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La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Territorio

Gruppo Corale Chiancianese, una stagione di concerti alle porte

Nella cittadina dove nel 1893 ebbe i natali il compositore Bonaventura Somma, non poteva di certo mancare un coro. Con questa premessa, nel 1990, per volere di Don Carlo Sensani…

Nella cittadina dove nel 1893 ebbe i natali il compositore Bonaventura Somma, non poteva di certo mancare un coro. Con questa premessa, nel 1990, per volere di Don Carlo Sensani si originò il gruppo della Corale Chiancianese. Giunto oggi a contare circa cinquanta elementi, questo coro rappresenta un’interessante realtà dal punto di vista non solo musicale, ma anche come esempio concreto dei risultati che possono nascere dalla cooperazione dei singoli. Accompagnato nella parte strumentale da un ensemble strumentale di sette elementi, il coro propone un vasto repertorio che non si preclude di espandere i propri confini dal genere operistico a quello popolare, dai testi di musica sacra a quelli di musica d’autore. Sotto la guida del Maestro Luca Morgantini, direttore artistico dell’Istituto Bonaventura Somma, che seleziona e prepara i brani, talvolta anche accogliendo le proposte che arrivano dai componenti del coro, lavora un gruppo composto da dilettanti di tutte le età, dai venti agli ottant’anni, accomunati dalla passione per il canto e per la condivisione di un’esperienza capace di arricchire di emozioni non solo chi ascolta.

Con un lavoro che si struttura in due prove settimanali, le voci femminili e quelle maschili lavorano separatamente prima di fondersi nei brani che le riassumono in tutte le gradazioni.

Si tratta di un impegno costante, che però negli anni ha saputo portare alla corale tante soddisfazioni, prima di tutto negli incontri con altri gruppi, tra cui si annovera il gemellaggio con un coro portoghese e lo scambio, l’anno scorso, con uno di Malta, nonché il concerto tenuto insieme aduna corale statunitense in occasione dei festeggiamenti di San Giovanni, patrono di Chianciano Terme. Esperienze che hanno portato fama e anche prestigio alla compagine chiancianese, esortandone i componenti a perseguire ulteriori miglioramenti, tanto che alcuni hanno deciso di prendere singolarmente lezioni di canto per poter affrontare con maggiore sicurezza le performance corali, soprattutto in vista dei prossimi appuntamenti che aspettano il gruppo.

Il primo di questi sarà il 2 giugno, nell’ambito delle celebrazioni per la festa della Repubblica che si terranno nel parterre dei giardini pubblici, quando ad accompagnare la corale sarà la banda di Chianciano.

A seguire, questa estate sarà possibile ascoltare la Corale nei concerti che si svolgeranno il 23 giugno, in occasione di San Giovanni, sempre ai giardini pubblici ma questa volta sulle note dell’ensemble Bonaventura Somma; poi il 19 luglio, il 12 agosto e il 4 settembre, dalle 21.15 presso il largo Iris Origo, in zona Macerina. Gli appuntamenti fanno infatti parti della rassegna di eventi estivi “Chianciano Terme da Vivere” che contribuirà a realizzare numerosi eventi e occasioni di intrattenimento nella cittadina termale.

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Elezioni Europee 2019 – Guida al voto in Toscana

Mancano pochi giorni alle Elezioni Europee 2019, che si svolgeranno in concomitanza con le Elezioni Amministrative del 26 Maggio 2019 e che riguarderanno anche tutti i cittadini residenti nei Comuni della…

Mancano pochi giorni alle Elezioni Europee 2019, che si svolgeranno in concomitanza con le Elezioni Amministrative del 26 Maggio 2019 e che riguarderanno anche tutti i cittadini residenti nei Comuni della Valdichiana.

Per la nona volta dal 1979, i cittadini italiani potranno eleggere i propri rappresentanti al parlamento di Strasburgo, che sarà in carica per i prossimi cinque anni.  Le elezioni europee sono un momento fondamentale nella definizione dell’indirizzo futuro dell’Unione Europea, determinandone l’impatto sulla nostra vita quotidiana.

Il Parlamento Europeo è la più grande assemblea parlamentare al mondo tra quelle scelte tramite elezioni democratiche a suffragio universale diretto, in cui i cittadini votano direttamente i loro parlamentari, nonché l’unica assemblea transnazionale al mondo a elezione diretta. La sua funzione è quella di rappresentare gli interessi dei cittadini europei nell’Unione.

Elezioni Europee in Toscana

La Toscana appartiene alla Circoscrizione Centro Italia assieme a Umbria, Marche e Lazio. I candidati regionali sono oltre 200.

Quando e dove si vota

In Italia si voterà domenica 26 maggio, dalle 7:00 alle 23:00, presentandosi nel seggio indicato sulla tessera elettorale muniti anche di documento d’identità. La scheda per le Elezioni Europee sarà di colore rosso – fucsia. Potete leggere il nostro Speciale Amministrative per sapere quali comuni in Valdichiana avranno la doppia scheda (amministrative ed europee) e quali voteranno solo per le europee.

L’alternanza di genere

Per la lista scelta, gli elettori potranno indicare da una a tre preferenze, con alternanza di genere. Infatti, come da normativa, le preferenze devono riguardare candidati di sesso diverso sia nel caso delle due che delle tre preferenze. Chi dovesse esprimere due preferenze per candidati dello stesso sesso si vedrà annullare la seconda; esprimendo invece tre preferenze dello stesso sesso verranno annullate sia la seconda che la terza.

Le liste in Toscana

A questo link è possibile trovare tutti i candidati della circoscrizione del Centro Italia e a questo è possibile consultarne i curriculum vitae e i certificati penali. Si segnalano alcuni casi di incompatibilità per cui, anche se eletti, i candidati non potrebbero ricoprire il ruolo di parlamentare europeo a meno che non si dimettano dal loro incarico attuale:

  • Acquaroli (Fratelli d’Italia), deputato;
  • Alberti (Lega), consigliere regionale;
  • Bonino (+Europa), senatore;
  • Fratoianni (La Sinistra), deputato;
  • Meloni (Fratelli d’Italia), deputato;
  • Nardini (PD), consigliere regionale;
  • Salvini (Lega), vicepremier.

I programmi di ciascuna coalizione si possono trovare in quest’ottimo articolo di ValigiaBlu.


Fonti:

http://www.repubblica.it/static/speciale/2014/elezioni/europee/regioni/toscana.html

https://dait.interno.gov.it/elezioni/trasparenza/europee2019

https://www.valigiablu.it/elezioni-europee-2019/

https://dait.interno.gov.it/elezioni/faq-elezioni-europee-2019

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Bruscello 2019 – Tutte le notizie

Sponsorizzato da Valdichiana Media e Compagnia Popolare del Bruscello – Notizie e aggiornamenti dall’edizione 2019 del Bruscello Poliziano La Compagnia Popolare svela l’Anteprima del Bruscello Poliziano (16/05/19) Ottant’anni di storia,…

Sponsorizzato da Valdichiana Media e Compagnia Popolare del Bruscello – Notizie e aggiornamenti dall’edizione 2019 del Bruscello Poliziano


La Compagnia Popolare svela l’Anteprima del Bruscello Poliziano (16/05/19)

Ottant’anni di storia, passione e tradizione: la Compagnia Popolare del Bruscello festeggia un traguardo di notevole importanza, un risultato reso possibile grazie ai tanti bruscellanti che nel corso degli anni hanno mantenuto vivo il teatro popolare proveniente dalla civiltà contadina, adattato al mutato contesto sociale e culturale. Come ormai ampiamente annunciato, sarà la “Pia de’ Tolomei” ad essere rappresentata in Piazza Grande a Montepulciano nei giorni di Ferragosto, appuntamento che si ripete ormai ogni dieci anni, per festeggiare il compleanno del Bruscello Poliziano.

