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Categoria: Cultura e Società

Festival Orizzonti 2015: un tuffo in “Mediterranea”

Festival Orizzonti 2015: un tuffo in “Mediterranea” #ORIZZONTI1518 Agosto Il Festival delle nuove creazioni nelle arti performative è giunto quest’anno alla sua tredicesima edizione. Da due anni, sotto la direzione artistica…

Festival Orizzonti 2015: un tuffo in “Mediterranea”

#ORIZZONTI15

Il Festival delle nuove creazioni nelle arti performative è giunto quest’anno alla sua tredicesima edizione. Da due anni, sotto la direzione artistica di Andrea Cigni, si è imposto a livello nazionale come una delle realtà più interessanti e innovative nel panorama teatrale, caratterizzandosi come luogo privilegiato e ideale di incontro, scambio, espressione e residenza di artisti, pubblici e operatori.Dal 31 Luglio al 9 Agosto 2015 il Festival Orizzonti è andato in scena a Chiusi con dieci giorni intensi di teatro, musica, danza, opera e appuntamenti culturali di alta qualità. La nostra redazione è stata presente alla manifestazione in qualità di media partner, curando reportage e contributi multimediali volti ad approfondire la vita della città di Chiusi durante il festival, raccontando le storie e le emozioni delle persone che ruotano attorno all’evento.

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Raccontare una storia non è un impegno che va preso alla leggera.

Questo che state leggendo è il risultato del nostro impegno, della nostra passione e del nostro coinvolgimento: assieme ani nostri contributi troverete foto, video e approfondimenti realizzati dagli altri media partner e dallo staff organizzatore del Festival Orizzonti. La narrazione seguirà una linea tutta nostra, fatta di incroci e di sinergie, di impressioni e di emozioni, trascurando volutamente la sequenza temporale e l’ordine degli eventi. Buona lettura!

Dal 31 Luglio al 9 Agosto 2015 il Festival Orizzonti è andato in scena a Chiusi 

Mediterranea a Chiusi: dove si incontrano le culture

di Alessio Banini

Raccontare una storia non è un impegno che va preso alla leggera.

Raccontare una storia inventata è facile, ma raccontare una storia vera è dannatamente difficile. E quando prendiamo l’impegno di raccontare una storia, noi di Valdichiana Media dobbiamo portarlo a termine.

Quella del Festival Orizzonti è una storia di cultura e di arte, con tanti eventi che spaziano dal teatro alla danza, dall’opera alla mostra, concentrati in dieci giorni d’estate. Ma non era questa la storia che mi interessava raccontare. Quando ho cominciato ad aggirarmi per le vie di Chiusi, durante il primo weekend del festival intitolato “MediTerranea”, avevo un altro obiettivo in mente. Volevo concentrarmi sulle storie delle persone che ruotavano attorno al festival: gli organizzatori, i turisti, i cronisti, gli artisti, i commercianti, gli appassionati e gli oppositori. Non gli eventi, ma ciò che li metteva in relazione: non la terraferma, ma il Mediterraneo. Un obiettivo ambizioso, raccontare la vita che ruota attorno al festival, senza avere la pretesa di comprenderla pienamente.

Erano queste le domande che mi ronzavano in testa, quando progettavamo i nostri racconti del Festival Orizzonti: il festival porta la cultura a Chiusi, ma come cambia Chiusi nei confronti di questa cultura? Come reagisce nei confronti degli artisti, come si confronta con mondi artistici così distanti da una cittadina della provincia senese di neppure diecimila abitanti?

Che il festival sia coinvolgente anche nei confronti di coloro che vivono e lavorano nel centro cittadino di Chiusi, è evidente dalle parole di Cinzia, che dal suo negozio di frutta e verdura osserva le compagnie teatrali e gli stagisti del festival che passano lungo le vie.

“Gli eventi culturali creano comunità. Se ne parla tra noi, se ne discute. Il teatro e l’opera possono piacere o meno, i gusti son gusti. Ma ti arricchiscono comunque, perché la cultura ti lascia sempre qualcosa.”

E poco importa che i risultati commerciali dell’attività, durante i giorni del festival, non siano esaltanti:

“Perché non bisogna guardare solo al denaro. Anche alle conoscenze che fai, alla capacità di promozione di un evento del genere. La gente che viene a Chiusi in questi giorni poi ritorna. Fai conoscere la città e la fai rendere viva.”

Il rapporto umano e la relazione sociale sono fondamentali, per la crescita culturale. E di rapporti umani vive tutto il festival. Tra un evento e un altro si incontrano Anna e Arianna che corrono da una parte all’altra, i redattori di Teatro & Critica che preparano il magazine, i ragazzi di Radio Trasimeno che allestiscono il Dj set serale. Il fermento culturale del festival è anche il fermento di chi lo racconta e di chi lo organizza. Gli eventi sono la terra in cui si sbarca, ma la rete attorno a essi è il mare, quel Mediterraneo che è il titolo di quest’edizione e in cui si annida lo spirito vero e autentico dell’aspirazione culturale di quest’angolo di mondo.

Perché la cultura è anche in queste relazioni. Nella rabbia di Marcello che bacchetta a suo modo la presidentessa della Fondazione Orizzonti per aver tardato l’apertura dell’Open Space Art, in cui sono esposte le opere pittoriche degli artisti locali.

“Noi artisti non vogliamo essere il fanalino di coda – si lamenta – vogliamo essere il faro.” Marcello non vorrebbe limitarsi a esporre le sue opere, ma vorrebbe far crescere il pubblico. Farlo diventare critico, favorire la gestione economica della cultura. Non è l’arte che deve diventare popolare, ma il cittadino che deve diventare critico.

“Qui in inverno la gente non sa cosa fare. Una visita a una mostra sarebbe già qualcosa. Ci vogliono spazi comuni per i pittori, sia per presentarsi al pubblico sia per fare sistema assieme agli altri.”

Prima di fare la pace con Silva, che viene ad aprire la mostra, Marcello trova il tempo di citare Churchill e la seconda guerra mondiale. “Perchè dovremmo tagliare fondi alla cultura per finanziare la guerra? E allora per cosa combattiamo?”

Anche Churchill, probabilmente, sarebbe stato felice di vedere quegli anziani signori in Piazza del Duomo, che non erano minimamente interessati alla prima della Cavalleria Rusticana e stavano nei giardini accanto. Ma che, quando un passante ha alzato la voce, gli hanno intimato di fare silenzio per non disturbare.

Sarebbe fiero anche di Simona e Rina, che si affaccendano al chiosco dei giardini mentre cittadini e visitatori vivono il festival.

“Meno male che c’è il festival che ha dato vita a questo paese – dicono – Un po’ di facce nuove si vedono, meno male che fanno iniziative belle che portano persone.”

E il dispiacere di non poter godere neppure di un evento, perché c’è necessità di lavorare e tenere aperta l’attività commerciale, è mitigato dalla possibilità di ascoltare da vicino tutte le prove dalla Piazza del Duomo e dal Teatro Mascagni.

Organizzare un festival come questo significa investire in cultura. E quando investi in cultura, trovi anche degli oppositori. Come il signore all’uscita del Teatro Mascagni dopo lo spettacolo di Pippo Delbono:

“Gli eventi culturali creano comunità. Se ne parla tra noi, se ne discute. Il teatro e l’opera possono piacere o meno, i gusti son gusti. Ma ti arricchiscono comunque, perché la cultura ti lascia sempre qualcosa.”
“Gli eventi culturali creano comunità. Se ne parla tra noi, se ne discute. Il teatro e l’opera possono piacere o meno, i gusti son gusti. Ma ti arricchiscono comunque, perché la cultura ti lascia sempre qualcosa.”

“Ma io, se devo comprare qualcosa, mica la compro a Chiusi! Altrimenti aumento l’indotto, sarebbe come votare questa gente! Piuttosto i soldi li porto alla Pieve, e la roba la compro lì!”

Mentre l’oppositore riparte per Città della Pieve, però, un gruppetto di bambine in Piazza XX Settembre improvvisa dei balletti con la radiolina davanti alla fontana, in attesa del Dj set serale. Tutto questo, mentre nel Chiostro di San Francesco si svolge lo spettacolo di danza della compagnia Adriana Borriello. L’evento, e la vita che ruota attorno. La terraferma, e il mare di relazioni che la rende viva.

Ma questo non può essere sufficiente, per raccontare il festival. Non possono bastare le voci dalla piazza, le opinioni dei commercianti, le impressioni degli spettatori dopo gli spettacoli o la stanchezza mattutina degli organizzatori. Il senso profondo di questa Mediterranea che unisce paesi, storie, culture, sogni e destini, tutti diversi e tutti uguali, non può prescindere dal rapporto tra le persone.

Cultura non è solo negli spettacoli di qualità del festival. Cultura è anche nella rete di relazioni tra le speranze di Cinzia, la rabbia di Marcello, i sorrisi di Simona e Rina, le emozioni delle decine di persone che il festival lo vivono e lo attraversano, fisicamente e spiritualmente, come se fosse un Mar Mediterraneo: alla ricerca dell’altro, del futuro, dell’arte, se non addirittura di un senso. E il mio contributo a questo mare non può che essere il racconto, per dare dignità alle loro emozioni e alle loro storie.

Pur sapendo di non essere all’altezza del festival, in certi momenti. Anche negli spettacoli di danza contemporanea che non posso comprendere, anche nelle citazioni teatrali che non posso cogliere, percepisco un senso più profondo. Sto attraversando la mia Mediterranea, e non sempre la terraferma è conosciuta: a volte è aspra, ignota, difficile. L’incontro con l’altro non è sempre facile: ma è proprio in quell’incontro, la cultura. Nel mare, non nella terraferma.

E allora anche a Chiusi puoi cercare un senso all’arte, alla vita, all’incontro tra le culture. E allora capisci che sì, Chiusi è una città piccola, famosa per il suo passato etrusco e per la sua stazione ferroviaria. Ma è un crocevia, ed è nei crocevia che si fa cultura. Come nel Mediterraneo, un mare che per secoli è stato un crocevia, dove si incontravano i mercanti con i preti, i guerrieri con i pescatori, i criminali con i poeti. Il luogo in cui si incontrano le culture, in cui entrano in relazione tra di loro, prima di affrontare una terraferma ignota, che sia un incontro a passi di danza o a colpi di hashtag.

E allora sì, eccolo qua, il mio racconto: benvenuti a Mediterranea, crocevia di culture.

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Marcello trova il tempo di citare Churchill e la seconda guerra mondiale. “Perchè dovremmo tagliare fondi alla cultura per finanziare la guerra? E allora per cosa combattiamo?”

Romanzo Mediterraneo: una presa diretta di #Orizzonti15

di Tommaso Ghezzi

Non potevo non sfruttare l’opportunità di girovagare per il Festival Orizzonti di Chiusi, anche quest’anno. L’unica realtà in cui l’attenzione, il perno retorico del programma, è veramente incentrata sulla prosa, sulle qualità del racconto, sui registri e i fraseggi della recitazione piana, attiva, contemporanea. Il concept di quest’anno è il Mediterraneo e le sue declinazioni, le sue infinite aperture di ventaglio, il suo serbatoio millenario di storie e termini emotivi. Ho inteso la giornata del 4 Agosto come un’unica, grandiosa, rappresentazione.

Ore 14:30

È il 4 agosto. Pomeriggio. La mia macchina è immobile in una piazzola dell’autostrada. Io sono fermo alla colonna del SOS, ho già chiamato i soccorsi. Sono in attesa. Scoprirò più tardi che la cinghia di distribuzione dell’albero motore che fino al chilometro 394 dell’A1, in direzione Roma, faceva parte del plesso unitario e coerente del sistema-automobile, è scomparsa, annullatasi in un Seppuku estivo, come Mishima, per mancata tolleranza della canicola. Vabbè.

Riesco fortuitamente a trovare aiuto in autostrada. Persone che mi portano a Chiusi. Al Festival Orizzonti. Recupero un minimo di fiducia nell’umanità.

Ore 16:10

Quando entro nel foyer del Teatro Mascagni, dopo la disavventura estraniante che ho vissuto, sono passate le quattro. È il quattro agosto duemilaquindici. E sono in ritardo per recuperare i miei accrediti dalla responsabile dell’ufficio stampa.

Nella sala stanno provando “Therese et Isabelle”, lo spettacolo della compagnia del Teatro di Dioniso, in programma per la sera successiva. Gli attori camminano in autonoma e distaccata indifferenza gli uni verso gli altri, e costruiscono, ormai per inconscio derivato dalle alacri ore vissute sullo stesso piano scenico a provare gli spettacoli, un’armonia implicita. Una pura coscienza dell’Altro, un’immedesimazione etero diretta. Camminano disordinatamente, in apparenza, a guardarli meglio tutto gira secondo un ordito preciso, intimo e viscerale. In questi momenti, gli attori, accarezzano l’imo del daimon scenico, l’estro teatrale, lo spirito che coglie i canali del corpo umano e li rende lirici. Questa è la poiesi del racconto, quel limite fisico, tangibile, in cui si costruiscono le storie. È come assistere ad un’aurora boreale, come assistere ad un parto di un animale raro. Un feto di panda che viene alla luce tra i bambù. Poi ci penso meglio, e mi accorgo che è solo teatro.

