La Valdichiana

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Cultura e Società

Carnevale di Foiano 2018 – Intervista a Francesco Capecchi, presidente del Cantiere Bombolo

Servizio a cura di Tomas Nomade Ancora poco più di una settimana e la 479esima edizione del Carnevale di Foiano avrà il suo vincitore e finalmente sapremo chi tra i…

Servizio a cura di Tomas Nomade


Ancora poco più di una settimana e la 479esima edizione del Carnevale di Foiano avrà il suo vincitore e finalmente sapremo chi tra i cantieri Azzurri, Bombolo, Nottambuli e Rustici si aggiudicherà il primo premio. Quest’anno il cantiere degli Azzurri ha portato in piazza “Fuori dall’incubo”, un carro che racconta come i social network abbiano cambiato radicalmente il nostro modo di vivere. Una comodità sì, recita il carro, ma attenzione a non isolarsi e divenire “burattini” di questo fenomeno perdendo in personalità. Il cantiere di Bombolo realizza “Leoni e pecore” ripercorrendo la storia dell’ultimo viaggio dell’esercito del “Leone Nero” che si ritrovò con l’esercito di leoni trasformati in pecore. I Nottambuli presentano “Vinti dalla Fortuna”, volendo puntare i riflettori sul gioco vissuto oggi come una necessità e non come un divertimento fine a se stesso, un male sociale che non sta trovando soluzioni. Il cantiere dei Rustici arriva con “Non sarà l’ultimo ballo, questo apoca-twist”. I Cavalieri dell’Apocalisse sono in viaggio verso la terra, convinti che sia la fine del mondo che visto dall’alto sembra allo sfacelo.

Non sono tante le informazioni che conosciamo a proposito dell’origine e delle vicende storiche vissute nell’arco dei decenni dai quattro cantieri appartenenti all’epoca più moderna di un Carnevale tanto celebre quanto antico come quello di Foiano della Chiana. Dopo aver già parlato dei cantieri Rustici, Nottambuli e Azzurri, la nostra redazione ha incontrato il presidente del Cantiere Bombolo Francesco Capecchi:

Quali sono le informazioni che sappiamo sulle vicende di fondazione del cantiere? E perchè si decise di assegnargli proprio questo nome, questi colori e questo simbolo?

Bombolo è stato fondato nel 1934 e porta questo nome perchè il primo carro che è stato fatto era un Bombolo, ovvero un uomo grande e c’è anche una canzone che dice: <<Era alto così, era grosso così, lo chiamavan Bombolo>>. I colori sono stati dati dal corpetto che aveva che era bianco e rosso e da lì è nata la storia di Bombolo, il quale porta sempre con orgoglio e si vanta del fatto di essere la tribù di Foiano, cioè il cantiere con più tesserati. Inoltre ha 13 vittorie, purtroppo poche, non tante, però ha avuto anche molte gioie e ora sta viaggiando in una situazione stabile, alla ricerca della vittoria che manca da otto anni: speriamo prima o poi di riuscire ad arrivare a questa vittoria”.

In che modo, all’epoca, il cantiere riusciva a gestire il lavoro di realizzazione di un carro allegorico? Le modalità sono cambiate in tempi più moderni?

“In passato i carri venivano fatti in dei garage, successivamente gli ultimi carri sono stati fatti nei vecchi cantieri e sono stati portati nei nuovi cantieri, dove siamo venuti nel gennaio del 1990, una settimana prima dell’uscita”.

In passato, quali tematiche e quali personaggi venivano rappresentati con più frequenza da questo cantiere nelle proprie opere d’arte fatte di cartapesta? Tutto ciò, che tipo di evoluzione ha subito nel corso dei decenni?

I temi dei carri sono più o meno sempre quelli, simili tra i quattro cantieri, cioè ci concentriamo tutti su un certo aspetto da rappresentare”.

Quando è stato il momento di maggiori difficoltà nel competere ad alti livelli che il cantiere ha vissuto nell’arco della sua storia? Quando invece ha raggiunto il momento migliore ed ha ottenuto i suoi più grandi successi?

Per noi il miglior momento sono stati i primi anni ’90, poi siamo stati un po’ discontinui, non siamo un cantiere che vince spesso. Tuttavia gli anni peggiori sono stati gli anni in cui abbiamo perso fisicamente delle persone a cui tenevamo dentro al cantiere: quelli sono stati veramente anni brutti, dove perdi amici, giovani, purtroppo siamo stati un cantiere un po’ sfortunato riguardo a questa cosa. Poi, a livello di Carnevale il bello e il brutto non c’è, puoi vincere o puoi perdere però alla fine è sempre Carnevale, cioè quando non ci sono le disgrazie bisogna sempre arrivare a fine Carnevale. Comunque gli anni più belli sono stati gli anni ’90 – certamente ogni vittoria ha la sua bellezza – però, da parte del nostro cantiere, il 1990 è stato l’anno più bello per quelli che al momento erano nel cantiere, perchè erano tanti anni che non vincevamo ed era una vittoria che tutti aspettavano: per noi è stata la vittoria più bella in assoluto”.

Nessun commento su Carnevale di Foiano 2018 – Intervista a Francesco Capecchi, presidente del Cantiere Bombolo

Carnevale di Foiano 2018 – Intervista a Massimo Ciccarelli, presidente del Cantiere Azzurri

Sevizio a cura di Tomas Nomade La 479esima edizione del Carnevale più antico d’Italia entra nel vivo: mascherete, sfilate, cene nei cantieri e tanto divertimento fanno da contorno alla gara…

Sevizio a cura di Tomas Nomade


La 479esima edizione del Carnevale più antico d’Italia entra nel vivo: mascherete, sfilate, cene nei cantieri e tanto divertimento fanno da contorno alla gara tra i carri realizzati dai quattro cantieri di Foiano della Chiana.  Il cantiere degli Azzurri ha portato in piazza “Fuori dall’incubo”, un carro che racconta come i social network abbiano cambiato radicalmente il nostro modo di vivere. Una comodità sì, recita il carro, ma attenzione a non isolarsi e divenire “burattini” di questo fenomeno perdendo in personalità. Il cantiere di Bombolo realizza “Leoni e pecore” ripercorrendo la storia dell’ultimo viaggio dell’esercito del “Leone Nero” che si ritrovò con l’esercito di leoni trasformati in pecore. I Nottambuli presentano “Vinti dalla Fortuna”, volendo puntare i riflettori sul gioco vissuto oggi come una necessità e non come un divertimento fine a se stesso, un male sociale che non sta trovando soluzioni. Il cantiere dei Rustici arriva con “Non sarà l’ultimo ballo, questo apoca-twist”. I Cavalieri dell’Apocalisse sono in viaggio verso la terra, convinti che sia la fine del mondo che visto dall’alto sembra allo sfacelo.

Non sono tante le informazioni che conosciamo a proposito dell’origine e delle vicende storiche vissute nell’arco dei decenni dai quattro cantieri appartenenti all’epoca più moderna del Carnevale di Foiano della Chiana. I protagonisti della goliardica competizione sono ovviamente i carri allegorici costruiti appunto dai cantieri dei quali abbiamo intervistato gli attuali presidenti, proprio per ottenere ulteriori informazioni su questo e su tanti altri temi. Dopo avervi fatto conoscere la storia dei cantieri Rustici e Nottambuli, la nostra redazione ha incontrato il presidente del Cantiere Azzurri Massimo Ciccarelli.

Quali sono le informazioni che sappiamo sulle vicende di fondazione del cantiere? E perchè si decise di assegnargli proprio questo nome, questi colori e questo simbolo?

“Il Cantiere Azzurri è stato fondato nel 1933 e il suo nome deriva proprio dal colore della bandiera che era azzurra, anche perchè a quei tempi non esistevano molte tinte ed è rimasto così da allora. Il primo carro che fu costruito è stato ‘Lo Scarpino’. La nostra storia conta 13 Coppe e parecchi secondi posti, una storia bella attiva e piena di tutto, sia di gioie che di dolori”.

In che modo, all’epoca, il cantiere riusciva a gestire il lavoro di realizzazione di un carro allegorico? Le modalità sono cambiate in tempi più moderni?

“Da allora le tecniche sono cambiate enormemente: una volta si parlava di telai in legno, filo di ferro, non esisteva il cartongesso o la creta, materiali che sono stati introdotti dagli anni ’80, prima era tutto molto più artigianale. Per quanto riguarda l’organizzazione, ognuno lavoravava nel proprio ramo di competenza, c’erano più falegnami perchè a quei tempi anche il ferro non si recuperava facilmente. I primi carri non venivano fatti nemmeno nei cantieri ma nelle capanne o nei garage della gente, poi ci furono i vecchi cantieri e successivamente, dal 1990 il Comune ci ha dotato di questi capannoni e da allora siamo sempre rimasti qui”.

In passato, quali tematiche e quali personaggi venivano rappresentati con più frequenza da questo cantiere nelle proprie opere d’arte fatte di cartapesta? Tutto ciò, che tipo di evoluzione ha subito nel corso dei decenni?

“Il mio cantiere, come poi tutti e quattro più o meno nella loro storia, ha sempre trattato delle tematiche che vanno dal sociale all’amore o alla polemica, sono stati affrontati un po’ tutti i temi anche riguardo la natura e il bene e il male. I carri danno modo di spaziare in qualsiasi genere, magari ci sono dei periodi in cui un po’ tutti ci indirizziamo su qualcosa in particolare ma spesso andiamo ad ondate: siamo poco differenziati da quel punto di vista”.

