La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Economia e Lavoro

Chiusure domenicali Sì, chiusure domenicali No – Il dibattito è aperto

“Sicuramente entro l’anno approveremo la legge che impone uno stop nei weekend e nei festivi a centri commerciali ed esercizi commerciali, con delle turnazioni, ma l’orario degli esercizi commerciali non…

“Sicuramente entro l’anno approveremo la legge che impone uno stop nei weekend e nei festivi a centri commerciali ed esercizi commerciali, con delle turnazioni, ma l’orario degli esercizi commerciali non può più essere liberalizzato come fatto dal governo Monti perché sta distruggendo le famiglie italiane” – con queste parole il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi di Maio ha espresso la decisione di porre un freno alla liberalizzazione delle aperture degli esercizi commerciali la domenica e nei festivi.

Era stato il Governo Monti, con il decreto Salva Italia del 2011, a dare piena autonomia negli orari di apertura, con l’obiettivo di accrescere i consumi e l’occupazione.  La proposta del biministro Di Maio ha subito suscitato pareri e reazioni contrastanti.

C’è stato un sostanziale apprezzamento nel mondo sindacato alla proposta avanzata dal leader pentastellato. Cgil, Cisl e Uil hanno sottolineato, benché con toni diversi, il fatto che le aperture domenicali abbiano, in definitiva, favorito la grande distribuzione, penalizzando quella rete di piccoli negozi, della quale è fatta il nostro tessuto produttivo. Sul versante occupazionale, per il sindacato c’è stato un complessivo peggioramento delle condizioni: bassa qualità, precarietà, turni insostenibili. Sono questi gli elementi che per le parti sociali hanno contraddistinto il lavoro degli addetti del commercio in questi anni.

Giudizi meno unanimi sono giunti dal versante delle associazioni datoriali. Per Confcommercio la discussione sul tema deve essere condotta senza ideologie, valorizzando appieno il nostro modello plurale fatto di piccole, medie e grandi imprese per assicurare il massimo del servizio e della qualità alle famiglie e ai consumatori.

Dura invece la replica di Confindustria e Federdistribuzione. Per il presidente degli industriali, Vincenzo Boccia, le chiusure dominicali hanno un sapore dogmatico e punitivo. Per Claudio Gradara, presidente di Federdistribuzione, la decisione del Governo avrebbe risvolti preoccupanti sull’occupazione.

In un’intervista rilasciata al Corriere, Gradara sottolinea come i posti a rischi potrebbero essere 30-40 mila. Inoltre, per quanto riguarda i piccoli esercizi, Gradara fa notare come, dal 2012, gli esercizi chiusi sono stati l’1,9%, non un ecatombe, considerando anche il periodo di recessione.

C’è inoltre chi sottolinea come la domenica sia, dopo il sabato, il giorno di maggior incasso, e che per gli addetti i festivi rappresentano un’opportunità di una maggiore retribuzione. I nodi da sciogliere restano ancora molti, primo fra tutti quello delle turnazioni, soprattutto in quelle zone ad alta vocazione turistica, che potrebbero subire un danno con la regolamentazione delle aperture.

Altro capitolo riguarda l’e-commerce. La chiusura domenicale dei negozi potrebbe favorire ulteriormente un settore già in grande espansione, oppure questo non inciderebbe sulla frequenza del consumatore nel fare acquisti su Amazon e i suoi fratelli?

Resta infine un ultimo punto. Premesso che ci sono alcune professioni attive anche la domenica e nei festivi, come i medici, le forze dell’ordine, il trasporto pubblico, che offrono servizi essenziali per il cittadini, e che non possono essere abdicati, potremmo allora chiederci e i cinema o i ristoranti? Sono anch’essi servizi essenziali per il cittadino? Ovviamente no. E allora perchè un negozio dovrebbe chiudere e un cinema restare aperto? Non si creerebbe così un effetto discriminatorio? Il ministro Di Maio non dovrebbe tutelare le famiglie italiane anche dai ristoranti aperti la domenica? In sostanza non c’è il rischio che questa decisione sia figlia di una logica ormai superata, che faccia compiere al paese un salto indietro?

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Turismo, una voce importante per l’economia della Valdichiana – Intervista a Doriano Bui

Il turismo rappresenta una delle voci più importanti per l’economia della Valdichiana. Un comparto capace, non solo di generare occupazione, ma anche innovazione. Un terreno nel quale tecnologia e tradizione…

Il turismo rappresenta una delle voci più importanti per l’economia della Valdichiana. Un comparto capace, non solo di generare occupazione, ma anche innovazione. Un terreno nel quale tecnologia e tradizione riescono a trovare una felice punto d’incontro. Abbiamo intervistato Doriano Bui, presidente della Strada del Vino Nobile e dei Sapori della Valdichiana Senese, per capire quali saranno le prospettive future del turismo nel nostro territorio.

Quale sono i numeri del turismo nel territorio della Valdichiana?

In termini di domanda, il 2017 ha chiuso con un totale di 510 mila arrivi turistici e oltre 1,3 milioni di pernottamenti; la durata media del soggiorno è stata di 2,6 notti (analoga quella rilevata in provincia). La Valdichiana si conferma un territorio importante nell’economia complessiva della provincia, con circa il 27% delle presenze totali.

In termini di fatturato e occupazione, qual è il peso del turismo nel nostro territorio?

Secondo il Rapporto del 2017 dell’Osservatorio sul mercato del lavoro del turismo in Italia, il settore Commercio e turismo ha occupato oltre 4,5 milioni di lavoratori, più dell’intera industria manifatturiera. Quasi il 70% dei dipendenti ha meno di quarant’anni e il 44% meno di 30. In Valdichiana è difficile indicare il dato esatto ma considerando che il settore agricolo e quello turistico sono quelli più sviluppati e che spesso in questo territorio sono strettamente collegati, ritengo che il numero di occupati sia davvero importante.

Qual è il tipo di turista che visita la Valdichiana e cosa richiede maggiormente?

La presenza di turisti italiani e stranieri si equivalgono: rispettivamente 50,7% e 49.3%. Le strutture alberghiere rimangono le sistemazioni predilette, sia dagli italiani che degli stranieri (62,3%). Questi, tuttavia, in virtù di una permanenza più lunga, tendono a trascorrere la maggior parte dei pernottamenti (55.9% del totale) nelle strutture extralberghiere. Riguardo alle motivazioni del viaggio l’enogastronomia, il benessere termale, i borghi d’arte, il paesaggio e il turismo attivo (passeggiate in bici, a cavallo, a piedi).

Quali sono i principali paesi di provenienza?

Prima di tutto Usa (13.4%), seguita da Germania (12.7%), Paesi bassi (9.3%) e Inghilterra (8 %).  Mentre la principale area di provenienza della domanda italiana è costituita dal Centro Italia.

L’innovazione tecnologica sta cambiando il mondo del turismo?

In una fase storica come quella attuale il turismo è sicuramente un settore in forte e continua crescita, ed è strategico acquisire competenze manageriali che permettano di essere aggiornati e di disporre di strumenti adeguati per essere più competitivi. L’innovazione, nell’era del turismo 4.0, significa migliorare l’esperienza dell’ospite, modificare le abitudini del turista, agevolarlo durante il soggiorno, contribuendo a creare un’esperienza unica, e sicuramente “più confortevole”. Diversi sono i dispositivi e le app che vengono sempre più utilizzati, grazie anche al finanziamento ricevuto dalla Regione Toscana con il Bando innovazione servizi qualificati per il turismo per l’annualità 2017.  Un esempio è l’attivazione di una chatbot, ossia un vero e proprio robot in grado di rispondere H24 a tutte le richieste di informazione da parte del cliente.

Quali sono oggi le competenze maggiormente richieste dalle imprese?

Sicuramente quelle legate al web e ai social network, la conoscenza delle lingue (meglio se due), in particolare quelle dei nuovi paesi emergenti, come i BRIC (Brasile, Russia, India, Cina). Sono sempre ricercate le figure tradizionali, perno dell’accoglienza e dell’hotellerie, soprattutto in strutture di lusso e business. Una figura emergente è il revenue/pricing (consulente nella gestione del prezzo), che ha il compito di modificare le tariffe attraverso la gestione delle leve di prezzo e di inventario, o i servizi di booking online.

Tutto questo comporta dei cambiamenti anche nelle tipologie contrattuali che ricadono nell’orbita del turismo?

Certamente. Oltre al lavoro dipendente, si aprono opportunità anche per nuove iniziative imprenditoriali: dai servizi di booking, che offrono strumenti al consumatore o all’operatore, alle app che sfruttano la georeferenziazione per offrire contenuti / servizi a valore aggiunto, fino agli startup, specializzate in social marketing e storytelling dei luoghi.

 Qual è il ruolo della formazione?

Per avere territori turisticamente avanzati è necessario investire nella formazione e dare poco spazio all’improvvisazione. Per questo motivo riteniamo importante investire nella formazione in modo trasversale: nella pubblica Amministrazione e nel mondo d’impresa. Solo alcune considerazioni: quanto la preparazione dei dipendenti delle PA o la lentezza dell’apparato burocratico incidono sulla mancanza di euro-progettualità? I programmi ministeriali sul turismo sono adeguati alle esigenze dell’era del turismo 4.0? Allo stesso modo le aziende italiane, sono consapevoli della necessità di una formazione costante, in linea con i cambiamenti che avvengono in un mercato globale?

Ritiene che ci siano degli strumenti che andrebbero migliorati per dare maggiore spinta al turismo?

Il turismo è un settore ad alta potenzialità occupazionale, dove devono operare imprese efficienti, dirette da quadri manageriali stabili e preparati e risorse umane motivate e valorizzate. Per questo sarebbe opportuno migliorare e rafforzare le infrastrutture, e implementare nuove tecnologie per migliorare la qualità dei servizi. Le imprese dovrebbero ricevere maggiore assistenza e un accesso al credito più facile. C’è poi tutto il discorso della formazione, che andrebbe potenziata, anche con appositi percorsi di studio.

Visto il peso del turismo, non solo nel territorio chianino, ma per l’intera economia nazionale, considera opportuno l’istituzione di un ministero ad hoc?

Il turismo, come si dice in gergo, è un’economia “labour intensive”, cioè che crea molti posti di lavoro. Per capirci: se investiamo 1 miliardo di euro nella siderurgia, arriveremo a creare, all’incirca, 300 posti di lavoro. Con la stessa cifra, nel turismo, potremmo arrivare a 12mila. Per questo ritengo che l’istituzione di una cabina di regia ad hoc potrebbe essere la scelta opportuna per un paese come l’Italia, che ha il maggior numero di beni e di attrattori culturali e paesaggistici al mondo. Istituire un ministero del Turismo significherebbe poter coordinare tutte le altre istituzioni locali e regionali, che oggi vanno ognuna per la sua strada, creando una confusione enorme. Ritengo che sia importante portare avanti una sinergia tra il turismo e l’agroalimentare, due settori fortemente interconnessi tra loro.