Mentre aspetto Anna dell’ufficio stampa, scorgo dei libri messi in vendita a costi ridottissimi. Mi prendo una biografia di Flaiano, scritta da Giovanni Russo, e i diari di Vittorio de Sica. Mentre leggo mi passano accanto decine di ragazzi, volontari, stagisti, dipendenti della Fondazione Orizzonti, tutti indaffarati alla gestione della vendita dei biglietti, dei trasporti delle casse, della logistica degli spettacoli. Entra anche una delle costumiste del festival. Ha dei lunghi capelli bianchi, una veste di lino e porta con sé sacchi di stoffa.

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Il Festival delle nuove creazioni nelle arti performative è giunto quest’anno alla sua tredicesima edizione. Da due anni, sotto la direzione artistica di Andrea Cigni, si è imposto a livello nazionale come una delle realtà più interessanti e innovative nel panorama teatrale

È come una Menade solare, una visione. La seguo uscire verso via Porsenna. L’aria è immobile come l’immobilità che consegue uno sforzo. Quella fermezza psichica, raggiungibile solo dopo un’attenta introiezione del movimento. Non c’è suono. Sono quasi le cinque.

Anna mi chiama. Mi fornisce gli accrediti. Mentre parla con me, il telefono le suona cinque volte. Come un orologio casuale che per una strana perizia del fato suona esattamente le ore che il quadrante reale nello schermo dello smartphone segnala con inattaccabile giustezza.

Intanto ho bisogno di una macchina. Ci sono due ragazze che stanno per portare le casse allo spettacolo imminente al Lago di Chiusi. Sono automunite. Attingo un passaggio che gentilmente mi viene concesso. L’anziano autista mi chiede “Ma te, fammi capì, se ‘n c’ero io con che venivi giù? A piedi?”. “Sì” rispondo con sommessa fierezza, e gioia dell’azione, che contraddistingue la mia passione per l’arte scenica “probabilmente, sarei sceso a piedi”.

Ore 17:30

Al Pesce d’oro l’ambientazione è mistica. Anche qui arrivo molto presto rispetto allo spettacolo. Sento le battute di due diverse pièce, che ancora stanno provando. L’omosessuale o la Difficoltà di esprimersi è un continuum di grida lancinanti che si ripetono. Si ripetono le stesse frasi. Tre volte. È una prova, giustamente, ma sembra una litania rabbiosa e rituale. Eva Robin’s rimane inerte sul pontile di legno dolcemente appoggiato sul lago. Un attore si getta in acqua ed inizia, in stile libero, a varcare lo spazio tra le due piattaforme di cemento che si allungano verso le profondità lacustri. Le onde generate dal suo vorticoso movimento sulla superficie si organizzano in precise increspature sul piano immobile dell’acqua semi-palustre d’agosto. Il suo corpo è un’isola. Un’isola misurata nella sua bellezza.

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“Orizzonti Festival si propone il duplice obiettivo di esportare la storia e le tradizioni della città di Chiusi e insieme importare in questo territorio elementi di ricerca e sperimentazione culturale italiana e internazionale.”

Mi sposto verso lo spazio centrale tra i due pontili, in cui è allestita la scena de “Gli Dei di Lampedusa”, scritto e diretto da Laura Fatini. Anna Maria Meloni, una delle attrici, è già in abiti di scena: un lungo vestito rosso ed un turbante, dello stesso colore, che le fornisce un’aura esotica e materna, un trionfo della natura arrossata delle fauci del Mediterraneo, che sembra apparire, ora, al posto del Lago di Chiusi, con la sua apertura celeste, timida e lungimirante, il suo speculare immergersi, rappresentandosi come altro dal mare che impersona, nell’azzurro infinito del cielo.

Vedo Laura Fatini addentare un Maxibon. “Mi fai venire fame” le dico. Con lei entro dentro il bar giustapposto all’ingresso del piazzale erboso sul lago. “Ti vedo nervosa” le dico ironicamente “che hai?”. Freddamente mi risponde “Non mi rassicura l’amplificazione” mi confida “Non sopporto l’idea di sentire una voce in stereofonia, quando l’attore che la dice si trova in un preciso lato del palco”.

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LaComédie Humaineè già qui, di fronte ai miei occhi. È un continuum scenico di frasi e deviazioni narrative

La Comédie Humaine è già qui, di fronte ai miei occhi. È un continuum scenico di frasi e deviazioni narrative. Chiedo al barista “Scusi, prima di prendere il Maxibon, vorrei usare il bagno, se mi dice dove posso trovarlo”. Lui contrae la bocca in uno spasimo di ironia e benevolenza, “Guardi” mi fa “E’ là dietro quella porta bianca. Io di solito sono chiuso il martedì, ma ho aperto esclusivamente per permettere l’uso del bagno…” potrebbe fermarsi qui. Potrebbe non aggiungere altro. E invece sente la necessità di varcare il limite della loquacità, sostenendo: “certo che per organizzà le cose al lago, chiamacci la gente e unn’avecci il bagno, bisogna esse proprio di Chiusi…”

Intanto iniziano a comporsi piccoli segnali di disagio. Non ci sono ancora né posti per far sedere il pubblico, né transennamenti. Arrivano tutti i leader della gestione dell’evento. Risolvono la situazione in pochi minuti, mentre gli attori iniziano a scaldare la voce tenendo precise vocalizzazioni diaframmatiche. Insieme formano un accordo di settima minore.

Il sole dona un notevole tono lirico a tutto il panorama. La luce delle 18 meno dieci già anticipa una precisa e rassicurante corale delle livellature ambientali che vanno sovrapponendosi. Sul pontile, seduti, Pierangelo Margheriti e Giulia Roghi ripassano le battute. Mi avvicino per salutarli, per dire loro “Merda merd…” . Mi fermo. Stanno dicendosi le battute con una naturalezza irripetibile. Seduti sul bordo del lago. È un’immagine definitiva, irraggiungibile. Metateatrale. Mi blocco per quella notifica di cui sopra, riguardo alla basica elementare della formazione scenica. Quell’edificazione del demone del palco – che è una spiaggia – quella monodica diffrazione di gesti, sguardi e parole donate all’aria, prima dello spettacolo, per poi ritrovare tutto, nella stessa aria dell’azione scenica. Più in là Calogero Dimino è già il personaggio che andrà a rappresentare.

Ore 18:10

Tra il pubblico, il mio vecchio professore di biologia del liceo, accompagna alcuni amici stranieri. Si siede poco dietro di me e indica loro qualcosa sulla superficie del lago “Là, vedete? Uno Svasso. Femmina. Adesso si immerge, guarda…” osservo l’uccello nidificatore affondare prima il collo, poi l’intero busto nella piattaforma immobile dell’acqua, che si corruga in onducole senza coscienza.

Inizia lo spettacolo. Il monologo iniziale di Pierangelo Margheriti è già un pugno nello stomaco. Siamo su un barcone che dalle coste africane ci porterà in Italia, in quell’occidente tanto agognato, quell’occidente libertario e meraviglioso visto nelle copertine e negli schermi delle televisioni dei bar. Quell’occidente così bene rappresentato, nella vendita che lui stesso vuole infondere, nella nostra africa, dei suoi meravigliosi prodotti, fabbricati per lo più grazie alle materie prime che dalle nostre terre ha depredato. Quell’occidente così ben rafforzato dalle armi che costruisce e ci vende, per poi accusarci di usarle, quando le effrazioni superano qualsiasi tipo di umanità concessa dalla storia.

Calogero Dimino è siciliano di per sé. Interpreta il becchino di Lampedusa che raccoglie i cadaveri dei migranti, uccisi dai disumani viaggi nelle stive dei barconi, ai quali sono costretti dalla disperazione, per seppellirli. È il secondo pugno emotivo, che è già un knockout dopo solo dieci minuti di spettacolo.

Gli attori appaiono bravi. Il testo è altisonante. Mette insieme elementi della tragedia greca, letteratura contemporanea e comunicati ufficiali e non ufficiali dei giorni del terribile naufragio, lo scorso aprile, in cui persero la vita centinaia di migranti.

L’ambientazione naturale, che rifornisce ogni parola, ogni gesto, ogni singolo sasso mosso dalle coreografie e dalle coordinate sceniche, mostra la contrazione di un mondo che si aggroviglia su sé stesso. Un mondo in posizione fetale, in lacrime, un mediterraneo che è il suo ventre e che è premuto dalla furia di un dio biblico dell’antico testamento, un Mare Mediterraneo che si fa garante di un ordine tragico apollineo, il deus ex machina della morte livellatrice.

Ore 20:30

Torno a Chiusi Città, dopo aver cercato, in modo fallimentare, di saltare su una barchetta che mi avrebbe dovuto portare al centro del lago dove Silvia Frasson avrebbe rappresentato Mustiola, la santa patrona di Chiusi, e il suo volo. Non ce l’ho fatta, quindi, malauguratamente. Entro già al Chiostro di Sant’Agostino, dove a breve andrà in scena la “Ballata per Giufà”, testo di Laura Fatini, regia di Gabriele Valentini. Trovo tutto lo staff che organizza gli ultimi accorgimenti all’allestimento dello spettacolo. Valerio Rossi, il Giufà del titolo, sta sotterrando una Rosa. “Come stai?” gli dico. Mi guarda, non risponde, sorride.

Gabriele Valentini controlla le sue lenti Transition e il loro oscurarsi a seconda dell’intensità della luce naturale. Il fatto che siano trasparenti indica l’incipiente inizio della mise en scène. “Io direi che vi potreste andare a preparare…” fa agli attori. Si ferma a guardare Valerio Rossi e Giulia Rossi, rispettivamente Giufà e la Donna di Piazza. Dice solo “Ti ricordi? Carichi, carichi, carichi, e poi esplodi. Mi sono spiegato?” tutto tace “Mi sono spiegato?” ripete. “Sì, mi sono spiegato.”

Ore 21:15

Giufà è il personaggio principe delle narrazioni popolari della tradizione orale, un personaggio picaresco delle storie ancestrali, dalla più che rilevante caratura d’interesse antropologico. Giufà è presente in tutti i paesi del mediterraneo, con vari nomi, varie fatture. Ha più colori, più modi di essere. Ma le storie sono le stesse. E le sue storie girano il bacino del mediterraneo, senza la minima radice se non quella della totale appartenenza al flusso umano del racconto. Qualche giorno fa, al teatro Signorelli di Cortona, avevo sentito Ascanio Celestini raccontare diverse storielle su Giufà ad una velocità cabarettistica, da teatro di narrazione. Adesso invece, nella versione di Fatini/Valentini la vicenda è filtrata da una contestualizzazione iperuranica, lenta, tanto da sembrare una tragedia euripidea: sabbia sul piano scenico non inclinato, due pali irregolari di legno, una minuziosa incastonatura di pannelli bianchi, con un panno velatino centrale, dal quale filtrano immagini retrostanti, se rilucenti, e diviene manto omogeneo se illuminato dai par led dell’americana frontale. Una cifra stilistica, ormai più che riconoscibile, del gusto registico di Gabriele Valentini.

Il Giufà interpretato da Valerio Rossi è un folle, un sommarsi di personalità continue, scatti di sclerosi emotiva, switch di stati d’animo indeterminabili. Il Giufà espone i suoi ardimentosi percorsi argomentativi, nei colloqui con le due magnifiche figure interpretate da Mascia Massarelli e Claudia Morganti, con un crescendo di contrazioni. Come i gatti quando vomitano. Come le pulsazioni di un orgasmo.

L’unico rilassamento avviene nello splendido scambio di battute tra Giufà e la Donna della Piazza, interpretata da una Giulia Rossi di inossidabile bellezza. Il dialogo sembra arrivare da un fuori tempo e spazio, da un oltreoceano che vive solo nelle ipotesi di chi osserva. Giufà non è più Giufà, ma è le storie che indossa, e passa di bocca in bocca, come i popoli si spostano di terra in terra. Lo stabilimento, il ritrovare le stesse cose nei soliti posti, significa stuprare la tessitura delle narratologie universali.

Le storie popolari di Giufà, si basano molto spesso su comparative dirette dal risvolto comico; “come le stelle hanno potuto riscaldare me, allora possono pure riscaldare la pentola” dice Giufà al Sultano, “Come una pentola ha potuto figliare, allora ha potuto anche morire” dice al rigattiere. E così, queste piccole vicende, ci guardano e ci ri-guardano, nella nostra immedesimazione, dell’essere tanti uomini, forse tutti gli uomini, che avranno nomi e forme diverse, costumi, abitudini diverse, ma fondamentalmente appartenenti alla stessa, identica, maledetta storia.

Ore 2:00

Sono sul mio letto. Tornare a casa è stato un gloriaalpadre, determinato da un elemosinare un passaggio, concedutomi poi da una cara amica, fortunatamente presente tra gli spettatori della Ballata per Giufà. Mi viene in mente un passo dell’Antologia Palatina, che vado a ricercare;

  Ti brucerò, porta, con questa torcia,

brucerò chi sta dietro. Poi fuggirò ubriaco

attraverso l’Adriatico dal colore del vino, mi rifugerò

dietro un’altra porta: sarà la notte ad aprirla.

Ed osservandomi nelle lamentele che ogni giorno muovo a me stesso – e alle Capre che vivono in queste lande toscane, apparentemente grette e incolte – mi rendo conto di come il flusso umano che ruota intorno al mediterraneo comprenda anche la mia gente. E in questa stessa parte di mondo, così impura, inetta, la quale accuso di tappare le ali alle aquile e coprire lo sguardo ai falchi, mi rendo conto, sono stati fondati festival di teatro e musica di rarissima bellezza. Per il Festival Orizzonti e per tutti gli altri capolavori di innalzamento dei termini umanistici, possiamo dirci veramente fortunati. E forse, il motivo per cui sono ancora qui a scriverne è proprio la profonda e sacrosanta fortuna che intravedo in questa giornata sfigata.

