele che possono far pensare a una radice comune, risalendo a un passato sempre più lontano. L’usanza del ceppo di Natale è uno di quegli elementi del folclore popolare più presenti nella nostra storia, non soltanto in Valdichiana: è un elemento caratteristico dell’antichità che si è diffuso in moltissimi Paesi, pur con le innumerevoli varianti locali. E anche se oggi non viene forse considerato parte della celebrazione consueta del Natale, il ceppo può essere ritrovato nei camini delle famiglie che tramandano quest’usanza e in forme derivate che meglio si adattano al consumismo natalizio: ad esempio il tronchetto di Natale, uno dei tipici dolci delle feste.

La storia del ceppo natalizio

Il ceppo di Natale è una delle tradizioni popolari più antiche legate a questa festività: consiste nel bruciare un grosso tronco di legno, chiamato appunto ceppo (o con altri termini dialettali, a seconda della cultura in cui è stato diffuso) all’interno del camino della famiglia, a simboleggiare il focolare domestico. Il ceppo viene fatto ardere per tutte le notti delle feste natalizie, dalla Vigilia fino all’Epifania. I resti del ceppo sono utilizzati in varie forme, per le loro proprietà magiche e di buon augurio: ad esempio le ceneri possono essere sparse nei campi per favorire il raccolto.

Quella del ceppo è una tradizione diffusa in tutta Europa, dai paesi scandinavi fino all’area del Mediterraneo. Sebbene le prime tracce documentate risalgano al XII secolo, le sue origini sono sicuramente più antiche: la somiglianza tra il focolare natalizio e l’altare domestico dedicato agli antenati è chiaramente presente nella civiltà romana e nell’epoca precedente al Cristianesimo, con similitudini che possiamo estendere anche all’usanza dei grandi falò che dovevano scacciare le tenebre del solstizio d’inverno.

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Il tronchetto di Natale

La tradizione è talmente diffusa e talmente legata alle festività invernali che in alcuni contesti il ceppo rappresenta esso stesso il Natale: anche in Toscana, ad esempio, la festa di Natale è stata spesso chiamata “Festa del Ceppo”. Con l’avvento del Cristianesimo l’usanza si è caricata di nuovi significati sacri: il ceppo servirebbe infatti a scaldare il Bambin Gesù, quindi è necessario lasciarlo acceso dalla Natività fino all’Epifania.

Il ceppo porta fortuna e le cerimonie in suo onore sono necessarie per conquistarsi i migliori auguri per i mesi a venire: spesso l’usanza richiede di versare sopra il ceppo i primi bocconi di cibo o i primi sorsi di vino, un gesto propiziatorio che serve ad augurare un buon raccolto. Dal ceppo di legno dell’antichità al tronchetto utilizzato come dessert natalizio, passano secoli di storia, fatti di adattamenti, somiglianze e varianti locali degni d’interesse.

Il ceppo in Valdichiana

La Valdichiana è uno dei territori in cui il ceppo di Natale si presenta in una delle forme più particolari ed è stato oggetto di numerosi studi. Abbiamo infatti testimonianze delle cerimonie, provenienti dalla campagne, con cui veniva appiccato il fuoco al ceppo il giorno della Vigilia di Natale. La cerimonia era accompagnata da varie tipologie di preghiere, filastrocche o canzoncine recitate dai bambini della casa, chiamate “Ave Maria del Ceppo”, di cui la seguente è una testimonianza del 1926:

“Avemmaria del Ceppo,
Angiolo benedetto!
L’angiolo mi rispose:
Ceppo mio bello, portami tante cose!”

È importante sottolineare che il ceppo in Valdichiana non si limitava a svolgere la funzione di focolare domestico, ma era anche un vero e proprio portatore di doni. L’albero di Natale e Babbo Natale, gli elementi più caratteristici della festività attuale, sono arrivati nel nostro territorio dal Nord Europa soltanto nel XX secolo: negli anni precedenti, le loro caratteristiche erano ricoperte proprio dal ceppo.

Il ceppo poteva infatti essere addobbato con candele, ninnoli e dolcetti, da distribuire poi tra i bambini della casa: un utilizzo che richiama chiaramente quello dell’abete dei popoli dell’Europa settentrionale. Ma c’è di più: il ceppo poteva addirittura diventare una vera e propria persona e presentarsi la sera della Vigilia di Natale sulla porta di casa, interpretato da uno degli adulti. In questi casi il ceppo interrogava i bambini, per capire se si erano comportati bene durante l’anno, e regalava dei doni e dei dolciumi a chi si era comportato bene, mentre a chi si comportava male toccavano cipolle e carbone. In altre parti ancora della Valdichiana, i bambini delle campagne mettevano un fantoccio fuori dalla finestra con un canestro, e aspettavano che il ceppo passasse durante la notte per riempirlo di regali. Per dirla in maniera dialettale, in Valdichiana il ceppo “cacava”, ovvero donava dei regali.

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Il ceppo addobbato

In questi contesti il ceppo assume quindi le caratteristiche di Babbo Natale, ma anche della Befana, con la sua funzione giudicante nei confronti dei bambini e il suo aspetto magico e inquietante. Tuttora nelle campagne della Valdichiana non è raro trovare ceppi nei focolari delle case e scoprire le tracce della commistione tra le antiche tradizioni del ceppo, il Natale cristiano e gli effetti del moderno consumismo.

Bibliografia

Accademia della Crusca: “La tradizione del ceppo in Toscana”
P.Fanfani, Vocabolario dell’uso toscano, Barbera, Firenze 1863
G.Giannini e A. Parducci, Il popolo toscano, Trevisini, Milano 1926
A. Paoloni, Cortona e la Valdichiana aretina: tradizioni e costumi
E. Baldini e G. Bellossi, Tenebroso Natale, Laterza, Bari 2012
C.A. Miles, Storia del Natale, Odoya, Bologna, 2010
A. De Gubernatis, Storia comparata degli usi natalizi in Italia e presso gli altri popoli indo-europei, Treves, Milano, 1878

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Brandano da Petroio, il pazzo di Cristo

Passeggiando per il piccolo borgo di Petroio, nel comune di Trequanda, sarà capitato a tutti di trovarsi di fronte alla statua in terracotta dedicata a Bartolomeo Garosi, detto Brandano: una…

Passeggiando per il piccolo borgo di Petroio, nel comune di Trequanda, sarà capitato a tutti di trovarsi di fronte alla statua in terracotta dedicata a Bartolomeo Garosi, detto Brandano: una piccola effige raffigurante un eccentrico personaggio nato all’interno di queste antiche mura, e che ha rivestito una particolare importanze nelle vicende religiose del medioevo.

La vita di Brandano: la conversione e le predicazioni

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Le vite dei personaggi illustri, diventati oggetto di beatitudine o di venerazione popolare, sono spesso caratterizzate da una giovinezza libertina e da un drammatico cambiamento che spinge ad abbracciare la fede. È proprio questo il caso di Bartolomeo Garosi (o Carosi, secondo altre fonti), nato a Petroio nel 1486: gli anni della giovinezza li passò in maniera spregiudicata, tra giochi d’azzardo e bestemmie. La conversione alla religione cristiana avvenne nel giorno in cui, mentre zappava il suo campo, venne colpito sulla fronte e in un occhio da una scheggia di pietra. Brandano lo interpretò come un segno divino e cominciò a predicare la parola di Cristo in Valdichiana: prima nel paese natale di Petroio, poi nel borgo di Montefollonico, dove si trasferì con la famiglia.

Abbandonata anche la famiglia, Brandano proseguì la sua opera di predicazione solitaria a Siena, vivendo soltanto di elemosina. Nei suoi sermoni attaccava i potenti, invitava alla penitenza e diffondeva profezie di sciagura. Era solito girovagare con un abito bianco addosso, scalzo e senza cappuccio, e predicava con un crocifisso in una mano e un teschio nell’altra, per ricordare che la morte arrivava per tutti e che era necessario impegnarsi nelle opere buone durante la vita. Era lui stesso a farsi chiamare Brandano, relativo al “gran brando che mi ha dato Dio per riprendere i ladroni e i peccatori di tutte le specie”.

