La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Economia e Lavoro

Storia di un amore travagliato tra il mondo della scuola e quello del lavoro

Con questo titolo potremmo sintetizzare il rapporto tra mondo della formazione e del lavoro in Italia: due realtà che molto spesso faticano a dialogare, ma delle quali è necessario un…

Con questo titolo potremmo sintetizzare il rapporto tra mondo della formazione e del lavoro in Italia: due realtà che molto spesso faticano a dialogare, ma delle quali è necessario un punto d’incontro.

Si tratta infatti di un tema di grande importanza, considerando come l’economia del futuro si baserà interamente sulla conoscenza. In uno scenario come questo, una forza lavoro qualificata e con le competenze in linea con il mercato del lavoro, rappresentano un fattore altamente competitivo per le aziende. Non a caso il concetto di Industria 4.0, che può benissimo essere esteso a molti altri comparti, non può prescindere dall’apporto di una formazione continua.

In questa prospettiva, il legislatore ha recentemente avviato tutta una serie di riforme per cercare migliorie o correggere quegli strumenti che legano assieme mondo della formazione e mondo del lavoro. Nel Jobs Act si è operata una riscrittura del contratto di apprendistato ridefinendone i termini, così come è stata rivista l’istituzione dell’alternanza scuola-lavoro.

L’alternanza è stata resa obbligatoria e estesa a tutti gli studenti delle scuole secondarie di II secondo, con delle differenze: negli istituti tecnici e professionali, la durata complessiva, nel secondo biennio e nell’ultimo anno del percorso di studi, è di almeno 400 ore, mentre nei licei le ore previste nel triennio sono almeno 200.

La riforma ha suscitato non poche polemiche che hanno evidenziato determinate criticità: due sono stati gli aspetti più controversi, da una parte, il possibile rischio che le aziende sfruttino i ragazzi che vanno a fare l’alternanza, mentre dall’altra, che il tempo passato in azienda non sia formativo e non congruo con il percorso di studi svolto, problema particolarmente sentito per gli studenti dei licei.

Il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli ha riunito, lo scorso 16 dicembre, gli stati generali dell’alternanza scuola-lavoro, nei quali è stata presentata una nuova piattaforma che consente una gestione più snella da parte delle scuole denominata ‘La carta dei diritti e dei doveri per gli studenti’ e una nuova funzione attraverso la quale è possibile segnalare le criticità e tutta una serie di nuovi elementi.

Per approfondire il tema abbiamo intervistato Maria Luisa Ghidoli, segretaria confederale della Cgil Siena e Marina Cocchi, docente presso l’Istituto d’Istruzione Superiore Valdichiana di Chiusi che si occupa dei percorsi di alternanza.

Ghidoli, qual è il giudizio della Cgil in merito all’alternanza scuola-lavoro?

Per la deriva che sta prendendo assolutamente negativo. L’alternanza scuola-lavoro nasce come  un percorso didattico, che dovrebbe avvicinare il mondo della formazione a quello del lavoro, ma invece sta trasformando la scuola in una sorta di ufficio di collocamento che offre manodopera gratuita alla imprese. Da una parte, i ragazzi svolgono un percorso professionale che, in moltissimi casi, non è congruente con il ciclo di studi, dall’altra, molto spesso, vanno a sostituire dei lavoratori, e questo è un fatto molto grave che merita attenzione. C’è inoltre la necessità di adottare un codice etico da seguire nel momento in cui si vanno a scegliere quelle aziende con le quali avviare l’alternanza scuola-lavoro. Tutte quelle realtà colluse con la mafia, che inquinano il territorio o che sfruttano i lavoratori dovrebbero essere automaticamente escluse. In questo senso la creazione di un albo sarebbe certamente una cosa positiva. Ci sono ancora molti aspetti da migliorare e correggere.

Da poco si sono svolti gli stati generali dell’alternanza scuola-lavoro durante i quali il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli ha cercato di fare dei correttivi. Crede che siano sufficienti?

Questi stati generali hanno evidenziato come, anche il Ministero, si sia accorto delle criticità che ancora sono presenti. È stato inserito, all’interno della piattaforma dell’alternanza, un bottone rosso digitale, attraverso il quale gli studenti possono segnalare tutte quelle situazioni che impediscono il corretto svolgimento dei percorsi. Così come è stata istituita una task force di 100 docenti e 10 esperti del Ministero, distaccati presso gli uffici scolastici regionali, per la risoluzione delle criticità. Ma riteniamo che si tratti di misure e strumenti non ancora sufficienti. Non è stato minimamente toccato il monte ore che gli studenti devono svolgere all’interno dell’azienda e che, a nostro avviso, è ancora troppo elevato. Infine non si è minimamente accennato a come poter aiutare quelle famiglie che da sole non riescono a sostenere i costi delle trasferte dei propri figli quando vanno in azienda.

In che modo il sindacato potrebbe essere coinvolto?

Il sindacato può essere un soggetto indispensabile affinché l’incontro tra mondo della formazione e del lavoro avvenga nel miglior modo possibile. La scuola deve rimanere il luogo nel quale si forma la persona umana e non un ufficio di collocamento. Sul mancato coinvolgimento delle associazioni di rappresentanza, consideri che siamo in un momento nel quale il sindacato non è molto ben visto, ma questo non è un qualcosa di recente. Le sigle sindacali potrebbero rappresentare una sorta di cuscinetto tra scuola e azienda, e offrire così la propria competenza e esperienza per ovviare ai problemi che possono emergere. Ci potrebbe dunque essere un’azione di vigilanza e porre così le basi per una buona alternanza scuola-lavoro, anche attraverso accordi territoriali. Il sindacato potrebbe inoltre aiutare la scuola e lo studente a denunciare quelle situazioni non a norma. Con  il “bottone rosso” sostanzialmente si lascia lo studente da solo nel segnalare le problematicità che vengono a galla. È vero che ha la possibilità di confrontarsi con il proprio tutor, ma, sostanzialmente, la responsabilità ricade tutta su di lui. È chiaro che una ragazza o un ragazzo, a quell’età, non hanno ancora la maturità e le competenza per poter denunciare situazioni non consone all’alternanza scuola lavoro.

Nell’ultimo rapporto dell’Ocse “Getting Skills Right” si evidenzia come, in Italia, il titolo di studio non sempre riesca a comunicare le effettive competenze del giovane, e che quindi le imprese si trovino in difficoltà al momento della selezione.  Crede che l’alternanza scuola-lavoro possa ovviare in parte a questa problematica?

Credo che possa essere fatto, nella misura, in cui la scuola continui a preservare il suo compito volto all’orientamento del ragazzo, per capire le proprie preferenze per quella che potrebbe essere una futura ed eventuale occupazione. Certo il modo in cui l’alternanza scuola-lavoro è stata recepita da una normativa europea e inserita nella riforma della Buona scuola, non farà che aumentare le problematiche sopra elencate. L’istituto andrebbe totalmente rimodulato e ripensato. Vediamo se i correttivi introdotti dal ministro Fedeli riusciranno a ovviare alle problematicità sin qui emerse, ma siamo molto dubbiosi sul fatto che possano essere forieri di un cambiamento radicale.

Cocchi, qual è il ruolo della scuola all’interno dell’istituto dell’alternanza?

Il percorso dell’alternanza scuola-lavoro inizia il terzo anno. Quello che la scuola cerca di fare nel biennio è di preparare gli studenti con un minimo di conoscenze per affrontare nel migliore dei modi l’esperienza che andranno a svolgere in azienda. Questa formazione preliminare fornisce gli strumenti necessari sul tema della sicurezza nei luoghi di lavoro. Inoltre cerchiamo di orientare gli studenti, lavorando sulle loro competenze e aspirazioni, su un possibile percorso professionale. Bisogna sottolineare come questa fase preparatoria sia ancora parcellizzata e priva di una sua uniformità al livello nazionale. Da una parte perché il tessuto produttivo è estremamente variegato, e quindi ogni scuola si confronta con le realtà presenti nel proprio territorio. C’è poi da considerare come i licei da pochissimo hanno avviato l’alternanza. Siamo dunque ancora in una fase di rodaggio.  Stanno tuttavia nascendo delle associazioni, anche ad hoc, che presentano progetti di alternanza scuola-lavoro, soprattutto nei licei, dove magari è più difficile far incrociare il percorso di studi con un’esperienza nel mondo del lavoro che sia congruente e formativa.

In che modo la scuola vigila sul corretto svolgimento dei percorsi di alternanza?

