La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Cultura e Società

La Sagra dei Pici di Celle sul Rigo: i racconti dei protagonisti

Da quasi cinquant’anni la comunità di Celle sul Rigo si riunisce attorno a un elemento fortemente identitario. La Sagra dei Pici, dedicata interamente a un alimento di eccellenza del territorio, è…

Da quasi cinquant’anni la comunità di Celle sul Rigo si riunisce attorno a un elemento fortemente identitario. La Sagra dei Pici, dedicata interamente a un alimento di eccellenza del territorio, è diventata una tradizione molto sentita tra la popolazione del piccolo borgo, grazie a una crescita costante e un’atmosfera di serenità che si respira nell’ultima settimana di maggio.

I pici, tutti rigorosamente fatti a mano dai cellesi nei giorni precedenti alla manifestazione, sono un elemento di fondamentale importanza per Celle sul Rigo. Anche se la Sagra dei Pici è ufficialmente organizzata dalla Società Filarmonica locale per finanziare le attività musicali, in realtà coinvolge l’intera popolazione ed è capace di richiamare centinaia di ospiti dai dintorni. I pici di Celle sul Rigo sono diventati particolarmente famosi e apprezzati, tanto che nel corso della 48° edizione è stata annunciata la candidatura della pratica dell’appiciare a patrimonio immateriale dell’UNESCO.

Per ripercorrere la storia della Sagra dei Pici ho avuto il piacere di intervistare numerosi cellesi, utilizzando le loro esperienze dirette per ricostruire le vicende di questa tradizione. Dai più anziani ai più giovani, tutti hanno storie da raccontare su questo importante momento di aggregazione che dura da cinquant’anni.

Memorie storiche della Sagra dei Pici

La signora Roberta Rocchi è attualmente la responsabile della cucina della Sagra dei Pici: cellese da sempre, si ricorda le primissime edizioni della festa. Fin da bambina era addetta alla distribuzione dei pici, e ha sempre appiciato assieme agli altri bambini: lo ricorda come un importante momento di aggregazione, per stare in compagnia e parlare del loro paese.

“Siamo un paese piccolo, ma nei periodi della sagra tutto il paese partecipa e viene a lavorare, perché vuole bene a Celle. Quando vediamo tutte queste persone che arrivano per la festa, è un grosso piacere. Vengono per mangiare i pici, ma anche perché si sta bene con i cellesi, siamo persone accoglienti.”

Il legame tra celle e i pici è sempre esistito. Roberta appicia anche a casa, non soltanto nei giorni della festa; ha imparato anche a fare i pici senza glutine, per venire incontro alle intolleranze del figlio. Insomma, i pici non possono mai mancare nella sua cucina.

Nara Meloni ha 63 anni e ricorda bene le prime edizioni della festa. A quei tempi i pici non erano ancora famosi: gli organizzatori riuscivano a servire soltanto una cinquantina di porzioni e dovevano andare in giro per il paese a proporli alle persone.

“Ci trovavamo tutti assieme in piazza, ognuno portava il suo tegamino, ognuno con le sue cose. Io avevo 14 anni e già aiutavo, sono sempre stata addetta alla cottura dei pici. Non c’erano ancora i fornelloni, usavamo i paioli, si metteva la brace, si facevano anche i sughi… ancora nessuno conosceva i pici, li portavamo lungo le vie, chi voleva li comprava in giro.”

Anche per Nara i pici sono il tipico piatto dell’ospitalità: quando ha festeggiato quarant’anni di matrimonio, ha invitato a casa gli amici e ha fatto i pici. Ogni volta che un cellese ha un ospite, quindi, i pici sono il tipico piatto da proporre.

La memoria storica della manifestazione è ben rappresentata anche da Giovanni Innocenti, che ha 80 anni ed è stato presidente della Società Filarmonica. Anche lui ricorda bene le primissime edizioni, quando ancora la sagra non era conosciuta e non veniva nessuno da fuori. Poi l’evento ha cominciato a ingranare, e sempre più persone hanno conosciuto i pici.

“Fu una scelta lungimirante quella di puntare sui pici; anche i ristoranti usufruivano di questa pubblicità, il sabato e la domenica erano sempre pieni. Tutti volevano mangiare i pici di Celle, rigorosamente fatti a mano.”

Giovanni divide la storia della manifestazione in tre fasi: quella iniziale, considerata come una fase di rodaggio, in cui tutto era organizzato in maniera più approssimativa, ma con grande impegno e voglia di stare insieme. Nella seconda fase l’organizzazione è migliorata, grazie all’acquisto da parte della Società Filarmonica dello stabile utilizzato per la cucina; hanno dovuto lavorare molto per sistemarlo, perché originariamente era utilizzato come fienile e dependance del palazzo del conte, ma dal 1985 ha consentito alla festa di svilupparsi ulteriormente. E poi la terza fase, a partire dalla fine degli anni ’90, con il passaggio all’interno weekend, l’acquisto di nuove attrezzature per la cucina e i tendoni della piazza, fino agli anni attuali.

Come racconta Giulio Bartolini, i primi anni la Sagra dei Pici si teneva soltanto la domenica; poi, grazie al crescente successo, ha aumentato la durata. I primi anni venivano serviti i pici e alcuni affettati, poi hanno aggiunto la carne alla brace. A quei tempi i banchetti venivano gestiti da tutto il paese: ognuno poteva occupare una parte della piazza e offrire le sue pietanze, tra lumache e porchette, dando un contributo alla Società Filarmonica. Sia commercianti che paesani mettevano un banchetto in piazza e lo gestivano in autonomia.

“I primi anni venivano coinvolte entrambe le macellerie del paese, un anno prendevamo la carne dalla macelleria del mì babbo, l’anno successivo dagli altri. Poi dal 1983 ho sempre gestito io la carne, il mì babbo ha smesso e mi ha lasciato la bottega. Adesso ci sono i figli che mi aiutano, sia alla festa che alla macelleria.”

Ospiti di Celle e graditi ritorni

La Sagra dei Pici non è soltanto il principale evento aggregativo dei cellesi, ma è anche capace di favorire l’integrazione di ospiti e immigrati, e di favorire il ritorno di chi ha deciso di spostarsi altrove.

Per esempio, Fatuma Alì non è cellese di origine, bensì di adozione. Nata in Somalia, abita in Danimarca da 40 anni e lavora come psichiatra. È venuta a Celle per la prima volta trent’anni fa, si è innamorata del posto e ha comprato casa sedici anni fa, proprio accanto alle cucine della sagra. Conosce la Sagra dei Pici da quel momento e viene sempre a Celle nel periodo della festa.

“Quello che mi impressiona ogni anno, è questo spirito collettivo. Tutta la gente di Celle partecipa, tutti sono presenti in maniera volontaria, questo non lo trovi in tanti posti. I giovani stanno cominciando a dare ricambio alle signore più anziane. Veniamo dalla Danimarca e questo per noi è un paradiso: la tranquillità, la gentilezza della gente… mi sento molto inclusa fin dal primo giorno, e aiutare durante la festa è un modo per ripagare l’accoglienza che riceviamo.”

Fatuma non è cellese di origine, ma aiuta durante la Sagra dei Pici: serve ai tavoli, a volte coinvolgendo anche gli amici danesi. Partecipare alla festa è anche un modo per sentirsi parte della comunità di Celle sul Rigo e non soltanto turisti, è un modo per entrare a far pienamente parte della comunità.

Un altro racconto degno di interesse è quello di Romolo Rocchi: 68 anni, cellese di origine, ma torinese di adozione. Ha ancora la madre a Celle e torna due o tre volte all’anno a trovarla, in particolare quando c’è la Sagra dei Pici. Abita dal 1971 a Torino, e da cellese ha vissuto soltanto i primissimi anni della festa, ma tutti gli anni torna per partecipare e aiutare. Si occupa di vendere le cartelle della tombola, e ovviamente non può farsi scappare i pici.

“Sui pici cosa devo dire? Piacciono a tutti, a noi e ai nostri figli che non sono nati qui. A volte li facciamo qui e li porto a Torino per mangiarli con tutta la famiglia. I primi anni appiciavamo tutti assieme, poi sono andato via e non ho potuto più partecipare alla preparazione della festa, ma quando riporto i pici a Torino, riporto un pezzo di Celle.”

Le nuove generazioni

Una manifestazione di questo tipo non potrebbe sopravvivere per così tanti anni senza ricambio generazionale. Per fortuna, a Celle sul Rigo ci sono tanti giovani che sembrano intenzionati a portare avanti l’organizzazione della festa e la tradizione dei pici.

Una di essi è Anastasia Fabbrini, 26 anni e cellese da sempre. Già da piccola partecipava alla festa, servendo i pici ai tavoli, anche perché i più grandi obbligavano i più piccoli ad aiutare. Adesso si occupa del banchetto dei dolci, perché ognuno all’interno della festa deve avere il suo ruolo, ma partecipa volentieri anche alle fasi di appiciatura prima dell’inizio della manifestazione.

“Sono diversi anni che appicio, anche quando eravamo piccole venivamo assieme ai genitori. Abbiamo imparato ad appiciare assieme a loro, grazie ai consigli delle donne più anziane, qui alla festa. Le donne più grandi appiciano durante la mattina e il pomeriggio, quelle più giovani la sera. Ci sono turni serali per chi lavora, è utile anche per ritagliarsi un po’ di spazio, per svagarsi insieme agli altri compaesani, è comunque uno spazio sociale per stare insieme.”

Anche Eleonora Pinzi è cellese da sempre: ha 34 anni, ha sposato un cellese ed è mamma da poco. Quand’è nata, c’era già la Sagra dei Pici, e il suo ricordo è che tutta Celle viva per la tradizione dei pici.

“Da sempre il rituale è lo stesso. Le donne si organizzano per la preparazione dei pici, usando prodotti di alta qualità, sia per la pasta che per i sughi. Tutti fanno il possibile e l’impossibile per partecipare ad aiutare. Io ho una bottega commerciale, ho staccato alle 18 per venire qui.”

Eleonora ha iniziato fin da piccola a servire i pici, poi è passata alla carne; adesso alla brace ci sono i genitori, i suoceri sono in cucina, e lei aiuta dove può. Quest’anno ha dato una mano al bar, perché deve anche occuparsi del bimbo, assieme al marito. I giorni precedenti alla sagra, come da tradizione, ha partecipato all’appiciatura. Lo faceva fin da bambina, seguendo una sorta di rituale che è rimasto simile:

“Io avevo meno di dieci anni, ci venivo con la mì nonna. Mi lavavo le mani e mi preparavo. Una signora mi metteva il grembiulino e la cuffietta. C’era la donna che spianava, quella che tagliava… e poi ti passavano a ruota questi piccoli pezzetti di pasta e tutti si appiciava. Dopo aver appiciato, si buttavano i pici dentro la farina, la donna addetta li prendeva e li sistemava nei vassoi.”

L’elemento più importante della festa, secondo Eleonora, è che anche chi non è nato a Celle capisce l’importanza di questa tradizione. Ci sono persone che si sono avvicinate alla Sagra dei Pici, che cercano di aiutare e di integrarsi. E poi ci sono cellesi che non abitano più nel paese da tanti anni, ma che tornano appositamente per la Sagra dei Pici. Da Firenze, Roma, Torino… conoscono il loro ruolo da una vita, e tornano sempre al paese per aiutare la manifestazione, non soltanto per mangiare i pici.

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Dufatanemunda: proseguono le attività in Burundi

La cooperativa Dufatanemunda prosegue le attività di sviluppo economico e sociale in Burundi, grazie ai fondi raccolti in Valdichiana durante gli eventi degli ultimi anni. Abbiamo cominciato a raccontarvi la…

La cooperativa Dufatanemunda prosegue le attività di sviluppo economico e sociale in Burundi, grazie ai fondi raccolti in Valdichiana durante gli eventi degli ultimi anni. Abbiamo cominciato a raccontarvi la storia di Vugizo, un piccolo villaggio nel sud del Burundi, e di Athanase, originario del villaggio ma da molti anni residente a Montepulciano. Nel giugno 2015 si è tenuto il primo evento di raccolta fondi presso il centro visite “La Casetta” del Lago di Montepulciano, con il supporto degli Amici del Lago di Montepulciano e del circolo Legambiente Valdichiana. Abbiamo seguito attraverso i racconti di Athanase e le foto inviate dal Burundi le attività della cooperativa, verificando direttamente l’utilizzo delle risorse arrivate dalla Valdichiana.

Anche nel giugno 2016 si è tenuto un nuovo evento di raccolta fondi al Lago di Montepulciano, sempre preceduto da un convegno sul tema dell’agricoltura sostenibile e della biodiversità. Nel corso del secondo evento sono stati chiesti ai partecipanti i fondi per acquistare una stalla e avviare l’attività di allevamento, oltre al sostegno alle attività sociali promosse dalla cooperativa. Per l’occasione è stata anche fondata un’associazione in Valdichiana, chiamata ugualmente Dufatanemunda, che potesse essere il soggetto messo direttamente in relazione con la cooperativa del Burundi e fornire informazioni e aggiornamenti alle persone che hanno partecipato alla raccolta fondi.

Durante l’evento dello scorso giugno è stato possibile raccogliere circa 1200 euro da destinare ai progetti di sviluppo sociale ed economico a Vugizo; la cifra al momento, come ci racconta Athanase, non è sufficiente all’acquisto della stalla e del terreno per l’allevamento, ma è comunque stato possibile cominciare a risparmiare per il raggiungimento di tale obiettivo.

Campo di patate della cooperativa

Un’altra importante novità introdotta dalla cooperativa quest’anno è stata quella del microcredito: uno strumento di sviluppo economico particolarmente utile nei paesi in via di sviluppo, in cui centinaia di famiglie non hanno accesso al credito. Grazie ai fondi raccolti e alla capacità della cooperativa di sostenersi in maniera autonoma, è stato possibile attivare il microcredito per incentivare il lavoro delle famiglie di Vugizo. Il funzionamento è semplice: ogni membro della cooperativa, in base alle proprie possibilità, può chiedere un piccolo credito di circa 60 euro (che per l’economia del Burundi possono fare la differenza) e utilizzarli per potenziare le proprie attività di produzione e commercializzazione di prodotti agricoli realizzati assieme alla cooperativa. Dal momento che nessuna banca darebbe soldi a queste persone, il microcredito della cooperativa riesce a dare una spinta di sviluppo economico a queste famiglie, che mettono come garanzia le firme di tutti i familiari e gli eventuali terreni o animali in possesso. Le persone sono quindi responsabilizzate a lavorare per sviluppare le loro attività e per restituire il credito, donando ulteriore forza propulsiva alla cooperativa.

Quella del microcredito non è l’unica attività: Dufatanemunda ha infatti continuato a fornire muto soccorso a tutte le famiglie che ne fanno parte. Quando qualcuno si ammala e non può pagarsi le cure in ospedale, la cooperativa attinge al fondo speciale programmato per queste emergenze e permette di pagarsi le cure. A questo proposito Athanase racconta:

“Il mutuo soccorso è molto importante, ad esempio la scorsa settimana un ragazzino si è ammalato e doveva andare in ospedale. Grazie ai soldi raccolti e messi da parte dalla cooperativa è stato possibile pagare le cure. Questo è molto importante per persone che altrimenti non avrebbero accesso ai servizi sanitari.”

Per quanto riguarda l’attività agricola, dopo due anni di attività la cooperativa ha ormai imparato a rendersi indipendente, o comunque ad attivare processi virtuosi di rotazione delle culture. Nei terreni acquistati con le prime raccolte fondi vengono infatti piantate melanzane, pomodori e cipolle; i prodotti vengono utilizzati per l’autoconsumo e venduti al mercato, e con i soldi guadagnati vengono acquistati i semi per le nuove colture. Athanase rimane a disposizione dall’Italia anche per via della sua conoscenza in materia agronomica, dando consigli su come affrontare le eventuali malattie del raccolto, ma i membri della cooperativa stanno apprendendo sempre nuove nozioni grazie all’esperienza fatta.

L’arrivo dell’acqua è stato molto importante, perché ha permesso di coltivare determinati tipi di prodotti e di superare la tipica siccità estiva; la scorsa estate è stata infatti particolarmente difficile dal punto di vista della siccità, e molte persone nelle province del Burundi rischiano di morire di fame in tali situazioni. La cooperativa ha invece potuto attingere all’acqua grazie ai lavori effettuati lo scorso anno e le famiglie di Vugizo sono riuscite ad andare avanti coltivando per l’autoconsumo e la commercializzazione.

La fontanella dell’acqua negli orti

Cos’è successo invece in Valdichiana? L’associazione Dufatanemunda, nata lo scorso giugno come punto di riferimento per tutti coloro che hanno partecipato ai progetti di raccolta fondi, continua ad avere rapporti costanti con la cooperativa a Vugizo. Ha superato gli scogli burocratici per le pratiche amministrative e ha ottenuto l’autorizzazione a operare come onlus nel nostro territorio; è stata quindi inserita nel registro regionale delle onlus per attività di beneficenza e può inviare fondi in Burundi a tassi agevolati.

Le attività proseguono alacremente, quindi: dal mutuo soccorso al microcredito, la cooperativa permette alle famiglie di Vugizo uno sviluppo economico che non sarebbe altrimenti possibile, vista la situazione politica che sta vivendo il Paese. Le attività agricole proseguono con grande risultato, e i fondi raccolti vengono risparmiati per poter finanziare l’acquisto della stalla e degli animali da allevamento. Se volete contribuire a questo scopo, è possibile effettuare una donazione all’associazione locale: Dufatanemunda Onlus, codice Iban: IT28 J033 5901 6001 0000 0147 362

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Foiano Fotografia: uno sguardo diverso sul mondo

Lo sguardo fotografico ci permette di entrare in contatto con parti del mondo diverse e lontane dai nostri occhi. Il valore delle mostre di Foiano Fotografia è proprio quello di…

Lo sguardo fotografico ci permette di entrare in contatto con parti del mondo diverse e lontane dai nostri occhi. Il valore delle mostre di Foiano Fotografia è proprio quello di lasciare spaziare lo sguardo sul resto del mondo, dal centro della Valdichiana, e stabilire una connessione con altre storie e altre culture.

