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La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Attualità

Gender e Studi di Genere – Un colloquio con Dario Accolla

‘Vi faremo credere che il crocifisso è Conchita Wurst che fa l’aeroplano. Riscriveremo i testi sacri, tutti. Eva non sarà più nata da una costola di Adamo, ma da un…

‘Vi faremo credere che il crocifisso è Conchita Wurst che fa l’aeroplano. Riscriveremo i testi sacri, tutti. Eva non sarà più nata da una costola di Adamo, ma da un orecchino di Vladimir Luxuria’.  È con questo linguaggio ironico e irriverente che Dario Accolla, blogger, scrittore, professore con un dottorato in filologia moderna, attivista per i diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender, spiega nel suo ultimo libro ‘Il gender: la stesura definitiva’ che cos’è la teoria gender e perchè suscita interesse scaturendo forti polemiche.

Dario Accolla, tra i fondatori di Gaypost.it, con un blog su Linkiesta.it, con all’attivo un saggio dal titolo ‘I gay stanno tutti a sinistra – Omossessualità, politica e Mario Mieli trent’anni dopo’ e una raccolta di racconti dal titolo ‘Da quando Ines è andata a vivere in città’ e ‘Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile’, si è confrontato sui gender studies con un folto pubblico intervenuto alla Casa della Cultura di Torrita di Siena in occasione del nuovo appuntamento organizzato dalla neonata associazione culturale ‘La Tigre di carta’.

L’incontro con Dario è iniziato spiegando al pubblico cosa sono i gender studies: un approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere. Nati in Nord America a cavallo tra gli anni settanta e ottanta nell’ambito degli studi culturali, gli studi di genere si diffondono in Europa Occidentale negli anni ottanta e si sviluppano a partire da un certo filone del pensiero femminista, trovando spunti fondamentali nel post-strutturalismo e decostruzionismo francese, negli studi che uniscono psicologia e linguaggio.

Di importanza specifica per gli studi di genere sono anche gli studi gay e lesbici e il postmodernismo. Questi studi non costituiscono un campo di sapere a sé stante, ma rappresentano innanzitutto una modalità di interpretazione. Sono il risultato di un incrocio di metodologie differenti che abbracciano diversi aspetti della vita umana, della produzione delle identità e del rapporto tra individuo e società, tra individuo e cultura.

Dario nel suo libro distingue il gender, scritto in corsivo, da “gender” messo tra virgolette: “Il primo indica gli studi di genere, ovvero quell’insieme di discipline che si basano sul cosiddetto “pensiero della differenza” il cui messaggio è semplice: l’eterosessismo e il maschilismo, sul quale si strutturano sia il pregiudizio omofobico sia il binarismo di genere, generano squilibri e gerarchie che non fanno la felicità dell’individuo. Col “gender” invece indico la mistificazione che si fa attorno ad essi. Una vera operazione di terrorismo psicologico, a ben vedere” – spiega Dario.

Quando si parla di gender, nella faccia delle persone si legge un po’ di paura e sempre più spesso il confronto sfocia nello scontro, Dario spiega ciò paragonando il tema alla questione dei vaccini:

“La mistificazione sul “gender” è particolarmente insidiosa proprio perché fa leva sugli affetti familiari, sul legame genitoriale. È normale che madri e padri siano spaventati di fronte ad una prospettiva per cui si vuole “pervertire” il proprio bambino. Un po’ meno rassicurante, invece, che non ci siano agenzie politiche e culturali – scuola, ministeri appositi, governo – che prendano in pugno la situazione per disinnescare questo allarme sociale”.

I gender studies mirano a favorire condizione di maggior equilibrio tra genere e identità sessuali, Dario, con questo libro, propone una lettura che si articola su un doppio binario: quello dell’ironia, fornendo al lettore una chiave di lettura sulla qualità del dibattito svolto fino ad ora e che usa un linguaggio più ironico, e quello di un’informazione più rigorosa, ricostruita attraverso la documentazione giornalistica, i contributi e gli studi di esperti del settore. Per Dario è importante ricostruire il fenomeno nella sua complessità è per questo che nel suo libro fa una ricostruzione storica dei fatti di cronaca accaduti per spiegare meglio la questione, perchè il sapere è un ottimo antidoto contro l’ignoranza.

Dario, durante l’incontro, ha fatto anche riferimento del ruolo fondamentale della scuola nell’educazione alla cittadinanza:

“I miei studenti dico che non devono pensarla come me, perchè il mio compito è quello di fornire gli strumenti affinché qualsiasi cosa penseranno un domani sia il frutto di una riflessione e non la conseguenza di un insieme di preconcetti. La polemica sul “gender” ha presupposti fortemente omofobici e credo che a scuola non debba esserci spazio per un certo tipo si sentimenti e di discorsi d’odio”

L’incontro organizzato alla Casa della Cultura da ‘La Tigre di carta’ è terminato con una lettura tratta dal libro e dal titolo ‘Piccolo grande amore’, perché come racconta la canzone di Claudio Baglioni scritta nel 1972, l’amore va oltre ogni pregiudizio  superando qualsiasi ostacolo di qualsiasi natura esso sia.


Sitografia

“Gender, la stesura definitiva”: «Così faremo diventare gay i vostri figli»

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Bettolle in Rosa: la musica si tinge di rosa per la lotta al tumore al seno

Se si attraversa il piccolo centro urbano di Bettolle durante il mese di ottobre non può non saltare all’occhio la persistenza del colore rosa, nei viali, nelle piazze e nei…

Se si attraversa il piccolo centro urbano di Bettolle durante il mese di ottobre non può non saltare all’occhio la persistenza del colore rosa, nei viali, nelle piazze e nei giardini. Drappeggi enormi composti da quadrati di lana, lunghi anche decine di metri, appesi ai cartelli stradali, intorno agli alberi, distesi lungo ringhiere, sui reticoli e sule paratie stradali. Sono lane, stoffe e nastri, rigorosamente rosa, spesso annodati assieme, a richiamare il simbolo che ormai da anni simboleggia la lotta contro il tumore al seno. È l’urban knitting (conosciuto anche come pratica di Yarn Bombing) che dal 2016 il comitato Bettolle in Rosa porta avanti per sensibilizzare la popolazione alla prevenzione e alla cura di sé.

Il 19 Ottobre 2018, al Tjmory Pub di Bettolle, si alzerà il sipario su Concerto in Rosa: un vero e proprio concertone autunnale che vedrà alternarsi alcuni tra i più importanti musicisti della Valdichiana. Una serata di alternanza ritmica, che passerà dai set acustici al jazz, dal rock’n’roll al cantautorato, finalizzata ad un unico scopo: la beneficienza. Belindà, Debora Giani, Selene Lungarella, Sturm, Andrea Pinsuti e tantissimi altri (la line-up è in continuo aggiornamento) si alterneranno sul palco del locale alternandosi ad aste benefiche che avranno come lotti opere d’arte di artisti locali, nonché ricchi premi messi in palio attraverso estrazioni e lotterie. I live saranno infatti l’occasione per raccogliere fondi destinati al servizio di sostegno psicologico ai diagnosticati presso il reparto di oncologia dell’ospedale di Nottola.

«L’occasione per creare un gruppo di lavoro si è presentata nel 2016» mi dice Rita Reggidori, coordinatrice del comitato di volontarie Bettolle in Rosa «Io mi sono ammalata nel 2013 e sono entrata in contatto con l’associazione IoSempreDonna di Chianciano Terme. Per un anno sono andata ad addobbare Chianciano Terme con manufatti di colore rosa. Dopo qualche anno ho portato questa pratica a Bettolle. Attraverso il passaparola si è creato veramente un bel gruppo di lavoro, costituito non solo da donne ma anche da uomini. Solo il primo anno abbiamo distribuito della lana rosa alla signore del paese e in meno di un mese sono stati prodotti 280 quadrati di lana. Poi nel 2017, lo scorso anno, l’attenzione è ovviamente cresciuta e in molti si sono impegnati per portare avanti questa prativa. Siamo arrivati a 600 quadrati e il numero è destinato a crescere. Mi piacerebbe molto se nascessero comitati anche nei paesi vicini che portassero avanti lo stesso progetto, nello stesso periodo dell’anno».

La serata live del 19 ottobre, si inserisce in un programma più ampio, La Giornata della Salute, dedicato alla prevenzione, coordinato dalla Proloco di Bettolle e ADiVaSe (Associazione Diabetici Valdichiana Senese), con il sostegno dei comitati di volontari Bettolle in Rosa e Bettolle Cuore Amico, e con il patrocinio del Comune di Sinalunga: la giornata dopo il concerto sarà quindi l’occasione per tutta la cittadinanza – e oltre – di poter fruire di controlli glicemici e screening metabolici gratuiti, nonché di seguire gli incontri dedicati all’utilizzo dei defibrillatori automatici esterni. «Quest’anno è stato intercettato il progetto Dai una Mano in Corsa, portato avanti dall’associazione Atletica di Sinalunga» continua Rita, «I ricavati della serata del 19 ottobre confluiranno nella donazione che anche l’associazione sinalunghese fa annualmente, finalizzata allo stesso servizio. Spero che tutto questo serva non solo a raccogliere fondi, che sicuramente servono, ma anche a sensibilizzare le persone a superare le loro paure e controllarsi regolarmente».

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Una storia Rock’n’Roll: torna il Birranthology Festival, dal 24 al 26 agosto 2018

Dal 24 al 26 Agosto 2018, al Parco dell’Uccelliera di Scrofiano, il High Extravaganza Birranthology Festival celebra la storia del rock’n’roll. Non solo un semplice festival con esibizioni live, ma…

Dal 24 al 26 Agosto 2018, al Parco dell’Uccelliera di Scrofiano, il High Extravaganza Birranthology Festival celebra la storia del rock’n’roll. Non solo un semplice festival con esibizioni live, ma un vero e proprio viaggio nella cultura rockabilly, con l’estetica e la stravaganza delle sue radici negli anni ’50 fino alle più recenti espressioni di psychobilly, horror-punk e dello stile che ormai caratterizza il festival da più di dieci anni. Tutto accompagnato da una raffinatissima selezione di birre artigianali, all’insegna del motto craft not crafty, (artigianale, non finto-artigianale) che premia le piccole brewery indipendenti. Marchi di birrifici locali, che dimostrano un’attenzione particolare nei confronti del territorio, affiancati ad importanti brand internazionali, sempre appartenenti al circuito delle birre artigianali.  «Il lavoro del birraio è molto simile a quello del cuoco» affermano gli organizzatori «Entrambi lavorano con il fuoco e con le pentole, di varie dimensioni quelle del cuoco, enormi quelle del birraio. Il birraio però ha dei vincoli che il cuoco non ha. Quest’ultimo infatti può scegliere liberamente con quali materie prime comporre i propri piatti, mentre il birraio deve necessariamente utilizzare alcuni ingredienti: l’acqua, il malto d’orzo, il luppolo, il lievito». Le birre artigianali saranno servite rigorosamente in lattina, in pieno stile rockabilly. Non solo per fattori estetici ma anche di qualità. «Bere birra in lattina è un gesto purtroppo percepito come rozzo» continuano gli organizzatori «In realtà l’inscatolamento in lattina della birra rappresenta il metodo più efficace di conservazione del prodotto. Proporremo le birre locali alla spina, poiché la vicinanza fisica ai luoghi di produzione ci permette di avere massima espressione della loro qualità, e le birre straniere in lattina, per avere l’esperienza migliore di fruizione del prodotto».

