La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Attualità

L’accoglienza dei migranti: come bambini in un asilo

Il tema dell’accoglienza dei migranti dovrebbe più correttamente riferirsi ai “richiedenti asilo”. Stiamo infatti parlando di persone che lasciano il paese d’origine e sono temporaneamente accolte in Italia o in…

Il tema dell’accoglienza dei migranti dovrebbe più correttamente riferirsi ai “richiedenti asilo”. Stiamo infatti parlando di persone che lasciano il paese d’origine e sono temporaneamente accolte in Italia o in Europa perché hanno fatto richiesta di un diritto internazionalmente riconosciuto e presente anche nella nostra Costituzione. Fintanto che il sistema giudiziario non valuta la correttezza delle loro richieste, essi sono definiti da uno status ambiguo che li lascia in un limbo che è quasi fuori dall’ordinamento sociale e giuridico; può durare per molti mesi, addirittura anni.

D’altronde, la stessa parola “asilo” rileva un’ambiguità di fondo in questo contesto, se consideriamo la sua etimologia. Dal greco Asylum, era riferito ai templi o ai luoghi sacri in cui i criminali erano temporaneamente protetti dal diritto di cattura: luoghi sicuri e fuori dalla legge, poiché si situavano sopra di essa. Da luogo sicuro per i colpevoli, nell’età classica, a luogo sicuro destinato ai bambini nell’età contemporanea: oggi l’asilo è il luogo in cui poter lasciare gli infanti mentre i genitori sono al lavoro, per accudirli e farli crescere, in quanto non sono ancora autosufficienti per vivere nella società e non hanno ancora pienamente acquisito lo status di persona.

Che siano riferiti all’accezione di criminali o bambini alla ricerca di un luogo sicuro, quindi, coloro che ricorrono al diritto d’asilo nell’ambito delle migrazioni internazionali hanno già, per definizione, uno status inferiore a quello della persona libera.

Per approfondire questi temi ho analizzato un caso di studio sul territorio in cui vivo: il centro di accoglienza di Montepulciano Stazione. Ho svolto interviste e ricerche, raccolto storie di vita e documentazioni nel corso dei primi mesi del 2017; da questa inchiesta è nato un lavoro molto più complesso e articolato, di cui vi propongo alcuni punti salienti.

I sistemi di accoglienza in Italia

L’eccellenza del sistema di accoglienza nel nostro Paese è rappresentata dalla rete SPRAR, ovvero il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Esso è costituito dalla rete degli enti locali, supportati dalle associazioni del terzo settore, che garantiscono interventi di accoglienza integrata. Lo SPRAR è un sistema che consente non soltanto la distribuzione di vitto e alloggio, ma anche i servizi di assistenza e orientamento, l’inserimento sociale ed economico, la mediazione culturale. Si tratta di un sistema che ha ricevuto numerosi attestati di merito e che è specificamente destinato ai richiedenti asilo e ai rifugiati.

Non tutti gli enti locali, tuttavia, hanno aderito alla rete SPRAR: ad oggi si contano soltanto circa 1200 comuni su un totale di circa 8000 comuni italiani. Alla fine del 2016 la situazione è quella ben descritta dall’approfondimento de “La Stampa”, con Comuni in sofferenza e altri neppure toccati dalla situazione.

Inoltre, l’ambigua condizione che continuano a vivere i migranti (sospesi tra richiedenti asilo, titolari di un qualche tipo di protezione internazionale, profughi o clandestini) ha impedito di fare chiarezza tra i centri di accoglienza primaria (per l’identificazione dei richiedenti asilo e la gestione delle prime fasi di arrivo) e quelli di accoglienza secondaria (per l’inserimento sociale e culturale di coloro che ne hanno diritto), finendo per mischiare le carte in tavola e smistando i migranti, sulla base della contingenza e dell’emergenza, tra le varie tipologie di strutture.

Non tutti gli enti locali hanno aderito alla rete SPRAR, ma gli sbarchi non si sono fermati. Per quanto non si possa parlare di “invasione” o di “emergenza sbarchi”, il numero degli arrivi è comunque superiore ai posti messi a disposizione da questa rete (nel 2016 circa 360mila sbarchi a fronte dei circa 26mila posti disponibili – attraverso le fonti di Open Migration). Lo Stato italiano ha quindi dovuto ricorrere ad altre tipologie di centri accoglienza quali il  Cpsa, il Cara, il Cie, e soprattutto i Cas, a partire dal 2014; misure alternative che permettessero comunque di distribuire la presenza dei migranti nei territori, anche in quelli periferici, diminuendo la loro incidenza nelle grandi città e nelle periferie.

Sono soprattutto i centri Cas a costituire la parte più ambigua del sistema: essi non hanno bisogno del rapporto diretto con l’ente locale e al loro interno vengono smistati anche i richiedenti asilo che avrebbero diritto ai servizi più avanzati di inserimento. È bene chiarire che la criticità dei Cas non è soltanto relativa al mancato esercizio di un diritto, ma anche alla loro peggiore gestione, al loro costo più alto e alla loro efficienza più bassa. Nei Cas la rendicontazione dei costi è più difficile da ottenere e la trasparenza non è sempre garantita.

La riuscita dei Cas dipende dalla singola capacità degli operatori dei centri, e questo denota una mancanza di strutturazione del servizio: la buona accoglienza, con questo sistema, diventa l’eccezione e non la norma. A questo proposito, la campagna “InCAStrati” mira a mettere in luce le storture e l’ambiguità del sistema di accoglienza in cui stiamo vivendo: ci troviamo infatti di fronte a una cipolla a più strati, un sistema di accoglienza che dal 2014 ad oggi non è cambiato, e in cui la situazione non fa che peggiorare.

I migranti di Montepulciano Stazione

In questo contesto si inserisce il centro di accoglienza di Montepulciano Stazione, che ha cominciato le sue attività a Dicembre 2016. Si tratta di un Cas gestito da un imprenditore di Chianciano Terme, Massimo Fiorini, all’interno di una struttura alberghiera, con il supporto di un’associazione del terzo settore di riferimento, ovvero la Croce Rossa locale.

Il centro gestisce 26 migranti provenienti da Ghana, Nigeria, Somalia, Costa d’Avorio, Mali, Bangladesh e Pakistan, suddivisi in 24 adulti e 2 bambini. Per loro stessa ammissione, l’esperienza si sta rivelando buona: durante le mie interviste ho raccolto commenti positivi e nessuna lamentela.

La struttura di accoglienza funziona sulla base di precisi orari: la colazione alle ore 7:30 di mattina, il pranzo alle ore 12:00, la cena alle ore 18:00. Tale orario costituisce anche la chiusura serale del centro: se qualcuno degli ospiti dovesse rientrare nella struttura dopo l’orario stabilito, i gestori sono tenuti a comunicarlo alla Prefettura per eventuali provvedimenti disciplinari.

Il regolamento del centro di accoglienza cita anche i casi di allontanamento: l’uscita dei migranti è consentita limitatamente alle ore diurne. Chi vuole allontanarsi per più tempo, per motivi personali o per attività connesse alle domande di asilo, deve effettuare una richiesta preventiva alla prefettura per ottenere un permesso temporaneo.

In cambio dell’erogazione dei servizi del centro, i migranti ospitati a Montepulciano Stazione si impegnano a firmare quotidianamente il registro delle presenze, frequentare i corsi di lingua italiana, partecipare alle pulizie degli spazi privati e comuni. Alcuni vorrebbero lavorare, ma finché non hanno una richiesta provvisoria di permesso di soggiorno, non posso essere iscritti all’ufficio di collocamento. Tre di loro hanno fatto richiesta per frequentare il corso e diventare volontari della Croce Rossa di Montepulciano Stazione.

I richiedenti asilo imparano la lingua italiana

Non-persone, bambini e migranti

Il caso di Montepulciano Stazione mi permette di affrontare alcuni aspetti complessivi del sistema di gestione. Il fulcro della questione è già nella definizione linguistica: la parola asilo rappresenta pienamente tutta l’ambiguità di fondo del contesto in cui vivono i migranti nei centri di accoglienza. L’asilo è il luogo sicuro in cui i criminali si rifugiano, il luogo sacro situato sopra la legge; ma è anche il luogo sicuro in cui i genitori lasciano i figli mentre vanno al lavoro.

