La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Attualità

Coronavirus: la prevenzione e le informazioni utili in Toscana

L’epidemia da Nuovo Coronavirus (chiamato 2019-nCoV e successivamente Sars-Cov-2 oppure Covid-19) ha raggiunto l’Italia, con i primi casi in Lombardia e successivamente confermati in altre regioni. Probabilmente sarebbe stato impossibile fermare la…

L’epidemia da Nuovo Coronavirus (chiamato 2019-nCoV e successivamente Sars-Cov-2 oppure Covid-19) ha raggiunto l’Italia, con i primi casi in Lombardia e successivamente confermati in altre regioni. Probabilmente sarebbe stato impossibile fermare la diffusione, nonostante le misure di sicurezza disposte dalla World Health Organization (WHO) adottate anche dall’Italia in seguito alla dichiarazione di emergenza sanitaria di interesse internazionale dello scorso 30 gennaio.

In questo speciale approfondimento, che verrà aggiornato in caso di necessità, troverete maggiori informazioni sul virus, sulle misure di sicurezza adottate in Toscana e tutte le informazioni utili per contattare i responsabili sanitari in caso di necessità.

Caratteristiche del virus

Il Nuovo Coronavirus è un ceppo di Coronavirus (lo stesso del raffreddore, della SARS e della MERS) finora sconosciuto. Il contagio causa sintomi acuti come febbre, tosse, difficoltà respiratorie e nel complesso si presenta come una polmonite. Nei casi estremi ha causato insufficienza renale e morte del paziente. Il periodo di incubazione del virus, cioè il tempo che passa da quando si viene infettati a quando ci si ammala, sembra essere di 10-14 giorni in media; tuttavia, potrebbero esserci possibilità di contagio anche prima di sviluppare i sintomi, e questo renderebbe più complicato il contenimento del virus.

Il contagio avviene da persona a persona, di solito attraverso uno stretto contatto: famiglia, amici, ambienti di lavoro, ambienti affollati. Il principale veicolo di contagio sembrano essere le gocce di saliva e di muco delle persone infette. In questo senso, il Nuovo Coronavirus sembra avere un tasso di letalità molto minore della SARS, sua lontana parente, anche se la sua contagiosità è maggiore.

L’infezione, dai dati epidemiologici, causa sintomi lievi o moderati, paragonabile a una comune influenza nell’80-90% dei casi. Nel 10-15% può svilupparsi una polmonite, il cui decorso è però risulta benigno nella maggioranza dei casi; si calcola che solo il 4% dei pazienti abbia la necessità di un ricovero in terapia intensiva. Il rischio di gravi complicanze aumenta con l’età, e le persone sopra 65 anni o con patologie preesistenti o immunodepresse sono ovviamente più a rischio, così come lo sarebbero per l’influenza.

Sul sito dell’Ars, l’Agenzia Regionale di Sanità, è possibile trovare un aggiornamento costante della situazione, con i dati riportati dall’Oms e la loro distribuzione, le modalità di trasmissione del virus e la valutazione del rischio, le raccomandazioni dell’Oms e la guida per la sorveglianza, la situazione e gli interventi in Europa e in Italia.

Le misure di sicurezza in Toscana

La necessità di prevenire un contagio su larga scala ha provocato l’irrigidimento delle misure di sicurezza. Anche la Regione Toscana ha recepito le direttive nazionali e internazionali per contenere il rischio di diffusione, pertanto anche il nostro territorio deve rispettare determinate misure di cautela e conoscere le procedure da effettuare in caso di contagio. Due casi positivi di Covid-19 sono stati registrati in Toscana, comunicati direttamente dal capo della Protezione civile nazionale, ma in attesa di conferma da parte dell’Istituto Superiore di Sanità.

Non cambiano le misure di sicurezza emanate dalla Regione Toscana che indicano l’obbligo per i viaggiatori di segnalare il rientro, oltre che dalle aree a rischio della Cina, anche da Paesi in cui la trasmissione dell’infezione è significativa secondo le indicazioni Oms, dalla Lombardia e dal Veneto; in questa disposizione rientrano anche i comuni italiani soggetti a misure di quarantena disposte dall’autorità. Per quanto riguarda gli ospedali, viene ridotto l’accesso privo di sorveglianza e vengono istituiti dei check-point per sensibilizzare i visitatori all’utilizzo dei disinfettanti per le mani. Dal punto di vista scolastico, in via precauzionale, le uscite didattiche e le gite di istruzione delle scuole in Italia e all’estero al momento sono state sospese. Le scuole rimarranno regolarmente aperte.

Il Presidente Enrico Rossi ha incontrato i sindaci toscani per illustrare le decisioni condivise: non saranno fatti tamponi a tappeto, né a tutte le persone in isolamento controllato. I tamponi verranno fatti solo a chi presenta sintomi sospetti e ha avuto contatti con le aree di contagio.

“Ad ora tutti i casi sospetti che si sono manifestati in Toscana, anche quelli che poi si sono rivelati negativi, sono stati isolati e valutati. La situazione al momento appare sotto controllo e non ci sono le condizioni per giustificare provvedimenti d’emergenza come, ad esempio, la chiusura delle scuole o la sospensione dei concorsi – ha spiegato Rossi – Per il momento la situazione è sotto controllo. Non c’è un focolaio, né è stata definita una zona con la più elevata possibilità di contagio”.

Queste misure fanno seguito al decreto legge varato dal Consiglio straordinario dei Ministri in seguito ai primi focolai registrati in Italia. Le misure, che contengono il divieto di allontanamento e la sospensione di manifestazioni ed eventi, dei servizi educativi e di alcuni servizi commerciali, riguardano i Comuni in cui si è registrata l’epidemia (qui potete trovare la mappa aggiornata).

L’Epidemia e gli organi di stampa

La Regione Toscana ha richiesto espressamente ai media di contribuire a mantenere la calma e non diffondere fake news, rilanciando allerta ingiustificati; viene inoltre diffidata la pubblicazione di post falsi sui social network. È anche importante notare che il virus non è collegato in nessun modo all’etnia delle persone né alla loro provenienza, e che atti di discriminazione nei confronti della comunità cinese toscana (come verificatosi a Roma) o di chiunque altro restano inaccettabili e ingiustificati.

La prevenzione è importante, ma allo stesso modo è consigliabile non cadere preda di allarmismi: secondo l’Ordine degli psicologi della Toscana, infatti, lo stato di iperallerta può essere nocivo per il sistema immunitario e il nostro benessere psicologico. A sottolinearlo Maria Antonietta Gulino, presidente dell’Ordine in relazione all’emergenza sul coronavirus.

“La paura è uno stato emotivo innato, una risposta adattiva di fronte ad una situazione di pericolo: sperimentarla è essenziale, se si vuole sopravvivere. Tuttavia può accadere che la reazione alla minaccia sia sproporzionata rispetto alla sua reale pericolosità portandoci ad esagerare e a rispondere in maniera non più funzionale, creando uno stato di iperallerta che può essere nocivo persino per il nostro sistema immunitario e per il nostro benessere psicologico”

Prevenzione e consigli utili

L’Azienda Toscana sud est, riferimento sanitario per il nostro territorio, ha comunicato di aver recepito tutte le disposizioni adottate dal Ministero della Salute e dalla Regione Toscana, per attuare la sorveglianza e controllo per la malattia infettiva diffusiva. Si conferma l’assenza di casi confermati dall’Istituto Superiore di Sanità di Sars-CoV-2 per quando riguarda il territorio della Valdichiana.

Si invitano i cittadini con sospetti lievi sintomi come raffreddore, tosse, difficoltà respiratorie e rialzo di febbre, a non recarsi autonomamente al Pronto Soccorso per evitare inutili sovraffollamenti. In questi casi è necessario contattare e allertare il medico di famiglia o il pediatra (la disposizione per questi ultimi è quella di assicurare la contattabilità telefonica dalle 8 alle 20 nei giorni feriali e festivi). Nei casi più gravi, è a disposizione il servizio di 118, che dispone di tutti gli strumenti necessari per la corretta gestione dei casi anche più complessi.

Viene fatto divieto di accedere alle strutture sanitarie per gli individui che abbiano avuto contatti con soggetti confermati di malattia infettiva e per le persone che, negli ultimi 14 giorni, siano arrivate in Italia dopo essere stati nelle aree a rischio interessate, che devono utilizzare i numeri della sorveglianza attiva per ogni comunicazione, informazione e necessità.