Artigianalità, ribellione, quindi, extravaganza e retrofuturismo s’incontrano nella valorizzazione delle sottoculture musicali rock ed elettroniche delle scelte musicali; ovvero quelle zone grigie della musica tanto particolari quanto interessanti. Un viaggio musicale di tre giorni, attraverso le atmosfere coinvolgenti del Rock’n’Roll che si configura in tre serate tematiche molto diverse con titoli che lasciano intuire l’atmosfera che si respirerà ad ogni show:

Venerdì 24 agosto “Birranthology Rockin’ Playlist” https://spoti.fi/2t7Jkfk
(Rock’n’Roll-Rhytm’n’Blues- Garage Rock)

 

Sabato 25 agosto “Birranthology Stompin’ Playlist” https://spoti.fi/2ylDThX
(Psychobilly- Neo-rockabilly- Horror Punk)

 

Domenica 26 agosto “Birranthology Dreamin’ Playlist” https://spoti.fi/2lgZaQp
(Retrowave, Outrun, Darksynth)

Alla musica e alla birra, si aggiungono anche le esibizioni delle artiste di Burlesque, anch’esse selezionate a seconda della prossimità formale con le linee della serata, per poter vivere appieno la molteplicità delle espressioni emerse dalla cultura del recupero dal passato, il vintage, il retrofuturismo, le grafiche old-school. Una festa ad ingresso libero, che permette a chiunque di conoscere una storia troppo bella per essere ignorata. 

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La Primavera della Costituzione a Monticchiello

Dal 1 al 3 Giugno a Monticchiello (Pienza) arriva la prima festa della Costituzione, in occasione del 70° anniversario dall’entrata in vigore della Carta. Un ricco cartellone fatto di convegni,…

Dal 1 al 3 Giugno a Monticchiello (Pienza) arriva la prima festa della Costituzione, in occasione del 70° anniversario dall’entrata in vigore della Carta. Un ricco cartellone fatto di convegni, musica e parole, organizzato dai circoli ANPI Valdichiana con il contributo del vasto panorama dell’associazionismo locale.

Il reportage della manifestazione:


Carlo Smuraglia e il futuro della memoria

Partigiano, docente e Presidente onorario dell’ANPI, Carlo Smuraglia ha chiuso la tre giorni di Monticchiello dedicata alla Costituzione. Una lucidissima analisi dall’alto dei suoi 95 anni.

«Il futuro della memoria è oggi. Il problema non è il futuro, ma il nostro presente. Bisogna pensare che se siamo a questo punto della vita nazionale niente è avvenuto per caso. La memoria della Liberazione è stata troppo strapazzata e negata negli anni repubblicani. L’ANPI ha fatto il possibile per tutelarla, ma non siamo riusciti a trasformarla in una battaglia nazionale. De Luna, storico e docente della contemporaneità, ha scritto un libro intitolato “La Repubblica del dolore” in cui dice che l’Italia è incline al cordoglio e alla commemorazione dei caduti; meno incline ad analizzare le ragioni per le quali si ricordano i morti. La memoria dice, sempre De Luna, si costruisce bene quando diventa collettiva. Ogni paese serio e civile dovrebbe avere una memoria collettiva tra i fondamenti della vita nazionale.

Dopo la liberazione abbiamo cominciato a lasciar cadere la memoria solo su ciò che era stato il fascismo, senza mai fare davvero i conti con quella minaccia. Non è mai stata fatta una vera analisi, non sono mai stati epurati i colpevoli dalle cariche pubbliche, dall’alto delle quali hanno continuato a perpetrare, se non le azioni, lo spirito del fascismo. Abbiamo consentito che si considerasse il fascismo una pagina conclusa della storia italiana, nonostante ci rendessimo conto che non fosse affatto così. Non curando questa memoria sono prima andati all’attacco i revisionisti: la tesi di un fascismo mite in confronto al cattivo straniero. Poi si è aggiunta quella secondo la quale conquistata la democrazia il problema della dittatura fosse chiuso. Il fascismo oggi non è una cosa superata, perché la questione della memoria non è stata affrontata correttamente. Operazione analoga è stata fatta sulla Resistenza, sulla quale l’ANPI si è prodigata fin da subito. Ma questo paese non ha l’immagine giusta di cosa fosse la lotta di liberazione nei suoi momenti difficili e bui, nei suoi azzardi, nel suo romanticismo.

La memoria, lo sanno tutti, ha due nemici: il decorso del tempo, cioè l’oblio, e il negazionismo di quelli che deformano la memoria per indirizzarla secondo le loro idee. Non abbiamo insistito abbastanza contro questi due nemici. Lo stesso vale per la Costituzione, che non chiamerò mai “la più bella del mondo” perché l’ha fatto un noto attore cinematografaro che poi ha votato per il “”. La nostra è una costituzione avanzata, assaltata e minacciata fin dalla sua entrata in vigore. Non abbiamo fatto in modo che avesse memoria e adeguata conoscenza. L’errore è dimostrato dal fatto che è stato più volte tentato di metterle mani addosso, con mancanza totale di serietà e rispetto.

Abbiamo bisogno di costruire quella memoria sulla quale si costruisce una nazione. Non ci riunisce solo Dante, la cultura e le bellezze naturali, ma anche la Costituzione e l’antifascismo. L’Italia, e il mondo intero, ha assistito a questa escalation dell’estrema destra e vorrei ricordare che il fascismo non è solo quello che si identifica con il ventennio e con il Duce. Ha detto bene il nostro Presidente della Repubblica “Se volete sapere che cosa sia il fascismo allora è tutto il contrario di ciò che sta scritto nella Costituzione”.

Dobbiamo recuperare le mancanze verso la memoria del passato e irrobustire la nostra azione. Partendo dal dire che la nostra costituzione è la meno attuata nel mondo. Bisogna ridare voce alle tante persone per bene che ci sono in Italia, che lavorano in tante manifestazioni della vita pubblica e della società civile. Facciamo sentire alta la voce della democrazia, della libertà e della solidarietà, che proprio nel piccolo trovano le loro forme di massima espressione. Questo sarà l’antidoto che ci servirà per avere una memoria duratura da lasciare ai giovani in modo che ne facciano la memoria di un’intera nazione».


Alberto Asor Rosa: “Studenti, lottate per la storia e la letteratura del Novecento”

Oggi si scrivono ancora libri sull’esperienza bellica o resistenziale?

“Mi pare proprio di no. La narrativa italiana contemporanea è impegnata ad analizzare e cercare le forme dell’esistenza nella contemporaneità più assoluta. L’elemento storico è quasi completamente scomparso. E in questo i giovani potrebbero, e anzi dovrebbero, fare un ragionamento. Tra la letteratura contemporanea e quella precedente, che arriva fino agli anni ’80, c’è una frattura radicale. La storia e la società in quanto tali spariscono di scena ed emerge una moltitudine di storie individuali calate in questa realtà amorfa, nella quale voi giovani sarete condannati a vivere.”

Resistenza e letteratura, unite nel filone letterario del neorealismo, hanno però costituito un binomio centrale per la cultura italiana del secondo dopoguerra. Cos’è cambiato nel corso degli anni?

“Negli anni ’60 la letteratura era vittima della strumentalizzazione politica, la quale operava sempre più alla ricerca di consenso. Noi giovani di allora sentivamo che da questa presentazione della cultura i valori più autentici e poetici venivano sotterrati. Capisce che questo tradiva l’impegno artistico e civile di quegli autori che vollero fissare in eterno l’esperienza più drammatica del popolo italiano. Voglio dirle che il binomio di cui parla ha subito fin dagli anni Sessanta un processo di trasformazione. È un argomento che ho approfondito sul mio saggio “Scrittori e popolo” uscito proprio nel 1965 e che prosegue con “Scrittori e massa”.”

Com’è affrontato il tema della Resistenza in ambito universitario?

“In modo assolutamente inadeguato. Come clima generale le facoltà di lettere sono praticamente estranee al tema. Anche lo studio di quel tipo di letteratura neorealistica sugli anni ’40 è uscita di scena. Si può dire che l’interesse e l’approfondimento sul primo ‘900 stia spaventosamente scomparendo.”

Una provocazione. Non sarebbe meglio dedicare un po’ più di attenzione a testi come Il sentiero dei nidi di ragno piuttosto che ai Promessi sposi?

“Non molto tempo ho scritto un articolo su Repubblica in conseguenza del fatto che la ex-ministra della pubblica istruzione Valeria Fedeli aveva preannunciato la sperimentazione dell’accorciamento di un anno della scuola media superiore: quattro anni invece di cinque. La motivazione si reggeva sul fatto che i giovani, oggi, crescono prima e che quindi devono andare prima all’Università. Contestai duramente questa proposta, contro-proponendo di organizzare i programmi della scuola media-superiore dal primo al quinto anno in maniera che i programmi dell’ultimo fossero dedicati esclusivamente o prevalentemente alla contemporaneità. Si insegnano una quantità drammatica di cose inutili. Sono certo del fatto che rielaborando i programmi si riesca a concentrare lo studio della letteratura, della storia e della filosofia al Novecento. È vitale. I programmi scolastici di letteratura, per esempio, iniziano dalla scuola siciliana e finiscono sempre a Giovanni pascoli o a D’Annunzio. È invece indispensabile dedicare il quinto anno alla contemporaneità nelle sue sfumature letterarie, storiche e filosofiche. Bisogna cambiare i programmi scolastici. Mettetevi in lotta.”


 


Tiziana Di Masi presenta a teatro #IOSIAMO “Le buone pratiche della Costituzione”

È bello ascoltare storie: fa tornare bambini. E se sono raccontate bene è possibile anche immedesimarsi nei personaggi narrati. Tiziana, quando recita sul palco, riesce perfettamente a trasmetterci queste sensazioni. Non ci racconta di storie pericolose o drammatiche. Non ci diverte con disavventure comiche o paradossali. Tiziana riesce a farci vivere altre vite… e a farci abbracciare.

“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (Art. 2 dei Principi fondamentali della Costituzione)

Attrice e autrice campana, Tiziana Di Masi ha alle spalle un’esperienza ventennale di recitazione dedicata in gran parte al teatro civile. Dopo l’avvio di carriera improntato sul patrimonio della coscienza storica degli individui, si dedica alla promozione della legalità collaborando con Libera. Sperimenta anche un nuovo modello di narrazione, coniugando teatro e inchiesta giornalistica. Da poco ha scritto #IOSIAMO, dove racconta storie di volontari che hanno superato la dimensione dell’io per ragionare come un NOI.

