La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Storia

I segreti del cimitero monumentale di Foiano della Chiana – terza parte

Parte uno Parte due  Dolores Seriacopi   “La crudeltà del destino rapì nel fiore degli anni all’affetto dei genitori che l’adoravano Dolores Seriacopi nata il 22 gennaio 1904 morta il…

Parte uno

Parte due 


Dolores Seriacopi

 

“La crudeltà del destino
rapì
nel fiore degli anni
all’affetto
dei genitori che l’adoravano
Dolores Seriacopi
nata il 22 gennaio 1904
morta il 22 giugno 1921”

 

 

 

 

 

Dolores era una ragazza di 17 anni, la cui vita fu segnata da grandi sofferenze, da delusioni e da troppo dolore. Dai familiari veniva ricordata come buona e bellissima, esperta ricamatrice al tombolo.

Di lei si innamorò un carabinierino, i cui sentimenti vennero presto ricambiati. Gli amanti cominciarono a vedersi di nascosto, perché all’epoca una ragazza di buona famiglia non poteva fidanzarsi con un carabiniere. Le testimonianze dicono che molte che lo avevano fatto venivano poi emarginate, perché nessuno voleva una donna “disonorata” e poi abbandonata a causa dei frequenti trasferimenti dei soldati da una caserma all’altra.

La famiglia di Dolores si oppose all’amore tra i due e così la bella ragazza smise di cantare e divenne sempre più triste. Il 17 aprile del 1921 un gruppo di antifascisti si ribellò alle camicie nere. Questa rivolta è passata alla storia come “I Fatti di Renzino“. I carabinieri intervenirono e in paese cominciò a circolare la voce che il suo adorato fosse rimasto ucciso. Straziata dalla disperazione, Dolores cercò di togliersi la vita ingerendo pasticche di cloruro di mercurio. Tuttavia, la notizia della morte dell’innamorato si rivelò infondata. Il carabinierino era vivo, ma per Dolores non ci fu nulla da fare. La bella ragazza morì dopo due mesi di atroci sofferenze.

La storia di Dolores e del carabiniere è raccontata anche nel libro “Incontrando Igino” di Emanuele Upini, che abbiamo intervistato proprio per parlare del suo romanzo.

 

Hovak – Caduto Jugoslavo

 

In questa piccola tomba a forno riposa un volontario jugoslavo che ha combattuto in Italia contro i nazifascisti. Non si sa se fosse arruolato tra le file dell’esercito regolare o se si fosse unito ai partigiani della zona.

Al termine della guerra i parenti cercarono di riportare il corpo in Jugoslavia, ma senza riuscirci. Non sappiamo nient’altro su quest’uomo, che sacrificò la sua vita per il bene dell’Europa.

 

I partigiani caduti

 

“Perché spinti da un sacro sdegno di ribellione
contro i nemici della patria
durante la lotta partigiana
per la liberazione nazionale
vennero fucilati in Foiano
la mattina del giorno 8/6/1944
dal plotone di esecuzione
delle belve nazi-fasciste
i familiari e i compagni posero”

 

 

 

 

Come in troppi paesi italiani anche Foiano conta vittime della scellerata politica e della disgustosa condotta morale del fascismo, che portò l’orrore e la sofferenza della morte in ogni luogo della penisola.

La mattina dell’8 giugno 1944 vennero fucilati al “Piazzone” i partigiani appena ventenni Carlo Grazi, Libero Sarri e Gabriele Antonini. Facevano tutti parte della banda del diciottenne Licio Nencetti, la “Volante Teppa”, che qualche mese prima aveva fatto ritorno in Valdichiana dai monti del Casentino, in seguito alla fucilazione del giovane Comandante.

I tre vennero catturati in un rastrellamento conseguente a un scontro armato tra partigiani e nazi-fascisti proprio nei pressi del cimitero. Davanti al plotone di esecuzione, Grazi, Sarri e Antonini, rifiutarono di essere bendati per dimostrare il loro coraggio e l’amore negli ideali per i quali combattevano a chi di coraggio e amore non ne aveva mai conosciuto il significato.

 

Galliano Gervasi

 

Galliano Gervasi è stato uno dei più meritevoli personaggi dell’intera storia di Foiano della Chiana. Era un artigiano falegname, fondatore della sezione comunista locale, i cui membri ottennero la direzione del paese con il passaggio al PCI dello stesso sindaco e della maggioranza dei rappresentanti del consiglio comunale, pur mantenendo una sincera collaborazione con il Partito Socialista. Fu questo di Foiano, uno dei primissimi casi in cui il Partito Comunista d’Italia ottenne la maggioranza in una giunta.

Il Gervasi fu tra gli antifascisti che a Renzino si ribellarono alle camicie nere venute a sopprimere la giunta comunale, picchiando e minacciando socialisti e comunisti e violentando le donne. In seguito ai “Fatti” il giovane falegname venne arrestato insieme ad altri ragazzi e mandato al confino. Qui, a contatto con molti altri prigionieri politici, approfondì e completò la sua formazione politica.

Il silenzio imposto con ergastoli e decenni di carcere fu improvvisamente interrotto nel 1933, quando Galliano Gervasi uscì dal carcere. Di fatti fu presto in grado di recuperare lo spirito ribelle della popolazione foianese. Il filo rosso che legava la ribellione del 1921 di Renzino tornò nelle sue mani e da qui mosse la tessitura della trama che, legando il primo antifascismo all’insofferenza delle nuove generazioni verso il regime, consentì di preparare nuove energie antifasciste: quelle che animarono la straordinaria partecipazione di giovani e giovanissimi alla lotta di Liberazione dopo l’8 settembre 1943. Dopo aver creato l’organizzazione clandestina comunista foianese, il Gervasi preparò il giovanissimo Licio Nencetti alla rivoluzione partigiana. Insieme a lui dette vita alla “Volante Teppa” operante all’interno della Linea Gotica in Casentino.

Al termine del conflitto venne nominato dal Comitato di Liberazione Nazionale sindaco della città di Foiano, ed ebbe l’enorme onore di essere eletto all’Assemblea Costituente nelle file del Partito Comunista. Venne in seguito eletto al Senato della Repubblica nella I e nella II Legislatura. Concluso il secondo mandato, rientrò a Foiano dove venne rieletto sindaco. Nel 1946 fu tra i fondatori della “Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa”, di cui ricoprì la carica di Presidente dal 1953 al 1959.

D’ora in avanti, cari foianesi, quando leggerete la Costituzione italiana (e auspico che ognuno di noi lo faccia almeno una volta all’anno), pensate che un vostro concittadino ha contribuito in prima persona alla sua scrittura.

 

Ezio Raspanti

 

“Voglio dedicare questi miei ricordi di anni tristi
e tribolati ai giovani di oggi e a quelli di domani
alle donne e agli uomini che la libertà
e la democrazia (ottenuta per merito nostro),
benché difettosa, se la sono trovata addosso
e non si sono mai chiesti a chi va il merito”

 

 

 

 

 

Ezio Raspanti è stato partigiano combattente all’età di 16 anni. Anzi, come diceva il suo comandante Licio Nencetti (più grande di un anno) a capo della banda “Volante Teppa”, poi torturato e fucilato dai fascisti, “siamo Ribelli […] non eravamo di parte, ma combattevamo per tutti”.

Dopo la Guerra di liberazione Ezio ha dedicato la sua vita alla ricerca storica sul territorio aretino. Il lavoro più importante, conservato insieme agli altri al Centro di documentazione e Archivio storico della Sezione ANPI di Foiano, l’ha condotto nella registrazione e conservazione delle memorie dei protagonisti del tragico biennio ’43-’45. Per il suo impegno nella lotta contro il nazi-fascismo gli è stata conferita la Medaglia d’argento al valor militare. Inoltre, come riconoscimento all’instancabile lavoro di ricerca e documentazione svolto negli anni, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano l’ha insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica: il più alto tra tutti gli ordini.

Ezio Raspanti ha contribuito alla scrittura di numerosi libri basati sulle sue ricerche e sulle sue memorie, nati dalla collaborazione con professori universitari e ricercatori. Questi documenti vengono utilizzati nelle aule scolastiche e accademiche per la formazione delle nuove generazioni. L’ex partigiano ha inoltre prodotto centinaia di dipinti a china dove rappresentava scena quotidiane degli anni che lo videro protagonista come ribelle: un caso unico, che è arrivato ad appassionare addirittura professori universitari europei.