I cittadini possono tutelarsi e diminuire il rischio di contagio seguendo alcune semplici misure precauzionali:

  • Lavarsi spesso le mani con il sapone
  • Evitare il contatto ravvicinato con persone che soffrono di infezioni respiratorie acute
  • Non toccarsi occhi, naso e bocca con le mani
  • Coprirsi bocca e naso se si starnutisce o tossisce
  • Non prendere farmaci antivirali né antibiotici, a meno che siano prescritti dal medico
  • Pulire le superfici con disinfettanti a base di cloro o alcol
  • Usare la mascherina solo se si sospetta di essere malati o si assistono persone malate
  • I prodotti Made in China e i pacchi ricevuti dalla Cina non sono pericolosi
  • Gli animali da compagnia non diffondono il nuovo coronavirus
  • Contattare il Numero Verde 1500 se hai febbre o tosse e sei tornato dalla Cina da meno di 14 giorni (per le zone di Siena,Grosseto e Arezzo l’AUSL Toscana sud est ha attivato il numero unico aziendale 800579579)

La World Health Organization (WHO) non raccomanda nessuna specifica misura precauzionale per i viaggiatori, ma di mettere in pratica le stesse misure igieniche per l’influenza. In caso di sintomi che suggeriscano una malattia respiratoria durante o dopo il viaggio, i cittadini sono incoraggiati a rivolgersi a un medico e a condividere con lui la propria storia di viaggio.

Numeri utili e contatti diretti

La Ausl Toscana sud est, a seguito dell’ordinanza emessa dalla Regione Toscana, ha attivato il numero verde 800579579 con servizio di interpretariato anche in cinese, attivo dalle 8 alle 20. Chi rientra nelle zone di competenza della AUSL Toscana sud est è tenuto a comunicarlo: per questo è stata attivata una specifica casella di posta elettronica: rientrocina@uslsudest.toscana.it

I riferimenti sono dedicati in particolare ai soggetti che abbiano avuto contatti stretti con casi confermati di malattia infettiva diffusiva Covid-19 e a chi, negli ultimi 14 giorni, sia rientrato in Italia dopo aver soggiornato nelle aree della Cina interessate dall’epidemia. Queste persone devono comunicare i loro dati personali. Per chi è rientrato dalle aree a rischio e per i soggetti che abbiano avuto contatti stretti con casi confermati della malattia infettiva, è disposta dall’azienda sanitaria la misura della quarantena con sorveglianza attiva.

Ai riferimenti telefonici stanno arrivando centinaia di chiamate improprie, di persone che chiedono solo informazioni e chiarimenti: queste chiamate intasano le linee telefoniche, impedendo di trovare libero a chi deve obbligatoriamente telefonare per le segnalazioni. Per le informazioni è in funzione il numero verde istituito dalla Regione: 800556060, opzione 1, attivo dal lunedì al venerdì, dalle ore 9 alle ore 15. A questo numero rispondono operatori adeguatamente formati. Il servizio fornisce orientamento e indicazioni sui percorsi e le iniziative individuate dalla Regione sul tema del Coronavirus.

Sempre per avere informazioni, i cittadini possono rivolgersi al numero verde istituito dal Ministero: 1500, attivo 24 ore su 24. A questo numero rispondono anche mediatori culturali che dialogano con i cittadini cinesi che si rivolgono al servizio.

(ultimo aggiornamento martedì 25 febbraio – ore 20:30)

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Anteprima del Vino Nobile, assegnate 5 stelle alla vendemmia 2019

Un’annata a 5 stelle per il Vino Nobile di Montepulciano: per il terzo anno consecutivo è stato assegnato il massimo punteggio alla produzione di eccellenza della cittadina poliziana, al termine…

Un’annata a 5 stelle per il Vino Nobile di Montepulciano: per il terzo anno consecutivo è stato assegnato il massimo punteggio alla produzione di eccellenza della cittadina poliziana, al termine di un’edizione dell’Anteprima del Vino Nobile molto partecipata. L’assegnazione delle stelle alla vendemmia 2019 è avvenuta la mattina del 20 febbraio, durante la tradizionale giornata dedicata alla stampa internazionale.

La presentazione dell’annata 2019 è avvenuta alla presenza del Sindaco di Montepulciano, Michele Angiolini, che ha sottolineato l’importanza della denominazione per il territorio e la sua continua crescita, in sinergia con i produttori e con tutti i settori economici e sociali della cittadina poliziana.

Andrea Rossi, Presidente del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano, che affronta per il primo anno l’anteprima dopo due mandati da Sindaco di Montepulciano, ha spiegato che la grande novità di quest’anno è l’inserimento della dicitura “Toscana” nell’etichetta. Il Mipaaf ha infatti approvato il cambio di disciplinare che determina la dicitura obbligatoria, al termine di un percorso intrapreso per tutelare maggiormente il consumatore finale e intensificare l’attività di promozione del territorio della prima Docg italiana.

L’enologo Maurizio Saettini ha quindi illustrato le caratteristiche dell’annata 2019 del Vino Nobile di Montepulciano e le caratteristiche dei suoli del territorio poliziano, mentre i sommelier dell’AIS hanno somministrato i campioni per le degustazioni agli ospiti.

“Questo vino sta crescendo, c’è un fermento su Montepulciano molto importante. Il Sangiovese, il principale interprete della toscanità, ha sfumature diverse ed espressioni diverse a seconda del suolo in cui viene inserito. A Montepulciano riscontriamo dei suoli di origine marina e fluvio-lacustre, quindi sabbie e argille, non tufo: si tratta di sabbia calcarea che potrebbe essere confusa con il tufo, ma ha caratteristiche diverse. Nella parte più bassa si accumulano le argille e poi le terrazze causate dal sollevamento della faglia che ha originato il colle di Valiano. Si tratta quindi di una diversità geomorfologica tra i suoli di Montepulciano che porta a uve di caratteristiche differenti e a vini con sfumature differenti.”

I vini dell’annata produttiva 2019 si caratterizzano per qualità elevata, ottimi valori di intensità, gradazioni alcoliche medio altre, ottimi estratti e buona acidità; una soddisfazione ben presente tra le tante aziende e gli esperti di settore che hanno preso parte all’evento che ha anche festeggiato quarant’anni dall’assegnazione della Docg. Correva l’anno 1980 quando l’allora Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste rilasciava la prima fascetta che identificava una denominazione vinicola come “garantita” (D.O.C.G.). Questa fascetta, serie AA n° 000001, è oggi conservata negli uffici del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano ed è l’immagine simbolo dei festeggiamenti per il quarantennale che ricorrerà per tutto l’anno 2020. La storia della fascetta AA 000001 è molto lunga: sono infatti occorsi circa 11 anni di riunioni, incontri, richieste da quando, nel lontano 1969, il Consorzio fece richiesta della DOCG (Legge 930/63), a quando questa è stata riconosciuta nel 1980. Il Consorzio del Vino Nobile, primo in Italia, divenne così una vera e propria rompighiaccio nel mare della burocrazia fino al 1978, data della pubblicazione in Gazzetta della richiesta di modifica al disciplinare del Nobile. Il 1 luglio 1980 fu l’allora Presidente della Repubblica Italiana, Sandro Pertini, a firmare il decreto che sanciva l’ottenimento della DOCG per il Vino Nobile di Montepulciano.

Nello scorso weekend si era svolta la prima parte dell’Anteprima del Vino Nobile, dedicata agli operatori e agli appassionati del settore, che ha fatto registrare oltre 3mila presenze alla Fortezza, dove sono stati presentati i vini in uscita: l’annata 2017 e la Riserva 2016.

 

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La Bonifica Leopoldina in Valdichiana verso il registro dei Paesaggi Rurali Storici

La Valdichiana toscana, intesa come territorio comprendente la Valdichiana senese e aretina, è caratterizzata dal ruolo storico della bonifica e della gestione delle risorse idriche che ne hanno modellato il…

La Valdichiana toscana, intesa come territorio comprendente la Valdichiana senese e aretina, è caratterizzata dal ruolo storico della bonifica e della gestione delle risorse idriche che ne hanno modellato il paesaggio rurale nel corso degli ultimi secoli, permettendo lo sviluppo dei terreni agricoli e dell’economia attuale. L’assetto del reticolo idrografico che possiamo osservare ancora oggi, così come la rete di fossi e canali e l’assetto poderale in cui sono suddivise le campagne, sono il risultato della gestione del territorio attraverso le grandi fattorie granducali originate dalla bonifica leopoldina.