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Gli dei di Lampedusa: Il monologo iniziale di Pierangelo Margheriti è già un pugno nello stomaco. Siamo su un barcone che dalle coste africane ci porterà in Italia, in quell’occidente tanto agognato, quell’occidente libertario e meraviglioso visto nelle copertine e negli schermi delle televisioni dei bar.
Gli dei di Lampedusa: Il monologo iniziale di Pierangelo Margheriti è già un pugno nello stomaco. Siamo su un barcone che dalle coste africane ci porterà in Italia, in quell’occidente tanto agognato, quell’occidente libertario e meraviglioso visto nelle copertine e negli schermi delle televisioni dei bar.

Il teatro “local” di Orizzonti raccontato dagli artisti

di Tommaso Ghezzi

“Ballata Per Giufà” e “Gli dei di Lampedusa” sono stati i segmenti teatrali “local” del Festival Orizzonti. Quella definita come “Compagnia del Festival Orizzonti” è una catalizzazione di un lavoro che da anni opera in tutta l’area Valdichiana, tra Montepulciano, Sarteano e Chiusi, costruendo spettacoli di alta caratura e impegno da parte dei registi, degli attori e degli scenografi. Ho incontrato Laura Fatini, autrice dei testi dei due spettacoli e regista de “Gli Dei di Lampedusa”, Gabriele Valentini, regista di “Ballata per Giufà”, Valerio Rossi, che interpreta il Giufà nello spettacolo diretto da Valentini, e Andrea Cigni, sommo direttore del Festival Orizzonti, alla fine di una lunga giornata di sudore e spettacoli, bevendo birra artigianale.

Che cos’è, quindi, il mediterraneo?

Gabriele Valentini: Il Mediterraneo, inteso come luogo fisico è “il mare tra le terre”. Come luogo spirituale, invece, rappresenta un incrocio di culture e di idee. Un grande spazio acquatico senza quei confini che purtroppo ci sono.

E ‘Giufà’ come rientra in questa definizione, in questa coordinazione geografica la storia ancestrale, la mitopoiesi dei racconti che coinvolgono questo personaggio?

Laura Fatini: Giufà è il mediterraneo. Esiste in tutti i paesi che si affacciano sul nostro mare con vari nomi e varie caratteristiche. È dal 1100 che le sue storie varcano tutte le coste del mediterraneo. Un convegno tempo fa comparò Giufà, Sancho Panza e Ulisse. Io sono perfettamente d’accordo nel considerarlo un elemento essenziale per la cultura totale del Mediterraneo.

Valerio Rossi: Il mio Giufà, invece, rispecchia il concetto – che io e il regista dopo un bicchiere di sambuca abbiamo scoperto nell’identificazione del personaggio – di “ecolalia”. Il ripetere cioè cose che ti sono state dette. forse sin da bambino, e dopo averle immagazzinate continui a ripetere involontariamente. Acquisisci le storie di tutti immettendoti così in un contesto simile a quello del luogo spirituale rappresentato dal mediterraneo, ovattato, a coste chiuse, ma pieno di racconti.

Dopo anni ed anni di collaborazioni, tangenti Valentini-Fatini le vostre personalità artistiche si sono perfezionate. Quali sono le affinità e le divergenze tra voi due?

Gabriele Valentini: Le divergenze sono totali. Ci sono due strutture, due culture diverse. Nello specifico, la cosa divertente per “Ballata per Giufà” è stato prendere un testo di Laura e giocarci, cercando di rispettare la parola scritta, ma personalizzando la teatralizzazione: dai costumi alla regia generale. E credo di averlo cambiato completamente, rispetto a come lo aveva inteso lei.

Laura Fatini: Sì, noi vediamo i testi in maniera opposta e la cosa straordinaria è che riusciamo a fare regie insieme! Credo però che negli anni ci siamo contaminati. Lui mi ha insegnato molto l’uso delle strutture sceniche, la scenografia. Io invece non credo di avergli insegnato nulla, ma forse qualcosa sì… ho una maggiore visione d’insieme grazie a lui. Per il resto lavoriamo in maniera completamente opposta, ed è questo il bello della collaborazione. Altrimenti non ci sarebbe nessun frutto, no?

Gabriele Valentini: Se lavorassimo nello stesso senso di marcia, nella stessa direzione, sarebbe anche noioso seguire i progetti. Per me, la sfida divertente di questo Giufà, per esempio, è l’aver preso un linguaggio completamente diverso dal mio, che è quello della Fatini, scritto, e trasformarlo in qualcosa di visivo che mi somigliasse di più rispetto a ciò che lei aveva scritto.

Laura Fatini: sarebbe bello vedere in scena i due Giufà. Noterebbero tutti la totale diversità dei personaggi.

E invece, Andrea Cigni, per te è difficile collocare i registi locali con dei grandi del teatro contemporaneo? Voglio dire Insieme a Laura Fatini e Gabriele Valentini, che lavorano da anni nel territorio, hai immesso nel programma Pippo Delbono o Roberto Latini della Fortebraccio Teatro…

Andrea Cigni: Dal momento che credo fortemente in questo progetto voglio portare, il progetto che ho in mente, fino in fondo. Quindi il mio pensiero è che il territorio non si debba abbandonare. In ogni caso, non credo che sia una questione di territorialità; Valerio Rossi, per esempio, ci è nato a Chiusi, ma adesso vive da tutt’altra parte. (vive a Londra da tre anni, ndr) Credo sia una questione di opportunità, e non di provenienza. Una questione occasioni e opportunità create. Che poi io abbia scelto persone che operino qui è un dettaglio non poi così rilevante. Mi fa piacere che il festival rappresenti un punto di arrivo di realtà lontane tra loro, ma anche un punto di partenza per gli artisti che hanno scelto di rimanere qui, non per mortificarsi, ma perché credono che portare avanti un progetto nel proprio territorio abbia lo steso valore che portarlo nelle grandi città. Anche Roberto Latini, per esempio, è romano, ma ha scelto di vivere a Bologna, voglio dire. Poteva benissimo rimanere a Roma. Per cui credo fermamente che loro abbiano scelto di operare qui e sfruttare ciò che il territorio offre. a me spetta il compito di aiutarli sostenerli e creargli un terreno sul quale loro possano lavorare. Loro hanno avuto il coraggio di togliere tante persone dalla casa, dai cellulari, e riunirli intorno al valore del teatro, inteso come luogo in cui si vedono e si sperimentano delle cose.

Sei al secondo anno di direzione artistica del festival; rispetto all’anno scorso, nell’economia generica dell’ambiente, anche relativamente alle risposte di questa terra, come si è configurata l’evoluzione, se un’evoluzione c’è stata, del “progetto Orizzonti”, a tuo parere?

Andrea Cigni: Da parte mia ho visto un radicamento molto rapido, in questi due anni. Ho fatto il primo sopralluogo nell’estate di due anni fa. Era il momento di picco turistico e dormivo in un B&B qua vicino. Chiusi mi sembrava – lo posso dire? – un piccolo Bronx. Sembrava la caduta degli dei, una desertificazione generale. Questo è stato destabilizzante, per me. Poi però ho cercato di creare degli stimoli. Il festival e la sua struttura si sono radicati, secondo me, e non soltanto per la città di Chiusi, ma anche dall’esterno: riconoscere in questo luogo un posto dove si fa teatro, in varie sfaccettature. È una crescita in controtendenza poi, perché non è così scontato avere serate piene di lunedì e martedì. Questo mi fa felice, non per me – non ci stiamo guadagnando cifre astronomiche per comprarci le ville – ma per le persone che vengono, osservano e vivono questo luogo bellissimo, in questi giorni. Sentire persone o anche i vari Pippo delBono o Latini o un musicista qualunque, che ti dicono “qui a Chiusi sono stato bene” e “Grazie” – e ti assicuro che non lo fanno per i soldi – è un bel successo per me, per quello che ha rappresentato nel mio percorso personale questo festival, e soprattutto per loro.

Gabriele Valentini carica la sua compagnia prima della Ballata per Giufà: “Ti ricordi? Carichi, carichi, carichi, e poi esplodi. Mi sono spiegato?” tutto tace “Mi sono spiegato?” ripete. “Sì, mi sono spiegato.”
Gabriele Valentini carica la sua compagnia prima della Ballata per Giufà: “Ti ricordi? Carichi, carichi, carichi, e poi esplodi. Mi sono spiegato?” tutto tace “Mi sono spiegato?” ripete. “Sì, mi sono spiegato.”

Si chiude il sipario su #Orizzonti15, si apre su #Follia16

di Valentina Chiancianesi

La XIII edizione del Festival Orizzonti si è conclusa con la convinzione che ancora tanto si possa fare nella direzione di una continuità e connessione con il territorio di Chiusi: Orizzonti Festival sipropone il duplice obiettivo di esportare la storia e le tradizioni della città di Chiusi e insieme importare in questo territorio elementi di ricerca e sperimentazione culturale italiana e internazionale.

Il vicesindaco Juri Bettollini con la presidente della Fondazione Orizzonti d’Arte Silva Pompili e il direttore artistico Andrea Cigni hanno dichiarato durante la presentazione del tema dell’edizione 2016 del Festival la necessità di lavorare con più continuità nell’arco dell’intero anno per raggiungere questi obiettivi. Dalle scuole alle realtà cittadine Orizzonti Festival non può limitarsi a rappresentare soltanto 10 giorni estivi di eventi ma deve diventare un elemento costante nella programmazione artistica della fondazione e della città.

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“Quello che noi cercheremo di fare è creare un percorso che parte dalla stagione invernale per poi arrivare al festival. Percorso durante il quale cercheremo di avvicinare sempre di più le persone a questo mondo.” – Silva Pompili 

Silva Pompili racconta la sua prima esperienza da presidente della Fondazione Orizzonti durante i frenetici giorni di Orizzonti Festival

Silva Pompili, la sua prima esperienza da presidente è andata, come la descriverebbe?

“E’ stata una bellissima esperienza, impegnativa soprattutto, perché per me è una cosa del tutto nuova rispetto a quello che faccio normalmente, ma allo stesso tempo è stimolante perché si scoprono cose nuove e mondi nuovi. L’ambiente culturale è veramente bello, fa piacere restare al suo interno. È chiaro che dall’esterno non ci si rende conto dell’impegno della macchina organizzativa che c’è dietro a un festival del genere, e anche io fino ad adesso non me rendevo pienamente conto”.

La nostra redazione ha raccontato il festival da un altro punto di vista, andando ad analizzare la fruizione della manifestazione dai cittadini. Secondo lei i cittadini come percepiscono il festival?

“Sicuramente c’è ancora un po’ da lavorare su questo lato, non è ancora visto come parte integrante e viva della città. C’è stato un miglioramento rispetto alle edizioni passate. L’anno scorso ho vissuto il festival non da presidente e devo dire che c’era una reticenza completa, mentre quest’anno, probabilmente con l’esperienza vissuta l’anno scorso e con il fermento che gira intorno al festival, c’è stato un atteggiamento diverso, però ancora c’è da lavorare”.

Come cercherete di lavorare per migliorare questo aspetto?

“Quello che noi cercheremo di fare è creare un percorso che parte dalla stagione invernale per poi arrivare al festival. Percorso durante il quale cercheremo di avvicinare sempre di più le persone a questo mondo. Questo è il secondo anno del festival così organizzato e quindi ci vuole un po’ di tempo per riuscire a somatizzarlo, capirlo e conseguentemente viverlo”.

Per l’ultima giornata di festival avete svelato il tema della prossima edizione e il 2016 sarà all’insegna della Follia. Perché questa scelta?

Perché per fare tutto questo si deve essere un po’ tutti folli, ma pronti ad affrontare l’edizione 2016, anzi ci stiamo già muovendo”.

Questo il percorso condurrà a Orizzonti Festival 2016, che sarà incentrato sulla Follia, Follia intesa nel senso di quella leggera sconsideratezza, necessaria per saper sostenere ed intraprendere percorsi coraggiosi e arditi. Ne abbiamo parlato con il Direttore Artistico Andrea Cigni, che ha fatto il bilancio dell’edizione appena conclusa.

Andrea Cigni, soddisfatto di questa #mediterranea2015?

“Grande soddisfazione per tanti motivi, uno perché ho potuto catturare l’attenzione di tanti operatori teatrali italiani e stranieri, moltissimi giornalisti e soprattutto tanto pubblico specializzato ma anche semplicemente appassionato e curioso, un’edizione che ha saputo dimostrare di crescere. In questi giorni abbiamo avuto l’attenzione del Ministero della Cultura che durante tutte queste giornate sono stati con noi, i loro funzionari hanno verificato effettivamente come è stato l’andamento del festival”.

Se tu dovessi cambiare qualcosa di questa edizione, cosa cambieresti?

“Non cambierei niente, a parte il tempo che negli ultimi giorni non ci ha assistito e ci ha creato alcuni problemi organizzativi, ma comunque non cambierei ma migliorerei, potenziando il punto di vista comunicativo, ovvero partendo prima a comunicare a tutta Italia quello sta succedendo a Orizzonti e a Chiusi in particolar modo. Anche perché devo ammettere che in verità non ci rendevamo neanche noi conto quanto fosse grande la cosa, forse ci siamo focalizzati principalmente sull’aspetto artistico tralasciando un po’ l’aspetto comunicativo”.

