La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Cultura e Società

La Casa del Vento e il Mare di Mezzo

Dall’inizio di questo nuovo secolo il mar Mediterraneo si è andato delineando come “mare di mezzo”. Una distesa d’acqua che divide due continenti culturalmente, socialmente ed economicamente distantissimi. Le vicende…

Dall’inizio di questo nuovo secolo il mar Mediterraneo si è andato delineando come “mare di mezzo”. Una distesa d’acqua che divide due continenti culturalmente, socialmente ed economicamente distantissimi. Le vicende di questo mare non sono più legate, come al tempo degli antichi, al commercio e allo sviluppo di civiltà mitiche. Il suo nome, oggi, si associa a una dicotomia profondissima: la bellezza delle sue sponde, del suo ambiente naturale, dei suoi porti e delle sue città da una parte e il fenomeno migratorio, con i suoi tremendi sacrifici immani, dall’altra. Troppe volte sono state date notizie di barconi affondati in mezzo a quel mare. Troppe volte uomini, donne e bambini in cerca di un futuro migliore sono stati ripescati senza vita da quelle acque. Troppe volte se ne è sentito parlare in maniera disumana.

Tra coloro che cercano di combattere l’indifferenza generale e l’odio insensato nei confronti dei migranti c’è Giulio Carlo Vecchini, liutaio cortonese. Vecchini ha creato uno strumento con i frammenti dei barconi arrivati a Lampedusa nel corso degli anni. A questa chitarra unica ha dato il nome di Mare di Mezzo, traduzione di Bahr Alwasat, “Mediterraneo” in arabo. Adesso, la voce dei migranti può parlare attraverso le note che escono da questo strumento. Lo scopo è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti dei movimenti migratori del mediterraneo.

Ad Arezzo ho incontrato la Casa del Vento, band folk con alle spalle 13 album pubblicati e una fedele compagna al loro fianco: Mare di Mezzo. Luca Lanzi (voce) e Francesco Moneti (violino e chitarre) hanno scritto una canzone che porta lo stesso nome della chitarra e coinvolto nel progetto tantissimi artisti italiani e internazionali.

Con Eugenio Finardi e la chitarra Mare di Mezzo

Com’è nata l’idea di portare in tour Mare di Mezzo?

È stata data dal liutaio cortonese Giulio Carlo Vecchini a Francesco Moneti, il nostro violinista e polistrumentista, che l’ha portata sui nostri palchi e su quelli dei Modena City Ramblers. Abbiamo sentito il bisogno di scriverci una canzone, perché il momento storico lo richiedeva e così è nato il singolo che porta il nome della chitarra.

Di cosa parla?

Del cammino di un genitore insieme al proprio figlio e in questo viaggio verso il futuro e una vita migliore affrontano il Mediterraneo, che è il mare di mezzo tra due mondi lontanissimi appunto, lo stesso nome che ha la chitarra.

La chitarra è stata fatta suonare a Patti Smith, Eugenio Finardi, Santana, Jovanotti e tanti altri. Che significato ha questo gesto?

Vuol dire far passare un messaggio di solidarietà in maniera molto capillare. Come tutte le cose che passano dalle mani o dalla bocca delle persone conosciute, l’effetto si amplifica e induce a una riflessione solidale più ampia, su un tema importantissimo e su una realtà che miete vite innocenti o comunque le mette di fronte a sfide disumane.

Luca Lanzi (Casa del Vento) e Patti Smith

Diventa sia strumento musicale che sociale allora?

Sì esattamente. Direi prima di tutto sociale. Nel testo della canzone c’è un messaggio importante che il babbo lascia al figlio: se non dovessero farcela qualcuno recupererà il legno della loro imbarcazione e lo farà suonare, come per dare nuova vita alle loro anime ricolme di speranza e rendere le persone dalla parte “buona” del mare consapevoli di quanto succede. Io credo che chi impugni una chitarra del genere faccia una scelta: quella di dare voce alla vita, al dolore, alla tragedia degli anni 2000. Il nostro è un Paese che ha vissuto tanti drammi immani come l’olocausto e le stragi nazi-fasciste e adesso siamo testimoni di nuove forme di sofferenza e di morte alle quali dobbiamo renderci sensibili e consapevoli.

Nelle canzoni della Casa del Vento vengono narrate le gesta di tantissimi e tantissime giovani che hanno sacrificato la loro vita per cambiare il loro futuro. Tutti questi personaggi avevano un sogno. Oggi sembra che noi italiani abbiamo smesso di sognare o che ci siamo dimenticati di chi l’ha fatto per noi. Quelli che lottano per un futuro migliore adesso sono altri esseri umani. Lo avvertite questo cambiamento?

Noi viviamo un periodo di stasi sociale che addormenta le persone. I migranti, invece, hanno la necessità di cambiare la loro vita, di rivoluzionarla. Affrontare viaggi del genere, con tutti i pericoli, con tutte le violenze, con tutti i rischi, è molto rivoluzionario. È quello che facevamo noi quando, in un passato non troppo lontano, dovevamo conquistare la libertà dalla dittatura o i diritti sui luoghi di lavoro.

In una provincia relativamente piccola come Arezzo come viene vissuto il problema migratorio?

Secondo me male, perché c’è una percezione diffusa che non rispecchia minimamente la realtà. Alle ultime elezioni comunali ed europee la gente ha avvertito il problema in maniera pressante e il risultato è stato il successo di Salvini e dalla destra, anche in situazioni sociali assolutamente tranquille, dove se i migranti ci sono, si contano sulle dita della mano. È incredibile. Il fatto davvero preoccupante è che si tratta di un fenomeno diffuso. Trovo assurdo che in Toscana, regione storicamente di sinistra, progressista e solidale si sia arrivati a questa situazione del tutto paradossale. Posso capire chi, per esempio, vive in periferie o condizioni particolari delle grandi città. Lì si può arrivare a delle situazioni di disagio. Quello che è certo è che i mezzi di informazione hanno portato le persone ha percepire un qualcosa che esiste solo in minimi termini. C’è un’ignoranza talmente diffusa che ha fatto da terreno fertile per questi semi marci.

Benché sia casa vostra è raro vedervi suonare qua. Che rapporto ha la Casa del Vento con Arezzo?

Da parte nostra c’è sincero amore. Gli abbiamo dedicato tanto, soprattutto nei due dischi che narrano storie di Resistenza e di lotta per il lavoro. Probabilmente è una connotazione forte che abbiamo dato in quei due album e la città, che è tendenzialmente di destra, non si riconosce nelle nostre canzoni. È evidente che esiste un tipo di Arezzo, che noi evochiamo, e un altro tipo, che è quello dei bar fighetti, dei salotti buoni, degli ex massoni: un ambiente gretto e chiuso. Si scontra con il nostro tentativo di dare a questa terra una tradizione dignitosa. Siamo la provincia con il più alto numero di stragi nazi-fasciste e non abbiamo praticamente una memoria in quel senso.

Sono rari anche i punti di ritrovo…

Esatto e non ci sono locali per la musica dal vivo dove le band possono esprimersi e, comunque, se ci sono vivono di recinti: quel locale fa solo musica indie, quell’altro solo musica folk. Ti chiudi all’interno di un muro. È una mentalità di destra. Per fortuna, però, ci sono delle realtà molto interessanti: entità in movimento.

Tipo?

Il gruppo di Arezzo che spacca che dà possibilità di esprimersi alle realtà musicali aretine. Queste associazioni rendono vitale una città, ma la classe politica di Arezzo non l’ha capito. La conferma è il fatto che l’assessorato alla cultura non esiste più: questo ruolo è stato dato in mano a un privato. È una cosa assurda.

La canzone e il nuovo disco quando usciranno?

Non manca molto. Stiamo aspettando che l’etichetta discografica sia pronta e poi daremo voce a chi non ce l’ha.