Gli infanti nell’asilo non sono ancora sufficientemente maturi: non sono ancora diventate persone. In maniera simile, i criminali posti fuori dalla legge, nel sacro territorio dell’asilo, non possono essere catturati e quindi neppure difesi: sono temporaneamente fuori dalla legalità, dal sistema dei diritti e dei doveri che accomuna tutte le persone che hanno acquisito lo status di cittadino.

Anche un criminale, che ha un’accezione negativa, è diventato perlomeno una persona, rispetto a chi rimane fuori da questo sistema. Finché rimane dentro all’asilo, è una non-persona, che non può neppure accedere al sistema giudiziario. Al pari dell’infante, però, l’asilo è una condizione temporanea: prima o poi il bambino crescerà, e potrà diventare una persona a tutti gli effetti.

Anche i richiedenti asilo si trovano in una situazione temporanea di non-persone. Sono in attesa di valutazione da parte di una commissione competente, e fintanto che questa condizione perdura, sono accolti nel loro asilo, un luogo sicuro e separato dalla cittadinanza. Dentro all’asilo non si è ancora persone: in cambio della sicurezza, si perdono autonomia o libertà ( o non si acquistano mai, finché non se ne esce). D’altronde, lo stesso sistema di accoglienza della rete Sprar ha come obiettivo la “(ri)conquista dell’autonomia” da parte dei richiedenti asilo e quindi dello status di persona libera: segno evidente che i migranti che si trovano al loro interno non hanno ancora un’autonomia e si trovano in una posizione ambigua e indefinita.

In uno Stato come quello italiano, in una civiltà come quella occidentale, in cui lo status di persona è riconosciuto a ogni individuo, i richiedenti asilo sembrano provocare un paradosso. Non sono delle persone, ma devono ancora diventarlo, come se fossero degli eterni bambini.

Questo tema era già stato al centro del mio precedente lavoro sui migranti di Torrita di Siena. Alla fine di tale ricerca avevo teorizzato la figura del migrante come quella del figlio adottivo, che attraverso il sistema di gestione dell’accoglienza riceve vitto, alloggio, vestiti e paghetta mensile. In cambio di questi servizi, forniti dal loro genitore adottivo rappresentato dal centro di accoglienza, sacrifica la sua dignità di persona e il pieno godimento dei diritti individuali.

La situazione nel centro di accoglienza di Montepulciano Stazione è simile: anzi, il regolamento predisposto dalla Croce Rossa in accordo con la Prefettura di Siena permette di fare un ulteriore passo avanti nella riflessione. Il regolamento chiede il rispetto di una serie di impegni e di divieti, oltre a dare delle indicazioni generali sui servizi offerti e sul modello di comportamento; in caso di ripetute infrazioni o grave violazione dello stesso, è previsto l’allontanamento della struttura o addirittura la revoca del diritto all’accoglienza.

La tabella dei divieti imposti agli ospiti è molto interessante, perché mischia norme di carattere legale a considerazioni di carattere morale; mischia indicazioni di “buona educazione” a condizioni d’uso della struttura alberghiera. Vi sono comprese norme già sancite dal diritto pubblico, e che non avrebbero bisogno di essere specificate, perché sono già vietate per legge (usare violenza contro altre persone, usare droghe, danneggiare la proprietà privata); vi sono limitazioni più strette rispetto a quelle che le persone, facenti parte della comunità dei cittadini, devono rispettare (usare alcolici, ospitare amici e parenti). E poi, accanto a quelle che potremmo considerare come delle norme di salvaguardia della struttura alberghiera ospitante, ci sono le indicazioni di buona educazione (rovistare nei cassonetti della spazzatura) che sembrano essere indirizzate più alla percezione esterna che la cittadinanza potrebbe avere degli ospiti, che a una reale necessità di gestione del centro.

Queste non sono norme necessarie alla corretta gestione di un centro d’accoglienza per richiedenti asilo: sono le norme di un collegio. Gli ospiti all’interno della struttura sono considerati al pari di eterni bambini, rinchiusi in un collegio con regolamenti più stringenti rispetto a quelli a cui ha diritto la società di persone. E a cui loro non hanno ancora diritto, in quanto non-persone.

La condizione di eterni bambini è il risultato dell’infantilizzazione che costringe i richiedenti asilo in un limbo che tra rinvii burocratici e appelli giudiziari può durare anni; in questa condizione temporanea essi sono costretti a vivere nel collegio dei centri di accoglienza, in attesa che venga loro riconosciuto lo status di persona, nel luogo sicuro e fuori dalla legge costituito dal loro asilo.

Ma le persone continueranno a migrare e a cercare di migliorare la propria condizione; prima o poi i bambini diventeranno adulti, e non potremo chiuderle in luoghi sicuri per tutta la vita.

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Dufatanemunda: pranzo di buon augurio per il raccolto

Da molto tempo seguiamo ormai le vicende della cooperativa Dufatanemunda: una cooperativa sociale che riunisce un gruppo di persone a Vugizo, nel Burundi, e che sta offrendo opportunità di sviluppo…

Da molto tempo seguiamo ormai le vicende della cooperativa Dufatanemunda: una cooperativa sociale che riunisce un gruppo di persone a Vugizo, nel Burundi, e che sta offrendo opportunità di sviluppo sostenibile nel territorio africano grazie al sostegno di tanti volontari e donatori provenienti dalla Valdichiana. Nel corso degli ultimi due anni sono stati infatti numerosi i legami tra la Valdichiana e il Burundi: due convegni al Lago di Montepulciano e una continua attività di sensibilizzazione portata avanti da Athanase Tuyikeze, fino alla nascita di una vera e propria onlus che porta lo stesso nome della cooperativa (Nel nostro speciale potete trovare tutti gli approfondimenti).

Per sancire questo legame, sempre più forte, la scorsa domenica 13 Marzo l’associazione Dufatanemunda si è riunita per un pranzo di buon augurio per il raccolto. Oltre cento persone, interessate alla storia di Vugizo e della cooperativa, si sono riunite per un pranzo in un’atmosfera serena e conviviale presso la sala Auser di Abbadia di Montepulciano.

“Siamo molto felici della grande partecipazione a quest’evento. – ha detto Athanase, presidente dell’associazione – Oltre alle tante persone che fin dall’inizio ci accompagnano in questo progetto, abbiamo notato nuove persone che si sono interessate alle attività della cooperativa e che portano sempre nuovi stimoli e nuove opportunità di crescita.”

Grazie ai fondi raccolti dall’associazione durante il pranzo sociale, sarà possibile continuare i lavori a Vugizo, nel sud del Burundi, potenziando le attività agricole della cooperativa e finanziando le opportunità di microcredito, che stanno già dando dei buoni frutti. L’obiettivo a medio termine è sempre quello di costruire una stalla, che sarebbe utile anche per l’approvvigionamento del concime per la fertilità degli orti sociali.

“Vogliamo ringraziare calorosamente tutte le persone che hanno partecipato a questa bella giornata e hanno pranzato assieme a noi. – ha continuato Athanase, al termine del pranzo – Un grazie speciale all’Auser di Abbadia di Montepulciano, che ci ha donato l’utilizzo della sala come contributo alla nostra associazione; e uno speciale ringraziamento ai ragazzi del Nautilus Xenolid Team, che hanno curato tutta la fase di catering e di servizio ai tavoli. Grazie di cuore anche a Raimondo e Bastiana, che hanno creduto in questo progetto fin dall’inizio e sono stati fondamentali per la buona riuscita di questo pranzo.”

Le attività dell’associazione, a sostegno della cooperativa Dufatanemunda e dello sviluppo sostenibile in Burundi, non si fermano qui: per il terzo anno di fila, infatti, è in fase di organizzazione il convegno al Lago di Montepulciano, che si terrà alla fine del mese di Giugno. L’evento sarà anche l’occasione per aggiornare tutti gli associati sullo stato di avanzamento dei progetti in corso a Vugizo, oltre ad approfondire importanti tematiche ambientali e agronomiche.