L’ho incontrata alla Primavera della Costituzione di Monticchiello, dove si è esibita al tramonto fra i muri in pietra di quelle case che dagli anni ’60 si sono perdutamente innamorate del teatro e della commedia.

Chi sei?

“Sono un’artista. Ma anche una persona che ha fatto uno di quei viaggi che ti cambiano la vita, in cui scopri e conosci un sacco di persone straordinarie: i volontari. In Italia se ne parla molto poco, ma sono più di sei milioni e ogni giorno si impegnano per gli altri mettendo il noi al centro della loro vita: rivoluzionario. Le loro storie mi hanno coinvolta e catturata, anche per il modo che hanno di andare in controtendenza nazionale, quella che io chiamo del selfie costante. Queste persone agiscono senza urlare al clamoroso, senza sbraitare per attirare l’attenzione. Svolgono un ruolo vitale per il nostro paese, perché senza di loro il welfare, qua, in questa Italia, non esisterebbe. Si impegnano nei campi più svariati come quello della difesa dell’ambiente, l’aiuto ai disabili, il sostegno alla povertà. Sono persone delle quali valeva la pena raccontare, per questo lo faccio nei miei spettacoli.”

Come ti sei avvicinata a loro?

“Sono storie che non si leggono sui giornali e tantomeno si vedono in TV. Sono sempre stata a contatto con il mondo dell’attività sociale: ho presentato per tantissimi anni lo spettacolo Mafie in pentola in cui ho collaborato con Libera. Quasi per caso ho conosciuto un volontario e poi ho scoperto che queste storie, queste vite sono collegate fra loro come un’enorme ragnatela. Ho messo insieme tutte le esperienze dei volontari con i quali sono venuta a contatto dal nord al sud della penisola e ho raccontato le loro storie bellissime.”

Storie del tipo?

“Sono storie di vita, non hanno nulla di eclatante. Moltissimi pensano che le storie per essere interessanti debbano contenere avvenimenti spettacolari o elementi drammaturgici. Queste sono storie di persone che, ad un certo punto della loro vita, hanno capito di poter essere utili non solo alla società, ma anche a sé stesse. Mario, per esempio, bolognese di 70 anni aveva una malattia molto diffusa: la depressione. Nel momento in cui ha iniziato ad aiutare un disabile è guarito. Ha sviluppato un amore straordinario per la vita. Ha capito che per vivere felice doveva andare incontro a qualcuno che aveva bisogno di lui. In questa bellezza sta il senso del volontariato. Le fragilità degli altri sono anche le nostre, perché chiunque di noi si può trovare in difficoltà. Le cose mutano. I volontari hanno una visione più naturale della vita e riescono ad accettarla in tutte le sue sfumature.”

Che legame c’è con la nostra costituzione?

“Il volontariato concretizza i valori della Costituzione. L’articolo 2 parla del dovere di solidarietà, che, guarda caso, sta alla base del volontariato. Siamo, pur nelle diversità, tutti umani e fratelli e bisogna dimostrarcelo quotidianamente. I valori della Costituzione di rispetto, tolleranza, solidarietà, amore, convivenza si manifestano energicamente in Italia attraverso 6 milioni di volontari. Ho creduto fosse doveroso parlare di tutto il bene che c’è in questo paese, troppo taciuto, perché il bene non fa mai notizia.”

Ad un certo punto, nel mezzo del suo spettacolo, Tiziana si rivolge al pubblico. Accompagnata da note profonde che escono leggere dagli amplificatori, ci fa alzare tutti. Ci prega di prenderci per mano, di guardarci negli occhi e di abbandonarci in un abbraccio. L’effetto è meraviglioso. Per qualche minuto, per qualche istante abbiamo tutti applicato la Costituzione.


Neofascismo, la galassia nera

Giovanni Baldini coordina La galassia Nera, ricerca che per procedure e finalità è molto vicina all’inchiesta. L’indagine è cominciata nel 2016 con l’esplicito intento di fornire i mezzi e i metodi per imparare a conoscere il neofascismo. I risultati del lavoro del team sono pubblicati sul sito di Patria indipendente.

«Il nostro rischio» spiega il curatore della ricerca, Giovanni Baldini «è quello di dover combattere qualcosa che non conosciamo. Perciò ci siamo sentiti in dovere di aggiornarci. Abbiamo monitorato pagine Facebook che fanno riferimento a fascismo e razzismo. Ce ne sono addirittura alcune che si ispirano alle ideologie ottocentesche della razza. Uno dei risultati più interessanti sono le 900 pagine di Casapound che vengono usate come struttura metapolitica, che si allargano e operano nel territorio, toccando associazioni sportive e sociali per esempio».

«Il dilagare di queste ideologie è molto preoccupante. Il lavoro di monitoraggio continua attraverso un software da noi sviluppato che scava dentro Facebook ricavando le più svariate informazioni su queste pagine. Purtroppo, molti giovani cliccano e navigano all’interno di questa galassia, attratti da un linguaggio e da una comunicazione super-efficace da parte di queste organizzazioni nere».

Marco Sommariva, avvocato e candidato per Liberi e uguali, ha subito minacce da parte di militanti di partiti e gruppi di estrema destra, perché a più riprese ha chiesto (e continua a chiedere) lo scioglimento di organizzazioni incostituzionali come Casapound e Forza nuova. Pone l’attenzione sui cambiamenti interni alla galassia fascista:

«Molte categorie di persone, storicamente difese e accolte nell’orbita delle associazioni e dei partiti di sinistra, adesso vengono assistite dallo schieramento opposto. La sinistra ha abbandonato il suo compito storico di assistenzialismo lasciandolo all’estrema destra. Questo fenomeno è molto interessante quanto pericoloso».

Concludendo sull’apologia di fascismo ricorda «che è tutt’ora vietata dalla Costituzione, ma la legge non viene applicata. È difficile manifestare e portare all’attenzione pubblica questo nodo sociale e politico, perché si rischia di essere manganellati e arresati dalla polizia. Importante denunciare, non smettere di farlo, procedere giudizialmente anche per le minacce via Facebook, perché anche se poche alcune cause arrivano alla conclusione».

Saverio Ferrari, studioso della destra nera, si è guadagnato il nome di “Schedatore” all’interno del mondo neofascista.

«Facciamo analisi di ogni tipo volte a rendere pubbliche le singole personalità che si dichiarano fasciste. L’aspetto più pericoloso è il fatto che la galassia delle destre ha preso il posto sociale da sempre occupato dalla sinistra. Ci sono nuovi linguaggi che attirano anziani, cittadini in difficoltà e soprattutto giovani. In particolare, si fanno portavoce di simboli dei quali sposano le idee come per esempio Rino Gaetano per la sua critica alla classe borghese, Peppino Impastato che avrebbe combattuto la mafia con loro se fosse vivo e, assurdità, Che Guevara, idolatrato per essere un combattente rivoluzionario. Sono state condotte indagini anche sui finanziamenti dei partiti di estrema destra. Forza nuova, uno su tutti, utilizza fondi provenienti dalle rapine di Fiore durante gli anni della tensione, che in tutti questi anni sono stati investiti in attività e canali molto estesi tra cui vendita di quadri, partecipazioni a imprese, speculazioni finanziarie».

Infine, avverte «c’è un mutamento della natura e della forma del fascismo anche all’interno delle istituzioni. L’articolo 7 della legge Mancino dichiara che la magistratura può immediatamente inibire il funzionamento dell’organizzazione di stampo fascista, ma non viene praticamente mai applicato».

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Vedi alla Voce – Nina’s Drag Queen

C’è una cornetta che diventa un microfono. Un uomo che diventa bambola. Un corpo vivo che diventa macchina teatrale meta-testuale capace di proiettare sé stessa tra il dentro e il…

C’è una cornetta che diventa un microfono. Un uomo che diventa bambola. Un corpo vivo che diventa macchina teatrale meta-testuale capace di proiettare sé stessa tra il dentro e il fuori del testo. È la porzione di un intero drammaturgico allestito dalla compagnia Nina’s Drag Queen, in scena al Teatro degli Arrischianti di Sarteano il 4 febbraio 2018. Vedi Alla Voce Alma, è il titolo ed è interpretato da Lorenzo Piccolo, con la regia di Alessio Calciolari.

Il plesso narrativo dello spettacolo si basa su due vettori: il primo è un tradizionale testo di teatro borghese che funge da impalcatura drammaturgica, il secondo è una storia vera, allo stesso modo struggente.

Il testo teatrale di riferimento è La voce umana di Jean Cocteau. Il monologo per donna, opera del drammaturgo francese, scritto nel 1930, che fa ruotare tutto il crescendo di disperazione della protagonista femminile attorno all’inefficienza del servizio telefonico parigino: la donna, abbandonata, cerca di parlare con l’ex amante al telefono, tra pianti e disperazione sentimentale. Il testo è famoso in Italia per la sua interpretazione di Anna Magnani, diretta da Roberto Rossellini nella pellicola L’Amore, del 1948.

La storia vera è invece quella di Alma Schindler, meglio nota come Alma Mahler o – come l’hanno ribattezzata i manualisti – la “Vedova delle Quattro Arti; moglie e vedova di Gustav Mahler; divenne musa e amante di grandi artisti legati alla Secessione Viennese dalla Kunstgewerbeschule, come Klimt e Kokoschka. Si sposò poi con l’architetto Walter Gropius dal quale divorziò a causa di una relazione che aveva instaurato con lo scrittore Franz Werfel. Questi diventò poi il suo terzo marito, il quale morì di infarto nel 1945, lasciandola vedova per la seconda volta. Ma è la vicenda che la lega a Oscar Kokoschka che ha attratto le Nina’s Drag Queen – e non solo – per imbastire un percorso di forte impatto immaginifico sulle meccaniche dell’abbandono. Il grande pittore e la donna – così raccontano le biografie – si frequentarono per due anni, nella Vienna ruggente degli anni ’10. Lui dipinse un quadro intitolato La sposa del vento, in cui raccolse espressivamente tutto il fulgore che quella relazione scatenava nel suo animo. Venne poi chiamato al fronte, durante la Grande Guerra, e lei, invece di aspettarlo, decise di troncare la relazione. Oscar, cieco di amore e gelosia, scatenato da una collera morbosa e furibonda, decise di contattare la modista Hermine Moos per costruire insieme a lei una bambola a immagine e somiglianza di Alma. L’amante posticcia venne realizzata secondo le proporzioni effettive della ex-compagna, con una minuziosa precisione nella riproduzione di tutte (proprio tutte) le parti del corpo, nascondendo le cuciture. Lui comprò per la bambola vestiti costosi e biancheria intima, ordinava alla servitù di servirla, la portava con sé nelle occasioni pubbliche e la dipinse in numerosi quadri.