I suoi modi provocavano venerazione da parte di chi lo ascoltava, ma anche derisione e rabbia: nelle campagne e nelle strade senesi poteva essere sbeffeggiato o preso a bastonate, ma non demordeva. Le sue invettive colpivano principalmente i potenti, che spesso non lasciavano correre le offese senza reagire: godeva però di una particolare protezione a Siena, dove i signori locali gli consentivano di operare nell’assistenza agli ammalati dell’ospedale e nella protezione ai mendicanti di strada.

La corte pontificia, il ritorno a Siena e la morte

Dopo aver viaggiato come eremita per l’Italia, la Francia e la Spagna, Brandano si trasferì a Roma. Alla corte pontificia non abbandonò le sue caratteristiche eccentriche, anzi, si scagliò con forza contro la corruzione dell’epoca: senza alcun rispetto per le autorità ecclesiastiche, insultava i cardinali, distribuiva ossa di morto, ammonimenti e sciagure. Papa Clemente VII arrivò a imprigionarlo più volte, e la leggenda dice che lo fece addirittura incatenare e gettare nel Tevere. Brandano ne sarebbe riemerso miracolosamente vivo, e questo episodio non fece che aumentare la sua venerazione da parte di alcuni e la rabbia da parte di coloro che lo avversavano.

Tornato a Siena, le mutate condizioni politiche gli consentirono di diventare una vera e propria icona della predicazione religiosa contro il potere. Le sue profezie di sciagura e le sue ramanzine fecero infuriare gli spagnoli, che nel 1548 governavano Siena; dapprima venne mandato in esilio per undici giorni, poi, dopo che ebbe preso a sassate un soldato spagnolo per protesta contro la costruzione della Fortezza, venne cacciato definitivamente a Piombino. Brandano tornò a Siena nel 1552, quando la città si liberò dal controllo degli spagnoli, e contribuì a difendere la Repubblica dall’attacco dei Medici, aiutando i poveri, i malati e gli affamati.

Brandano morì nel 1554, all’età di 68 anni, poco prima della caduta della Repubblica senese. La venerazione da parte del popolo era così diffusa da far dimenticare i modi eccentrici; gli atteggiamenti violenti con cui inveiva contro le autorità politiche e religiose avevano rafforzato la sua fama, sia a Roma che a Siena. Gli strati sociali più poveri apprezzavano queste sue caratteristiche, e durante una predica dai toni particolarmente violenti a Radicofani era stato chiamato “Il Pazzo di Cristo”. Dopo la morte il suo corpo venne esposto per tre giorni nella chiesa di San Martino; dei suoi resti si sono però perse le tracce. Nel 1612 l’Arcivescovo di Siena promulgò un editto in cui invitava la popolazione a venerarlo come Beato: la Chiesa non ha però portato avanti il processo di beatificazione.

Le profezie e le storie popolari

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Il ritratto di Brandano custodito nel Museo dell’Arciconfraternita di Misericordia di Siena

Eremita e predicatore, Brandano è diventato famoso nei ceti popolari principalmente per le sue profezie. La sua attitudine a scagliarsi contro i soprusi dei governanti e la corruzione delle autorità ecclesiastiche, come già detto, gli permisero di guadagnarsi una vasta popolarità nelle campagne senesi.

Le sue profezie di sventura gli valsero non soltanto la venerazione, ma anche la sopravvivenza di detti popolari tramandati dal XVI secolo in poi. Sono molte le storie popolari e le espressioni che vengono attribuite al “beato” o al “poro” Brandano, tra cui si fatica a distinguere la sua attività da predicatore da ciò che il folclore locale ha attribuito alla sua figura in fase successiva.

Le sue profezie in rima erano facili da ricordare, simili ai proverbi popolari: “Siena Siena, metti la Signora nel cervello, se no andrai in bordello”; “Guai a te, Siena, quando i tuoi lupi porteranno il campano e i monti scenderanno al piano”; “Siena, Siena, incomincia ad arrivare la piena” erano tutti riferimenti profetici dell’invasione spagnola a opera dei Medici.

Anche a Roma si fece notare per le sue profezie: “Roma, Roma, da qui a poco sarai doma” anticipava il sacco di Roma, mentre “Lume, lume, il papa non vede più lume” e “Non più Medici, siamo tutti sani” anticipava la morte di Papa Clemente VII (Giulio de’ Medici). La più specifica profezia di sciagura rivolta alla corte papale è una delle più famose: “Bastardo sodomita, per i tuoi peccati Roma sarà distrutta. Confessati e convertiti, perché tra 14 giorni l’ira di Dio si abbatterà su di te e sulla città”.

Oltre ai Medici, i bersagli preferiti delle invettive di Brandano erano gli spagnoli, soprattutto nel suo periodo senese. “Don Diego tu questa tela l’ hai ordita male, ti mancherà il ripieno, perché Iddio te la taglierà e non la finirai” diceva sulla costruzione della Fortezza. Il suo patriottismo verso la Repubblica senese risulta evidente anche nelle invettive lanciate contro Giulio III: “Io vi avviso Santo Padre, anzi Pastore, che voi non pigliate impresa contro la città vecchia di Siena, che è città dell’alta Reina che l’ha guardata e guarderà, e chi contra ci verrà malcontento se ne partirà”.

Accanto alle predicazioni di Brandano e alle sue reprimende nei confronti delle autorità esistono una serie di motti, detti popolari e profezie che si sono tramandate nelle campagne, mischiandosi alla religiosità popolare e alla controversa figura del beato di Petroio. Ancora oggi, in Valdichiana è dintorni, è possibile imbattersi in anziani contadini che recitano a memoria le profezie attribuite a Brandano: “Quando le macchie saranno giardini sarà un vivere d’ assassini” oppure “Quando le carrozze cammineranno senza cavalli, sarà un mondo di travagli”.

Per approfondire:

Treccani: Bartolomeo da Petroio

Ecomuseo Valdichiana: Brandano

Gianini Belotti, E., Trequanda & Dintorni, Editrice Donchisciotte

Nello Cortigiani, Brandano, Edizione Cantagalli

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La Tavola di Cortona e la lingua degli Etruschi

La civiltà etrusca è stata alla base del nostro territorio: le vestigia del passato raccontano la loro cultura, le loro abitudini e i loro costumi. L’antica Etruria occupava quasi interamente…

La civiltà etrusca è stata alla base del nostro territorio: le vestigia del passato raccontano la loro cultura, le loro abitudini e i loro costumi. L’antica Etruria occupava quasi interamente la Toscana, si spingeva fino alla pianura padana al nord e fino alla Campania al sud. Il territorio oggi rappresentato dalla Valdichiana, ai tempi degli Etruschi, poteva essere definito come uno dei cuori pulsanti della civiltà: importanti città come Chiusi, Cortona o Chianciano conservano tuttora i tesori lasciati dal popolo etrusco, dai reperti archeologici fino alle tombe funerarie.

Tra i reperti di maggiore importanza c’è sicuramente la Tavola di Cortona, chiamata anche “Tabula Cortunensis” custodita al MAEC e liberamente osservabile dai visitatori del museo. Si tratta di una lamina in bronzo con iscrizione etrusche, risalente al III o II secolo a.C, spezzata in otto parti; sette parti sono custodite al Museo di Cortona, l’ottavo tassello è tuttora mancante. Il ritrovamento della “Tabula”, infatti, è ancora avvolto da vicende poco chiare: “Sette furono consegnate nell’ottobre 1992 a Francesco Nicosia, allora sovrintendente ai Beni archeologici della Toscana, che individuò subito l’importanza eccezionale del reperto”, ma che le ha presentate pubblicamente solo nel 1999, nel tentativo di recuperare l’ottavo tassello o altre parti mancanti. I reperti furono ritrovati in località Piagge di Camucia, ma anche sul luogo di ritrovamento non c’è molta chiarezza, dal momento che il punto esatto non è mai stato identificato.

