La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Storia

I fatti di Renzino – Le radici della Resistenza foianese: 17 aprile 1921

La repressione delle popolazioni nel corso di tutta la Storia ha puntualmente acceso focolai di rivolta, ed esempi che avvalorano questa naturale connessione fra oppressione e ribellione non mancano di…

La repressione delle popolazioni nel corso di tutta la Storia ha puntualmente acceso focolai di rivolta, ed esempi che avvalorano questa naturale connessione fra oppressione e ribellione non mancano di certo.

Dall’antichità fino ai giorni nostri, persone e popoli interi sono insorti contro politiche e concezioni della società volte alla segregazione e alla sopraffazione dei più deboli. Uno degli eventi più significati e peculiari della Storia italiana, che si iscrive all’interno di questo binomio oppressi-oppressori, fu il movimento della Resistenza nel biennio ’43 – ’45: la grande sollevazione popolare contro la dittatura e le violenze dei regimi fascista e nazista, che per più di 20 anni stremarono di torture l’Italia.

La storia che vi voglio raccontare parla di ribellione armata e fallimenti, di coraggio e dolore. I fatti che leggerete in questo secondo numero della rubrica dedicata agli avvenimenti storici nel territorio chianino ebbero luogo in un piccolissimo paesino di contadini, ai piedi del colle dominato da Foiano. Il nome di questo minuscolo agglomerato di case disposte lungo la via che porta ad Arezzo, segnò il punto d’avvio dell’azione antifascista foianese e allo stesso tempo il suo brusco arresto. Questo paese si chiamava, e si chiama tutt’oggi, Renzino.

Nella storiografia è fondamentale indagare la genesi e i processi evolutivi che portano allo sviluppo degli avvenimenti storici. Come il corso di un fiume non è fatto soltanto dalla foce e dal corpo principale, così gli avvenimenti storici non si possono né studiare né, tantomeno, comprendere senza che si risalga anche alla loro sorgente. Quelli che sono passati alla storia come I fatti di Renzino rappresentano metaforicamente la sorgente della Resistenza foianese, l’atto da cui, venti anni più tardi, i giovani di queste zone decisero di lottare per la libertà e la democrazia, sacrificando le proprie vite.

L’opposizione a ciò che sentiamo sbagliato o ingiusto, se ci pensiamo bene, scatta non appena questa situazione di oppressione si manifesta nelle sue primissime forme. Spontaneamente si creano contrasti, proteste più o meno accese e ribellioni. Le radici dell’opposizione al regime mussoliniano vanno cercate nell’ampio quadro dell’antifascismo e non nel fenomeno della Resistenza, che fu invece peculiare del biennio conclusivo della Seconda guerra mondiale. Il movimento resistenziale fu l’ultima fase di questo processo iniziato appena le squadre fasciste si mossero per reprimere con la violenza le forze politiche di sinistra.

Disegno di Ezio Raspanti sui fatti di Renzino – “Proprietà della famiglia Raspanti”

Le umiliazioni, le intimidazioni e i pestaggi contro la gente contadina e operaia di Foiano fecero sfociare tutta la sofferenza e la voglia di riscatto in un gesto di ribellione armata, che può benissimo rappresentare simbolicamente la nascita dell’antifascismo in Valdichiana. Il 17 aprile del 1921 un gruppo formato da anarchici, comunisti e socialisti assaltò e mise in fuga un convoglio fascista. Questa è la storia dei Fatti di Renzino. Questo è il simbolo del popolo di Foiano: un popolo resistente.

L’ambiente sociale in Valdichiana sì rivelò, fin dai primi mesi successivi alla fine della Grande Guerra, decisamente fertile per quelle nuove ideologie che, sull’eco assordante della Rivoluzione d’Ottobre, stavano investendo il continente europeo. La maggioranza schiacciante di braccianti e contadini fra la popolazione, permise al Partito Socialista di Turati di mettere solide radici in tutta la vallata chianina. In particolare, nel paese di Foiano arrivò presto ad ottenere la maggioranza assoluta nella giunta comunale.

Dopo la scissione di Livorno, dalla quale nacque il Partito Comunista d’Italia, Sindaco e giunta comunale aderirono alla nuova organizzazione politica, pur mantenendo una sincera collaborazione con il Partito Socialista. Fu questo di Foiano della Chiana, uno dei primissimi casi in cui il PCd’I ottenne la maggioranza in una giunta. Fondatore della sezione comunista del paese fu Galliano Gervasi, giovane falegname, definito poi nelle carte di polizia della prefettura di Arezzo come “Convinto ed accanito capeggiatore degli elementi più estremisti del suo paese”. Lo stesso che nel 1947, come deputato, parteciperà alla scrittura della Costituzione italiana.

Ma nello stesso periodo, un altro partito stava nascendo, spinto dall’appoggio della classe dirigente e dai proprietari italiani: il Partito Nazionale Fascista. In breve tempo questo manipolo di violenti venne sguinzagliato contro le leghe e i sindacati di tutta la penisola, portando con sé distruzione e morte.

Divenuti “padroni” di Arezzo i fascisti mal sopportavano la zona più rossa della provincia: la Valdichiana e in particolare Foiano, con sindaco e assessori comunisti. La mattina del 12 aprile del 1921, dopo che il sindaco e la giunta di Foiano della Chiana rifiutarono le minacciose e illegali richieste di dimissione da parte del marchese Perrone Compagni di Firenze, 150 fascisti, scortati dal regio esercito, invasero le strade di Foiano.

Vennero devastate la sezione socialista, la Camera del lavoro, la sede della Cooperativa badilanti e terrazzieri e i locali del Comune. Sfortunati passanti vennero bastonati e percossi, i genitori del sindaco e quelli di Gervasi minacciati. Durante tutta l’incursione le forze dell’ordine mantennero un atteggiamento accondiscendente nei confronti degli squadristi. Così, fra venerdì 15 e sabato 16 aprile, dopo le violenze e le distruzioni di pochi giorni prima, per tutelare l’incolumità dei cittadini si dimisero sindaco e giunta.

La domenica, alle cinque del mattino, partirono dal Capoluogo alla volta di Foiano due camion di fascisti con 22 camicie nere armate. I fucili, che avevano come equipaggiamento, furono messi a disposizione e concessi in prestito dai depositi del Regio esercito di Firenze, Arezzo, Perugia e Siena. Venne nuovamente messo a soqquadro il municipio, fecero irruzione nelle abitazioni minacciando di morte e malmenando i socialisti e i comunisti che vennero sorpresi nei loro letti. Stessa sorte toccò, ancora una volta, agli anziani genitori del Gervasi.

Nel pomeriggio, ad uno dei due camion fascisti di ritorno verso Arezzo, nella località di Renzino, venne tesa un’imboscata da un gruppo di ribelli, tra i quali parteciparono Bernardo Melacci, carismatico capo anarchico, e Galliano Gervasi. Colte alla sprovvista furono uccise tre camicie nere e molte altre vennero ferite.

Una reazione tutt’altro che istintiva. Tutt’altro che dettata da una situazione episodica, perché le violenze delle squadracce fasciste si protraevano da mesi in Valdichiana, addirittura anni nelle regioni del nord Italia. La violenza repressiva indirizzata dai proprietari e dai padroni contro quella povera gente che lottava per migliorare le proprie condizioni di vita, veniva applicata da uomini senza scrupoli, personaggi violenti ed esaltati. Sputavano a chi non si piegava alle loro malefatte, alle loro parole d’ordine. Riempivano di botte fino alla morte gli sventurati attivisti dei partiti di sinistra. Malmenavano i vecchi, stupravano donne e ragazze senza porsi il minimo scrupolo.

Quando i “ribelli di Renzino” decisero di armare i propri fucili da caccia e appostarsi nascosti lungo la strada, la loro indignazione contro questi soprusi non poteva più essere frenata. Tutte le violenze subite fecero sfociare la loro rabbia in un gesto disperato che riecheggiò per giorni sulle pagine di molti giornali italiani.

La reazione nera non si fece attendere. La sera stessa del 17 aprile Renzino pareva tutto un incendio: moltissime case e fattorie vennero bruciate e i contadini uccisi. Donne e madri vennero uccise sulla porta di casa, davanti ai figli e alle figlie. Molti padri vennero trascinati lungo i fossi e freddati con un colpo alla testa, colpevoli soltanto di far parte di quella classe avvilita e straziata dalla Storia. La stessa che in un gesto estremo di ribellione raccolse la rabbia di generazioni antiche, che si riconoscevano fraterne nello stesso misero destino.

Arrivarono squadre di fascisti da tutta la Toscana e perfino da Roma. Il giorno successivo nella piazza centrale di Foiano venne istituito un “tribunale fascista” e un numero mai precisato di abitanti della zona venne giustiziato con un colpo di fucile alla testa. Nelle settimane successive processi farsa e confini vennero imposti agli organizzatori dei Fatti di Renzino.

Questa ribellione spontanea nei confronti del regime venne sedata tramite massacri e arresti. Fu così che lo spirito ribelle foianese subì un bruttissimo colpo di arresto durante i 10 e più anni in cui le menti organizzatrici dei fatti vennero mandate al confino. Dopo la caduta del regime fascista però, tutti i prigionieri politici rinchiusi nelle carceri poterono tornare ai loro paesi d’origine. Ogni rivoluzione necessita di una guida e la rivoluzione antifascista aveva bisogno proprio di questi uomini: preparati politicamente nel sostenere la popolazione indifesa, carichi di esperienza per operare e organizzare la lotta contro il regime nella clandestinità.