Mentre in Italia l’associazione Dufatanemunda si mobilita con grande partecipazione, in Burundi si è festeggiato il capodanno agricolo. I membri della cooperativa si sono mostrati molto felici del raccolto dei loro orti sociali, e le attività agricole proseguono alacremente. Segno evidente che il pranzo dell’associazione è stato veramente di buon augurio, e che le donazioni raccolte in Valdichiana stanno facendo una reale differenza in Burundi!

Se volete contribuire alle attività della cooperativa, è sempre possibile effettuare una donazione all’associazione locale: Dufatanemunda Onlus, codice iban: IT28 J033 5901 6001 0000 0147 362

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Raccolta differenziata: i comuni più virtuosi della Valdichiana

In questi giorni sono usciti i dati ARPAT relativi alla raccolta differenziata in Toscana. Per il 2015, la Regione aveva fissato un obiettivo per tutti i comuni: portare la raccolta…

In questi giorni sono usciti i dati ARPAT relativi alla raccolta differenziata in Toscana. Per il 2015, la Regione aveva fissato un obiettivo per tutti i comuni: portare la raccolta differenziata al 65%. Ma quanti ci sono riusciti?

 

Con una percentuale di raccolta differenziata del 69,83%, l’unico comune di tutta la Valdichiana che è riuscito a superare la soglia prefissata è stato Chiusi.  Nessun comune della provincia di Arezzo figura nella lista dei 60 che hanno raggiunto questo traguardo.

Ecco i dati ARPAT comune per comune, sempre relativi al 2015,  da cui si evince un maggiore virtuosismo da parte dei comuni del versante senese rispetto a quello aretino, che presente un forte ritardo rispetto agli obiettivi prefissati. Monte San Savino risulta il comune aretino con la percentuale di raccolta differenziata certificata più alta, assestandosi al 33%.

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Il rischio sismico in Valdichiana

Con la drammatica situazione che da fine agosto sta colpendo l’Italia centrale, dai terremoti di Amatrice fino ai violenti eventi sismici di Norcia, cresce l’attenzione e la preoccupazione per il…

Con la drammatica situazione che da fine agosto sta colpendo l’Italia centrale, dai terremoti di Amatrice fino ai violenti eventi sismici di Norcia, cresce l’attenzione e la preoccupazione per il rischio che tali eventi possano ripetersi. In situazioni di emergenza come queste, oltre alla corretta informazione e agli aiuti alle popolazioni colpite dal terremoto, è necessario avere consapevolezza del rischio che tutto il nostro territorio può correre.

L’Italia è infatti caratterizzata da un elevato rischio sismico, che si concentra principalmente lungo la dorsale degli Appennini; in generale, con l’unica eccezione della Sardegna, la particolare posizione geografica del territorio italiano lo rende ampiamente soggetto ai terremoti.

Che cos’è il rischio sismico?

Il rischio sismico può essere definito come l’effetto economico, sociale e ambientale di un terremoto su un territorio: misura quindi la probabilità che accada un evento sismico e gli eventuali danni che esso causerebbe. Il rischio sismico viene preso in esame nei processi di pianificazione di sviluppo e di potenziamento delle infrastrutture, così come nei piani di gestione delle emergenze e dei soccorsi. Risulta inoltre fondamentale per progettare processi di adeguamento antisismico, in modo da ridurre i danni agli edifici e alla popolazione.

Dal 2003 viene utilizzato un sistema di classificazione in quattro diversi gradi di intensità del rischio sismico. La classificazione disegna sulla mappa dello stivale il livello decrescente di pericolosità, dalla Zona 1 (la più pericolosa) alla Zona 4 (la meno pericolosa). Ogni anno il Dipartimento della Protezione Civile interviene sulla classificazione per aggiornare il rischio sismico di ogni comune italiano.

Per quanto riguarda la Valdichiana, il rischio sismico è moderato. Tenendo conto della classificazione del 2015, possiamo suddividere il territorio in due metà, in relazione alla vicinanza agli Appennini. La Valdichiana senese, come gran parte della provincia di Siena, si trova in Zona 3, mentre la Valdichiana aretina, come gran parte della provincia di Arezzo, si trova in Zona 2. La probabilità che si verifichino eventi sismici in questo territorio è media: il livello di rischio e di intensità dei terremoti rispetto alla Zona 1 è più basso, ma gli eventi sismici non sono così rari come nella Zona 4.

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Classificazione del rischio suddivisa per comune. Fonte: Classificazione Sismica 2015 del Dipartimento Protezione Civile – ufficio rischio sismico e vulcanico

La storia sismica della Valdichiana

Un altro importante elemento da tenere in considerazione in sismologia, oltre al livello del rischio, è quello storico. Un’analisi storica di tipo comparato permette infatti di risalire a eventi sismici del passato, acquisendo maggiore consapevolezza sui danni causati dai terremoti negli stessi territori e sulle possibili contromisure da mettere in atto. Attraverso un continuo lavoro di studio sui documenti e sui registri del passato, importanti istituti come l’INGV hanno tracciato la storia sismica dell’Italia, indagando gli effetti dei terremoti e valutando con maggiore precisione la pericolosità delle rispettive aree.

Restringendo l’analisi alla Valdichiana, possiamo risalire a eventi sismici degli ultimi secoli che hanno provocato degli effetti notevoli in gran parte della Toscana occidentale. Anche se la Valdichiana non risulta essere stata l’epicentro di eventi sismici, gli effetti dei terremoti nelle aree limitrofe sono sicuramente importanti da considerare, anche in ottica futura.

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Principali terremoti storici che hanno interessato l’area Valdichiana. Fonte: INGV, catalogo parametrico dei terremoti italiani, CPTI11. Imax è l’intensità massima osservata (scala MCS) e Mw è la magnitudo stimata

Senza allarmismi e senza rincorrere le emergenze, è importante considerare l’eventualità di un terremoto come parte della nostra vita, per pianificare correttamente il futuro del nostro territorio: anche se la Valdichiana è classificata come una zona a rischio moderato, tutto lo stivale è caratterizzato da un’elevata predisposizione agli eventi sismici. Prima ancora delle operazioni di prevenzione e di progettazione dei soccorsi, quindi, è necessario prendere consapevolezza di questo rischio.

Fonti e approfondimenti:

Classificazione del rischio – rischio-sismico-2015

Protezione civile – Sito web

INGV – Sito web

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“Visit Chiusi” e l’eredità degli Etruschi

La Valdichiana è stata una delle sedi più importanti della civiltà etrusca, e tutte le attuali cittadine di questo territorio sono chiamate a fare i conti con un passato così…

La Valdichiana è stata una delle sedi più importanti della civiltà etrusca, e tutte le attuali cittadine di questo territorio sono chiamate a fare i conti con un passato così importante, e per certi versi così ingombrante. A prescindere dalle vicissitudini del medioevo o del rinascimento, i borghi della Valdichiana mantengono forti tracce del passato etrusco e devono affrontare la difficile sfida della loro riscoperta e valorizzazione.

Chiusi è una delle città che maggiormente vive questa grande sfida. È stata una delle capitali della civiltà etrusca, uno dei cardini della dodecapoli e la sede di Porsenna, il lucumone che arrivò persino a sconfiggere Roma e ad assoggettarla al suo dominio. C’era un periodo, quindi, in cui Chiusi poteva vantarsi di essere uno dei centri più importanti di tutta la penisola. L’eredità degli etruschi può diventare una parte importante nella valorizzazione culturale e turistica della città e di tutto il territorio.

In questo contesto si inserisce l’iniziativa di “Visit Chiusi” inaugurata sabato 15 ottobre presso la Sala Conferenze S.Francesco e la Casa della Cultura, grazie al coinvolgimento dell’amministrazione comunale, delle associazioni, delle imprese e di tutto coloro che sono interessati alle tematiche dell’arte, della cultura e del turismo nella città di Porsenna. Un evento aperto alla partecipazione dal basso e al contributo di tutti, per delineare le strategie di sviluppo per il futuro di Chiusi, che si concluderà il prossimo 12 novembre. L’evento è stato introdotto dalla presentazione dei dati sui flussi turistici e sull’indotto economico generato dal comparto della cultura; successivamente i partecipanti si sono suddivisi in sei tavoli di lavoro tematici (cultura e arte, beni culturali patrimonio e turismo, incoming e accoglienza, attività produttive, associazionismo, comunicazione media e marketing) e i contributi realizzati sono stati dibattuti in un’assemblea pubblica, in attesa di un’analisi da parte di esperti di settore e di un programma attuativo di media/lunga durata messo in campo dall’amministrazione comunale.

