La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Storia

San Biagio, un caso architettonico con tanto da raccontare

Il 500° anniversario della posa della prima pietra del tempio di San Biagio ha offerto l’occasione per conoscere in modo più approfondito l’edificio rinascimentale progettato a Montepulciano da Antonio da…

Il 500° anniversario della posa della prima pietra del tempio di San Biagio ha offerto l’occasione per conoscere in modo più approfondito l’edificio rinascimentale progettato a Montepulciano da Antonio da Sangallo. Nell’ambito delle iniziative organizzate per celebrare la ricorrenza, concentrate soprattutto nello scorso fine settimana in ricordo di quel 15 settembre 1518 in cui ebbero inizio i lavori di costruzione del Tempio, non sono mancati incontri sul tema degli aspetti architettonici che ne fanno una costruzione tra le più significative dell’arte rinascimentale.

Tra questi, il professor Mauro Cozzi, docente dell’Università di Firenze, ha presentato, nel corso di una Lectio Magistralis alla presenza di Don Domenico Zafarana e dell’Architetto Riccardo Pizzinelli, i risultati emersi durante il suo lavoro di studio e ricerca sulla storia dell’edificazione di San Biagio.

Temi centrali della conferenza, la spiegazione della tradizione artistica da cui proviene la struttura a pianta centrale e la ricorrenza dell’elemento del cerchio, una caratteristica che accomuna edifici sorti in tempi e in luoghi diversi, dal Pantheon di Roma alla basilica di Santa Sofia di Instambul, a conferma di come le influenze culturali abbiano sempre viaggiato, insieme alle persone, attraverso Oriente e Occidente, e di quanto questa continua commistione di stili sia stata un soffio vitale per l’arte.

Il Rinascimento ha fatto dell’architettura a pianta centrale il proprio paradigma ideale per le costruzioni sacre, investendo il cerchio attorno al quale l’edificio si sviluppa del valore simbolico e mistico che solo la perfezione può avere. San Biagio si cala dunque in un contesto culturale dominato dall’equilibrio della geometria, quale forma più adatta a mettere in collegamento l’uomo, che neanche trent’anni prima Leonardo da Vinci aveva rappresentato iscritto nelle proporzioni vitruviane, con l’elemento divino. Quello della costruzione del tempio poliziano è un racconto costellato da aneddoti intrecciati a fatti storici.

A tal proposito, il professor Cozzi ha parlato della sostituzione della copertura in maiolica della cupola con delle più costose lastre di piombo, agli inizi del ‘600, come l’effetto di due possibili cause: la Controriforma, che impose per gli edifici sacri delle soluzioni estetiche più sobrie, o la diminuzione dell’attività solare che nel 1601 provocò un abbassamento delle temperature tale da portare l’Arno alla glaciazione.

Questi e tanti altri gli elementi sono stati affrontati in un pomeriggio di cui protagonista è stato un caso architettonico con ancora tanto da svelare e che proprio per questo continuerà ad attrarre attenzione e curiosità anche quando le luci per la festa del suo 500° anniversario si saranno spente.

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La battaglia di Scannagallo per il nuovo titolo di Granduca

Niccolò Machiavelli scrisse: «Come si debba Ambizione usarla, lo esempio tristo di costor lo ’nsegna. Da poi che l’uom da sè non può cacciarla, debbe il giudizio, e l’intelletto sano…

Niccolò Machiavelli scrisse:

«Come si debba Ambizione usarla,
lo esempio tristo di costor lo ’nsegna.
Da poi che l’uom da sè non può cacciarla,
debbe il giudizio, e l’intelletto sano
con ordine, e ferocia accompagnarla
».

Proprio l’ambizione fu il tratto distintivo del primo Granduca di Toscana Cosimo I de’ Medici e come auspicava Machiavelli, il fiorentino seppe, attraverso il giudizio, e l’intelletto sano / con ordine, e ferocia domarla per cambiare il corso della storia della Toscana e della dinastia Medici.

Ci fu un passaggio cruciale che portò il giovane Cosimo I a elevarsi per prestigio su tutti gli altri signori d’Italia e del mondo conosciuto. Un avvenimento importantissimo che toccò le terre chianine, legandosi fra storia e leggenda: la Battaglia di Scannagallo. A questo scontro epico, forse il più importante del XVI secolo, si arrivò grazie ad un’accorta e lungimirante strategia politico-militare dell’allora Duca di Firenze.

Cosimo I dei Medici nacque a Firenze, il 12 giugno 1519, da Giovanni detto delle Bande Nere, famosissimo condottiero di ventura, e da Maria Salviati. Rimase però orfano di padre all’età di sette anni, dopo che gli fu trasmesso il culto dell’ardimento ed il gusto dei rischi del mondo della guerra. Altrettanto forte fu l’impronta della madre, donna austera e profondamente religiosa, orgogliosa della propria appartenenza alla famiglia Medici, attenta alle vicende fiorentine e romane. Entrambe le personalità dei genitori andarono a plasmare quella del figlio Cosimo, la quale emergerà prepotentemente nella crescita, tanto da spingerlo a scelte ardite e prese di forza decisive per il suo futuro.

Dopo i problemi emersi negli anni dell’infanzia del piccolo Cosimo, che videro la famiglia costretta a fughe rocambolesche per varie città italiane, tra difficoltà finanziarie e rivalse politiche, i Medici riuscirono a restaurare il loro dominio a Firenze nel 1530, dove però dovettero affrontare una crisi scoppiata in seno al principato. Nel 1537, a soli 18 anni, Cosimo I venne nominato dall’Imperatore spagnolo Duca di Firenze.

Da una posizione fragile che caratterizzò i primi anni di governo, insidiato dagli avversari politici, dai francesi e dal papa, il Duca seppe imporre la propria autorità su Firenze grazie alla precoce fermezza politica, alla spinta dell’orgoglioso ricordo delle proprie origini e dal disegno di ricostruire intorno a sé le milizie paterne.

Ambizioso fin dal giorno della sua nomina alla reggenza del Ducato di Firenze, Cosimo si adoperò in ogni modo per accrescere il prestigio della casata e portare a compimento il processo di concentrazione del potere nelle mani del Duca. Come per ogni grande Stato che si rispetti, la sua politica si concentrò nell’estensione dei confini. Cosimo concentrò i suoi sforzi soprattutto per ricevere un titolo regale che lo affrancasse dalla condizione di semplice feudatario dell’Imperatore e che gli desse quindi maggiore indipendenza politica. Titolo che solo un re, l’Imperatore o il Papa avrebbero potuto concedergli.

Ma l’ambizione del Duca toscano non era ben vista da nessuna delle autorità. Né da quella religiosa né, tantomeno, da quelle laiche, le quali osteggiarono la sua richiesta. La mossa degna di un grande stratega fu, quindi, quella di inserirsi nei conflitti franco-spagnoli all’interno della penisola Italiana. Perfettamente funzionale fu la volontà di espandere il dominio di Firenze su Siena. Non starò qui a dilungarmi sulla vicenda della guerra, perché ciò che m’interessa far emergere da questo racconto è come la nostra bellissima terra sia stata protagonista di un evento eccezionale nella storia europea.

Allo scoppio della Guerra di Siena, inquadrata all’interno dei conflitti franco-spagnoli in Italia del XVI secolo, Cosimo aveva quindi già messo gli occhi sulla città. Siena costituiva una forte minaccia a causa della calda accoglienza qui riservata nei secoli ai fuoriusciti fiorentini, avversari di sangue dei Medici. Inoltre, la città rappresentava pressoché l’unica via d’espansione territoriale praticabile, specialmente dopo la caduta di Piombino nella sfera d’influenza spagnola. Venne stipulato un trattato tra Regno di Francia e Repubblica di Siena, mediante il quale i francesi si impegnavano a difenderla. Enrico II di Francia promise l’invio di un esercito di rinforzo completo di armi, munizionamenti e logistica. Ovviamente, la reazione imperiale non si fece attendere e nel 1552 scoppiarono i conflitti. Fu l’occasione della vita per Cosimo.

La guerra proseguì per tre anni. Dopo la sconfitta nell’epica battaglia di Scannagallo, Siena resistette all’assedio per otto mesi; poi, abbandonata dai Francesi, si arrese il 17 aprile 1555.

Ottenuta la città, nonché i suoi territori e la nomina a Duca di Firenze e di Siena, Cosimo I si vide rifiutare dall’Imperatore la concessione del nuovo titolo tanto desiderato. Non bastò quindi il sostegno dato dai Medici alla dinastia imperiale in una delle guerre più importanti d’Europa.

Ma il fiorentino non si arrese ed escogitò un nuovo piano. Nel 1565 fece sposare suo figlio Francesco con Giovanna d’Asburgo figlia dell’Imperatore, sperando che fosse questa la chiave per la nomina di arciduca: duca due volte, duca di Firenze e duca di Siena. Ma l’Asburgo, preoccupato del prestigio che Cosimo stava acquisendo, non esaudì la richiesta.

Non trovando alcun appoggio da parte imperiale, Cosimo si rivolse al Papa. Già con Paolo IV aveva cercato di ottenere il titolo di Re o arciduca, ma invano. Finalmente però, fattosi strada anche fra l’ambiente ecclesiastico romano e trasformatosi in un devotissimo cattolico, Cosimo, corrompendo il conclave, riuscì a far eleggere Papa Pio V, rigido esponente della controriforma. In questo modo il Papa iniziò la sua carriera con un pesante debito da saldare: doveva al Duca di Firenze e di Siena la sua elezione. La questione venne perciò subito affrontata. Il Papa si adoperò per concedere al duca di Firenze un titolo che non lasciasse dubbio sulla supremazia dei Medici nei confronti degli altri principi italiani. Pio V, il 27 agosto 1569, emanò una bolla che insigniva Cosimo della carica di Granduca di Toscana, andando così a creare un nuovo titolo regale, unico in tutto il mondo.

La bolla attribuiva a chi reggeva lo Stato fiorentino, e pertanto anche quello senese, non solo una riconosciuta superiorità sugli altri principi italiani, ma soprattutto un aperto riconoscimento della natura “monarchica” e assolutistica del potere dei Medici sulla Repubblica Fiorentina.