Domenica 19 maggio verrà presentata l’edizione numero ottanta del Bruscello, attraverso uno speciale evento presso la sala ex-Macelli, a partire dalle ore 17:30, in cui verrà ripercorsa la storia della “Pia de’ Tolomei”, alla base della prima rappresentazione che avvenne nel 1939 a Montepulciano. L’autore delle musiche Luciano Garosi, l’autrice del libretto Irene Tofanini, insieme ai bruscellanti, ricorderanno le vecchie e nuove arie della “Pia de’ Tolomei”. Durante la serata sarà presentata l’immagine per il manifesto dell’edizione 2019 realizzata da Emanuela Rossi. L’evento si concluderà con un piccolo rinfresco, offerto dal ristorante pizzeria “C’era una Volta” e un brindisi di buon augurio agli ottanta anni del Bruscello Poliziano.

La Compagnia Popolare del Bruscello tramanda la tradizione del Bruscello attraverso la particolare forma di teatro popolare, con canto e recitazione, attraverso la messa in scena di decine di figuranti nello splendido palcoscenico del sagrato del Duomo di Montepulciano, che avviene nei giorni di Ferragosto. Il Bruscello Poliziano è patrocinato dal Comune di Montepulciano, dalla Provincia di Siena e dalla Regione Toscana, in virtù della sua storia e della sua forte valenza culturale.


Aspettando la “Pia de’ Tolomei”, il Bruscello rinnova il direttivo (23/04/19)

La Compagnia Popolare del Bruscello Poliziano si prepara a vivere un 2019 pieno di emozioni: il tradizionale appuntamento estivo con il teatro popolare giunge infatti all’80esima edizione, un traguardo eccezionale e carico di aspettative. Il tema di quest’edizione è già stato annunciato, perché ricorre ogni dieci anni: sarà la “Pia de’ Tolomei”, la nuova versione del Bruscello moderno con cui tutto cominciò nel 1939. Da allora i bruscellanti hanno continuato a mantenere viva la tradizione poliziana che proviene dall’antica civiltà contadina, diventando l’associazione più longeva di Montepulciano.

Per prepararsi al meglio a questo importante appuntamento, la compagnia è già al lavoro da molti mesi, e proprio in questi giorni ha rinnovato il proprio consiglio direttivo. Confermato alla presidenza Marco Giannotti, a cui sarà affiancato il vicepresidente Paolo Abram; la tesoreria è affidata a Gianni Minasi, il ruolo di segretario del consiglio direttivo a Chiara Protasi, mentre è confermata la direzione artistica a Franco Romani. I responsabili dei costumi sono Michele Morgantini e Anna Meconcelli; completano il consiglio direttivo Paolo Parissi, Franco Capitini, Irene Tofanini, Mauro Betti, Dino Protasi e Celso Pallassini.

Il nuovo consiglio direttivo si è già messo al lavoro, sono state proposte e approvate una serie di iniziative su cui ci stiamo già impegnando – commenta il Presidente Marco Giannotti – L’augurio che faccio è quello di arrivare a festeggiare gli 80 anni della Compagnia Popolare del Bruscello con entusiasmo e passione.”

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La storia dei trattori arancioni, protagonisti dell’agricoltura in Valdichiana

In concomitanza con la festa dei lavoratori del 1° Maggio, a Foiano della Chiana si è svolto il primo raduno dei trattori d’epoca OM/FIAT, conosciuti da tutti come l’esercito dei…

In concomitanza con la festa dei lavoratori del 1° Maggio, a Foiano della Chiana si è svolto il primo raduno dei trattori d’epoca OM/FIAT, conosciuti da tutti come l’esercito dei trattori arancioni. Durante l’evento organizzato dal Club Amici della Zucca, i mezzi simbolo dell’agricoltura del dopoguerra italiano hanno sfilato per le vie del borgo foianese raccontando la loro storia.  Tra i protagonisti della sfilata i modelli di punta come il Fiat 211, il 411 e l’OM 513, fino ai modelli più recenti come quelli dell’edizione “Nastro d’oro” di cui facevano parte il 450, il 550 e il 650 e “Le gomme alte” o l’OM 850, il Fiat 1000 e il 1300.

La storia dei trattori arancioni inizia nel 1958, periodo in cui comincia a vacillare il sistema mezzadrile del nostro territorio lasciando il posto alla coltivazione diretta dei terreni. All’inizio il trattore, una macchina di piccole dimensioni, affiancava il lavoro delle vacche e dei buoi e solo dopo il 1964, con l’inizio della chiusura delle stalle, le potenze di queste macchine sono cresciute e sono diventate più adatte a svolgere lavori più impegnativi.  Il trattore di media potenza veniva affiancato da una macchina di piccole dimensioni che si sostitutiva al lavoro a trazione animale per i trasporti di cereali, fieno, legna, mais e girasole.

Durante l’evento foianese, ho incontrato Pietro Rampi, coltivatore della Valdichiana ma anche esperto conoscitore di questi mezzi, che mi ha raccontato come è avvenuto il passaggio dalla mezzadria alla coltivazione diretta dei terreni.

I trattori arancioni hanno fatto la storia della nostra Valdichiana. Questi mezzi sono stati comprati dai nostri agricoltori alla fine degli anni ’50 e all’inizio anni ’60. Prima il terreno veniva lavorato dai contadini delle famiglie mezzadrili e da piccoli coltivatori diretti: le vacche e i buoi castrati venivano usati per lavorare la terra, ma questo non bastava più, c’era bisogno di aumentare la produzione per stare dietro al boom economico del dopoguerra italiano. A questo punto, quindi, vennero introdotte delle macchine particolari, piccolissime come la 211, e successivamente la 250, la cui trazione corrispondeva a quella di un paio di buoi” – mi spiega Pietro.

Gli inizi degli anni ’60 sono anni in cui la nostra agricoltura e tutto il territorio si trova in pieno fermento, cadono gli antichi sistemi economici per lasciare il posto a nuovi assetti. Oltre quindici anni di grandi cambiamenti nei quali l’agricoltura cambia faccia e le macchine sempre più performanti nella tecnologia seguono questa evoluzione.