Bibliografia:

  • Giorgio Sacchetti, L’imboscata, Foiano della Chiana 1921, un episodio di guerra sociale, Arti Tipografiche Toscane, Cortona, 2000.
  • AA VV, Antifascisti raccontano come nacque il fascismo ad Arezzo, Litostampa Sant’Agnese, Arezzo, 1974
  • Ezio Raspanti e Giovanni Verni, Foiano e dintorni, EE VV, Firenze, 1991.
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L’origine di Foiano della Chiana – Una leggenda per il prestigio dei Medici

Quando Niccolò Mannozzi pubblica nel 1613 l’opera Apologia, ovvero difesa dell’aria di Foiano dedicandola al Serenissimo Don Cosimo II Medici Granduca di Toscana questi ne rimane estremamente entusiasta, concedendo al…

Quando Niccolò Mannozzi pubblica nel 1613 l’opera Apologia, ovvero difesa dell’aria di Foiano dedicandola al Serenissimo Don Cosimo II Medici Granduca di Toscana questi ne rimane estremamente entusiasta, concedendo al lavoro dello scrittore foianese grande risalto all’interno del suo regno. Ma ciò che mosse davvero l’acuto interesse del grande Cosimo II fu soprattutto un’altra operetta del medesimo [Mannozzi] nel fine, che narra e da chi e quando fu edificata detta sua patria di Foiano.

Ma come mai l’opera di uno storico “minore” sull’origine di un piccolo paesino destò tanta approvazione da parte di uno dei più grandi uomini della storia della Toscana?

Nella storia antica moltissime città vantavano un’origine leggendaria, ne è l’esempio più classico Roma. Le leggende, oltre ad avere valenza di testimonianza storica ufficiosa, conferivano enorme prestigio a dinastie che si riconoscevano discendenti dei protagonisti di quei racconti. E fu esattamente quello a cui mirava la famiglia Medici.

Le ricerche della Dottoressa Elena Giannarelli hanno evidenziato come in un periodo in cui si dibatteva su quali fossero le lingue più antiche, il mondo classico, di origine greca ed ereditato da Roma, non aveva rivali. Firenze, considerata figlia dell’Urbe e fondata dai Romani, era chiamata la nuova Atene e questo imponeva, sul piano politico, una subordinazione con quanto veniva deciso sulle sponde del Tevere. A Firenze serviva un modo per staccarsi da Roma e rivendicare la propria indipendenza. E quale modo migliore se non quello di documentare la discendenza diretta dei Medici con Noè? Colui che ripopolò la Terra dopo la più tremenda punizione di Dio.

Nel 1497 il domenicano viterbese Giovanni Nanni, detto anche Annio da Viterbo, scrisse un’opera intitolata “Antiquitatum variarum volumina XVII” (Diciassette volumi di antichità varie), elaborando così una singolare tradizione: Noè uscito dall’Arca dopo il diluvio universale venne in Italia dove fondò 12 città nell’odierna regione Toscana, tra le quali Arezzo e Cortona. Da qui i suoi discendenti avrebbero dato vita alla civiltà etrusca.

Le testimonianze presentate da Annio provenivano tutte da autori e da opere da lui stesso inventate. Oggi sappiamo che il grande ricercatore, figura di primo piano della corte papale, nonché consulente e teologo di Alessandro VI Bolgia, fu il più celebre falsario di tutti i tempi.

A volte anche le leggende hanno bisogno di “un aiutino”.

Il mito ricomparve nel clima di festa delle nozze fra Cosimo I dei Medici e Eleonora di Toledo nel 1539. In questa occasione una grande processione con rappresentate le personificazioni delle cittadine toscane, si snodò per le strade di Firenze. I paesi sottoposti all’autorità medicea giurarono fedeltà a Cosimo e alla sua politica. Con orgoglio esse vantarono la loro antichissima origine Biblica: dopo il ritiro delle acque, una volta sbarcato dall’Arca, Noè raggiunse il Tevere fino ad arrivare in Tuscia, dove il Patriarca fondò parte del suo regno, che circa 4000 anni più tardi sarebbe stato governato proprio da Cosimo I de’ Medici.

Così le città toscane in quel lontano 1539 riconoscevano a Cosimo I, discendente degli etruschi figli di Noè, il diritto a unificarle sotto il suo potere. Fu un’operazione non soltanto politica, ma anche culturale: il vero sapere era quello dell’oriente, dei semiti, della Bibbia, fondato sulla parola divina e non sull’empirismo e sul sentito dire di Greci e Latini. Cosimo I dette massimo risalto a questa vicenda per il prestigio che avrebbe reso alla Toscana e alla dinastia Medici, mettendosi nella posizione di vantare discendenti che avrebbero popolato l’Europa. Firenze otteneva in questo modo la sua indipendenza da Roma.

Quando il Mazzoni pubblicò il suo libro sull’origine di Foiano della Chiana nel 1613, le ricerche che aveva avviato lo portarono alla lettura delle opere di quegli stessi autori, che dal domenicano falsario Annio da Viterbo vennero inventati e usati come testi di riferimento per il suo Antiquitatum. Ecco, a questo punto, il racconto della nascita di Foiano.

«Dopo a quel grande e universal Diluvio, che inondò tutta la Terra e gran parte dell’Aria […] essendo uscito fuori dall’Arca il Gran Padre della salvata gente del Mondo, Noè, nelli alti monti dell’Armenia, divise ai propri figli il Mondo tutto. […] Se ne venne in Italia […] avanti la venuta di Christo, nostro Redentore, nell’anno 2203. Et questo Noè fu detto ancora Iano, ovvero Giano. […] Questo Iano adunque arrivato in Italia e entrato sù per il fiume Albula, qual poi […] fu detto Tevere […] e mentre contra acqua navigava scoperse un altro fiume […] qual’hoggi Paglia detto viene e entrato in questo, non navigò troppo su per il fiume, che trovò un altro fiume che in Paglia entrava. […] Bellanda nome gli pose.

E vedendo e l’una e l’altra riva di così piacevol fiume […] smaltata di verdeggianti herbette e di vari fiori quali gareggiando insieme e di colore e di suave odore e di lieta vista, li parea che allegramente l’invitassero a riposarsi quivi. […] Et invitato dal garrir de pargoletti augelli, quali salutando con dolce canoro volando da ramo in ramo di diversi alberi fu di grandissimo contento e gioia ripieno. […] Scoperse un Colle tanto ameno, tanto vago e tanto lieto che subito di sé degno lo fece. […] Fece pensier di lasciar qui memoria eterna del suo felice e glorioso nome.

Colle smaltato di mille fiori bianchi, vermigli e gialli e che riempivano il luogo di suave odore e gli occhi di gioconda vita, se lo elesse per suo giardino e nobile diporto e volle che chiamato fosse Foiano, quasi Flos Iani, Fior di Giardino. […] Forum Iani: cioè piazza e mercato di Iano. Quasi volendo dire che per l’abbondanza vi concorresse grandissima moltitudine di gente e che per questo vi fosse continuamente la fiera.

Saper dovete che fece fare molti Tempi e notabili luoghi […] nominandoli dal suo nome e dalli effetti che egli faceva: come Monte Giano, Marciano […] Lucignano, Chianciano e altri simili, dove Iano faceva una cosa e dove un’altra».

È dunque questa l’origine leggendaria del paese di Foiano in Valdichiana. Ma, chiaramente, nulla di tutto quanto scritto è vero. Si tratta, come più volte ripetuto, di un mito, per di più nato da fonti inventate. Nonostante ciò il nipote e successore del primo Granduca di Toscana, Cosimo II, al quale era dedicata l’Apologia, sulle orme del nonno volle dare massimo risalto a questa leggenda tanto funzionale per la politica e il prestigio mediceo nel difficile scacchiere europeo.

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Il brigante Gnicche, tra storia e leggende popolari

Gran parte dei territori rurali del nostro Paese ha almeno un brigante di riferimento, la cui figura storica assume caratteristiche che sfociano nel mito e nella leggenda: personaggi che diventano…

Gran parte dei territori rurali del nostro Paese ha almeno un brigante di riferimento, la cui figura storica assume caratteristiche che sfociano nel mito e nella leggenda: personaggi che diventano protagonisti di racconti e storie popolari, tra fantasia e realtà. È questo il caso di Gnicche, rinomato ad Arezzo e nella Valdichiana, vissuto nel XIX secolo, la cui fama ha attraversato le nostre campagne in epoca più recente rispetto a quella di un altro famoso brigante, Ghino di Tacco (vissuto nel XIII secolo).

Federigo Bobini, detto Gnicche, si inserisce pienamente nella storia del brigantaggio in Italia del XIX secolo, che ha restituito numerosi casi di banditismo avvolto da un’aura di romanticismo: soprattutto nelle aree rurali, dopo l’unità d’Italia, i briganti che vivevano fuori dalla legge potevano acquisire aspetti positivi di resistenza all’unificazione, che in alcune occasioni è stata vissuta dalle comunità locali come una forma di invasione e colonizzazione, o comunque come una cesura storica che ha provocato fortissimi mutamenti politici e sociali.

Come accaduto per tanti altri briganti italiani, la fama negativa di Gnicche (brigante fuorilegge, assassino e violento) si è accompagnata agli aspetti positivi della figura del bandito (la cui rappresentazione più famosa è probabilmente Robin Hood, che ruba ai ricchi per dare ai poveri) e si è diffusa per più di un secolo nelle campagne aretine. Ma, come spesso accade, alla storia ufficiale si accompagnano numerosi miti, dicerie e leggende popolari.

La storia del brigante Gnicche

Nato ad Arezzo nel 1845, Federigo Bobini proveniva da una famiglia umile, e già all’età di 19 anni si fece notare dai carabinieri per aver organizzato una piccola banda dedita al crimine; dopo aver derubato il padre ed essere stato condannato per furto, continuò a rapinare le abitazioni nelle campagne aretine, che gli valsero un’altra condanna nel 1865. Uscito di prigione, abbandonò definitivamente i lavoretti che svolgeva in giovinezza, per dedicarsi unicamente alla vita da fuorilegge.

Gnicche passò gli anni successivi tra furti e rapine, dedicandosi prevalentemente al gioco d’azzardo per estorcere soldi alle famiglie più ricche. Nonostante fosse ricercato, continuava con i suoi crimini lungo le campagne aretine, senza rinunciare alla passione per il ballo e a tornare saltuariamente a dormire presso la sua abitazione aretina. Durante una di quelle notti, nel 1868, venne catturato e condannato per furto e violenza pubblica; uscito di galera dopo sei mesi, venne nuovamente condannato in contumacia a otto anni.