Quando è stato il momento di maggiori difficoltà nel competere ad alti livelli che il cantiere ha vissuto nell’arco della sua storia? Quando invece ha raggiunto il momento migliore ed ha ottenuto i suoi più grandi successi?

“Il livello economico non è mai stato alto poiché queste sono associazioni che in definitiva vivono su sé stesse, basate esclusivamente sul volontariato e utilizzando solo materiale recuperato; nonostante ci sia un grande impegno del Comitato bisogna comunque recepire dei fondi anche all’esterno, tramite sponsorizzazioni, donazioni, tesseramenti e amicizie, cercando di arrangiarsi il più possibile. Il momento più brutto di questo cantiere è stato nel 1996 quando bruciò: quello fu un dramma per molti di noi e da allora qualcuno non è mai più rientrato in cantiere. Da allora ha subito una rifondazione e c’è stata una crescita costante arrivata fino ai giorni nostri che, negli ultimi anni, ci ha portato ad essere abbastanza competitivi: abbiamo vinto per due volte consecutive e attualmente siamo arrivati secondi per tre anni e stiamo provando ad arrivare primi. Tutto sommato il momento non è male in questi anni, l’ambiente è sereno e il gruppo è solido e stabile. Sicuramente abbiamo avuto momenti peggiori”.

Nessun commento su Carnevale di Foiano 2018 – Intervista a Massimo Ciccarelli, presidente del Cantiere Azzurri

Carnevale di Foiano 2018 – Intervista a Paolo Vespi, presidente del Cantiere Nottambuli

– Servizio a cura di Tomas Nomade – Mentre a Foiano della Chiana è in pieno svolgimento la 479esima edizione del Carnevale più antico d’Italia, la nostra redazione prosegue con…

– Servizio a cura di Tomas Nomade –


Mentre a Foiano della Chiana è in pieno svolgimento la 479esima edizione del Carnevale più antico d’Italia, la nostra redazione prosegue con le interviste ai presidenti dei quattro cantieri foianesi che ogni anno danno vita a vere e proprie opere in cartapesta, ognuna delle quali si presenta con uno specifico messaggio. Il cantiere degli Azzurri quest’anno hanno portato in piazza “Fuori dall’incubo”, un carro che racconta come i social network abbiano cambiato radicalmente il nostro modo di vivere. Una comodità sì, recita il carro, ma attenzione a non isolarsi e divenire “burattini” di questo fenomeno perdendo in personalità. Il cantiere di Bombolo realizza “Leoni e pecore” ripercorrendo la storia dell’ultimo viaggio dell’esercito del “Leone Nero” che si ritrovò con l’esercito di leoni trasformati in pecore. I Nottambuli presentano “Vinti dalla Fortuna”, volendo puntare i riflettori sul gioco vissuto oggi come una necessità e non come un divertimento fine a se stesso, un male sociale che non sta trovando soluzioni. Il cantiere dei Rustici arriva con “Non sarà l’ultimo ballo, questo apoca-twist”. I Cavalieri dell’Apocalisse sono in viaggio verso la terra, convinti che sia la fine del mondo che visto dall’alto sembra allo sfacelo.

Non sono tante le informazioni che conosciamo a proposito dell’origine e delle vicende storiche vissute nell’arco dei decenni dai quattro cantieri appartenenti all’epoca più moderna di un Carnevale tanto celebre quanto antico come quello di Foiano della Chiana. I protagonisti della goliardica competizione sono ovviamente i carri allegorici costruiti appunto dai cantieri dei quali abbiamo intervistato gli attuali presidenti, proprio per ottenere ulteriori informazioni su questo e su tanti altri temi.  Dopo l’intervista al presidente del Cantiere dei Rustici, oggi incontriamo il presidente del Cantiere Nottambuli Paolo Vespi che ha risposto così alle nostre domande:

Quali sono le informazioni che sappiamo sulle vicende di fondazione del cantiere? E perchè si decise di assegnargli proprio questo nome, questi colori e questo simbolo?

“Dopo la costruzione di piccoli carri, con il nome di ‘Cuccioli’ e ‘Vitelloni’, nasce nel 1961 il Cantiere dei Nottambuli. Per i Nottambuli il cantiere è gioco di squadra, passione, amore, immaginazione, entusiasmo, fantasia, colore, allegria, scherzo, burla, sberleffo, gioie, lacrime e arrabbiature e per finire fatica e lavoro! Ognuno, nel suo piccolo, forte o debole che sia, è fondamentale per la realizzazione del carro. I colori sociali sono il nero e il giallo e simboleggiano la notte e l’alba, accompagnati dall’emblema del pipistrello”.

In che modo, all’epoca, il cantiere riusciva a gestire il lavoro di realizzazione di un carro allegorico? Le modalità sono cambiate in tempi più moderni?

“All’epoca i lavori venivano gestiti in modo hobbistico con ritrovo nei ‘vecchi’ cantieri le sere dopo cena, fase in cui i cantieristi si trovavano decidendo sera per sera cosa costruire senza un progetto ben definito, poi prima negli anni ottanta e ancor di più ad inizio anni novanta si cominciò ad avere un progetto già a settembre prima dell’inizio della costruzione e ancor di più oggi il progetto viene studiato nei minimi particolari già in estate e quando si parte con i lavori ognuno sa cosa deve fare per portare a compimento l’opera scelta dal cantiere”.

In passato, quali tematiche e quali personaggi venivano rappresentati con più frequenza da questo cantiere nelle proprie opere d’arte fatte di cartapesta? Tutto ciò, che tipo di evoluzione ha subito nel corso dei decenni?

“Il Cantiere dei Nottambuli ha avuto come importante tradizione la rappresentazione di carri sul tema ‘Chianino’ negli anni ottanta per poi spostarsi su satira politica negli anni novanta, fino ad essere i primi all’inizio degli anni duemila a far crescere a livello artistico il Carnevale di Foiano realizzando delle vere e proprie opere d’arte alle quali gli altri cantieri non sono mai riusciti ad avvicinarsi”.

Quando è stato il momento di maggiori difficoltà nel competere ad alti livelli che il cantiere ha vissuto nell’arco della sua storia? Quando invece ha raggiunto il momento migliore ed ha ottenuto i suoi più grandi successi?

 “Il periodo più difficile per i Nottambuli è stato a fine anni ottanta quando fu vietata per regolamento la realizzazione dei carri sul tema ‘Chianino’ altrimenti gli altri cantieri non riuscivano a competere e questo portò ad un periodo in cui il cantiere si rinnovò fino poi negli anni novanta a realizzare carri allegorici sulla satira politica e sociale che portarono a grandi soddisfazioni con vittorie nel 1993, 1997 e 2001. Negli anni 2003, 2004 e 2005 il cantiere arrivò a vincere per tre anni consecutivi fino a realizzare il record dei punti in una sola manifestazione, ovvero 25 nel 2010. Per finire, lo scorso anno i Nottambuli sono tornati alla vittoria con una rappresentazione goliardica delle problematiche sociali di tutti i giorni e sicuramente è stato l’inizio di un nuovo importante ciclo”.

2 commenti su Carnevale di Foiano 2018 – Intervista a Paolo Vespi, presidente del Cantiere Nottambuli

Carnevale di Foiano 2018 – Intervista a Giorgio Gervasi, presidente del Cantiere Rustici

– Servizio a cura di Tomas Nomade – Come ogni anno i quattro cantieri di Foiano hanno dato vita a vere e proprie opere in cartapesta, ognuna delle quali si…

– Servizio a cura di Tomas Nomade –


Come ogni anno i quattro cantieri di Foiano hanno dato vita a vere e proprie opere in cartapesta, ognuna delle quali si presenta con uno specifico messaggio. Si parte con il cantiere degli Azzurri che quest’anno porta in scena “Fuori dall’incubo”, un carro che racconta come i social network abbiano cambiato radicalmente il nostro modo di vivere. Una comodità sì, recita il carro, ma attenzione a non isolarsi e divenire “burattini” di questo fenomeno perdendo in personalità. Il cantiere di Bombolo realizza “Leoni e pecore” ripercorrendo la storia dell’ultimo viaggio dell’esercito del “Leone Nero” che si ritrovò con l’esercito di leoni trasformati in pecore. La brama e la cupidigia sono al centro del racconto come una sorta di allegoria del periodo storico che viviamo tra indifferenza e inadeguatezza della politica. I Nottambuli presentano “Vinti dalla Fortuna”, volendo puntare i riflettori sul gioco vissuto oggi come una necessità e non come un divertimento fine a se stesso, un male sociale che non sta trovando soluzioni. Il cantiere dei Rustici arriva con “Non sarà l’ultimo ballo, questo apoca-twist”. I Cavalieri dell’Apocalisse sono in viaggio verso la terra, convinti che sia la fine del mondo che visto dall’alto sembra allo sfacelo. L’intervento dell’Aldilà riuscirà a salvare la Terra da questa invasione?

Non sono tante le informazioni che conosciamo a proposito dell’origine e delle vicende storiche vissute nell’arco dei decenni dai quattro cantieri appartenenti all’epoca più moderna di un Carnevale tanto celebre quanto antico come quello di Foiano della Chiana. I protagonisti della goliardica competizione sono ovviamente i carri allegorici costruiti appunto dai cantieri dei quali abbiamo intervistato gli attuali presidenti, proprio per ottenere ulteriori informazioni su questo e su tanti altri temi. Si comincia con il presidente del Cantiere Rustici Giorgio Gervasi che ha risposto così alle nostre domande:

Quali sono le informazioni che sappiamo sulle vicende di fondazione del cantiere? E perchè si decise di assegnargli proprio questo nome, questi colori e questo simbolo?