Proprio per certificare l’integrità di questo paesaggio rurale e testimoniarne l’importanza storica e culturale è nato il progetto di candidatura dell’intera area al registro nazionale dei Paesaggi Rurali Storici. Si tratta di un progetto di area che coinvolge undici Comuni della Valdichiana aretina (Castiglion Fiorentino, Civitella, Cortona, Foiano, Lucignano, Marciano, Monte San Savino) e senese (Chiusi, Montepulciano, Torrita, Sinalunga) uniti per il raggiungimento di questo importante obiettivo, che sta raggiungendo la sua fase finale

La candidatura riguarda infatti il “Paesaggio Storico della Bonifica Leopoldina in Valdichiana”, un’area definita da oltre 23mila ettari del fondovalle interessata dai processi di bonifica e dallo sviluppo agricolo degli ultimi due secoli. Si tratta di un importante percorso di valorizzazione territoriale che comprende un profondo e dettagliato studio tecnico per valutare l’importanza del paesaggio rurale, misurandone l’evoluzione nel corso dei decenni, analizzando l’utilizzo del suolo, le dinamiche sociali e culturali, i processi economici che hanno interessato l’agricoltura locale.

L’obiettivo della candidatura è quello di essere inseriti nel Registro Nazionale dei Paesaggi Rurali Storici, un registro istituito dal Ministero competente (MiPAAFT) al fine di raccogliere le candidature provenienti dagli enti interessati su tutto il territorio nazionale, che soddisfino determinati requisiti di ammissibilità, definendo la loro significatività, integrità e vulnerabilità, tenendo conto sia di valutazioni scientifiche, sia dei valori che sono loro attribuiti dalle comunità, dai soggetti e dalle popolazioni interessate.

Il percorso di candidatura, iniziato già nel 2019 con la scheda di segnalazione, ha  avviato un percorso di studi, ricerche, condivisioni e concertazioni sul territorio che ha portato alla redazione di un complesso dossier per l’iscrizione definitiva nel registro nazionale.

Tale dossier ha messo in luce l’importanza storica del paesaggio della bonifica leopoldina: quello che caratterizza il territorio della Valdichiana preso in esame, infatti, è un paesaggio scaturito dalle trasformazioni operate dalle comunità locali che, grazie alle opere di ingegneria della bonifica, hanno formato un paesaggio rurale unico nel suo genere, attraverso l’importante rete idraulica, principale e secondaria, che contraddistingue anche la forma degli appezzamenti.

Fin dall’antichità il territorio della Valdichiana Toscana è stato caratterizzato dalla gestione delle risorse idriche: l’area fu una campagna fiorente già dall’epoca etrusca e romana, allora attraversata dal fiume Clanis, per poi subire un progressivo impaludamento in epoca medievale. Il processo di bonifica partito dal XVI secolo si è concluso solo nella prima metà del XIX secolo, permettendo il nuovo sviluppo di terreni agricoli, assicurando una notevole salubrità e rendendola una delle aree più fertili d’Italia. Le infrastrutture comprendono un sistema di chiuse, di “chiari” (i due bacini di Chiusi e Montepulciano) e di colmate che costituiscono un reticolo idrografico complesso, che è al centro della presente candidatura. La liberazione di ampie estensioni di terreno coltivabile ha consentito un nuovo assetto del territorio, tutt’oggi perfettamente leggibile anche a una prima analisi: l’assetto poderale presenta in primo luogo le dieci fattorie granducali e la suddivisione in poderi; tale assetto è stato gestito, sino in tempi molto recenti, tramite il contratto di mezzadria.

Il dossier di candidatura ha dimostrato che il paesaggio della Valdichiana Toscana presenta un alto livello di integrità, grazie alla continuità dell’utilizzo del suolo: il fondovalle intorno all’attuale Canale Maestro è stato bonificato appositamente per favorire la coltivazione, e ha mantenuto tale funzione. Anche se il disegno dei campi è variato, la rete di fossi e canali originati dalla bonifica leopoldina si è mantenuta come in origine. Lungo la rete idrografica sono poi presenti antiche opere ingegneristiche e architettoniche che possiamo tuttora apprezzare (come ad esempio la Chiusa dei Monaci, la Botte allo Strozzo o il Callone di Valiano).

Dal punto di vista tecnico, il dossier ha mostrato come il valore di integrità paesaggistica sia pari al 76,75%, una delle classi più avanzate del registro nazionale. Tale valore è stato ricavato attraverso uno specifico strumento chiamato Valutazione Storico Ambientale (VASA), attraverso il confronto e l’elaborazione dei dati tra le cartografie di due epoche differenti (1954-2013). Secondo questo studio, le superfici dedicate ai seminativi lungo il Canale maestro della Chiana si sono mantenute sostanzialmente integre durante il corso degli anni, senza intaccare eccessivamente il paesaggio agricolo dell’area.

Il percorso di candidatura, durato oltre due anni, è giunto alla sua fase finale: il paesaggio della bonifica leopoldina è in attesa della valutazione finale e dell’inserimento nel registro dei Paesaggi Rurali Storici. Nel corso degli ultimi mesi si sono succedute una serie di iniziative pubbliche per coinvolgere le istituzioni locali e la cittadinanza, guidate dal gruppo di lavoro di cui sono stato onorato di far parte. Durante tali incontri sono state raccolte proposte, suggerimenti e idee utilizzate per integrare ulteriormente il dossier di candidatura.

Il soggetto promotore del percorso di candidatura è Qualità e Sviluppo Rurale srl, società del territorio che da anni lavora sul territorio con progetti di valorizzazione e sviluppo sostenibile riconosciuta quale eccellenza; il comitato promotore è formato dai Comuni nei quali ricade amministrativamente l’area interessata. A sostegno della candidatura hanno inoltre aderito la Regione Toscana la Scuola di Rigenerazione Urbana ed Ambientale dell’Università Telematica Pegaso, L’Università Sapienza, la Camera di Commercio Arezzo-Siena, Coldiretti Arezzo, Confindustria Arezzo-Siena, Confcommercio Arezzo, Confesercenti Arezzo, Alpaa Cgil Toscana, Cna Arezzo, Confagricultura Arezzo, Cia Arezzo, Cia Siena, l’Istituto Statale di Istruzione Superiore “A. Vegni” delle Capezzine-Cortona.

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‘La memoria ha senso se è vigilanza per l’oggi’-  Gad Lerner ricorda la Shoah

Olocausto: persecuzione e sterminio totale degli Ebrei da parte del regime nazista. Per estensione, lo sterminio di tutte le categorie di persone dai nazisti ritenute indesiderabili” o inferiori dal regime,…

Olocausto: persecuzione e sterminio totale degli Ebrei da parte del regime nazista. Per estensione, lo sterminio di tutte le categorie di persone dai nazisti ritenute indesiderabili” o inferiori dal regime, per motivi politici o razziali.

Shoah: termine ebraico con il quale viene indicato il genocidio degli Ebrei vittime del genocidio nazista, preferito ad olocausto in quanto vi è estraneo il concetto di sacrificio inevitabile.

Indifferenza: condizione o atteggiamento di totale disinteresse per qualcuno o per qualcosa. Noncuranza.

***

Vincere l’indifferenza parlando di Olocausto e Shoah contro i rimandi di odio e violenza emanati da un periodo storico apparentemente lontano, ma che in realtà è molto vicino a noi: il giornalista e scrittore Gad Lerner e l’onorevole Rosy Bindi, insieme al sindaco di Sinalunga Edo Zacchei,  hanno dato l’opportunità alla comunità sinalunghese, grazie all’iniziativa organizzata in occasione della Giornata della Memoria al teatro Ciro Pinsuti, di riflettere su queste tematiche.

La sensazione che molti recriminano in merito a Shoah e Olocausto è che se ne parla troppo. Forse è vero, quanto è vero che fino ad ora ne abbiamo parlato troppo poco. E se fino ad oggi non ne abbiamo parlato abbastanza non è perché siamo indifferenti davanti alla storia, ma per paura, per vergogna o per entrambi.