Da quel momento Gnicche visse totalmente da fuorilegge, ricercato dalle forze dell’ordine. Nel novembre del 1869 commise il primo omicidio, quando colpì a morte il carabiniere Luigi Gnudi che aveva circondato assieme ai colleghi la casa della sua fidanzata Francesca Borghesi, presso cui si stava nascondendo. Fuggito ai carabinieri, pochi giorni dopo assalì violentemente due persone nelle campagne tra Cortona e Bettolle, a scopo di rapina. Nell’agosto del 1870, inoltre, sparò a un passante dopo una diatriba presso Ponte alla Chiassa, ferendolo gravemente.

Gnicche venne catturato dai carabinieri nell’ottobre del 1870, scovandolo presso un nascondiglio nelle campagne aretine. Durante il processo annunciò di voler collaborare con la giustizia, ma approfittò nel tempo guadagnato per evadere dal carcere di Palazzo Pretorio assieme a cinque ergastolani e un secondino corrotto, dandosi alla macchia con l’intero gruppo.

Durante l’ultimo anno di vita, Gnicche e la sua banda divennero ancora più violenti: venne ucciso un altro uomo a Sargiano e una donna a Creti. La sera del 14 marzo 1871, infine, il brigante venne scoperto dai carabinieri nei pressi di Tegoleto. Venne catturato, ammanettato e portato verso la caserma; tentando una disperata via di fuga, Gnicche venne poi colpito da una pallottola di fucile sparata dai carabinieri, e ferito all’altezza dei reni. La ferita fu letale, tanto che il brigante raggiunse la caserma che era già morto.

Miti e leggende popolari

I miti, le dicerie e le voci che circolavano attorno alla figura di Gnicche si erano diffuse nelle campagne aretine già durante la sua breve vita. Dopo la morte non fecero che aumentare, tanto che per alcuni divenne un eroe difensore dei deboli e che rubava soltanto ai ricchi. Era inoltre circondato dalla fama di gentiluomo, con numerose amanti ad Arezzo e dintorni; amava danzare con le donne e si presentava camuffato durante i balli, anche durante la latitanza, sempre vestito in maniera elegante.

Proprio attorno a questa sua abitudine sono nati alcuni curiosi aneddoti: una volta, per riuscire a intrufolarsi di nascosto presso i giardini del Prato ad Arezzo e passare la serata a ballare, trovò una donna in un vicolo e le ordinò di consegnargli i vestiti. La signora obbedì e si diede alla fuga, mentre Gnicche passò la serata a danzare vestito da donna.

La sua importanza è celebrata anche dal punto di vista architettonico: lungo la strada per San Fabiano si può trovare la Torre di Gnicche, che secondo la tradizione era uno dei nascondigli del brigante. Le sue gesta venivano diffuse nelle feste paesane o nei mercati, le sue storie erano protagoniste dei canti improvvisati in ottava rima durante le veglie, e la sua figura ribelle ha affascinato molte persone.

L’utilizzo della violenza, nei racconti che hanno Gnicche come protagonista, è sempre accompagnato da aspetti di galanteria o di rispettabilità: ad esempio, secondo la leggenda, prima di morire il brigante trovò il tempo per complimentarsi con il carabiniere che gli aveva sparato per l’ottima mira. Oppure, secondo un’altra storia, donò il fidato coltello al proprietario della villa cortonese presso cui si era recato a giocare d’azzardo, per dimostrare di essere un gentiluomo e di non aver paura di lui.

Le leggende attorno alla figura di Gnicche sono state protagoniste di numerose poesie o canzoni popolari, diffuse principalmente lungo le campagne aretine. Esiste anche un fumetto scritto da Francesco Guccini e disegnato da Francesco Rubino, che ne riporta le gesta, assieme a numerose pubblicazioni locali. La parola è poi passata nella parlata locale, tanto che tuttora nel dialetto non è raro sentir apostrofare un bambino particolarmente vivace come: “Sei peggio di Gnicche!”

 

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Una pianta antica e una raccolta fondi per far rivivere Pava e la sua Pieve

Avete presente gli scavi archeologici che possiamo vedere lungo la strada SP 14 che da San Giovanni d’Asso porta a Montalcino? Bene, quegli scavi sono ciò che rimane delle Pieve…

Avete presente gli scavi archeologici che possiamo vedere lungo la strada SP 14 che da San Giovanni d’Asso porta a Montalcino? Bene, quegli scavi sono ciò che rimane delle Pieve di San Pietro in Pava, un edificio religioso che sorgeva in località Pieve a Pava nel Comune di Montalcino. San Pietro in Pava è ricordata per la prima volta in documenti di età longobarda relativi ad una contesa tra il vescovo di Siena e quello di Arezzo per il possesso di alcune chiese di confine.

Area Scavi della Pieve di Pava

Il dipartimento di Scienze Storiche e Beni Culturali dell’Università di Siena ha iniziato dal 2004 lo scavo di un grande complesso archeologico nell’area dove si identifica la chiesa battesimale di S. Pietro in Pava (baptisterium Sancti Petri in Pava). Ma già dal 2000 le ricerche archeologiche nella Valle dell’Asso sono iniziate facendo divenire l’area una zona sulla quale realizzare indagini molto intense.

Le indagini stratigrafiche hanno messo in luce l’esistenza di questa chiesa, che venne fondata tra fine del V secolo e l’inizio del VI secolo d.C. su preesistenze romane ancora da definire, costruita in buona parte con laterizi romani di riutilizzo. Tra le caratteristiche di maggior interesse della chiesa paleocristiana vi è la pianta: con due absidi, una ad est e una ad ovest.  La struttura supera i trenta metri di lunghezza, l’abside est chiude al suo interno un banco presbiteriale che a sua volta circoscrive la base dell’altare.

La sopravvivenza della Pieve è stata accertata per tutto l’altomedioevo, fino al XII secolo, quando è stato realizzato un rifacimento della pavimentazione, del tetto e la chiusura dell’area absidale occidentale con una piccola abside interna alla navata. Nel corso del X secolo è poi collocabile il crollo dell’abside orientale, da quel momento la chiesa subì una profonda ristrutturazione. La nuova fase costruttiva avviene tra XI e XII secolo ma è di breve durata. La chiesa risulta abbandonata e crollata entro lo stesso XII secolo.

Ad oggi sono molte le possibili interpretazioni di questo ambiente, dal culto di reliquie al fonte battesimale. Proprio all’interno dell’abside occidentale è stato scoperto uno degli elementi di maggior interesse del sito: un ripostiglio di monete d’oro e d’argento di età gota. Dell’area fa parte anche un cimitero che si sta configurando come uno straordinario spaccato della popolazione del piviere di Pava, perché ogni scheletro porta tracce delle abitudini di vita quotidiane e lo scavo di ogni sepoltura contribuisce ad arricchire la conoscenza su una popolazione che almeno per trecento anni ha vissuto lungo la Val dell’Asso.

Amelio Taccioli

In quest’area abita Amelio Taccioli, un signore ultra 80enne che possiede piante di testucchio, ovvero acero campestre, ereditati dal padre. Cosa c’entra Amelio con gli scavi di Pava? Grazie ai testucchi di Amelio, l’area degli scavi di Pava potrà tornare all’epoca della Pieve di Santo Stefano e chiunque potrà rivivere la sua storia e la sua tradizione con il passato vitivinicolo del territorio racchiuso tra l’Orcia e le Crete Senesi.

Registi di tutto questo progetto è Land.is, un’associazione no-profit che ha sede a Montalcino che riunisce docenti universitari e professionisti specializzati in ambiti differenti, mossi dal desiderio comune di conoscere, valorizzare e tutelare il legame tra paesaggi rurali tradizionali e beni culturali. Lo scopo principale di Land.is è promuovere un nuovo modello di sviluppo basato sulla conoscenza dei contenuti culturali del territorio attraverso progetti che utilizzano il paesaggio rurale come elemento culturale centrale, luogo della genesi dell’eccellenza del Made in Italy.

Di Land.is fanno parte Luigi Ananìa e Nicola Boccianti, Mario Ferrero, Fabio Salvitano, Mauro Buonincontri e Gaetano Di Pasquale, storico delle piante e del paesaggio e docente dell’Università Federico II di Napoli. Grazie ad Amelio, Land.is lancia il progetto ‘Montalcino Wine Tree’, ovvero l’impianto di un vigneto storico proprio nel Parco Archeologico della Pieve di San Pietro in Pava: un vigneto con filari di testucchi vivi su cui la vite si potrà arrampica per crescere. Landi.is intende ricostruire filologicamente il suo vigneto, coi testucchi, le viti clonate e i filari, in un’operazione di archeologia del paesaggio che forse non ha eguali.

Testucchi e vite maritata

I filari di vite maritata ai testucchi caratterizzavano le campagne della Toscana, del Lazio e dell’Umbria fino agli anni 50-60 del Novecento. Poi la moderna viticoltura ha cancellato questo paesaggio, modellando il territorio che conosciamo.

“Della vite maritata all’acero ne parla Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia. È la forma d’allevamento detta Arbustum italicum, su alberi bassi, con tralci ricadenti dalle branche del tutore vivo, di cui sarebbero stati maestri e diffusori gli Etruschi. I Romani avrebbero poi potenziato questa tecnica di allevamento portando filari di vite e testucchi nelle ville. Nelle terre dell’Orcia, terre appunto di civiltà millenarie, vive il signor Amelio che da più di 80 anni alleva coi testucchi le viti che prima erano di suo padre, e che suo padre già aveva trovato nel podere acquistato alla fine dell’Ottocento. Non solo il Sangiovese del Chianti e del Brunello, ma altre varietà dai nomi antichi. Amelio è quindi l’ultimo custode di un sapere millenario e di una biodiversità viticola oggi rara” – ci spiegano i componenti dall’associazione.