 

Un pensiero su Foiano

Foiano è un paesino meraviglioso.

È ricco di storia, di cultura e di grandi personaggi che, con amore e dedizione, hanno contribuito a tessere la trama del suo destino. Foiano è un borgo unico. Lo è per lo spirito della sua gente. Lo è per ciò che ha vissuto durante i secoli passati. Foiano ha bisogno di mantenere viva la sua identità. Per farlo non deve dimenticare e combattere come un guerriero “con un piede nel passato / e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”.

Un ringraziamento particolare lo devo al custode del cimitero Stefano Valdambrini. È stato grazie a lui che ho potuto scoprire le bellezze e le storie del cimitero di Foiano. Stefano conosce perfettamente la collocazione delle tombe, cosa che ha facilitato moltissimo il mio lavoro e, inoltre, conserva la memoria e le storie dei personaggi di cui vi ho parlato. Anche questo ha alleggerito non di poco la fase di ricerca delle fonti, perché mi ha consentito di avere a disposizione già in prima analisi molti riferimenti per la consultazione in archivio e in biblioteca.

Infine, l‘uso delle fonti primarie e secondarie è stato di fondamentale importanza per dare valore scientifico e veridicità a tutti i racconti che avete letto.

Continuate a seguirci: la quarta e ultima parte dedicata alla scoperta del cimitero di Foiano sta per arrivare…

 


Fonti

AA VV, Antifascisti raccontano come nacque il fascismo ad Arezzo, Litostampa Sant’Agnese, Arezzo, 1974

Camera dei deputati – Portale storico – Galliano Gervasi, https://storia.camera.it/deputato/galliano-gervasi-18991115

Enzo Gradassi, Galliano Gervasi. Da Renzino al Parlamento, Editrice Grafica l’Etruria, Cortona, 1990

Ezio Raspanti e Giovanni Verni, Foiano e dintorni, EE VV, Firenze, 1991

Ezio Raspanti, a cura di Enzo Gradassi, Ribelli per un ideale, Edizioni Argonautiche, Foiano della Chiana, 2010

Francesco Bellacci, Formazione di un antifascista. Il caso di Ezio Raspanti, tesi di laurea in Lettere moderne, Università degli studi di Firenze, a. a. 2015-2016

Giorgio Sacchetti, L’imboscata, Foiano della Chiana 1921, un episodio di guerra sociale, Arti Tipografiche Toscane, Cortona, 2000

Palmerini Francesco, Un paese toscano Foiano della Chiana, Giardini, Agnano Pisano, 1964

2 commenti su I segreti del cimitero monumentale di Foiano della Chiana – terza parte

I segreti del cimitero monumentale di Foiano della Chiana – seconda parte

Nella prima parte di questo affascinante viaggio alla scoperta del cimitero di Foiano della Chiana vi ho mostrato le bellissime “catacombe” della cappella centrale. Conservate in queste cripte si possono…

Nella prima parte di questo affascinante viaggio alla scoperta del cimitero di Foiano della Chiana vi ho mostrato le bellissime “catacombe” della cappella centrale. Conservate in queste cripte si possono ammirare stupende opere d’artigianato, forgiate tra la fine del 1800 e i primi anni del 1900.

Vi sarà capitato almeno una volta nella vita di chiedervi chissà quali personaggi siano sepolti nel cimitero del vostro paese. È una domanda alla quale, non di rado, le persone più anziane sanno rispondere. Sono custodi di vicende appassionanti e misteriose o storie che, con il passare dei decenni, hanno assunto i contorni di leggende. Ho provato, quindi, a raccoglierne alcune in modo che non se ne perda la memoria. Ma non solo. Trovo importante che le nuove generazioni conoscano i loro antenati, che hanno vissuto e lasciato un segno nella storia del proprio paese.

Fin da piccolo ho letto molti libri di storia foianese che parlano di ragazze e ragazzi, uomini e donne protagonisti dei più importanti avvenimenti della zona. Perciò, ho deciso di ricercare le loro tombe che, in alcuni casi, restano l’unica presenza concreta della loro esistenza. Guidato dal custode del cimitero Stefano Valdambrini, ho potuto avvicinarmi e conoscere meglio chi ci ha preceduto su questa terra.


Iacopo Del Soldato

 

“Guardia d’onore di Napoleone I
Ufficiale nei cacciatori a cavallo
si distinse nel 6 marzo 1813
al passaggio del ponte sull’Elba
riportandone grato ricordo di gloriosa ferita
consigliere camarlingo gonfaloniere
operaio del monastero di S. Stefano
direttore dello spedale
spese l’intera sua vita
a vantaggio del proprio paese
nacque il 31 agosto 1790
morì il 30 giugno 1873
gli addolorati figli”

 

 

 

Quella di Iacopo Del Soldato è una delle tombe più antiche del cimitero. È sufficiente leggere l’epigrafe, che subito si viene proiettati indietro nel tempo di 200 anni. La Guardia d’Onore italiana, della quale faceva parte il soldato foianese, venne creata da Napoleone in persona il 26 giugno 1805 a Mantova, poco dopo essere stato incoronato imperatore. In Francia questo corpo militare (Garde impériale) era considerato la migliore unità di fanteria degli eserciti dell’Impero napoleonico. Formata reclutando agguerriti e fedeli veterani degli eserciti rivoluzionari, divenne una delle formazioni più temute sui campi di battaglia europei del XVIII secolo.

Del Soldato, come recita la scritta commemorativa, si distinse nella battaglia sul fiume Elba. Un tentativo di difesa dei confini dopo il disastroso fallimento della campagna di Russia del 1812. Fu inoltre Gonfaloniere di Foiano dal 1847 al 1848. Si trattava di una prestigiosa carica dei comuni medievali e rinascimentali italiani, che veniva utilizzata per indicare un magistrato con varie attribuzioni anche amministrative.


Francesco Natale Seriacopi

 

“Cultore passionato di s[c]ienze fisiche e di arti
in sé e per esse consumò la vita
Genio acuto inventivo
tra le opere sue primeggia
ammira[t]o dai d[o]tti per novità di congegni e di effetti
l’organo della Collegiata
Citt[ad]ino raro per meriti pubblici e private virtù
amato stimato e sinceramente rimpianto
in età di anni LXXII il III di aprile MDCCCXCI
posava placido nel s[i]gnore la famiglia desolata
[***]”

 

A Foiano il nome di Francesco Natale Seriacopi viene associato all’organo della Collegiata, la chiesa dei santi Martino e Leonardo edificata entro le mura cittadine. Costruito nel 1857 lo strumento fu dichiarato “dai maggiori componenti dell’epoca cosa meravigliosa più unica che rara“. Si spense nel 1891.


Omero Corti

 

“Lieve sia la terra
al prode garibaldino del 1860
Omero Corti
mancato ai vivi
il 13 febbraio 1913
dopo 72 anni
di vita proba e operosa
da tale modesta tomba
si tragga un esempio
di ogni civica virtù i figli riconoscenti
[***]”

 

 

 

 

Omero Corti è stato una Giubba Rossa: un soldato di Giuseppe Garibaldi. Foiano aveva già incrociato il destino dell’Eroe dei due Mondi nel 1849 durante la sua marcia da Roma verso la Repubblica di Venezia, che stava resistendo alle potenze restauratrici e reazionarie. Il garibaldino foianese prese parte alla Spedizione dei Mille che da Quarto (Genova) avrebbe unificato l’Italia a partire dalla Sicilia. Si tratta di una tomba unica. Questo fa pensare che Corti fosse l’unico volontario del paese a essere partito con Garibaldi per unificare la Penisola. Nella foto al centro della lapide si può notare chiaramente la divisa e il berretto in dotazione ai volontari dell’esercito garibaldino. Sopra il ritratto è scolpito proprio lo stesso famoso cappello.