In questo caso però la vergogna non è legata alla timidezza, ma alla mortificazione e all’umiliazione di aver perso, per le idee di altri, la propria dignità umana e la propria libertà. L’essere spogliati dei propri averi, denudati davanti a tutti, rasati, perdere ogni decenza e cercare invano di ritrovarla in una casacca o in un paio di pantaloni e in un paio di zoccoli, in un numero tatuato nel braccio sinistro o in un contrassegno colorato che identificava l’individuo (ebrei, Rom, Sinti, testimoni di Geova, asociali, omosessuali, apolidi, criminali e prigionieri politici), sono situazioni che tutti vorrebbero nascondere e dimenticare. E invece no, anche se non è semplice per un sopravvissuto rivivere la vita all’interno delle ‘fabbriche della morte’, non dobbiamo nascondere, non dobbiamo avere nè paura nè vergogna di raccontare, dobbiamo creare una memoria che sia più forte di ogni tipo di odio.

‘Le realtà vissute in quei campi erano troppo brutte per essere raccontate e ricordate. C’era una sorta di vergogna.’ – dice Lerner rispondendo alla domanda dell’onorevole Bindi sul perché fino ad ora c’è stata una sorta di reticenza a parlare dell’argomento. 

Il silenzio, spesso e soprattutto in queste casi, è la cura migliore, ma non il rimedio. Il silenzio genera indifferenza e l’indifferenza, in questo caso, non è ammissibile. Parlare, raccontare, scrivere, costruire una memoria storica, anche se dolorosa e buia, è necessario e doveroso e soprattutto ci deve aiutare a non commettere gli stessi errori del passato e a vigilare sull’oggi.

‘È importante denunciare ogni forma di razzismo e di discriminazione, non solo quelle contro il popolo ebraico che tornano pericolosamente ad affacciarsi, ma anche quelle che si manifestano contro chi ha un colore della pelle diverso dal nostro, pratica una religione diversa, e magari appartiene ad una condizione sociale che riteniamo inferiore. Vogliamo aiutarci a costruire una città nella quale ci sia posto per tutti. Soprattutto per i più deboli’ – aggiunge l’onorevole Bindi.

“Io adesso sono cittadino italiano – racconta Lerner della sua vita – Non avere una città e una patria è difficile. Essere apolide è difficile”. La storia di Lerned inizia con due grandi migrazioni da parte della sua famiglia, la prima compiuta dai nonni e la seconda dai genitori:

“Io sono nato a Beirut da una famiglia ebraica che si è stabilita in Palestina fin da prima della fondazione dello Stato ebraico e dove ancora oggi vivono molti miei parenti. I miei nonni paterni erano nati in Galizia ebraica, originari di Drohobyc, emigrati poi in Palestina, mentre i miei nonni materni erano palestinesi. Mia madre è nata a Tel Aviv, per poi trasferirsi in Libano. Pochi anni dopo la mia nascita, avviene la seconda migrazione della mia famiglia. Dal Libano raggiungemmo, prima Panama, per poi arrivare  in Italia e per molti anni, io e la mia famiglia siamo stati dei veri e propri apolidi, dal momento che lo stato italiano solo dopo tanto tempo ci ha riconosciuto la cittadinanza”. Per Gad Lerner le migrazioni sono state e sono un elemento provvidenziale.

Razzismo e antisemitismo, odio e violenza contro chi viene giudicato ‘diverso’, la comunicazione che non è più capace di fare il suo lavoro, il giornalista e scrittore ha spaziato sui tanti temi ed elementi che purtroppo, nonostante tutti gli sforzi, rischiano di portare il nostro Paese verso un impoverimento culturale, facendolo diventare un terreno fertile per il ritorno di una cultura totalitaria e autoritaria. Gad Lerner poi ha commentato gli attuali fatti di persecuzione antisemita avvenuti proprio in occasione della Giornata della Memoria, a Torino, dove sul muro di casa di una 65enne di religione ebraica è apparsa la scritta ‘Crepa sporca ebrea’ o a Mondovì in cui sulla porta dell’abitazione del figlio di Lidia Beccaria Rolfi, staffetta partigiana deportata a Ravensbruck e deceduta nel 1996, è stato scritto ‘Qui abita un ebreo’:

“Purtroppo la simbologia è ancora molto potente. La storia però ci insegna che raccontare e ricordare è necessario affinché mai più si possano verificare cose del genere. Non solo, conoscere il passato ci insegna a scegliere le vie per essere umani migliori, la memoria deve presidiare il presente e ci deve fornire gli anticorpi per mantenere umana la nostra sensibilità”.

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Giorno della Memoria: Livia Castellana chiede “Se questo è un uomo” tra luci e ombre

C’è il treno, c’è il lager. Tutto è in penombra, anche la voce di Livia Castellana che racconta. Inizia così il racconto di Se questo è un uomo al Teatro…

C’è il treno, c’è il lager. Tutto è in penombra, anche la voce di Livia Castellana che racconta. Inizia così il racconto di Se questo è un uomo al Teatro degli Arrischianti. Il volto dell’attrice lo vediamo per la prima volta quando gli ebrei appena arrivati al campo vengono spogliati e rasati: ritroviamo l’umanità di chi racconta quando viene tolta a chi è raccontato. Poi tornano le ombre, le luci di taglio, i controluce per tutto il racconto, passando da una penombra all’altra, fino a quando i prigionieri non sono che “involucri vuoti”. È così che si sentono, privati di tutto, anche della forza vitale, ed è proprio in questo momento che la luce sul palco ci mostra tutta l’umanità dell’attrice: di nuovo in contrasto, di nuovo ritroviamo l’umanità visiva quando perdiamo quella dello spirito.

In questo gioco di umanità perduta e ritrovata, la voce di Livia Castellana regge tutto il racconto. Le parole di Primo Levi non dipingono spesso immagini nitide e quindi trasmetterle oralmente è ancora più difficile, ma Livia Castellana riesce a far arrivare tutto nella testa dello spettatore. Nella sua voce c’è tutta la sofferenza dell’autore e degli altri ebrei, c’è tutta l’incredulità di chi non capisce, di chi non crede a quello che gli sta succedendo e per questo non grida, non alza la voce: sussurra.

Sussurra ma non ti fa perdere una parola di quel racconto ed è giusto che sia così, perché l’evidenza di quello che è successo non ha bisogno di strepiti. L’attrice si muove pochissimo sulla scena: compie pochi passi da una posizione all’altra, i gesti che fa sono ridotti al minimo. È un peccato quindi che questi movimenti non abbiano un significato che va oltre loro stessi: la mano che si alza è una mano che si alza, la camminata da un punto all’altro è solo un cambio di posizione (eccezion fatta per quella finale). Invece, data proprio la rarefazione, queste azioni avrebbero potuto portare nello spettacolo cose che non si potevano dire, parole che la voce non aveva modo di esprimere. Per tutta l’ora dello spettacolo, comunque, l’attenzione rimane sul palco.

Quello che a tratti manca è, credo, l’umanità su cui si interroga Primo Levi. Quando scrisse il romanzo, l’autore non voleva descrivere gli orrori del campo, perché in tanti l’avevano già fatto all’epoca, ma interrogarsi su come l’umanità sopravvivesse in quel luogo. Nella selezione di brani fatta per questo spettacolo, invece, molto spazio è dedicato a cosa fosse il campo, come funzionasse. L’effetto che il lager ha su chi lo vive emerge a tratti, ma non è il fulcro del racconto. Certamente non tutto poteva essere contenuto in sessanta minuti, ma dov’è, ad esempio, il Canto di Ulisse che permette a Primo Levi di ritrovare la sua umanità nel lager? È una mancanza che, nella mia bocca, sa di occasione sprecata.

Lo stesso, per pura opinione personale, vale per la mancanza di riferimenti al presente. Le parole pronunciate in scena ne mostravano di appigli a situazioni lontane ma anche vicinissime, e visto il contesto storico che viviamo era forse il caso di afferrarli e renderli evidenti. Non che non si colgano: le parole di Primo Levi bastano a far realizzare quanto di allora abbiamo intorno anche adesso; sarebbe stato però più interessante intesserli nel racconto, perché ricordare non è fine a se stesso.