L’associazione aggiunge che oggi la ricerca consente di arrivare a datare piante, colture e manufatti, rendendo possibile una precisa identificazione storica e culturale e questo permette di legare il paesaggio rurale agli altri macro-elementi di un territorio, archeologia e architettura, e quindi elaborare strategie di marketing territoriale innovative ed integrate.

Dopo uno studio quantificato con agronomi e viticoltori, l’associazione ha stimato che il costo dell’intero progetto ammonta a 16.000 euro che serviranno sia per la manutenzione della vigna sia per gli anni futuri. Per raccogliere questa cifra l’associazione ha lanciato una racconta fondi.

“Per raggiungere la somma necessaria, il progetto è stato lanciato sulla piattaforma americana di raccolta fondi Kickstarter, dove tutti, tramite internet, possono sostenere questo progetto con piccoli contributi. C’è tempo fino al 31 ottobre per raggiungere l’obiettivo” – ci dicono dall’associazione.

Se l’associazione riuscirà a raggiungere l’obiettivo prefissato, il Parco Archeologico della Pieve di San Pietro in Pava diventerà custode e narratore di un capitolo dell’incredibile e millenaria storia della viticoltura nella sua terra.


Sitografia:

  • http://www.museisenesi.org/eventi/area-archeologica-di-pava
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Pieve_di_San_Pietro_a_Pava
  • http://www.lamiaterradisiena.it/Pava/pievedipava.htm
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Acer_campestre
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La tradizione del Befano

Il territorio della Valdichiana è pieno di tradizioni popolari che si tramandano da molte generazioni e che hanno accompagnato la vita delle campagne durante i secoli della mezzadria, fino a…

Il territorio della Valdichiana è pieno di tradizioni popolari che si tramandano da molte generazioni e che hanno accompagnato la vita delle campagne durante i secoli della mezzadria, fino a sopravvivere in forme più o meno simili nei nostri giorni. Alcune di queste tradizioni popolari sono comuni con aree geografiche o culture confinanti, mentre in altri casi ci troviamo di fronte a elementi unici e particolari, che possono essere considerate come dei tratti distintivi dell’identità della Valdichiana.

Una tradizione fortemente legata alle festività natalizie e particolarmente circoscritta al nostro territorio è quella del Befano. Ancora oggi è possibile sentir dire da famiglie delle campagne o dei borghi della Valdichiana frasi come “Comportati bene, oppure ti fanno il Befano” o espressioni più generiche relative all’usanza di “Fare il Befano”. Anche chi non ha mai vissuto in prima persona questo tipo di tradizione, probabilmente, ne ha sentito parlare in qualche espressione dialettale.

La burla del Befano

La tradizione del Befano è stata riscontrata nella zona della Valdichiana (soprattutto nei paesi e nelle campagne di Chiusi, Montepulciano, Torrita e Sinalunga) fino alla fine del XX secolo. L’usanza prevedeva il confezionamento di un fantoccio di paglia e stoffa, con sembianze umane, nella notte tra il 5 e il 6 Gennaio, ovvero la notte dell’Epifania. Il fantoccio poteva avere sembianze maschile o femminili, più simile alla Befana tradizionale oppure a un pupazzo di Carnevale. Il Befano così preparato veniva appeso a un albero, ai fili della luce o del telefono, o comunque a una sporgenza che potesse essere difficilmente raggiungibile dalla persona presa di mira, ma facilmente visibile dagli abitanti del paese o delle campagne.

Lo scopo dell’usanza era quello di burlarsi di una persona (o, più raramente, di un’istituzione). Lo scherzo del Befano cercava di mettere in ridicolo la persona a cui era destinato, ed era solitamente accompagnato da cartelli con scritte satiriche, poesie o allusioni volgari. I destinatari del Befano erano principalmente i ragazzi e le ragazze che avevano subito una delusione amorosa, che erano stati lasciati dal partner o non erano riusciti a conquistarsene uno durante l’anno; tra i destinatari c’erano anche gli scapoli e le zitelle, oppure le donne che venivano considerate di facili costumi. Meno spesso il Befano colpiva persone che presentavano difetti fisici o morali, oppure veniva utilizzato per scopi politici per mettere in ridicolo enti e istituzioni locali.

Nei suoi studi sul territorio, Ilio Calabresi ci tramanda altre usanze collegate al Befano: altre burle che si svolgevano nella notte del’Epifania erano quelle di scambiare le insegne delle botteghe, con usanze più tipiche del Carnevale, oppure di spargere fave e lupini dalla casa di una donna presa di mira fino al suo Befano appeso.

Epifania e Befanate

Comprendere i significati profondi dell’usanza del Befano è arduo, perché si tratta di un’usanza circoscritta e di cui abbiamo poche testimonianze etnografiche; le interpretazioni di cui siamo in possesso sono parziali, ma questo non ci impedisce di affrontare una riflessione generale su questa tradizione popolare e sulla sua possibile sopravvivenza locale.

Si può infatti notare una forte forma di continuità con le altre festività del calendario agrario invernale: per quanto l’usanza sia caratteristica della notte dell’Epifania e la sembianze del fantoccio richiamino quelle della Befana, la burla e gli scherzi alla base dell’usanza fanno subito pensare alla Vecchia di mezza quaresima e al Carnevale; i gruppi sociali impegnati nella realizzazione del Befano, in contesti paesani come quelli della Valdichiana, potrebbe essere stati gli stessi impegnati nelle altre feste popolari.

Il territorio del Befano è circoscritto alle zone interessate dalla bonifica, e non abbiamo altre testimonianze all’infuori dei casi di Trequanda e San Giovanni d’Asso; come fa notare Mariano Fresta, quest’usanza non si è sviluppata in forma di dramma itinerante a differenza delle “Befanate” del grossetano o della Garfagnana, forse per via della sua somiglianza con la Vecchia di mezza quaresima.

Spesso i Befani erano volgari e le burle potevano essere difficili da sopportare, soprattutto nei casi in cui colpivano gli insuccessi amorosi. In questo contesto, la pressione sociale esercitata nei confronti delle persone a cui era dedicato il fantoccio potrebbe essere vista come un’usanza volta a perpetuare la società contadina, accentandone riti e consuetudini: una spinta a trovare un partner e a sposarsi, per evitare di diventare gli zimbelli del paese.

Se la minaccia del carbone portato dalla Befana poteva essere un deterrente nei confronti dei bambini più monelli, quindi, il timore di ricevere un Befano poteva diventare altrettanto efficace per gli adolescenti e gli adulti della Valdichiana.

Per approfondire:

  • Ilio Calabresi, Strade, storie, tradizioni popolari nella Valdichiana senese, 1987
  • Mariano Fresta, La tradizione del Befano nella Valdichiana senese meridionale (sito web)
  • Associazione Culturale Ottagono, Di qua dal fosso. Parole chianine raccolte fra Torrita di Siena, Sinalunga, Acquaviva, Montepulciano Scalo e Montallese, Effigi 2010.
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La Vecchia di mezza Quaresima

A molti sarà capitato di assistere a uno spettacolo del “Sega la Vecchia”, nella sua antica forma contadina o nella sua versione più attuale: si tratta infatti di una tradizione…

A molti sarà capitato di assistere a uno spettacolo del “Sega la Vecchia”, nella sua antica forma contadina o nella sua versione più attuale: si tratta infatti di una tradizione ancora viva nel nostro territorio, collegata alla Vecchia di mezza Quaresima, una figura molto importante nel folclore italiano. Ma quali sono le origini di questa tradizione e quali sono i significati che si nascondono in questa rappresentazione?

Storia e folclore.

La figura della Vecchia è strettamente legata alla festa di Quaresima, ovvero il periodo di quaranta giorni che precede la Pasqua. La Quaresima è una delle principali ricorrenze della religione cristiana, un periodo di digiuno, preghiera e penitenza che prepara alla Pasqua e alla resurrezione. Ma la Quaresima è anche una festività fortemente legata al calendario agrario e al mondo contadino: è infatti il periodo in cui termina l’inverno, la terra si prepara alla primavera e alla rinascita delle messi. È quindi l’ultimo periodo di digiuno e di scarsità iniziato con le festività natalizie (con tutti i riti legati al ceppo e alla fine dell’anno) ed è fortemente intrecciato alle tematiche del Carnevale.

Il “Rogo della Vecia” a Bergamo

In questo contesto si inserisce la Vecchia, che rappresenta l’inverno, il digiuno, l’anno vecchio da scacciare e da “uccidere” simbolicamente per permettere l’arrivo della nuova primavera e far rinascere le messi, nel ciclo delle stagioni che consente la crescita dei nuovi raccolti. La Vecchia poteva essere un fantoccio con sembianze umane oppure un tronco di quercia (ecco un altro legame con il ceppo di Natale e con la Befana) e l’atto della sua sconfitta era celebrato con varie tipologie di cerimonie che comprendevano il segare, il bruciare, l’annegare e altre azioni simili. Un rituale magico, quindi, per scacciare la cattiva stagione e invocare la primavera, che è il fulcro del mondo agricolo (e la Pasqua, che è il l’evento principale della tradizione cristiana).

Diffusione e sopravvivenze.

Per via dello stretto legame con il mondo agricolo e con la Pasqua cristiana, la Vecchia gode di una vasta diffusione in tutta Italia. Dalla Lombardia alla Campania, la Vecchia poteva essere portata in trionfo, segata durante una cerimonia, spaccata oppure bruciata in un falò. L’atto del segare si svolge tendenzialmente a metà della Quaresima, dimezzando simbolicamente il periodo di digiuno e il periodo di attesa per l’arrivo della primavera.

Nel territorio della Valdichiana, la Vecchia è una tradizione documentata almeno per tutto l’XIX secolo: un fantoccio vestito da Vecchia veniva portato in trionfo e in processione per le vie cittadine, accompagnato da folle chiassose, scampanate e baldorie (ecco un altro legame con il Carnevale). Con il tempo è sopravvissuta nella forma di spettacoli itineranti, in sintonia con altre tradizioni simili come il Bruscello e il Calendimaggio; in tali spettacoli, i giovani si spostavano di podere in podere e portavano il fantoccio nelle aie per mettere in scena il “Sega la Vecchia”, ricevendo in regalo uova, vino e altri prodotti agricoli.