 “Il Carnevale di Foiano ha più di 400 anni ma la costruzione dei carri mascherati risale al 1934. Il Cantiere Rustici, da me rappresentato, ha come colori il bianco e il celeste e come simbolo un elefante, dovuto al fatto che una delle prime costruzioni rappresentava un elefante. Il nome Rustici sembra che sia stato attribuito dagli altri cantieri perchè vedevano il nostro cantiere popolato da persone poco propense al dialogo. A Foiano i cantieri non rappresentano una zona ma sono scelti per simpatia. Inizialmente la scelta invece era dovuta alla questione sociale, il Cantiere Rustici rappresentava il ceto medio”.

In che modo, all’epoca, il cantiere riusciva a gestire il lavoro di realizzazione di un carro allegorico? Le modalità sono cambiate in tempi più moderni?

“Inizialmente i carri venivano costruiti in dei garage dato le piccole dimensioni, oggi ci sono i capannoni comunali perchè un carro chiuso raggiunge le dimensioni di 16,50 metri di lunghezza, 4,80 di larghezza e 11 di altezza. Queste misure aumentano notevolmente a carro aperto”.

In passato, quali tematiche e quali personaggi venivano rappresentati con più frequenza da questo cantiere nelle proprie opere d’arte fatte di cartapesta? Tutto ciò, che tipo di evoluzione ha subito nel corso dei decenni?

“Inizialmente, negli anni ’30 venivano rappresentate le canzoni di moda dell’epoca, negli anni ’60 soprattutto vita contadina, oggi i temi riguardano più la società anche se in modo allegorico”.

Quando è stato il momento di maggiori difficoltà nel competere ad alti livelli che il cantiere ha vissuto nell’arco della sua storia? Quando invece ha raggiunto il momento migliore ed ha ottenuto i suoi più grandi successi?

“Per quanto ci riguarda quasi mai anche perchè noi da soli abbiamo vinto quasi come gli altri tre messi insieme. I problemi ci sono stati per tutti quando ci fu una sospensione del Carnevale, non come manifestazione ma come costruzione dei carri da parte dei cantieristi. In quel periodo che va dal 1969 al 1985 i carri venivano costruiti da privati. Vorrei infine ricordare che nel nostro palmares troviamo anche il primo posto assoluto come vittorie della mascherata e che per ben due volte abbiamo vinto per tre anni consecutivi”.

 

1 commento su Carnevale di Foiano 2018 – Intervista a Giorgio Gervasi, presidente del Cantiere Rustici

‘100% Circo’, un circo dove si impara a volersi bene

Nell’immaginario collettivo il circo è un tendone enorme a righe bianche e rosse, in cui si esibiscono animali ammaestrati, acrobati spericolati e immancabili clown. Ma dalla seconda metà del 1900,…

Nell’immaginario collettivo il circo è un tendone enorme a righe bianche e rosse, in cui si esibiscono animali ammaestrati, acrobati spericolati e immancabili clown. Ma dalla seconda metà del 1900, attraverso lo sviluppo del Noveau Cirque francese, il circo ha avuto una vera e propria “svolta contemporanea” e che ha significato l’avvicinamento a molte discipline come il teatro, la danza, la musica.

Le innovazioni che questa nuova realtà ha introdotto sono la rinuncia agli animali, il ruolo fondamentale della musica, l’utilizzo di tecniche attoriali e coreografiche da parte dell’artista, che segue e sviluppa in ogni esibizione un tema di fondo.

Simona è la fondatrice della scuola aretina di arti circensi ‘100% Circo’, fondata nel 2015 dopo una lunga gestazione iniziata 7 anni prima e che oggi conta 120 allievi. Si è formata in Trentino, alla Biennale di circo e tutt’ora prosegue i suoi studi inseguendo un grande sogno: far conoscere il circo contemporaneo. Incuriosito da questo mondo affascinante, ho voluto saperne di più.

Se dico “circo” la gente a cosa pensa?

Ci sono dei luoghi comuni molto radicati nell’immaginario collettivo. Rispecchiano certamente ciò che è stata la storia di quest’arte così meravigliosa, ma tutto va avanti e si evolve: il mondo cambia e con esso tutto ciò che ne fa parte, compreso il circo. La gente pensa soprattutto a tendoni altissimi, grandi arene con animali ammaestrati, giocolieri, pagliacci, acrobati e l’inconfondibile motivetto “ta ta tara tara ta ta tara“. Ancora oggi se si parla con molte persone si sente dire “mio figlio non farà mai il circo come quelli che vivono in mezzo a una strada”. È un preconcetto carico di ignoranza. Il circo, come altre arti, è anche stare in mezzo alla gente, coinvolgere passanti, esibirsi per le vie della città. Come si può dire che dedizione, passione e divertimento siano cose da evitare? È assurdo.

 Invece, qual è la vostra idea di circo?

L’idea che ricerchiamo è quella di un circo innovativo sulla scia del circo contemporaneo francese. Lo intendiamo sia come arte che come sport, sia come applicazione mentale che fisica, sia come modo di vivere la quotidianità che come momento di evasione. 100% Circo ha il compito di far conoscere l’arte circense e quello ancora più importante di far esprimere e far star bene ragazzi e ragazze, grandi e piccini. Lavoriamo molto sulle dinamiche di gruppo, sul rapportarsi con gli altri, sul confidarsi e parlare. Crediamo che il circo sia un ottimo mezzo per rendere felici le persone.

Quali sono le discipline che insegnate?

Giocoleria, equilibrismo, acrobatica a terra e in aria. “Tutti all’inizio fanno tutto” perché vogliamo far sviluppare ogni abilità del corpo umano. Si parte dall’acrobatica a terra, perché è necessario trovare confidenza con gli stati di equilibrio fra i corpi, imparare a conoscersi come strutture complesse e piene di possibilità espressive. Una volta capita questa fondamentale premessa si inizia con tutti gli attrezzi di giocoleria. Una preparazione generale solida serve per destreggiarsi al meglio nell’equilibrismo su corde sospese, sfere, palloni, trampoli, monocicli. Solo dopo aver imparato ognuna di queste cose si inizia l’acrobatica aerea sul famoso trapezio e sul cerchio. Quello che può sembrare un “giochino” comincia ad affascinarti quando ti rendi conto della sua complessità. È quasi una legge della natura: la difficoltà spinge a mettersi in gioco, a migliorare, a combattere con sé stessi per crescere, per capire.

Quello che fate è solo un gioco?

Gli equilibri e le lezioni che si imparano nel circo poi si ripropongono nella vita di tutti i gironi. Il circo fa provare gioia, come la prova un bambino che si innamora di un giocattolo e, come detto prima, ti mette in strettissimo contatto con altre persone. Mi sento di dire che il circo sia terapeutico, perché è pura felicità. Attenzione però, qui non manca affatto disciplina, dedizione, serietà e applicazione. È vero che si tratta di “giochi”, ma sono situazioni che richiedono concentrazione per non rendere il “gioco” pericoloso. In questo frangente una scuola di circo deve essere dotata di ogni sistema di sicurezza in modo da scacciare più velocemente possibile le paure. Gli studenti si prendono cura di sé e dei compagni agendo come veri e propri “dispositivi di sicurezza”. L’autostima aumenta progredendo con l’apprendimento. La fiducia in sé stessi cresce ad ogni ostacolo superato. Bisognerebbe che la gente iniziasse ad associare l’idea del circo ad un’attività fortemente pedagogica e allo stesso tempo ludica. E noi siamo qui per dimostrarlo.

So che avete progetti didattici all’interno delle scuole. Come si combina la scuola sui banchi con quella sui trampoli?

Sì, lavoriamo con le scuole medie e superiori cercando chiavi di accesso che si adattino ad ogni ragazzo, ad ogni personalità. Il metodo didattico si lega a quello di materie come educazione fisica, ovviamente, ma anche letteratura, teatro e psicologia. L’integrazione, la collaborazione, lo scambio di emozioni fanno parte del progetto formativo. È molto importante mettere in contatto i ragazzi cercando di frantumare le barriere che spesso si creano fra di loro. Una delle nostre regole è che ogni lezione inizia mettendosi in cerchio per conoscerci e scambiarci idee e termina con un altro cerchio in cui ognuno lascia un feedback e si mette in relazione con il gruppo. I ragazzi hanno libera scelta sul percorso. Scelgono attrezzi e ruoli in totale libertà, perché vogliamo liberare la loro espressività in autonomia e in modo più possibile soggettivo, stimolando un approccio di tipo sperimentale. Una delle differenze fondamentali tra il circo del passato e quello contemporaneo sta proprio nell’avere introdotto finalità pedagogiche ad ampio raggio.

Letteratura, teatro, psicologia…?

Esatto. Il circo è un’arte che si intreccia ad altre discipline come la danza e la musica (oltre a quelle che ti ho già detto). È una grande valigia da viaggio dove poter mettere un sacco di esperienze e insegnamenti. Altro tabù da sfatare è che non si tratta soltanto di arte, ma anche di sport, dal momento in cui ci deve essere una preparazione fisica importante: per fare acrobazie servono forza e coordinazione. Gli studenti della nostra scuola si esibiscono a teatro in saggi e spettacoli e questo sta a significare la forte compenetrazione tra le discipline.

Gli artisti di teatro o i musicisti, per esempio, hanno il compito di comunicare con il pubblico. L’artista circense?