“Dal 1957-58 fino al 1965-66 la lavorazione dei terreni era ancora mista: per metà venivano lavorati con il trattore e per l’altra metà ancora con le vacche o con i buoi. Questi sono gli anni in cui la Fiat si stava evolvendo, le macchine cingolate venivano usate nelle grandi aziende, che finito il lavoro, andavano ad aiutare i contadini mezzadri. In questo frangente si va a inserire una storia particolare, quella di Edro Gabellieri, agricoltore maremmano che vide nella Valdichiana un territorio interessante per la coltivazione della barbabietola da zucchero. Edro, a metà degli anni 60, comprò 1500 ettari di terreno nella campagna di Montepulciano, e per coltivare questo tipo di pianta aveva bisogno di macchine che facessero vari tipi di lavori e che rimpiazzasse del tutto il lavoro degli animali, e quindi comprò circa 40 trattori tra modelli 615 e 715. Sul cofano di questi trattori venne posto un numero per renderli riconoscibili e per celebrare questo grande investimento che per l’economia del territorio rappresentava una boccata di ossigeno”

L’ agricoltura della Valdichiana è stata meccanizzata velocemente e ad alto livello. La coltura della barbabietola da zucchero ha rappresentato un traino per l’economia locale. Insieme alla barbabietola, un’altra coltura che, attraverso la meccanizzazione, ha determinato lo sviluppo economico della Valdichiana è stato il tabacco. Nel 1964 la massima potenza su trattori gommati era di 80 cv, ma gli anni di svolta sono stati il 1966-67: in questo periodo infatti nasce la serie ‘nastro d’oro’ un successo di tecnologia, prestazioni, consumi e affidabilità che, oltre a consacrare la Fiat livello europeo, ha migliorato di gran lunga l’attività agricola dei nostri contadini. Un ulteriore cambiamento è arrivato poi nel 1968, quando arrivano nascono i modelli: 250, 450, 550, mentre con marchio OM arrivarono 650 e 850. Successivamente arrivarono anche 1000 e 1300: con questi modelli la Fiat si rivolgeva al mercato europeo e dopo quasi dieci anni diventò leader in Europa con i modelli della SERIE 80. In concomitanza a ciò, le vacche chianine e i buoi non venivano più impiegati nelle aziende come animali da tiro, bensì venivano usati per la riproduzione e la commercializzazione della carne.

“Negli anni della serie ‘nastro d’oro’, le aziende cominciavano ad avere bisogno di più di una macchina, in quanto una più pesante, sia di cilindrata e che di potenza, serviva per lavorare il terreno mentre una più leggera per fare altri tipi di colture. Alla fine degli anni 90 e con la serie 50 arrivano le potenze più grosse. Il dopoguerra italiano è stato un periodo difficile per tutti. C’era un Paese da ricostruire, un sistema economico da riprogettare, ma la voglia di fare non mancava affatto, come la fantasia dei nostri contadini. Non tutti potevano permettersi di acquistare uno dei trattori descritti fino ad ora e quindi c’è stato chi si arrangiava mettendo insieme varie parti di mezzi agricoli diversi”mi racconta Pietro che mi saluta con un aneddoto molto bello della vita di campagna del dopoguerra chianino: “Quando ero piccolo mi hanno raccontato di un agricoltore che ha montato le ruote di una mietitrebbia su di un trattore, ha attaccato il rimorchio ed è andato a lavorare il campo. Queste ruote però si sono pienate d’acqua e quando il contadino in questione è arrivato a metà campo, il trattore si è impennato e la lavorazione del campo non è stata davvero proficua”.

Il raduno dei trattori arancioni di Foiano della Chiana, oltre a celebrare uno dei mezzi simbolo dell’agricoltura, è stato un bel momento per conoscere e tramandare racconti e aneddoti storici del nostro territorio negli anni del dopoguerra.

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Premio cantiniere dell’anno: a Montepulciano si esalta l’anima della cantina

Quella del cantiniere è una figura che a Montepulciano, e nei luoghi dove la produzione del vino costituisce una parte integrante della loro identità, non rappresenta solo una professione ma…

Quella del cantiniere è una figura che a Montepulciano, e nei luoghi dove la produzione del vino costituisce una parte integrante della loro identità, non rappresenta solo una professione ma si intride di valore sociale. Alchimisti della cantina, i cantinieri ottengono dalla fermentazione del mosto un oro che non brilla della luce del sole, ma riflette nel bicchiere l’ultimo atto di un procedimento antico, fatto di tecniche affinate con l’esperienza e tramandate attraverso le generazioni.

E proprio per valorizzare questa maestranza, da 18 edizioni a Montepulciano viene assegnato un premio al miglior cantiniere dell’anno. Si tratta di un riconoscimento istituito dal Consorzio del Vino Nobile, tradizionalmente conferito nel contesto della Fiera dell’Agricoltura, che da quasi quarant’anni, si svolge in località Tre Berte. Al fine di dare risalto al modo in cui il settore enologico contribuisce alla tradizione rurale del territorio, come prima iniziativa gli organizzatori della Fiera nel 2001 prepararono una serie di convegni a tema. Sulla scia di questo proposito, l’anno seguente fu istituito il premio: un riconoscimento di cui potessero fregiarsi gli operatori nel campo della viticoltura. In particolare i cantinieri, coloro che presiedono alle varie fasi della vinificazione e vedono nascere ogni anno uno dei prodotti che rende illustre questo territorio in tutto il mondo.

La giuria, composta dal presidente dell’Associazione Tre Berte, a cura della quale viene allestita la Fiera, il presidente del Consorzio del Vino Nobile e il sindaco di Montepulciano, decreta il vincitore del premio di cantiniere dell’anno tra le candidature inviate dalle aziende associate. Sono queste che rendono una descrizione dei loro cantinieri, aggiungendo tutte le informazioni che possono far conoscere meglio i candidati ai giudici. Se inizialmente tra i requisiti tenuti in considerazione compariva anche quello degli anni di carriera trascorsi in cantina, di recente questo aspetto è stato lasciato in disparte, cosa che sicuramente ha agevolato la vittoria del cantiniere di quest’anno, molto giovane rispetto ai vincitori delle scorse edizioni.

Il premio del cantiniere dell’anno per il 2019 è stato infatti consegnato ad Andrea Della Lena, classe 1985, dal 2001 nelle cantine dell’azienda Icario. Prima di lui, gli altri cantinieri insigniti del premio erano stati Paola Picchiotti dell’azienda Bindella, Margherita Pellegrini dell’azienda Fanetti, Moreno Barbetti dell’azienda Fassati, Fabrizio Savino dell’azienda Salcheto, Roberta Vannozzi dell’azienda Boscarelli, Carmine e Orazio Capoccia dell’azienda Avignonesi, Stefano Rubechini dell’azienda Fattoria di Palazzo Vecchio, Primo Marinelli dell’azienda Casale Daviddi, Marco Papini dell’azienda Vecchia Cantina, Urano Carpini dell’azienda Tenuta Valdipiatta, Fabrizio Dottoti dell’azienda Fattoria del Cerro, Dino Magi dell’azienda Cantina Fanetti, Daniele Giani della Vecchia Cantina, Bruna Casagrande dell’azienda Cantina Gattavecchi, Giorgio Laurini dell’azienda Fassato, Enzo Barbi della Fattoria della Talosa, Adamo Pallecchi, della Cantina Contucci.

Diverse personalità, con diverse esperienze, ma sicuramente accomunate da quell’elemento che, secondo Paolo Solini, coordinatore del Consorzio del Vino Nobile, a fronte di un lavoro di vinificazione sempre più integrato con la meccanizzazione e la tecnologia informatica, rende il lavoro di cantiniere comunque impossibile da svolgere senza l’azione dell’uomo: la passione unita alla consapevolezza di portare avanti una tradizione identificativa non solo di se stessi, ma del territorio in cui si vive. È questa che regala prestigio a chi svolge un lavoro come quello del cantiniere, erede di storia e sapere, oggi vero e proprio polo di attrazione per giovani leve, vicine al mondo dell’agricoltura e all’ambiente. L’alto tasso di frequentazione dei corsi professionalizzanti, in questo senso, conferma la tendenza crescente di quanti apprendono le tecniche legate alla produzione del vino e lascia auspicare che in futuro nelle cantine non mancheranno professionisti.

