rencontre une fille tunisienne

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Attualità

‘Dall’ombra alla luce’ – Il Concorso letterario dell’Accademia degli Oscuri si apre ai non vedenti

  ‘Ab umbra lumen – Dall’ombra alla luce’, oltre ad essere il motto dell’Accademia degli Oscuri di Torrita di Siena, quest’anno è il tema scelto per l’ottava edizione del ‘Concorso…

  ‘Ab umbra lumen – Dall’ombra alla luce’, oltre ad essere il motto dell’Accademia degli Oscuri di Torrita di Siena, quest’anno è il tema scelto per l’ottava edizione del ‘Concorso letterario nazionale per ragazzi’, organizzato dalla stessa Accademia.

Nato otto anni fa come premio letterario per romanzi inediti, poi divenuto una competizione letteraria per ragazzi a livello nazionale, il concorso ha come obiettivo quello di stimolare la creatività narrativa dei giovani contribuendo a portare dall’ombra alla luce le loro qualità intellettuali.

Otto anni in cui sono usciti, dalle fervide menti dei ragazzi, dei racconti interessanti e sorprendenti che hanno saputo ben descrivere il tema, ogni anno diverso, dato dagli Accademici. “Si accorse che non c’era più e subito pensò che quella non sarebbe stata una giornata come tutte le altre…”, questo l’incipit del 2017 e dal quale gli autori hanno prodotto dello storie in cui la realtà giovanile è emersa in maniera nitida attraverso il filtro dell’immaginazione e della finzione.

“L’esperienza di questi anni ci dimostra che il Concorso Letterario Nazionale per Ragazzi – spiega Lucia Della Giovampaola (La Determinata, pseudonimo scelto per lei dall’Accademia) responsabile del progetto – produce un circolo virtuoso, determinando una sana emulazione in cui i modelli di riferimento sono quelli positivi dell’eccellenza, della collaborazione, della responsabilità, dell’applicazione e dell’impegno”.

Il concorso è rivolto agli alunni della V classe della scuola primaria e I classe della scuola secondaria di 1°grado, alle classi II e III della scuola secondaria di 1° grado e alle classi I e II della scuola secondaria di 2° grado di tutta Italia.

Il concorso, fin dalla sua nascita, è destinato a tutti i ragazzi dai 10 ai 16 anni, ma da quest’anno inserisce una sezione riservata interamente agli studenti non vedenti. I ragazzi non vedenti hanno una percezione della realtà diversa e molto spesso a noi sconosciuta, e quindi la nuova sezione del concorso vuole proprio indagare e far emergere un modo differente di leggere la realtà e un vissuto che a noi non è noto.

L’accademico Alberto Morganti (il Narratore) spiega come è nata l’idea di istituire questa nuova sezione all’interno del concorso:

“Per caso ho iniziato a fare il Libro Parlato, ovvero leggevo un libro, mi registravo e lo mandavo all’organizzazione che lo diffonde alle persone non vedenti. Mentre stavo leggendo, l’autore del libro descriveva tutti i particolari, ovvero il colore delle foglie, degli alberi, del cielo e mi chiedevo come un cieco potesse assimilare tutti questi particolari e come avrebbe descritto la realtà che lo circonda.  Da qui l’idea di inserire nel concorso letterario una sezione dedicata ai ragazzi non vedenti”.

Il concorso, in entrambe le categorie, offre stimoli per mettersi in gioco, per uscire da ruoli predeterminati, per conoscere meglio se stessi e le proprie qualità, troppo spesso celate dietro il quotidiano e dietro una percezione di sé standardizzata e cristallizzata.  L’intensione del concorso infatti non è quella di orientare o condizionare il partecipante, ma vuole tirare fuori una visione della realtà personale, che sia essa brillante, cupa, serena o angosciante con lo scopo di mettere in primo piano i propri sentimenti, senza la paura di esprimersi.

La partecipazione al concorso è gratuita, i testi che perverranno dovranno essere assolutamente inediti e redatti in lingua italiana; sono ammessi al concorso solo elaborati individuali e ciascun concorrente può presentarsi con un solo testo. Gli elaborati saranno valutati, oltre che dall’Accademia degli Oscuri anche dagli allievi delle scuole secondarie di primo grado dell’Istituto di Torrita di Siena e di Trequanda che, secondo il regolamento, non possono partecipare al concorso con propri elaborati per motivi di trasparenza e correttezza procedurale.

I criteri di valutazione degli elaborati terranno conto dell’autenticità, della correttezza ortografica e grammaticale, della fantasia nel rielaborare la realtà, della creatività e delle emozioni che riusciranno a suscitare nei membri della giuria.

“Occasioni come queste fortunatamente non sono arre ed è quindi frequente trovare persone che dedicano il loro tempo a iniziative analoghe senza alcun ritorno economico o personale e quindi si adoperano gratuitamente per organizzarle solo perché credono nell’opportunità di ricercare quello che noi Accademici Oscuri chiamiamo ‘la ricerca del giusto, il vero e del bello’. Ebbene noi siamo fieri di essere fra questi” – conclude l’Arcioscuro Fabrizio Betti.

Il concorso, pubblicato nel sito del Ministro della Pubblica Istruzione, prevede l’assegnato di nove premi in denaro e buoni per l’acquisto dei libro. La premiazione avverrà nel mese di Maggio 2019.

L’Accademia degli Oscuri, nata nel lontano 1760 grazie a “ragguardevoli Torritesi” ed in particolare dal Dott. Saverio Pascucci, Arciprete della Collegiata, letterato, dal Dott. Lorenzo Batignani (detto l’Erudito) e dal Dott. Giobatta Davitti amante di poesia arguta e lepida e dai Dottori fratelli Andrea e Girolamo Ercolani (detto il Savio), magistrati e amanti di poesia, promuove ricerche, studi, analisi, dibattiti, confronti, pubblicazioni, tutele, collaborazioni e quant’altro ritenuto opportuno al fine di  conoscere e far conoscere la storia della comunità torritese e il patrimonio artistico locale, nonché far sviluppare interesse e sensibilità verso tutte le tematiche artistiche.

Per maggiori informazioni: Accademia degli Oscuri  – oppure sul sito del Miur

Nessun commento su ‘Dall’ombra alla luce’ – Il Concorso letterario dell’Accademia degli Oscuri si apre ai non vedenti

Il referendum boccia la fusione tra Montepulciano e Torrita di Siena

I cittadini hanno detto la loro, al termine del referendum che si è svolto domenica 11 e lunedì 12 novembre: il fronte del No ha avuto la meglio e il progetto…

I cittadini hanno detto la loro, al termine del referendum che si è svolto domenica 11 e lunedì 12 novembre: il fronte del No ha avuto la meglio e il progetto di fusione tra Montepulciano e Torrita di Siena si ferma qui. I voti contrari sono stati il 53,58% a Montepulciano, dove si è espresso il 33,15% degli aventi diritto, e il 76,7% a Torrita, dove l’affluenza è stata maggiore, con il 64,80%. Lo spoglio delle schede si è svolto nel giro di un paio di ore, ma il responso è apparso chiaro praticamente dalle prime cifre circolate all’interno dei seggi.

In una conferenza stampa convocata presso la sede torritese del Partito Democratico, gli esponenti del comitato a favore della fusione e delle due amministrazioni comunali si sono riuniti per una prima breve analisi del risultato: si parla di “rammarico”, per non essere riusciti a convincere i cittadini della bontà del progetto, ma non c’è il rimpianto di non aver fatto tutto il necessario.

«Le iniziative e gli incontri per dare informazioni sono stati tanti – ha dichiarato il coordinatore del Comitato Sì fusione Giancarlo Pagliai – Forse un confronto diretto con il Comitato del No avrebbe chiarito alcuni aspetti».

Condivisa da tutti i presenti l’opinione che a incidere sulla pesante vittoria del No sia stata l’efficacia degli slogan che hanno più facilmente fatto leva sulle paure della gente, contro le spiegazioni razionali sui vantaggi che la fusione avrebbe comportato.

«La risposta univoca di entrambe le comunità – ha dichiarato il sindaco di Torrita Giacomo Grazi – almeno non rende vana una volontà favorevole espressa da una parte soltanto. Escludo le mie dimissioni, il lavoro amministrativo proseguirà con lo stesso impegno sino alla sua scadenza».

«Questo progetto era uno dei più ambiziosi preparati negli ultimi cinquant’anni nel territorio – ha proseguito la consigliera Alice Raspanti, capogruppo di maggioranza a Montepulciano – ma non resta che prendere atto del volere popolare, certi di aver adempiuto al compito della politica di offrire opportunità ai cittadini».

In generale, il sentimento diffuso tra le fila dei promotori del progetto di fusione è quello di non aver fatto comprendere che tale opportunità avrebbe risposto ai problemi di amministrazione di un ente pubblico.

«Problemi che questo territorio vivrà» secondo il segretario PD Montepulciano Alberto Millacci, «ma che questo progetto, valutato e bocciato dai cittadini, avrebbe arginato» ha aggiunto il consigliere Luca Betti, capogruppo di maggioranza a Torrita. «Il confronto con gli altri referendum di questo fine settimana – ha proseguito Daniele Chiezzi (lista civica) – dimostra che la consapevolezza delle amministrazioni di dover provvedere alle problematiche della gestione dell’ente si scontra con la difficoltà della popolazione a superare certe barriere ideologiche». «Se non altro – ha concluso la segretaria PD Torrita Elena Rosignoli – il comitato del Sì ha sempre usato lealtà e correttezza nei confronti dei cittadini».

Il Comitato del No di Torrita di Siena ha atteso il risultato ufficiale prima di dirigersi verso la propria sede, nel centro storico, dove in serata si sono svolti veri e propri festeggiamenti.

«Il Comitato ha lavorato duramente per due anni per dimostrare l’insensatezza di questa proposta che non aveva visto un processo partecipativo della popolazione, né di Torrita né di Montepulciano, dove abbiamo agito meno intensamente ma, a guardare il risultato, l’eco delle nostre ragioni si è fatto comunque sentire» ha dichiarato Carlo Stefanucci, portavoce del comitato, insieme ad Antonio Canzano, il quale ha proseguito: «Alla vigilia del voto sembrava che a Montefollonico prevalesse il Sì, ma alla fine quella del No è stata una vittoria condivisa da tutti, anche dai poliziani. Dal momento della sua presentazione, i torritesi si sono opposti a questo progetto e il comitato si è semplicemente fatto loro portavoce».

Numerosi i commenti anche degli esponenti delle altre forze politiche presenti sul territorio che si erano dichiarate contrarie alla fusione.

«Hanno prevalso la forza identitaria e il senso di appartenenza delle comunità» ha dichiarato Emanuele Andreucci (Fratelli d’Italia). «L’esito di questo referendum è la prova che le imposizioni dall’alto non sono mai ben accolte dalla popolazione – ha commentato Stefano Bracciali (Movimento 5 Stelle) – I cittadini si sono informati e il loro è stato un voto consapevole sulla fusione, non un giudizio sull’operato dell’attuale amministrazione». Per Lorenzo Vestri (Lega) «L’offerta referendaria non ha unito ma ha provocato una spaccatura nella comunità torritese, che adesso dovrà essere ricomposta».

E lo sguardo va dunque a maggio, quando si svolgeranno le prossime elezioni amministrative per entrambi i comuni. La fusione avrebbe potuto consentire ad Andrea Rossi di ricandidarsi come sindaco di un comune unico, dove anche le liste con le più basse percentuali avrebbero potuto spostare gli equilibri ed essere così determinanti in un’eventuale fase di ballottaggio. Una possibilità che a questo punto non potrà realizzarsi. A Torrita di Siena, Giacomo Grazi è al termine di un primo mandato molto discusso, che nel corso di quasi cinque anni ha ricevuto apprezzamenti per la sua dinamicità, ma anche varie critiche dai cittadini.