Il nostro artista mette nella sua performance tantissimo del suo vissuto. Esprime un viaggio che è una profonda ricerca interiore. Che poi il messaggio arrivi o meno allo spettatore a noi interessa relativamente: sappiamo che è molto difficile. Ciò che più vogliamo è che il ragazzo si sia conosciuto o ri-conosciuto durante il percorso circense. Lo spettacolo conclusivo (il saggio) rappresenta la ricerca che ogni artista fa di sé. Se pensiamo ai giullari che si esibivano instrada per il popolo, a modo loro esprimevano una situazione reale di disagio. Dobbiamo immaginare l’artista che porta al centro della scena le sue emozioni oltre alle sue capacità acrobatiche, con una regia e una sceneggiatura che supportano e definiscono la traccia dello spettacolo.

I vostri studenti come arrivano a conoscere la scuola di circo?

Soprattutto attraverso i progetti che facciamo nelle scuole: i ragazzi e i bambini osservano, provano, rimangono incuriositi e affascinati. Oppure vedono la mia macchina piena di attrezzi colorati, ormai diventata una specie di simbolo di 100% Circo, che ha come un “effetto miele”. Molti sono colpiti dalle esibizioni di aerea dove le ragazze volteggiano per aria. Rispetto a sport come calcio o nuoto, che coinvolgono un’infinità di bambini, ragazzi e adulti, il circo non ha lo stesso bacino di iscritti. Purtroppo è ancora un traguardo lontano. Bisogna continuamente dimostrare che quello che facciamo è una cosa bella. Il circo potrebbe anche essere fatto come attività congiunta ad altri sport, perché aumenta le capacità motorie e percettive a livello esponenziale: nei giocolieri e negli equilibristi lavorano entrambi gli emisferi del cervello.

A chi consiglieresti di iscriversi alla scuola di circo?

Lo consiglierei a chiunque, grandi e piccini, maschi e femmine. Fa bene al corpo e alla mente. Nella mia esperienza personale posso assicurarvi che il circo mi ha cambiata: mi ha aiutato a credere in me stessa, a non aver paura, a non mollare di fronte alle difficoltà. L’ambiente stesso è salutare, perché il corpo lavora a 360° si provano e si condividono tantissime emozioni. S’impara a volersi bene e a prendersi cura di noi. Purtroppo le persone non giocano più e questo non va affatto bene. Perciò, venite a giocare con noi!

Nessun commento su ‘100% Circo’, un circo dove si impara a volersi bene

Un’estate di crescita per il gruppo di danza “Ecole de Ballet”

“Ecole de Ballet” è la scuola di danza di Sinalunga, guidata da Maria Stella Poggioni, che coinvolge bambini e ragazzi nel conseguimento di una maggiore scoperta di una disciplina artistica…

“Ecole de Ballet” è la scuola di danza di Sinalunga, guidata da Maria Stella Poggioni, che coinvolge bambini e ragazzi nel conseguimento di una maggiore scoperta di una disciplina artistica come la danza.

Abbiamo incontrato le componenti del gruppo durante la prima serata della 78° edizione del Bruscello Poliziano, dove loro stesse rappresentano una novità. Ne abbiamo approfittato per intervistarle sulle attività che le hanno viste protagoniste durante l’estate a Montepulciano e dintorni.

Ecco la video intervista, con riprese e montaggio a cura di Guido Domenichelli:

Nessun commento su Un’estate di crescita per il gruppo di danza “Ecole de Ballet”

La socialità dei pici: da Abbadia a Chiusi

I pici non sono soltanto un piatto tipico del territorio della Valdichiana: sono anche un importante veicolo di socialità e di condivisione. Prendendo spunto dalla proposta di candidatura a patrimonio…

I pici non sono soltanto un piatto tipico del territorio della Valdichiana: sono anche un importante veicolo di socialità e di condivisione. Prendendo spunto dalla proposta di candidatura a patrimonio immateriale UNESCO, a cui ho avuto l’onore di partecipare, sono andato ad approfondire questo tema attraverso le interviste svolte in due feste popolari che si sono tenute lo scorso weekend in Valdichiana: i Giardini in Festa di Abbadia di Montepulciano e Tria Turris di Chiusi.

Al centro dell’interesse, infatti, non c’è la tipologia di pasta, bensì la pratica sociale che avviene per la sua creazione: l’atto di “appiciare”, una pratica condivisa attraverso la quale i pici vengono realizzati a mano da un gruppo di persone. Si tratta di una pratica semplice, che non richiede particolari competenze: per questo motivo può essere svolta da tutte le persone che fanno parte della comunità e diventare un veicolo di incontro e scambio, anche culturale.

I pici si fanno a mano, ma la loro creazione non è circoscritta ai maestri che tramandano il sapere o agli specialisti, come potrebbe accadere nel caso di altri prodotti tipici; dal momento che stiamo parlando di un piatto povero proveniente dalla tradizione contadina, può essere facilmente preparato da tutti, senza distinzione di sesso, età o classe sociale. L’atto dell’appiciare non è faticoso, e le persone che si ritrovano insieme possono parlare, confrontarsi e scambiarsi racconti.

Questo è particolarmente interessante nei casi delle feste popolari, in cui vengono preparate grandi quantità di pici da volontari e amatori per gli stand gastronomici: in questi casi la comunità viene chiamata a raccolta attorno alla pratica dell’appiciatura, e le varie generazioni si incontrano assieme ai pendolari o alle persone originarie del paese che tornano appositamente per la festa.

Il caso dei “Giardini in Festa” di Abbadia di Montepulciano, a questo proposito, è emblematico. Organizzata dall’associazione “Terzo Millennio”, la festa è piuttosto recente, ma dimostra un fortissimo grado di coesione degli abitanti. Nei giorni precedenti alla manifestazione, i volontari si ritrovano ad appiciare tutti assieme, con la presenza contemporanea di tre o più generazioni che, oltre a tramandare la pratica dell’appiciare, condividono i valori della socialità e contribuiscono a fortificare l’identità di Abbadia di Montepulciano.

Durante la ricerca ho avuto modo di intervistare tre esponenti di questo “arco generazionale” che attraversa la festa di Abbadia: Concetta Nannotti, Giulietta Martini e Giovanni Bombagli. Concetta è del 1939, fa quindi parte della generazione più anziana dei volontari della festa:

“Ho imparato a fare i pici da mia mamma, il sabato sera appiciavamo per il pranzo della domenica. Prima fare la pasta in casa era una necessità, perché c’erano pochi soldi per comprarla. Adesso è una tradizione. Mio nipote viene ancora oggi a mangiare i pici alla domenica, appositamente Monte San Savino.”

Giulietta fa invece parte della generazione di mezzo, ed è una delle responsabili della cucina. Coordina il gruppo di circa 40 persone che appicia nei giorni precedenti alla manifestazione.

“Abbiamo provato a fare i pici il primo anno della festa, e sono piaciuti. Abbiamo iniziato a spargere la voce e abbiamo ricevuto l’interesse di tante persone, tra chi sapeva già appiciare e chi aveva voglia di provare. Ragazzi di 15 o 16 anni, ma anche di 30 anni, che non avevano mai fatto i pici, adesso hanno imparato. Quindi è anche un modo per portare avanti una tradizione che era dei nostri nonni e si stava un po’ perdendo.”

La presenza delle nuove generazioni è dimostrata da Giovanni, nato nel 2005, tra i più giovani appiciatori. All’inizio è stato portato alla festa dalla nonna e dalla zia, che già aiutavano, ma adesso è già al terzo anno. La socialità è talmente diffusa che i ragazzi chiamano ad appiciare altri amici o coetanei, non soltanto dal paese di Abbadia, ma anche dai paesi limitrofi

“Mi trovo bene insieme agli altri, riesco anche a instaurare buoni rapporti. Facciamo i pici due volti a settimana, io principalmente aiuto a stenderli, ma se c’è bisogno posso appiciare. Di solito mi metto vicino a qualcuno che appicia, si chiacchiera, stiamo in compagnia.”

I pici dei “Giardini in Festa”

La situazione è diversa, ma ugualmente interessante, se andiamo a considerare il “Tria Turris” di Chiusi. La festa popolare anima il centro storico della cittadina etrusca durante i festeggiamenti in onore di Santa Mustiola, offrendo intrattenimenti di atmosfera medievale e riprendendo l’antica suddivisione in terzieri. Anche in questo caso, l’offerta gastronomica per i visitatori è fortemente incentrata sui pici, che vengono preparati con diverse tipologie di sughi.

In questo caso i volontari che appiciano non si ritrovano tutti assieme, ma suddivisi per terzieri: si tratta quindi di un numero più ristretto di persone, ma in cui possiamo ritrovare le stesse dinamiche di socialità e la stessa attenzione all’importanza di servire la pasta fatta a mano ai visitatori e agli stessi contradaioli.

Per il Terziere Sant’Angelo ho intervistato Ceccattoni Meris e Canestri Nelia, che mi hanno raccontato le modalità di gestione della cucina. Le fasi di appiciatura sono gestite principalmente dalle donne del terziere, che fanno la pasta anche a casa per le necessità domestiche, portando avanti la tradizione imparata dalle rispettive madri.

“A casa faccio tutto – racconta Nelia – ho imparato da mia mamma, poi ho lavorato nei ristoranti e negli alberghi, a Chianciano… si faceva tutta la pasta a mano. Tuttora faccio i pici in famiglia, quando posso. Mia figlia è come me, fa la parrucchiera, ma ha imparato ad appiciare, a fare la pasta a mano.”