L’edizione 2016 di Foiano Fotografia presenta una rassegna di dieci mostre fotografiche allestite in splendide location: dagli spazi espositivi sotterranei della Galleria Furio del Furia a Palazzo Caiani, dalla Chiesa-Museo della Fraternita di Santa Maria all’affascinante sala Carbonaia, la chiesa sconsacrata adibita a deposito di carbone dalle tipiche mura annerite. Le opere fotografiche esposte ci permettono di compiere un viaggio intorno al mondo, soffermando lo sguardo su aspetti che solitamente vengono tralasciati, stimolando riflessioni e coinvolgimenti emotivi.

Lo sguardo sul mondo comincia dal Brasile, con la mostra di Peter Bauza intitolata “Copacabana Palace”. Una serie di scatti che ci trasportano all’interno di un quartiere di Rio de Janeiro pensato per la nascente classe media, ma occupato da più di dieci anni da senzatetto. Un mondo rimasto in bilico, tra sopravvivenza e rovina, tra povertà e speranza per il futuro, e che mostra pienamente l’altra faccia della medaglia del Brasile degli ultimi anni. L’altra faccia delle Olimpiadi e dei grandi eventi sportivi, la parte di mondo che deve essere nascosta agli occhi del mondo e che rivela il fallimento delle politiche anti-povertà messe in atto dai governi brasiliani.

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“Ghosts from the past” di Karl Mancini

Dal Brasile ci spostiamo alla Cambogia, grazie alle opere di Karl Mancini con “Ghosts from the past”. Anche in questo caso lo sguardo del fotografo ci permette di tratteggiare una realtà diversa da quella che traspare dalle grandi narrazioni internazionali. Non è la Cambogia del grande sviluppo e dei grandi investimenti turistici, è la Cambogia che vive ancora nel terrore delle mine antiuomo disseminate nel territorio dagli Khmer Rossi. Ancora oggi il Paese vive gli effetti della guerra civile, soprattutto i bambini e i contadini che rimangono vittime degli ordigni rimasti a testimonianza di quel periodo storico, e le loro mutilazioni sono il simbolo di una ferita sociale e culturale ancora aperta.

La mostra “Mega Mecca” di Luca Locatelli non indugia sui ritratti, ma ci propone delle foto di grande impatto da uno dei luoghi più affascinanti del pianeta. Non capita spesso che un fotografo occidentale sia accolto nel cuore della religione islamica, e non capita spesso che un pubblico occidentale possa affrontare l’argomento senza preconcetti. Le immagini che dipingono la Mecca come una megalopoli del turismo religioso sono lo specchio di un consumismo di massa che ormai ha attanagliato tutte le grandi religioni: resort di lusso, souvenir, ristoranti, musei con lunghe code all’entrata, e ovviamente un enorme giro d’affari.

Il viaggio prosegue con “Charlie surfs on lotus flowers”, la mostra di Simone Sapienza. Questa volta le fotografie ci portano nel cuore del Vietnam, quarant’anni dopo la guerra con gli USA: un Paese dall’economia in crescita e dalla giovane classe dirigente, pronto a diventare la prossima Tigre Asiatica. Nonostante il governo sia saldamente nelle mani del Partito Comunista, gran parte della popolazione è a favore di un’economia capitalista e del libero mercato: forse gli USA la guerra l’hanno vinta davvero, se non sul piano militare, almeno su quello economico e culturale.

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“Mega Mecca” di Luca Locatelli

Torniamo in Italia, per la precisione a Marina di Ragusa, un piccolo paese sulla costa siciliana. Il lavoro di Melissa Carnemolla, “13 IV 1941”, è una ricerca sul giorno di Pasqua del 1941, quando un aereo militare tedesco precipitò sulla cittadina; lo schianto provocò la morte dei cinque militari a bordo e di altrettante persone che abitavano nelle case, tra cui due bambini. Il lavoro di Melissa ha recuperato le testimonianze di quel tragico avvenimento, attraverso le lettere spedite dai cittadini al governo italiano e le fotografie dei resti dell’epoca. E viene da chiedersi quale sia il senso della tragedia in tempo di guerra: dieci morti sembrerebbero un’inezia, una storia da nulla, se paragonata a quello che stava accadendo nel 1941 nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Se l’incidente fosse accaduto in tempo di pace, sarebbe un punto fermo nella storia locale: ma in tempo di guerra, le tragedie minori vengono facilmente dimenticate, e il lavoro di Melissa ci impone di ricordare e di restituire la dignità storica della tragedia attraverso il nostro sguardo.

Il viaggio tracciato da Foiano Fotografia prosegue con altre mostre: il racconto fotografico del Quarticciolo di Roma di Sara Camilli con “Sei piani di storie”, la prostituzione in Uganda di Michele Sibiloni con “Fuck It” e le immagini simboliche del Belpaese di Federico Clavarino con “Italia o Italia”; a queste si aggiungono le due mostre selezionate durante il crowdfunding, “Sull’incontro tra terra e acqua” di Laura Bertonazzi e “PanoramicaMente” di Francesco Cicciotti.

Le mostre rimarranno esposte a Foiano della Chiana fino al 27 Novembre: un’occasione unica per osservare i lavori di importanti fotografi e permettere al nostro sguardo di compiere un viaggio intorno al mondo. Un viaggio che racconta la realtà, anche quando è cruda e dolorosa, perché testimonia gli sforzi compiuti dall’umanità. Le immagini catturate dalle foto rendono il mondo più vicino a noi, ci impongono di non dimenticare tutto quello che sta accadendo. Ci impediscono, in poche parole, di distogliere lo sguardo.

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Da uno dei tanti a gOLD BOY – Storia di ordinaria integrazione

Tutti, da piccoli, abbiamo sognato e pensato a cosa avremmo fatto da grandi, a quale sarebbe stata la nostra professione, a come sarebbero state la nostra casa e la nostra…

Tutti, da piccoli, abbiamo sognato e pensato a cosa avremmo fatto da grandi, a quale sarebbe stata la nostra professione, a come sarebbero state la nostra casa e la nostra vita. Molti di questi sogni magari si sono avverati, altri richiederanno un po’ più di impegno per far sì che si avverino, mentre altri li abbiamo abbandonati, pensando che non si sarebbero mai avverati.

Nonostante questo, però, è severamente vietato smettere di sognare, perché sognare è bello, stimola la fantasia che fa muovere le idee e le idee, se messe in atto, permettono di migliorare il mondo.

Quel mondo migliore molte persone sperano di trovarlo sotto casa, altre invece lo cercano altrove. Chi lo cerca altrove molto spesso è perché fugge da una realtà che invece di aiutare a realizzare i sogni li nega, come nega la possibilità di avere un futuro e la dignità di vivere il presente.

Molte persone sono disposte a tutto pur di raggiungere quel mondo che è ancora in grado, in qualche modo, di darti dignità, futuro e che ti permette di sognare. Terre e Paesi lontani che per essere raggiunti comportano viaggi lunghissimi che potrebbero durare settimane, a volte mesi. Bisogna attraversare continenti sconosciuti e mari pericolosi, a bordo di mezzi fatiscenti su cui si sale solo a fronte di lauti pagamenti. Molto spesso, questi viaggi non portano alla dignità, non portano ad un futuro, non portano alla realizzazione dei sogni, portano solo alla morte.

Forse anche Moustapha, un ragazzo ivoriano di ventun anni, è partito dalla sua casa in Costa d’Avorio con in tasca i sogni e la speranza di trovare un mondo migliore al di là del Mediterraneo, un mondo che fosse in grado di accoglierlo e che sapesse ridargli quella dignità e quel futuro che il suo Paese non sembrava in grado di dargli. Infatti, attualmente la Costa d’Avorio è scossa da una situazione politica molto grave, che sta riscuotendo un grave tributo di sangue dalla popolazione civile.

Moustapha è un rifugiato politico in affido ad un’associazione locale in un comune della Valdichiana. Queste sono le generalità burocratiche di Moustapha, ma c’è di più: questo ragazzo ivoriano, arrivato da qualche mese in Italia, ha già una bella storia da raccontare, e la comunità che lo ha accolto una bella lezione di vita da esporre.

Una sera, Moustapha è stato notato dietro la rete del campo da calcio di Renzino, una nota zona di Foiano della Chiana, dai giocatori della squadra gOLD BOYs durante il loro allenamento settimanale. Uno di loro si è avvicinato a quel ragazzo di colore con gli occhi pieni di ammirazione e la voglia di dare due calci al pallone, e gli ha chiesto se volesse giocare insieme a loro. Il gOLD BOY non sapeva se quel ragazzo fosse capace di giocare a calcio o meno, ma il giocatore non ci ha messo molto a capire che in quello sguardo c’era una passione per lo sport paragonabile a quella di un bambino che sogna di diventare un grande calciatore, per poter giocare nei più grandi club calcistici del mondo.

img-20161011-wa0000E così i gOLD BOYs lo hanno accolto nella squadra. Il passo dalla semplice partita in allenamento alla visita medica sportiva e al cartellino è stato breve: oggi Moustapha è entrato a far parte a tutti gli effetti dei gOLD BOYs. Fin dai primi allenamenti, questo ragazzo con gli occhi pieni di speranza si è rivelato subito un buon giocatore, anche se un po’ taciturno.

Purtroppo, Moustapha non conosce la lingua italiana e per parlare con gli altri ragazzi della squadra si fa aiutare da un suo amico che gli fa da interprete. L’accoglienza da parte della squadra è stata fin da subito ammirevole: tutti si sono adoperati per far sentire Moustapha parte integrante del gruppo. I gOLD BOYs hanno donato a Moustapha le scarpette, la felpa e la tuta, la maglia e i pantaloncini. Così, dopo tre settimane di allenamenti e amichevoli, sabato 1 ottobre Moustapha ha esordito nel campionato di seconda divisione Uisp di Arezzo davanti al pubblico di Renzino e ai suoi amici.

La partita è stata esaltante, la prova superlativa, lo strabiliante lavoro di squadra e di integrazione hanno portato la gOLD BOYs a una favolosa vittoria sotto tutti i punti di vista, non solo sportivo e calcistico.

La vittoria simbolica è quella di un ragazzo venuto da lontano che ha trovato nella comunità che lo accolto la dignità perduta. Moustapha ha ricevuto dai ragazzi della gOLD BOYs una solidarietà che può metterlo in condizione di costruire il suo futuro con passione e impegno, ingredienti indispensabili per realizzare i propri sogni. Si sa, il fare squadra paga sempre: è questo il potere dell’aggregazione e dell’associazionismo.

Certo, la gOLD BOys non è un club sportivo internazionale, ma a Moustapha non importa: quel bambino, ormai grande, che ha lasciato la sua Terra dilaniata dalla sete di potere, può ricominciare a sognare di diventare un grande campione.

Questa storia ha entusiasmato tutti, dai giocatori alla dirigenza e all’intera cittadinanza. I giocatori della gOLD BOYs hanno voluto condividere con noi, con un pizzico di emozione e di orgoglio, questo bell’esempio di integrazione per farlo diventare un inno all’accoglienza. Perché accogliere è un po’ mettersi in gioco: accogliere non vuol dire soltanto dare ospitalità, ma anche imparare a convivere in maniera reciproca con chi è diverso da noi per nazionalità, per usi e costumi e per il modo di relazionarsi con il mondo. Una cosa che sicuramente accomuna tutte le persone è la speranza per il futuro, e anche i sogni sono più ai simili ai nostri di quanto crediate.

 

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Rocca Manenti: il contenitore d’arte di Sarteano

Valorizzare gli edifici storici, in un contesto di provincia (quindi con meno persone, meno turisti, meno investimenti e meno opportunità rispetto ai grandi centri urbani) in cui è presente una grande…

Valorizzare gli edifici storici, in un contesto di provincia (quindi con meno persone, meno turisti, meno investimenti e meno opportunità rispetto ai grandi centri urbani) in cui è presente una grande offerta turistica nel settore della cultura, dell’architettura e dell’arte, non è un’impresa semplice. Soprattutto se ogni piccolo paese o borgo può vantare edifici storici che meritano attenzione e progetti di valorizzazione. La sfida quindi è quella di fare sistema, di trovare sinergie, di focalizzare gli impegni in alcuni settori principali che possano fungere da traino, per evitare la dispersione di energie e di risorse.

Rocca Manenti Art (RAM, come da presentazione dello scorso luglio) ha l’ambizione di diventare un progetto che spicca nell’offerta culturale del territorio. Un progetto promosso dalla Pro Loco di Sarteano, dalla cooperativa Clanis Service con il supporto dell’amministrazione comunale, che ha trovato piena sinergia oltre che dal mondo associativo anche dalle imprese del territorio, che hanno sponsorizzato l’evento culturale che ha avviato il nuovo corso di Rocca Manenti.

rocca manenti

Il castello che domina Sarteano ha una storia millenaria: prende il nome dai Conti Manenti, signori della cittadina in epoca medievale, e nel corso dei secoli ha goduto di una notevole fama militare per la sua capacità di resistere agli assedi degli eserciti nemici. La struttura del castello, così austera e squadrata, crea un particolare fascino in quella che non è soltanto una fortificazione, ma un’opera architettonica di enorme valore storico e culturale. Eppure, la principale funzione del castello in epoca medievale, ovvero quella di garantire la difesa di Sarteano, ha perso importanza già dal Rinascimento.

Quale poteva essere il futuro per Rocca Manenti, se non quello di una riconversione? Da una difesa militare, alla difesa dell’arte e della cultura. Una volta ristrutturato, il castello di Sarteano è stato protagonista di eventi teatrali, spettacoli e iniziative di vario tipo per animare la vita della cittadina. Tuttavia, questa è la prima volta che ci troviamo di fronte a un progetto di ampio respiro: RAM, Rocca Manenti Art, aspira a trasformare il castello in un contenitore d’arte per ospitare in maniera continuativa mostre di fotografia ed eventi artistici in generale. Quattro piani, quattro stanze per piano, quattro metri per quattro di grandezza per ogni stanza: una disposizione che sembra studiata appositamente per i percorsi artistici. Le opere fotografiche esposte lungo i binari delle sale, con quelle forme pulite e contemporanee, si mischiano alle strutture austere e medievali del castello, in un suggestivo percorso che dal ponte levatoio si snoda fino alle terrazze che si affacciano sul meraviglioso panorama circostante. E poi dalla cima di nuovo fino al piano terra, seguendo una lunga scalinata a chiocciola scavata nella roccia.

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La prima mostra di questo ambizioso progetto è una personale di Yoshie Nishikawa, fotografa giapponese di fama internazionale. L’artista lavora tra Tokyo, New York, Londra e Milano e può vantare una carriera trentennale e numerose pubblicazioni di rilievo. Le opere in mostra a Rocca Manenti si susseguono lungo le sale in un percorso a ritroso, attraverso particolari giochi di luci e di ombre; dalle bambole della madre ai pesci in ambienti metafisici, dai corpi nudi e sofisticati, alla convivenza tra analogico e digitale nell’arte fotografica. Un percorso artistico di rilievo internazionale, quindi, che vuole anche celebrare i 150 anni dalla firma del trattato di amicizia e commercio tra Italia e Giappone. La mostra ha avuto il patrocinio dell’Ambasciata del Giappone in Italia ed è stata inaugurata nel giorno dell’anniversario dello sgancio della bomba atomica su Hiroshima: un altro elemento simbolico che trasforma il castello di Sarteano da opera architettonica per la guerra a contenitore d’arte in tempo di pace.

L’obiettivo del progetto non è soltanto quello di valorizzare il castello a livello artistico, ma anche quello di utilizzare la cultura come volano per il settore turistico fuori dai mesi estivi: grazie all’organizzazione di eventi culturali di alto livello, Rocca Manenti potrebbe infatti favorire gli afflussi turistici, oltre ad ampliare l’offerta per i visitatori già presenti nel territorio. Nella prima settimana di apertura sono stati registrati circa 1500 ingressi al castello, il doppio rispetto ai numeri dello scorso anno, quindi i primi riscontri sono positivi; un altro elemento importante è rappresentato dall’impegno delle associazioni e delle attività commerciali che hanno deciso di investire nel progetto, come tassello del sistema di promozione del buon vivere locale chiamato Sarteano Living.

Rocca Manenti 2

Il nome della mostra di Yoshie Nishikawa è “Tutto Scorre” (Shogyoumujoi): ogni istante è diverso e la fotografia registra, interpreta e commenta il cambiamento. Anche se la fotografia potrebbe essere considerata come l’arte capace di rendere un’immagine ferma e immobile nel tempo, in realtà tutto cambia a seconda della percezione dell’osservatore. Lo stesso concetto potrebbe essere applicato al castello di Sarteano: tutto scorre, tutto cambia, la prospettiva muta continuamente. Da struttura militare a contenitore d’arte, il cambiamento percorre inesorabile anche opere architettoniche che potrebbero sembrare immobili e immutabili. La sfida per il futuro sarà quella di affrontare il cambiamento, mantenendo alto il valore culturale e mutando la funzione in base al contesto: una sfida raccolta da Rocca Manenti Art per un progetto che non vuole rimanere confinato in un istante nel tempo, ma lanciarsi verso un futuro a difesa dell’arte e della cultura.