Il Comitato No Fusione, di cui nei giorni scorsi era stato ipotizzato un fine politico contro l’amministrazione che si sarebbe concretizzato nella presentazione di una lista civica trasversale, ancora non si sbilancia:

«All’indomani del referendum il comitato si scioglie – ha annunciato Stefanucci – ogni suo componente ne uscirà arricchito sia dal punto di vista umano, per aver conosciuto nuove persone, che civico, per aver acquisito maggior consapevolezza dell’attaccamento verso il proprio territorio e verso la cosa pubblica. Ciascuno farà uso di questo tesoro nella maniera che riterrà più opportuna, ovviamente dopo aver festeggiato a dovere questa vittoria».

E allora, per conoscere quali dinamiche caratterizzeranno il panorama della politica locale dei prossimi anni per i comuni di Montepulciano e di Torrita di Siena, non resta che attendere la primavera 2019.


Referendum popolare regionale consultivo sulla proposta di legge regionale per l’istituzione del Comune di Montepulciano Torrita di Siena

Risultati Definitivi – MONTEPULCIANO

L’affluenza si attesta al 33,17% su un totale di 11230 aventi diritto

  • Sez. 1 — Montepulciano capoluogo – aventi diritto 888 – votanti 263 – bianche 1 – nulle 0 – Sì 109 (41,6%) – No 153 (58,4%)
  • Sez. 2 – Montepulciano capoluogo – aventi diritto 933 – votanti 346 – bianche 1 – nulle 0 – Sì 96 (27,8%) – No 249 (72,2%)
  • Sez. 3 – Montepulciano capoluogo – aventi diritto 748 – votanti 283 – bianche 1 – nulle 1 – Sì 107 (38,1%) – No 174 (61,9%)
  • Sez. 4 – Montepulciano capoluogo – aventi diritto 655 – votanti 245 – bianche 0 – nulle 0 – Sì 80 (32,7%) – No 165 (67,3%)
  • Sez. 5 – Montepulciano capoluogo – aventi diritto 771 – votanti 293 – bianche 0 – nulle 1 – Sì 99 (33,9%) – No 193 (66,1%)
  • Sez. 6 – Abbadia di Montepulciano – aventi diritto 826 – votanti 383 – bianche 2 – nulle 2 – Sì 160 (57,3%) – No 119 (42,7%)
  • Sez. 7 – Abbadia di Montepulciano – aventi diritto 690 – votanti 217 – bianche 2 – nulle 4 – Sì 121 (57,3%) – No 90 (42,7%)
  • Sez. 8 – Gracciano – aventi diritto 643 – votanti 235 – bianche 0 – nulle 0 – Sì 148 (63,0%) – No 87 (37,0%)
  • Sez. 9 – Montepulciano Stazione – aventi diritto 636 – votanti 183 – bianche 0 – nulle 1 – Sì 91 (50,0%) – No 91 (50,0%)
  • Sez. 10 – Montepulciano Stazione – aventi diritto 888 – votanti 269 – bianche 1 – nulle 2 – Sì 131 (49,2%) – No 135 (50,8%)
  • Sez. 11 – Valiano – aventi diritto 408 – votanti 121 – bianche 1 – nulle 1 – Sì 60 (50,4%) – No 59 (49,6%)
  • Sez. 12 – Acquaviva – aventi diritto 639 – votanti 223 – bianche 1 – nulle 1 – Sì 113 (51,1%) – No 108 (48,9%)
  • Sez. 13 – Acquaviva – aventi diritto 630 – votanti 220 – bianche 0 – nulle 1 – Sì 113 (51,6%) – no 106 (48,4%)
  • Sez. 14 – Acquaviva, loc. Tre Berte – aventi diritto 643 – votanti 249 – bianche 1 – nulle 2 – Sì 152 (61,8%) – No 94 (38,2%)
  • Sez. 15 – Sant’Albino – aventi diritto 569 – votanti 144 – bianche 0 – nulle 0 – Sì 63 (43,8%) – No 81 (56,3%)
  • Sez. 16 – Sant’Albino – aventi diritto 663 – votanti 151 – bianche 0 – nulle 0 – Sì 74 (49,0%) – No 77 (51,0%)

Totale Montepulciano: vince il No con 1982 voti pari al 53,58% contro i 1717 voti pari al 46,42% del Sì

Risultati Definitivi – TORRITA DI SIENA

L’affluenza si attesta al 64,81% su un totale di 5850 aventi diritto

  • Sez. 1 – via Roma – aventi diritto 773 – votanti 535 – bianche 1 – nulle 1 – Sì 103 (19,3%) – No 430 (80,7%)
  • Sez. 2 – via Roma – aventi diritto 924 – votanti 643 – bianche 3 – nulle 3 – Sì 142 (22,3%) – No 495 (77,7%)
  • Sez. 3 – via Roma – aventi diritto 816 – votanti 514 – bianche 2 – nulle 1 – Sì 117 (22,9%) – No 394 (77,1%)
  • Sez. 4 – via Marche – aventi diritto 1019 – votanti 638 – bianche 0 – nulle 1 – Sì 133 (20,9%) – No 504 (79,1%)
  • Sez. 5 – via Marche – aventi diritto 862 – votanti 628 – bianche 2 – nulle 4 – Sì 125 (20,1%) – No 497 (79,9%)
  • Sez. 6 –  via Marche – aventi diritto 903 – votanti 528 – bianche 2 – nulle 1 – Sì 107 (20,4%) – No 418 (79,6%)
  • Sez. 7 – Montefollonico – aventi diritto 552 – votanti 305 – bianche 0 – nulle 1 – Sì 151 (49,7%) – No 153 (50,3%)

Totale Torrita di Siena: vince il No con 2891 voti pari al 76,7% contro gli 878 voti pari al 23,3% del Sì

Nessun commento su Il referendum boccia la fusione tra Montepulciano e Torrita di Siena

Fusione dei comuni di Montepulciano e Torrita: tra sospetti e promesse

“SÌ o NO” è la scelta di fronte a cui si troveranno Torritesi e Poliziani nel rispondere, il prossimo 11 e 12 novembre, al quesito referendario sulla fusione dei loro…

“SÌ o NO” è la scelta di fronte a cui si troveranno Torritesi e Poliziani nel rispondere, il prossimo 11 e 12 novembre, al quesito referendario sulla fusione dei loro comuni. Siamo infatti praticamente all’epilogo di un processo decisionale iniziato ormai più di due anni fa, su iniziativa delle amministrazioni di Torrita e Montepulciano, che, come d’altronde c’era da aspettarsi data l’entità del progetto, fin dal principio ha destato l’attenzione di larga parte dell’opinione pubblica.

I cittadini si sono addirittura organizzati in gruppi per esprimere la propria voce a riguardo, come nel caso del Comitato del No di Torrita, che si è costituito dichiarando l’obiettivo di dimostrare l’inconsistenza dei vantaggi portati dalla fusione secondo i suoi promotori. E difatti il denominatore comune delle varie tappe di questo processo di policy, innegabilmente è sempre stato il clima di conflitto tipico di tutte le situazioni che prevedono la polarizzazione (in questo caso “sì o no”) come unica strategia di un gioco a somma zero, in cui si vince o si perde e non c’è spazio per i compromessi. Per mesi, se da una parte si sono forniti dati, dall’altra li si sono smentiti. Se da una parte si è prospettato un futuro ricco di utilità, dall’altra un inevitabile scenario di macerie. A turno, gli uni hanno interpretato la parte di quelli rischiarati dal lume della ragione e hanno accusato di cecità gli altri. Sugli stessi aspetti è stato detto tutto e il contrario di tutto, con il risultato che le posizioni già prese si sono ancor più radicalizzate, nel tentativo di portare dalla propria quanti più indecisi possibile.

Una delle iniziative pubbliche del comitato “No fusione”

Incontri pubblici, per lo più sfociati in arringhe accorate, e presidi alle fiere di paese prontamente documentati sui social con le foto di rito, in cui esponenti della politica locale e stimati professionisti compaiono armati di magliette e volantini alla stregua di hostess e promoter, sono state le principali occasioni fornite ai cittadini per informarsi. A Torrita e a Montepulciano sono giunti da ogni dove, a portare la propria esperienza, sindaci di Comuni che hanno avuto a che fare con le fusioni, come se fosse del tutto trascurabile il fatto che ogni Comune, forse in Italia più che in ogni altra parte del mondo, è storia a sé, per dimensioni, morfologia del territorio, modo di vivere e di pensare. E che magari un’attenzione maggiore al contesto in cui si inserisce questo caso specifico avrebbe, se non altro, aiutato a mantenere i toni entro i confini del rispetto civile, a maggior ragione vedendo quanto i tempi attuali non siano proprio quelli dominati dalla ricerca dell’eleganza oratoria.

Una delle iniziative pubbliche del comitato “Si fusione”

Nel corso di questi due anni si è discusso di tante cifre: il numero degli abitanti, l’ammontare dei soldi di cui si prevede l’arrivo nelle casse del nuovo Comune in caso di fusione, aliquote e percentuali, anch’esse interpretate nei modi più diversi, sempre a seconda della convinzione propria e dell’opinione pubblica, perché, fino a prova contraria, è della possibilità di attuare una politica pubblica che si parla, e almeno su questo si dovrebbe essere tutti d’accordo. Sennonché, e forse è proprio questo il peccato originale che sin dall’inizio ha viziato tutta la situazione, è mancata la condivisione della condicio sine qua non una politica pubblica possa definirsi tale, ossia la presenza di un problema, riguardante tutta la collettività o una parte di questa, alla cui soluzione si cerca di arrivare tramite un percorso di policy, fatto di certe decisioni. Presentare una soluzione ad una necessità che non è avvertita, o comunque non lo è in misura ragguardevole, dalla comunità, ha inevitabilmente portato quantomeno all’insinuazione che i promotori del progetto di fusione abbiano intrapreso questo progetto per interessi diversi da quello di sviluppo economico e culturale per il territorio apertamente dichiarato. Soprattutto se poi a ciò si aggiunge il clima di generale scarsa fiducia verso autorità e istituzioni che caratterizza la società odierna.

Stando a questi presupposti, si capisce come ormai tutto sia avvolto da un clima di sospetto che, se non favorirà l’astensione, perché si tratta sempre di un’iniziativa importante per l’assetto geopolitico di un vasto territorio, di certo neanche permetterà ai cittadini di farsi un’idea scevra da preconcetti, in entrambi i casi.


Per approfondire:

Nessun commento su Fusione dei comuni di Montepulciano e Torrita: tra sospetti e promesse

Bettolle in Rosa: la musica si tinge di rosa per la lotta al tumore al seno

Se si attraversa il piccolo centro urbano di Bettolle durante il mese di ottobre non può non saltare all’occhio la persistenza del colore rosa, nei viali, nelle piazze e nei…

Se si attraversa il piccolo centro urbano di Bettolle durante il mese di ottobre non può non saltare all’occhio la persistenza del colore rosa, nei viali, nelle piazze e nei giardini. Drappeggi enormi composti da quadrati di lana, lunghi anche decine di metri, appesi ai cartelli stradali, intorno agli alberi, distesi lungo ringhiere, sui reticoli e sule paratie stradali. Sono lane, stoffe e nastri, rigorosamente rosa, spesso annodati assieme, a richiamare il simbolo che ormai da anni simboleggia la lotta contro il tumore al seno. È l’urban knitting (conosciuto anche come pratica di Yarn Bombing) che dal 2016 il comitato Bettolle in Rosa porta avanti per sensibilizzare la popolazione alla prevenzione e alla cura di sé.

Il 19 Ottobre 2018, al Tjmory Pub di Bettolle, si alzerà il sipario su Concerto in Rosa: un vero e proprio concertone autunnale che vedrà alternarsi alcuni tra i più importanti musicisti della Valdichiana. Una serata di alternanza ritmica, che passerà dai set acustici al jazz, dal rock’n’roll al cantautorato, finalizzata ad un unico scopo: la beneficienza. Belindà, Debora Giani, Selene Lungarella, Sturm, Andrea Pinsuti e tantissimi altri (la line-up è in continuo aggiornamento) si alterneranno sul palco del locale alternandosi ad aste benefiche che avranno come lotti opere d’arte di artisti locali, nonché ricchi premi messi in palio attraverso estrazioni e lotterie. I live saranno infatti l’occasione per raccogliere fondi destinati al servizio di sostegno psicologico ai diagnosticati presso il reparto di oncologia dell’ospedale di Nottola.

