dating different social class

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Cultura e Società

‘100% Circo’, un circo dove si impara a volersi bene

Nell’immaginario collettivo il circo è un tendone enorme a righe bianche e rosse, in cui si esibiscono animali ammaestrati, acrobati spericolati e immancabili clown. Ma dalla seconda metà del 1900,…

Nell’immaginario collettivo il circo è un tendone enorme a righe bianche e rosse, in cui si esibiscono animali ammaestrati, acrobati spericolati e immancabili clown. Ma dalla seconda metà del 1900, attraverso lo sviluppo del Noveau Cirque francese, il circo ha avuto una vera e propria “svolta contemporanea” che ha significato l’avvicinamento a molte discipline come il teatro, la danza, la musica.

Le innovazioni che questa nuova realtà ha introdotto sono la rinuncia agli animali, il ruolo fondamentale della musica, l’utilizzo di tecniche attoriali e coreografiche da parte dell’artista, che segue e sviluppa in ogni esibizione un tema di fondo.

Simona è la fondatrice della scuola aretina di arti circensi ‘100% Circo’, fondata nel 2015 dopo una lunga gestazione iniziata 7 anni prima e che oggi conta 120 allievi. Si è formata in Trentino, alla Biennale di circo e tutt’ora prosegue i suoi studi inseguendo un grande sogno: far conoscere il circo contemporaneo. Incuriosito da questo mondo affascinante, ho voluto saperne di più.

Se dico “circo” la gente a cosa pensa?

Ci sono dei luoghi comuni molto radicati nell’immaginario collettivo. Rispecchiano certamente ciò che è stata la storia di quest’arte così meravigliosa, ma tutto va avanti e si evolve: il mondo cambia e con esso tutto ciò che ne fa parte, compreso il circo. La gente pensa soprattutto a tendoni altissimi, grandi arene con animali ammaestrati, giocolieri, pagliacci, acrobati e l’inconfondibile motivetto “ta ta tara tara ta ta tara“. Ancora oggi se si parla con molte persone si sente dire “mio figlio non farà mai il circo come quelli che vivono in mezzo a una strada”. È un preconcetto carico di ignoranza. Il circo, come altre arti, è anche stare in mezzo alla gente, coinvolgere passanti, esibirsi per le vie della città. Come si può dire che dedizione, passione e divertimento siano cose da evitare? È assurdo.

 Invece, qual è la vostra idea di circo?

L’idea che ricerchiamo è quella di un circo innovativo sulla scia del circo contemporaneo francese. Lo intendiamo sia come arte che come sport, sia come applicazione mentale che fisica, sia come modo di vivere la quotidianità che come momento di evasione. 100% Circo ha il compito di far conoscere l’arte circense e quello ancora più importante di far esprimere e far star bene ragazzi e ragazze, grandi e piccini. Lavoriamo molto sulle dinamiche di gruppo, sul rapportarsi con gli altri, sul confidarsi e parlare. Crediamo che il circo sia un ottimo mezzo per rendere felici le persone.

Quali sono le discipline che insegnate?

Giocoleria, equilibrismo, acrobatica a terra e in aria. “Tutti all’inizio fanno tutto” perché vogliamo far sviluppare ogni abilità del corpo umano. Si parte dall’acrobatica a terra, perché è necessario trovare confidenza con gli stati di equilibrio fra i corpi, imparare a conoscersi come strutture complesse e piene di possibilità espressive. Una volta capita questa fondamentale premessa si inizia con tutti gli attrezzi di giocoleria. Una preparazione generale solida serve per destreggiarsi al meglio nell’equilibrismo su corde sospese, sfere, palloni, trampoli, monocicli. Solo dopo aver imparato ognuna di queste cose si inizia l’acrobatica aerea sul famoso trapezio e sul cerchio. Quello che può sembrare un “giochino” comincia ad affascinarti quando ti rendi conto della sua complessità. È quasi una legge della natura: la difficoltà spinge a mettersi in gioco, a migliorare, a combattere con sé stessi per crescere, per capire.

Quello che fate è solo un gioco?

Gli equilibri e le lezioni che si imparano nel circo poi si ripropongono nella vita di tutti i gironi. Il circo fa provare gioia, come la prova un bambino che si innamora di un giocattolo e, come detto prima, ti mette in strettissimo contatto con altre persone. Mi sento di dire che il circo sia terapeutico, perché è pura felicità. Attenzione però, qui non manca affatto disciplina, dedizione, serietà e applicazione. È vero che si tratta di “giochi”, ma sono situazioni che richiedono concentrazione per non rendere il “gioco” pericoloso. In questo frangente una scuola di circo deve essere dotata di ogni sistema di sicurezza in modo da scacciare più velocemente possibile le paure. Gli studenti si prendono cura di sé e dei compagni agendo come veri e propri “dispositivi di sicurezza”. L’autostima aumenta progredendo con l’apprendimento. La fiducia in sé stessi cresce ad ogni ostacolo superato. Bisognerebbe che la gente iniziasse ad associare l’idea del circo ad un’attività fortemente pedagogica e allo stesso tempo ludica. E noi siamo qui per dimostrarlo.

So che avete progetti didattici all’interno delle scuole. Come si combina la scuola sui banchi con quella sui trampoli?

Sì, lavoriamo con le scuole medie e superiori cercando chiavi di accesso che si adattino ad ogni ragazzo, ad ogni personalità. Il metodo didattico si lega a quello di materie come educazione fisica, ovviamente, ma anche letteratura, teatro e psicologia. L’integrazione, la collaborazione, lo scambio di emozioni fanno parte del progetto formativo. È molto importante mettere in contatto i ragazzi cercando di frantumare le barriere che spesso si creano fra di loro. Una delle nostre regole è che ogni lezione inizia mettendosi in cerchio per conoscerci e scambiarci idee e termina con un altro cerchio in cui ognuno lascia un feedback e si mette in relazione con il gruppo. I ragazzi hanno libera scelta sul percorso. Scelgono attrezzi e ruoli in totale libertà, perché vogliamo liberare la loro espressività in autonomia e in modo più possibile soggettivo, stimolando un approccio di tipo sperimentale. Una delle differenze fondamentali tra il circo del passato e quello contemporaneo sta proprio nell’avere introdotto finalità pedagogiche ad ampio raggio.

Letteratura, teatro, psicologia…?

Esatto. Il circo è un’arte che si intreccia ad altre discipline come la danza e la musica (oltre a quelle che ti ho già detto). È una grande valigia da viaggio dove poter mettere un sacco di esperienze e insegnamenti. Altro tabù da sfatare è che non si tratta soltanto di arte, ma anche di sport, dal momento in cui ci deve essere una preparazione fisica importante: per fare acrobazie servono forza e coordinazione. Gli studenti della nostra scuola si esibiscono a teatro in saggi e spettacoli e questo sta a significare la forte compenetrazione tra le discipline.

Gli artisti di teatro o i musicisti, per esempio, hanno il compito di comunicare con il pubblico. L’artista circense?

Il nostro artista mette nella sua performance tantissimo del suo vissuto. Esprime un viaggio che è una profonda ricerca interiore. Che poi il messaggio arrivi o meno allo spettatore a noi interessa relativamente: sappiamo che è molto difficile. Ciò che più vogliamo è che il ragazzo si sia conosciuto o ri-conosciuto durante il percorso circense. Lo spettacolo conclusivo (il saggio) rappresenta la ricerca che ogni artista fa di sé. Se pensiamo ai giullari che si esibivano instrada per il popolo, a modo loro esprimevano una situazione reale di disagio. Dobbiamo immaginare l’artista che porta al centro della scena le sue emozioni oltre alle sue capacità acrobatiche, con una regia e una sceneggiatura che supportano e definiscono la traccia dello spettacolo.

I vostri studenti come arrivano a conoscere la scuola di circo?

Soprattutto attraverso i progetti che facciamo nelle scuole: i ragazzi e i bambini osservano, provano, rimangono incuriositi e affascinati. Oppure vedono la mia macchina piena di attrezzi colorati, ormai diventata una specie di simbolo di 100% Circo, che ha come un “effetto miele”. Molti sono colpiti dalle esibizioni di aerea dove le ragazze volteggiano per aria. Rispetto a sport come calcio o nuoto, che coinvolgono un’infinità di bambini, ragazzi e adulti, il circo non ha lo stesso bacino di iscritti. Purtroppo è ancora un traguardo lontano. Bisogna continuamente dimostrare che quello che facciamo è una cosa bella. Il circo potrebbe anche essere fatto come attività congiunta ad altri sport, perché aumenta le capacità motorie e percettive a livello esponenziale: nei giocolieri e negli equilibristi lavorano entrambi gli emisferi del cervello.

A chi consiglieresti di iscriversi alla scuola di circo?

Lo consiglierei a chiunque, grandi e piccini, maschi e femmine. Fa bene al corpo e alla mente. Nella mia esperienza personale posso assicurarvi che il circo mi ha cambiata: mi ha aiutato a credere in me stessa, a non aver paura, a non mollare di fronte alle difficoltà. L’ambiente stesso è salutare, perché il corpo lavora a 360° si provano e si condividono tantissime emozioni. S’impara a volersi bene e a prendersi cura di noi. Purtroppo le persone non giocano più e questo non va affatto bene. Perciò, venite a giocare con noi!

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Un’estate di crescita per il gruppo di danza “Ecole de Ballet”

“Ecole de Ballet” è la scuola di danza di Sinalunga, guidata da Maria Stella Poggioni, che coinvolge bambini e ragazzi nel conseguimento di una maggiore scoperta di una disciplina artistica…

“Ecole de Ballet” è la scuola di danza di Sinalunga, guidata da Maria Stella Poggioni, che coinvolge bambini e ragazzi nel conseguimento di una maggiore scoperta di una disciplina artistica come la danza.

Abbiamo incontrato le componenti del gruppo durante la prima serata della 78° edizione del Bruscello Poliziano, dove loro stesse rappresentano una novità. Ne abbiamo approfittato per intervistarle sulle attività che le hanno viste protagoniste durante l’estate a Montepulciano e dintorni.

Ecco la video intervista, con riprese e montaggio a cura di Guido Domenichelli:

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La socialità dei pici: da Abbadia a Chiusi

I pici non sono soltanto un piatto tipico del territorio della Valdichiana: sono anche un importante veicolo di socialità e di condivisione. Prendendo spunto dalla proposta di candidatura a patrimonio…

I pici non sono soltanto un piatto tipico del territorio della Valdichiana: sono anche un importante veicolo di socialità e di condivisione. Prendendo spunto dalla proposta di candidatura a patrimonio immateriale UNESCO, a cui ho avuto l’onore di partecipare, sono andato ad approfondire questo tema attraverso le interviste svolte in due feste popolari che si sono tenute lo scorso weekend in Valdichiana: i Giardini in Festa di Abbadia di Montepulciano e Tria Turris di Chiusi.

Al centro dell’interesse, infatti, non c’è la tipologia di pasta, bensì la pratica sociale che avviene per la sua creazione: l’atto di “appiciare”, una pratica condivisa attraverso la quale i pici vengono realizzati a mano da un gruppo di persone. Si tratta di una pratica semplice, che non richiede particolari competenze: per questo motivo può essere svolta da tutte le persone che fanno parte della comunità e diventare un veicolo di incontro e scambio, anche culturale.

I pici si fanno a mano, ma la loro creazione non è circoscritta ai maestri che tramandano il sapere o agli specialisti, come potrebbe accadere nel caso di altri prodotti tipici; dal momento che stiamo parlando di un piatto povero proveniente dalla tradizione contadina, può essere facilmente preparato da tutti, senza distinzione di sesso, età o classe sociale. L’atto dell’appiciare non è faticoso, e le persone che si ritrovano insieme possono parlare, confrontarsi e scambiarsi racconti.

Questo è particolarmente interessante nei casi delle feste popolari, in cui vengono preparate grandi quantità di pici da volontari e amatori per gli stand gastronomici: in questi casi la comunità viene chiamata a raccolta attorno alla pratica dell’appiciatura, e le varie generazioni si incontrano assieme ai pendolari o alle persone originarie del paese che tornano appositamente per la festa.

Il caso dei “Giardini in Festa” di Abbadia di Montepulciano, a questo proposito, è emblematico. Organizzata dall’associazione “Terzo Millennio”, la festa è piuttosto recente, ma dimostra un fortissimo grado di coesione degli abitanti. Nei giorni precedenti alla manifestazione, i volontari si ritrovano ad appiciare tutti assieme, con la presenza contemporanea di tre o più generazioni che, oltre a tramandare la pratica dell’appiciare, condividono i valori della socialità e contribuiscono a fortificare l’identità di Abbadia di Montepulciano.