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L’alcolismo: una malattia progressiva, inguaribile e mortale

“Osservando la porta di casa perforata con un pugno da uno dei miei figli ho rivisto, oltre a quel buco, le loro urla, il loro disprezzo e la loro sofferenza…

“Osservando la porta di casa perforata con un pugno da uno dei miei figli ho rivisto, oltre a quel buco, le loro urla, il loro disprezzo e la loro sofferenza rispetto alla mia dipendenza dall’alcol. Ora capisco che dietro quel gesto estremo c’era un richiamo d’amore, che io non volevo né sentire né vedere. L’alcol mi gratificava e non mi accorgevo che mi portava all’isolamento, all’impotenza e all’abbandono”. (da AA ‘L’Alcolista e i figli’)

L’alcolismo è uno spaccato della società moderna che troppo spesso rimane invisibile: si percepisce una certa reticenza nel parlarne e questo forse è dovuto al fatto che erroneamente viene percepito come un problema della società contemporanea e occidentale e non come una vera malattia. Probabilmente è per primo l’alcolista che non ne vuole parlare, perché non la riconosce come malattia, o per paura di essere giudicato.

L’alcolismo è stato riconosciuto nel 1956 dall’organizzazione mondiale della sanità come una malattia progressiva, inguaribile e mortale. L’alcolismo si trova, infatti, al terzo posto come causa di mortalità dopo le malattie cardiache e il cancro. Nessuno sa esattamente perché ad un certo punto alcuni bevitori diventino alcolisti; l’alcolista è colui che non è in grado di controllare il suo rapporto con il bere, finché non riconosce di essere affetto da questa malattia.

L’attività quotidiana della nostra redazione è quella di raccontare le storie del territorio, conoscere i protagonisti che lo animano, analizzare la situazione economica e sociale che lo caratterizza e dare spazio alle voci di coloro che, in un modo o nell’altro, continuano a sognare e a ottenere risultati importanti. Anche questa volta non vogliamo essere da meno parlandovi dell’alcolismo non in termini medico/scientifici, ma entrando nella vita di quelle persone che con l’alcolismo hanno convissuto e continuano a convivere, con la consapevolezza che la loro volontà personale e mentale è più forte di qualsiasi altra sostanza che apparentemente può far star bene, ma realmente distrugge la persona portandola all’annientamento.

Il gruppo Alcolisti Anonimi di Po’ Bandino ha contattato la nostra redazione per far conoscere la loro realtà e per far capire alla società che non ci si può vergognare dell’alcolismo (si vergogna forse il diabetico di non poter mangiare lo zucchero?) e che è importante parlarne per guarire, condividere per vivere. La redazione è stata invitata ad una festa di compleanno, un compleanno dove in realtà non veniva festeggiato il giorno dell’anno in cui è nata una persona, ma il giorno dell’anno dal quale quella persona è riuscita a stare lontana dall’alcol, segnando in qualche modo una rinascita. In questa occasione ho personalmente conosciuto persone che mi hanno raccontato le loro esperienze con l’alcol e com’è cambiata la loro vita in funzione di questa sostanza, ma allo stesso tempo la fortuna di conoscere altre persone con la stessa malattia, capire cosa vuol dire condividere, imparare dai propri errori e riuscire con la buona volontà ad acquisire fiducia in sé stessi.

Il gruppo Alcolisti Anonimi (AA) nasce negli Usa nel 1935 dall’incontro di un agente di borsa di Wall Street e un medico chirurgo dell’Ohio; entrambi alcolisti, si resero conto che, condividendo le loro esperienze, potevano riuscire a mantenersi lontano dall’alcol. In Italia AA è attiva dal 1972 e si è rapidamente diffusa sul territorio nazionale dove oggi conta circa 500 gruppi di persone. L’unico requisito di accesso che devono avere tutti i membri è il desiderio e la volontà di smettere di bere. A Po’ Bandino il gruppo Alcolisti Anonimi é attivo da circa sei anni e conta persone di tutte le età, uomini e donne di ogni estrazione sociale, da molti comuni della Valdichiana, del Trasimeno e del perugino.

“Solo con l’alcol ci sentivamo sicuri di noi stessi. Spesso al termine di una festa avevamo l’abitudine di bere ancora un goccio e speravamo nelle occasioni, come feste o intrattenenti di qualsiasi tipo, per continuare a bere. Ci ubriacavamo anche quando non era nelle nostre intenzioni, cercavamo di controllare il modo di bere cambiando tipo di alcolici, imponendoci periodi di astinenza o promettendo di non bere. Bevevamo furtivamente, mentivamo su quando e quanto bevevamo, bevevamo anche sul lavoro, avevamo amnesie alcoliche, bevevamo al mattino presto con la convinzione di curare i postumi di una sbronza della sera prima o per tenere a bada paure e sensi di colpa, l’alimentazione si faceva precaria, come anche i rapporti con le persone”- sono questi i campanelli d’allarme che avvertono un bevitore che forse c’è qualcosa di più della semplice voglia di bere e che forse è il caso di fermarsi prima che la sostanza, come gli alcolisti chiamano l’alcol, si impossessi nel corpo e della mente.

Come mi spiegano alcuni membri del gruppo, un alcolista difficilmente riconosce di essere tale, difficilmente ammette di avere un problema legato all’alcol; facilmente però attribuisce la colpa del suo malessere al mondo esterno, agli altri e ai rapporti che ha con gli altri. Come erano le vostre vite in funzione dell’alcol?

 “Le nostre vite erano diventate incontrollabili perché con il bere sono arrivati i problemi in famiglia e sul lavoro, ma nonostante tutto si tendeva a negare che ci potesse essere degli alcolisti. Si inizia con una sbronza al mese, poi una a settimana, una al giorno e poi via via senza accorgersi che la cosa stava sfuggendo di mano, anche perché tendiamo a pensare che con il bere si possano risolvere tutti i problemi”

Ancora più pericoloso è alternare drasticamente periodi di ubriachezza a periodi di astinenza dall’alcol, perché non porta alla guarigione, anzi l’astinenza può provocare forti tremori, allucinazioni e convulsioni. Come avete cominciato a bere?

“Io ho iniziato a bere – mi spiega un membro del gruppo – da giovane. Penso che nella vita ognuno di noi abbia una quantità consentita per l’assunzione dell’alcol, io quella quantità penso di averla finita già a 15 anni. Nel mio paese c’erano cinque bar e io mi fermavo in tutti, ogni giorno. Andando avanti con gli anni l’alcol mi faceva diventare bugiardo e tirava fuori di me tutti i peggiori difetti. Ero arrivato a nascondere una bottiglia di grappa dentro il cruscotto della macchina e a chi mi chiedeva cosa fosse quel liquido rispondevo che era diluente. L’alcolismo non è una dipendenza solo di chi ce l’ha ma trascina nel problema tutta la famiglia, vengono coinvolti mariti, mogli, genitori e i figli”.

I membri del gruppo di Po’ Bandino hanno età variabili, alcuni mi raccontano di essere padri e madri, e quindi mi viene subito da approfondire il rapporto con i figli.

 “I figli degli alcolisti sono detti alateen, e sono figli forti che hanno imparato a non soffrire e a convivere con la malattia del genitore, non si nascondono sotto il letto quando uno dei due genitori rientra ubriaco e litiga con chiunque gli passi davanti. Per esperienza – mi spiega un membro del gruppo – mio figlio, già grande quando ho riconosciuto di essere un alcolista, non si nascondeva ma andava via, perché non voleva vedermi ubriaco e alterato emotivamente, mentre io cercavo tutti i pretesti per litigare. Per me era una fuga bere, era una fuga dalle mie responsabilità, io stavo bene”.

Un altro membro invece mi spiega: “Noi diamo la colpa agli altri per il nostro malessere ma in realtà siamo noi che ci sentiamo inadatti. Io ho iniziato a bere perché non riuscivo a rapportarmi con le altre persone, non riuscivo a parlare, ma grazie all’alcol ero più disinibito, parlavo più velocemente, mi rapportavo in maniera diversa. Alla fine però mi sono reso conto che non parlava più la persona ma la sostanza e il giorno dopo la sbronza non ricordavo niente, con chi avevo parlato e di cosa. Non siamo più noi che controlliamo la nostra vita, è sostanza che ci comanda”.

Una volta riconosciuta la malattia, perché avete deciso di frequentare gli Alcolisti Anonimi?

“Per la volontà di mettere in comune la nostra esperienza con altre persone in grado di capire la situazione, la voglia di guarire da questa malattia e rimanere sobri aiutando altri alcolisti con le nostre esperienze. Io personalmente sto bene perché attraverso gli altri membri ho acquistato la libertà e sono finalmente in condizione di decidere con la mia testa”.

Ma quindi un alcolista che entra a far parte degli Alcolisti Anonimi si può dire ‘guarito’?

 “L’alcolista è sempre a rischio. Un alcolista rimane per sempre un alcolista perché come riprende in mano la sostanza ricomincia da dove era rimasto, nel mio caso dalla bottiglia di grappa già finita alle 7 di mattina nel tragitto casa-lavoro. Non è smettere di bere che è difficile, è il vivere fuori che lo è. Il programma degli Alcolisti Anonimi è fatto di 12 passi, 12 tradizioni e 12 concetti, se io smetto di bere, ma non faccio niente per approcciare il mio modo di vedere le cose è come se non avessi mai smesso. Se non cambio il mio atteggiamento, il mio modo di fare, il passo per ricominciare a bere è breve ed è come se nulla fosse successo. Quando bevevo ero io che volevo cambiare gli altri e non mi rendevo conto che invece a cambiare siamo noi. Frequentare Alcolisti Anonimi per noi è una palestra perché se non venissimo qua significherebbe, non tanto tornare a bere, ma ad essere quelle persone che hanno iniziato a farlo”.

Nella vita ammettere di avere sbagliato è un gesto di grande umiltà, ammettere di aver sbagliato perché si è alcolisti lo è ancora di più e queste persone hanno avuto la forza ed il coraggio di dire a se stessi “io ho bevuto abbastanza e ho una malattia lenta, progressiva e mortale”: questa è l’accettazione di essere un alcolista.

I volti delle persone con cui ho parlato, la voce fiera con cui mi hanno raccontato le loro esperienze e la voglia di spiegarmi nonostante io fossi una persona sconosciuta che ha cercato di entrare nella loro vita facendo domande personali e forse anche scomode legate ad un passato non semplice, mi ha fatto capire che nonostante i trascorsi queste persone possono definirsi orgogliose perché hanno trovato in loro stessi il modo per riconoscere la loro dipendenza.

Riconoscere non vuol dire essere guariti, come mi hanno più volte sottolineato, è l’essere grati a se stessi se adesso sono persone migliori. Grazie alla loro sobrietà possono trasmettere il messaggio alle persone che ancora sono dentro al problema e ricordano loro come erano prima di iniziare il programma di recupero e quella voglia di gridare a loro stessi e agli altri: “Se pensate di avere un problema con l’alcol,  allora sappiate che una soluzione esiste”.

Gli alcolisti non possono dire agli altri di non bere, perché sono stati loro i primi a non farlo, gli alcolisti possono dire “bevete, ma non lasciate che la sostanza si impossessi del vostro corpo e della vostra mente, altrimenti non sarete più voi a parlare, sarà l’alcol a farlo al posto vostro”.

È possibile mettersi in contatto con il gruppo Alcolisti Anonimi telefondando al numero verde 800411406 (chiamata gratuita) oppure tramite fax +39 06 66 28 334 o tramite email aaitaly@tin.it

 

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Sguardi di campagna tra Romania e Valdichiana

Lo sguardo non è neutrale: i nostri occhi guardano il mondo, e guardandolo lo interpretano e lo vedono in maniera diversa da come potrebbero percepirlo altri occhi. I nostri occhi non…

Lo sguardo non è neutrale: i nostri occhi guardano il mondo, e guardandolo lo interpretano e lo vedono in maniera diversa da come potrebbero percepirlo altri occhi. I nostri occhi non guardano tutti allo stesso modo una realtà naturale oggettiva e uguale per tutti, ma vi colgono differenti sfumature e percezioni. Lo sguardo è influenzato dalla nostra cultura, che ci fa mettere in luce determinati aspetti o ci suscita particolari emozioni.

Dal momento che la nostra cultura influenza il nostro sguardo, anche l’arte della fotografia ne risulta influenzata. Per questo, quando sono stato invitato alla mostra fotografica di Bettolle dedicata alla campagna della Romania, ho subito pensato agli aspetti antropologici della questione: gli occhi dei fotografi rumeni vedono la campagna nella stessa maniera degli occhi dei fotografi italiani? Quali sono le differenze e le somiglianze tra le due culture, quali sono le relazioni tra la Valdichiana e la Romania?

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“Romania: gente, luoghi e costumi” è la mostra fotografica di Sorin Onisor e Dorin Mihai, fotografi rumeni, che si è tenuta a Bettolle in occasione dell’annuale edizione della Valle del Gigante Bianco. Una lunga serie di scatti fotografici in cui gli artisti si sono proposti di raccontare la vita rurale della campagna, una realtà lontana da quella delle città della Romania. E infatti nelle immagini si vedono splendidi paesaggi, scene di vita popolare, mestieri antichi ma ancora tramandati, contadini al lavoro e retaggi di un tempo passato che vengono lentamente recuperati. Nelle foto sono ritratte campagne provenienti da diverse zone della Romania: province del nord e del sud, accomunate dalla vita rurale e dai paesaggi di campagna, che dopo l’urbanizzazione hanno subito un forte spopolamento.

La mostra fotografica è stata curata da Carmen, che da oltre vent’anni abita a Bettolle. Originaria di Brasov, nella regione della Transilvania, ha vissuto l’infanzia in un ambiente cittadino; tuttavia i nonni abitavano in campagna, e ricorda con chiarezza la casa di legno in cui a volte andava con la famiglia, fino al 1986. Carmen lavorava nell’ufficio per i bene culturali in Romania, è venuta in Italia quasi per caso: ha conosciuto suo marito, ha studiato marketing turistico, ha iniziato a lavorare in un agriturismo in provincia di Siena e si è commossa la prima volta che ha visto Firenze, con quelle meraviglie artistiche che si vedevano soltanto nei libri di storia. Carmen è in Italia dal 1993, e qui si sente a casa, ma solo da poco ha riscoperto una parte di sé che viene attirata dalla campagna del suo passato.

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La riscoperta delle proprie radici è perfettamente inquadrata dagli splendidi scatti fotografici dei due artisti esposti nella mostra: Sorin e Dorin, che oltre a scattare foto nelle campagne del loro Paese, visitano di frequente anche la Toscana e la Valdichiana, organizzano workshop fotografici, incontrato gruppi di rumeni immigrati in Italia per scambiarsi opinioni e conoscenze. La fotografia, infatti, aiuta anche a trasmettere l’identità culturale del territorio di provenienza; riscoprire la vita rurale delle campagne rumene, può risultare un elemento importante per gli immigrati che hanno lasciato il loro Paese d’origine per costruirsi una nuova vita in un altro Paese, che a sua volta è portatore di una storia diversa e di una campagna diversa, con le sue immagini di vita rurale da tramandare e riscoprire.

Il racconto fotografico illustrato dalla mostra di Bettolle non si limita ai paesaggi della Romania, ma trova legami con l’Italia e con la Toscana. Sia perché gli artisti sono innamorati di questo territorio e ogni tanto tornano a visitarlo per scattare nuove foto, sia perché la ruralità delle campagne sembra avere degli elementi comuni, a prescindere dal Paese. Anche se gli sguardi dei fotografi sono influenzati dalle diverse culture, le campagne sono simili e gli elementi sono ricorrenti.

“In Romania stiamo percependo un movimento di ritorno alla campagna – mi spiega Carmen – con i nipoti che riscoprono le tradizioni dei nonni. Una maggiore attenzione ai prodotti enogastronomici di qualità, all’ospitalità, la ricerca di esperienze autentiche e di protagonisti dell’epoca contadina che abbiano ancora voglia di raccontare. I giovani si stanno avvicinando nuovamente alla campagna: la generazione nata dopo il 1989 si è trovata in un sistema non ancora formato, non aveva dove imparare. Oggi con occhi più maturi posso criticare molte delle cose che ci erano state offerte in quegli anni, però vedo anche tanto cambiamento.”

Carmen ha visto con i suoi occhi la campagna in Romania prima del 1989 e del crollo del blocco sovietico, poi ha visto con i suoi occhi la campagna toscana del 1993 e vive tuttora in Valdichiana. Il suo sguardo può cogliere sfumature che, forse, chi è sempre vissuto in queste zone non può pienamente cogliere. Se nella storia della campagna della Valdichiana regnava la mezzadria, in Romania c’era la collettivizzazione dei terreni agricoli, con il lavoro guidato dal partito; non c’era la grande proprietà privata dei latifondi, ma i contadini non possedevano la terra che lavoravano, tutti vivevano e lavorano assieme, non ricevevano un salario ma una quota dei beni prodotti.

“Forse anche qui la campagna è cambiata. – mi racconta Carmen – Io e mio marito viaggiavamo molto in campagna, lui lavora come restauratore, quindi ho tanti ricordi di persone che ci offrivano la loro ospitalità, ci aprivano la porta e ci davano un bicchiere di vino. Oggi c’è un po’ più di paura e di ostilità, forse sono spariti gli anziani di un tempo, eppure c’è ancora tanta voglia di parlare, di raccontare e di superare la solitudine. L’impressione che ho avuto in Toscana, soprattutto in Valdorcia, è che manchino un po’ di persone, come se il paesaggio fosse splendido ma poco abitato.”

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Anche questi territori hanno subito l’abbandono delle campagne, pur se in anni precedenti rispetto a quanto è avvenuto in Romania; eppure, i punti di contatto sono molti. Dopo la mezzadria, molti contadini sono andati a fare gli operai in città, lasciando le campagne a contadini provenienti da zone più povere, abbandonando un mestiere che aveva una percezione negativa. Il rischio è che oggi si possa rimpiangere quel passato, si guardi con invidia le opportunità degli agriturismi e dei produttori di enogastronomia di qualità.