Dagli spettacoli itineranti agli spettacoli teatrali il passo è breve: la Vecchia è una tradizione che sopravvive tuttora in forme di teatro contadino, la cui eredità è raccolta e portata in scena da compagnie popolari anche nel nostro territorio.

Per approfondire:

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Il ceppo di Natale in Valdichiana

Ogni paese può vantare le sue particolari tradizioni per le feste natalizie, ma tra esse possiamo spesso riconoscere somiglianze e parentele che possono far pensare a una radice comune, risalendo…

Ogni paese può vantare le sue particolari tradizioni per le feste natalizie, ma tra esse possiamo spesso riconoscere somiglianze e parentele che possono far pensare a una radice comune, risalendo a un passato sempre più lontano. L’usanza del ceppo di Natale è uno di quegli elementi del folclore popolare più presenti nella nostra storia, non soltanto in Valdichiana: è un elemento caratteristico dell’antichità che si è diffuso in moltissimi Paesi, pur con le innumerevoli varianti locali. E anche se oggi non viene forse considerato parte della celebrazione consueta del Natale, il ceppo può essere ritrovato nei camini delle famiglie che tramandano quest’usanza e in forme derivate che meglio si adattano al consumismo natalizio: ad esempio il tronchetto di Natale, uno dei tipici dolci delle feste.

La storia del ceppo natalizio

Il ceppo di Natale è una delle tradizioni popolari più antiche legate a questa festività: consiste nel bruciare un grosso tronco di legno, chiamato appunto ceppo (o con altri termini dialettali, a seconda della cultura in cui è stato diffuso) all’interno del camino della famiglia, a simboleggiare il focolare domestico. Il ceppo viene fatto ardere per tutte le notti delle feste natalizie, dalla Vigilia fino all’Epifania. I resti del ceppo sono utilizzati in varie forme, per le loro proprietà magiche e di buon augurio: ad esempio le ceneri possono essere sparse nei campi per favorire il raccolto.

Quella del ceppo è una tradizione diffusa in tutta Europa, dai paesi scandinavi fino all’area del Mediterraneo. Sebbene le prime tracce documentate risalgano al XII secolo, le sue origini sono sicuramente più antiche: la somiglianza tra il focolare natalizio e l’altare domestico dedicato agli antenati è chiaramente presente nella civiltà romana e nell’epoca precedente al Cristianesimo, con similitudini che possiamo estendere anche all’usanza dei grandi falò che dovevano scacciare le tenebre del solstizio d’inverno.

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Il tronchetto di Natale

La tradizione è talmente diffusa e talmente legata alle festività invernali che in alcuni contesti il ceppo rappresenta esso stesso il Natale: anche in Toscana, ad esempio, la festa di Natale è stata spesso chiamata “Festa del Ceppo”. Con l’avvento del Cristianesimo l’usanza si è caricata di nuovi significati sacri: il ceppo servirebbe infatti a scaldare il Bambin Gesù, quindi è necessario lasciarlo acceso dalla Natività fino all’Epifania.

Il ceppo porta fortuna e le cerimonie in suo onore sono necessarie per conquistarsi i migliori auguri per i mesi a venire: spesso l’usanza richiede di versare sopra il ceppo i primi bocconi di cibo o i primi sorsi di vino, un gesto propiziatorio che serve ad augurare un buon raccolto. Dal ceppo di legno dell’antichità al tronchetto utilizzato come dessert natalizio, passano secoli di storia, fatti di adattamenti, somiglianze e varianti locali degni d’interesse.

Il ceppo in Valdichiana

La Valdichiana è uno dei territori in cui il ceppo di Natale si presenta in una delle forme più particolari ed è stato oggetto di numerosi studi. Abbiamo infatti testimonianze delle cerimonie, provenienti dalla campagne, con cui veniva appiccato il fuoco al ceppo il giorno della Vigilia di Natale. La cerimonia era accompagnata da varie tipologie di preghiere, filastrocche o canzoncine recitate dai bambini della casa, chiamate “Ave Maria del Ceppo”, di cui la seguente è una testimonianza del 1926:

“Avemmaria del Ceppo,
Angiolo benedetto!
L’angiolo mi rispose:
Ceppo mio bello, portami tante cose!”

È importante sottolineare che il ceppo in Valdichiana non si limitava a svolgere la funzione di focolare domestico, ma era anche un vero e proprio portatore di doni. L’albero di Natale e Babbo Natale, gli elementi più caratteristici della festività attuale, sono arrivati nel nostro territorio dal Nord Europa soltanto nel XX secolo: negli anni precedenti, le loro caratteristiche erano ricoperte proprio dal ceppo.

Il ceppo poteva infatti essere addobbato con candele, ninnoli e dolcetti, da distribuire poi tra i bambini della casa: un utilizzo che richiama chiaramente quello dell’abete dei popoli dell’Europa settentrionale. Ma c’è di più: il ceppo poteva addirittura diventare una vera e propria persona e presentarsi la sera della Vigilia di Natale sulla porta di casa, interpretato da uno degli adulti. In questi casi il ceppo interrogava i bambini, per capire se si erano comportati bene durante l’anno, e regalava dei doni e dei dolciumi a chi si era comportato bene, mentre a chi si comportava male toccavano cipolle e carbone. In altre parti ancora della Valdichiana, i bambini delle campagne mettevano un fantoccio fuori dalla finestra con un canestro, e aspettavano che il ceppo passasse durante la notte per riempirlo di regali. Per dirla in maniera dialettale, in Valdichiana il ceppo “cacava”, ovvero donava dei regali.

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Il ceppo addobbato

In questi contesti il ceppo assume quindi le caratteristiche di Babbo Natale, ma anche della Befana, con la sua funzione giudicante nei confronti dei bambini e il suo aspetto magico e inquietante. Tuttora nelle campagne della Valdichiana non è raro trovare ceppi nei focolari delle case e scoprire le tracce della commistione tra le antiche tradizioni del ceppo, il Natale cristiano e gli effetti del moderno consumismo.

Bibliografia

Accademia della Crusca: “La tradizione del ceppo in Toscana”
P.Fanfani, Vocabolario dell’uso toscano, Barbera, Firenze 1863
G.Giannini e A. Parducci, Il popolo toscano, Trevisini, Milano 1926
A. Paoloni, Cortona e la Valdichiana aretina: tradizioni e costumi
E. Baldini e G. Bellossi, Tenebroso Natale, Laterza, Bari 2012
C.A. Miles, Storia del Natale, Odoya, Bologna, 2010
A. De Gubernatis, Storia comparata degli usi natalizi in Italia e presso gli altri popoli indo-europei, Treves, Milano, 1878

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Brandano da Petroio, il pazzo di Cristo

Passeggiando per il piccolo borgo di Petroio, nel comune di Trequanda, sarà capitato a tutti di trovarsi di fronte alla statua in terracotta dedicata a Bartolomeo Garosi, detto Brandano: una…

Passeggiando per il piccolo borgo di Petroio, nel comune di Trequanda, sarà capitato a tutti di trovarsi di fronte alla statua in terracotta dedicata a Bartolomeo Garosi, detto Brandano: una piccola effige raffigurante un eccentrico personaggio nato all’interno di queste antiche mura, e che ha rivestito una particolare importanze nelle vicende religiose del medioevo.

La vita di Brandano: la conversione e le predicazioni

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Le vite dei personaggi illustri, diventati oggetto di beatitudine o di venerazione popolare, sono spesso caratterizzate da una giovinezza libertina e da un drammatico cambiamento che spinge ad abbracciare la fede. È proprio questo il caso di Bartolomeo Garosi (o Carosi, secondo altre fonti), nato a Petroio nel 1486: gli anni della giovinezza li passò in maniera spregiudicata, tra giochi d’azzardo e bestemmie. La conversione alla religione cristiana avvenne nel giorno in cui, mentre zappava il suo campo, venne colpito sulla fronte e in un occhio da una scheggia di pietra. Brandano lo interpretò come un segno divino e cominciò a predicare la parola di Cristo in Valdichiana: prima nel paese natale di Petroio, poi nel borgo di Montefollonico, dove si trasferì con la famiglia.

Abbandonata anche la famiglia, Brandano proseguì la sua opera di predicazione solitaria a Siena, vivendo soltanto di elemosina. Nei suoi sermoni attaccava i potenti, invitava alla penitenza e diffondeva profezie di sciagura. Era solito girovagare con un abito bianco addosso, scalzo e senza cappuccio, e predicava con un crocifisso in una mano e un teschio nell’altra, per ricordare che la morte arrivava per tutti e che era necessario impegnarsi nelle opere buone durante la vita. Era lui stesso a farsi chiamare Brandano, relativo al “gran brando che mi ha dato Dio per riprendere i ladroni e i peccatori di tutte le specie”.

I suoi modi provocavano venerazione da parte di chi lo ascoltava, ma anche derisione e rabbia: nelle campagne e nelle strade senesi poteva essere sbeffeggiato o preso a bastonate, ma non demordeva. Le sue invettive colpivano principalmente i potenti, che spesso non lasciavano correre le offese senza reagire: godeva però di una particolare protezione a Siena, dove i signori locali gli consentivano di operare nell’assistenza agli ammalati dell’ospedale e nella protezione ai mendicanti di strada.

La corte pontificia, il ritorno a Siena e la morte

Dopo aver viaggiato come eremita per l’Italia, la Francia e la Spagna, Brandano si trasferì a Roma. Alla corte pontificia non abbandonò le sue caratteristiche eccentriche, anzi, si scagliò con forza contro la corruzione dell’epoca: senza alcun rispetto per le autorità ecclesiastiche, insultava i cardinali, distribuiva ossa di morto, ammonimenti e sciagure. Papa Clemente VII arrivò a imprigionarlo più volte, e la leggenda dice che lo fece addirittura incatenare e gettare nel Tevere. Brandano ne sarebbe riemerso miracolosamente vivo, e questo episodio non fece che aumentare la sua venerazione da parte di alcuni e la rabbia da parte di coloro che lo avversavano.

