La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Ambiente

La rigenerazione urbana per riqualificare un territorio – Intervista al prof. Alessandro Bianchi

Per rigenerazione urbana si intende l’evoluzione di un tessuto edificato, non attraverso una serie di demolizioni, ma ricostruendo e dando nuova vita ai vari elementi che costruiscono il tessuto edilizio…

Per rigenerazione urbana si intende l’evoluzione di un tessuto edificato, non attraverso una serie di demolizioni, ma ricostruendo e dando nuova vita ai vari elementi che costruiscono il tessuto edilizio di un territorio.

Negli ultimi anni la rigenerazione urbana ha fatto passi in avanti affermandosi come approccio condiviso per dare alle città non solo un aspetto nuovo e competitivo, rilanciandone l’immagine territoriale a livello estetico, ma dando loro nuovo respiro dal punto di vista culturale, economico e sociale e chiaramente con attenzione agli aspetti  ambientali.

La rigenerazione urbana è un fenomeno suddiviso in tre sequenze: la riqualificazione dei centri storici, che ha avuto inizio durante gli anni ‘70 quando c’è stata una presa di coscienza del valore del tessuto edilizio storico e una voglia di riaffermare la propria identità locale. Il secondo step ha riguardato il recupero delle aree dismesse, che rappresenta un processo ancora in corso in molti centri. Tutto cominciò sul finire degli anni ’80, nel momento in cui cominciò la delocalizzazione delle industrie e di molti altri servizi fino ad allora in prossimità se non all’interno dei centri urbani, come i mercati ortofrutticoli, i macelli o ancora i poli ferroviari. Infine il terzo ciclo prevede in linea di massima la riqualificazione dei quartieri residenziali costruiti nella seconda metà del ’900. Rigenerare quartieri residenziali purtroppo costruiti con criteri di bassa qualità edilizia, architettonica e urbanistica e dare sostegno a politiche di mobilità sostenibile e quant’altro possa servire come attrattore per ripopolare le aree dismesse.

Per affrontare correttamente un intervento di rigenerazione urbana è importante consultarsi con gli enti locali e con gli utenti delle aree soggette a rigenerazione nonché agli operatori che su quelle aree gravitano per vari motivi. Fatto questo, valutati i bisogni e le aspettative degli utenti, le potenzialità di un luogo e la capacità di resilienza di un ambito su cui operare si passa a individuare gli strumenti urbanistico/edilizi, di programmazione economica e sociale, e non solo, utili a procedere alle analisi e quindi alla progettazione.

La rigenerazione è un metodo, non è costituita da regole preconfezionate ma da approcci e analisi dedicati, non è una soluzione immediata ma occorre tempo per apprezzarne i risultati positivi, non esula dalle normativa ma se ne serve in maniera intelligente per raggiungere degli obbiettivi e fornire delle risposte.

Di questo tema ne abbiamo parlato con il professor Alessandro Bianchi, Magnifico Rettore dell’Università Telematica Pegaso, in occasione della sua Lectio Magistralis che si è svolta lo scorso 23 giugno a Montepulciano.

 

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Legge obiettivo ungulati – Gli agricoltori chiedono maggiori tutele contro i danni dei caprioli

All’indomani del via libera, da parte della Regione Toscana, al piano di abbattimento dei caprioli per il territorio della provincia di Siena, l’Unione provinciale agricoltori di Siena ha organizzato una…

All’indomani del via libera, da parte della Regione Toscana, al piano di abbattimento dei caprioli per il territorio della provincia di Siena, l’Unione provinciale agricoltori di Siena ha organizzato una tavola rotonda per fare il punto sugli effetti della Legge Obiettivo dalla sua effettiva applicazione.

All’incontro, che si è svolto a Siena, hanno preso parte il direttore dell’Unione Provinciale Agricoltori di Siena, Gianluca Cavicchioli, il professore dell’Università di Sassari dipartimento di Medicina Veterinaria e membro Cirsemaf, Marco Apollonio, il presidente ATC 3 Siena Nord Roberto Vivarelli, Francesco Rustici presidenza Confederazione Cacciatori Toscani, Silvano Toso vice presidente vicario EPS nazionale e il dottor Paolo Banti dirigente de settore ufficio caccia della Regione Toscana, oltre a molti agricoltori e cacciatori del territorio senese.

Lo scopo della Legge Obiettivo per la gestione degli ungulati in Toscana è quello di ridurre, entro un triennio, i conflitti generati dagli ungulati selvatici rispetto agli habitat che li ospitano. La Legge tende ad aumentare le possibilità di prelievo venatorio anche mediante periodi più ampi nelle aree maggiormente soggette a danni.

Nei 20 mesi di effettiva applicazione della Legge sono stati abbattuti complessivamente 215.575 capi in tutta la Regione Toscana, così suddivisi: 184.774 cinghiali, 27.135 caprioli, 993 cervi, 2456 daini e 217 mufloni. Se da una parte questi dati sembrano confortanti per quanto riguarda gli abbattimenti, dall’altra però aumentano i danni alle colture causati proprio da ungulati e cervidi. La tendenza dei danni ha un andamento molto disomogeneo tra provincia e provincia e infatti quelle che risultano essere maggiormente colpite sono la provincia di Siena e quella di Firenze.

A Siena e provincia, nonostante l’aumento dei piani di prelievo, dei tempi di caccia e l’individuazione, insieme a ISPRA, dei distretti con obiettivi di bassa densità, il numero dei danni è causato maggiormente dai caprioli e nel 2017 i danni, in tutta la Regione, arrivano a sfiorare quasi i 4 milioni di euro.

A farne le spese più grandi sono proprio gli agricoltori che muovono fortissime critiche alla Legge Obiettivo: la popolazione della specie capriolo si sta annualmente incrementando, tantoché nella sola provincia di Siena è arrivata ad oltre 40mila capi. Nelle riserve naturali, ed in generale nelle zone a divieto di caccia, non è stato di fatto effettuata alcuna apprezzabile attività di contenimento e tutto ciò accresce i rischi di incolumità per i cittadini, i danni alle specie vegetali, alle altre specie selvatiche, all’incrementare della presenza della specie lupo e all’utilizzo delle recinzione alle colture agricole.

In base a ciò, gli agricoltori a gran voce chiedono l’applicazione dell’articolo 37 anche per i caprioli, in quanto l’attuale pratica termina il 15 marzo e riprende i 1 di giugno, ma in questo intervallo si concentrano i maggiori danni alle colture. Armonizzare gli interventi su tutto il territorio al fine di ottimizzare e non vanificare i positivi risultati ottenuti; intervenire sulle riserve naturali, ovvero coordinare le azioni da effettuare nel territorio libero, cambiare la legge 157/92 che riguarda la fauna selvatica in modo che l’attività venatoria non sia più in contrasto con la conservazione della fauna. Rivedere il decreto dei minimis, cioè se c’è un danno, gli agricoltori richiedono di essere indennizzati al 100%, invece il decreto stabilisce un tetto massimo di risarcimento in 15mila euro suddiviso in 3 anni comprensivi anche di altre provvidenze come sgravi, contributi e aiuti di credito. Infine gli agricoltori chiedono soluzioni alternative alla recinzione, in quanto contrari perché rovinano il paesaggio.

Dal canto suo la Regione Toscana, nei giorni scorsi, ha dato il via libera al piano di controllo dei caprioli in cinque zone di ripopolamento e cattura della provincia di Siena gestite dall’ATC Siena nord. Il piano di controllo prevede un prelievo complessivo di 206 capi e a seconda dell’esito del risultato verrà valutato se gli interventi potranno essere ripetuti o estesi ad altre zone di ripopolamento e cattura.

Per quanto riguarda gli altri punti messi sul banco, nel report della Regione Toscana emerge che per quanto riguarda il cinghiale, nelle aree non vocate, la caccia di selezione nel 2017 ha portato al prelievo di 8.445 capi, con un incremento dell’84,4% rispetto ai 4.581 capi del 2016. Anche il prelievo del cinghiale in “controllo”  nel 2017 è aumentato: sono stati prelevati 13.569 capi, rispetto ai 9.927 capi del periodo giugno-dicembre 2016, mentre nelle aree vocate, invece, si è registrato l’abbattimento di 60.976 cinghiali, con un calo del 19.6% rispetto ai 75.863 capi prelevati nel 2016. Complessivamente i cinghiali prelevati in Toscana nel 2017 sono stati 87.684, contro i 97.090 del 2016 e 79.330 del 2015.

Per il Capriolo, non sembra esserci stato un reale incremento dei prelievi a seguito dell’applicazione delle Legge Obbiettivo: i numeri dei capi abbattuti restano stabili così come la consistenza della specie, che nel 2017 è stata stimata in 182.575 capi, di cui 148.689 nelle aree vocate alla specie e 33.877 capi nelle aree non vocate. Dai dati parziali presentati nel report, i Caprioli abbattuti nelle aree non vocate nell’annata venatoria 2017-18 risultano essere 8.281, rispetto ad un piano complessivo di prelievo pari a 35.693 capi.

Infine la Regione Toscana, alla luce dei fatti, spiega le problematiche causate dagli ungulati sono ancora presenti ed è quindi necessario intervenire ancora in modo più efficace specialmente sulle altre specie come il capriolo e al di là delle norme e dei provvedimenti, l’elemento più importante per cercare di attenuare un fenomeno in atto da oltre 10 anni è che ogni soggetto interessato lavori per una gestione comune e condivisa del territorio.