Romania e Italia sono entrambi paesi dell’Unione Europea: per quanto possano essere diversi i popoli e le culture, le somiglianze possono essere cercate e trovate al pari delle differenze. Il modo di ricordare la campagna è lo stesso: i bambini nati in città in Italia o in Romania non hanno esperienza di vita contadina, se i genitori sono immigrati dalle campagne è come se fossero immigrati da un’altra cultura, a prescindere dal Paese di provenienza, e come spesso accade per le seconde generazioni, si ha nostalgia delle proprie radici e si torna a scoprire la campagna abbandonata.

Come detto in apertura, lo sguardo non è neutrale: quando guardiamo i paesaggi, ma anche le persone, siamo continuamente influenzati dalla nostra cultura, dalle nostre emozioni, dalle nostre aspirazioni. Quando guardiamo gli altri, quando guardiamo il mondo che ci circonda, possiamo farlo con occhio critico: si possono guardare le differenze, ma anche le somiglianze.

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Accoglienza migranti: l’esperienza di Torrita di Siena

Il tema dei migranti torna ciclicamente alla ribalta, nei mezzi di informazione, in occasione delle emergenze umanitarie, delle diatribe politiche o dei casi di cronaca. Eppure, i flussi migratori sono uno degli elementi più importanti della società contemporanea, nell’epoca della globalizzazione e della digitalizzazione: lo studio delle migrazioni non dovrebbe essere schiavo dell’attualità, della cronaca o della politica, ma a mio avviso dovrebbe ricevere maggiore dignità assieme alle disciplin

Accoglienza migranti: l’esperienza di Torrita di Siena

Il tema dei migranti torna ciclicamente alla ribalta, nei mezzi di informazione, in occasione delle emergenze umanitarie, delle diatribe politiche o dei casi di cronaca. Eppure, i flussi migratori sono uno degli elementi più importanti della società contemporanea, nell’epoca della globalizzazione e della digitalizzazione: lo studio delle migrazioni non dovrebbe essere schiavo dell’attualità, della cronaca o della politica, ma a mio avviso dovrebbe ricevere maggiore dignità assieme alle discipline che lo approfondiscono.

Alessio, Gano e Paolo

Alessio, Gano e Paolo

Questo è lo spirito che ha animato questa piccola inchiesta, nell’autunno del 2015: approfondire il tema dei migranti e della loro accoglienza in Valdichiana, fuori dalla retorica della politica o dei casi di cronaca, concentrandosi sugli aspetti sociali e culturali di coloro che si trovano ospiti nella comunità di Torrita di Siena. Una breve ricerca sul campo, che ho potuto compiere sulla base della mia esperienza accademica in Antropologia culturale ed Etnologia all’Università di Siena, e che ha visto la luce grazie alla collaborazione di Valdichiana Media, della Pubblica Assistenza di Torrita di Siena e dell’Amministrazione Comunale di Torrita di Siena, a cui vanno i miei sinceri ringraziamenti per la disponibilità.

Ho scelto di raccontare l’esperienza di Torrita di Siena con i migranti per via delle sue caratteristiche particolari, che saranno esaminate più avanti, e che a mio avviso permettono una riflessione più accurata.

È dallo scorso luglio, infatti, che otto giovani migranti senegalesi sono stati accolti nel paese di Torrita, in accordo con la prefettura e con l’amministrazione comunale, grazie alla supervisione della Pubblica Assistenza locale. Una scelta, quella dell’accoglienza ai migranti, che ha suscitato critiche e pareri contrapposti, e che con il passare dei mesi è andata via via sparendo dalle prime pagine dei giornali.

La mia scelta è stata quella di raccogliere le storie dei giovani migranti: Gano Abdoulaye, Diao Issa, Kante Yaya, Balde Omar, Tall Daouda, Cham Modou, Namadio Gnansou e Balde Abdoulaye. Sono partito dalle loro esperienze private, come persone dotate di una loro dignità, per comprendere meglio il sistema di accoglienza e la situazione sociale in cui si trovano a vivere. Una storia che può essere raccontata, quindi, attraverso le vicende esemplari di uno di loro, Abdoulaye Balde, che nonostante l’imbarazzo iniziale è stato felice di condividere le sue esperienze personali, fatte di gioie e dolori.

“Spesso non si tiene conto del fatto che “i migranti” non sono una categoria astratta con determinate caratteristiche, ma persone, ognuna delle quali con storie, forze, debolezze, perfidie e sensibilità proprie.” (D.Settineri, Dialoghi Mediterranei, marzo 2015)

Il viaggio di Abdoulaye

Abdoulaye Balde è nato nel 1996 in Senegal, in un piccolo villaggio di campagna chiamato Mamadi. Ha scelto di emigrare dal suo paese d’origine per via dei conflitti e della guerra civile: due anni di viaggio per arrivare in Italia il 4 marzo del 2014.

Ma andiamo con ordine, perché il viaggio di un migrante non è veloce né semplice: non è un viaggio turistico, è una lotta per la sopravvivenza. Innanzitutto, quali sono i motivi che hanno spinto Balde ad affrontare questo pericoloso viaggio? Da una parte c’è la difficile situazione politica che attraversava il suo Paese, dall’altra le aspettative di una vita migliore in Europa. Amici e conoscenti che erano state in Italia gli avevano parlato bene del nostro Paese, gli dicevano che poteva trovare migliori aspettative di vita, e consigliavano di affrontare il viaggio.

Adboulaye Balde durante la lezione di lingua italiana

Adboulaye Balde durante la lezione di lingua italiana

Nel 2012 Balde lascia quindi il Senegal, salutando la mamma e due sorelle. Decide di partire per un futuro migliore, per la sua famiglia ma anche per sé stesso. In Senegal aveva studiato per cinque anni, aveva anche lavorato un po’ in campagna: un piccolo investimento per affrontare la prima tappa del viaggio, che da Mamadi lo porta fino al Mali. Anche nel Mali, Balde deve guadagnarsi da vivere con qualche lavoretto per qualche mese (agricoltore, muratore, commerciante al dettaglio), fino ad accumulare abbastanza soldi per continuare il viaggio. Prima un autobus verso il Niger, poi verso la tappa successiva, ovvero la Libia. Ogni volta a lavorare nei campi e nei cantieri, ogni volta a racimolare abbastanza soldi per continuare il viaggio verso l’Europa.

La Libia è probabilmente la tappa più difficile: all’entrata nel Paese si è dovuto fare tre mesi di prigione. “Se non hai abbastanza soldi per pagarti l’ingresso – mi racconta – ti fai la prigione. In Libia è difficile lavorare, non vogliono persone africane”. Balde ha insistito e dopo la prigione è riuscito a trovarsi altri lavoretti: ha dovuto risparmiare cinquecento euro per pagarsi il passaggio verso la Sicilia. Il passaggio del Mediterraneo è avvenuto nel marzo del 2014: novantacinque persone stipate in un barcone rotto e vecchio, che imbarcava acqua. Una carretta del mare di quelle che riempiono le prime pagine dei giornali, quando affondano in grande quantità: e che spariscono dalle memorie collettive, quando la traversata va a buon fine.

“La barca era rotta, entrava l’acqua… noi avevamo tutti paura, pensavamo di morire. Ci abbiamo messo due giorni per attraversare il Mediterraneo e arrivare in Sicilia. C’erano donne e bambini a bordo. Non li conoscevo, non so che fine abbiano fatto.”

Balde non aveva rapporti di parentela o amicizia con gli altri passeggeri del barcone, e tutt’ora non sa dove siano finiti. All’arrivo in Sicilia è stato accolto dai Carabinieri e dalla Croce Rossa, ha ricevuto la prima accoglienza con cibo, scarpe e vestiti, mentre il barcone è sparito nel Mediterraneo tornando verso la Libia. Dalla prima accoglienza italiana, Balde è stato mandato al Picchetto a Siena, una sistemazione temporanea per circa tre mesi, prima del nuovo piano nazionale e internazionale di accoglienza dei migranti. A luglio è arrivato a Torrita di Siena, assieme ad altri sette ragazzi senegalesi che non conosceva: tutti di età diversa, ma con una base culturale comune, tutti pronti a vivere assieme sotto lo stesso tetto.

L’accoglienza a Torrita di Siena

Balde si trova bene a Torrita di Siena. Fa il volontario, assieme agli altri compagni, con la supervisione della Pubblica Assistenza. Sono già sei mesi che vive in un’appartamento nei pressi della stazione; svolge la sua attività di volontariato pulendo le strade, cucinando e pulendo la casa, e frequenta tre volte a settimana il corso di italiano. Tutti e otto i ragazzi senegalesi inseriti nel programma di accoglienza vivono nello stesso appartamento; hanno organizzato dei turni in modo da fare la spesa, cucinare, pulire e svolgere tutte le necessarie attività domestiche. Nella casa c’è anche il wi-fi, così possono rimanere in contatto con il proprio Paese d’origine.

Il permesso di soggiorno, dopo i primi sei mesi, è stato rinnovato per altri sei mesi. Balde vorrebbe avere i documenti per rimanere in Italia e costruirsi la sua vita, perchè qui si trova bene. Ammette di non conoscere molte persone di Torrita, ha poche occasioni di socializzazione a parte i suoi supervisori: il presidente Clode Grazi della Pubblica Assistenza, l’assessore comunale Michele Cortonicchi e il Sindaco Giacomo Grazi sono le persone che più gli sono state vicine, stando alle sue parole. Non capitano molte occasioni per parlare con gli altri torritesi, nè per fare la reciproca conoscenza, e di questo si mostra piuttosto dispiaciuto.

Le attività di volontariato sono il principale impegno di Balde e degli altri migranti: due volte a settimana, durante la mattina, i ragazzi si confrontano con la Pubblica Assistenza e con gli operai del Comune di Torrita per capire se c’è qualcosa da fare. Le attività di volontariato vengono svolte a turno, con due o tre ragazzi impegnati nella pulizia, mentre gli altri si occupano delle faccende domestiche. Di solito sono impegnati nella pulizia di strade o giardini, assieme agli operai comunali, a seconda delle specifiche esigenze. Hanno anche aiutato la Pubblica Assistenza per la consueta festa annuale, con un’altra importante occasione di socializzazione e di integrazione nella comunità.

La questione dell’accoglienza non può certo prescindere dallo spinoso tema finanziario: quanti soldi prendono i migranti? La quota di 34,5 euro al giorno per migrante, messa a disposizione dall’Unione Europea, viene affidata al Comune di Torrita di Siena, che a sua volta la mette a disposizione della Pubblica Assistenza per occuparsi delle necessità degli otto ragazzi (cibo, vestiti, affitto, corsi di italiano). Dai 34,5 euro totali vanno quindi tolti circa 32 euro spesi dall’ente supervisore per la loro accoglienza, mentre ai migranti arrivano 2,5 euro al giorno, riscossi ogni due settimane. Circa 70 euro al mese a testa, quindi, tendenzialmente usati per telefonare a casa o per mandarli direttamente alle famiglie d’origine. I migranti potrebbero anche lavorare con i voucher, se qualcuno avesse bisogno di loro, ma in quei giorni di lavoro non avrebbero diritto ai 34,5 euro dell’Unione Europea. (Per dovere di cronaca, il Comune di Torrita di Siena ha pubblicato un bando per venti famiglie torritesi in difficoltà, utilizzando il disavanzo dei fondi europei per la gestione dei migranti)

Gli otto migranti sono quindi ospiti della comunità di Torrita da sei mesi, e la prefettura ha rinnovato il visto di soggiorno per altri sei mesi. Il futuro è ancora un’incognita: se trovano un lavoro è più facile che venga accettata la loro richiesta di accoglienza, altrimenti si tratterà soltanto di una sistemazione temporanea.

Il volontariato e l’assistenza

I lavori di volontariato prevedono la pulizia di strade e giardini

I lavori di volontariato prevedono la pulizia di strade e giardini

Anche se si tratta soltanto di una sistemazione temporanea, questo non significa che i ragazzi non si impegnino o che l’associazione che li supervisiona non li tenga indaffarati. Il Presidente della Pubblica Assistenza, Clode Grazi, mi racconta la loro organizzazione: ogni martedì e ogni venerdì si svolgono le attività di volontariato assieme agli operai comunali, con possibilità di incremento o diminuzione a seconda delle esigenze. Trattandosi di attività volontaria e non di lavoro, i ragazzi non sono obbligati a partecipare, ma fino a questo momento i risultati sono stati positivi, e sia gli operai del Comune che gli addetti della Pubblica Assistenza hanno mostrato la loro soddisfazione. All’inizio del percorso di accoglienza i migranti erano più attivi, anche per via della calamità naturale della forte grandinata che colpì Torrita, tutti i giorni erano in strada a spazzare e a dare una mano a riparare i danni. Ora le attività di volontariato sono più limitate rispetto a quei momenti, ci sono meno cose da fare.

In qualità di supervisore, la Pubblica Assistenza ha contribuito a gestire l’accoglienza dei migranti: ha messo a disposizione l’ambiente per tenere i corsi di lingua, grazie all’esperienza come associazione di volontariato ha saputo come introdurli al meglio nelle attività, senza dover usare assistenti sociali. Attraverso la loro convenzione cercano di inserire i ragazzi nella comunità di Torrita, utilizzando al meglio i fondi messi a disposizione dall’Europa. È il Presidente Clode in prima persona a occuparsi di loro: li aiuta a fare la spesa e a riscuotere i soldi, li mette in contatto con il Comune, li porta dal dottore a fare le visite e le vaccinazioni. È il loro punto di riferimento, insomma, e in qualità di Presidente della Pubblica Assistenza è anche il loro diretto responsabile.

“Le necessità mediche non sono da sottovalutare. – mi racconta Clode Grazi – Uno dei ragazzi ha il femore rotto perché l’hanno preso a calci in Libia, ha il bacino spostato, ormai si è calcificato e non ci si può fare più niente. Un altro l’hanno preso a calci in faccia, un altro ha i denti cariati… vanno seguiti anche dal punto di vista medico.”

Clode parla con i ragazzi senegalesi

Clode parla con i ragazzi senegalesi

Ogni settimana Clode deve tenere un diario di quello che i ragazzi fanno e inviarlo alla prefettura: si tratta di questione di tutela legale, per la pubblica sicurezza, e per verificare tutti i loro spostamenti. Ad esempio uno dei ragazzi è andato a Roma a trovare degli amici senegalesi per tre giorni, e in quei giorni ha dovuto comunicare la sua assenza; non ha quindi ricevuto la sua quota di denaro per i giorni di assenza.

La gestione nazionale e comunitaria dei migranti è piuttosto ambigua, e Clode mi racconta tutta la sua disapprovazione: secondo lui la gestione è sbagliata, spesso i ragazzi sono lasciati da soli, senza fare nulla. Il Comune di Torrita ha trovato un modo per farli sentire utili, in altre situazioni invece i migranti riempiono gli alberghi o le strutture di ospitalità senza fare niente.

“Prima di venire qui, Balde era al Picchetto a Siena, e non faceva niente assieme agli altri: mangiavano, dormivano e giocavano a pallone. Questo non serve a integrarli. Se stanno chiusi in casa o in un albergo, chi li vede? Le opportunità di lavoro o di stare in società non le avranno mai, dopo un anno saranno costretti ad andare via.”

Clode è contento delle attività di volontariato, perché grazie ad esse il paese di Torrita può conoscere i migranti, hanno una reale opportunità di integrazione, fanno qualcosa di utile per tutti e sono più invogliati a cercare opportunità di lavoro. Se le imprese locali non li conoscono, se la comunità del piccolo paese non ha occasione di vederli all’opera, è difficile che possa integrarli. L’ambiguità dei fondi erogati dall’Europa è difficile da superare, perché se i ragazzi trovassero lavoro sarebbero costretti a rinunciare a quei famosi 34,5 euro al giorno. I migranti che sono ospitati in altre strutture di accoglienza e che non prevedono percorsi di volontariato e di partecipazione alla vita della comunità possono dare un cattivo esempio anche ai ragazzi di Torrita, perché li consigliano a non impegnarsi, tanto i soldi li ricevono comunque. Per Clode, però, è necessario non farsi coinvolgere da questi atteggiamenti negativi, perché sarebbe come darsi la zappa sui piedi da soli. Senza le attività di volontariato i migranti sarebbero visti negativamente, non avrebbero opportunità di lavoro o di socializzazione, e sarebbe molto più difficile integrali nella comunità.

Scuola e Lavoro

L’integrazione non può prescindere, ovviamente, dall’apprendimento della lingua. Perché senza la possibilità di attivare una comunicazione e una mediazione culturale tra gli ospiti e gli abitanti locali, sarebbe difficile portare avanti un processo di inserimento sociale. Durante la mia piccola inchiesta ho seguito la lezione di lingua italiana che gli otto ragazzi hanno tenuto con la loro insegnante: una lezione di due ore in cui hanno imparato termini di utilizzo comune, hanno fatto esperienza di dialogo e di composizione delle frasi, hanno imparato le specificità linguistiche e culturali attraverso lo studio, il gioco e la partecipazione.

La loro insegnante, che li segue tre volte alla settimana, è una giovane torritese: Lara insegna ai migranti dal 2011, ha già una buona esperienza nel settore per il nostro territorio, ogni anno svolge corsi di apprendimento tra Foiano, Torrita e Arezzo.

“Si tratta di un’esperienza gratificante, ma difficile – mi racconta Lara – i ragazzi sono bravi, ma tra di loro c’è un analfabeta totale e un semianalfabeta. Senza fondi per integrazione vera e mirata, è difficile far loro imparare bene la lingua e la cultura italiana. In molti casi manca anche la scolarizzazione, quindi oltre a insegnare la lingua devi anche insegnare a imparare, abituarli a studiare.”