Ma solo col passare del tempo, che come si sa fa dimenticare le cose, i sovrani italiani ed europei accettarono il titolo concesso a Cosimo: uno dei più ambiziosi uomini della storia, degno principe machiavelliano.

La lotta per la nomina granducale non fu, dunque, solo uno scontro per la preminenza sulla scena italiana nella concorrenza con gli Este o i Savoia, ma uno dei terreni sui quali Cosimo I si impegnò per il consolidamento della nuova dinastia sul piano internazionale e per una sua più forte legittimazione sul piano dell’esercizio del governo sullo stato fiorentino e sul nuovo possesso senese.

Per la realizzazione di questa corona si fece ricorso ad un’antica leggenda, che Cosimo I ritenne fondamentale per la storia toscana. Ricordate il frate Annio da Viterbo, il più grande falsario del tempo che attribuiva a Noè il ripopolamento della Toscana (L’origine di Foiano della Chiana) dopo il diluvio universale? A questo mito ci si ispirò per la fabbricazione, facendo riferimento alla corona dei re di Israele discendenti di David: la corona a raggi. Venne forgiato un capolavoro di oreficeria. Ovviamente diversa da quella principesca e da quella ducale, la corona era caratterizzata da un circolo d’oro ornato di smeraldi, rubini e perle, dal quale partivano punte triangolari d’oro verso l’alto. Priva del berretto di velluto interno, aveva la particolarità unica di avere, al centro nella parte anteriore, un grosso giglio, simbolo di Firenze.


Fonti

 

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Acqua e conformazione territoriale, Sinalunga come Sinaloa – Le origini del nome

Situata nel centro delle più importanti direttrici stradali, Sinalunga è suddivisa in un centro abitativo più antico e da una parte pianeggiante fervente di attività industriali e commerciale, la Pieve….

Situata nel centro delle più importanti direttrici stradali, Sinalunga è suddivisa in un centro abitativo più antico e da una parte pianeggiante fervente di attività industriali e commerciale, la Pieve. Il territorio di Sinalunga si compone di 5 frazioni: Bettolle, città natale di Ezio Marchi, il primo a studiare la razza bovina “chianina” e caratterizzata dalla presenza di Ville Leopoldine e Poderi Ottocenteschi testimoni dell’originaria architettura concepita dal Gran Duca Leopoldo I; Rigomagno, uno dei pochi centri urbani medievali della Valdichiana quasi del tutto intatti, che mantiene la sua struttura di borgo fortificato, testimoniata dai resti della cerchia muraria in cui sono inserite due torri semicircolari ben conservate. Scrofiano che sorge su un colle e con la sua struttura medievale è un esempio di arte sacra della zona; Farnetella, con la sua impostazione caratteristica, basata su borghi paralleli e vicoli traversi che conducono alla sommità, è un tipico esempio di struttura urbanistica medievale e in fine Guazzino che è la frazione di costituzione più recente, formata da un nucleo abitativo che gravita attorno alla Parrocchia e alle fornaci di laterizio.

Questo è come si presenta uno dei Comuni più popolosi della Valdichiana, ma di Sinalunga è interessante conoscere l’origine del toponimo. Vari autori e ricercatori hanno formulato diverse ipotesi sull’origine del nome, alle quali si aggiunge anche quella di cui vi andrò a parlare e che si basa su un’osservazione del territorio e sulla sua formazione.

A riguardo abbiamo incontrato Gianfranco Censini, geologo e presidente del Gruppo Archeologico Sinalunghese, che ci ha spiegato come il toponimo ‘Sinalunga’ derivi da Sinus Longus, dal latino ‘Lunga Insenatura’. Per arrivare a questa spiegazione è stato necessario uno studio partito nel giugno 2015 durante un viaggio nella città di Chihuahua ed El Fuerte, nella Regione di Sinaloa, in Messico, ed è stata proprio questa straordinaria somiglianza tra i toponimi Sinaloa e Sinalunga che ha scatenato la curiosità del dottor Censini.

Dottor Censini ci può spiegare in cosa il toponimo Sinalunga è così simile a Sinaloa in Messico?

“Sinalunga deriva da “Sinus Longus’, cioè ‘una lunga insenatura’ ai bordi del più ampio ambiente lacustre della Valdichiana e, seguendo le regole della classificazione delle insenature già descritte in un trattato di Fisica delle Acque del 1700, anche la Regione di Sinaloa si colloca all’imbocco di un altro Sinus Longus’, ovvero il Golfo della California, che, appunto, sta al margine dell’Oceano Pacifico. Questa spiegazione che lega il nome ad una specifica caratteristica del territorio appare in linea con la naturale tendenza di indicare i luoghi specificandone una forma o dimensione particolare: Collelungo (nome originario della Fattoria tra Monte Martino e Guazzino), Pratolungo, Vallelunga, oppure Collalto, Montegrosso, Montebello, Cala Piccola, Cala Grande, sono solo alcuni esempi di toponimi che riportano a particolari forme del territorio in cui si trovano”.

Le ricerche di Censini si sono svolte su testi antichi disponibili solo in forma digitale: cercando la combinazione “sinus + longus” i link trovati sono stati molti ma, purtroppo, la combinazione di queste due parole è stata spesso utilizzata anche in antichi testi di anatomia umana, per cui la selezione di quelli attinenti per questa ricerca è stata più complicata.

Per questi motivi, i risultati ottenuti per questa ricerca derivano dall’opera di Francisci Batle ‘Instituones Physicae, Ad Usum Scholarum Accomodatae’ che definisce in maniera molto sintetica cosa è un ‘Sinus Lonsus’, ovvero un’insenatura, con il quale vengono elencati i più grandi golfi conosciuti, tra questi anche il Mar Mediterraneo, con all’interno i più piccoli Sinus quali il mare Adriatico, il mar Tirreno, il mar Ionio e gli altri nostri mari italiani.

L’ipotesi sulla nascita del toponimo ‘Sinalunga’ di Censini si fonda, dunque, sull’origine del nostro territorio che nel periodo pleistocenico era ancora invaso dalle acque del grande bacino lacustre che caratterizzava tutta l’area della Valdichiana. In epoca romana poi erano presenti acquitrini dovuti al ristagno delle acque del torrente Foenna, mentre gran parte della Valdichiana era già prosciugata e interessata da zone lacustri solo nella fascia centrale.

Dottor Censini come si presentava la morfologia del nostro territorio?

“La morfologia della nostra zona, sebbene non più totalmente occupata dalle acque, era sufficientemente marcata da apparire ancora come un golfo, una baia o semplicemente un’insenatura di circa 8 chilometri ed una imboccatura, molto stretta, identificabile nell’allineamento tra “La Capacciola e Monte Martino”. La nostra valle ha subìto le conseguenze di fenomeni naturali molto complessi che hanno portato le acque a scorrere in un senso o nell’altro, oppure a fermarsi e ristagnare, creando acquitrini o piccoli laghi, di cui ci sono evidenti testimonianze nei toponimi antichi e chiare conferme nelle conseguenze degli eventi alluvionali recenti”.

Ma il topomino Sinus Longus come si è trasformato in Sinalunga?

Mettiamo che il toponimo primordiale fosse ‘Sinus Longus’ e che vi sia stato aggiunto, da coloro che si mettevano in viaggio da Sud verso Nord, il prefisso che indica la destinazione “AD”, cioè moto a luogo, si può ritenere che con il passare del tempo il toponimo sia diventato “Ad Sinus Longus’ e poi ‘ Asinuslongus’, di questa forma però non sembra che ci siano testimonianze chiare, mentre è chiari che ad un certo punto, nei vari documenti che parlano della questa zona, si inizia a trovare la forma rimasta in uso fino al 1863, di Asinalunga, con una forma intermedia di Asinalonga. Al di là della piccola variazione da ‘Longa a Lunga’, la variazione che sembra importante è quella che vede la variazione da ‘Ad Sinus a ad Sina’ e questa variazione può costituire la conferma che da una primordiale insenatura unica, che andava dalla Capacciola a Rigomagno, si sia passati, durante il Medioevo, a più bacini palustri separati”.

Pertanto, secondo un’informazione raccolta dalla dottoressa Valeria Novembri, dell’Accademica Oscuri di Torrita esperta di letteratura latina, il toponimo maschile singolare Sinus, diventando plurale avrebbe cambiato genere diventando neutro, quindi Sina indica un sostantivo plurale di genere neutro e ciò vuol dire che i viaggiatori che si muovevano verso Nord venendo verso la nostra zona venivano Ad Sina Longa cioè “verso la zone delle insenature lunghe’.

Il toponimo Asinalunga rimase il nome ufficiale della Comunità sinalunghese fino al 1863 quando, per Regio Decreto, il nome venne definitivamente cambiato in Sinalunga.

In conclusione in dottor Censini asserisce che l’origine di un toponimo, la sua etimologia, sono spesso chiari e privi di incertezze; altre volte risultano causa di discussioni accademiche o di dibattiti infiniti e Sinalunga, sicuramente, rientra tra questi ultimi e non sarà di certo questa ricerca a porvi fine.


Sitografia e bibliografia

  • http://www.terresiena.it/it/val-di-chiana/273-i-comuni/216-sinalunga
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Sinalunga
  • ‘Dalla Capacciola a Rigomagno, è questo il SINUS LONGUS che ha dato il nome a SINALUNGA? – Elementi Geomorfologici, Toponomastici e Riferimenti Storici’ di Gianfranco Censini

 

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Un capolavoro nato dai miracoli di Maria – Il cinquecentenario del tempio di San Biagio

Percorrendo il viale della Rimembranza, che costeggia il pendio a sud-ovest di Montepulciano, ci si trova immersi in quella che è la più tipica immagine toscana: le due file parallele…

Percorrendo il viale della Rimembranza, che costeggia il pendio a sud-ovest di Montepulciano, ci si trova immersi in quella che è la più tipica immagine toscana: le due file parallele di cipressi che ritmano le piccole stradine di campagna. Sono alberi della memoria, perché alla loro base stanno i cippi con i nomi dei poliziani morti nella Grande Guerra. Proseguendo verso nord, le chiome scure e affusolate lasciano lentamente intravedere uno scorcio di campanile che si staglia alto nel cielo. E pare che si metta in competizione con le punte dei cipressi, i quali riescono a tener testa alla torre fino a che la prospettiva gioca a loro favore.