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Dalla Valdichiana a Cambridge per un’edilizia più sostenibile: intervista a Giacomo Torelli

Innanzitutto, la presentazione: chi sei? Sono nato in Valdichiana, ad Acquaviva di Montepulciano per la precisione, dove ho le mie radici, gli amici di una vita e la mia famiglia….

Innanzitutto, la presentazione: chi sei?

Sono nato in Valdichiana, ad Acquaviva di Montepulciano per la precisione, dove ho le mie radici, gli amici di una vita e la mia famiglia. Sono cresciuto tra un picio al sugo e un bicchiere di vino, come tutti gli abitanti di questa terra meravigliosa. Ho frequentato il Liceo Scientifico di Montepulciano; in quel periodo ho trascorso molto più tempo a giocare a calcio, ascoltare musica e suonare la batteria che a studiare. Penso che quella del liceo sia stata una delle fasi che hanno formato di più la mia personalità: si entra da adolescenti e se ne esce di fatto adulti, passando attraverso la scoperta di sé stessi, dei propri interessi e soprattutto del nostro rapporto con gli altri. Sono ancora fortemente legato alla Valdichiana, ai suoi abitanti ed alle sue manifestazioni, prima fra tutte il Live Rock Festival di Acquaviva, al quale cerco di dare ancora un piccolo contributo attivo ogni anno pianificando le mie ferie in anticipo.

Qual è stato il percorso che ti ha portato dalla Valdichiana a Cambridge?

Il percorso che mi ha portato dalla Valdichiana a Cambridge passa per tre città: Firenze, Londra e Manchester.

Ho conseguito una laurea triennale ed una laurea magistrale in Ingegneria Civile presso l’Università di Firenze, dove è nata la mia passione per la ricerca. Durante gli studi magistrali ho avuto la fantastica opportunità di studiare il comportamento sismico di edifici storici monumentali quali il Battistero di Firenze e la torre Cagnanesi a San Gimignano, in collaborazione con il dipartimento di Ingegneria dello UCL (University College London). Questa collaborazione mi ha permesso di lavorare alcuni mesi come ricercatore a Londra, dove il mio interesse per il mondo dei materiali e della ricerca in ingegneria strutturale si è invigorito ancor più.

A poche settimane dalla laurea magistrale sono partito per Manchester, dove ho ottenuto un dottorato in strutture dedicandomi al comportamento termomeccanico di centrali nucleari in calcestruzzo armato soggette a condizioni estreme. Durante gli ultimi due anni di dottorato a Manchester ho anche insegnato come docente del corso di Modellazione Parametrica di Strutture all’interno del corso di laurea triennale in Ingegneria Civile.

Tutto ciò mi ha portato, lo scorso novembre, a ad iniziare a lavorare all’Università di Cambridge come ricercatore associato.

Di cosa tratta il tuo progetto e come è nato?

Il progetto a cui lavoro, recentemente finanziato per circa 1.5 milioni di euro dall’ente pubblico EPSRC (Engineering and Physical Sciences Research Council), nasce da una delle più grandi sfide che ci troviamo ad affrontare ai giorni nostri: il contenimento della minaccia del riscaldamento globale. L’idea fondamentale della ricerca è contribuire alla lotta al riscaldamento globale minimizzando l’uso del cemento su scala mondiale.

Il calcestruzzo è un materiale straordinario ed indispensabile per l’umanità, con un consumo mondiale stimato superiore ai 20 miliardi di tonnellate ed in continua crescita. In altri termini, è la sostanza più utilizzata al mondo dopo l’acqua. È un materiale composito formato prevalentemente da particelle di sabbia e ghiaia tenute insieme da un legante, la cosiddetta pasta di cemento, composta a sua volta da cemento ed acqua. Il cemento è quindi l’ingrediente chiave del calcestruzzo che vediamo pressoché ovunque intorno a noi.
A livello globale, la produzione industriale di cemento è responsabile del 7-8% delle emissioni di CO2 (diossido di carbonio) connesse ad attività umane, ovvero un’enorme porzione delle emissioni totali. Essendo le emissioni di CO2 la causa principale del riscaldamento globale, ridurre l’uso di cemento a scala mondiale rappresenta un’assoluta priorità ambientale, un’incredibile opportunità per contenere il pericolo di surriscaldamento del nostro pianeta. Il progetto si basa sull’idea di sviluppare tecniche volte alla minimizzazione dell’uso del cemento su due diverse scale: quella materiale e quella strutturale.

Ridurre l’uso di cemento a scala materiale significa progettare delle “ricette” di calcestruzzo che consentano di ottenere un materiale di alta qualità pur riducendo il quantitativo di cemento nell’impasto. In particolare, cerchiamo di minimizzare in maniera sostanziale il contenuto in cemento mantenendo inalterate quelle proprietà che fanno del calcestruzzo un materiale unico: resistenza, inerzia termica e durabilità nel tempo. Tutte queste proprietà sono strettamente connesse al rapporto tra i quattro ingredienti principali, nonché alla presenza di specifici additivi organici che, introdotti in piccole quantità nel mix, modificano le prestazioni del prodotto finale. La natura composita del calcestruzzo e la molteplicità dei processi chimici e fisici che hanno luogo nell’impasto durante la fase di indurimento del materiale, fanno del rapporto tra ricetta e prestazioni un dilemma tanto complesso quanto affascinante. Il nostro approccio al problema si basa su analisi di carattere multidisciplinare che spaziano dallo studio dei processi chimici che avvengono nella fase di indurimento del calcestruzzo, a quello dei fenomeni di danneggiamento meccanico e diffusione di umidità e calore all’interno del materiale indurito.

In parallelo, lavoriamo allo sviluppo di tecnologie volte alla riduzione dell’uso di calcestruzzo, e quindi di cemento, a livello strutturale. Ossia, cerchiamo di formulare nuovi metodi di progettazione strutturale che consentano di minimizzare il volume totale di calcestruzzo impiegato in strutture quali travature di ponti ed edifici civili, mantenendo inalterate le prestazioni delle strutture stesse. Il problema principale degli attuali metodi di progettazione, riportati nelle norme tecniche attuali ed utilizzati dagli ingegneri strutturali di tutto il mondo, risiede nella pressoché assenza del concetto di progettazione strutturale sostenibile. Le pratiche progettuali attuali hanno infatti come unico obiettivo quello di garantire la resistenza, e quindi la sicurezza, di elementi strutturali quali travi, pilasti, solai e pareti in calcestruzzo: trascurano la necessità di minimizzare l’uso di calcestruzzo. Nel nostro dipartimento sperimentiamo metodi che consentano di ottimizzare la geometria degli elementi strutturali, sfruttando a fondo le caratteristiche intrinseche del calcestruzzo e utilizzandolo solo dove strettamente necessario. Concettualmente, è un’arte simile a quella della scultura: si toglie materia nelle zone in cui la sua presenza è superflua, dove non porta alcun tipo di beneficio.

Qual è l’impatto ambientale del cemento comunemente usato nelle costruzioni edilizie?

Un dato che non lascia spazio ad interpretazioni è il seguente: per produrre di 1000 chilogrammi di cemento Portland, il cemento comunemente usato nelle costruzioni edilizie, si immettono in atmosfera 913 chilogrammi di CO2.

L’origine di queste emissioni risiede nelle metodologie produttive. In particolare le emissioni totali possono essere scomposte in due contributi di entità paragonabile:

• Le emissioni indirette, connesse ai consumi energetici di estrazione, trasporto e lavorazione delle materie prime.
• Le emissioni dirette, dovute alla al rilascio chimico di CO2 da parte delle materie prime in fase di “cottura”.

La polvere grigia che chiamiamo cemento è ottenuta in stabilimenti industriali partendo da materie prime naturali: rocce calcaree ed argillose. Una volta estratte dalla cava e trasportate in stabilimento, calcare ed argilla vengono macinati finemente e cotti fino a temperature di 1350-1400°C. La fase di cottura ha il fine di innescare reazioni chimiche che conferiscono al materiale la proprietà di “legante”, ovvero la capacità di indurire se combinato con acqua, e rilasciano CO2. Il prodotto della cottura viene poi ulteriormente macinato e miscelato a piccole quantità di agenti secondari per ottenere polvere di cemento.

Pertanto la produzione industriale di cemento ed il suo impiego per la realizzazione di elementi strutturali in calcestruzzo possono essere visti come un processo di rimodellazione artificiale di materiali rocciosi presenti in natura. Questo processo può essere realizzato solo a fronte in un significativo impatto ambientale.

In che modo si può minimizzare l’impatto ambientale dell’edilizia?

Progettisti, committenti e urbanisti hanno a disposizione una moltitudine di strumenti per rendere i nostri edifici, le nostre infrastrutture ed i nostri agglomerati urbani più sostenibili, ovvero in grado di essere realizzati, fruiti e rigenerati senza pregiudicare l’uso delle risorse del territorio alle prossime generazioni.

Attualmente, il tema centrale e preminente è quello del contenimento delle emissioni di CO2 legate ad ognuna delle fasi che compongono il ciclo di vita dell’edificio: costruzione, uso e dismissione. Negli scorsi decenni ci si è prevalentemente concentrati sulla riduzione delle emissioni connesse alla fase di uso dell’edificio, ovvero quelle associate all’energia utilizzata per il riscaldamento, il condizionamento e l’illuminamento dell’edificio stesso. Ciò ha portato allo sviluppo di tecnologie rinnovabili all’avanguardia, tecniche di isolamento termico super efficienti e componenti impiantistici ad alte prestazioni che permettono di abbattere considerevolmente le emissioni in fase d’uso. D’altra parte, credo che ci sia ancora molta strada da fare per quanto riguarda le emissioni connesse alle fasi di costruzione e dismissione dell’edificio. Tali emissioni rappresentano ad oggi il 30-40% delle emissioni globali e, in virtù del continuo perfezionamento delle tecniche di efficientemente energetico, si prevede possano presto diventare il contributo più significativo delle emissioni totali. È in questo contesto, ed in particolare in quello delle emissioni legate alla fase di costruzione di edifici in calcestruzzo, che si inserisce il progetto di ricerca a cui lavoro a Cambridge.