Aviatori caduti

Purtroppo non mancano nella storia di Foiano tragiche morti. Durante la Prima guerra mondiale, lungo la Via del Filo in località Pratoni, venne costruito un campo scuola per piloti d’aerei militari. Il 15 agosto 1918 tre giovanissimi aviatori stavano rientrando da una ricognizione. Durante la fase di atterraggio i tre soldati colpirono un albero con l’ala del velivolo, facendolo fracassare a terra. Un errore che costò la vita a tutti e tre. È una storia che si tramanda da padre in figlio da ormai cento anni.


Gherardi Gino – La Guardia Rossa

Il fatto che su questa lapide manchi l’epigrafe è significativo della storia di questo ragazzo. Il foianese Ezio Raspanti, che fu partigiano combattente all’età di 16 anni, ricordava Gino Gherardi con l’appellativo di Guardia Rossa.

Le Guardie Rosse furono una formazione di difesa proletaria attiva in Italia durante il biennio 1919-1920. Il Partito Comunista definiva questo combattente come “un proletario armato e l’arma che adopera deve incutere spavento non ai lavoratori ma alla borghesia – essa deve godere la stima ed il rispetto dei compagni perché difende i diritti del popolo. Unico scopo comune è la libertà e il comunismo e la difesa delle conquiste della Rivoluzione“. Il PCd’I, avendo ipotizzato l’imminenza della rivoluzione, ritenne necessario preparare una milizia proletaria allo scopo di “opporre una valida difesa e vigilanza attiva contro gli attacchi delle forze militari e della polizia” che spesso caricavano con violenza i cortei operai e coloro che scioperavano nelle fabbriche.

Gherardi Gino era un giovane calzolaio aretino di orientamento anarchico. All’età di 24 anni venne sequestrato con l’accusa di essere una guardia rossa e, pare, per un presunto litigio con un fascista di nome Roselli Aldo, studente di 18 anni. Il giorno successivo ai Fatti di Renzino, il 18 aprile 1921, il Gherardi venne condotto a Foiano insieme a due funzionari del Partito Socialista e a un suo esponente per “far luce sulla vicenda”. Nei pressi del paese chianino il giovane anarchico cercò di fuggire. Il tentativo fu vano. Raggiunto dalle camicie nere venne assassinato con 27 colpi di arma da fuoco.

Continua…

 


Fonti

AA VV, Antifascisti raccontano come nacque il fascismo ad Arezzo, Litostampa Sant’Agnese, Arezzo, 1974

Enzo Gradassi, Galliano Gervasi. Da Renzino al Parlamento, Editrice Grafica l’Etruria, Cortona, 1990

Ezio Raspanti e Giovanni Verni, Foiano e dintorni, EE VV, Firenze, 1991

Ezio Raspanti, a cura di Enzo Gradassi, Ribelli per un ideale, Edizioni Argonautiche, Foiano della Chiana, 2010

Giorgio Sacchetti, L’imboscata, Foiano della Chiana 1921, un episodio di guerra sociale, Arti Tipografiche Toscane, Cortona, 2000

La Guardia Reale Italiana, Guardia d’Onore – Sez.Storica Napoleonica, https://www.alfamodel.eu/storia-ed-uniformologia/smartsection_items_36/

Luca Ceccobao, il Valdarno e la Valdichiana aretina attraverso le vicende processuali (1919-1924), tesi di laurea in Scienze politiche, Università degli studi di Siena, a. a. 1993-1994

Palmerini Francesco, Un paese toscano Foiano della Chiana, Giardini, Agnano Pisano, 1964

Partito Comunista d’Itlaia, Circolare n. 7 Riservatissima. Scopi e fini delle Guardie Rosse, Milano 18 febbraio 1921

Wikipedia, Guardia imperiale (Primo Impero), https://it.wikipedia.org/wiki/Guardia_imperiale_(Primo_Impero)

Wikipedia, Cacciatori a cavallo, https://it.wikipedia.org/wiki/Cacciatori_a_cavallo

Wikipedia, Cavalleria napoleonica, https://it.wikipedia.org/wiki/Cavalleria_napoleonica

Wikipedia, Battaglia di Möckern, https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_M%C3%B6ckern

Wikipedia, Campagna di Russia, https://it.wikipedia.org/wiki/Campagna_di_Russia

6 commenti su I segreti del cimitero monumentale di Foiano della Chiana – seconda parte

I segreti del cimitero monumentale di Foiano della Chiana – prima parte

Vi racconterò storie affascinanti di uomini e donne sepolti nel cimitero monumentale di Foiano della Chiana, le cui esistenze si sono intrecciate con le tappe più significative del passato del…

Vi racconterò storie affascinanti di uomini e donne sepolti nel cimitero monumentale di Foiano della Chiana, le cui esistenze si sono intrecciate con le tappe più significative del passato del borgo aretino. Vi condurrò in un freddo e umido sotterraneo, alle cui pareti sono appese incredibili decorazioni mortuarie, che da un secolo omaggiano defunti di altre epoche. Vi guiderò nella penombra di stanze interrate, abitate da grossi ragni neri, che per decenni hanno tessuto ragnatele dall’aspetto macabro e inquietante. Sarà un itinerario alla scoperta dei segreti del cimitero di Foiano, per riportare alla luce storia e arte di un piccolo paese già ricchissimo di cultura.

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La corsa dei carretti di Sinalunga celebra la solennità di San Martino

Correva l’anno 1950 quando un gruppo di ragazzi di Sinalunga alta ammazzava il lento scandire delle prime uggiose giornate autunnali correndo per le ripide discese del centro storico con la…

Correva l’anno 1950 quando un gruppo di ragazzi di Sinalunga alta ammazzava il lento scandire delle prime uggiose giornate autunnali correndo per le ripide discese del centro storico con la poca motorizzazione di cui disponeva, ovvero con dei carretti costruiti di legno e cuscinetti fuori uso. Ma il divertimento non è bello se non c’è un po’ di sana competizione: fu così che iniziò la rivalità tra i giovani sinalunghesi, i quali dettero vita ai primi rioni condensati tutti nel centro storico: Diacceto, la Torre e Fiorenzuola. Ma i ragazzi, non contenti, decisero che quella corsa con mezzi rudimentali doveva essere accostata a qualcosa di più grande, a cadenza annuale, e così ben presto il tutto confluì in una gara organizzata per commemorare San Martino, il patrono di Sinalunga.

La celebrazione del Santo Patrono risale a tempi remoti: le prime documentazioni storiche risalgono al ‘700 e al preziosissimo manoscritto Annali della nobile e antica Terra d’Asinalonga, opera di Mariano Giuseppe Maria Cinelli, conservato nell’Archivio del Comune di Sinalunga.

San Martino è uno dei santi più popolari dell’antichità e di tutto il medioevo; venerato dalla Chiesa Cattolica, è uno dei fondatori del monachesimo occidentale e uno dei primi santi non martiri proclamati dalla Chiesa. Ciò che ha reso famoso il santo di Tours, paese francese in cui ebbero luogo le sue esequie l’11 novembre del 397, è l’episodio del mantello. Secondo tradizione, il Santo, nel vedere un mendicante seminudo durante un acquazzone, gli donò metà del suo mantello. Poco dopo il Santo incontrò un altro mendicante e gli regalò l’altra metà del mantello; subito dopo il cielo si schiarì e la tempesta si fece più mite. Da qui l’espressione ‘estate di San Martino’.

Gli ambiziosi ragazzi della Sinalunga alta decisero di legare per sempre la loro corsa a questo Santo, ma la tradizione si interruppe per qualche anno per riprendere poi a metà degli anni ‘60 con carretti più evoluti, sul tradizionale percorso di via San Martino. Ben presto, però, i moderni mezzi degli anni ’60 diventarono poco idonei per la sicurezza degli spettatori, quindi la gara ebbe un’altra battuta d’arresto. Nel 1982, grazie alla ProLoco di Sinalunga, la formula cambiò: furono costruiti carretti più sicuri con cuscinetti a sfere e struttura in legno che si sfidavano su strade asfaltate, partendo da Piazza Garibaldi fino all’Osteria delle Grotte.