Ed è proprio qui, dove la Val d’Orcia si innesta nella Valdichiana, che il 15 settembre 1518 venne posta la prima pietra del Tempio di San Biagio.

L’imponente tempio fu edificato sopra un’antica pieve altomedievale dedicata prima a Santa Maria e successivamente, intorno all’anno Mille, a San Biagio: vescovo, di origine armena che veniva interpellato dai fedeli per la sua esperienza di medico per la cura di mali fisici.

Dell’originaria costruzione sacra, all’inizio del Cinquecento, restavano soltanto il rudere della torre campanara e un brano d’affresco raffigurante la Madonna col bambino e San Francesco dipinta da Maestro di Badia a Isola. Proprio da questo quadro iniziò una serie di eventi miracolosi che indussero la Comunità a dare avvio a quell’impresa che tutt’oggi possiamo ammirare ai piedi di Montepulciano.

Il 23 aprile di cinquecento anni fa due fanciulle di nome Antilia e Camilla, mentre tornavano a casa dopo aver lavato i panni, videro la Madonna dell’affresco aprire e chiudere gli occhi in un movimento del tutto umano e naturale. Lo stesso giorno un pastore di nome Toto, passando dinanzi al dipinto sacro, trovò uno dei suoi buoi inginocchiato sotto la santa immagine. Ma i miracoli non finirono qui. Dalle Notizie del Cardinale Roberto Nobili degli altri illustri poliziani e della città di Montepulciano si racconta che “defonti recuperarono la vita; si viddero ciechi illuminati; stroppi raddrizzati; ossessi liberati; sordi recuperare l’udito, muti la favella et altri infermi guariti”.

Il tempio di San Biagio si deve dunque a un episodio di devozione popolare che portò, il 4 maggio, all’approvazione del modello proposto da Antonio Da Sangallo il Vecchio. Nato e cresciuto a Firenze, studiò fin da piccolo nella bottega del padre, abile legnaiuolo e architetto. Nella sua formazione influirono decisamente gli artisti del Quattrocento, come il Brunelleschi e l’Alberti e le loro concezioni della proporzione perfetta. Nonostante si fosse specializzato nell’arte del fortificare, riuscì a rendere il Tempio il suo più grande capolavoro. Anche il papa dell’epoca, Leone X Medici, promosse l’edificazione attraverso grandi auspici.

Un ruolo importante per l’edificazione della chiesa venne portato avanti dal contadino Toto, che si impegnò tutta la vita nella questua in favore della costruzione del Tempio. Secondo un’altra leggenda Toto fu protagonista di un secondo evento miracoloso. Dubitando della fedeltà della moglie incinta le colpì la pancia con un pugnale. Dallo squarcio la minuscola testa del bambino si rivolse al padre per difendere la donna: «Fermati padre, sono tuo figlio».

Proprio nel Cinquecento il volto della città di Montepulciano inizia il suo cambiamento con la costruzione di molti palazzi signorili. Ciò si dovette al fatto che le maggiori famiglie del luogo assunsero un rilievo su scala nazionale. Molti furono gli interventi di Antonio da Sangallo, commissionato dai signori Ciocchi del Monte. Fra le sue opere si annovera la scultura del Crocifisso nella Chiesa di Sant’Agostino.

L’armonia architettonica del Tempio di San Biagio è eccezionale. Sembra l’amplificazione di un modello in legno la cui maestosità monumentale viene espansa a dimensione di una cattedrale. Come se la pietra che la compone si fosse sostituita al legno del progetto in scala per espandersi nelle tre dimensioni.

Il “plastico” presentato da Antonio da Sangallo fu approvato dal Consiglio di Montepulciano il 14 maggio del 1518. A esattamente 4 mesi di distanza venne posta la prima pietra. Il risultato è un santuario di grandissime dimensioni, che rimangono comunque adeguate alla misura della città di Montepulciano, destinata, in quegli stessi anni, ad una forte crescita architettonica. Lo stesso Tempio viene inquadrato all’interno della sperimentazione architettonica del Cinquecento, testimoniata dalle parole dello storico dell’arte Giulio Carlo Argan, il quale conferma che San Biagio non è un organismo di corpi curvi, ma un incastro di volumi squadrati. Ordine e proporzione, ricercate nel Rinascimento, si riscontrano perfettamente fra le parti dell’edificio. Un concetto proposto nel trattato vitruviano del Da Vinci e ripreso da Leon Battista Alberti.

Nel complesso, San Biagio risulta un’eccezionale sintesi fra il linguaggio artistico del Rinascimento maturo ispirato alla perfezione dei classici e la devozione religiosa dalla quale è scaturita l’edificazione della chiesa. La commistione fra scienza e miracoli ho partorito un capolavoro.

Don Domenico Zafarana, parroco di Montepulciano, ha a cuore l’accoglienza dei pellegrini e dei turisti, nel “gioiello architettonico alle pendici del centro storico” e augura a laici e credenti “di scorgere un’oasi di pace in un mondo quasi sempre intento a correre”.

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I fatti di Renzino – Le radici della Resistenza foianese: 17 aprile 1921

La repressione delle popolazioni nel corso di tutta la Storia ha puntualmente acceso focolai di rivolta, ed esempi che avvalorano questa naturale connessione fra oppressione e ribellione non mancano di…

La repressione delle popolazioni nel corso di tutta la Storia ha puntualmente acceso focolai di rivolta, ed esempi che avvalorano questa naturale connessione fra oppressione e ribellione non mancano di certo.

Dall’antichità fino ai giorni nostri, persone e popoli interi sono insorti contro politiche e concezioni della società volte alla segregazione e alla sopraffazione dei più deboli. Uno degli eventi più significati e peculiari della Storia italiana, che si iscrive all’interno di questo binomio oppressi-oppressori, fu il movimento della Resistenza nel biennio ’43 – ’45: la grande sollevazione popolare contro la dittatura e le violenze dei regimi fascista e nazista, che per più di 20 anni stremarono di torture l’Italia.

La storia che vi voglio raccontare parla di ribellione armata e fallimenti, di coraggio e dolore. I fatti che leggerete in questo secondo numero della rubrica dedicata agli avvenimenti storici nel territorio chianino ebbero luogo in un piccolissimo paesino di contadini, ai piedi del colle dominato da Foiano. Il nome di questo minuscolo agglomerato di case disposte lungo la via che porta ad Arezzo, segnò il punto d’avvio dell’azione antifascista foianese e allo stesso tempo il suo brusco arresto. Questo paese si chiamava, e si chiama tutt’oggi, Renzino.

Nella storiografia è fondamentale indagare la genesi e i processi evolutivi che portano allo sviluppo degli avvenimenti storici. Come il corso di un fiume non è fatto soltanto dalla foce e dal corpo principale, così gli avvenimenti storici non si possono né studiare né, tantomeno, comprendere senza che si risalga anche alla loro sorgente. Quelli che sono passati alla storia come I fatti di Renzino rappresentano metaforicamente la sorgente della Resistenza foianese, l’atto da cui, venti anni più tardi, i giovani di queste zone decisero di lottare per la libertà e la democrazia, sacrificando le proprie vite.

L’opposizione a ciò che sentiamo sbagliato o ingiusto, se ci pensiamo bene, scatta non appena questa situazione di oppressione si manifesta nelle sue primissime forme. Spontaneamente si creano contrasti, proteste più o meno accese e ribellioni. Le radici dell’opposizione al regime mussoliniano vanno cercate nell’ampio quadro dell’antifascismo e non nel fenomeno della Resistenza, che fu invece peculiare del biennio conclusivo della Seconda guerra mondiale. Il movimento resistenziale fu l’ultima fase di questo processo iniziato appena le squadre fasciste si mossero per reprimere con la violenza le forze politiche di sinistra.

Disegno di Ezio Raspanti sui fatti di Renzino – “Proprietà della famiglia Raspanti”

Le umiliazioni, le intimidazioni e i pestaggi contro la gente contadina e operaia di Foiano fecero sfociare tutta la sofferenza e la voglia di riscatto in un gesto di ribellione armata, che può benissimo rappresentare simbolicamente la nascita dell’antifascismo in Valdichiana. Il 17 aprile del 1921 un gruppo formato da anarchici, comunisti e socialisti assaltò e mise in fuga un convoglio fascista. Questa è la storia dei Fatti di Renzino. Questo è il simbolo del popolo di Foiano: un popolo resistente.

L’ambiente sociale in Valdichiana sì rivelò, fin dai primi mesi successivi alla fine della Grande Guerra, decisamente fertile per quelle nuove ideologie che, sull’eco assordante della Rivoluzione d’Ottobre, stavano investendo il continente europeo. La maggioranza schiacciante di braccianti e contadini fra la popolazione, permise al Partito Socialista di Turati di mettere solide radici in tutta la vallata chianina. In particolare, nel paese di Foiano arrivò presto ad ottenere la maggioranza assoluta nella giunta comunale.

Dopo la scissione di Livorno, dalla quale nacque il Partito Comunista d’Italia, Sindaco e giunta comunale aderirono alla nuova organizzazione politica, pur mantenendo una sincera collaborazione con il Partito Socialista. Fu questo di Foiano della Chiana, uno dei primissimi casi in cui il PCd’I ottenne la maggioranza in una giunta. Fondatore della sezione comunista del paese fu Galliano Gervasi, giovane falegname, definito poi nelle carte di polizia della prefettura di Arezzo come “Convinto ed accanito capeggiatore degli elementi più estremisti del suo paese”. Lo stesso che nel 1947, come deputato, parteciperà alla scrittura della Costituzione italiana.