Un altro grande tema e quello della crescita urbanistica. Una delle piaghe maggiori dei tempi odierni è lo sviluppo incontrollato, “a macchia d’olio”, delle nostre periferie urbane. La continua migrazione verso la città fa sì che queste si espandano consumando, progressivamente, sempre più terreno vergine, in maniera del tutto insostenibile. In Europa abbiamo eccellenti esempi di risposta a questa tendenza. Londra, ad esempio, si è dotata di una cintura verde, la cosiddetta “Green Belt”, oltre la quale ha deciso di non espandersi, e continua a rigenerarsi su sé stessa, andando a riqualificare le sue aree degradate e dismesse e completandosi dall’interno. È un’idea di una crescita per implosione, anziché per esplosione, che ha portato e sta portando ad uno sviluppo organico e sostenibile della città.

Quanto è importante intervenire al fine di rendere il settore edilizio più sostenibile?

È una questione morale ed etica: l’idea che i cambiamenti climatici e le risorse del pianeta che lasceremo ai nostri figli e nipoti dipenderanno da noi dovrebbe farci riflettere. In questo senso, il settore edilizio ha un’enorme responsabilità. Pensiamo ad esempio al riscaldamento globale. Per causa nostra, il mondo si sta riscaldando ad una velocità allarmante. Se non cambieremo il nostro comportamento il surriscaldamento potrebbe portare a conseguenze gravissime come scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento del livello dei mari, l’inondazione di città costiere, l’inaridimento delle foreste, l’estinzione di specie animali e l’aumento di eventi climatici estremi. Purtroppo è impossibile sapere con certezza come cambierà il clima nel futuro, ma possiamo prospettare un ventaglio di possibilità. Le attuali proiezioni vedono le temperature del nostro pianeta aumentare di un valore compreso tra 2°C e 6°C nei prossimi 100 anni. In altri termini, lo scenario può variare da grave, ma sotto controllo, a catastrofico, e l’effettiva evoluzione del sistema Terra dipenderà in maniera sostanziale da come ci comporteremo nei prossimi decenni.


Fonti:

http://gtr.rcuk.ac.uk/projects?ref=EP%2FN017668%2F1
Giacomo Torelli

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Agricoltura di precisione, maggiori controlli e più previsione nelle colture

Branded content a cura di Valdichiana Media e Università Telematica Pegaso – Sede di Montepulciano Se l’agricoltura 4.0 è la nuova frontiera dell’agricoltura che impiega sul campo tecnologie ed internet…

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Se l’agricoltura 4.0 è la nuova frontiera dell’agricoltura che impiega sul campo tecnologie ed internet per la condivisione di dati e di informazioni non solo tra macchine, ma anche fra operatori diversi della filiera, l’agricoltura di precisione è un sistema integrato di metodologie e tecnologie progettate per aumentare la produzione vegetale, la qualità e la produttività di un’azienda agricola.

Andando sul pratico: nell’agricoltura tradizionale un coltivatore deve in qualche modo presumere o indovinare sulla base della sua esperienza le necessità delle colture: quanta acqua, quanto concime, quali attacchi parassitari, mentre nell’agricoltura di precisione è una gestione “precisa” delle attività di coltivazione, come per esempio l’irrigazione e la fertilizzazione, e sulle metodologie di elaborazione spaziale che costituiscono la base per una programmazione di interventi in campo mirati e localizzati, rendendo il processo produttivo sostenibile in termini economici che ambientali.

Le tecnologie utilizzate maggiormente per il rilevamento sono i droni e i sensori geoelettrici e radiometrici, ma anche aerei, satelliti, GPS, mentre per il monitoraggio e la mappatura subentrano macchine operatrici basate sulla tecnologia a rateo variabile, che sono in grado di gestire in modo differente varie porzioni dello stesso terreno sulla base di input georiferiti.

In Italia l’agricoltura di precisione si usa principalmente nei vigneti, noccioleti, colture di cereali, pomodori e risaie, ma è negli Stati Uniti che questa nuova frontiera è arrivata negli anni 90 a beneficio delle grandi estensioni colturali di cotone e mais. L’agricoltura di precisione può offrire diversi benefici in molteplici campi: dalla produzione, con l’aumento dell’efficienza, alla tutela dell’ambiente.

I benefici che può offrire questo tipo di agricoltura sono molteplici e possono spaziare in diversi campi, dalla produzione, con l’aumento dell’efficienza, alla tutela dell’ambiente grazie alla riduzione di input chimici. Può anche avere benefici effetti sulla cosiddetta filiera, grazie al miglioramento della qualità, e portare vantaggi economici in termini di risparmio.

Per capire ancora meglio quali sono i vantaggi che questa nuova frontiera dell’agricoltura può apportare a tutto il settore abbiamo intervistato l’agronomo Giuseppe Cillo che ha approfondito gli studi in questo campo per fornire risposte concrete in termini di maggiore sostenibilità sociale, ambientale ma soprattutto dare maggiore dignità ai veri protagonisti: gli agricoltori che sono alle prese con innumerevoli criticità legate non solo ai mercati ma anche agli effetti dei cambiamenti climatici.


Sitografia

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L’agricoltura diventa “Smart” – Intervista all’ingegnere Francesco Cariello

Branded content a cura di Valdichiana Media e Università Telematica Pegaso – Sede di Montepulciano L’agricoltura 4.0 (smart o digital) è la nuova frontiera dell’agricoltura che impiega sul campo tecnologie…

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L’agricoltura 4.0 (smart o digital) è la nuova frontiera dell’agricoltura che impiega sul campo tecnologie ed internet per la condivisione di dati e di informazioni non solo tra macchine, ma anche fra operatori diversi della filiera.

Ma andiamo sul pratico. Quando parliamo di agricoltura 4.0 parliamo di sensori posizionati a bordo delle macchine agricole, ma anche droni capaci di monitorare in tempo reale i campi da coltivare o, ancora, etichette “Smart” per migliorare la tracciabilita dei prodotti. Sono queste le tecnologie capaci di generare e mettere in rete un grande numero di dati, tecnologie che stanno segnando una nuova frontiera dopo quella avviata negli anni ‘90 con l’agricoltura di precisione.

L’agricoltura 4.0 in Italia vale 100 milioni di euro ma la diffusione di soluzioni ‘smart agrifood’ è ancora limitata e oggi meno dell’1% della superficie coltivata complessiva è gestito con questi sistemi. Molte piccole e medie imprese italiane si stanno attivando nella trasformazione digitale dell’agroalimentare, ma una forte spinta innovativa proviene dalle nuove imprese: dal 2011 a oggi sono nate 481 startup internazionali, di cui 60 italiane (pari al 12%0). E’ quanto emerge dalla ricerca dell’Osservatorio ‘Smart AgriFood‘ della School of Management del Politecnico di Milano e del laboratorio Rise dell’Università di Brescia.

I benefici che può portare questa nuova tecnologia vanno dall’analisi incrociata di fattori ambientali, climatici e colturali che consentono di stabilire il fabbisogno irriguo e nutritivo delle coltivazioni, prevenire patologie, identificare infestanti prima che proliferino; di conseguenza è possibile intervenire in modo mirato, risparmiando risorse materiali e temporali ed effettuando interventi più efficaci, che incidono positivamente sulla qualità del prodotto finito.

Il beneficio è quindi sia qualitativo sia quantitativo: si pensi, da un lato, ad aziende agricole che hanno ottenuto un risparmio sugli input produttivi del 30% con il 20% di produzione in più, e dall’altro, ad aziende che hanno ottenuto prodotti di maggiore qualità senza alcun residuo di sostanze chimiche. Inoltre grazie a tali tecnologie è infatti possibile stabilire il momento più opportuno per la raccolta e gestirla, se necessario, in più fasi, in modo da cogliere il prodotto nel momento più indicato a seconda dell’utilizzo che ne verrà fatto lungo la filiera. Ed è proprio sfruttando tali dati lungo la filiera che si coglie il maggior valore dell’Agricoltura 4.0: è possibile tracciare e certificare prodotti dal campo fino all’industria di trasformazione, costituire filiere corte, ottenere prodotti di massima qualità e creare efficienza non solo nei processi produttivi, ma anche in quelli di scambio merci e informazioni tra i vari attori della value chain.

Per capire meglio quali saranno gli scenari che si apriranno con l’introduzione più massiccia dell’agricoltura 4.0, abbiamo intervistato Francesco Cariello, pugliese, ingegnere gestionale con esperienza in manutenzione ed assistenza tecnica su prodotti ad alta tecnologia nel settore Oil&Gas e che ha preso parte alla tavola rotonda “VINUM NOSTRUM: VITICOLTURA 4.0“ organizzata nell’ambito dell’anteprima del Vino Nobile di Montepulciano all’enoliteca del consorzio del Vino Nobile.