Situazione simile al Terziere San Silvestro, dove ho conosciuto Silvia Dolciami, Benita Ceccarini, Valeria Rossini e Valeria Fé. Il gruppo delle cuoche di contrada è composta da sei persone fisse più altri aiutanti; tra di loro c’è anche chi ha imparato ad appiciare a Celle sul Rigo, borgo rinomato proprio per la famosa Sagra dei Pici.

“Per fare i pici prima dobbiamo preparare l’impasto, che deve riposare mezz’ora – spiega Benita – Poi arrivano le altre donne, abbiamo le nostre spianatoie e cominciamo ad appiciare. Li mettiamo nelle teglie, con matasse infarinate di circa 5 chili l’una. Abbiamo imparato dalle nostre mamme, dalle nonne, è una tradizione che si tramanda.”

Infine il Terziere Santa Maria, dove ho incontrato Nadia Pieroni e Carla Barni: anche nel loro caso l’impegno dei volontari della cucina è quello di garantire dei pici fatti a mano a 100%, grazie al lavoro delle donne della contrada.

“Sono originaria di Chiusi ma vivo a Firenze, però torno sempre a dare una mano. – racconta Nadia – Mi piace partecipare, dare una mano. Li facciamo anche a Firenze, ora sta arrivando anche in città la tradizione, per certi versi.”

I pici dimostrano quindi un valore che oltrepassa quello gastronomico, grazie alle fondamentali fasi di appiciatura che diventano delle vere e proprie occasioni sociali in cui rafforzare l’identità dei piccoli borghi della Valdichiana e cementare il rapporto tra le generazioni.

I pici del “Tria Turris”

Nessun commento su La socialità dei pici: da Abbadia a Chiusi

Con ‘Incontriamoci’ l’integrazione passa per il teatro

Immigrazione, accoglienza e integrazione, tutte parole che hanno assunto ormai un significato concreto nelle nostre vite. Parole che esprimono condizioni e situazioni non più confinate o confinabili nelle cronache dei…

Immigrazione, accoglienza e integrazione, tutte parole che hanno assunto ormai un significato concreto nelle nostre vite. Parole che esprimono condizioni e situazioni non più confinate o confinabili nelle cronache dei notiziari, ma presenti anche nelle nostre realtà. La scuola rappresenta uno dei luoghi eletti all’incontro con l’altro, altro che non solo si concretizza nel proprio compagno di banco, ma oggi, anche, nell’altro proveniente da una cultura diversa dalla nostra. Un’esperienza vissuta intensamente dai ragazzi della scuola secondaria di primo grado di Cetona, grazie al proficuo rapporto con la onlus Incontriamoci.

Dell’associazione ce ne parla un suo membro, Clori Bombagli.

Quando è nata la onlus e in cosa si concretizza il suo impegno?

Della possibilità di dar vita a questa associazione se ne era incominciato a parlare, non in via ufficiale, nello scorso mese di luglio, e la costituzione ufficiale si è avuta solo nell’aprile di quest’anno. Una delle promotrici di questa iniziativa è stata Donata Origo dei marchesi Origo, che si sarebbe occupata della formazione agricola, mentre a me è stato dato il compito di sensibilizzare i ragazzi delle scuole al tema dell’accoglienza, con la speranza e l’auspicio che il messaggio educativo arrivi anche alle famiglie e alla società tutta. Dunque attraverso un lavoro sinergico con la misericordia di Chiusi, loro si sono occupati di gestire l’accoglienza, mentre la nostra associazione si è mossa sul versante dell’integrazione.

Quanto è importante sensibilizzare le persone all’accoglienza nei confronti dei migranti?

È un aspetto fondamentale. Dobbiamo capire come questi flussi migratori rientrino ormai nell’ordinario e non nello straordinario. Promuovere l’integrazione e sensibilizzare all’accoglienza sono due passi importanti per evitare che queste persone, che sfuggono dal terrorismo, povertà e guerra, non diventino un corpo estraneo all’interno della società, affinché non si creino quelle sacche di esclusione e disagio sociale.

Come è iniziata la collaborazione con la scuola media di Cetona e a che cosa ha portato?

Il corpo docente si è dimostrato fin da subito disponibile e sensibile ad un tema così delicato come quello dell’accoglienza. Una sensibilità che si è tradotta subito nel mettere in moto un serie di attività volte proprio a far interagire tra di loro gli alunni e questi ragazzi. Sono nati così diversi laboratori, che hanno toccato trasversalmente numerosi ambiti disciplinari: inglese, francese, tecnologia, musica e teatro. Il percorso teatrale si è rilevato il più faticoso, ma alla fine estremamente proficuo per i ragazzi, visto che li ha impegnati fin da febbraio. Il tema affrontato, grazie al supporto delle insegnati di lettere e all’esperto teatrale, è stato quello del passaggio, inteso sia come transito tra le diversa fasi della vita, ma anche come abbandono del proprio paese di origine per approdare ad uno nuovo.

Qual’è stato il risultato più importante ottenuto da questa esperienza?

Sicuramente il fatto di dare un nome e un’identità a queste persone, dal momento che molto spesso si aggirano come corpi estranei tra i nostri paesi, soprattutto a causa delle terribili sofferenze che hanno dovuto subire e sopportare nel loro viaggio, del quale raramente ne parlano. Ci sono stati inoltri risvolti positivi anche su un piano più strettamente pratico, poiché l’esperienza teatrale, così come le altre attività svolte, hanno permesso a questi ragazzi di familiarizzare con la lingua e la cultura italiana.

L’attività teatrale non ha rappresentato un’esperienza monodirezionale, ma si è fin da subito rivelata una percorso duplice, nel quale tutte le parti coinvolte hanno avuto modo di intraprendere un cammino di arricchimento. Di queste ce ne hanno parlato le insegnati di lettere, Wanda Lodi e Luisa Baglioni, e l’esperto di teatro Gabriele Valentini.

Dal punto di vista didattico, come si è sviluppato il laboratorio teatrale?

Abbiamo chiesto ai ragazzi di elaborare, in forma anonima, attraverso un percorso di scrittura creativa, le proprie emozioni e sentimenti sul tema del passaggio e dell’incontro con l’altro – spiegano le due insegnati – in questo modo, grazie all’anonimato, i nostri alunni hanno potuto mettere sul tavolo le riflessioni, alle quali erano giunti, con assoluta libertà. Da qui, grazie all’aiuto dell’esperto, abbiamo costruito il testo teatrale, interamente frutto del lavoro dei ragazzi.

Che cosa ha voluto dire l’incontro con questi ragazzi, anagraficamente molto più grandi, e in possesso di un bagaglio di esperienze estremamente complesse e dolorose?

Quello che abbiamo notato è stata l’assoluta naturalezza con la quale è nato questo dialogo. Naturalmente tutto questo ha comportato un cambiamento radicale, da parte degli alunni, nell’approccio e nella percezione del tema dell’altro. Sono passati dunque da un “io credevo”, risultato di una visione molto spesso influenzata dai pregiudizi della società, per passare ad un “io credo”, scevro di tutte queste contaminazioni.

Attraverso il linguaggio del teatro si è potuta sviluppare questa sinergia tra mondi culturali estremamente diversi, uno scambio che però ha dovuto superare un primo grande ostacolo comunicativo, la lingua italiana.

“Una barriera superata in prima istanza attraverso il ricorso alla capacità comunicativa del corpo”. Ci spiega Gabriele Valentini, il regista che ha seguito e curato l’intera attività. “Una volta creato un primo canale di dialogo, ci siamo poi concentrati sulla capacità espressiva dei ragazzi, senza avere nessun testo sul quale lavorare, ma facendo sì che l’amalgama tra questi due gruppi avvenisse nel modo più libero possibile. Una libertà che si è anche concretizzata – conclude Valentini – nel non volere raccontare determinate esperienze ed emozioni”.

Nessun commento su Con ‘Incontriamoci’ l’integrazione passa per il teatro

La Sagra dei Pici di Celle sul Rigo: i racconti dei protagonisti

Da quasi cinquant’anni la comunità di Celle sul Rigo si riunisce attorno a un elemento fortemente identitario. La Sagra dei Pici, dedicata interamente a un alimento di eccellenza del territorio, è…

Da quasi cinquant’anni la comunità di Celle sul Rigo si riunisce attorno a un elemento fortemente identitario. La Sagra dei Pici, dedicata interamente a un alimento di eccellenza del territorio, è diventata una tradizione molto sentita tra la popolazione del piccolo borgo, grazie a una crescita costante e un’atmosfera di serenità che si respira nell’ultima settimana di maggio.

I pici, tutti rigorosamente fatti a mano dai cellesi nei giorni precedenti alla manifestazione, sono un elemento di fondamentale importanza per Celle sul Rigo. Anche se la Sagra dei Pici è ufficialmente organizzata dalla Società Filarmonica locale per finanziare le attività musicali, in realtà coinvolge l’intera popolazione ed è capace di richiamare centinaia di ospiti dai dintorni. I pici di Celle sul Rigo sono diventati particolarmente famosi e apprezzati, tanto che nel corso della 48° edizione è stata annunciata la candidatura della pratica dell’appiciare a patrimonio immateriale dell’UNESCO.

Per ripercorrere la storia della Sagra dei Pici ho avuto il piacere di intervistare numerosi cellesi, utilizzando le loro esperienze dirette per ricostruire le vicende di questa tradizione. Dai più anziani ai più giovani, tutti hanno storie da raccontare su questo importante momento di aggregazione che dura da cinquant’anni.