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Sull’importanza della Tavola di Cortona, invece, non ci sono dubbi. Si tratta del terzo testo etrusco più lungo in nostro possesso, con 32 righe di scrittura su un lato e 8 righe sull’altro, iscritte con l’alfabeto arcaico della zona cortonese. Le interpretazioni correnti lo identificano come un atto di vendita, presumibilmente una transazione di vigne o di terreni agricoli nella zona del Trasimeno, da un proprietario a più compratori; questa ipotesi è avvalorata dalla presenza dello “zilath mechl rasnal”, ovvero del pretore di Cortona, che rappresentava la più alta carica cittadina nelle funzioni giuridiche. La presenza del manubrio e della capocchia testimoniano la provenienza da uno schedario notarile, con la lastra che veniva esposta in un luogo pubblico.

Un elemento interessante presente nella Tavola di Cortona è la presenza di tre elenchi di nomi: i venditori, i compratori e i garanti del contratto. Assieme al pretore di Cortona, i figli e i nipoti delle due parti erano considerati garanti dell’atto, a dimostrazione che gli impegni intrapresi dalle persone ricadevano anche sulla famiglia e sui discendenti. Inoltre, la presenza di una serie di numeri a indicare gli oggetti o i terreni messi in vendita aiutano la comprensione dei numerali utilizzati dagli Etruschi.

Il valore archeologico della Tavola di Cortona è testimoniato anche dall’utilità per il mondo accademico per l’interpretazione della lingua etrusca. Contrariamente a quanto si possa pensare, infatti, la lingua etrusca non è affatto misteriosa o indecifrabile. Il presunto mistero, diffuso nella cultura popolare, è stato alimentato dalla probabile origine non indoeuropea della lingua etrusca, e per il dibattito che vede gli Etruschi come una popolazione arrivata in Italia dall’Asia Minore.

Anche se molti elementi della civiltà etrusca rimangono oscuri, la decifrazione della loro scrittura non è tra questi. Siamo infatti in possesso di un elevato numero di reperti archeologici (oltre 10mila) che ci permettono di identificare l’alfabeto etrusco come un derivato di quello greco, presumibilmente proveniente dall’isola di Negroponte; si tratta di un alfabeto in cui a ogni lettera corrisponde un fonema, simile a quello che utilizziamo oggi, e che ha fortemente influenzato quello latino. Siamo in possesso di testimonianze dirette (documenti in lingua etrusca) e testimonianze indirette (citazioni di opere etrusche in testi di altre lingue) che raccontano l’evoluzione dell’alfabeto etrusco con il passare dei secoli, e che mostra le sue sostanziali differenze con le lingue e i dialetti parlati dalle altre popolazioni italiche.

Il problema principale per la lingua etrusca non è quindi relativo alla decifrazione, bensì all’interpretazione: comprendere i testi è difficile, perché la lingua non sembra imparentata con le altre di origine indoeuropea. I reperti che sono giunti fino a noi sono numerosi, ma non particolarmente utili per lo scopo: le iscrizioni sono infatti brevi e di carattere funerario, con indicazioni di nomi, divinità e luoghi. La decifrazione di tali reperti è semplice, considerando l’alfabeto etrusco: per quanto riguarda i testi più complessi come la Tavola di Cortona, la Mummia di Zagabria o la Tegola di Capura, l’interpretazione linguistica diventa più difficile.

La Tavola di Cortona è uno dei reperti più importanti che siano giunti fino a noi, ma le ricerche sulla lingua degli Etruschi non sono ancora concluse: anche se le iscrizioni dell’antica civiltà che abitava il nostro territorio possono essere decifrate, non siamo ancora in possesso di strumenti adatti a un’interpretazione corretta. Gli Etruschi nascondono ancora molti tesori: la speranza è che ulteriori ritrovamenti archeologici e studi accademici possano aiutarci a mettere in luce ulteriori aspetti della loro civiltà e i forti legami con le culture dei secoli successivi.

L'evoluzione dell'alfabeto etrusco

L’evoluzione dell’alfabeto etrusco

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A Celle su Rigo l’antico Palio del Cacio

Tutto pronto a Celle sul Rigo, piccolo borgo medievale nel profondo sud della provincia senese, per una nuova edizione del Palio del Cacio, che si terrà il 14 agosto. Da…

Tutto pronto a Celle sul Rigo, piccolo borgo medievale nel profondo sud della provincia senese, per una nuova edizione del Palio del Cacio, che si terrà il 14 agosto. Da oltre quindici anni, tra le vie del paese, si può rivivere quell’atmosfera spensierata, quell’allegria pura e autentica che i nostri nonni provavano nel periodo di Carnevale, quando tradizionalmente si giocava “al cacio”.  L’evento, organizzato dalla nuova Associazione Pro Loco di Celle sul Rigo, vede quest’anno una novità assoluta: accanto alla consolidata gara dei big, per le quattro contrade cellesi si sfideranno anche i bambini.

Il gioco del cacio, gemello di quello della ruzzola, ha origini antichissime, e affonda le sue radici in numerose culture popolari di tutta la penisola. Tracciare dunque una storia precisa di questo “sport” millenario risulta alquanto difficile.

L’Ottocento rappresenta un momento importante per la riscoperta e la rivalutazione di questi passatempi popolari, grazie anche alla nascita dell’etnografia. Per la cultura romantica infatti, sono questi piccoli ritagli di vita quotidiana che ci raccontano l’autentico Volkgeist, lo spirito del popolo, l’espressione identitaria più autentica di una comunità. Prima del XIX° secolo le uniche testimonianze reperibili per il gioco del cacio e della ruzzola, sono di matrice giuridica, volte a regolamentare queste attività. Per molto tempo infatti l’interesse di letterati e studioso fu rivolto a giochi più illustri, o che avessero l’aura nobile della classicità greca e latina.

Eppure diversi indizi ci riportano ancor più indietro dell’Ottocento, fino alla tomba dell’Olimpiade nella necropoli etrusca di Monterozzi di Tarquinia, nella quale è raffigurato il discobolo o lanciatore. La posizione del discobolo è quella tipica di chi sta per lanciare una forma di cacio o una ruzzola, e questa iconografia non è presente in altre testimonianze coeve. Anche durante l’impero romano troviamo tracce del gioco della ruzzola, come si evince da un passo di una commedia di Plauto, la Persa.

Nel Medioevo il gioco assunse una connotazione ambivalente. Molto spesso fu inviso all’autorità, in quanto causa di disordini pubblici, poiché legato al mondo delle scommesse e al gioco d’azzardo.  Inoltre la forma di cacio era un premio molto ambito, perché poteva significare la sopravvivenza di una famiglia, e questo rendeva l’agone ancor più sentito.

Come detto con la riscoperta della classicità l’interesse verso i passatempi del popolino andò progressivamente scemando, ritenuti volgari e poco aulici. Questo oblio durò per circa tre secoli, dal Rinascimento fino al Settecento, quando in diverse parti d’Italia il gioco, sia con il cacio che con la ruzzola di legno, venne vietato eccetto che nel periodo di Carnevale.

È del 30 aprile 1863 il documento più antico che attesta la presenza del gioco del cacio nel piccolo borgo di Celle sul Rigo. Lo scritto, appartenente al Comune di San Casciano dei Bagni, è un vetusto regolamento nel quale possiamo leggere, oltre alle norme del gioco, un interessante articolo, che ci mostra come potesse essere, a discapito delle apparenze, alquanto pericoloso lanciare a gran forza una forma di cacio di 1 kg:

Art. 24 –  I giuochi di palla, bocce, ruzzola, e formaggio sono vietati nelle vie e nelle piazze del Paese, destinando a tale scopo per Celle: La strada che conduce a Radicofani partendosi dal Nespolo, per il giuoco della ruzzola, ruzzoloni e formaggio. La strada attorno alla Rocca per il giuoco delle bocce. I contravventori agli articoli contenuti in questo titolo incorreranno nell’ammenda di Lire cinque.