Un festival che sta crescendo di anno in anno: qualche anticipazione per la prossima edizione?

“Un festival che sta crescendo nella progettualità. Abbiamo presentato l’edizione 2016, il tema sarà Follia. La prima data sarà il 29 Luglio2016 e posso anticipare già che inaugureremo con una Traviata e chiuderemo il 7 Agosto con il premio Orizzonti, che ancora non posso dire a chi daremo. Abbiamo costituito un’orchestra di 40 elementi giovani, faremo audizioni durante l’arco dell’anno con con tantissime novità. Chiusi diventerà davvero un punto di riferimento delle arti”.

Perché sarà la follia il tema di Orizzonti Festival 2016?

“Follia perché è ciò che ci guida nel fare questo esperimento e questa esperienza. In questo momento, dove si sta verificando una piccola debacle culturale, in realtà vogliamo dare un segnale di rinascita, di rinascimento, attraverso quella che è la nostra passione, e la passione di solito è sempre guidata da un piccolo seme di follia. Per cui vorrei che tutti gli artisti ospiti al Festival fossero ispirati dalla stessa follia che ci ha ispirato nel creare e nell’inventare Orizzonti Festival”

E se Franca Valeri dovesse spendere qualche parola sul teatro  direbbe: Il teatro è sinonimo di libertà, cultura e fantasia in grado di regalare qualcosa alla gente e di allungare la vita.

 Credits e Ringraziamenti

ZENIT: Quotidiano di informazione e critica di Orizzonti Festival 2015 – Chiusi Anno 1. Ideato e curato da Teatro e Critica  (Andrea Pocosgnich e Viviana Raciti). In redazione: Marco Argentina, Sofia Bolognini, Edoardo Borzi, Valentina De Marchi, Micol Gaia Ferrigno, Andrea Zardi. ZENIT è frutto del laboratorio Teatro e Critica LAB tenuto all’interno di Orizzonti Festival 2015, con il sostegno di Fondazione Orizzonti d’Arte – Scarica qui tutti i pdf

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La redazione di Valdichiana Media ringrazia per la collaborazione la Fondazione Orizzonti e il suo ufficio stampa, sempre disponibile ed efficiente; i media partner Teatro e Critica e Radio Trasimeno per i materiali forniti e per il supporto.

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Monticchiello e Burundi: legami tra paesi che mancano

Dopo la Valdichiana, la storia di Athanase e della cooperativa Dufatanemunda è sbarcata anche in Valdorcia: il progetto di sviluppo di orti sociali in Burundi, che vi avevamo già raccontato…

Dopo la Valdichiana, la storia di Athanase e della cooperativa Dufatanemunda è sbarcata anche in Valdorcia: il progetto di sviluppo di orti sociali in Burundi, che vi avevamo già raccontato durante l’evento al Lago di Montepulciano, ha infatti avuto il suo spazio anche a Monticchiello, uno dei borghi più affascinanti della Toscana.

Il contesto è quello del Teatro Povero, un’esperienza teatrale che da 49 anni anima le estati di Monticchiello e che vede la partecipazione dell’intero paese. Un’autodramma che porta in piazza questioni cruciali per la comunità, nato dalle esperienze della civiltà contadina e mezzadrile, che non vuole disperdere questo grande patrimonio culturale e umano nelle frenetiche trasformazioni dell’era postmoderna.

Il teatro di quest’anno è andato in scena dal 25 luglio al 15 agosto, con un titolo esemplare: “Il paese che manca”. Una riflessione sulla partenza, sull’andarsene altrove in cerca di riscatto. Un filo conduttore che lega il dramma dei profughi a quello dei piccoli borghi di provincia, svuotati dall’inurbamento e dall’industrializzazione, con il rischio dello sgretolamento del tessuto sociale. Una storia dai risolvi amari, che si conclude con la festa di compleanno dell’ultimo ventenne rimasto nel paese.

T Povero Monticchiello 2015 ph Fabio Rossi

“Il paese che manca” significa anche la perdita di servizi importanti per la comunità

Un tema, tra verità e finzione, che si lega fortemente anche all’esperienza di Athanase e dei giovani che vivono in piccoli paesi di campagna, tra sogni e speranze, incubi e paure. Athanase ci ha raccontato la sua esperienza come attore all’interno del Teatro Povero, e di come questa storia può aiutare il progetto della cooperativa Dufatanemunda:

“Dopo il convegno al Lago di Montepulciano sono stato coinvolto al Teatro Povero di Monticchiello – ci spiega – Grazie a Nicola, che ha raccontato la mia storia agli organizzatori, e loro si sono interessati, comprendendo il legame tra le rispettive vicende. Mi hanno chiesto di inserire una parte nella messa in scena, e ho partecipato volentieri.”

Nell’autodramma, Athanase interpreta sé stesso e racconta la sua storia: nella trama del “Paese che Manca”, infatti, è cruciale la volontà dei giovani che vogliono partire da Monticchiello, andare all’estero e non tornare più. I giovani che non sentono più legame con il proprio paese, sono insoddisfatti, cercano nuovi stimoli per studiare, per lavorare, per vivere una vita migliore in città o all’estero. Athanase si oppone a questa visione: lui si è trasferito in Italia nel 2000, e ama questo paese, ma sente ancora con forza il legame con il suo villaggio d’origine in Burundi.

“Che sia la guerra o il lavoro il motivo della partenza, c’è sempre la voglia di tornare. Casa tua è casa tua, sempre. Il sogno è quello di riuscire a tornare, in qualche modo, oppure di fare qualcosa di importante per il tuo paese d’origine.”

Una partenza che non è una fuga, quindi, ma una speranza di una vita migliore che non si limiti alle vicende personali, che possa trovare risvolti positivi a tutta la comunità. Athanase racconta la sua vita in Burundi, l’esperienza della guerra civile e gli studi di agronomia in Italia, fino alla cooperativa Dufatanemunda e il progetto di sviluppo di orti sociali. Si addolora per il rancore dei giovani che sembrano disprezzare il passato e il loro piccolo paese, e si batte per mantenere un legame con le proprie origini, perché la partenza può anche significare un rafforzamento dei legami con la comunità di origine, non necessariamente un distaccamento traumatico.

“Come esperienza umana, mi sono trovato benissimo. Il paese di Monticchiello è talmente piccolo che c’è un forte senso di comunità, le persone del posto raccontano il loro passato e il loro modo di vivere. È facile trovare persone di 80 anni che hanno la civiltà contadina e che hanno voglia di raccontarti la loro esperienza.”

Forse è un paragone forzato, ma Athanase trova un legame tra Monticchiello e Vugizo, il suo villaggio di origine. Non si tratta di città come Firenze o Arezzo, ma paesi legati alla storia contadina, comunità fatte da persone aperte che si conoscono, che hanno voglia di raccontare le loro esperienze e di condividere le rispettive storie. E che, in qualche modo, ti accolgono come uno di loro.

T Povero Monticchiello 2015 2 ph Elisa Sirianni

Athanase racconta la sua storia a Monticchiello

Il Teatro Povero di Monticchiello è andato in scena per oltre venti giorni, tutte le sere. Se aggiungiamo anche le prove, si tratta di più di un mese di lavoro e di impegno, per Athanase, che nel frattempo doveva continuare il suo lavoro e sistemare la nuova casa in cui andrà a vivere con la fidanzata. Un sacrificio che l’ha portato a dormire solo quattro ore a notte, ma che ha compiuto con passione e volontà, per ringraziare la comunità di Monticchiello della possibilità di condividere la sua esperienza e raccontare la storia di Dufatanemunda.

“A loro interessava la mia storia, e anche il pubblico l’ha apprezzata. Perchè è una storia vera, una storia di chi parte ma vuole tornare, di chi vuole fare qualcosa per il suo paese d’origine. È stata una bellissima esperienza e ringrazio tutti quanti”

Nel frattempo, in Burundi, la cooperativa Dufatanemunda sta portando avanti le pratiche burocratiche e i permessi per l’arrivo dell’acqua negli orti sociali, nonostante il rischio di una nuova guerra civile, facendo seguito alla raccolta fondi del Lago di Montepulciano. Dalla Valdichiana alla Valdorcia, la possibilità di far conoscere la storia di Athanase e il progetto di sviluppo in Burundi si lega fortemente con i piccoli borghi e le realtà contadine, con la voglia di fuggire via ma di costruire un legame con la comunità di origine. Ed è importante far sentire la vicinanza, creare sensibilizzazione e sostegno, facendo crescere la consapevolezza delle rispettive situazioni. Imparando a osservare le somiglianze, più che le differenze, per ritrovare finalmente quel paese che manca.

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Spit Fix: la rivincita freestyle della provincia

Mercoledì 12 agosto, giardini di Poggiofanti, Montepulciano: ultima serata del contest dedicato al freestyle chiamato “Spit Fix”. Più di duecento ragazzi a godersi la serata, tanto divertimento e nessun problema…

Mercoledì 12 agosto, giardini di Poggiofanti, Montepulciano: ultima serata del contest dedicato al freestyle chiamato “Spit Fix”. Più di duecento ragazzi a godersi la serata, tanto divertimento e nessun problema di ordine pubblico. Un evento creato dal nulla, grazie alla volontà, al sacrificio e tanto coraggio di un collettivo di rapper della Valdichiana senese, i Toscana Sud. Spesso abbiamo parlato di loro in queste pagine: perché sono una delle giovani realtà più interessanti del nostro territorio e una testata come la nostra, se vuole avere l’ambizione di raccontare il territorio, non può prescindere dal dare la giusta attenzione al fermento che questi ragazzi stanno creando.

Che cos’è Spit Fix? Un contest di improvvisazione tra freestyler locali, che vengono da tutta la parte meridionale della Toscana. Una disciplina complessa, che fa parte della cultura hip hop, che prevedere una sfida a colpi di rap improvvisato, tra rime, insulti più o meno velati, paragoni e figure retoriche. Con una marea di citazioni provenienti dalla cultura popolare (la fanno da padrone i porno, Dragon ball, film e videogiochi).

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Non sono un rapper, non sono bravo a improvvisare! Devo scrivere qualcosa per non dimenticare i concetti più importanti

Nel successo di un evento come Spit Fix in Valdichiana c’è tutto il complesso rapporto tra città e provincia. La moda dell’hip hop sta crescendo anche da noi, tra i teenager. E i contest di improvvisazione si diffondono di conseguenza, portati da pionieri come i Toscana Sud. Nella serata del 12 agosto, che ha concluso la prima fortunata stagione di eventi di Spit Fix, hanno partecipato 12 freestyler. Oltre ai rapper locali, c’erano anche concorrenti provenienti da Siena e da Arezzo.

Siamo stati durante il pomeriggio a osservare i preparativi, a guardare i ragazzi che pian piano affollavano i giardini attorno al palco. Ne abbiamo approfittato per parlare con Splash, Volo & Meta, gli “showrunner” che presentano la serata (tre dei sette Toscana Sud) e per capire le loro aspirazioni, le loro emozioni, le loro motivazioni.

Spit Fix è un evento nato per gioco, ammettono: non è facile organizzare dei contest di freestyle in un territorio come la Valdichiana. E non è facile partecipare: serve allenamento, ascolto, dedizione. Una disciplina più difficile del rap, che prevede improvvisazione, grande conoscenza dei contenuti, attitudine e capacità di mettersi in gioco.

In città è più facile, per certi versi. In provincia può scattare il meccanismo della vergogna, perché conosci tutti: è più difficile salire sul palco e provare una sfida freestyle, con l’ansia di essere giudicati da amici e conoscenti. I Toscana Sud sono stati ad altri contest, a Firenze e Viterbo. Spit Fix è la loro versione chianina: portare il contest freestyle in provincia, applicare modifiche per far vivere un’esperienza più tranquilla e leggera ai concorrenti, favorire la partecipazione e il coinvolgimento con il pubblico. Una scelta che è stata alla base del loro successo,  e che ha permesso a tanti ragazzi di avvicinarsi a questa disciplina senza correre il rischio di essere giudicati negativamente.

“Sembra assurdo – mi dicono – ma in città c’è una mentalità più provinciale. In un contest freestyle non puoi far votare il pubblico. Altrimenti diventa una sfida a chi porta più gente a far casino, non tra chi è più bravo.”

Per Spit Fix la soluzione è stata semplice: affidare il giudizio delle sfide di freestyle a una giuria di esperti. E così a decretare il vincitore della sfida sono stati Don Peppone, Zatarra e il Pirata e Milo Vivarelli (la volta scorsa fu il nostro Tommaso Ghezzi, ormai autorità chianina nel giudicare e recensire tutto ciò che riguarda musica, teatro e cultura in generale).

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Le sfide tra freestyler possono essere aspre, possono volare insulti pesanti: ma tutto si risolve con una stretta di mano

Per la cronaca, il contest è stato vinto da Lil’Matt di S.Albino, dopo una tiratissima finale con il senese Ego, capaci di andare avanti per oltre venti minuti in un botta e risposta di freestyle di altissimo livello. Sono stati anche autori di un botta e risposta a tema “Valdichiana” che ci ha resi particolarmente orgogliosi. Eppure, al di là della sfida e dei vincitori, molti rapper sono migliorati nelle esibizioni da un contest all’altro e gli organizzatori si sono resi conto di aver messo in moto un meccanismo che sta rapidamente crescendo, quasi un movimento culturale.