Ma nello stesso periodo, un altro partito stava nascendo, spinto dall’appoggio della classe dirigente e dai proprietari italiani: il Partito Nazionale Fascista. In breve tempo questo manipolo di violenti venne sguinzagliato contro le leghe e i sindacati di tutta la penisola, portando con sé distruzione e morte.

Divenuti “padroni” di Arezzo i fascisti mal sopportavano la zona più rossa della provincia: la Valdichiana e in particolare Foiano, con sindaco e assessori comunisti. La mattina del 12 aprile del 1921, dopo che il sindaco e la giunta di Foiano della Chiana rifiutarono le minacciose e illegali richieste di dimissione da parte del marchese Perrone Compagni di Firenze, 150 fascisti, scortati dal regio esercito, invasero le strade di Foiano.

Vennero devastate la sezione socialista, la Camera del lavoro, la sede della Cooperativa badilanti e terrazzieri e i locali del Comune. Sfortunati passanti vennero bastonati e percossi, i genitori del sindaco e quelli di Gervasi minacciati. Durante tutta l’incursione le forze dell’ordine mantennero un atteggiamento accondiscendente nei confronti degli squadristi. Così, fra venerdì 15 e sabato 16 aprile, dopo le violenze e le distruzioni di pochi giorni prima, per tutelare l’incolumità dei cittadini si dimisero sindaco e giunta.

La domenica, alle cinque del mattino, partirono dal Capoluogo alla volta di Foiano due camion di fascisti con 22 camicie nere armate. I fucili, che avevano come equipaggiamento, furono messi a disposizione e concessi in prestito dai depositi del Regio esercito di Firenze, Arezzo, Perugia e Siena. Venne nuovamente messo a soqquadro il municipio, fecero irruzione nelle abitazioni minacciando di morte e malmenando i socialisti e i comunisti che vennero sorpresi nei loro letti. Stessa sorte toccò, ancora una volta, agli anziani genitori del Gervasi.

Nel pomeriggio, ad uno dei due camion fascisti di ritorno verso Arezzo, nella località di Renzino, venne tesa un’imboscata da un gruppo di ribelli, tra i quali parteciparono Bernardo Melacci, carismatico capo anarchico, e Galliano Gervasi. Colte alla sprovvista furono uccise tre camicie nere e molte altre vennero ferite.

Una reazione tutt’altro che istintiva. Tutt’altro che dettata da una situazione episodica, perché le violenze delle squadracce fasciste si protraevano da mesi in Valdichiana, addirittura anni nelle regioni del nord Italia. La violenza repressiva indirizzata dai proprietari e dai padroni contro quella povera gente che lottava per migliorare le proprie condizioni di vita, veniva applicata da uomini senza scrupoli, personaggi violenti ed esaltati. Sputavano a chi non si piegava alle loro malefatte, alle loro parole d’ordine. Riempivano di botte fino alla morte gli sventurati attivisti dei partiti di sinistra. Malmenavano i vecchi, stupravano donne e ragazze senza porsi il minimo scrupolo.

Quando i “ribelli di Renzino” decisero di armare i propri fucili da caccia e appostarsi nascosti lungo la strada, la loro indignazione contro questi soprusi non poteva più essere frenata. Tutte le violenze subite fecero sfociare la loro rabbia in un gesto disperato che riecheggiò per giorni sulle pagine di molti giornali italiani.

La reazione nera non si fece attendere. La sera stessa del 17 aprile Renzino pareva tutto un incendio: moltissime case e fattorie vennero bruciate e i contadini uccisi. Donne e madri vennero uccise sulla porta di casa, davanti ai figli e alle figlie. Molti padri vennero trascinati lungo i fossi e freddati con un colpo alla testa, colpevoli soltanto di far parte di quella classe avvilita e straziata dalla Storia. La stessa che in un gesto estremo di ribellione raccolse la rabbia di generazioni antiche, che si riconoscevano fraterne nello stesso misero destino.

Arrivarono squadre di fascisti da tutta la Toscana e perfino da Roma. Il giorno successivo nella piazza centrale di Foiano venne istituito un “tribunale fascista” e un numero mai precisato di abitanti della zona venne giustiziato con un colpo di fucile alla testa. Nelle settimane successive processi farsa e confini vennero imposti agli organizzatori dei Fatti di Renzino.

Questa ribellione spontanea nei confronti del regime venne sedata tramite massacri e arresti. Fu così che lo spirito ribelle foianese subì un bruttissimo colpo di arresto durante i 10 e più anni in cui le menti organizzatrici dei fatti vennero mandate al confino. Dopo la caduta del regime fascista però, tutti i prigionieri politici rinchiusi nelle carceri poterono tornare ai loro paesi d’origine. Ogni rivoluzione necessita di una guida e la rivoluzione antifascista aveva bisogno proprio di questi uomini: preparati politicamente nel sostenere la popolazione indifesa, carichi di esperienza per operare e organizzare la lotta contro il regime nella clandestinità.


Bibliografia:

  • Giorgio Sacchetti, L’imboscata, Foiano della Chiana 1921, un episodio di guerra sociale, Arti Tipografiche Toscane, Cortona, 2000.
  • AA VV, Antifascisti raccontano come nacque il fascismo ad Arezzo, Litostampa Sant’Agnese, Arezzo, 1974
  • Ezio Raspanti e Giovanni Verni, Foiano e dintorni, EE VV, Firenze, 1991.
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L’origine di Foiano della Chiana – Una leggenda per il prestigio dei Medici

Quando Niccolò Mannozzi pubblica nel 1613 l’opera Apologia, ovvero difesa dell’aria di Foiano dedicandola al Serenissimo Don Cosimo II Medici Granduca di Toscana questi ne rimane estremamente entusiasta, concedendo al…

Quando Niccolò Mannozzi pubblica nel 1613 l’opera Apologia, ovvero difesa dell’aria di Foiano dedicandola al Serenissimo Don Cosimo II Medici Granduca di Toscana questi ne rimane estremamente entusiasta, concedendo al lavoro dello scrittore foianese grande risalto all’interno del suo regno. Ma ciò che mosse davvero l’acuto interesse del grande Cosimo II fu soprattutto un’altra operetta del medesimo [Mannozzi] nel fine, che narra e da chi e quando fu edificata detta sua patria di Foiano.

Ma come mai l’opera di uno storico “minore” sull’origine di un piccolo paesino destò tanta approvazione da parte di uno dei più grandi uomini della storia della Toscana?

Nella storia antica moltissime città vantavano un’origine leggendaria, ne è l’esempio più classico Roma. Le leggende, oltre ad avere valenza di testimonianza storica ufficiosa, conferivano enorme prestigio a dinastie che si riconoscevano discendenti dei protagonisti di quei racconti. E fu esattamente quello a cui mirava la famiglia Medici.

Le ricerche della Dottoressa Elena Giannarelli hanno evidenziato come in un periodo in cui si dibatteva su quali fossero le lingue più antiche, il mondo classico, di origine greca ed ereditato da Roma, non aveva rivali. Firenze, considerata figlia dell’Urbe e fondata dai Romani, era chiamata la nuova Atene e questo imponeva, sul piano politico, una subordinazione con quanto veniva deciso sulle sponde del Tevere. A Firenze serviva un modo per staccarsi da Roma e rivendicare la propria indipendenza. E quale modo migliore se non quello di documentare la discendenza diretta dei Medici con Noè? Colui che ripopolò la Terra dopo la più tremenda punizione di Dio.

Nel 1497 il domenicano viterbese Giovanni Nanni, detto anche Annio da Viterbo, scrisse un’opera intitolata “Antiquitatum variarum volumina XVII” (Diciassette volumi di antichità varie), elaborando così una singolare tradizione: Noè uscito dall’Arca dopo il diluvio universale venne in Italia dove fondò 12 città nell’odierna regione Toscana, tra le quali Arezzo e Cortona. Da qui i suoi discendenti avrebbero dato vita alla civiltà etrusca.

Le testimonianze presentate da Annio provenivano tutte da autori e da opere da lui stesso inventate. Oggi sappiamo che il grande ricercatore, figura di primo piano della corte papale, nonché consulente e teologo di Alessandro VI Bolgia, fu il più celebre falsario di tutti i tempi.

A volte anche le leggende hanno bisogno di “un aiutino”.

Il mito ricomparve nel clima di festa delle nozze fra Cosimo I dei Medici e Eleonora di Toledo nel 1539. In questa occasione una grande processione con rappresentate le personificazioni delle cittadine toscane, si snodò per le strade di Firenze. I paesi sottoposti all’autorità medicea giurarono fedeltà a Cosimo e alla sua politica. Con orgoglio esse vantarono la loro antichissima origine Biblica: dopo il ritiro delle acque, una volta sbarcato dall’Arca, Noè raggiunse il Tevere fino ad arrivare in Tuscia, dove il Patriarca fondò parte del suo regno, che circa 4000 anni più tardi sarebbe stato governato proprio da Cosimo I de’ Medici.

Così le città toscane in quel lontano 1539 riconoscevano a Cosimo I, discendente degli etruschi figli di Noè, il diritto a unificarle sotto il suo potere. Fu un’operazione non soltanto politica, ma anche culturale: il vero sapere era quello dell’oriente, dei semiti, della Bibbia, fondato sulla parola divina e non sull’empirismo e sul sentito dire di Greci e Latini. Cosimo I dette massimo risalto a questa vicenda per il prestigio che avrebbe reso alla Toscana e alla dinastia Medici, mettendosi nella posizione di vantare discendenti che avrebbero popolato l’Europa. Firenze otteneva in questo modo la sua indipendenza da Roma.

Quando il Mazzoni pubblicò il suo libro sull’origine di Foiano della Chiana nel 1613, le ricerche che aveva avviato lo portarono alla lettura delle opere di quegli stessi autori, che dal domenicano falsario Annio da Viterbo vennero inventati e usati come testi di riferimento per il suo Antiquitatum. Ecco, a questo punto, il racconto della nascita di Foiano.