Quali sono le prospettive di sviluppo del turismo nella Valdichiana?

Rispecchiamo, in linea di massima, le prospettive di sviluppo a livello nazionale. Un’attenzione sempre maggiore al turismo ambientale, sostenibile e responsabile, che si basa su una maggiore tolleranza dei flussi a lungo termine e una maggiore interazione più stretta tra industria del turismo, comunità locali e viaggiatori. La sostenibilità diventa così una grande opportunità creativa per rigenerare e qualificare l’offerta turistica. Altro trend in continua crescita è dato dal turismo esperienziale, che risponde a bisogni emozionali, legato a una narrazione del territorio in base a interessi specifici dei destinatari (architettura, fotografia, musica, enogastronomia, ecc.). È anche una risposta volta contrastare le politiche di prezzo dei grandi gruppi, basandosi sulla tematizzazione e personalizzazione dei percorsi turistici, per offrire al cliente un’esperienza unica.

 Verso quale direzione andranno tali prospettive?

Assisteremo a una maggiore integrazione tra le imprese e a un riposizionamento dei prodotti, all’interno si del mercato nazionale che internazionale. È da tenere presente che attualmente, nel sistema di promozione territoriale, il modello Strada del Vino Nobile di Montepulciano e dei sapori della Valdichiana Senese è un sistema misto pubblico-privato, del quale fanno parte circa 200 soci, 10 Comuni e l’Unione dei Comuni della Valdichiana Senese. Insieme a questi soggetti abbiamo predisposto un Piano Turistico Triennale, che incrementi il numero degli arrivi e ne prolunghi la permanenza, facendo crescere anche la spesa turistica pro capite. Un’altra opportunità ci è data dalla legge di bilancio dello Stato 2017, che prevede la possibilità di costituire i “distretti del cibo”. Una volta iscritti ai registri regionali e nazionali, è possibile rafforzare la promozione dell’agroalimentare e di tutto il territorio. IL progetto che stiamo elaborando per la Valdichiana lo porteremo, come proposta al Coordinamento Nazionale delle Strade del Vino e dei Sapori d’Italia del quale siamo stati chiamati a gestire la segreteria Tecnica.

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Il mercato e l’innovazione del Vino Nobile – Intervista a Piero Di Betto, presidente del Consorzio Vino Nobile di Montepulciano

Il Nobile di Montepulciano, eccellenza della viticoltura made in Italy, costituisce non solo un patrimonio enogastronomico per il territorio della Valdichiana, ma una ricchezza anche in termini economici. Si tratta…

Il Nobile di Montepulciano, eccellenza della viticoltura made in Italy, costituisce non solo un patrimonio enogastronomico per il territorio della Valdichiana, ma una ricchezza anche in termini economici. Si tratta infatti di una delle prime dieci Doc nate in Italia: siamo infatti nel 1966 quando il Nobile ottiene questo prezioso riconoscimento, tre anni dopo la promulgazione della legge che ha riconosciuto la Denominazione d’Origine. Nel 1980 il Nobile diviene il primo vino a fregiarsi della Docg.

Un settore, quello dell’agroalimentare, capace di generare fatturato, innovazione e porsi come punta di diamante nei mercati internazionali. Nel decimo rapporto di Intesa San Paolo “Rapporto sull’economia e finanza dei distretti industriali” si sottolinea come sia proprio il wine&food a costituire uno dei comparti più dinamici della nostra economica, che più di altri ha saputo affrontare la lunga crisi economica. Nel report infatti si sottolinea come la forza dell’agroalimentare non sia legata solamente alla dimensione economica, ma anche alla sua capacità di raccontare la storia di un territorio, e di saper interpretare e trasmettere al meglio i valori del made in Italy.

Caratteristiche che contraddistinguono anche il territorio nel quale viene prodotto il Nobile. Qui la viticoltura occupa una posizione economicamente strategica, sia in termini di numeri che di innovazione. Per analizzarne l’impatto e l’indotto generato, all’indomani della chiusura della 53esima edizione del Vinitaly, abbiamo intervistato Piero di Betto, presidente del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano.

Di Betto, quali sono i numeri del Nobile di Montepulciano?

Quando parliamo del Nobile dobbiamo pensare a un patrimonio complessivo di 500 milioni di euro. Di questa cifra, 200 milioni è il valore patrimoniale delle aziende produttrici e 150 milioni quello dei vigneti, con una produzione media annua stimata in 65 milioni. Numeri importanti considerando che il 16% del territorio comunale è vitato, adibito alla produzione di Nobile di Montepulciano Docg e di Rosso di Montepulciano Doc.

Cifre significative anche per quanto riguarda l’occupazione.

 Assolutamente si. Basti considerare che il 70% dell’economia del territorio è indotto diretto del vino. E questo non ci deve far pensare unicamente alle classiche realtà che possono ruotare attorno al settore vitivinicolo. Da una parte, infatti, c’è stato un grande sviluppo dell’enoturismo. Molte delle nostre cantine hanno un agriturismo o offrono ospitalità, e comunque la maggior parte è attrezzata ad accogliere i tanti turisti che arrivano ogni anno a Montepulciano. L’enoturismo conta più di 300 mila visite all’anno in cantina, un dato che dimostra come la diversificazione dell’offerta messa in campo. Ma dobbiamo considerare anche altri tipi di attività, come tipografie o studi di architettura.  Il mondo del vino abbraccia dunque settori tra loro diversi e penetra in profondità il tessuto socio-economico del territorio. Per quanto riguarda il numero di addetti, nelle 76 aziende imbottigliatrici socie, la popolazione lavorativa raggiunge le 2mila unità, che, all’incirca, si dividono equamente tra lavoratori fissi e stagionali.

Ci sono delle caratteristiche specifiche che contraddistinguono gli addetti del mondo del vino?

Due sono gli aspetti principali che si possono riscontrare. Il primo è che il 60% della forza lavoro ha un’età compresa tra i 20 e i 40 anni, e questo è vero per tutte le mansioni. Circa la metà delle nostre aziende sono guidate da under 40. L’altro aspetto è la forte presenza delle donne, e questo sia all’interno del Consorzio sia nelle stesse imprese. Nel primo, sono 3 le donne presenti sui 12 membri del CdA, e le quota rosa sono il 65% degli addetti. Percentuali altrettanto alte si riscontrano nelle aziende. Nel 36% di queste le donne occupano posizioni apicali, e la loro presenza è molto diffusa nell’area commerciale e marketing.

Una presenza così ampia e diffusa di forza lavoro giovane può avere dei risvolti nell’organizzazione all’interno delle aziende?

Questo sta dando vita a una generazione di viticoltori che potremmo definire 2.0, che non supera i 40 anni. Il vino di qualità è sempre più apprezzato da un pubblico giovane e dunque non deve stupirci che le nuove generazioni entrino sempre di più nella filiera produttiva. Questo lo si può constatare in tutte le mansioni. Le aziende del Nobile hanno una percentuale significativa di giovani, pari all’81%, nel marketing, ma si sta registrando una crescita anche in altre posizioni, come quelle di cantiniere, enotecnico ed enologo, senza dimenticare che c’è una domanda sempre più forte di una professionalità che possa permettere all’azienda di confrontarsi con i mercati internazionali, visto che l’export costituisce la prima voce di fatturato per i nostri produttori. Dunque una manodopera giovane, più che modificare l’impianto organizzativo dell’azienda, può essere foriera di nuove competenze, capaci di innovare e leggere in modo diverso le mansioni già presenti nel mondo vitivinicolo.

Riguardo al tema dell’export, le aziende del Nobile sono molto proiettate sui mercati internazionali. Com’è il loro posizionamento?

L’export costituisce il canale principale di vendita per i nostri produttori. Basti pensare che il 78% degli scambi avviene nei mercati internazionali. La Germania costituisce il mercato di riferimento con il 44,5%, seguita dagli Stati Uniti con il 21,5%. Questo denota una forte capacità dei nostri produttori di posizionarsi sui mercati internazionali, che contraddistingue tutto il comparto vitivinicolo made in Italy. Al tempo stesso il Nobile ha avuto il pregio di attrarre un numero considerevole di investitori stranieri, presenti con una percentuale pari al 15%.

Siete preoccupati della svolta protezionistica dell’amministrazione Trump, anche se interessa altri settori, e temete delle ripercussioni negative una volta concluso il processo di uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea?

Partendo da questo ultimo punto, il mercato inglese non costituisce una delle nostre rotte di riferimento, anche perchè si tratta di un mercato nel quale non è facile penetrare, e dove non è semplice riuscire a ottenere un buon posizionamento. Per quanto riguarda il versante statunitense, la svolta dell’amministrazione Trump getta un’ombra di incertezza sul libero scambio. Il settore vitivinicolo è, per ora, al riparo dai dazi, ma certamente ci troviamo in un contesto del quale è molto difficile definirne gli sviluppi futuri.

Altro fattore centrale è l’innovazione. Quanto è importante nel mondo del vino di oggi?

Sicuramente è un valore dal quale non si può più prescindere. Nel vino l’innovazione vuol dire coniugare i valori della tradizione con le nuove professionalità. In questo modo le aziende possono andare incontro ai costanti cambiamenti e prevenire o limitare gli effetti di un’annata meno positiva delle altre. L’innovazione è anche uno sguardo al futuro. In questo senso le aziende del Nobile hanno avviato un percorso che ha al centro la sostenibilità ambientale. Gli investimenti ammontano a circa 8 milioni di euro, e l’obiettivo è quello di arrivare, entro il 2020, a un riduzione totale delle emissioni.

Considerata la grande importanza che il Nobile riveste, non crede che ci possano essere dei rischi connessi al fatto che l’economia del territorio si poggia, in modo significativo, sulla sua produzione?

 Nella tradizione contadina la monocoltura non è mai una scelta di per sé vincente, perchè ci sono sempre delle criticità insite. Lo stesso discorso può valere anche in campo economico.  Le aziende non sono statiche, anzi. Gli investimenti sono molti, nell’innovazione, nella sostenibilità, e tutto questo comporta dei costi. Ovviamente l’attività del Consorzio non è quella di entrare nella governance dell’azienda, ma fornire supporto e coordinare tutti gli sforzi degli attori che operano nel territorio, confidando nell’ottima gestione, da parte dei nostri produttori, del patrimonio vinicolo che abbiamo.