 

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Raccolta differenziata: Organico

Il nostro appuntamento mensile con la raccolta differenziata oggi ci porta a parlare dei rifiuti organici, ovvero tutte quelle sostanze che hanno origine vegetale o animale e sono generalmente residui di…

Il nostro appuntamento mensile con la raccolta differenziata oggi ci porta a parlare dei rifiuti organici, ovvero tutte quelle sostanze che hanno origine vegetale o animale e sono generalmente residui di cucina, e che in media rappresentano circa un terzo dei rifiuti solidi urbani.

Il fatto di essere materia organica li rende soggetti a decomposizione, fermentazione e percolazione nelle discariche: questo fa sì che debbano essere trattati in modo particolare, diverso rispetto ai rifiuti inorganici. Oltretutto, il loro incenerimento può causare emissioni nocive, oltre ad essere molto dispendioso e quindi non sostenibile.

Per questo motivo, il modo migliore di riciclare i rifiuti organici è quello di trasformarli in compost o in altre preziose risorse derivate (bioidrogeno, biometano, energia elettrica e fertilizzanti). Tuttavia, non tutte le sostanze organiche sono adatte al compostaggio, anzi, alcune possono addirittura impedire il processo di trasformazione. Bisogna quindi escludere dalla raccolta organica qualsiasi rifiuto che potrebbe impedirne il corretto smaltimento: liquidi, metalli, vetro, porcellane, medicine, garze, assorbenti e pannolini.

SEI Toscana ci dice cosa va e cosa non va considerato rifiuto organico (queste informazioni sono riportate anche sui cassonetti stessi):

SI
Scarti alimentari
Alimenti deteriorati
Piccoli ossi e lische di pesce
Gusci d’uovo, di crostacei e di frutta secca
Farine
Fondi di tè o caffè
Fiori ed erba secca
Fogliame e piccole potature
Paglia
Segatura
Ceneri di legna fredde
Stoviglie, shopper e altro materiale in MaterBi o biodegradabile
Pannolini e altri rifiuti compostabili (ai sensi della norma UNI EN 13432)
Tappi di sughero (attenzione ai tappi sintetici in silicone)
Lettiere di animali domestici compostabili

NO
Ossi di grandi dimensioni
Legname verniciato o trattato
Oggetti in tessuto o pelle
Lettiere di animali domestici
Pannolini non compostabili
Oli vegetali
Inerti

Un discorso chiarificatore va fatto sulle potature del giardino. Le piccole potature, le foglie secche, i ramoscelli ed il legno tagliato in piccoli pezzi si raccolgono nei contenitori per i rifiuti organici, ma se si potano alberi e siepi allora no: è necessario raccogliere il materiale negli appositi sacchi e portarlo in discarica. La potatura di una singola siepe può riempire tutto un cassonetto, causando disagi agli altri cittadini.

Le ceneri del camino si gettano nei contenitori dei rifiuti organici solo quando si sono raffreddate (dopo almeno 48 ore). Altrimenti si può, infatti, innescare un nuovo processo di combustione ed il cassonetto può prendere fuoco.

C’è molta confusione riguardo al tipo di sacchetto che andrebbe usato per la raccolta dell’organico. Alcuni comuni forniscono sacchetti in plastica che verranno poi rimossi da appositi macchinari, ma in realtà queste sarebbero vietate per legge. I materiali plastici conferiti nella frazione organica dei rifiuti sono un grave problema: per rimuoverli e garantire il rispetto degli standard qualitativi del compost, servono interventi di raffinazione impegnativi dal punto di vista energetico e costosi per gli ingenti quantitativi di scarti prodotti.

Le buste più adatte per un corretto trattamento dell’organico restano quelle biodegradabili e compostabili (certificati a norma Uni En 13432 in carta o in bioplastica). Per riconoscerli, basta accertarsi che riporti le scritte “biodegradabile e compostabile”, quella dello standard europeo Uni En 13432:2002, e il marchio di un ente come il CIC (Consorzio Italiano Compostatori).

Il compostaggio dei rifiuti organici si può fare direttamente a casa, ma è importante seguire le regolamentazioni comunali (che si trovano sui siti web delle amministrazioni o si possono richiedere per via telefonica). Alcuni comuni forniscono le compostiere in comodato gratuito e garantiscono uno sconto sulla TARI ai privati che effettuano il compostaggio dei propri rifiuti organici. Online si trovano delle guide pratiche per valutarne i vantaggi e gli svantaggi.

Le modalità di raccolta dei rifiuti possono variare da zona a zona. Per questo, il CIC ha messo a nostra disposizione un elenco di consigli per riciclare correttamente l’organico:

Usare un contenitore aerato
Per evitare cattivi odori è necessario usare un sacchetto compostabile con un contenitore areato e traforato, per evitare condensa, ridurre il volume, il peso e gli odori del rifiuto.

Disporre dell’umido nel modo corretto
I rifiuti organici vanno sgocciolati e spezzettati se voluminosi (non schiacciati) prima di essere buttati.

Produrre meno rifiuti
Per evitare di produrre rifiuti in eccesso, in estate bisogna fare particolarmente attenzione al cibo: il caldo può accelerarne il deterioramento. Si consiglia di mettere gli alimenti che vanno conservati a temperatura ambiente in luoghi freschi e al riparo dal sole.

Evitare gli sprechi in cucina
Stesso discorso per gli avanzi: prima di gettarli nell’umido meglio chiedersi come riutilizzarli.

Informarsi sulle modalità di raccolta quando si va in vacanza
Spostandosi dalla località di residenza a quella di villeggiatura, possono variare le modalità di raccolta dei rifiuti. In questo caso è utile informarsi dal locatore o contattare il comune o l’azienda di igiene urbana locale per essere informati sulle modalità di raccolta o sui giorni di passaggio dei mezzi.

Imparare ad usare il compost
Il compost può essere utilizzato nell’orto, per una concimazione di fondo che favorisca un buon nutrimento per le piante. Le dosi consigliate dal Cic sono di 2/3 kg a mq: è necessario distribuire il compost sul terreno e interrarlo con una vanga nei primi 10-15 cm. Può essere impiegato anche come fertilizzante per piantare alberi e arbusti nonché per la pacciamatura: permette il controllo della crescita delle erbe infestanti, favorisce il mantenimento di una giusta umidità del terreno e il reintegro di sostanza organica.

Disporre correttamente dei nostri rifiuti ci aiuta a risparmiare e a tutelare l’ambiente, e anche se all’inizio ci si può trovare in difficoltà, la pratica e l’impegno ci permettono di far diventare queste abitudini virtuose una routine da portare avanti senza fatica.

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Raccolta differenziata: RAEE (Rifiuti Elettrici ed Elettronici)

I dispositivi tecnologici sono sempre più una parte integrante della nostra quotidianità: alle lampadine e agli elettrodomestici si sono andati ad aggiungere smartphone, tablet, batterie portatili e tantissimi altri oggetti…

I dispositivi tecnologici sono sempre più una parte integrante della nostra quotidianità: alle lampadine e agli elettrodomestici si sono andati ad aggiungere smartphone, tablet, batterie portatili e tantissimi altri oggetti tecnologici che semplificano la nostra vita.

Ma, prima o poi, anche loro finiscono in discarica. Perché si rompono o perché diventano obsoleti (spesso per via di un’obsolescenza programmata), ma siamo costretti a buttarli. Questi oggetti rientrano nella categoria cosiddetta RAEE, Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche. Si tratta di un rifiuto speciale, che va assolutamente portato nei centri di raccolta e disposto nella maniera corretta, in quanto altamente inquinante.

Da una parte, i RAEE sono un’importante risorsa, perché contengono importanti materie prime come il ferro, il rame, l’alluminio e la plastica, e in piccola parte oro, palladio, cobalto o grafite. Ricavare queste materie prime dai RAEE consente di risparmiare energia e implica meno sprechi rispetto all’estrazione delle stesse dalle miniere.
La raccolta differenziata dei RAEE permette quindi di effettuarne il riciclo, cioè di farli tornare a essere materie prime: è una grande opportunità, che – soprattutto in un Paese povero di risorse naturali come l’Italia – non può più essere ignorata o sottovalutata.

Una piastra abbandonata presso dei cassonetti in Valdichiana

Quello che rende i RAEE un rifiuto speciale è il loro potenziale inquinante. I gas e le polveri fluorescenti, i condensatori, il mercurio contenuti in molti apparecchi elettrici o elettronici, se dispersi nell’ambiente, sono altamente tossici e dannosi per l’ambiente e di conseguenza per la salute dell’uomo.

Le conseguenze dell’esposizione ai RAEE sulla salute umana sono più gravi nei bambini, perché le sostanze chimiche in essi contenute vanno a interferire con lo sviluppo degli organi e del sistema nervoso. Alcune condizioni derivate dall’esposizione prolungata ai RAEE includono problemi psichiatrici, complicazioni della gravidanza (aborto, nascita prematura, sottosviluppo fisico del neonato), disfunzioni della tiroide, del sistema riproduttivo, della crescita, danni a livello del DNA, disfunzioni polmonari e del funzionamento stesso delle cellule.

Sostanze pericolose sono ad esempio il piombo, il cadmio, cromo, il ritardante di fiamma bromurato (PCB). Il rischio di intossicazione nasce dall’inalazione di fumi tossici (dovuti per esempio alla combustione di componenti elettriche) e dall’accumulo di queste sostanze chimiche nel suolo, nell’acqua e quindi nel cibo.