Inoltre un’altra regola aurea, rimasta in vigore fino agli anni’50-60 dello scorso secolo, era che alla competizione potessero partecipare solo gli adulti.

La bellezza di questo gioco risiede dunque nel rischio, nell’azzardo, ma soprattutto nella semplicità, una semplicità mai banale, ma ricca di maestria. I nostri nonni nell’ultimo giorno di Carnevale, dovevano scegliere con cura la migliore traiettoria per condurre la forma di cacio tra le anguste vie del paese. Scalini, sporgenze, avvallamenti, discese improvvise e il piede di qualche spettatore distratto, erano ostacoli frequenti, che potevano compromettere la vittoria finale.

Il vincitore, oltra a coprirsi di gloria imperitura nella memoria dei compaesani cellesi, poteva mettere le mani in qualcosa di ben più ambito, in anni nei quali si eri costretti, dalle necessità, a badare di più alla sostanza. Un chilo di formaggio significava non solo passare un Carnevale all’insegna dell’allegria, ma un’intera annata.

Semplicità dunque, ma anche perfezione e condivisione. Sono questi i termini che meglio di molti altri possono narrare l’anima antica di questo gioco. Nella compiuta circolarità della forma di cacio, è possibile scorgere un susseguirsi senza fine tra le diverse generazioni, il perdurare di una tradizione che non trova esito, l’eterno ritorno dell’uguale.

E quando il formaggio, urtando contro qualche angolo, si rompe e sparge i suoi pezzi sul selciato, ecco che la perfezione diventa condivisione di sapori e aromi con l’avversario.

 

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Porsenna e la gallina dai pulcini d’oro

«E ora conviene parlare del [labirinto] italico, che fece per sé Porsenna, re dell’Etruria, per sepolcro, e allo stesso tempo affinché fosse superata la vanità dei re stranieri anche dagli…

«E ora conviene parlare del [labirinto] italico, che fece per sé Porsenna, re dell’Etruria, per sepolcro, e allo stesso tempo affinché fosse superata la vanità dei re stranieri anche dagli Italici. […] Fu sepolto sotto la città di Chiusi, nel qual luogo lasciò un monumento quadrato in pietra squadrata, ciascun lato largo 300 piedi e alto 50. In questa base quadrata c’è all’interno un labirinto inestricabile, dove se qualcuno vi entrasse senza un gomitolo di lino, non potrebbe trovare l’uscita.» (Plinio il Vecchio, Naturalis Historia)

Labirinti, tesori e galline

Dove si trova il famigerato tesoro di Porsenna? Poche leggende, nel territorio della Valdichiana e dintorni, rivaleggiano per antichità e fascino con quella del lucumone etrusco di Chiusi. Sono stati molti i tentativi, da parte degli archeologi o dei più disparati cacciatori di tesori, di rintracciarlo: addirittura Enea Silvio Piccolomini, Papa Pio II, organizzò una spedizione in tal senso, senza successo. I contorni del mausoleo etrusco, tuttavia, sfumano nella leggenda.

Due storici romani, Plinio e Varrone, raccontano di un mastodontico mausoleo in cui era stato sepolto il condottiero etrusco, sotto il quale si snodava un labirinto talmente intricato da far impallidire quello del Minotauro di Creta. Il mausoleo era stato fatto costruire dal Re Porsenna per ospitare le sue spoglie, che ancora oggi riposerebbero al centro del labirinto, adagiate su un cocchio d’oro trainato da dodici cavalli e vegliato da una chioccia con cinquemila pulcini, anch’essi in oro.

Quello che oggi si può visitare sotto il Museo Archeologico Nazionale di Chiusi non è, ovviamente, il labirinto delle leggende. Si tratta di una serie di cunicoli, scoperti negli anni ’20, che si snodano nei sotterranei della città di Chiusi; creati dagli Etruschi nel V secolo a.C., fungevano da sistema di drenaggio e approvvigionamento idrico. Sopra la cisterna, nel XII secolo, venne eretta una torre a difesa, divenuta poi il campanile della cattedrale. L’importanza storica e artistica dei cunicoli è notevole: ma al loro interno non sono state rinvenute tracce del tesoro di Porsenna. Quella che probabilmente era un’esagerazione degli storici romani, rimasta per secoli nelle leggende e nei racconti popolari, nasconde però un elemento culturale di notevole interesse: la gallina dai pulcini d’oro.

Porsenna: storia e leggenda

moneta porsennaPrima di comprendere pienamente il significato del tesoro della leggenda, è necessario soffermarsi sul protagonista di questa storia. Il condottiero Porsenna, lucumone della città di Chiusi, è stata una delle figure più importanti nella storia antica del nostro Paese: non soltanto Chiusi era una delle più potenti delle dodici città Etrusche, ma il Re Porsenna fu in grado di tenere in scacco Roma per molto tempo. La sua figura, ritenuta leggendaria al pari del mausoleo in cui ancora oggi riposerebbe, è in realtà storicamente riconosciuta.

Porsenna (il cui nome etrusco era Lars Porsina) è passato alla storia per via del suo intervento militare a favore dell’ultimo Re di Roma, Tarquinio il Superbo, anch’esso di origini etrusche. Le sue abilità militari furono tali da permettergli di conquistare Roma e di farla ricadere per qualche tempo sotto l’influenza di Chiusi, un’impresa che riuscì successivamente soltanto a Brenno e Alarico.

In qualità di lucumone, ovvero Re delle città etrusche, Porsenna compare in alcune antiche leggende romane come quelle di Muzio Scevola, Clelia e Orazio Coclite, che raccontano gesta eroiche e di resistenza durante il periodo dell’assedio etrusco. Quel che è certo, leggende a parte, è che l’influenza di Porsenna abbia giocato un ruolo fondamentale a Roma nel V secolo a.C. e che abbia dettato condizioni di pace assai dure. Probabilmente risale a questo periodo la leggenda delle straordinarie ricchezze del lucumone etrusco, frutto delle imposte romane e della fine del regno di Tarquinio il Superbo.

Nell’ultimo periodo della sua vita, dopo essere tornato a Chiusi e aver liberato Roma dal giogo etrusco, Porsenna torna ad avvolgersi nella leggenda: si racconta che, sentendosi avvicinare alla morte, fece costruire un labirinto da un esercito di manovali. Poi, grazie ai migliori orafi del territorio, fece trasformare le enormi quantità di oro raccolte durante le sue gesta da condottiero per fondere la carrozza, la chioccia e i cinquemila pulcini che avrebbero dovuto accompagnarlo nell’aldilà. Si dice che i pulcini fossero talmente belli che sembravano poter prendere vita da un momento all’altro, e che simboleggiassero i soldati e le famiglie nobiliari che avevano sempre sostenuto il loro Re. Il corteo funebre dorato, partito da Chiusi e scomparso nelle campagne, è il fulcro di tante leggende popolari che si sono succedute per secoli.

La gallina dai pulcini d’oro

Il tesoro di Porsenna, caratterizzato dalla particolare simbologia della gallina dorata, è una leggenda che presenta caratteristiche in comune con altri territori. A Prato Rosello, in provincia di Prato, si racconta di un tesoro di una gallina con cinquemila pulcini d’oro, sotterrato in una necropoli etrusca; probabilmente il riferimento è sempre quello di Porsenna, ma non si tratta di un caso isolato.