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Confindustria – sindacati, firmato l’accordo sui nuovi modelli contrattuali

Meglio tardi che mai verrebbe da dire. Dopo lunghe trattative e tutta una serie di stop and go, Confindustria assieme a Cgil, Cisl e Uil hanno redatto, nella notte del…

Meglio tardi che mai verrebbe da dire. Dopo lunghe trattative e tutta una serie di stop and go, Confindustria assieme a Cgil, Cisl e Uil hanno redatto, nella notte del 28 febbraio, il documento nel quale sono indicate le linee guida per le future relazioni industriali. Un accordo atteso da tutti i soggetti coinvolti e che forse avrebbe dovuto vedere la luce molto tempo prima. Sicuramente avrebbe indirizzato i temi della campagna elettorale su tutt’altro binario.

Ai contenuti presenti nelle 16 pagine del documento, fanno da cornice due premesse ribadite da tutti e quattro i sindacati: il primo punto riguarda la crescita economica del paese, una crescita da perseguire consolidare attraverso un sistema produttivo produttivo competitivo, nel quale l’occupazione sia sempre più qualificata e i lavoratori siano messi nelle condizioni di rendersi occupabili all’interno del mercato del lavoro. Una crescita dunque inclusiva, capace di superare i dualismi economici e territoriali. Un risultato che, come ribadiscono Confindustria e i sindacati, può essere perseguito solo attraverso un lavoro congiunto.

Seconda premessa, l’autonomia delle organizzazioni di rappresentanza. Contro ogni possibile ingerenza della politica, che potrebbe decidere di legiferare su materie che sono di competenza di delle parti sociali. Una precondizione scandita con forza da chi ha sottoscritto il documento, considerando determinate proposte avanzate da alcune forze politiche, come il reddito di cittadinanza o il salario minimo. Se questo è il quadro d’insieme, andiamo ad analizzare i contenuti nello specifico.

Sul versante della contrattazione, l’accordo conferma i due livelli, nazionale e territoriale/aziendale. Viene inoltre identificato un nuovo meccanismo per calciare gli aumenti salariali. Nei contratti si dovrà individuare il Tec (trattamento economico complessivo) e il Tem (trattamento economico minimo). Il primo comprende sia il Tem, tutti i trattamenti economici comuni ai lavoratori di tutti i settori, le forme di welfare e le quote di produttività erogate al livello nazionale.

Il Tem costituisce il minimo tabellare, che sarà rivalutato in base ai cambiamenti  dell’Ipca (Indice prezzi al consumo armonizzato per i paesi dell’Unione europea). Il valore economico del contratto sarà costituito dalla somma del Tem e degli altri eleggenti retributivi presenti. La ratio è quella di superare la difesa del potere di acquisto dei lavoratori, per andare verso il potere di spesa degli stessi.

Tutto questo sotto l’egida di una governance flessibile. In altre parole, come specificato nel documento, sì a regole condivise, ma sempre nel rispetto delle peculiarità dei diversi settori, azienda e territori.

Altro tema caldo è il welfare contrattuale. Un istituto che è divenuto sempre più di moda all’interno della contrattazione, al quale l’accordo conferisce un ruolo e regole precisi. Per prima cosa si ribadisce il carattere integrativo e non sostitutivo del welfare contrattuale rispetto a quello pubblico universale. Attenzione inoltre ai contenuti. Se ultimamente avevamo assistito a uno sfilacciamento del welfare contrattuale tra buoni benzina, wellness e altro, ora il focus ritorna sui bisogni fondamentali dei lavoratori, come sanità e pensioni integrative.

Ulteriore punto quello della formazione, indispensabile per affrontare al meglio i cambiamenti di Industry 4.0. Sarà dunque centrale il ruolo di Fondimpresa, l’associazione bilaterale Confindustria-sindacati, che dovrà avviare un grande piano formativo per accrescere e migliorare le competenze della forza lavoro. Si prevedono inoltre nuove forme di partecipazione dei lavoratori, molto più incisive rispetto al passato, sia sui temi di natura organizzativa sia sugli indirizzi strategici delle aziende.

Infine la pesatura della rappresentanza delle parti sociali. Cgil, Cisl e Uil già da tempo avevano accettato questa sfida, che ora viene raccolta anche da Confindustria. La speranza è quella arginare qui sindacati per nulla rappresentativi responsabili del dumping contrattuale. In altre parole evitare la proliferazione di contratti pirata dove prevale una logica al ribasso di tutti gli istituti della contrattazione. Il compito di vigilare sarà affidato al Cnel.

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Industria 4.0: la quarta rivoluzione industriale

Alla fiera di Hannover del 2011 fece la sua prima comparsa il termine industria 4.0 e venne annunciato il Zukunftsprojekt Industrie 4.0. Il piano, concretizzato alla fine del 2013, prevedeva…

Alla fiera di Hannover del 2011 fece la sua prima comparsa il termine industria 4.0 e venne annunciato il Zukunftsprojekt Industrie 4.0. Il piano, concretizzato alla fine del 2013, prevedeva un ammodernamento del sistema produttivo, ma anche di infrastrutture, energia, servizi, scuole e enti di ricerca. Alla base del mondo dell’industria 4.0 c’è il concetto di smart factory, dove la produzione, i servizi e le interazioni tra aziende dalla stessa filiera e le risorse energetiche si basano su sistemi ciberfisici, ovvero sistemi fisici collegati a sistemi informatici. Il concetto di industria 4.0 ci fornisce anche una scansione temporale. Quella che noi stiamo vivendo è la quarta rivoluzione industriale, dopo quella della macchina a vapore, la produzione di massa grazie alla catena di montaggio e, infine, l’avvento dei computer. Una rivoluzione che cambierà radicalmente e rapidamente il mercato del lavoro, con l’auspicio di un significativo miglioramento delle condizioni di lavoro.

Sarebbe tuttavia limitativo pensare a industria 4.0 come a un fatto che riguarda esclusivamente il mondo del lavoro. La logica del 4.0 investirà ben presto altri settori della società, come i servizi, la sanità e la pubblica amministrazione e anche la strutturazione degli spazi urbani. Un processo che dovrebbe portare a un’interconnessione sempre più profonda tra diversi settori della società.

Se questo è lo scenario futuro, con industria o imprese 4.0 oggi facciamo riferimento a una precisa politica industriale che, nel caso del nostro Paese, manca forse da troppo tempo. Nella legislatura che sta volgendo al termine, il Governo e il Ministero dello Sviluppo Economico hanno dato il via a due piani nazionali, rispettivamente nel 2016 e nel 2017, Industria e Impresa 4.0,  con un investimento di quasi 10 mld nell’ultima legge di bilancio. Entrambi i piani contengono tutta una serie di misure organiche volte a promuovere gli investimenti e l’innovazione tecnologica delle aziende nonché lo sviluppo di nuove competenze. Il tema della formazione costituisce un asse portante nell’economia di industria 4.0.

Ed è proprio la formazione il nostro punto debole. Recentemente il Governo ha presentato i risultati di industria 4.0, in un evento tenutosi presso le Officine Grandi Riparazioni di Torino. Il dato principale che emerge è il gap in competenze del nostro paese. Secondo l’Istat solo l’8,3% del lavoratori tra i 24 e i 65 anni è inserito in un programma formativo, contro la media europea che tocca l’11%. Nel 2017 le voci principali nelle quale le aziende hanno investito sono state software (42%), internet of things (33%) e cloud (30%), mentre la voce formazione non era contemplata. Nel 2018, secondo l’Istituto di statistica, la musica dovrebbe cambiare. Ben il 40% delle aziende dovrebbe optare per lo sviluppo di nuove competenze legate alle tecnologie digitali. Un gap che il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda intende colmare anche partendo dal basso, come dagli istituti tecnici superiori.

Un tema dunque ampio, che non investe solo il mondo del lavoro. Ne abbiamo parlato con Gianluca Angusti, Vicepresidente della sezione Servizi Innovativi Tecnologici e delegato alle tematiche legate al digitale di Confindustria Firenze e membro del gruppo tecnico della Confindustria nazionale sulla nuova manifattura, che ha collaborato con il Ministero dello Sviluppo Economico per la stesura del Piano Nazionale Industria 4.0 e del successivo Impresa 4.0.

Angusti, che cosa si  intende con l’espressione industria 4.0?

L’industria 4.0, dal punto di vista normativo, è un piano industriale strategico sottoscritto dal Governo e dal ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda – attraverso due documenti uno del 2017 e l’altro del 2018 -, che contempla una serie di misure, strumenti e agevolazioni per sostenere le aziende ad investire nelle nuove tecnologie digitali. Nel documento del 2017 l’attenzione era maggiormente rivolta al mondo dell’industria manifatturiera e pesante, per incrementare così la produttività attraverso un processo di digitalizzazione dei macchinari. Il piano 2018 rappresenta, di fatto, un’evoluzione. Il cambio lo si può già vedere nel nome. Si passa infatti da industria a impresa 4.0. Questo ci  suggerisce un allargamento della platea dei soggetti che rientrano in questo piano. Si va oltre l’industria “classica”, pesante e manifatturiera, per inglobare ulteriori settori merceologici. Altro elemento di novità del piano 2018 è un’attenzione crescente alla formazione. Come Confindustria nazionale e, soprattutto come delegazione toscano-fiorentina, abbiamo insistito molto affinché il piano di impresa 4.0 si rivolgesse a realtà produttive tipiche del nostro territorio, come quelle che operano nell’agricoltura e nel turismo. L’intento, dunque, è quello di rendere più competitivo il nostro sistema produttivo, attraverso digitalizzazione e formazione. Anche perchè ci muoviamo in un contesto economico nel quale i nostri competitors hanno già avviato processi di questo tipo. Non possiamo più pensare che il made in Italy sia, di per sé, sinonimo di superiorità nei mercati, se non rafforziamo le nostre risorse e il know how con l’innovazione. Usciamo da anni di crisi lunghi e duri che ci hanno insegnato, nostro malgrado, una lezione: chi rifiuta di affrontare e governare i cambiamenti viene automaticamente escluso. In questo senso, industria 4.0 rappresenta una straordinaria opportunità di rilancio per il nostro sistema produttivo, composto, prevalentemente, da piccole e micro aziende, che sono quelle che innovano di più, ma anche le più esposte. E il piano di impresa 4.0 si muove proprio per sostenere queste realtà, attraverso sgravi, ammortamenti e formazione.

Lei ha appena parlato di formazione, quanto è importante nell’economia dell’industria 4.0?