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Elezioni amministrative 2019 in Valdichiana: verso il voto

Amministrative 2019 – Quando e Dove si vota Nella tornata elettorale di domenica 26 maggio si deciderà l’assetto politico e istituzionale che 11 comuni della Valdichiana senese e aretina avranno…

Amministrative 2019 – Quando e Dove si vota

Nella tornata elettorale di domenica 26 maggio si deciderà l’assetto politico e istituzionale che 11 comuni della Valdichiana senese e aretina avranno per i prossimi cinque anni. Le elezioni amministrative interesseranno Castiglion Fiorentino, Cetona, Chianciano Terme, Cortona, Foiano della Chiana, Lucignano, Marciano della Chiana, Montepulciano, San Casciano dei Bagni, Sinalunga e Torrita di Siena. Si svolgeranno contestualmente alle Elezioni Europee, per cui negli stessi seggi sarà possibile votare entrambe le schede.

Amministrative 2019 – Come si vota

Ci si potrà recare alle urne dalle 7 alle 23, muniti di documento d’identità in corso di validità e tessera elettorale. Nel caso in cui quest’ultima risultasse smarrita, o senza più spazio per il timbro, è necessario richiederne una nuova presso all’ufficio elettorale del comune di residenza.

Ciascun elettore ha diritto di votare per un candidato alla carica di sindaco, apponendo un segno sul simbolo della relativa lista, ed esprimere fino a due voti di preferenza per i candidati alla carica di consigliere, purché di sesso diverso, scrivendone nome e cognome nelle righe predisposte. Laddove vengano indicate due preferenze maschili o due preferenze femminili, il secondo nome non sarà tenuto in considerazione.

Per quanto riguarda i comuni sotto ai 15mila abitanti, viene eletto sindaco il candidato che ottiene il maggior numero di voti; nei comuni sopra ai 15mila abitanti, è proclamato sindaco chi ottiene la maggioranza assoluta (50% + 1) dei voti. Qualora nessuno raggiunga tale quota, si procederà ad un secondo turno elettorale, previsto per il 9 giugno, in cui concorreranno i due candidati che hanno ottenuto il maggior numero di voti.

Amministrative 2019 – I Comuni al voto

Se per i comuni di Castiglion Fiorentino, Chianciano, Foiano della Chiana, Lucignano, San Casciano dei Bagni, Torrita di Siena c’è in ballo la riconferma dei sindaci che hanno appena concluso il loro primo mandato, a Cetona, Cortona, Marciano della Chiana, Montepulciano e Sinalunga si attende un rinnovamento a guida dell’amministrazione.

Castiglion Fiorentino

Alla conferma di Mario Agnelli della propria disponibilità ad amministrare per altri cinque anni, con la lista civica Libera Castiglioni , si affianca la candidatura a sindaco di Rossano Gallorini, anch’egli a capo di una lista civica, Città al centro, e Giuseppe Mazzoli, per il Partito Comunista dei Lavoratori. Il Centrosinistra schiera Luca Casagni, che con il 71,3% dei voti si è imposto nelle primarie del dicembre 2018, con la lista Castiglioni nel cuore.

Cetona

Si profila un duello tra le due liste civiche Progetto Comune, proposta da Roberto Cottini per il Centrosinistra, e Cetona Piazze un sogno necessario, presentata da Antonello Niccolucci.

Chianciano Terme

La città termale è chiamata al voto per decidere se accordare la fiducia nuovamente ad Andrea Marchetti, della lista civica Puntoeacapo per Chianciano Terme, o a Paolo Piccinelli, della lista di Centrosinistra Insieme per Chianciano Terme, o a Nicola Bettollini, segretario della sezione Valdichiana Senese del Partito Comunista.

Cortona

Unico comune sopra i 15mila abitanti tra quelli qui elencati, Cortona vedrà sfidarsi quattro candidati: Andrea Bernardini, già assessore durante il mandato di Francesca Basanieri e consigliere in quello precedente con Andrea Vignini, è il candidato del Partito Democratico, sostenuto dalle liste Cortona per Bernardini, Uniti per Cortona, Cortona Civica; Luca Donzelli per il Movimento 5 Stelle; Luciano Meoni, appoggiato dalle liste Fratelli d’Italia – Alleanza per Cortona, Futuro per Cortona, Forza Italia e Lega; Marco Turenci, a capo della lista Cortona Patria Nostra. In caso di ballottaggio, vige la possibilità per i candidati coinvolti di dichiarare il collegamento con ulteriori liste rispetto a quelle con cui si sono presentati al primo turno.

Foiano della Chiana

A Foiano Francesco Sonnati si candida per il secondo mandato, presentando la lista civica sostenuta dal Centrosinistra Foiano Insieme, in concorrenza a Gianluca Mencucci per il Centrodestra, precedentemente consigliere e adesso a capo della lista Foiano Ora, e a Serena Ricci, esponente del Movimento 5 Stelle.

Lucignano

A Lucignano si fronteggeranno da una parte Marcello Cartocci, con alle spalle una lunga carriera politica che lo ha visto consigliere comunale prima dal 1970 al 1975 e, sempre all’opposizione, per liste civiche e Forza Italia dal 2004 al 2019, attualmente candidato a guida della lista civica Insieme per Lucignano; dall’altra l’attuale Sindaco Roberta Casini, per il Centrosinistra.

Marciano della Chiana

Sfida tra liste civiche: Insieme per il bene comune di Maria De Palma e Si cambia!, capeggiata da Massimo Salvadori.

Montepulciano

È una sfida a quattro quella a cui ci si appresta nella cittadina poliziana: l’ex-assessore Michele Angiolini si candida a sindaco con la lista di Centrosinistra per Montepulciano, all’interno della quale non manca qualche altro nome presente anche nel mandato appena portato a termine da Andrea Rossi; Alberto Biagi si propone come esponente del Partito Comunista; Mauro Bianchi, proveniente da cinque anni tra i banchi dell’opposizione, avanza la propria candidatura a sindaco come rappresentante del Movimento 5 Stelle; Gianfranco Maccarone schiera invece la lista di Centrodestra per Montepulciano.

San Casciano dei Bagni

Agnese Carletti, vicesindaco durante il mandato presieduto da Paolo Morelli, si candida per il Centrosinistra con la lista Scelgo San Casciano contro Carlo Trioli, sostenuto da Lega e Fratelli d’Italia, esponente della lista Acqua e Terra.

Sinalunga

I sinalunghesi troveranno sulla scheda elettorale il simbolo della lista civica presieduta da Angelina Rappuoli, Angelina per Sinalunga, quello della lista Sinalunga si rinnova, sostenuta dal Centrodestra e rappresentata da Marcella Biribò, quello di Edo Zacchei, che cercherà di raccogliere il testimone di Riccardo Agnoletti a guida dell’amministrazione, con Centrosinistra per Sinalunga.

Torrita di Siena

Giacomo Grazi, candidato del Centrosinistra, si propone per il secondo mandato presentando una lista di nomi tutti nuovi rispetto al precedente gruppo di maggioranza, con la quale affronterà Lorenzo Vestri, esponente della compagine di Centrodestra, e Michela Contemori, a capo della lista civica Torrita Bene Comune.