Memorie storiche della Sagra dei Pici

La signora Roberta Rocchi è attualmente la responsabile della cucina della Sagra dei Pici: cellese da sempre, si ricorda le primissime edizioni della festa. Fin da bambina era addetta alla distribuzione dei pici, e ha sempre appiciato assieme agli altri bambini: lo ricorda come un importante momento di aggregazione, per stare in compagnia e parlare del loro paese.

“Siamo un paese piccolo, ma nei periodi della sagra tutto il paese partecipa e viene a lavorare, perché vuole bene a Celle. Quando vediamo tutte queste persone che arrivano per la festa, è un grosso piacere. Vengono per mangiare i pici, ma anche perché si sta bene con i cellesi, siamo persone accoglienti.”

Il legame tra celle e i pici è sempre esistito. Roberta appicia anche a casa, non soltanto nei giorni della festa; ha imparato anche a fare i pici senza glutine, per venire incontro alle intolleranze del figlio. Insomma, i pici non possono mai mancare nella sua cucina.

Nara Meloni ha 63 anni e ricorda bene le prime edizioni della festa. A quei tempi i pici non erano ancora famosi: gli organizzatori riuscivano a servire soltanto una cinquantina di porzioni e dovevano andare in giro per il paese a proporli alle persone.

“Ci trovavamo tutti assieme in piazza, ognuno portava il suo tegamino, ognuno con le sue cose. Io avevo 14 anni e già aiutavo, sono sempre stata addetta alla cottura dei pici. Non c’erano ancora i fornelloni, usavamo i paioli, si metteva la brace, si facevano anche i sughi… ancora nessuno conosceva i pici, li portavamo lungo le vie, chi voleva li comprava in giro.”

Anche per Nara i pici sono il tipico piatto dell’ospitalità: quando ha festeggiato quarant’anni di matrimonio, ha invitato a casa gli amici e ha fatto i pici. Ogni volta che un cellese ha un ospite, quindi, i pici sono il tipico piatto da proporre.

La memoria storica della manifestazione è ben rappresentata anche da Giovanni Innocenti, che ha 80 anni ed è stato presidente della Società Filarmonica. Anche lui ricorda bene le primissime edizioni, quando ancora la sagra non era conosciuta e non veniva nessuno da fuori. Poi l’evento ha cominciato a ingranare, e sempre più persone hanno conosciuto i pici.

“Fu una scelta lungimirante quella di puntare sui pici; anche i ristoranti usufruivano di questa pubblicità, il sabato e la domenica erano sempre pieni. Tutti volevano mangiare i pici di Celle, rigorosamente fatti a mano.”

Giovanni divide la storia della manifestazione in tre fasi: quella iniziale, considerata come una fase di rodaggio, in cui tutto era organizzato in maniera più approssimativa, ma con grande impegno e voglia di stare insieme. Nella seconda fase l’organizzazione è migliorata, grazie all’acquisto da parte della Società Filarmonica dello stabile utilizzato per la cucina; hanno dovuto lavorare molto per sistemarlo, perché originariamente era utilizzato come fienile e dependance del palazzo del conte, ma dal 1985 ha consentito alla festa di svilupparsi ulteriormente. E poi la terza fase, a partire dalla fine degli anni ’90, con il passaggio all’interno weekend, l’acquisto di nuove attrezzature per la cucina e i tendoni della piazza, fino agli anni attuali.

Come racconta Giulio Bartolini, i primi anni la Sagra dei Pici si teneva soltanto la domenica; poi, grazie al crescente successo, ha aumentato la durata. I primi anni venivano serviti i pici e alcuni affettati, poi hanno aggiunto la carne alla brace. A quei tempi i banchetti venivano gestiti da tutto il paese: ognuno poteva occupare una parte della piazza e offrire le sue pietanze, tra lumache e porchette, dando un contributo alla Società Filarmonica. Sia commercianti che paesani mettevano un banchetto in piazza e lo gestivano in autonomia.

“I primi anni venivano coinvolte entrambe le macellerie del paese, un anno prendevamo la carne dalla macelleria del mì babbo, l’anno successivo dagli altri. Poi dal 1983 ho sempre gestito io la carne, il mì babbo ha smesso e mi ha lasciato la bottega. Adesso ci sono i figli che mi aiutano, sia alla festa che alla macelleria.”

Ospiti di Celle e graditi ritorni

La Sagra dei Pici non è soltanto il principale evento aggregativo dei cellesi, ma è anche capace di favorire l’integrazione di ospiti e immigrati, e di favorire il ritorno di chi ha deciso di spostarsi altrove.

Per esempio, Fatuma Alì non è cellese di origine, bensì di adozione. Nata in Somalia, abita in Danimarca da 40 anni e lavora come psichiatra. È venuta a Celle per la prima volta trent’anni fa, si è innamorata del posto e ha comprato casa sedici anni fa, proprio accanto alle cucine della sagra. Conosce la Sagra dei Pici da quel momento e viene sempre a Celle nel periodo della festa.

“Quello che mi impressiona ogni anno, è questo spirito collettivo. Tutta la gente di Celle partecipa, tutti sono presenti in maniera volontaria, questo non lo trovi in tanti posti. I giovani stanno cominciando a dare ricambio alle signore più anziane. Veniamo dalla Danimarca e questo per noi è un paradiso: la tranquillità, la gentilezza della gente… mi sento molto inclusa fin dal primo giorno, e aiutare durante la festa è un modo per ripagare l’accoglienza che riceviamo.”

Fatuma non è cellese di origine, ma aiuta durante la Sagra dei Pici: serve ai tavoli, a volte coinvolgendo anche gli amici danesi. Partecipare alla festa è anche un modo per sentirsi parte della comunità di Celle sul Rigo e non soltanto turisti, è un modo per entrare a far pienamente parte della comunità.

Un altro racconto degno di interesse è quello di Romolo Rocchi: 68 anni, cellese di origine, ma torinese di adozione. Ha ancora la madre a Celle e torna due o tre volte all’anno a trovarla, in particolare quando c’è la Sagra dei Pici. Abita dal 1971 a Torino, e da cellese ha vissuto soltanto i primissimi anni della festa, ma tutti gli anni torna per partecipare e aiutare. Si occupa di vendere le cartelle della tombola, e ovviamente non può farsi scappare i pici.

“Sui pici cosa devo dire? Piacciono a tutti, a noi e ai nostri figli che non sono nati qui. A volte li facciamo qui e li porto a Torino per mangiarli con tutta la famiglia. I primi anni appiciavamo tutti assieme, poi sono andato via e non ho potuto più partecipare alla preparazione della festa, ma quando riporto i pici a Torino, riporto un pezzo di Celle.”

Le nuove generazioni

Una manifestazione di questo tipo non potrebbe sopravvivere per così tanti anni senza ricambio generazionale. Per fortuna, a Celle sul Rigo ci sono tanti giovani che sembrano intenzionati a portare avanti l’organizzazione della festa e la tradizione dei pici.

Una di essi è Anastasia Fabbrini, 26 anni e cellese da sempre. Già da piccola partecipava alla festa, servendo i pici ai tavoli, anche perché i più grandi obbligavano i più piccoli ad aiutare. Adesso si occupa del banchetto dei dolci, perché ognuno all’interno della festa deve avere il suo ruolo, ma partecipa volentieri anche alle fasi di appiciatura prima dell’inizio della manifestazione.

“Sono diversi anni che appicio, anche quando eravamo piccole venivamo assieme ai genitori. Abbiamo imparato ad appiciare assieme a loro, grazie ai consigli delle donne più anziane, qui alla festa. Le donne più grandi appiciano durante la mattina e il pomeriggio, quelle più giovani la sera. Ci sono turni serali per chi lavora, è utile anche per ritagliarsi un po’ di spazio, per svagarsi insieme agli altri compaesani, è comunque uno spazio sociale per stare insieme.”

Anche Eleonora Pinzi è cellese da sempre: ha 34 anni, ha sposato un cellese ed è mamma da poco. Quand’è nata, c’era già la Sagra dei Pici, e il suo ricordo è che tutta Celle viva per la tradizione dei pici.

“Da sempre il rituale è lo stesso. Le donne si organizzano per la preparazione dei pici, usando prodotti di alta qualità, sia per la pasta che per i sughi. Tutti fanno il possibile e l’impossibile per partecipare ad aiutare. Io ho una bottega commerciale, ho staccato alle 18 per venire qui.”

Eleonora ha iniziato fin da piccola a servire i pici, poi è passata alla carne; adesso alla brace ci sono i genitori, i suoceri sono in cucina, e lei aiuta dove può. Quest’anno ha dato una mano al bar, perché deve anche occuparsi del bimbo, assieme al marito. I giorni precedenti alla sagra, come da tradizione, ha partecipato all’appiciatura. Lo faceva fin da bambina, seguendo una sorta di rituale che è rimasto simile:

“Io avevo meno di dieci anni, ci venivo con la mì nonna. Mi lavavo le mani e mi preparavo. Una signora mi metteva il grembiulino e la cuffietta. C’era la donna che spianava, quella che tagliava… e poi ti passavano a ruota questi piccoli pezzetti di pasta e tutti si appiciava. Dopo aver appiciato, si buttavano i pici dentro la farina, la donna addetta li prendeva e li sistemava nei vassoi.”

L’elemento più importante della festa, secondo Eleonora, è che anche chi non è nato a Celle capisce l’importanza di questa tradizione. Ci sono persone che si sono avvicinate alla Sagra dei Pici, che cercano di aiutare e di integrarsi. E poi ci sono cellesi che non abitano più nel paese da tanti anni, ma che tornano appositamente per la Sagra dei Pici. Da Firenze, Roma, Torino… conoscono il loro ruolo da una vita, e tornano sempre al paese per aiutare la manifestazione, non soltanto per mangiare i pici.