“Abbiamo organizzato questo contest con molta fatica, ci abbiamo creduto fin dall’inizio – dice Splash – Lo abbiamo fatto, lo abbiamo voluto rifare, abbiamo continuato. È un format che funziona, che sta riscuotendo molto successo. Il freestyle piace anche a chi non segue il rap, è immediato e divertente.”

Spit Fix è partito dall’Irish Pub di Montepulciano Stazione, quasi in sordina, un movimento che cresceva pian piano. Poi  sono arrivate le date a Contignano, a Castel del Piano, e un doppio appuntamento ai Giardini di Poggiofanti di Montepulciano. L’apprezzamento del pubblico e la crescente attenzione nei confronti dell’evento sono il simbolo della riuscita.

“La scorsa volta abbiamo avuto un blackout – ci racconta Meta – alcune difficoltà tecniche hanno spento luci e audio per cinque minuti. Il pubblico non se n’è andato, sono rimasti a caricarci, segno di un coinvolgimento e di un apprezzamento che ha stupito anche noi.”

“Spit Fix ti entusiasma e ti fa divertire – prosegue Volo – senza pretendere nulla: che siano 5 o 200 persone nel pubblico, vogliamo farli divertire. E nessuno finora ne è rimasto deluso.”

La forza dell’evento è anche nei freestyler che partecipano: sia locali che dall’esterno, sia dalla provincia che dalla città. In un’epoca come questa, in cui regnano l’user generated content e i social network, in cui gli utenti producono continuamente contenuti da pubblicare online, la scelta è di successo. Anche gli organizzatori di Spit Fix si limitano a dare la linea editoriale allo show, a scegliere le basi e i temi, impostare il cartellone delle sfide: ma poi i contenuti li fanno i freestyler con la loro arte, fantasia, creatività, come da tradizione. Un user-generated-contest che vede già il pubblico arrivare con cartelloni inneggianti ad alcuni dei personaggi più amati e ricorrenti.

La serata conclusiva della stagione di Spit Fix si è svolta mercoledì 12 agosto, mentre in Piazza Grande si svolgevano le prove generali del Bruscello Poliziano, il teatro popolare giunto alla sua 76° edizione. E questa dicotomia tra le due piazze è bellissima, due eventi che non vanno in conflitto, ma che hanno il loro pubblico specifico, che identificano ancora di più Montepulciano come centro musicale e culturale della Valdichiana senese, tra tradizione e innovazione.

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Grande successo di pubblico per Spit Fix: appaiono addirittura i cartelloni inneggianti ai personaggi più simpatici!

Il rapporto tra i Toscana Sud e il territorio è forte, come suggerisce il loro nome. Vogliono sconfinare con la loro musica, senza ostilità nei confronti delle istituzioni locali o degli altri appuntamenti musicali o culturali, continuando a organizzare eventi come questi. Il ricavato di Spit Fix lo utilizzano per pagarsi attrezzature per i video musicali e produrre il loro disco. Li investono nella loro musica e nel loro futuro.

Sì, perché i Toscana Sud stanno ultimando il loro primo disco ufficiale, sacrificando tanto tempo a studio e lavoro. Dopo il mixtape dell’anno scorso, adesso sta per uscire il primo disco, prodotto da Reizon, con video e contenuti interamente fatti da loro. Il raggiungimento di una maturità artistica e di una forte sinergia di gruppo che non vediamo l’ora di ascoltare. (Il sottoscritto ha poche conoscenze di musica rap, ma metà delle visualizzazioni di “Tenebra” sono le mie, lo ammetto!)

Anche dei ragazzi che fanno freestyle possono insegnare tanto a un territorio. L’Italia e soprattutto la provincia italiana non è un posto in cui i sogni diventino facilmente realtà. Per questo, quando qualcuno riesce nel suo intento, invece di invidiarli e osteggiarli, forse dovremmo imparare a gioire e spalleggiare. E a salutarli con rispetto e stima, come farebbero loro: “Bella frate”

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Mediterranea a Chiusi: dove si incontrano le culture

Raccontare una storia non è un impegno che va preso alla leggera. Raccontare una storia inventata è facile, ma raccontare una storia vera è dannatamente difficile. E quando prendiamo l’impegno di…

Raccontare una storia non è un impegno che va preso alla leggera. Raccontare una storia inventata è facile, ma raccontare una storia vera è dannatamente difficile. E quando prendiamo l’impegno di raccontare una storia, noi di Valdichiana Media dobbiamo portarlo a termine.

Quella del Festival Orizzonti è una storia di cultura e di arte, con tanti eventi che spaziano dal teatro alla danza, dall’opera alla mostra, concentrati in dieci giorni d’estate. Ma non era questa la storia che mi interessava raccontare. Quando ho cominciato ad aggirarmi per le vie di Chiusi, durante il primo weekend del festival intitolato “MediTerranea”, avevo un altro obiettivo in mente. Volevo concentrarmi sulle storie delle persone che ruotavano attorno al festival: gli organizzatori, i turisti, i cronisti, gli artisti, i commercianti, gli appassionati e gli oppositori. Non gli eventi, ma ciò che li metteva in relazione: non la terraferma, ma il Mediterraneo. Un obiettivo ambizioso, raccontare la vita che ruota attorno al festival, senza avere la pretesa di comprenderla pienamente.

Erano queste le domande che mi ronzavano in testa, quando progettavamo i nostri racconti del Festival Orizzonti: il festival porta la cultura a Chiusi, ma come cambia Chiusi nei confronti di questa cultura? Come reagisce nei confronti degli artisti, come si confronta con mondi artistici così distanti da una cittadina della provincia senese di neppure diecimila abitanti?

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Alessio e Cinzia

Che il festival sia coinvolgente anche nei confronti di coloro che vivono e lavorano nel centro cittadino di Chiusi, è evidente dalle parole di Cinzia, che dal suo negozio di frutta e verdura osserva le compagnie teatrali e gli stagisti del festival che passano lungo le vie.

“Gli eventi culturali creano comunità – mi racconta, citando involontariamente il mio articolo dell’anno scorso – Se ne parla tra noi, se ne discute. Il teatro e l’opera possono piacere o meno, i gusti son gusti. Ma ti arricchiscono comunque, perché la cultura ti lascia sempre qualcosa.”

E poco importa che i risultati commerciali dell’attività, durante i giorni del festival, non siano esaltanti:

“Perché non bisogna guardare solo al denaro. Anche alle conoscenze che fai, alla capacità di promozione di un evento del genere. La gente che viene a Chiusi in questi giorni poi ritorna. Fai conoscere la città e la fai rendere viva.”

Il rapporto umano e la relazione sociale sono fondamentali, per la crescita culturale. E di rapporti umani vive tutto il festival. Tra un evento e un altro si incontrano Anna e Arianna che corrono da una parte all’altra, i redattori di Teatro & Critica che preparano il magazine, i ragazzi di Radio Trasimeno che allestiscono il Dj set serale. Il fermento culturale del festival è anche il fermento di chi lo racconta e di chi lo organizza. Gli eventi sono la terra in cui si sbarca, ma la rete attorno a essi è il mare, quel Mediterraneo che è il titolo di quest’edizione e in cui si annida lo spirito vero e autentico dell’aspirazione culturale di quest’angolo di mondo.

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Silva e Marcello

Perché la cultura è anche in queste relazioni. Nella rabbia di Marcello che bacchetta a suo modo la presidentessa della Fondazione Orizzonti per aver tardato l’apertura dell’Open Space Art, in cui sono esposte le opere pittoriche degli artisti locali.

“Noi artisti non vogliamo essere il fanalino di coda – si lamenta – vogliamo essere il faro.”

Marcello non vorrebbe limitarsi a esporre le sue opere, ma vorrebbe far crescere il pubblico. Farlo diventare critico, favorire la gestione economica della cultura. Non è l’arte che deve diventare popolare, ma il cittadino che deve diventare critico.

“Qui in inverno la gente non sa cosa fare. Una visita a una mostra sarebbe già qualcosa. Ci vogliono spazi comuni per i pittori, sia per presentarsi al pubblico sia per fare sistema assieme agli altri.”

Prima di fare la pace con Silva, che viene ad aprire la mostra, Marcello trova il tempo di citare Churchill e la seconda guerra mondiale.

“Perchè dovremmo tagliare fondi alla cultura per finanziare la guerra? E allora per cosa combattiamo?”

Anche Churchill, probabilmente, sarebbe stato felice di vedere quegli anziani signori in Piazza del Duomo, che non erano minimamente interessati alla prima della Cavalleria Rusticana e stavano nei giardini accanto. Ma che, quando un passante ha alzato la voce, gli hanno intimato di fare silenzio per non disturbare.

Sarebbe fiero anche di Simona e Rina, che si affaccendano al chiosco dei giardini mentre cittadini e visitatori vivono il festival.

“Meno male che c’è il festival che ha dato vita a questo paese – dicono – Un po’ di facce nuove si vedono, meno male che fanno iniziative belle che portano persone.”

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Simona e Rina

E il dispiacere di non poter godere neppure di un evento, perché c’è necessità di lavorare e tenere aperta l’attività commerciale, è mitigato dalla possibilità di ascoltare da vicino tutte le prove dalla Piazza del Duomo e dal Teatro Mascagni.

Organizzare un festival come questo significa investire in cultura. E quando investi in cultura, trovi anche degli oppositori. Come il signore all’uscita del Teatro Mascagni dopo lo spettacolo di Pippo Delbono:

“Ma io, se devo comprare qualcosa, mica la compro a Chiusi! Altrimenti aumento l’indotto, sarebbe come votare questa gente! Piuttosto i soldi li porto alla Pieve, e la roba la compro lì!”

Mentre l’oppositore riparte per Città della Pieve, però, un gruppetto di bambine in Piazza XX Settembre improvvisa dei balletti con la radiolina davanti alla fontana, in attesa del Dj set serale. Tutto questo, mentre nel Chiostro di San Francesco si svolge lo spettacolo di danza della compagnia Adriana Borriello. L’evento, e la vita che ruota attorno. La terraferma, e il mare di relazioni che la rende viva.

Ma questo non può essere sufficiente, per raccontare il festival. Non possono bastare le voci dalla piazza, le opinioni dei commercianti, le impressioni degli spettatori dopo gli spettacoli o la stanchezza mattutina degli organizzatori. Il senso profondo di questa Mediterranea che unisce paesi, storie, culture, sogni e destini, tutti diversi e tutti uguali, non può prescindere dal rapporto tra le persone.

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Il DJ Set di Radio Trasimeno

Cultura non è solo negli spettacoli di qualità del festival. Cultura è anche nella rete di relazioni tra le speranze di Cinzia, la rabbia di Marcello, i sorrisi di Simona e Rina, le emozioni delle decine di persone che il festival lo vivono e lo attraversano, fisicamente e spiritualmente, come se fosse un Mar Mediterraneo: alla ricerca dell’altro, del futuro, dell’arte, se non addirittura di un senso. E il mio contributo a questo mare non può che essere il racconto, per dare dignità alle loro emozioni e alle loro storie.

Pur sapendo di non essere all’altezza del festival, in certi momenti. Anche negli spettacoli di danza contemporanea che non posso comprendere, anche nelle citazioni teatrali che non posso cogliere, percepisco un senso più profondo. Sto attraversando la mia Mediterranea, e non sempre la terraferma è conosciuta: a volte è aspra, ignota, difficile. L’incontro con l’altro non è sempre facile: ma è proprio in quell’incontro, la cultura. Nel mare, non nella terraferma.

E allora anche a Chiusi puoi cercare un senso all’arte, alla vita, all’incontro tra le culture. E allora capisci che sì, Chiusi è una città piccola, famosa per il suo passato etrusco e per la sua stazione ferroviaria. Ma è un crocevia, ed è nei crocevia che si fa cultura. Come nel Mediterraneo, un mare che per secoli è stato un crocevia, dove si incontravano i mercanti con i preti, i guerrieri con i pescatori, i criminali con i poeti. Il luogo in cui si incontrano le culture, in cui entrano in relazione tra di loro, prima di affrontare una terraferma ignota, che sia un incontro a passi di danza o a colpi di hashtag.

E allora sì, eccolo qua, il mio racconto: benvenuti a Mediterranea, crocevia di culture.

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Burundi: il contesto antropologico

In redazione si è pensato di costruire un contesto che potesse fornire una cornice adeguata alla storia di Athanase Tuyikeze e al Burundi in generale. Trattandosi quest’ultimo di un paese dalle tradizioni…

In redazione si è pensato di costruire un contesto che potesse fornire una cornice adeguata alla storia di Athanase Tuyikeze e al Burundi in generale. Trattandosi quest’ultimo di un paese dalle tradizioni culturali ricche e affascinanti, non potevo che essere felice del compito affidatomi e buttarmi a capofitto nel leggere articoli, sfogliare libri e guardare filmati sul tema. In questa sede mi occuperò di darvi un assaggio del contesto antropologico burundiano, ossia dei gruppi sociali che ospita, delle religioni che accoglie e dei modi di comunicare propri dei suoi abitanti.