La vigilanza viene svolta da un tutor interno, che solitamente è il coordinatore di classe, il quale, durante i 15 giorni che lo studente passa in azienda, ogni tanto si reca nell’impresa per vedere se effettivamente lo studente stia svolgendo il percorso prestabilito. C’è un tutor anche aziendale, che rimane sempre in contatto con quello scolastico per segnalare qualunque tipo di problema. L’azione di vigilanza si svolge poi anche attraverso la valutazione di ciò che effettivamente lo studente ha appreso, delle competenze che ha acquisito, questo sia alla fine dell’esperienza in azienda sia durante l’esame di maturità. Riguardo alle polemiche sullo sfruttamento dei ragazzi e al fatto che andavano a svolgere mansioni non in linea con il percorso di studi, quello che posso dire è che nella nostra realtà le aziende si sono sempre dimostrate disponibili e attente alla formazione dei ragazzi.

Crede che l’alternanza scuola-lavoro sia un buono strumento per collegare i due ambiti, e quali ritiene che debbano essere gli aspetti da migliorare?

Io credo di sì. Il tempo che il ragazzo passa in azienda non è poco, 400 ore permettono di fargli comprendere almeno le dinamiche che accadano all’interno di un posto di lavoro. Se dunque l’alternanza viene svolta nel modo consono può rappresentare un’ottima esperienza e uno strumento di collegamento tra mondo della formazione e del lavoro. Permango, ovviamente, degli aspetti da migliorare. Dobbiamo rammentarci che il primo ciclo di alternanza scuola-lavoro si concluderà solo nel 2019. Siamo dunque in una fase di rodaggio. Sugli aspetti da migliorare, il Ministero potrebbe forse attivarsi per far comprendere meglio ad alcune aziende l’importanza di questo strumento. Molto spesso sentiamo i datori di lavoro lamentarsi del fatto che devono spendere molto, sia in risorse che in tempo, per formare il novizio. Con l’alternanza le imprese hanno la possibilità di plasmare, per tre anni, un ragazzo, e avere quindi per il futuro una manodopera già formata. Dall’altra parte la scuola dovrebbe essere più connessa con il mondo del lavoro e questo evitando di formare il ragazzo su tecnologie molto spesso obsolete che non sono più usate nei luoghi di lavoro. In questo aspetto il Ministero potrebbe investire più risorse, che potrebbero aiutare le scuole a potare avanti l’alternanza nel miglior modo possibile.

Il sindacato non è stato sin qui coinvolto. È un soggetto del quale si è sentita l’assenza e quale potrebbe essere il suo apporto nell’ambito dell’alternanza scuola lavoro?

Fino a questo momento la sua assenza non si è fatta ancora sentire, anche perché è passato poco tempo, e i primi problemi stanno affiorando in questo momento. Sicuramente più avanti potrebbe giocare un ruolo importante, anche come trait d’union tra la scuola e le imprese, e dare seguito a quell’opera di sensibilizzazione nelle seconde prima accennata.

Il rapporto dell’Ocse, Getting Skills Right evidenzia come la “cattiva fama” degli istituti tecnici-professionali in Italia allontani i ragazzi da questa scelta. L’alternanza scuola-lavoro potrebbe, in parte, ovviare a questa situazione?

Questo della cattiva fama degli istituti professionali è un problema vero e sono convinta che lo strumento dell’alternanza possa essere, in parte, un rimedio. Non c’è nulla di negativo nel fatto che una ragazzo non sia portato per il classico. Con lo strumento dell’alternanza si dovrebbe, prima di tutto, esaltare le capacità dello studente, renderlo più consapevole di quello che potrebbe essere il proprio percorso futuro. È sbagliato far passare l’idea che la scelta di frequentare un istituto tecnico-professionale sia un ripiego.

In uno dei ultimi rapporti Getting Skills Right l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha evidenziato una situazione certamente non rosea per quanto riguarda il rapporto tra formazione e lavoro in Italia. L’organizzazione di Parigi ha sottolineato come, nel nostro Paese, “sono ancora troppi i giovani che si formano su tecnologie ormai obsolete e che, per questo motivo, alla conclusione del ciclo di studi professionalizzante non possiedono le competenze adeguate per renderli candidati appetibili nel mercato del lavoro”. Le imprese non riescono a trovare, sul mercato, le competenze richieste. Per quanto riguarda i laureati, la maggior parte di questi rimane intrappolato in un mercato del lavoro che li colloca in posti di lavoro di scarsa qualità e per i quali, di solito, sono sovra-qualificati.

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Lo stato dell’arte dei voucher. Intervista alla vicepresidente di Confcommercio Arezzo Fei

Introdotti per la prima volta nel 2003 dalla riforma Biagi, i voucher fanno il loro debutto nel mercato del lavoro nel 2008, quando il Governo guidato da Romano Prodi ne…

Introdotti per la prima volta nel 2003 dalla riforma Biagi, i voucher fanno il loro debutto nel mercato del lavoro nel 2008, quando il Governo guidato da Romano Prodi ne implementa l’uso all’interno del comparto agricolo, e nello specifico per la vendemmia. Sino a quel momento infatti i buoni lavoro erano stati uno strumento pressoché sconosciuto.

Si assiste, negli anni successivi, ad un progressivo ampliamento del raggio di azione dei voucher. Nel 2010, l’esecutivo guidato da Berlusconi estende l’applicazione di questo istituto a tutti i soggetti contemplati nella riforma Biagi, uscendo così dal solo settore primario. Sotto il Governo Monti, il ministro Fornero ne liberalizza di fatto l’uso, estendendoli a molti più settori, lasciando come unico vincolo il tetto massimo per il lavoratore fissato a 5mila euro, e quello per il prestatore a 2mila euro. Nel 2013, il Governo guidato da Enrico Letta cancella il requisito che le mansioni pagate coi voucher debbano essere di natura meramente occasionale.

C’è stata dunque, fino al 2014, una sostanziale liberalizzazione nelle possibilità d’uso dei buoni lavoro. Il Jobs Act ha poi introdotto dei cambiamenti nella disciplina. Il primo di questi riguarda l’innalzamento del tetto, ma solo per il lavoratore, a 7mila euro, il secondo ne vieto l’uso negli appalti e l’ultimo impone al datore di lavoro di dichiarare in anticipo le generalità del lavoratore soggetto al regime del voucher e le coordinate (il giorno, il luogo e i tempi) entro le quali si svolgerà la prestazione.

La ratio del voucher è stata quella di introdurre uno strumento per disciplinare tutte quelle prestazioni che, data la loro natura occasionale, non potevano essere previste e preventivate dal datore di lavoro e che non potevano rientrare forme contrattuali tradizionali. In questo modo si è cercato di arginare e combattere il lavoro nero, molto presente in determinati settori come quello agricolo o nel mondo dei lavori domestici. Allo stesso tempo il voucher poteva rappresentare una tutela per le fasce di lavoratori più deboli, o chi era a rischio di esclusione sociale, favorendo l’entrata o l’uscita dei giovani e dei meno giovani dal mercato del lavoro.

Il buono lavoro è diventato oggetto di una crescente attenzione negli ultimi mesi, a seguito del duro scontro tra le istituzioni e una parte delle forze sociali. È stato soprattutto il sindacato guidato da Susanna Camusso a evidenziare un uso improprio dello strumento, dietro al quale si nascondevano prestazioni di lavoro che avevano perso del tutto il loro essere occasionale. Il voucher diviene, nella narrazione della Cgil, uno dei simboli della precarietà che contraddistingue il mercato del lavoro attuale.

Così il sindacato di Corso d’Italia avvia, dalla primavera del 2016, una raccolta di firme per chiedere, tramite il referendum, l’abolizione di alcune norme contenute nel Jobs Act, tra cui quella riguardante i buoni lavoro. La Corte Costituzionale ha accolto il quesito referendario (insieme a quello relativo agli appalti e respingendo quello che chiedeva la reintroduzione dell’art. 18), ritenendo che l’evoluzione dell’istituto avesse trasceso i caratteri di occasionalità della prestazione lavatori, per la quale era nato, essendo diventata alternativo ad altri istituti contrattuali, e quindi non più necessario.