«L’occasione per creare un gruppo di lavoro si è presentata nel 2016» mi dice Rita Reggidori, coordinatrice del comitato di volontarie Bettolle in Rosa «Io mi sono ammalata nel 2013 e sono entrata in contatto con l’associazione IoSempreDonna di Chianciano Terme. Per un anno sono andata ad addobbare Chianciano Terme con manufatti di colore rosa. Dopo qualche anno ho portato questa pratica a Bettolle. Attraverso il passaparola si è creato veramente un bel gruppo di lavoro, costituito non solo da donne ma anche da uomini. Solo il primo anno abbiamo distribuito della lana rosa alla signore del paese e in meno di un mese sono stati prodotti 280 quadrati di lana. Poi nel 2017, lo scorso anno, l’attenzione è ovviamente cresciuta e in molti si sono impegnati per portare avanti questa prativa. Siamo arrivati a 600 quadrati e il numero è destinato a crescere. Mi piacerebbe molto se nascessero comitati anche nei paesi vicini che portassero avanti lo stesso progetto, nello stesso periodo dell’anno».

La serata live del 19 ottobre, si inserisce in un programma più ampio, La Giornata della Salute, dedicato alla prevenzione, coordinato dalla Proloco di Bettolle e ADiVaSe (Associazione Diabetici Valdichiana Senese), con il sostegno dei comitati di volontari Bettolle in Rosa e Bettolle Cuore Amico, e con il patrocinio del Comune di Sinalunga: la giornata dopo il concerto sarà quindi l’occasione per tutta la cittadinanza – e oltre – di poter fruire di controlli glicemici e screening metabolici gratuiti, nonché di seguire gli incontri dedicati all’utilizzo dei defibrillatori automatici esterni. «Quest’anno è stato intercettato il progetto Dai una Mano in Corsa, portato avanti dall’associazione Atletica di Sinalunga» continua Rita, «I ricavati della serata del 19 ottobre confluiranno nella donazione che anche l’associazione sinalunghese fa annualmente, finalizzata allo stesso servizio. Spero che tutto questo serva non solo a raccogliere fondi, che sicuramente servono, ma anche a sensibilizzare le persone a superare le loro paure e controllarsi regolarmente».

Nessun commento su Bettolle in Rosa: la musica si tinge di rosa per la lotta al tumore al seno

Una storia Rock’n’Roll: torna il Birranthology Festival, dal 24 al 26 agosto 2018

Dal 24 al 26 Agosto 2018, al Parco dell’Uccelliera di Scrofiano, il High Extravaganza Birranthology Festival celebra la storia del rock’n’roll. Non solo un semplice festival con esibizioni live, ma…

Dal 24 al 26 Agosto 2018, al Parco dell’Uccelliera di Scrofiano, il High Extravaganza Birranthology Festival celebra la storia del rock’n’roll. Non solo un semplice festival con esibizioni live, ma un vero e proprio viaggio nella cultura rockabilly, con l’estetica e la stravaganza delle sue radici negli anni ’50 fino alle più recenti espressioni di psychobilly, horror-punk e dello stile che ormai caratterizza il festival da più di dieci anni. Tutto accompagnato da una raffinatissima selezione di birre artigianali, all’insegna del motto craft not crafty, (artigianale, non finto-artigianale) che premia le piccole brewery indipendenti. Marchi di birrifici locali, che dimostrano un’attenzione particolare nei confronti del territorio, affiancati ad importanti brand internazionali, sempre appartenenti al circuito delle birre artigianali.  «Il lavoro del birraio è molto simile a quello del cuoco» affermano gli organizzatori «Entrambi lavorano con il fuoco e con le pentole, di varie dimensioni quelle del cuoco, enormi quelle del birraio. Il birraio però ha dei vincoli che il cuoco non ha. Quest’ultimo infatti può scegliere liberamente con quali materie prime comporre i propri piatti, mentre il birraio deve necessariamente utilizzare alcuni ingredienti: l’acqua, il malto d’orzo, il luppolo, il lievito». Le birre artigianali saranno servite rigorosamente in lattina, in pieno stile rockabilly. Non solo per fattori estetici ma anche di qualità. «Bere birra in lattina è un gesto purtroppo percepito come rozzo» continuano gli organizzatori «In realtà l’inscatolamento in lattina della birra rappresenta il metodo più efficace di conservazione del prodotto. Proporremo le birre locali alla spina, poiché la vicinanza fisica ai luoghi di produzione ci permette di avere massima espressione della loro qualità, e le birre straniere in lattina, per avere l’esperienza migliore di fruizione del prodotto».

Artigianalità, ribellione, quindi, extravaganza e retrofuturismo s’incontrano nella valorizzazione delle sottoculture musicali rock ed elettroniche delle scelte musicali; ovvero quelle zone grigie della musica tanto particolari quanto interessanti. Un viaggio musicale di tre giorni, attraverso le atmosfere coinvolgenti del Rock’n’Roll che si configura in tre serate tematiche molto diverse con titoli che lasciano intuire l’atmosfera che si respirerà ad ogni show:

Venerdì 24 agosto “Birranthology Rockin’ Playlist” https://spoti.fi/2t7Jkfk
(Rock’n’Roll-Rhytm’n’Blues- Garage Rock)

 

Sabato 25 agosto “Birranthology Stompin’ Playlist” https://spoti.fi/2ylDThX
(Psychobilly- Neo-rockabilly- Horror Punk)

 

Domenica 26 agosto “Birranthology Dreamin’ Playlist” https://spoti.fi/2lgZaQp
(Retrowave, Outrun, Darksynth)

Alla musica e alla birra, si aggiungono anche le esibizioni delle artiste di Burlesque, anch’esse selezionate a seconda della prossimità formale con le linee della serata, per poter vivere appieno la molteplicità delle espressioni emerse dalla cultura del recupero dal passato, il vintage, il retrofuturismo, le grafiche old-school. Una festa ad ingresso libero, che permette a chiunque di conoscere una storia troppo bella per essere ignorata. 

Nessun commento su Una storia Rock’n’Roll: torna il Birranthology Festival, dal 24 al 26 agosto 2018

La Primavera della Costituzione a Monticchiello

Dal 1 al 3 Giugno a Monticchiello (Pienza) arriva la prima festa della Costituzione, in occasione del 70° anniversario dall’entrata in vigore della Carta. Un ricco cartellone fatto di convegni,…

Dal 1 al 3 Giugno a Monticchiello (Pienza) arriva la prima festa della Costituzione, in occasione del 70° anniversario dall’entrata in vigore della Carta. Un ricco cartellone fatto di convegni, musica e parole, organizzato dai circoli ANPI Valdichiana con il contributo del vasto panorama dell’associazionismo locale.

Il reportage della manifestazione:


Carlo Smuraglia e il futuro della memoria

Partigiano, docente e Presidente onorario dell’ANPI, Carlo Smuraglia ha chiuso la tre giorni di Monticchiello dedicata alla Costituzione. Una lucidissima analisi dall’alto dei suoi 95 anni.

«Il futuro della memoria è oggi. Il problema non è il futuro, ma il nostro presente. Bisogna pensare che se siamo a questo punto della vita nazionale niente è avvenuto per caso. La memoria della Liberazione è stata troppo strapazzata e negata negli anni repubblicani. L’ANPI ha fatto il possibile per tutelarla, ma non siamo riusciti a trasformarla in una battaglia nazionale. De Luna, storico e docente della contemporaneità, ha scritto un libro intitolato “La Repubblica del dolore” in cui dice che l’Italia è incline al cordoglio e alla commemorazione dei caduti; meno incline ad analizzare le ragioni per le quali si ricordano i morti. La memoria dice, sempre De Luna, si costruisce bene quando diventa collettiva. Ogni paese serio e civile dovrebbe avere una memoria collettiva tra i fondamenti della vita nazionale.

Dopo la liberazione abbiamo cominciato a lasciar cadere la memoria solo su ciò che era stato il fascismo, senza mai fare davvero i conti con quella minaccia. Non è mai stata fatta una vera analisi, non sono mai stati epurati i colpevoli dalle cariche pubbliche, dall’alto delle quali hanno continuato a perpetrare, se non le azioni, lo spirito del fascismo. Abbiamo consentito che si considerasse il fascismo una pagina conclusa della storia italiana, nonostante ci rendessimo conto che non fosse affatto così. Non curando questa memoria sono prima andati all’attacco i revisionisti: la tesi di un fascismo mite in confronto al cattivo straniero. Poi si è aggiunta quella secondo la quale conquistata la democrazia il problema della dittatura fosse chiuso. Il fascismo oggi non è una cosa superata, perché la questione della memoria non è stata affrontata correttamente. Operazione analoga è stata fatta sulla Resistenza, sulla quale l’ANPI si è prodigata fin da subito. Ma questo paese non ha l’immagine giusta di cosa fosse la lotta di liberazione nei suoi momenti difficili e bui, nei suoi azzardi, nel suo romanticismo.

La memoria, lo sanno tutti, ha due nemici: il decorso del tempo, cioè l’oblio, e il negazionismo di quelli che deformano la memoria per indirizzarla secondo le loro idee. Non abbiamo insistito abbastanza contro questi due nemici. Lo stesso vale per la Costituzione, che non chiamerò mai “la più bella del mondo” perché l’ha fatto un noto attore cinematografaro che poi ha votato per il “”. La nostra è una costituzione avanzata, assaltata e minacciata fin dalla sua entrata in vigore. Non abbiamo fatto in modo che avesse memoria e adeguata conoscenza. L’errore è dimostrato dal fatto che è stato più volte tentato di metterle mani addosso, con mancanza totale di serietà e rispetto.

Abbiamo bisogno di costruire quella memoria sulla quale si costruisce una nazione. Non ci riunisce solo Dante, la cultura e le bellezze naturali, ma anche la Costituzione e l’antifascismo. L’Italia, e il mondo intero, ha assistito a questa escalation dell’estrema destra e vorrei ricordare che il fascismo non è solo quello che si identifica con il ventennio e con il Duce. Ha detto bene il nostro Presidente della Repubblica “Se volete sapere che cosa sia il fascismo allora è tutto il contrario di ciò che sta scritto nella Costituzione”.

Dobbiamo recuperare le mancanze verso la memoria del passato e irrobustire la nostra azione. Partendo dal dire che la nostra costituzione è la meno attuata nel mondo. Bisogna ridare voce alle tante persone per bene che ci sono in Italia, che lavorano in tante manifestazioni della vita pubblica e della società civile. Facciamo sentire alta la voce della democrazia, della libertà e della solidarietà, che proprio nel piccolo trovano le loro forme di massima espressione. Questo sarà l’antidoto che ci servirà per avere una memoria duratura da lasciare ai giovani in modo che ne facciano la memoria di un’intera nazione».


Alberto Asor Rosa: “Studenti, lottate per la storia e la letteratura del Novecento”

Oggi si scrivono ancora libri sull’esperienza bellica o resistenziale?

“Mi pare proprio di no. La narrativa italiana contemporanea è impegnata ad analizzare e cercare le forme dell’esistenza nella contemporaneità più assoluta. L’elemento storico è quasi completamente scomparso. E in questo i giovani potrebbero, e anzi dovrebbero, fare un ragionamento. Tra la letteratura contemporanea e quella precedente, che arriva fino agli anni ’80, c’è una frattura radicale. La storia e la società in quanto tali spariscono di scena ed emerge una moltitudine di storie individuali calate in questa realtà amorfa, nella quale voi giovani sarete condannati a vivere.”

Resistenza e letteratura, unite nel filone letterario del neorealismo, hanno però costituito un binomio centrale per la cultura italiana del secondo dopoguerra. Cos’è cambiato nel corso degli anni?