«Dopo a quel grande e universal Diluvio, che inondò tutta la Terra e gran parte dell’Aria […] essendo uscito fuori dall’Arca il Gran Padre della salvata gente del Mondo, Noè, nelli alti monti dell’Armenia, divise ai propri figli il Mondo tutto. […] Se ne venne in Italia […] avanti la venuta di Christo, nostro Redentore, nell’anno 2203. Et questo Noè fu detto ancora Iano, ovvero Giano. […] Questo Iano adunque arrivato in Italia e entrato sù per il fiume Albula, qual poi […] fu detto Tevere […] e mentre contra acqua navigava scoperse un altro fiume […] qual’hoggi Paglia detto viene e entrato in questo, non navigò troppo su per il fiume, che trovò un altro fiume che in Paglia entrava. […] Bellanda nome gli pose.

E vedendo e l’una e l’altra riva di così piacevol fiume […] smaltata di verdeggianti herbette e di vari fiori quali gareggiando insieme e di colore e di suave odore e di lieta vista, li parea che allegramente l’invitassero a riposarsi quivi. […] Et invitato dal garrir de pargoletti augelli, quali salutando con dolce canoro volando da ramo in ramo di diversi alberi fu di grandissimo contento e gioia ripieno. […] Scoperse un Colle tanto ameno, tanto vago e tanto lieto che subito di sé degno lo fece. […] Fece pensier di lasciar qui memoria eterna del suo felice e glorioso nome.

Colle smaltato di mille fiori bianchi, vermigli e gialli e che riempivano il luogo di suave odore e gli occhi di gioconda vita, se lo elesse per suo giardino e nobile diporto e volle che chiamato fosse Foiano, quasi Flos Iani, Fior di Giardino. […] Forum Iani: cioè piazza e mercato di Iano. Quasi volendo dire che per l’abbondanza vi concorresse grandissima moltitudine di gente e che per questo vi fosse continuamente la fiera.

Saper dovete che fece fare molti Tempi e notabili luoghi […] nominandoli dal suo nome e dalli effetti che egli faceva: come Monte Giano, Marciano […] Lucignano, Chianciano e altri simili, dove Iano faceva una cosa e dove un’altra».

È dunque questa l’origine leggendaria del paese di Foiano in Valdichiana. Ma, chiaramente, nulla di tutto quanto scritto è vero. Si tratta, come più volte ripetuto, di un mito, per di più nato da fonti inventate. Nonostante ciò il nipote e successore del primo Granduca di Toscana, Cosimo II, al quale era dedicata l’Apologia, sulle orme del nonno volle dare massimo risalto a questa leggenda tanto funzionale per la politica e il prestigio mediceo nel difficile scacchiere europeo.

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Il brigante Gnicche, tra storia e leggende popolari

Gran parte dei territori rurali del nostro Paese ha almeno un brigante di riferimento, la cui figura storica assume caratteristiche che sfociano nel mito e nella leggenda: personaggi che diventano…

Gran parte dei territori rurali del nostro Paese ha almeno un brigante di riferimento, la cui figura storica assume caratteristiche che sfociano nel mito e nella leggenda: personaggi che diventano protagonisti di racconti e storie popolari, tra fantasia e realtà. È questo il caso di Gnicche, rinomato ad Arezzo e nella Valdichiana, vissuto nel XIX secolo, la cui fama ha attraversato le nostre campagne in epoca più recente rispetto a quella di un altro famoso brigante, Ghino di Tacco (vissuto nel XIII secolo).

Federigo Bobini, detto Gnicche, si inserisce pienamente nella storia del brigantaggio in Italia del XIX secolo, che ha restituito numerosi casi di banditismo avvolto da un’aura di romanticismo: soprattutto nelle aree rurali, dopo l’unità d’Italia, i briganti che vivevano fuori dalla legge potevano acquisire aspetti positivi di resistenza all’unificazione, che in alcune occasioni è stata vissuta dalle comunità locali come una forma di invasione e colonizzazione, o comunque come una cesura storica che ha provocato fortissimi mutamenti politici e sociali.

Come accaduto per tanti altri briganti italiani, la fama negativa di Gnicche (brigante fuorilegge, assassino e violento) si è accompagnata agli aspetti positivi della figura del bandito (la cui rappresentazione più famosa è probabilmente Robin Hood, che ruba ai ricchi per dare ai poveri) e si è diffusa per più di un secolo nelle campagne aretine. Ma, come spesso accade, alla storia ufficiale si accompagnano numerosi miti, dicerie e leggende popolari.

La storia del brigante Gnicche

Nato ad Arezzo nel 1845, Federigo Bobini proveniva da una famiglia umile, e già all’età di 19 anni si fece notare dai carabinieri per aver organizzato una piccola banda dedita al crimine; dopo aver derubato il padre ed essere stato condannato per furto, continuò a rapinare le abitazioni nelle campagne aretine, che gli valsero un’altra condanna nel 1865. Uscito di prigione, abbandonò definitivamente i lavoretti che svolgeva in giovinezza, per dedicarsi unicamente alla vita da fuorilegge.

Gnicche passò gli anni successivi tra furti e rapine, dedicandosi prevalentemente al gioco d’azzardo per estorcere soldi alle famiglie più ricche. Nonostante fosse ricercato, continuava con i suoi crimini lungo le campagne aretine, senza rinunciare alla passione per il ballo e a tornare saltuariamente a dormire presso la sua abitazione aretina. Durante una di quelle notti, nel 1868, venne catturato e condannato per furto e violenza pubblica; uscito di galera dopo sei mesi, venne nuovamente condannato in contumacia a otto anni.

Da quel momento Gnicche visse totalmente da fuorilegge, ricercato dalle forze dell’ordine. Nel novembre del 1869 commise il primo omicidio, quando colpì a morte il carabiniere Luigi Gnudi che aveva circondato assieme ai colleghi la casa della sua fidanzata Francesca Borghesi, presso cui si stava nascondendo. Fuggito ai carabinieri, pochi giorni dopo assalì violentemente due persone nelle campagne tra Cortona e Bettolle, a scopo di rapina. Nell’agosto del 1870, inoltre, sparò a un passante dopo una diatriba presso Ponte alla Chiassa, ferendolo gravemente.

Gnicche venne catturato dai carabinieri nell’ottobre del 1870, scovandolo presso un nascondiglio nelle campagne aretine. Durante il processo annunciò di voler collaborare con la giustizia, ma approfittò nel tempo guadagnato per evadere dal carcere di Palazzo Pretorio assieme a cinque ergastolani e un secondino corrotto, dandosi alla macchia con l’intero gruppo.

Durante l’ultimo anno di vita, Gnicche e la sua banda divennero ancora più violenti: venne ucciso un altro uomo a Sargiano e una donna a Creti. La sera del 14 marzo 1871, infine, il brigante venne scoperto dai carabinieri nei pressi di Tegoleto. Venne catturato, ammanettato e portato verso la caserma; tentando una disperata via di fuga, Gnicche venne poi colpito da una pallottola di fucile sparata dai carabinieri, e ferito all’altezza dei reni. La ferita fu letale, tanto che il brigante raggiunse la caserma che era già morto.

Miti e leggende popolari

I miti, le dicerie e le voci che circolavano attorno alla figura di Gnicche si erano diffuse nelle campagne aretine già durante la sua breve vita. Dopo la morte non fecero che aumentare, tanto che per alcuni divenne un eroe difensore dei deboli e che rubava soltanto ai ricchi. Era inoltre circondato dalla fama di gentiluomo, con numerose amanti ad Arezzo e dintorni; amava danzare con le donne e si presentava camuffato durante i balli, anche durante la latitanza, sempre vestito in maniera elegante.

Proprio attorno a questa sua abitudine sono nati alcuni curiosi aneddoti: una volta, per riuscire a intrufolarsi di nascosto presso i giardini del Prato ad Arezzo e passare la serata a ballare, trovò una donna in un vicolo e le ordinò di consegnargli i vestiti. La signora obbedì e si diede alla fuga, mentre Gnicche passò la serata a danzare vestito da donna.

La sua importanza è celebrata anche dal punto di vista architettonico: lungo la strada per San Fabiano si può trovare la Torre di Gnicche, che secondo la tradizione era uno dei nascondigli del brigante. Le sue gesta venivano diffuse nelle feste paesane o nei mercati, le sue storie erano protagoniste dei canti improvvisati in ottava rima durante le veglie, e la sua figura ribelle ha affascinato molte persone.

L’utilizzo della violenza, nei racconti che hanno Gnicche come protagonista, è sempre accompagnato da aspetti di galanteria o di rispettabilità: ad esempio, secondo la leggenda, prima di morire il brigante trovò il tempo per complimentarsi con il carabiniere che gli aveva sparato per l’ottima mira. Oppure, secondo un’altra storia, donò il fidato coltello al proprietario della villa cortonese presso cui si era recato a giocare d’azzardo, per dimostrare di essere un gentiluomo e di non aver paura di lui.

Le leggende attorno alla figura di Gnicche sono state protagoniste di numerose poesie o canzoni popolari, diffuse principalmente lungo le campagne aretine. Esiste anche un fumetto scritto da Francesco Guccini e disegnato da Francesco Rubino, che ne riporta le gesta, assieme a numerose pubblicazioni locali. La parola è poi passata nella parlata locale, tanto che tuttora nel dialetto non è raro sentir apostrofare un bambino particolarmente vivace come: “Sei peggio di Gnicche!”

 

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Una pianta antica e una raccolta fondi per far rivivere Pava e la sua Pieve

Avete presente gli scavi archeologici che possiamo vedere lungo la strada SP 14 che da San Giovanni d’Asso porta a Montalcino? Bene, quegli scavi sono ciò che rimane delle Pieve…

Avete presente gli scavi archeologici che possiamo vedere lungo la strada SP 14 che da San Giovanni d’Asso porta a Montalcino? Bene, quegli scavi sono ciò che rimane delle Pieve di San Pietro in Pava, un edificio religioso che sorgeva in località Pieve a Pava nel Comune di Montalcino. San Pietro in Pava è ricordata per la prima volta in documenti di età longobarda relativi ad una contesa tra il vescovo di Siena e quello di Arezzo per il possesso di alcune chiese di confine.