Secondo una dinamica interpretativa che potremmo definire a matrioska, una dentro l’altra queste vicende – e i personaggi ad esse legati – voltolano nella voce e nei gesti del bravissimo Lorenzo Piccolo, che alterna i commenti alla vicenda con immedesimazioni dei personaggi, fino alla trasposizione melologica  della narrazione servendosi del playback e del lip-sync di canzoni e frammenti filmici. Dentro c’è Mia Martini, Patty Pravo, Ornella Vanoni che si mescolano al teatro borghese degli anni venti.

 

Abbiamo incontrato i due “responsabili” di Vedi Alla Voce Alma e abbiamo fatto loro delle domande.

V: Come funziona la catena di interpretazioni di questo spettacolo? Come è gestita la molteplicità di voci e di corpi nel unicità del monologo?

Lorenzo Piccolo: Noi siamo partiti dal testo di Cocteau che è un monologo per donna – tra l’altro il primo monologo femminile della storia del teatro – e segna proprio per questo un punto chiave della drammaturgia moderna. Ci interessava, nel momento in cui utilizziamo la Drag Queen come maschera teatrale, questo aspetto. È un testo interessante, ma anche molto strano: molte cose non si capiscono. Poi è molto datato perché è dentro una struttura di teatro borghese del 1930. Quindi innanzi tutto Vedi Alla Voce Alma nasce da un rapporto di amore-odio verso questo testo. Da un lato ha degli evidenti aloni di muffa, dall’altro è legato alle grandi attrici: lo ha fatto la Magnani, la Bergman, recentemente la Asti, la Proclemer, c’è pure un’opera lirica di Francis Poulenc. Ha quindi qualcosa di mitologico e affascinante. Cocteau cerca di analizzare la psicologia dell’abbandono e dello struggimento con metodi un po’ vecchiotti. Il nostro tentativo è stato lavorare per mezzo di una dialettica, di uno sguardo critico nei confronti del testo, che si configurasse con un passaggio dentro-fuori dalle parole del copione originale. Abbiamo aggiunto musiche, brani da film. Abbiamo reso questo gioco in maniera evidente con l’uso del playblack. Abbiamo svelato l’artificio dell’attore. Il playback infatti è fare una cosa e guardarti mentre la fai. Abbiamo usato anche molte delle didascalie che Cocteau ha immesso nel testo originale, commentandole in scena. Cose scritte che fanno un po’ ridere. Ad un certo punto ad esempio troviamo «Il sipario rivela una camera da delitto. Davanti al letto, per terra, è sdraiata una donna con una lunga camicia, come assassinata. L’autore vorrebbe che l’attrice desse l’impressione di sanguinare, di perdere il sangue come una bestia ferita, di terminare l’atto in una camera piena di sangue». Sì vabbè Cocteau, mo’ lo faccio… (ride). Ecco, lui aveva queste visioni, era un po’ pazzerello, ricordiamo che era anche disegnatore e cineasta, un artista estremamente visivo, il problema è che scriveva didascalie sostanzialmente inutili dal punto di vista drammaturgico. Spesso l’interprete esce dall’interpretazione per commentare le didascalie stesse… c’è molta ironia anche su questo.

 LaV: La Drag Queen ha la possibilità di passare dal kitsch alle citazioni colte, da Moira Orfei ad Anna Magnani, dal trash sublime alla cultura alta: mantenendo sempre una coerenza: come funziona il bagaglio culturale di una Drag?

Alessio Calciolari: Noi usiamo la drag queen come maschera. Attraverso questa prendiamo più anime e ce le mettiamo addosso le interpretiamo e le usiamo come mezzo di comunicazione. Essendo la drag un immagine fantastica, estrema, entrarci è molto divertente

Lorenzo Piccolo: Sia per l’interprete che per il pubblico. C’è un elemento di piacere che ingaggia il pubblico. C’è un procedimento ironico: se sei un uomo che fa la donna il tuo corpo è ironico, i tuoi gesti lo sono.

Alessio Calciolari: Attraverso quest’ironia si riesce a prendere qualsiasi punto di riferimento alto o basso. Si può prendere Raffaella Carrà,  parlando di tradimento in maniera seria e pesante, o una Callas che in Traviata si strugge d’amore e portarla in scena senza quel peso che portava durante l’opera e veicolarla per rappresentare ciò che serve in quel preciso momento.

 LaV: Il circuito del teatro indipendente come se la sta passando? Quali sono i circuiti nei quali si può inserire una compagnia indipendente?

LP: Il teatro indipendente sta male. I grandi teatri stabili non si prendono il rischio di proporre cose non confromi. Sì, anche se molte sono scuse: spesso il nostro spettacolo viene rifiutato perché “il pubblico non è pronto”. Non è pronto “alle drag queen”, non è pronto “all’argomento…”: stupidate, non è vero niente. Sono solo giochi politici. È un modo abbastanza sciocco di andare sul sicuro, con il grande nome. I grandi teatri cercano la rassicurazione anziché lo stimolo e la crescita del pubblico. Se sei un programmatore devi pensare che il tuo pubblico è intelligente – ché il pubblico è sempre intelligente anche quando non lo sa –  e non ha bisogno della copertina o di sentirsi dire che tutto va bene. Per questo le piccole compagnie oggi fanno fatica. L’unica risposta che abbiamo è fare il nostro lavoro nel modo più intellettualmente onesto possibile.

AC: Dobbiamo poi dire che anche le compagnie indipendenti, lo sono per modo di dire. Ad esempio Con la nuova produzione abbiamo sia il Metastasio di Prato che il Carcano di Milano. La compagnia indipendente per sopravvivere ha bisogno di appoggi e tutele da parte o dei grandi premi o dei grandi teatri.

LP: Il nostro focus adesso è più artistico. Con questo spettacolo abbiamo avuto la collaborazione di Daria Deflorian. La nostra attenzione è cercare di crescere noi da dentro e sperare che questo venga riconosciuto.

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Non c’è più tempo per il silenzio. ‘La mafia uccide, il silenzio pure’

Giornalismo e mafia, intesa come organizzazione criminale retta sull’omertà e regolata da riti, legami familiari e percorsi iniziatici peculiari che ciascun appartenente, detto affiliato è tenuto a rispettare, non sono…

Giornalismo e mafia, intesa come organizzazione criminale retta sull’omertà e regolata da riti, legami familiari e percorsi iniziatici peculiari che ciascun appartenente, detto affiliato è tenuto a rispettare, non sono mai andati d’accordo. Spampinato, De Mauro, Siani, Impastato, sono solo alcuni dei giornalisti morti per mano mafiosa perché oltre che a cercare di cambiare le cose nella loro terra d’origine, stavano facendo il loro lavoro, ovvero raccontare i fatti del proprio territorio.

Raccontare significa indagare, esporsi agli eventi, e spesso navigare controcorrente per portare a galla verità scomode che fanno traballare chi costruisce imperi economici sulle menzogne. Questo dovrebbe essere il giornalismo del XXI secolo, un giornalismo che agisce nel presente e non gira la testa dall’altra parte, che cerca di comprendere l’evoluzione dei fenomeni e le nuove forme che assume la società senza prostrarsi al potere.

Purtroppo ci sono ancora giornalisti che muoiono perché raccontano, altri che vivono costantemente nella paura di fare il proprio mestiere e altri ancora che per raccogliere informazioni subiscono vessazioni e violenze. Ne sono un esempio i fatti di Ostia con la testata in pieno volto data da Roberto Spada, fratello del boss condannato a 10 anni di carcere, al giornalista di Nemo Davide Piervincenzi, mentre stava indagando sull’appoggio politico degli Spada a CasaPound durante le elezioni comunali.

Il caso di Ostia, oltre a mettere in luce le difficoltà che ancora vive il giornalismo, dimostra che nel nostro Paese la mafia continua ad affermarsi. La domanda sorge spontanea: in tutto questo lo Stato dove’è, cosa sta facendo?

Poco più di un mese fa la Camera ha varato il codice antimafia che punta a velocizzare le misure di prevenzione patrimoniale, rende più trasparente la scelta degli amministratori giudiziari, ridisegna l’Agenzia per i beni sequestrati e include corrotti, stalker e terroristi tra i possibili destinatari dei provvedimenti. A oggi sono quasi 20mila i beni confiscati alle mafie, tramite sequestro preventivo, a cui si aggiungono 2.876 aziende. Altri 20mila i beni confiscati (tra terreni, aziende e immobili) con procedimenti di natura penale. Immenso il valore: quasi 30 miliardi.

Del codice antimafia ne ha parlato l’On. Rosy Bindi, presidente della Commissione antimafia della Camera, intervenuta durante l’incontro organizzato dai Licei Poliziani in occasione del XXV anniversario delle stragi di mafia, in cui sono stati ricordati  Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Don Pino Puglisi. L’On. Bindi ha affermato che lo Stato deve lavorare molto per mettere in campo politiche di giustizia di contrasto al sistema mafioso.

“Noi ci definiamo il Paese delle mafie, ma allo stesso tempo siamo il Paese delle lotta contro le mafie. Abbiamo una legislazione e apparati di Magistratura che altri Paesi non hanno e neppure conoscono, come per esempio il reato di associazione mafiosa. […] Ormai il numero dei Comuni che vengono sciolti per infiltrazioni mafiose è molto alto; nell’ultimo mese sono stati sciolti altri cinque Comuni in Calabria e quando un’amministrazione comunale è soggiogata al potere mafioso, per voti di scambio, non persegue più l’interesse della comunità e come tale va sciolto. Allo stesso tempo però la desertificazione della politica non aiuta le comunità a rinascere e quindi stiamo lavorando su delle misure che colpiscano in maniera chirurgica le parti malate salvando quello buone e motivando i cittadini alla buona amministrazione. […] Mentre abbiamo assicurato alla giustizia la mafia delle stragi che ci hanno portato via Falcone, Borsellino, Mattarella e Don Puglisi, le altre mafie sono ancora molto forti e quindi serve un cambio di passo non solo dello Stato ma di tutti noi”.

A chi dice che la mafia arriva dove lo Stato non è riuscito ad arrivare, l’On. Bindi risponde:

“È sempre stato così.  Presentarsi come ‘uomini d’onore’ è una delle forme di consenso che la mafia ha usato da sempre per imporre il proprio potere. Loro cercano intese dicendo che: ‘lo Stato li ha lasciati soli’ e questo è un sistema difficile da scardinare. In alcuni territori, non solo ad Ostia, ma anche nella Locride, nei quartieri palermitani (solo per citarne alcuni), si arriva quasi a giustificare tutto questo con una semplice frase: ‘la mafia c’è perché non c’è lo Stato’, questo può essere vero ma non giustifica la mafia. Per combattere la mafia servono politiche di giustizia che diano lavoro, prospettive di vita, buona crescita. La mafia è la causa del sottosviluppo di un territorio non l’effetto, ma fin quando mancheranno scuola e lavoro e i cittadini non avranno gli stessi diritti di tutti gli altri sarà difficile scardinare il consenso della mafia”.