“Negli anni ’60 la letteratura era vittima della strumentalizzazione politica, la quale operava sempre più alla ricerca di consenso. Noi giovani di allora sentivamo che da questa presentazione della cultura i valori più autentici e poetici venivano sotterrati. Capisce che questo tradiva l’impegno artistico e civile di quegli autori che vollero fissare in eterno l’esperienza più drammatica del popolo italiano. Voglio dirle che il binomio di cui parla ha subito fin dagli anni Sessanta un processo di trasformazione. È un argomento che ho approfondito sul mio saggio “Scrittori e popolo” uscito proprio nel 1965 e che prosegue con “Scrittori e massa”.”

Com’è affrontato il tema della Resistenza in ambito universitario?

“In modo assolutamente inadeguato. Come clima generale le facoltà di lettere sono praticamente estranee al tema. Anche lo studio di quel tipo di letteratura neorealistica sugli anni ’40 è uscita di scena. Si può dire che l’interesse e l’approfondimento sul primo ‘900 stia spaventosamente scomparendo.”

Una provocazione. Non sarebbe meglio dedicare un po’ più di attenzione a testi come Il sentiero dei nidi di ragno piuttosto che ai Promessi sposi?

“Non molto tempo ho scritto un articolo su Repubblica in conseguenza del fatto che la ex-ministra della pubblica istruzione Valeria Fedeli aveva preannunciato la sperimentazione dell’accorciamento di un anno della scuola media superiore: quattro anni invece di cinque. La motivazione si reggeva sul fatto che i giovani, oggi, crescono prima e che quindi devono andare prima all’Università. Contestai duramente questa proposta, contro-proponendo di organizzare i programmi della scuola media-superiore dal primo al quinto anno in maniera che i programmi dell’ultimo fossero dedicati esclusivamente o prevalentemente alla contemporaneità. Si insegnano una quantità drammatica di cose inutili. Sono certo del fatto che rielaborando i programmi si riesca a concentrare lo studio della letteratura, della storia e della filosofia al Novecento. È vitale. I programmi scolastici di letteratura, per esempio, iniziano dalla scuola siciliana e finiscono sempre a Giovanni pascoli o a D’Annunzio. È invece indispensabile dedicare il quinto anno alla contemporaneità nelle sue sfumature letterarie, storiche e filosofiche. Bisogna cambiare i programmi scolastici. Mettetevi in lotta.”


 


Tiziana Di Masi presenta a teatro #IOSIAMO “Le buone pratiche della Costituzione”

È bello ascoltare storie: fa tornare bambini. E se sono raccontate bene è possibile anche immedesimarsi nei personaggi narrati. Tiziana, quando recita sul palco, riesce perfettamente a trasmetterci queste sensazioni. Non ci racconta di storie pericolose o drammatiche. Non ci diverte con disavventure comiche o paradossali. Tiziana riesce a farci vivere altre vite… e a farci abbracciare.

“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (Art. 2 dei Principi fondamentali della Costituzione)

Attrice e autrice campana, Tiziana Di Masi ha alle spalle un’esperienza ventennale di recitazione dedicata in gran parte al teatro civile. Dopo l’avvio di carriera improntato sul patrimonio della coscienza storica degli individui, si dedica alla promozione della legalità collaborando con Libera. Sperimenta anche un nuovo modello di narrazione, coniugando teatro e inchiesta giornalistica. Da poco ha scritto #IOSIAMO, dove racconta storie di volontari che hanno superato la dimensione dell’io per ragionare come un NOI.

L’ho incontrata alla Primavera della Costituzione di Monticchiello, dove si è esibita al tramonto fra i muri in pietra di quelle case che dagli anni ’60 si sono perdutamente innamorate del teatro e della commedia.

Chi sei?

“Sono un’artista. Ma anche una persona che ha fatto uno di quei viaggi che ti cambiano la vita, in cui scopri e conosci un sacco di persone straordinarie: i volontari. In Italia se ne parla molto poco, ma sono più di sei milioni e ogni giorno si impegnano per gli altri mettendo il noi al centro della loro vita: rivoluzionario. Le loro storie mi hanno coinvolta e catturata, anche per il modo che hanno di andare in controtendenza nazionale, quella che io chiamo del selfie costante. Queste persone agiscono senza urlare al clamoroso, senza sbraitare per attirare l’attenzione. Svolgono un ruolo vitale per il nostro paese, perché senza di loro il welfare, qua, in questa Italia, non esisterebbe. Si impegnano nei campi più svariati come quello della difesa dell’ambiente, l’aiuto ai disabili, il sostegno alla povertà. Sono persone delle quali valeva la pena raccontare, per questo lo faccio nei miei spettacoli.”

Come ti sei avvicinata a loro?

“Sono storie che non si leggono sui giornali e tantomeno si vedono in TV. Sono sempre stata a contatto con il mondo dell’attività sociale: ho presentato per tantissimi anni lo spettacolo Mafie in pentola in cui ho collaborato con Libera. Quasi per caso ho conosciuto un volontario e poi ho scoperto che queste storie, queste vite sono collegate fra loro come un’enorme ragnatela. Ho messo insieme tutte le esperienze dei volontari con i quali sono venuta a contatto dal nord al sud della penisola e ho raccontato le loro storie bellissime.”

Storie del tipo?

“Sono storie di vita, non hanno nulla di eclatante. Moltissimi pensano che le storie per essere interessanti debbano contenere avvenimenti spettacolari o elementi drammaturgici. Queste sono storie di persone che, ad un certo punto della loro vita, hanno capito di poter essere utili non solo alla società, ma anche a sé stesse. Mario, per esempio, bolognese di 70 anni aveva una malattia molto diffusa: la depressione. Nel momento in cui ha iniziato ad aiutare un disabile è guarito. Ha sviluppato un amore straordinario per la vita. Ha capito che per vivere felice doveva andare incontro a qualcuno che aveva bisogno di lui. In questa bellezza sta il senso del volontariato. Le fragilità degli altri sono anche le nostre, perché chiunque di noi si può trovare in difficoltà. Le cose mutano. I volontari hanno una visione più naturale della vita e riescono ad accettarla in tutte le sue sfumature.”

Che legame c’è con la nostra costituzione?

“Il volontariato concretizza i valori della Costituzione. L’articolo 2 parla del dovere di solidarietà, che, guarda caso, sta alla base del volontariato. Siamo, pur nelle diversità, tutti umani e fratelli e bisogna dimostrarcelo quotidianamente. I valori della Costituzione di rispetto, tolleranza, solidarietà, amore, convivenza si manifestano energicamente in Italia attraverso 6 milioni di volontari. Ho creduto fosse doveroso parlare di tutto il bene che c’è in questo paese, troppo taciuto, perché il bene non fa mai notizia.”

Ad un certo punto, nel mezzo del suo spettacolo, Tiziana si rivolge al pubblico. Accompagnata da note profonde che escono leggere dagli amplificatori, ci fa alzare tutti. Ci prega di prenderci per mano, di guardarci negli occhi e di abbandonarci in un abbraccio. L’effetto è meraviglioso. Per qualche minuto, per qualche istante abbiamo tutti applicato la Costituzione.


Neofascismo, la galassia nera

Giovanni Baldini coordina La galassia Nera, ricerca che per procedure e finalità è molto vicina all’inchiesta. L’indagine è cominciata nel 2016 con l’esplicito intento di fornire i mezzi e i metodi per imparare a conoscere il neofascismo. I risultati del lavoro del team sono pubblicati sul sito di Patria indipendente.

«Il nostro rischio» spiega il curatore della ricerca, Giovanni Baldini «è quello di dover combattere qualcosa che non conosciamo. Perciò ci siamo sentiti in dovere di aggiornarci. Abbiamo monitorato pagine Facebook che fanno riferimento a fascismo e razzismo. Ce ne sono addirittura alcune che si ispirano alle ideologie ottocentesche della razza. Uno dei risultati più interessanti sono le 900 pagine di Casapound che vengono usate come struttura metapolitica, che si allargano e operano nel territorio, toccando associazioni sportive e sociali per esempio».

«Il dilagare di queste ideologie è molto preoccupante. Il lavoro di monitoraggio continua attraverso un software da noi sviluppato che scava dentro Facebook ricavando le più svariate informazioni su queste pagine. Purtroppo, molti giovani cliccano e navigano all’interno di questa galassia, attratti da un linguaggio e da una comunicazione super-efficace da parte di queste organizzazioni nere».

Marco Sommariva, avvocato e candidato per Liberi e uguali, ha subito minacce da parte di militanti di partiti e gruppi di estrema destra, perché a più riprese ha chiesto (e continua a chiedere) lo scioglimento di organizzazioni incostituzionali come Casapound e Forza nuova. Pone l’attenzione sui cambiamenti interni alla galassia fascista:

«Molte categorie di persone, storicamente difese e accolte nell’orbita delle associazioni e dei partiti di sinistra, adesso vengono assistite dallo schieramento opposto. La sinistra ha abbandonato il suo compito storico di assistenzialismo lasciandolo all’estrema destra. Questo fenomeno è molto interessante quanto pericoloso».

Concludendo sull’apologia di fascismo ricorda «che è tutt’ora vietata dalla Costituzione, ma la legge non viene applicata. È difficile manifestare e portare all’attenzione pubblica questo nodo sociale e politico, perché si rischia di essere manganellati e arresati dalla polizia. Importante denunciare, non smettere di farlo, procedere giudizialmente anche per le minacce via Facebook, perché anche se poche alcune cause arrivano alla conclusione».

Saverio Ferrari, studioso della destra nera, si è guadagnato il nome di “Schedatore” all’interno del mondo neofascista.

«Facciamo analisi di ogni tipo volte a rendere pubbliche le singole personalità che si dichiarano fasciste. L’aspetto più pericoloso è il fatto che la galassia delle destre ha preso il posto sociale da sempre occupato dalla sinistra. Ci sono nuovi linguaggi che attirano anziani, cittadini in difficoltà e soprattutto giovani. In particolare, si fanno portavoce di simboli dei quali sposano le idee come per esempio Rino Gaetano per la sua critica alla classe borghese, Peppino Impastato che avrebbe combattuto la mafia con loro se fosse vivo e, assurdità, Che Guevara, idolatrato per essere un combattente rivoluzionario. Sono state condotte indagini anche sui finanziamenti dei partiti di estrema destra. Forza nuova, uno su tutti, utilizza fondi provenienti dalle rapine di Fiore durante gli anni della tensione, che in tutti questi anni sono stati investiti in attività e canali molto estesi tra cui vendita di quadri, partecipazioni a imprese, speculazioni finanziarie».

Infine, avverte «c’è un mutamento della natura e della forma del fascismo anche all’interno delle istituzioni. L’articolo 7 della legge Mancino dichiara che la magistratura può immediatamente inibire il funzionamento dell’organizzazione di stampo fascista, ma non viene praticamente mai applicato».

Nessun commento su La Primavera della Costituzione a Monticchiello

Vedi alla Voce – Nina’s Drag Queen

C’è una cornetta che diventa un microfono. Un uomo che diventa bambola. Un corpo vivo che diventa macchina teatrale meta-testuale capace di proiettare sé stessa tra il dentro e il…

C’è una cornetta che diventa un microfono. Un uomo che diventa bambola. Un corpo vivo che diventa macchina teatrale meta-testuale capace di proiettare sé stessa tra il dentro e il fuori del testo. È la porzione di un intero drammaturgico allestito dalla compagnia Nina’s Drag Queen, in scena al Teatro degli Arrischianti di Sarteano il 4 febbraio 2018. Vedi Alla Voce Alma, è il titolo ed è interpretato da Lorenzo Piccolo, con la regia di Alessio Calciolari.

Il plesso narrativo dello spettacolo si basa su due vettori: il primo è un tradizionale testo di teatro borghese che funge da impalcatura drammaturgica, il secondo è una storia vera, allo stesso modo struggente.

Il testo teatrale di riferimento è La voce umana di Jean Cocteau. Il monologo per donna, opera del drammaturgo francese, scritto nel 1930, che fa ruotare tutto il crescendo di disperazione della protagonista femminile attorno all’inefficienza del servizio telefonico parigino: la donna, abbandonata, cerca di parlare con l’ex amante al telefono, tra pianti e disperazione sentimentale. Il testo è famoso in Italia per la sua interpretazione di Anna Magnani, diretta da Roberto Rossellini nella pellicola L’Amore, del 1948.