Il tema degli etruschi e della loro eredità è stato rapidamente messo al centro della discussione dei diversi tavoli di lavoro: il Museo Nazionale Etrusco fa infatti registrare circa 18mila ingressi annuali, in una città che tra strutture alberghiere ed extra-alberghiere ha chiuso il 2015 con circa 63mila presenze. Una potenzialità turistica importante, quella fornita dai beni culturali e dal ricchissimo patrimonio archeologico della città, che oltre al museo può offrire esperienze uniche come la visita al Labirinto di Porsenna, alla Tomba della Scimmia o alla Tomba della Pellegrina. La crescita di eventi culturali come il Festival Orizzonti o il Lars Rock Fest si accompagna alla nascita di progetti come Experience Etruria, il  distretto turistico interregionale dell’Etruria e la candidatura a Capitale della Cultura 2018 assieme a Orvieto e Viterbo. Infine, non meno importante, l’inserimento dell’Etruria come linea di indirizzo nel Piano di Sviluppo Regionale della Toscana determina la volontà, anche da parte degli amministratori, di investire su progetti di lunga durata per la valorizzazione del patrimonio etrusco e una reale possibilità di crescita sul piano turistico e culturale.

Ho partecipato con interesse ai tavoli di lavoro di Visit Chiusi, sia perché ritengo fondamentale la partecipazione dal basso a progetti di questo tipo, sia perché la tematica risulta della massima importanza. Ritengo che gli etruschi possano diventare il punto di forza di Chiusi anche in ottica di promozione della destinazione turistica in chiave internazionale, sia attraverso i prodotti già presenti (dal Museo Nazionale Etrusco alle tombe), sia attraverso la creazione di nuove opportunità; ad esempio, lo sviluppo di un grande festival a tema etrusco che possa catalizzare l’attenzione di grandi volumi fuori dalla Valdichiana e dall’Italia.

La Tomba della Pellegrina

La Tomba della Pellegrina

Il Lago di Chiusi, i prodotti tipici locali, gli spettacoli culturali e i percorsi di sport e benessere possono essere elementi molto importanti, ma ritengo che debbano essere considerati a completamento di un’offerta che vede la valorizzazione storica, culturale e turistica degli etruschi al primo posto, sia dei progetti che degli investimenti. In un’ottica di competizione globale, l’eredità della civiltà etrusca è l’elemento identitario forte che caratterizza la città di Porsenna e che può renderla il punto di riferimento di un territorio molto vasto. In questo contesto, il progetto di Visit Chiusi sembra tracciare una linea nella giusta direzione, in sinergia con tutti i prodotti turistici che può offrire la Valdichiana nel suo complesso. Il futuro di Chiusi potrebbe passare proprio per il suo passato, grazie all’immenso patrimonio che ci ha lasciato la civiltà etrusca.

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A cosa servono i Coworking in Valdichiana?

Coworking: dalla lingua inglese, letteralmente, lavorare insieme. Una parola che sembra diventata importante anche in Valdichiana, negli ultimi tempi. Una parola inglese, legata al mondo dell’innovazione tecnologica, delle start-up, delle…

Coworking: dalla lingua inglese, letteralmente, lavorare insieme. Una parola che sembra diventata importante anche in Valdichiana, negli ultimi tempi. Una parola inglese, legata al mondo dell’innovazione tecnologica, delle start-up, delle smart communities, e come tutte le parole di questo tipo può nascondere incertezze, diffidenze e timori. Tanto fumo e poco arrosto, insomma. Eppure, non sembrerebbe questo il caso dei coworking, la cui importanza sta diventando cruciale nell’attuale mercato del lavoro. Anche nel nostro territorio, che è pur sempre un territorio rurale e distante dai grandi centri urbani, stanno arrivando i coworking: ce n’è uno a Montepulciano, un altro in costruzione a Chiusi. Ma cosa sono questi coworking, e a cosa servono?

Il coworking è un vero e proprio stile di lavoro, diverso dal semplice ufficio condiviso. Si tratta di uno spazio in cui possono lavorare assieme persone che non sono veri e propri colleghi, ma ciascuno è impegnato nella rispettiva attività professionale o nella propria impresa in via di sviluppo. Attraverso gli spazi di lavoro condivisi, le persone che operano nei coworking possono trovare sinergie tra le rispettive attività, scambiarsi idee e strategie. La cosa più importante è condividere la filosofia di fondo di questa modalità: un coworking non è un soltanto un modo per risparmiare sull’affitto dell’immobile e sui servizi, ma è prima di tutto una rete sociale, un ambiente in cui si favorisce la collaborazione con un tono informale e amichevole.

Un’altra caratteristica fondamentale del coworking è la sua versatilità. Accanto alle imprese e ai professionisti alla ricerca di un ufficio fisso, ci sono molte persone che hanno bisogno di spostarsi in continuazione e che viaggiano per affari, come dei “nomadi”, e che necessitano di uffici diversi in città diverse, per periodi di tempo più o meno lunghi. Per non parlare del mondo dei freelance e del telelavoro, di tutte quelle persone che preferiscono vivere in compagnia piuttosto che lavorare da casa.

Gli spazi di coworking di Wisionaria a Montepulciano

Gli spazi di coworking di Wisionaria a Montepulciano

Chi usufruisce di un coworking non ha a disposizione soltanto una scrivania o un ufficio a basso costo: ha anche la possibilità di entrare a far parte di una comunità che gravita attorno a quello spazio: la rete sociale dei professionisti e delle imprese che, lavorando fianco a fianco, offre ulteriori possibilità di sinergie, di collaborazione e di sviluppo. Di norma gli spazi di coworking mettono a disposizione dei servizi utili come la connessione internet ad alta velocità, le sale riunioni o il domicilio postale; a questi servizi si affiancano la possibilità di usufruire di corsi di formazione, bacheche con offerte di impiego, sostegno alle attività delle imprese e ai finanziamenti.

Come detto in precedenza, il coworking si è sviluppato principalmente negli ambienti urbani: nelle nostre vicinanze possiamo citare gli spazi di Coopupsiena, di Multiverso e di SpazioUnoDue a Siena, gli spazi di We52100 e di Hab25 ad Arezzo. Ma il coworking non è possibile soltanto nelle città, dove c’è più richiesta da parte delle imprese e dei liberi professionisti: in territori rurali come quelli della Valdichiana esiste anche la possibilità di poter sfruttare le caratteristiche del posto, le bellezze paesaggistiche e i prodotti enogastronomici per investire su modalità di lavoro più dolci e meno frenetiche. Si tratta quindi di coworking che suscitano l’interesse dei lavoratori nomadi, alla ricerca di pause dallo stress cittadino, o di turisti che intendono allungare le loro vacanze grazie all’opportunità di lavorare in ambienti rilassanti.

A Montepulciano è nato nel 2015 lo spazio di coworking di Wisionaria, all’ultimo piano di Palazzo del Capitano, che si affaccia proprio su Piazza Grande. Gestito dall’associazione che porta lo stesso nome, ha dato una nuova forma e un nuovo scopo a una serie di stanze pubbliche rimaste inutilizzate. Adesso ospita più di dieci postazioni per liberi professionisti, una sala riunioni, una sala formazione e alcune start-up, oltre a offrire servizi e opportunità alle associazioni interessate ai temi dello sviluppo sostenibile. Nel primo weekend di ottobre lo spazio ha anche ospitato la conferenza nazionale “Espresso Coworking”, in cui i gestori degli spazi condivisi di tante realtà italiane si sono incontrati per discutere dei progetti futuri e della direzione in cui si sta muovendo il mercato del lavoro.