Tornato a Siena, le mutate condizioni politiche gli consentirono di diventare una vera e propria icona della predicazione religiosa contro il potere. Le sue profezie di sciagura e le sue ramanzine fecero infuriare gli spagnoli, che nel 1548 governavano Siena; dapprima venne mandato in esilio per undici giorni, poi, dopo che ebbe preso a sassate un soldato spagnolo per protesta contro la costruzione della Fortezza, venne cacciato definitivamente a Piombino. Brandano tornò a Siena nel 1552, quando la città si liberò dal controllo degli spagnoli, e contribuì a difendere la Repubblica dall’attacco dei Medici, aiutando i poveri, i malati e gli affamati.

Brandano morì nel 1554, all’età di 68 anni, poco prima della caduta della Repubblica senese. La venerazione da parte del popolo era così diffusa da far dimenticare i modi eccentrici; gli atteggiamenti violenti con cui inveiva contro le autorità politiche e religiose avevano rafforzato la sua fama, sia a Roma che a Siena. Gli strati sociali più poveri apprezzavano queste sue caratteristiche, e durante una predica dai toni particolarmente violenti a Radicofani era stato chiamato “Il Pazzo di Cristo”. Dopo la morte il suo corpo venne esposto per tre giorni nella chiesa di San Martino; dei suoi resti si sono però perse le tracce. Nel 1612 l’Arcivescovo di Siena promulgò un editto in cui invitava la popolazione a venerarlo come Beato: la Chiesa non ha però portato avanti il processo di beatificazione.

Le profezie e le storie popolari

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Il ritratto di Brandano custodito nel Museo dell’Arciconfraternita di Misericordia di Siena

Eremita e predicatore, Brandano è diventato famoso nei ceti popolari principalmente per le sue profezie. La sua attitudine a scagliarsi contro i soprusi dei governanti e la corruzione delle autorità ecclesiastiche, come già detto, gli permisero di guadagnarsi una vasta popolarità nelle campagne senesi.

Le sue profezie di sventura gli valsero non soltanto la venerazione, ma anche la sopravvivenza di detti popolari tramandati dal XVI secolo in poi. Sono molte le storie popolari e le espressioni che vengono attribuite al “beato” o al “poro” Brandano, tra cui si fatica a distinguere la sua attività da predicatore da ciò che il folclore locale ha attribuito alla sua figura in fase successiva.

Le sue profezie in rima erano facili da ricordare, simili ai proverbi popolari: “Siena Siena, metti la Signora nel cervello, se no andrai in bordello”; “Guai a te, Siena, quando i tuoi lupi porteranno il campano e i monti scenderanno al piano”; “Siena, Siena, incomincia ad arrivare la piena” erano tutti riferimenti profetici dell’invasione spagnola a opera dei Medici.

Anche a Roma si fece notare per le sue profezie: “Roma, Roma, da qui a poco sarai doma” anticipava il sacco di Roma, mentre “Lume, lume, il papa non vede più lume” e “Non più Medici, siamo tutti sani” anticipava la morte di Papa Clemente VII (Giulio de’ Medici). La più specifica profezia di sciagura rivolta alla corte papale è una delle più famose: “Bastardo sodomita, per i tuoi peccati Roma sarà distrutta. Confessati e convertiti, perché tra 14 giorni l’ira di Dio si abbatterà su di te e sulla città”.

Oltre ai Medici, i bersagli preferiti delle invettive di Brandano erano gli spagnoli, soprattutto nel suo periodo senese. “Don Diego tu questa tela l’ hai ordita male, ti mancherà il ripieno, perché Iddio te la taglierà e non la finirai” diceva sulla costruzione della Fortezza. Il suo patriottismo verso la Repubblica senese risulta evidente anche nelle invettive lanciate contro Giulio III: “Io vi avviso Santo Padre, anzi Pastore, che voi non pigliate impresa contro la città vecchia di Siena, che è città dell’alta Reina che l’ha guardata e guarderà, e chi contra ci verrà malcontento se ne partirà”.

Accanto alle predicazioni di Brandano e alle sue reprimende nei confronti delle autorità esistono una serie di motti, detti popolari e profezie che si sono tramandate nelle campagne, mischiandosi alla religiosità popolare e alla controversa figura del beato di Petroio. Ancora oggi, in Valdichiana è dintorni, è possibile imbattersi in anziani contadini che recitano a memoria le profezie attribuite a Brandano: “Quando le macchie saranno giardini sarà un vivere d’ assassini” oppure “Quando le carrozze cammineranno senza cavalli, sarà un mondo di travagli”.

Per approfondire:

Treccani: Bartolomeo da Petroio

Ecomuseo Valdichiana: Brandano

Gianini Belotti, E., Trequanda & Dintorni, Editrice Donchisciotte

Nello Cortigiani, Brandano, Edizione Cantagalli

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La Tavola di Cortona e la lingua degli Etruschi

La civiltà etrusca è stata alla base del nostro territorio: le vestigia del passato raccontano la loro cultura, le loro abitudini e i loro costumi. L’antica Etruria occupava quasi interamente…

La civiltà etrusca è stata alla base del nostro territorio: le vestigia del passato raccontano la loro cultura, le loro abitudini e i loro costumi. L’antica Etruria occupava quasi interamente la Toscana, si spingeva fino alla pianura padana al nord e fino alla Campania al sud. Il territorio oggi rappresentato dalla Valdichiana, ai tempi degli Etruschi, poteva essere definito come uno dei cuori pulsanti della civiltà: importanti città come Chiusi, Cortona o Chianciano conservano tuttora i tesori lasciati dal popolo etrusco, dai reperti archeologici fino alle tombe funerarie.

Tra i reperti di maggiore importanza c’è sicuramente la Tavola di Cortona, chiamata anche “Tabula Cortunensis” custodita al MAEC e liberamente osservabile dai visitatori del museo. Si tratta di una lamina in bronzo con iscrizione etrusche, risalente al III o II secolo a.C, spezzata in otto parti; sette parti sono custodite al Museo di Cortona, l’ottavo tassello è tuttora mancante. Il ritrovamento della “Tabula”, infatti, è ancora avvolto da vicende poco chiare: “Sette furono consegnate nell’ottobre 1992 a Francesco Nicosia, allora sovrintendente ai Beni archeologici della Toscana, che individuò subito l’importanza eccezionale del reperto”, ma che le ha presentate pubblicamente solo nel 1999, nel tentativo di recuperare l’ottavo tassello o altre parti mancanti. I reperti furono ritrovati in località Piagge di Camucia, ma anche sul luogo di ritrovamento non c’è molta chiarezza, dal momento che il punto esatto non è mai stato identificato.

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Sull’importanza della Tavola di Cortona, invece, non ci sono dubbi. Si tratta del terzo testo etrusco più lungo in nostro possesso, con 32 righe di scrittura su un lato e 8 righe sull’altro, iscritte con l’alfabeto arcaico della zona cortonese. Le interpretazioni correnti lo identificano come un atto di vendita, presumibilmente una transazione di vigne o di terreni agricoli nella zona del Trasimeno, da un proprietario a più compratori; questa ipotesi è avvalorata dalla presenza dello “zilath mechl rasnal”, ovvero del pretore di Cortona, che rappresentava la più alta carica cittadina nelle funzioni giuridiche. La presenza del manubrio e della capocchia testimoniano la provenienza da uno schedario notarile, con la lastra che veniva esposta in un luogo pubblico.

Un elemento interessante presente nella Tavola di Cortona è la presenza di tre elenchi di nomi: i venditori, i compratori e i garanti del contratto. Assieme al pretore di Cortona, i figli e i nipoti delle due parti erano considerati garanti dell’atto, a dimostrazione che gli impegni intrapresi dalle persone ricadevano anche sulla famiglia e sui discendenti. Inoltre, la presenza di una serie di numeri a indicare gli oggetti o i terreni messi in vendita aiutano la comprensione dei numerali utilizzati dagli Etruschi.

Il valore archeologico della Tavola di Cortona è testimoniato anche dall’utilità per il mondo accademico per l’interpretazione della lingua etrusca. Contrariamente a quanto si possa pensare, infatti, la lingua etrusca non è affatto misteriosa o indecifrabile. Il presunto mistero, diffuso nella cultura popolare, è stato alimentato dalla probabile origine non indoeuropea della lingua etrusca, e per il dibattito che vede gli Etruschi come una popolazione arrivata in Italia dall’Asia Minore.

Anche se molti elementi della civiltà etrusca rimangono oscuri, la decifrazione della loro scrittura non è tra questi. Siamo infatti in possesso di un elevato numero di reperti archeologici (oltre 10mila) che ci permettono di identificare l’alfabeto etrusco come un derivato di quello greco, presumibilmente proveniente dall’isola di Negroponte; si tratta di un alfabeto in cui a ogni lettera corrisponde un fonema, simile a quello che utilizziamo oggi, e che ha fortemente influenzato quello latino. Siamo in possesso di testimonianze dirette (documenti in lingua etrusca) e testimonianze indirette (citazioni di opere etrusche in testi di altre lingue) che raccontano l’evoluzione dell’alfabeto etrusco con il passare dei secoli, e che mostra le sue sostanziali differenze con le lingue e i dialetti parlati dalle altre popolazioni italiche.

Il problema principale per la lingua etrusca non è quindi relativo alla decifrazione, bensì all’interpretazione: comprendere i testi è difficile, perché la lingua non sembra imparentata con le altre di origine indoeuropea. I reperti che sono giunti fino a noi sono numerosi, ma non particolarmente utili per lo scopo: le iscrizioni sono infatti brevi e di carattere funerario, con indicazioni di nomi, divinità e luoghi. La decifrazione di tali reperti è semplice, considerando l’alfabeto etrusco: per quanto riguarda i testi più complessi come la Tavola di Cortona, la Mummia di Zagabria o la Tegola di Capura, l’interpretazione linguistica diventa più difficile.