La storia vera è invece quella di Alma Schindler, meglio nota come Alma Mahler o – come l’hanno ribattezzata i manualisti – la “Vedova delle Quattro Arti; moglie e vedova di Gustav Mahler; divenne musa e amante di grandi artisti legati alla Secessione Viennese dalla Kunstgewerbeschule, come Klimt e Kokoschka. Si sposò poi con l’architetto Walter Gropius dal quale divorziò a causa di una relazione che aveva instaurato con lo scrittore Franz Werfel. Questi diventò poi il suo terzo marito, il quale morì di infarto nel 1945, lasciandola vedova per la seconda volta. Ma è la vicenda che la lega a Oscar Kokoschka che ha attratto le Nina’s Drag Queen – e non solo – per imbastire un percorso di forte impatto immaginifico sulle meccaniche dell’abbandono. Il grande pittore e la donna – così raccontano le biografie – si frequentarono per due anni, nella Vienna ruggente degli anni ’10. Lui dipinse un quadro intitolato La sposa del vento, in cui raccolse espressivamente tutto il fulgore che quella relazione scatenava nel suo animo. Venne poi chiamato al fronte, durante la Grande Guerra, e lei, invece di aspettarlo, decise di troncare la relazione. Oscar, cieco di amore e gelosia, scatenato da una collera morbosa e furibonda, decise di contattare la modista Hermine Moos per costruire insieme a lei una bambola a immagine e somiglianza di Alma. L’amante posticcia venne realizzata secondo le proporzioni effettive della ex-compagna, con una minuziosa precisione nella riproduzione di tutte (proprio tutte) le parti del corpo, nascondendo le cuciture. Lui comprò per la bambola vestiti costosi e biancheria intima, ordinava alla servitù di servirla, la portava con sé nelle occasioni pubbliche e la dipinse in numerosi quadri.

Secondo una dinamica interpretativa che potremmo definire a matrioska, una dentro l’altra queste vicende – e i personaggi ad esse legati – voltolano nella voce e nei gesti del bravissimo Lorenzo Piccolo, che alterna i commenti alla vicenda con immedesimazioni dei personaggi, fino alla trasposizione melologica  della narrazione servendosi del playback e del lip-sync di canzoni e frammenti filmici. Dentro c’è Mia Martini, Patty Pravo, Ornella Vanoni che si mescolano al teatro borghese degli anni venti.

 

Abbiamo incontrato i due “responsabili” di Vedi Alla Voce Alma e abbiamo fatto loro delle domande.

V: Come funziona la catena di interpretazioni di questo spettacolo? Come è gestita la molteplicità di voci e di corpi nel unicità del monologo?

Lorenzo Piccolo: Noi siamo partiti dal testo di Cocteau che è un monologo per donna – tra l’altro il primo monologo femminile della storia del teatro – e segna proprio per questo un punto chiave della drammaturgia moderna. Ci interessava, nel momento in cui utilizziamo la Drag Queen come maschera teatrale, questo aspetto. È un testo interessante, ma anche molto strano: molte cose non si capiscono. Poi è molto datato perché è dentro una struttura di teatro borghese del 1930. Quindi innanzi tutto Vedi Alla Voce Alma nasce da un rapporto di amore-odio verso questo testo. Da un lato ha degli evidenti aloni di muffa, dall’altro è legato alle grandi attrici: lo ha fatto la Magnani, la Bergman, recentemente la Asti, la Proclemer, c’è pure un’opera lirica di Francis Poulenc. Ha quindi qualcosa di mitologico e affascinante. Cocteau cerca di analizzare la psicologia dell’abbandono e dello struggimento con metodi un po’ vecchiotti. Il nostro tentativo è stato lavorare per mezzo di una dialettica, di uno sguardo critico nei confronti del testo, che si configurasse con un passaggio dentro-fuori dalle parole del copione originale. Abbiamo aggiunto musiche, brani da film. Abbiamo reso questo gioco in maniera evidente con l’uso del playblack. Abbiamo svelato l’artificio dell’attore. Il playback infatti è fare una cosa e guardarti mentre la fai. Abbiamo usato anche molte delle didascalie che Cocteau ha immesso nel testo originale, commentandole in scena. Cose scritte che fanno un po’ ridere. Ad un certo punto ad esempio troviamo «Il sipario rivela una camera da delitto. Davanti al letto, per terra, è sdraiata una donna con una lunga camicia, come assassinata. L’autore vorrebbe che l’attrice desse l’impressione di sanguinare, di perdere il sangue come una bestia ferita, di terminare l’atto in una camera piena di sangue». Sì vabbè Cocteau, mo’ lo faccio… (ride). Ecco, lui aveva queste visioni, era un po’ pazzerello, ricordiamo che era anche disegnatore e cineasta, un artista estremamente visivo, il problema è che scriveva didascalie sostanzialmente inutili dal punto di vista drammaturgico. Spesso l’interprete esce dall’interpretazione per commentare le didascalie stesse… c’è molta ironia anche su questo.

 LaV: La Drag Queen ha la possibilità di passare dal kitsch alle citazioni colte, da Moira Orfei ad Anna Magnani, dal trash sublime alla cultura alta: mantenendo sempre una coerenza: come funziona il bagaglio culturale di una Drag?

Alessio Calciolari: Noi usiamo la drag queen come maschera. Attraverso questa prendiamo più anime e ce le mettiamo addosso le interpretiamo e le usiamo come mezzo di comunicazione. Essendo la drag un immagine fantastica, estrema, entrarci è molto divertente

Lorenzo Piccolo: Sia per l’interprete che per il pubblico. C’è un elemento di piacere che ingaggia il pubblico. C’è un procedimento ironico: se sei un uomo che fa la donna il tuo corpo è ironico, i tuoi gesti lo sono.

Alessio Calciolari: Attraverso quest’ironia si riesce a prendere qualsiasi punto di riferimento alto o basso. Si può prendere Raffaella Carrà,  parlando di tradimento in maniera seria e pesante, o una Callas che in Traviata si strugge d’amore e portarla in scena senza quel peso che portava durante l’opera e veicolarla per rappresentare ciò che serve in quel preciso momento.

 LaV: Il circuito del teatro indipendente come se la sta passando? Quali sono i circuiti nei quali si può inserire una compagnia indipendente?

LP: Il teatro indipendente sta male. I grandi teatri stabili non si prendono il rischio di proporre cose non confromi. Sì, anche se molte sono scuse: spesso il nostro spettacolo viene rifiutato perché “il pubblico non è pronto”. Non è pronto “alle drag queen”, non è pronto “all’argomento…”: stupidate, non è vero niente. Sono solo giochi politici. È un modo abbastanza sciocco di andare sul sicuro, con il grande nome. I grandi teatri cercano la rassicurazione anziché lo stimolo e la crescita del pubblico. Se sei un programmatore devi pensare che il tuo pubblico è intelligente – ché il pubblico è sempre intelligente anche quando non lo sa –  e non ha bisogno della copertina o di sentirsi dire che tutto va bene. Per questo le piccole compagnie oggi fanno fatica. L’unica risposta che abbiamo è fare il nostro lavoro nel modo più intellettualmente onesto possibile.

AC: Dobbiamo poi dire che anche le compagnie indipendenti, lo sono per modo di dire. Ad esempio Con la nuova produzione abbiamo sia il Metastasio di Prato che il Carcano di Milano. La compagnia indipendente per sopravvivere ha bisogno di appoggi e tutele da parte o dei grandi premi o dei grandi teatri.

LP: Il nostro focus adesso è più artistico. Con questo spettacolo abbiamo avuto la collaborazione di Daria Deflorian. La nostra attenzione è cercare di crescere noi da dentro e sperare che questo venga riconosciuto.

Nessun commento su Vedi alla Voce – Nina’s Drag Queen

Non c’è più tempo per il silenzio. ‘La mafia uccide, il silenzio pure’

Giornalismo e mafia, intesa come organizzazione criminale retta sull’omertà e regolata da riti, legami familiari e percorsi iniziatici peculiari che ciascun appartenente, detto affiliato è tenuto a rispettare, non sono…

Giornalismo e mafia, intesa come organizzazione criminale retta sull’omertà e regolata da riti, legami familiari e percorsi iniziatici peculiari che ciascun appartenente, detto affiliato è tenuto a rispettare, non sono mai andati d’accordo. Spampinato, De Mauro, Siani, Impastato, sono solo alcuni dei giornalisti morti per mano mafiosa perché oltre che a cercare di cambiare le cose nella loro terra d’origine, stavano facendo il loro lavoro, ovvero raccontare i fatti del proprio territorio.

Raccontare significa indagare, esporsi agli eventi, e spesso navigare controcorrente per portare a galla verità scomode che fanno traballare chi costruisce imperi economici sulle menzogne. Questo dovrebbe essere il giornalismo del XXI secolo, un giornalismo che agisce nel presente e non gira la testa dall’altra parte, che cerca di comprendere l’evoluzione dei fenomeni e le nuove forme che assume la società senza prostrarsi al potere.

Purtroppo ci sono ancora giornalisti che muoiono perché raccontano, altri che vivono costantemente nella paura di fare il proprio mestiere e altri ancora che per raccogliere informazioni subiscono vessazioni e violenze. Ne sono un esempio i fatti di Ostia con la testata in pieno volto data da Roberto Spada, fratello del boss condannato a 10 anni di carcere, al giornalista di Nemo Davide Piervincenzi, mentre stava indagando sull’appoggio politico degli Spada a CasaPound durante le elezioni comunali.

Il caso di Ostia, oltre a mettere in luce le difficoltà che ancora vive il giornalismo, dimostra che nel nostro Paese la mafia continua ad affermarsi. La domanda sorge spontanea: in tutto questo lo Stato dove’è, cosa sta facendo?

Poco più di un mese fa la Camera ha varato il codice antimafia che punta a velocizzare le misure di prevenzione patrimoniale, rende più trasparente la scelta degli amministratori giudiziari, ridisegna l’Agenzia per i beni sequestrati e include corrotti, stalker e terroristi tra i possibili destinatari dei provvedimenti. A oggi sono quasi 20mila i beni confiscati alle mafie, tramite sequestro preventivo, a cui si aggiungono 2.876 aziende. Altri 20mila i beni confiscati (tra terreni, aziende e immobili) con procedimenti di natura penale. Immenso il valore: quasi 30 miliardi.

Del codice antimafia ne ha parlato l’On. Rosy Bindi, presidente della Commissione antimafia della Camera, intervenuta durante l’incontro organizzato dai Licei Poliziani in occasione del XXV anniversario delle stragi di mafia, in cui sono stati ricordati  Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Don Pino Puglisi. L’On. Bindi ha affermato che lo Stato deve lavorare molto per mettere in campo politiche di giustizia di contrasto al sistema mafioso.

“Noi ci definiamo il Paese delle mafie, ma allo stesso tempo siamo il Paese delle lotta contro le mafie. Abbiamo una legislazione e apparati di Magistratura che altri Paesi non hanno e neppure conoscono, come per esempio il reato di associazione mafiosa. […] Ormai il numero dei Comuni che vengono sciolti per infiltrazioni mafiose è molto alto; nell’ultimo mese sono stati sciolti altri cinque Comuni in Calabria e quando un’amministrazione comunale è soggiogata al potere mafioso, per voti di scambio, non persegue più l’interesse della comunità e come tale va sciolto. Allo stesso tempo però la desertificazione della politica non aiuta le comunità a rinascere e quindi stiamo lavorando su delle misure che colpiscano in maniera chirurgica le parti malate salvando quello buone e motivando i cittadini alla buona amministrazione. […] Mentre abbiamo assicurato alla giustizia la mafia delle stragi che ci hanno portato via Falcone, Borsellino, Mattarella e Don Puglisi, le altre mafie sono ancora molto forti e quindi serve un cambio di passo non solo dello Stato ma di tutti noi”.