Una situazione che ha portato il governo Gentiloni ad abrogare lo strumento con il decreto legge n. 25 del 17 marzo, disinnescando così la bomba referendaria della Cgil, che aveva fissato la data del voto per il 28 maggio. In questo modo i voucher non sarebbero più stati utilizzabili a partire da gennaio 2018. Tuttavia, in seguito al vuoto normativo che si è venuto a creare, con il decreto legge 50/2017 sono stati rimessi nel mercato del lavoro una nuova tipologia di voucher, operativi a partire dal 10 di luglio 2017. I nuovi voucher Inps si suddividono in due tipologie: una destinata per i lavori domestici, il libretto famiglia, e l’altra rivolta alle imprese, il PrestO, acronimo di Prestazione Occasionale.

Non solo dunque strumento giuslavoristico, il voucher è diventato il confine di scontro tra chi considera questo strumento un modo per disciplinare quelle forme di lavoro facilmente suscettibili di cadere nell’irregolarità, mettendo a disposizione a chi percepisce forme di sostegno al reddito, un ulteriore canale per rafforzare le proprie finanze, senza che i due istituti siano in contrasto tra loro. D’altra, c’è chi ne accentua maggiormente gli aspetti distorsivi, evidenziando il fatto che il voucher sia foriero di forti abusi e non faccia che alimentare la precarietà della forza lavoro, non riuscendo di fatto ad apportare legalità in determinati segmenti del mercato del lavoro.

Da punto di vista numerico, il mondo dei voucher copre un segmento del mercato molto limitato: rappresentano infatti solo lo 0,23% del totale del costo del lavoro in Italia. C’è sta una forte crescita a partire dal 2008. I dati forniti dall’Inps evidenziano un aumento del 58% tra il 2014 e il 2015, e del 24% a cavallo tra il 2015 e il 2016. Per quanto riguarda la popolazione lavorativa che utilizza i voucher, il 37% è composte da persone già occupate che integrano il proprio reddito, il 26% da da pensionati o indennizzati in altro modo, il resto da silenti, ossia persone che prima non lavoravano, autonomi e parasubordinati. Stando sempre ai dati forniti dall’Inps, su un totale di un milione e trecentomila lavoratori pagati coi voucher, il 70% di questi è dato da prestatori di lavoro non esclusivi, ossia per persone per le quali i voucher rappresentavano un’integrazione al reddito, e non la fonte principale

Per analizzare lo stato dell’arte dei voucher, anche alla luce degli ultimi cambiamenti, abbiamo intervistato Catiuscia Fei, vicedirettrice della Confcommercio di Arezzo per l’area politico-sindacale.

Fei che cosa ha comportato l’abolizione dei voucher per il terziario?

Prima di tutto è necessario fare due premesse, una di ordine tecnico ed una di ordine politico. I vecchi voucher, per come erano stati concepiti dal legislatore, costituivano uno strumento ottimo per gestire con grande flessibilità, che non vuol dire deregulation, quei picchi di lavoro tipici di alcuni comparti del terziario. Nel turismo, così come nella ristorazione erano molto utilizzati, proprio perché si verificano situazioni lavorative che, data la loro natura occasionale, non potevano essere precedentemente pianificate. Inoltre il voucher faceva emergere il lavoro nero, limitandolo. E da qui passo alla seconda considerazione più di ordine politico. Se ci sono aziende che ne fanno un uso scorretto bisogna fare i controlli e punirle, perché inquinano il mercato attraverso una concorrenza sleale in termini di costi, ma non abolire lo strumento, perché così si penalizza anche chi opera in modo corretto. Ma abolire del tutto uno strumento utilissimo è un qualcosa di assurdo. Il legislatore avrebbe dovuto avere più coraggio nell’apportare, semmai, maggiori controlli per ridurre gli abusi.

Quali sono stati gli strumenti con i quali le aziende hanno fatto fronte all’abolizione dei voucher?

Con il venir meno dei voucher, abbiamo riscontrato un crescente uso del contratto a chiamata. Si tratta di uno strumento che presuppone una vera e propria assunzione, e che che quindi comporta anche costi maggiori. Ma il punto non è questo. Il vero limite  del contatto a  chiamata risiede nel fatto che, per certi aspetti, è meno snello e agevole dei voucher, per altri, invece, è soggetto a controlli inferiori, perché, ad esempio, non bisogna indicare la fascia oraria nella quale si svolge la prestazione. Dunque anche con il contratto a chiamata si possono perpetrare condotte scorrette da parte dell’azienda. Inoltre non c’è stato un cambiamento nella condizione occupazionale di questi lavoratori. È vero che con il contratto a chiamata una persona è tecnicamente assunta dall’azienda, ma permane il fatto che si tratta, pur sempre, di un percorso lavorativo non contraddistinto dalla continuità. Non c’è stato dunque quel salto di qualità nella condizione professionale di molte persone, una volta cancellati i voucher.

Il legislatore ha introdotto due nuove tipologie di voucher, per sopperire al voto legislativo che si era venuto a creare, il libretto famiglia e il PrestO. Riguardo a quest’ultimo, crede che il legislatore sia riuscito a fornire uno strumento adeguato?

Il PrestO non si sta dimostrando all’altezza del compito per il quale era stato introdotto, a causa di diverse problematiche. La prima risiede nel modo in cui è stata concepita la platea di imprese destinatarie. Infatti il PrestO può essere utilizzato da realtà con fino a 5 dipendenti. Si è dunque, erroneamente, pensato che imprese più grandi e strutturate non utilizzassero i voucher. Il secondo ostacolo è dato dalla fruibilità dello strumento in sé, che è molto farraginoso. L’azienda deve avere aperto un portafoglio telematico. In questo portafoglio l’impresa dovrebbe indicare, in anticipo, sia quando necessiterà delle prestazione, sia pagare, tramite il modello F24, l’importo. Ma se stiamo parlando di prestazioni lavorative occasionali, che appunto si manifestano in modo inaspettato, è impossibile prevederle in anticipo. Inoltre il presto non si può attivare dalla mattina alla sera, come poteva essere fatto coi vecchi voucher, perché occorre un pin dell’Inps sia per l’impresa che per il lavoratore. In più l’azienda deve pagare il lavoratore minimo per quattro ore, anche se la prestazione è solamente di due. È dunque chiaro che abbiamo di fronte uno strumento che di certo non si contraddistingue per la sua immediatezza e facilità di utilizzo.

In che modo dunque dovrebbe essere ripensato lo strumento e cosa avete chiesto, come Confcommercio, per far fronte a questa situazione?

Il PrestO andrebbe del tutto ripensato e rimodificato, perché nelle condizioni attuali è pressoché inutilizzato. Si potrebbe affinare il contratto a chiamata per renderlo più fruibile. La miglior cosa sarebbe riprendere in mano i vecchi voucher e ripensarli in modo diverso, cercando di eliminare i possibili abusi. Abbiamo sempre sostenuto la necessità di fare i controlli, e rafforzali qualora ce ne sia bisogno, punendo le imprese che operano in modo scorretto. Tuttavia questo non vuol dire non riconoscere l’utilità dello strumento e la sua flessibilità, che ripeto non vuol dire deregulation, ma dare alle aziende gli strumenti più idonei per far fronte a quelle situazioni di lavoro impreviste. Inoltre i voucher contemplavano anche una parte di contributi, e bisogna ricordare come il buono lavoro non rappresentava l’unica fonte di reddito per il lavoratore, che, solitamente, si muoveva su più occupazioni.

Secondo le ultime stime dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps, tra gennaio e settembre del 2017 le assunzioni a chiamata si attestano a 319mila, con una crescita, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, del 133%. Secondo l’Osservatorio tale incremento potrebbe essere posto in relazione alla necessità per le imprese di ricorrere a strumenti contrattuali sostitutivi dei voucher.

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I Neet, la spina nel fianco del nostro Paese

Vengono definiti Neet, acronimo inglese di Not in education, employment or training, e sta ad indicare tutti quei giovani che non sono occupati o impegnati in percorsi formativi. L’espressione venne…

Vengono definiti Neet, acronimo inglese di Not in education, employment or training, e sta ad indicare tutti quei giovani che non sono occupati o impegnati in percorsi formativi. L’espressione venne usata per la prima volta nel luglio del 1999 dalla Social Exclusion Unit del governo britannico, per indicare qui giovani a forte rischio di esclusione sociale. L’età di riferimento parte dai 15 anni fino ai 24, ma le statistiche tengono conto anche dei giovani fino ai 29 o i 35 anni.

Il tema dei Neet costituisce una spina nel fianco per nostro paese, con percentuali che ci rendono, molto spesso, la “pecora nera” all’interno dell’eurozona. Gli ultimi dati sul fenomeno restituiscono un quadro che non è un eufemismo definire allarmante.