 

 

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Giulio Neri, nel ricordo di una voce di fama internazionale

«Lo conobbi nel 1947, al teatro Giardino di Cagliari. Me lo ricordo come un signore alto almeno due metri, con spalle imponenti. Al solo sentirlo parlare sembrava che dalla sua…

«Lo conobbi nel 1947, al teatro Giardino di Cagliari. Me lo ricordo come un signore alto almeno due metri, con spalle imponenti. Al solo sentirlo parlare sembrava che dalla sua bocca uscissero parole intrise di petrolio. Io, che nonostante all’epoca avessi solo sette anni già mi interessavo al canto, assistetti alla sua interpretazione in Mefistofele di Arrigo Boito, seduto tra il pubblico su una delle sedie in ferro della platea, e posso dire chiaramente di aver avvertito il terreno sotto ai miei piedi vibrare esso stesso per la potenza della sua voce».

Questo, nella testimonianza del baritono Angelo Romero, era Giulio Neri, basso di fama internazionale che ebbe i natali a Torrita di Siena. In occasione dell’XI edizione del Concorso Internazionale di Canto Lirico, che quest’anno si svolgerà dal 12 al 14 aprile e con cui Torrita ricorda il suo illustre cittadino, si delineano i tratti biografici di una delle figure più di spicco che siano mai nate nella provincia senese.

La sua voce poderosa, apprezzata dalla critica di tutto il mondo, ha costituito un esempio di assoluta rarità per il timbro e l’estensione verso il grave che l’hanno caratterizzata, ed è oggi possibile riascoltarla in alcune registrazioni dei ruoli di basso profondo che ha interpretato. In gioventù, tra gli amici, la potenza della voce gli aveva fatto guadagnare il soprannome di ‘Bronzone‘.

Colleghi e ammiratori non gli risparmiarono le lodi. Giorgio Gualerzi lo definì una “concentrazione di bassi (…); un roccioso blocco compatto“, mentre uno spettatore all’Arena di Verona disse, mentre Neri cantava nell’Aida: “Neri, l’Arena è troppo piccola per te!“.

Giulio Neri venne alla luce il 21 maggio 1909, da Pasquale e Marianna Pagliai, e visse a Torrita finché la sua vita venne cambiata dall’incontro con il conte Galeotti Ottieri della Ciaia, nobile mecenate locale. Neri era solito esibirsi già in chiesa o durante i ricevimenti, e fu proprio durante una cerimonia nuziale che venne notato dal conte, il quale fu così colpito dal suo talento da offrirsi di pagargli gli studi di canto.

Nel 1933, Neri si aggiudicò la vittoria di un concorso del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino; dopodiché si hanno notizie della sua presenza presso la scuola del Teatro Reale dell’Opera di Roma, e di lì a poco prese il via quella che si rivelerà essere una carriera prestigiosa. Il debutto nel 1935 a Castelfiorentino anticipò quello del ’38 a Roma nel ruolo di Fafner ne L’Oro del Reno di Richard Wagner, per cui divenne primo basso dell’Opera.

Gli si aprirono così le porte del Teatro alla Scala di Milano nel 1942, dove cantò nel Falstaff di Verdi, e del San Carlo di Napoli; nel 1945 presentò un’esecuzione della Messa di Requiem di Verdi nel cortile del Belvedere nella Città del Vaticano. Dopodichè la sua voce venne acclamata nei principali teatri europei: il Covent Garden di Londra, il Liceu di Barcellona, l’Opera di Monaco di Baviera, l’Hessisches Staatstheater di Wiesbaden e di fronte al pubblico di Portogallo e Francia.
Il suo nome divenne presto celebre oltreoceano, portandolo a esibirsi al Teatro Colòn di Buenos Aires, a Rio de Janeiro e al Metropolitan di New York.

Non mancarono le collaborazioni con altre personalità iconiche del panorama lirico internazionale. Con Maria Callas condivise il palco in più occasioni: nella La Gioconda di Ponchielli del 1952, nell’Aida di Verdi del 1953 e nella Norma di Bellini del 4 gennaio 1958 al Teatro dell’Opera di Roma, che fu anche la sua ultima esibizione.
La vita di Neri si concluse prematuramente, stroncato da una malattia cardiaca il 21 aprile di quello stesso anno.

Le peculiarità della voce di Neri non si limitavano alla potenza e al registro: spesso non vengono ricordate la bellezza del timbro, la capacità del cantante di modulare la voce e sfumarla per creare personaggi memorabili. Uno di questi è l’iconico Mefistofele, che nella sua interpretazione Neri rende imponente, beffardo, riuscendo allo stesso tempo a portare avanti un’esecuzione tecnicamente impeccabile.

Neri è il più accreditato Mefistofele dei giorni nostri: è ormai un diavolo espertissimo di tutti i gironi infernali siano essi cosparsi di saltellanti frasi, come scioglilingua, o di cavernose note in gara col cupo rombo dei timpani, o implichino movimenti scenici ricchi di elastiche piroette, confacente al beffardo sire infernale“.

Il Momento – 2 luglio 1952

Altro aspetto non da trascurare era la capacità di Neri di dominare la scena grazie alla sua imponenza fisica, attraverso un uso sapiente della sua statura massiccia, del trucco e della recitazione.

Nel corso della vita, Neri toccò anche il mondo del cinema. La sua apparizione più celebre è forse quella, nel ruolo di sé stesso, in Mi permettete babbo’ di Alberto Sordi.

Il Concorso

A Torrita di Siena, dal 2005, la memoria di Giulio Neri rivive nel Concorso di Canto Lirico, tornato con questa edizione ad avere una cadenza annuale e prodotto dalla Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, con la collaborazione della Fondazione Torrita Cultura, sotto la direzione artistica di Eleonora Leonini.

Negli ultimi anni, il Concorso ha attirato sempre più l’attenzione dei cantanti lirici di tutto il mondo, che arrivano nel centro storico di Torrita per partecipare alla fase di selezione ed eventualmente alla finale, un concerto aperto al pubblico presso il Teatro degli Oscuri.

La giuria è composta da nomi autorevoli e conosciuti a livello internazionale. Per questa undicesima edizione i giurati saranno: il tenore Ernesto Palacio, direttore artistico e sovrintendente della Fondazione Rossini Opera Festival; Vincenzo De Vivo, ora direttore dell’Accademia d’Arte Lirica di Osimo e del Teatro delle Muse di Ancona; il soprano Tiziana Tramonti, docente al Conservatorio di Bologna; Giovanni Oliva, coordinatore artistico del Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano. Per il secondo anno consecutivo sarà presieduta dal basso Riccardo Zanellato: atteso il prossimo maggio all’Opera di Lipsia e al teatro La Fenice di Venezia, ha collaborato con direttori d’orchestra come Chailly e Abbado e si è aggiudicato l’Oscar della Lirica nella cerimonia tenutasi a Doha, in Qatar. È proprio lui a sottolineare quanto il concorso Giulio Neri, che nelle iscrizioni non pone limiti di età, sia un’occasione importante per i cantanti lirici più giovani, che trovano in un’esperienza del genere un momento di confronto e crescita, come per le voci più mature, che hanno a disposizione uno spazio prestigioso per farsi conoscere.