Lavori in corso per gli spazi di coworking a Chiusi

Lavori in corso per gli spazi di coworking a Chiusi

A Chiusi sta nascendo un nuovo spazio di coworking, grazie al bando regionale di Start Up House che ha messo a disposizione delle risorse per ristrutturare l’ex “Casa del leggere e dello scrivere”. Entro pochi mesi l’edificio nel centro storico di Chiusi potrà ospitare cinque spazi per nuove attività imprenditoriali, circa 250 metri quadrati in cui gli interessati potranno lavorare fianco a fianco e sviluppare la propria attività, anche grazie a un piano di tutoraggio che vedrà azioni di supporto per il reperimento di fondi attraverso bandi regionali ed europei.

È presto per dire se il modello di lavoro nei coworking avrà successo, soprattutto nei territori lontani dai centri urbani. Siamo però di fronte a una realtà molto attiva, che sta attirando molti contributi pubblici (anche il bando GiovaniSì della Toscana, ad esempio, offre opportunità di voucher per chi decide di inserire la propria attività all’interno dei coworking della rete regionale) e che offre una seria alternativa a chi non vuole lavorare nei bar o negli studi della propria abitazione, ma mette la formazione di reti sociali e lo scambio di idee al centro della propria crescita professionale.

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Sempre più forte l’unione tra Valdichiana e Burundi

Dufatanemunda, in burundese, significa “L’unione fa la forza”: è questo il nome della cooperativa a Vugizo, nel sud del Burundi, che si occupa di sviluppare progetti di agricoltura sostenibile e…

Dufatanemunda, in burundese, significa “L’unione fa la forza”: è questo il nome della cooperativa a Vugizo, nel sud del Burundi, che si occupa di sviluppare progetti di agricoltura sostenibile e sviluppo sociale. La cooperativa è stata fondata da Athanase, un ragazzo originario del villaggio, ma che da molti anni vive in Valdichiana.

La nostra redazione ha cominciato a seguire la storia della cooperativa già dallo scorso anno, quando gli approfondimenti editoriali terminarono con un grande evento al Lago di Montepulciano, in cui sono stati raccolti i fondi per consentire alla cooperativa burundese di acquistare concime per i campi e far arrivare l’acqua agli orti. Il successo dell’iniziativa dello scorso anno ha permesso di completare il progetto degli orti sociali in modo da favorire l’autosussistenza dei membri della cooperativa nel villaggio di Vugizo: gli orti già da molti mesi stanno producendo melanzane, cavoli, patate e altre verdure che vengono utilizzate per l’autoconsumo e per la vendita al mercato.

L’arrivo dell’acqua negli orti della cooperativa è stato un evento storico per il villaggio: se consideriamo che, in media, ogni burundese ha a disposizione cinque litri d’acqua al giorno, i venti litri al minuto portati dalle tubature rappresentano un grande miglioramento nelle condizioni di vita e nelle potenzialità agricole. Inoltre, la cooperativa ha permesso ad altri terreni adiacenti di utilizzare l’acqua, grazie a degli appositi rubinetti lasciati a disposizione di altre attività agricole.


Dufatanemunda: gli orti sociali e la sede della cooperativa a Vugizo

Quello della cooperativa Dufatanemunda è il progetto di un orto pilota: la loro filosofia è quella di utilizzare soltanto semi autoctoni e di produrre alimenti sani e biologici. Altre persone nei dintorni di Vugizo, incuriosite dalla riuscita del progetto, stanno apprendendo le loro tecniche agricole, replicando gli orti in altri appezzamenti di terreno; gli stessi membri della cooperativa apprendono le tecniche di coltivazione nell’orto comune e dedicano altri piccoli appezzamenti di terreno nei pressi delle rispettive abitazioni per coltivare verdure e ortaggi per autoconsumo.

La cooperativa, inoltre, svolge un importante ruolo di coesione sociale: il mutuo soccorso permette di aiutare i membri in difficoltà economica, di acquistare libri scolastici per i bambini e per diffondere la filosofia della biodiversità e della sostenibilità agroalimentare negli altri abitanti. Un progetto importante, quindi, che ha già avuto un effetto positivo nella vita delle persone di Vugizo e che continua ad avere ottime prospettive di sviluppo sostenibile.

È proprio in virtù di questi effetti positivi, e del grande coinvolgimento delle persone in Valdichiana durante lo scorso anno, che anche nel 2016 si è tenuto un evento di raccolta fondi presso il centro visite “La casetta” del Lago di Montepulciano, con il supporto degli Amici del Lago di Montepulciano e del circolo Legambiente Valdichiana. La raccolta fondi è stata preceduta da un convegno sui temi dell’agricoltura sostenibile e della biodiversità, con gli interventi di Angelo Barili, Vladimiro Pelliciardi e Athanase Tuyikeze.

I fondi raccolti in questo secondo evento saranno interamente devoluti alla cooperativa Dufatanemunda, che li utilizzerà per costruire una stalla e acquistare capre e pecore, in modo da rendersi autonomi anche nella produzione di concime e nell’allevamento di animali domestici. Anche in questo caso la stalla sarà un progetto pilota, da cui gli altri membri della cooperativa e gli altri abitanti potranno prendere spunto per replicare e diffondere le tecniche di allevamento. Prosegue quindi il forte legame tra la Valdichiana e il Burundi, grazie al coinvolgimento e la solidarietà disinteressata di tante persone che stanno sostenendo un progetto sociale che sta migliorando la vita delle persone nel villaggio di Vugizo.


Dalla Valdichiana al Burundi – Lago di Montepulciano – 19 Giugno 2016

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Il Fuoco Lento dei ROS. Un’intervista alla band

Dietro l’immagine edulcorata da un caschetto rosa acceso, che sovrappone nella memoria immagini composite, tra l’aspetto di una giovane Kim Gordon e l’attitudine post-punk di Alison Mosshart, Camilla nasconde un…

Dietro l’immagine edulcorata da un caschetto rosa acceso, che sovrappone nella memoria immagini composite, tra l’aspetto di una giovane Kim Gordon e l’attitudine post-punk di Alison Mosshart, Camilla nasconde un ordigno deflagrante. Prorompente nella liscitudine della sua vocalità, la personalità musicale della leader dei ROS è elasticissima: capace di corrugarsi e ruggire, come una Anouk Teeuwe con vent’anni di meno, mista ad una raro scrupolo chitarristico, virtuoso e attento come una Lita Ford con meno hairspray e meno shatush. Al suo tocco “smaltato” ma consapevole, si intesse una sezione ritmica di notevole potenza e precisione. Nella ruvidità valvolare sprigionata dagli humbucker della diavoletto di Camilla, emergono –  e si distinguono per la pulizia – Lorenzo alla batteria, che gioca con cognizione tra i raddoppi secchi dei bordi del rullante e il charleston (ne è una prova l’ottima “Fiori e Fiamme”) mentre i groove sulle basse frequenze sono gestite in maniera ritmicamente efficace da Kevin, al basso, sempre accentato in avanti, nel suo pattern cavalcante e incisivo.

I ROS esistono da un anno, ma la loro amalgama sembra risalire ad anni di esperienza di sale prove e di musica d’insieme. In un anno sono entrati a spallate nel marasma chiassoso delle band del centro Italia, inserendosi, superando selezioni e contest, nelle line up dei principali festival del territorio. Sono una band che nasce sul palco, prima che in studio, che ha avuto il coraggio – quindi – di esporsi di fronte ad un pubblico incosciente, spurio: un pubblico vergine delle loro composizioni. I brani (che proprio in questi giorni stanno uscendo sul loro canale Youtube, attraverso la resa dei videoclip, Firmati da Simone Ventura e Federico Livi) hanno quindi subito il severo banco di prova dei live, le reazioni del pubblico e delle masse sonore affastellate nei monitor di palco.

La formazione sarebbe perfetta per una band decisa sul “piedistallo” vocale della voce femminile – si pensi a Joan as a Policewoman, o Tori Amos –  invece la massa sia concettuale sia formale degli impianti compositivi è forzata sul graffio “maschio” delle canzoni, nell’esecuzione, armate dalle grida, dalle sporcature volontarie. Un power trio che si rappresenta come elementare, ma ascende tramite la complessità della scrittura. La “mascolinità” dei ROS è equilibrata ad un’opposta occhiatina da femme-fatale, specie nelle transizioni verso i falsetti, decisamente composte e frutto di uno studio vocale cognitivo da parte della cantante, nonché da tratti ondeggianti, rallentamenti negli assetti delle canzoni.