È un elemento di vitale importanza, per certi aspetti ancora più strategico dell’implementazione di nuove tecnologie. Questo vale per tutta la forza lavoro, dai profili professionali più bassi sino a chi occupa posizioni manageriali. Il capitale umano costituisce la chiave di volta per sfruttare al meglio tutte le potenzialità della rivoluzione digitale che sta avvenendo. Un operaio, infatti, deve essere in grado di interfacciarsi con le nuove tecnologie, così come il manager deve saper governare e usare al meglio i cambiamenti in atto. Si tratta quindi uscire dalla logica della “old economy” per ripensare l’intero processo produttivo in un’ottica 4.0. Questo comporta l’introduzione di nuove figure professionali, anche nei settori economici più tradizionali. Affinché tutto questo avvenga, il tema della formazione continua non può essere secondario e, come ho detto, deve essere trasversale all’intera filiera produttiva. Tuttavia questo non basta. Gia da ora dobbiamo pensare a chi un giorno entrerà nel mondo del lavoro. Dai percorsi formativi dovrebbero uscire future professionalità che già hanno introiettato i cambiamenti della svolta digitale, professionalità che oggi le aziende faticano a trovare. In quest’ottica è stato portato avanti un dialogo anche con il Ministero dell’Istruzione e della Ricerca. C’è una vera e propria carenza di specifiche intelligenze, sia di periti o operai altamente qualificati sia di manager che potremmo definire dell’innovazione.

In che misura industria 4.0 potrà cambiare il mercato del lavoro?

Credo in modo radicale. Industria o impresa 4.0 vuol dire che stiamo vivendo la quarta rivoluzione industriale, dopo quella del carbone, dell’energia elettrica e del computer. La letteratura ci dice che circa il 70% delle professioni che conosciamo scompariranno e ne nasceranno altrettante.   I cambiamenti ai quali andremo incontro saranno molto più rapidi e significativi rispetto alle rivoluzioni precedenti. Credo inoltre che questa rivoluzione possa essere foriera di miglioramenti, per quanto riguarda le condizioni del lavoro. Ci sarà una trasformazione nel rapporto tra vita privata e lavorativa. Si rafforzerà il concetto di smartworking, ci sarà una ottimizzazione del tempo e verrà meno – come del resto già ora sta accadendo –  anche il concetto di performance legata alle ore passate in azienda, per ancorarla al raggiungimento dei risultati, facendo scomparire l’idea del cartellino. E tutti questi mutamenti si ripercuoteranno anche sulle abitudini dei consumatori.

Dunque, attraverso l’industria 4.0 possiamo, in parte, interpretare anche i cambiamenti della società?

Industria 4.0 è, in senso lato, una chiave di lettura per comprendere determinati passaggi e situazioni che stanno accadendo. La sigla 4.0 può essere applica non solo al mondo della produzione e del lavoro, ma anche ad altri segmenti della società. Come detto anche gli stili di consumo si sono notevolmente trasformati. Basti pensare al grande sviluppo dell’e-commerce che è, contemporaneamente, sia un modo di vendere che di acquistare in chiave 4.0. Gli studi e le analisi dicono che cambierà anche il rapporto con il territorio. Stiamo assistendo al superamento del concetto di città-metropolitana per arrivare a quello di area regionale, sia sul versante produttivo che su quello dei servizi. Si sta già ragionando di una pubblica amministrazione in formato 4.0, così come di una solidarietà 4.0. Quello che avremo saranno tante piccole parti 4.0 che andranno a comporre la società futura.

Crede che l’attuale sistema di relazioni industriali sia pronto per governare i cambiamenti in atto, oppure c’è ancora della strada da fare?

C’è  un lavoro congiunto dell’intera compagine sindacale, che sta interessando tutte le sigle in molti settori. Quindi c’è la volontà di governare tutti insieme le trasformazioni in atto. Purtroppo credo che alla nostra società tutta, comprese anche le associazioni che rappresentano il mondo del lavoro, manchi di una visione futura. Se una volta i cervelli migliori erano alla Olivetti dove è stato inventato il primo computer, oggi l’informatica e le tecnologie sono in mano agli indiani o ai cinesi. L’Italia ha ancora molto da fare per colmare il gap con gli altri paesi. Il piano industria 4.0 rappresenta un notevole passo in avanti, sia in termini di risorse investite, e soprattutto perchè ci offre, dopo molto tempo, una logica di lungo termine su come impostare la politica industriale.  La volontà da sola non basta. Dobbiamo essere consapevoli che i cambiamenti in atto sono rapidissimi, e che, a parità di tempo, stiamo vivendo molte più trasformazioni rispetto alle generazioni passate. Due sono le soluzioni: impegnarci a comprendere e governare i processi in atto, oppure saremo tagliati fuori.

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Storia di un amore travagliato tra il mondo della scuola e quello del lavoro

Con questo titolo potremmo sintetizzare il rapporto tra mondo della formazione e del lavoro in Italia: due realtà che molto spesso faticano a dialogare, ma delle quali è necessario un…

Con questo titolo potremmo sintetizzare il rapporto tra mondo della formazione e del lavoro in Italia: due realtà che molto spesso faticano a dialogare, ma delle quali è necessario un punto d’incontro.

Si tratta infatti di un tema di grande importanza, considerando come l’economia del futuro si baserà interamente sulla conoscenza. In uno scenario come questo, una forza lavoro qualificata e con le competenze in linea con il mercato del lavoro, rappresentano un fattore altamente competitivo per le aziende. Non a caso il concetto di Industria 4.0, che può benissimo essere esteso a molti altri comparti, non può prescindere dall’apporto di una formazione continua.

In questa prospettiva, il legislatore ha recentemente avviato tutta una serie di riforme per cercare migliorie o correggere quegli strumenti che legano assieme mondo della formazione e mondo del lavoro. Nel Jobs Act si è operata una riscrittura del contratto di apprendistato ridefinendone i termini, così come è stata rivista l’istituzione dell’alternanza scuola-lavoro.

L’alternanza è stata resa obbligatoria e estesa a tutti gli studenti delle scuole secondarie di II secondo, con delle differenze: negli istituti tecnici e professionali, la durata complessiva, nel secondo biennio e nell’ultimo anno del percorso di studi, è di almeno 400 ore, mentre nei licei le ore previste nel triennio sono almeno 200.

La riforma ha suscitato non poche polemiche che hanno evidenziato determinate criticità: due sono stati gli aspetti più controversi, da una parte, il possibile rischio che le aziende sfruttino i ragazzi che vanno a fare l’alternanza, mentre dall’altra, che il tempo passato in azienda non sia formativo e non congruo con il percorso di studi svolto, problema particolarmente sentito per gli studenti dei licei.

Il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli ha riunito, lo scorso 16 dicembre, gli stati generali dell’alternanza scuola-lavoro, nei quali è stata presentata una nuova piattaforma che consente una gestione più snella da parte delle scuole denominata ‘La carta dei diritti e dei doveri per gli studenti’ e una nuova funzione attraverso la quale è possibile segnalare le criticità e tutta una serie di nuovi elementi.

Per approfondire il tema abbiamo intervistato Maria Luisa Ghidoli, segretaria confederale della Cgil Siena e Marina Cocchi, docente presso l’Istituto d’Istruzione Superiore Valdichiana di Chiusi che si occupa dei percorsi di alternanza.

Ghidoli, qual è il giudizio della Cgil in merito all’alternanza scuola-lavoro?

Per la deriva che sta prendendo assolutamente negativo. L’alternanza scuola-lavoro nasce come  un percorso didattico, che dovrebbe avvicinare il mondo della formazione a quello del lavoro, ma invece sta trasformando la scuola in una sorta di ufficio di collocamento che offre manodopera gratuita alla imprese. Da una parte, i ragazzi svolgono un percorso professionale che, in moltissimi casi, non è congruente con il ciclo di studi, dall’altra, molto spesso, vanno a sostituire dei lavoratori, e questo è un fatto molto grave che merita attenzione. C’è inoltre la necessità di adottare un codice etico da seguire nel momento in cui si vanno a scegliere quelle aziende con le quali avviare l’alternanza scuola-lavoro. Tutte quelle realtà colluse con la mafia, che inquinano il territorio o che sfruttano i lavoratori dovrebbero essere automaticamente escluse. In questo senso la creazione di un albo sarebbe certamente una cosa positiva. Ci sono ancora molti aspetti da migliorare e correggere.

Da poco si sono svolti gli stati generali dell’alternanza scuola-lavoro durante i quali il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli ha cercato di fare dei correttivi. Crede che siano sufficienti?

Questi stati generali hanno evidenziato come, anche il Ministero, si sia accorto delle criticità che ancora sono presenti. È stato inserito, all’interno della piattaforma dell’alternanza, un bottone rosso digitale, attraverso il quale gli studenti possono segnalare tutte quelle situazioni che impediscono il corretto svolgimento dei percorsi. Così come è stata istituita una task force di 100 docenti e 10 esperti del Ministero, distaccati presso gli uffici scolastici regionali, per la risoluzione delle criticità. Ma riteniamo che si tratti di misure e strumenti non ancora sufficienti. Non è stato minimamente toccato il monte ore che gli studenti devono svolgere all’interno dell’azienda e che, a nostro avviso, è ancora troppo elevato. Infine non si è minimamente accennato a come poter aiutare quelle famiglie che da sole non riescono a sostenere i costi delle trasferte dei propri figli quando vanno in azienda.

In che modo il sindacato potrebbe essere coinvolto?

Il sindacato può essere un soggetto indispensabile affinché l’incontro tra mondo della formazione e del lavoro avvenga nel miglior modo possibile. La scuola deve rimanere il luogo nel quale si forma la persona umana e non un ufficio di collocamento. Sul mancato coinvolgimento delle associazioni di rappresentanza, consideri che siamo in un momento nel quale il sindacato non è molto ben visto, ma questo non è un qualcosa di recente. Le sigle sindacali potrebbero rappresentare una sorta di cuscinetto tra scuola e azienda, e offrire così la propria competenza e esperienza per ovviare ai problemi che possono emergere. Ci potrebbe dunque essere un’azione di vigilanza e porre così le basi per una buona alternanza scuola-lavoro, anche attraverso accordi territoriali. Il sindacato potrebbe inoltre aiutare la scuola e lo studente a denunciare quelle situazioni non a norma. Con  il “bottone rosso” sostanzialmente si lascia lo studente da solo nel segnalare le problematicità che vengono a galla. È vero che ha la possibilità di confrontarsi con il proprio tutor, ma, sostanzialmente, la responsabilità ricade tutta su di lui. È chiaro che una ragazza o un ragazzo, a quell’età, non hanno ancora la maturità e le competenza per poter denunciare situazioni non consone all’alternanza scuola lavoro.

Nell’ultimo rapporto dell’Ocse “Getting Skills Right” si evidenzia come, in Italia, il titolo di studio non sempre riesca a comunicare le effettive competenze del giovane, e che quindi le imprese si trovino in difficoltà al momento della selezione.  Crede che l’alternanza scuola-lavoro possa ovviare in parte a questa problematica?