Chi da 24 anni cerca sradicare il sistema mafioso agendo dal basso e quindi operando tra la gente è il professore Maurizio Artale del Centro di accoglienza antimafia “Padrenostro” di Palermo che sta continuando l’opera  di padre Pino Puglisi che sognava di realizzare la prima scuola di Brancaccio, un quartiere di Palermo.

Era il 15 settembre del 1993 quando la mafia uccise Don Pino Puglisi. Con la sua morte, la mafia voleva interrompere l’opera di cambiamento che Don Pino aveva in mente, ma dopo 24 anni sono stati realizzati quasi tutti i sogni che il parroco aveva per quella comunità e per il 25esimo anno dalla sua morte c’è in progetto la realizzazione di un asilo nido.

Il professore Artale è intervenuto all’incontro per il XXV anniversario delle stragi di mafia, organizzato dai Licei Poliziani. Artale ha spiegato come ha lavorato con i ragazzi di Brancaccio per far ritornate in loro la fiducia nei veri valori della vita e facendo capire loro che la mafia non è portatrice di valori positivi.

“La prima cosa che i giovani devono comprendere è che non bisogna farsi rubare la speranza da nessuno. Il nostro centro è la testimonianza che tutte le cose che sono state fatte, ovviamente con alcuni momenti di sconforto e solitudine,  sono state realizzare con l’impegno quotidiano e questo dimostra come vale la pena stare dalla parte delle legalità”.

Parlando di Totò Riina, Artale dice:

“Dobbiamo cambiare l’ordine di riflessione: Riina è morto dopo 25anni di carcere, quindi lui è uno sconfitto, non è un vincitore. Quello che il giornalismo ha fatto fino ad oggi, ovvero parlare di Riina come il Capo dei Capi, è uno degli errori che continuiamo a fare. Tutti devono sapere che i mafiosi che reggeva le fila siciliane e dell’Italia sono in carcere e moriranno in carcere. Ai ragazzi quindi va detto che stare dalla parte di Riina significa bruciarsi la vita”.

Dopo i fatti di Ostia è tornata ancora più di prepotenza la frase pronunciata dal giornalista Peppino Impastato più di 40 anni fa: ‘La mafia uccide, il silenzio pure’. Dobbiamo scrollarci di dosso l’etichetta di Paese omertoso, dobbiamo sconfiggere la paura di parlare e allo stesso tempo dobbiamo imparare ad ascoltare. Non serve a niente parlare se poi non sappiamo ascoltare, anche perché mettendoci in ascolto possiamo cambiare la nostra società e di conseguenza chiedere politiche di crescita e provvedimenti che migliorino la vita, sconfiggendo chi invece del silenzio fa una ricchezza personale a scapito di un intero Paese.

 

 

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La Siria tra ISIS, guerra civile e tratta delle donne

La situazione della Siria è al centro dell’attenzione internazionale, per via del complicato schema geopolitico sfociato in terribili situazioni di guerra civile, tra la minaccia dell’ISIS e la tratta delle…

La situazione della Siria è al centro dell’attenzione internazionale, per via del complicato schema geopolitico sfociato in terribili situazioni di guerra civile, tra la minaccia dell’ISIS e la tratta delle donne. Un argomento che è stato trattato venerdì 24 Novembre presso la Casa della Cultura di Torrita di Siena, attraverso il contributo e le testimonianze dei giornalisti Sara Lucaroni e Filippo Biagianti.


Capitano, a volte, delle serate che ti lasciano qualcosa che difficilmente riesci a toglierti dalla testa nei giorni successivi. Immagini, riflessioni, insight. Venerdì è stata una di quelle serate.

I lavori di Sara Lucaroni e Filippo Biagianti, seppur diversi nei contenuti e nelle modalità di narrazione, restituiscono l’immagine di un territorio che percepiamo volutamente distante da noi. In realtà, quei fatti, quelle storie, quelle persone sono tutt’altro che lontani.

Il film di Filippo si concentra sui fatti accaduti ad Aleppo nel 2014, descritti attraverso le testimonianze di alcuni media-attivisti: struggente e bellissimo, ci mostra la situazione siriana dall’interno, senza filtri, con gli occhi e le emozioni di chi vuole raccontare quello che vive la popolazione civile ogni giorno, tra barili pieni di esplosivo misto a lamiere che cadono dal cielo e bombardamenti a scuole e mercati.

Anche le voci che Sara ha raccolto nella sua inchiesta colpiscono profondamente: la descrizione delle modalità con cui le donne vengono vendute, i maltrattamenti che subiscono, i manuali su come trattare schiave e prigioniere, fino ad arrivare ai suicidi delle donne che, dopo essere state “ricomprate” dalle famiglie o dopo che magari sono riuscite a fuggire, non hanno gli strumenti necessari per far fronte al trauma.

Sara ci racconta una delle tante forme di violenza di genere, tante altre le leggiamo ogni giorno nei quotidiani o nelle web news nazionali e internazionali. È di questi giorni la notizia del lunghissimo interrogatorio nell’ambito dell’incidente probatorio a cui sono state sottoposte le studentesse americane che hanno denunciato lo stupro da parte di due Carabinieri: 12 ore di domande, molte delle quali degradanti, offensive, lesive per la loro dignità, colpevolizzanti. Un’altra forma di violenza ai danni di chi ne aveva già subita. Viene da pensare alle parole di Franca Rame quando nel suo monologo, raccontando lo stupro subito, diceva “Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura. Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido… Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani”.

Nonostante decenni di battaglie, in certi momenti si ha la sensazione di non aver fatto molti passi avanti nella conquista della parità di genere. Ci accorgiamo che è ancora necessario lottare, ognuno con i propri mezzi ma con consapevolezza, cominciando dall’educazione affettiva, passando per l’uso di un linguaggio di genere, un welfare che davvero tenga conto della conciliazione dei tempi vita/lavoro, la riduzione del gap salariale.

C’è ancora bisogno del femminismo, che non è una brutta parola e riguarda uomini e donne, che è vivo in chi crede nel rispetto della persona e nella lotta alla disparità in base al genere. Ce n’è bisogno oggi, come ieri.

C’è bisogno dei CAV, che ogni giorno accolgono chi ha subito violenza e forniscono strumenti affinché la donna possa uscire dalla relazione violenta e si riprenda quel potere che gli è stato tolto. C’è bisogno di una rete istituzionale che riconosca il ruolo centrale del Centro Antiviolenza, che sappia lavorare rispettando le diverse professionalità che ne fanno parte e che, soprattutto, abbia una formazione specifica sulla violenza e riconosca e rispetti la Convenzione di Istanbul.

C’è bisogno di un giornalismo che non empatizzi con chi commette femminicidio, violenza domestica e stupri e non colpevolizzi vittime e sopravvissute. C’è bisogno di insegnare a riconoscere la violenza, la sua esistenza, in tutte le sue forme, che sono tante e sfaccettate, dalla mano sul sedere sul tram al complimento sessista e volgare per strada, ai commenti denigranti sui social, fino alla violenza domestica fisica e/o psicologica, allo stupro, al femminicidio, alla vendita di donne come fossero bestie.

C’è bisogno di far capire l’importanza delle politiche di genere a chi si occupa di politica, dalle Amministrazioni di piccoli Comuni fino ai più alti rappresentanti dello Stato.

Solo quando di tutto questo non ci sarà più bisogno, allora potremmo dire, con ragione, di aver raggiunto la parità di genere. Grazie a Sara, Filippo, a La Valdichiana, alla Fondazione Torrita Cultura e al Centro Pari Opportunità Valdichiana per questa iniziativa di così alto spessore.

Gessica Nisi
Presidente del Centro Pari Opportunità dell’Unione dei Comuni della Valdichiana Senese


Approfondimenti:

  • L’inchiesta di Sara Lucaroni per l’Espresso: Rapite dall’Isis
  • Il documentario di Filippo Biagianti e Ruben Lagattola, “Young Syrian Lenses”: Trailer
  • Un’intervista a Luisanna Porcu (Onda Rosa) sugli stupri alle studentesse americane a Firenze
  • La registrazione del dibattito iniziale alla Casa della Cultura di Torrita:

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La minaccia dell’Isis e la situazione geopolitica siriana

Gli studenti dei Licei Poliziani lo scorso sabato 24 settembre hanno partecipato a una tavola rotonda dal titolo ‘La minaccia dell’ISIS e la situazione geopolitica siriana’, che ha permesso loro…

Gli studenti dei Licei Poliziani lo scorso sabato 24 settembre hanno partecipato a una tavola rotonda dal titolo ‘La minaccia dell’ISIS e la situazione geopolitica siriana’, che ha permesso loro di conoscere più da vicino l’attuale scenario del medio oriente. Alla tavola rotonda hanno preso parte la giornalista Sara Lucaroni, vincitrice del premio “Giornalisti del Mediterraneo 2017” per il suo reportage sulle donne yazide vendute come schiave sessuali per finanziare lo Stato islamico e il mons. Georges Abou-Khazen, vicario apostolico della Siria e vescovo di Aleppo, personaggio chiave per la resistenza siriana alle violenze barbaramente perpetrate dall’ISIS.

Parlare di ISIS, della situazione geopolitica in Siria, Iraq e Kurdistan, oltre che del braccio di ferro tra Usa e Russia in questi territori non è mai semplice, soprattutto se il pubblico a cui ci riferiamo sono giovani, ma gli studenti dei Licei Poliziani hanno mostrando una grande partecipazione ai temi trattati, dando vita a un proficuo scambio di vedute con gli interlocutori.

Sara Lucaroni, attraverso il reportage d’inchiesta ‘Rapite dall’Isis’ pubblicato sull’Espresso , ha portato alla luce un fatto avvilente che sta accadendo a Sinjar, una piccolissima città nell’Iraq nordoccidentale molto vicina al confine siriano e abitata per la maggior parte da persone yazide, fede religiosa diffusa in quella zona molto prima della comparsa dell’Islam. In questa zona le donne yazide vengono rapite dall’Isis e vendute come schiave sessuali per finanziare lo Stato Islamico.

Attraverso un padre coraggioso, un ex-commerciante iracheno che da due anni, con altri 35 collaboratori, svolge un’attività di mediazione per liberare le circa 4mila donne e bambini ancora ostaggi del Califfato, la giornalista è riuscita a entrare in contatto con la comunità yazida e ad accedere a un gruppo su Telegram controllato dall’Isis appositamente per la vendita delle schiave dello Stato Islamico a Raqqa. La vendita delle prigioniere al Califfato avveniva tramite un’asta online.