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“Quel dì di festa”: storie di matrimoni a Sarteano

Il matrimonio è uno dei riti più importanti nella società e uno dei principali racconti che fanno parte della storia delle famiglie; gli usi e i costumi relativi alle nozze…

Il matrimonio è uno dei riti più importanti nella società e uno dei principali racconti che fanno parte della storia delle famiglie; gli usi e i costumi relativi alle nozze sono continuamente modificati dalle società e dalle culture di appartenenza e ogni testimonianza che ci permette di ricordare tali cerimonie è particolarmente interessante. Proprio per questo motivo il cortometraggio “Quel dì di festa”, a cura della Nuova Accademia degli Arrischianti e della Misericordia di Sarteano, indaga la storia dei matrimoni a Sarteano negli anni ’50 e ’60 dello scorso secolo attraverso i ricordi dei protagonisti.

Il cortometraggio, scritto e diretto da Gabriele Valentini, è stato presentato al Teatro degli Arrischianti lo scorso sabato 15 giugno: si tratta di un progetto a cui ha contribuito anche l’amministrazione comunale di Sarteano e la Regione Toscana e si inserisce nel più ampio contesto della “Festa dell’Anziano”. Tale festa è organizzata dalla Misericordia di Sarteano ed è giunta quest’anno alla 51esima edizione: in questa occasione tutti gli ultraottantenni di Sarteano ricevono un invito a partecipare festa, in cui oltre a dei momenti conviviali accompagnati da musica e balli, vengono consegnati degli attestati ai più anziani in sala e a chi ha raggiunto più anni di matrimonio.

“Quest’anno abbiamo avuto un’idea particolare, – ha detto Vincenzo Grassi della Misericordia di Sarteano – Ovvero quella di realizzare delle interviste agli anziani per capire che cosa accadeva nei matrimoni a Sarteano negli anni’50 e ’60, con la testimonianza viva dei partecipanti dell’epoca. Abbiamo raccolto un centinaio di registrazioni audio, poi Gabriele Valentini ha fatto ulteriori ricerche per lasciare un ricordo diretto delle nozze di quel periodo nella storia di questo paese.”

La presentazione del progetto è avvenuta di fronte a un nutrito gruppo di spettatori. Nel corso della serata è intervenuta anche l’assessore del comune di Sarteano, Donatella Patané:

“Sono felice di vedere il teatro pieno, a dimostrazione che si tratta di occasioni sentite dalla nostra comunità. Abbiamo aderito al progetto e lo abbiamo sostenuto, e ribadisco la vicinanza da parte dell’amministrazione comunale alla misericordia, che dimostra di essere vicina alle esigenze della comunità e sempre attenta ai temi della disabilità e dell’anzianità.”

I ricordi dei matrimoni a Sarteano relativi agli anni del Secondo Dopoguerra sono stati ripercorsi sul palco dai vari soggetti che hanno concorso alla realizzazione del progetto, tra cui il parroco Don Fabrizio:

“Ricordo ancora i matrimoni del mio paese, molto semplici, fino agli anni ’50 facevo il chierichetto… stavo ad aspettare la macchina con la sposa e dovevo correre in chiesa al buio per dire che era arrivata. In paese lo sposo entrava al buio, per lui non c’era la festa, quando invece entrava la sposa partivano le campagne, le luci e la festa. La rievocazione del matrimonio in campagna era diversa invece, c’era un grande pranzo coi parenti, quando la sposa entrava nella nuova casa però trovava la suocera che le metteva il grembiule per far capire subito il suo ruolo.”

Il cortometraggio “Quel dì di festa” è scritto e diretto da Gabriele Valentini, realizzato dallo studio fotografico Dario Pichini, con attori principali Martina Belvisi e Andrea Pinsuti, contiene anche testimonianze dirette degli anziani che ricordano i rispettivi matrimoni a Sarteano.  Così lo ha descritto il regista prima della proiezione:

“Abbiamo realizzato centinaia di interviste a gente proveniente da più di una realtà, abbiamo poi raccolto e scelto alcune testimonianze. Abbiamo girato interviste dentro al Teatro degli Arrischianti, ma dai rispettivi racconti mi sono reso conto che c’erano tante piccole storie che potevano essere riunite in una storia più grande. Abbandonata l’idea del documentario mi sono avvicinato di più al cortometraggio, al modo di raccontare del cinema. Come veniva celebrato il matrimonio? Spiccava il lato sentimentale, magari gli anziani non ricordavano i vestiti o i testimoni dell’epoca, ma ricordavano quello che avevano provato. Quindi più attenzione all’emotività dei personaggi più che alla storicità.”

 

 

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Gruppo Corale Chiancianese, una stagione di concerti alle porte

Nella cittadina dove nel 1893 ebbe i natali il compositore Bonaventura Somma, non poteva di certo mancare un coro. Con questa premessa, nel 1990, per volere di Don Carlo Sensani…

Nella cittadina dove nel 1893 ebbe i natali il compositore Bonaventura Somma, non poteva di certo mancare un coro. Con questa premessa, nel 1990, per volere di Don Carlo Sensani si originò il gruppo della Corale Chiancianese. Giunto oggi a contare circa cinquanta elementi, questo coro rappresenta un’interessante realtà dal punto di vista non solo musicale, ma anche come esempio concreto dei risultati che possono nascere dalla cooperazione dei singoli. Accompagnato nella parte strumentale da un ensemble strumentale di sette elementi, il coro propone un vasto repertorio che non si preclude di espandere i propri confini dal genere operistico a quello popolare, dai testi di musica sacra a quelli di musica d’autore. Sotto la guida del Maestro Luca Morgantini, direttore artistico dell’Istituto Bonaventura Somma, che seleziona e prepara i brani, talvolta anche accogliendo le proposte che arrivano dai componenti del coro, lavora un gruppo composto da dilettanti di tutte le età, dai venti agli ottant’anni, accomunati dalla passione per il canto e per la condivisione di un’esperienza capace di arricchire di emozioni non solo chi ascolta.

Con un lavoro che si struttura in due prove settimanali, le voci femminili e quelle maschili lavorano separatamente prima di fondersi nei brani che le riassumono in tutte le gradazioni.

Si tratta di un impegno costante, che però negli anni ha saputo portare alla corale tante soddisfazioni, prima di tutto negli incontri con altri gruppi, tra cui si annovera il gemellaggio con un coro portoghese e lo scambio, l’anno scorso, con uno di Malta, nonché il concerto tenuto insieme aduna corale statunitense in occasione dei festeggiamenti di San Giovanni, patrono di Chianciano Terme. Esperienze che hanno portato fama e anche prestigio alla compagine chiancianese, esortandone i componenti a perseguire ulteriori miglioramenti, tanto che alcuni hanno deciso di prendere singolarmente lezioni di canto per poter affrontare con maggiore sicurezza le performance corali, soprattutto in vista dei prossimi appuntamenti che aspettano il gruppo.

Il primo di questi sarà il 2 giugno, nell’ambito delle celebrazioni per la festa della Repubblica che si terranno nel parterre dei giardini pubblici, quando ad accompagnare la corale sarà la banda di Chianciano.

A seguire, questa estate sarà possibile ascoltare la Corale nei concerti che si svolgeranno il 23 giugno, in occasione di San Giovanni, sempre ai giardini pubblici ma questa volta sulle note dell’ensemble Bonaventura Somma; poi il 19 luglio, il 12 agosto e il 4 settembre, dalle 21.15 presso il largo Iris Origo, in zona Macerina. Gli appuntamenti fanno infatti parti della rassegna di eventi estivi “Chianciano Terme da Vivere” che contribuirà a realizzare numerosi eventi e occasioni di intrattenimento nella cittadina termale.

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Collegiata di San Martino: così gli angeli sono tornati sull’altare

Una folla gremita si è raccolta nella Collegiata di San Martino, in occasione delle celebrazioni per il giorno di San Costanzo. Il 29 gennaio infatti ricorre a Torrita la festa…

Una folla gremita si è raccolta nella Collegiata di San Martino, in occasione delle celebrazioni per il giorno di San Costanzo. Il 29 gennaio infatti ricorre a Torrita la festa del santo patrono: un appuntamento solitamente molto sentito dalla comunità, ma reso quest’anno ancora più importante da un evento che ha riguardato il patrimonio artistico conservato all’interno della chiesa.
Proprio la Santa Messa officiata in onore del patrono ha segnato il ritorno delle due statue di angeli, trafugate all’inizio degli anni 2000 dall’altare della Collegiata e ritrovate soltanto alcuni mesi fa. Prima di ricollocarle nella loro postazione, però, è stato necessario eseguire un fine lavoro di restauro per riportare le statue all’antico splendore.