La Tavola di Cortona è uno dei reperti più importanti che siano giunti fino a noi, ma le ricerche sulla lingua degli Etruschi non sono ancora concluse: anche se le iscrizioni dell’antica civiltà che abitava il nostro territorio possono essere decifrate, non siamo ancora in possesso di strumenti adatti a un’interpretazione corretta. Gli Etruschi nascondono ancora molti tesori: la speranza è che ulteriori ritrovamenti archeologici e studi accademici possano aiutarci a mettere in luce ulteriori aspetti della loro civiltà e i forti legami con le culture dei secoli successivi.

L'evoluzione dell'alfabeto etrusco

L’evoluzione dell’alfabeto etrusco

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A Celle su Rigo l’antico Palio del Cacio

Tutto pronto a Celle sul Rigo, piccolo borgo medievale nel profondo sud della provincia senese, per una nuova edizione del Palio del Cacio, che si terrà il 14 agosto. Da…

Tutto pronto a Celle sul Rigo, piccolo borgo medievale nel profondo sud della provincia senese, per una nuova edizione del Palio del Cacio, che si terrà il 14 agosto. Da oltre quindici anni, tra le vie del paese, si può rivivere quell’atmosfera spensierata, quell’allegria pura e autentica che i nostri nonni provavano nel periodo di Carnevale, quando tradizionalmente si giocava “al cacio”.  L’evento, organizzato dalla nuova Associazione Pro Loco di Celle sul Rigo, vede quest’anno una novità assoluta: accanto alla consolidata gara dei big, per le quattro contrade cellesi si sfideranno anche i bambini.

Il gioco del cacio, gemello di quello della ruzzola, ha origini antichissime, e affonda le sue radici in numerose culture popolari di tutta la penisola. Tracciare dunque una storia precisa di questo “sport” millenario risulta alquanto difficile.

L’Ottocento rappresenta un momento importante per la riscoperta e la rivalutazione di questi passatempi popolari, grazie anche alla nascita dell’etnografia. Per la cultura romantica infatti, sono questi piccoli ritagli di vita quotidiana che ci raccontano l’autentico Volkgeist, lo spirito del popolo, l’espressione identitaria più autentica di una comunità. Prima del XIX° secolo le uniche testimonianze reperibili per il gioco del cacio e della ruzzola, sono di matrice giuridica, volte a regolamentare queste attività. Per molto tempo infatti l’interesse di letterati e studioso fu rivolto a giochi più illustri, o che avessero l’aura nobile della classicità greca e latina.

Eppure diversi indizi ci riportano ancor più indietro dell’Ottocento, fino alla tomba dell’Olimpiade nella necropoli etrusca di Monterozzi di Tarquinia, nella quale è raffigurato il discobolo o lanciatore. La posizione del discobolo è quella tipica di chi sta per lanciare una forma di cacio o una ruzzola, e questa iconografia non è presente in altre testimonianze coeve. Anche durante l’impero romano troviamo tracce del gioco della ruzzola, come si evince da un passo di una commedia di Plauto, la Persa.

Nel Medioevo il gioco assunse una connotazione ambivalente. Molto spesso fu inviso all’autorità, in quanto causa di disordini pubblici, poiché legato al mondo delle scommesse e al gioco d’azzardo.  Inoltre la forma di cacio era un premio molto ambito, perché poteva significare la sopravvivenza di una famiglia, e questo rendeva l’agone ancor più sentito.

Come detto con la riscoperta della classicità l’interesse verso i passatempi del popolino andò progressivamente scemando, ritenuti volgari e poco aulici. Questo oblio durò per circa tre secoli, dal Rinascimento fino al Settecento, quando in diverse parti d’Italia il gioco, sia con il cacio che con la ruzzola di legno, venne vietato eccetto che nel periodo di Carnevale.

È del 30 aprile 1863 il documento più antico che attesta la presenza del gioco del cacio nel piccolo borgo di Celle sul Rigo. Lo scritto, appartenente al Comune di San Casciano dei Bagni, è un vetusto regolamento nel quale possiamo leggere, oltre alle norme del gioco, un interessante articolo, che ci mostra come potesse essere, a discapito delle apparenze, alquanto pericoloso lanciare a gran forza una forma di cacio di 1 kg:

Art. 24 –  I giuochi di palla, bocce, ruzzola, e formaggio sono vietati nelle vie e nelle piazze del Paese, destinando a tale scopo per Celle: La strada che conduce a Radicofani partendosi dal Nespolo, per il giuoco della ruzzola, ruzzoloni e formaggio. La strada attorno alla Rocca per il giuoco delle bocce. I contravventori agli articoli contenuti in questo titolo incorreranno nell’ammenda di Lire cinque.

Inoltre un’altra regola aurea, rimasta in vigore fino agli anni’50-60 dello scorso secolo, era che alla competizione potessero partecipare solo gli adulti.

La bellezza di questo gioco risiede dunque nel rischio, nell’azzardo, ma soprattutto nella semplicità, una semplicità mai banale, ma ricca di maestria. I nostri nonni nell’ultimo giorno di Carnevale, dovevano scegliere con cura la migliore traiettoria per condurre la forma di cacio tra le anguste vie del paese. Scalini, sporgenze, avvallamenti, discese improvvise e il piede di qualche spettatore distratto, erano ostacoli frequenti, che potevano compromettere la vittoria finale.

Il vincitore, oltra a coprirsi di gloria imperitura nella memoria dei compaesani cellesi, poteva mettere le mani in qualcosa di ben più ambito, in anni nei quali si eri costretti, dalle necessità, a badare di più alla sostanza. Un chilo di formaggio significava non solo passare un Carnevale all’insegna dell’allegria, ma un’intera annata.

Semplicità dunque, ma anche perfezione e condivisione. Sono questi i termini che meglio di molti altri possono narrare l’anima antica di questo gioco. Nella compiuta circolarità della forma di cacio, è possibile scorgere un susseguirsi senza fine tra le diverse generazioni, il perdurare di una tradizione che non trova esito, l’eterno ritorno dell’uguale.

E quando il formaggio, urtando contro qualche angolo, si rompe e sparge i suoi pezzi sul selciato, ecco che la perfezione diventa condivisione di sapori e aromi con l’avversario.

 

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Porsenna e la gallina dai pulcini d’oro

«E ora conviene parlare del [labirinto] italico, che fece per sé Porsenna, re dell’Etruria, per sepolcro, e allo stesso tempo affinché fosse superata la vanità dei re stranieri anche dagli…

«E ora conviene parlare del [labirinto] italico, che fece per sé Porsenna, re dell’Etruria, per sepolcro, e allo stesso tempo affinché fosse superata la vanità dei re stranieri anche dagli Italici. […] Fu sepolto sotto la città di Chiusi, nel qual luogo lasciò un monumento quadrato in pietra squadrata, ciascun lato largo 300 piedi e alto 50. In questa base quadrata c’è all’interno un labirinto inestricabile, dove se qualcuno vi entrasse senza un gomitolo di lino, non potrebbe trovare l’uscita.» (Plinio il Vecchio, Naturalis Historia)

Labirinti, tesori e galline

Dove si trova il famigerato tesoro di Porsenna? Poche leggende, nel territorio della Valdichiana e dintorni, rivaleggiano per antichità e fascino con quella del lucumone etrusco di Chiusi. Sono stati molti i tentativi, da parte degli archeologi o dei più disparati cacciatori di tesori, di rintracciarlo: addirittura Enea Silvio Piccolomini, Papa Pio II, organizzò una spedizione in tal senso, senza successo. I contorni del mausoleo etrusco, tuttavia, sfumano nella leggenda.

Due storici romani, Plinio e Varrone, raccontano di un mastodontico mausoleo in cui era stato sepolto il condottiero etrusco, sotto il quale si snodava un labirinto talmente intricato da far impallidire quello del Minotauro di Creta. Il mausoleo era stato fatto costruire dal Re Porsenna per ospitare le sue spoglie, che ancora oggi riposerebbero al centro del labirinto, adagiate su un cocchio d’oro trainato da dodici cavalli e vegliato da una chioccia con cinquemila pulcini, anch’essi in oro.

Quello che oggi si può visitare sotto il Museo Archeologico Nazionale di Chiusi non è, ovviamente, il labirinto delle leggende. Si tratta di una serie di cunicoli, scoperti negli anni ’20, che si snodano nei sotterranei della città di Chiusi; creati dagli Etruschi nel V secolo a.C., fungevano da sistema di drenaggio e approvvigionamento idrico. Sopra la cisterna, nel XII secolo, venne eretta una torre a difesa, divenuta poi il campanile della cattedrale. L’importanza storica e artistica dei cunicoli è notevole: ma al loro interno non sono state rinvenute tracce del tesoro di Porsenna. Quella che probabilmente era un’esagerazione degli storici romani, rimasta per secoli nelle leggende e nei racconti popolari, nasconde però un elemento culturale di notevole interesse: la gallina dai pulcini d’oro.

Porsenna: storia e leggenda

moneta porsennaPrima di comprendere pienamente il significato del tesoro della leggenda, è necessario soffermarsi sul protagonista di questa storia. Il condottiero Porsenna, lucumone della città di Chiusi, è stata una delle figure più importanti nella storia antica del nostro Paese: non soltanto Chiusi era una delle più potenti delle dodici città Etrusche, ma il Re Porsenna fu in grado di tenere in scacco Roma per molto tempo. La sua figura, ritenuta leggendaria al pari del mausoleo in cui ancora oggi riposerebbe, è in realtà storicamente riconosciuta.

Porsenna (il cui nome etrusco era Lars Porsina) è passato alla storia per via del suo intervento militare a favore dell’ultimo Re di Roma, Tarquinio il Superbo, anch’esso di origini etrusche. Le sue abilità militari furono tali da permettergli di conquistare Roma e di farla ricadere per qualche tempo sotto l’influenza di Chiusi, un’impresa che riuscì successivamente soltanto a Brenno e Alarico.