Spostiamoci nella provincia pugliese della Manduria: la “òccula e li puricini ti oru” è una leggenda che racconta di una chioccia dorata con i pulcini, forse di origine greca o alessandrina, sottratta alla città di Taranto e nascosta in un luogo sconosciuto. Le somiglianze con il tesoro di Porsenna sono evidenti, e ne troviamo in tanti altri luoghi: Artimino e Malmantile in Toscana, Randazzo e Novara in Sicilia, Cirò e Longobucco in Calabria, dove la “Chiocchia della Gnazzitta” è ancora nascosta sotto un macigno. Degna d’interesse è una leggenda del Conero, nelle Marche: si dice che nei sotterranei di Camerano si nasconda una grande stanza con un altare al centro, in cui si troverebbe una chioccia d’oro con dodici pulcini dorati. L’intruso potrà tornare indietro soltanto scrivendo con il sangue il vero nome del Demonio sulla roccia. In questo caso tornano molti elementi che abbiamo già incontrato a Chiusi: il labirinto sotterraneo da cui non si può fuggire e il tesoro contraddistinto dai pulcini d’oro.

C7P Chioccia di Teodolinda

Un elemento così diffuso in tutta la penisola non poteva che essere studiato con attenzione dagli storici: spesso le leggende vengono fatte risalire a un’opera d’arte conservata nel Museo Serpero, presso il Duomo di Monza. La chioccia con sette pulcini dorati, chiamata anche “Pitta teodolindea”, è stata rinvenuta nel sarcofago di Teodolinda, regina longobarda del VI secolo. L’opera, di raffinata fattura, è impreziosita da rubini negli occhi della gallina e da zaffiri negli occhi dei pulcini.

Seppellire una gallina assieme al defunto era un’usanza longobarda, e una regina come Teodolinda meritava nel suo sarcofago un tesoro del genere. La chioccia è attribuita a Teodolinda, anche se non è detto che fosse stata seppellita assieme a lei; quello che è interessante sottolineare, tuttavia, è che una possibile interpretazione dell’opera sia la rappresentazione metaforica della costellazione delle Pleiadi, detta anche “Gallinella”.

Se l’origine della leggenda è longobarda, si potrebbe spiegare la sua diffusione in tutta Italia, ma questo costringerebbe a datarne le origini al VI secolo d.C, e non in epoca etrusca; in effetti, gli storici romani parlano genericamente dei tesori di Porsenna e non fanno riferimento ai pulcini. Le tradizioni popolari di Chiusi e della Toscana potrebbero essersi originate in epoca longobarda, fondendosi alla figura di Porsenna e al suo misterioso labirinto pieno di tesori.

Una cosa è certa: la leggenda del tesoro di Porsenna e la gallina con i cinquemila pulcini d’oro continua ad affascinare le generazioni moderne, a così tanti secoli di distanza. Si dice che in certe sere di tempesta, o durante le notti di plenilunio, si possano sentire in lontananza i pigolii dei pulcini tornati magicamente in vita, e che condurrebbero al tesoro sotterraneo. Forse i pulcini d’oro sono ancora nascosti da qualche parte, nelle campagne di quella che fu l’antica Etruria, in attesa di essere riportati alla luce: o forse è soltanto un’altra storia, che la leggendaria figura di Porsenna si porta appresso da due millenni e mezzo.

 


Fonti bibliografiche

Naturalis historia, Plinio il Vecchio

Chiusi: il labirinto di Porsenna, leggenda e realtà, Franco Fabrizi, Calosci, 1987

L’altra Toscana. Guida ai luoghi d’arte e natura poco conosciuti, Erio Rosetti e Luca Valenti, Le Lettere, 2003

www.summagallicana.it

www.manduriaoggi.it

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Alberto Rinaldi, il misterioso medico di Piazze

Foto di copertina di Renato Pantini Il piccolo borgo di Piazze, frazione del comune di Cetona, sorge sul versante dell’omonimo monte che si affaccia sulla Valdichiana. Non a tutti è…

Foto di copertina di Renato Pantini

Il piccolo borgo di Piazze, frazione del comune di Cetona, sorge sul versante dell’omonimo monte che si affaccia sulla Valdichiana. Non a tutti è noto che proprio qui, a fine ‘800, nacque un personaggio controverso e misterioso che ancora oggi causa dibattiti all’interno della comunità scientifica.

Alberto_RinaldiAlberto Rinaldi, questo il suo nome, è stato un famoso medico di inizio ‘900. Nacque a Piazze da una delle famiglie più agiate della zona, e si laureò in medicina all’Università di Siena diventando poi medico condotto (quello che oggi chiameremmo medico di famiglia) del suo comune d’origine.

Perché si parla di figura controversa? Qual è il mistero che si cela dietro la storia del dottor Rinaldi?
Sempre alla ricerca di una cura per la tubercolosi, che a quei tempi era una malattia molto diffusa, il medico di Piazze sottoponeva i suoi pazienti a terapie sperimentali con farmaci da lui prodotti. Un giorno, un suo paziente malato di tubercolosi gli scrisse, parlando di una di queste nuove cure a cui il dottor Rinaldi lo stava sottoponendo: “Per quanto riguarda la tubercolosi non saprei dirle. Il fatto incredibile è che la mia mano, bloccata dal reumatismo e distorta dall’artrosi, è tornata normale!”

E fu proprio così che Rinaldi capì di aver scoperto una nuova medicina quasi miracolosa nella cura di malattie come artrosi, artrite e reumatismi. Cominciò quindi a perfezionarlo e a sperimentando, diventando presto famoso sia in Italia che all’estero.

Divenne talmente noto che persino Benito Mussolini andò a chiedergli di curare la figlia Anna Maria dalla poliomielite, ma Alberto si rifiutò. Alcuni credono che lo fece per sgarbo al Duce, ma è più probabile che ritenesse la sua cura non adatta alla malattia della bambina.

Nonostante il mondo accademico domandasse delucidazioni riguardo alla cura di Rinaldi, il medico di Cetona fu sempre molto geloso della sua scoperta e non la rivelò mai a nessuno. In questo modo si attirò addosso l’antipatia generale, e venne spesso accusato di essere un ciarlatano.

26cityroom-pete-blog480Nel 1931, il famoso direttore d’orchestra Arturo Toscanini dovette improvvisamente sospendere la stagione di concerti con la Filarmonica di New York a causa di una dolorosa borsite che gli prese il braccio e la spalla destri, che lo aveva costretto a dirigere gli ultimi concerti solamente con il braccio sinistro. Tutte le terapie a cui si era sottoposto si erano rivelate inutili, ma quando apprese dai giornali la notizia della cura miracolosa del dottor Rinaldi, Toscanini rientra in Italia (da cui si era allontanato dopo aver subito un’aggressione fascista per essersi rifiutato di dirigere Giovinezza) e si rivolge a lui per trovare una cura alla sua malattia.

Il sistema di Rinaldi si rivela immediatamente efficace, scatenando l’entusiasmo del Maestro che ritornò più volte in Italia appositamente per sottoporsi a una terapia di mantenimento. La sua borsite sparì definitivamente e la sua carriera proseguì fino agli 87 anni.

Una notte, il 27 settembre 1935, Alberto Rinaldi venne assassinato a bastonate nel giardino di casa mentre rientrava da una delle sue visite notturne. Per l’omicidio venne accusato e condannato Leopoldo Moretti, compaesano del dottore, ma la sua morte rimane ancora avvolta nel mistero.

Nei decenni a venire, la comunità scientifica ha cercato a più riprese di venire a capo del segreto che si cela dietro il farmaco miracoloso prodotto da Rinaldi, senza però ottenere alcun successo.

Fonti bibliografiche

Il medico di Piazze. La storia del dottor Alberto Rinaldi che guarì il maestro Arturo Toscanini e centinaia di malati incurabili, di Susanna Rinaldi, Edizioni Emmecipi, Roma, 2009.

Cetona. Ricordi per il futuro. Testimonianze, foto, cartoline d’epoca per una storia scritta dalla gente, di Angelo Molaioli, Edizioni Emmecipi, Roma, 2006.

I mercanti della salute, di Marco Pizzuti, Sperling & Kupfer editori, 2012

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Alla scoperta di Celle sul Rigo

Celle sul Rigo è un piccolo borgo di neppure 400 abitanti, una frazione di San Casciano dei Bagni che fa parte dell’unione dei comuni della Valdichiana senese, ma che si trova…

Celle sul Rigo è un piccolo borgo di neppure 400 abitanti, una frazione di San Casciano dei Bagni che fa parte dell’unione dei comuni della Valdichiana senese, ma che si trova ai confini con l’Umbria e con il Lazio. Come ogni piccolo borgo del nostro territorio, nasconde tanti tesori e tante sorprese che affondano le loro radici nella storia e nella cultura locale.