A chi dice che la mafia arriva dove lo Stato non è riuscito ad arrivare, l’On. Bindi risponde:

“È sempre stato così.  Presentarsi come ‘uomini d’onore’ è una delle forme di consenso che la mafia ha usato da sempre per imporre il proprio potere. Loro cercano intese dicendo che: ‘lo Stato li ha lasciati soli’ e questo è un sistema difficile da scardinare. In alcuni territori, non solo ad Ostia, ma anche nella Locride, nei quartieri palermitani (solo per citarne alcuni), si arriva quasi a giustificare tutto questo con una semplice frase: ‘la mafia c’è perché non c’è lo Stato’, questo può essere vero ma non giustifica la mafia. Per combattere la mafia servono politiche di giustizia che diano lavoro, prospettive di vita, buona crescita. La mafia è la causa del sottosviluppo di un territorio non l’effetto, ma fin quando mancheranno scuola e lavoro e i cittadini non avranno gli stessi diritti di tutti gli altri sarà difficile scardinare il consenso della mafia”.

Chi da 24 anni cerca sradicare il sistema mafioso agendo dal basso e quindi operando tra la gente è il professore Maurizio Artale del Centro di accoglienza antimafia “Padrenostro” di Palermo che sta continuando l’opera  di padre Pino Puglisi che sognava di realizzare la prima scuola di Brancaccio, un quartiere di Palermo.

Era il 15 settembre del 1993 quando la mafia uccise Don Pino Puglisi. Con la sua morte, la mafia voleva interrompere l’opera di cambiamento che Don Pino aveva in mente, ma dopo 24 anni sono stati realizzati quasi tutti i sogni che il parroco aveva per quella comunità e per il 25esimo anno dalla sua morte c’è in progetto la realizzazione di un asilo nido.

Il professore Artale è intervenuto all’incontro per il XXV anniversario delle stragi di mafia, organizzato dai Licei Poliziani. Artale ha spiegato come ha lavorato con i ragazzi di Brancaccio per far ritornate in loro la fiducia nei veri valori della vita e facendo capire loro che la mafia non è portatrice di valori positivi.

“La prima cosa che i giovani devono comprendere è che non bisogna farsi rubare la speranza da nessuno. Il nostro centro è la testimonianza che tutte le cose che sono state fatte, ovviamente con alcuni momenti di sconforto e solitudine,  sono state realizzare con l’impegno quotidiano e questo dimostra come vale la pena stare dalla parte delle legalità”.

Parlando di Totò Riina, Artale dice:

“Dobbiamo cambiare l’ordine di riflessione: Riina è morto dopo 25anni di carcere, quindi lui è uno sconfitto, non è un vincitore. Quello che il giornalismo ha fatto fino ad oggi, ovvero parlare di Riina come il Capo dei Capi, è uno degli errori che continuiamo a fare. Tutti devono sapere che i mafiosi che reggeva le fila siciliane e dell’Italia sono in carcere e moriranno in carcere. Ai ragazzi quindi va detto che stare dalla parte di Riina significa bruciarsi la vita”.

Dopo i fatti di Ostia è tornata ancora più di prepotenza la frase pronunciata dal giornalista Peppino Impastato più di 40 anni fa: ‘La mafia uccide, il silenzio pure’. Dobbiamo scrollarci di dosso l’etichetta di Paese omertoso, dobbiamo sconfiggere la paura di parlare e allo stesso tempo dobbiamo imparare ad ascoltare. Non serve a niente parlare se poi non sappiamo ascoltare, anche perché mettendoci in ascolto possiamo cambiare la nostra società e di conseguenza chiedere politiche di crescita e provvedimenti che migliorino la vita, sconfiggendo chi invece del silenzio fa una ricchezza personale a scapito di un intero Paese.

 

 

Nessun commento su Non c’è più tempo per il silenzio. ‘La mafia uccide, il silenzio pure’

La Siria tra ISIS, guerra civile e tratta delle donne

La situazione della Siria è al centro dell’attenzione internazionale, per via del complicato schema geopolitico sfociato in terribili situazioni di guerra civile, tra la minaccia dell’ISIS e la tratta delle…

La situazione della Siria è al centro dell’attenzione internazionale, per via del complicato schema geopolitico sfociato in terribili situazioni di guerra civile, tra la minaccia dell’ISIS e la tratta delle donne. Un argomento che è stato trattato venerdì 24 Novembre presso la Casa della Cultura di Torrita di Siena, attraverso il contributo e le testimonianze dei giornalisti Sara Lucaroni e Filippo Biagianti.


Capitano, a volte, delle serate che ti lasciano qualcosa che difficilmente riesci a toglierti dalla testa nei giorni successivi. Immagini, riflessioni, insight. Venerdì è stata una di quelle serate.

I lavori di Sara Lucaroni e Filippo Biagianti, seppur diversi nei contenuti e nelle modalità di narrazione, restituiscono l’immagine di un territorio che percepiamo volutamente distante da noi. In realtà, quei fatti, quelle storie, quelle persone sono tutt’altro che lontani.

Il film di Filippo si concentra sui fatti accaduti ad Aleppo nel 2014, descritti attraverso le testimonianze di alcuni media-attivisti: struggente e bellissimo, ci mostra la situazione siriana dall’interno, senza filtri, con gli occhi e le emozioni di chi vuole raccontare quello che vive la popolazione civile ogni giorno, tra barili pieni di esplosivo misto a lamiere che cadono dal cielo e bombardamenti a scuole e mercati.

Anche le voci che Sara ha raccolto nella sua inchiesta colpiscono profondamente: la descrizione delle modalità con cui le donne vengono vendute, i maltrattamenti che subiscono, i manuali su come trattare schiave e prigioniere, fino ad arrivare ai suicidi delle donne che, dopo essere state “ricomprate” dalle famiglie o dopo che magari sono riuscite a fuggire, non hanno gli strumenti necessari per far fronte al trauma.

Sara ci racconta una delle tante forme di violenza di genere, tante altre le leggiamo ogni giorno nei quotidiani o nelle web news nazionali e internazionali. È di questi giorni la notizia del lunghissimo interrogatorio nell’ambito dell’incidente probatorio a cui sono state sottoposte le studentesse americane che hanno denunciato lo stupro da parte di due Carabinieri: 12 ore di domande, molte delle quali degradanti, offensive, lesive per la loro dignità, colpevolizzanti. Un’altra forma di violenza ai danni di chi ne aveva già subita. Viene da pensare alle parole di Franca Rame quando nel suo monologo, raccontando lo stupro subito, diceva “Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura. Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido… Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani”.

Nonostante decenni di battaglie, in certi momenti si ha la sensazione di non aver fatto molti passi avanti nella conquista della parità di genere. Ci accorgiamo che è ancora necessario lottare, ognuno con i propri mezzi ma con consapevolezza, cominciando dall’educazione affettiva, passando per l’uso di un linguaggio di genere, un welfare che davvero tenga conto della conciliazione dei tempi vita/lavoro, la riduzione del gap salariale.

C’è ancora bisogno del femminismo, che non è una brutta parola e riguarda uomini e donne, che è vivo in chi crede nel rispetto della persona e nella lotta alla disparità in base al genere. Ce n’è bisogno oggi, come ieri.

C’è bisogno dei CAV, che ogni giorno accolgono chi ha subito violenza e forniscono strumenti affinché la donna possa uscire dalla relazione violenta e si riprenda quel potere che gli è stato tolto. C’è bisogno di una rete istituzionale che riconosca il ruolo centrale del Centro Antiviolenza, che sappia lavorare rispettando le diverse professionalità che ne fanno parte e che, soprattutto, abbia una formazione specifica sulla violenza e riconosca e rispetti la Convenzione di Istanbul.

C’è bisogno di un giornalismo che non empatizzi con chi commette femminicidio, violenza domestica e stupri e non colpevolizzi vittime e sopravvissute. C’è bisogno di insegnare a riconoscere la violenza, la sua esistenza, in tutte le sue forme, che sono tante e sfaccettate, dalla mano sul sedere sul tram al complimento sessista e volgare per strada, ai commenti denigranti sui social, fino alla violenza domestica fisica e/o psicologica, allo stupro, al femminicidio, alla vendita di donne come fossero bestie.

C’è bisogno di far capire l’importanza delle politiche di genere a chi si occupa di politica, dalle Amministrazioni di piccoli Comuni fino ai più alti rappresentanti dello Stato.

Solo quando di tutto questo non ci sarà più bisogno, allora potremmo dire, con ragione, di aver raggiunto la parità di genere. Grazie a Sara, Filippo, a La Valdichiana, alla Fondazione Torrita Cultura e al Centro Pari Opportunità Valdichiana per questa iniziativa di così alto spessore.

Gessica Nisi
Presidente del Centro Pari Opportunità dell’Unione dei Comuni della Valdichiana Senese


Approfondimenti:

  • L’inchiesta di Sara Lucaroni per l’Espresso: Rapite dall’Isis
  • Il documentario di Filippo Biagianti e Ruben Lagattola, “Young Syrian Lenses”: Trailer
  • Un’intervista a Luisanna Porcu (Onda Rosa) sugli stupri alle studentesse americane a Firenze
  • La registrazione del dibattito iniziale alla Casa della Cultura di Torrita:

Nessun commento su La Siria tra ISIS, guerra civile e tratta delle donne

La minaccia dell’Isis e la situazione geopolitica siriana

Gli studenti dei Licei Poliziani lo scorso sabato 24 settembre hanno partecipato a una tavola rotonda dal titolo ‘La minaccia dell’ISIS e la situazione geopolitica siriana’, che ha permesso loro…

Gli studenti dei Licei Poliziani lo scorso sabato 24 settembre hanno partecipato a una tavola rotonda dal titolo ‘La minaccia dell’ISIS e la situazione geopolitica siriana’, che ha permesso loro di conoscere più da vicino l’attuale scenario del medio oriente. Alla tavola rotonda hanno preso parte la giornalista Sara Lucaroni, vincitrice del premio “Giornalisti del Mediterraneo 2017” per il suo reportage sulle donne yazide vendute come schiave sessuali per finanziare lo Stato islamico e il mons. Georges Abou-Khazen, vicario apostolico della Siria e vescovo di Aleppo, personaggio chiave per la resistenza siriana alle violenze barbaramente perpetrate dall’ISIS.

Parlare di ISIS, della situazione geopolitica in Siria, Iraq e Kurdistan, oltre che del braccio di ferro tra Usa e Russia in questi territori non è mai semplice, soprattutto se il pubblico a cui ci riferiamo sono giovani, ma gli studenti dei Licei Poliziani hanno mostrando una grande partecipazione ai temi trattati, dando vita a un proficuo scambio di vedute con gli interlocutori.

Sara Lucaroni, attraverso il reportage d’inchiesta ‘Rapite dall’Isis’ pubblicato sull’Espresso , ha portato alla luce un fatto avvilente che sta accadendo a Sinjar, una piccolissima città nell’Iraq nordoccidentale molto vicina al confine siriano e abitata per la maggior parte da persone yazide, fede religiosa diffusa in quella zona molto prima della comparsa dell’Islam. In questa zona le donne yazide vengono rapite dall’Isis e vendute come schiave sessuali per finanziare lo Stato Islamico.

Attraverso un padre coraggioso, un ex-commerciante iracheno che da due anni, con altri 35 collaboratori, svolge un’attività di mediazione per liberare le circa 4mila donne e bambini ancora ostaggi del Califfato, la giornalista è riuscita a entrare in contatto con la comunità yazida e ad accedere a un gruppo su Telegram controllato dall’Isis appositamente per la vendita delle schiave dello Stato Islamico a Raqqa. La vendita delle prigioniere al Califfato avveniva tramite un’asta online.

La jihad di Abu Bakr al Baghdadi ha preso di mira questo popolo perché ritenuto “infedele”, per cui molti bambini vengono addestrati per diventare kamikaze e soldati, mentre le donne, spesso minorenni, vengono violentate, torturate e costrette alla schiavitù sessuale, vendute da combattente all’altro. L’Onu, nel giugno scorso, ha definito questa situazione un ‘genocidio in atto’ nei confronti della minoranza yazida.