Da quel 1982 nulla è cambiato: nove i rioni che si sfidano (Cappella, Casalpiano, Cassero, Centro Storico, Frati, Le Prata, Pietraia, Pieve Vecchia e Rigaiolo); quattro carretti a disposizione di ogni rione (più uno di riserva); trentasei equipaggi che scendono a batterie di tre, gareggiando a eliminazione diretta. Il percorso si snoda su strade diverse ed è più lungo di quello di un tempo.

Oggi, quel percorso tirato a lucido è pronto per far sfrecciare i carretti per la 40^ edizione della Carriera di San Martino di Sinalunga che prenderà il via venerdì 8 novembre alle 17:30, con la Santa Messa e l’apertura della reliquia di San Martino, a cui seguirà alle ore 21:00 il concerto ‘The Wall’ al Teatro Ciro Pinsuti. Sabato 9 novembre alle ore 14:00 inizieranno le prove libere degli equipaggi dei nove rioni. La giornata principale sarà quella di domenica 10 novembre, con l’apertura dei mercatini in Piazza Garibaldi e la partecipazione dei figuranti della rievocazione storica della vita di San Martino, a cura dell’Associazione Culturale Astrolabio, già dalle ore 9:00. Seguiranno le batterie di gara per tutta la giornata, fino alla sfida finale che si terrà alle ore 17:30 (Qui il programma completo).

Foto di Krizia Vannuccini durante la lavorazione dello stendardo

Quest’anno sarà introdotta un’importante novità, ovvero l’aggiunta di nove equipaggi femminili, uno per rione, che contribuiranno a decidere la classifica per lo scontro finale e a incoronare il rione vincitore.
L’edizione 2019 sarà ricordata anche come un inno contro i cosiddetti ‘muri della vergogna’. Lo stendardo che andrà al rione vincitore, infatti, sarà dedicato ai 30 anni dalla caduta del muro di Berlino, avvenuta il 9 novembre 1989, e raffigurerà il famoso bacio tra Leonid Breznev ed Erich Honecker del 1979. L’idea di dedicare la corsa all’anniversario della caduta del muro di Berlino è molto cara agli organizzatori e agli amministratori del Comune di Sinalunga, in quanto il 9 novembre 2019 ricorre anche la giornata nazionale di mobilitazione contro i muri della vergogna, in cui si uniranno le voci di quanti credono nei valori della libertà, della fraternità, della pace e dei diritti umani.

Lo stendardo 2019 è stato dipinto da Krizia Vannuccini, artista foianese ma sinalunghese d’adozione, con le rifiniture a cura del costumista Massimo Gottardi. Krizia, per la realizzazione dello stendardo, è stata ispirata proprio dal bacio fraterno tra il presidente tedesco orientale Erich Honecker e il leader sovietico, come simbolo di abbattimento di ogni tipo di muro, sia fisico che ideologico.

Bibliografia

  • Famiglia Cristiana
  • “Sinalunga, frammenti di tradizionee vita quotidiana 1999” – Proloco Sinalunga Edizioni Luì
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Le Fattorie Granducali in Valdichiana

Le fattorie granducali hanno contribuito nei secoli a creare l’immagine più conosciuta e amata della Valdichiana. Provate a sedervi, chiudete gli occhi e pensate a questa meravigliosa terra. Posso supporre…

Le fattorie granducali hanno contribuito nei secoli a creare l’immagine più conosciuta e amata della Valdichiana. Provate a sedervi, chiudete gli occhi e pensate a questa meravigliosa terra. Posso supporre che avrete visualizzato dolci colline, attraversate da bianche strade sterrate delimitate da alti cipressi, che salgono fino a vecchissime ville in mattoni in cui chiunque, almeno una volta nella vita, ha pensato “come sarebbe bello vivere lì”.

La valle attraversata dal Clanis, l’antico fiume dell’Etruria meridionale, abbonda di antiche fattorie costruite nella prima metà del XVIII secolo, come passo conclusivo del processo di bonifica e appoderamento della Valdichiana iniziato nei primi anni del ‘500 dalla dinastia Medici. Dopo decenni dedicati al risanamento della palude, che copriva 8.800 ettari di terreno e si estendeva da Arezzo a Chiusi, i fiorentini, che si erano impossessati dei territori di Arezzo nel XIV secolo e di Siena dopo la Battaglia di scannagallo nel 1554, ordinarono la costruzione di tredici fattorie. Disposte in modo da coprire l’intera vallata, queste imponenti abitazioni erano riservate ai proprietari terrieri o ai loro contadini e servivano a organizzare i lavori agricoli di tutti i terreni coltivati a cui facevano riferimento: i terreni erano suddivisi in poderi, generalmente condotti con il sistema della mezzadria. Le fattorie granducali in Valdichiana erano le seguenti: Foiano, Bettolle, Abbadia, Acquaviva, Dolciano, Chianacce, Creti o S. Caterina, Montecchio Vesponi (che comprendeva anche Capannacce), Brolio, Pozzo, Frassineto e Font’a Ronco.

È possibile leggere la Valdichiana granducale come l’esito di un grande piano che ha proceduto dal generale al particolare: piano territoriale, con la scelta tra le strategie e le opzioni di fondo; bonifica per colmata o per essiccamento; modalità insediative e appoderamento; ruolo delle colmate; ruolo dei canali allaccianti nell’assicurare lo scolo delle acque alte provenienti dalle colline; previsione delle vie e dei ponti principali, del numero e della dimensione delle varie fattorie; il loro piano urbanistico; la suddivisione in poderi ecc. Un percorso che ha permesso a queste meravigliose fattorie del ‘700 di giungere fino a noi, con la loro ricchezza storica che, come scrive il Prof. Gian Carlo Di Pietro nell’Atlante della Val di Chiana, fa di questa terra un monumento dell’identità toscana.

Nel corso degli anni le fattorie sono più volte cadute in disgrazia, ma sono comunque giunte fino a noi nel loro splendore, ricche di fascino e di tradizione. Nel 1799, a seguito dell’avvento di Napoleone in Italia, tutti i beni, comprese queste ville, vennero incamerati dal Governo francese; durante la Restaurazione passarono ai Lorena e da questi, infine, al nuovo Regno d’Italia, che le vendette a privati.

[Le immagini delle fattorie sono tratte da G. F. Di Pietro (a cura di), Atlante della Val di Chiana, Debatte Editore, Livorno, 2009]

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Cento anni di storia, cento anni di ricordi, cento anni di Fiera alla Pieve

“Si viaggiava tutti a piedi e ci volevano tre ore per andare alla Fiera alla Pieve e tre ore per tornare, si portava il pane e si comprava la porchetta…

“Si viaggiava tutti a piedi e ci volevano tre ore per andare alla Fiera alla Pieve e tre ore per tornare, si portava il pane e si comprava la porchetta (…) ma buona, buona davvero!” – La Nazione” del 1978

Il profumo di porchetta e dei brigidini, il banchino delle giuggiole all’angolo della chiesa, un amico perso di vista e riabbracciato dopo molto tempo, chiunque abiti in Valdichiana ha un ricordo legato alla Fiera alla Pieve, la fiera più bella del mondo. Da oltre 100 anni, i primi giorni di ottobre, tutto il territorio di Sinalunga diventa protagonista della Valdichiana con la storica Fiera alla Pieve. Alle origini i giorni di Fiera erano tre e cadevano nella seconda settimana di ottobre in occasione dei festeggiamenti della Madonna del Rosario custodita all’interno della Pieve di San Pietro ad Mensulas. Centinaia di pellegrini del centro Italia arrivavano a Sinalunga per onorare la Madonna e a loro seguito, giungevano anche alcuni macellai che si operavano per rifocillare i pellegrini stanchi. Il loro piatto forte era la porchetta, è per questo motivo che questo prodotto è diventato il simbolo pagano della Fiera alla Pieve.

Ma è dal XIX secolo che la Fiera alla Pieve cambia volto, il mercato del bestiame aveva preso il sopravvento sull’aspetto religioso e vista la grande estensione del mercato del bestiame, molto più grande di quella dei normali mercati che ancora oggi si svolgono attualmente in Valdichiana, ha preso il nome di fierone. La crisi della mezzadria e la fine del sistema mezzadro ha ulteriormente cambiato la Fiera alla Pieve: attualmente è una fiera molto estesa che occupa tutto il territorio della Pieve di Sinalunga, non è più presente il mercato del bestiame da fattoria, ma da dieci anni a questa parte nell’ambito della Fiera si svolge la Fiera dell’Agricoltura che valorizza e promuove uno dei prodotti d’eccellenza del nostro territorio, la Chianina.