Un attimo di relax

Un attimo di relax

La storia di Celle sul Rigo può essere raccontata attraverso una visita al borgo, dominato da una torre del XII secolo; le strade che circondano il paese, situato in cima a un colle, si chiamano Via Torno al Fosso e Via della Rocca, chiara indicazione del castello e della cinta muraria di epoca antica. Il suo nome, così particolare, potrebbe essere fatto risalire alle celle vinarie delle grotte che si trovano sotto il paese, scavate nel tufo e utilizzate come rifugi in tempo di guerra.

Dalla piazza principale di Celle sul Rigo è possibile osservare un meraviglioso panorama sulle valli circostanti. Situato lungo la via Francigena, in una posizione strategica nei pressi del fiume Paglia, è facilmente intuibile l’importanza strategica che il borgo ha rivestito nel corso della sua storia; è stato infatti oggetto di contese tra Orvieto e Siena, tra Stato Pontificio e Granducato di Toscana.

La piazza centrale si trova in una posizione particolare, il borgo infatti si sviluppa in direzione nord come una mezzaluna, è come se mancasse una parte in direzione sud. Inoltre la sua grande dimensione rispetto al resto del borgo, unita all’urbanistica regolare e squadrata delle vie, lascia ipotizzare delle origini ancora più antiche di quelle medievali, forse un accampamento militare di epoca romana o longobarda.

La presenza della torre che svetta in cima a Celle sul Rigo testimonia chiaramente la cinta muraria di epoca medievale, di cui oggi non rimane nulla. Tuttavia sono riconoscibili resti di mura lungo il borgo, torrini inglobati nelle abitazioni, che dovevano far parte di un punto difensivo molto importante, con tre porte e altrettanti ponti levatoi. Accanto alla piazza principale, sempre sul versante sud ci sono i resti di una fattoria del 1600, di cui si vede ancora la macina; la fattoria era di proprietà dei conti senesi Bocchi Bianchi, le cui vicende familiari sono strettamente legate a quelle di Celle sul Rigo.

Tre strade principali partono dalla piazza centrale: Via del Cantone (chiamata anche “Via del Teatro”), Via Carducci (chiamata anche “Strada di Mezzo”) e Via San Giovanni. La loro particolarità è che da tutte e tre le strade si vede perfettamente Radicofani, con la maestosa fortezza che svetta sulla collina, come se fosse un punto d’osservazione privilegiato.

Via Carducci è dedicata al personaggio più importante vissuto nel piccolo borgo: Giosuè Carducci, uno dei poeti più importanti della nostra letteratura. Il giovane Carducci abitò nel borgo per qualche anno, quand’era diciottenne, seguendo il padre che svolgeva la professione di medico; ha scritto alcune poesie proprio in queste terre, e i cellesi gli hanno dedicato una targa commemorativa dopo l’assegnazione del Premio Nobel.

Via San Giovanni è la strada in cui si trovano gli edifici religiosi del borgo. La Chiesa di San Giovanni, più piccola e riparata, e la Chiesa di San Paolo Converso, le cui origini risalgono al XIII secolo. Il portale e l’altare maggiore di quest’ultima provengono dalla Chiesa di Sant’Elisabetta, che si trovava nel versante sud del paese ma è stata distrutta dal terremoto e dall’incuria nel corso del XX secolo. Sempre lungo questa via è possibile notare la cisterna che nei secoli passati veniva utilizzata come deposito per l’acqua, con i resti del vecchio meccanismo di carrucole e bicchierini.

La vecchia cisterna

La vecchia cisterna

Infine Via del Teatro, racchiusa tra il palazzo dei conti Bocchi Bianchi e il Teatro della Filarmonica: impossibile raccontare la storia di Celle sul Rigo senza citare la Società Filarmonica, fondata da nove amici musicisti nel 1876. A quei tempi gli unici modi per ascoltare la musica erano quelli di andare ai concerti o di farla in prima persona: il gruppo di amici, amanti della musica, decisero quindi di costituire una società per dare origine a una banda e a un teatro nel piccolo borgo. Non avevano un teatro quindi decisero di costruirne uno, comprando dei locali e affidando il progetto a un ingegnere. Chi non aveva soldi per finanziare il progetto contribuiva in “opere e buoi”, ovvero attraverso il lavoro e il trasporto dei materiali. In pochi anni il lavoro è concluso: dal 1900 Celle sul Rigo può vantare il suo teatro e la sua banda, che rendeva più popolare la musica, svolgendo un’importante funzione culturale e sociale.

Dal 1970 a Celle sul Rigo si tiene la famosa Sagra dei Pici, organizzata proprio dalla Società Filarmonica per finanziare le attività dell’associazione, per sostenere la banda del paese e rafforzare il senso di comunità. A quei tempi parlare di prodotti tipici della tradizione contadina e di gastronomia di qualità non era scontato: oggi assistiamo all’esplosione di sagre e feste popolari, ma la Sagra dei Pici affonda le sue radici in una lunga tradizione e in una storia che viene da lontano. A ben vedere, è la storia dello stesso borgo, abbarbicato su una collina in un territorio di frontiera, che affronta con orgoglio e serenità le sfide del futuro.

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Ma i toscani discendono davvero dagli etruschi?

L’identità di una persona o di un popolo è qualcosa che si crea attraverso processi tortuosi, influenzati dalla storia, dalla geografia e dalle credenze popolari. Un esempio sono i paesi balcanici, che duecento…

L’identità di una persona o di un popolo è qualcosa che si crea attraverso processi tortuosi, influenzati dalla storia, dalla geografia e dalle credenze popolari. Un esempio sono i paesi balcanici, che duecento anni fa parlavano la stessa lingua che oggi, per via dei nazionalismi e della divisione degli stati, si è trasformata in tante lingue diverse tra loro. Da una sola identità se ne sono create molte diverse nel giro di pochi anni, in seguito a guerre e divisioni geopolitiche.

Un’altra discriminante della creazione delle identità è la genealogia: quanto spesso sentiamo persone che si vantano di discendere dal tal popolo o dalla tale famiglia? Eppure, nonostante molti siano convinti del contrario, il nostro passato biologico in realtà è in gran parte impossibile da conoscere tranne per quelle famiglie che tenevano registri genealogici.

Ma la ricerca moderna ci ha portati alla scoperta del DNA, da cui si sono aperte le porte verso il passato. Grazie proprio all’analisi del codice genetico e al lavoro dei biologi, oggi possiamo risalire a chi erano i nostri antenati. Ma come?

Il genoma umano viene metà dalla mamma e metà dal papà. Grazie al DNA mitocondriale, ovvero quello che ereditiamo dalla mamma, che si trasmette di generazione in generazione praticamente immutato, possiamo seguire il messaggio genetico che arriva dalle nostre trisavole. Il DNA mitocondriale è quello che si conserva meglio nel tempo, e quindi quello che arriva a noi carico di informazioni ancora intatte.

Questo processo oggi si può applicare agli scheletri di individui vissuti secoli e secoli fa: è lo studio del DNA antico. Estraendo il DNA dai capelli o dalle ossa degli scheletri possiamo sapere qualcosa di loro. Nel nostro genoma, infatti, sono contenuti dei ‘mattoncini’, delle molecole che contengono informazioni riguardo a come siamo fatti: il nostro gruppo sanguigno, il colore dei nostri capelli, la nostra predisposizione ad ammalarci e via dicendo. Il DNA descrive anche quello che possiamo diventare in relazione all’ambiente, come ad esempio se siamo predisposti a ingrassare.

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Questa conoscenza ci ha permesso di cercare le risposte a domande frequenti, come ad esempio quella che molti abitanti di quella che era un tempo l’Etruria si pongono spesso: ma i toscani discendono davvero dagli etruschi?