«Nei giovani cantanti si cerca di individuare il talento e le potenzialità che, attraverso lo studio, possono ancora essere sviluppate; dai concorrenti con un’età più elevata invece in giuria ci si aspetta una preparazione tecnica e musicale ormai consolidata».

Quest’anno, dei 107 iscritti al Concorso provenienti da venti Paesi, sono tredici i cantanti con voce di basso. Un elemento che rappresenta un record nella storia del Giulio Neri, e su cui Zanellato ha espresso commenti di soddisfazione, dal momento che sul panorama musicale attuale non sono molti cantanti con questo registro di voce.

Chissà dunque che proprio il paese natìo di Giulio Neri non porti fortuna ad altri nuovi grandi talenti.


Fonti:

http://www.accademiadeirozzi.it/wp-content/uploads/2014/03/numero30.pdf

http://www.treccani.it/enciclopedia/giulio-neri_(Dizionario-Biografico)

http://www.operaclick.com/schede_artisti/neri_giulio.htm

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GFNY: da tutto il mondo su due ruote in Valdichiana

Un tragitto di 108 km, 2000 metri di dislivello da percorrere attraverso gli scorci e le colline della Valdichiana Senese, un territorio presente nell’immaginario internazionale come la capitale del buon…

Un tragitto di 108 km, 2000 metri di dislivello da percorrere attraverso gli scorci e le colline della Valdichiana Senese, un territorio presente nell’immaginario internazionale come la capitale del buon vivere: con queste premesse non poteva di certo essere disatteso l’incontro di tanti appassionati di sport con bellezze paesaggistiche celebri in tutto il mondo. È così che in una giornata tipicamente primaverile, questo bacino di interesse naturale e storico è diventata meta di un evento sportivo cui hanno preso parte più di mille ciclisti, provenienti da 37 diversi Paesi di quattro continenti. La Gran Fondo New York, gara internazionale di ciclismo amatoriale, ha scelto di posizionare in Valdichiana, tra la data in Colombia e quella nella Repubblica Domenicana, partenza e traguardo della sua unica tappa in Italia per tre sue edizioni consecutive, da quest’anno fino al 2021.

«Amare il ciclismo significa amare l’Italia, e in particolar modo la Toscana, dove è antica e consolidata la tradizione di questo sport»

aveva dichiarato Uli Fluhme, presidente della Gran Fondo, nel corso della presentazione dell’evento.
E sicuramente quanti hanno partecipato alla gara non potranno dire di non aver visitato l’anima più autentica della Toscana.

Partendo da Torrita di Siena, e proseguendo per Montefollonico, Castelmuzio, Montisi, Trequanda, San Giovanni d’Asso e Torrenieri, sino all’arrivo in piazza Grande a Montepulciano, il percorso lungo i borghi e le strade bianche ha suscitato tanto l’ammirazione dei corridori, che molti si sono premurati di installare telecamere GoPro sui propri caschi.

Vari i livelli di preparazione atletica: se ne è avuto dimostrazione prima che la gara iniziasse davvero. In arrivo da Montepulciano, da dove si è svolto il traferimento verso la linea di partenza, i ciclisti, sia professionisti che amatori, si sono trovati ad entrare nel centro storico di Torrita per via Roma, una salita abbastanza erta che in diversi hanno affrontato scendendo dalla sella e proseguendo a piedi.

Già al passaggio per piazza Matteotti, dove ad attendere gli atleti c’erano gli Sbandieratori e i Tamburini di Torrita, il gruppo di testa è apparso ben distaccato dal resto del gruppo. Il primo a tagliare il traguardo, dopo 3 ore 13′ 36” è stato Riccardo Pichetta, a distanza di 4′ 53” dal secondo Nicolò Di Gaetano e di 7′ 46” dal terzo classificato Aurelio di Pietro. Lungo il tratto di strada che collega Torrita a Montepulciano, ancora intorno alle 15:30 del pomeriggio si potevano scorgere i corridori, nelle riconoscibili maglie verdi e nere prodotte in Italia e fornite da un’organizzazione che non ha lasciato nulla al caso, avvalendosi della collaborazione delle amministrazioni comunali di Montepulciano e Torrita, che tra l’altro hanno destinato della realizzazione dell’evento i proventi dell’imposta di soggiorno, e delle tante associazioni presenti sul territorio, le quali non hanno mancato di apportare il proprio sostegno, in fede ad un principio di collaborazione che ha saputo dare i propri frutti.

«C’è molto orgoglio – ha commentato la dottoressa Grazia Torelli – per essere riusciti a concretizzare un progetto ambizioso, che dalla sua proposta, giunta nello scorso agosto, alla messa in pratica, ha presentato pure qualche difficoltà, soprattutto dal punto di vista burocratico».

Il gran numero di iscritti, alcuni dei quali hanno aderito al Training Camp, il pacchetto di uscite guidate su percorsi tra i 40 e i 90 km in vista della gara, ha affollato le terre di Siena già dalla scorsa settimana, inducendo così un buon risultato per la promozione di tutto il territorio. Oltre ai ciclisti, infatti, era atteso l’arrivo di tanti accompagnatori che hanno approfittato dell’occasione per una breve vacanza.

«È stata un’occasione unica per far conoscere questi posti ad appassionati di sport e benessere che vengono anche dall’altra parte del mondo» ha dichiarato Alessandro Fracassi, Presidente del comitato organizzatore che ha curato l’evento. «Come primo anno c’è soddisfazione per il risultato ottenuto, ma anche consapevolezza di avere margini di miglioramento verso i quali protendere per le prossime edizioni, e chissà se per non altri progetti».

Quel che rimane, a gara conclusa, è la risonanza, giunta grazie a questa manifestazione di sano sport, alle terre della Valdichiana senese, e la prova superata – se fosse stato ancora una volta da dimostrare – della disposizione all’accoglienza e alla cooperazione viva in questo territorio.

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Identità meticce: un reportage senza maschere

Qual è un’espressione della bellezza, se non quando ci si riunisce per provare a migliorare il mondo? Mi appresto, qui, in questo luogo virtuale, a cercare di afferrare la bellezza…

Qual è un’espressione della bellezza, se non quando ci si riunisce per provare a migliorare il mondo?

Mi appresto, qui, in questo luogo virtuale, a cercare di afferrare la bellezza del 24 marzo, trascorso in quel luogo intimo e accogliente che è il Chiostro di San Francesco a Chiusi e dove, grazie a tanti protagonisti, si è cercato di migliorare il mondo. Almeno un po’.

Non so bene da dove cominciare per raccogliere la complessità e la varietà degli argomenti e delle attività protagonisti dell’evento Identità meticce: viaggi, crocevia, incontri, organizzata da GEC Gruppo Effetti Collaterali, con Biblioteca Comunale e Informagiovani Città di Chiusi e Chiusinvetrina CCN – Chiusi Scalo e con il patrocinio di Comune della Città di Chiusi e Centro Pari Opportunità Valdichiana: una giornata talmente ricca che spero di riuscire a raccogliere con la giustizia che merita.

Il programma completo merita una lettura approfondita: troverete maggiori dettagli sia sugli sponsor dell’evento che sugli ospiti dei quali io qui vi riporterò commenti e riflessioni. Considerata la ricchezza, e la lunghezza, ho deciso di lasciar parlare loro, i veri protagonisti dell’evento, limitandomi a qualche frase per facilitare la lettura. Alla fine, tuttavia, troverete un mio commento sulla giornata. Da antropologa, non riesco a resistere e a non dire la mia!