Anche il luna park, che fa da corredo alla fiera, ha avuto un’evoluzione storica: alle origini le giostre venivano fatte girare da cavalli. È negli anni ’60 che cambia aspetto e luogo, le giostre, prima di trovarsi nella posizione attuale, vennero collocate nella piazza davanti alla stazione ferroviaria di Sinalunga; all’epoca c’erano anche i “baracconi” con spettacoli di saltimbanchi e acrobati e alcuni cantastorie.

Se la fine della mezzadria ha modificato la fiera, invariate sono rimaste le tradizioni gastronomiche della porchetta e del sedano, del croccante e del ‘cacio’. Centinaia di banchi, il giorno del fierone offrono in vendita ogni tipo di genere dagli alimentari all’abbigliamento , dall’oggettistica alla ferramenta. Oggi come allora, la tradizione della Fiera alla Pieve si tramanda di generazione in generazione, cambiano le merci, i tempi e ritmi, ma questo evento mantiene intatti i valori di un tempo. Ed è solo con l’ultimo scoppio dei fuochi d’artificio, organizzati dalla parrocchia di San Pietro ad Mensulas, si può dire che ‘la fiera è finita, al prossimo anno!”

Questa è la storia della Fiera alla Pieve, storia che i sinalunghesi continueranno a scrivere con l’edizione 2019 che si svolgerà dal 6 al 8 ottobre e il 12 e 13 ottobre. Dieci giorni in cui niente è lasciato al caso, dalle esposizioni, ai convegni, dalla promozione del territorio alle cene, dallo street food agli ebook, tutto per far rivivere quei lontani anni di inizio 900, quando si arrivava alla Fiera alla Pieve con carri trainati da bovi e biciclette per vendere e comprare, ma anche per allietarsi dopo una lunga stagione passata nei campi.

Programma dell’edizione 2019Sabato 5 ottobre alle  ore 18:00 presso il piazzale della stazione FF.SS. di Sinalunga apertura della X^ edizione della Fiera dell’Agricoltura con il convegno dal titolo ‘Agricoltura volano di sviluppo’ e apertura dello street food del Gigante Bianco. Nella mattinata di domenica 6 ottobre, è in programma la Gran Fondo “Sinalunga Bikea cura del Donkey Bike Club Sinalunga, mentre alle ore 9:00, presso l’area della Fiera dell’Agricoltura, prenderà il via il mercatino della filiera corta e alle ore 10:00 l’inaugurazione dell’esposizione dei bovini di razza chianina iscritti al libro genealogico. Alle ore 14:00 inizio fiera per le vie di Pieve di Sinalunga e  alle 17:30, nell’ambito della Fiera dell’Agricoltura, presentazione della ricerca del “Dai mercati al web: cultura orale e tradizioni digitali”, ideata da Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte e Fondazione Monte dei Paschi di Siena e condotto da Valentina Chiancianesi e Alessio Banini. Lunedì 7 ottobre alle ore 19:00 apertura dello street food e alle 19:30 Cena di Beneficenza ‘I Sapori della Valdichiana’, che oltre a promuovere le eccellenze enogastronomiche del nostro territorio, ha come fine ultimo quello di sostenere i ragazzi dell’Habitat, l’appartamento destinato alla “vita indipendente” del progetto sperimentale “I luoghi dell’ Habitare” che la Società della Salute Valdichiana Senese ha realizzato per l’inserimento nel percorso di riabilitazione di persone con prevalente disabilità intellettiva. La cena è nata dalla collaborazione del Comune di Sinalunga e dei ristoratori e attività locali: Ristorante ‘Lo Zafferano’ e ‘Osteria dell’Aglione’, Ristorante Walter Redaelli, Ristorante Da Forcillo, Ristorante Betulia di Nicola Masiello, Ristorante Santorotto di Massimo Terrosi, Pasticceria Divina Commedia, Pasticceria Marcucci e Pasticceria Pariv. Inoltre saranno ospiti della serata anche i vini con loro etichette: Viticoltori senesi aretini, Vecchia Cantina di Montepulciano e Azienda Trequanda. Il programma poi continua martedì 8 ottobre con il Fierone, in cui saranno presenti banchi di vendita ambulanti con ogni tipo di merce, dagli alimenti all’abbigliamento, mentre nello spazio espositivo della X^ Fiera dell’Agricoltura, alle ore 9:00 prenderà il via il mercatino della filiera corta, alle ore 10:00 l’inaugurazione dell’esposizione dei bovini di razza chianina iscritti al libro genealogico, alle 11:00 verrà aperto lo street food e nel pomeriggio, alle ore 16:30 verranno premiati i bovini di razza iscritti al libro genealogico. Alle 17:30 è in programma il convegno dal titolo ‘Alla scoperta dei grani antichi’. Nella mattina di sabato 12 ottobre alle 10:30 è in programma l’incontro ‘Alla ricerca del passato’ con l’istituto J. Lennon, alle 17:00 apertura dello street food del Gigante Bianco e alle 18:00 il convegno ‘Le donne mezzadre’ con la partecipazione dell’UDI. Infine la mattina di domenica 13 ottobre spazio alla 43esima “Passeggiata alla Fiera” a cura dell’Atletica Sinalunga, mentre alle ore 9:00, presso l’area della Fiera dell’Agricoltura, prenderà il via il mercatino della filiera corta e alle ore 10:00 esposizione animali della fattori, alle ore 10:15 ciclopedia ‘Borghi & Chianina’, alle 10:30 apertura della mostra trattori d’epoca in memoria di Mario Mazzetti. Ore 11:30 apertura dello street food, alle ore 14:00 inizio fiera per le vie di Pieve di Sinalunga, alle 17:30, spazio Fiera dell’Agricoltura, convegno dal titolo ‘Ferrovie minori e cicloturismo’, alle ore 19:00 veglia contadina e per concludere la lunga settimana di eventi spettacolo pirotecnico a cura della parrocchia di Pieve di Sinalunga San Pietro ad Mensulas.

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Il Bruscellino, alle origini di una scena “come si faceva nelle aie”

Deve essere sorta un’espressione di curiosità sui volti dei visitatori che lo scorso 16 settembre, visitando Montepulciano, si sono trovati improvvisamente a doversi stringere ai lati delle strade del centro…

Deve essere sorta un’espressione di curiosità sui volti dei visitatori che lo scorso 16 settembre, visitando Montepulciano, si sono trovati improvvisamente a doversi stringere ai lati delle strade del centro storico, per lasciar passare un corteo di persone, vestite come se fossero appena uscite da un podere del primo Novecento.

Difatti, si presentavano così i componenti della Compagnia Popolare del Bruscello, che prima in Piazza Grande, poi in Piazza delle Erbe e infine davanti al Sagrato di Sant’Agostino, hanno proposto per questa edizione del Bruscellino, la rappresentazione della storia di Brancaleone: una commedia vivace, diversa nei toni e nella trama dalle vicende più drammatiche solitamente messe in scena, con l’accompagnamento musicale dell’orchestra, per il Bruscello che si svolge invece nel mese di agosto.

Franco Romani, che del Bruscellino “come si faceva nelle aie”, è coordinatore artistico, ha raccontato come questo tipo di rappresentazione rievochi la tradizione, anticamente portata avanti da gruppi di cantori nelle campagne, di spostarsi di podere in podere per narrare storie e stornelli. Si trattava di un’usanza diffusa in Valdichiana soprattutto d’inverno, quando le poche ore di sole e lo scarseggiare del lavoro nei campi consentivano alle famiglie di avere il tempo per radunarsi attorno al focolare, ascoltare i racconti e infine brindare con un bicchiere di vino.

Dalla necessità di conservare un legame con questa tradizione, da 11 anni a Montepulciano viene allestito il Bruscellino, uno spettacolo in rima che riproduce il caratteristico tratto di itineranza nel fatto di venir messo in scena in più luoghi diversi del centro storico. Per richiamare la forma originale, il Bruscellino conserva lo stile contadino negli abiti dei personaggi, i quali all’interno di due carriole portano con sè i pochi oggetti di scena necessari a far capire i ruoli ricoperti nello svolgimento della storia.