L’indagine 2017, promossa dalla Commissione europea, sull’occupazione e gli sviluppi sociali in Europa (Esde), tratteggia uno scenario critico per l’Italia, con una percentuale di Neet, tra i 15 e i 24 anni, che si attesta al 20%, equivalente a 2,2 milioni di giovani, rispetto alla media europea dell’11,5%. Anche l’Istat, nel suo ultimo rapporto annuale, ha certificato una situazione preoccupante, con i Neet tra i 15 e i 29 anni che raggiungono il 24,3%. Numeri che ci pongono al primo posto di questa ben poco invidiabile classifica, precedendo paesi con un Pil inferiore al nostro, come Romania e Bulgaria. Se poi andiamo a considerare i giovani compresi tra i 20 e i 34 anni, la percentuale dei Neet si attesta al 30,7%, rispetto alla media della zona euro del 18,3%.

Queste percentuali così alte posso essere lette come il frutto dei lunghi anni di crisi, che hanno duramente colpito il tessuto produttivo italiano. Se questa, da una parte, è una riflessione certamente valida, dall’altra, tuttavia, mal si spiega come, anche nel periodo precrisi, la quota di Neet in Italia fosse molto più alta di quella di altri partner europei. I Neet rappresentano dunque la triste conseguenza della mancanza strutturale di politiche attive rivolte ai percorsi formativi e lavorativi dei giovani, e non unicamente uno dei tanti aspetti della recessione economica.

Il mondo dei Neet è un universo estremamente ampio e variegato, ma il filo rosso che lo attraversa e lo lega è un profondo senso di scoraggiamento e frustrazione. Questi due aspetti, estremamente perniciosi, fanno desistere i giovani dalla ricerca di un’occupazione, poiché subentra la convinzione che tanto non se ne troverà una, e, contemporaneamente, abbandonano anche i percorsi formativi. Si innesca così un duplice problematica, che ricade sia sul piano strettamente economico sia su quello sociale.

La mancata attivazione nella ricerca di un’occupazione pone il Neet nella condizione di sperimentare una crescente difficoltà nell’accesso al mondo del lavoro. Una difficoltà acuita dal fatto che il Neet si rende poco appetibile o occupabile sul mercato, a causa del naturale invecchiamento delle competenze, all’interno di un contesto nel quale il lifelong-learning, ossia la prospettiva di una formazione continua, anche durante la vita lavorativa, assume un’importanza crescente.

I paesi del sud Europa, tra cui l’Italia, rispetto alle economie dell’Europa centro-settentrionale presentano un mercato del lavoro molto più fragile, fiaccato dagli anni di crisi e dalla politiche di austerità. Gli under hanno pagato il prezzo più alto, con una crescente difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro, sperimentando percorsi professionali contraddistinti dall’incertezza. Questo ha acuito il senso di precarietà, con un serio rischio di esclusione sociale. Contestualmente è cresciuta anche la povertà tra fasce più giovani della popolazione. Gli ultimi dati Istat certificano come 1 milione 17mila persona tra i 18 e i 34 anni, ossia il 10%, vivano in condizioni economiche estremamente precarie.

Bisogna inoltre considerare le profonde differenze territoriali, poiché essere un Neet al nord o al sud non è sempre la stessa cosa, tanto da poter parlare di un paese diviso a metà. La crisi del 2008 non ha fatto altro che acuire le enormi diseguaglianze preesistenti. Nel Mezzogiorno i Neet tra i 15 e i 29 anni sono 1,2 milioni, pari al 36%, con un’incidenza altissima tra le donne. Al Nord, invece, le percentuali sono dimezzate rispetto al Mezzogiorno.

Resta infine da valutare il ruolo della famiglia. Il nostro sistema di welfare viene definito, dalla letteratura accademica, di stampo “familistico”, perché ha delegato, nel corso del suo sviluppo, molti compiti di cura e assistenza alla rete familiare. In altre parole tutti quegli spazi lasciati scoperti dalla protezione sociale pubblica, sono stati presi in carico dalla famiglia. Il giovane Neet molto spesso trova nella famiglia quella reta di sicurezza che impedisce di scivolare verso una pericolosa esclusione sociale.

Allo stesso tempo questo ruolo protettivo può avere un effetto che potremmo definire “soporifero”. Il fatto che il disagio sociale non esploda violentemente, o che i suoi effetti si manifestino in modo più diluito, grazie all’azione mitigatrice della famiglia, può forse impedire una piena comprensione della gravità del fenomeno dei Neet, rimandando anche l’attuazione di  quelle necessarie politiche inclusive, volte a facilitare l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro o l’inserimento all’interno di programmi formativi. Continuar a far ricadere sulla famiglia la cura dei Neet vuol dire mettere sotto pressione la ricchezza dei nuclei familiari, con il rischio che, qualora questa ricchezza dovesse esaurirsi, ci ritroveremo un esercito di giovani privi di qualsiasi tutela.

Analizzando il contesto toscano, l’Irpet, l’Istituto Regionale Programmazione Economia della Toscana, nel rapporto La situazione economica e sociale in Toscana, presentato a Firenze lo scorso 4 luglio, evidenzia come i Neet, tra i 15 e i 29 anni, siano 96mila unità, il 19,2% della popolazione della medesima fascia di età. Analizzando la composizione dei Neet, un dato che merita di essere evidenziato è che, nel corso della crisi, è cresciuto il numero dei disoccupati rispetto a quello degli scoraggiati.

I motivi di questo cambiamento sono sostanzialmente due. Da una parte va segnalato come, durante la recessione economica, molti abbiano perso la propria occupazione, diventando dei disoccupati. Dall’altra – e qui risiede l’aspetto positivo – una parte di coloro che prima erano inattivi sono usciti da questa condizione, iniziando la ricerca di un lavoro, entrando così nella parte della popolazione attiva. Questo leggero, ma significativo, cambio di rotta, può essere un segnale di una maggiore attenzione, anche da parte delle politiche regionali e nazionali, verso questo problema.

I Neet sono forse la faccia più preoccupante della problematica giovanile del nostro paese, una problematica che, come abbiamo detto, interessa tutta l’eurozona, anche se con percentuali diverse. Proprio per far fronte a queste crisi generazionale, nell’aprile 2013 è stato promosso, al livello europeo, un pacchetto di misure, pensate per i giovani, volte a favorire l’inserimento nel mondo del lavoro o mirate a fornire percorsi di formazione professionalizzanti, noto con il nome di Youth Guarantee, Garanzia Giovani.

All’interno di questa cornice più ampia, la Toscana ha dato vita ad una propria strategia per combattere la disoccupazione e l’esclusione giovanile, attraverso il progetto “Giovanisì”, che contempla anche misure rivolte ad una platea e ad una fascia di età più ampia, rispetto a Garanzia Giovani.

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Prospettiva Valdichiana: l’età degli edifici e il rischio sismico

Rischio sismico: la data di costruzione degli edifici in Valdichiana Gli ultimi eventi sismici che hanno colpito in particolar modo l’Italia centrale, con le violente scosse del 24 agosto e,…

Rischio sismico: la data di costruzione degli edifici in Valdichiana

Gli ultimi eventi sismici che hanno colpito in particolar modo l’Italia centrale, con le violente scosse del 24 agosto e, ancor di più, dello scorso 30 ottobre, hanno inevitabilmente accresciuto la preoccupazione dei cittadini, visto e considerato che gran parte del territorio della nostra penisola, escluse rare eccezioni, è classificato come ad elevato e medio rischio sismico.

Ma qual è la situazione degli edifici nel territorio della Valdichiana? C’è da dire innanzitutto che a livello di normativa, l’anno di svolta è stato il 1974, con la legge n.64 che richiede la presenza di motivazioni tecnico-scientifiche affinché una zona venga effettivamente definita come sismica e vengono previste le prime linee guida per la costruzione di edifici. Successivamente, purtroppo, la situazione ha continuato a non essere totalmente completa con alcune zone rimaste senza classificazione e, per arrivare a una situazione più chiara, è stato necessario attendere il 2002, quando un altro evento sismico sconvolge il Molise con la previsione di quattro zone in base ai livelli di pericolosità. È verosimile ipotizzare, pertanto, che gli anni ’80 siano una sorta di spartiacque per la costruzione degli edifici: fino a tale data si è costruito in assenza di indicazioni precise, ma anche le costruzioni successive, almeno fino al 2009, sono state progettate in base a criteri antisismici abbastanza inadeguati.