Credo che possa essere fatto, nella misura, in cui la scuola continui a preservare il suo compito volto all’orientamento del ragazzo, per capire le proprie preferenze per quella che potrebbe essere una futura ed eventuale occupazione. Certo il modo in cui l’alternanza scuola-lavoro è stata recepita da una normativa europea e inserita nella riforma della Buona scuola, non farà che aumentare le problematiche sopra elencate. L’istituto andrebbe totalmente rimodulato e ripensato. Vediamo se i correttivi introdotti dal ministro Fedeli riusciranno a ovviare alle problematicità sin qui emerse, ma siamo molto dubbiosi sul fatto che possano essere forieri di un cambiamento radicale.

Cocchi, qual è il ruolo della scuola all’interno dell’istituto dell’alternanza?

Il percorso dell’alternanza scuola-lavoro inizia il terzo anno. Quello che la scuola cerca di fare nel biennio è di preparare gli studenti con un minimo di conoscenze per affrontare nel migliore dei modi l’esperienza che andranno a svolgere in azienda. Questa formazione preliminare fornisce gli strumenti necessari sul tema della sicurezza nei luoghi di lavoro. Inoltre cerchiamo di orientare gli studenti, lavorando sulle loro competenze e aspirazioni, su un possibile percorso professionale. Bisogna sottolineare come questa fase preparatoria sia ancora parcellizzata e priva di una sua uniformità al livello nazionale. Da una parte perché il tessuto produttivo è estremamente variegato, e quindi ogni scuola si confronta con le realtà presenti nel proprio territorio. C’è poi da considerare come i licei da pochissimo hanno avviato l’alternanza. Siamo dunque ancora in una fase di rodaggio.  Stanno tuttavia nascendo delle associazioni, anche ad hoc, che presentano progetti di alternanza scuola-lavoro, soprattutto nei licei, dove magari è più difficile far incrociare il percorso di studi con un’esperienza nel mondo del lavoro che sia congruente e formativa.

In che modo la scuola vigila sul corretto svolgimento dei percorsi di alternanza?

La vigilanza viene svolta da un tutor interno, che solitamente è il coordinatore di classe, il quale, durante i 15 giorni che lo studente passa in azienda, ogni tanto si reca nell’impresa per vedere se effettivamente lo studente stia svolgendo il percorso prestabilito. C’è un tutor anche aziendale, che rimane sempre in contatto con quello scolastico per segnalare qualunque tipo di problema. L’azione di vigilanza si svolge poi anche attraverso la valutazione di ciò che effettivamente lo studente ha appreso, delle competenze che ha acquisito, questo sia alla fine dell’esperienza in azienda sia durante l’esame di maturità. Riguardo alle polemiche sullo sfruttamento dei ragazzi e al fatto che andavano a svolgere mansioni non in linea con il percorso di studi, quello che posso dire è che nella nostra realtà le aziende si sono sempre dimostrate disponibili e attente alla formazione dei ragazzi.

Crede che l’alternanza scuola-lavoro sia un buono strumento per collegare i due ambiti, e quali ritiene che debbano essere gli aspetti da migliorare?

Io credo di sì. Il tempo che il ragazzo passa in azienda non è poco, 400 ore permettono di fargli comprendere almeno le dinamiche che accadano all’interno di un posto di lavoro. Se dunque l’alternanza viene svolta nel modo consono può rappresentare un’ottima esperienza e uno strumento di collegamento tra mondo della formazione e del lavoro. Permango, ovviamente, degli aspetti da migliorare. Dobbiamo rammentarci che il primo ciclo di alternanza scuola-lavoro si concluderà solo nel 2019. Siamo dunque in una fase di rodaggio. Sugli aspetti da migliorare, il Ministero potrebbe forse attivarsi per far comprendere meglio ad alcune aziende l’importanza di questo strumento. Molto spesso sentiamo i datori di lavoro lamentarsi del fatto che devono spendere molto, sia in risorse che in tempo, per formare il novizio. Con l’alternanza le imprese hanno la possibilità di plasmare, per tre anni, un ragazzo, e avere quindi per il futuro una manodopera già formata. Dall’altra parte la scuola dovrebbe essere più connessa con il mondo del lavoro e questo evitando di formare il ragazzo su tecnologie molto spesso obsolete che non sono più usate nei luoghi di lavoro. In questo aspetto il Ministero potrebbe investire più risorse, che potrebbero aiutare le scuole a potare avanti l’alternanza nel miglior modo possibile.

Il sindacato non è stato sin qui coinvolto. È un soggetto del quale si è sentita l’assenza e quale potrebbe essere il suo apporto nell’ambito dell’alternanza scuola lavoro?

Fino a questo momento la sua assenza non si è fatta ancora sentire, anche perché è passato poco tempo, e i primi problemi stanno affiorando in questo momento. Sicuramente più avanti potrebbe giocare un ruolo importante, anche come trait d’union tra la scuola e le imprese, e dare seguito a quell’opera di sensibilizzazione nelle seconde prima accennata.

Il rapporto dell’Ocse, Getting Skills Right evidenzia come la “cattiva fama” degli istituti tecnici-professionali in Italia allontani i ragazzi da questa scelta. L’alternanza scuola-lavoro potrebbe, in parte, ovviare a questa situazione?

Questo della cattiva fama degli istituti professionali è un problema vero e sono convinta che lo strumento dell’alternanza possa essere, in parte, un rimedio. Non c’è nulla di negativo nel fatto che una ragazzo non sia portato per il classico. Con lo strumento dell’alternanza si dovrebbe, prima di tutto, esaltare le capacità dello studente, renderlo più consapevole di quello che potrebbe essere il proprio percorso futuro. È sbagliato far passare l’idea che la scelta di frequentare un istituto tecnico-professionale sia un ripiego.

In uno dei ultimi rapporti Getting Skills Right l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha evidenziato una situazione certamente non rosea per quanto riguarda il rapporto tra formazione e lavoro in Italia. L’organizzazione di Parigi ha sottolineato come, nel nostro Paese, “sono ancora troppi i giovani che si formano su tecnologie ormai obsolete e che, per questo motivo, alla conclusione del ciclo di studi professionalizzante non possiedono le competenze adeguate per renderli candidati appetibili nel mercato del lavoro”. Le imprese non riescono a trovare, sul mercato, le competenze richieste. Per quanto riguarda i laureati, la maggior parte di questi rimane intrappolato in un mercato del lavoro che li colloca in posti di lavoro di scarsa qualità e per i quali, di solito, sono sovra-qualificati.

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Lo stato dell’arte dei voucher. Intervista alla vicepresidente di Confcommercio Arezzo Fei

Introdotti per la prima volta nel 2003 dalla riforma Biagi, i voucher fanno il loro debutto nel mercato del lavoro nel 2008, quando il Governo guidato da Romano Prodi ne…

Introdotti per la prima volta nel 2003 dalla riforma Biagi, i voucher fanno il loro debutto nel mercato del lavoro nel 2008, quando il Governo guidato da Romano Prodi ne implementa l’uso all’interno del comparto agricolo, e nello specifico per la vendemmia. Sino a quel momento infatti i buoni lavoro erano stati uno strumento pressoché sconosciuto.

Si assiste, negli anni successivi, ad un progressivo ampliamento del raggio di azione dei voucher. Nel 2010, l’esecutivo guidato da Berlusconi estende l’applicazione di questo istituto a tutti i soggetti contemplati nella riforma Biagi, uscendo così dal solo settore primario. Sotto il Governo Monti, il ministro Fornero ne liberalizza di fatto l’uso, estendendoli a molti più settori, lasciando come unico vincolo il tetto massimo per il lavoratore fissato a 5mila euro, e quello per il prestatore a 2mila euro. Nel 2013, il Governo guidato da Enrico Letta cancella il requisito che le mansioni pagate coi voucher debbano essere di natura meramente occasionale.

C’è stata dunque, fino al 2014, una sostanziale liberalizzazione nelle possibilità d’uso dei buoni lavoro. Il Jobs Act ha poi introdotto dei cambiamenti nella disciplina. Il primo di questi riguarda l’innalzamento del tetto, ma solo per il lavoratore, a 7mila euro, il secondo ne vieto l’uso negli appalti e l’ultimo impone al datore di lavoro di dichiarare in anticipo le generalità del lavoratore soggetto al regime del voucher e le coordinate (il giorno, il luogo e i tempi) entro le quali si svolgerà la prestazione.

La ratio del voucher è stata quella di introdurre uno strumento per disciplinare tutte quelle prestazioni che, data la loro natura occasionale, non potevano essere previste e preventivate dal datore di lavoro e che non potevano rientrare forme contrattuali tradizionali. In questo modo si è cercato di arginare e combattere il lavoro nero, molto presente in determinati settori come quello agricolo o nel mondo dei lavori domestici. Allo stesso tempo il voucher poteva rappresentare una tutela per le fasce di lavoratori più deboli, o chi era a rischio di esclusione sociale, favorendo l’entrata o l’uscita dei giovani e dei meno giovani dal mercato del lavoro.

Il buono lavoro è diventato oggetto di una crescente attenzione negli ultimi mesi, a seguito del duro scontro tra le istituzioni e una parte delle forze sociali. È stato soprattutto il sindacato guidato da Susanna Camusso a evidenziare un uso improprio dello strumento, dietro al quale si nascondevano prestazioni di lavoro che avevano perso del tutto il loro essere occasionale. Il voucher diviene, nella narrazione della Cgil, uno dei simboli della precarietà che contraddistingue il mercato del lavoro attuale.

Così il sindacato di Corso d’Italia avvia, dalla primavera del 2016, una raccolta di firme per chiedere, tramite il referendum, l’abolizione di alcune norme contenute nel Jobs Act, tra cui quella riguardante i buoni lavoro. La Corte Costituzionale ha accolto il quesito referendario (insieme a quello relativo agli appalti e respingendo quello che chiedeva la reintroduzione dell’art. 18), ritenendo che l’evoluzione dell’istituto avesse trasceso i caratteri di occasionalità della prestazione lavatori, per la quale era nato, essendo diventata alternativo ad altri istituti contrattuali, e quindi non più necessario.

Una situazione che ha portato il governo Gentiloni ad abrogare lo strumento con il decreto legge n. 25 del 17 marzo, disinnescando così la bomba referendaria della Cgil, che aveva fissato la data del voto per il 28 maggio. In questo modo i voucher non sarebbero più stati utilizzabili a partire da gennaio 2018. Tuttavia, in seguito al vuoto normativo che si è venuto a creare, con il decreto legge 50/2017 sono stati rimessi nel mercato del lavoro una nuova tipologia di voucher, operativi a partire dal 10 di luglio 2017. I nuovi voucher Inps si suddividono in due tipologie: una destinata per i lavori domestici, il libretto famiglia, e l’altra rivolta alle imprese, il PrestO, acronimo di Prestazione Occasionale.