Questa produzione della Nuova Accademia degli Arrischianti ha i suoi pregi e i suoi difetti. È comunque una messa in scena a cui è giusto dedicare un’ora del proprio tempo. Anzi, è necessario, come è necessario ravvivare continuamente la Memoria, trovandoci dentro tutte le sofferenze e le ombre umane: la voce di Livia Castellana sa mettere in luce entrambe.

Per chiudere, è curioso notare come questo sia l’unico spettacolo andato in scena a teatro esattamente il Giorno della Memoria nelle stagioni teatrali della Valdichiana senese. Non so perché, ma è così. Data la sua unicità, allora è forse il caso di andarlo a vedere nella replica di Venerdì 31 Gennaio, ore 21:15, al Teatro Mascagni.

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Il Concerto della memoria a Foiano della Chiana

«Coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi…

«Coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare». Con queste potentissime parole pronunciate dalla Senatrice Liliana Segre, la presidentessa dell’ANPI sez. Foiano della Chiana ha dato il via al Concerto della memoria, organizzato dall’Associazione partigiani, in collaborazione con Donne di carta, Slow Food Valdichiana e con il patrocinio del Comune, che si è tenuto domenica 26 gennaio.

Un evento necessario. Un pomeriggio che chiede di soffermarci su catastrofiche colpe che macchieranno per sempre il genere umano. Errori ed orrori commessi da mostri contro esseri umani. Violenze delle quali italiani fascisti e indifferenti sono stati complici.

“Il ricordo come prevenzione” si diceva fino a pochissimi anni fa. Adesso sembra sia diventato necessario “ricordare per curare”. Questo cambiamento è tangibile nel clima sociale e politico italiano ed europeo e la preoccupazione di Liliana Segre ce lo sbatte davanti agli occhi con la forza di chi sa, perché ha già sofferto: «Temo di vivere abbastanza per vedere cose che pensavo la Storia avesse definitivamente bocciato, invece erano solo sopite».

Gli allievi dei corsi di musica da camera del Conservatorio F. Morlacchi di Perugia, diretti da Acquarelli Antonella, si sono esibiti in brani e canti composti da autori legati in modo diretto o indiretto alla tradizione ebraica o all’universale canto di tutti gli esseri considerati “indesiderabili” su questa terra e per questo sterminati. La musica come mezzo per potenziare la comunicazione emotiva ed empatica. La musica che a volte penetra nella nostra coscienza con più forza delle parole. È questo il senso di ricordare l’olocausto attraverso la musica.

“Il fatto che gli eventi organizzati dall’ANPI – spiega Mariangela Raspanti, presidentessa dell’associazione – richiamino così tante persone da riempire ogni volta le sale messe a disposizione del comune, fa capire quanto sia fertile il tessuto sociale e culturale di Foiano.”

“Nei giorni scorsi – continua Mariangela – abbiamo assistito a un atto vile, vergognoso ed emblematico della grandissima ignoranza che in questo periodo avvolge il clima politico e sociale italiano. Ad azioni vili e senza pudore il pubblico dei media si sta pericolosamente abituando. Tale comportamento viene riproposto quotidianamente da politici e cittadini italiani, sicuri ormai di muoversi in un ambiente che lentamente viene privato di ogni regola morale. L’indecente scritta antisemita in tedesco “qui vive un’ebrea” comparsa sulla porta di casa di Aldo Rolfi, figlio di Lidia Beccaria Rolfi sopravvissuta ai campi di sterminio, è l’ultimo di una lunghissima serie di atti carichi di odio e violenza. La vicenda lascia chiaramente trapelare tutta l’ignoranza di un popolo che non ha mai fatto i conti con il proprio passato e che tutt’oggi non viene messo in condizioni di potersi formare secondo principi democratici, antifascisti e pacifisti, che sono i pilastri fondamentali della Costituzione italiana. Lidia Rolfi non era ebrea. Era una staffetta partigiana che venne deportata al campo di concentramento di Ravensbruck per la sua attività politica. Con questo vorrei invitare tutti a riflettere sull’importanza dell’istruzione antifascista nelle scuole, che viene garantita dai principi costituzionali, ma che non trova e non ha mai trovato un riscontro pratico, se non in rarissime eccezioni”

 

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Capitano Ultimo: legalità e partecipazione, i valori per fare comunità

Proprio nei giorni in cui il Tar del Lazio respinge il ricorso per mantenere la scorta, il Capitano Ultimo, colonnello Sergio De Caprio, arriva a Montepulciano per incontrare gli studenti…

Proprio nei giorni in cui il Tar del Lazio respinge il ricorso per mantenere la scorta, il Capitano Ultimo, colonnello Sergio De Caprio, arriva a Montepulciano per incontrare gli studenti dei Licei Poliziani in un appuntamento organizzato dall’Istituto scolastico superiore e dalla Fondazione Torrita Cultura, con il patrocinio dei Comuni di Montepulciano e Torrita di Siena.

Volto semicoperto da un passamontagna ma con gli occhi senza maschera, Sergio De Caprio, oggi colonnello dei carabinieri, ha incontrato gli sguardi degli studenti poliziani vogliosi di conoscere lui, le sue imprese e cosa avvenne esattamente in quella fredda mattina del 15 gennaio 1993 quando Totò Riina venne arrestato. Un’operazione eclatante, un arresto fondamentale, un colpo grosso alla mafia e alla criminalità organizzata che in quegli anni stava segnando gravemente il nostro Paese.

Ex allievo della ‘Nunziatella‘, tenente al termine dell’Accademia Militare di Modena e formato nella Scuola Ufficiali di Roma, De Caprio chiede di essere trasferito in Sicilia poco più che ventenne, dove presta servizio per due anni come Comandante della Compagnia di Bagheria. Qui nel 1985, a soli 24 anni, arresta i latitanti Vincenzo Puccio e Antonino Gargano, braccio destro di Bernardo Provenzano e killer del Capitano dei Carabinieri Emanuele Basile. Dopo i risultati ottenuti in Sicilia nella lotta alla mafia, viene trasferito a Milano, dove diventa capitano del Ros; è qui che Ultimo fonda il Crimor, Unità Militare Combattente operativa a Palermo dal settembre 1992 e sciolta nel 1997. Oggi il Capitano Ultimo è impiegato presso il Comando carabinieri forestali, nel Reparto biodiversità e parchi, e gestisce una casa famiglia nella periferia di Roma, dove assieme ai volontari dà assistenza ai ragazzi meno fortunati.

Indubbiamente l’arresto di Totò Riina segna l’esistenza del colonnello De Caprio. La cattura gli costerà l’accusa di favoreggiamento a Cosa Nostra insieme al generale Mario Mori, uno dei fondatori del Ros. I due furono rinviati a giudizio su richiesta dell’allora sostituto procuratore di Palermo, Antonio Ingroia, per aver omesso di informare la Procura che il servizio di osservazione alla casa di Riina era stato sospeso, causando così, secondo l’accusa, un ritardo nella perquisizione del covo del boss. Nel 2006, Ultimo e Mori sono stati prosciolti “perché il fatto non costituisce reato”.

Il Capitano Ultimo, che da quel 15 gennaio 1993 vive con il volto coperto perché continuamente minacciato da chi è pronto a vendicarsi contro chi ha portato in carcere uno dei capi mafia più sanguinari della nostra storia, ha scelto il nome Ultimo ‘perché vedevo che tutti volevano essere primi, volevano emergere e ricevere prestigio. Credo che il lavoro del carabiniere sia un donare e non un avere”

Nel suo periodo più difficile, Capitano Ultimo trova aiuto nel capo Apache delle bianche montagne, Ronnie Lupe e nelle aquile. Il capitano, affascinato dalle tecniche di combattimento degli Apache, un giorno decise di scrivere al loro capo; da un loro incontro e un sogno particolare, il colonnello riuscì a ritrovare forza e determinazione. Per gli Apache le aquile sono delle guide: ‘le aquile fanno stare bene, nel volo ti senti libero’. Destino vuole che esattamente 17 anni dopo quel 15 gennaio 1993, il Capitano Ultimo balzi di nuovo agli onori della cronaca, per la sentenza emessa dal Tar del Lazio in cui gli viene revoca la scorta. Decisione che il colonnello commenta così: ‘Da oggi colpire il capitano Ultimo sarà più facile per tutti’.