In questa uscita di Prospettiva Valdichiana cercheremo di capire meglio quale è l’età degli edifici del nostro territorio, analizzando i dati di italia.indettaglio.it, che raccoglie le principali informazioni dei comuni italiani, concentrandoci, come di consueto, sul territorio della Valdichiana Senese. In Valdichiana Senese sono presenti complessivamente 7.784 edifici, dei quali 7.666 utilizzati. Di questi ultimi, 6.887 sono adibiti a edilizia residenziale, 779 sono invece destinati a uso produttivo, commerciale o altro (cfr. Tabella 1).

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Osservando tali dati dal punto di vista percentuale, possiamo vedere come il 36,2% degli edifici residenziali siano stati costruiti prima del 1919 e solamente l’1,1% dopo il 2005 (cfr. Tabella 2). Considerando lo spartiacque del 1980, vediamo come l’87,4% degli edifici residenziali sia stato costruito prima del 1980, e solamente il 12,6% successivamente. La percentuale di edifici costruiti prima del 1980 sale poi vertiginosamente in comuni come Chiusi (96,4%), Chianciano Terme (92,4%) e Montepulciano (91,5%).

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Per quanto concerne i materiali di costruzione, dei 6.887 edifici adibiti a edilizia residenziale, 4.631 edifici sono stati costruiti in muratura portante (67,2%), 1.355 in cemento armato (19,7%) e 901 utilizzando altri materiali, quali acciaio, legno o altro (13,1%) (cfr. Tabella 3).

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Anche in questo caso, alcuni comuni si discostano dal valore medio del territorio, come ad esempio Trequanda, dove il 93,7% degli edifici residenziali sono stati costruiti in muratura portante, o Sarteano, dove solamente il 41,5% degli edifici residenziali è stato costruito in muratura portante.

Come ripetuto più volte, la Valdichiana è classificata come una zona a rischio moderato, ma è evidente che il rischio sismico elevato che caratterizza territori relativamente vicini, come l’Umbria o anche la stessa zona amiatina e, soprattutto, il fatto che l’Italia è lo stato europeo senza dubbio più soggetto a scosse di terremoto, dovrebbe far riflettere in particolar modo sulla prevenzione e sugli interventi di adeguamento delle nostre costruzioni che, in molti casi, sono state costruite in anni in cui le normative erano tutt’altro che adeguate.

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Prospettiva Valdichiana: tempo di vendemmia

Tempo di vendemmia: vino, vino biologico e vino biodinamico. Diamo i numeri Dopo la pausa estiva torna la rubrica Prospettiva Valdichiana e lo fa proprio nel bel mezzo della vendemmia….

Tempo di vendemmia: vino, vino biologico e vino biodinamico. Diamo i numeri

Dopo la pausa estiva torna la rubrica Prospettiva Valdichiana e lo fa proprio nel bel mezzo della vendemmia. È proprio in questi giorni, infatti, che le numerose aziende agricole del territorio sono intente a raccogliere l’uva dalla vigna per portarla in cantina ed iniziare il processo di vinificazione, che trasformerà il mosto in vino. Il rituale della vendemmia è da sempre un momento di grande fascino, e porta con sé un valore storico e antropologico. È un vero e proprio “evento” annuale di lavoro e condivisione sociale nel territorio.

Ma veniamo ai numeri, cercando di vedere quanto si coltiva, quanto si produce e come si produce, tenendo sempre un occhio di riguardo al territorio della Valdichiana. I dati su cui si basa la nostra analisi provengono dall’Istat, in particolare dai dati del 6° Censimento generale dell’Agricoltura, da SINAB, ARTEA e da alcuni siti specializzati come inumeridelvino.it, demeter.it e uiv.it.

Secondo i dati ARTEA, nel corso del 2014, in Toscana vi sono 23.288 aziende che coltivano vite, per un totale di superficie vitata di 57.942,44 ha. Il maggior numero di aziende è in provincia di Arezzo (4.942 aziende, il 21,2% del totale regionale), seguita dalla provincia di Siena (4.107 aziende, il 17,6% del totale regionale). Ma è proprio la provincia di Siena ad avere la maggior superficie vitata della regione, addirittura il 32,4%, equivalente a 18.774,67 ha.

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Sempre secondo i dati ARTEA, riferiti alla vendemmia 2014, sono stati prodotti quasi 1 milione e 800mila hl di vino D.O.P. nella regione Toscana, suddivisi in quasi 312mila hl di vino D.O.C. e quasi 1 milione e mezzo hl di vino D.O.C.G.. Circa metà della produzione (48,7%) riguarda il Chianti e le varie sottozone, mentre il vino D.O.C.G. per eccellenza della Valdichiana senese, il Vino Nobile di Montepulciano, rappresenta il 3,8% della produzione regionale; tra i D.O.C., invece, il rosso di Montepulciano rappresenta l’1,7% della produzione regionale.

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Sempre di più, inoltre, si sente parlare di vini biologici e vini biodinamici, sia da parte dei consumatori, sempre più attenti verso l’acquisto di prodotti a basso impatto ambientale, sia da parte dei produttori e viticoltori, orientati alla costante ricerca di diversità ed autenticità del loro lavoro, attraverso l’agricoltura biologica, biodinamica o naturale.

I dati ISTAT del 6° Censimento generale dell’Agricoltura ci dicono che la superficie biologica di vite è, in Italia, di 43.999 ha, con la Toscana che ha una superficie di vite biologica di 4.699 ha, il 10,7% del totale nazionale. All’interno del territorio toscano, è proprio la provincia di Siena a vantare la maggior superficie di vite biologica, con 1.412 ha (il 30,1% del totale regionale).

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Più in dettaglio, all’interno della provincia di Siena, tra i vari SEL è l’Alta Val d’Elsa a detenere la maggior superficie biologica di coltivazione della vite con 443,2 ha (il 31,4% del totale provinciale), seguita dal Chianti con il 28,8% (406,9 ha) e dalla Valdichiana Senese con il 16,1% (226,8 ha).

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Nell’Alta Val d’Elsa solo il comune di San Gimignano registra una superficie biologica di vite di 336,8 ha; a livello provinciale vi è poi il comune di Castellina in Chianti con 172,4 ha e il comune di Montalcino con 161,6 ha. Nella Valdichiana Senese è Montepulciano ad avere il primato con 78,9 ha, seguito da Sinalunga con 52,2 ha e da Trequanda con 19,4 ha.

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Vi è poi la viticoltura biodinamica, un particolare metodo di coltivazione il cui marchio commerciale è detenuto dalla Demeter International, un’associazione di adepti della metodologia che, attraverso l’adozione di un disciplinare, si propone di mantenere i medesimi standard tra i coltivatori sia nella fase di produzione sia nella fase di trasformazione dei prodotti agricoli. Il principio base della biodinamica è la ricerca della biodiversità, un equilibrio tra l’uomo, le piante e il cosmo, cercando di sfruttare al meglio le forze naturali nei terreni e l’influenza dei pianeti quando si agisce sulla terra in modo da rendere la pianta più resistente ed autosufficiente. In Toscana le aziende produttrici di vino certificate Demeter sono 19, di cui 4 in provincia di Siena.

Vini toscani e denominazioni: fonte Federdoc

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Prospettiva Valdichiana: affluenza alle urne

L’inesorabile calo dell’affluenza, anche in Valdichiana Domenica scorsa si è votato in molti comuni italiani per le elezioni amministrative. In Valdichiana i comuni che sono andati al voto sono stati…

L’inesorabile calo dell’affluenza, anche in Valdichiana

Domenica scorsa si è votato in molti comuni italiani per le elezioni amministrative. In Valdichiana i comuni che sono andati al voto sono stati due, Chiusi e Trequanda. Per tale motivo, in questa uscita di Prospettiva Valdichiana abbiamo deciso di analizzare il dato riguardante l’affluenza, analizzando le ultime cinque tornate elettorali comunali dei dieci comuni della Valdichiana Senese. I dati sono quelli del Ministero degli interni, analizzati dall’istituto di ricerca fiorentino reteSviluppo.

Nei due comuni interessati, l’affluenza alle urne è stata del 71,34% a Trequanda e del 68,76% a Chiusi; a livello nazionale l’affluenza è stata del 62,14%. Il dato, quindi, è migliore rispetto a quello medio nazionale, come quasi sempre accade nel nostro territorio dove, indipendentemente dal tipo di elezione, l’affluenza tende ad essere più alta rispetto a quella media nazionale. Ma, nonostante questo, anche in Valdichiana, l’affluenza tende a diminuire costantemente negli ultimi anni.