Per quanto riguarda i testi, questi si colorano di poetiche da art decò, di atmosfere oniriche, barocche, che risolvono l’integrità delle canzoni in un tono spurio, sfumato sul nero. Balli in maschera, liquori, sensualità, soffici e velati riferimenti alla trasgressione. Il messaggio sembra condurre al superamento del “cerchio di fuoco” di cashiana memoria, ci mostrano l’inefficienza dei caratteri ordinari, lo sprono all’eccedere, al non nascondersi dietro le normalizzazioni della società.  Con accenti goth, una base hard rock e ammorbidimenti blues, le premesse dei ROS sono decisamente buone. Tre musicisti poco più che ventenni, padroni degli strumenti che protuberano sotto le loro dita.

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La prima domanda è banalissima. L’acronimo R.O.S. per cosa sta?

Camilla: Domanda tanto oggettivamente semplice quanto complessa per noi, data la storia particolare che ha questo nome! Inizialmente siamo partiti proprio con l’idea di acronimo. Abbiamo scelto tre parole che rappresentassero un po’ l’idea del progetto, anche per sottolineare la composizione della formazione, che si è rivelata fortunatamente efficace e produttiva. R.O.S. stava proprio per “Revenge On Stage”: ognuno di noi ha lavorato con altre formazioni ma non ha mai trovato la giusta sintonia con i colleghi dei progetti passati, mentre adesso sembriamo aver trovato una linea di affinità perfetta, soprattutto sul palco. Questo è stato il nostro “riscatto sul palco”.

Quando con la nascita della nostra musica inedita ci siamo avvicinati all’italiano, abbiamo deciso di allontanarci dall’acronimo iniziale e “ROS” è divenuta una sorta di esclamazione che ci lega tra noi per il significato originario, e allo stesso tempo rimanda, attraverso il suo suono, al colore rosso, con il quale ci piace giocare, come si può vedere nel video musicale di “Alchermes”: un colore vivo, elegante, sensuale e energico allo stesso tempo.

Attraverso le canzoni che girano in rete, il pubblico ha già avuto modo di conoscere il groviglio di esperienze musicali che nel progetto si fonde. Se dovessimo ristabilire le “appartenenze” delle varie influenze, come si distinguerebbero tra i componenti del gruppo? Quali sono gli ascolti di ognuno e come si coniugano nella scrittura delle canzoni?

Camilla: Probabilmente hai appena centrato il punto forte dei ROS: il groviglio di esperienze, gusti e ascolti che si vanno ad intrecciare perfettamente nelle nostre composizioni. Kevin, il bassista, riguardo agli ascolti che vanno più a influenzare il modo di comporre nei ROS, cita Muse e Modestep, perfetti esempi di come la nostra volontà di inserire una leggera vena elettronica sia affidata al basso e ai riff che sentirete nelle prossime due uscite (ultimi estratti dall’EP, anche essi accompagnati da 2 rispettivi video musicali), ma anche Limp Bizkit, per l’incalzante groove delle linee di basso. Per quanto riguarda Lorenzo, il batterista, forte è l’ispirazione a band come Placebo per la musicalità delle linee ritmiche di ampio respiro e al Teatro degli Orrori per quanto concerne la fattura serrata di certe parti dei nostri brani, come nelle strofe di “Maschere”, il tutto elaborato sotto l’influenza dei suoi differenti ascolti nel periodo di produzione. Per quanto riguarda me  – Camilla –  mi sento di nominare i Royal Blood e i Rage Against The Machine per i riff aggressivi e accattivanti delle chitarre, talvolta sporchi come si sente in “Maschere”. Ma sposto i miei ascolti anche verso una dimensione più elastica: in generale il blues per quanto riguarda la voce,  o gli Arctic Monkeys di AM e soprattutto l’insormontabile Annie Lennox. Il risultato è un ibrido con radici ben affondate nel Rock, colorato da sonorità moderne, toni elettronici e intenzioni vocali tendenti al blues.

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Consigliateci un disco uscito nell’ultimo anno.

Camilla: Ci sentiamo di consigliare “Beauty Behind The Madness” di The Weekend. Di questo disco abbiamo anche riarrangiato alcuni brani, a nostro modo. È un disco innovativo e ben strutturato che si sposta tra sonorità morbide, accompagnate dalla voce fina e soave del cantante, a epiche esplosioni aiutate dai prorompenti 808, come vediamo nel ritornello di “The Hills”, a hit più radiofoniche ma sempre ben confezionate come “In The Night”. Ci sono anche importantissimi featuring, tra i quali particolarmente riuscito a nostro parere è quello con la splendida voce di Lana del Rey in “Prisoners”. Inoltre l’album rispecchia velatamente anche alcune nostre scelte stilistiche: il tempo ternario di “Earned It” con chitarra crunch appoggiata che echeggia nei pattern di “Alchermes”, il giro di basso orecchiabile e efficace portatore del brano “Can’t Feel My Face”.

Si sente, nell’esecuzione dei brani in studio – ma anche live – una conoscenza metodologica degli strumenti, uno studio alla base della padronanza delle sezioni compositive. Quali sono stati i vostri percorsi musicali? Come e dove vi siete approcciati alla musica?

Camilla: I nostri percorsi di formazione sono stati differenti, ma tutti molto validi. Lorenzo ha iniziato a suonare la batteria 8 anni fa, dopo essersi innamorato di due gruppi chiave, gli Ensiferum e gli Iron Maiden, prendendo lezioni private. Inoltre per un certo periodo ha studiato anche sassofono e pianoforte e questo gli è stato utile per approfondire e delineare il senso e il gusto sul piano musicale e ritmico. Per Kevin la vocazione per il basso è nata quasi per sbaglio, spinta dalla mancanza di un bassista in un giovane gruppo Jazz sarteanese. Da lì si è cimentato e appassionato, studiando approfonditamente lo strumento, lezioni private, ore e ore di esercizio in casa e molte esperienze con gruppi di vario genere. Io invece mi sono approcciata in giovane età alla musica per una passione a tutto tondo derivata anche dai genitori. Dopo un paio di anni di canto e chitarra classica all’Istituto di Musica di Montepulciano, il suo interesse sfocia sulla chitarra elettrica, e inizia una full immersion di lezioni ed esperienze con band. I miei studi sono stati coronati dall’entrata alla Music Academy di Siena nel 2014, che mi ha rilasciato recentemente il National Diploma, e dall’iscrizione alla facoltà DAMS dell’Università di Firenze, dove tutt’ora studio. Probabilmente sono proprio i nostri intensi percorsi di formazione e le nostre esperienze con più progetti ad averci portato alla giusta sincronia con i nostri strumenti e fra noi, vogliamo assolutamente continuare così. Non resta che citare il motto “non si smette mai di imparare”, a volte in sala prove riarrangiare alcuni brani è quasi come se fosse una piacevole lezione!

Per quanto riguarda i testi, ciò che abbiamo sentito finora è onirico, dissociato, sovradimensionale, “Fiori e fiamme”, “Maschere”, “Alchermes”, rimandano ad una dimensione decadente e parnassiana, in cui la tinta “glam” è offuscata dalla ruvidità del rock’n’roll. Agli hammer-on metallici dell’intro, veniamo subito trascinati in un contesto patinato ma dissonante, come una lacrima di mascara: al «Ballantine’s con ghiaccio» e alle «ombre in frac», si intromette il grido «aperto il sipario, tutto è lecito», che sa di slogan distruttivo, post-punk.  Cosa vogliono dirci i ROS, trasportandoci in queste atmosfere?

Camilla: Le tue considerazioni ci fanno brillare gli occhi. Queste caratteristiche combaciano perfettamente con  quello che il progetto vuole riflettere! L’obiettivo è proprio che il mood dei brani giochi in modo velato e originale con temi legati al lato più inconscio della psicologia umana, trasportando l’ascoltatore in un’atmosfera irrazionale e surreale, ma allo stesso tempo fresca, aggiornata e accattivante. “Alchermes” ci racconta il vizio in modo elegante e sensuale a ritmo di blues, “Maschere” mette in chiave moderna un tema già largamente affrontato in letteratura: l’apparire. Ed è proprio il contrasto con questa celata seconda dimensione che vogliamo portare in musica, creando un contesto sonoro in bilico tra il decadente e il raffinato, tra l’eleganza della timbrica vocale femminile e la prorompenza degli strumenti, talvolta in cerca di volute dissonanze. I ROS, con questo, vogliono concretizzare artisticamente le insidie della realtà umana, riflettendo sia i lati chiari che i lati più oscuri della mente in un tutt’uno.