Durante la ricerca ho avuto modo di intervistare tre esponenti di questo “arco generazionale” che attraversa la festa di Abbadia: Concetta Nannotti, Giulietta Martini e Giovanni Bombagli. Concetta è del 1939, fa quindi parte della generazione più anziana dei volontari della festa:

“Ho imparato a fare i pici da mia mamma, il sabato sera appiciavamo per il pranzo della domenica. Prima fare la pasta in casa era una necessità, perché c’erano pochi soldi per comprarla. Adesso è una tradizione. Mio nipote viene ancora oggi a mangiare i pici alla domenica, appositamente Monte San Savino.”

Giulietta fa invece parte della generazione di mezzo, ed è una delle responsabili della cucina. Coordina il gruppo di circa 40 persone che appicia nei giorni precedenti alla manifestazione.

“Abbiamo provato a fare i pici il primo anno della festa, e sono piaciuti. Abbiamo iniziato a spargere la voce e abbiamo ricevuto l’interesse di tante persone, tra chi sapeva già appiciare e chi aveva voglia di provare. Ragazzi di 15 o 16 anni, ma anche di 30 anni, che non avevano mai fatto i pici, adesso hanno imparato. Quindi è anche un modo per portare avanti una tradizione che era dei nostri nonni e si stava un po’ perdendo.”

La presenza delle nuove generazioni è dimostrata da Giovanni, nato nel 2005, tra i più giovani appiciatori. All’inizio è stato portato alla festa dalla nonna e dalla zia, che già aiutavano, ma adesso è già al terzo anno. La socialità è talmente diffusa che i ragazzi chiamano ad appiciare altri amici o coetanei, non soltanto dal paese di Abbadia, ma anche dai paesi limitrofi

“Mi trovo bene insieme agli altri, riesco anche a instaurare buoni rapporti. Facciamo i pici due volti a settimana, io principalmente aiuto a stenderli, ma se c’è bisogno posso appiciare. Di solito mi metto vicino a qualcuno che appicia, si chiacchiera, stiamo in compagnia.”

I pici dei “Giardini in Festa”

La situazione è diversa, ma ugualmente interessante, se andiamo a considerare il “Tria Turris” di Chiusi. La festa popolare anima il centro storico della cittadina etrusca durante i festeggiamenti in onore di Santa Mustiola, offrendo intrattenimenti di atmosfera medievale e riprendendo l’antica suddivisione in terzieri. Anche in questo caso, l’offerta gastronomica per i visitatori è fortemente incentrata sui pici, che vengono preparati con diverse tipologie di sughi.

In questo caso i volontari che appiciano non si ritrovano tutti assieme, ma suddivisi per terzieri: si tratta quindi di un numero più ristretto di persone, ma in cui possiamo ritrovare le stesse dinamiche di socialità e la stessa attenzione all’importanza di servire la pasta fatta a mano ai visitatori e agli stessi contradaioli.

Per il Terziere Sant’Angelo ho intervistato Ceccattoni Meris e Canestri Nelia, che mi hanno raccontato le modalità di gestione della cucina. Le fasi di appiciatura sono gestite principalmente dalle donne del terziere, che fanno la pasta anche a casa per le necessità domestiche, portando avanti la tradizione imparata dalle rispettive madri.

“A casa faccio tutto – racconta Nelia – ho imparato da mia mamma, poi ho lavorato nei ristoranti e negli alberghi, a Chianciano… si faceva tutta la pasta a mano. Tuttora faccio i pici in famiglia, quando posso. Mia figlia è come me, fa la parrucchiera, ma ha imparato ad appiciare, a fare la pasta a mano.”

Situazione simile al Terziere San Silvestro, dove ho conosciuto Silvia Dolciami, Benita Ceccarini, Valeria Rossini e Valeria Fé. Il gruppo delle cuoche di contrada è composta da sei persone fisse più altri aiutanti; tra di loro c’è anche chi ha imparato ad appiciare a Celle sul Rigo, borgo rinomato proprio per la famosa Sagra dei Pici.

“Per fare i pici prima dobbiamo preparare l’impasto, che deve riposare mezz’ora – spiega Benita – Poi arrivano le altre donne, abbiamo le nostre spianatoie e cominciamo ad appiciare. Li mettiamo nelle teglie, con matasse infarinate di circa 5 chili l’una. Abbiamo imparato dalle nostre mamme, dalle nonne, è una tradizione che si tramanda.”

Infine il Terziere Santa Maria, dove ho incontrato Nadia Pieroni e Carla Barni: anche nel loro caso l’impegno dei volontari della cucina è quello di garantire dei pici fatti a mano a 100%, grazie al lavoro delle donne della contrada.

“Sono originaria di Chiusi ma vivo a Firenze, però torno sempre a dare una mano. – racconta Nadia – Mi piace partecipare, dare una mano. Li facciamo anche a Firenze, ora sta arrivando anche in città la tradizione, per certi versi.”

I pici dimostrano quindi un valore che oltrepassa quello gastronomico, grazie alle fondamentali fasi di appiciatura che diventano delle vere e proprie occasioni sociali in cui rafforzare l’identità dei piccoli borghi della Valdichiana e cementare il rapporto tra le generazioni.

I pici del “Tria Turris”

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Con ‘Incontriamoci’ l’integrazione passa per il teatro

Immigrazione, accoglienza e integrazione, tutte parole che hanno assunto ormai un significato concreto nelle nostre vite. Parole che esprimono condizioni e situazioni non più confinate o confinabili nelle cronache dei…

Immigrazione, accoglienza e integrazione, tutte parole che hanno assunto ormai un significato concreto nelle nostre vite. Parole che esprimono condizioni e situazioni non più confinate o confinabili nelle cronache dei notiziari, ma presenti anche nelle nostre realtà. La scuola rappresenta uno dei luoghi eletti all’incontro con l’altro, altro che non solo si concretizza nel proprio compagno di banco, ma oggi, anche, nell’altro proveniente da una cultura diversa dalla nostra. Un’esperienza vissuta intensamente dai ragazzi della scuola secondaria di primo grado di Cetona, grazie al proficuo rapporto con la onlus Incontriamoci.

Dell’associazione ce ne parla un suo membro, Clori Bombagli.

Quando è nata la onlus e in cosa si concretizza il suo impegno?

Della possibilità di dar vita a questa associazione se ne era incominciato a parlare, non in via ufficiale, nello scorso mese di luglio, e la costituzione ufficiale si è avuta solo nell’aprile di quest’anno. Una delle promotrici di questa iniziativa è stata Donata Origo dei marchesi Origo, che si sarebbe occupata della formazione agricola, mentre a me è stato dato il compito di sensibilizzare i ragazzi delle scuole al tema dell’accoglienza, con la speranza e l’auspicio che il messaggio educativo arrivi anche alle famiglie e alla società tutta. Dunque attraverso un lavoro sinergico con la misericordia di Chiusi, loro si sono occupati di gestire l’accoglienza, mentre la nostra associazione si è mossa sul versante dell’integrazione.

Quanto è importante sensibilizzare le persone all’accoglienza nei confronti dei migranti?

È un aspetto fondamentale. Dobbiamo capire come questi flussi migratori rientrino ormai nell’ordinario e non nello straordinario. Promuovere l’integrazione e sensibilizzare all’accoglienza sono due passi importanti per evitare che queste persone, che sfuggono dal terrorismo, povertà e guerra, non diventino un corpo estraneo all’interno della società, affinché non si creino quelle sacche di esclusione e disagio sociale.

Come è iniziata la collaborazione con la scuola media di Cetona e a che cosa ha portato?

Il corpo docente si è dimostrato fin da subito disponibile e sensibile ad un tema così delicato come quello dell’accoglienza. Una sensibilità che si è tradotta subito nel mettere in moto un serie di attività volte proprio a far interagire tra di loro gli alunni e questi ragazzi. Sono nati così diversi laboratori, che hanno toccato trasversalmente numerosi ambiti disciplinari: inglese, francese, tecnologia, musica e teatro. Il percorso teatrale si è rilevato il più faticoso, ma alla fine estremamente proficuo per i ragazzi, visto che li ha impegnati fin da febbraio. Il tema affrontato, grazie al supporto delle insegnati di lettere e all’esperto teatrale, è stato quello del passaggio, inteso sia come transito tra le diversa fasi della vita, ma anche come abbandono del proprio paese di origine per approdare ad uno nuovo.

Qual’è stato il risultato più importante ottenuto da questa esperienza?

Sicuramente il fatto di dare un nome e un’identità a queste persone, dal momento che molto spesso si aggirano come corpi estranei tra i nostri paesi, soprattutto a causa delle terribili sofferenze che hanno dovuto subire e sopportare nel loro viaggio, del quale raramente ne parlano. Ci sono stati inoltri risvolti positivi anche su un piano più strettamente pratico, poiché l’esperienza teatrale, così come le altre attività svolte, hanno permesso a questi ragazzi di familiarizzare con la lingua e la cultura italiana.

L’attività teatrale non ha rappresentato un’esperienza monodirezionale, ma si è fin da subito rivelata una percorso duplice, nel quale tutte le parti coinvolte hanno avuto modo di intraprendere un cammino di arricchimento. Di queste ce ne hanno parlato le insegnati di lettere, Wanda Lodi e Luisa Baglioni, e l’esperto di teatro Gabriele Valentini.

Dal punto di vista didattico, come si è sviluppato il laboratorio teatrale?

Abbiamo chiesto ai ragazzi di elaborare, in forma anonima, attraverso un percorso di scrittura creativa, le proprie emozioni e sentimenti sul tema del passaggio e dell’incontro con l’altro – spiegano le due insegnati – in questo modo, grazie all’anonimato, i nostri alunni hanno potuto mettere sul tavolo le riflessioni, alle quali erano giunti, con assoluta libertà. Da qui, grazie all’aiuto dell’esperto, abbiamo costruito il testo teatrale, interamente frutto del lavoro dei ragazzi.

Che cosa ha voluto dire l’incontro con questi ragazzi, anagraficamente molto più grandi, e in possesso di un bagaglio di esperienze estremamente complesse e dolorose?

Quello che abbiamo notato è stata l’assoluta naturalezza con la quale è nato questo dialogo. Naturalmente tutto questo ha comportato un cambiamento radicale, da parte degli alunni, nell’approccio e nella percezione del tema dell’altro. Sono passati dunque da un “io credevo”, risultato di una visione molto spesso influenzata dai pregiudizi della società, per passare ad un “io credo”, scevro di tutte queste contaminazioni.

Attraverso il linguaggio del teatro si è potuta sviluppare questa sinergia tra mondi culturali estremamente diversi, uno scambio che però ha dovuto superare un primo grande ostacolo comunicativo, la lingua italiana.

“Una barriera superata in prima istanza attraverso il ricorso alla capacità comunicativa del corpo”. Ci spiega Gabriele Valentini, il regista che ha seguito e curato l’intera attività. “Una volta creato un primo canale di dialogo, ci siamo poi concentrati sulla capacità espressiva dei ragazzi, senza avere nessun testo sul quale lavorare, ma facendo sì che l’amalgama tra questi due gruppi avvenisse nel modo più libero possibile. Una libertà che si è anche concretizzata – conclude Valentini – nel non volere raccontare determinate esperienze ed emozioni”.

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La Sagra dei Pici di Celle sul Rigo: i racconti dei protagonisti

Da quasi cinquant’anni la comunità di Celle sul Rigo si riunisce attorno a un elemento fortemente identitario. La Sagra dei Pici, dedicata interamente a un alimento di eccellenza del territorio, è…

Da quasi cinquant’anni la comunità di Celle sul Rigo si riunisce attorno a un elemento fortemente identitario. La Sagra dei Pici, dedicata interamente a un alimento di eccellenza del territorio, è diventata una tradizione molto sentita tra la popolazione del piccolo borgo, grazie a una crescita costante e un’atmosfera di serenità che si respira nell’ultima settimana di maggio.

I pici, tutti rigorosamente fatti a mano dai cellesi nei giorni precedenti alla manifestazione, sono un elemento di fondamentale importanza per Celle sul Rigo. Anche se la Sagra dei Pici è ufficialmente organizzata dalla Società Filarmonica locale per finanziare le attività musicali, in realtà coinvolge l’intera popolazione ed è capace di richiamare centinaia di ospiti dai dintorni. I pici di Celle sul Rigo sono diventati particolarmente famosi e apprezzati, tanto che nel corso della 48° edizione è stata annunciata la candidatura della pratica dell’appiciare a patrimonio immateriale dell’UNESCO.

Per ripercorrere la storia della Sagra dei Pici ho avuto il piacere di intervistare numerosi cellesi, utilizzando le loro esperienze dirette per ricostruire le vicende di questa tradizione. Dai più anziani ai più giovani, tutti hanno storie da raccontare su questo importante momento di aggregazione che dura da cinquant’anni.