La fronda d’albero alla quale un tempo si legavano fiocchi e campanelli, e che veniva portata dal “Vecchio” in testa alla compagnia, è sempre presente per annunciarne l’imminente arrivo, così come ancora oggi un fisarmonicista esegue la base musicale su cui viene cantato il testo, diviso in quartine. Gli argomenti narrati, tanto noti che bastava un semplice accenno per richiamare negli spettatori tutta la vicenda, erano messi per iscritto da chi nel paese poteva vantare una cultura più vasta, anche se poi i Bruscellanti, oltre a recitare il copione, potevano aggiungere battute proprie, laddove la memoria non li assistesse.

Oggi i testi vengono tratti da fonti diverse, che sia il Decamerone di Boccaccio per la messa in scena della storia di Frate Cipolla, o i celebri film diretti da Mario Monicelli per Brancaleone, come appunto quest’anno. La sceneggiatura così prende vita anche sulle corde dei Bruscellanti, cantanti amatoriali, presenti all’interno della compagnia, in modo che la loro voce sia coerente con il personaggio che devono interpretare e, per esempio, gli attori recitino le proprie battute su arie diverse e non su una unica come accadeva un tempo.

Se dal 1939 il Bruscello è andato evolvendosi, fino a diventare uno spettacolo complesso anche dal punto di vista scenografico, il Bruscellino, iniziato a essere nuovamente rappresentato nell’anno della 70ª edizione come una riduzione di Pia De’ Tolomei di Bartolomeo Sestini, mira oggi a riprodurre il più finemente possibile un’espressione culturale della tradizione della Valdichiana, che incontra casistiche simili a Castelnuovo Berardenga e San Casciano in Val di Pesa, oltre che nelle forme del Maggio, anticamente eseguito all’inizio della bella stagione, e del Sega la Vecchia, che usava svolgersi invece in periodo di Quaresima. Si tratta, per tutte, di forme di rappresentazione che affondano le proprie radici nella storia locale, a metà tra l’intento di diletto e quello celebrativo della vita rurale.

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Torrita di Siena, dall’archivio di Stato emergono le armature di sei secoli fa

Nell’epoca dell’informazione digitale, in cui l’abitudine è quella di considerare ogni genere di conoscenza distante quanto il tempo di una ricerca online, non è inconsueto interrogarsi sulle ragioni della persistenza…

Nell’epoca dell’informazione digitale, in cui l’abitudine è quella di considerare ogni genere di conoscenza distante quanto il tempo di una ricerca online, non è inconsueto interrogarsi sulle ragioni della persistenza di spazi come archivi e biblioteche, dove il sapere viene sì conservato, ma più lontano in termini di tempo e spazio. Un pensiero forse accompagnato da qualche nota di nostalgia, ma spesso anche dalla valutazione di quanto, in termini economici, valga ancora la pena di investire nel mantenimento di certe istituzioni. Certe riduzioni delle risorse ad esse destinate dimostrano, di per sè, la bassa fiducia che da quelle stanze possa tornare indietro qualche risultato soddisfacente, anzitutto dal punto di vista economico, continuandone così a svalorizzare la percezione collettiva. Anche per questo motivo, le iniziative basate sulla ricerca archivistica ricoprono il significato aggiunto rappresentato dal potenziale che luoghi spesso dimenticati continuano a dimostrare di avere.

Un chiaro esempio ne è quanto fatto a Torrita di Siena, dall’Associazione Sagra San Giuseppe e la Pro Loco, con il coordinamento di Civitas Rerum. Unite dall’intento comune di muoversi tra il recupero della storicità del territorio e un futuro arricchito dalla consapevolezza sulle proprie origini, queste associazioni hanno predisposto una ricerca su come potevano apparire gli armamenti indossati dai militari di stanza a Torrita nei primi decenni del XV secolo. La scelta di questo preciso periodo è dovuta alla testimonianza di un’iscrizione che riporta la data di fine dei lavori di restauro alla chiesa delle Sante Flora e Lucilla: lo stesso evento rievocato, attraverso il corteo storico, in occasione del Palio dei Somari, che si svolge ogni anno a marzo. Durante questa manifestazione, infatti, il drappo conteso dalle otto contrade viene esposto all’interno della chiesa, fino al giorno del Palio, quando ne esce seguito dai figuranti che compongono il corteo storico.

Lo studio, iniziato lo scorso anno, è stato condotto da Marta Fabbrini presso l’Archivio di Stato di Siena, sulle basi di cronache dell’epoca, registri e documenti ufficiali. Dal racconto in quelle pagine delle guerre che imperversavano in Valdichiana, con le conseguenze che esse provocavano sull’economia del territorio, è stato possibile ricostruire le condizioni in cui versava anche Torrita, che nel 1425 presentava una positiva fase di ripresa, durante la quale, oltre a quella dell’edificio, si inserì la ristrutturazione della cinta muraria. Considerata l’area di confine in cui si trovava il castello di Torrita, da Siena giunse al podestà l’ordine che venisse istituito un manipolo di quindici soldati, abbastanza numeroso rispetto alle località attigue, poichè se ne contavano quattro a Petroio, e Farnetella, otto a Rigomagno, dieci a Scrofiano e Montefollonico, venti a Sinalunga. Questi dovevano, inoltre, come si legge in una lettera datata qualche anno più avanti, apparire “bene armati d’armi bisognevoli da offendare e difendare e che sieno bene vestiti”1.

Un’indicazione che suggerisce l’importanza chiaramente attribuita alla figura dei militari a presidio delle città, e di cui non è stato possibile non tener conto quando, a termine della ricerca, è stato redatto un testo che contenesse il lavoro condotto.

Sostenuto dalla Fondazione Torrita Cultura, come progetto inerente alla VI edizione del Borgo dei Libri, il volume, che porta il titolo “Torrita 1425. I fanti del Castello bene armati d’armi bisognevoli da offendare e difendare e che sieno bene vestiti” è stato recentemente pubblicato e si trova adesso disponibile presso l’ufficio turistico nel centro storico di Torrita.

All’interno del libro, oltre alle introduzioni curate da quanti hanno contribuito alla realizzazione dell’iniziativa e l’esposizione della ricerca storica effettuata, sono state inserite tavole con le illustrazioni delle parti che formavano gli armamenti e di come potevano apparire i soldati completi del loro equipaggiamento. A questi disegni ha lavorato Bruno Mugnai, il quale, intervenendo durante il convegno di presentazione, ha sottolineato quanto l’attribuzione all’epoca medievale di un’atmosfera dai toni cupi sia un luogo comune ingiustificato.

«Soprattutto per quanto riguarda i corpi militari, che – ha aggiunto – a quel tempo non solo non avevano alcuna esigenza di mimetismo, ma piuttosto dovevano farsi facilmente riconoscere e mettere in evidenza l’equipaggiamento di cui disponevano».

Da qui la rappresentazione degli armamenti in tonalità coerenti con l’epoca di riferimento. Del resto, uno degli obiettivi principali che ha animato il progetto, è stato proprio quello di fornire un quadro complessivo fedele alla realtà del periodo storico. Così, anche le varie parti dell’armamento sono state individuate da Ugo Barlozzetti, esperto di storia militare e costume, nel contesto di fonti narrative e iconografiche, tra le quali compare il Polittico Quaratesi, pala d’altare commissionata dalla famiglia Quaratesi e realizzata nel 1423 da Gentile da Fabriano per la chiesa di San Niccolò Oltrarno a Firenze. In questa, attualmente conservata agli Uffizi, è raffigurato, con la sua armatura, San Giorgio.

Il recupero di fonti ufficiali ha permesso una ricostruzione motivata e per questo credibile,

«Lontana – ha precisato Barlozzetti – dalle rievocazioni, e sono tantissime quelle a stampo medievale, che, pur presentandosi come tali, rispondono di più ad una messa in scena di quella che si pensa oggi sia stata un’epoca storica».