La jihad di Abu Bakr al Baghdadi ha preso di mira questo popolo perché ritenuto “infedele”, per cui molti bambini vengono addestrati per diventare kamikaze e soldati, mentre le donne, spesso minorenni, vengono violentate, torturate e costrette alla schiavitù sessuale, vendute da combattente all’altro. L’Onu, nel giugno scorso, ha definito questa situazione un ‘genocidio in atto’ nei confronti della minoranza yazida.

Attualmente le donne e i bambini salvati dalla rete attraverso un lavoro di intelligence, che poggia sugli informatori nelle città occupate, sono circa 15mila. La difficile attività di liberazione va avanti con tutte le difficoltà del caso.

Sara ha voluto portare alla luce quanto sta succedendo in questa parte sperduta del mondo perché i problemi delle donne del Medio Oriente, i problemi delle donne yazide sono in realtà i problemi di tutte noi:

“Sono problemi che ci devono riguardare il prima persona e non dobbiamo solo indignarci, ma dobbiamo fare qualcosa. Proprio perché sono donna sono riuscita a essere testarda, ho insistito per tirare fuori qualcosa che fino ad allora si conosceva in maniera aleatoria e contingente” – mi ha spiegato Sara.

Al confine con Sinjar c’è la Siria, dove in questo momento il rischio di un confronto militare diretto tra le forze russe e americane impegnate su fronti opposti nel paese mediorientale è cresciuto pericolosamente. Mons. Georges Abu-Khazen, vicario apostolico della Siria e vescovo di Aleppo, ha raccontato la situazione di un territorio martoriato da anni di guerra, violenza e distruzione.

Aleppo è stata liberata e unificata nel Natale del 2016, dopo bombardamenti alla cieca su vari quartieri della città che hanno seminato morte e terrore tra i civili; sono stati mesi duri e difficili, in cui una città si è spopolata con un esodo incessante. La liberazione della città da parte dell’esercito regolare ha segnato una nuova tappa nella guerra siriana, quella della speranza, con l’incentivo di liberare dai gruppi terroristici il resto del paese. In modo particolare ha allontanato la paura della divisione della Siria, dando forza alla possibilità di creare uno stato moderno dove diversi gruppi etnici e religiosi possano vivere in pace e in armonia.

“Aleppo è stata liberata, ma con la gioia e la speranza abbiamo scoperto le grandi sfide che ci aspettano. – ha dichiarato Mons. Abu-Khazen – Prima su tutte è quella di riconciliare gli spiriti, in modo che tutti gli abitanti siano uniti, non solo per la ricostruzione di un Paese martoriato dalla bombe, ma anche nel perdono. Senza perdono non c’è carità, non c’è cultura, non c’è avvenire. Esiste solo la morte. E come cristiani dobbiamo testimoniare il perdono”.

Sono stati molti i bambini che hanno perso i genitori e i parenti nel conflitto, altrettanti quelli abbandonati. Oltre alla ricostruzione fisica è quindi importante tutelare le generazioni più giovani, per ridare futuro alla nazione siriana.

“Tutte le chiese di Aleppo sono state colpite, alcune distrutte del tutto o in parte; molto danneggiata è la città industriale. Oltre alla distruzione c’è da fare i conti con i danni che hanno subito le case dei civili, la difficoltà quindi sarà anche quella di trovare alloggio per molte famiglie. Ci aspetta una grande sfida e soprattutto è importante far tornare la fiducia della gente attraverso  una convivenza serena e pacifica tra i vari gruppi, perché una grande paura regna tra tutte le minoranze”

Continua mons.Abu-Khazen:

“Molte famiglie sono tornate nella loro terra di origine, ma molti hanno perso la fiducia. Perdonare sarà difficile ma non impossibile, noi lavoreremo perché i giovani e le famiglie possano trovare i mezzi per riprendere una vita normale. Tutto questo sarà possibile attraverso un dialogo con le diverse minoranze perché tutti abbiamo conosciuto la sofferenza e abbiamo scoperto insieme la carità”.

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Scarpette rosse – Il peso delle parole

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi….

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi. Adesso quelle scarpe rosse le ho, ma quando le indosso non penso né alla bellezza, né al fascino o all’eleganza bensì a una libertà violata e sempre più spesso negata.

È proprio partendo da questa concezione delle scarpe rosse e dal fatto che anche in un territorio come la Valdichiana, negli ultimi anni si siano verificati molti casi di violenza sulle donne, che nasce la nuova rubrica: ‘Scarpette rosse come il sangue’. Attraverso questo spazio cercherò di affrontare il tema della violenza di genere, una problematica sociale e trasversale, da sempre considerata un argomento tabù e qualcosa di cui doversi vergognare quando subìta.

***

Quando si riporta un fatto di cronaca prima di tutto è necessario rispettare la privacy delle persone coinvolte e poi fornire le informazioni necessarie al lettore perché sia messo in condizione di capire cosa sia successo, quando, dove, come e perché. Certo, fornire i particolari è necessario per rendere ancora più ricca la storia e far comprendere meglio ciò che è avvenuto, ma quanti particolari e quale linguaggio dobbiamo usare per rispettare le persone coinvolte e non creare stereotipi di determinati soggetti che veicolano messaggi sessisti o razzisti?

Raccontando i fatti di violenza, femminicidi o aggressione, avvenuti negli ultimi mesi sia a livello nazionale che locale, questa domanda me la sono fatta più volte mettendomi sia nella parte di chi scrive, sia nella parte di chi legge, cercando di capire quali sono le informazioni utili al lettore nel rispetto delle persone coinvolte.

Molto spesso le narrazioni che ci vengono offerte dai media sono distorte e il linguaggio non è propriamente adatto a quanto raccontato, come per esempio per parlare di femminicidio vengono usate spesso diciture come ‘raptus della gelosia’, ‘delitto passionale’, ‘allarme femminicidio’, ‘uccisa per il troppo amore’. Tutte queste espressioni possono portare ad atteggiamenti che innescano processi frettolosi e privi di senso nei confronti delle vittime e ancora più spesso a giustificare chi a commesso il fatto, creando confusione nella mente del lettore.

Il motore che sta dietro all’uso di un linguaggio (oppure la scelta di titolare un pezzo in un modo invece che in un altro) è dovuto al tentativo di veicolare un articolo rispetto alla concorrenza se si parla di web, di vendere più copie se si parla di carta stampata, di aumentare gli ascolti se si parla di TV. Ma dove finiscono le persone coinvolte in tutto questo? E il lettore dov’è? Rischiamo di dare soltanto le informazioni nel modo più utile al direttore editoriale di turno, senza alcun rispetto per le vittime: tanto qualcuno va in carcere, parenti, amici o semplici conoscenti fanno la fila per essere intervistati, l’importante è parlare e sparlare.

I titoli strillati, come per esempio ‘Donna stuprata da un uomo nero’, oppure ‘Uccide per il troppo amore la sua ex’, non sono titoli mirati a informare, ma anzi, da una parte creano confusione nella mente di chi cerca di capire cosa è successo e dall’altra cercano di spettacolarizzare le tragedie senza tenere conto dei contesti sociali e personali delle persone coinvolte.

A cercare di porre rimedio a questa situazione che, purtroppo, negli ultimi anni è peggiorata, ci sta provando anche l’Ordine dei Giornalisti che ha adottato un documento della Federazione Internazionale dei Giornalisti. Si tratta di un decalogo composto da dieci punti da seguire quando si racconta un fatto di cronaca di femminicidio o violenza.

Prima di tutto, dopo aver identificato la violenza inflitta alla donna in modo preciso, è necessario darne notizia utilizzando un linguaggio esatto e libero da pregiudizi, come per esempio, uno stupro o un tentato stupro non possono essere rimandati necessariamente al fatto che una donna stava girando sola o che era poco vestita. In questo caso, come in tutti i fatti di violenza o femminicidio, i giornalisti devono riflettere sul grado di dettagli che desiderano rivelare, perché molto spesso l’eccesso rischia di far precipitare il reportage nel sensazionalismo, o in caso contrario di banalizzare la gravità della situazione.

Molte volte è più adatto non usare la parola ‘vittima’, per chi è sopravvissuto alla violenza, anche perché le donne coinvolte non vogliono essere etichettate come vittime, ma bensì come coloro che hanno saputo reagire a un gravissimo fatto che le segnerà per tutta la vita. Spesso le sfumature dei termini aiutano, non solo a descrivere meglio il fatto, ma anche a tutelare chi è rimasto coinvolto.

Conoscere a fondo chi si intervista, mettersi sullo stesso piano e cercare di avere un’empatia con l’interlocutore, consente al giornalista di realizzare un reportage responsabile, approfondito e ricco di particolari utili al lettore. Trattare con rispetto chi sceglie di rilasciare un’intervista significa trattare anche con rispetto il lettore a cui si danno informazioni puntuali e dettagliate. Ovviamente le persone coinvolte possono rifiutarsi di rispondere alle domande: in questo caso il giornalista può lasciare il contatto e quando l’interlocutore è pronto per raccontare anche altre informazioni, sa che in quella persona può trovare prima di tutto un confidente e un amico a cui affidare le sue notizie in maniera sicura, senza speculazioni.

Inoltre può essere utile usare statistiche e informazioni in ambito sociale. Questi strumenti permettono di collocare la violenza nel proprio contesto, nell’ambito di una comunità o di un conflitto. Raccontare la vicenda per intero è importante. Molto spesso i media si concentrano solo l’aspetto che fa più ‘audience’, parlando in termini tecnici, tralasciando invece aspetti meno importanti ma che possono essere di supporto a chi vive la notizia da fuori. Infine è importante preservare la riservatezza delle persone coinvolte, non citare nomi o luoghi che potrebbero mettere a rischio la sicurezza e la serenità dei testimoni.

Un cambio di linguaggio necessario è richiesto anche dall’Associazione Amica Donna, Centro antiviolenza della Valdichiana, che svolge un importante lavoro sul territorio per aiutare le donne che necessitano di assistenza perché protagoniste di atti di violenza sia verbale che fisica. L’associazione è attualmente impegnata a organizzare un presidio simbolico in ricordo di Antoneta Balan, la donna romena di 42 anni uccisa lo scorso luglio a Montepulciano per mano dell’ex convivente. Antoneta verrà ricordata il prossimo 13 ottobre a Montepulciano, per tenere alta l’attenzione sul tema della violenza anche a livello locale, per dire basta a questa lenta mattanza e soprattutto, aggiungo io, per dire basta al linguaggio violento e poco rispettoso usato sempre più spesso dai media per raccontare le violenze e i femmicidi.

Da donna è avvilente leggere notizie create ad arte soltanto con l’obiettivo di arrivare per primi, a costo di raccontare la vicenda in maniera approssimata e con titoli strillanti. Soprattutto dobbiamo riflettere sul fatto che quelle notizie che noi raccontiamo e che spesso i miei colleghi strillano, sono lette non solo da semplici donne, ma da chi la violenza l’ha ricevuta, da chi è sopravvissuto e dai parenti delle vittime. Credo che a queste persone non faccia piacere essere violentate per la seconda volta in senso figurativo, da un articolo di giornale o da un titolo scritto con un linguaggio feroce, brutale e privo di rispetto.