Memorie storiche della Sagra dei Pici

La signora Roberta Rocchi è attualmente la responsabile della cucina della Sagra dei Pici: cellese da sempre, si ricorda le primissime edizioni della festa. Fin da bambina era addetta alla distribuzione dei pici, e ha sempre appiciato assieme agli altri bambini: lo ricorda come un importante momento di aggregazione, per stare in compagnia e parlare del loro paese.

“Siamo un paese piccolo, ma nei periodi della sagra tutto il paese partecipa e viene a lavorare, perché vuole bene a Celle. Quando vediamo tutte queste persone che arrivano per la festa, è un grosso piacere. Vengono per mangiare i pici, ma anche perché si sta bene con i cellesi, siamo persone accoglienti.”

Il legame tra celle e i pici è sempre esistito. Roberta appicia anche a casa, non soltanto nei giorni della festa; ha imparato anche a fare i pici senza glutine, per venire incontro alle intolleranze del figlio. Insomma, i pici non possono mai mancare nella sua cucina.

Nara Meloni ha 63 anni e ricorda bene le prime edizioni della festa. A quei tempi i pici non erano ancora famosi: gli organizzatori riuscivano a servire soltanto una cinquantina di porzioni e dovevano andare in giro per il paese a proporli alle persone.

“Ci trovavamo tutti assieme in piazza, ognuno portava il suo tegamino, ognuno con le sue cose. Io avevo 14 anni e già aiutavo, sono sempre stata addetta alla cottura dei pici. Non c’erano ancora i fornelloni, usavamo i paioli, si metteva la brace, si facevano anche i sughi… ancora nessuno conosceva i pici, li portavamo lungo le vie, chi voleva li comprava in giro.”

Anche per Nara i pici sono il tipico piatto dell’ospitalità: quando ha festeggiato quarant’anni di matrimonio, ha invitato a casa gli amici e ha fatto i pici. Ogni volta che un cellese ha un ospite, quindi, i pici sono il tipico piatto da proporre.

La memoria storica della manifestazione è ben rappresentata anche da Giovanni Innocenti, che ha 80 anni ed è stato presidente della Società Filarmonica. Anche lui ricorda bene le primissime edizioni, quando ancora la sagra non era conosciuta e non veniva nessuno da fuori. Poi l’evento ha cominciato a ingranare, e sempre più persone hanno conosciuto i pici.

“Fu una scelta lungimirante quella di puntare sui pici; anche i ristoranti usufruivano di questa pubblicità, il sabato e la domenica erano sempre pieni. Tutti volevano mangiare i pici di Celle, rigorosamente fatti a mano.”

Giovanni divide la storia della manifestazione in tre fasi: quella iniziale, considerata come una fase di rodaggio, in cui tutto era organizzato in maniera più approssimativa, ma con grande impegno e voglia di stare insieme. Nella seconda fase l’organizzazione è migliorata, grazie all’acquisto da parte della Società Filarmonica dello stabile utilizzato per la cucina; hanno dovuto lavorare molto per sistemarlo, perché originariamente era utilizzato come fienile e dependance del palazzo del conte, ma dal 1985 ha consentito alla festa di svilupparsi ulteriormente. E poi la terza fase, a partire dalla fine degli anni ’90, con il passaggio all’interno weekend, l’acquisto di nuove attrezzature per la cucina e i tendoni della piazza, fino agli anni attuali.

Come racconta Giulio Bartolini, i primi anni la Sagra dei Pici si teneva soltanto la domenica; poi, grazie al crescente successo, ha aumentato la durata. I primi anni venivano serviti i pici e alcuni affettati, poi hanno aggiunto la carne alla brace. A quei tempi i banchetti venivano gestiti da tutto il paese: ognuno poteva occupare una parte della piazza e offrire le sue pietanze, tra lumache e porchette, dando un contributo alla Società Filarmonica. Sia commercianti che paesani mettevano un banchetto in piazza e lo gestivano in autonomia.

“I primi anni venivano coinvolte entrambe le macellerie del paese, un anno prendevamo la carne dalla macelleria del mì babbo, l’anno successivo dagli altri. Poi dal 1983 ho sempre gestito io la carne, il mì babbo ha smesso e mi ha lasciato la bottega. Adesso ci sono i figli che mi aiutano, sia alla festa che alla macelleria.”

Ospiti di Celle e graditi ritorni

La Sagra dei Pici non è soltanto il principale evento aggregativo dei cellesi, ma è anche capace di favorire l’integrazione di ospiti e immigrati, e di favorire il ritorno di chi ha deciso di spostarsi altrove.

Per esempio, Fatuma Alì non è cellese di origine, bensì di adozione. Nata in Somalia, abita in Danimarca da 40 anni e lavora come psichiatra. È venuta a Celle per la prima volta trent’anni fa, si è innamorata del posto e ha comprato casa sedici anni fa, proprio accanto alle cucine della sagra. Conosce la Sagra dei Pici da quel momento e viene sempre a Celle nel periodo della festa.

“Quello che mi impressiona ogni anno, è questo spirito collettivo. Tutta la gente di Celle partecipa, tutti sono presenti in maniera volontaria, questo non lo trovi in tanti posti. I giovani stanno cominciando a dare ricambio alle signore più anziane. Veniamo dalla Danimarca e questo per noi è un paradiso: la tranquillità, la gentilezza della gente… mi sento molto inclusa fin dal primo giorno, e aiutare durante la festa è un modo per ripagare l’accoglienza che riceviamo.”

Fatuma non è cellese di origine, ma aiuta durante la Sagra dei Pici: serve ai tavoli, a volte coinvolgendo anche gli amici danesi. Partecipare alla festa è anche un modo per sentirsi parte della comunità di Celle sul Rigo e non soltanto turisti, è un modo per entrare a far pienamente parte della comunità.

Un altro racconto degno di interesse è quello di Romolo Rocchi: 68 anni, cellese di origine, ma torinese di adozione. Ha ancora la madre a Celle e torna due o tre volte all’anno a trovarla, in particolare quando c’è la Sagra dei Pici. Abita dal 1971 a Torino, e da cellese ha vissuto soltanto i primissimi anni della festa, ma tutti gli anni torna per partecipare e aiutare. Si occupa di vendere le cartelle della tombola, e ovviamente non può farsi scappare i pici.

“Sui pici cosa devo dire? Piacciono a tutti, a noi e ai nostri figli che non sono nati qui. A volte li facciamo qui e li porto a Torino per mangiarli con tutta la famiglia. I primi anni appiciavamo tutti assieme, poi sono andato via e non ho potuto più partecipare alla preparazione della festa, ma quando riporto i pici a Torino, riporto un pezzo di Celle.”

Le nuove generazioni

Una manifestazione di questo tipo non potrebbe sopravvivere per così tanti anni senza ricambio generazionale. Per fortuna, a Celle sul Rigo ci sono tanti giovani che sembrano intenzionati a portare avanti l’organizzazione della festa e la tradizione dei pici.

Una di essi è Anastasia Fabbrini, 26 anni e cellese da sempre. Già da piccola partecipava alla festa, servendo i pici ai tavoli, anche perché i più grandi obbligavano i più piccoli ad aiutare. Adesso si occupa del banchetto dei dolci, perché ognuno all’interno della festa deve avere il suo ruolo, ma partecipa volentieri anche alle fasi di appiciatura prima dell’inizio della manifestazione.

“Sono diversi anni che appicio, anche quando eravamo piccole venivamo assieme ai genitori. Abbiamo imparato ad appiciare assieme a loro, grazie ai consigli delle donne più anziane, qui alla festa. Le donne più grandi appiciano durante la mattina e il pomeriggio, quelle più giovani la sera. Ci sono turni serali per chi lavora, è utile anche per ritagliarsi un po’ di spazio, per svagarsi insieme agli altri compaesani, è comunque uno spazio sociale per stare insieme.”

Anche Eleonora Pinzi è cellese da sempre: ha 34 anni, ha sposato un cellese ed è mamma da poco. Quand’è nata, c’era già la Sagra dei Pici, e il suo ricordo è che tutta Celle viva per la tradizione dei pici.

“Da sempre il rituale è lo stesso. Le donne si organizzano per la preparazione dei pici, usando prodotti di alta qualità, sia per la pasta che per i sughi. Tutti fanno il possibile e l’impossibile per partecipare ad aiutare. Io ho una bottega commerciale, ho staccato alle 18 per venire qui.”

Eleonora ha iniziato fin da piccola a servire i pici, poi è passata alla carne; adesso alla brace ci sono i genitori, i suoceri sono in cucina, e lei aiuta dove può. Quest’anno ha dato una mano al bar, perché deve anche occuparsi del bimbo, assieme al marito. I giorni precedenti alla sagra, come da tradizione, ha partecipato all’appiciatura. Lo faceva fin da bambina, seguendo una sorta di rituale che è rimasto simile:

“Io avevo meno di dieci anni, ci venivo con la mì nonna. Mi lavavo le mani e mi preparavo. Una signora mi metteva il grembiulino e la cuffietta. C’era la donna che spianava, quella che tagliava… e poi ti passavano a ruota questi piccoli pezzetti di pasta e tutti si appiciava. Dopo aver appiciato, si buttavano i pici dentro la farina, la donna addetta li prendeva e li sistemava nei vassoi.”

L’elemento più importante della festa, secondo Eleonora, è che anche chi non è nato a Celle capisce l’importanza di questa tradizione. Ci sono persone che si sono avvicinate alla Sagra dei Pici, che cercano di aiutare e di integrarsi. E poi ci sono cellesi che non abitano più nel paese da tanti anni, ma che tornano appositamente per la Sagra dei Pici. Da Firenze, Roma, Torino… conoscono il loro ruolo da una vita, e tornano sempre al paese per aiutare la manifestazione, non soltanto per mangiare i pici.

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Dufatanemunda: proseguono le attività in Burundi

La cooperativa Dufatanemunda prosegue le attività di sviluppo economico e sociale in Burundi, grazie ai fondi raccolti in Valdichiana durante gli eventi degli ultimi anni. Abbiamo cominciato a raccontarvi la…

La cooperativa Dufatanemunda prosegue le attività di sviluppo economico e sociale in Burundi, grazie ai fondi raccolti in Valdichiana durante gli eventi degli ultimi anni. Abbiamo cominciato a raccontarvi la storia di Vugizo, un piccolo villaggio nel sud del Burundi, e di Athanase, originario del villaggio ma da molti anni residente a Montepulciano. Nel giugno 2015 si è tenuto il primo evento di raccolta fondi presso il centro visite “La Casetta” del Lago di Montepulciano, con il supporto degli Amici del Lago di Montepulciano e del circolo Legambiente Valdichiana. Abbiamo seguito attraverso i racconti di Athanase e le foto inviate dal Burundi le attività della cooperativa, verificando direttamente l’utilizzo delle risorse arrivate dalla Valdichiana.

Anche nel giugno 2016 si è tenuto un nuovo evento di raccolta fondi al Lago di Montepulciano, sempre preceduto da un convegno sul tema dell’agricoltura sostenibile e della biodiversità. Nel corso del secondo evento sono stati chiesti ai partecipanti i fondi per acquistare una stalla e avviare l’attività di allevamento, oltre al sostegno alle attività sociali promosse dalla cooperativa. Per l’occasione è stata anche fondata un’associazione in Valdichiana, chiamata ugualmente Dufatanemunda, che potesse essere il soggetto messo direttamente in relazione con la cooperativa del Burundi e fornire informazioni e aggiornamenti alle persone che hanno partecipato alla raccolta fondi.

Durante l’evento dello scorso giugno è stato possibile raccogliere circa 1200 euro da destinare ai progetti di sviluppo sociale ed economico a Vugizo; la cifra al momento, come ci racconta Athanase, non è sufficiente all’acquisto della stalla e del terreno per l’allevamento, ma è comunque stato possibile cominciare a risparmiare per il raggiungimento di tale obiettivo.

Campo di patate della cooperativa

Un’altra importante novità introdotta dalla cooperativa quest’anno è stata quella del microcredito: uno strumento di sviluppo economico particolarmente utile nei paesi in via di sviluppo, in cui centinaia di famiglie non hanno accesso al credito. Grazie ai fondi raccolti e alla capacità della cooperativa di sostenersi in maniera autonoma, è stato possibile attivare il microcredito per incentivare il lavoro delle famiglie di Vugizo. Il funzionamento è semplice: ogni membro della cooperativa, in base alle proprie possibilità, può chiedere un piccolo credito di circa 60 euro (che per l’economia del Burundi possono fare la differenza) e utilizzarli per potenziare le proprie attività di produzione e commercializzazione di prodotti agricoli realizzati assieme alla cooperativa. Dal momento che nessuna banca darebbe soldi a queste persone, il microcredito della cooperativa riesce a dare una spinta di sviluppo economico a queste famiglie, che mettono come garanzia le firme di tutti i familiari e gli eventuali terreni o animali in possesso. Le persone sono quindi responsabilizzate a lavorare per sviluppare le loro attività e per restituire il credito, donando ulteriore forza propulsiva alla cooperativa.