In qualità di lucumone, ovvero Re delle città etrusche, Porsenna compare in alcune antiche leggende romane come quelle di Muzio Scevola, Clelia e Orazio Coclite, che raccontano gesta eroiche e di resistenza durante il periodo dell’assedio etrusco. Quel che è certo, leggende a parte, è che l’influenza di Porsenna abbia giocato un ruolo fondamentale a Roma nel V secolo a.C. e che abbia dettato condizioni di pace assai dure. Probabilmente risale a questo periodo la leggenda delle straordinarie ricchezze del lucumone etrusco, frutto delle imposte romane e della fine del regno di Tarquinio il Superbo.

Nell’ultimo periodo della sua vita, dopo essere tornato a Chiusi e aver liberato Roma dal giogo etrusco, Porsenna torna ad avvolgersi nella leggenda: si racconta che, sentendosi avvicinare alla morte, fece costruire un labirinto da un esercito di manovali. Poi, grazie ai migliori orafi del territorio, fece trasformare le enormi quantità di oro raccolte durante le sue gesta da condottiero per fondere la carrozza, la chioccia e i cinquemila pulcini che avrebbero dovuto accompagnarlo nell’aldilà. Si dice che i pulcini fossero talmente belli che sembravano poter prendere vita da un momento all’altro, e che simboleggiassero i soldati e le famiglie nobiliari che avevano sempre sostenuto il loro Re. Il corteo funebre dorato, partito da Chiusi e scomparso nelle campagne, è il fulcro di tante leggende popolari che si sono succedute per secoli.

La gallina dai pulcini d’oro

Il tesoro di Porsenna, caratterizzato dalla particolare simbologia della gallina dorata, è una leggenda che presenta caratteristiche in comune con altri territori. A Prato Rosello, in provincia di Prato, si racconta di un tesoro di una gallina con cinquemila pulcini d’oro, sotterrato in una necropoli etrusca; probabilmente il riferimento è sempre quello di Porsenna, ma non si tratta di un caso isolato.

Spostiamoci nella provincia pugliese della Manduria: la “òccula e li puricini ti oru” è una leggenda che racconta di una chioccia dorata con i pulcini, forse di origine greca o alessandrina, sottratta alla città di Taranto e nascosta in un luogo sconosciuto. Le somiglianze con il tesoro di Porsenna sono evidenti, e ne troviamo in tanti altri luoghi: Artimino e Malmantile in Toscana, Randazzo e Novara in Sicilia, Cirò e Longobucco in Calabria, dove la “Chiocchia della Gnazzitta” è ancora nascosta sotto un macigno. Degna d’interesse è una leggenda del Conero, nelle Marche: si dice che nei sotterranei di Camerano si nasconda una grande stanza con un altare al centro, in cui si troverebbe una chioccia d’oro con dodici pulcini dorati. L’intruso potrà tornare indietro soltanto scrivendo con il sangue il vero nome del Demonio sulla roccia. In questo caso tornano molti elementi che abbiamo già incontrato a Chiusi: il labirinto sotterraneo da cui non si può fuggire e il tesoro contraddistinto dai pulcini d’oro.

C7P Chioccia di Teodolinda

Un elemento così diffuso in tutta la penisola non poteva che essere studiato con attenzione dagli storici: spesso le leggende vengono fatte risalire a un’opera d’arte conservata nel Museo Serpero, presso il Duomo di Monza. La chioccia con sette pulcini dorati, chiamata anche “Pitta teodolindea”, è stata rinvenuta nel sarcofago di Teodolinda, regina longobarda del VI secolo. L’opera, di raffinata fattura, è impreziosita da rubini negli occhi della gallina e da zaffiri negli occhi dei pulcini.

Seppellire una gallina assieme al defunto era un’usanza longobarda, e una regina come Teodolinda meritava nel suo sarcofago un tesoro del genere. La chioccia è attribuita a Teodolinda, anche se non è detto che fosse stata seppellita assieme a lei; quello che è interessante sottolineare, tuttavia, è che una possibile interpretazione dell’opera sia la rappresentazione metaforica della costellazione delle Pleiadi, detta anche “Gallinella”.

Se l’origine della leggenda è longobarda, si potrebbe spiegare la sua diffusione in tutta Italia, ma questo costringerebbe a datarne le origini al VI secolo d.C, e non in epoca etrusca; in effetti, gli storici romani parlano genericamente dei tesori di Porsenna e non fanno riferimento ai pulcini. Le tradizioni popolari di Chiusi e della Toscana potrebbero essersi originate in epoca longobarda, fondendosi alla figura di Porsenna e al suo misterioso labirinto pieno di tesori.

Una cosa è certa: la leggenda del tesoro di Porsenna e la gallina con i cinquemila pulcini d’oro continua ad affascinare le generazioni moderne, a così tanti secoli di distanza. Si dice che in certe sere di tempesta, o durante le notti di plenilunio, si possano sentire in lontananza i pigolii dei pulcini tornati magicamente in vita, e che condurrebbero al tesoro sotterraneo. Forse i pulcini d’oro sono ancora nascosti da qualche parte, nelle campagne di quella che fu l’antica Etruria, in attesa di essere riportati alla luce: o forse è soltanto un’altra storia, che la leggendaria figura di Porsenna si porta appresso da due millenni e mezzo.

 


Fonti bibliografiche

Naturalis historia, Plinio il Vecchio

Chiusi: il labirinto di Porsenna, leggenda e realtà, Franco Fabrizi, Calosci, 1987

L’altra Toscana. Guida ai luoghi d’arte e natura poco conosciuti, Erio Rosetti e Luca Valenti, Le Lettere, 2003

www.summagallicana.it

www.manduriaoggi.it

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Alberto Rinaldi, il misterioso medico di Piazze

Foto di copertina di Renato Pantini Il piccolo borgo di Piazze, frazione del comune di Cetona, sorge sul versante dell’omonimo monte che si affaccia sulla Valdichiana. Non a tutti è…

Foto di copertina di Renato Pantini

Il piccolo borgo di Piazze, frazione del comune di Cetona, sorge sul versante dell’omonimo monte che si affaccia sulla Valdichiana. Non a tutti è noto che proprio qui, a fine ‘800, nacque un personaggio controverso e misterioso che ancora oggi causa dibattiti all’interno della comunità scientifica.

Alberto_RinaldiAlberto Rinaldi, questo il suo nome, è stato un famoso medico di inizio ‘900. Nacque a Piazze da una delle famiglie più agiate della zona, e si laureò in medicina all’Università di Siena diventando poi medico condotto (quello che oggi chiameremmo medico di famiglia) del suo comune d’origine.

Perché si parla di figura controversa? Qual è il mistero che si cela dietro la storia del dottor Rinaldi?
Sempre alla ricerca di una cura per la tubercolosi, che a quei tempi era una malattia molto diffusa, il medico di Piazze sottoponeva i suoi pazienti a terapie sperimentali con farmaci da lui prodotti. Un giorno, un suo paziente malato di tubercolosi gli scrisse, parlando di una di queste nuove cure a cui il dottor Rinaldi lo stava sottoponendo: “Per quanto riguarda la tubercolosi non saprei dirle. Il fatto incredibile è che la mia mano, bloccata dal reumatismo e distorta dall’artrosi, è tornata normale!”

E fu proprio così che Rinaldi capì di aver scoperto una nuova medicina quasi miracolosa nella cura di malattie come artrosi, artrite e reumatismi. Cominciò quindi a perfezionarlo e a sperimentando, diventando presto famoso sia in Italia che all’estero.

Divenne talmente noto che persino Benito Mussolini andò a chiedergli di curare la figlia Anna Maria dalla poliomielite, ma Alberto si rifiutò. Alcuni credono che lo fece per sgarbo al Duce, ma è più probabile che ritenesse la sua cura non adatta alla malattia della bambina.

Nonostante il mondo accademico domandasse delucidazioni riguardo alla cura di Rinaldi, il medico di Cetona fu sempre molto geloso della sua scoperta e non la rivelò mai a nessuno. In questo modo si attirò addosso l’antipatia generale, e venne spesso accusato di essere un ciarlatano.

26cityroom-pete-blog480Nel 1931, il famoso direttore d’orchestra Arturo Toscanini dovette improvvisamente sospendere la stagione di concerti con la Filarmonica di New York a causa di una dolorosa borsite che gli prese il braccio e la spalla destri, che lo aveva costretto a dirigere gli ultimi concerti solamente con il braccio sinistro. Tutte le terapie a cui si era sottoposto si erano rivelate inutili, ma quando apprese dai giornali la notizia della cura miracolosa del dottor Rinaldi, Toscanini rientra in Italia (da cui si era allontanato dopo aver subito un’aggressione fascista per essersi rifiutato di dirigere Giovinezza) e si rivolge a lui per trovare una cura alla sua malattia.

Il sistema di Rinaldi si rivela immediatamente efficace, scatenando l’entusiasmo del Maestro che ritornò più volte in Italia appositamente per sottoporsi a una terapia di mantenimento. La sua borsite sparì definitivamente e la sua carriera proseguì fino agli 87 anni.

Una notte, il 27 settembre 1935, Alberto Rinaldi venne assassinato a bastonate nel giardino di casa mentre rientrava da una delle sue visite notturne. Per l’omicidio venne accusato e condannato Leopoldo Moretti, compaesano del dottore, ma la sua morte rimane ancora avvolta nel mistero.

Nei decenni a venire, la comunità scientifica ha cercato a più riprese di venire a capo del segreto che si cela dietro il farmaco miracoloso prodotto da Rinaldi, senza però ottenere alcun successo.

Fonti bibliografiche

Il medico di Piazze. La storia del dottor Alberto Rinaldi che guarì il maestro Arturo Toscanini e centinaia di malati incurabili, di Susanna Rinaldi, Edizioni Emmecipi, Roma, 2009.

Cetona. Ricordi per il futuro. Testimonianze, foto, cartoline d’epoca per una storia scritta dalla gente, di Angelo Molaioli, Edizioni Emmecipi, Roma, 2006.

I mercanti della salute, di Marco Pizzuti, Sperling & Kupfer editori, 2012

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