Bibliografia


Scarpette rosse – Introduzione (27/04/2017)

Il rosso é sempre stato il mio colore preferito. Da piccola sceglievo sempre di indossare abiti che avessero qualcosa di rosso. E poi c’erano le scarpe con i tacchi di mamma: non erano rosse, ma indossarle mi faceva sentire grande e bella.

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi. Adesso quelle scarpe rosse le ho, ma quando le indosso non penso né alla bellezza, né al fascino o all’eleganza bensì a una libertà violata e sempre più spesso negata.

Elina Chauvet utilizzò le scarpe rosse con questa accezione per la prima volta nel 2012 in un’installazione artistica davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne uccise nella città messicana di Juarez, che erano state rapite, stuprate, mutilate e strangolate. Elina raccolse trentatré paia di scarpe rosse e le installò nello spazio urbano. Da quel giorno le scarpette rosse, rosse come il sangue, sono diventate il simbolo della lotta contro la violenza sulle donne.

Ed è proprio partendo da questa concezione delle scarpe rosse e dal fatto che anche in un territorio come la Valdichiana, avvezzo alla tranquillità, negli ultimi anni si siano verificati molti casi di violenza sulle donne, che nasce la nuova rubrica: ‘Scarpette rosse come il sangue’. Attraverso questo spazio cercherò di affrontare il tema della violenza di genere, una problematica sociale e trasversale, da sempre considerata un argomento tabù e qualcosa di cui doversi vergognare quando subìta.

L’argomento della violenza di genere è molto vasto e per cercare di capirlo a fondo servono le testimonianze e i racconti di coloro che ogni giorno lavorano per cercare di far fronte a questo avvilente problema. Con l’aiuto del Centro Antiviolenza Territoriale, di psicologi, avvocati, antropologi e delle forze dell’ordine, cercherò di affrontare il problema sotto vari punti di vista. In questo modo potremo capirne meglio l’origine, le cause, le conseguenze, i percorsi d’assistenza psicologici e legali da compiere una volta presa coscienza di essere una vittima di violenza, cosa non sempre scontata.

Nonostante l’intervento dello Stato con decreti legge e con varie campagne di sensibilizzazione, e nonostante l’attività dei centri antiviolenza e di altri enti che operano nel territorio nazionale, i casi di violenza sulle donne sembrano non fermarsi e, ancora oggi, assistiamo a fatti che sfociano troppo spesso nella tragedia.

La violenza sulle donne è stata definita dall’Onu come la manifestazione di una disparità nei rapporti tra uomo e donna, qualificandola giuridicamente come una violazione fondamentale dei diritti umani. La violenza sulle donne è considerata come la punta dell’iceberg dell’esercizio di potere e controllo dell’uomo sulla donna e si esterna in diverse forme, come violenza fisica, psicologica e sessuale, fuori e dentro la famiglia.

Dagli anni settanta del XX secolo, il movimento delle donne e il femminismo in Occidente hanno iniziato a mobilitarsi contro la violenza di genere, sia per quanto riguarda lo stupro sia per il maltrattamento e la violenza domestica. Il movimento ha messo in discussione la famiglia patriarcale e il ruolo dell’uomo nella sua funzione di “marito/padre-padrone”, non volendo più accettare alcuna forma di violenza esercitata sulla donna.

I dati Istat nel 2015 riferiscono che il 35% delle donne nel mondo abbiano subito una violenza e la matrice di questa violenza può essere rintracciata proprio nella disuguaglianza dei rapporti tra uomini e donne. Alcune tesi dimostrano che le donne maggiormente istruite o con una migliore posizione sociale tendono a essere ancora più in pericolo poiché questo status può scatenare in alcuni uomini forme di aggressività dettate dalla smentita dello stereotipo, mettendo quindi in crisi la personalità maschile.

Essere sottoposti a violenza produce effetti diversi a seconda del tipo di violenza subìta e della persona che ne è vittima. In un passato recente gli atti di violenza commessi in ambito domestico dall’uomo nei confronti della donna non erano punibili penalmente ed erano anche socialmente giustificati perché considerati faccende private, e quindi fuori dalla valutazione collettiva. Il fatto che oggi questi atti vengano condannati è già indice di un cambiamento della società e fa riflettere sull’evoluzione dei valori di uguaglianza, libertà e autodeterminazione nella relazione tra i generi maschile e femminile.

Non esistono indici che dicano con certezza se una persona è stata vittima di violenza o meno. Credere che il maltrattamento sia connesso a delle manifestazioni legate a varie patologie mentali è sbagliato, perché la diffusione della violenza degli uomini contro le donne esclude che il fenomeno sia da imputarsi a situazioni eccezionali o di devianza. Nessun comportamento messo in atto sulle donne può giustificare la violenza da loro subìta, ed è un dato di fatto che gli episodi di abuso avvengano spesso per motivi futili. Per una donna, subire percosse la espone a elevati livelli di stress e a malattie che si manifestano in attacchi di panico, depressione, disturbi del sonno e dell’alimentazione, alcolismo o abuso di stupefacenti, mentre per altre il modo migliore per fuggire dai maltrattamenti subiti è il suicidio.

Negare o minimizzare sono i principali meccanismi di difesa che appartengono a chi viene in contatto con la violenza; non solo: queste strategie difensive concorrono a creare quella confusione cognitiva che spinge a fare tentativi di uscire dalla relazione violenta che, però, si esauriscono in un rientro nel rapporto di coppia giustificato dall’illusione che l’altra persona possa cambiare. Un cambiamento che però non arriva mai.

Solo quando la vittima riuscirà a non negare e a non minimizzare l’atto di abuso subìto sarà pronta ad affrontare il percorso per riconquistare la libertà sottratta. Riconoscere di essere stata vittima di maltrattamenti è tutt’altro che semplice e molti sono i motivi che rendono difficile il prenderne coscienza. Per una donna, parlare di una situazione di violenza è molto difficile perché implica paura, vergogna o umiliazione, ma il riconoscimento della violenza è un presupposto essenziale e imprescindibile per poter intervenire efficacemente su di essa e compiere un percorso per riconquistare la libertà persa.

Detto questo, forse potremmo andare oltre all’attuale accezione che hanno preso le scarpe rosse, e pensare che questo bellissimo accessorio femminile potrebbe riprendere la sua valenza reale, quello di bellezza e libertà, perchè le scarpe rosse potrebbero essere indossate idealmente da ogni singola donna per compiere il percorso verso la libertà dalla violenza: ogni donna con la sua storia personale, ma tutte con lo scopo di costruire insieme un percorso comune.

Bibliografia:

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Cortona On The Move 2017, il racconto del mondo in Valdichiana

Da sei anni, Cortona trasfigura molte delle sue cornici, molti dei suoi interni rinascimentali e delle sue aree storiche, in sedi di esposizione di quello che è diventato il linguaggio…

Da sei anni, Cortona trasfigura molte delle sue cornici, molti dei suoi interni rinascimentali e delle sue aree storiche, in sedi di esposizione di quello che è diventato il linguaggio principe di narrazione contemporanea: l’immagine fotografica. In sette edizioni infatti il Cortona On The Move è diventato uno dei quattro festival di fotografia internazionale più importanti d’Italia, insieme a Fotografia Europea di Reggio Emilia, Photolux di Lucca, Fotografia Etica di Lodi. Dal 13 al 15 luglio si sono celebrate le inaugurazioni delle nove diverse sedi espositive, nelle quali saranno visitabili, fino al primo ottobre 2017, ventuno mostre d’autore, che toccano cinque continenti, il passato e il presente, dalle estreme aree di povertà al racconto visuale della presidenza di Barack Obama, in una complementarità dinamica di temperature narrative diversissime tra loro.

Il racconto per reporting – che solo banalizzandolo si riduce a mero scatto di cattura del momento, ed è in realtà un complesso risultato di scelte squisitamente stilistiche – è il cardine fotografico che unisce tutte le esperienze presentate al Cortona on the Move 2017, diretto da Arianna Rinaldo. Superospiti di rilievo sono Pete Souza con la sua Obama: An Intimate Potrait, fotografo ufficiale di Barack Obama che ha seguito la lunga esperienza alla casa bianca, Donna Ferrato, fotografa statunitense che raccoglie in American Woman: 40 Years quattro decenni di scatti che testimoniano i cambiamenti del ruolo della donna in America, nonché Matt Black che ha raccolto immagini colte nella Central Valley, nelle comunità con un tasso di povertà superiore al 20 %.

Altra magniloquente opera di collazione fotografica è quella che ha portato Donald Weber ad articolare War Sand: June 6, 1944: D-Day, scandagliando le spiagge dello sbarco in Normandia, comparandole ad analisi forensi, vecchi film hollywoodiani, diorami, telecamere su droni, diari e lettere post-bellici. Justina Mielnikiewicz ha approfondito lo sguardo sui luoghi di confine tra le ex repubbliche sovietiche, consegnando agli spettatori il difficile processo di identificazione tra nazioni del confine orientale dell’Europa. Adam Ferguson ha invece raccontato la realtà afghana, giunta al suo diciassettesimo anno di guerra costante, in cui ogni giorno centinaia di civili vengono feriti e i dislivelli di povertà sono sempre più grandi, attraverso ritratti dei cittadini di Kabul. Evocativa è poi l’esperienza di Louis Cobelo che rende omaggio al cinquantennale dell’uscita di Cent’Anni di Solitudine attraverso il progetto Zurumbàtico.

Dal forte impatto sono anche le mostre di Andrea Frazzetta, che in Danakil land of salt and fire fotografa il popolo nomade degli Afar, nella depressione dancalica, tra paesaggi psichedelici naturali; quella di di Daniel Castro Garcia che in Foreigner racconta – attraverso più tecniche – l’esperienza nei luoghi di maggior affluenza di migranti in Europa; Klaus Pichler che riporta in auge ciò che resta della cultura bohemien nei bar e nelle osterie viennesi in Golden days before the end; Miyuki Okuyama in Dear Japanese racconta l’esperienza dei figli tra soldati giapponesi e donne indonesiane durante la guerra del Pacifico, che ancora subiscono il peso di non aver mai conosciuto i loro genitori biologici; Sandra Mehl ha seguito due sorelle Ilona e Maddalena, di undici e dodici anni, figlie di una povera famiglia, di estrazione proletaria, nel quartiere popolare Gély, di Montpellier.

E poi Antoine Bury, con Outback Mythologies: the white man’s hole, con scatti dall’enclave mineraria di Coober Pedy in New Colorado; Farshid Tighehsaz che con From Labyrinth indaga sulle percezioni delle giovani generazioni in Iran; Terje Abusdal che con Slash&Burn presenta la tradizione sciamanica e animistica nella foresta di Finnskogen, tra Norvegia e Svezia; Silvia Amodio che ne L’Arte del Ritratto fornisce un saggio di approfondimento umano attraverso la fotografia individuale e Francesco Comello che porta le immagini colte nella comunità di Yaroslav, in Russia, in L’Isola della Salvezza.