Durante l’incontro Arte in Movimento, sono intervenuti Matteo Casilli, Laura Fatini, Verdiana Festa e Nicole Romanelli, moderati da Tommaso Ghezzi.

Matteo Casilli, fotografo, ci parla delle sue impressioni a seguito della creazione della mostra Humans, in collaborazione con Intersos sul centro di accoglienza di Crotone.

Foto di Matteo Casilli

Mi ha chiamato Intersos perché gli piacevano i miei ritratti, volevano vedere il mio occhio su questa situazione; io che per la prima volta mi trovavo a raccontare una emozione simile, mi sono presentato, sono stato con loro, ho cercato di capire i problemi, le dinamiche. Sono entrato, così, senza fare foto all’inizio. La prima volta è stato molto toccante e mi ha commosso. Personalmente, è attraverso la fotografia poi che riesco a esprimere quello che penso e provo.

Quando fotografo qualsiasi persona, che sia Morricone o uno sconosciuto, cerco sempre, se posso, di conoscerlo, prenderci un caffè insieme, capire la sua storia: questo fa la grandissima differenza, visto che per me ciò che è più importante per un ritratto è conoscere la persona, chi è. Potevo fare foto molto più di impatto, ma io se uno sta male non lo vado a fotografare. E lì faceva veramente freddo, loro hanno fame, stanno male, sono bloccati lì senza documenti, gente laureata.

Foto di Matteo Casilli

Sono molto soddisfatto del risultato fotografico in termini tecnici, come ho avuto altre soddisfazioni in campo fotografico, ma in questo caso non me ne frega particolarmente perché sono più contento se serve a contribuire a giornate come questa, per far conoscere la situazione difficile che vivono questi ragazzi.

Laura Fatini ci racconta The Giufà Project ricordandoci che:

Attenti a fermare gli uomini. Si rischia di fermare anche le storie…

Foto di Andrea Micheletti

L’obiettivo di The Giufà Project è l’incontro tra diverse culture: due differenti culture riescono a parlarsi trovando un mezzo che le rispecchi entrambe; il personaggio di Giufà è questo mezzo. Lavorando con i migranti che hanno sofferto, ad esempio, non puoi chieder loro immediatamente ‘com’è stato il tuo viaggio’, ‘raccontami di te’, né è immediato l’approccio anche con gli altri che si sono avvicinati al progetto del ‘ok lavoriamo insieme’, ‘ok facciamo teatro insieme’, ‘parlami dei tuoi problemi’; bensì: ‘lavoriamo su qualcos’altro, su Giufà, in cui ci riconosciamo entrambi’. Le arti prendono in mano il dialogo e si fa quindi musica, teatro, danza insieme. Giufà è l’inizio. L’idea quindi è riscoprire delle radici comuni per favorire l’incontro, e questo mezzo funziona: dal 2014 ho trovato circa un centinaio di storie differenti su questo Giufà, di almeno 30 paesi differenti, ed è straordinario quando cominci a chieder a qualcuno ‘senti ma dalle tue parti c’è la storia di questo saggio folle, di uno un po’ sciocco?’, trovi risposte come ‘ah sì, mia nonna mi raccontava’: è straordinario.

Io lavoro in Italia con dei ragazzi migranti qui a Cetona. Un’enorme soddisfazione è vederli lavorare con i bambini, con gli stessi ragazzini che magari lo scorso anno avevano paura di loro e vederli collaborare, giocare, interagire senza problemi.

Una difficoltà è la iniziale diffidenza delle persone a cui proponi il progetto all’inizio, anche solo semplicemente per ospitarlo – anche se per fortuna alla fine sono riuscita a trovare sempre molto interesse. Iniziale diffidenza soprattutto dagli enti, dagli amministratori, dai politici, e un po’ dagli adulti (mentre i giovani non hanno assolutamente avuto nessun problema ad approcciarsi). Le persone che si propongono per attività del genere sono già sensibilizzate, anche se magari hanno i loro dubbi nei confronti dell’integrazione, però si aprono senza problemi.

Foto di Andrea Micheletti

Negli spettacoli che propongo su Giufà ci sono tante storie, piccole storie dove alla fine si propone il messaggio dell’integrazione: ‘siamo tutti uguali’; alla fine c’è una scena in cui si tirano fuori i giubbotti di salvataggio, ci sono i migranti e si parla dell’accoglienza, e viene fuori il tema principale: ‘attenti a fermare gli uomini, si rischia di fermare anche le loro storie’, perché fai vedere alle persone che quello che ci rende umani sono le storie, il fatto di narrarci, di raccontare; fai vedere che le storie sono tutte uguali, e che alla fine le storie parlano di persone in viaggio e di trasformazione, come quelle che ci hanno incantato da piccoli.

Link utili: The Giufà Project e The Complete Freedom of Truth

Verdiana Festa e Nicole Romanelli, che insieme a Pietro Gregorini e Michela Locati hanno ideato e portato avanti il progetto Solo in cartolina, ci raccontano le difficoltà e le soddisfazioni provate.

Foto di Andrea Micheletti

Il progetto è partito in modo spontaneo, non pianificato, e penso che questo sia stato un po’ il punto di forza. Abbiamo creato un gruppo dove oltre a noi, tanti altri che non si espongono su tematiche sociali, persone che solitamente non scendono in piazza perché magari non si occupano di queste cose, invece in questa campagna hanno detto la loro e hanno partecipato: hanno trovato un mezzo per poter esprimersi. I creativi che hanno partecipato, e anche dal pubblico, ci volevano aiutare in qualcosa, ci mandavano mail dicendo: ‘Possiamo darvi una mano? Come vi possiamo aiutare?’. Quindi interessati ci sono, esistono, sono più di quelli che noi perlomeno ci immaginavamo, e con tanti abbiamo iniziato collaborazioni, ci sentiamo, si continua, magari su altri lavori.

 Abbiamo ricevuto critiche sia ovviamente da un’opposizione che aveva un’opinione diversa dalla nostra, sia dal mondo della comunicazione, che magari aveva la nostra opinione ma per cui il nostro modo di comunicare non era corretto perché ironizzava troppo. Rispetto a come di solito si raccontano i migranti, la nostra voce è un po’ meno pesante e a volte anche sarcastica, però anche molto amara, tragicamente amara.

Io quello che posso dire è che siamo riusciti a spostare un po’ il target, nel senso che abbiamo parlato a chi volevamo parlare, ossia le persone della nostra età. Ci arrivavano le cartoline da ragazzi di 18, 19 anni! E i creativi hanno dato la direzione del progetto più che noi, che abbiamo dato loro l’input ‘metti nella cartolina un luogo di mare, saluti da, e rappresenta una scena che racconta quello che succede nei nostri mari’. Noi poi abbiamo filtrato. E ora che la campagna è finita però comunque ci cercano e ci mandano altre cartoline.

Ci siamo chiamati Creative Fighters (e anche poi nei giornali ci hanno iniziato a definire così), anche se questo nome ha destato il delirio, il nome fighters ‘ah perché è violenta’, perché noi per le idee si combatte. Combattiamo con il nostro strumento: la creatività.