Quella del microcredito non è l’unica attività: Dufatanemunda ha infatti continuato a fornire muto soccorso a tutte le famiglie che ne fanno parte. Quando qualcuno si ammala e non può pagarsi le cure in ospedale, la cooperativa attinge al fondo speciale programmato per queste emergenze e permette di pagarsi le cure. A questo proposito Athanase racconta:

“Il mutuo soccorso è molto importante, ad esempio la scorsa settimana un ragazzino si è ammalato e doveva andare in ospedale. Grazie ai soldi raccolti e messi da parte dalla cooperativa è stato possibile pagare le cure. Questo è molto importante per persone che altrimenti non avrebbero accesso ai servizi sanitari.”

Per quanto riguarda l’attività agricola, dopo due anni di attività la cooperativa ha ormai imparato a rendersi indipendente, o comunque ad attivare processi virtuosi di rotazione delle culture. Nei terreni acquistati con le prime raccolte fondi vengono infatti piantate melanzane, pomodori e cipolle; i prodotti vengono utilizzati per l’autoconsumo e venduti al mercato, e con i soldi guadagnati vengono acquistati i semi per le nuove colture. Athanase rimane a disposizione dall’Italia anche per via della sua conoscenza in materia agronomica, dando consigli su come affrontare le eventuali malattie del raccolto, ma i membri della cooperativa stanno apprendendo sempre nuove nozioni grazie all’esperienza fatta.

L’arrivo dell’acqua è stato molto importante, perché ha permesso di coltivare determinati tipi di prodotti e di superare la tipica siccità estiva; la scorsa estate è stata infatti particolarmente difficile dal punto di vista della siccità, e molte persone nelle province del Burundi rischiano di morire di fame in tali situazioni. La cooperativa ha invece potuto attingere all’acqua grazie ai lavori effettuati lo scorso anno e le famiglie di Vugizo sono riuscite ad andare avanti coltivando per l’autoconsumo e la commercializzazione.

La fontanella dell’acqua negli orti

Cos’è successo invece in Valdichiana? L’associazione Dufatanemunda, nata lo scorso giugno come punto di riferimento per tutti coloro che hanno partecipato ai progetti di raccolta fondi, continua ad avere rapporti costanti con la cooperativa a Vugizo. Ha superato gli scogli burocratici per le pratiche amministrative e ha ottenuto l’autorizzazione a operare come onlus nel nostro territorio; è stata quindi inserita nel registro regionale delle onlus per attività di beneficenza e può inviare fondi in Burundi a tassi agevolati.

Le attività proseguono alacremente, quindi: dal mutuo soccorso al microcredito, la cooperativa permette alle famiglie di Vugizo uno sviluppo economico che non sarebbe altrimenti possibile, vista la situazione politica che sta vivendo il Paese. Le attività agricole proseguono con grande risultato, e i fondi raccolti vengono risparmiati per poter finanziare l’acquisto della stalla e degli animali da allevamento. Se volete contribuire a questo scopo, è possibile effettuare una donazione all’associazione locale: Dufatanemunda Onlus, codice Iban: IT28 J033 5901 6001 0000 0147 362

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Foiano Fotografia: uno sguardo diverso sul mondo

Lo sguardo fotografico ci permette di entrare in contatto con parti del mondo diverse e lontane dai nostri occhi. Il valore delle mostre di Foiano Fotografia è proprio quello di…

Lo sguardo fotografico ci permette di entrare in contatto con parti del mondo diverse e lontane dai nostri occhi. Il valore delle mostre di Foiano Fotografia è proprio quello di lasciare spaziare lo sguardo sul resto del mondo, dal centro della Valdichiana, e stabilire una connessione con altre storie e altre culture.

L’edizione 2016 di Foiano Fotografia presenta una rassegna di dieci mostre fotografiche allestite in splendide location: dagli spazi espositivi sotterranei della Galleria Furio del Furia a Palazzo Caiani, dalla Chiesa-Museo della Fraternita di Santa Maria all’affascinante sala Carbonaia, la chiesa sconsacrata adibita a deposito di carbone dalle tipiche mura annerite. Le opere fotografiche esposte ci permettono di compiere un viaggio intorno al mondo, soffermando lo sguardo su aspetti che solitamente vengono tralasciati, stimolando riflessioni e coinvolgimenti emotivi.

Lo sguardo sul mondo comincia dal Brasile, con la mostra di Peter Bauza intitolata “Copacabana Palace”. Una serie di scatti che ci trasportano all’interno di un quartiere di Rio de Janeiro pensato per la nascente classe media, ma occupato da più di dieci anni da senzatetto. Un mondo rimasto in bilico, tra sopravvivenza e rovina, tra povertà e speranza per il futuro, e che mostra pienamente l’altra faccia della medaglia del Brasile degli ultimi anni. L’altra faccia delle Olimpiadi e dei grandi eventi sportivi, la parte di mondo che deve essere nascosta agli occhi del mondo e che rivela il fallimento delle politiche anti-povertà messe in atto dai governi brasiliani.

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“Ghosts from the past” di Karl Mancini

Dal Brasile ci spostiamo alla Cambogia, grazie alle opere di Karl Mancini con “Ghosts from the past”. Anche in questo caso lo sguardo del fotografo ci permette di tratteggiare una realtà diversa da quella che traspare dalle grandi narrazioni internazionali. Non è la Cambogia del grande sviluppo e dei grandi investimenti turistici, è la Cambogia che vive ancora nel terrore delle mine antiuomo disseminate nel territorio dagli Khmer Rossi. Ancora oggi il Paese vive gli effetti della guerra civile, soprattutto i bambini e i contadini che rimangono vittime degli ordigni rimasti a testimonianza di quel periodo storico, e le loro mutilazioni sono il simbolo di una ferita sociale e culturale ancora aperta.

La mostra “Mega Mecca” di Luca Locatelli non indugia sui ritratti, ma ci propone delle foto di grande impatto da uno dei luoghi più affascinanti del pianeta. Non capita spesso che un fotografo occidentale sia accolto nel cuore della religione islamica, e non capita spesso che un pubblico occidentale possa affrontare l’argomento senza preconcetti. Le immagini che dipingono la Mecca come una megalopoli del turismo religioso sono lo specchio di un consumismo di massa che ormai ha attanagliato tutte le grandi religioni: resort di lusso, souvenir, ristoranti, musei con lunghe code all’entrata, e ovviamente un enorme giro d’affari.

Il viaggio prosegue con “Charlie surfs on lotus flowers”, la mostra di Simone Sapienza. Questa volta le fotografie ci portano nel cuore del Vietnam, quarant’anni dopo la guerra con gli USA: un Paese dall’economia in crescita e dalla giovane classe dirigente, pronto a diventare la prossima Tigre Asiatica. Nonostante il governo sia saldamente nelle mani del Partito Comunista, gran parte della popolazione è a favore di un’economia capitalista e del libero mercato: forse gli USA la guerra l’hanno vinta davvero, se non sul piano militare, almeno su quello economico e culturale.

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“Mega Mecca” di Luca Locatelli

Torniamo in Italia, per la precisione a Marina di Ragusa, un piccolo paese sulla costa siciliana. Il lavoro di Melissa Carnemolla, “13 IV 1941”, è una ricerca sul giorno di Pasqua del 1941, quando un aereo militare tedesco precipitò sulla cittadina; lo schianto provocò la morte dei cinque militari a bordo e di altrettante persone che abitavano nelle case, tra cui due bambini. Il lavoro di Melissa ha recuperato le testimonianze di quel tragico avvenimento, attraverso le lettere spedite dai cittadini al governo italiano e le fotografie dei resti dell’epoca. E viene da chiedersi quale sia il senso della tragedia in tempo di guerra: dieci morti sembrerebbero un’inezia, una storia da nulla, se paragonata a quello che stava accadendo nel 1941 nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Se l’incidente fosse accaduto in tempo di pace, sarebbe un punto fermo nella storia locale: ma in tempo di guerra, le tragedie minori vengono facilmente dimenticate, e il lavoro di Melissa ci impone di ricordare e di restituire la dignità storica della tragedia attraverso il nostro sguardo.

Il viaggio tracciato da Foiano Fotografia prosegue con altre mostre: il racconto fotografico del Quarticciolo di Roma di Sara Camilli con “Sei piani di storie”, la prostituzione in Uganda di Michele Sibiloni con “Fuck It” e le immagini simboliche del Belpaese di Federico Clavarino con “Italia o Italia”; a queste si aggiungono le due mostre selezionate durante il crowdfunding, “Sull’incontro tra terra e acqua” di Laura Bertonazzi e “PanoramicaMente” di Francesco Cicciotti.

Le mostre rimarranno esposte a Foiano della Chiana fino al 27 Novembre: un’occasione unica per osservare i lavori di importanti fotografi e permettere al nostro sguardo di compiere un viaggio intorno al mondo. Un viaggio che racconta la realtà, anche quando è cruda e dolorosa, perché testimonia gli sforzi compiuti dall’umanità. Le immagini catturate dalle foto rendono il mondo più vicino a noi, ci impongono di non dimenticare tutto quello che sta accadendo. Ci impediscono, in poche parole, di distogliere lo sguardo.

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Da uno dei tanti a gOLD BOY – Storia di ordinaria integrazione

Tutti, da piccoli, abbiamo sognato e pensato a cosa avremmo fatto da grandi, a quale sarebbe stata la nostra professione, a come sarebbero state la nostra casa e la nostra…

Tutti, da piccoli, abbiamo sognato e pensato a cosa avremmo fatto da grandi, a quale sarebbe stata la nostra professione, a come sarebbero state la nostra casa e la nostra vita. Molti di questi sogni magari si sono avverati, altri richiederanno un po’ più di impegno per far sì che si avverino, mentre altri li abbiamo abbandonati, pensando che non si sarebbero mai avverati.

Nonostante questo, però, è severamente vietato smettere di sognare, perché sognare è bello, stimola la fantasia che fa muovere le idee e le idee, se messe in atto, permettono di migliorare il mondo.

Quel mondo migliore molte persone sperano di trovarlo sotto casa, altre invece lo cercano altrove. Chi lo cerca altrove molto spesso è perché fugge da una realtà che invece di aiutare a realizzare i sogni li nega, come nega la possibilità di avere un futuro e la dignità di vivere il presente.

Molte persone sono disposte a tutto pur di raggiungere quel mondo che è ancora in grado, in qualche modo, di darti dignità, futuro e che ti permette di sognare. Terre e Paesi lontani che per essere raggiunti comportano viaggi lunghissimi che potrebbero durare settimane, a volte mesi. Bisogna attraversare continenti sconosciuti e mari pericolosi, a bordo di mezzi fatiscenti su cui si sale solo a fronte di lauti pagamenti. Molto spesso, questi viaggi non portano alla dignità, non portano ad un futuro, non portano alla realizzazione dei sogni, portano solo alla morte.

Forse anche Moustapha, un ragazzo ivoriano di ventun anni, è partito dalla sua casa in Costa d’Avorio con in tasca i sogni e la speranza di trovare un mondo migliore al di là del Mediterraneo, un mondo che fosse in grado di accoglierlo e che sapesse ridargli quella dignità e quel futuro che il suo Paese non sembrava in grado di dargli. Infatti, attualmente la Costa d’Avorio è scossa da una situazione politica molto grave, che sta riscuotendo un grave tributo di sangue dalla popolazione civile.

Moustapha è un rifugiato politico in affido ad un’associazione locale in un comune della Valdichiana. Queste sono le generalità burocratiche di Moustapha, ma c’è di più: questo ragazzo ivoriano, arrivato da qualche mese in Italia, ha già una bella storia da raccontare, e la comunità che lo ha accolto una bella lezione di vita da esporre.

Una sera, Moustapha è stato notato dietro la rete del campo da calcio di Renzino, una nota zona di Foiano della Chiana, dai giocatori della squadra gOLD BOYs durante il loro allenamento settimanale. Uno di loro si è avvicinato a quel ragazzo di colore con gli occhi pieni di ammirazione e la voglia di dare due calci al pallone, e gli ha chiesto se volesse giocare insieme a loro. Il gOLD BOY non sapeva se quel ragazzo fosse capace di giocare a calcio o meno, ma il giocatore non ci ha messo molto a capire che in quello sguardo c’era una passione per lo sport paragonabile a quella di un bambino che sogna di diventare un grande calciatore, per poter giocare nei più grandi club calcistici del mondo.

img-20161011-wa0000E così i gOLD BOYs lo hanno accolto nella squadra. Il passo dalla semplice partita in allenamento alla visita medica sportiva e al cartellino è stato breve: oggi Moustapha è entrato a far parte a tutti gli effetti dei gOLD BOYs. Fin dai primi allenamenti, questo ragazzo con gli occhi pieni di speranza si è rivelato subito un buon giocatore, anche se un po’ taciturno.