Come detto, sono state prese in considerazione le ultime cinque elezioni comunale dei 10 comuni della Valdichiana, per la maggior parte dei quali si sono svolte nel 1995, nel 1999, nel 2004, nel 2009 e nel 2014. Vi sono poi alcuni comuni in cui le tornate elettorali si sono svolte in anni diversi: a Chiusi, le ultime 5 elezioni comunali, si sono avute nel 1998, nel 2002, nel 2007, nel 2011 e appunto nel 2014; a Trequanda, prima delle elezioni di domenica scorsa, si è votato per l’elezione del sindaco nel 1997, nel 2001, nel 2006 e nel 2011; infine Sarteano, dove le ultime cinque elezioni comunali si sono svolte nel 1994, nel 1998, nel 2002, nel 2007 e nel 2012.

Ma vediamo come è cambiata l’affluenza alle urne. Se l’affluenza media dei dieci comuni nel 1995 era dell’87,59%, nell’ultima votazione per il sindaco la media dei dieci comuni della Valdichiana Senese è scesa al 72,19%. Il calo è di poco superiore ai 15 punti percentuali: la diminuzione è stata marcata tra il 1995 e il 1999, quando l’affluenza è passata dall’87,59% all’81,53% e dal 2009 al 2014, quando è passata dal 78,06% all’attuale 72,19%.

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Se osserviamo poi i singoli comuni, notiamo come in alcuni casi siamo scesi anche sotto al 70%: proprio a Chiusi, come dicevamo, domenica 5 giugno 2016 l’affluenza si è fermata al 68,76%, ma anche a Sarteano, nelle ultime consultazioni comunali, vi è stata un’affluenza del 66,61%, e anche a Sinalunga ci siamo fermati al 68,8%. E pensare che proprio a Sinalunga, nel 1995, l’affluenza era stata dell’89,96% (-21,16%). Solo il comune di Pienza si mantiene sopra l’80% (82,77% nel 2014), ma anche in questo caso si perdono quasi 8 punti percentuali, visto che nel 1995 era andato a votare il 90,45% dell’elettorato avente diritto. I cali più consistenti si sono avuti, oltre che a Sinalunga, a Sarteano (-20,59%), a Torrita di Siena (-17,56%) e a Chianciano Terme (-17,02%), ma anche a Montepulciano si supera il 15% (-16,78%).

Purtroppo, la tendenza è comune in tutta Italia, con un livello di astensionismo che, pur variando a seconda del tipo di elezione, è costantemente crescente. A livello nazionale, ad esempio, se prendiamo in considerazione le elezioni politiche, se dal 1948 al 1979 abbiamo costantemente superato il 90% di affluenza alle urne, negli ultimi 30 anni il dato è andato regolarmente diminuendo arrivando al 72,25% delle ultime elezioni nel 2013. Le ragioni sono numerose, e sono da ricercarsi sia alla crisi delle ideologie e dei partiti che ha avuto inizio verso la fine degli anni ’70, sia alla sempre crescente sfiducia-protesta verso i nostri governanti.

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Prospettiva Valdichiana: analisi del turismo estivo

Prospettiva Valdichiana e dati turistici: come è andata la scorsa estate? Essendo ormai alle porte le vacanze estive, in questa uscita di Prospettiva Valdichiana ci occupiamo di turismo. Nel recente…

Prospettiva Valdichiana e dati turistici: come è andata la scorsa estate?

Essendo ormai alle porte le vacanze estive, in questa uscita di Prospettiva Valdichiana ci occupiamo di turismo. Nel recente Forum sul Turismo in Valdichiana, tenutosi lo scorso 20 aprile 2016 all’Istituto Pellegrino Artusi di Chianciano Terme, ed organizzato dall’Associazione Albergatori di Chianciano Terme insieme a reteSviluppo e a Valdichiana media, proprio l’Istituto di ricerca fiorentino ha analizzato i dati turistici del 2015 in Valdichiana diffusi qualche settimana fa dalla Provincia di Siena.

In quell’occasione si faceva riferimento alle differenze di arrivi e presenze tra il 2014 ed il 2015, con un focus particolare relativo ai mesi di dicembre dei due anni, per capire come gli eventi organizzati nel relativo periodo avevano influito sui numeri turistici. Da questo punto di vista i dati erano buoni, con la Valdichiana che tra il 2014 ed il 2015 aveva accresciuto i propri arrivi dell’8,1% e le proprie presenze del 10%, contro dei dati provinciali che esprimevano crescite più contenute: + 6,3% gli arrivi e +4,7% le presenze. Ancora meglio per ciò che riguardava il mese di dicembre, con la Valdichiana che registrava un incremento degli arrivi tra il dicembre 2014 ed il dicembre 2015 del 35% (contro il 18,1% provinciale) ed un incremento delle presenze del 30,4% (contro l’11,5% provinciale). Dati che mettevano pertanto in evidenza un certo recupero tra il 2014 ed il 2015 e dei numeri molto positivi per quanto riguardava il mese di dicembre, a testimonianza di un turismo sempre più legato alla destagionalizzazione.

Ma l’estate, invece, come è andata? In questo senso, abbiamo analizzato i dati provinciali aggregando i quattro mesi estivi (giugno, luglio, agosto e settembre). Anche da questo punto di vista i dati relativi alla Valdichiana nel suo complesso sono positivi: gli arrivi, tra l’estate 2014 e l’estate 2015, crescono del 9,7%, contro un dato provinciale che registra un + 6,1% e il resto della provincia di Siena che si ferma a un + 4,8%. Risultato simile per quanto concerne le presenze: in Valdichiana crescono del 9,8%, mentre in provincia di Siena nel suo complesso del 5,1%; il resto del territorio provinciale registra invece un + 3,3%.

A livello comunale, le crescite più importanti si registrano  nei comuni di Pienza (+37% gli arrivi e +39,5% le presenze) e Chianciano Terme (+13,1% sia per gli arrivi che per le presenze), mentre altri comuni mostrano delle dinamiche diverse tra arrivi e presenze: Montepulciano, ad esempio, incrementa gli arrivi del 6,8%, ma diminuisce le presenze dell’1%; Torrita di Siena, invece, mantiene pressoché costanti gli arrivi (+0,2%), ma incrementa le presenze (+15,2%).

Tuttavia, prendendo come riferimento tempi meno recenti, osserviamo dati diversi. Se confrontiamo i numeri del 2015 con quelli del 2002, la Valdichiana vede un aumento degli arrivi dell’11,8%, ma un decremento delle presenze del 26,8%, a differenza del dato provinciale complessivo che registra per gli arrivi un + 38,3% e per le presenze un + 11,6%; nel resto della provincia, addirittura, abbiamo un +52% degli arrivi ed un +41,3% per le presenze. È evidente che tale situazione è scaturita dal trend del comune di Chianciano Terme che, tra l’estate del 2002 e l’estate del 2015, perde il 14,8% degli arrivi e il 49,2% delle presenze che, in numeri assoluti, influiscono molto pesantemente su tutto il territorio della Valdichiana.

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Prospettiva Valdichiana: le quotazioni immobiliari

Prospettiva Valdichiana e quotazioni immobiliari: quanto valgono le nostre case? Nell’uscita odierna di Prospettiva Valdichiana ci occupiamo delle quotazioni immobiliari delle abitazioni civili. La crisi economica degli ultimi anni ha…

Prospettiva Valdichiana e quotazioni immobiliari: quanto valgono le nostre case?

Nell’uscita odierna di Prospettiva Valdichiana ci occupiamo delle quotazioni immobiliari delle abitazioni civili. La crisi economica degli ultimi anni ha generato, secondo il Censis, un calo del fatturato immobiliare del settore residenziale del 39,7%, passando da 112 miliardi di euro a 68 miliardi di euro. Tuttavia, nonostante i prezzi, che secondo le stime potrebbero continuare a scendere nell’arco del 2016, sembrerebbe esserci una timida ripresa del fatturato complice una diminuzione costante dei tassi di interesse e un allentamento della morsa al credito.