Come sono avvenute le fasi di scrittura e registrazione dei vostri brani inediti?

Camilla: I ROS sono nati solo un anno e mezzo fa ma sono già partiti con le idee chiare e l’obiettivo comune di creare qualcosa di mirato, inedito e professionale. Fin da subito si è stabilita la dimensione in cui si sarebbe mossa la nostra musica ed è apparsa immediata a tutti e tre. Già dopo pochi mesi eravamo cimentati nella composizione dei brani: migliaia di registrazioni hanno popolato i nostri cellulari, in cui registravamo istantanee di idee di melodie e motivi nelle più disparate situazioni! L’embrione veniva poi portato in sala prove – e devo ammettere che il nostro bassista Kevin ha avuto una discreta parte di merito per quanto riguarda questa fase – e da lì partiva lo sviluppo e la creazione del brano. Proprio in quel momento spesso aleggiava il tema del testo, che veniva sviluppato in altra sede da me e da Lorenzo. È magnifico lavorare in trio, la partecipazione in questi casi è perfettamente bilanciata e produttiva. La registrazione di questa sorta di EP, che stiamo presentando sotto forma di quattro video musicali, è avvenuta al BSide Studio nell’autunno del 2015 e si è prolungata fino alla fine dell’anno, a causa della nostra forse esagerata meticolosità…

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Come vedete la “scena” delle band che condividono con voi i palchi della provincia? Come definite il contesto musicale del vostro territorio?

Camilla: Siamo davvero entusiasti di poter dire che a livello di progetti musicali validi la nostra provincia è molto ricca. Fra i nostri live abbiamo incontrato e fatto amicizia con molti gruppi meritevoli, come ad esempio i “Ghost Space” e i “Red Light, Skyscraper!” di Siena, con i quali ci siamo confrontati in varie occasioni come al recente ORF Music Contest. Inoltrandoci ancora di più nella nostra zona citiamo con molto piacere gli “Impatto Zero”, anche loro cimentati in musica propria con uno stile ben definito. In più ci teniamo a salutare calorosamente la Toscana Sud, valente collettivo rap della nostra zona con il quale spesso lavoriamo: i nostri video musicali appena usciti vedono la partecipazione di un loro componente, Fedok, come co-produttore e uno dei prossimi brani che vedrete presto su Youtube incontra i tricks elettronici di Reizon, produttore della TS. Per quanto riguarda gli eventi musicali, la zona ci ha dato da subito una vivace risposta, facendoci suonare sui palchi della Festa della Musica e del Rock For Life, oltre che in numerosi locali. Strano ma vero: possiamo ritenerci perlopiù soddisfatti del nostro territorio!

Per concludere, parliamo dei vostri videoclip. Come lavorate ai fini dell’interazione tra musica e immagini?

Camilla: I video sono stati un’esperienza tanto divertente quanto impegnativa! Ci siamo resi conto che in questo momento l’unico modo per fuoriuscire maggiormente e farsi sentire è proprio questo, quindi ci siamo cimentati nella creazione di questi videoclip, con Simone Ventura e Federico Livi. Diciamo che i pezzi sono stati registrati in studio già con la consapevolezza che sarebbero usciti su YouTube, quindi, inconsciamente o meno, fin da subito ognuno di noi provava a vedere quali immagini gli passavano per la testa ascoltando il brano. È stato proprio questo il principio: quando ci siamo trovati a tavolino a decidere la sceneggiatura ognuno di noi ha raccontato cosa vedeva nel brano, abbiamo buttato giù tantissime idee e le abbiamo messe in relazione con il testo e con il tipo di immagine che volevamo dare. “Maschere” e “Alchermes” sono state il risultato! Ci piace scrivere le nostre sceneggiature, perché siamo i primi a sapere cosa deve trasparire di noi dallo schermo. Inoltre aggiungiamo che la vera realizzazione di essi è stata davvero un’esperienza magnifica: giorni e giorni di full immersion fra saloni, comparse, scenografie, begli abiti, nonché musica, strumenti portati ovunque e riprese a non finire. È meraviglioso vedere il nostro lavoro concretizzarsi e avere una risposta così positiva…

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La bellezza che brucia delle lanterne volanti

Negli ultimi tempi si sta diffondendo sempre di più, su scala globale, la tradizione originariamente cinese delle lanterne volanti. Al primo impatto appaiono come una soluzione ecologica, esotica e più…

Negli ultimi tempi si sta diffondendo sempre di più, su scala globale, la tradizione originariamente cinese delle lanterne volanti. Al primo impatto appaiono come una soluzione ecologica, esotica e più romantica rispetto ai fuochi d’artificio, sempre più contestati per il rumore e per l’inquinamento che provocano.

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Si pensa che queste lanterne, in origine, siano state inventate dal pensatore e stratega militare Zhuge Liang. Furono sviluppate all’inizio del III secolo a.C. come palloni per uso bellico, e solo in seguito siano diventate un oggetto ricorrente nelle celebrazioni asiatiche.

Oggi possiamo vederle usate in ogni tipo di occasioni, dai matrimoni al capodanno, proprio per via del loro effetto scenico innegabile.

Tuttavia, pochi si fermano a riflettere quando arriva il momento di scegliere come rendere più catartica l’atmosfera di una festa: esattamente come per i palloncini, una volta che queste lanterne vengono lanciate in aria non si ha più controllo sul loro destino; non sappiamo dove andranno a finire o cosa andranno a colpire.

E, cronaca alla mano, i danni provocati da queste lanterne sono tali da aver già spinto moltissimi Stati in tutto il mondo a vietarle per legge (Svizzera, Germania, Austria, Australia, Brasile – che prevede persino la galera per chi le lancia -, Nuova Zelanda, Spagna, Argentina, Cile, Colombia, Vietnam, alcuni Stati del Canada, alcuni Stati degli Stati Uniti e alcune città della Cina).

Perché tutto questo? In che modo queste lanterne rappresentano un pericolo per cose, persone e animali? In verità, in molti.

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Incendio sviluppatosi da una lanterna cinese. 2013, Birmingham

Innanzitutto, il pericolo principale è quello di incendio. Non è raro che in concomitanza del lancio di queste belle lanterne si scatenino uno o anche più incendi: in Vietnam sono state vietate dopo che avevano causato quasi 20 incendi di foreste nel giro di un anno, oltre a diversi blackout dopo essere atterrate su centraline elettriche. Per stare entro i confini nazionali, a Brescia nei giorni scorsi hanno preso fuoco un albero di Natale e un capannone, e ovunque molte persone si sono ritrovate i resti delle lanterne in giardino o sul tetto di casa, come se qualcuno avesse lanciato della spazzatura nella loro proprietà. Qualche anno fa, in Germania, un bambino di 10 anni è morto in un rogo causato proprio da una di queste lanterne.

Specialmente in periodi di siccità come quello che stiamo passando a cavallo tra il 2015 e il 2016, l’ambiente secco favorisce la possibilità di incendi; per questo la moda delle lanterne cinesi è già da qualche anno di grande preoccupazione per le guardie forestali e per la protezione civile.

Ma i pericoli causati dalle lanterne volanti non si fermano qui: nonostante vengano vendute come ‘eco-friendly’ perché fatte di carta o poco altro, la realtà è che quando atterrano finiscono per diventare rifiuti inquinanti e pericolosi, perché contengono parti in metallo e cera non biodegradabili. Anche la stessa carta, prima di disfarsi, può intrappolare uccelli e altri animali e portarli alla morte.

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Diversi casi di cronaca riportano che i resti di lanterne cinesi sono stati ritrovati nei campi coltivati o sono addirittura finiti nel mangime del bestiame. Il filo di ferro che viene usato per mantenere la forma della lanterna è molto sottile e impiega mesi, se non anni, a degradarsi. Un fattore inglese, proprietario di una tenuta dove vengono celebrati matrimoni, ha deciso di proibire agli sposi di lanciare lanterne volanti perché il filo di ferro delle lanterne, se ingerito dal bestiame, può essere come la lama di un rasoio.