Durante i corsi, i ragazzi imparano la lingua e la cultura italiana

Durante i corsi, i ragazzi imparano la lingua e la cultura italiana

Se gli studi di lingua si svolgono di pomeriggio, le attività di volontariato sono l’impegno principale della mattina. Anche se sono svolte a turni, si tratta dell’impegno più vicino al concetto di lavoro che i migranti hanno provato nel corso di questa esperienza, in attesa di altre opportunità lavorative da parte di imprese locali.

Paolo è uno degli operai del comune che li porta spesso in giro per la cittadina: i ragazzi si impegnano a pulire i giardini e le strade, secondo le esigenze. Hanno imparato a fare la raccolta differenziata, a utilizzare gli attrezzi. In alcuni momenti vorrebbero guidare i mezzi comunali, ma non possono prendere la patente.

“Sono una squadra affiatata – racconta Paolo, alla fine di una mattinata di lavoro – Quando sono tutti assieme sono uno spettacolo, puliscono che è una meraviglia. Quando posso gli regalo la merenda, così sono contenti.”

In un certo senso, è come se i giovani migranti senegalesi fossero dei bambini adottivi.

Migranti, schiavi e bambini

È proprio il concetto del figlio adottivo che voglio affrontare in queste riflessioni finali. L’esperienza di Torrita, senza la pretesa di costituire il modello per un’analisi definitiva e generica sul fenomeno dei flussi migratori e sui modelli di accoglienza, si tratta comunque di un caso importante e particolare, che può permettere la nascita di studi approfonditi o di analisi più mirate.

Dalle parole dei protagonisti, dei migranti e dei responsabili dell’accoglienza, risulta chiaro che al momento non esistono piani di integrazione nazionali o internazionali. Il principale interesse delle istituzioni italiane ed europee, in questo momento, è soltanto la pubblica sicurezza, una sistemazione temporanea che vive di emergenze e di scossoni, non di piani a medio e lungo termine.

Laddove non esiste un piano di integrazione, chi riesce a sviluppare progetti innovativi merita un plauso: in questo caso particolare, mi sento di fare i complimenti al Comune di Torrita di Siena per aver fatto un passo in avanti. Ma si tratta appunto di un caso particolare, un’eccezione a una normalità che sembra interessarsi più alla gestione delle emergenze che a un fondamentale aspetto sociale e demografico della società contemporanea come l’accoglienza e l’integrazione dei migranti.

In questo momento, i migranti accolti attraverso la gestione delle emergenze sono trattati come figli adottivi: i genitori pensano a tutto (casa, cibo, vestiti) e ricevono anche una paghetta mensile. Nonostante siano degli adulti, sono altri ad avere la loro tutela legale, sono altri ad avere la responsabilità della loro sopravvivenza e della loro vita: perché non sono cittadini, appunto, sono migranti in attesa di regolarizzazione.

Per quanto riguarda l’assistenza di base, si può arrivare a dire che il migrante si trovi in una situazione migliore di un italiano povero? Difficile sostenere il contrario, se non si affronta la situazione dalla giusta prospettiva. Il cittadino italiano gode infatti di un sistema di welfare tutto spostato sul lavoro (cassa integrazione, mobilità, malattie, ecc…); questo perché si pensa che l’istituzione della famiglia sia sufficiente e imprescindibile per tutte le altre necessità (fino ad arrivare al famoso familismo amorale di Banfield). I migranti, invece, che non hanno parentele e quindi non hanno accesso al “paracadute sociale” fornito dalla famiglia, godono di un sussidio di base, un sistema di welfare basato sui diritti civili. Il punto di ambiguità e di maggiore criticità, a mio avviso, è tutto qui: è da questa differenza che nascono i problemi politici e sociali dell’accoglienza. La differenza tra i due sistemi di welfare utilizzati, e l’assoluta mancanza di un sistema di welfare moderno ed europeo, basato sui diritti civili e non sul lavoro e sul familismo, di cui l’Italia si dovrebbe dotare.

Quale futuro per i giovani senegalesi?

Quale futuro per i giovani senegalesi?

Ma la situazione dei giovani migranti senegalesi di Torrita non è una garanzia di integrazione. Oltre al sussidio di base che garantisce la sopravvivenza, fornito dall’Unione Europea, non possono fare nulla: non hanno concrete possibilità di lavoro o di studio, si trovano in un limbo di emergenza e precarietà che li taglia fuori dalla società che li ospita. Anche in un caso di accoglienza positiva, come quello di Torrita, i migranti hanno difficoltà a trovare occasioni di socializzazione e di integrazione con la cultura locale. E per un’esperienza positiva come questa che vi ho raccontato, siamo perfettamente coscienti di altri casi in Italia di associazioni o cooperative nate appositamente per gestire l’emergenza migranti e intascarsi i fondi europei per la loro gestione, senza curarsi del futuro di queste persone.

Perché di persone si tratta, con le loro storie di vita ai margini. I migranti si trovano in una condizione sociale di marginalità, pur senza essere poveri nel senso economico del termine (perché vengono loro forniti i mezzi per l’autosussistenza, come d’altronde vengono forniti agli schiavi e ai servi). La loro condizione sociale è quella dei bambini adottivi che si trovano in punizione, in cui la mamma li tiene chiusi in cameretta, porta loro da mangiare e permette loro di vedere la televisione, li obbliga a fare le faccende domestiche e a seguire i corsi scolastici: ma non permette loro di vedere gli amici, di progettare il loro futuro, di costruire la loro vita. Pur senza trovarsi in condizione di schiavitù, si trovano in una situazione di evidente marginalità.

La schiavitù, tuttavia, non è poi così lontana. Il vero punto focale dell’integrazione, la vera sfida per ogni progetto di accoglienza, è quello di far diventare i migranti parte della comunità dei parenti, di farli entrare nella rete di parentela sancita dalla cittadinanza. La condizione dei migranti come figli adottivi, temporaneamente stipati nei centri di accoglienza per garantire la sussistenza, è un labile e ambiguo confine tra la vera integrazione e la riduzione in schiavitù.

La schiavitù non è il prolungamento della parentela, scriveva l’antropologo francese Claude Meillassoux, bensì la sua negazione. Lo schiavo è lo straniero assoluto, colui che è escluso dalla parentela, dai cicli produttivi e riproduttivi. Quale potrebbe essere, quindi, il segreto per l’integrazione dei migranti? Un piano di accoglienza per farli diventare parenti, per costruire un legame sociale e culturale, non soltanto economico. Tornando alla citazione iniziale, c’è bisogno di considerarli non più come migranti in senso stretto, ma come persone, con le loro forze e debolezze, i loro pregi e i loro difetti. Persone come noi, insomma.

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“Pasapalabra”, a scuola di integrazione

Cosa può fare la scuola per l’integrazione, e come si può raccontare attraverso la cultura i cambiamenti sociali del mondo contemporaneo? Sono dei grandi temi, quelli affrontati nel cortometraggio “Pasapalabra” (trad. Passaparola)…

Cosa può fare la scuola per l’integrazione, e come si può raccontare attraverso la cultura i cambiamenti sociali del mondo contemporaneo? Sono dei grandi temi, quelli affrontati nel cortometraggio “Pasapalabra” (trad. Passaparola) di Andrea Testini. Cinque minuti che fanno riflettere e che ci fanno capire che bastano pochi gesti per favorire l’integrazione e comprendersi a vicenda. Per migliorare il mondo, addirittura.

Ma andiamo con ordine: Andrea Testini, classe 1982, è un videomaker che vive a metà tra la Valdichiana e Barcellona. Originario di Montepulciano e Chianciano, dove ha vissuto e studiato prima di trasferirsi in Spagna a proseguire la formazione cinematografica, ha ricevuto numerosi riconoscimenti per “Pasapalabra”, soprattutto nei concorsi e nelle rassegne interessate ai temi dell’educazione e della solidarietà.

Mi sono subito interessato alla storia del cortometraggio, appena Andrea me l’ha raccontata: tematiche come l’integrazione, i modelli di apprendimento e di comunicazione, l’incontro tra le culture e le religioni, sono di importanza cruciale nella nostra epoca, anche quando non salgono agli onori della cronaca. Ho quindi incontrato l’autore per visionare l’intera opera (che ancora non può essere distribuita integralmente, perché per la partecipazione ai concorsi ha bisogno di rimanere inedita) e per farmi raccontare cosa l’ha spinto a narrare questo tipo di storia.

Foto Pasapalabra 10La trama di “Pasapalabra” è semplice, ma colpisce con forza fin dalla prima visione. In una scuola occidentale, dei bambini stanno giocando al “telefono senza fili”; l’ultimo della fila è Yassin, il bambino musulmano di origine marocchina preso in giro dalle bambine occidentali. La prima della fila, a cui compete il potere di stabilire la frase da ripetere alle orecchie degli altri compagni con il passaparola, sceglie “Sono un terrorista”, in modo da fargli fare brutta figura. Tutti i bambini ripetono la frase, alcuni divertiti, altri controvoglia. Solo il penultimo bambino decide di spezzare il circolo e di mentire, cambiando la frase: sussurra all’orecchio di Yassin “Sono bello”. Il bambino crede così che la prima della fila volesse dichiarare il suo amore, lo ripete ad alta voce alla classe e corre a darle un bacio sulla guancia. Una trama semplice, lo ripeto, ma di fortissimo impatto per tutti i significati che porta con sé.

“Pasapalabra” è un cortometraggio prodotto da Estudio de Cine di Barcellona; Andrea Testini ha curato la regia e la sceneggiatura, e quando la casa di produzione l’ha selezionato, ha messo a disposizione materiale audiovisivo professionale e spazi per il casting con attori già abituati alle macchine da presa. Le scene sono state girate in un collegio alla periferia di Barcellona, nel Giugno 2015; le musiche sono di Giulia Y Los Tellarini, famosi per le loro colonne sonore in alcuni film di Woody Allen.

Il cortometraggio ha già ricevuto premi, apprezzamenti e prestigiosi riconoscimenti; “Pasapalabra” è stato selezionato al MetropoL’his Festival di Barcellona nella categoria dedicata al cinema solidale dove ha vinto il secondo premio, all’Human Rights Film Festival di Barcellona, Parigi e New York, al CineFest di Los Angeles. Inoltre è stato inserito nelle rassegne Educa Solid Gandia, Valetudo Short Film Tour, Abycine Festival Internacional de Albacete, Ko&Digital Barcellona, Art Film Children’s Festival International Bogotá, Seminci Festival Internacional de Valladolid e la lista è in continuo aggiornamento.

Andrea, complimenti per i risultati che il tuo cortometraggio sta riscuotendo. Come ti è venuta l’idea della trama?

AT: “Volevo affrontare temi di attualità: immigrazione e integrazione, l’incontro tra le culture. Ci sono stati i casi recenti della Siria che mi hanno fatto pensare. Si parla spesso del problema di integrazione del popolo musulmano che risiede in Europa, delle difficoltà vissute dalle seconde generazioni, ed era un argomento che volevo affrontare nel cortometraggio. Mi sono anche ispirato agli episodi di terrorismo recenti, quella è stata la scintilla per parlare di integrazione, educazione e comunicazione. Ho cercato di dare un punto di vista personale su quella che dovrebbe essere la maniera di affrontare il problema. Credo che per migliorare l’integrazione serva più educazione nelle scuole, conoscere e accettare l’altro senza mortificare le culture diverse dalla nostra, senza generalizzare o demonizzare come spesso viene fatto dai media o dalla politica.”

In questa storia ho visto anche una forte critica verso il potere dei media e dei politici. La bambina all’inizio della fila ha il potere di scegliere il messaggio, tutti gli altri bambini sono gli utenti che lo condividono più o meno volentieri, rischiando di far subire gli effetti di questo potere ai soggetti più indifesi. Ma ognuno di noi ha la possibilità di ribellarsi a questa catena, di spezzare il circolo, di evitare la diffusione della disinformazione. Che ne pensi?

AT: “Effettivamente è una lettura che ci può stare. Io l’ho sempre vista come una metafora, il dieci per cento della popolazione che ha il coraggio di non accettare la lettura dominante, di spezzare il ciclo. Non si può credere che i musulmani siano tutti terroristi, come non si può accettare una guerra, decisa in gran parte per gli interessi di alcuni potenti. Le persone non dovrebbero accettare passivamente il pregiudizio. Il passaparola è su tutto, funziona così: le persone sono passive nei confronti della lettura dominante, finché non si spezza il ciclo grazie a chi ha un minimo di pensiero critico.”

pasapalabra 1Hai scelto di continuare la tua carriera da videomaker in Spagna, anche se hai vissuto per anni a Montepulciano e Chianciano. Perché questa scelta?

AT: “Uno dei motivi per cui mi sono trasferito a Barcellona è perché c’è terreno fertile per poter portare avanti progetti culturali, d’altronde è una grande città. Eppure la cultura che abbiamo qui nella nostra zona, in Toscana e in Italia in generale, molti se la sognano. Sia come tradizione che di formazione, siamo messi bene, il livello è molto alto. Però mancano le opportunità date dalle nuove tecnologie, dal coraggio di sperimentare o dai maggiori fondi presenti nelle grandi città. Da noi non ci sono strutture di formazione specializzate nel settore audiovisivo, ma qui è normale, siamo in campagna. Eppure credo che neanche Roma, Milano e Firenze siano in questo momento al livello di Barcellona: in Spagna hanno fatto grandi passi avanti nei centri educativi a livello tecnologico.”

Quali sono i tuoi progetti futuri dopo questo cortometraggio?

AT: “Mi piacerebbe portare “Pasapalabra” anche in Italia, magari a qualche festival e raccogliere i frutti di tanto lavoro. Sarebbe bello proiettarlo anche in Valdichiana, il prodotto merita diffusione. Anche nei Paesi anglofoni sta andando bene e stiamo pensando di fare i sottotitoli in francese e in italiano. Sto anche lavorando ad altri progetti, sempre a tema sociale, che affrontano argomenti importanti per la cultura attuale: per esempio il documentario “Le città invisibili”, basato sul romanzo di Calvino, sui malati e i senzatetto nelle grandi città è un lavoro che sta circolando già da un paio d’anni in tutto il mondo. Ma il sogno per il futuro sarebbe poter girare un film qui nella mia terra.”

Mi sembra di capire, quindi, che per te il ruolo dell’industria culturale sia molto importante nella società, giusto?

AT: “Certo che sì. La cultura è imprescindibile. Non puoi tagliare fondi alla cultura come non puoi tagliarli alla sanità, sono fondamentali, allo stesso livello. Nel caso specifico dell’integrazione, anche il cinema può contribuire a sensibilizzare l’opinione pubblica, insegnare a vedere il mondo con nuovi occhi. Per far sì che questo accada, bisogna iniziare dalle scuole. L’arte e la cultura possono diventare uno strumento politico.”

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Dufatanemunda: aggiornamenti dal Burundi

Vi ricordate della cooperativa Dufatanemunda? Vi abbiamo raccontato la storia della cooperativa sociale di Vugizo, un comune della provincia meridionale del Burundi, e dei suoi legami con la Valdichiana senese….

Vi ricordate della cooperativa Dufatanemunda? Vi abbiamo raccontato la storia della cooperativa sociale di Vugizo, un comune della provincia meridionale del Burundi, e dei suoi legami con la Valdichiana senese. Lo scorso giugno abbiamo ripercorso la storia della cooperativa (il cui nome significa “l’unione fa la forza”) e del suo fondatore Athanase Tukiyeze, seguendo un progetto di sviluppo sostenibile per portare orti sociali e microcredito di mutuo soccorso in Burundi. Il racconto si è concluso con il grande evento di domenica 28 giugno al Lago di Montepulciano, in cui si è svolta una raccolta fondi per sostenere il progetto, come vi abbiamo ampiamente documentato nel nostro speciale: Dalla Valdichiana al Burundi: l’unione fa la forza!

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La fase di pulizia dei terreni per realizzare gli orti

Nel corso di questi quattro mesi, la situazione si è evoluta: la cooperativa ha continuato a lavorare e sta mettendo a frutto i fondi raccolti durante gli eventi estivi in Valdichiana. Abbiamo incontrato Athanase, che oltre a raccontare la sua storia in altri contesti come il Tetro Povero di Monticchiello, è in contatto costante con gli altri membri della cooperativa a Vugizo.

“Stiamo usando i fondi raccolti grazie al sostegno dei tanti amici in Valdichiana, sulla base del progetto di sviluppo sostenibile che abbiamo illustrato al Lago di Montepulciano. Il primo scoglio da superare è stato quello delle procedure burocratiche.”

Il Burundi è infatti un paese che rischia una nuova guerra civile, e anche se in un villaggio della periferia meridionale come Vugizo il pericolo è inferiore rispetto alle grandi città, la lentezza della macchina amministrativa si fa sentire. La cooperativa aveva necessità di portare l’acqua negli orti sociali acquistati grazie alla cassa comune, ma le procedure burocratiche hanno rallentato i lavori per la necessità di ottenere i permessi e le autorizzazioni.

“Abbiamo superato anche queste difficoltà, adesso la cooperativa si è allacciata all’acquedotto e ha costruito tutte le tubature necessarie. In questo modo potremo portare l’acqua ai serbatoi dei nostri orti sociali e prepararci per la prossima stagione.”

Prosegue quindi l’impegno nella realizzazione degli orti sociali, dopo l’acquisto dei maiali e lo scambio di conoscenze per le buone pratiche di sviluppo sostenibile. Adesso che gli appezzamenti di terra della cooperativa Dufatanemunda sono stati dotati dell’acqua necessaria alle colture, il passo successivo sarà quello di dotarli di pannelli solari per l’approvvigionamento elettrico.