I dati, analizzati ed elaborati dall’Istituto di Ricerca fiorentino reteSviluppo, provengono dall’Agenzia delle Entrate, e si riferiscono al primo semestre del 2015. Le quotazioni immobiliari OMI, pubblicate con cadenza semestrale individuano, per ogni ambito territoriale omogeneo (zona OMI) e per ciascuna tipologia immobiliare, un intervallo di valori di mercato, minimo e massimo, per unità di superficie riferiti ad unità immobiliari in condizioni ordinarie, ubicate nella medesima zona omogenea. Restano esclusi quindi gli immobili di particolare pregio o degrado o che comunque presentano caratteristiche non ordinarie per la zona di appartenenza. Il tema, di particolare interesse, avrà come oggetto le quotazioni delle abitazioni civili, ma non mancheranno nel corso dei prossimi appuntamenti di Prospettiva Valdichiana approfondimenti sugli immobili ad uso commerciale e confronti con gli anni precedenti.

Iniziamo col dire che il valore medio di vendita della Provincia di Siena è di 1.340 Euro al metro quadrato per abitazioni civili con stato conservativo “normale”. Se suddividiamo il territorio provinciale in SEL (Sistemi Economici Locali), possiamo osservare che il territorio con il valore medio di mercato più elevato è l’Area Urbana senese con un prezzo al metro quadrato di 2.250 Euro. Segue l’area del Chianti con 1.961 Euro al metro quadrato e l’Alta Valdelsa con 1.417 Euro; troviamo poi il SEL Crete Senesi Val d’Arbia, con 1.276 euro al metro quadrato, la Val di Merse con 1.274 Euro ed, infine, la Valdichiana Senese con 1.100 Euro e l’Amiata Val d’Orcia con 1.059 Euro.

Come detto, la Valdichiana Senese ha un valore al metro quadrato delle proprie abitazioni civili che è circa la metà di quello riscontrato nell’area urbana del capoluogo: la differenza può starci, ma il problema principale deriva dal fatto che mostra quotazioni inferiori a quasi tutti gli altri territori provinciali, insieme all’Amiata Val d’Orcia, proprio i due territori più periferici della provincia. All’interno del nostro territorio, il comune che esprime il valore medio di mercato più alto è Cetona, con 1.556 Euro al metro quadrato, seguito da Sarteano con 1.408 Euro e Pienza con 1.267 Euro. Più staccati troviamo Torrita di Siena con 1.087 Euro, Trequanda con 996 Euro, poi Sinalunga (972 Euro), Montepulciano (947 Euro), Chianciano Terme (946 Euro), Chiusi (938 Euro) e San Casciano dei Bagni (880 Euro). All’interno di ogni comune va poi segnalato come le quotazioni si distinguano tra zona e zona (cfr. Tabella). A livello provinciale, il comune con il valore medio di mercato più alto è Radda in Chianti con 2.283 Euro al metro quadrato, mentre il comune con il valore medio di mercato più basso è San Giovanni d’Asso con 710 Euro al metro quadrato.

Consulta il documento completo: Quotazioni Immobiliari PROV SIENA

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Prospettiva Valdichiana: la raccolta differenziata

La raccolta differenziata in Valdichiana Questa settimana Prospettiva Valdichiana si occupa di raccolta differenziata. In attesa che vengano resi noti i dati riguardanti l’anno appena trascorso, cerchiamo di analizzare i…

La raccolta differenziata in Valdichiana

Questa settimana Prospettiva Valdichiana si occupa di raccolta differenziata. In attesa che vengano resi noti i dati riguardanti l’anno appena trascorso, cerchiamo di analizzare i trend degli ultimi due anni disponibili, quelli del 2013 e del 2014. I numeri, provenienti dall’ARRR (Agenzia Regionale Recupero Risorse), sono stati analizzati ed elaborati dall’Istituto di Ricerca fiorentino reteSviluppo.

Partiamo innanzitutto col dire che a livello regionale la percentuale di raccolta differenziata effettiva cresce, seppur di poco, tra il 2013 ed il 2014: si passa dal 42,36% al 44,49%. Tuttavia, crescono anche i rifiuti pro-capite, che passano dai 597,5 kg del 2013 ai 603,1 kg del 2014. Purtroppo, i dati mostrano come sia ancora lontano l’obiettivo del 65% che già dal 2012 doveva essere raggiunto, così come sarà di difficile realizzazione l’obiettivo del 70% da raggiungere nel 2020.

La provincia di Siena registra, nel 2013, la stessa percentuale di raccolta differenziata effettiva della media regionale (42,36%); ma il trend positivo rispetto al 2014 è più contenuto, con una crescita che si mantiene sullo 0,05% (42,41%). La crescita che risulta essere più consistente riguarda invece i rifiuti pro-capite, che passano dai 604,9 kg del 2013 ai 618,1 kg del 2014. Anche in questo caso siamo lontani dagli obiettivi prefissati e, addirittura, nel corso del 2014, la provincia senese mostra una percentuale di raccolta differenziata effettiva più bassa rispetto a quella media regionale.

Ma vediamo cosa succede nel nostro territorio. In Valdichiana Senese la percentuale di raccolta differenziata effettiva passa dal 45,96% del 2013 al 47,09% del 2014. Il dato è leggermente migliore sia rispetto alla media provinciale, sia rispetto alla media regionale. Anche in questo caso, cresce però anche la quantità di rifiuti pro-capite, che passano dai 583,8 kg del 2013 ai 606 kg del 2014. Tra i comuni che meglio si sono comportati sotto questo aspetto nel corso del 2014 va segnalato il dato di Chiusi, che raggiunge una percentuale di raccolta differenziata effettiva del 66,37% piazzandosi al primo posto tra i comuni della provincia di Siena.  Segue, abbastanza staccato, il comune di Chianciano Terme con una percentuale di raccolta differenziata effettiva del 47,29%, poi Montepulciano con il 46,56% e Sinalunga con il 44,55%; fanalino di coda il comune di Trequanda, con il 30,88% che, inoltre, contrae il proprio dato rispetto al 2013, quando la percentuale di raccolta differenziata effettiva era del 33,81%.

I dati della Valdichiana paiono essere nel complesso leggermente migliori rispetto a quelli provinciali e regionali, ma va detto che, se escludiamo il buon risultato del comune di Chiusi, siamo ancora molto indietro, con tutti i comuni del territorio che mostrano percentuali di raccolta differenziata inferiori al 50%. A livello regionale, infatti, provincie come quella di Firenze e di Lucca hanno percentuali superiori al 50% (rispettivamente il 52,92% ed il 52,41), ma anche la provincia di Pisa e quella di Prato fanno meglio di quella senese (rispettivamente il 48,13% ed il 47,38%).

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Prospettiva Valdichiana: infortuni sul lavoro

Infortuni sul lavoro in Valdichiana: qualche dato Purtroppo il tema degli infortuni sul lavoro è sempre d’attualità; in questa nuova uscita di Prospettiva Valdichiana proveremo a diffondere qualche dato sull’argomento…

Infortuni sul lavoro in Valdichiana: qualche dato

Purtroppo il tema degli infortuni sul lavoro è sempre d’attualità; in questa nuova uscita di Prospettiva Valdichiana proveremo a diffondere qualche dato sull’argomento nel nostro territorio. I dati, provenienti dalla Banca Dati Statistica dell’INAIL, sono stati analizzati ed elaborati, come di consuetudine, dall’Istituto di Ricerca fiorentino reteSviluppo.

A livello nazionale viene riscontrata una generale tendenza al calo degli infortuni sul lavoro, soprattutto per quelli mortali, che risultano essere quasi dimezzati negli ultimi 10 anni. Più in dettaglio, dal 2010 al 2014 passano da 1.503 a 1.139, con una diminuzione percentuale del 24,2%. La tendenza è simile per quanto riguarda gli infortuni sul lavoro totali denunciati, che passano dai circa 871mila del 2010 ai circa 663mila del 2014, con un decremento del 23,9%.

E in Valdichiana Senese? Nel nostro territorio sono stati denunciati, nel corso del 2014, 859 infortuni sul lavoro, di cui 2 mortali; nel 2010 erano stati 1.099, di cui uno mortale. Anche in Valdichiana, quindi, si riscontra una netta diminuzione degli infortuni sul lavoro (-21,8%), confermata anche dal dato provinciale, dove si passa dai 5.705 infortuni sul lavoro del 2010 ai 4.171 infortuni denunciati del 2014 (-26,9%). Discorso analogo per quanto concerne la Regione Toscana, dove erano stati riscontrati 67.047 infortuni nel 2010, scesi a 52.652 nel 2014 (-21,5%).