A Torrita di Siena, dove ogni anno si svolge il corteo storico ispirato proprio al 1425, dalle spiegazioni e i disegni contenuti in questo libro, si avrà la realizzazione di alcune armature veramente indossabili da parte dei figuranti. Questi andranno a comporre un drappello rappresentante i fanti a presidio del castello e presumibilmente faranno la loro comparsa già nella prossima edizione del Palio dei Somari.

Uno sguardo ancora più accurato sulla storia che non sarebbe stato possibile ottenere senza la competenza degli studiosi che si sono dedicati alla ricerca e all’analisi delle fonti documentarie; una dimostrazione di come l’attività archivistica può essere tradotta in conoscenza collettiva, se non se ne ha dimenticanza, ma si sostiene e si vede come un mezzo per raccontare e promuovere un territorio.

1 Archivio di stato di siena, Concistoro 1673, cc. 12 r-13 r

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“La bambina si chiamerà Italia!” – Quando Garibaldi passò da Foiano

Indagando sul passato di Foiano della Chiana, la cosa che più colpisce uno storico avventuroso è la tempra del suo popolo: geloso custode di antichissime e nobili tradizioni libertarie, strenuamente…

Indagando sul passato di Foiano della Chiana, la cosa che più colpisce uno storico avventuroso è la tempra del suo popolo: geloso custode di antichissime e nobili tradizioni libertarie, strenuamente difese in ogni epoca. Questi ideali di libertà e rivolta hanno lasciato ricordi legati anche a grandi personaggi della storia.

A confermare questa indole ribelle delle genti foianesi si possono rievocare a dimostrazione molti eventi di indiscutibile rilevanza storica, sia a livello locale, che a quello più ampio del contesto italiano ed europeo. Procedendo a ritroso negli anni e nei secoli ecco che si ricorda il ruolo attivo di molti giovani nella Resistenza antifascista; il coraggio di coloro che, tra i primi in Italia, si opposero alla violenza fascista con i famosi Fatti di Renzino; la nascente consapevolezza del movimento operaio e mezzadrile di inizio Novecento che, trasformata in coscienza di classe, combatté per il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita, ottenendo grandi successi come la modifica del patto colonico e il diritto di sciopero all’interno della fabbrica di tabacchi; la tradizione giacobina di Foiano, con la sua impermeabilità al movimento del Viva Maria e la profonda fede nella Rivoluzione francese scandita dal motto libertà, fraternità, uguaglianza; e, infine, l’interesse del famosissimo Machiavelli, che ebbe a scrivere il suo “Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati” scritto nel lontano 1503, dopo che i nostri antenati si opposero al dominio fiorentino.

Ma la storia di Foiano si lega anche con quella di un altro famosissimo personaggio storico, conosciuto come l’Eroe dei due mondi, ammirato e stimato in ogni continente: Giuseppe Garibaldi (1807 – 1882). La sua figura è da sempre associata alla spedizione dei Mille e all’Unità d’Italia del 1861, avvenimenti che si collocano in un contesto spazio-temporale molto più ampio della sola missione delle Giubbe rosse. La genesi di questo processo va ricercata nella Rivoluzione francese (1789 – 1799) e nei conseguenti avvenimenti sociopolitici che interessarono il Vecchio Continente.

I movimenti e le ribellioni nazionali che scossero l’intera Europa per tutto l’Ottocento, cominciarono a germinare negli anni successivi alla caduta di Napoleone, come contropartita alla bigotta e repressiva restaurazione dei principi. Verso la metà del XIX secolo una serie di conflitti sociali, economici, istituzionali e politici generatisi durante la restaurazione e usciti allo scoperto durante gli anni Trenta, portarono alla ribalta idee di libertà politica e civile, maturate negli ambienti intellettuali illuminati, espressioni anche della volontà popolare. Queste ideali si mescolarono a quelle di unità nazionale: esigenza che stava infuocando sempre più gli animi dei popoli che si volevano riconoscere liberi e fraterni sotto una comune tradizione e cultura. Erano gli anni dei Moti del 1848.

Fu un anno decisivo anche per l’Italia, dove scoppiarono rivolte sulla scia di quelle europee. Poco dopo quasi tutti i piccoli Stati (tranne il regno Lombardo-veneto e i ducati di Parma e Modena) avevano ottenuto un regime costituzionale. Negli stessi mesi i patrioti italiani intensificarono la loro lotta contro l’Austria usurpatrice e invasore, dando il via alla prima guerra di indipendenza italiana.

A Roma un moto insurrezionale mise in fuga il papa e dette vita alla Repubblica Romana (febbraio 1849), il cui governo provvisorio venne affidato ad un triumvirato formato da Mazzini, Armellini e Saffi; anche in Toscana venne cacciato il Granduca e creato un governo provvisorio. Questa situazione generale, però, si infranse pochi mesi dopo, quando la restaurazione ristabilì l’ordine con gli eserciti regi. A Roma il papa aveva chiesto alle potenze cattoliche di essere aiutato a ripristinare il potere temporale. Alla richiesta risposero la Spagna, l’Austria, il Regno delle Due Sicilie e la Francia repubblicana, il cui presidente, Luigi Napoleone, cercava l’appoggio dei cattolici per legittimare il suo potere. Dunque, nonostante la strenua difesa da parte di un gruppo di volontari capeggiati da Giuseppe Garibaldi, nel luglio 1849 la Repubblica Romana si arrese e i francesi. Solo Venezia, ora ultimo baluardo di speranza per i riformatori italiani, sembrava resistere all’assedio di Napoleone.

Così, il richiamo della libertà e della giustizia spinse Le lion de la liberté (come veniva chiamato Garibaldi in Francia) a intraprendere il pericolosissimo cammino da Roma, dove era appena stato sopraffatto dall’enorme forza francese, verso la Serenissima. Fu proprio per spostare le sue truppe lungo questo itinerario che Garibaldi attraversò la Valdichiana.

Dopo aver radunato i suoi fedeli in Piazza San Pietro, il Generale della Repubblica romana si incamminò al grido “Chi ama l’Italia mi segua!”. Numerose furono poi le tappe in Toscana: dopo l’ingresso a Palazzone risalì la Chiana passando per Cetona, Chianciano, Montepulciano, Foiano, Castiglion Fiorentino e Arezzo.

La sosta a Foiano il 21 luglio 1849, motivata anche dal maltempo oltre che dalla necessità di decidere la strada in base ai rapporti delle pattuglie di cavalleria, lasciò un lieto ricordo alla popolazione. Fatti accampare gli uomini, prese alloggio presso la casa di Pietro Pagliuccola, guardiano addetto ai regi possessi, a ridosso della Porta Cortonese. Nella notte la moglie del padrone di casa diede alla luce una bambina e, nell’entusiasmo generato dalla nascita, venne chiesto al Generale quale nome le si dovesse dare. Garibaldi la chiamò Italia!

La mattina seguente il Comune di Foiano sussidiò di denaro la spedizione garibaldina per il sostentamento dei suoi combattenti volontari, e fra applausi e incitamenti il Generale si allontanò dal piccolo paesino. Dopo quasi tre settimane di marce forzate, la colonna si era ridotta a circa 2000 uomini, causa le molte diserzioni, in fondo del tutto normali in un esercito composto da volontari, così lontani dalla base di partenza, in territorio ostile e braccati da ben 5 eserciti (tra i quali quello austriaco e quello francese).

A San Marino, sfuggito con abilità alla manovra a tenaglia degli austriaci volta a chiudergli la strada verso l’Adriatico, il 31 luglio sciolse la legione e, rifiutata la resa, “con un pugno di compagni” giunse a Cesenatico, dove, con un colpo di mano, s’imbarcò per Venezia. Ma gli eventi giocarono un bruttissimo colpo al Generale barbuto. Intercettati da una squadra navale austriaca, vide prima morire sua moglie e poi fu costretto a consegnarsi alle forze imperiali.

Ma i destini di Foiano e Garibaldi s’incrociarono ancora un’ultima volta. Dopo anni di esilio e dopo aver riunito l’Italia, l’Eroe dei due mondi progettò la conquista di Roma per annetterla al Regno. Durante gli spostamenti logistici dell’esercito in direzione della Città eterna, il Generale attraversò di nuovo la Toscana. Non appena i foianesi seppero del campo militare montato a Rapolano, inviarono una delegazione di cittadini per invitarlo in paese e notificargli la sua nomina a Presidente onorario della locale Società Operaia. Grato dell’affetto che il paese di Foiano gli riservava rispose con una lettera prima di tornare a far visita alla piccola Foiano.