Area Scavi della Pieve di Pava

Il dipartimento di Scienze Storiche e Beni Culturali dell’Università di Siena ha iniziato dal 2004 lo scavo di un grande complesso archeologico nell’area dove si identifica la chiesa battesimale di S. Pietro in Pava (baptisterium Sancti Petri in Pava). Ma già dal 2000 le ricerche archeologiche nella Valle dell’Asso sono iniziate facendo divenire l’area una zona sulla quale realizzare indagini molto intense.

Le indagini stratigrafiche hanno messo in luce l’esistenza di questa chiesa, che venne fondata tra fine del V secolo e l’inizio del VI secolo d.C. su preesistenze romane ancora da definire, costruita in buona parte con laterizi romani di riutilizzo. Tra le caratteristiche di maggior interesse della chiesa paleocristiana vi è la pianta: con due absidi, una ad est e una ad ovest.  La struttura supera i trenta metri di lunghezza, l’abside est chiude al suo interno un banco presbiteriale che a sua volta circoscrive la base dell’altare.

La sopravvivenza della Pieve è stata accertata per tutto l’altomedioevo, fino al XII secolo, quando è stato realizzato un rifacimento della pavimentazione, del tetto e la chiusura dell’area absidale occidentale con una piccola abside interna alla navata. Nel corso del X secolo è poi collocabile il crollo dell’abside orientale, da quel momento la chiesa subì una profonda ristrutturazione. La nuova fase costruttiva avviene tra XI e XII secolo ma è di breve durata. La chiesa risulta abbandonata e crollata entro lo stesso XII secolo.

Ad oggi sono molte le possibili interpretazioni di questo ambiente, dal culto di reliquie al fonte battesimale. Proprio all’interno dell’abside occidentale è stato scoperto uno degli elementi di maggior interesse del sito: un ripostiglio di monete d’oro e d’argento di età gota. Dell’area fa parte anche un cimitero che si sta configurando come uno straordinario spaccato della popolazione del piviere di Pava, perché ogni scheletro porta tracce delle abitudini di vita quotidiane e lo scavo di ogni sepoltura contribuisce ad arricchire la conoscenza su una popolazione che almeno per trecento anni ha vissuto lungo la Val dell’Asso.

Amelio Taccioli

In quest’area abita Amelio Taccioli, un signore ultra 80enne che possiede piante di testucchio, ovvero acero campestre, ereditati dal padre. Cosa c’entra Amelio con gli scavi di Pava? Grazie ai testucchi di Amelio, l’area degli scavi di Pava potrà tornare all’epoca della Pieve di Santo Stefano e chiunque potrà rivivere la sua storia e la sua tradizione con il passato vitivinicolo del territorio racchiuso tra l’Orcia e le Crete Senesi.

Registi di tutto questo progetto è Land.is, un’associazione no-profit che ha sede a Montalcino che riunisce docenti universitari e professionisti specializzati in ambiti differenti, mossi dal desiderio comune di conoscere, valorizzare e tutelare il legame tra paesaggi rurali tradizionali e beni culturali. Lo scopo principale di Land.is è promuovere un nuovo modello di sviluppo basato sulla conoscenza dei contenuti culturali del territorio attraverso progetti che utilizzano il paesaggio rurale come elemento culturale centrale, luogo della genesi dell’eccellenza del Made in Italy.

Di Land.is fanno parte Luigi Ananìa e Nicola Boccianti, Mario Ferrero, Fabio Salvitano, Mauro Buonincontri e Gaetano Di Pasquale, storico delle piante e del paesaggio e docente dell’Università Federico II di Napoli. Grazie ad Amelio, Land.is lancia il progetto ‘Montalcino Wine Tree’, ovvero l’impianto di un vigneto storico proprio nel Parco Archeologico della Pieve di San Pietro in Pava: un vigneto con filari di testucchi vivi su cui la vite si potrà arrampica per crescere. Landi.is intende ricostruire filologicamente il suo vigneto, coi testucchi, le viti clonate e i filari, in un’operazione di archeologia del paesaggio che forse non ha eguali.

Testucchi e vite maritata

I filari di vite maritata ai testucchi caratterizzavano le campagne della Toscana, del Lazio e dell’Umbria fino agli anni 50-60 del Novecento. Poi la moderna viticoltura ha cancellato questo paesaggio, modellando il territorio che conosciamo.

“Della vite maritata all’acero ne parla Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia. È la forma d’allevamento detta Arbustum italicum, su alberi bassi, con tralci ricadenti dalle branche del tutore vivo, di cui sarebbero stati maestri e diffusori gli Etruschi. I Romani avrebbero poi potenziato questa tecnica di allevamento portando filari di vite e testucchi nelle ville. Nelle terre dell’Orcia, terre appunto di civiltà millenarie, vive il signor Amelio che da più di 80 anni alleva coi testucchi le viti che prima erano di suo padre, e che suo padre già aveva trovato nel podere acquistato alla fine dell’Ottocento. Non solo il Sangiovese del Chianti e del Brunello, ma altre varietà dai nomi antichi. Amelio è quindi l’ultimo custode di un sapere millenario e di una biodiversità viticola oggi rara” – ci spiegano i componenti dall’associazione.

L’associazione aggiunge che oggi la ricerca consente di arrivare a datare piante, colture e manufatti, rendendo possibile una precisa identificazione storica e culturale e questo permette di legare il paesaggio rurale agli altri macro-elementi di un territorio, archeologia e architettura, e quindi elaborare strategie di marketing territoriale innovative ed integrate.

Dopo uno studio quantificato con agronomi e viticoltori, l’associazione ha stimato che il costo dell’intero progetto ammonta a 16.000 euro che serviranno sia per la manutenzione della vigna sia per gli anni futuri. Per raccogliere questa cifra l’associazione ha lanciato una racconta fondi.

“Per raggiungere la somma necessaria, il progetto è stato lanciato sulla piattaforma americana di raccolta fondi Kickstarter, dove tutti, tramite internet, possono sostenere questo progetto con piccoli contributi. C’è tempo fino al 31 ottobre per raggiungere l’obiettivo” – ci dicono dall’associazione.

Se l’associazione riuscirà a raggiungere l’obiettivo prefissato, il Parco Archeologico della Pieve di San Pietro in Pava diventerà custode e narratore di un capitolo dell’incredibile e millenaria storia della viticoltura nella sua terra.


Sitografia:

  • http://www.museisenesi.org/eventi/area-archeologica-di-pava
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Pieve_di_San_Pietro_a_Pava
  • http://www.lamiaterradisiena.it/Pava/pievedipava.htm
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Acer_campestre
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La tradizione del Befano

Il territorio della Valdichiana è pieno di tradizioni popolari che si tramandano da molte generazioni e che hanno accompagnato la vita delle campagne durante i secoli della mezzadria, fino a…

Il territorio della Valdichiana è pieno di tradizioni popolari che si tramandano da molte generazioni e che hanno accompagnato la vita delle campagne durante i secoli della mezzadria, fino a sopravvivere in forme più o meno simili nei nostri giorni. Alcune di queste tradizioni popolari sono comuni con aree geografiche o culture confinanti, mentre in altri casi ci troviamo di fronte a elementi unici e particolari, che possono essere considerate come dei tratti distintivi dell’identità della Valdichiana.

Una tradizione fortemente legata alle festività natalizie e particolarmente circoscritta al nostro territorio è quella del Befano. Ancora oggi è possibile sentir dire da famiglie delle campagne o dei borghi della Valdichiana frasi come “Comportati bene, oppure ti fanno il Befano” o espressioni più generiche relative all’usanza di “Fare il Befano”. Anche chi non ha mai vissuto in prima persona questo tipo di tradizione, probabilmente, ne ha sentito parlare in qualche espressione dialettale.

La burla del Befano

La tradizione del Befano è stata riscontrata nella zona della Valdichiana (soprattutto nei paesi e nelle campagne di Chiusi, Montepulciano, Torrita e Sinalunga) fino alla fine del XX secolo. L’usanza prevedeva il confezionamento di un fantoccio di paglia e stoffa, con sembianze umane, nella notte tra il 5 e il 6 Gennaio, ovvero la notte dell’Epifania. Il fantoccio poteva avere sembianze maschile o femminili, più simile alla Befana tradizionale oppure a un pupazzo di Carnevale. Il Befano così preparato veniva appeso a un albero, ai fili della luce o del telefono, o comunque a una sporgenza che potesse essere difficilmente raggiungibile dalla persona presa di mira, ma facilmente visibile dagli abitanti del paese o delle campagne.

Lo scopo dell’usanza era quello di burlarsi di una persona (o, più raramente, di un’istituzione). Lo scherzo del Befano cercava di mettere in ridicolo la persona a cui era destinato, ed era solitamente accompagnato da cartelli con scritte satiriche, poesie o allusioni volgari. I destinatari del Befano erano principalmente i ragazzi e le ragazze che avevano subito una delusione amorosa, che erano stati lasciati dal partner o non erano riusciti a conquistarsene uno durante l’anno; tra i destinatari c’erano anche gli scapoli e le zitelle, oppure le donne che venivano considerate di facili costumi. Meno spesso il Befano colpiva persone che presentavano difetti fisici o morali, oppure veniva utilizzato per scopi politici per mettere in ridicolo enti e istituzioni locali.

Nei suoi studi sul territorio, Ilio Calabresi ci tramanda altre usanze collegate al Befano: altre burle che si svolgevano nella notte del’Epifania erano quelle di scambiare le insegne delle botteghe, con usanze più tipiche del Carnevale, oppure di spargere fave e lupini dalla casa di una donna presa di mira fino al suo Befano appeso.

Epifania e Befanate

Comprendere i significati profondi dell’usanza del Befano è arduo, perché si tratta di un’usanza circoscritta e di cui abbiamo poche testimonianze etnografiche; le interpretazioni di cui siamo in possesso sono parziali, ma questo non ci impedisce di affrontare una riflessione generale su questa tradizione popolare e sulla sua possibile sopravvivenza locale.