Di questo si è occupata la restauratrice Mary Lippi, che ci ha raccontato in che modo è dovuta intervenire sulle opere per riparare i danni e rimuovere la patina di sporco che, a causa dell’incuria e del tempo, si era depositata sulla loro superficie.

«I due angeli reggi-candelabro sono statue alte circa un metro e mezzo, in legno policromo e dorato, databili alla prima metà del XVII secolo. Quando me li hanno consegnati in laboratorio presentavano alcuni problemi di stabilità e dissesto tra i vari strati della superficie. La prima fase è stata dunque di pulizia, per togliere il residuo di sporco che li ricopriva. Successivamente mi sono occupata di ripristinare le parti di materia mancanti. In alcuni punti, infatti, la superficie era così deteriorata che invece del colore si poteva scorgere la sostanza di preparazione sottostante. Quindi si è proseguito riprendendo lo strato pittorico e la doratura delle parti consumate. Complessivamente, ci è voluto circa un mese per restituire alle statue le loro sembianze e renderne possibile la presentazione alla comunità».

Anche la Pro Loco di Torrita, riconoscendo il gran valore di questo recupero, ha partecipato alla causa, come ha spiegato il suo presidente Roberto Goracci:

«La Pro Loco ha collaborato con la parrocchia per il ritorno di queste due statue, impegnandosi a finanziare il restauro e mettendo a disposizione il prezioso lavoro dei suoi volontari».

All’esposizione dei due angeli, che ha anticipato di pochi minuti l’inizio della Santa Messa presieduta dal vescovo Stefano Manetti, hanno partecipato le autorità e i sacerdoti della diocesi.

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Il gioco del Panforte: una tradizione delle feste

Le festività di fine anno sono il momento perfetto per passare una serata in compagnia di amici e familiari, rispolverando giochi della tradizione popolare per scaldarsi accanto al camino: non…

Le festività di fine anno sono il momento perfetto per passare una serata in compagnia di amici e familiari, rispolverando giochi della tradizione popolare per scaldarsi accanto al camino: non soltanto la tombola o il mercante in fiera (o la nostra versione, il Mercante in Chiana) ma anche un’usanza particolare chiamata il “Gioco del Panforte”.

Protagonista assoluto del gioco è il Panforte, dolce tipico di Natale diffuso a Siena e dintorni, la cui origine risale addirittura all’anno Mille con il nome di Panpepato. Quello che inizialmente era un pane dolce e speziato, destinato ai palati nei nobili e del clero, diventò uno dei prodotti tipici senesi più famosi e apprezzati. La sua grande popolarità è cominciata nel 1879, anno in cui la regina Margherita si recò in visita a Siena e ricevette in dono una versione “bianca” del Panpepato, con una copertura di zucchero vanigliato al posto del pepe nero. Il Panforte Margherita, così chiamato da quell’evento, si diffuse in tutta la popolazione.

Il gioco del Panforte è antico quanto il dolce, diffuso nelle campagne e negli strati sociali più bassi della popolazione, divenuto un intrattenimento tipico del freddo periodo invernale. Poteva infatti essere praticato nei poderi, durante le veglie contadine, attorno alle tavolate in cui si riunivano le famiglie oppure nelle osterie dei borghi.

Per giocare servono pochi elementi: un Panforte incartato alla vecchia maniera (coperto da carta gialla o di giornale, quindi, e non dentro una scatola), un lungo tavolo e un mestolo di legno da cucina per calcolare la distanza (oppure di un metro “a stecca” nelle versioni più moderne) che viene utilizzato da un arbitro per stabilire le misure dei lanci. Al torneo partecipano delle squadre di più giocatori, in cui ogni componente è chiamato a lanciare a turno il Panforte sul lato opposto del tavolo, cercando di arrivare il più vicino possibile al bordo. Similmente al gioco delle bocce, il valore più alto è attribuito al Panforte che si avvicina di più al bordo rispetto ai concorrenti; tuttavia, se il dolce cade oltre il bordo, il tiro è nullo. Il massimo obiettivo è fare una “capanna”, che accade quando il Panforte supera il bordo del tavolo, rimanendo in bilico senza cadere: tale distanza diventa la nuova misura da superare per aggiudicarsi il punto.

Alla fine del gioco, nella tradizione contadina, il Panforte veniva tagliato a spicchi e suddiviso tra i partecipanti, e il suo costo veniva pagato dalla squadra perdente. Si tratta quindi di un gioco perfetto per promuovere la socialità durante le fredde serate invernali, in cui viene utilizzato un dolce che diventa il premio stesso della contesa, che non ha bisogno di accessori complicati o di regolamenti difficili da imparare.

Proprio la semplicità ha favorito la diffusione del Gioco del Panforte a Siena e provincia, e in molte occasioni questa tradizione è sopravvissuta all’abbandono delle campagne. Nel corso degli ultimi anni è infatti diventato un appuntamento abituale a Pienza e in Val d’Orcia, assieme alla tradizione del “Gioco del Cacio al Fuso”

A Torrita di Siena la tradizione è stata ripresa dalla Contrada di Porta Gavina, che porterà il Gioco del Panforte nel centro storico della cittadina dal 12 al 16 dicembre 2018. Il torneo prevede la partecipazione di 32 squadre, formate da cinque lanciatori e una riserva; i gironi eliminatori si terranno da mercoledì al sabato a partire dalle ore 20:30, mentre domenica pomeriggio si svolgeranno le fasi finali dalle 15:00 in poi. I vincitori porteranno a casa i panforti e altri prodotti tipici locali.

L’idea di recuperare il gioco popolare partì nel 2007, da un’idea di alcuni contradaioli durante le veglie invernali: l’impegno a valorizzare le tradizioni locali ha portato la contrada di Porta Gavina a organizzare il torneo, giunto quest’anno alla 12esima edizione. Il Gioco del Panforte si tiene in Piazza Matteotti, nei locali della Fondazione Torrita Cultura, accompagnato da dolci fatti in casa e vin brulé, in una calda atmosfera di festa che vuole richiamare le veglie contadine.

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Chianini nel mondo: la storia di Marta Scali tra Norvegia, Monaco e Olanda

Olanda, Novembre 2018. Fare le valigie e partire per un Paese con storia, cultura, usanze e costumi diversi dalle nostre, è una scelta di grande coraggio e un’esperienza di vita…

Olanda, Novembre 2018.

Fare le valigie e partire per un Paese con storia, cultura, usanze e costumi diversi dalle nostre, è una scelta di grande coraggio e un’esperienza di vita molto affascinante. Uscire dalla propria ‘zona di conforto’  per essere un ‘cittadino del mondo’, però, non è mai una scelta semplice, e chi ha il coraggio di farla, difficilmente se ne pente, indipendentemente che si tratti di un’esperienza bella o brutta, perché quello che è stato vissuto farà sempre parte di noi.

“Quando si fa un’esperienza all’estero, si ha la possibilità di conoscere persone che non dimenticheremo mai: ci sono quelle con cui si passa più tempo e che diventano parte del tua vita quotidiana, quelle che diventano la tua ‘famiglia’ quando la tua ‘vera famiglia’ è lontana chilometri e chilometri da te, e infine ci sono quelle persone che ti fanno crescere e che ti insegnano nuove cose, un po’ come dei fratelli o sorelle maggiori”.

Ti manca l’Italia?

“Se mi manca l’Italia?. Beh, un po’ sì, ma poi quando torno e rimango lì per più di una settimana inizia a mancarmi la mia casa…che in questo momento è l’Olanda. Casa è dove trovi le persone che ti fanno stare bene, dove riesci ad esprimere al meglio te stesso e ti senti fortunato a fare quello che più ti piace fare”.

Questo racconto di vita ci arriva in redazione direttamente dall’Olanda, Paese europeo, in cui Marta Scali ha trovato, da quattro anni a questa parte, la sua casa, dopo aver abitato in Norvegia e a Monaco di Baviera. Marta è partita con la sua valigia pieni di sogni e di speranze da Trequanda.