Purtroppo, Moustapha non conosce la lingua italiana e per parlare con gli altri ragazzi della squadra si fa aiutare da un suo amico che gli fa da interprete. L’accoglienza da parte della squadra è stata fin da subito ammirevole: tutti si sono adoperati per far sentire Moustapha parte integrante del gruppo. I gOLD BOYs hanno donato a Moustapha le scarpette, la felpa e la tuta, la maglia e i pantaloncini. Così, dopo tre settimane di allenamenti e amichevoli, sabato 1 ottobre Moustapha ha esordito nel campionato di seconda divisione Uisp di Arezzo davanti al pubblico di Renzino e ai suoi amici.

La partita è stata esaltante, la prova superlativa, lo strabiliante lavoro di squadra e di integrazione hanno portato la gOLD BOYs a una favolosa vittoria sotto tutti i punti di vista, non solo sportivo e calcistico.

La vittoria simbolica è quella di un ragazzo venuto da lontano che ha trovato nella comunità che lo accolto la dignità perduta. Moustapha ha ricevuto dai ragazzi della gOLD BOYs una solidarietà che può metterlo in condizione di costruire il suo futuro con passione e impegno, ingredienti indispensabili per realizzare i propri sogni. Si sa, il fare squadra paga sempre: è questo il potere dell’aggregazione e dell’associazionismo.

Certo, la gOLD BOys non è un club sportivo internazionale, ma a Moustapha non importa: quel bambino, ormai grande, che ha lasciato la sua Terra dilaniata dalla sete di potere, può ricominciare a sognare di diventare un grande campione.

Questa storia ha entusiasmato tutti, dai giocatori alla dirigenza e all’intera cittadinanza. I giocatori della gOLD BOYs hanno voluto condividere con noi, con un pizzico di emozione e di orgoglio, questo bell’esempio di integrazione per farlo diventare un inno all’accoglienza. Perché accogliere è un po’ mettersi in gioco: accogliere non vuol dire soltanto dare ospitalità, ma anche imparare a convivere in maniera reciproca con chi è diverso da noi per nazionalità, per usi e costumi e per il modo di relazionarsi con il mondo. Una cosa che sicuramente accomuna tutte le persone è la speranza per il futuro, e anche i sogni sono più ai simili ai nostri di quanto crediate.

 

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Rocca Manenti: il contenitore d’arte di Sarteano

Valorizzare gli edifici storici, in un contesto di provincia (quindi con meno persone, meno turisti, meno investimenti e meno opportunità rispetto ai grandi centri urbani) in cui è presente una grande…

Valorizzare gli edifici storici, in un contesto di provincia (quindi con meno persone, meno turisti, meno investimenti e meno opportunità rispetto ai grandi centri urbani) in cui è presente una grande offerta turistica nel settore della cultura, dell’architettura e dell’arte, non è un’impresa semplice. Soprattutto se ogni piccolo paese o borgo può vantare edifici storici che meritano attenzione e progetti di valorizzazione. La sfida quindi è quella di fare sistema, di trovare sinergie, di focalizzare gli impegni in alcuni settori principali che possano fungere da traino, per evitare la dispersione di energie e di risorse.

Rocca Manenti Art (RAM, come da presentazione dello scorso luglio) ha l’ambizione di diventare un progetto che spicca nell’offerta culturale del territorio. Un progetto promosso dalla Pro Loco di Sarteano, dalla cooperativa Clanis Service con il supporto dell’amministrazione comunale, che ha trovato piena sinergia oltre che dal mondo associativo anche dalle imprese del territorio, che hanno sponsorizzato l’evento culturale che ha avviato il nuovo corso di Rocca Manenti.

rocca manenti

Il castello che domina Sarteano ha una storia millenaria: prende il nome dai Conti Manenti, signori della cittadina in epoca medievale, e nel corso dei secoli ha goduto di una notevole fama militare per la sua capacità di resistere agli assedi degli eserciti nemici. La struttura del castello, così austera e squadrata, crea un particolare fascino in quella che non è soltanto una fortificazione, ma un’opera architettonica di enorme valore storico e culturale. Eppure, la principale funzione del castello in epoca medievale, ovvero quella di garantire la difesa di Sarteano, ha perso importanza già dal Rinascimento.

Quale poteva essere il futuro per Rocca Manenti, se non quello di una riconversione? Da una difesa militare, alla difesa dell’arte e della cultura. Una volta ristrutturato, il castello di Sarteano è stato protagonista di eventi teatrali, spettacoli e iniziative di vario tipo per animare la vita della cittadina. Tuttavia, questa è la prima volta che ci troviamo di fronte a un progetto di ampio respiro: RAM, Rocca Manenti Art, aspira a trasformare il castello in un contenitore d’arte per ospitare in maniera continuativa mostre di fotografia ed eventi artistici in generale. Quattro piani, quattro stanze per piano, quattro metri per quattro di grandezza per ogni stanza: una disposizione che sembra studiata appositamente per i percorsi artistici. Le opere fotografiche esposte lungo i binari delle sale, con quelle forme pulite e contemporanee, si mischiano alle strutture austere e medievali del castello, in un suggestivo percorso che dal ponte levatoio si snoda fino alle terrazze che si affacciano sul meraviglioso panorama circostante. E poi dalla cima di nuovo fino al piano terra, seguendo una lunga scalinata a chiocciola scavata nella roccia.

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La prima mostra di questo ambizioso progetto è una personale di Yoshie Nishikawa, fotografa giapponese di fama internazionale. L’artista lavora tra Tokyo, New York, Londra e Milano e può vantare una carriera trentennale e numerose pubblicazioni di rilievo. Le opere in mostra a Rocca Manenti si susseguono lungo le sale in un percorso a ritroso, attraverso particolari giochi di luci e di ombre; dalle bambole della madre ai pesci in ambienti metafisici, dai corpi nudi e sofisticati, alla convivenza tra analogico e digitale nell’arte fotografica. Un percorso artistico di rilievo internazionale, quindi, che vuole anche celebrare i 150 anni dalla firma del trattato di amicizia e commercio tra Italia e Giappone. La mostra ha avuto il patrocinio dell’Ambasciata del Giappone in Italia ed è stata inaugurata nel giorno dell’anniversario dello sgancio della bomba atomica su Hiroshima: un altro elemento simbolico che trasforma il castello di Sarteano da opera architettonica per la guerra a contenitore d’arte in tempo di pace.

L’obiettivo del progetto non è soltanto quello di valorizzare il castello a livello artistico, ma anche quello di utilizzare la cultura come volano per il settore turistico fuori dai mesi estivi: grazie all’organizzazione di eventi culturali di alto livello, Rocca Manenti potrebbe infatti favorire gli afflussi turistici, oltre ad ampliare l’offerta per i visitatori già presenti nel territorio. Nella prima settimana di apertura sono stati registrati circa 1500 ingressi al castello, il doppio rispetto ai numeri dello scorso anno, quindi i primi riscontri sono positivi; un altro elemento importante è rappresentato dall’impegno delle associazioni e delle attività commerciali che hanno deciso di investire nel progetto, come tassello del sistema di promozione del buon vivere locale chiamato Sarteano Living.

Rocca Manenti 2

Il nome della mostra di Yoshie Nishikawa è “Tutto Scorre” (Shogyoumujoi): ogni istante è diverso e la fotografia registra, interpreta e commenta il cambiamento. Anche se la fotografia potrebbe essere considerata come l’arte capace di rendere un’immagine ferma e immobile nel tempo, in realtà tutto cambia a seconda della percezione dell’osservatore. Lo stesso concetto potrebbe essere applicato al castello di Sarteano: tutto scorre, tutto cambia, la prospettiva muta continuamente. Da struttura militare a contenitore d’arte, il cambiamento percorre inesorabile anche opere architettoniche che potrebbero sembrare immobili e immutabili. La sfida per il futuro sarà quella di affrontare il cambiamento, mantenendo alto il valore culturale e mutando la funzione in base al contesto: una sfida raccolta da Rocca Manenti Art per un progetto che non vuole rimanere confinato in un istante nel tempo, ma lanciarsi verso un futuro a difesa dell’arte e della cultura.

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L’alcolismo: una malattia progressiva, inguaribile e mortale

“Osservando la porta di casa perforata con un pugno da uno dei miei figli ho rivisto, oltre a quel buco, le loro urla, il loro disprezzo e la loro sofferenza…

“Osservando la porta di casa perforata con un pugno da uno dei miei figli ho rivisto, oltre a quel buco, le loro urla, il loro disprezzo e la loro sofferenza rispetto alla mia dipendenza dall’alcol. Ora capisco che dietro quel gesto estremo c’era un richiamo d’amore, che io non volevo né sentire né vedere. L’alcol mi gratificava e non mi accorgevo che mi portava all’isolamento, all’impotenza e all’abbandono”. (da AA ‘L’Alcolista e i figli’)

L’alcolismo è uno spaccato della società moderna che troppo spesso rimane invisibile: si percepisce una certa reticenza nel parlarne e questo forse è dovuto al fatto che erroneamente viene percepito come un problema della società contemporanea e occidentale e non come una vera malattia. Probabilmente è per primo l’alcolista che non ne vuole parlare, perché non la riconosce come malattia, o per paura di essere giudicato.

L’alcolismo è stato riconosciuto nel 1956 dall’organizzazione mondiale della sanità come una malattia progressiva, inguaribile e mortale. L’alcolismo si trova, infatti, al terzo posto come causa di mortalità dopo le malattie cardiache e il cancro. Nessuno sa esattamente perché ad un certo punto alcuni bevitori diventino alcolisti; l’alcolista è colui che non è in grado di controllare il suo rapporto con il bere, finché non riconosce di essere affetto da questa malattia.

L’attività quotidiana della nostra redazione è quella di raccontare le storie del territorio, conoscere i protagonisti che lo animano, analizzare la situazione economica e sociale che lo caratterizza e dare spazio alle voci di coloro che, in un modo o nell’altro, continuano a sognare e a ottenere risultati importanti. Anche questa volta non vogliamo essere da meno parlandovi dell’alcolismo non in termini medico/scientifici, ma entrando nella vita di quelle persone che con l’alcolismo hanno convissuto e continuano a convivere, con la consapevolezza che la loro volontà personale e mentale è più forte di qualsiasi altra sostanza che apparentemente può far star bene, ma realmente distrugge la persona portandola all’annientamento.

Il gruppo Alcolisti Anonimi di Po’ Bandino ha contattato la nostra redazione per far conoscere la loro realtà e per far capire alla società che non ci si può vergognare dell’alcolismo (si vergogna forse il diabetico di non poter mangiare lo zucchero?) e che è importante parlarne per guarire, condividere per vivere. La redazione è stata invitata ad una festa di compleanno, un compleanno dove in realtà non veniva festeggiato il giorno dell’anno in cui è nata una persona, ma il giorno dell’anno dal quale quella persona è riuscita a stare lontana dall’alcol, segnando in qualche modo una rinascita. In questa occasione ho personalmente conosciuto persone che mi hanno raccontato le loro esperienze con l’alcol e com’è cambiata la loro vita in funzione di questa sostanza, ma allo stesso tempo la fortuna di conoscere altre persone con la stessa malattia, capire cosa vuol dire condividere, imparare dai propri errori e riuscire con la buona volontà ad acquisire fiducia in sé stessi.

Il gruppo Alcolisti Anonimi (AA) nasce negli Usa nel 1935 dall’incontro di un agente di borsa di Wall Street e un medico chirurgo dell’Ohio; entrambi alcolisti, si resero conto che, condividendo le loro esperienze, potevano riuscire a mantenersi lontano dall’alcol. In Italia AA è attiva dal 1972 e si è rapidamente diffusa sul territorio nazionale dove oggi conta circa 500 gruppi di persone. L’unico requisito di accesso che devono avere tutti i membri è il desiderio e la volontà di smettere di bere. A Po’ Bandino il gruppo Alcolisti Anonimi é attivo da circa sei anni e conta persone di tutte le età, uomini e donne di ogni estrazione sociale, da molti comuni della Valdichiana, del Trasimeno e del perugino.