Degli infortuni sul lavoro denunciati nel corso del 2014, in Italia sono stati riconosciuti il 67%, mentre gli infortuni indennizzati sono stati il 55,2%. A livello toscano, invece, gli infortuni sul lavoro riconosciuti sono stati il 68,8% di quelli denunciati, mentre gli infortuni indennizzati sono stati il 59%. Tali percentuali crescono se consideriamo invece la provincia di Siena e lo fanno ancora di più prendendo in esame la Valdichiana Senese: i dati provinciali, infatti, vedono una percentuale di infortuni sul lavoro riconosciuti del 72,2%, mentre quelli indennizzati sono il 61,2%; nel nostro territorio, invece, gli infortuni sul lavoro denunciati che sono stati riconosciuti salgono addirittura al 79%, con quelli indennizzati che raggiungono il 68,8%.

Quelli appena osservati sono senza dubbio dati molto incoraggianti che dimostrano come la sicurezza stia diventando un valore aggiunto alle condizioni dei lavoratori e un fattore determinante per ridurre i costi. Sensibilizzare e informare risultano quindi azioni efficaci per tradurre dei valori importanti in risultati positivi, sia in termini di vite salvate e sia in termini di qualità del lavoro.

Purtroppo va segnalato come i dati provvisori del 2015 paiono descrivere un’inversione di tendenza dopo anni di costanti diminuzioni, sia in termini di infortuni sul lavoro totali che di infortuni mortali. Sembrano essere in aumento, infatti, le morti sul lavoro in Italia rispetto al 2014. Non resta quindi che aspettare i dati ufficiali per fare le dovute valutazioni.

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Prospettiva Valdichiana: il patrimonio immobiliare dello Stato

Patrimonio immobiliare dello Stato: quanto vale nell’area della Valdichiana? In questi giorni vi sono state molte reazioni alla notizia dell’eventuale vendita da parte della Regione Toscana degli immobili inutilizzati e…

Patrimonio immobiliare dello Stato: quanto vale nell’area della Valdichiana?

In questi giorni vi sono state molte reazioni alla notizia dell’eventuale vendita da parte della Regione Toscana degli immobili inutilizzati e di proprietà dell’Azienda sanitaria; un valore del patrimonio di proprietà delle Aziende sanitarie che la Regione intende vendere che ha un importo complessivo che sfiora 560 milioni di euro.

Prospettiva Valdichiana, questa settimana, vuole capire qual è il patrimonio immobiliare dello Stato in gestione all’Agenzia del Demanio nel nostro territorio. I dati, come sempre analizzati ed elaborati dall’Istituto di Ricerca fiorentino reteSviluppo, provengono dall’Agenzia del Demanio, più precisamente dalla piattaforma OpenDemanio.

In provincia di Siena, lo Stato ha un patrimonio immobiliare stimato in circa 285 milioni di Euro, suddivisi in 258 milioni di Euro di fabbricati e 27 milioni di Euro di terreni. A livello regionale il patrimonio è di circa 5,3 miliardi di Euro: la provincia senese, pertanto, ha nel proprio territorio il 5,4% del patrimonio dello Stato situato in Toscana.

Ma veniamo alla Valdichiana. Nel nostro territorio i fabbricati del patrimonio immobiliare dello Stato in gestione all’Agenzia del Demanio sono 15, per una superficie lorda di 3.667,6 MQ ed una superficie sedime di 3.857,4 MQ; il comune più rappresentato è Chiusi, con 6 fabbricati, poi Chianciano Terme, Montepulciano e Pienza con 2, e San Casciano dei Bagni, Sinalunga e Torrita di Siena con 1. La superficie lorda dei fabbricati presenti in Valdichiana rappresenta il 6,9% dei fabbricati provinciali.

Per quanto riguarda le aree del patrimonio immobiliare dello Stato in gestione all’Agenzia del Demanio, nella Valdichiana Senese sono 17, per una superficie fondiaria totale di 2 milioni e 160mila metri quadrati. Anche in questo caso, il comune più rappresentato è Chiusi, con 8 aree e una superficie fondiaria di 51.884 MQ, poi abbiamo Montepulciano con 4 aree, Chianciano Terme e Torrita di Siena con 2 e Sinalunga con 1. La Valdichiana Senese rappresenta comunque solo l’1,22% delle aree patrimonio dello Stato della provincia di Siena.

I numeri, già consistenti nel nostro territorio, assumono dimensioni ancora più rilevanti a livello nazionale: oltre 47mila beni censiti, per un totale di 32.691 fabbricati e 14.351 aree, che valgono, rispettivamente, 54,1 miliardi di Euro e 4,78 miliardi di Euro. La Toscana dispone del 7,37% del patrimonio complessivo, classificandosi al quinto posto di questa speciale classifica, guidata dal Lazio con il 13,6% del patrimonio complessivo. Ci troviamo di fronte, quindi, ad un valore estremamente ingente e dovrebbe essere di primaria importanza ragionare su azioni ed iniziative che possano contribuire allo sviluppo delle aree dove tali beni sono situati.

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Prospettiva Valdichiana è una rubrica creata in collaborazione con Rete Sviluppo

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Prospettiva Valdichiana: quanto si guadagna?

Quanto si guadagna in Valdichiana senese? Il tema dei risparmi familiari in questi giorni risuona costantemente nei notiziari italiani a causa di ciò che è accaduto con il famoso Decreto…

Quanto si guadagna in Valdichiana senese?

Il tema dei risparmi familiari in questi giorni risuona costantemente nei notiziari italiani a causa di ciò che è accaduto con il famoso Decreto Salva-Banche, cioè il provvedimento con cui il governo ha deciso di porre rimedio alla crisi profonda di Banca delle Marche, Banca Etruria, CariChieti e CariFerrara, ma che ha lasciato dietro di sé una lunga serie di polemiche, per gli effetti negativi che ha avuto su migliaia di risparmiatori.

La nuova uscita di Prospettiva Valdichiana, a cui faranno seguito nelle prossime settimane altri approfondimenti legati alla ricchezza familiare, questa settimana andrà ad analizzare i dati del Dipartimento delle Finanze relativi ai redditi dei contribuenti italiani nelle dichiarazioni presentate nel 2014, ovviamente focalizzandosi sull’area provinciale e della Valdichiana Senese in particolare, cercando di capire come si distribuisce il reddito nel nostro territorio. Le elaborazioni sono come di consueto a cura dell’Istituto di Ricerca fiorentino reteSviluppo.

Nel corso del 2014 i contribuenti della Valdichiana Senese hanno dichiarato un reddito complessivo di circa 800 milioni di Euro, che rappresentano il 20,2% della provincia di Siena. Il reddito medio pro capite dei dieci comuni della Valdichiana si attesta a 16.951 euro: il dato è, insieme a quello relativo al Sistema Economico Locale dell’Amiata Valdorcia (16.544 euro), il più basso tra i vari territori della provincia di Siena (il reddito pro capite provinciale è di 19.455 euro). Anche guardando al reddito medio regionale (19.372 euro) e nazionale (18.958 euro), possiamo constatare come la Valdichiana Senese mostri un dato piuttosto basso.

Se, come detto, il reddito complessivo rappresenta il 20,2% dell’intero reddito provinciale, scorporando il dato tra le varie componenti reddituali, notiamo come il reddito proveniente da lavoro dipendente rappresenti il 18,6% di quello provinciale, mentre quello proveniente dalle pensioni rappresenta il 22,2%: tale dinamica è spiegabile dalla struttura piuttosto anziana della popolazione della Valdichiana Senese che vede una quota di pensionati piuttosto alta. Il reddito proveniente dai lavoratori autonomi rappresenta invece il 18% di quello provinciale, mentre quello relativo ai fabbricati rappresenta il 17,8% di quello della provincia di Siena.

Il reddito da lavoro dipendente rappresenta nella Valdichiana Senese il 48,8% del reddito complessivo: il dato è inferiore rispetto al dato provinciale (52,8%), ma anche i dati regionale (51,3%) e nazionale (54,2%) mostrano una quota maggiore della componente del reddito relativa al lavoro dipendente. Nel nostro territorio, infatti, come già segnalato, è la componente relativa al reddito da pensioni a rappresentare una quota superiore alla media (36,8%): in questo caso a livello provinciale (33,4%), regionale (32,7%) e nazionale (31,3%) la percentuale si mantiene più bassa rispetto a quella che troviamo nella Valdichiana Senese.

Le fonti ufficiali mostrano pertanto una situazione reddituale del nostro territorio apparentemente in difficoltà rispetto ad altre realtà provinciale e alle medie regionali e nazionali. La struttura della popolazione piuttosto anziana fa in modo che la componente attiva sia più contenuta, generando conseguenze anche nelle dinamiche reddituali.

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