Sicuramente quelli colpiti dal suo coraggio sono stati gli studenti dei Licei Poliziani nel corso dell’incontro che si è svolto agli ex-Macelli di Montepulciano. In una realtà in cui si respira odio, paura del prossimo e dove si stanno perdendo di vista molti dei valori per cui ci siamo battuti, la vera rivoluzione è trovare il coraggio di parlare di legalità come opportunità per il futuro, di ribellione senza uscire dalle regole, voglia di acquisire conoscenze e interiorizzare quei valori che stanno alla base della convivenza civile: “Dovete fare vostri i problemi del territorio, non aspettare che qualcuno li risolva per voi, la legalità si costruisce, non è un dono, e per combattere la criminalità l’unica strada è partecipare. Sbagliate pure ma proponete alternative nella vostra comunità perché la comunità è tutto”.

Non serve molto per fare la rivoluzione, serve solo essere umani, assumersi le proprie responsabilità, sbagliare e imparare, sviluppare una coscienza civile che derivi dalla legalità. Attraverso l’uguaglianza si deve arrivare alla fratellanza e alla partecipazione in cui i valori siano condivisi, così da far nascere quella comunità in grado di abbattere qualsiasi tipo di criminalità. Nei suoi racconti, il colonnello De Caprio non lascia spazio a gesti eroici, ma parla di comunità ed equità sottolineando il vero valore di libertà, quella libertà, che come dice Gaber ‘non è star sopra un albero, non è neanche avere un’opinione, la libertà non è uno spazio libero, la libertà è partecipazione’.

Capitano Ultimo non si arrende alla decisione della revoca della scorta del Tar del Lazio e continua la sua battaglia. Ma è proprio il giorno seguente all’incontro con gli studenti dei Licei che arriva la decisione del Consiglio di Stato di ripristinare la scorta al Colonnello Segio De Caprio. Il Consiglio di Stato ha riconosciuto che “deve essere garantito” un livello di protezione all’uomo che arrestò Totò Riina, tutto questo almeno fino alla discussione collegiale fissata per il 20 febbraio 2020.

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Le Sardine devono creare laboratori di democrazia

Nato dall’idea di tre amici, il Movimento delle Sardine sta riscuotendo un successo inaspettato, confermato dai grandi numeri di adesione alle manifestazioni di piazza. Roberto Morotti, 31 anni, ingegnere, Giulia…

Nato dall’idea di tre amici, il Movimento delle Sardine sta riscuotendo un successo inaspettato, confermato dai grandi numeri di adesione alle manifestazioni di piazza. Roberto Morotti, 31 anni, ingegnere, Giulia Trappoloni, 30 anni, fisioterapista e Andrea Garreffa, 30 anni, guida turistica, sono gli organizzatori della mobilitazione d’esordio a Bologna. Ma cosa propongono di concreto le Sardine?

Il fatto che si identifichino esclusivamente come un movimento anti-Salvini mi fa riflettere sull’incapacità di una certa parte della società civile italiana di indirizzare le energie politiche verso percorsi a lungo termine, che includano proposte, soluzioni, dialogo e confronto. Non sono tra quelli appartenenti a una delle mille sinistre, che criticano a prescindere questo movimento. Mi schiero tra quelli che da una tradizione di sinistra ci provengono per educazione familiare, per trasmissione di valori democratici, antifascisti e resistenziali, tramandati da mio nonno (partigiano medaglia d’argento al valor militare) fino a me.  Sono uno di quelli che la Sinistra non l’ha mai vissuta, se non in contesti locali, associazionistici, familiari, intimi. Sono uno di quelli che per la Sinistra si è mosso e mobilitato, senza mai averla vista nascere.

Delle Sardine sono attualmente un sostenitore e in quanto tale ho aspettative, proposte e critiche per il rilancio di una parte politica avvilita, straziata, ma anche corrotta e smarrita. Qualche giorno fa stavo parlando con il Prof. Paul Ginsborg proprio a proposito di questo “banco di pesci” che sta provando a nuotare controcorrente nelle acque torbide e pericolose della politica. Le parole che più frequentemente risuonavano all’interno del suo studio, nel quale lo scorso anno ci riunivamo insieme ad altri ragazzi sotto il nome di “Serraglini”, erano “dialogo” e “passioni”. Per circa 40 minuti abbiamo discusso della crisi dell’Università, di chi la vive, delle mie incertezze e delle mie paure per il futuro. È stata anche l’occasione per parlare di un argomento che coinvolge proprio le Sardine e che è ben spiegato in un articolo uscito il 27 novembre sul Fatto Quotidiano, in cui Paul Ginsborg fa una breve – ma esaustiva – analisi delle mobilitazioni civili dell’ultimo anno in tutto il mondo. Ad animarle sono soprattutto giovani, a volte giovanissimi; sono studenti di ogni età e grado; sono donne coraggiose e forti. È una generazione in pieno dialogo, forse impaurita dal presente e dal futuro incerto, stanca della precarietà, decisa a muovere i primi passi per cambiare il mondo. Tra le manifestazioni globali dell’ultimo anno ce ne sono state anche di pericolose, come quelle dichiaratamente razziste e fasciste, ma la maggior parte si sono dette democratiche e progressiste, proprio come le Sardine. Qualcosa sta cambiando. Le rivolte contro il sistema liberista (e liberalista) in America latina ci parla di un risveglio di coscienze di proporzioni gigantesche; la lotta di una ragazza di 16 anni per nuove e concrete politiche ambientali, ha smosso milioni di persone in tutti gli angoli del pianeta, unendole come forse solo il Sessantotto era riuscito a fare; il movimento femminista è riuscito perfino a coinvolgere ambienti integralisti arabi, in cui le donne vivono ancora in condizioni di subordinazione inaccettabili. Il 2019 è stato l’anno delle mobilitazioni. Qualcosa sta cambiando e forse cambierà davvero.

Tra le voci di protesta si sono levate anche quelle di tre ragazzi capaci di condensare tutta l’avversione alle politiche fasciste e razziste in manifestazioni di piazza che hanno ormai raggiunto proporzioni impensabili. Solo a Firenze la sera del 30 novembre, secondo gli organizzatori della manifestazione, si sono radunate in Piazza della Repubblica 40mila persone. Il messaggio è contrastare l’avanzata della Lega di Salvini, la sua politica basata sull’odio e sulle bugie. È un popolo disgustato quello che sta scendendo in piazza contro l’arroganza e la volgarità di un leader politico circondato e sostenuto da personaggi scandalosi. Odio, rabbia, discriminazione, ancora odio. La gente non ne può più e allora si è unita, come per un processo naturale, per urlarlo in maniera pacifica e dignitosa all’ex “ministro della propaganda” (cit. G. Carofiglio).

Le Sardine a Firenze in Piazza della Repubblica

Gli ideatori delle Sardine non hanno intenzione di legarsi a nessun partito politico; non si candideranno alle elezioni regionali; e non hanno neanche un programma che contenga proposte o alternative concrete. Non è ancora chiaro quale sarà il loro futuro. Non è ancora chiaro se hanno intenzione di proporre qualcosa oppure se si limiteranno ai flash mob a tempo indeterminato. Ma dopo aver raggiunto un consenso così ampio, dopo essere riuscite a unire migliaia di persone in un’Italia politica altamente divisiva e a portare in piazza così tanti giovani, non costruire alcun programma politico sarebbe l’ennesima, cocente sconfitta della sinistra italiana. Significherebbe lasciare ricadere nella disaffezione politica tutta questa gente. Significherebbe darla vinta a Salvini. Significherebbe (come se già non ce lo avesse dimostrato da tempo) che la sinistra parlamentare non è più in grado di raccogliere la voce delle masse. Questo non se lo possono permettere, anzi non devono permettere che accada.

E allora le Sardine devono assolutamente avviare un profondo e intenso dialogo con la società civile democratica e antifascista come ad esempio Libertà e Giustizia, l’ANPI, Libera, i sindacati. Devono riuscire a riaprire la finestra del dialogo con i partiti politici, dalla quale dovranno passare gli umori della gente, le proposte che arriveranno dalle associazioni e l’aria di cambiamento nel modo di fare politica. Le Sardine dovranno allargarsi per coinvolgere non soltanto giovani e studenti, ma anche i lavoratori, i precari, gli operai, i disoccupati. Nel loro cammino, che auguro loro essere lungo e pieno di felicità, incontreranno ostacoli provenienti non soltanto dagli oppositori politici, ma anche da quella generazione che ha ridotto nello stato attuale l’Italia con incoscienza, arroganza e individualismo e che ha il coraggio di schierarsi a sinistra.