Molto internazionalismo ma anche grande presenza dei territori cortonesi: in Rinascita, Jessica Backhaus che cerca spunti stilistici contemporanei nelle case leopoldine locali che saranno oggetto di restauro. Punto di partenza, quello del lavoro della Backhaus, del progetto di recupero storico e culturale della Tenuta Granducale di Montecchio, in cui un arboreto di 200 specie di alberi e frutteti secolari, è stato recuperato dall’azienda di erboristeria medica Aboca. Anche Michael Ewert, fotografo tedesco che vive dal 1979 tra Monaco di Baviera e Tecognano, sulle colline cortonesi, ha registrato i cambiamenti del territorio di Cortona negli ultimi decenni in I Giardini Selvatici della Memoria – Tracce di una Vetrina. In più Anna Rinaldo, insieme a Spacenomore, ha portato avanti lungo quest’anno il progetto 36littlegoodthings: a 36 fotografi di guerra internazionali è stato consegnato un rullino da 36 pose, con il quale avrebbero di dovuto fissare 36 momenti di bellezza quotidiana: delle 1296 fotografie, sono state selezionate 36, esposte in Via Nazionale, nel quartier generale di Cortona on the Move. Il Comune di Cortona ha inoltre commissionato “Non Solo Gol”, progetto fotografico di Simone Donati, del collettivo fiorentino TerraProject, raffigurante il lavoro delle cooperative sociali e delle associazioni sportive che si occupano di integrazione sociale e lotta all’emarginazione.

Una pluralità di esperienza tenute insieme dalle splendide cornici cortonesi che accolgono le mostre: la fortezza del Girifalco, il Vecchio Ospedale in Via Maffei, Palazzo Cinaglia in Via Santucci, l’Ex Magazzino delle Carni, Palazzo Mancini Sernini, la Bottega del Comune in via Roma, in esterna il Parco del Parterre e – per la prima volta – il MAEC, il museo dell’accademia etrusca e della città di Cortona che apre al contemporaneo della fotografia.

Un’occasione per trovarsi al centro del mondo, trovare il confronto diretto con esperienze quanto più lontane tra loro e da noi. Questo significa fare cultura e dare consapevolezza: portare il mondo in Valdichiana. Il Cortona On The Move lo fa splendidamente da sei anni.

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Migrazioni e dignità: la mostra itinerante “Humans”

Il tema delle migrazioni internazionali, dei richiedenti asilo che attraversano il Mediterraneo e delle difficili politiche di gestione dei flussi migratori è ormai da molti anni al centro del dibattito…

Il tema delle migrazioni internazionali, dei richiedenti asilo che attraversano il Mediterraneo e delle difficili politiche di gestione dei flussi migratori è ormai da molti anni al centro del dibattito sociale, e anche la nostra redazione ha spesso affrontato questo tema, sempre più presente in un territorio rurale come quello della Valdichiana.

La mostra fotografica “Humans”, inaugurata lo scorso venerdì 23 giugno presso il Palazzo Comunale di Montepulciano, si inserisce perfettamente in questa tematica: è infatti una mostra itinerante, che oltre alla cittadina poliziana verrà ospitata nelle prossime settimane a Chianciano Terme e a Monticchiello, organizzata dal Centro Pari Opportunità dell’Unione dei Comuni della Valdichiana Senese. Le fotografie sono state scattate da Matteo Casilli per l’organizzazione umanitaria Intersos e ritraggono i richiedenti asilo nel centro di accoglienza di Crotone: il loro scopo è quello di sensibilizzare gli spettatori, attraverso immagini di forte impatto emotivo, sui temi dell’immigrazione e della dignità umana.

Il progetto è nato grazie al coinvolgimento del Coordinamento Associazioni Valdichiana per un’Europa senza Muri, che già da molti mesi ha iniziato una proficua collaborazione con Intersos. Il coordinamento è impegnato sui temi dell’accoglienza e dell’integrazione e si avvale del contributo di Legambiente Valdichiana, Amica Donna, ANPI, Croce Verde Chianciano, Auser, Incontriamoci, Teatro Povero di Monticchiello, Libera Università Iris Origo e tante altre. Il punto di contatto è Intersos, l’organizzazione presente in oltre 20 Paesi nel mondo e che porta il suo contributo nei luoghi di emergenza. All’inaugurazione della mostra era presente il responsabile della comunicazione, Giovanni Visone:

“Abbiamo cominciato un percorso di collaborazione con le associazioni locali più di un anno fa, sulla spinta della campagna sull’emergenza profughi in Grecia. Dopo un anno non abbiamo assistito solamente all’innalzamento di muri fisici, come nei balcani, ma si sono rafforzati anche i muri culturali. Forse per la prima volta da quando l’uomo è arrivato a concepire la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e la definizione dello status di rifugiato, quelle conquiste vengono esplicitamente messe in discussione dagli stessi Paesi che le hanno create.”

I valori a cui si ispira Intersos sono proprio quelli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: la difesa della vita e della dignità delle persone, in ogni Paese del mondo. Il progetto fotografico “Humans” nasce proprio da questi valori e dalla necessità di restituire dignità ai migranti, attraverso il ritratto.

“Lo scorso anno la stazione ferroviaria di Crotone ospitava più di 200 rifugiati, accolti in condizioni allucinanti. Grazie allo sguardo puro e libero di Matteo Casilli abbiamo cercato di rimetterli in piedi, e restituire loro la dignità attraverso lo sguardo degli altri. Il mondo ormai è questo, nessuno può più rimanere chiuso nel suo centro, nemmeno in Valdichiana. La sfida che abbiamo di fronte è quella di rafforzare la conoscenza dei problemi dei territori locali, e dall’altra parte avvicinarli a quello che accade nel mondo e nelle zone di conflitto.”

La mostra fotografia è stata fortemente voluta dal Centro Pari Opportunità, a cui partecipano i delegati dei Consigli Comunali di tutti i membri dell’Unione dei Comuni della Valdichiana Senese.

“Questa mostra risponde a un’esigenza nata da tempo, ovvero quella di allargare i temi da trattare in termini di accesso ai servizi alle pari opportunità. – spiega Lorenza Duchini, organizzatrice dell’evento – Il Centro Pari Opportunità, negli scorsi anni, si è concentrato principalmente sulla tematica femminile, grazie al Centro Antiviolenza gestito dall’associazione Amica Donna. Dalle delegate è però scaturita la necessità di lavorare anche su altre tematiche, ad esempio le barriere architettoniche e l’integrazione dei migranti. Dopo aver conosciuto Intersos,abbiamo deciso di fare un passo successivo, proponendo la mostra “Humans” nel nostro territorio, per portare un baluardo di conoscenza rispetto alla tematica delle migrazioni, uscendo dallo schema della contrapposizione rabbiosa dei social network.”

La mostra itinerante ha infatti come obiettivo quello di incontrare pubblici diversi, cambiando allestimento in luoghi gratuiti e fruibili a tutti; dopo Montepulciano sarà la volta di Chianciano Terme e infine a Monticchiello, durante il periodo del Teatro Povero. In questo modo, le immagini dei migranti si confronteranno non soltanto con coloro che hanno più predisposizione ad approfondire tali tematiche, ma anche con il resto della popolazione locale. L’ambizioso obiettivo, infatti, è quello di scardinare gli stereotipi, sensibilizzare e informare sulla vita dei migranti:

“In questo momento i migranti hanno bisogno di attenzione da parte di chi si occupa delle pari opportunità, e infatti abbiamo accolto questo progetto molto volentieri. – commenta Gessica Nisi, presidente del Centro Pari Opportunità – Nel nostro territorio i richiedenti asilo sono una realtà: vengono accolti, ma inseriti in maniera molto marginale, non sono molto integrati nella comunità. Il Centro Pari Opportunità deve quindi lavorare anche in questa direzione, per informare e sensibilizzare.”

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L’Aglione fa bene alla salute e rafforza la Valdichiana

Alla Tenuta della Fratta di Sinalunga si è svolto l’incontro organizzato dell’Associazione per la Tutela e Valorizzazione dell’Aglione in Valdichiana per approfondire e di divulgare le qualità genetiche e nutrizionali…

Alla Tenuta della Fratta di Sinalunga si è svolto l’incontro organizzato dell’Associazione per la Tutela e Valorizzazione dell’Aglione in Valdichiana per approfondire e di divulgare le qualità genetiche e nutrizionali di questa eccellenza agro-alimentare della Valdichiana. 

All’incontro hanno preso parte agronomi e docenti con un conseguente momento di condivisione dell’attività dell’associazione con le amministrazioni locali e le associazioni di categoria dei produttori, che fin da subito sono stati favorevoli al progetto.

Il convegno è inziato con gli interventi della dottoressa e agronoma Luciana Becherini e del professore di scienze dell’alimentazione Pier Luigi Rossi, dove, oltre alle esaurienti relazioni tecniche si sono susseguiti gli interventi dei rappresentanti delle amministrazioni comunali della Valdichiana presenti (Sinalunga, Civitella in Valdichiana, Montepulciano, Cortona, Foiano, Torrita di Siena e Lucignano) dai quali è emerso che, dall’esempio dell’aglione, si possa cogliere la possibilità di una più forte e coesa progettazione d’area vasta, Valdichiana, che non abbia più i tradizionali confini provinciali.

All’incontro è intervenuto anche il dottore Claudio Del Re, direttore dell’Ente Terre Regionali Toscane, sull’importanza di procedere all’inserimento dell’aglione della Valdichiana nei repertori regionali, dei coltivatori custodi e della banca regionale del germoplasma che svolgono la loro attività nell’ambito della rete di conservazione e sicurezza, e le informazioni sul contrassegno regionale per la valorizzazione dei prodotti delle razze e varietà locali toscane a rischio di estinzione tutelate.

Anche la categoria dei produttori , intervenute a conclusione dei lavori, ha manifestato molto interesse all’associazione dell’aglione ma soprattutto al modello e al percorso, nella speranza che il risultato, sia quello atteso, di dare un’ulteriore opportunità agli agricoltori e al territorio.

Ancora molto c’è da fare perché si possa dire che la sfida è vinta, ma l’esperienza dell’aglione è partita con il piede giusto e un ottimo entusiamo dei produttori e degli amministratori, per questo l’associzione è convinta grandi progetti, di area Valdichiana, possano essere messi in campo nell’agricolo, di mobilità sostenibile, di smart city, di turismo, di biodiversità e di valorizzazione territoriale.

Quindi lo scopo dell’associazione, è dunque quello, essere tutti insieme e correre per uno stesso obiettivo renderà anche più facile intercettare risorse pubbliche e private da ridistribuire nel territorio.

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