I RAEE si distinguono in queste categorie:

R1 – tutto quello che ha a che fare con il raffreddamento o il clima: frigoriferi, condizionatori, congelatori
R2 – ferro bianco: forni, lavastoviglie, lavatrici, cappe
R3 – televisori e monitor
R4 – piccoli elettrodomestici (phon, ferri da stiro), piccoli dispositivi elettronici, informatica, corpi lampada
R5 – lampadine e sorgenti luminose

I RAEE R1 (frigoriferi), R3 (televisori) e R5 (lampadine) sono considerati dalla normativa vigente rifiuti pericolosi, perché sono quelli a maggior impatto ambientale. Una gestione di questi rifiuti pericolosi non conforme a quanto previsto dalla normativa è considerato un reato penale.

La quantità di RAEE che ogni cittadino italiano butta via ogni anno è di quasi 13kg a testa, per un totale di circa 800.000 tonnellate all’anno. Non è un dato positivo, se pensiamo che l’Unione Europea ha fissato come obiettivo quello di raggiungere i 10kg per abitante entro il 2019.

Quest’anno, la quantità di RAEE raccolti e riciclati è aumentata del 14%, ma ancora in 40 province italiane non si riescono a superare i 4kg per abitante (che era l’obiettivo prefissato per il 2015). Le uniche province italiane che superano i target degli anni 2015 e 2016 ( di 7,5 kg pro capite) sono Olbia-Tempio, Como, Aosta e Sassari.

Guardando nelle specifico alla nostra regione, la Toscana ha percentuali medie di raccolta differenziata di RAEE sopra alla media nazionale: nel 2015 si è attestata a 5,67 kg abitante. A livello provinciale, sopra ai 6 kg abitante, troviamo:
– Lucca (6,37)
– Firenze (6,32)
– Pisa (6,27)
– Siena (6,18)
– Grosseto (6,1)

È evidente che come cittadini c’è molto di più che possiamo fare per cercare di gestire al meglio i nostri rifiuti elettronici. È importante che le amministrazioni implementino sul territorio le politiche nazionali ed europee per il raggiungimento degli obiettivi prefissati, che investano in infrastrutture dedicate e adeguate, e che rendano più accessibile la raccolta per i cittadini. I singoli privati, però, hanno la responsabilità ad esempio di non abbandonare queste apparecchiature nei pressi dei cassonetti (o gettarle nei campi, come purtroppo spesso succede). Non solo, è anche loro dovere quello di opporsi all’inciviltà dei loro concittadini pretendendo comportamenti a norma di legge a tutela della propria salute, di quella dei propri cari e del decoro urbano.

Cittadinanzattiva mette a disposizione una guida per conoscere i RAEE e imparare a smaltirli correttamente: SCARICALA QUI

Nelle province di Arezzo e Siena esiste il programma RAEE@scuola, il progetto nazionale fortemente voluto dall’amministrazione comunale e supportato da SEI Toscanana promosso dall’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI) insieme al Centro di Coordinamento RAEE (CdC RAEE), con il supporto operativo di Ancitel Energia & Ambiente e con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente. Il suo scopo è quello di educare i bambini alla gestione dei rifiuti tecnologici.

Testimonial del progetto è il comico Baz, con cui è stato realizzato questo video esplicativo:


Fonti:
WHO
The Lancet
Cittadinanzattiva
Sei Toscana
ARPAT

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Raccolta differenziata: l’Olio Esausto

Alla bontà delle fritture è difficile resistere, così come amiamo condire le nostre insalate con del buon olio d’oliva (magari della Valdichiana). L’olio è un ottimo alimento, specialmente se di…

Alla bontà delle fritture è difficile resistere, così come amiamo condire le nostre insalate con del buon olio d’oliva (magari della Valdichiana). L’olio è un ottimo alimento, specialmente se di alta qualità, ma molto spesso dopo averlo usato per cucinare i nostri manicaretti non ci preoccupiamo troppo di dove va a finire. Moltissime persone, ancora oggi, lo gettano nel lavandino: niente di più sbagliato! Come andremo a vedere, versare l’olio esausto o i grassi animali liquidi nel sistema fognario può creare una serie di problemi molto gravi, che impattano sia l’economia dei nostri paesi che l’ambiente.

L’olio esausto è un agente molto inquinante: è capace, disperso nel suolo, di impedire l’assunzione delle sostanze nutritive da parte della flora e, rientrando nella catena alimentare come mangime per gli animali, ha conseguenze anche sulla nostra salute. Se versato nell’acqua, invece, ricopre tutto quello su cui si posa, dalle piante agli animali, creando una pellicola sulla superficie di corsi d’acqua, laghi o mari che può privare i pesci dell’ossigeno e causare la morte per soffocamento (abbassando drasticamente i livelli di ossigeno presenti nell’acqua) di tutte le forme di vita presenti in quell’area. Pensiamo che un litro d’olio rende non potabile circa un milione di litri d’acqua!

Sono circa 280.000 le tonnellate di oli esausti da cucina prodotte in Italia che finiscono nei nostri lavandini, e oltre il 50% di esse proviene da utenze domestiche. Liberarsene in modo inappropriato è dannoso per l’economia della comunità: i grassi si solidificano negli scarichi dei lavandini e nelle fognature andando a intasarle, causando reflussi, ingorghi e allagamenti. Questo aumenta i costi di depurazione del sistema fognario a carico delle amministrazioni locali e quindi dei cittadini, che saranno costretti a pagare tasse più salate. Senza contare che ci sono animali e parassiti che si cibano di questi grumi di olio solidificato, ponendo le basi per potenziali infestazioni e problemi per la salute pubblica.

Per questo, è estremamente importante che disponiamo dell’olio usato nella maniera corretta.
Dopo che l’olio in cui abbiamo fritto i nostri fiori di zucca si è ben raffreddato, dobbiamo versarlo in un contenitore di plastica spessa e chiuderlo ermeticamente, per prevenire perdite e cattivi odori. Quando il contenitore è pieno basta portarlo in discarica, in modo che possa essere versato negli appositi contenitori e mandato al riciclo. Sì, perché l’olio esausto può essere raffinato e trasformato in biocarburante, creando opportunità economiche per il Paese e riducendo le emissioni di CO2 nell’atmosfera.

In Valdichiana, la raccolta dell’olio esausto è gestita da Sei Toscana, che oltre ai normali servizi annessi alla discarica ha da qualche anno avviato un progetto chiamato Olly. Si tratta di box automatizzati di colore giallo che vengono collocati in punti strategici dei paesi, per aiutare i cittadini a liberarsi di questo rifiuto scomodo in maniera corretta e civile, senza doversi preoccupare degli orari delle discariche. Solitamente, per servirsene è necessario richiedere una tessera nei punti adibiti del proprio comune.

In Valdichiana e Valdorcia i bidoni gialli Olly sono presenti a Chianciano Terme, Torrita di Siena, Sarteano, Pienza e Castiglione d’Orcia.

A Cortona è possibile conferire l’olio alimentare esausto, oltre che ai centri di raccolta, anche negli appositi punti di raccolta che si trovano presso: la Casina dell’acqua e in piazza Pertini, a fianco del supermercato Coop a Camucia; a Montecchio, di fronte alla farmacia e presso il centro commerciale di Fratta.

A Castiglion Fiorentino, i punti di raccolta dell’olio esausto sono stati posizionati: in loc. Cozzano presso il supermercato Eurospin; in via Martiri di Nassirya, nel parcheggio del supermercato Conad; presso il supermercato Hurrà sulla Strada Regionale 71 e presso la Casina dell’acqua in via del Fergiolo.

A Foiano della Chiana è a disposizione dei cittadini il punto di raccolta posizionato in via Foro Boario, accanto al palazzetto dello sport.

In tutti gli altri comuni, l’olio esausto va raccolto in contenitori adeguati e portato nelle isole ecologiche o discariche, che sono un luogo attrezzato per lo smaltimento corretto e per il recupero di molti materiali; l’accesso è gratuito e il personale di servizio è sempre a disposizione per ogni tipo di informazione e di aiuto per il corretto conferimento dei materiali. Gli orari di apertura delle varie discariche sono disponibili sul sito di Sei Toscana.

Ad oggi, la Toscana detiene il primato di regione più virtuosa nella gestione dell’olio esausto: un bel risultato, che però va mantenuto e migliorato per diventare un modello per le altre regioni!


Fonti:

COOU
L’Olio Esausto – COOU
http://www.plef.org/quanto-inquina-lolio-per-alimenti-impariamo-a-smaltirlo-correttamente/
Sei Toscana
ec.europa.eu
Hazardous Waste Experts

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I benefici di una dieta stagionale con i prodotti tipici della Valdichiana

In che stagione si può raccogliere il porro? Quali sono i mesi in cui è possibile mangiare il finocchio? Tutti, verrebbe da rispondere, vedendo la disponibilità di queste verdure sugli…

In che stagione si può raccogliere il porro? Quali sono i mesi in cui è possibile mangiare il finocchio? Tutti, verrebbe da rispondere, vedendo la disponibilità di queste verdure sugli scaffali dei supermercati. In realtà, in natura sarebbe molto difficile trovarle in estate, essendo il loro tempo di raccolta l’autunno.
Non siamo più abituati a prestare attenzione ai cicli agricoli, non è più importante conoscere le stagioni per avere la certezza di mangiare. Viviamo in un tempo di abbondanza costante che ci permette di non preoccuparcene, di non sapere. È un sistema globale così comodo che pochi sarebbero disposti a rinunciarvi. Come dire di no alle spremute di arancia ad agosto o alle fragole con lo zucchero a Natale? Eppure, questa disponibilità infinita di cibo ha un prezzo. Oltre al distaccamento dell’uomo dalla natura e dai suoi ritmi, la tassa che paghiamo per questa abbondanza è nutrizionale, economica ed ecologica.