Innanzitutto, un po’ di informazioni di base. Situato quasi al centro dell’Africa, leggermente orientato a est, il Burundi è abbracciato dal Rwanda, dalla Tanzania e dalla Repubblica Democratica del Congo. Il governo è una Repubblica facente parte dell’African Union (AU), African Economic Community (AEC) and Common Market for Eastern and Southern African (COMESA).

MappaGEO

Entrando nello specifico del tema di questo articolo, iniziamo parlando della popolazione.

Poco più di 6 milioni di abitanti vivono in Burundi secondo le stime recenti. Tre gruppi sociali coabitano nel territorio (Hutu, Tutsi e Twa), con l’aggiunta di circa tremila europei e duemila asiatici che vivono per la maggior parte nella capitale, Bujumbura.

Mentre si dibatte sulla questione delle origini dei due gruppi sociali principali, Hutu e Tutsi – per mancanza di spazio non approfondirò questo aspetto – attualmente sono l’autodeterminazione e i documenti ufficiali (p.es. documento di identità) ad attestare con certezza l’appartenenza all’uno o all’altro gruppo: essi infatti condividono molti aspetti culturali, dalla lingua alla religione. Per quanto riguarda le relazioni sociali tra i due, invece, al posto della condivisione vengono reiterati atteggiamenti discriminatori reciproci; dagli strascichi dei passati conflitti avvenuti sul territorio, un costante mutamento di equilibro rende precari i rapporti, la cui storia e il cui conflitto saranno analizzati in articoli successivi.

In Burundi, in ogni caso, è fortemente marcata la differenza tra strati sociali della popolazione. Attraverso il modo di parlare, la postura e i movimenti del corpo di una persona si denota la sua appartenenza sociale.

#1 HUTU

La società Hutu rappresenta la fetta maggiore della popolazione del Burundi, con una percentuale dell’85 per cento, statistica rimasta costante negli ultimi anni. La maggior parte degli appartenenti a questo gruppo si occupa della terra e delle fattorie, trattandosi il bestiame considerato simbolicamente ed economicamente l’elemento principale dell’economia burundiana.

#2 TUTSI

Rispetto alla società Hutu, quella Tutsi rappresenta una minoranza, benché sia allo stesso tempo il gruppo che ha detenuto il potere in Burundi per molto tempo. Con una percentuale del 14 per cento della popolazione, ha annoverato tra i suoi membri la maggioranza dei re (mwami), durante il periodo storico della monarchia.

#3 TWA

Una minoranza della popolazioni presente sul territorio burundiano è rappresentata dai Twa, con una percentuale dell’1 per cento. Di origine pigmea, tradizionalmente sono associati alla caccia, ma sono legati anche alle attività della ceramica, della musica e dell’intrattenimento. Si tratta del gruppo sociale presente in Burundi che vive nelle condizioni più povere.

Un secondo aspetto del quale voglio parlarvi riguarda la religione e le concezioni tradizionali.

Le percentuali secondo le fonti più recenti sono così suddivise: 60% cristiani, 15% protestanti, 5% Islamici e 20% per coloro che possiedono concezioni indigene tradizionali. Non è raro, tuttavia, che queste ultime si mescolino e creino delle concezioni sincretiche con le altre religioni.

Oggi, quindi, sia i Tutsi che gli Hutu sono in predominanza cristiani, lasciando spazio a tutta una serie di concezioni tradizionali relative in particolar modo al culto degli antenati, largamente diffuso in molte parti dell’Africa. Sopra di essi si stanzia il Dio Imaana, entità suprema che garantisce ricchezza e fertilità. Gli spiriti degli antenati assumono il ruolo di messaggeri tra Imaana e il mondo umano; vengono chiamati abazima, capaci di recare cattiva sorte a chi non li rispetta, ragion per cui delle offerte vengono fatte per evitare tale prospettiva.

Prima dell’abolizione della monarchia nel 1966, il potere di Imaana era considerato condiviso dal re: egli esercitava la sua forza attraverso l’utilizzo di fuochi sacri, di rituali e dei tamburi reali.  Proprio questi ultimi erano considerati come i più potenti strumenti di potere. L’utilizzo delle percussioni (karyenda) è una parte fondamentale delle tradizioni del Burundi, utilizzate soprattutto per accompagnare le danze rituali.

Due eroi delle tradizioni Hutu e Tutsi hanno colpito particolarmente la mia attenzione.

#1 Gli Hutu raccontano la storia di Samadari, considerato un eroe locale, poiché considerato come colui che rompe le regole che tutti gli altri sono costretti a seguire. Ha la capacità di prendersi gioco dei ricchi e dei potenti, insultando allo stesso tempo i ricchi proprietari di bestiame. Samadari rappresenta quindi un esempio di rovesciamento dell’ordine costituito capace, attraverso la sfera del mito, di mantenere in equilibrio la società.

#2 I Tutsi raccontano invece la storia di Sebgugugu, al quale Dio regalò dei miracoli in modo che con la sua famiglia potesse avere cibo a volontà. Poiché l’eroe esigeva sempre maggiori risorse, alla fine perse tutto a causa della sua ingordigia.

Infine, ecco alcune informazioni riguardo alle lingue parlate in Burundi.

MappaLANG

Il Burundi fa parte dell’area dell’Africa appartenente alle lingue bantu; il sottogruppo di riferimento è quello delle lingue rwanda-rundi. Hutu, Tutsi e Twa parlano come prima lingua il Kirundi, lingua ufficiale del paese insieme al francese. In alcune parti viene parlato anche lo Swahili, mentre l’inglese viene insegnato in alcune scuole del paese.

Come in altre popolazioni africane, i proverbi assumono una grande importanza, regolando e scandendo i ritmi quotidiani della vita burundiana. Un esempio: «Umwanzi agucira akobo Imana igucira akanzu» [Mentre il tuo nemico sta scavando la fossa, Dio sta aprendo la via d’uscita].

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Dalla Valdichiana al Burundi: l’unione fa la forza

Vugizo, un comune della provincia meridionale del Burundi, e Montepulciano Stazione, una piccola frazione della Valdichiana senese. Cosa accomuna questi due luoghi così distanti tra di loro (5560 chilometri in…

Vugizo, un comune della provincia meridionale del Burundi, e Montepulciano Stazione, una piccola frazione della Valdichiana senese. Cosa accomuna questi due luoghi così distanti tra di loro (5560 chilometri in linea d’aria), in due Paesi così diversi, in due continenti così diversi? La storia di Athanase Tuyikeze e della cooperativa “Dufatanemunda”, che significa “l’unione fa la forza”. Una storia che la nostra redazione andrà a raccontarvi in dettaglio durante il mese di giugno, partecipando attivamente al progetto di sviluppo sostenibile e prendendo a cuore la causa di Athanase in Valdichiana, fino al grande evento di domenica 28 giugno al Lago di Montepulciano.

Athanase, Vugizo e Montepulciano

Athanase

Athanase al mercato di Vugizo

Athanase è un giovane agronomo che vive a Montepulciano Stazione e lavora nell’azienda agricola Poliziano, una delle più famose cantine produttrici di Vino Nobile della zona. Ha 30 anni ed è nato e cresciuto a Vugizo, prima di lasciare il Burundi nel 2000 per continuare gli studi di agricoltura. Firenze, Siena, Perugia: Athanase si laurea in scienze agrarie e consegue un master in agricoltura sostenibile. Ed è molto attivo nella vita sociale del suo comune: dal volontariato per la Croce Rossa, alle attività sportive e ricreative per la Chianina Running, che lo vedono sempre impegnato in progetti di sostenibilità ambientale e rispetto della biodiversità. Athanase non dimentica però il suo paese d’origine, infatti torna spesso a Vugizo, per incontrare amici e parenti.

Dufatanemunda, l’unione fa la forza

È proprio durante uno di questi viaggi che Athanase ebbe l’idea di costituire una cooperativa, per sviluppare nel suo paese d’origine i concetti appresi durante gli studi agrari e per fornire una reale possibilità di sviluppo sostenibile anche nel comune in cui era nato e cresciuto. Aiuta un gruppo di donne a formare una cooperativa di mutuo soccorso, affinché possano condividere dei fondi di microcredito per acquistare animali da allevare, semi da piantare e altri mezzi per aumentare la produttività agricola. Il suo scopo è quello di superare la necessità di ricorrere agli aiuti umanitari e alla beneficenza fine a sè stessa, puntando invece sui concetti di sviluppo sostenibile, di aumento delle conoscenze imprenditoriali e di aiuto comune. Attraverso il mutuo soccorso e il fondo comune a cui tutti i membri della cooperativa possono accedere, c’è una concreta opportunità di sviluppo per il villaggio, migliorando le tecniche agricole e la produttività del terreno. Da qui il nome della cooperativa “Dufatanemunda”, ovvero “l’unione fa la forza“.

Di orto in orto, la raccolta fondi

L’esperienza della cooperativa è cominciata nel 2012: un investimento iniziale ha permesso l’acquisto di quindici maiali, allevati nei rispettivi cortili. Athanase ha donato un fondo iniziale di 250 euro per l’acquisto degli animali, e ognuno dei quindici membri della cooperativa versa mensilmente una piccola quota, che serve anche come fondo di solidarietà per aiutare i bambini più in difficoltà a studiare, e per poter fornire una sorta di assicurazione contro gli incidenti che possono colpire i terreni o gli animali. Successivamente la cooperativa si è impegnata per l’acquisto di un terreno in cui avviare un progetto di orto comune, sempre secondo le indicazioni agrarie di Athanase. La prossima tappa sarà quella di dotare l’orto di un pozzo e di un pannello solare, aumentando così l’indipendenza e la produttività agricola della cooperativa. Athanase ha deciso di aiutarli ancora una volta, avviando una raccolta fondi, e la nostra redazione si è impegnata a sostenere questo progetto: nei prossimi giorni vi racconteremo tutto nel dettaglio!

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Dufatanemunda: l’unione fa la forza

Racconteremo approfonditamente la storia di Athanase, della cooperativa e della raccolta fondi nel corso di questo mese: seguiteci in questo percorso affascinante fatto di impegno e passione, fino a ritrovarci tutti assieme al Lago di Montepulciano il prossimo 28 Giugno!

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I pici di Celle sul Rigo: una tradizione che guarda al futuro

Ogni anno la comunità di Celle sul Rigo si riunisce per portare avanti una tradizione gastronomica locale che culmina in una grande festa l’ultima settimana di maggio: i pici, protagonisti…

Ogni anno la comunità di Celle sul Rigo si riunisce per portare avanti una tradizione gastronomica locale che culmina in una grande festa l’ultima settimana di maggio: i pici, protagonisti della rinomata sagra della frazione del comune di San Casciano dei Bagni, sono tutti rigorosamente fatti a mano dai cellesi nei giorni precedenti alla manifestazione.

Siamo giunti alla 46° edizione della Sagra dei Pici, organizzata dalla Società Filarmonica di Celle sul Rigo. Lo scopo dichiarato è quello di trovare i fondi per mantenere la banda del paese; lo scopo sottaciuto e ancora più importante è quello di aggregare la comunità del piccolo borgo, mantenere una tradizione culturale e sociale che fa sopravvivere il paese e il senso di appartenenza, non soltanto la banda.

Tutto il paese, infatti, collabora alla sagra: 46 anni fa i vecchi cellesi si misero in testa, quasi per caso, di proporre una sagra dedicata ai pici: quella che è oggi un’eccellenza gastronomica del nostro territorio e un simbolo identitario, è in realtà un piatto tipico della tradizione contadina. Così spiega Giovanni Innocenti, storico membro della Società Filarmonica, che mi racconta la sua storia mentre è intento a preparare i pici per la festa:

IMG_6779“I nostri bisnonni non erano ricchi, ai tempi della civilità contadina c’era la povertà. Facevano i pici, costavano poco e riempivano la pancia. Rispetto ad altri piatti i pici costavano meno, non veniva usato le uova. E ancora oggi li facciamo a mano,  come nella tradizione contadina.”

Giovanni fa parte della banda di Celle sul Rigo da 63 anni; ha fatto parte del comitato cittadino che 46 anni fa diede vita a questa sagra e viene considerato come una sorta di memoria storica delle vicende del paese.

La Sagra dei Pici dura tre giorni, si svolge sempre l’ultima domenica del mese di Maggio. Ha ricevuto il premio touring nel 2013, per certificare l’eccellenza gastronomica dei pici cellesi. Quest’anno si svolgerà dal 29 al 31 maggio: sono previsti concerti di gruppi rock, serate danzanti, tombola, esibizioni di scuole di ballo. E ovviamente gli stand gastronomici con i pici tutte le sere, la domenica anche a pranzo.

Inizialmente la Sagra dei Pici era stata pensata per garantire la sopravvivenza della Società Filarmonica, impegnata in tante attività culturali e sociali nel piccolo borgo. Così racconta Giovanni:

“La sagra finanzia la Società Filarmonica, è importante per mandare avanti le attività della banda e della musica, comprare gli strumenti, pagare i maestri. Inoltre facciamo scuola gratuita di musica a tutti i ragazzini del paese. Il teatro è a disposizione gratuitamente a tutti coloro che lo vogliono utilizzare. Ecco perchè tutto il paese collabora alla riuscita della manifestazione.”