“Solo con l’alcol ci sentivamo sicuri di noi stessi. Spesso al termine di una festa avevamo l’abitudine di bere ancora un goccio e speravamo nelle occasioni, come feste o intrattenenti di qualsiasi tipo, per continuare a bere. Ci ubriacavamo anche quando non era nelle nostre intenzioni, cercavamo di controllare il modo di bere cambiando tipo di alcolici, imponendoci periodi di astinenza o promettendo di non bere. Bevevamo furtivamente, mentivamo su quando e quanto bevevamo, bevevamo anche sul lavoro, avevamo amnesie alcoliche, bevevamo al mattino presto con la convinzione di curare i postumi di una sbronza della sera prima o per tenere a bada paure e sensi di colpa, l’alimentazione si faceva precaria, come anche i rapporti con le persone”- sono questi i campanelli d’allarme che avvertono un bevitore che forse c’è qualcosa di più della semplice voglia di bere e che forse è il caso di fermarsi prima che la sostanza, come gli alcolisti chiamano l’alcol, si impossessi nel corpo e della mente.

Come mi spiegano alcuni membri del gruppo, un alcolista difficilmente riconosce di essere tale, difficilmente ammette di avere un problema legato all’alcol; facilmente però attribuisce la colpa del suo malessere al mondo esterno, agli altri e ai rapporti che ha con gli altri. Come erano le vostre vite in funzione dell’alcol?

 “Le nostre vite erano diventate incontrollabili perché con il bere sono arrivati i problemi in famiglia e sul lavoro, ma nonostante tutto si tendeva a negare che ci potesse essere degli alcolisti. Si inizia con una sbronza al mese, poi una a settimana, una al giorno e poi via via senza accorgersi che la cosa stava sfuggendo di mano, anche perché tendiamo a pensare che con il bere si possano risolvere tutti i problemi”

Ancora più pericoloso è alternare drasticamente periodi di ubriachezza a periodi di astinenza dall’alcol, perché non porta alla guarigione, anzi l’astinenza può provocare forti tremori, allucinazioni e convulsioni. Come avete cominciato a bere?

“Io ho iniziato a bere – mi spiega un membro del gruppo – da giovane. Penso che nella vita ognuno di noi abbia una quantità consentita per l’assunzione dell’alcol, io quella quantità penso di averla finita già a 15 anni. Nel mio paese c’erano cinque bar e io mi fermavo in tutti, ogni giorno. Andando avanti con gli anni l’alcol mi faceva diventare bugiardo e tirava fuori di me tutti i peggiori difetti. Ero arrivato a nascondere una bottiglia di grappa dentro il cruscotto della macchina e a chi mi chiedeva cosa fosse quel liquido rispondevo che era diluente. L’alcolismo non è una dipendenza solo di chi ce l’ha ma trascina nel problema tutta la famiglia, vengono coinvolti mariti, mogli, genitori e i figli”.

I membri del gruppo di Po’ Bandino hanno età variabili, alcuni mi raccontano di essere padri e madri, e quindi mi viene subito da approfondire il rapporto con i figli.

 “I figli degli alcolisti sono detti alateen, e sono figli forti che hanno imparato a non soffrire e a convivere con la malattia del genitore, non si nascondono sotto il letto quando uno dei due genitori rientra ubriaco e litiga con chiunque gli passi davanti. Per esperienza – mi spiega un membro del gruppo – mio figlio, già grande quando ho riconosciuto di essere un alcolista, non si nascondeva ma andava via, perché non voleva vedermi ubriaco e alterato emotivamente, mentre io cercavo tutti i pretesti per litigare. Per me era una fuga bere, era una fuga dalle mie responsabilità, io stavo bene”.

Un altro membro invece mi spiega: “Noi diamo la colpa agli altri per il nostro malessere ma in realtà siamo noi che ci sentiamo inadatti. Io ho iniziato a bere perché non riuscivo a rapportarmi con le altre persone, non riuscivo a parlare, ma grazie all’alcol ero più disinibito, parlavo più velocemente, mi rapportavo in maniera diversa. Alla fine però mi sono reso conto che non parlava più la persona ma la sostanza e il giorno dopo la sbronza non ricordavo niente, con chi avevo parlato e di cosa. Non siamo più noi che controlliamo la nostra vita, è sostanza che ci comanda”.

Una volta riconosciuta la malattia, perché avete deciso di frequentare gli Alcolisti Anonimi?

“Per la volontà di mettere in comune la nostra esperienza con altre persone in grado di capire la situazione, la voglia di guarire da questa malattia e rimanere sobri aiutando altri alcolisti con le nostre esperienze. Io personalmente sto bene perché attraverso gli altri membri ho acquistato la libertà e sono finalmente in condizione di decidere con la mia testa”.

Ma quindi un alcolista che entra a far parte degli Alcolisti Anonimi si può dire ‘guarito’?

 “L’alcolista è sempre a rischio. Un alcolista rimane per sempre un alcolista perché come riprende in mano la sostanza ricomincia da dove era rimasto, nel mio caso dalla bottiglia di grappa già finita alle 7 di mattina nel tragitto casa-lavoro. Non è smettere di bere che è difficile, è il vivere fuori che lo è. Il programma degli Alcolisti Anonimi è fatto di 12 passi, 12 tradizioni e 12 concetti, se io smetto di bere, ma non faccio niente per approcciare il mio modo di vedere le cose è come se non avessi mai smesso. Se non cambio il mio atteggiamento, il mio modo di fare, il passo per ricominciare a bere è breve ed è come se nulla fosse successo. Quando bevevo ero io che volevo cambiare gli altri e non mi rendevo conto che invece a cambiare siamo noi. Frequentare Alcolisti Anonimi per noi è una palestra perché se non venissimo qua significherebbe, non tanto tornare a bere, ma ad essere quelle persone che hanno iniziato a farlo”.

Nella vita ammettere di avere sbagliato è un gesto di grande umiltà, ammettere di aver sbagliato perché si è alcolisti lo è ancora di più e queste persone hanno avuto la forza ed il coraggio di dire a se stessi “io ho bevuto abbastanza e ho una malattia lenta, progressiva e mortale”: questa è l’accettazione di essere un alcolista.

I volti delle persone con cui ho parlato, la voce fiera con cui mi hanno raccontato le loro esperienze e la voglia di spiegarmi nonostante io fossi una persona sconosciuta che ha cercato di entrare nella loro vita facendo domande personali e forse anche scomode legate ad un passato non semplice, mi ha fatto capire che nonostante i trascorsi queste persone possono definirsi orgogliose perché hanno trovato in loro stessi il modo per riconoscere la loro dipendenza.

Riconoscere non vuol dire essere guariti, come mi hanno più volte sottolineato, è l’essere grati a se stessi se adesso sono persone migliori. Grazie alla loro sobrietà possono trasmettere il messaggio alle persone che ancora sono dentro al problema e ricordano loro come erano prima di iniziare il programma di recupero e quella voglia di gridare a loro stessi e agli altri: “Se pensate di avere un problema con l’alcol,  allora sappiate che una soluzione esiste”.

Gli alcolisti non possono dire agli altri di non bere, perché sono stati loro i primi a non farlo, gli alcolisti possono dire “bevete, ma non lasciate che la sostanza si impossessi del vostro corpo e della vostra mente, altrimenti non sarete più voi a parlare, sarà l’alcol a farlo al posto vostro”.

È possibile mettersi in contatto con il gruppo Alcolisti Anonimi telefondando al numero verde 800411406 (chiamata gratuita) oppure tramite fax +39 06 66 28 334 o tramite email aaitaly@tin.it

 

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Sguardi di campagna tra Romania e Valdichiana

Lo sguardo non è neutrale: i nostri occhi guardano il mondo, e guardandolo lo interpretano e lo vedono in maniera diversa da come potrebbero percepirlo altri occhi. I nostri occhi non…

Lo sguardo non è neutrale: i nostri occhi guardano il mondo, e guardandolo lo interpretano e lo vedono in maniera diversa da come potrebbero percepirlo altri occhi. I nostri occhi non guardano tutti allo stesso modo una realtà naturale oggettiva e uguale per tutti, ma vi colgono differenti sfumature e percezioni. Lo sguardo è influenzato dalla nostra cultura, che ci fa mettere in luce determinati aspetti o ci suscita particolari emozioni.

Dal momento che la nostra cultura influenza il nostro sguardo, anche l’arte della fotografia ne risulta influenzata. Per questo, quando sono stato invitato alla mostra fotografica di Bettolle dedicata alla campagna della Romania, ho subito pensato agli aspetti antropologici della questione: gli occhi dei fotografi rumeni vedono la campagna nella stessa maniera degli occhi dei fotografi italiani? Quali sono le differenze e le somiglianze tra le due culture, quali sono le relazioni tra la Valdichiana e la Romania?

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“Romania: gente, luoghi e costumi” è la mostra fotografica di Sorin Onisor e Dorin Mihai, fotografi rumeni, che si è tenuta a Bettolle in occasione dell’annuale edizione della Valle del Gigante Bianco. Una lunga serie di scatti fotografici in cui gli artisti si sono proposti di raccontare la vita rurale della campagna, una realtà lontana da quella delle città della Romania. E infatti nelle immagini si vedono splendidi paesaggi, scene di vita popolare, mestieri antichi ma ancora tramandati, contadini al lavoro e retaggi di un tempo passato che vengono lentamente recuperati. Nelle foto sono ritratte campagne provenienti da diverse zone della Romania: province del nord e del sud, accomunate dalla vita rurale e dai paesaggi di campagna, che dopo l’urbanizzazione hanno subito un forte spopolamento.

La mostra fotografica è stata curata da Carmen, che da oltre vent’anni abita a Bettolle. Originaria di Brasov, nella regione della Transilvania, ha vissuto l’infanzia in un ambiente cittadino; tuttavia i nonni abitavano in campagna, e ricorda con chiarezza la casa di legno in cui a volte andava con la famiglia, fino al 1986. Carmen lavorava nell’ufficio per i bene culturali in Romania, è venuta in Italia quasi per caso: ha conosciuto suo marito, ha studiato marketing turistico, ha iniziato a lavorare in un agriturismo in provincia di Siena e si è commossa la prima volta che ha visto Firenze, con quelle meraviglie artistiche che si vedevano soltanto nei libri di storia. Carmen è in Italia dal 1993, e qui si sente a casa, ma solo da poco ha riscoperto una parte di sé che viene attirata dalla campagna del suo passato.

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La riscoperta delle proprie radici è perfettamente inquadrata dagli splendidi scatti fotografici dei due artisti esposti nella mostra: Sorin e Dorin, che oltre a scattare foto nelle campagne del loro Paese, visitano di frequente anche la Toscana e la Valdichiana, organizzano workshop fotografici, incontrato gruppi di rumeni immigrati in Italia per scambiarsi opinioni e conoscenze. La fotografia, infatti, aiuta anche a trasmettere l’identità culturale del territorio di provenienza; riscoprire la vita rurale delle campagne rumene, può risultare un elemento importante per gli immigrati che hanno lasciato il loro Paese d’origine per costruirsi una nuova vita in un altro Paese, che a sua volta è portatore di una storia diversa e di una campagna diversa, con le sue immagini di vita rurale da tramandare e riscoprire.

Il racconto fotografico illustrato dalla mostra di Bettolle non si limita ai paesaggi della Romania, ma trova legami con l’Italia e con la Toscana. Sia perché gli artisti sono innamorati di questo territorio e ogni tanto tornano a visitarlo per scattare nuove foto, sia perché la ruralità delle campagne sembra avere degli elementi comuni, a prescindere dal Paese. Anche se gli sguardi dei fotografi sono influenzati dalle diverse culture, le campagne sono simili e gli elementi sono ricorrenti.

“In Romania stiamo percependo un movimento di ritorno alla campagna – mi spiega Carmen – con i nipoti che riscoprono le tradizioni dei nonni. Una maggiore attenzione ai prodotti enogastronomici di qualità, all’ospitalità, la ricerca di esperienze autentiche e di protagonisti dell’epoca contadina che abbiano ancora voglia di raccontare. I giovani si stanno avvicinando nuovamente alla campagna: la generazione nata dopo il 1989 si è trovata in un sistema non ancora formato, non aveva dove imparare. Oggi con occhi più maturi posso criticare molte delle cose che ci erano state offerte in quegli anni, però vedo anche tanto cambiamento.”

Carmen ha visto con i suoi occhi la campagna in Romania prima del 1989 e del crollo del blocco sovietico, poi ha visto con i suoi occhi la campagna toscana del 1993 e vive tuttora in Valdichiana. Il suo sguardo può cogliere sfumature che, forse, chi è sempre vissuto in queste zone non può pienamente cogliere. Se nella storia della campagna della Valdichiana regnava la mezzadria, in Romania c’era la collettivizzazione dei terreni agricoli, con il lavoro guidato dal partito; non c’era la grande proprietà privata dei latifondi, ma i contadini non possedevano la terra che lavoravano, tutti vivevano e lavorano assieme, non ricevevano un salario ma una quota dei beni prodotti.