«Poggio di S. Cecilia, 14 agosto 1867

Miei cari amici

accetto con gratitudine l’onorevole titolo di vostro presidente onorario. Circa a vedere la cara città di Foiano, che sì gentilmente mi hai dette ospitalità or sono 18 anni, i latori di questa vi recheranno la mia risposta.

Io sono per la vita il vostro

Giuseppe Garibaldi»

La targa commemorativa a Foiano della Chiana: “L’illustre generale Giuseppe Garibaldi reduce da Roma col nemico alle spalle nel dì 21 luglio 1849 qui soggiornò; al popolo foianese che vivamente l’acclamava rivolse parole di conforto; all’Italia predisse un migliore avvenire”


Bibliografia

Luigi Armandi, Nel nome di Garibaldi. Storia del risorgimento nell’aretino, Regione Toscana, Letizia editore, 2007

Francesco Asso, Itinerari garibaldini in Toscana e dintorni 1848-1867, Regione Toscana, 2011

Wikipedia, “Marcia di Garibaldi dopo la caduta di Romahttps://it.wikipedia.org/wiki/Marcia_di_Garibaldi_dopo_la_caduta_di_Roma

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La storia dei trattori arancioni, protagonisti dell’agricoltura in Valdichiana

In concomitanza con la festa dei lavoratori del 1° Maggio, a Foiano della Chiana si è svolto il primo raduno dei trattori d’epoca OM/FIAT, conosciuti da tutti come l’esercito dei…

In concomitanza con la festa dei lavoratori del 1° Maggio, a Foiano della Chiana si è svolto il primo raduno dei trattori d’epoca OM/FIAT, conosciuti da tutti come l’esercito dei trattori arancioni. Durante l’evento organizzato dal Club Amici della Zucca, i mezzi simbolo dell’agricoltura del dopoguerra italiano hanno sfilato per le vie del borgo foianese raccontando la loro storia.  Tra i protagonisti della sfilata i modelli di punta come il Fiat 211, il 411 e l’OM 513, fino ai modelli più recenti come quelli dell’edizione “Nastro d’oro” di cui facevano parte il 450, il 550 e il 650 e “Le gomme alte” o l’OM 850, il Fiat 1000 e il 1300.

La storia dei trattori arancioni inizia nel 1958, periodo in cui comincia a vacillare il sistema mezzadrile del nostro territorio lasciando il posto alla coltivazione diretta dei terreni. All’inizio il trattore, una macchina di piccole dimensioni, affiancava il lavoro delle vacche e dei buoi e solo dopo il 1964, con l’inizio della chiusura delle stalle, le potenze di queste macchine sono cresciute e sono diventate più adatte a svolgere lavori più impegnativi.  Il trattore di media potenza veniva affiancato da una macchina di piccole dimensioni che si sostitutiva al lavoro a trazione animale per i trasporti di cereali, fieno, legna, mais e girasole.

Durante l’evento foianese, ho incontrato Pietro Rampi, coltivatore della Valdichiana ma anche esperto conoscitore di questi mezzi, che mi ha raccontato come è avvenuto il passaggio dalla mezzadria alla coltivazione diretta dei terreni.

I trattori arancioni hanno fatto la storia della nostra Valdichiana. Questi mezzi sono stati comprati dai nostri agricoltori alla fine degli anni ’50 e all’inizio anni ’60. Prima il terreno veniva lavorato dai contadini delle famiglie mezzadrili e da piccoli coltivatori diretti: le vacche e i buoi castrati venivano usati per lavorare la terra, ma questo non bastava più, c’era bisogno di aumentare la produzione per stare dietro al boom economico del dopoguerra italiano. A questo punto, quindi, vennero introdotte delle macchine particolari, piccolissime come la 211, e successivamente la 250, la cui trazione corrispondeva a quella di un paio di buoi” – mi spiega Pietro.

Gli inizi degli anni ’60 sono anni in cui la nostra agricoltura e tutto il territorio si trova in pieno fermento, cadono gli antichi sistemi economici per lasciare il posto a nuovi assetti. Oltre quindici anni di grandi cambiamenti nei quali l’agricoltura cambia faccia e le macchine sempre più performanti nella tecnologia seguono questa evoluzione.

“Dal 1957-58 fino al 1965-66 la lavorazione dei terreni era ancora mista: per metà venivano lavorati con il trattore e per l’altra metà ancora con le vacche o con i buoi. Questi sono gli anni in cui la Fiat si stava evolvendo, le macchine cingolate venivano usate nelle grandi aziende, che finito il lavoro, andavano ad aiutare i contadini mezzadri. In questo frangente si va a inserire una storia particolare, quella di Edro Gabellieri, agricoltore maremmano che vide nella Valdichiana un territorio interessante per la coltivazione della barbabietola da zucchero. Edro, a metà degli anni 60, comprò 1500 ettari di terreno nella campagna di Montepulciano, e per coltivare questo tipo di pianta aveva bisogno di macchine che facessero vari tipi di lavori e che rimpiazzasse del tutto il lavoro degli animali, e quindi comprò circa 40 trattori tra modelli 615 e 715. Sul cofano di questi trattori venne posto un numero per renderli riconoscibili e per celebrare questo grande investimento che per l’economia del territorio rappresentava una boccata di ossigeno”

L’ agricoltura della Valdichiana è stata meccanizzata velocemente e ad alto livello. La coltura della barbabietola da zucchero ha rappresentato un traino per l’economia locale. Insieme alla barbabietola, un’altra coltura che, attraverso la meccanizzazione, ha determinato lo sviluppo economico della Valdichiana è stato il tabacco. Nel 1964 la massima potenza su trattori gommati era di 80 cv, ma gli anni di svolta sono stati il 1966-67: in questo periodo infatti nasce la serie ‘nastro d’oro’ un successo di tecnologia, prestazioni, consumi e affidabilità che, oltre a consacrare la Fiat livello europeo, ha migliorato di gran lunga l’attività agricola dei nostri contadini. Un ulteriore cambiamento è arrivato poi nel 1968, quando arrivano nascono i modelli: 250, 450, 550, mentre con marchio OM arrivarono 650 e 850. Successivamente arrivarono anche 1000 e 1300: con questi modelli la Fiat si rivolgeva al mercato europeo e dopo quasi dieci anni diventò leader in Europa con i modelli della SERIE 80. In concomitanza a ciò, le vacche chianine e i buoi non venivano più impiegati nelle aziende come animali da tiro, bensì venivano usati per la riproduzione e la commercializzazione della carne.

“Negli anni della serie ‘nastro d’oro’, le aziende cominciavano ad avere bisogno di più di una macchina, in quanto una più pesante, sia di cilindrata e che di potenza, serviva per lavorare il terreno mentre una più leggera per fare altri tipi di colture. Alla fine degli anni 90 e con la serie 50 arrivano le potenze più grosse. Il dopoguerra italiano è stato un periodo difficile per tutti. C’era un Paese da ricostruire, un sistema economico da riprogettare, ma la voglia di fare non mancava affatto, come la fantasia dei nostri contadini. Non tutti potevano permettersi di acquistare uno dei trattori descritti fino ad ora e quindi c’è stato chi si arrangiava mettendo insieme varie parti di mezzi agricoli diversi”mi racconta Pietro che mi saluta con un aneddoto molto bello della vita di campagna del dopoguerra chianino: “Quando ero piccolo mi hanno raccontato di un agricoltore che ha montato le ruote di una mietitrebbia su di un trattore, ha attaccato il rimorchio ed è andato a lavorare il campo. Queste ruote però si sono pienate d’acqua e quando il contadino in questione è arrivato a metà campo, il trattore si è impennato e la lavorazione del campo non è stata davvero proficua”.

Il raduno dei trattori arancioni di Foiano della Chiana, oltre a celebrare uno dei mezzi simbolo dell’agricoltura, è stato un bel momento per conoscere e tramandare racconti e aneddoti storici del nostro territorio negli anni del dopoguerra.

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