La Società Filarmonica è proprietaria della cucina e del teatro di Celle sul Rigo. Dal 1876 prosegue la sua storia, che è il collante della comunità locale. E che ha trovato nella Sagra dei Pici l’evento principale dell’anno, famoso in tutto il territorio per l’eccellenza gastronomica dei pici fatti a mano dagli abitanti. Di questo ne è convinta anche la presidente della Società Filarmonica, Stefania Gori:

“Il segreto dei nostri pici? Sono più sottili degli altri, sono fatti tutti a mano. E poi ci abbiniamo i sughi buoni! Un sugo classico di carne, oppure un sugo all’aglione (aglio, pomodoro e zenzero). Se ci metti gli ingredienti buoni, la manodopera locale, il piatto viene buono. I pici non si attaccano. Se non fossero fatti a mano sarebbe tutta un’altra cosa. E non sempre si fanno a mano, nelle sagre dei dintorni. L’ingrediente segreto è la manodopera: tradizione e passione.”

Tutti gli anni a Celle sul Rigo si riuniscono più di quaranta persone ad “appiciare”, a rotazione, nei giorni precedenti alla sagra. Preparano lunghe tavolate, graffiano la spianatoia con il coltello, perchè se il piano è ruvido si lavora meglio, altrimenti i pici si schiacciano. Poi si appicia, ovvero si lavora la pasta con le mani fino a formare questi spaghettoni lunghi e grossi. Sette quintali e mezzo di farina ogni anno, cinquemila porzioni di pici. Tutti usati nei tre giorni di sagra dei pici, e il lunedì successivo con la cena della “benfinita”, in cui la gente del paese si ritrova a mangiare ciò che avanza, per festeggiare assieme tra soci e sostenitori, tutta la comunità.

IMG_6786Quella della Sagra dei Pici è una tradizione che guarda al futuro: perché permette alla Società Filarmonica di sopravvivere, portando avanti le sue attività culturali e artistiche, e alla comunità di rafforzare i propri legami. Permette di aggregare gli abitanti di una piccola frazione e di creare un momento rituale, partecipato e condiviso con una grande festa annuale, che è garanzia e conforto per la sopravvivenza futura della comunità stessa.

La tradizione, quindi, crea identità e rafforza il senso di appartenenza a una comunità. Questo è particolarmente importante in piccoli borghi come Celle sul Rigo (neppure 600 abitanti), che nonostante gli splendidi panorami sulla Valdorcia ha la necessità di continuare a sentirsi vivo, mantenere un nucleo attivo di persone che portano avanti una tradizione e un senso di appartenenza. Per evitare che i borghi del nostro territorio, che costellano paesaggi meravigliosi, siano soltanto luoghi da villeggiatura o panorami da cartolina.

Questo è un altro motivo per assaggiare i pici di Celle sul Rigo alla tradizionale sagra di fine maggio: permettere al territorio di essere ancora vivo, e guardare con fiducia al futuro, forte delle caratteristiche ambientali, culturali e sociali del proprio passato. Maggiori informazioni su: www.sagradeipici.it

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La Buona Scuola: arriva la riforma del Governo Renzi

Dopo una consultazione che ha coinvolto i territori, il disegno di legge di riforma del sistema scolastico, chiamato “La Buona Scuola” è stato approvato dal Consiglio dei ministri. Il Governo Renzi…

Dopo una consultazione che ha coinvolto i territori, il disegno di legge di riforma del sistema scolastico, chiamato “La Buona Scuola” è stato approvato dal Consiglio dei ministri. Il Governo Renzi è intenzionato a portare avanti una riforma che ha già incassato pareri positivi e negativi. Ecco una breve presentazione dei contenuti della riforma, che andrà a modificare notevolmente il mondo della scuola:

Quali sono i contenuti della riforma della Buona Scuola del Governo Renzi? Quali le prime reazioni al testo, e quali le conseguenze nei territori? Ne parleremo martedì 7 aprile a Libero Accesso, in diretta su Tele Idea (canali 86-625-699 del digitale terrestre) e con gli approfondimenti online nel corso di questa settimana! Nell’attesa, ecco alcuni commenti dai social network:

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Immigrazione in Valdichiana senese: le statistiche

IMMIGRAZIONE IN VALDICHIANA SENESE | Create infographics   (Fonte dati ILO, Fondazione ISMU, Servizi demografici della Valdichiana Senese – raccolti da Giorgio Visintini)

 

(Fonte dati ILO, Fondazione ISMU, Servizi demografici della Valdichiana Senese – raccolti da Giorgio Visintini)

AfricanImmigrationITA4Web

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Aumenta l’immigrazione in Valdichiana senese

L’immigrazione dall’Africa verso l’Italia e la Valdichiana L’Africa conta attualmente 1,150 miliardi di abitanti. Le previsioni demografiche parlano di 1,5 miliardi entro il 2020 e di 2 miliardi nel 2020….

L’immigrazione dall’Africa verso l’Italia e la Valdichiana

L’Africa conta attualmente 1,150 miliardi di abitanti. Le previsioni demografiche parlano di 1,5 miliardi entro il 2020 e di 2 miliardi nel 2020. LILO (Internetional Labour Organization) stima che siano già 20 milioni i lavoratori africani emigrati (anche all’interno dello stesso continente) e prevede che per il 2015 circa il 10% della popolazione africana vivrà all’estero ( circo 120 milioni).

Fin dagli anni ’90, gli africani hanno inciso all’incirca per un quarto sull’intera presenza straniera in Italia. attualmente, le Regioni in cui la componente africana risulta prevalente sono la Lombardia, l’Emilia Romagna, il Piemonte e il Veneto. Ma sta crescendo la presenza nelle regioni del Centro e, in particolare, in Toscana. La maggioranza degli immigrati africani sono giunti dall’Africa settentrionale (soprattutto Marocco), ma sono in crescita i flussi dall’Africa Occidentale.

Saranno tre gli effetti che influenzeranno l’immigrazione africana in Italia nei prossimi anni:

  • Il primo effetto produrrà un forte incremento, per cui dal livello attuale (circa un milione di africani) si passerà al raddoppio o quasi entro il 2020. I ritmi di questa evoluzione dipenderanno anche dai flussi di mano d’opera di riserva che continueranno ad arrivare dai Paesi dell’ est europeo.
  • Il secondo effetto consisterà nell’aumento degli africani provenienti dai Paesi dell’Africa occidentale, che diventeranno più numerosi di quelli dell’Africa settentrionale.
  • Il terzo effetto sarà una più marcata presenza africana in Toscana e nel Centro-Sud.

Negli anni più recenti è cresciuto il flusso migratorio verso l’Italia dai paesi dell’Africa Occidentale (Nigeria, Senegal, Ghana, Costa d’Avorio, Camerun, ecc). Nella tavola che segue sono elencati i 18 Paesi dell’Africa Occidentale, trend di popolazione e PIL dal 2012 al 2020, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale:

immigrazione tav1

Pur essendo il PIL in crescita superiore alla popolazione nei prossimi anni, il pil pro capite medio previsto nel 2020 resterà molto basso (1970 $ ). Il PIL dell’Italia nel 2013 ( 2,072 miliardi di $ per un pil pro capite pari a 33.000 $) è superiore circa 20 volte rispetto a quello medio dell’Africa Occidentale (1,630 $). Perciò è quanto mai verosimile che , almeno per i prossimi 7-8 anni, il flusso migratorio dall’Africa Occidentale verso l’Italia resterà costante o addirittura aumenterà.

Bisogna prendere coscienza fin d’ora che si tratta di un sisma sociale irreversibile, fin quando nei Paesi dell’Africa Occidentale non ci sarà uno sviluppo economico in grado di ridurre l’enorme divario esistente oggi fra pil pro capite di questi Paesi rispetto ai Paesi europei.

L’immigrazione in Valdichiana

A livello nazionale la popolazione immigrata è pari al 8,2%. In totale si tratta di 4.980.000 stranieri, di cui 53% dai Paesi europei, 22% dall’Africa (15% dal Nord Africa e 6% dall’Africa Occidentale, 1% dal resto dell’Africa), 17% dai Paesi asiatici e 8% dal Centro sud America. Nella tavola che segue sono rappresentati i Paesi di provenienza dell’immigrazione nei 9 comuni della Valdichiana senese:

immigrazione tav2

Dalla Tav.2 emerge che gli immigrati stabili (esclusi gli ospiti di passaggio) dai Paesi dell’Africa occidentale sono rappresentati solo marginalmente oggi nei 9 comuni della Valdichiana senese (55 su un totale di 6.191 immigrati), mentre questi Paesi rappresentano già il 6% dell’immigrazione sul territorio nazionale e si prevede che nei prossimi anni crescerà moltissimo, stante il livello di povertà e le guerre locali in molti di questi Paesi ( Nigeria, Mali, Chad, ecc).

Le previsioni dei flussi migratori al 2020 parlano di un raddoppio dell’immigrazione dall’Africa, non più dai Paesi del Nord Africa (Marocco e Tunisia), ma dai Paesi dell’Africa Occidentale, in particolare dalla Nigeria. E’ probabile che almeno 3.000 nuovi immigrati arriveranno da questi Paesi nei 9 comuni della Valdichiana.

Questa nuova immigrazione porrà già dai prossimi anni problemi ancora maggiori di integrazione, trattandosi di popolazioni di pelle nera che arriveranno in un contesto ben diverso dagli anni ’80 e ’90 (quelli dell’immigrazione dal Marocco), in quanto contrassegnato dai lunghi anni di crisi economica e occupazionale. Un problema che le amministrazioni locali e la Regione stessa si devono porre fin da oggi.

(articolo a cura di Giorgio Visintini)

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Ascheri al Lions Club: la storia dei Chigi, da Siena a Roma

Arte e potere: i senesi Chigi a Roma. Uno studio per Siena Capitale della Cultura 2019 L’apertura dell’annata lionistica, per il Lions Club Chiusi, ha visto l’importante partecipazione del professor Mario…

Arte e potere: i senesi Chigi a Roma. Uno studio per Siena Capitale della Cultura 2019

L’apertura dell’annata lionistica, per il Lions Club Chiusi, ha visto l’importante partecipazione del professor Mario Ascheri. Domenica 21 settembre, al Chiostro di San Francesco, Ascheri ha ripercorso la storia di una delle famiglie più importanti d’Italia: i Chigi, che da Siena hanno portato il loro contributo economico, artistico e culturale fino a Roma. Tra le sue file possiamo citare Agostino Chigi, che con lo sviluppo della produzione dell’allume costituisce uno dei principali esempi di capitalismo rinascimentale, e il Papa Alessandro VII.

Il convegno organizzato dal Lions Club Chiusi è stato anche un omaggio alla candidatura di Siena Capitale dell Cultura 2019: la famiglia Chigi come esempio dei tanti contributi che i senesi possono dare al mondo. Dopo l’intervento del professor Ascheri, la dottoressa Valeria Di Giuseppe Di Paolo ha illustrato il complesso chigiano di Ariccia, con le opere del Bernini e del Borgognone, che saranno oggetto di una visita ad ottobre da parte del Lions Club.

A margine del convegno, abbiamo raggiunto Giuseppina Mostardi, presidente del Lions Club Chiusi, chiedendo alcuni approfondimenti sui temi trattati e sulla candidatura di Siena a Capitale della Cultura.

Quali novità per quest’annata lionistica?

“Abbiamo organizzato quest’apertura con un segno molto chiaro: il nostro sostegno alla candidatura di Siena Capitale della cultura 2019. Il Lions Club aveva già dato il proprio sostegno, e oggi l’ha sottolineato in maniera forte, ricordando la storia dei senesi Chigi a Roma. Una storia di grande importanza economica, artistica e culturale, raccontata in maniera magistrale dal professor Ascheri. Il prossimo mese saremo impegnati in un viaggio a Roma, il 18 e il 19 ottobre, per ammirare alcune delle opere commissionate dai Chigi: la residenza estiva di Agostino, la Villa Farnesina e il complesso museale di Ariccia.”

Siena Capitale della cultura: qual’è la vostra opinione su questa sfida, e quali le possibilità di crescita per il territorio?

“Siena ha tutti i requisiti per vincere questa sfida. La storia dei Chigi è la dimostrazione che Siena ha tutte le capacità di dare importanti contributi anche fuori dalla sua area: basti pensare a quanti artisti seguirono i Chigi a Roma, e quanto amassero Siena. Papa Alessandro VII, per il Palio di Siena, mandava sempre un regalo per dimostrare il suo affetto alla città.”

La storia come modello da seguire per il presente del nostro territorio, quindi?

“La storia è importantissima. Le abilità che queste terre hanno saputo esprimere sono un modello importante sia per il nostro presente che per il futuro. Agostino Chigi aveva fatto costruire una città per gestire l’intero ciclo produttivo dell’allume, alle Allumiere della Tolfa, quasi cinquecento anni prima di Olivetti. Era un proto-capitalista, che non ha mai perso di vista la sua “umanitas”. Per statuto, la sua società doveva donare il 20% dei proventi in beneficienza. Quella dei Chigi è una storia che dimostra l’importanza della genialità, della forza di spirito, del merito, ed è un perfetto viatico alla candidatura di Siena a Capitale della Cultura per il 2019.”