Attualmente le donne e i bambini salvati dalla rete attraverso un lavoro di intelligence, che poggia sugli informatori nelle città occupate, sono circa 15mila. La difficile attività di liberazione va avanti con tutte le difficoltà del caso.

Sara ha voluto portare alla luce quanto sta succedendo in questa parte sperduta del mondo perché i problemi delle donne del Medio Oriente, i problemi delle donne yazide sono in realtà i problemi di tutte noi:

“Sono problemi che ci devono riguardare il prima persona e non dobbiamo solo indignarci, ma dobbiamo fare qualcosa. Proprio perché sono donna sono riuscita a essere testarda, ho insistito per tirare fuori qualcosa che fino ad allora si conosceva in maniera aleatoria e contingente” – mi ha spiegato Sara.

Al confine con Sinjar c’è la Siria, dove in questo momento il rischio di un confronto militare diretto tra le forze russe e americane impegnate su fronti opposti nel paese mediorientale è cresciuto pericolosamente. Mons. Georges Abu-Khazen, vicario apostolico della Siria e vescovo di Aleppo, ha raccontato la situazione di un territorio martoriato da anni di guerra, violenza e distruzione.

Aleppo è stata liberata e unificata nel Natale del 2016, dopo bombardamenti alla cieca su vari quartieri della città che hanno seminato morte e terrore tra i civili; sono stati mesi duri e difficili, in cui una città si è spopolata con un esodo incessante. La liberazione della città da parte dell’esercito regolare ha segnato una nuova tappa nella guerra siriana, quella della speranza, con l’incentivo di liberare dai gruppi terroristici il resto del paese. In modo particolare ha allontanato la paura della divisione della Siria, dando forza alla possibilità di creare uno stato moderno dove diversi gruppi etnici e religiosi possano vivere in pace e in armonia.

“Aleppo è stata liberata, ma con la gioia e la speranza abbiamo scoperto le grandi sfide che ci aspettano. – ha dichiarato Mons. Abu-Khazen – Prima su tutte è quella di riconciliare gli spiriti, in modo che tutti gli abitanti siano uniti, non solo per la ricostruzione di un Paese martoriato dalla bombe, ma anche nel perdono. Senza perdono non c’è carità, non c’è cultura, non c’è avvenire. Esiste solo la morte. E come cristiani dobbiamo testimoniare il perdono”.

Sono stati molti i bambini che hanno perso i genitori e i parenti nel conflitto, altrettanti quelli abbandonati. Oltre alla ricostruzione fisica è quindi importante tutelare le generazioni più giovani, per ridare futuro alla nazione siriana.

“Tutte le chiese di Aleppo sono state colpite, alcune distrutte del tutto o in parte; molto danneggiata è la città industriale. Oltre alla distruzione c’è da fare i conti con i danni che hanno subito le case dei civili, la difficoltà quindi sarà anche quella di trovare alloggio per molte famiglie. Ci aspetta una grande sfida e soprattutto è importante far tornare la fiducia della gente attraverso  una convivenza serena e pacifica tra i vari gruppi, perché una grande paura regna tra tutte le minoranze”

Continua mons.Abu-Khazen:

“Molte famiglie sono tornate nella loro terra di origine, ma molti hanno perso la fiducia. Perdonare sarà difficile ma non impossibile, noi lavoreremo perché i giovani e le famiglie possano trovare i mezzi per riprendere una vita normale. Tutto questo sarà possibile attraverso un dialogo con le diverse minoranze perché tutti abbiamo conosciuto la sofferenza e abbiamo scoperto insieme la carità”.

Nessun commento su La minaccia dell’Isis e la situazione geopolitica siriana

Scarpette rosse – Il peso delle parole

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi….

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi. Adesso quelle scarpe rosse le ho, ma quando le indosso non penso né alla bellezza, né al fascino o all’eleganza bensì a una libertà violata e sempre più spesso negata.

È proprio partendo da questa concezione delle scarpe rosse e dal fatto che anche in un territorio come la Valdichiana, negli ultimi anni si siano verificati molti casi di violenza sulle donne, che nasce la nuova rubrica: ‘Scarpette rosse come il sangue’. Attraverso questo spazio cercherò di affrontare il tema della violenza di genere, una problematica sociale e trasversale, da sempre considerata un argomento tabù e qualcosa di cui doversi vergognare quando subìta.

***

Quando si riporta un fatto di cronaca prima di tutto è necessario rispettare la privacy delle persone coinvolte e poi fornire le informazioni necessarie al lettore perché sia messo in condizione di capire cosa sia successo, quando, dove, come e perché. Certo, fornire i particolari è necessario per rendere ancora più ricca la storia e far comprendere meglio ciò che è avvenuto, ma quanti particolari e quale linguaggio dobbiamo usare per rispettare le persone coinvolte e non creare stereotipi di determinati soggetti che veicolano messaggi sessisti o razzisti?

Raccontando i fatti di violenza, femminicidi o aggressione, avvenuti negli ultimi mesi sia a livello nazionale che locale, questa domanda me la sono fatta più volte mettendomi sia nella parte di chi scrive, sia nella parte di chi legge, cercando di capire quali sono le informazioni utili al lettore nel rispetto delle persone coinvolte.

Molto spesso le narrazioni che ci vengono offerte dai media sono distorte e il linguaggio non è propriamente adatto a quanto raccontato, come per esempio per parlare di femminicidio vengono usate spesso diciture come ‘raptus della gelosia’, ‘delitto passionale’, ‘allarme femminicidio’, ‘uccisa per il troppo amore’. Tutte queste espressioni possono portare ad atteggiamenti che innescano processi frettolosi e privi di senso nei confronti delle vittime e ancora più spesso a giustificare chi a commesso il fatto, creando confusione nella mente del lettore.

Il motore che sta dietro all’uso di un linguaggio (oppure la scelta di titolare un pezzo in un modo invece che in un altro) è dovuto al tentativo di veicolare un articolo rispetto alla concorrenza se si parla di web, di vendere più copie se si parla di carta stampata, di aumentare gli ascolti se si parla di TV. Ma dove finiscono le persone coinvolte in tutto questo? E il lettore dov’è? Rischiamo di dare soltanto le informazioni nel modo più utile al direttore editoriale di turno, senza alcun rispetto per le vittime: tanto qualcuno va in carcere, parenti, amici o semplici conoscenti fanno la fila per essere intervistati, l’importante è parlare e sparlare.

I titoli strillati, come per esempio ‘Donna stuprata da un uomo nero’, oppure ‘Uccide per il troppo amore la sua ex’, non sono titoli mirati a informare, ma anzi, da una parte creano confusione nella mente di chi cerca di capire cosa è successo e dall’altra cercano di spettacolarizzare le tragedie senza tenere conto dei contesti sociali e personali delle persone coinvolte.

A cercare di porre rimedio a questa situazione che, purtroppo, negli ultimi anni è peggiorata, ci sta provando anche l’Ordine dei Giornalisti che ha adottato un documento della Federazione Internazionale dei Giornalisti. Si tratta di un decalogo composto da dieci punti da seguire quando si racconta un fatto di cronaca di femminicidio o violenza.

Prima di tutto, dopo aver identificato la violenza inflitta alla donna in modo preciso, è necessario darne notizia utilizzando un linguaggio esatto e libero da pregiudizi, come per esempio, uno stupro o un tentato stupro non possono essere rimandati necessariamente al fatto che una donna stava girando sola o che era poco vestita. In questo caso, come in tutti i fatti di violenza o femminicidio, i giornalisti devono riflettere sul grado di dettagli che desiderano rivelare, perché molto spesso l’eccesso rischia di far precipitare il reportage nel sensazionalismo, o in caso contrario di banalizzare la gravità della situazione.

Molte volte è più adatto non usare la parola ‘vittima’, per chi è sopravvissuto alla violenza, anche perché le donne coinvolte non vogliono essere etichettate come vittime, ma bensì come coloro che hanno saputo reagire a un gravissimo fatto che le segnerà per tutta la vita. Spesso le sfumature dei termini aiutano, non solo a descrivere meglio il fatto, ma anche a tutelare chi è rimasto coinvolto.

Conoscere a fondo chi si intervista, mettersi sullo stesso piano e cercare di avere un’empatia con l’interlocutore, consente al giornalista di realizzare un reportage responsabile, approfondito e ricco di particolari utili al lettore. Trattare con rispetto chi sceglie di rilasciare un’intervista significa trattare anche con rispetto il lettore a cui si danno informazioni puntuali e dettagliate. Ovviamente le persone coinvolte possono rifiutarsi di rispondere alle domande: in questo caso il giornalista può lasciare il contatto e quando l’interlocutore è pronto per raccontare anche altre informazioni, sa che in quella persona può trovare prima di tutto un confidente e un amico a cui affidare le sue notizie in maniera sicura, senza speculazioni.

Inoltre può essere utile usare statistiche e informazioni in ambito sociale. Questi strumenti permettono di collocare la violenza nel proprio contesto, nell’ambito di una comunità o di un conflitto. Raccontare la vicenda per intero è importante. Molto spesso i media si concentrano solo l’aspetto che fa più ‘audience’, parlando in termini tecnici, tralasciando invece aspetti meno importanti ma che possono essere di supporto a chi vive la notizia da fuori. Infine è importante preservare la riservatezza delle persone coinvolte, non citare nomi o luoghi che potrebbero mettere a rischio la sicurezza e la serenità dei testimoni.

Un cambio di linguaggio necessario è richiesto anche dall’Associazione Amica Donna, Centro antiviolenza della Valdichiana, che svolge un importante lavoro sul territorio per aiutare le donne che necessitano di assistenza perché protagoniste di atti di violenza sia verbale che fisica. L’associazione è attualmente impegnata a organizzare un presidio simbolico in ricordo di Antoneta Balan, la donna romena di 42 anni uccisa lo scorso luglio a Montepulciano per mano dell’ex convivente. Antoneta verrà ricordata il prossimo 13 ottobre a Montepulciano, per tenere alta l’attenzione sul tema della violenza anche a livello locale, per dire basta a questa lenta mattanza e soprattutto, aggiungo io, per dire basta al linguaggio violento e poco rispettoso usato sempre più spesso dai media per raccontare le violenze e i femmicidi.

Da donna è avvilente leggere notizie create ad arte soltanto con l’obiettivo di arrivare per primi, a costo di raccontare la vicenda in maniera approssimata e con titoli strillanti. Soprattutto dobbiamo riflettere sul fatto che quelle notizie che noi raccontiamo e che spesso i miei colleghi strillano, sono lette non solo da semplici donne, ma da chi la violenza l’ha ricevuta, da chi è sopravvissuto e dai parenti delle vittime. Credo che a queste persone non faccia piacere essere violentate per la seconda volta in senso figurativo, da un articolo di giornale o da un titolo scritto con un linguaggio feroce, brutale e privo di rispetto.

Bibliografia


Scarpette rosse – Introduzione (27/04/2017)

Il rosso é sempre stato il mio colore preferito. Da piccola sceglievo sempre di indossare abiti che avessero qualcosa di rosso. E poi c’erano le scarpe con i tacchi di mamma: non erano rosse, ma indossarle mi faceva sentire grande e bella.

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi. Adesso quelle scarpe rosse le ho, ma quando le indosso non penso né alla bellezza, né al fascino o all’eleganza bensì a una libertà violata e sempre più spesso negata.

Elina Chauvet utilizzò le scarpe rosse con questa accezione per la prima volta nel 2012 in un’installazione artistica davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne uccise nella città messicana di Juarez, che erano state rapite, stuprate, mutilate e strangolate. Elina raccolse trentatré paia di scarpe rosse e le installò nello spazio urbano. Da quel giorno le scarpette rosse, rosse come il sangue, sono diventate il simbolo della lotta contro la violenza sulle donne.

Ed è proprio partendo da questa concezione delle scarpe rosse e dal fatto che anche in un territorio come la Valdichiana, avvezzo alla tranquillità, negli ultimi anni si siano verificati molti casi di violenza sulle donne, che nasce la nuova rubrica: ‘Scarpette rosse come il sangue’. Attraverso questo spazio cercherò di affrontare il tema della violenza di genere, una problematica sociale e trasversale, da sempre considerata un argomento tabù e qualcosa di cui doversi vergognare quando subìta.