“La cooperativa è attiva anche nel settore sociale: grazie ai fondi della cassa comune abbiamo potuto comprare anche del materiale didattico per permettere ai bambini più poveri di frequentare la scuola. Un impegno che abbiamo sempre tenuto presente, grazie a iniziative di mutuo soccorso a sostegno della comunità locale.”

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I lavori per portare l’acqua agli orti

La storia di Athanase e della cooperativa Dufatanemunda ha provocato profonde emozioni anche nella nostra comunità locale. Oltre alla grande partecipazione all’iniziativa dello scorso giugno, sono state molte le persone che hanno manifestato vicinanza al villaggio di Vugizo e che hanno dato ad Athanase la loro disponibilità a collaborare. Un esempio: una onlus per la prevenzione delle morti improvvise si è offerta di donare un defibrillatore semiautomatico alla comunità di Vugizo, che potrebbe essere particolarmente utile per migliorare le pratiche di soccorso medico del villaggio.

La cooperativa Dufatanemunda continuerà nei prossimi mesi a lavorare agli orti sociali, mettendo a frutto i fondi raccolti in Valdichiana. Athanase tornerà periodicamente nel suo villaggio per aiutare gli altri membri della cooperativa e supportare i progetti di sviluppo sostenibile del territorio: dal canto nostro, continueremo a raccontare la loro storia e a tenervi informati!

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“Verso” come propulsione di ricerca artistica senese

Da qualche anno, l’Associazione dei musei d’arte contemporanea italiani, organizza in network quella che è la Giornata del Contemporaneo. L’11 ottobre 2015, si è celebrata l’undicesima edizione, in tutta Italia….

Da qualche anno, l’Associazione dei musei d’arte contemporanea italiani, organizza in network quella che è la Giornata del Contemporaneo. L’11 ottobre 2015, si è celebrata l’undicesima edizione, in tutta Italia.

A Siena l’afflato delle espressioni e dei fenomeni culturali del tempo presente assume sicuramente toni molto evocativi. La città, da anni, vive uno strano fermento, ambivalente, definito da momenti di slancio e conseguenti ritrosie, da punte di proiezione e retroguardie. Siena ha assunto le forme di una grande e melliflua macchia geografica, ondulante, in cui si mescolano i grigi a toni più caldi; una città che elargisce collisioni di contrasti complementari. In tutto questo, Siena oggi, nonostante tutto, non è affatto la città della paralisi, come potrebbe essere la Dublino di Joyce, ma uno tra i più interessanti centri germinali di ciò che sarà il modo di pensare l’arte e la città nel futuro.

Il Santa Maria della Scala ha ospitato la programmazione di Verso-Siena, in occasione della giornata del contemporaneo, che ha permeato di eventi la settimana dal 10 al 17 ottobre 2015. Non solo mostre, ma anche talk, workshop, punti di incontro, aperitivi, tutto ciò che compete la percezione di ciò che viene assunto come arte. Un’arte che parla del tempo presente, del nostro modo di vivere e di comunicare;

«Il nostro territorio ha moltissime, infinite potenzialità.» mi dice Michelina Eremita, che ha coordinato i tavoli di lavoro, a cadenza settimanale, in seno agli stati generali della cultura, dallo scorso Marzo ad oggi, a cui hanno partecipato, oltre al plesso museale Santa Maria della Scala Contemporanea e il Museo d’arte per bambini, l’Università degli Studi di Siena, l’Ordine degli Architetti di Siena, la Fondazione Musei Senesi, la Fondazione Monte dei Paschi, il Siena Art Institute, l’Accademia del Fumetto, l’Open Zona Toselli, Brick, le Associazioni Culturing, Estrosi, FuoriCampo, OdA32, Xrays, il Collettivo Fare Mente Locale, Inner room, l’Atelier di paesaggio Arscape, il progetto TU35_Siena, nonché Serena Fineschi, Alice Leonini, Claudio Maccari, Federico Pacini e Stefano Vigni. «Questo mettersi insieme funziona.» continua Michelina Eremita «Funziona per tutti ed è estremamente piacevole stare insieme. Condividere un interesse così forte, tra persone, nei confronti di certe modalità espressive è una ricchezza ed anche un benessere per la comunità. I confronti sono sani, costruttivi. Io ho coordinato con estremo piacere il Tavolo del contemporaneo, in qualità di responsabile del museo per bambini del Santa Maria della Scala. L’idea che è venuta fin da subito da tutti componenti, è stata quella – oltre di costituire un documento espositivo degli intenti – di portare avanti una presentazione dei nostri modi di fare in un periodo più lungo rispetto ad una giornata sola (quella del contemporaneo dell’11 ottobre) ma una settimana intera che esponga il modo di pensare l’arte contemporanea. Tra tutte, la più interessante novità del modo di pensare l’arte oggi è la completa compenetrazione tra attività diverse. Al tavolo del contemporaneo, infatti, una presenza fondamentale è stata quella degli architetti; dell’architettura come espressione congeniale a quelle più prettamente artistiche. Ecco che si è creata una nuova connettività, una modalità di connessione tra linguaggi diversi. Tutto questo è inedito per Siena. I rapporti sono stati continui e regolari ed abbiamo deciso che ognuno di noi avrebbe mostrato un esempio della propria attività e tutto venisse accompagnato da momenti di riflessione. Ognuno ha infatti organizzato workshop, talk, proiezioni, et cetera. l’approfondimento dell’arte contemporanea è anche approfondimento del linguaggio e il linguaggio si approfondisce con operazioni puntuali che vadano più a fondo, rispetto ad una mostra. Questa non è una mostra collettiva autogestita, ma è uno scambio di ipotesi, il frutto di incontri, è la rappresentazione di un modo di pensare e di lavorare. Questo è un centro di ricerca.»

Ho sempre considerato il fatto che la fine dell’esperienza del palazzo delle Papesse, storica istituzione per quanto riguarda l’arte contemporanea, a Siena ma in tutta Italia, si sia creato un vuoto generazionale, per quanto riguarda il riferimento istituzionale. Ma Michelina Eremita mi risponde così;

«Il passato di Siena per l’arte contemporanea è legato alla storia delle Papesse. Ma è finito quel modo di fare arte. Oggi non abbiamo uno spazio dedicato. Non abbiamo dei finanziamenti. Non abbiamo uno staff competente e dedicato. Non c’è nulla costruito ad hoc. C’è un tracciato legato al passato, che però va erto e rinnovato. Siamo andati oltre quell’esperienza, quindi. Questo lutto è stato elaborato al punto da presentare dei lavori diversi tra loro, con un modo altro di essere e di presentarsi e di fare. Un modo diverso anche di rapportarsi al pubblico. Le papesse avevano una continuità progettuale con un pensiero dedicato. Qui ci siamo presentati in maniera quasi indipendente; ovviamente un episodio non fa la storia. Verso è un episodio, però attraverso questo si dimostra che l’arte è stata metabolizzata, il territorio ha lavorato, sono stati acquisiti nuovi metodi di organizzazione e di esposizione delle opere.»

Tra gli spunti più interessanti di Verso, c’è la mostra TU35SI – Guardarsi Intorno, curata da Stefania Margiacchi, che più di tutte incarna la volontà di catalizzazione energetica delle forze espressive del territorio senese. Parlo con lei del percorso che, introiettando dal basso le propulsioni artistiche della città, ha portato alla realizzazione di questa mostra.

«Mesi fa ho vinto un bando organizzato dal Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, con Officina Giovani di Prato, rivolto a giovani curatori sondassero, captassero e indagassero le energie creative intorno a loro, dando spazio a sperimentazione, trasversalità e commistione di discipline artistiche e linguaggi creativi, dall’arte visiva alla musica, dal cinema al video, dal multimedia al design. Ho dovuto quindi una ricognizione sugli artisti under 35 che operavano su Siena. Alle mie spalle ho tre esperienze che mi hanno fatto immettere nel panorama della produzione artistica di Siena. Negli ultimi 5 anni ho acquisito una metodologia immersa nell’ambiente senese, tramite varie esperienze. Già avevo una conoscenza del territorio e delle persone che vi si muovevano. Ho preferito fare una mostra collettiva; secondo un gusto personale. Io ho voluto raccontare Siena e il modo in cui gli artisti vedono questa città. È venuta fuori una collettiva eterogenea (fatta di fotografia, istallazione, performance, pittorico) che comunque mantiene una sua coerenza interna. Non ha squilibri. È un coro senza stonature. Il gruppo che ho messo insieme si è uniformato. Le scelte sono state sostenute dagli artisti. Io ho sostenuto tutti loro nel percorso comune. Mantenendo ognuno il proprio linguaggio.

Il concept centrale è “Guardarsi intorno”. Perché?

La mostra si intitola “Guardarsi intorno”. Il titolo è derivato da una precisa intuizione che ho ricavato da una riflessione sulla struttura urbana, architettonica, geografica di Siena. È una città che accoglie e che isola. Che si chiude, immersa nel paesaggio naturale. C’è come una cesura, fortissima, tra ciò che è dentro le mura e ciò che è fuori. Più che guardarsi intorno e altrove,quindi, il punto di ricerca degli artisti è stato il cercare cosa ci sia oltre le mura. Questo è forse tangibile con l’idea della fuga. Non necessariamente con accezione negativa. Una fuga mentale, più che fisica. Le domande che dovrebbero stimolare una ricerca sono quindi “Cosa c’è oltre?” e “Come rappresentarlo?”. Le opere sono un passaggio per un altro posto. Uno spunto di connessione con l’altrove, fuori dalle mura. »

C’è quindi l’opera di Paul de Flers, che ci comunica con gli strumenti puri della figurazione pittorica, una scena di campagna, che si lega alla grande tradizione realista ma con accenti, specie nella gestione à la Cezanne della plasticità delle forme, assolutamente moderni, o quella di Jacopo Pischedda, che fissa la rappresentazione di un Pugile su degli assi di legno di un rudere sperduto nella campagna senese, immettendo i riferimenti grafici della cultura della street-art in un contesto locale, lasciando che poi il paesaggio naturale del rudere, con tutte le intemperie, si riappropri dell’opera ed agisca a sua volta nella modifica “naturale” della stessa.

L’arte contemporanea è sempre più un modo di pensare, una modalità di azione, di gestione espressiva delle vite di una comunità. Questo è il nuovo concetto che sostiene il plesso artistico del tempo presente; le impalcature formali di ogni happening che ci riguarda, il modo di vivere un città, il modo di risollevarla e dare dignità ai tipi umani che la abitano. In un momento storico in cui è nel privato che si fondono e si metabolizzano gli agenti, è nel privato che si formulano i moventi per cui stare al mondo, è attraverso l’evento pubblico – che parla al privato delle persone – che si edifica un modello educativo ulteriore, per la cittadinanza. L’arte, nel 2015, con Siena capitale italiana della Cultura, è un servizio fondamentale che viene dato alla comunità.

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Festival Orizzonti 2015: un tuffo in “Mediterranea”

Festival Orizzonti 2015: un tuffo in “Mediterranea” #ORIZZONTI1518 Agosto Il Festival delle nuove creazioni nelle arti performative è giunto quest’anno alla sua tredicesima edizione. Da due anni, sotto la direzione artistica…

Festival Orizzonti 2015: un tuffo in “Mediterranea”

#ORIZZONTI15

Il Festival delle nuove creazioni nelle arti performative è giunto quest’anno alla sua tredicesima edizione. Da due anni, sotto la direzione artistica di Andrea Cigni, si è imposto a livello nazionale come una delle realtà più interessanti e innovative nel panorama teatrale, caratterizzandosi come luogo privilegiato e ideale di incontro, scambio, espressione e residenza di artisti, pubblici e operatori.Dal 31 Luglio al 9 Agosto 2015 il Festival Orizzonti è andato in scena a Chiusi con dieci giorni intensi di teatro, musica, danza, opera e appuntamenti culturali di alta qualità. La nostra redazione è stata presente alla manifestazione in qualità di media partner, curando reportage e contributi multimediali volti ad approfondire la vita della città di Chiusi durante il festival, raccontando le storie e le emozioni delle persone che ruotano attorno all’evento.

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Raccontare una storia non è un impegno che va preso alla leggera.

Questo che state leggendo è il risultato del nostro impegno, della nostra passione e del nostro coinvolgimento: assieme ani nostri contributi troverete foto, video e approfondimenti realizzati dagli altri media partner e dallo staff organizzatore del Festival Orizzonti. La narrazione seguirà una linea tutta nostra, fatta di incroci e di sinergie, di impressioni e di emozioni, trascurando volutamente la sequenza temporale e l’ordine degli eventi. Buona lettura!

Dal 31 Luglio al 9 Agosto 2015 il Festival Orizzonti è andato in scena a Chiusi 

Mediterranea a Chiusi: dove si incontrano le culture

di Alessio Banini

Raccontare una storia non è un impegno che va preso alla leggera.

Raccontare una storia inventata è facile, ma raccontare una storia vera è dannatamente difficile. E quando prendiamo l’impegno di raccontare una storia, noi di Valdichiana Media dobbiamo portarlo a termine.

Quella del Festival Orizzonti è una storia di cultura e di arte, con tanti eventi che spaziano dal teatro alla danza, dall’opera alla mostra, concentrati in dieci giorni d’estate. Ma non era questa la storia che mi interessava raccontare. Quando ho cominciato ad aggirarmi per le vie di Chiusi, durante il primo weekend del festival intitolato “MediTerranea”, avevo un altro obiettivo in mente. Volevo concentrarmi sulle storie delle persone che ruotavano attorno al festival: gli organizzatori, i turisti, i cronisti, gli artisti, i commercianti, gli appassionati e gli oppositori. Non gli eventi, ma ciò che li metteva in relazione: non la terraferma, ma il Mediterraneo. Un obiettivo ambizioso, raccontare la vita che ruota attorno al festival, senza avere la pretesa di comprenderla pienamente.

Erano queste le domande che mi ronzavano in testa, quando progettavamo i nostri racconti del Festival Orizzonti: il festival porta la cultura a Chiusi, ma come cambia Chiusi nei confronti di questa cultura? Come reagisce nei confronti degli artisti, come si confronta con mondi artistici così distanti da una cittadina della provincia senese di neppure diecimila abitanti?

Che il festival sia coinvolgente anche nei confronti di coloro che vivono e lavorano nel centro cittadino di Chiusi, è evidente dalle parole di Cinzia, che dal suo negozio di frutta e verdura osserva le compagnie teatrali e gli stagisti del festival che passano lungo le vie.

“Gli eventi culturali creano comunità. Se ne parla tra noi, se ne discute. Il teatro e l’opera possono piacere o meno, i gusti son gusti. Ma ti arricchiscono comunque, perché la cultura ti lascia sempre qualcosa.”

E poco importa che i risultati commerciali dell’attività, durante i giorni del festival, non siano esaltanti:

“Perché non bisogna guardare solo al denaro. Anche alle conoscenze che fai, alla capacità di promozione di un evento del genere. La gente che viene a Chiusi in questi giorni poi ritorna. Fai conoscere la città e la fai rendere viva.”

Il rapporto umano e la relazione sociale sono fondamentali, per la crescita culturale. E di rapporti umani vive tutto il festival. Tra un evento e un altro si incontrano Anna e Arianna che corrono da una parte all’altra, i redattori di Teatro & Critica che preparano il magazine, i ragazzi di Radio Trasimeno che allestiscono il Dj set serale. Il fermento culturale del festival è anche il fermento di chi lo racconta e di chi lo organizza. Gli eventi sono la terra in cui si sbarca, ma la rete attorno a essi è il mare, quel Mediterraneo che è il titolo di quest’edizione e in cui si annida lo spirito vero e autentico dell’aspirazione culturale di quest’angolo di mondo.

Perché la cultura è anche in queste relazioni. Nella rabbia di Marcello che bacchetta a suo modo la presidentessa della Fondazione Orizzonti per aver tardato l’apertura dell’Open Space Art, in cui sono esposte le opere pittoriche degli artisti locali.

“Noi artisti non vogliamo essere il fanalino di coda – si lamenta – vogliamo essere il faro.” Marcello non vorrebbe limitarsi a esporre le sue opere, ma vorrebbe far crescere il pubblico. Farlo diventare critico, favorire la gestione economica della cultura. Non è l’arte che deve diventare popolare, ma il cittadino che deve diventare critico.

“Qui in inverno la gente non sa cosa fare. Una visita a una mostra sarebbe già qualcosa. Ci vogliono spazi comuni per i pittori, sia per presentarsi al pubblico sia per fare sistema assieme agli altri.”

Prima di fare la pace con Silva, che viene ad aprire la mostra, Marcello trova il tempo di citare Churchill e la seconda guerra mondiale. “Perchè dovremmo tagliare fondi alla cultura per finanziare la guerra? E allora per cosa combattiamo?”

Anche Churchill, probabilmente, sarebbe stato felice di vedere quegli anziani signori in Piazza del Duomo, che non erano minimamente interessati alla prima della Cavalleria Rusticana e stavano nei giardini accanto. Ma che, quando un passante ha alzato la voce, gli hanno intimato di fare silenzio per non disturbare.

Sarebbe fiero anche di Simona e Rina, che si affaccendano al chiosco dei giardini mentre cittadini e visitatori vivono il festival.

“Meno male che c’è il festival che ha dato vita a questo paese – dicono – Un po’ di facce nuove si vedono, meno male che fanno iniziative belle che portano persone.”

E il dispiacere di non poter godere neppure di un evento, perché c’è necessità di lavorare e tenere aperta l’attività commerciale, è mitigato dalla possibilità di ascoltare da vicino tutte le prove dalla Piazza del Duomo e dal Teatro Mascagni.