Non solo dunque strumento giuslavoristico, il voucher è diventato il confine di scontro tra chi considera questo strumento un modo per disciplinare quelle forme di lavoro facilmente suscettibili di cadere nell’irregolarità, mettendo a disposizione a chi percepisce forme di sostegno al reddito, un ulteriore canale per rafforzare le proprie finanze, senza che i due istituti siano in contrasto tra loro. D’altra, c’è chi ne accentua maggiormente gli aspetti distorsivi, evidenziando il fatto che il voucher sia foriero di forti abusi e non faccia che alimentare la precarietà della forza lavoro, non riuscendo di fatto ad apportare legalità in determinati segmenti del mercato del lavoro.

Da punto di vista numerico, il mondo dei voucher copre un segmento del mercato molto limitato: rappresentano infatti solo lo 0,23% del totale del costo del lavoro in Italia. C’è sta una forte crescita a partire dal 2008. I dati forniti dall’Inps evidenziano un aumento del 58% tra il 2014 e il 2015, e del 24% a cavallo tra il 2015 e il 2016. Per quanto riguarda la popolazione lavorativa che utilizza i voucher, il 37% è composte da persone già occupate che integrano il proprio reddito, il 26% da da pensionati o indennizzati in altro modo, il resto da silenti, ossia persone che prima non lavoravano, autonomi e parasubordinati. Stando sempre ai dati forniti dall’Inps, su un totale di un milione e trecentomila lavoratori pagati coi voucher, il 70% di questi è dato da prestatori di lavoro non esclusivi, ossia per persone per le quali i voucher rappresentavano un’integrazione al reddito, e non la fonte principale

Per analizzare lo stato dell’arte dei voucher, anche alla luce degli ultimi cambiamenti, abbiamo intervistato Catiuscia Fei, vicedirettrice della Confcommercio di Arezzo per l’area politico-sindacale.

Fei che cosa ha comportato l’abolizione dei voucher per il terziario?

Prima di tutto è necessario fare due premesse, una di ordine tecnico ed una di ordine politico. I vecchi voucher, per come erano stati concepiti dal legislatore, costituivano uno strumento ottimo per gestire con grande flessibilità, che non vuol dire deregulation, quei picchi di lavoro tipici di alcuni comparti del terziario. Nel turismo, così come nella ristorazione erano molto utilizzati, proprio perché si verificano situazioni lavorative che, data la loro natura occasionale, non potevano essere precedentemente pianificate. Inoltre il voucher faceva emergere il lavoro nero, limitandolo. E da qui passo alla seconda considerazione più di ordine politico. Se ci sono aziende che ne fanno un uso scorretto bisogna fare i controlli e punirle, perché inquinano il mercato attraverso una concorrenza sleale in termini di costi, ma non abolire lo strumento, perché così si penalizza anche chi opera in modo corretto. Ma abolire del tutto uno strumento utilissimo è un qualcosa di assurdo. Il legislatore avrebbe dovuto avere più coraggio nell’apportare, semmai, maggiori controlli per ridurre gli abusi.

Quali sono stati gli strumenti con i quali le aziende hanno fatto fronte all’abolizione dei voucher?

Con il venir meno dei voucher, abbiamo riscontrato un crescente uso del contratto a chiamata. Si tratta di uno strumento che presuppone una vera e propria assunzione, e che che quindi comporta anche costi maggiori. Ma il punto non è questo. Il vero limite  del contatto a  chiamata risiede nel fatto che, per certi aspetti, è meno snello e agevole dei voucher, per altri, invece, è soggetto a controlli inferiori, perché, ad esempio, non bisogna indicare la fascia oraria nella quale si svolge la prestazione. Dunque anche con il contratto a chiamata si possono perpetrare condotte scorrette da parte dell’azienda. Inoltre non c’è stato un cambiamento nella condizione occupazionale di questi lavoratori. È vero che con il contratto a chiamata una persona è tecnicamente assunta dall’azienda, ma permane il fatto che si tratta, pur sempre, di un percorso lavorativo non contraddistinto dalla continuità. Non c’è stato dunque quel salto di qualità nella condizione professionale di molte persone, una volta cancellati i voucher.

Il legislatore ha introdotto due nuove tipologie di voucher, per sopperire al voto legislativo che si era venuto a creare, il libretto famiglia e il PrestO. Riguardo a quest’ultimo, crede che il legislatore sia riuscito a fornire uno strumento adeguato?

Il PrestO non si sta dimostrando all’altezza del compito per il quale era stato introdotto, a causa di diverse problematiche. La prima risiede nel modo in cui è stata concepita la platea di imprese destinatarie. Infatti il PrestO può essere utilizzato da realtà con fino a 5 dipendenti. Si è dunque, erroneamente, pensato che imprese più grandi e strutturate non utilizzassero i voucher. Il secondo ostacolo è dato dalla fruibilità dello strumento in sé, che è molto farraginoso. L’azienda deve avere aperto un portafoglio telematico. In questo portafoglio l’impresa dovrebbe indicare, in anticipo, sia quando necessiterà delle prestazione, sia pagare, tramite il modello F24, l’importo. Ma se stiamo parlando di prestazioni lavorative occasionali, che appunto si manifestano in modo inaspettato, è impossibile prevederle in anticipo. Inoltre il presto non si può attivare dalla mattina alla sera, come poteva essere fatto coi vecchi voucher, perché occorre un pin dell’Inps sia per l’impresa che per il lavoratore. In più l’azienda deve pagare il lavoratore minimo per quattro ore, anche se la prestazione è solamente di due. È dunque chiaro che abbiamo di fronte uno strumento che di certo non si contraddistingue per la sua immediatezza e facilità di utilizzo.

In che modo dunque dovrebbe essere ripensato lo strumento e cosa avete chiesto, come Confcommercio, per far fronte a questa situazione?

Il PrestO andrebbe del tutto ripensato e rimodificato, perché nelle condizioni attuali è pressoché inutilizzato. Si potrebbe affinare il contratto a chiamata per renderlo più fruibile. La miglior cosa sarebbe riprendere in mano i vecchi voucher e ripensarli in modo diverso, cercando di eliminare i possibili abusi. Abbiamo sempre sostenuto la necessità di fare i controlli, e rafforzali qualora ce ne sia bisogno, punendo le imprese che operano in modo scorretto. Tuttavia questo non vuol dire non riconoscere l’utilità dello strumento e la sua flessibilità, che ripeto non vuol dire deregulation, ma dare alle aziende gli strumenti più idonei per far fronte a quelle situazioni di lavoro impreviste. Inoltre i voucher contemplavano anche una parte di contributi, e bisogna ricordare come il buono lavoro non rappresentava l’unica fonte di reddito per il lavoratore, che, solitamente, si muoveva su più occupazioni.

Secondo le ultime stime dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps, tra gennaio e settembre del 2017 le assunzioni a chiamata si attestano a 319mila, con una crescita, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, del 133%. Secondo l’Osservatorio tale incremento potrebbe essere posto in relazione alla necessità per le imprese di ricorrere a strumenti contrattuali sostitutivi dei voucher.

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I Neet, la spina nel fianco del nostro Paese

Vengono definiti Neet, acronimo inglese di Not in education, employment or training, e sta ad indicare tutti quei giovani che non sono occupati o impegnati in percorsi formativi. L’espressione venne…

Vengono definiti Neet, acronimo inglese di Not in education, employment or training, e sta ad indicare tutti quei giovani che non sono occupati o impegnati in percorsi formativi. L’espressione venne usata per la prima volta nel luglio del 1999 dalla Social Exclusion Unit del governo britannico, per indicare qui giovani a forte rischio di esclusione sociale. L’età di riferimento parte dai 15 anni fino ai 24, ma le statistiche tengono conto anche dei giovani fino ai 29 o i 35 anni.

Il tema dei Neet costituisce una spina nel fianco per nostro paese, con percentuali che ci rendono, molto spesso, la “pecora nera” all’interno dell’eurozona. Gli ultimi dati sul fenomeno restituiscono un quadro che non è un eufemismo definire allarmante.

L’indagine 2017, promossa dalla Commissione europea, sull’occupazione e gli sviluppi sociali in Europa (Esde), tratteggia uno scenario critico per l’Italia, con una percentuale di Neet, tra i 15 e i 24 anni, che si attesta al 20%, equivalente a 2,2 milioni di giovani, rispetto alla media europea dell’11,5%. Anche l’Istat, nel suo ultimo rapporto annuale, ha certificato una situazione preoccupante, con i Neet tra i 15 e i 29 anni che raggiungono il 24,3%. Numeri che ci pongono al primo posto di questa ben poco invidiabile classifica, precedendo paesi con un Pil inferiore al nostro, come Romania e Bulgaria. Se poi andiamo a considerare i giovani compresi tra i 20 e i 34 anni, la percentuale dei Neet si attesta al 30,7%, rispetto alla media della zona euro del 18,3%.

Queste percentuali così alte posso essere lette come il frutto dei lunghi anni di crisi, che hanno duramente colpito il tessuto produttivo italiano. Se questa, da una parte, è una riflessione certamente valida, dall’altra, tuttavia, mal si spiega come, anche nel periodo precrisi, la quota di Neet in Italia fosse molto più alta di quella di altri partner europei. I Neet rappresentano dunque la triste conseguenza della mancanza strutturale di politiche attive rivolte ai percorsi formativi e lavorativi dei giovani, e non unicamente uno dei tanti aspetti della recessione economica.

Il mondo dei Neet è un universo estremamente ampio e variegato, ma il filo rosso che lo attraversa e lo lega è un profondo senso di scoraggiamento e frustrazione. Questi due aspetti, estremamente perniciosi, fanno desistere i giovani dalla ricerca di un’occupazione, poiché subentra la convinzione che tanto non se ne troverà una, e, contemporaneamente, abbandonano anche i percorsi formativi. Si innesca così un duplice problematica, che ricade sia sul piano strettamente economico sia su quello sociale.

La mancata attivazione nella ricerca di un’occupazione pone il Neet nella condizione di sperimentare una crescente difficoltà nell’accesso al mondo del lavoro. Una difficoltà acuita dal fatto che il Neet si rende poco appetibile o occupabile sul mercato, a causa del naturale invecchiamento delle competenze, all’interno di un contesto nel quale il lifelong-learning, ossia la prospettiva di una formazione continua, anche durante la vita lavorativa, assume un’importanza crescente.