Insomma, se le Sardine vogliono entrare a pieno titolo nelle mobilitazioni che stanno scuotendo il mondo in questi mesi, dovranno cominciare a proporre. Nel 1968 gli studenti, ai quali si unirono gli operai delle fabbriche, avevano fatto delle loro assemblee universitarie dei veri e propri laboratori di democrazia. Occorre ricreare questi laboratori.

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Prima edizione del premio letterario Pometti: intervista a Silvio Valota

Amare un territorio e la sua storia, fare in modo che lo stile di vita della gente che vi abita venga riconosciuto e valorizzato come un suo elemento caratterizzante, strutturale….

Amare un territorio e la sua storia, fare in modo che lo stile di vita della gente che vi abita venga riconosciuto e valorizzato come un suo elemento caratterizzante, strutturale. Cercare chi meglio possa trasmetterne le suggestioni e lasciare che queste escano dai ripostigli della memoria dei singoli individui, per andare a comporre un’antologia da poter sfogliare, alla scoperta di aneddoti e tradizioni. Inizia così la storia del nuovo premio letterario istituito dal comune di Trequanda con la collaborazione della casa editrice Il Ciliegio.

È ammesso a partecipare chiunque voglia raccontare il territorio locale e le sue usanze popolari, in un testo di massimo 10mila caratteri che infine verrà inserito nella raccolta, divisa per sezioni, curata e pubblicata dalla casa editrice. Non vi sono limiti o suggerimenti in termini stilistici, ma solo un’indicazione circa il contenuto che dovrà essere affrontato negli elaborati.

In questa intervista, il curatore Silvio Valota spiega di cosa si tratta questo concorso letterario, che porta il titolo di Daniela Pometti, nome legato ad una delle più antiche tenute della Val d’Orcia.

Chi ha pensato di istituire il concorso letterario “Pometti”?
L’idea è stata mia. Frequento le Crete da 40 anni con immenso piacere per l’armonia ineguagliabile del paesaggio, la grazia degli abitanti e la cucina, della quale non so più fare a meno. Purtroppo un male oscuro s’è portato via Daniela, la moglie di Duccio Pometti, e ho pensato che intitolare il concorso al suo ricordo poteva essere un omaggio dovuto. L’idea portante che sto coltivando è quella di fare di Trequanda un polo culturale, rilevante per fantasia e creatività, iniziando ora con questo concorso e poi, chissà, allargandosi anche al mondo dell’arte, della cinematografia.

In che modo è stato scelto il tema degli elaborati?
Ho parlato con Roberto Machetti, sindaco di Trequanda, con Andrea Francini, vicesindaco, e con Mauro Lacagnina, assessore alla cultura. Ci siamo trovati d’accordo nel tentare di esplorare questa strada ponendo l’accento proprio sulle belle ricchezze di questi luoghi, come il territorio, l’agricoltura locale, la storia della zona, le usanze popolari.

Qual è l’obiettivo principale di questo premio?
Proprio questo: attingere alla memoria di chi ci abita per recuperare storie del passato che possano spiegare il presente, e dare un senso di continuità alla vita che si conduce da queste parti. Poi, magari, potremo anche racimolare il materiale sufficiente per comprendere perché questa terra è così bella, affascinante. E magari anche capire perché queste zone sono ancora uguali a quelle che ispirarono secoli fa da Simone Martini, Pietro e Ambrogio Lorenzetti, Giovanni di Paolo, e il Sodoma a Monte Oliveto.

Perché è stato scelto un concorso di questo tipo?
Direi proprio per stimolare il recupero del ricordo e valorizzare quello che è stato, che non si deve perdere nella nebbia di un passato confuso, ma tornare a galla di prepotenza, proprio per il rispetto che questa terra merita.

Quale aspetto del territorio si intende valorizzare attraverso questo progetto?
La sua unicità. Non conosco al mondo una terra così delicata e armoniosa, tanto rispettata dai suoi abitanti da rinnovarla nel tempo senza stravolgerne le caratteristiche. Io trovo questo veramente miracoloso, e credo che non mancheranno menti capaci di raccontarlo.

Chi valuterà gli elaborati?
Questa iniziativa nasce col contributo della casa editrice Il Ciliegio, con cui collaboro da tempo, e che può vantare un gruppo sostanzioso di appassionati recensori che esprimeranno collegialmente la propria opinione sugli elaborati.

Quale premio è stato stabilito per il vincitore?
Il premio consisterà in un soggiorno di due notti presso Villa Boscarello di Carlotta Pometti, a Trequanda. Se i racconti che ci arriveranno, di qualità davvero buona, saranno numericamente sufficienti, ne nascerà un libro, pubblicato appunto dal Ciliegio.

Cosa ne sarà di questa raccolta?
Scopo della pubblicazione è creare un veicolo che favorisca la conoscenza del territorio e della sua storia. Una volta stampato, il libro potrà essere utilizzato dalle strutture ricettive della zona nei confronti del turismo in arrivo. E chissà che questa iniziativa davvero non aiuti Trequanda e tutte le Crete a diventare anche un polo culturale che sia di riferimento per l’Italia intera: una maniera diversa di fare cultura, senza fanfare e senza tromboni, ma vita, vita vera, raccontata da chi la condivide, magari anche da chi ci è stato una volta soltanto. Basta guardarsi attorno, lasciar fuggire gli occhi verso l’orizzonte, distinguere l’Amiata laggiù in fondo, e ascoltare il canto dei fagiani. Il resto viene da sé…

I partecipanti dovranno inviare il proprio elaborato, corredato da una breve nota autobiografica, esclusivamente via mail all’indirizzo premio.pometti.trequanda@gmail.com (indicando nell’oggetto “Concorso Trequanda-Pometti), entro e non oltre il 31 gennaio 2020.

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Progetto Acea a Chiusi: il punto su una vicenda che fa discutere

Va facendosi sempre più serrato il confronto sul tema della costruzione dell’impianto di recupero di fanghi biologici delle acque reflue urbane nella zona “Ex Centro Carni” di Chiusi Scalo, la…

Va facendosi sempre più serrato il confronto sul tema della costruzione dell’impianto di recupero di fanghi biologici delle acque reflue urbane nella zona “Ex Centro Carni” di Chiusi Scalo, la cui costruzione, proposta da Acea Ambiente, è condizionata dall’esito dell’inchiesta pubblica prevista nelle prossime settimane in Regione.
Si tratta di una questione complessa, poiché pone al centro del dibattito, da un lato, l’opportunità di sfruttare un ampio terreno per implementare una tecnologia in grado di trattare le acque di scarico urbane pari a quelle prodotte in tutta la Toscana, dall’altro la comprensibile preoccupazione della popolazione di veder deturpato il luogo in cui vive.Enti, cittadini e investitori sono le parti interessate coinvolte in questa vicenda, che ha avuto inizio nell’autunno 2017. Risale infatti a quel 27 settembre la pubblicazione, da parte del Comune di Chiusi, del bando di gara per la vendita del complesso immobiliare di circa 80.000 mq, situato in località Le Biffe, al confine tra Umbria e Toscana. Unico potenziale acquirente a presentare la propria proposta è stata la società Acea, che per 2.525.000,00 euro si è aggiudicata l’area, ritenuta strategica per il proprio piano di investimenti.
La società in questione si presenta – si legge dagli atti – come impegnata, nelle regioni di Lazio e Toscana, nella depurazione delle acque reflue urbane e nel perseguimento di tecnologie mirate alla cosiddetta “chiusura del ciclo dei fanghi”. In tale prospettiva, Acea Ambiente ha manifestato il proprio interesse all’acquisto dell’area, ritenendola idonea a ospitare un nuovo impianto per il recupero di materia dai fanghi biologici, provenienti da altri centri di depurazione gestiti direttamente dal Gruppo Acea o da partecipate, annotando tra i produttori di fanghi proprio le società addette alla gestione del servizio idrico in Toscana.

Acea Ambiente avrebbe dunque pianificato un investimento dal valore complessivo di 7,4 milioni di euro, cofinanziato, per 2,3 milioni, dal Ministero dello Sviluppo Economico e dalla Regione Toscana, come si legge in un comunicato stampa del 4 novembre scorso.
Nel progetto, rientra anche l’acquisizione del depuratore di Bioecologia, situato all’interno dell’area in oggetto, che sebbene non con le più moderne tecnologie, è attualmente in funzione per trattare un totale di circa 80.000 tonnellate annue di percolato di discarica e sostanze reflue industriali.