1 commento su La Sagra dei Pici di Celle sul Rigo: i racconti dei protagonisti

Dufatanemunda: proseguono le attività in Burundi

La cooperativa Dufatanemunda prosegue le attività di sviluppo economico e sociale in Burundi, grazie ai fondi raccolti in Valdichiana durante gli eventi degli ultimi anni. Abbiamo cominciato a raccontarvi la…

La cooperativa Dufatanemunda prosegue le attività di sviluppo economico e sociale in Burundi, grazie ai fondi raccolti in Valdichiana durante gli eventi degli ultimi anni. Abbiamo cominciato a raccontarvi la storia di Vugizo, un piccolo villaggio nel sud del Burundi, e di Athanase, originario del villaggio ma da molti anni residente a Montepulciano. Nel giugno 2015 si è tenuto il primo evento di raccolta fondi presso il centro visite “La Casetta” del Lago di Montepulciano, con il supporto degli Amici del Lago di Montepulciano e del circolo Legambiente Valdichiana. Abbiamo seguito attraverso i racconti di Athanase e le foto inviate dal Burundi le attività della cooperativa, verificando direttamente l’utilizzo delle risorse arrivate dalla Valdichiana.

Anche nel giugno 2016 si è tenuto un nuovo evento di raccolta fondi al Lago di Montepulciano, sempre preceduto da un convegno sul tema dell’agricoltura sostenibile e della biodiversità. Nel corso del secondo evento sono stati chiesti ai partecipanti i fondi per acquistare una stalla e avviare l’attività di allevamento, oltre al sostegno alle attività sociali promosse dalla cooperativa. Per l’occasione è stata anche fondata un’associazione in Valdichiana, chiamata ugualmente Dufatanemunda, che potesse essere il soggetto messo direttamente in relazione con la cooperativa del Burundi e fornire informazioni e aggiornamenti alle persone che hanno partecipato alla raccolta fondi.

Durante l’evento dello scorso giugno è stato possibile raccogliere circa 1200 euro da destinare ai progetti di sviluppo sociale ed economico a Vugizo; la cifra al momento, come ci racconta Athanase, non è sufficiente all’acquisto della stalla e del terreno per l’allevamento, ma è comunque stato possibile cominciare a risparmiare per il raggiungimento di tale obiettivo.

Campo di patate della cooperativa

Un’altra importante novità introdotta dalla cooperativa quest’anno è stata quella del microcredito: uno strumento di sviluppo economico particolarmente utile nei paesi in via di sviluppo, in cui centinaia di famiglie non hanno accesso al credito. Grazie ai fondi raccolti e alla capacità della cooperativa di sostenersi in maniera autonoma, è stato possibile attivare il microcredito per incentivare il lavoro delle famiglie di Vugizo. Il funzionamento è semplice: ogni membro della cooperativa, in base alle proprie possibilità, può chiedere un piccolo credito di circa 60 euro (che per l’economia del Burundi possono fare la differenza) e utilizzarli per potenziare le proprie attività di produzione e commercializzazione di prodotti agricoli realizzati assieme alla cooperativa. Dal momento che nessuna banca darebbe soldi a queste persone, il microcredito della cooperativa riesce a dare una spinta di sviluppo economico a queste famiglie, che mettono come garanzia le firme di tutti i familiari e gli eventuali terreni o animali in possesso. Le persone sono quindi responsabilizzate a lavorare per sviluppare le loro attività e per restituire il credito, donando ulteriore forza propulsiva alla cooperativa.

Quella del microcredito non è l’unica attività: Dufatanemunda ha infatti continuato a fornire muto soccorso a tutte le famiglie che ne fanno parte. Quando qualcuno si ammala e non può pagarsi le cure in ospedale, la cooperativa attinge al fondo speciale programmato per queste emergenze e permette di pagarsi le cure. A questo proposito Athanase racconta:

“Il mutuo soccorso è molto importante, ad esempio la scorsa settimana un ragazzino si è ammalato e doveva andare in ospedale. Grazie ai soldi raccolti e messi da parte dalla cooperativa è stato possibile pagare le cure. Questo è molto importante per persone che altrimenti non avrebbero accesso ai servizi sanitari.”

Per quanto riguarda l’attività agricola, dopo due anni di attività la cooperativa ha ormai imparato a rendersi indipendente, o comunque ad attivare processi virtuosi di rotazione delle culture. Nei terreni acquistati con le prime raccolte fondi vengono infatti piantate melanzane, pomodori e cipolle; i prodotti vengono utilizzati per l’autoconsumo e venduti al mercato, e con i soldi guadagnati vengono acquistati i semi per le nuove colture. Athanase rimane a disposizione dall’Italia anche per via della sua conoscenza in materia agronomica, dando consigli su come affrontare le eventuali malattie del raccolto, ma i membri della cooperativa stanno apprendendo sempre nuove nozioni grazie all’esperienza fatta.

L’arrivo dell’acqua è stato molto importante, perché ha permesso di coltivare determinati tipi di prodotti e di superare la tipica siccità estiva; la scorsa estate è stata infatti particolarmente difficile dal punto di vista della siccità, e molte persone nelle province del Burundi rischiano di morire di fame in tali situazioni. La cooperativa ha invece potuto attingere all’acqua grazie ai lavori effettuati lo scorso anno e le famiglie di Vugizo sono riuscite ad andare avanti coltivando per l’autoconsumo e la commercializzazione.

La fontanella dell’acqua negli orti

Cos’è successo invece in Valdichiana? L’associazione Dufatanemunda, nata lo scorso giugno come punto di riferimento per tutti coloro che hanno partecipato ai progetti di raccolta fondi, continua ad avere rapporti costanti con la cooperativa a Vugizo. Ha superato gli scogli burocratici per le pratiche amministrative e ha ottenuto l’autorizzazione a operare come onlus nel nostro territorio; è stata quindi inserita nel registro regionale delle onlus per attività di beneficenza e può inviare fondi in Burundi a tassi agevolati.

Le attività proseguono alacremente, quindi: dal mutuo soccorso al microcredito, la cooperativa permette alle famiglie di Vugizo uno sviluppo economico che non sarebbe altrimenti possibile, vista la situazione politica che sta vivendo il Paese. Le attività agricole proseguono con grande risultato, e i fondi raccolti vengono risparmiati per poter finanziare l’acquisto della stalla e degli animali da allevamento. Se volete contribuire a questo scopo, è possibile effettuare una donazione all’associazione locale: Dufatanemunda Onlus, codice Iban: IT28 J033 5901 6001 0000 0147 362

Nessun commento su Dufatanemunda: proseguono le attività in Burundi

Foiano Fotografia: uno sguardo diverso sul mondo

Lo sguardo fotografico ci permette di entrare in contatto con parti del mondo diverse e lontane dai nostri occhi. Il valore delle mostre di Foiano Fotografia è proprio quello di…

Lo sguardo fotografico ci permette di entrare in contatto con parti del mondo diverse e lontane dai nostri occhi. Il valore delle mostre di Foiano Fotografia è proprio quello di lasciare spaziare lo sguardo sul resto del mondo, dal centro della Valdichiana, e stabilire una connessione con altre storie e altre culture.

L’edizione 2016 di Foiano Fotografia presenta una rassegna di dieci mostre fotografiche allestite in splendide location: dagli spazi espositivi sotterranei della Galleria Furio del Furia a Palazzo Caiani, dalla Chiesa-Museo della Fraternita di Santa Maria all’affascinante sala Carbonaia, la chiesa sconsacrata adibita a deposito di carbone dalle tipiche mura annerite. Le opere fotografiche esposte ci permettono di compiere un viaggio intorno al mondo, soffermando lo sguardo su aspetti che solitamente vengono tralasciati, stimolando riflessioni e coinvolgimenti emotivi.

Lo sguardo sul mondo comincia dal Brasile, con la mostra di Peter Bauza intitolata “Copacabana Palace”. Una serie di scatti che ci trasportano all’interno di un quartiere di Rio de Janeiro pensato per la nascente classe media, ma occupato da più di dieci anni da senzatetto. Un mondo rimasto in bilico, tra sopravvivenza e rovina, tra povertà e speranza per il futuro, e che mostra pienamente l’altra faccia della medaglia del Brasile degli ultimi anni. L’altra faccia delle Olimpiadi e dei grandi eventi sportivi, la parte di mondo che deve essere nascosta agli occhi del mondo e che rivela il fallimento delle politiche anti-povertà messe in atto dai governi brasiliani.

foiano-fotografia-sguardo-6

“Ghosts from the past” di Karl Mancini

Dal Brasile ci spostiamo alla Cambogia, grazie alle opere di Karl Mancini con “Ghosts from the past”. Anche in questo caso lo sguardo del fotografo ci permette di tratteggiare una realtà diversa da quella che traspare dalle grandi narrazioni internazionali. Non è la Cambogia del grande sviluppo e dei grandi investimenti turistici, è la Cambogia che vive ancora nel terrore delle mine antiuomo disseminate nel territorio dagli Khmer Rossi. Ancora oggi il Paese vive gli effetti della guerra civile, soprattutto i bambini e i contadini che rimangono vittime degli ordigni rimasti a testimonianza di quel periodo storico, e le loro mutilazioni sono il simbolo di una ferita sociale e culturale ancora aperta.