Partiamo da una premessa.
L’etrusco è una lingua non indoeuropea. Era scritto con un alfabeto di derivazione greca, ma non esistono testi scritti in etrusco sopravvissuti fino ai giorni nostri. Abbiamo lapidi funerarie, tegole, una tavola commerciale conservata al museo dell’Accademia Etrusca di Cortona e poco altro. Il mistero è: come mai una popolazione così evoluta non ha lasciato testi letterari? Questo dilemma è ancora oggi senza una risposta.

La derivazione della lingua fa pensare che gli Etruschi avessero qualcosa di particolare, di speciale. Prima degli Etruschi c’era la civiltà villanoviana, quella che ha posto le fondamenta di città come Volterra, Orvieto e Chiusi, e di cui sono stati ritrovati diversi reperti anche a Brolio, località di Castiglion Fiorentino.

Questo popolo aveva l’usanza di bruciare i morti, quindi per noi è impossibile reperire il loro DNA perchè è letteralmente cotto, e quindi inservibile.

Dopo la civiltà villanoviana è venuta l’epoca degli etruschi, il cui popolo era organizzato in città-stato indipendenti. Nonostante l’assenza di un’unità politica, gli Etruschi sono riusciti a espandere i loro territori in gran parte del’Italia centrale. Infatti, nel VI secolo controllavano buona parte dell’Italia, Roma compresa.

Intorno al 19 a.c., una serie di sconfitte ha costretto la civiltà etrusca a piegarsi alla potenza dell’Impero Romano, ed è da allora che si è persa qualsiasi traccia dei testi etruschi. Di punto in bianco la lingua etrusca sparisce, non è più documentata.

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Per questo motivo, ad oggi tantissimi aspetti della civiltà etrusca ci sono oscuri, e la sua origine è oggetto di grandi discussioni fin dall’antichità.

Secondo Erodoto, gli Etruschi erano arrivati dalla Libia e dall’Anatolia in fuga da una carestia, ma non è credibile che un’intera popolazione possa migrare in massa da un punto all’altro. Certo è che al tempo c’erano fitti rapporti commerciali con la Libia, e il DNA poteva spostarsi attraverso i marinai che si trasferivano in altre terre e mettevano su famiglia. Dionigi d’Alicarnasso sosteneva invece che gli Etruschi fossero dei veri italici, originari della penisola.

Ad oggi si presume che fossero una popolazione locale ma non è chiaro se fossero un popolo dalle origini comuni o gente di origini diverse accomunata dalla stessa lingua, come ad esempio gli inglesi di oggi.

Da dove venivano gli Etruschi e dove sono finiti? In che rapporti genealogici sono con gli attuali abitanti di quella che era l’Etruria?
Gli archeologi ci dicono che, effettivamente, nell’arte etrusca è compresa una componente orientaleggiante e che quindi potrebbe essere credibile un’origine orientale di qualche tipo.

Compito dell’archeologia è quello di parlarci di come si trasformano nel tempo le culture materiali, ma non può raccontarci chi è figlio di chi. Qui entra in gioco la biologia. Le due discipline vanno quindi integrate per indagare in profondità nella misteriosa storia degli Etruschi.

La possibilità di studiare il DNA antico è una scoperta recente. Infatti, fino agli anni ’90 non era pensabile riuscire a risalire l’albero genealogico di persone morte secoli fa.

È proprio grazie a questa tecnica di ricerca che Alberto Piazza, professore dell’Università di Torino, ha scoperto nel 2007 che in Toscana c’è effettivamente una concentrazione di caratteristiche genetiche peculiari rispetto al resto d’Italia.

Un risultato incredibile, ma ancora non soddisfacente.
Uno studio successivo di Antonio Torroni dell’Università di Pavia, condotto raccogliendo il DNA di diversi popoli europei, ha dimostrato una corrispondenza genetica molto forte tra la Turchia e la Toscana. È evidente, quindi, che c’è un filo rosso che lega i due luoghi e che passa inevitabilmente per il popolo etrusco.Si è quindi scoperto che i Toscani sono la popolazione più simile agli Etruschi di tutta l’Europa. La seconda più simile è la popolazione dell’Anatolia.Schermata 2015-06-02 alle 18.39.05

L’indagine doveva andare avanti: i ricercatori sono riusciti a ottenere alcuni reperti etruschi (costole e altri pezzi di ossa, che finiscono inevitabilmente distrutti per studiarne il DNA) provenienti dalla zona compresa tra Adria e Capua, dai quali è stato possibile ottenere ben 27 campioni di DNA etrusco originale.

L’idea di base era: se i Toscani discendono dagli etruschi, confrontando il DNA di toscani moderni e quello antico etrusco, tra i toscani dovremmo trovare tantissime sequenze di DNA identiche a quelle etrusche.

Invece no.
Su 27 sequenze etrusche, in Toscana (campioni presi da Murlo, Casentino e Volterra) ne sono state trovate solo due. Sette sono state trovate in Germania, cinque in Cornovaglia e altre cinque in Anatolia. Bisogna tenere comunque in considerazione che le sequenze antiche non sono perfette, a causa della loro età: il confronto diretto non è ideale perchè il minimo errore può far sembrare diversi due DNA identici.

È necessario quindi un approccio diverso: prendiamo i dati ottenuti sopra come dati di fatto, ma facciamo anche un confronto tra l’insieme delle sequenze antiche e l’insieme di quelle moderne.

I risultati di questo nuovo approccio sono stati questi:
Murlo nel 99,7% dei casi non c’è alcuna continuità genetica con il DNA etrusco.
I campioni di Volterra hanno dato risultati negativi addirittura nel 100% dei casi.
Insomma, è difficile che gli abitanti di queste città discendano anche lontanamente dagli Etruschi.

Nel Casentino invece le cose cambiano radicalmente: l’80% degli esperimenti ha dato risultati positivi di continuità.

I ricercatori che hanno lavorato a questo studio sono andati in Anatolia dell’Ovest a raccogliere personalmente i campioni per fare un raffronto, e hanno scoperto che nell’83% dei casi c’è continuità genealogica con gli etruschi, un risultato molto simile a quello ottenuto nel Casentino.

Il genoma, in Toscana come in tutti i posti del mondo, è molto variegato, ma nel Casentino c’è una percentuale rilevante di similitudine genetica con gli antichi etruschi e i moderni anatolici della Turchia.

In ogni caso, è bene concludere dicendo che le nostre origini biologiche sono molteplici perchè abbiamo tantissimi antenati (andando indietro fino all’anno mille ne avremmo milioni ciascuno!). L’unica cosa che sappiamo per certo è che 60.000 anni fa i nostri antenati erano tutti in Africa, nella Rift Valley: la culla dell’umanità.

La Rift Valley etiope vista dallo spazio Photo: NASA


Questo articolo è un riassunto della bellissima conferenza di Guido Barbujani, professore di genetica all’Università di Ferrara, a cui ho partecipato durante l’edizione del 2010 de i Dialoghi sull’Uomo di Pistoia.  Per chi avesse un’ora da dedicargli, ecco il video dell’evento integrale:

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Machiavelli e i popoli della Valdichiana ribellati

Niccolò Machiavelli è uno dei principali protagonisti del Rinascimento italiano. Fiorentino, fondatore della scienza politica moderna, ha scritto trattati di etica e di politica studiati in tutto il mondo. Soprattutto…

Niccolò Machiavelli è uno dei principali protagonisti del Rinascimento italiano. Fiorentino, fondatore della scienza politica moderna, ha scritto trattati di etica e di politica studiati in tutto il mondo. Soprattutto il famosissimo “De Principatibus (Il Principe)” che illustra i suoi pensieri e i suoi consigli su come organizzare uno stato e mantenere il consenso in maniera stabile e duratura.