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Il Festival Orizzonti e il coraggio di investire in cultura

Il Festival Orizzonti si è chiuso da una settimana, e ancora Chiusi commenta con soddisfazione i risultati di quella che è stata la prima edizione di un nuovo corso. Il…

Il Festival Orizzonti si è chiuso da una settimana, e ancora Chiusi commenta con soddisfazione i risultati di quella che è stata la prima edizione di un nuovo corso. Il successo di critica e di pubblico sembra infatti favorire un festival ambizioso, dedicato alle arti perfomative e alla creatività, in cui si mischiano sapientemente teatro, opera, danza spettacoli musicali e intrattenimento. E da quest’anno il Festival Orizzonti sembra ancora più proiettato verso il futuro, grazie a scelte coraggiose di respiro nazionale e internazionale, coproduzioni interessanti e attenzione per la creatività artistica del territorio.

festival orizzonti cultura 3Non sta certo a me commentare il Festival Orizzonti 2014: sia perché le mie competenze di critico artistico non sono sufficienti, sia perchè Tommaso Ghezzi ha già scritto, a mio avviso, il miglior reportage per La Valdichiana che si potesse sperare. Tuttavia, alcune parole devono essere spese per una riflessione più ampia, che riguarda l’importanza di investire in cultura come strumento per lo sviluppo sociale ed economico di un territorio, come motore per la crescita di una comunità.

Perchè la cultura non può limitarsi allo spettacolo teatrale, al quadro, al libro, alla mostra d’arte. Non può limitarsi ai prodotti che circolano nell’economia della cultura e che vengono istituzionalizzati nei “Beni culturali”. Cultura è anche usi, costumi, tradizioni, modi di vivere e di guardare il mondo, legami sociali e forme di convivenza. Cultura è, innanzitutto, vita: e investire in cultura significa investire nel benessere e nello sviluppo dell’intera comunità.

Ci vuole coraggio a investire in cultura. Non è semplice, perchè è difficile quantificare l’investimento. Il tanto amato e odiato “ROI”, che misura l’efficienza economica e il ritorno del capitale investito, tanto caro all’economia, è difficile da applicarsi in contesti culturali. Misurare con esattezza il ritorno economico di una mostra d’arte, di una manifestazione folcloristica o della pubblicazione di un volume storico, il valore che questi prodotti culturali hanno per la società a cui si riferiscono e per la comunità di riferimento, è quasi impossibile. Eppure è ciò che ci fa crescere, che unisce i nostri legami, che rende la vita degna di essere vissuta. Un po’ come il famoso discorso di Bob Kennedy sul PIL e sul benessere.

In fin dei conti, è proprio il valore culturale ad accrescere il valore economico. Come il concerto per organo di Alessandro Manara alla Cattedrale di San Secondiano, nell’ultima giornata del Festival Orizzonti: una splendida esibizione che ha arricchito un luogo già prezioso. Anche una chiesa non sarebbe nient’altro che un edificio senz’anima, se non vi fosse la cultura a darle valore: in questo caso la religione, ma vale per ogni altro elemento che caratterizza la vita di una comunità.

festival orizzonti cultura 2E non è un caso che il Festival Orizzonti si sia sviluppato a Chiusi, non è un caso che il Cantiere Internazionale d’Arte e tante altre iniziative di investimento coraggioso in cultura si trovino proprio in Valdichiana, la periferia a volte bistrattata della provincia di Siena. Anche la periferia può essere creativa, l’innovazione può avvenire ovunque. L’antica dicotomia tra città e provincia si trova in difficoltà in un mondo sempre più digitale e interconnesso, in cui ogni punto può diventare il nodo di una rete e non soltanto una linea di passaggio; non è la città a creare cultura e a diffonderla nel resto della provincia, lasciando le briciole ai territori. Innovazione e creatività possono avvenire ovunque vi sia il coraggio e la volontà di perseguirli.

Sono convinto che la Valdichiana possa diventare un importante laboratorio di cultura, creatività e innovazione, fintanto che le sue istituzioni e le sue eccellenze riescono a fare rete e a ragionare come un’area vasta. Perchè non è sufficiente porre un marchio di candidatura per diventare laboratorio culturale,  non è sufficiente una strategia di comunicazione se non c’è sostanza, non è sufficiente svuotare i territori di periferia per riempire la città. Ma il Festival Orizzonti di Chiusi e tutti coloro che hanno il coraggio di investire in cultura si rendono conto che il ritorno dell’investimento è il benessere della comunità, non soltanto dal punto di vista economico, ma anche di tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta.

PS: racconti, immagini ed emozioni dal Festival Orizzonti, direttamente da Storify

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Chiusi nella Danza: la conferenza di presentazione del festival

Nella splendida cornice del natural resort di Fonteverde, a San Casciano dei Bagni, è stata ufficialmente presentata la prima edizione del festival “Chiusi nella Danza”, che si svolgerà nella cittadina…

Nella splendida cornice del natural resort di Fonteverde, a San Casciano dei Bagni, è stata ufficialmente presentata la prima edizione del festival “Chiusi nella Danza”, che si svolgerà nella cittadina etrusca dal 10 al 13 luglio 2014. Un festival ambizioso, che intende unire momenti di spettacolo a convegni e stage formativi, tutti incentrati sul mondo della danza e sulle più ampie sfaccettature dell’arte coreutica.

La prima edizione del festival Chiusi nella Danza parte dalla fortunata esperienza dell’anno scorso, la rassegna che portava lo stesso nome e dal cui successo la Fondazione Orizzonti e l’amministrazione comunale di Chiusi hanno deciso di proseguire il percorso, rinnovando l’impegno e l’investimento per tramutarla in un vero e proprio festival dedicato alla danza. Una dimostrazione di fiducia, quindi: puntare sull’industria culturale e sull’arte anche in situazioni di crisi economica, e allargare la visuale alla Valdichiana e alla provincia di Siena per fare rete, come dimostra simbolicamente la presentazione ufficiale del festival nel territorio di San Casciano dei Bagni. Chiusi nella Danza si presenta come una sorta di start-up culturale, che intende proseguire l’esperienza positiva dello scorso anno e crescere ulteriormente, coinvolgendo le scuole di danza della città e contribuendo alla formazione di giovani ballerini.

IMG_1862Alla presentazione del festival erano presenti il sindaco di Chiusi Stefano Scaramelli, l’assessore al sistema Chiusi Promozione Chiara Lanari, il presidente della Fondazione Orizzonti d’Arte Giovanna Rossi. Mattatore della serata è stato il direttore artistico Samuel Peron, che ha ribadito la volontà di crescita della manifestazione, connettendo le esibizioni di danza alle esperienze formative dedicate alle realtà coreutiche del territorio.

Punto di forza del festival saranno quindi gli appuntamenti formativi, grazie a stage di livello intermedio e avanzato con Kristian Cellini per il lyrical jazz, Giovanni Eredia e Cesira Miceli per il tango, Antonio McVillan e Giulia Fantini per lo swing, Maykel Fonts e Relle Niane per la salsa. La novità di questa edizione è il laboratorio coreografico sul movimento e la drammaturgia corporea tenuto da Marianna Giorgi, della durata di nove ore, i cui risultati verranno presentati al pubblico nell’ultimo giorno di Chiusi nella Danza.

Gli spettacoli di danza animeranno tutte le serate di Chiusi: dal Balletto di Siena con la danza classica “Gran Suite Classic Verdiana” e la danza contemporanea “Lucifero”, alla compagnia Flamenco Tango Neapolis che si esibisce con “Viento”, fino alla serata conclusiva con “Ballando nelle Piazze”, dove il pubblico non è solo spettatore ma protagonista. Durante gli aperitivi, al chiostro di San Francesco, si svolgeranno spettacoli e percorsi di ricerca drammaturgica con Caterina Genta in “La sposa senza volto”, la compagnia Luogocomune con “Selfie” e la presentazione del libro di Samuel Peron dal titolo “Senza Tempo”.

CHIUSI NELLA DANZA 2014Il sabato pomeriggio sarà dedicato alle scuole di danza di Chiusi, che si contenderanno il premio del 1° Concorso Chiusi nella Danza al Teatro Mascagni. La domenica mattina, sempre al teatro, si terrà invece il convegno “Danza e nuovi media: l’evoluzione dei linguaggi coreutici”, in cui professionisti ed esperti del settore mediatico parleranno dell’evoluzione artistica e comunicativa della danza, approfondendo gli aspetti antropologici e le forme di espressione più adatte ai social network. Non a caso, il convegno sarà trasmesso in streaming e godrà di una copertura live sui principali social media.

Appuntamento a Chiusi, quindi, dal 10 al 13 luglio 2014. Potete trovare ulteriori informazioni sul festival sul sito web della Fondazione Orizzonti, oppure cliccare qui per scaricare il programma completo del festival “Chiusi nella Danza”.

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Bettolle il “Crocevia sulla Chiana”, mostra open source della Valdichiana

Da questa settimana la mostra “Crocevia sulla Chiana” è aperta al pubblico, in Piazza Garibaldi a Bettolle. I curatori siamo io, Tommaso Ghezzi, e Mattia Bianchi. Un primo assaggio è…

Da questa settimana la mostra “Crocevia sulla Chiana” è aperta al pubblico, in Piazza Garibaldi a Bettolle. I curatori siamo io, Tommaso Ghezzi, e Mattia Bianchi. Un primo assaggio è già stato configurato in occasione della manifestazione “La Valle del Gigante Bianco”, il 1° Giugno. Il resto della mostra “open source” – che tutti possono arricchire con propri materiali durante la settimana del Palio della Rivalsa e per tutto il mese Giugno – è da adesso visitabile.

Quello che vi propongo di seguito è un mio testo che accompagna le immagini della mostra, un viaggio che racconta luoghi, persone, vita, colori, pensieri e riflessioni dei tempi andati nella nostra terra: la Valdichiana.

“Ci sono tempi senza suono, in Valdichiana. Brevi segmenti esistenziali in cui non si sente. Niente. Non c’è altro da fare se non restare. Altro se non esistere, invaghiti dei colori dei tramonti, dei casolari in lontananza, le strade srotolate sulle curve femminee delle colline coperte di grano. Silenzi, che non sono silenzi: c’è il suono dei polmoni, la rigida scansione ritmica delle valvole cardiache, brutture foniche, biologie umane che si fondono con la terra, le nuvole, il perimetro dell’orizzonte. E poi i covoni, le rotoballe, ferme e silenziose ma che non sono silenziose. C’è un battito che sembra provenga da loro, e non da te, il sussulto di un petto indomito, bestiale, che è il loro petto. Il resto è tutto silenzio. Il silenzio dei cphoto1anali della bonifica, scorrono come graal di quiete. E c’è tutto anche se non c’è niente. E le anime sono soffi di spuma aerea, lanugini passeggere come l’infruttescenza del soffione. Dagli altopiani lo scorrere di queste maschere nella vita di provincia è un dono di semplicità. Ci sono già i lampi d’estate, e sono sipari che si alzano sulle forme primitive nel bel mezzo della modernità del mondo occidentale.

Lo sapevano i nostri padri di tutto quel rumore che si sarebbero trovati a creare. Lo avevano letto, il nostro futuro. Lo avevano letto negli occhi dei buoi, nel caldo afoso delle vigne a metà estate, nel rossore del frumento che a giugno riempie le strade. Sentivano anche loro i battiti. Il battito degli animali, così vicino come fosse quello del proprio cuore. Nel silenzio della campagna che non è mai silenzio, nelle albe di luglio, il sole che trafigge le pareti e viola il tempo, con l’incisione ineluttabile di un altro giorno che viene, e poi un altro e un altro ancora.
È domenica. Tardo giugno. Già si iniziava a dividere il grano dalla lolla. Ma la domenica mattina, all’uscita della messa, la produzione nei campi si ferma. Alla camiciola sporca da lavoro sostituiamo l’abito buono. Si va in piazza, a piedi, prima al bar, si aspetta che arrivino le ragazze, anche loro con il vestito buono. Le mani sudano, il fervore lascia trasalire. È un momento lisergico, tra la calura e l’amore che soffia per le strade di un’estate in divenire.
Era la prima metà degli anni ’60, l’Italia passava dal contado all’industrializzazione ad una velocità esponenziale, fin troppo esponenziale, impossibile da controllare.

Anche dove non sembra, il boom economico ha agito, si è insinuato nella morfologia delle aree agricole e le ha trasformate. Se nel 1950 il 25% delle strade statali nel paese non erano asfaltate, nel 1960 la percentuale scende al 4%. Alle biciclette si sostituisce l’auto, con la FIAT 600 e la 500 prima e la 1100 e l’Alfa Giulietta poi, la motorizzazione di massa invade tutti quei piccoli mondi rurali, vestiti di dolce incoscienza e placido isolamento. Nel 1964 la lingua d’asfalto che aveva iniziato a colare da Milano verso il Sud Italia tocca anche l’antico crocevia che acquista nuovo motivo d’essere, divenendo così lo snodo tra l’Autostrada del Sole e i raccordi che collegano Siena e Perugia. Amintore Fanfani, segretario DC e presidente del consiglio, corresse il progetto originario, che avrebbe dovuto varcare lo stivale più centralmente in territorio umbro, spostando verso Arezzo – si dice per favorire la logistica della sua città natale – il percorso dell’Autosole. La “curva Fanfani”, come venne ribattezzata di lì a poco, fece sì che l’A1 toccasse il piccolo centro in Valdichiana e lo riportasse ad essere un punto di intersezione.

Si ritorna in paese. E dal finestrino si stagliano i frammenti di una storia del tempo presente. O forse è passato. Chi può dirlo. Sono immagini eterne, come simboli sacri. Tutte le figure celano una religiosità laica. Come statue marmoree, eterne nella loro imponenza. C’è ferma eleganza nel loro prestigio, indubitabile grazia anche nelle sozzure, crismi di tangibilità”.

 

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