L’argomento della violenza di genere è molto vasto e per cercare di capirlo a fondo servono le testimonianze e i racconti di coloro che ogni giorno lavorano per cercare di far fronte a questo avvilente problema. Con l’aiuto del Centro Antiviolenza Territoriale, di psicologi, avvocati, antropologi e delle forze dell’ordine, cercherò di affrontare il problema sotto vari punti di vista. In questo modo potremo capirne meglio l’origine, le cause, le conseguenze, i percorsi d’assistenza psicologici e legali da compiere una volta presa coscienza di essere una vittima di violenza, cosa non sempre scontata.

Nonostante l’intervento dello Stato con decreti legge e con varie campagne di sensibilizzazione, e nonostante l’attività dei centri antiviolenza e di altri enti che operano nel territorio nazionale, i casi di violenza sulle donne sembrano non fermarsi e, ancora oggi, assistiamo a fatti che sfociano troppo spesso nella tragedia.

La violenza sulle donne è stata definita dall’Onu come la manifestazione di una disparità nei rapporti tra uomo e donna, qualificandola giuridicamente come una violazione fondamentale dei diritti umani. La violenza sulle donne è considerata come la punta dell’iceberg dell’esercizio di potere e controllo dell’uomo sulla donna e si esterna in diverse forme, come violenza fisica, psicologica e sessuale, fuori e dentro la famiglia.

Dagli anni settanta del XX secolo, il movimento delle donne e il femminismo in Occidente hanno iniziato a mobilitarsi contro la violenza di genere, sia per quanto riguarda lo stupro sia per il maltrattamento e la violenza domestica. Il movimento ha messo in discussione la famiglia patriarcale e il ruolo dell’uomo nella sua funzione di “marito/padre-padrone”, non volendo più accettare alcuna forma di violenza esercitata sulla donna.

I dati Istat nel 2015 riferiscono che il 35% delle donne nel mondo abbiano subito una violenza e la matrice di questa violenza può essere rintracciata proprio nella disuguaglianza dei rapporti tra uomini e donne. Alcune tesi dimostrano che le donne maggiormente istruite o con una migliore posizione sociale tendono a essere ancora più in pericolo poiché questo status può scatenare in alcuni uomini forme di aggressività dettate dalla smentita dello stereotipo, mettendo quindi in crisi la personalità maschile.

Essere sottoposti a violenza produce effetti diversi a seconda del tipo di violenza subìta e della persona che ne è vittima. In un passato recente gli atti di violenza commessi in ambito domestico dall’uomo nei confronti della donna non erano punibili penalmente ed erano anche socialmente giustificati perché considerati faccende private, e quindi fuori dalla valutazione collettiva. Il fatto che oggi questi atti vengano condannati è già indice di un cambiamento della società e fa riflettere sull’evoluzione dei valori di uguaglianza, libertà e autodeterminazione nella relazione tra i generi maschile e femminile.

Non esistono indici che dicano con certezza se una persona è stata vittima di violenza o meno. Credere che il maltrattamento sia connesso a delle manifestazioni legate a varie patologie mentali è sbagliato, perché la diffusione della violenza degli uomini contro le donne esclude che il fenomeno sia da imputarsi a situazioni eccezionali o di devianza. Nessun comportamento messo in atto sulle donne può giustificare la violenza da loro subìta, ed è un dato di fatto che gli episodi di abuso avvengano spesso per motivi futili. Per una donna, subire percosse la espone a elevati livelli di stress e a malattie che si manifestano in attacchi di panico, depressione, disturbi del sonno e dell’alimentazione, alcolismo o abuso di stupefacenti, mentre per altre il modo migliore per fuggire dai maltrattamenti subiti è il suicidio.

Negare o minimizzare sono i principali meccanismi di difesa che appartengono a chi viene in contatto con la violenza; non solo: queste strategie difensive concorrono a creare quella confusione cognitiva che spinge a fare tentativi di uscire dalla relazione violenta che, però, si esauriscono in un rientro nel rapporto di coppia giustificato dall’illusione che l’altra persona possa cambiare. Un cambiamento che però non arriva mai.

Solo quando la vittima riuscirà a non negare e a non minimizzare l’atto di abuso subìto sarà pronta ad affrontare il percorso per riconquistare la libertà sottratta. Riconoscere di essere stata vittima di maltrattamenti è tutt’altro che semplice e molti sono i motivi che rendono difficile il prenderne coscienza. Per una donna, parlare di una situazione di violenza è molto difficile perché implica paura, vergogna o umiliazione, ma il riconoscimento della violenza è un presupposto essenziale e imprescindibile per poter intervenire efficacemente su di essa e compiere un percorso per riconquistare la libertà persa.

Detto questo, forse potremmo andare oltre all’attuale accezione che hanno preso le scarpe rosse, e pensare che questo bellissimo accessorio femminile potrebbe riprendere la sua valenza reale, quello di bellezza e libertà, perchè le scarpe rosse potrebbero essere indossate idealmente da ogni singola donna per compiere il percorso verso la libertà dalla violenza: ogni donna con la sua storia personale, ma tutte con lo scopo di costruire insieme un percorso comune.

Bibliografia:

Nessun commento su Scarpette rosse – Il peso delle parole

Cortona On The Move 2017, il racconto del mondo in Valdichiana

Da sei anni, Cortona trasfigura molte delle sue cornici, molti dei suoi interni rinascimentali e delle sue aree storiche, in sedi di esposizione di quello che è diventato il linguaggio…

Da sei anni, Cortona trasfigura molte delle sue cornici, molti dei suoi interni rinascimentali e delle sue aree storiche, in sedi di esposizione di quello che è diventato il linguaggio principe di narrazione contemporanea: l’immagine fotografica. In sette edizioni infatti il Cortona On The Move è diventato uno dei quattro festival di fotografia internazionale più importanti d’Italia, insieme a Fotografia Europea di Reggio Emilia, Photolux di Lucca, Fotografia Etica di Lodi. Dal 13 al 15 luglio si sono celebrate le inaugurazioni delle nove diverse sedi espositive, nelle quali saranno visitabili, fino al primo ottobre 2017, ventuno mostre d’autore, che toccano cinque continenti, il passato e il presente, dalle estreme aree di povertà al racconto visuale della presidenza di Barack Obama, in una complementarità dinamica di temperature narrative diversissime tra loro.

Il racconto per reporting – che solo banalizzandolo si riduce a mero scatto di cattura del momento, ed è in realtà un complesso risultato di scelte squisitamente stilistiche – è il cardine fotografico che unisce tutte le esperienze presentate al Cortona on the Move 2017, diretto da Arianna Rinaldo. Superospiti di rilievo sono Pete Souza con la sua Obama: An Intimate Potrait, fotografo ufficiale di Barack Obama che ha seguito la lunga esperienza alla casa bianca, Donna Ferrato, fotografa statunitense che raccoglie in American Woman: 40 Years quattro decenni di scatti che testimoniano i cambiamenti del ruolo della donna in America, nonché Matt Black che ha raccolto immagini colte nella Central Valley, nelle comunità con un tasso di povertà superiore al 20 %.

Altra magniloquente opera di collazione fotografica è quella che ha portato Donald Weber ad articolare War Sand: June 6, 1944: D-Day, scandagliando le spiagge dello sbarco in Normandia, comparandole ad analisi forensi, vecchi film hollywoodiani, diorami, telecamere su droni, diari e lettere post-bellici. Justina Mielnikiewicz ha approfondito lo sguardo sui luoghi di confine tra le ex repubbliche sovietiche, consegnando agli spettatori il difficile processo di identificazione tra nazioni del confine orientale dell’Europa. Adam Ferguson ha invece raccontato la realtà afghana, giunta al suo diciassettesimo anno di guerra costante, in cui ogni giorno centinaia di civili vengono feriti e i dislivelli di povertà sono sempre più grandi, attraverso ritratti dei cittadini di Kabul. Evocativa è poi l’esperienza di Louis Cobelo che rende omaggio al cinquantennale dell’uscita di Cent’Anni di Solitudine attraverso il progetto Zurumbàtico.

Dal forte impatto sono anche le mostre di Andrea Frazzetta, che in Danakil land of salt and fire fotografa il popolo nomade degli Afar, nella depressione dancalica, tra paesaggi psichedelici naturali; quella di di Daniel Castro Garcia che in Foreigner racconta – attraverso più tecniche – l’esperienza nei luoghi di maggior affluenza di migranti in Europa; Klaus Pichler che riporta in auge ciò che resta della cultura bohemien nei bar e nelle osterie viennesi in Golden days before the end; Miyuki Okuyama in Dear Japanese racconta l’esperienza dei figli tra soldati giapponesi e donne indonesiane durante la guerra del Pacifico, che ancora subiscono il peso di non aver mai conosciuto i loro genitori biologici; Sandra Mehl ha seguito due sorelle Ilona e Maddalena, di undici e dodici anni, figlie di una povera famiglia, di estrazione proletaria, nel quartiere popolare Gély, di Montpellier.

E poi Antoine Bury, con Outback Mythologies: the white man’s hole, con scatti dall’enclave mineraria di Coober Pedy in New Colorado; Farshid Tighehsaz che con From Labyrinth indaga sulle percezioni delle giovani generazioni in Iran; Terje Abusdal che con Slash&Burn presenta la tradizione sciamanica e animistica nella foresta di Finnskogen, tra Norvegia e Svezia; Silvia Amodio che ne L’Arte del Ritratto fornisce un saggio di approfondimento umano attraverso la fotografia individuale e Francesco Comello che porta le immagini colte nella comunità di Yaroslav, in Russia, in L’Isola della Salvezza.

Molto internazionalismo ma anche grande presenza dei territori cortonesi: in Rinascita, Jessica Backhaus che cerca spunti stilistici contemporanei nelle case leopoldine locali che saranno oggetto di restauro. Punto di partenza, quello del lavoro della Backhaus, del progetto di recupero storico e culturale della Tenuta Granducale di Montecchio, in cui un arboreto di 200 specie di alberi e frutteti secolari, è stato recuperato dall’azienda di erboristeria medica Aboca. Anche Michael Ewert, fotografo tedesco che vive dal 1979 tra Monaco di Baviera e Tecognano, sulle colline cortonesi, ha registrato i cambiamenti del territorio di Cortona negli ultimi decenni in I Giardini Selvatici della Memoria – Tracce di una Vetrina. In più Anna Rinaldo, insieme a Spacenomore, ha portato avanti lungo quest’anno il progetto 36littlegoodthings: a 36 fotografi di guerra internazionali è stato consegnato un rullino da 36 pose, con il quale avrebbero di dovuto fissare 36 momenti di bellezza quotidiana: delle 1296 fotografie, sono state selezionate 36, esposte in Via Nazionale, nel quartier generale di Cortona on the Move. Il Comune di Cortona ha inoltre commissionato “Non Solo Gol”, progetto fotografico di Simone Donati, del collettivo fiorentino TerraProject, raffigurante il lavoro delle cooperative sociali e delle associazioni sportive che si occupano di integrazione sociale e lotta all’emarginazione.

Una pluralità di esperienza tenute insieme dalle splendide cornici cortonesi che accolgono le mostre: la fortezza del Girifalco, il Vecchio Ospedale in Via Maffei, Palazzo Cinaglia in Via Santucci, l’Ex Magazzino delle Carni, Palazzo Mancini Sernini, la Bottega del Comune in via Roma, in esterna il Parco del Parterre e – per la prima volta – il MAEC, il museo dell’accademia etrusca e della città di Cortona che apre al contemporaneo della fotografia.

Un’occasione per trovarsi al centro del mondo, trovare il confronto diretto con esperienze quanto più lontane tra loro e da noi. Questo significa fare cultura e dare consapevolezza: portare il mondo in Valdichiana. Il Cortona On The Move lo fa splendidamente da sei anni.

Nessun commento su Cortona On The Move 2017, il racconto del mondo in Valdichiana

Type on the field below and hit Enter/Return to search