Molto meno famoso, ma degno d’interesse, è la breve relazione del Machiavelli dal titolo “Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati”. Scritta nel 1503, la relazione si concentra sulla ribellione al dominio di Firenze da parte degli abitanti della Valdichiana (chiamati semplicemente “gli aretini”) e sulla risposta politica da parte dei fiorentini.

Machiavelli è molto critico nei confronti delle scelte effettuate da Firenze, che non ha raggiunto l’obiettivo finale di sedare la ribellione e ha provocato ulteriore odio da parte dei popoli della Valdichiana. A suo avviso sono stati fatti dei gravi errori di valutazione, poiché ai ribelli non sono stati proposti nè patti benevoli nè sono stati definitivamente distrutti, togliendo ogni possibilità futura di ribellarsi. A supporto della sua posizione, Machiavelli porta l’esempio dell’antica Roma e del suo modo di trattare i popoli ribelli nel Lazio:

“I Romani pensarono una volta, che i popoli ribellati si debbano o beneficare o spegnere, e che ogni altra via sia pericolosissima. A me non pare che voi agli Aretini abbiate fatto nessuna di queste cose, perché e’ non si chiama benefizio ogni dì fargli venire a Firenze, avere tolto loro gli onori, vendere loro le possessioni, sparlarne pubblicamente, avere tenuti loro i soldati in casa. Non si chiama assicurarsene lasciare le mura in piedi, lasciarvene abitare e’ cinque sesti di loro, non dare loro compagnia di abitatori che gli tenghino sotto, e non si governare in modo con loro, che negl’impedimenti e guerre che vi fossero fatte, voi non avessi a tenere più spesa in Arezzo, che all’incontro di quello nimico che vi assaltasse.”

Il modo di affrontare la ribellione dei Romani, per Machiavelli, è quello corretto: non potendo avere la meglio sui Falisci, li distrussero e costruirono una nuova città chiamata Civita Castellana. Firenze, invece, non ha raggiunto un accordo benevolo con Arezzo e la Valdichiana, nè ha distrutto completamente i ribelli: anzi ha imposto gravi tasse e ha spinto la popolazione a odiare ancor di più i loro governanti. Una scelta politica pericolosissima, che non ha risolto il problema, ma anzi l’ha esasperato.

L’intera relazione, per chi fosse interessato, può essere letta su Wikisource. Quello che mi sembra interessante sottolineare, comunque, è che in questo trattato precedente a “Il Principe”, Machiavelli comincia delineare la sua etica. Si comincia a descrivere la necessità di una figura politica che persegue i suoi scopi in modo determinato, usando il buon esempio della storia antica e con particolare attenzione all’etica umanistica piuttosto che alla teologia religiosa. Una figura, quella del Principe, capace di riunire la frammentazione italiana tra Stati divisi e lotte intestine per il potere, corporazioni e clientele. Un’Italia dominata dai compromessi, dalle debolezze dei governanti, incapace di suscitare il senso di appartenenza e di identità tipici di quella che sarebbe diventata la nazione in senso moderno.

Nella relazione sul modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati, inoltre, il Machiavelli pone l’accento su un tema che diventerà fondamentale nei suoi trattati successivi, ovvero sull’atteggiamento che un principe debba tenere nei confronti dei suoi sudditi. Meglio essere amati o temuti? Entrambe le cose, idealmente. Ma è praticamente impossibile per un principe, che è comunque un essere umano, riuscire ad essere contemporaneamente amato e temuto: nel dubbio, quindi, meglio essere temuti. Il principe deve suscitare timore, ma senza mai rendersi odioso, poiché l’odio costituisce il primo stimolo per la ribellione e la perdita del potere, come accaduto con i popoli della Valdichiana.

Il Principe di Machiavelli, quindi, non è perfetto, poiché la perfezione non è umana: è un governante che raggiunge il miglior risultato possibile, prima di tutto per il popolo e per lo Stato. Una figura umana, cinica e concreta, che mette al primo posto la ragion di stato rispetto alla sua stessa poltrona.

Chissà se gli attuali governanti di Roma e di Firenze oppure i politici locali hanno preso spunto dalle parole di Machiavelli e ne condividono l’etica!

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Il Torrione della Fattoria Granducale di Abbadia

Nel nostro viaggio alla scoperta dei luoghi più importanti e caratteristici della Valdichiana senese, non potevo evitare di soffermarmi su un luogo che rappresenta la mezzadria e la bonifica del…

Nel nostro viaggio alla scoperta dei luoghi più importanti e caratteristici della Valdichiana senese, non potevo evitare di soffermarmi su un luogo che rappresenta la mezzadria e la bonifica del nostro territorio, e che è anche un monumento simbolico al passato di tante famiglie locali. Un luogo del cuore, insomma.

torrione 3Il Torrione della Fattoria Granducale di Abbadia è ancora oggi presente al termine della Fila, la lunga strada nei pressi di Valiano che attraversa i poderi dell’antica fattoria, attorno a cui hanno vissuto generazioni di mezzadri, i pilastri della civiltà contadina da cui si è originata l’attuale Valdichiana. Si tratta di un edificio di origine settecentesca, che veniva utilizzato come punto di osservazione sulle colmate della Bonifica della Valdichiana. Originariamente faceva parte della fattoria di Bettolle, ma in epoca ottocentesca venne utilizzato come base per la costruzione delle fattorie granducali di Abbadia e Acquaviva, man mano che la bonifica procedeva e più campagne si liberavano.

Nel corso della sua lunga storia il Torrione è stato utilizzato come granaio, come magazzino, come sede di scuole primarie per tanti figli di contadini, come punto di avvistamento privilegiato sulla bonifica e sulla mezzadria. Nel secondo dopoguerra, divenne anche l’abitazione della guardia campestre e la sede della stalla con i tori della fattoria. Il Torrione ha seguito le vicende della Fattoria Granducale di Abbadia, una tenuta agricola di circa 700 ettari che dalla fine del XIX secolo è passata sotto le proprietà dei conti Bastogi e negli anni ’20 alla famiglia dei fattori Ciuffi. Proprio la famiglia Ciuffi tuttora rimane alla guida dell’azienda agricola proprietaria del Torrione, dopo le varie vicissitudini dovute alla fine del sistema mezzadrile e ai cambiamenti sociali ed economici del secondo dopoguerra.

Il Torrione era anche un luogo simbolico per tutti i mezzadri della fattoria, sempre presente nei loro racconti: oltre a ospitare le scuole primarie, i magazzini o le abitazioni della guardia campestre, era anche un punto di riferimento visivo all’interno della grande tenuta, era un punto di raccolta e di aggregazione della comunità, a testimonianza di un passato che ha dato vita alla Valdichiana così come oggi la conosciamo.

Nonostante questo grande valore storico e culturale, oggi il Torrione è una struttura inagibile e che rischia di andare in rovina. Necessita di interventi di ristrutturazione e di valorizzazione, possibilmente collegati a progetti per il recupero che potrebbero prevedere un collegamento al Sentiero della Bonifica e il ricordo della memoria contadina attraverso un museo dedicato alla mezzadria.

Torrione 2Un’opportunità concreta per recuperare il Torrione è offerta dal censimento del Fondo Ambientale Italiano, “I luoghi del Cuore”, che prevede dei sostegni concreti a progetti di salvaguardia e valorizzazione. Attraverso il censimento del FAI, che prevede la sensibilizzazione e il coinvolgimento dei cittadini attraverso un semplice voto online o una firma, sarà possibile proteggere un luogo simbolico per tutta la Valdichiana. il Torrione fa parte della speciale classifica “Expo 2015 – Nutrire il Pianeta”, dedicata a tutti luoghi legati alla produzione alimentare, con una storia e una peculiarità da tutelare, per non smarrirne la memoria e il significato. I luoghi con il maggior numero di segnalazioni all’interno di questa speciale classifica potranno beneficiare di un intervento diretto da parte del FAI per progetti di recupero e valorizzazione.

Se volete contribuire gratuitamente a proteggere il Torrione, potete sostenere il progetto attraverso un semplice voto online a questo link: Luoghi del Cuore FAI

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