Si può infatti notare una forte forma di continuità con le altre festività del calendario agrario invernale: per quanto l’usanza sia caratteristica della notte dell’Epifania e la sembianze del fantoccio richiamino quelle della Befana, la burla e gli scherzi alla base dell’usanza fanno subito pensare alla Vecchia di mezza quaresima e al Carnevale; i gruppi sociali impegnati nella realizzazione del Befano, in contesti paesani come quelli della Valdichiana, potrebbe essere stati gli stessi impegnati nelle altre feste popolari.

Il territorio del Befano è circoscritto alle zone interessate dalla bonifica, e non abbiamo altre testimonianze all’infuori dei casi di Trequanda e San Giovanni d’Asso; come fa notare Mariano Fresta, quest’usanza non si è sviluppata in forma di dramma itinerante a differenza delle “Befanate” del grossetano o della Garfagnana, forse per via della sua somiglianza con la Vecchia di mezza quaresima.

Spesso i Befani erano volgari e le burle potevano essere difficili da sopportare, soprattutto nei casi in cui colpivano gli insuccessi amorosi. In questo contesto, la pressione sociale esercitata nei confronti delle persone a cui era dedicato il fantoccio potrebbe essere vista come un’usanza volta a perpetuare la società contadina, accentandone riti e consuetudini: una spinta a trovare un partner e a sposarsi, per evitare di diventare gli zimbelli del paese.

Se la minaccia del carbone portato dalla Befana poteva essere un deterrente nei confronti dei bambini più monelli, quindi, il timore di ricevere un Befano poteva diventare altrettanto efficace per gli adolescenti e gli adulti della Valdichiana.

Per approfondire:

  • Ilio Calabresi, Strade, storie, tradizioni popolari nella Valdichiana senese, 1987
  • Mariano Fresta, La tradizione del Befano nella Valdichiana senese meridionale (sito web)
  • Associazione Culturale Ottagono, Di qua dal fosso. Parole chianine raccolte fra Torrita di Siena, Sinalunga, Acquaviva, Montepulciano Scalo e Montallese, Effigi 2010.
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La Vecchia di mezza Quaresima

A molti sarà capitato di assistere a uno spettacolo del “Sega la Vecchia”, nella sua antica forma contadina o nella sua versione più attuale: si tratta infatti di una tradizione…

A molti sarà capitato di assistere a uno spettacolo del “Sega la Vecchia”, nella sua antica forma contadina o nella sua versione più attuale: si tratta infatti di una tradizione ancora viva nel nostro territorio, collegata alla Vecchia di mezza Quaresima, una figura molto importante nel folclore italiano. Ma quali sono le origini di questa tradizione e quali sono i significati che si nascondono in questa rappresentazione?

Storia e folclore.

La figura della Vecchia è strettamente legata alla festa di Quaresima, ovvero il periodo di quaranta giorni che precede la Pasqua. La Quaresima è una delle principali ricorrenze della religione cristiana, un periodo di digiuno, preghiera e penitenza che prepara alla Pasqua e alla resurrezione. Ma la Quaresima è anche una festività fortemente legata al calendario agrario e al mondo contadino: è infatti il periodo in cui termina l’inverno, la terra si prepara alla primavera e alla rinascita delle messi. È quindi l’ultimo periodo di digiuno e di scarsità iniziato con le festività natalizie (con tutti i riti legati al ceppo e alla fine dell’anno) ed è fortemente intrecciato alle tematiche del Carnevale.

Il “Rogo della Vecia” a Bergamo

In questo contesto si inserisce la Vecchia, che rappresenta l’inverno, il digiuno, l’anno vecchio da scacciare e da “uccidere” simbolicamente per permettere l’arrivo della nuova primavera e far rinascere le messi, nel ciclo delle stagioni che consente la crescita dei nuovi raccolti. La Vecchia poteva essere un fantoccio con sembianze umane oppure un tronco di quercia (ecco un altro legame con il ceppo di Natale e con la Befana) e l’atto della sua sconfitta era celebrato con varie tipologie di cerimonie che comprendevano il segare, il bruciare, l’annegare e altre azioni simili. Un rituale magico, quindi, per scacciare la cattiva stagione e invocare la primavera, che è il fulcro del mondo agricolo (e la Pasqua, che è il l’evento principale della tradizione cristiana).

Diffusione e sopravvivenze.

Per via dello stretto legame con il mondo agricolo e con la Pasqua cristiana, la Vecchia gode di una vasta diffusione in tutta Italia. Dalla Lombardia alla Campania, la Vecchia poteva essere portata in trionfo, segata durante una cerimonia, spaccata oppure bruciata in un falò. L’atto del segare si svolge tendenzialmente a metà della Quaresima, dimezzando simbolicamente il periodo di digiuno e il periodo di attesa per l’arrivo della primavera.

Nel territorio della Valdichiana, la Vecchia è una tradizione documentata almeno per tutto l’XIX secolo: un fantoccio vestito da Vecchia veniva portato in trionfo e in processione per le vie cittadine, accompagnato da folle chiassose, scampanate e baldorie (ecco un altro legame con il Carnevale). Con il tempo è sopravvissuta nella forma di spettacoli itineranti, in sintonia con altre tradizioni simili come il Bruscello e il Calendimaggio; in tali spettacoli, i giovani si spostavano di podere in podere e portavano il fantoccio nelle aie per mettere in scena il “Sega la Vecchia”, ricevendo in regalo uova, vino e altri prodotti agricoli.

Dagli spettacoli itineranti agli spettacoli teatrali il passo è breve: la Vecchia è una tradizione che sopravvive tuttora in forme di teatro contadino, la cui eredità è raccolta e portata in scena da compagnie popolari anche nel nostro territorio.

Per approfondire:

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Il ceppo di Natale in Valdichiana

Ogni paese può vantare le sue particolari tradizioni per le feste natalizie, ma tra esse possiamo spesso riconoscere somiglianze e parentele che possono far pensare a una radice comune, risalendo…

Ogni paese può vantare le sue particolari tradizioni per le feste natalizie, ma tra esse possiamo spesso riconoscere somiglianze e parentele che possono far pensare a una radice comune, risalendo a un passato sempre più lontano. L’usanza del ceppo di Natale è uno di quegli elementi del folclore popolare più presenti nella nostra storia, non soltanto in Valdichiana: è un elemento caratteristico dell’antichità che si è diffuso in moltissimi Paesi, pur con le innumerevoli varianti locali. E anche se oggi non viene forse considerato parte della celebrazione consueta del Natale, il ceppo può essere ritrovato nei camini delle famiglie che tramandano quest’usanza e in forme derivate che meglio si adattano al consumismo natalizio: ad esempio il tronchetto di Natale, uno dei tipici dolci delle feste.

La storia del ceppo natalizio

Il ceppo di Natale è una delle tradizioni popolari più antiche legate a questa festività: consiste nel bruciare un grosso tronco di legno, chiamato appunto ceppo (o con altri termini dialettali, a seconda della cultura in cui è stato diffuso) all’interno del camino della famiglia, a simboleggiare il focolare domestico. Il ceppo viene fatto ardere per tutte le notti delle feste natalizie, dalla Vigilia fino all’Epifania. I resti del ceppo sono utilizzati in varie forme, per le loro proprietà magiche e di buon augurio: ad esempio le ceneri possono essere sparse nei campi per favorire il raccolto.

Quella del ceppo è una tradizione diffusa in tutta Europa, dai paesi scandinavi fino all’area del Mediterraneo. Sebbene le prime tracce documentate risalgano al XII secolo, le sue origini sono sicuramente più antiche: la somiglianza tra il focolare natalizio e l’altare domestico dedicato agli antenati è chiaramente presente nella civiltà romana e nell’epoca precedente al Cristianesimo, con similitudini che possiamo estendere anche all’usanza dei grandi falò che dovevano scacciare le tenebre del solstizio d’inverno.

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Il tronchetto di Natale

La tradizione è talmente diffusa e talmente legata alle festività invernali che in alcuni contesti il ceppo rappresenta esso stesso il Natale: anche in Toscana, ad esempio, la festa di Natale è stata spesso chiamata “Festa del Ceppo”. Con l’avvento del Cristianesimo l’usanza si è caricata di nuovi significati sacri: il ceppo servirebbe infatti a scaldare il Bambin Gesù, quindi è necessario lasciarlo acceso dalla Natività fino all’Epifania.

Il ceppo porta fortuna e le cerimonie in suo onore sono necessarie per conquistarsi i migliori auguri per i mesi a venire: spesso l’usanza richiede di versare sopra il ceppo i primi bocconi di cibo o i primi sorsi di vino, un gesto propiziatorio che serve ad augurare un buon raccolto. Dal ceppo di legno dell’antichità al tronchetto utilizzato come dessert natalizio, passano secoli di storia, fatti di adattamenti, somiglianze e varianti locali degni d’interesse.

Il ceppo in Valdichiana

La Valdichiana è uno dei territori in cui il ceppo di Natale si presenta in una delle forme più particolari ed è stato oggetto di numerosi studi. Abbiamo infatti testimonianze delle cerimonie, provenienti dalla campagne, con cui veniva appiccato il fuoco al ceppo il giorno della Vigilia di Natale. La cerimonia era accompagnata da varie tipologie di preghiere, filastrocche o canzoncine recitate dai bambini della casa, chiamate “Ave Maria del Ceppo”, di cui la seguente è una testimonianza del 1926:

“Avemmaria del Ceppo,
Angiolo benedetto!
L’angiolo mi rispose:
Ceppo mio bello, portami tante cose!”

È importante sottolineare che il ceppo in Valdichiana non si limitava a svolgere la funzione di focolare domestico, ma era anche un vero e proprio portatore di doni. L’albero di Natale e Babbo Natale, gli elementi più caratteristici della festività attuale, sono arrivati nel nostro territorio dal Nord Europa soltanto nel XX secolo: negli anni precedenti, le loro caratteristiche erano ricoperte proprio dal ceppo.