Chi è Marta Scali?

“Sono cresciuta in una grande e unica famiglia. Ho frequentato le scuole elementari e medie del paese e il Liceo Scientifico a Montepulciano. E poi una nuova scelta. Mi sono trasferita a Pisa per frequentare Ingegneria Biomedica all’Università degli Studi di Pisa, un nuovo indirizzo nella Facoltà di Ingegneria dove la tecnologia incontra la medicina. Dopo la mia Laurea breve ho continuato a studiare per la Laurea Magistrale. È stato un lungo cammino ma allo stesso tempo stimolante. Alla fine del quinto anno grazie alla borsa di studio Erasmus Placement ho avuto la possibilità di vivere in un’altra nazione a mia scelta per 6 mesi per lavorare al mio progetto di tesi Magistrale. La mia scelta della Nazione non è stata molto scontata. Ho scelto di partire per la Norvegia, in specifico Trondheim”

Di solito chi parte per fare la prima esperienza all’estero sceglie Paesi a noi ‘amici’ come la Germania, la Francia o l’Inghilterra, tu perché hai scelto proprio la Norvegia?

“Fin da piccola ho visto la Norvegia e i suoi fiordi come un posto irraggiungibile e non mi sarei mai immaginata di vivere là un giorno. Invece in un freddo gennaio del 2012 ho preso le mie valige cariche di golf, scarponi, sciarpe e cappelli e sono partita. Il primo impatto è stato migliore di quanto pensassi. I miei primi mesi sono stati caratterizzati da neve, ghiaccio, aurore boreali e tanto calore da parte di ogni persona che incontravo. Il mio inglese non era dei migliori quando sono arrivata, avevo il livello che tutti gli italiani mai usciti dall’Italia hanno, riuscivo a capire abbastanza bene quello che mi dicevano ma le mie risposte erano sempre molto limitate. Ho sofferto molto all’inizio perché non riuscivo ad esprimere me stessa al meglio. Nella mia testa avrei volute dire tante cose ma poi di tutto quello che avevo dentro usciva solo una minima parte. Poi una mattina mi sono svegliata e mi ero accorta di aver fatto un sogno in cui tutti parlavano inglese inclusa me. E da lì tutto è cambiato”.

Parlaci del progetto che ti ha portato in Norvegia.

“Il mio progetto di tesi si è svolto al SINTEF Medical Technology dove ho lavorato al design di un nuovo strumento per biopsia durante una procedura di broncoscopia (analisi e diagnosi di problemi ai polmoni). Mi è piaciuto molto lavorare a contatto con i medici interessati a nuove tecnologie e pieni di idee e voglia di miglioramento nelle procedure mediche. Finito il mio progetto in Norvegia sono tornata in Italia per laurearmi e subito dopo ho continuato a lavorare come ricercatrice al SINTEF Medical Technology  con un progetto di ricerca europeo Marie Curie. Questo progetto è durato per 8 mesi dopo di che sono tornata in Italia”.

Finita questa esperienza sei tornata in Italia, ma dopo poco tempo hai deciso di ripartire. Cos’è che ti ha fatto decidere di ripartire di nuovo?

“Mi sono trovata ad un bivio in cui non sapevo bene cosa fare, andare a lavorare in un’azienda o continuare nel mondo accademico. Ho iniziato a mandare cv in Italia ma non ho ricevuto molte risposte ed entusiasmo. Ho contattato università all’estero, inclusa l’Australia, ma nel frattempo ho ricevuto un’offerta di un dottorato a Monaco di Baviera e ho deciso di accettarlo. E sono ripartita. Valige in mano mi sono trasferita a Monaco di Baviera con un’altra lingua da imparare. In Germania parlare il tedesco è molto importante per il processo di integrazione. Mi sono trovata a condividere le mie esperienze lavorative e non con un gruppo alquanto internazionale, Iran, Spagna, Cina, Repubblica Ceca, Francia, Turchia, India, Messico…Quando ti ritrovi circondato da tutte queste nazionalità e culture diverse in un certo senso è un po’ come viaggiare senza spostarsi fisicamente. E poi capita che in un attimo sei invitato ad un matrimonio in Colombia e il giorno dopo sei a mangiare tapas a Madrid”.

E quella di Monaco di Baviera, che esperienza è stata?

“Purtroppo il tipo di dottorato e l’ambiente di lavoro non mi convincevano e non riuscivo a vedere niente di positivo nel rimanere nella mia condizione, l’unico motivo sarebbe stato quello di restare per le persone che avevo conosciuto al di fuori, persone veramente uniche che mi hanno aiutato in un momento difficile mi sentivo persa e senza una soluzione. Poi ho visto una nuova opportunità per un dottorato in Olanda con il gruppo di Minimally invasive Instrument all’Università Tecnologica di Delft e ho deciso di fare domanda. Sono stata presa per questo lavoro e ho lasciato il mio dottorato a Monaco di Baviera per iniziarne uno nuovo in Olanda. Ed è qui che mi trovo dal 2015. Lavoro nel Dipartimento di Biomechanical Engineering, nel Bio-inspired technology group. Nel nostro gruppo ci guardiamo intorno e prendiamo inspirazione dal mondo animale e vegetale per sviluppare nuovi strumenti medici per chirurgia minimamente invasive”.

Parlami meglio di questo progetto.

“Nel mio progetto, lavoriamo allo sviluppo di nuovi aghi, con diametro inferiori ad 1 mm, che possono curvare e penetrare all’interno del corpo per, per esempio, prendere un campione di tessuto o iniettare liquidi. L’inspirazione del mio progetto è arrivata da l’ovipositor di una vespa parassita. L’ovipositor è delle dimensioni di un capello umano (o anche più piccolo) che la vespa può inserire all’interno di un frutto o tronco di albero utilizzando un semplice meccanismo. Ora sono al quarto anno di dottorato e a Marzo 2019 anche questa avventura finirà. Al momento sto cercando attivamente un nuovo lavoro al di fuori dell’Accademia”

Al di là dei limitazioni linguistiche, come sono state con te le persone che hai conosciuto o incontrato durante queste esperienze?

“In Italia sappiamo che le persone del Nord Europa sono ‘fredde’, ma quello che noi non riusciamo a capire è che quello che per noi è ‘freddezza’ per loro è puro ‘rispetto dell’altro’, il nostro ‘vivi e lascia vivere’. Ed è proprio vero, io non mi sono mai sentita così libera di essere quello che voglio essere come adesso.  Il mio carattere è cambiato, è maturato grazie alle esperienze di vita in Paesi diversi che mi hanno fatto conoscere e comprendere che non esiste un solo modo di vedere le cose e che non si finisce mai di imparare. Nel mio primo anno fuori dall’Italia ho scoperto e imparato così tanto di me stessa e del mondo, che una volta tornata a casa, 6 mesi mi sono sembrati anni”.

Marta in Olanda ha trovato anche l’amore e del suo fidanzato parla così:

“Mi fa strano pensare che sono fidanzata con un ragazzo non italiano. Quello che ci rende forti è che ci complementiamo, un po’ come le nostre due culture. Anche se siamo cresciuti in modi differenti riusciamo a capirci e ad amarci per quello che siamo. In più il caso ha voluto che trovassi un ragazzo olandese che parla italiano! Mi ricordo ancora quando pensavo che la mia vita da grande sarebbe stata lavoro, casa e famiglia nei confini della Valdichiana. Direi che i miei piani sono cambiati un pochino. Questo mi fa sorridere, perché chissà dove sarò e cosa farò tra qui a 5 anni? Non nego che una parte di me dice che la mia vita prima o poi mi riporterà in Italia, ma al momento mi godo questa sensazione di libertà,  voglia di conoscere e scoprire il mondo perché come si dice ‘Non si finisce mai di imparare!’”

Hai detto che casa è ‘dove trovi le persone che ti fanno stare bene’, però dì la verità, c’è qualcosa che ti manca dell’Italia?