La mostra “Mega Mecca” di Luca Locatelli non indugia sui ritratti, ma ci propone delle foto di grande impatto da uno dei luoghi più affascinanti del pianeta. Non capita spesso che un fotografo occidentale sia accolto nel cuore della religione islamica, e non capita spesso che un pubblico occidentale possa affrontare l’argomento senza preconcetti. Le immagini che dipingono la Mecca come una megalopoli del turismo religioso sono lo specchio di un consumismo di massa che ormai ha attanagliato tutte le grandi religioni: resort di lusso, souvenir, ristoranti, musei con lunghe code all’entrata, e ovviamente un enorme giro d’affari.

Il viaggio prosegue con “Charlie surfs on lotus flowers”, la mostra di Simone Sapienza. Questa volta le fotografie ci portano nel cuore del Vietnam, quarant’anni dopo la guerra con gli USA: un Paese dall’economia in crescita e dalla giovane classe dirigente, pronto a diventare la prossima Tigre Asiatica. Nonostante il governo sia saldamente nelle mani del Partito Comunista, gran parte della popolazione è a favore di un’economia capitalista e del libero mercato: forse gli USA la guerra l’hanno vinta davvero, se non sul piano militare, almeno su quello economico e culturale.

foiano-fotografia-sguardo-5

“Mega Mecca” di Luca Locatelli

Torniamo in Italia, per la precisione a Marina di Ragusa, un piccolo paese sulla costa siciliana. Il lavoro di Melissa Carnemolla, “13 IV 1941”, è una ricerca sul giorno di Pasqua del 1941, quando un aereo militare tedesco precipitò sulla cittadina; lo schianto provocò la morte dei cinque militari a bordo e di altrettante persone che abitavano nelle case, tra cui due bambini. Il lavoro di Melissa ha recuperato le testimonianze di quel tragico avvenimento, attraverso le lettere spedite dai cittadini al governo italiano e le fotografie dei resti dell’epoca. E viene da chiedersi quale sia il senso della tragedia in tempo di guerra: dieci morti sembrerebbero un’inezia, una storia da nulla, se paragonata a quello che stava accadendo nel 1941 nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Se l’incidente fosse accaduto in tempo di pace, sarebbe un punto fermo nella storia locale: ma in tempo di guerra, le tragedie minori vengono facilmente dimenticate, e il lavoro di Melissa ci impone di ricordare e di restituire la dignità storica della tragedia attraverso il nostro sguardo.

Il viaggio tracciato da Foiano Fotografia prosegue con altre mostre: il racconto fotografico del Quarticciolo di Roma di Sara Camilli con “Sei piani di storie”, la prostituzione in Uganda di Michele Sibiloni con “Fuck It” e le immagini simboliche del Belpaese di Federico Clavarino con “Italia o Italia”; a queste si aggiungono le due mostre selezionate durante il crowdfunding, “Sull’incontro tra terra e acqua” di Laura Bertonazzi e “PanoramicaMente” di Francesco Cicciotti.

Le mostre rimarranno esposte a Foiano della Chiana fino al 27 Novembre: un’occasione unica per osservare i lavori di importanti fotografi e permettere al nostro sguardo di compiere un viaggio intorno al mondo. Un viaggio che racconta la realtà, anche quando è cruda e dolorosa, perché testimonia gli sforzi compiuti dall’umanità. Le immagini catturate dalle foto rendono il mondo più vicino a noi, ci impongono di non dimenticare tutto quello che sta accadendo. Ci impediscono, in poche parole, di distogliere lo sguardo.

Nessun commento su Foiano Fotografia: uno sguardo diverso sul mondo

Da uno dei tanti a gOLD BOY – Storia di ordinaria integrazione

Tutti, da piccoli, abbiamo sognato e pensato a cosa avremmo fatto da grandi, a quale sarebbe stata la nostra professione, a come sarebbero state la nostra casa e la nostra…

Tutti, da piccoli, abbiamo sognato e pensato a cosa avremmo fatto da grandi, a quale sarebbe stata la nostra professione, a come sarebbero state la nostra casa e la nostra vita. Molti di questi sogni magari si sono avverati, altri richiederanno un po’ più di impegno per far sì che si avverino, mentre altri li abbiamo abbandonati, pensando che non si sarebbero mai avverati.

Nonostante questo, però, è severamente vietato smettere di sognare, perché sognare è bello, stimola la fantasia che fa muovere le idee e le idee, se messe in atto, permettono di migliorare il mondo.

Quel mondo migliore molte persone sperano di trovarlo sotto casa, altre invece lo cercano altrove. Chi lo cerca altrove molto spesso è perché fugge da una realtà che invece di aiutare a realizzare i sogni li nega, come nega la possibilità di avere un futuro e la dignità di vivere il presente.

Molte persone sono disposte a tutto pur di raggiungere quel mondo che è ancora in grado, in qualche modo, di darti dignità, futuro e che ti permette di sognare. Terre e Paesi lontani che per essere raggiunti comportano viaggi lunghissimi che potrebbero durare settimane, a volte mesi. Bisogna attraversare continenti sconosciuti e mari pericolosi, a bordo di mezzi fatiscenti su cui si sale solo a fronte di lauti pagamenti. Molto spesso, questi viaggi non portano alla dignità, non portano ad un futuro, non portano alla realizzazione dei sogni, portano solo alla morte.

Forse anche Moustapha, un ragazzo ivoriano di ventun anni, è partito dalla sua casa in Costa d’Avorio con in tasca i sogni e la speranza di trovare un mondo migliore al di là del Mediterraneo, un mondo che fosse in grado di accoglierlo e che sapesse ridargli quella dignità e quel futuro che il suo Paese non sembrava in grado di dargli. Infatti, attualmente la Costa d’Avorio è scossa da una situazione politica molto grave, che sta riscuotendo un grave tributo di sangue dalla popolazione civile.

Moustapha è un rifugiato politico in affido ad un’associazione locale in un comune della Valdichiana. Queste sono le generalità burocratiche di Moustapha, ma c’è di più: questo ragazzo ivoriano, arrivato da qualche mese in Italia, ha già una bella storia da raccontare, e la comunità che lo ha accolto una bella lezione di vita da esporre.

Una sera, Moustapha è stato notato dietro la rete del campo da calcio di Renzino, una nota zona di Foiano della Chiana, dai giocatori della squadra gOLD BOYs durante il loro allenamento settimanale. Uno di loro si è avvicinato a quel ragazzo di colore con gli occhi pieni di ammirazione e la voglia di dare due calci al pallone, e gli ha chiesto se volesse giocare insieme a loro. Il gOLD BOY non sapeva se quel ragazzo fosse capace di giocare a calcio o meno, ma il giocatore non ci ha messo molto a capire che in quello sguardo c’era una passione per lo sport paragonabile a quella di un bambino che sogna di diventare un grande calciatore, per poter giocare nei più grandi club calcistici del mondo.

img-20161011-wa0000E così i gOLD BOYs lo hanno accolto nella squadra. Il passo dalla semplice partita in allenamento alla visita medica sportiva e al cartellino è stato breve: oggi Moustapha è entrato a far parte a tutti gli effetti dei gOLD BOYs. Fin dai primi allenamenti, questo ragazzo con gli occhi pieni di speranza si è rivelato subito un buon giocatore, anche se un po’ taciturno.

Purtroppo, Moustapha non conosce la lingua italiana e per parlare con gli altri ragazzi della squadra si fa aiutare da un suo amico che gli fa da interprete. L’accoglienza da parte della squadra è stata fin da subito ammirevole: tutti si sono adoperati per far sentire Moustapha parte integrante del gruppo. I gOLD BOYs hanno donato a Moustapha le scarpette, la felpa e la tuta, la maglia e i pantaloncini. Così, dopo tre settimane di allenamenti e amichevoli, sabato 1 ottobre Moustapha ha esordito nel campionato di seconda divisione Uisp di Arezzo davanti al pubblico di Renzino e ai suoi amici.

La partita è stata esaltante, la prova superlativa, lo strabiliante lavoro di squadra e di integrazione hanno portato la gOLD BOYs a una favolosa vittoria sotto tutti i punti di vista, non solo sportivo e calcistico.

La vittoria simbolica è quella di un ragazzo venuto da lontano che ha trovato nella comunità che lo accolto la dignità perduta. Moustapha ha ricevuto dai ragazzi della gOLD BOYs una solidarietà che può metterlo in condizione di costruire il suo futuro con passione e impegno, ingredienti indispensabili per realizzare i propri sogni. Si sa, il fare squadra paga sempre: è questo il potere dell’aggregazione e dell’associazionismo.

Certo, la gOLD BOys non è un club sportivo internazionale, ma a Moustapha non importa: quel bambino, ormai grande, che ha lasciato la sua Terra dilaniata dalla sete di potere, può ricominciare a sognare di diventare un grande campione.

Questa storia ha entusiasmato tutti, dai giocatori alla dirigenza e all’intera cittadinanza. I giocatori della gOLD BOYs hanno voluto condividere con noi, con un pizzico di emozione e di orgoglio, questo bell’esempio di integrazione per farlo diventare un inno all’accoglienza. Perché accogliere è un po’ mettersi in gioco: accogliere non vuol dire soltanto dare ospitalità, ma anche imparare a convivere in maniera reciproca con chi è diverso da noi per nazionalità, per usi e costumi e per il modo di relazionarsi con il mondo. Una cosa che sicuramente accomuna tutte le persone è la speranza per il futuro, e anche i sogni sono più ai simili ai nostri di quanto crediate.

 

Nessun commento su Da uno dei tanti a gOLD BOY – Storia di ordinaria integrazione

Type on the field below and hit Enter/Return to search