È anche vero che viviamo in un’era di globalizzazione, e da qualche parte nel mondo è sempre la stagione giusta per raccogliere qualcosa. Per questo abbiamo le arance e i pompelmi dal Sudafrica o i kiwi dal Cile. Ma abbiamo veramente bisogno di mangiare i melograni a luglio (i melograni a luglio!!) o bere spremute tutte le mattine? Comprare cibo importato costa di più in cambio di una qualità inferiore. Forse non diamo più importanza ai sapori, forse siamo troppo abituati a mangiare frutta e verdura insipide. I pomodori di gennaio, pallidi e tristi, non avranno mai lo stesso sapore di quelli cresciuti e maturati bene sotto il sole estivo. Per questo esistono le conserve: per mantenere i sapori e usare i prodotti dell’estate anche in inverno.

C’è anche la questione della località. Perché comprare l’aglio spagnolo quando in Valdichiana abbonda e può essere coltivato anche in vaso (e i boccioli sono pure edibili)? Per risparmiare 80 centesimi? Quando un prodotto importato costa meno di un prodotto locale dovremmo fermarci a riflettere un attimo su cosa stiamo pagando, quindi. Quale potrà essere la qualità di quell’aglio che costa poco, nel cui prezzo è inclusa una lunghissima filiera di trasporto?
Abbiamo la fortuna di vivere in un territorio ricchissimo, in un Paese ricchissimo e vario dal punto di vista alimentare: tutelare il nostro territorio, il nostro suolo, le sue specie tipiche e coloro che si impegnano per mantenerli sempre in salute è una cosa importante.

Tra le varie correnti alimentari contemporanee, sta riprendendo piede la più antica dieta stagionale, ovvero quella che l’umanità era obbligata a seguire prima dell’avvento dei supermercati e dell’agricoltura industriale.

Quali sono i vantaggi che si ottengono scegliendo di seguire una dieta stagionale?


Molti studi indicano che i microbi all’interno del nostro intestino non rimangono gli stessi tutto l’anno, ma sembrano variare proprio a seconda delle stagioni in modo da essere più efficienti ad elaborare certi tipi di sostanze.
Spesso, i cibi stagionali sono più ricchi di quelle sostanze che ci sono utili per affrontare il freddo dell’inverno o il caldo torrido dell’estate.
I prodotti che richiedono lunghi tempi di trasporto e immagazzinamento dovranno essere trattati per durare di più, e quindi saranno più facilmente soggetti a contaminazioni chimiche derivate dai trattamenti di conservazione.


Perché il sapore dei prodotti stagionali è sempre più ricco, più intenso. Può essere sorprendente la differenza di gusto tra un prodotto raccolto e venduto fuori stagione e lo stesso frutto mangiato nella sua stagione, coltivato nel modo più naturale e maturato bene. La conservazione prolungata in ambienti refrigerati danneggia il sapore, quindi più fresco sarà il nostro cibo più sarà buono e nutriente! Tanti prodotti vengono raccolti acerbi e fatti maturare forzatamente prima di essere messi in vendita sugli scaffali dei supermercati (succede principalmente con i prodotti esotici e importati), e anche questo impedisce che i vegetali acquistino sapore.


I prodotti stagionali e locali sono più ricchi di sostanze nutrienti perché hanno avuto il tempo di raggiungere la maturazione a terra e non hanno subito processi di conservazione industriale. Più tempo passa tra la raccolta di un prodotto vegetale e il suo consumo, più grave sarà la perdita in antiossidanti e nutrienti. Per esempio, gli spinaci e i fagiolini perdono anche due terzi del loro contenuto di vitamina C entro una settimana dal raccolto. Aggiungiamoci i lunghi tempi di trasporto e il tempo passato sugli scaffali dei negozi, e possiamo solo immaginare quanto di nutriente possa rimanere in una verdura. Lo stesso concetto vale per l’alimentazione del bestiame, e di conseguenza anche il valore nutrizionale del latte varia a seconda dell’alimentazione degli animali, che in estate mangeranno più cibo fresco e nutriente.


I prodotti stagionali sono meno costosi perché la loro produzione è meno dispendiosa: essendo spontanea richiede meno trattamenti chimici e non ci sono costi di importazione. Inoltre, richiedono meno imballaggi (che ci vengono sempre fatti pagare), tempi di trasporto più brevi e hanno meno costi logistici.


I prodotti stagionali hanno meno bisogno di pesticidi e di interventi umani per crescere bene. I prodotti stagionali sono solitamente locali o richiedono viaggi più brevi, riducendo l’inquinamento causato dal trasporto del cibo.


Mangiare cibo locale e stagionale ci può aiutare a conoscere i produttori locali, a supportare l’economia del nostro territorio e a conoscerlo più a fondo, creando una comunità più unita.


Mangiando stagionale, si è spinti a comprare in maniera più oculata e a cucinare di più. Può essere un investimento a livello di tempo, ma sicuramente un beneficio per la salute: mangiando meno cibo industriale e studiando diversi modi per cucinare una determinata verdura, la nostra dieta sarà più sana e variegata. Conoscendo a fondo una verdura se ne scoprono infiniti usi, tutti i modi per conservarla e per assaporarla abbinata a diverse pietanze.

Un aspetto da non sottovalutare è la conoscenza delle stagioni e della natura che deriva dal seguire una dieta stagionale. Essere in armonia con il proprio ecosistema ci fa essere più sani e sereni, e ci rende anche più coscienti della sua salute, della sua fragilità e della sua importanza per la nostra sopravvivenza.

Per cibo stagionale si intendono quei prodotti che crescono e maturano naturalmente nella regione in cui viviamo. Al giorno d’oggi sarebbe un sacrificio forse eccessivo rinunciare alle arance di Sicilia per qualcuno che vive in Toscana, quindi il concetto di ‘locale’ si può, in certi casi, estendere a tutto il Paese, sebbene i veri prodotti a chilometro zero siano quelli venduti all’interno della zona di produzione.

La Valdichiana è un territorio dalla forte vocazione agricola, fertile e adatto alla coltivazione di molte varietà vegetali e all’allevamento, e vanta anche numerose specie locali che vengono coltivate solo sul suo territorio, alcune delle quali sono:

Aglione della Valdichiana

Mela rugginosa della Valdichiana

Cocomero nero della Valdichiana

Susina Coscia di Monaca

Pesca cotogna toscana

Fagiolina del Trasimeno

Non dimentichiamoci poi dell’olio, del vino, dei formaggi e della carne, e di tutti gli altri prodotti regionali che è possibile consultare nell’elenco fornito dalla Regione Toscana. Un capitolo a parte meriterebbero poi le erbe selvatiche, come la cicoria, la portulaca, l’ortica, la piantaggine o il tarassaco, tutte abbondanti nei nostri giardini dalla primavera all’autunno e perfettamente commestibili!

Per chi volesse provare a seguire un’alimentazione in armonia con le stagioni, esistono diversi siti che riportano l’elenco della frutta e della verdura tipici della nostra penisola disponibili mese per mese, come ad esempio Verdure di StagioneGreenMe.


Fonti:

https://www.theguardian.com/lifeandstyle/wordofmouth/2014/aug/12/seasonal-eating-vegetables-uk-does-it-matter
https://www.medimagazine.it/perche-e-meglio-scegliere-alimenti-di-stagione/
http://www.viversano.net/tag/mangiare-di-stagione/
http://www.regione.toscana.it/piramide-alimentare-toscana/i-livelli-della-piramide/1.-frutta-e-verdura
http://www.iltempo.it/cronache/2015/12/16/news/frutta-stagionale-un-gusto-unico-996349/

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La comunità sporca: c’è spazzatura ovunque

“La nazione che distrugge il proprio suolo distrugge sé stessa.” FRANKLIN D. ROOSEVELT L’estate è un momento dell’anno in cui, volenti o nolenti, passiamo molto più tempo fuori casa e a contatto con il…

“La nazione che distrugge il proprio suolo distrugge sé stessa.”
FRANKLIN D. ROOSEVELT

L’estate è un momento dell’anno in cui, volenti o nolenti, passiamo molto più tempo fuori casa e a contatto con il mondo esterno. Possiamo parlare di più con le persone, ascoltare le cose che dicono, vedere. Le persone escono, si guardano attorno e vedono innanzitutto i problemi. I rumori molesti, i parcheggi selvaggi, l’erba troppo alta. All’improvviso, tutta l’incapacità delle persone di rispettare gli spazi sia privati che pubblici sale su un piedistallo e causa attriti tra vicini di casa.