“Mi mancano le nostre colline e i nostri tramonti mozzafiato. Questo perchè sono 4 anni che vivo in Olanda, una nazione prevalentemente piatta. Mi manca il cibo, come penso un po’ a tutti gli italiani che vivono all’estero e soprattutto mi manca una bel piatto di tagliata e di pici al sugo! Mi manca l’estate Italiana con gli aperitivi, le serate passate semplicemente a parlare in piazza con le persone del paese, alzare gli occhi al cielo e vedere le stelle o meglio ancora le stelle cadenti.”

Ma a Marta, la cosa che le manca di più della sua Toscana, e che forse non ha mai veramente apprezzato ma che l’Olanda le ha fatto riscoprire, sono le semplici battute che si scambiano quando si incontra per strada qualcuno che si conosce, un amico, un conoscente o un semplice passante:

“C’è una cosa, in particolare, che mi fa sorridere e mi rende sempre un po’ nostalgica: quando incontro una nuova persona e mi presento mi viene sempre chiesto “Da dove vieni?” e appena rispondo “Italia” gli occhi di quella persona cambiano immediatamente espressione e mi sento dire “Wow, che bello! Italia da dove?”“Toscana” – “Oh, che posti meravigliosi. Sono geloso/a, e perché hai deciso di lasciare l’Italia?”. E da qui rinizia la mia storia”.

Marta, nonostante essere ‘cittadina del mondo’, è e rimarrà sempre italiana e sicuramente, questa esperienza le sarà servità per aprire un pò di più gli occhi e la mente, consegnandole gli strumenti per non giudicare senza prima conoscere. E questo le è stato possibile grazie alle diverse e differenti culture, da quella norvegese e a quella olandese, con cui è entrata in contatto, quelle culture che adesso Marta riconosce come ‘casa’.

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Gender e Studi di Genere – Un colloquio con Dario Accolla

‘Vi faremo credere che il crocifisso è Conchita Wurst che fa l’aeroplano. Riscriveremo i testi sacri, tutti. Eva non sarà più nata da una costola di Adamo, ma da un…

‘Vi faremo credere che il crocifisso è Conchita Wurst che fa l’aeroplano. Riscriveremo i testi sacri, tutti. Eva non sarà più nata da una costola di Adamo, ma da un orecchino di Vladimir Luxuria’.  È con questo linguaggio ironico e irriverente che Dario Accolla, blogger, scrittore, professore con un dottorato in filologia moderna, attivista per i diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender, spiega nel suo ultimo libro ‘Il gender: la stesura definitiva’ che cos’è la teoria gender e perchè suscita interesse scaturendo forti polemiche.

Dario Accolla, tra i fondatori di Gaypost.it, con un blog su Linkiesta.it, con all’attivo un saggio dal titolo ‘I gay stanno tutti a sinistra – Omossessualità, politica e Mario Mieli trent’anni dopo’ e una raccolta di racconti dal titolo ‘Da quando Ines è andata a vivere in città’ e ‘Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile’, si è confrontato sui gender studies con un folto pubblico intervenuto alla Casa della Cultura di Torrita di Siena in occasione del nuovo appuntamento organizzato dalla neonata associazione culturale ‘La Tigre di carta’.

L’incontro con Dario è iniziato spiegando al pubblico cosa sono i gender studies: un approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere. Nati in Nord America a cavallo tra gli anni settanta e ottanta nell’ambito degli studi culturali, gli studi di genere si diffondono in Europa Occidentale negli anni ottanta e si sviluppano a partire da un certo filone del pensiero femminista, trovando spunti fondamentali nel post-strutturalismo e decostruzionismo francese, negli studi che uniscono psicologia e linguaggio.

Di importanza specifica per gli studi di genere sono anche gli studi gay e lesbici e il postmodernismo. Questi studi non costituiscono un campo di sapere a sé stante, ma rappresentano innanzitutto una modalità di interpretazione. Sono il risultato di un incrocio di metodologie differenti che abbracciano diversi aspetti della vita umana, della produzione delle identità e del rapporto tra individuo e società, tra individuo e cultura.

Dario nel suo libro distingue il gender, scritto in corsivo, da “gender” messo tra virgolette: “Il primo indica gli studi di genere, ovvero quell’insieme di discipline che si basano sul cosiddetto “pensiero della differenza” il cui messaggio è semplice: l’eterosessismo e il maschilismo, sul quale si strutturano sia il pregiudizio omofobico sia il binarismo di genere, generano squilibri e gerarchie che non fanno la felicità dell’individuo. Col “gender” invece indico la mistificazione che si fa attorno ad essi. Una vera operazione di terrorismo psicologico, a ben vedere” – spiega Dario.

Quando si parla di gender, nella faccia delle persone si legge un po’ di paura e sempre più spesso il confronto sfocia nello scontro, Dario spiega ciò paragonando il tema alla questione dei vaccini:

“La mistificazione sul “gender” è particolarmente insidiosa proprio perché fa leva sugli affetti familiari, sul legame genitoriale. È normale che madri e padri siano spaventati di fronte ad una prospettiva per cui si vuole “pervertire” il proprio bambino. Un po’ meno rassicurante, invece, che non ci siano agenzie politiche e culturali – scuola, ministeri appositi, governo – che prendano in pugno la situazione per disinnescare questo allarme sociale”.

I gender studies mirano a favorire condizione di maggior equilibrio tra genere e identità sessuali, Dario, con questo libro, propone una lettura che si articola su un doppio binario: quello dell’ironia, fornendo al lettore una chiave di lettura sulla qualità del dibattito svolto fino ad ora e che usa un linguaggio più ironico, e quello di un’informazione più rigorosa, ricostruita attraverso la documentazione giornalistica, i contributi e gli studi di esperti del settore. Per Dario è importante ricostruire il fenomeno nella sua complessità è per questo che nel suo libro fa una ricostruzione storica dei fatti di cronaca accaduti per spiegare meglio la questione, perchè il sapere è un ottimo antidoto contro l’ignoranza.

Dario, durante l’incontro, ha fatto anche riferimento del ruolo fondamentale della scuola nell’educazione alla cittadinanza:

“I miei studenti dico che non devono pensarla come me, perchè il mio compito è quello di fornire gli strumenti affinché qualsiasi cosa penseranno un domani sia il frutto di una riflessione e non la conseguenza di un insieme di preconcetti. La polemica sul “gender” ha presupposti fortemente omofobici e credo che a scuola non debba esserci spazio per un certo tipo si sentimenti e di discorsi d’odio”

L’incontro organizzato alla Casa della Cultura da ‘La Tigre di carta’ è terminato con una lettura tratta dal libro e dal titolo ‘Piccolo grande amore’, perché come racconta la canzone di Claudio Baglioni scritta nel 1972, l’amore va oltre ogni pregiudizio  superando qualsiasi ostacolo di qualsiasi natura esso sia.


Sitografia

“Gender, la stesura definitiva”: «Così faremo diventare gay i vostri figli»

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#MetticiLaFoto – L’esposizione fotografica a cielo aperto nelle vie di Foiano

Venerdì 27 luglio alle ore 19.00 in Piazza della Collegiata a Foiano della Chiana verrà inaugurata la terza edizione del progetto #MetticiLaFoto, organizzato dall’Associazione Fotoclub Furio Del Furia. Una grande…

Venerdì 27 luglio alle ore 19.00 in Piazza della Collegiata a Foiano della Chiana verrà inaugurata la terza edizione del progetto #MetticiLaFoto, organizzato dall’Associazione Fotoclub Furio Del Furia. Una grande esposizione collettiva aperta a chiunque, con installazioni fotografiche (dimensioni 70×50) che hanno come location i passaggi del centro storico di Foiano della Chiana: quelle viuzze in cui la gente troppo spesso non si sofferma, mancando di godere dell’intimità e dell’unicità del borgo chianino. Il progetto vede coinvolti oltre 200 partecipanti tra professionisti e amatori.

L’esposizione continuerà fino a tutto settembre, mese in cui verrà presentato un week-end di eventi fotografici in collaborazione con il Centro di Psicologia e Neuropsicologia Clinica-Aps (CPNC) che presenterà Si scrive Selfie si legge “ME”. Il fenomeno del selfie come strumento di costruzione sociale dell’identità, patrocinato dal Comune di Foiano.