Organizzare un festival come questo significa investire in cultura. E quando investi in cultura, trovi anche degli oppositori. Come il signore all’uscita del Teatro Mascagni dopo lo spettacolo di Pippo Delbono:

“Gli eventi culturali creano comunità. Se ne parla tra noi, se ne discute. Il teatro e l’opera possono piacere o meno, i gusti son gusti. Ma ti arricchiscono comunque, perché la cultura ti lascia sempre qualcosa.”
“Gli eventi culturali creano comunità. Se ne parla tra noi, se ne discute. Il teatro e l’opera possono piacere o meno, i gusti son gusti. Ma ti arricchiscono comunque, perché la cultura ti lascia sempre qualcosa.”

“Ma io, se devo comprare qualcosa, mica la compro a Chiusi! Altrimenti aumento l’indotto, sarebbe come votare questa gente! Piuttosto i soldi li porto alla Pieve, e la roba la compro lì!”

Mentre l’oppositore riparte per Città della Pieve, però, un gruppetto di bambine in Piazza XX Settembre improvvisa dei balletti con la radiolina davanti alla fontana, in attesa del Dj set serale. Tutto questo, mentre nel Chiostro di San Francesco si svolge lo spettacolo di danza della compagnia Adriana Borriello. L’evento, e la vita che ruota attorno. La terraferma, e il mare di relazioni che la rende viva.

Ma questo non può essere sufficiente, per raccontare il festival. Non possono bastare le voci dalla piazza, le opinioni dei commercianti, le impressioni degli spettatori dopo gli spettacoli o la stanchezza mattutina degli organizzatori. Il senso profondo di questa Mediterranea che unisce paesi, storie, culture, sogni e destini, tutti diversi e tutti uguali, non può prescindere dal rapporto tra le persone.

Cultura non è solo negli spettacoli di qualità del festival. Cultura è anche nella rete di relazioni tra le speranze di Cinzia, la rabbia di Marcello, i sorrisi di Simona e Rina, le emozioni delle decine di persone che il festival lo vivono e lo attraversano, fisicamente e spiritualmente, come se fosse un Mar Mediterraneo: alla ricerca dell’altro, del futuro, dell’arte, se non addirittura di un senso. E il mio contributo a questo mare non può che essere il racconto, per dare dignità alle loro emozioni e alle loro storie.

Pur sapendo di non essere all’altezza del festival, in certi momenti. Anche negli spettacoli di danza contemporanea che non posso comprendere, anche nelle citazioni teatrali che non posso cogliere, percepisco un senso più profondo. Sto attraversando la mia Mediterranea, e non sempre la terraferma è conosciuta: a volte è aspra, ignota, difficile. L’incontro con l’altro non è sempre facile: ma è proprio in quell’incontro, la cultura. Nel mare, non nella terraferma.

E allora anche a Chiusi puoi cercare un senso all’arte, alla vita, all’incontro tra le culture. E allora capisci che sì, Chiusi è una città piccola, famosa per il suo passato etrusco e per la sua stazione ferroviaria. Ma è un crocevia, ed è nei crocevia che si fa cultura. Come nel Mediterraneo, un mare che per secoli è stato un crocevia, dove si incontravano i mercanti con i preti, i guerrieri con i pescatori, i criminali con i poeti. Il luogo in cui si incontrano le culture, in cui entrano in relazione tra di loro, prima di affrontare una terraferma ignota, che sia un incontro a passi di danza o a colpi di hashtag.

E allora sì, eccolo qua, il mio racconto: benvenuti a Mediterranea, crocevia di culture.

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Marcello trova il tempo di citare Churchill e la seconda guerra mondiale. “Perchè dovremmo tagliare fondi alla cultura per finanziare la guerra? E allora per cosa combattiamo?”

Romanzo Mediterraneo: una presa diretta di #Orizzonti15

di Tommaso Ghezzi

Non potevo non sfruttare l’opportunità di girovagare per il Festival Orizzonti di Chiusi, anche quest’anno. L’unica realtà in cui l’attenzione, il perno retorico del programma, è veramente incentrata sulla prosa, sulle qualità del racconto, sui registri e i fraseggi della recitazione piana, attiva, contemporanea. Il concept di quest’anno è il Mediterraneo e le sue declinazioni, le sue infinite aperture di ventaglio, il suo serbatoio millenario di storie e termini emotivi. Ho inteso la giornata del 4 Agosto come un’unica, grandiosa, rappresentazione.

Ore 14:30

È il 4 agosto. Pomeriggio. La mia macchina è immobile in una piazzola dell’autostrada. Io sono fermo alla colonna del SOS, ho già chiamato i soccorsi. Sono in attesa. Scoprirò più tardi che la cinghia di distribuzione dell’albero motore che fino al chilometro 394 dell’A1, in direzione Roma, faceva parte del plesso unitario e coerente del sistema-automobile, è scomparsa, annullatasi in un Seppuku estivo, come Mishima, per mancata tolleranza della canicola. Vabbè.

Riesco fortuitamente a trovare aiuto in autostrada. Persone che mi portano a Chiusi. Al Festival Orizzonti. Recupero un minimo di fiducia nell’umanità.

Ore 16:10

Quando entro nel foyer del Teatro Mascagni, dopo la disavventura estraniante che ho vissuto, sono passate le quattro. È il quattro agosto duemilaquindici. E sono in ritardo per recuperare i miei accrediti dalla responsabile dell’ufficio stampa.

Nella sala stanno provando “Therese et Isabelle”, lo spettacolo della compagnia del Teatro di Dioniso, in programma per la sera successiva. Gli attori camminano in autonoma e distaccata indifferenza gli uni verso gli altri, e costruiscono, ormai per inconscio derivato dalle alacri ore vissute sullo stesso piano scenico a provare gli spettacoli, un’armonia implicita. Una pura coscienza dell’Altro, un’immedesimazione etero diretta. Camminano disordinatamente, in apparenza, a guardarli meglio tutto gira secondo un ordito preciso, intimo e viscerale. In questi momenti, gli attori, accarezzano l’imo del daimon scenico, l’estro teatrale, lo spirito che coglie i canali del corpo umano e li rende lirici. Questa è la poiesi del racconto, quel limite fisico, tangibile, in cui si costruiscono le storie. È come assistere ad un’aurora boreale, come assistere ad un parto di un animale raro. Un feto di panda che viene alla luce tra i bambù. Poi ci penso meglio, e mi accorgo che è solo teatro.

Mentre aspetto Anna dell’ufficio stampa, scorgo dei libri messi in vendita a costi ridottissimi. Mi prendo una biografia di Flaiano, scritta da Giovanni Russo, e i diari di Vittorio de Sica. Mentre leggo mi passano accanto decine di ragazzi, volontari, stagisti, dipendenti della Fondazione Orizzonti, tutti indaffarati alla gestione della vendita dei biglietti, dei trasporti delle casse, della logistica degli spettacoli. Entra anche una delle costumiste del festival. Ha dei lunghi capelli bianchi, una veste di lino e porta con sé sacchi di stoffa.

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Il Festival delle nuove creazioni nelle arti performative è giunto quest’anno alla sua tredicesima edizione. Da due anni, sotto la direzione artistica di Andrea Cigni, si è imposto a livello nazionale come una delle realtà più interessanti e innovative nel panorama teatrale

È come una Menade solare, una visione. La seguo uscire verso via Porsenna. L’aria è immobile come l’immobilità che consegue uno sforzo. Quella fermezza psichica, raggiungibile solo dopo un’attenta introiezione del movimento. Non c’è suono. Sono quasi le cinque.

Anna mi chiama. Mi fornisce gli accrediti. Mentre parla con me, il telefono le suona cinque volte. Come un orologio casuale che per una strana perizia del fato suona esattamente le ore che il quadrante reale nello schermo dello smartphone segnala con inattaccabile giustezza.

Intanto ho bisogno di una macchina. Ci sono due ragazze che stanno per portare le casse allo spettacolo imminente al Lago di Chiusi. Sono automunite. Attingo un passaggio che gentilmente mi viene concesso. L’anziano autista mi chiede “Ma te, fammi capì, se ‘n c’ero io con che venivi giù? A piedi?”. “Sì” rispondo con sommessa fierezza, e gioia dell’azione, che contraddistingue la mia passione per l’arte scenica “probabilmente, sarei sceso a piedi”.

Ore 17:30

Al Pesce d’oro l’ambientazione è mistica. Anche qui arrivo molto presto rispetto allo spettacolo. Sento le battute di due diverse pièce, che ancora stanno provando. L’omosessuale o la Difficoltà di esprimersi è un continuum di grida lancinanti che si ripetono. Si ripetono le stesse frasi. Tre volte. È una prova, giustamente, ma sembra una litania rabbiosa e rituale. Eva Robin’s rimane inerte sul pontile di legno dolcemente appoggiato sul lago. Un attore si getta in acqua ed inizia, in stile libero, a varcare lo spazio tra le due piattaforme di cemento che si allungano verso le profondità lacustri. Le onde generate dal suo vorticoso movimento sulla superficie si organizzano in precise increspature sul piano immobile dell’acqua semi-palustre d’agosto. Il suo corpo è un’isola. Un’isola misurata nella sua bellezza.

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“Orizzonti Festival si propone il duplice obiettivo di esportare la storia e le tradizioni della città di Chiusi e insieme importare in questo territorio elementi di ricerca e sperimentazione culturale italiana e internazionale.”

Mi sposto verso lo spazio centrale tra i due pontili, in cui è allestita la scena de “Gli Dei di Lampedusa”, scritto e diretto da Laura Fatini. Anna Maria Meloni, una delle attrici, è già in abiti di scena: un lungo vestito rosso ed un turbante, dello stesso colore, che le fornisce un’aura esotica e materna, un trionfo della natura arrossata delle fauci del Mediterraneo, che sembra apparire, ora, al posto del Lago di Chiusi, con la sua apertura celeste, timida e lungimirante, il suo speculare immergersi, rappresentandosi come altro dal mare che impersona, nell’azzurro infinito del cielo.

Vedo Laura Fatini addentare un Maxibon. “Mi fai venire fame” le dico. Con lei entro dentro il bar giustapposto all’ingresso del piazzale erboso sul lago. “Ti vedo nervosa” le dico ironicamente “che hai?”. Freddamente mi risponde “Non mi rassicura l’amplificazione” mi confida “Non sopporto l’idea di sentire una voce in stereofonia, quando l’attore che la dice si trova in un preciso lato del palco”.

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LaComédie Humaineè già qui, di fronte ai miei occhi. È un continuum scenico di frasi e deviazioni narrative

La Comédie Humaine è già qui, di fronte ai miei occhi. È un continuum scenico di frasi e deviazioni narrative. Chiedo al barista “Scusi, prima di prendere il Maxibon, vorrei usare il bagno, se mi dice dove posso trovarlo”. Lui contrae la bocca in uno spasimo di ironia e benevolenza, “Guardi” mi fa “E’ là dietro quella porta bianca. Io di solito sono chiuso il martedì, ma ho aperto esclusivamente per permettere l’uso del bagno…” potrebbe fermarsi qui. Potrebbe non aggiungere altro. E invece sente la necessità di varcare il limite della loquacità, sostenendo: “certo che per organizzà le cose al lago, chiamacci la gente e unn’avecci il bagno, bisogna esse proprio di Chiusi…”

Intanto iniziano a comporsi piccoli segnali di disagio. Non ci sono ancora né posti per far sedere il pubblico, né transennamenti. Arrivano tutti i leader della gestione dell’evento. Risolvono la situazione in pochi minuti, mentre gli attori iniziano a scaldare la voce tenendo precise vocalizzazioni diaframmatiche. Insieme formano un accordo di settima minore.

Il sole dona un notevole tono lirico a tutto il panorama. La luce delle 18 meno dieci già anticipa una precisa e rassicurante corale delle livellature ambientali che vanno sovrapponendosi. Sul pontile, seduti, Pierangelo Margheriti e Giulia Roghi ripassano le battute. Mi avvicino per salutarli, per dire loro “Merda merd…” . Mi fermo. Stanno dicendosi le battute con una naturalezza irripetibile. Seduti sul bordo del lago. È un’immagine definitiva, irraggiungibile. Metateatrale. Mi blocco per quella notifica di cui sopra, riguardo alla basica elementare della formazione scenica. Quell’edificazione del demone del palco – che è una spiaggia – quella monodica diffrazione di gesti, sguardi e parole donate all’aria, prima dello spettacolo, per poi ritrovare tutto, nella stessa aria dell’azione scenica. Più in là Calogero Dimino è già il personaggio che andrà a rappresentare.

Ore 18:10

Tra il pubblico, il mio vecchio professore di biologia del liceo, accompagna alcuni amici stranieri. Si siede poco dietro di me e indica loro qualcosa sulla superficie del lago “Là, vedete? Uno Svasso. Femmina. Adesso si immerge, guarda…” osservo l’uccello nidificatore affondare prima il collo, poi l’intero busto nella piattaforma immobile dell’acqua, che si corruga in onducole senza coscienza.

Inizia lo spettacolo. Il monologo iniziale di Pierangelo Margheriti è già un pugno nello stomaco. Siamo su un barcone che dalle coste africane ci porterà in Italia, in quell’occidente tanto agognato, quell’occidente libertario e meraviglioso visto nelle copertine e negli schermi delle televisioni dei bar. Quell’occidente così bene rappresentato, nella vendita che lui stesso vuole infondere, nella nostra africa, dei suoi meravigliosi prodotti, fabbricati per lo più grazie alle materie prime che dalle nostre terre ha depredato. Quell’occidente così ben rafforzato dalle armi che costruisce e ci vende, per poi accusarci di usarle, quando le effrazioni superano qualsiasi tipo di umanità concessa dalla storia.

Calogero Dimino è siciliano di per sé. Interpreta il becchino di Lampedusa che raccoglie i cadaveri dei migranti, uccisi dai disumani viaggi nelle stive dei barconi, ai quali sono costretti dalla disperazione, per seppellirli. È il secondo pugno emotivo, che è già un knockout dopo solo dieci minuti di spettacolo.

Gli attori appaiono bravi. Il testo è altisonante. Mette insieme elementi della tragedia greca, letteratura contemporanea e comunicati ufficiali e non ufficiali dei giorni del terribile naufragio, lo scorso aprile, in cui persero la vita centinaia di migranti.

L’ambientazione naturale, che rifornisce ogni parola, ogni gesto, ogni singolo sasso mosso dalle coreografie e dalle coordinate sceniche, mostra la contrazione di un mondo che si aggroviglia su sé stesso. Un mondo in posizione fetale, in lacrime, un mediterraneo che è il suo ventre e che è premuto dalla furia di un dio biblico dell’antico testamento, un Mare Mediterraneo che si fa garante di un ordine tragico apollineo, il deus ex machina della morte livellatrice.

Ore 20:30

Torno a Chiusi Città, dopo aver cercato, in modo fallimentare, di saltare su una barchetta che mi avrebbe dovuto portare al centro del lago dove Silvia Frasson avrebbe rappresentato Mustiola, la santa patrona di Chiusi, e il suo volo. Non ce l’ho fatta, quindi, malauguratamente. Entro già al Chiostro di Sant’Agostino, dove a breve andrà in scena la “Ballata per Giufà”, testo di Laura Fatini, regia di Gabriele Valentini. Trovo tutto lo staff che organizza gli ultimi accorgimenti all’allestimento dello spettacolo. Valerio Rossi, il Giufà del titolo, sta sotterrando una Rosa. “Come stai?” gli dico. Mi guarda, non risponde, sorride.

Gabriele Valentini controlla le sue lenti Transition e il loro oscurarsi a seconda dell’intensità della luce naturale. Il fatto che siano trasparenti indica l’incipiente inizio della mise en scène. “Io direi che vi potreste andare a preparare…” fa agli attori. Si ferma a guardare Valerio Rossi e Giulia Rossi, rispettivamente Giufà e la Donna di Piazza. Dice solo “Ti ricordi? Carichi, carichi, carichi, e poi esplodi. Mi sono spiegato?” tutto tace “Mi sono spiegato?” ripete. “Sì, mi sono spiegato.”

Ore 21:15

Giufà è il personaggio principe delle narrazioni popolari della tradizione orale, un personaggio picaresco delle storie ancestrali, dalla più che rilevante caratura d’interesse antropologico. Giufà è presente in tutti i paesi del mediterraneo, con vari nomi, varie fatture. Ha più colori, più modi di essere. Ma le storie sono le stesse. E le sue storie girano il bacino del mediterraneo, senza la minima radice se non quella della totale appartenenza al flusso umano del racconto. Qualche giorno fa, al teatro Signorelli di Cortona, avevo sentito Ascanio Celestini raccontare diverse storielle su Giufà ad una velocità cabarettistica, da teatro di narrazione. Adesso invece, nella versione di Fatini/Valentini la vicenda è filtrata da una contestualizzazione iperuranica, lenta, tanto da sembrare una tragedia euripidea: sabbia sul piano scenico non inclinato, due pali irregolari di legno, una minuziosa incastonatura di pannelli bianchi, con un panno velatino centrale, dal quale filtrano immagini retrostanti, se rilucenti, e diviene manto omogeneo se illuminato dai par led dell’americana frontale. Una cifra stilistica, ormai più che riconoscibile, del gusto registico di Gabriele Valentini.

Il Giufà interpretato da Valerio Rossi è un folle, un sommarsi di personalità continue, scatti di sclerosi emotiva, switch di stati d’animo indeterminabili. Il Giufà espone i suoi ardimentosi percorsi argomentativi, nei colloqui con le due magnifiche figure interpretate da Mascia Massarelli e Claudia Morganti, con un crescendo di contrazioni. Come i gatti quando vomitano. Come le pulsazioni di un orgasmo.