Eppure, sembra che la gente sia turbata terribilmente dall’erba alta e dai serpentelli inoffensivi e assolutamente non velenosi (biacchi, orbettini) che occasionalmente possono comparire nei giardini, ma nessuno sembra battere ciglio di fronte alla quantità spaventosa di spazzatura che insozza le banchine delle strade, le aiuole e i campi. Mi è bastato fare un giro di 5 minuti per il mio quartiere, nella periferia di Montepulciano, per trovare ombrelli piegati e buttati nei fossi, palloni scoppiati e fatti a pezzi dai tagliaerba comunali (che erano accorsi per risolvere il grave problema degli orbettini nei giardini, che – per la cronaca – non sono neanche serpenti ma lucertole), cartelli stradali divelti e buttati tra le frasche, bottiglie di plastica, pancali marci, lattine di fanta, bricchi di estathé, polistirolo sparso letteralmente ovunque, diffusori di profumo per automobili, pezzi di tubi, tappeti di gomma semisepolti, pezzi di giocattoli, detersivi, accendini… tutto questo in meno di un chilometro. Allora mi sono decisa: mi sono infilata un paio di guanti di lattice (come già avevo fatto l’anno scorso), ho preso un sacco e mi sono messa a raccogliere tutto quello che era abbastanza grande per essere visto e raccolto. C’era talmente tanta spazzatura che avevo il sacco stracolmo ancora prima di finire il giro intorno a casa mia. I rifiuti più grossi, il tappetino di gomma e un grosso blocco di polistirolo, non mi entravano nel sacco e li ho appoggiati sul bordo della strada per andarli a prendere più tardi. Però, vista la stanchezza ho deciso di lasciarli lì per andarli a buttare via il giorno dopo. La mattina seguente vedo nel piazzale gli operai comunali che erano tornati a raccogliere l’erba tagliata, e ho pensato che forse avrebbero raccolto loro questi rifiuti. Quando sono scesa, effettivamente, il polistirolo era sparito ma il tappetino di gomma era stato rilanciato nel campo da cui l’avevo tolto, un paio di metri in là.

Ah, la civiltà. Che meraviglia vivere in una comunità che ha così a cuore la cura del territorio, che dimostra così tanta considerazione per la qualità dell’ambiente in cui crescono i loro figli.
D’altronde che sarà mai, un po’ di plastica nel campo? Prima o poi si sbriciolerà e potremo dimenticarcene tutti, no? Le cose smettono di esistere se non le vediamo, giusto? Certo. Per questo possiamo continuare a lanciare la spazzatura dal finestrino della macchina come se il mondo fosse un enorme, coloratissimo bidone della spazzatura.  È comunque il bidone della spazzatura di qualcun altro, non certo un mio problema, no? Bevo il mio estathé, butto il brick nell’aiuola e corro a casa felice a guardarmi Italia’s Got Talent. Domani, magari, qualcun altro lo raccoglierà.
O forse no. Forse rimarrà lì e il sole e la pioggia lo renderanno pian piano sempre più fragile, il colore dell’etichetta si scioglierà, la plastica si romperà e pian piano verrà sepolto. Magari qualche pezzo finirà a strozzare qualche uccello, qualcuno verrà portato nella fogna dalla pioggia e finirà, alla lunga, nel mare.
Ma chissenefrega, usare i cestini della spazzatura richiede uno sforzo troppo grande, meglio ritrovare il mio brick di estathé al mare a Follonica e nuotarci assieme che fare un passo e usare i cestini. Solo gli sfigati usano i cestini della spazzatura, dai. Le persone intelligenti, quelle che hanno frequentato la scuola della vita, buttano la spazzatura per strada e ne sono anche orgogliose, perché comunque non hanno tempo di preoccuparsi di queste stupidaggini, loro devono andare a tagliare l’erba che gli vengono i serpenti in giardino. Mi diverte come l’erba alta sia percepita come degrado ma la spazzatura no.

La spazzatura non è un problema, è solo il problema del secolo. Siamo sommersi dalla spazzatura: le nostre acque sono contaminate, il suolo è contaminato, l’aria è contaminata.
Ammiro l’ingenua serenità in cui vivono quelle persone che spargono plastica e sostanze tossiche nell’ambiente e che poi tornano a casa a preoccuparsi del futuro dei loro figli, che sperano diventino dottori, magari. Già, perché c’è bisogno di dottori per curare le malattie respiratorie e il cancro che causa la spazzatura che tutta la comunità ha sparpagliato nell’ambiente per decenni, bruciando plastica e versando sostanze chimiche nei campi, perché tanto erano i campi degli altri.
Peccato che le falde acquifere siano le stesse per tutti, e che in quei campi ci si coltivino cose che magari vengono mangiate dagli animali che mangiamo. Magari in quei campi di proprietà sconosciuta qualche anziano ha deciso di farci il suo orto senza chiedere il permesso a nessuno, senza sapere che magari il suolo è impregnato da misteriose sostanze tossiche che vengono assorbite dai pomodori che regala ai suoi nipoti.

Quali sono le conseguenze dell’inquinamento del suolo? Non sembra che siano in molti ad aver chiaro che tutte le schifezze sparpagliate nei campi abbiano effettivamente delle conseguenze sulla salute delle persone (poi tanti pensano: “vabbé non succederà di sicuro a me”. Certo ma, anche se fosse, potrebbe succedere ai vostri parenti, se degli altri proprio non ve ne frega niente).
Innanzitutto, bisogna dire che l’inquinamento del suolo è meno conosciuto e causa poca preoccupazione perché, a differenza dell’inquinamento atmosferico o dell’acqua, ha effetti meno immediati sulla salute dell’uomo, che ne subisce gli effetti secondari.
I rifiuti che inquinano il suolo si possono distinguere in solidi, liquidi e gassosi. Quelli solidi sono la carta, il vetro, la plastica, le pile scariche, i medicinali scaduti; quelli liquidi sono gli insetticidi, i fertilizzanti, i concimi chimici, il mercurio, i medicinali liquidi scaduti, i liquidi di pile usate. I rifiuti liquidi risultano molto dannosi per l’ambiente perché riescono a raggiungere le falde acquifere sotterranee e possono danneggiare il loro equilibrio, che è molto delicato. I rifiuti gassosi sono quelli come il CFC delle bombolette spray. L’eccesso di azoto e tracce di metalli come arsenico, cadmio, piombo e mercurio possono danneggiare il metabolismo delle piante e la produttività dei raccolti. Queste sostanze chimiche, quando entrano nella catena alimentare, mettono a rischio la sicurezza del cibo, le risorse acquifere, il sostentamento rurale e la salute umana. L’inquinamento del suolo può causare danni allo sviluppo cerebrale dei bambini (piombo), danni ai reni e al fegato (mercurio), danni al sistema nervoso, mal di testa, nausea e problemi alla pelle. Nei casi più gravi può causare il cancro e la leucemia, quando nel suolo sono presenti sostanze molto tossiche (pensiamo al Triangolo della Morte di Acerra-Nola-Marigliano).

Anche quando si tratta di semplici bottiglie e cartacce, la pulizia dell’ambiente pubblico è una questione anche di dignità. Chi inquina l’ambiente in cui vivono altri lede la proprietà pubblica, e pubblica significa DI TUTTI. Non di nessuno, di tutti.

La sporcizia genera degrado; il degrado porta degrado e abbassa la qualità della vita di chi ci vive, è sintomo di ignoranza e incentiva altri comportamenti che danneggiano la comunità, come sostiene la Teoria delle finestre Rotte.
Per questo, la raccolta dei rifiuti sparsi per strada è il dovere civico di ogni cittadino.
So che a tutti piace dirsi che è compito del Comune, che ‘sì ma io pago le tasse’, che ‘non ce l’ho mica buttata io’, ma la realtà è che no, non è vero. La spazzatura la devi raccogliere, se la vedi, se non lo fai è come se l’avessi buttata tu. Raccogliere la spazzatura è una responsabilità del cittadino. Non vogliamo essere persone che si lamentano e basta e non fanno mai niente per risolvere i loro problemi, vero? Io mi lamento, certo, ma sono anche andata a raccogliere la spazzatura dei miei concittadini (basta usare dei guanti) e sto scrivendo questo articolo nella speranza che qualcuno capisca, senza etichettarmi come (concedetemi il francesismo) ‘cacacazzi ambientalista’. E anche se fosse, sono stata educata ad esserlo, per fortuna.

Torniamo un attimo alla questione del decoro. Abitiamo in un territorio meraviglioso, un posto in cui mezzo mondo sogna di vivere, che attira migliaia di visitatori ogni anno che rimangono senza fiato di fronte ai nostri paesaggi, che ci invidiano per quello che abbiamo. Immaginate queste persone, come si sentono, quando imboccano una stradina laterale fuori dal centro storico e vedono che la riva della strada è ricoperta di spazzatura brodosa incastrata tra i fiori e i cespugli. Che schifo. Questo non è sintomo “di una città viva”, è sintomo di una comunità incivile che dà per scontato tutto quello che ha la fortuna di avere e che non è interessata a tutelare il proprio futuro.
Dicendo questo non voglio condannare l’intera umanità, perché sia qui che in tanti altri posti ci sono tantissime persone che si interessano al problema e cercano di sensibilizzare quella parte di cittadinanza meno consapevole; le amministrazioni si prodigano spesso in iniziative lodevoli, ma credo che ci sia bisogno di fare qualcosa di più, e questo qualcosa di più deve venire dal basso. Dovremmo smetterla di vergognarci del fatto che ci preoccupiamo. Quante volte sono stata zitta quando gli amici lanciavano la loro spazzatura dal finestrino perché temevo di essere etichettata come ‘cacacazzi ambientalista’? Ma, sinceramente, anche se fosse? Chi se ne frega? Che problema mi crea essere una cacacazzi ambientalista? Nessuno, anzi. È vergognoso anche solo il fatto che esista ancora il termine ambientalista, perché esserlo dovrebbe essere una cosa scontata, oggi.
Sono nata e cresciuta a un passo dalla Svizzera, che è risultata essere il Paese più pulito del mondo. Aveva ragione mia mamma quando, passando la frontiera, osservava: “Guarda loro come tengono pulito! Appena entri in Italia… spazzatura ovunque!”. Buttare spazzatura per strada non ci rende persone libere dai rifiuti, ci rende persone sporche.