La prima edizione dell’evento ha visto letteralmente avvolta una parte delle mura castellane di Foiano con una stampa gigante lunga 200 metri e contenente oltre 500 fotografie scattate dai partecipanti.

#Metticilafoto 2017

Lo scorso anno sono state allestite varie mostre permanenti nei luoghi più suggestivi del paese: l’effetto è stato incredibile. Tramite una campagna di crowdfunding, e con il sostegno del Comune, la mostra collettiva ha potuto prendere vita ed è stata poi arricchita da esposizioni fotografiche di livello internazionale che hanno caratterizzato tutto il mese di novembre.

Scopo del progetto è quello di dare risalto alle vie del paese quotidianamente percorse dai foianesi, ma che poco vengono apprezzate per la loro reale bellezza. Infatti, tra gli obiettivi che si prefigge il Fotoclub c’è quello di coinvolgere gli abitanti, mantenendo viva la loro partecipazione alla vita culturale del paese.

Le istallazioni fotografiche saranno allestite nel passaggio della Collegiata, nella porta della Collegiata, in Via XX Settembre e in Via Curtatone.

L’esposizione dei selfie è tutt’ora aperta e lo sarà fino a settembre. Chiunque volesse partecipare gratuitamente può inviare i propri scatti a foianofotografia@gmail.com che provvederà a stampare le foto. È possibile anche corredare l’immagine con una riflessione su cosa rappresenti l’autoritratto/selfie; le testimonianze verranno raccolte e approfondite negli incontri di settembre insieme al CPNC.

Fondata a Foiano della Chiana nel 1977 in omaggio al noto farmacista foianese vissuto nei primi decenni del ventesimo secolo, l’Associazione Fotografica Furio Del Furia ha lo scopo di diffondere e promuovere la fotografia in tutte le sue forme e si impegna nella conservazione e nella promozione del patrimonio fotografico lasciato da Del Furia. La mancanza di fondi istituzionali per eventi culturali di questo tipo ha messo in moto i soci del “Club”, che hanno creato un progetto unico e innovativo, finanziato dagli stessi partecipanti tramite crowdfunding e patrocinato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Foiano.

#Metticilafoto 2017

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“Da Qui il cielo è grandissimo” – 500 anni del tempio di San Biagio

«Un giorno sentii un bambino che avrà avuto circa dieci anni rivolgersi a sua mamma, nel parco antistante il tempio di San Biagio, gridando “Mamma qui il cielo è grandissimo!”…

«Un giorno sentii un bambino che avrà avuto circa dieci anni rivolgersi a sua mamma, nel parco antistante il tempio di San Biagio, gridando “Mamma qui il cielo è grandissimo!” Questa frase, detta da un bambino, mi colpì profondamente ed esplicita molto bene quello che rappresenta il tempio di San Biagio». Don Domenico Zafarana conclude con questo suggestivo aneddoto il suo intervento alla conferenza di apertura al ricco programma di venerdì 15 giugno 2018, in seno alle celebrazioni del V centenario della basilica poliziana, che vedeva la presenza dell’Architetto Riccardo Pizzinelli, presidente delle Opere Ecclesiastiche Riunite di Montepulciano, il Presidente delle Fabbricerie Italiane Pierfrancesco Pacini, Laura Martini della Soprintendenza ai beni Artistici e Storici di Siena, l’Avvocato Paolo Tiezzi Maestri, Presidente della Società Bibliografica Toscana nonché il vicesindaco di Montepulciano Luciano Garosi. L’incontro si è posto di presentare al pubblico sia l’opera di restauro dell’antico organo, fatto costruire nel 1781 da Alamanno Contucci, sia la mostra Arte Architetti Architettura, realizzata dalla Società Bibliografica Toscana, che raccoglie preziosi testi e stampe dell’architettura del Cinquecento. Sulla copertina del catalogo della mostra è rappresentato un Uomo Vitruviano inscritto nella croce greca della planimetria del tempio: un’immagine che ben esemplifica la misura umanistica dell’architettura, e in generale dell’arte, del rinascimento, che vede l’uomo al centro delle riflessioni teoriche e pratiche di ogni disciplina del vivere: l’homo faber artefice del circostante. «Chi calpesta il cotto di San Biagio» prosegue Don Domenico «diventa un po’ più uomo, avvicinandosi a Dio».

Anche Alamanno Contucci, omonimo del suo antenato settecentesco che costruì l’organo recentemente restaurato, ha preso la parola, ricordando la figura del suo trisavolo costruttore di organi per diletto. Fra le molteplici opere da lui firmate si annovera anche l’organo della Chiesa del Carmine a Firenze. La famiglia Contucci ha mantenuto viva la passione per la musica: alla conferenza è infatti seguito il concerto di Soprano, da parte della ormai famosa soprano Eleonora Contucci accompagnata da Antonio di Marco all’organo e da Antonio Cordisco alla tromba. Il concerto è stato organizzato in collaborazione con il Festival di Pasqua a Montepulciano, diretto dalla stessa Eleonora Contucci, oggi docente di canto presso il Conservatorio di Teramo.

Il presidente delle Fabbricerie italiane Pierfrancesco Pacini, per la prima volta a Montepulciano, ha preferito giungere in città con un giorno di anticipo, per godere al meglio delle bellezze del territorio. «Siccome sapevo che fosse un luogo bellissimo, sono arrivato con un giorno di anticipo» Afferma ai nostri microfoni «Sono rimasto entusiasta, colpito in maniera indicibile da tutta questa bellezza. Un aspetto monumentale di grandissima eccellenza. L’esterno di San Biagio mi ricorda piazza dei Miracoli, perché sono pochissime le basiliche di queste dimensioni circondate da un bel verde come questo. Voglio tornare a Montepulciano per i mercatini di natale». L’associazione Fabbricerie Italiane è cresciuta tantissimo negli ultimi anni. «Abbiamo fatto un contratto di lavoro unico per tutti con le confederazioni sindacali nazionali, abbiamo messo su un comitato tecnico per la sicurezza di tutto il patrimonio che seguiamo. In più siamo sempre più attenti agli aspetti giuridici, sono seguiti da un nostro esperto, per la cura sempre più puntuale degli statuti che regolano i rapporti con il ministero dell’interno, con la Cei e con le alte istituzioni di competenza romana»

Anche l’avvocato Paolo Tiezzi Maestri, il quale oltre ad essere presidente della società Bibliografica Toscana ricopre anche il ruolo di assessore alla cultura del comune di Torrita di Siena – e quindi particolarmente interessato alla conservazione e divulgazione del patrimonio storico e architettonico del nostro territorio – ha presentato la mostra ai nostri microfoni: «La mostra è maturata grazie all’entusiasmo di Riccardo Pizzinelli, Don Domenico Zafarana, nonché Sua Eccellenza il Vescovo. Come Società Bibliografica Toscana abbiamo pensato di proporre una mostra di libri di architettura, buona parte dei quali usciva dai torchi negli stessi anni in cui questo tempio veniva innalzato. Questo aspetto legato alla contemporaneità delle opere presentate, ci è sembrata estremamente interessante». La società bibliografica Toscana mantiene ottimi rapporti, comprovati da lunghe collaborazioni, con la parrocchia di Montepulciano: «Don Domenico Zafarana è consulente per una collana, alla quale teniamo molto, che si intitola Ecclesiae Sanctorum, che raccoglie contributi di studio e ristampe di materiali a carattere agiografico».

Montepulciano si conferma quindi un fondamentale centro di interesse nell’ambito dei beni storici e artistici della provincia di Siena. La presenza della Dottoressa Laura Martini, della soprintendenza ai beni artistici e storici di Siena, lo conferma: «San Biagio è una testimonianza d’arte e di architettura eccezionale essendo uno dei principali monumenti del rinascimento italiano di Antonio da Sangallo. A Montepulciano stiamo seguendo anche un restauro del polittico di Taddeo di Bartolo del 1401. Siamo attenti a tutto ciò che riguarda il patrimonio poliziano, perché la città è una protagonista del nostro patrimonio» «Il tempio di San Biagio è l’emblema della misura del rinascimento italiano del classicismo toscano e fiorentino nazionale e internazionale. La mostra presentata oggi è bellissima. Accompagna anche l’altra, aperta a maggio, sul ritorno delle tele sugli altari ricostruiti alla fine dell’800 in stile cinquecentesco».