Prospetto pubblicato sul sito della Regione Toscana

Quello proposto da Acea Ambiente è un impianto destinato al trattamento di 80.000 tonnellate all’anno di fanghi biologici, attraverso un processo di carbonizzazione idrotermale. Si tratta di una soluzione brevettata dalla società spagnola Ingelia, che sfrutta un processo termochimico per la trasformazione dei rifiuti organici.

Nel dettaglio, l’impianto risulta composto da una sezione di ricezione dei fanghi biologici, chiusa e dotata di un sistema di aspirazione e trattamento delle arie, al fine di evitare l’inquinamento olfattivo; una sezione di carbonizzazione idrotermale, dove la sostanza fangosa viene mantenuta a determinate condizioni di temperatura e pressione, per essere trasformata in una miscela da estrarre e disidratare (i reattori cilindrici che si svilupperebbero in altezza sono progettati per portare a termine questa fase del progetto).

Un’altra sezione è progettata per l’ispessimento della parte solida, che viene quindi condotta all’unità di essiccazione e pellettizzazione; sarebbero inoltre presenti un impianto termico per produrre il calore necessario al processo, un cogeneratore a gas per la produzione di energia elettrica, una stazione di controllo generale e un impianto di trattamento delle acque di processo.
Il procedimento prevede infatti che, durante la reazione, con questo metodo basato su temperatura, acqua e pressione, dalle biomasse venga estratto un bicarbone, l’hydro char, e un residuo acquoso. Per quanto riguarda il biocarbone, si tratta di una sostanza simile alla lignite che, secondo quanto riportato da Ingelia, come il fossile può essere impiegato come combustibile, ma anche nella fertilizzazione agricola o per uso industriale.

L’altro elemento ottenuto, l’acqua di processo, è da destinare alle aziende produttrici di fertilizzanti organici, come si prospetta per gli impianti previsti in Italia, o da utilizzare per l’irrigazione delle colture, come attualmente avviene per l’impianto di Valencia.
È proprio in questa città spagnola che Ingelia ha proposto il primo impianto di carbonizzazione idrotermale, il quale, in funzione dal 2013, conta due reattori e ha una capacità di 14.000 tonnellate annue di biomasse, principalmente costituite dai resti vegetali agricoli e FORSU (Frazione Organica del Rifiuto Solido Urbano).
Anche a Immingham, nel Regno Unito, nel 2018 è sorto in collaborazione con l’Università di Nottingham un impianto che recentemente è stato portato da uno a quattro reattori. Infine, a Piombino, è prevista l’imminente costruzione di uno stabilimento con dieci reattori, progettato per trattare 60 tonnellate di biomasse all’anno. Per quest’ultimo, la Regione Toscana si è espressa positivamente in fase di Valutazione di Impatto Ambientale, al momento in corso anche per la realizzazione dell’impianto di Chiusi (qui è possibile leggere la sintesi non tecnica del progetto realizzata dalla Regione Toscana).

La discussione sul progetto è arrivata in Regione ad aprile 2018, quando è stata approvata la mozione, firmata da Tommaso Fattori e Paolo Sarti, consiglieri del gruppo di Sì – Toscana a Sinistra, sull’avvio di un confronto aperto tra cittadini, associazioni ed esperti, al fine di verificare, attraverso il parere di enti quali Asl e Arpat, il rischio ambientale e sanitario legato alla costruzione dell’impianto. Un atto al quale, nel luglio 2019, ha fatto seguito il testo, a firma dal consigliere M5S Giacomo Giannarelli ed emendato su richiesta della vicepresidente PD Monia Monni, perché il processo di consultazione si svolgesse in forma di inchiesta pubblica. Questa si svolgerà nelle prossime settimane, dando udienza alle parti promotrici e a quelle contrarie, sino all’esito, atteso nel mese di gennaio 2020, del procedimento finalizzato al rilascio del Provvedimento Unico Regionale relativo al progetto, da parte della Regione.

Intanto, a Chiusi, approvando la delibera n.74 del 28 dicembre 2018, il consiglio comunale ha sancito il divieto di costruire sul territorio comunale “inceneritori di rifiuti; carbonizzatori; termovalorizzatori; discariche di rifiuti; nuove aziende insalubri che abbiano emissioni nocive, ad eccezione delle attività per le quali venga dimostrato, riguardo ai processi produttivi, di utilizzare la migliore tecnologia possibile per abbattere emissioni, finanche alla loro totale eliminazione“.

Il progetto con cui Acea si è aggiudicata il bando comunale, ossia quello di costruire un impianto industriale per il trattamento dei fanghi di supero provenienti dalla depurazione delle acque reflue, seppur non presentando il termine “carbonizzatore“, tuttavia non ha convinto l’opinione pubblica, che fin da subito ha manifestato incertezze, se non contrarietà.
Il Comitato Azione per il Rispetto dell’Ambiente, costituito nell’ottobre 2018 su iniziativa dei cittadini, al fine di promuovere la diffusione di informazioni sul progetto e confrontarsi sulla tematica, ha espresso varie preoccupazioni sulla pericolosità dell’impianto, che si sono tradotte nelle 2.250 firme raccolte tra i cittadini contrari alla sua costruzione. In questi mesi il Comitato si è fatto promotore di incontri, sia tra la popolazione che coinvolgendo esperti in materia di ambiente e smaltimento dei rifiuti.

L‘Associazione di salvaguardia ambientale Il Riccio ha sollevato perplessità riguardo alla costruzione dell’impianto, in relazione a problematiche sanitarie e ambientali. In particolare, all’interno della relazione elaborata dal Comitato insieme al Dottor Carlo Romagnoli, in rappresentanza dei Medici per l’Ambiente – ISDE (International Society of Doctors for Environment) Umbria, vengono esposti dei dubbi soprattutto circa la natura del prodotto ottenuto dal processo di carbonizzazione. Nel rapporto, inviato il 28 dicembre 2018 al Comune di Chiusi e alla Regione Toscana, sono state presentate spiegazioni di come l’hydro char, che è assimilabile alla lignite fossile, non sia privo di ricadute (legate principalmente al trasporto dei materiali prodotti e sull’alimentazione a metano dell’impianto) sulla qualità dell’ambiente e, di riflesso, sulla salute pubblica.

Inoltre, l’Associazione ha accusato il progetto di smentire l’intenzione di gestire i rifiuti in modo sostenibile e in un’ottica di economia circolare, in quanto il processo immetterebbe nell’atmosfera più sostanze nocive di quante ne elimini e la biolignite richiederebbe a sua volta, per essere smaltita, una fase di combustione. Data la concomitanza della discussione sul progetto di Chiusi con la costruzione dell’impianto Ingelia di Piombino, autorizzato nella misura del raggiungimento di vari obiettivi, l’Associazione ha proposto che la Regione Toscana osservasse il realizzarsi di tali requisiti nell’altro impianto, prima di dare il consenso a quello di Chiusi, trattandosi di una tecnologia sperimentale.

Sono in tanti a ritenere che un’attenta disamina delle conseguenze derivate dalla costruzione dell’impianto andasse compiuta in fase di bando, prima di vendere un’area per la quale i cittadini sono sì d’accordo su un’esigenza di riqualificazione, ma non a scapito della qualità dell’aria che respirano. Proprio nel corso dell’inchiesta pubblica, sulla quale sono accesi i riflettori anche da parte delle amministrazioni dei Comuni limitrofi, ci sarà adesso modo di confrontare i dati, verificare il tipo di impatto che l’impianto andrebbe ad avere anche sulla realtà urbana di Chiusi e avere chiarimenti, da parte di enti specializzati e competenti, circa l’entità e la pericolosità delle emissioni, fino alla decisione finale.

In una fase storica in cui tanto si discute di ambiente, di prospettive per il futuro del pianeta, quella di Chiusi assume i toni di una vicenda esemplificativa: c’è la necessità di provvedere alla gestione dei rifiuti, che spinge le aziende a dedicarsi a questo settore, e di farlo con le adeguate tecnologie, andando anche incontro a soluzioni sperimentali per le quali, se si investe, non è perché queste rimangano su carta.

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