Fonti:

Protezione Civile: http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/inquinamento_suolo.wp

Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Inquinamento_del_suolo

https://www.environmentalpollutioncenters.org/soil/

FAO: http://www.fao.org/news/story/it/item/897263/icode/

Approfondimenti:

http://www.pollutionissues.com/Re-Sy/Soil-Pollution.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Bisfenolo_A

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Il bosco delle Cerraie

Il bosco delle Cerraie si trova al confine tra il territorio di Montepulciano e di Chianciano, in località Tre Berte, nei pressi del Lago di Montepulciano e del Lago di…

Il bosco delle Cerraie si trova al confine tra il territorio di Montepulciano e di Chianciano, in località Tre Berte, nei pressi del Lago di Montepulciano e del Lago di Chiusi; i sentieri che si snodano nella natura verde e sulla collina sono collegati agli ambienti dell’antica palude che occupava la Valdichiana e delle attuali campagne. Il bosco è caratterizzato dalla presenza di numerosi alberi di cerro, ed è particolarmente apprezzato dai gruppi di caccia per la grande varietà di selvaggina presente al suo interno. Quello che più lo rende famoso, tuttavia, è sicuramente la “Madonna del Cacciatore”.

Religione: la Madonna del Cerro

La Madonna del Cerro è un’edicola votiva situata nel bel mezzo del bosco delle Cerraie, tra i silenziosi e pacifici sentieri che conducono dalle Tre Berte verso Chianciano. Secondo la leggenda popolare, è stata fatta costruire da un carbonaio che venne sorpreso da un temporale mentre attraversava il bosco; colpito da un cerro spaccatosi in due per via di un fulmine, non riportò miracolosamente alcuna ferita. Dal momento che in un incavo del cerro era situata un’immagine della Vergine, attribuì la sua salvezza all’intervento della Madonna e fece erigere l’edicola attorno all’albero.

Da quel momento l’edicola è stata oggetto di religiosità da parte dei cacciatori della zona e di coloro che visitano il bosco delle Cerraie. Pochi anni fa è stata messa a dimora una nuova immagine della Madonna del Cerro, grazie all’opera dei volontari di Arci Caccia, dopo che la precedente immagine era stata trafugata.

Sport: il Sentiero delle Cerraie

Il bosco delle Cerraie è una delle più vaste aree boschive della bassa Valdichiana senese, ed è particolarmente apprezzata da coloro che sono alla ricerca di sentieri nella natura incontaminata. Oltre alla caccia, vi sono spesso praticate escursioni di trekking e mountain bike, attraverso il cosiddetto “Sentiero delle Cerraie” che corrisponde a un suggestivo anello di 6 km percorribile tutto l’anno.

La manutenzione e la segnaletica del percorso sono curate dall’Associazione Cerro Bike, un gruppo di appassionati di mountain bike di Acquaviva di Montepulciano; i sentieri sono liberamente percorribili, ma si consiglia di seguirli nel senso indicato, di non lasciarvi rifiuti e non danneggiare le piante del bosco.

Svago: la Festa alla Madonna del Cerro

Il bosco fa parte della Fattoria del Cerro, una delle aziende produttrici di Vino Nobile, ma attraverso una concessione al Comune di Montepulciano è affidato in gestione ai “Ragazzi del Cerro” che curano la manutenzione e la festa annuale. Il principale momento di aggregazione popolare è infatti rappresentato dalla “Festa alla Madonna del Cerro”, che da 17 anni si tiene durante i primi weekend d’estate al limitare dell’area boschiva.

Ispirati dalla religiosità popolare attorno alla Madonna del Cerro e dalla serenità garantita dagli alberi del bosco, il gruppo riunito dei cacciatori dell’Arci Caccia di Acquaviva, Montepulciano Stazione, Tre Berte e Valiano pensarono di organizzare una grande festa popolare che potesse riunire la passione venatoria al rispetto della natura e delle tradizioni.

Anno dopo anno la festa ha chiamato a raccolta sempre più persone, assumendo un posto importante nel calendario delle manifestazioni locali e coinvolgendo decine di volontari nell’organizzazione degli stand gastronomici e degli intrattenimenti musicali. Durante i giorni della manifestazione è infatti attiva la cucina che offre i piatti tipici della tradizione locale con menù a base di selvaggina; inoltre è possibile visitare il bosco a dorso di cavallo o di asino, e svolgere tante altre attività ricreative per grandi e piccini.

L’obiettivo degli organizzatori è stato quello di promuovere la cultura della ruralità, attraverso forme di aggregazione sociale in mezzo alla natura, presentando la caccia come una risorsa e non come uno sperpero. Una visione in linea con il ruolo rivestito dal bosco delle Cerraie nel territorio della Valdichiana: un’area boschiva che la popolazione locale ha sempre vissuto con rispetto e attenzione, come parte fondante del proprio passato e della propria identità.

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Volontariato internazionale al Lago di Montepulciano

Al Lago di Montepulciano, dal 22 maggio al 3 giugno, si è svolto il progetto di volontariato internazionale sulla sostenibilità curato da Legambiente. Anche il nostro territorio ha quindi avuto…

Al Lago di Montepulciano, dal 22 maggio al 3 giugno, si è svolto il progetto di volontariato internazionale sulla sostenibilità curato da Legambiente. Anche il nostro territorio ha quindi avuto l’opportunità di ospitare ragazzi provenienti da ogni angolo del mondo, grazie alla collaborazione tra il circolo Legambiente Valdichiana “Terra e Pace” e il centro visite “La Casetta” del Lago di Montepulciano.

Il progetto “Volontariambente” è promosso già da molti anni da Legambiente e dalle associazioni ambientaliste a livello internazionale. Consiste nell’organizzazione di una stagione estiva di campi di volontariato ambientale, all’insegna della tutela e della valorizzazione del territorio. Un’esperienza di crescita, di viaggio e d’impegno sociale a favore dell’ambiente, ma anche un modo per stare insieme e per imparare a vivere a contatto con la natura. All’interno dei campi estivi, i ragazzi vengono coinvolti in attività formative e progetti di valorizzazione della biodiversità, dell’agricoltura sostenibile e della visione internazionale.

Nell’ambito di questo progetto, il Lago di Montepulciano ha ospitato tre ragazzi poco più che ventenni provenienti da Corea del Sud, Turchia e Repubblica Ceca. Le loro attività si sono concentrate principalmente sulla creazione di un orto sinergico, per migliorare la sostenibilità ambientale ed alimentare del centro visite, e la manutenzione della struttura ospitante.

“Il campo di volontariato internazionale è un buon modo per far conoscere al mondo una riserva naturale come questa, di fondamentale importanza per tutto il centro Italia – ha dichiarato Gaetano Rispoli, responsabile del progetto per conto di Legambiente – Abbiamo elaborato con i ragazzi un progetto di sostenibilità, sia ambientale che architettonica. Dobbiamo imparare non soltanto ad aver cura di ciò che già abbiamo, ma anche impegnarci per renderlo sostenibile. L’orto sinergico al centro visite del Lago di Montepulciano contribuirà a renderlo sostenibile dal punto di vista alimentare.”

I volontari che hanno partecipato al progetto sono tre ragazzi provenienti da vari angoli del mondo, che si sono conosciuti proprio alla riserva naturale del Lago di Montepulciano.

Mi Kyeong Lee viene dalla Corea del Sud e ha 24 anni. Ha studiato in Canada, dove ha conosciuto anche ragazzi italiani, che l’hanno introdotta ai tradizionali giochi di carte italiani e alla cucina tipica. Da quell’esperienza le è nato il desiderio di conoscere in maniera più approfondita in Italia, anche perché altri amici avevano fatto un’esperienza simile nell’ambito del volontariato ambientale internazionale. Le piace la natura, e prima di arrivare al Lago di Montepulciano ne ha approfittato per visitare Roma, Firenze, Venezia e Assisi, imparando un po’ di storia italiana. Nel corso dei giorni passati alla riserva naturale si è presa cura del giardino e dell’orto sinergico, utilizzando fertilizzanti organici ed evitando i prodotti artificiali.

Anche Lenka ha 24 anni; viene dalla Repubblica Ceca, e questa è stata la sua prima volta in Italia. Uno dei motivi per cui ha scelto questo progetto è la reputazione di cui gode la Toscana. Questa è stata la sua quarta volta come volontaria, le scorse volte ha svolto attività ambientale in Repubblica Ceca e in Ungheria, sempre occupandosi di giardinaggio e botanica. Ama molto la natura: dal momento che vive a Praga, la campagna toscana ha un fascino tutto particolare. Del progetto di Legambiente apprezza particolarmente l’idea di sposare una filosofia che cerca di diminuire gli sprechi e i rifiuti, promuovendo il consumo di prodotti locali. e la possibilità di visitare nuovi posti e conoscere nuova gente.

Infine Servan Turan, ventincinquenne proveniente dalla Turchia. Anche lui ha partecipato al progetto perché voleva visitare l’Italia, ama visitare nuovi posti e conoscere nuova gente. Vive infatti “on the road”, viaggia moltissimo; ha finito di viaggiare per l’Asia, partendo dal Paese d’origine, e ora sta attraversando l’Europa. Dopo la Spagna e la Repubblica Ceca, sta percorrendo l’Italia. Il progetto di volontariato gli ha dato l’opportunità di passare dieci giorni presso la riserva naturale, contribuendo alla sostenibilità della struttura e curando l’orto sinergico. Ama particolarmente la Toscana, e dopo quest’esperienza farà tappa a Roma per proseguire il viaggio lungo la penisola. Servan ha anche un canale YouTube in cui pubblica i resoconti dei suoi viaggi, dove potrete trovare anche quelli dedicati alla Toscana!

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