L’unico rilassamento avviene nello splendido scambio di battute tra Giufà e la Donna della Piazza, interpretata da una Giulia Rossi di inossidabile bellezza. Il dialogo sembra arrivare da un fuori tempo e spazio, da un oltreoceano che vive solo nelle ipotesi di chi osserva. Giufà non è più Giufà, ma è le storie che indossa, e passa di bocca in bocca, come i popoli si spostano di terra in terra. Lo stabilimento, il ritrovare le stesse cose nei soliti posti, significa stuprare la tessitura delle narratologie universali.

Le storie popolari di Giufà, si basano molto spesso su comparative dirette dal risvolto comico; “come le stelle hanno potuto riscaldare me, allora possono pure riscaldare la pentola” dice Giufà al Sultano, “Come una pentola ha potuto figliare, allora ha potuto anche morire” dice al rigattiere. E così, queste piccole vicende, ci guardano e ci ri-guardano, nella nostra immedesimazione, dell’essere tanti uomini, forse tutti gli uomini, che avranno nomi e forme diverse, costumi, abitudini diverse, ma fondamentalmente appartenenti alla stessa, identica, maledetta storia.

Ore 2:00

Sono sul mio letto. Tornare a casa è stato un gloriaalpadre, determinato da un elemosinare un passaggio, concedutomi poi da una cara amica, fortunatamente presente tra gli spettatori della Ballata per Giufà. Mi viene in mente un passo dell’Antologia Palatina, che vado a ricercare;

  Ti brucerò, porta, con questa torcia,

brucerò chi sta dietro. Poi fuggirò ubriaco

attraverso l’Adriatico dal colore del vino, mi rifugerò

dietro un’altra porta: sarà la notte ad aprirla.

Ed osservandomi nelle lamentele che ogni giorno muovo a me stesso – e alle Capre che vivono in queste lande toscane, apparentemente grette e incolte – mi rendo conto di come il flusso umano che ruota intorno al mediterraneo comprenda anche la mia gente. E in questa stessa parte di mondo, così impura, inetta, la quale accuso di tappare le ali alle aquile e coprire lo sguardo ai falchi, mi rendo conto, sono stati fondati festival di teatro e musica di rarissima bellezza. Per il Festival Orizzonti e per tutti gli altri capolavori di innalzamento dei termini umanistici, possiamo dirci veramente fortunati. E forse, il motivo per cui sono ancora qui a scriverne è proprio la profonda e sacrosanta fortuna che intravedo in questa giornata sfigata.

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Gli dei di Lampedusa: Il monologo iniziale di Pierangelo Margheriti è già un pugno nello stomaco. Siamo su un barcone che dalle coste africane ci porterà in Italia, in quell’occidente tanto agognato, quell’occidente libertario e meraviglioso visto nelle copertine e negli schermi delle televisioni dei bar.
Gli dei di Lampedusa: Il monologo iniziale di Pierangelo Margheriti è già un pugno nello stomaco. Siamo su un barcone che dalle coste africane ci porterà in Italia, in quell’occidente tanto agognato, quell’occidente libertario e meraviglioso visto nelle copertine e negli schermi delle televisioni dei bar.

Il teatro “local” di Orizzonti raccontato dagli artisti

di Tommaso Ghezzi

“Ballata Per Giufà” e “Gli dei di Lampedusa” sono stati i segmenti teatrali “local” del Festival Orizzonti. Quella definita come “Compagnia del Festival Orizzonti” è una catalizzazione di un lavoro che da anni opera in tutta l’area Valdichiana, tra Montepulciano, Sarteano e Chiusi, costruendo spettacoli di alta caratura e impegno da parte dei registi, degli attori e degli scenografi. Ho incontrato Laura Fatini, autrice dei testi dei due spettacoli e regista de “Gli Dei di Lampedusa”, Gabriele Valentini, regista di “Ballata per Giufà”, Valerio Rossi, che interpreta il Giufà nello spettacolo diretto da Valentini, e Andrea Cigni, sommo direttore del Festival Orizzonti, alla fine di una lunga giornata di sudore e spettacoli, bevendo birra artigianale.

Che cos’è, quindi, il mediterraneo?

Gabriele Valentini: Il Mediterraneo, inteso come luogo fisico è “il mare tra le terre”. Come luogo spirituale, invece, rappresenta un incrocio di culture e di idee. Un grande spazio acquatico senza quei confini che purtroppo ci sono.

E ‘Giufà’ come rientra in questa definizione, in questa coordinazione geografica la storia ancestrale, la mitopoiesi dei racconti che coinvolgono questo personaggio?

Laura Fatini: Giufà è il mediterraneo. Esiste in tutti i paesi che si affacciano sul nostro mare con vari nomi e varie caratteristiche. È dal 1100 che le sue storie varcano tutte le coste del mediterraneo. Un convegno tempo fa comparò Giufà, Sancho Panza e Ulisse. Io sono perfettamente d’accordo nel considerarlo un elemento essenziale per la cultura totale del Mediterraneo.

Valerio Rossi: Il mio Giufà, invece, rispecchia il concetto – che io e il regista dopo un bicchiere di sambuca abbiamo scoperto nell’identificazione del personaggio – di “ecolalia”. Il ripetere cioè cose che ti sono state dette. forse sin da bambino, e dopo averle immagazzinate continui a ripetere involontariamente. Acquisisci le storie di tutti immettendoti così in un contesto simile a quello del luogo spirituale rappresentato dal mediterraneo, ovattato, a coste chiuse, ma pieno di racconti.

Dopo anni ed anni di collaborazioni, tangenti Valentini-Fatini le vostre personalità artistiche si sono perfezionate. Quali sono le affinità e le divergenze tra voi due?

Gabriele Valentini: Le divergenze sono totali. Ci sono due strutture, due culture diverse. Nello specifico, la cosa divertente per “Ballata per Giufà” è stato prendere un testo di Laura e giocarci, cercando di rispettare la parola scritta, ma personalizzando la teatralizzazione: dai costumi alla regia generale. E credo di averlo cambiato completamente, rispetto a come lo aveva inteso lei.

Laura Fatini: Sì, noi vediamo i testi in maniera opposta e la cosa straordinaria è che riusciamo a fare regie insieme! Credo però che negli anni ci siamo contaminati. Lui mi ha insegnato molto l’uso delle strutture sceniche, la scenografia. Io invece non credo di avergli insegnato nulla, ma forse qualcosa sì… ho una maggiore visione d’insieme grazie a lui. Per il resto lavoriamo in maniera completamente opposta, ed è questo il bello della collaborazione. Altrimenti non ci sarebbe nessun frutto, no?

Gabriele Valentini: Se lavorassimo nello stesso senso di marcia, nella stessa direzione, sarebbe anche noioso seguire i progetti. Per me, la sfida divertente di questo Giufà, per esempio, è l’aver preso un linguaggio completamente diverso dal mio, che è quello della Fatini, scritto, e trasformarlo in qualcosa di visivo che mi somigliasse di più rispetto a ciò che lei aveva scritto.

Laura Fatini: sarebbe bello vedere in scena i due Giufà. Noterebbero tutti la totale diversità dei personaggi.

E invece, Andrea Cigni, per te è difficile collocare i registi locali con dei grandi del teatro contemporaneo? Voglio dire Insieme a Laura Fatini e Gabriele Valentini, che lavorano da anni nel territorio, hai immesso nel programma Pippo Delbono o Roberto Latini della Fortebraccio Teatro…

Andrea Cigni: Dal momento che credo fortemente in questo progetto voglio portare, il progetto che ho in mente, fino in fondo. Quindi il mio pensiero è che il territorio non si debba abbandonare. In ogni caso, non credo che sia una questione di territorialità; Valerio Rossi, per esempio, ci è nato a Chiusi, ma adesso vive da tutt’altra parte. (vive a Londra da tre anni, ndr) Credo sia una questione di opportunità, e non di provenienza. Una questione occasioni e opportunità create. Che poi io abbia scelto persone che operino qui è un dettaglio non poi così rilevante. Mi fa piacere che il festival rappresenti un punto di arrivo di realtà lontane tra loro, ma anche un punto di partenza per gli artisti che hanno scelto di rimanere qui, non per mortificarsi, ma perché credono che portare avanti un progetto nel proprio territorio abbia lo steso valore che portarlo nelle grandi città. Anche Roberto Latini, per esempio, è romano, ma ha scelto di vivere a Bologna, voglio dire. Poteva benissimo rimanere a Roma. Per cui credo fermamente che loro abbiano scelto di operare qui e sfruttare ciò che il territorio offre. a me spetta il compito di aiutarli sostenerli e creargli un terreno sul quale loro possano lavorare. Loro hanno avuto il coraggio di togliere tante persone dalla casa, dai cellulari, e riunirli intorno al valore del teatro, inteso come luogo in cui si vedono e si sperimentano delle cose.

Sei al secondo anno di direzione artistica del festival; rispetto all’anno scorso, nell’economia generica dell’ambiente, anche relativamente alle risposte di questa terra, come si è configurata l’evoluzione, se un’evoluzione c’è stata, del “progetto Orizzonti”, a tuo parere?

Andrea Cigni: Da parte mia ho visto un radicamento molto rapido, in questi due anni. Ho fatto il primo sopralluogo nell’estate di due anni fa. Era il momento di picco turistico e dormivo in un B&B qua vicino. Chiusi mi sembrava – lo posso dire? – un piccolo Bronx. Sembrava la caduta degli dei, una desertificazione generale. Questo è stato destabilizzante, per me. Poi però ho cercato di creare degli stimoli. Il festival e la sua struttura si sono radicati, secondo me, e non soltanto per la città di Chiusi, ma anche dall’esterno: riconoscere in questo luogo un posto dove si fa teatro, in varie sfaccettature. È una crescita in controtendenza poi, perché non è così scontato avere serate piene di lunedì e martedì. Questo mi fa felice, non per me – non ci stiamo guadagnando cifre astronomiche per comprarci le ville – ma per le persone che vengono, osservano e vivono questo luogo bellissimo, in questi giorni. Sentire persone o anche i vari Pippo delBono o Latini o un musicista qualunque, che ti dicono “qui a Chiusi sono stato bene” e “Grazie” – e ti assicuro che non lo fanno per i soldi – è un bel successo per me, per quello che ha rappresentato nel mio percorso personale questo festival, e soprattutto per loro.

Gabriele Valentini carica la sua compagnia prima della Ballata per Giufà: “Ti ricordi? Carichi, carichi, carichi, e poi esplodi. Mi sono spiegato?” tutto tace “Mi sono spiegato?” ripete. “Sì, mi sono spiegato.”
Gabriele Valentini carica la sua compagnia prima della Ballata per Giufà: “Ti ricordi? Carichi, carichi, carichi, e poi esplodi. Mi sono spiegato?” tutto tace “Mi sono spiegato?” ripete. “Sì, mi sono spiegato.”

Si chiude il sipario su #Orizzonti15, si apre su #Follia16

di Valentina Chiancianesi

La XIII edizione del Festival Orizzonti si è conclusa con la convinzione che ancora tanto si possa fare nella direzione di una continuità e connessione con il territorio di Chiusi: Orizzonti Festival sipropone il duplice obiettivo di esportare la storia e le tradizioni della città di Chiusi e insieme importare in questo territorio elementi di ricerca e sperimentazione culturale italiana e internazionale.

Il vicesindaco Juri Bettollini con la presidente della Fondazione Orizzonti d’Arte Silva Pompili e il direttore artistico Andrea Cigni hanno dichiarato durante la presentazione del tema dell’edizione 2016 del Festival la necessità di lavorare con più continuità nell’arco dell’intero anno per raggiungere questi obiettivi. Dalle scuole alle realtà cittadine Orizzonti Festival non può limitarsi a rappresentare soltanto 10 giorni estivi di eventi ma deve diventare un elemento costante nella programmazione artistica della fondazione e della città.

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“Quello che noi cercheremo di fare è creare un percorso che parte dalla stagione invernale per poi arrivare al festival. Percorso durante il quale cercheremo di avvicinare sempre di più le persone a questo mondo.” – Silva Pompili 

Silva Pompili racconta la sua prima esperienza da presidente della Fondazione Orizzonti durante i frenetici giorni di Orizzonti Festival

Silva Pompili, la sua prima esperienza da presidente è andata, come la descriverebbe?

“E’ stata una bellissima esperienza, impegnativa soprattutto, perché per me è una cosa del tutto nuova rispetto a quello che faccio normalmente, ma allo stesso tempo è stimolante perché si scoprono cose nuove e mondi nuovi. L’ambiente culturale è veramente bello, fa piacere restare al suo interno. È chiaro che dall’esterno non ci si rende conto dell’impegno della macchina organizzativa che c’è dietro a un festival del genere, e anche io fino ad adesso non me rendevo pienamente conto”.

La nostra redazione ha raccontato il festival da un altro punto di vista, andando ad analizzare la fruizione della manifestazione dai cittadini. Secondo lei i cittadini come percepiscono il festival?

“Sicuramente c’è ancora un po’ da lavorare su questo lato, non è ancora visto come parte integrante e viva della città. C’è stato un miglioramento rispetto alle edizioni passate. L’anno scorso ho vissuto il festival non da presidente e devo dire che c’era una reticenza completa, mentre quest’anno, probabilmente con l’esperienza vissuta l’anno scorso e con il fermento che gira intorno al festival, c’è stato un atteggiamento diverso, però ancora c’è da lavorare”.

Come cercherete di lavorare per migliorare questo aspetto?

“Quello che noi cercheremo di fare è creare un percorso che parte dalla stagione invernale per poi arrivare al festival. Percorso durante il quale cercheremo di avvicinare sempre di più le persone a questo mondo. Questo è il secondo anno del festival così organizzato e quindi ci vuole un po’ di tempo per riuscire a somatizzarlo, capirlo e conseguentemente viverlo”.

Per l’ultima giornata di festival avete svelato il tema della prossima edizione e il 2016 sarà all’insegna della Follia. Perché questa scelta?

Perché per fare tutto questo si deve essere un po’ tutti folli, ma pronti ad affrontare l’edizione 2016, anzi ci stiamo già muovendo”.

Questo il percorso condurrà a Orizzonti Festival 2016, che sarà incentrato sulla Follia, Follia intesa nel senso di quella leggera sconsideratezza, necessaria per saper sostenere ed intraprendere percorsi coraggiosi e arditi. Ne abbiamo parlato con il Direttore Artistico Andrea Cigni, che ha fatto il bilancio dell’edizione appena conclusa.

Andrea Cigni, soddisfatto di questa #mediterranea2015?

“Grande soddisfazione per tanti motivi, uno perché ho potuto catturare l’attenzione di tanti operatori teatrali italiani e stranieri, moltissimi giornalisti e soprattutto tanto pubblico specializzato ma anche semplicemente appassionato e curioso, un’edizione che ha saputo dimostrare di crescere. In questi giorni abbiamo avuto l’attenzione del Ministero della Cultura che durante tutte queste giornate sono stati con noi, i loro funzionari hanno verificato effettivamente come è stato l’andamento del festival”.

Se tu dovessi cambiare qualcosa di questa edizione, cosa cambieresti?

“Non cambierei niente, a parte il tempo che negli ultimi giorni non ci ha assistito e ci ha creato alcuni problemi organizzativi, ma comunque non cambierei ma migliorerei, potenziando il punto di vista comunicativo, ovvero partendo prima a comunicare a tutta Italia quello sta succedendo a Orizzonti e a Chiusi in particolar modo. Anche perché devo ammettere che in verità non ci rendevamo neanche noi conto quanto fosse grande la cosa, forse ci siamo focalizzati principalmente sull’aspetto artistico tralasciando un po’ l’aspetto comunicativo”.

Un festival che sta crescendo di anno in anno: qualche anticipazione per la prossima edizione?

“Un festival che sta crescendo nella progettualità. Abbiamo presentato l’edizione 2016, il tema sarà Follia. La prima data sarà il 29 Luglio2016 e posso anticipare già che inaugureremo con una Traviata e chiuderemo il 7 Agosto con il premio Orizzonti, che ancora non posso dire a chi daremo. Abbiamo costituito un’orchestra di 40 elementi giovani, faremo audizioni durante l’arco dell’anno con con tantissime novità. Chiusi diventerà davvero un punto di riferimento delle arti”.

Perché sarà la follia il tema di Orizzonti Festival 2016?

“Follia perché è ciò che ci guida nel fare questo esperimento e questa esperienza. In questo momento, dove si sta verificando una piccola debacle culturale, in realtà vogliamo dare un segnale di rinascita, di rinascimento, attraverso quella che è la nostra passione, e la passione di solito è sempre guidata da un piccolo seme di follia. Per cui vorrei che tutti gli artisti ospiti al Festival fossero ispirati dalla stessa follia che ci ha ispirato nel creare e nell’inventare Orizzonti Festival”

E se Franca Valeri dovesse spendere qualche parola sul teatro  direbbe: Il teatro è sinonimo di libertà, cultura e fantasia in grado di regalare qualcosa alla gente e di allungare la vita.

 Credits e Ringraziamenti

ZENIT: Quotidiano di informazione e critica di Orizzonti Festival 2015 – Chiusi Anno 1. Ideato e curato da Teatro e Critica  (Andrea Pocosgnich e Viviana Raciti). In redazione: Marco Argentina, Sofia Bolognini, Edoardo Borzi, Valentina De Marchi, Micol Gaia Ferrigno, Andrea Zardi. ZENIT è frutto del laboratorio Teatro e Critica LAB tenuto all’interno di Orizzonti Festival 2015, con il sostegno di Fondazione Orizzonti d’Arte – Scarica qui tutti i pdf

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La redazione di Valdichiana Media ringrazia per la collaborazione la Fondazione Orizzonti e il suo ufficio stampa, sempre disponibile ed efficiente; i media partner Teatro e Critica e Radio Trasimeno per i materiali forniti e per il supporto.

1 commento su Festival Orizzonti 2015: un tuffo in “Mediterranea”

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