“Forse anche qui la campagna è cambiata. – mi racconta Carmen – Io e mio marito viaggiavamo molto in campagna, lui lavora come restauratore, quindi ho tanti ricordi di persone che ci offrivano la loro ospitalità, ci aprivano la porta e ci davano un bicchiere di vino. Oggi c’è un po’ più di paura e di ostilità, forse sono spariti gli anziani di un tempo, eppure c’è ancora tanta voglia di parlare, di raccontare e di superare la solitudine. L’impressione che ho avuto in Toscana, soprattutto in Valdorcia, è che manchino un po’ di persone, come se il paesaggio fosse splendido ma poco abitato.”

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Anche questi territori hanno subito l’abbandono delle campagne, pur se in anni precedenti rispetto a quanto è avvenuto in Romania; eppure, i punti di contatto sono molti. Dopo la mezzadria, molti contadini sono andati a fare gli operai in città, lasciando le campagne a contadini provenienti da zone più povere, abbandonando un mestiere che aveva una percezione negativa. Il rischio è che oggi si possa rimpiangere quel passato, si guardi con invidia le opportunità degli agriturismi e dei produttori di enogastronomia di qualità.

Romania e Italia sono entrambi paesi dell’Unione Europea: per quanto possano essere diversi i popoli e le culture, le somiglianze possono essere cercate e trovate al pari delle differenze. Il modo di ricordare la campagna è lo stesso: i bambini nati in città in Italia o in Romania non hanno esperienza di vita contadina, se i genitori sono immigrati dalle campagne è come se fossero immigrati da un’altra cultura, a prescindere dal Paese di provenienza, e come spesso accade per le seconde generazioni, si ha nostalgia delle proprie radici e si torna a scoprire la campagna abbandonata.

Come detto in apertura, lo sguardo non è neutrale: quando guardiamo i paesaggi, ma anche le persone, siamo continuamente influenzati dalla nostra cultura, dalle nostre emozioni, dalle nostre aspirazioni. Quando guardiamo gli altri, quando guardiamo il mondo che ci circonda, possiamo farlo con occhio critico: si possono guardare le differenze, ma anche le somiglianze.

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Accoglienza migranti: l’esperienza di Torrita di Siena

Il tema dei migranti torna ciclicamente alla ribalta, nei mezzi di informazione, in occasione delle emergenze umanitarie, delle diatribe politiche o dei casi di cronaca. Eppure, i flussi migratori sono uno degli elementi più importanti della società contemporanea, nell’epoca della globalizzazione e della digitalizzazione: lo studio delle migrazioni non dovrebbe essere schiavo dell’attualità, della cronaca o della politica, ma a mio avviso dovrebbe ricevere maggiore dignità assieme alle disciplin

Accoglienza migranti: l’esperienza di Torrita di Siena

Il tema dei migranti torna ciclicamente alla ribalta, nei mezzi di informazione, in occasione delle emergenze umanitarie, delle diatribe politiche o dei casi di cronaca. Eppure, i flussi migratori sono uno degli elementi più importanti della società contemporanea, nell’epoca della globalizzazione e della digitalizzazione: lo studio delle migrazioni non dovrebbe essere schiavo dell’attualità, della cronaca o della politica, ma a mio avviso dovrebbe ricevere maggiore dignità assieme alle discipline che lo approfondiscono.

Alessio, Gano e Paolo

Alessio, Gano e Paolo

Questo è lo spirito che ha animato questa piccola inchiesta, nell’autunno del 2015: approfondire il tema dei migranti e della loro accoglienza in Valdichiana, fuori dalla retorica della politica o dei casi di cronaca, concentrandosi sugli aspetti sociali e culturali di coloro che si trovano ospiti nella comunità di Torrita di Siena. Una breve ricerca sul campo, che ho potuto compiere sulla base della mia esperienza accademica in Antropologia culturale ed Etnologia all’Università di Siena, e che ha visto la luce grazie alla collaborazione di Valdichiana Media, della Pubblica Assistenza di Torrita di Siena e dell’Amministrazione Comunale di Torrita di Siena, a cui vanno i miei sinceri ringraziamenti per la disponibilità.

Ho scelto di raccontare l’esperienza di Torrita di Siena con i migranti per via delle sue caratteristiche particolari, che saranno esaminate più avanti, e che a mio avviso permettono una riflessione più accurata.

È dallo scorso luglio, infatti, che otto giovani migranti senegalesi sono stati accolti nel paese di Torrita, in accordo con la prefettura e con l’amministrazione comunale, grazie alla supervisione della Pubblica Assistenza locale. Una scelta, quella dell’accoglienza ai migranti, che ha suscitato critiche e pareri contrapposti, e che con il passare dei mesi è andata via via sparendo dalle prime pagine dei giornali.

La mia scelta è stata quella di raccogliere le storie dei giovani migranti: Gano Abdoulaye, Diao Issa, Kante Yaya, Balde Omar, Tall Daouda, Cham Modou, Namadio Gnansou e Balde Abdoulaye. Sono partito dalle loro esperienze private, come persone dotate di una loro dignità, per comprendere meglio il sistema di accoglienza e la situazione sociale in cui si trovano a vivere. Una storia che può essere raccontata, quindi, attraverso le vicende esemplari di uno di loro, Abdoulaye Balde, che nonostante l’imbarazzo iniziale è stato felice di condividere le sue esperienze personali, fatte di gioie e dolori.

“Spesso non si tiene conto del fatto che “i migranti” non sono una categoria astratta con determinate caratteristiche, ma persone, ognuna delle quali con storie, forze, debolezze, perfidie e sensibilità proprie.” (D.Settineri, Dialoghi Mediterranei, marzo 2015)

Il viaggio di Abdoulaye

Abdoulaye Balde è nato nel 1996 in Senegal, in un piccolo villaggio di campagna chiamato Mamadi. Ha scelto di emigrare dal suo paese d’origine per via dei conflitti e della guerra civile: due anni di viaggio per arrivare in Italia il 4 marzo del 2014.

Ma andiamo con ordine, perché il viaggio di un migrante non è veloce né semplice: non è un viaggio turistico, è una lotta per la sopravvivenza. Innanzitutto, quali sono i motivi che hanno spinto Balde ad affrontare questo pericoloso viaggio? Da una parte c’è la difficile situazione politica che attraversava il suo Paese, dall’altra le aspettative di una vita migliore in Europa. Amici e conoscenti che erano state in Italia gli avevano parlato bene del nostro Paese, gli dicevano che poteva trovare migliori aspettative di vita, e consigliavano di affrontare il viaggio.

Adboulaye Balde durante la lezione di lingua italiana

Adboulaye Balde durante la lezione di lingua italiana

Nel 2012 Balde lascia quindi il Senegal, salutando la mamma e due sorelle. Decide di partire per un futuro migliore, per la sua famiglia ma anche per sé stesso. In Senegal aveva studiato per cinque anni, aveva anche lavorato un po’ in campagna: un piccolo investimento per affrontare la prima tappa del viaggio, che da Mamadi lo porta fino al Mali. Anche nel Mali, Balde deve guadagnarsi da vivere con qualche lavoretto per qualche mese (agricoltore, muratore, commerciante al dettaglio), fino ad accumulare abbastanza soldi per continuare il viaggio. Prima un autobus verso il Niger, poi verso la tappa successiva, ovvero la Libia. Ogni volta a lavorare nei campi e nei cantieri, ogni volta a racimolare abbastanza soldi per continuare il viaggio verso l’Europa.

La Libia è probabilmente la tappa più difficile: all’entrata nel Paese si è dovuto fare tre mesi di prigione. “Se non hai abbastanza soldi per pagarti l’ingresso – mi racconta – ti fai la prigione. In Libia è difficile lavorare, non vogliono persone africane”. Balde ha insistito e dopo la prigione è riuscito a trovarsi altri lavoretti: ha dovuto risparmiare cinquecento euro per pagarsi il passaggio verso la Sicilia. Il passaggio del Mediterraneo è avvenuto nel marzo del 2014: novantacinque persone stipate in un barcone rotto e vecchio, che imbarcava acqua. Una carretta del mare di quelle che riempiono le prime pagine dei giornali, quando affondano in grande quantità: e che spariscono dalle memorie collettive, quando la traversata va a buon fine.

“La barca era rotta, entrava l’acqua… noi avevamo tutti paura, pensavamo di morire. Ci abbiamo messo due giorni per attraversare il Mediterraneo e arrivare in Sicilia. C’erano donne e bambini a bordo. Non li conoscevo, non so che fine abbiano fatto.”

Balde non aveva rapporti di parentela o amicizia con gli altri passeggeri del barcone, e tutt’ora non sa dove siano finiti. All’arrivo in Sicilia è stato accolto dai Carabinieri e dalla Croce Rossa, ha ricevuto la prima accoglienza con cibo, scarpe e vestiti, mentre il barcone è sparito nel Mediterraneo tornando verso la Libia. Dalla prima accoglienza italiana, Balde è stato mandato al Picchetto a Siena, una sistemazione temporanea per circa tre mesi, prima del nuovo piano nazionale e internazionale di accoglienza dei migranti. A luglio è arrivato a Torrita di Siena, assieme ad altri sette ragazzi senegalesi che non conosceva: tutti di età diversa, ma con una base culturale comune, tutti pronti a vivere assieme sotto lo stesso tetto.

L’accoglienza a Torrita di Siena

Balde si trova bene a Torrita di Siena. Fa il volontario, assieme agli altri compagni, con la supervisione della Pubblica Assistenza. Sono già sei mesi che vive in un’appartamento nei pressi della stazione; svolge la sua attività di volontariato pulendo le strade, cucinando e pulendo la casa, e frequenta tre volte a settimana il corso di italiano. Tutti e otto i ragazzi senegalesi inseriti nel programma di accoglienza vivono nello stesso appartamento; hanno organizzato dei turni in modo da fare la spesa, cucinare, pulire e svolgere tutte le necessarie attività domestiche. Nella casa c’è anche il wi-fi, così possono rimanere in contatto con il proprio Paese d’origine.

Il permesso di soggiorno, dopo i primi sei mesi, è stato rinnovato per altri sei mesi. Balde vorrebbe avere i documenti per rimanere in Italia e costruirsi la sua vita, perchè qui si trova bene. Ammette di non conoscere molte persone di Torrita, ha poche occasioni di socializzazione a parte i suoi supervisori: il presidente Clode Grazi della Pubblica Assistenza, l’assessore comunale Michele Cortonicchi e il Sindaco Giacomo Grazi sono le persone che più gli sono state vicine, stando alle sue parole. Non capitano molte occasioni per parlare con gli altri torritesi, nè per fare la reciproca conoscenza, e di questo si mostra piuttosto dispiaciuto.

Le attività di volontariato sono il principale impegno di Balde e degli altri migranti: due volte a settimana, durante la mattina, i ragazzi si confrontano con la Pubblica Assistenza e con gli operai del Comune di Torrita per capire se c’è qualcosa da fare. Le attività di volontariato vengono svolte a turno, con due o tre ragazzi impegnati nella pulizia, mentre gli altri si occupano delle faccende domestiche. Di solito sono impegnati nella pulizia di strade o giardini, assieme agli operai comunali, a seconda delle specifiche esigenze. Hanno anche aiutato la Pubblica Assistenza per la consueta festa annuale, con un’altra importante occasione di socializzazione e di integrazione nella comunità.

La questione dell’accoglienza non può certo prescindere dallo spinoso tema finanziario: quanti soldi prendono i migranti? La quota di 34,5 euro al giorno per migrante, messa a disposizione dall’Unione Europea, viene affidata al Comune di Torrita di Siena, che a sua volta la mette a disposizione della Pubblica Assistenza per occuparsi delle necessità degli otto ragazzi (cibo, vestiti, affitto, corsi di italiano). Dai 34,5 euro totali vanno quindi tolti circa 32 euro spesi dall’ente supervisore per la loro accoglienza, mentre ai migranti arrivano 2,5 euro al giorno, riscossi ogni due settimane. Circa 70 euro al mese a testa, quindi, tendenzialmente usati per telefonare a casa o per mandarli direttamente alle famiglie d’origine. I migranti potrebbero anche lavorare con i voucher, se qualcuno avesse bisogno di loro, ma in quei giorni di lavoro non avrebbero diritto ai 34,5 euro dell’Unione Europea. (Per dovere di cronaca, il Comune di Torrita di Siena ha pubblicato un bando per venti famiglie torritesi in difficoltà, utilizzando il disavanzo dei fondi europei per la gestione dei migranti)

Gli otto migranti sono quindi ospiti della comunità di Torrita da sei mesi, e la prefettura ha rinnovato il visto di soggiorno per altri sei mesi. Il futuro è ancora un’incognita: se trovano un lavoro è più facile che venga accettata la loro richiesta di accoglienza, altrimenti si tratterà soltanto di una sistemazione temporanea.