I paesi del sud Europa, tra cui l’Italia, rispetto alle economie dell’Europa centro-settentrionale presentano un mercato del lavoro molto più fragile, fiaccato dagli anni di crisi e dalla politiche di austerità. Gli under hanno pagato il prezzo più alto, con una crescente difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro, sperimentando percorsi professionali contraddistinti dall’incertezza. Questo ha acuito il senso di precarietà, con un serio rischio di esclusione sociale. Contestualmente è cresciuta anche la povertà tra fasce più giovani della popolazione. Gli ultimi dati Istat certificano come 1 milione 17mila persona tra i 18 e i 34 anni, ossia il 10%, vivano in condizioni economiche estremamente precarie.

Bisogna inoltre considerare le profonde differenze territoriali, poiché essere un Neet al nord o al sud non è sempre la stessa cosa, tanto da poter parlare di un paese diviso a metà. La crisi del 2008 non ha fatto altro che acuire le enormi diseguaglianze preesistenti. Nel Mezzogiorno i Neet tra i 15 e i 29 anni sono 1,2 milioni, pari al 36%, con un’incidenza altissima tra le donne. Al Nord, invece, le percentuali sono dimezzate rispetto al Mezzogiorno.

Resta infine da valutare il ruolo della famiglia. Il nostro sistema di welfare viene definito, dalla letteratura accademica, di stampo “familistico”, perché ha delegato, nel corso del suo sviluppo, molti compiti di cura e assistenza alla rete familiare. In altre parole tutti quegli spazi lasciati scoperti dalla protezione sociale pubblica, sono stati presi in carico dalla famiglia. Il giovane Neet molto spesso trova nella famiglia quella reta di sicurezza che impedisce di scivolare verso una pericolosa esclusione sociale.

Allo stesso tempo questo ruolo protettivo può avere un effetto che potremmo definire “soporifero”. Il fatto che il disagio sociale non esploda violentemente, o che i suoi effetti si manifestino in modo più diluito, grazie all’azione mitigatrice della famiglia, può forse impedire una piena comprensione della gravità del fenomeno dei Neet, rimandando anche l’attuazione di  quelle necessarie politiche inclusive, volte a facilitare l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro o l’inserimento all’interno di programmi formativi. Continuar a far ricadere sulla famiglia la cura dei Neet vuol dire mettere sotto pressione la ricchezza dei nuclei familiari, con il rischio che, qualora questa ricchezza dovesse esaurirsi, ci ritroveremo un esercito di giovani privi di qualsiasi tutela.

Analizzando il contesto toscano, l’Irpet, l’Istituto Regionale Programmazione Economia della Toscana, nel rapporto La situazione economica e sociale in Toscana, presentato a Firenze lo scorso 4 luglio, evidenzia come i Neet, tra i 15 e i 29 anni, siano 96mila unità, il 19,2% della popolazione della medesima fascia di età. Analizzando la composizione dei Neet, un dato che merita di essere evidenziato è che, nel corso della crisi, è cresciuto il numero dei disoccupati rispetto a quello degli scoraggiati.

I motivi di questo cambiamento sono sostanzialmente due. Da una parte va segnalato come, durante la recessione economica, molti abbiano perso la propria occupazione, diventando dei disoccupati. Dall’altra – e qui risiede l’aspetto positivo – una parte di coloro che prima erano inattivi sono usciti da questa condizione, iniziando la ricerca di un lavoro, entrando così nella parte della popolazione attiva. Questo leggero, ma significativo, cambio di rotta, può essere un segnale di una maggiore attenzione, anche da parte delle politiche regionali e nazionali, verso questo problema.

I Neet sono forse la faccia più preoccupante della problematica giovanile del nostro paese, una problematica che, come abbiamo detto, interessa tutta l’eurozona, anche se con percentuali diverse. Proprio per far fronte a queste crisi generazionale, nell’aprile 2013 è stato promosso, al livello europeo, un pacchetto di misure, pensate per i giovani, volte a favorire l’inserimento nel mondo del lavoro o mirate a fornire percorsi di formazione professionalizzanti, noto con il nome di Youth Guarantee, Garanzia Giovani.

All’interno di questa cornice più ampia, la Toscana ha dato vita ad una propria strategia per combattere la disoccupazione e l’esclusione giovanile, attraverso il progetto “Giovanisì”, che contempla anche misure rivolte ad una platea e ad una fascia di età più ampia, rispetto a Garanzia Giovani.

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Prospettiva Valdichiana: l’età degli edifici e il rischio sismico

Rischio sismico: la data di costruzione degli edifici in Valdichiana Gli ultimi eventi sismici che hanno colpito in particolar modo l’Italia centrale, con le violente scosse del 24 agosto e,…

Rischio sismico: la data di costruzione degli edifici in Valdichiana

Gli ultimi eventi sismici che hanno colpito in particolar modo l’Italia centrale, con le violente scosse del 24 agosto e, ancor di più, dello scorso 30 ottobre, hanno inevitabilmente accresciuto la preoccupazione dei cittadini, visto e considerato che gran parte del territorio della nostra penisola, escluse rare eccezioni, è classificato come ad elevato e medio rischio sismico.

Ma qual è la situazione degli edifici nel territorio della Valdichiana? C’è da dire innanzitutto che a livello di normativa, l’anno di svolta è stato il 1974, con la legge n.64 che richiede la presenza di motivazioni tecnico-scientifiche affinché una zona venga effettivamente definita come sismica e vengono previste le prime linee guida per la costruzione di edifici. Successivamente, purtroppo, la situazione ha continuato a non essere totalmente completa con alcune zone rimaste senza classificazione e, per arrivare a una situazione più chiara, è stato necessario attendere il 2002, quando un altro evento sismico sconvolge il Molise con la previsione di quattro zone in base ai livelli di pericolosità. È verosimile ipotizzare, pertanto, che gli anni ’80 siano una sorta di spartiacque per la costruzione degli edifici: fino a tale data si è costruito in assenza di indicazioni precise, ma anche le costruzioni successive, almeno fino al 2009, sono state progettate in base a criteri antisismici abbastanza inadeguati.

In questa uscita di Prospettiva Valdichiana cercheremo di capire meglio quale è l’età degli edifici del nostro territorio, analizzando i dati di italia.indettaglio.it, che raccoglie le principali informazioni dei comuni italiani, concentrandoci, come di consueto, sul territorio della Valdichiana Senese. In Valdichiana Senese sono presenti complessivamente 7.784 edifici, dei quali 7.666 utilizzati. Di questi ultimi, 6.887 sono adibiti a edilizia residenziale, 779 sono invece destinati a uso produttivo, commerciale o altro (cfr. Tabella 1).

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Osservando tali dati dal punto di vista percentuale, possiamo vedere come il 36,2% degli edifici residenziali siano stati costruiti prima del 1919 e solamente l’1,1% dopo il 2005 (cfr. Tabella 2). Considerando lo spartiacque del 1980, vediamo come l’87,4% degli edifici residenziali sia stato costruito prima del 1980, e solamente il 12,6% successivamente. La percentuale di edifici costruiti prima del 1980 sale poi vertiginosamente in comuni come Chiusi (96,4%), Chianciano Terme (92,4%) e Montepulciano (91,5%).

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Per quanto concerne i materiali di costruzione, dei 6.887 edifici adibiti a edilizia residenziale, 4.631 edifici sono stati costruiti in muratura portante (67,2%), 1.355 in cemento armato (19,7%) e 901 utilizzando altri materiali, quali acciaio, legno o altro (13,1%) (cfr. Tabella 3).

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Anche in questo caso, alcuni comuni si discostano dal valore medio del territorio, come ad esempio Trequanda, dove il 93,7% degli edifici residenziali sono stati costruiti in muratura portante, o Sarteano, dove solamente il 41,5% degli edifici residenziali è stato costruito in muratura portante.

Come ripetuto più volte, la Valdichiana è classificata come una zona a rischio moderato, ma è evidente che il rischio sismico elevato che caratterizza territori relativamente vicini, come l’Umbria o anche la stessa zona amiatina e, soprattutto, il fatto che l’Italia è lo stato europeo senza dubbio più soggetto a scosse di terremoto, dovrebbe far riflettere in particolar modo sulla prevenzione e sugli interventi di adeguamento delle nostre costruzioni che, in molti casi, sono state costruite in anni in cui le normative erano tutt’altro che adeguate.

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Prospettiva Valdichiana: tempo di vendemmia

Tempo di vendemmia: vino, vino biologico e vino biodinamico. Diamo i numeri Dopo la pausa estiva torna la rubrica Prospettiva Valdichiana e lo fa proprio nel bel mezzo della vendemmia….

Tempo di vendemmia: vino, vino biologico e vino biodinamico. Diamo i numeri

Dopo la pausa estiva torna la rubrica Prospettiva Valdichiana e lo fa proprio nel bel mezzo della vendemmia. È proprio in questi giorni, infatti, che le numerose aziende agricole del territorio sono intente a raccogliere l’uva dalla vigna per portarla in cantina ed iniziare il processo di vinificazione, che trasformerà il mosto in vino. Il rituale della vendemmia è da sempre un momento di grande fascino, e porta con sé un valore storico e antropologico. È un vero e proprio “evento” annuale di lavoro e condivisione sociale nel territorio.

Ma veniamo ai numeri, cercando di vedere quanto si coltiva, quanto si produce e come si produce, tenendo sempre un occhio di riguardo al territorio della Valdichiana. I dati su cui si basa la nostra analisi provengono dall’Istat, in particolare dai dati del 6° Censimento generale dell’Agricoltura, da SINAB, ARTEA e da alcuni siti specializzati come inumeridelvino.it, demeter.it e uiv.it.

Secondo i dati ARTEA, nel corso del 2014, in Toscana vi sono 23.288 aziende che coltivano vite, per un totale di superficie vitata di 57.942,44 ha. Il maggior numero di aziende è in provincia di Arezzo (4.942 aziende, il 21,2% del totale regionale), seguita dalla provincia di Siena (4.107 aziende, il 17,6% del totale regionale). Ma è proprio la provincia di Siena ad avere la maggior superficie vitata della regione, addirittura il 32,4%, equivalente a 18.774,67 ha.

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Sempre secondo i dati ARTEA, riferiti alla vendemmia 2014, sono stati prodotti quasi 1 milione e 800mila hl di vino D.O.P. nella regione Toscana, suddivisi in quasi 312mila hl di vino D.O.C. e quasi 1 milione e mezzo hl di vino D.O.C.G.. Circa metà della produzione (48,7%) riguarda il Chianti e le varie sottozone, mentre il vino D.O.C.G. per eccellenza della Valdichiana senese, il Vino Nobile di Montepulciano, rappresenta il 3,8% della produzione regionale; tra i D.O.C., invece, il rosso di Montepulciano rappresenta l’1,7% della produzione regionale.