Sembrerebbe abbastanza, ma i problemi non si fermano qui. L’isola cinese di Sanya ha proibito il lancio di lanterne perché il rischio che queste vengano risucchiate dalle turbine degli aerei, causando gravi incidenti, era molto alto; e anche la guardia costiera inglese ha espresso la richiesta che vengano proibite, perché è capitato numerose volte che le lanterne venissero confuse dai civili con segnali di richiesta d’aiuto.

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Se a tutto questo aggiungiamo il danno ambientale rappresentato dalla sola dispersione di questo materiale nell’ambiente, improvvisamente appare chiaro che la bellezza di queste lanterne viene a caro prezzo.

Sta a noi scegliere se continuare a seguire una moda così bella ma anche così pericolosa per le nostre comunità, o se è invece meglio preferire un modo di festeggiare più etico anche se meno spettacolare, nel rispetto di tutti gli operatori civili che si impegnano per mantenerci al sicuro, nel rispetto dell’ambiente in cui viviamo, delle persone e delle nostre città.

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Il 2015 della Valdichiana

Il 2015 sta per terminare e noi ci prepariamo a lasciarcelo alle spalle, con tutte le sue gioie e i suoi dolori. Ed è proprio questo il momento più bello…

Il 2015 sta per terminare e noi ci prepariamo a lasciarcelo alle spalle, con tutte le sue gioie e i suoi dolori. Ed è proprio questo il momento più bello per guardarci alle spalle e vedere quanta strada abbiamo percorso, cosa abbiamo trovato e cosa abbiamo lasciato, e cosa abbiamo imparato.

Noi della redazione de La Valdichiana vogliamo aiutarvi a ripercorrere il vostro 2015 raccogliendo gli avvenimenti che hanno caratterizzato l’anno del nostro territorio, mese per mese, che hanno influenzato in un modo o nell’altro le vite di molti di noi.

Buon viaggio, e buon 2016!

– GENNAIO –

La neve causava grandi disagi

Torrenieri veniva assediata da un rave party

La Quercia delle Checche diventava albero monumentale della Toscana

– FEBBRAIO –

A Bettolle si manifestava contro l’IMU agricola

Poste Italiane progettava di ridurre il numero degli Uffici Postali sul territorio

Il Carnevale più antico d’Italia sfilava a Foiano della Chiana

– MARZO –

A Chianciano Terme si teneva il primo Forum sul Turismo nella Valdichiana Senese

L’eclissi di sole oscurava il cielo

Torrita di Siena diventava la capitale europea del Blues

– APRILE –

La mostra “Dalla Macchia al Decadentismo” apriva al pubblico

A Cortona moriva Mario Cherubini, padre di Jovanotti

Il Ministro Franceschini viaggiava sul treno della Val d’orcia

– MAGGIO –

Si svolgevano le elezioni per il rinnovo del Consiglio Regionale della Toscana

A Celle sul Rigo tornava la tradizionale Sagra dei Pici

La Mille Miglia passava da Contignano

– GIUGNO –

Un nubifragio si abbatteva sulla Valdichiana

La Valdichiana univa le forze per il Burundi

Il Cortona Mix Festival conquistava il pubblico

– LUGLIO –

La grandine devastava Torrita di Siena

Il Quidditch arrivava a Sarteano

Nek e i Dear Jack suonavano all’Outlet

– AGOSTO –

La contrada del Poggiolo vinceva il 43° Bravìo delle Botti

Il Bruscello Poliziano entusiasmava la piazza

Al Festival Orizzonti era #MediTerranea

– SETTEMBRE –

Dustin Hoffman e Richard Madden in Valdichiana per le riprese de I Medici

Un nuovo Rave Party invadeva Radicofani

Il Live Rock Festival infiammava l’estate di Acquaviva

– OTTOBRE –

Banca Valdichiana e BCC Montepulciano sancivano la volontà di fusione

Trequanda festeggiava la festa dell’Olio

Torrita di Siena creava i registri delle Unioni Civili e del Testamento Biologico

– NOVEMBRE

La strage di Parigi ci veniva raccontata da due senesi

I cassintegrati della Cantarelli lanciavano un grido d’aiuto

Il FAI annunciava lo stanziamento di fondi per Santa Maria delle Grazie

– DICEMBRE –

I comuni del Monte Cetona si univano per la prima volta per un’unica Festa dell’Immacolata

Alcuni comuni della Valdichiana proibivano i botti di Capodanno

Venivano annunciati lavori di riqualificazione per la Stazione FS di Chiusi

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Capodanno a teatro con Gogol’

Il tradizionale spettacolo di San Silvestro degli Arrischianti è “L’ispettore generale” con la regia di Laura Fatini. Il migliore trai modi per perpetuare la potenza dei testi del passato, è…

Il tradizionale spettacolo di San Silvestro degli Arrischianti è “L’ispettore generale” con la regia di Laura Fatini.

Il migliore trai modi per perpetuare la potenza dei testi del passato, è decontestualizzarli, colorarli con gli evidenziatori e lasciare che il fluo dei tratti vada a comporre una nuova vestizione, adatta alla contemporaneità. Per Gogol gli spunti sono molteplici, e Laura Fatini, nel portare in scena “L’ispettore generale” ha esatto un nucleo esplosivo di elementi descrittivi, il cui risultato è ardimentoso ma sicuramente efficace.

Il capodanno a Teatro è una tradizione che copre ormai la storia della Nuova Accademia degli Arrischianti di Sarteano, e quest’anno a celebrare la fine del 2015 e l’inizio del 2016 sarà la rappresentazione ringiovanita di una esilarante pièce del drammaturgo russo Nikolaj Gogol’. Una potentissima traslazione ambientale che dalla fredda provincia baltica, popolata da una comunità ai margini della legalità, nel pieno sommerso del malaffare, ci porta in un attualissimo campo rom, che imprime una immediata tinta contemporanea alla già di per sé colorata opera satirica di Gogol.

Dal 29 al 31 Dicembre il Teatro degli Arrischianti è quindi tinto del colore acceso del popolo gitano, della musica balcanica, delle trombe squillanti dei ritmi tzigani, l’incalzante prosa satirica di un testo efficacissimo che non mancherà di far divertire.

 

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Agli Arrischianti il recto e il verso dell’esistenza con Clockwork Metaphysics

“Pittura speculativa, pittura risplendente: non il mondo alla rovescia, il rovescio del mondo”; l’indicazione sulla brochure a disposizione del pubblico del teatro degli Arrischianti vuole se non altro modellare la…

“Pittura speculativa, pittura risplendente: non il mondo alla rovescia, il rovescio del mondo”; l’indicazione sulla brochure a disposizione del pubblico del teatro degli Arrischianti vuole se non altro modellare la disposizione d’animo dello spettatore, per quello che è sicuramente uno dei gesti teatrali più interessanti del nostro territorio.

Il 20 dicembre 2015, a Sarteano, è arrivato Clockwork Metaphysics di Coppelia Theatre, un dramma surrealista, ispirato alla vita di Remedios Varo, l’artista messicana, che attraverso l’assolutizzazione delle rappresentazioni anatomiche, entrava nell’annovero del movimento surrealista internazionale.

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Il recto e il verso dell’esistenza, i piani reali sovrimpressi e appannati, sono il doppio movimento verso cui lo spettacolo muove. Mostrare le possibili letture degli stati d’animo, questo l’obiettivo dei gesti in scena della bravissima Ilaria Drago, che con perizia muove le marionette da polso estremamente naturalistiche ed e teree, in legno e ferro, realizzate da Jlenia Biffi.

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Tantissimi i riferimenti, che più alla storia del teatro pantomimico, sono da ricercare nella storia dell’arte: Bosch a Goya, da Dalì a de Chirico, da Magritte a Frida Khalo. Un percorso che ci lascia muovere tra i nuvoli nebbiosi del sogno, nei quali le forme sfarfallano le possibilità di lettura e rendono la narrazione un’ipotesi, le storie plurali, la forza rappresentativa assolutamente coinvolgente.

Foto di Martina Canini e Giulia Palmerini

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