Il volontariato e l’assistenza

I lavori di volontariato prevedono la pulizia di strade e giardini

I lavori di volontariato prevedono la pulizia di strade e giardini

Anche se si tratta soltanto di una sistemazione temporanea, questo non significa che i ragazzi non si impegnino o che l’associazione che li supervisiona non li tenga indaffarati. Il Presidente della Pubblica Assistenza, Clode Grazi, mi racconta la loro organizzazione: ogni martedì e ogni venerdì si svolgono le attività di volontariato assieme agli operai comunali, con possibilità di incremento o diminuzione a seconda delle esigenze. Trattandosi di attività volontaria e non di lavoro, i ragazzi non sono obbligati a partecipare, ma fino a questo momento i risultati sono stati positivi, e sia gli operai del Comune che gli addetti della Pubblica Assistenza hanno mostrato la loro soddisfazione. All’inizio del percorso di accoglienza i migranti erano più attivi, anche per via della calamità naturale della forte grandinata che colpì Torrita, tutti i giorni erano in strada a spazzare e a dare una mano a riparare i danni. Ora le attività di volontariato sono più limitate rispetto a quei momenti, ci sono meno cose da fare.

In qualità di supervisore, la Pubblica Assistenza ha contribuito a gestire l’accoglienza dei migranti: ha messo a disposizione l’ambiente per tenere i corsi di lingua, grazie all’esperienza come associazione di volontariato ha saputo come introdurli al meglio nelle attività, senza dover usare assistenti sociali. Attraverso la loro convenzione cercano di inserire i ragazzi nella comunità di Torrita, utilizzando al meglio i fondi messi a disposizione dall’Europa. È il Presidente Clode in prima persona a occuparsi di loro: li aiuta a fare la spesa e a riscuotere i soldi, li mette in contatto con il Comune, li porta dal dottore a fare le visite e le vaccinazioni. È il loro punto di riferimento, insomma, e in qualità di Presidente della Pubblica Assistenza è anche il loro diretto responsabile.

“Le necessità mediche non sono da sottovalutare. – mi racconta Clode Grazi – Uno dei ragazzi ha il femore rotto perché l’hanno preso a calci in Libia, ha il bacino spostato, ormai si è calcificato e non ci si può fare più niente. Un altro l’hanno preso a calci in faccia, un altro ha i denti cariati… vanno seguiti anche dal punto di vista medico.”

Clode parla con i ragazzi senegalesi

Clode parla con i ragazzi senegalesi

Ogni settimana Clode deve tenere un diario di quello che i ragazzi fanno e inviarlo alla prefettura: si tratta di questione di tutela legale, per la pubblica sicurezza, e per verificare tutti i loro spostamenti. Ad esempio uno dei ragazzi è andato a Roma a trovare degli amici senegalesi per tre giorni, e in quei giorni ha dovuto comunicare la sua assenza; non ha quindi ricevuto la sua quota di denaro per i giorni di assenza.

La gestione nazionale e comunitaria dei migranti è piuttosto ambigua, e Clode mi racconta tutta la sua disapprovazione: secondo lui la gestione è sbagliata, spesso i ragazzi sono lasciati da soli, senza fare nulla. Il Comune di Torrita ha trovato un modo per farli sentire utili, in altre situazioni invece i migranti riempiono gli alberghi o le strutture di ospitalità senza fare niente.

“Prima di venire qui, Balde era al Picchetto a Siena, e non faceva niente assieme agli altri: mangiavano, dormivano e giocavano a pallone. Questo non serve a integrarli. Se stanno chiusi in casa o in un albergo, chi li vede? Le opportunità di lavoro o di stare in società non le avranno mai, dopo un anno saranno costretti ad andare via.”

Clode è contento delle attività di volontariato, perché grazie ad esse il paese di Torrita può conoscere i migranti, hanno una reale opportunità di integrazione, fanno qualcosa di utile per tutti e sono più invogliati a cercare opportunità di lavoro. Se le imprese locali non li conoscono, se la comunità del piccolo paese non ha occasione di vederli all’opera, è difficile che possa integrarli. L’ambiguità dei fondi erogati dall’Europa è difficile da superare, perché se i ragazzi trovassero lavoro sarebbero costretti a rinunciare a quei famosi 34,5 euro al giorno. I migranti che sono ospitati in altre strutture di accoglienza e che non prevedono percorsi di volontariato e di partecipazione alla vita della comunità possono dare un cattivo esempio anche ai ragazzi di Torrita, perché li consigliano a non impegnarsi, tanto i soldi li ricevono comunque. Per Clode, però, è necessario non farsi coinvolgere da questi atteggiamenti negativi, perché sarebbe come darsi la zappa sui piedi da soli. Senza le attività di volontariato i migranti sarebbero visti negativamente, non avrebbero opportunità di lavoro o di socializzazione, e sarebbe molto più difficile integrali nella comunità.

Scuola e Lavoro

L’integrazione non può prescindere, ovviamente, dall’apprendimento della lingua. Perché senza la possibilità di attivare una comunicazione e una mediazione culturale tra gli ospiti e gli abitanti locali, sarebbe difficile portare avanti un processo di inserimento sociale. Durante la mia piccola inchiesta ho seguito la lezione di lingua italiana che gli otto ragazzi hanno tenuto con la loro insegnante: una lezione di due ore in cui hanno imparato termini di utilizzo comune, hanno fatto esperienza di dialogo e di composizione delle frasi, hanno imparato le specificità linguistiche e culturali attraverso lo studio, il gioco e la partecipazione.

La loro insegnante, che li segue tre volte alla settimana, è una giovane torritese: Lara insegna ai migranti dal 2011, ha già una buona esperienza nel settore per il nostro territorio, ogni anno svolge corsi di apprendimento tra Foiano, Torrita e Arezzo.

“Si tratta di un’esperienza gratificante, ma difficile – mi racconta Lara – i ragazzi sono bravi, ma tra di loro c’è un analfabeta totale e un semianalfabeta. Senza fondi per integrazione vera e mirata, è difficile far loro imparare bene la lingua e la cultura italiana. In molti casi manca anche la scolarizzazione, quindi oltre a insegnare la lingua devi anche insegnare a imparare, abituarli a studiare.”

Durante i corsi, i ragazzi imparano la lingua e la cultura italiana

Durante i corsi, i ragazzi imparano la lingua e la cultura italiana

Se gli studi di lingua si svolgono di pomeriggio, le attività di volontariato sono l’impegno principale della mattina. Anche se sono svolte a turni, si tratta dell’impegno più vicino al concetto di lavoro che i migranti hanno provato nel corso di questa esperienza, in attesa di altre opportunità lavorative da parte di imprese locali.

Paolo è uno degli operai del comune che li porta spesso in giro per la cittadina: i ragazzi si impegnano a pulire i giardini e le strade, secondo le esigenze. Hanno imparato a fare la raccolta differenziata, a utilizzare gli attrezzi. In alcuni momenti vorrebbero guidare i mezzi comunali, ma non possono prendere la patente.

“Sono una squadra affiatata – racconta Paolo, alla fine di una mattinata di lavoro – Quando sono tutti assieme sono uno spettacolo, puliscono che è una meraviglia. Quando posso gli regalo la merenda, così sono contenti.”

In un certo senso, è come se i giovani migranti senegalesi fossero dei bambini adottivi.

Migranti, schiavi e bambini

È proprio il concetto del figlio adottivo che voglio affrontare in queste riflessioni finali. L’esperienza di Torrita, senza la pretesa di costituire il modello per un’analisi definitiva e generica sul fenomeno dei flussi migratori e sui modelli di accoglienza, si tratta comunque di un caso importante e particolare, che può permettere la nascita di studi approfonditi o di analisi più mirate.

Dalle parole dei protagonisti, dei migranti e dei responsabili dell’accoglienza, risulta chiaro che al momento non esistono piani di integrazione nazionali o internazionali. Il principale interesse delle istituzioni italiane ed europee, in questo momento, è soltanto la pubblica sicurezza, una sistemazione temporanea che vive di emergenze e di scossoni, non di piani a medio e lungo termine.

Laddove non esiste un piano di integrazione, chi riesce a sviluppare progetti innovativi merita un plauso: in questo caso particolare, mi sento di fare i complimenti al Comune di Torrita di Siena per aver fatto un passo in avanti. Ma si tratta appunto di un caso particolare, un’eccezione a una normalità che sembra interessarsi più alla gestione delle emergenze che a un fondamentale aspetto sociale e demografico della società contemporanea come l’accoglienza e l’integrazione dei migranti.

In questo momento, i migranti accolti attraverso la gestione delle emergenze sono trattati come figli adottivi: i genitori pensano a tutto (casa, cibo, vestiti) e ricevono anche una paghetta mensile. Nonostante siano degli adulti, sono altri ad avere la loro tutela legale, sono altri ad avere la responsabilità della loro sopravvivenza e della loro vita: perché non sono cittadini, appunto, sono migranti in attesa di regolarizzazione.

Per quanto riguarda l’assistenza di base, si può arrivare a dire che il migrante si trovi in una situazione migliore di un italiano povero? Difficile sostenere il contrario, se non si affronta la situazione dalla giusta prospettiva. Il cittadino italiano gode infatti di un sistema di welfare tutto spostato sul lavoro (cassa integrazione, mobilità, malattie, ecc…); questo perché si pensa che l’istituzione della famiglia sia sufficiente e imprescindibile per tutte le altre necessità (fino ad arrivare al famoso familismo amorale di Banfield). I migranti, invece, che non hanno parentele e quindi non hanno accesso al “paracadute sociale” fornito dalla famiglia, godono di un sussidio di base, un sistema di welfare basato sui diritti civili. Il punto di ambiguità e di maggiore criticità, a mio avviso, è tutto qui: è da questa differenza che nascono i problemi politici e sociali dell’accoglienza. La differenza tra i due sistemi di welfare utilizzati, e l’assoluta mancanza di un sistema di welfare moderno ed europeo, basato sui diritti civili e non sul lavoro e sul familismo, di cui l’Italia si dovrebbe dotare.

Quale futuro per i giovani senegalesi?

Quale futuro per i giovani senegalesi?

Ma la situazione dei giovani migranti senegalesi di Torrita non è una garanzia di integrazione. Oltre al sussidio di base che garantisce la sopravvivenza, fornito dall’Unione Europea, non possono fare nulla: non hanno concrete possibilità di lavoro o di studio, si trovano in un limbo di emergenza e precarietà che li taglia fuori dalla società che li ospita. Anche in un caso di accoglienza positiva, come quello di Torrita, i migranti hanno difficoltà a trovare occasioni di socializzazione e di integrazione con la cultura locale. E per un’esperienza positiva come questa che vi ho raccontato, siamo perfettamente coscienti di altri casi in Italia di associazioni o cooperative nate appositamente per gestire l’emergenza migranti e intascarsi i fondi europei per la loro gestione, senza curarsi del futuro di queste persone.

Perché di persone si tratta, con le loro storie di vita ai margini. I migranti si trovano in una condizione sociale di marginalità, pur senza essere poveri nel senso economico del termine (perché vengono loro forniti i mezzi per l’autosussistenza, come d’altronde vengono forniti agli schiavi e ai servi). La loro condizione sociale è quella dei bambini adottivi che si trovano in punizione, in cui la mamma li tiene chiusi in cameretta, porta loro da mangiare e permette loro di vedere la televisione, li obbliga a fare le faccende domestiche e a seguire i corsi scolastici: ma non permette loro di vedere gli amici, di progettare il loro futuro, di costruire la loro vita. Pur senza trovarsi in condizione di schiavitù, si trovano in una situazione di evidente marginalità.

La schiavitù, tuttavia, non è poi così lontana. Il vero punto focale dell’integrazione, la vera sfida per ogni progetto di accoglienza, è quello di far diventare i migranti parte della comunità dei parenti, di farli entrare nella rete di parentela sancita dalla cittadinanza. La condizione dei migranti come figli adottivi, temporaneamente stipati nei centri di accoglienza per garantire la sussistenza, è un labile e ambiguo confine tra la vera integrazione e la riduzione in schiavitù.

La schiavitù non è il prolungamento della parentela, scriveva l’antropologo francese Claude Meillassoux, bensì la sua negazione. Lo schiavo è lo straniero assoluto, colui che è escluso dalla parentela, dai cicli produttivi e riproduttivi. Quale potrebbe essere, quindi, il segreto per l’integrazione dei migranti? Un piano di accoglienza per farli diventare parenti, per costruire un legame sociale e culturale, non soltanto economico. Tornando alla citazione iniziale, c’è bisogno di considerarli non più come migranti in senso stretto, ma come persone, con le loro forze e debolezze, i loro pregi e i loro difetti. Persone come noi, insomma.

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