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Le Terme Sant’Elena raccontate da una mostra di foto storiche

Torna dal 18 al 20 maggio nel parco delle Terme di Sant’Elena, l’appuntamento con Acqua&Vino Chianciano. Se protagonista assoluto della prima edizione era stato il jazz, quest’anno, oltre a eventi…

Torna dal 18 al 20 maggio nel parco delle Terme di Sant’Elena, l’appuntamento con Acqua&Vino Chianciano. Se protagonista assoluto della prima edizione era stato il jazz, quest’anno, oltre a eventi di narrazione e musica che vedranno la partecipazione di Teresa De Sio, David Riondino, Pupo e l’Istituto Bonaventura Somma, non mancheranno iniziative di altro genere, come la mostra di foto storiche sull’età aurea dello stabilimento termale. Visitabile gratuitamente nei giorni del festival all’interno del parco e curata dell’esperta di arte Teresa Guerra, la mostra sarà un vero e proprio viaggio per immagini, come ci ha raccontato l’organizzatore dell’evento, Gionata Giustini.

Come è nata l’idea di organizzare questa mostra?

«Ero andato con il proprietario dello stabilimento, il dottor Ubaldo Ruju Cignozzi, a spostare del  materiale in un garage, quando la nostra attenzione si è posata su degli scatoloni chiusi. Abbiamo pensato di aprirli e vi abbiamo trovato questo archivio di foto. Da lì l’idea di selezionarne una parte, esporla e farla conoscere al pubblico».

Quali foto sono state scelte per la mostra?

«Sono scatti inediti, ovviamente in bianco e nero, risalenti agli anni ’50 e ’60 dei tanti personaggi illustri che si sono esibiti a Sant’Elena: Ella Fitzgerald, Claudio Villa, il Quartetto Cetra e Nino Taranto, solo per citarne alcuni. Ma non solo, perchè ci saranno anche sezioni tematiche sulle corse di auto d’epoca, le gare di ballo e i concorsi di bellezza».

C’è una fotografia particolarmente significativa tra tutte?

«Penso ad una scattata durante una corsa d’auto, perchè rende bene l’idea di cosa fosse Chianciano in quegli anni e la portata delle manifestazioni che vi si svolgevano».

Cosa può rappresentare una mostra di questo tipo per Chianciano?

«Si tratta senza dubbio di una testimonianza documentale importante, proprio per il fatto che le terme di Sant’Elena sono state una pietra miliare nell’evoluzione del turismo in Italia. Ad oggi il complesso termale, con i suoi otto ettari di parco e l’auditorium, rimane degno di essere messo in risalto. Anche Papa Ratzinger, che vi si soffermò alcuni giorni durante il suo pontificato, ne rimase ammirato tanto da definirlo “un santuario ecologico”».

Quale effetto si aspetta che la mostra sortirà nei confronti del pubblico?

«Immagino che sarà un evento interessante da scoprire per tutti, ma soprattutto per i chiancianesi. Rivedersi in quegli scatti potrà essere emozionante ma al tempo stesso motivo di riflessione. L’occasione per ricordare le proprie radici e le potenzialità legate al valore storico e culturale di questo territorio».

Nino Taranto nella famosa macchietta di Ciccio Formaggio, con la celeberrima paglietta tagliuzzata.

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I volti e le fiabe: intervista a Carlotta Bertelli e Gianluca Guaitoli

É stata inaugurata lo scorso 1° aprile, e rimarrà aperta fino al 1° luglio, al castello di Sarteano la mostra “C’era un volto e forse c’è ancora”, l’esposizione di fotografie…

É stata inaugurata lo scorso 1° aprile, e rimarrà aperta fino al 1° luglio, al castello di Sarteano la mostra “C’era un volto e forse c’è ancora”, l’esposizione di fotografie artistiche realizzate da Carlotta Bertelli e Gianluca Guaitoli.

Fotografa lei, hair stylist con esperienza internazionale nel campo della moda lui, l’anno scorso hanno scelto di venire a vivere con Francesca, la loro bambina a cui tra l’altro è dedicata la mostra, nel piccolo borgo di Fonte Vetriana.

Cosa vi ha portato a Fonte Vetriana?

Carlotta: «Eravamo alla ricerca di un luogo tranquillo, una specie di eremo, dove ad essere più pulita fossero la qualità dell’aria e i rapporti con le persone. Qui adesso abbiamo il nostro studio e abbiamo trovato il luogo perfetto per esporre “C’era un volto e forse c’è ancora”».

Come è iniziato il progetto della mostra?

Carlotta: «É accaduto per caso, era il 2014 e Gianluca stava lavorando a un servizio di moda. Rimanemmo colpiti da come alcuni scatti riuscivano a raccontare una modella nei tratti distintivi della sua personalità, oltre che ovviamente a ritrarla nei suoi lineamenti. Poi durante un’esposizione a Parigi, abbiamo fatto vedere le foto a un gallerista che ci ha suggerito di approfondire questo spunto».

Oggetto degli scatti sono i volti. A cosa si deve questa scelta?

Gianluca: «La scelta è stata dettata dalla volontà di porre l’attenzione sulla persona, in una realtà ormai velocissima dove si fa sempre più fatica a soffermarsi sui volti che ci circondano. Abbiamo voluto in posa di fronte all’obiettivo chi potesse esprimere un’estetica non necessariamente racchiusa nei canoni tipici della bellezza, ma in grado di raccontare una propria verità».

Chi sono i soggetti delle fotografie?

Carlotta: «Sono persone del posto, di cui alcune hanno accettato il nostro invito a farsi fotografare, mentre altre si sono proprio offerte».

Che ci sia un legame tra le vostre fotografie e il mondo fiabesco lo si intuisce già dal titolo della mostra “C’era un volto e forse c’è ancora”, ma di preciso in cosa consiste questo rapporto?

Carlotta: «Le fiabe rappresentano luoghi dell’immaginazione con più di un significato, le trame sono fatte di esperienze, incontri, sfide e paure che non riguardano soltanto i personaggi dei racconti, ma la vita vera di ognuno. Per questo vogliamo far riflettere sul fatto che le fiabe si riscrivono ogni giorno, si ritrovano nella vita quotidiana e nei volti delle persone che si incontrano per strada».

Quale ruolo possono avere le fiabe nella nostra società?

Carlotta: «Oggi regna ovunque un clima di indifferenza, quando non proprio di sfiducia, dell’uno verso l’altro, alimentato da paure spesso motivate dalla non conoscenza. L’osservazione di un volto è il primo passo verso la scoperta di una persona e della sua storia, anche se di fronte a queste fotografie lo spettatore può costruirsi il proprio percorso di lettura, inventarsi ogni volta un finale. Non ci sono nè titoli nè didascalie ad indicare a quale fiaba la foto si riferisce, anzi nella maggior parte dei casi si è voluto eliminare il più possibile i particolari che avrebbero potuto distogliere l’attenzione dai soggetti».

State già pensando ad un nuovo progetto?

Gianluca: «Sicuramente proseguiremo con i ritratti, per approfondire e rendere più vasto questo lavoro. Poi vorremmo esporre la mostra in un contesto urbano. Forse in città, piuttosto che qui, incombono la solitudine e l’isolamento dell’individuo e dunque le nostre foto potrebbero essere un’occasione per soffermarsi a osservare, e conoscere, cosa le persone che ci stanno attorno hanno da raccontare».

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La bandiera vola tra le emozioni della storia – Intervista al Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Torrita

Per ricercare l’origine della figura dello sbandieratore dobbiamo risalire al periodo medievale e più precisamente all’ambiente di guerra. La bandiera era il segno dell’orgoglio cittadino ma allo stesso tempo esprimeva…

Per ricercare l’origine della figura dello sbandieratore dobbiamo risalire al periodo medievale e più precisamente all’ambiente di guerra. La bandiera era il segno dell’orgoglio cittadino ma allo stesso tempo esprimeva un’esigenza tattica ed era punto di riferimento durante il combattimento. Gli sbandieratori servivano per comunicare con i reparti: attraverso lanci e sventolii dei vessilli veniva infatti indicato l’attimo più propizio per l’attacco, i movimenti da effettuare con le truppe e le fasi salienti della battaglia, secondo un codice ben preciso.