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Sempre di più, inoltre, si sente parlare di vini biologici e vini biodinamici, sia da parte dei consumatori, sempre più attenti verso l’acquisto di prodotti a basso impatto ambientale, sia da parte dei produttori e viticoltori, orientati alla costante ricerca di diversità ed autenticità del loro lavoro, attraverso l’agricoltura biologica, biodinamica o naturale.

I dati ISTAT del 6° Censimento generale dell’Agricoltura ci dicono che la superficie biologica di vite è, in Italia, di 43.999 ha, con la Toscana che ha una superficie di vite biologica di 4.699 ha, il 10,7% del totale nazionale. All’interno del territorio toscano, è proprio la provincia di Siena a vantare la maggior superficie di vite biologica, con 1.412 ha (il 30,1% del totale regionale).

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Più in dettaglio, all’interno della provincia di Siena, tra i vari SEL è l’Alta Val d’Elsa a detenere la maggior superficie biologica di coltivazione della vite con 443,2 ha (il 31,4% del totale provinciale), seguita dal Chianti con il 28,8% (406,9 ha) e dalla Valdichiana Senese con il 16,1% (226,8 ha).

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Nell’Alta Val d’Elsa solo il comune di San Gimignano registra una superficie biologica di vite di 336,8 ha; a livello provinciale vi è poi il comune di Castellina in Chianti con 172,4 ha e il comune di Montalcino con 161,6 ha. Nella Valdichiana Senese è Montepulciano ad avere il primato con 78,9 ha, seguito da Sinalunga con 52,2 ha e da Trequanda con 19,4 ha.

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Vi è poi la viticoltura biodinamica, un particolare metodo di coltivazione il cui marchio commerciale è detenuto dalla Demeter International, un’associazione di adepti della metodologia che, attraverso l’adozione di un disciplinare, si propone di mantenere i medesimi standard tra i coltivatori sia nella fase di produzione sia nella fase di trasformazione dei prodotti agricoli. Il principio base della biodinamica è la ricerca della biodiversità, un equilibrio tra l’uomo, le piante e il cosmo, cercando di sfruttare al meglio le forze naturali nei terreni e l’influenza dei pianeti quando si agisce sulla terra in modo da rendere la pianta più resistente ed autosufficiente. In Toscana le aziende produttrici di vino certificate Demeter sono 19, di cui 4 in provincia di Siena.

Vini toscani e denominazioni: fonte Federdoc

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Prospettiva Valdichiana: affluenza alle urne

L’inesorabile calo dell’affluenza, anche in Valdichiana Domenica scorsa si è votato in molti comuni italiani per le elezioni amministrative. In Valdichiana i comuni che sono andati al voto sono stati…

L’inesorabile calo dell’affluenza, anche in Valdichiana

Domenica scorsa si è votato in molti comuni italiani per le elezioni amministrative. In Valdichiana i comuni che sono andati al voto sono stati due, Chiusi e Trequanda. Per tale motivo, in questa uscita di Prospettiva Valdichiana abbiamo deciso di analizzare il dato riguardante l’affluenza, analizzando le ultime cinque tornate elettorali comunali dei dieci comuni della Valdichiana Senese. I dati sono quelli del Ministero degli interni, analizzati dall’istituto di ricerca fiorentino reteSviluppo.

Nei due comuni interessati, l’affluenza alle urne è stata del 71,34% a Trequanda e del 68,76% a Chiusi; a livello nazionale l’affluenza è stata del 62,14%. Il dato, quindi, è migliore rispetto a quello medio nazionale, come quasi sempre accade nel nostro territorio dove, indipendentemente dal tipo di elezione, l’affluenza tende ad essere più alta rispetto a quella media nazionale. Ma, nonostante questo, anche in Valdichiana, l’affluenza tende a diminuire costantemente negli ultimi anni.

Come detto, sono state prese in considerazione le ultime cinque elezioni comunale dei 10 comuni della Valdichiana, per la maggior parte dei quali si sono svolte nel 1995, nel 1999, nel 2004, nel 2009 e nel 2014. Vi sono poi alcuni comuni in cui le tornate elettorali si sono svolte in anni diversi: a Chiusi, le ultime 5 elezioni comunali, si sono avute nel 1998, nel 2002, nel 2007, nel 2011 e appunto nel 2014; a Trequanda, prima delle elezioni di domenica scorsa, si è votato per l’elezione del sindaco nel 1997, nel 2001, nel 2006 e nel 2011; infine Sarteano, dove le ultime cinque elezioni comunali si sono svolte nel 1994, nel 1998, nel 2002, nel 2007 e nel 2012.

Ma vediamo come è cambiata l’affluenza alle urne. Se l’affluenza media dei dieci comuni nel 1995 era dell’87,59%, nell’ultima votazione per il sindaco la media dei dieci comuni della Valdichiana Senese è scesa al 72,19%. Il calo è di poco superiore ai 15 punti percentuali: la diminuzione è stata marcata tra il 1995 e il 1999, quando l’affluenza è passata dall’87,59% all’81,53% e dal 2009 al 2014, quando è passata dal 78,06% all’attuale 72,19%.

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Se osserviamo poi i singoli comuni, notiamo come in alcuni casi siamo scesi anche sotto al 70%: proprio a Chiusi, come dicevamo, domenica 5 giugno 2016 l’affluenza si è fermata al 68,76%, ma anche a Sarteano, nelle ultime consultazioni comunali, vi è stata un’affluenza del 66,61%, e anche a Sinalunga ci siamo fermati al 68,8%. E pensare che proprio a Sinalunga, nel 1995, l’affluenza era stata dell’89,96% (-21,16%). Solo il comune di Pienza si mantiene sopra l’80% (82,77% nel 2014), ma anche in questo caso si perdono quasi 8 punti percentuali, visto che nel 1995 era andato a votare il 90,45% dell’elettorato avente diritto. I cali più consistenti si sono avuti, oltre che a Sinalunga, a Sarteano (-20,59%), a Torrita di Siena (-17,56%) e a Chianciano Terme (-17,02%), ma anche a Montepulciano si supera il 15% (-16,78%).

Purtroppo, la tendenza è comune in tutta Italia, con un livello di astensionismo che, pur variando a seconda del tipo di elezione, è costantemente crescente. A livello nazionale, ad esempio, se prendiamo in considerazione le elezioni politiche, se dal 1948 al 1979 abbiamo costantemente superato il 90% di affluenza alle urne, negli ultimi 30 anni il dato è andato regolarmente diminuendo arrivando al 72,25% delle ultime elezioni nel 2013. Le ragioni sono numerose, e sono da ricercarsi sia alla crisi delle ideologie e dei partiti che ha avuto inizio verso la fine degli anni ’70, sia alla sempre crescente sfiducia-protesta verso i nostri governanti.

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Prospettiva Valdichiana è una rubrica creata in collaborazione con Rete Sviluppo

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Prospettiva Valdichiana: analisi del turismo estivo

Prospettiva Valdichiana e dati turistici: come è andata la scorsa estate? Essendo ormai alle porte le vacanze estive, in questa uscita di Prospettiva Valdichiana ci occupiamo di turismo. Nel recente…

Prospettiva Valdichiana e dati turistici: come è andata la scorsa estate?

Essendo ormai alle porte le vacanze estive, in questa uscita di Prospettiva Valdichiana ci occupiamo di turismo. Nel recente Forum sul Turismo in Valdichiana, tenutosi lo scorso 20 aprile 2016 all’Istituto Pellegrino Artusi di Chianciano Terme, ed organizzato dall’Associazione Albergatori di Chianciano Terme insieme a reteSviluppo e a Valdichiana media, proprio l’Istituto di ricerca fiorentino ha analizzato i dati turistici del 2015 in Valdichiana diffusi qualche settimana fa dalla Provincia di Siena.

In quell’occasione si faceva riferimento alle differenze di arrivi e presenze tra il 2014 ed il 2015, con un focus particolare relativo ai mesi di dicembre dei due anni, per capire come gli eventi organizzati nel relativo periodo avevano influito sui numeri turistici. Da questo punto di vista i dati erano buoni, con la Valdichiana che tra il 2014 ed il 2015 aveva accresciuto i propri arrivi dell’8,1% e le proprie presenze del 10%, contro dei dati provinciali che esprimevano crescite più contenute: + 6,3% gli arrivi e +4,7% le presenze. Ancora meglio per ciò che riguardava il mese di dicembre, con la Valdichiana che registrava un incremento degli arrivi tra il dicembre 2014 ed il dicembre 2015 del 35% (contro il 18,1% provinciale) ed un incremento delle presenze del 30,4% (contro l’11,5% provinciale). Dati che mettevano pertanto in evidenza un certo recupero tra il 2014 ed il 2015 e dei numeri molto positivi per quanto riguardava il mese di dicembre, a testimonianza di un turismo sempre più legato alla destagionalizzazione.

Ma l’estate, invece, come è andata? In questo senso, abbiamo analizzato i dati provinciali aggregando i quattro mesi estivi (giugno, luglio, agosto e settembre). Anche da questo punto di vista i dati relativi alla Valdichiana nel suo complesso sono positivi: gli arrivi, tra l’estate 2014 e l’estate 2015, crescono del 9,7%, contro un dato provinciale che registra un + 6,1% e il resto della provincia di Siena che si ferma a un + 4,8%. Risultato simile per quanto concerne le presenze: in Valdichiana crescono del 9,8%, mentre in provincia di Siena nel suo complesso del 5,1%; il resto del territorio provinciale registra invece un + 3,3%.

A livello comunale, le crescite più importanti si registrano  nei comuni di Pienza (+37% gli arrivi e +39,5% le presenze) e Chianciano Terme (+13,1% sia per gli arrivi che per le presenze), mentre altri comuni mostrano delle dinamiche diverse tra arrivi e presenze: Montepulciano, ad esempio, incrementa gli arrivi del 6,8%, ma diminuisce le presenze dell’1%; Torrita di Siena, invece, mantiene pressoché costanti gli arrivi (+0,2%), ma incrementa le presenze (+15,2%).

Tuttavia, prendendo come riferimento tempi meno recenti, osserviamo dati diversi. Se confrontiamo i numeri del 2015 con quelli del 2002, la Valdichiana vede un aumento degli arrivi dell’11,8%, ma un decremento delle presenze del 26,8%, a differenza del dato provinciale complessivo che registra per gli arrivi un + 38,3% e per le presenze un + 11,6%; nel resto della provincia, addirittura, abbiamo un +52% degli arrivi ed un +41,3% per le presenze. È evidente che tale situazione è scaturita dal trend del comune di Chianciano Terme che, tra l’estate del 2002 e l’estate del 2015, perde il 14,8% degli arrivi e il 49,2% delle presenze che, in numeri assoluti, influiscono molto pesantemente su tutto il territorio della Valdichiana.

turismo estate 2015

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