Il ceppo poteva infatti essere addobbato con candele, ninnoli e dolcetti, da distribuire poi tra i bambini della casa: un utilizzo che richiama chiaramente quello dell’abete dei popoli dell’Europa settentrionale. Ma c’è di più: il ceppo poteva addirittura diventare una vera e propria persona e presentarsi la sera della Vigilia di Natale sulla porta di casa, interpretato da uno degli adulti. In questi casi il ceppo interrogava i bambini, per capire se si erano comportati bene durante l’anno, e regalava dei doni e dei dolciumi a chi si era comportato bene, mentre a chi si comportava male toccavano cipolle e carbone. In altre parti ancora della Valdichiana, i bambini delle campagne mettevano un fantoccio fuori dalla finestra con un canestro, e aspettavano che il ceppo passasse durante la notte per riempirlo di regali. Per dirla in maniera dialettale, in Valdichiana il ceppo “cacava”, ovvero donava dei regali.

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Il ceppo addobbato

In questi contesti il ceppo assume quindi le caratteristiche di Babbo Natale, ma anche della Befana, con la sua funzione giudicante nei confronti dei bambini e il suo aspetto magico e inquietante. Tuttora nelle campagne della Valdichiana non è raro trovare ceppi nei focolari delle case e scoprire le tracce della commistione tra le antiche tradizioni del ceppo, il Natale cristiano e gli effetti del moderno consumismo.

Bibliografia

Accademia della Crusca: “La tradizione del ceppo in Toscana”
P.Fanfani, Vocabolario dell’uso toscano, Barbera, Firenze 1863
G.Giannini e A. Parducci, Il popolo toscano, Trevisini, Milano 1926
A. Paoloni, Cortona e la Valdichiana aretina: tradizioni e costumi
E. Baldini e G. Bellossi, Tenebroso Natale, Laterza, Bari 2012
C.A. Miles, Storia del Natale, Odoya, Bologna, 2010
A. De Gubernatis, Storia comparata degli usi natalizi in Italia e presso gli altri popoli indo-europei, Treves, Milano, 1878

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Brandano da Petroio, il pazzo di Cristo

Passeggiando per il piccolo borgo di Petroio, nel comune di Trequanda, sarà capitato a tutti di trovarsi di fronte alla statua in terracotta dedicata a Bartolomeo Garosi, detto Brandano: una…

Passeggiando per il piccolo borgo di Petroio, nel comune di Trequanda, sarà capitato a tutti di trovarsi di fronte alla statua in terracotta dedicata a Bartolomeo Garosi, detto Brandano: una piccola effige raffigurante un eccentrico personaggio nato all’interno di queste antiche mura, e che ha rivestito una particolare importanze nelle vicende religiose del medioevo.

La vita di Brandano: la conversione e le predicazioni

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Le vite dei personaggi illustri, diventati oggetto di beatitudine o di venerazione popolare, sono spesso caratterizzate da una giovinezza libertina e da un drammatico cambiamento che spinge ad abbracciare la fede. È proprio questo il caso di Bartolomeo Garosi (o Carosi, secondo altre fonti), nato a Petroio nel 1486: gli anni della giovinezza li passò in maniera spregiudicata, tra giochi d’azzardo e bestemmie. La conversione alla religione cristiana avvenne nel giorno in cui, mentre zappava il suo campo, venne colpito sulla fronte e in un occhio da una scheggia di pietra. Brandano lo interpretò come un segno divino e cominciò a predicare la parola di Cristo in Valdichiana: prima nel paese natale di Petroio, poi nel borgo di Montefollonico, dove si trasferì con la famiglia.

Abbandonata anche la famiglia, Brandano proseguì la sua opera di predicazione solitaria a Siena, vivendo soltanto di elemosina. Nei suoi sermoni attaccava i potenti, invitava alla penitenza e diffondeva profezie di sciagura. Era solito girovagare con un abito bianco addosso, scalzo e senza cappuccio, e predicava con un crocifisso in una mano e un teschio nell’altra, per ricordare che la morte arrivava per tutti e che era necessario impegnarsi nelle opere buone durante la vita. Era lui stesso a farsi chiamare Brandano, relativo al “gran brando che mi ha dato Dio per riprendere i ladroni e i peccatori di tutte le specie”.

I suoi modi provocavano venerazione da parte di chi lo ascoltava, ma anche derisione e rabbia: nelle campagne e nelle strade senesi poteva essere sbeffeggiato o preso a bastonate, ma non demordeva. Le sue invettive colpivano principalmente i potenti, che spesso non lasciavano correre le offese senza reagire: godeva però di una particolare protezione a Siena, dove i signori locali gli consentivano di operare nell’assistenza agli ammalati dell’ospedale e nella protezione ai mendicanti di strada.

La corte pontificia, il ritorno a Siena e la morte

Dopo aver viaggiato come eremita per l’Italia, la Francia e la Spagna, Brandano si trasferì a Roma. Alla corte pontificia non abbandonò le sue caratteristiche eccentriche, anzi, si scagliò con forza contro la corruzione dell’epoca: senza alcun rispetto per le autorità ecclesiastiche, insultava i cardinali, distribuiva ossa di morto, ammonimenti e sciagure. Papa Clemente VII arrivò a imprigionarlo più volte, e la leggenda dice che lo fece addirittura incatenare e gettare nel Tevere. Brandano ne sarebbe riemerso miracolosamente vivo, e questo episodio non fece che aumentare la sua venerazione da parte di alcuni e la rabbia da parte di coloro che lo avversavano.

Tornato a Siena, le mutate condizioni politiche gli consentirono di diventare una vera e propria icona della predicazione religiosa contro il potere. Le sue profezie di sciagura e le sue ramanzine fecero infuriare gli spagnoli, che nel 1548 governavano Siena; dapprima venne mandato in esilio per undici giorni, poi, dopo che ebbe preso a sassate un soldato spagnolo per protesta contro la costruzione della Fortezza, venne cacciato definitivamente a Piombino. Brandano tornò a Siena nel 1552, quando la città si liberò dal controllo degli spagnoli, e contribuì a difendere la Repubblica dall’attacco dei Medici, aiutando i poveri, i malati e gli affamati.

Brandano morì nel 1554, all’età di 68 anni, poco prima della caduta della Repubblica senese. La venerazione da parte del popolo era così diffusa da far dimenticare i modi eccentrici; gli atteggiamenti violenti con cui inveiva contro le autorità politiche e religiose avevano rafforzato la sua fama, sia a Roma che a Siena. Gli strati sociali più poveri apprezzavano queste sue caratteristiche, e durante una predica dai toni particolarmente violenti a Radicofani era stato chiamato “Il Pazzo di Cristo”. Dopo la morte il suo corpo venne esposto per tre giorni nella chiesa di San Martino; dei suoi resti si sono però perse le tracce. Nel 1612 l’Arcivescovo di Siena promulgò un editto in cui invitava la popolazione a venerarlo come Beato: la Chiesa non ha però portato avanti il processo di beatificazione.

Le profezie e le storie popolari

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Il ritratto di Brandano custodito nel Museo dell’Arciconfraternita di Misericordia di Siena

Eremita e predicatore, Brandano è diventato famoso nei ceti popolari principalmente per le sue profezie. La sua attitudine a scagliarsi contro i soprusi dei governanti e la corruzione delle autorità ecclesiastiche, come già detto, gli permisero di guadagnarsi una vasta popolarità nelle campagne senesi.

Le sue profezie di sventura gli valsero non soltanto la venerazione, ma anche la sopravvivenza di detti popolari tramandati dal XVI secolo in poi. Sono molte le storie popolari e le espressioni che vengono attribuite al “beato” o al “poro” Brandano, tra cui si fatica a distinguere la sua attività da predicatore da ciò che il folclore locale ha attribuito alla sua figura in fase successiva.

Le sue profezie in rima erano facili da ricordare, simili ai proverbi popolari: “Siena Siena, metti la Signora nel cervello, se no andrai in bordello”; “Guai a te, Siena, quando i tuoi lupi porteranno il campano e i monti scenderanno al piano”; “Siena, Siena, incomincia ad arrivare la piena” erano tutti riferimenti profetici dell’invasione spagnola a opera dei Medici.

Anche a Roma si fece notare per le sue profezie: “Roma, Roma, da qui a poco sarai doma” anticipava il sacco di Roma, mentre “Lume, lume, il papa non vede più lume” e “Non più Medici, siamo tutti sani” anticipava la morte di Papa Clemente VII (Giulio de’ Medici). La più specifica profezia di sciagura rivolta alla corte papale è una delle più famose: “Bastardo sodomita, per i tuoi peccati Roma sarà distrutta. Confessati e convertiti, perché tra 14 giorni l’ira di Dio si abbatterà su di te e sulla città”.

Oltre ai Medici, i bersagli preferiti delle invettive di Brandano erano gli spagnoli, soprattutto nel suo periodo senese. “Don Diego tu questa tela l’ hai ordita male, ti mancherà il ripieno, perché Iddio te la taglierà e non la finirai” diceva sulla costruzione della Fortezza. Il suo patriottismo verso la Repubblica senese risulta evidente anche nelle invettive lanciate contro Giulio III: “Io vi avviso Santo Padre, anzi Pastore, che voi non pigliate impresa contro la città vecchia di Siena, che è città dell’alta Reina che l’ha guardata e guarderà, e chi contra ci verrà malcontento se ne partirà”.

Accanto alle predicazioni di Brandano e alle sue reprimende nei confronti delle autorità esistono una serie di motti, detti popolari e profezie che si sono tramandate nelle campagne, mischiandosi alla religiosità popolare e alla controversa figura del beato di Petroio. Ancora oggi, in Valdichiana è dintorni, è possibile imbattersi in anziani contadini che recitano a memoria le profezie attribuite a Brandano: “Quando le macchie saranno giardini sarà un vivere d’ assassini” oppure “Quando le carrozze cammineranno senza cavalli, sarà un mondo di travagli”.

Per approfondire:

Treccani: Bartolomeo da Petroio

Ecomuseo Valdichiana: Brandano

Gianini Belotti, E., Trequanda & Dintorni, Editrice Donchisciotte

Nello Cortigiani, Brandano, Edizione Cantagalli

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