Il maneggio delle bandiere era affidato a bravi militi che avevano il compito di difendere le proprie insegne sino alla morte. Dovevano essere fedeli, discreti e ingegnosi oltre che istruiti in diverse lingue per comunicare con i nemici sul campo di battaglia. Se i nemici catturavano uno sbandieratore, questi, nonostante violenze e torture, non dovevano assolutamente rivelare i segreti che gelosamente custodivano.

Oggi della figura dello sbandieratore è rimasto l’aspetto estetico e lo spettacolo che determinano l’atmosfera di una festa, una figura che fa vivere la bandiera con uno sventolio preciso e multicolore che sia scandito dai tempi indicati dai tamburi e dalle chiarine. Quello che non è cambiato nei secoli, però, è la paura, l’insicurezza e soprattutto l’onore e l’orgoglio che ogni sbandieratore e tamburino prova quando veste i colori della propria contrada che sia essa un’epoca antica o moderna.

Juri Gigliotti, presidente Gruppo Sbandieratori e Tamburini Torrita di Siena

Sensazioni strane e allo stesso tempo difficili da descrivere quelle provate da uno sbandieratore o tamburino, ma che la nostra redazione è riuscita a carpire dalle parole di Juri Gigliotti, neo presidente del Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Torrita di Siena.

Il Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Torrita di Siena nasce nel 1991, figlio naturale dell’Associazione Sagra San Giuseppe, l’associazione che organizza ogni anno il Palio dei Somari. Il gruppo è attualmente composto da 50 elementi tra sbandieratori, tamburini, chiarine, armati e tutte le persone che lavorano dietro le quinte per la crescita dei questa bella realtà torritese.

Lo scopo del Gruppo è quello di far conoscere e promuovere il territorio di Torrita di Siena, il suo Palio e tutta la passione con la quale viene vissuto, rievocando la tradizione dell’epoca tardo-medievale senese. Il Gruppo si esibisce in suggestivi cortei e in curate evoluzioni capaci di far rivivere uno scorcio di vita medievale, utilizzando le bandiere delle 8 contrade e dei 4 castelli del Palio dei Somari di Torrita.

Ogni contrada sfila il giorno del Palio in un suggestivo corteo che racchiude quasi 300 figuranti in costume. All’interno del corteo vi sono due sbandieratori e due tamburini per ogni contrada che si sfidano il sabato antecedente al Palio, in una gara a coppie nella piazza del Comune. Questa gara ha raggiunto negli anni alti livelli di qualità, destrezza e sincrona armonia nelle esibizioni presentate dalle coppie di concorrenti. La domenica del Palio tutti gli sbandieratori e i tamburini delle Contrade si esibiscono insieme in esecuzioni di piccola squadra, grande squadra e numero dei musici.

Ciao Juri, primo anno di palio da neo presidente del Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Torrita, come ti senti?

Sono molto emozionato. Spero di essere all’altezza di questi ragazzi perché l’impegno che mettono in tutto quello che fanno è massimo e quindi li devo rappresentare nel migliore dei modi’

Come si sta preparando il gruppo in vista del Palio e quali sono i numeri che porteranno in piazza il giorno della grande corsa?

‘Il gruppo si sta preparando con prove continue, studi e tanti consigli da chi è stato sbandieratore o tamburino prima di loro. Spesso far conciliare impegni personali e prove non è semplice e quindi i nostri ragazzi fanno i salti mortali per poter essere impeccabili il giorno del Palio. È un gruppo fantastico e sta facendo un ottimo lavoro. Quest’anno il giorno del Palio porteranno in piazza due numeri: uno composto da sei sbandieratori e otto tamburini, uno per contrada, e un altro in cui ci saranno otto sbandieratori e otto tamburini. Inoltre ci sarà il numero aggiuntivo dei castelli composto da quattro tamburini e quattro sbandieratori”.

Oltre al vento, qual è l’insidia più temuta da uno sbandieratore?

‘Oltre il vento l’insidia più temuta è sicuramente l’emozione. L’emozione potrebbe giocare brutti scherzi, perché portare in piazza i colori della tua contrada, farli sventolare a ritmo di tamburi è una scarica di adrenalina che non ti abbandona mai, ma allo stesso tempo ti da la giusta carica per affrontare il numero. Questi momenti ti regalano un insieme di emozioni difficili da spiegare che solo vivendoli si possono capire’.

Ed è proprio la voglia di continuare a tramandare queste emozioni e la passione per la bandiera che nel 2005 nasce la Scuola Sbandieratori e Tamburini di Torrita, dedicata ai bambini dai 9 ai 14 anni. La Scuola Sbandieratori e Tamburini si è esibita all’interno di molti contesti sia nel nostro territorio che nelle province e nelle regioni limitrofe. Veder crescere le nuove generazioni vicine all’arte della bandiera, del tamburo e della chiarina, garantendo così il tramandarsi della propria tradizione e attività, è fonte di orgoglio e soddisfazione per il Gruppo Sbandieratori e Tamburini, che rappresenta ormai fiore all’occhiello della propria comunità.

Che effetto fa essere considerati uno dei gruppi più apprezzati e ammirati della Valdichiana?

‘Fa estremamente piacere e onore ad essere visti così dagli altri gruppi della Valdichiana, perché significa che stiamo lavorando bene, frutto di anni di lavoro e di molti sacrifici da parte delle persone che ne hanno fatto parte nel tempo. In questo ci ha aiutato molto la scuola dei piccoli sbandieratori e tamburini, con la quale siamo partiti sette anni fa e adesso stiamo raccogliendo i risultati di quel lavoro. La buona preparazione ricevuta dai piccoli fa bene alla crescita del gruppo e vedere che oggi quei bambini sono cresciuti e quindi passati nel gruppo dei grandi, fa sicuramente piacere’.

Del gruppo fanno parte anche diverse donne. Com’è cambiato, negli anni, il ruolo delle donne nel gruppo e quante ne fanno parte attualmente?

‘Le donne, fino a poco tempo fa, non erano così numerose come adesso. In passato hanno ricoperto il ruolo di porta insegne e ci aiutavano dietro le quinte: mi viene da citare e ringraziare Francesca Rossi e Daniela Bonollo. Le quote rosa stanno prendendo sempre più campo sia tra gli sbandieratori e che tra i tamburini e anche nella scuola è arrivato un bel gruppetto di bambine. Quest’anno poi, nel gruppo dei grandi, ci sarà sempre la coppia di donne della contrada Porta a Pago e quindi anche quest’anno ci sarà una bella rappresentanza di donne che non solo fanno parte dell’uscita della domenica del Palio ma partecipano attivamente a tutta la vita del gruppo’.

Ci sono rivalità tra gli sbandieratori e tamburini del gruppo?

‘Le rivalità ci sono, però si tratta di sana competizione. Tra i ragazzi c’è molto affiatamento perché la giornata del Palio siamo tutti insieme per suonare in piazza e portare in alto i colori di Torrita. Non ci sono mai stati litigi, ma solo, ripeto, una sana competizione’.

L’esperienza acquisita negli anni dai ragazzi, oggi adulti, ha portato ad adattare le loro esibizioni a ogni necessità richiesta, con la possibilità di esibirsi in spettacoli di grande squadra, piccola squadra e singolo e numero dei musici. Molte sono state le piazze entusiasmate dai colori torritesi negli ultimi venti anni di attività, italiane ed europee, ecco alcuni esempi: Middelalder Festival di Horsens, Middelalder Festival di Oslo, Santiago de Compostela, Piazza San Pietro a Città del Vaticano, Beauvais e Budapest.

Juri Gigliotti al suo primo anno da presidente del Gruppo sente molta responsabilità e alle giovani generazioni spera di riuscire a tramandare l’amore per la festa, la passione per la bandiera o per i tamburi o le chiarine, ma soprattutto l’impegno di cui la manifestazione ha bisogno per crescere ancora e le gioie e i dolori che possono portare questa meravigliosa festa, simbolo di aggregazione e comunità.

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