A metà campagna c’è stato un altro tweet di Salvini in cui diceva ‘ciao amici mandatemi le vostre cartoline’ e chiamava i suoi seguaci a inviarci delle contro-cartoline. E sono arrivate: immagini di stupri, qualcuna un po’ fascista. Erano un po’, ma neanche troppe in realtà. Lo sai, nel momento in cui decidi di fare una cosa simile, lo sai benissimo: a me personalmente sono arrivate anche email a lavoro, visto che ero il tramite con l’ufficio stampa e usciva più spesso il mio nome, solo per questione di divisione dei compiti, e quindi probabilmente ho fatto un pochino di più da parafulmine rispetto ad altri.

Noi ora stiamo facendo questo spin off sulle Alpi: con questa campagna ci siamo spostati sul racconto, sulla storia di questo Amir che attraversa le montagne, per la quale ci siamo dovuti documentare e raccogliere le storie – vere – e scrivere una storia. Amir rappresenta un po’ tutti i migranti che attraversano il confine: le cartoline sono le puntate della storia che racconta questa traversata. Quando questo fundraising finirà, dovremo capire cosa fare, come tenere questo network e magari attivarci per una campagna l’anno, non solo cartoline ma anche altre tematiche, per esempio il climate change.

Chiara Cardaioli ci racconta il momento dedicato alle letture e alle attività per bambini 0-6 e 7-11 anni.

Foto di Andrea Micheletti

Domenica pomeriggio con tante mamme che ci hanno prestato la loro voce, abbiamo provato a seminare parole e racconti in varie lingue: spagnolo, arabo, inglese, albanese, rumeno. Abbiamo creato, attraverso le storie universali della letteratura per l’infanzia, un momento vero di integrazione: è forse questo l’obiettivo più alto di una Biblioteca pubblica. È stata l’occasione per valorizzare la lingua madre, che è la lingua del cuore, del ricordo, ed è stato bello sentire l’emozione nella voce di alcune lettrici. L’iniziativa è stata coordinata dalla Biblioteca comunale di Chiusi, all’interno del programma nazionale Nati per Leggere.

GEC&BOOK: Identità meticce, presentazione libri moderata da Caterina Guidi e con gli autori Giovanni Dozzini e Bruno Barba.

Foto di Andrea Micheletti

Caterina Guidi, ricercatrice alla European University Institute, ci parla dell’incontro e dei confini mentali, oltre che fisici.

L’incontro è essenzialmente la conoscenza dell’altro, incontrandoci ci riscontriamo un po’ simili in tutto, che siano desideri, aspirazioni, problematiche, e anche diseguaglianze. Penso che la reale diseguaglianza nel mondo moderno sia legata più a condizioni socioeconomiche che altro; che questo fatto venga poi manipolato e scientemente mascherato come un altro tipo di conflitto porta in sé la vera ragione stessa del conflitto. Se ci si accorgesse che, invece, si tratta di un problema di posizione socioeconomica, forse faremmo qualcosa di più: banalmente ci arrabbieremmo tutti insieme per migliorare questa condizione.

Nell’incontro con l’altro non c’è solo la somiglianza, ma anche la differenza. Sicuramente in occasioni come queste, per esempio, ci si riscopre quello che siamo, ossia uomini, donne e fondamentalmente esseri umani, in accordo con il tema della mostra fotografica Humans. Le etichette, siano esse appunto usate per definirci migranti, o per cittadinanza italiana, sono a volte comode: il diritto internazionale per sua stessa natura, per esempio, ha bisogno di esse per definire anche la protezione delle vulnerabilità. Allo stesso modo, l’economia pubblica ha bisogno di definire chi è vulnerabile per garantire maggiore protezione sociale. Purtroppo, a volte diventa la ragione stessa del pregiudizio e della mancanza di tensione nella conoscenza verso l’altro. A volte ci fermiamo alla sua stessa definizione, che è comoda, per riassumere la condizione dell’altro e per non conoscerlo davvero.

Ho lavorato in zone fuori dall’Unione Europea, come in Bosnia, e ho avuto modo di capire e apprezzare che cosa fosse la conoscenza reale dei problemi, toccarli con mano; ho cominciato davvero a capire l’importanza del mio passaporto e l’importanza di dover attraversare una frontiera: è totalmente aleatorio e qualcosa che non hai fatto niente per meritare. Ti è capitato di nascere da una parte del mondo rispetto ad un’altra. Spesso ho riflettuto su che cosa sia davvero il confine: lo puoi definire in modo positivo, ma può escludere allo stesso tempo, e in fondo lo stato nazione così come lo conosciamo è una creazione recente rispetto alla storia dell’umanità, solo tre secoli!

L’idea Europea è un po’ il superamento dei confini nazionali all’interno di un territorio comune, e la sua fragilità l’abbiamo vista quando qualcuno è venuto a bussare alle nostre porte e ha voluto far parte di questa terra, che io penso sia una terra di opportunità. 511 milioni di abitanti non dovrebbero spaventarsi di qualche milione di stranieri ma, anzi, essi stessi potrebbero essere i cittadini del domani di questa Unione Europea.

Penso veramente che l’approccio migliore sia di non raccontare più la migrazione con pietismo, – ovviamente senza per questo negare le tragedie del mediterraneo – garantendo prima di tutto condizioni dignitose di viaggio in sicurezza e raccontare la migrazione finalmente in un’ottica di storia dell’uomo. La mobilità è sempre esistita, e sempre esisterà. Nel bene e nel male nessuno fermerà la corsa al benessere di un altro individuo; bisognerebbe però pensarla in una prospettiva che non sia né di solidarietà né di carità, come spesso viene fatto, ma di cittadinanza, cioè nell’insieme dei doveri di cittadini e come parte di questa società europea. Io vedo questa come unica prospettiva per superare prima di tutto quello che è un confine mentale, e secondariamente quello che viene esercitato a suon di trattati dai governi nazionali.

Giovanni Dozzini, autore di E Baboucar guidava la fila – un romanzo, la storia di 4 protagonisti immaginari, ispirati però a ragazzi che l’autore conosce – ci parla di letteratura e politica.

La letteratura ha sempre un ruolo sociale e politico in senso ampio, perché incide sulle persone e sulle loro coscienze, sul modo di pensare, di sentire. Un romanzo come Babucar, per il tipo di storia che racconta, ha dei risvolti politici e sociali. Si parla di migranti, e parlare di migranti oggi ovviamente è un atto molto politico.

In particolare quello che io ho voluto fare è stato parlare di questo tema, che è enorme, in una maniera un po’ diversa rispetto a come si fa solitamente nella rappresentazione mediatica soprattutto, ma anche in letteratura. Perché negli ultimi anni alcuni libri, a livello narrativo, sono cominciati a uscire sulla questione migratoria, e la mia operazione è stata quella di proporre un racconto in presa diretta, cercando di non rivangare nel passato dei protagonisti: il viaggio, con la V maiuscola non lo racconto, bensì parlo di due giorni, di presente, cercando di raccontare il modo di porsi dei personaggi in un contesto completamente nuovo e pieno di possibilità ma anche di insidie. Il risvolto politico di questo romanzo sta nel tentativo di proporre una visione un po’ diversa di quelle persone che noi siamo abituati a considerare secondo categorie abbastanza approssimative e per luoghi comuni.

Anche se troppa poca gente legge libri rispetto a quanta ne servirebbe; anche se mi rendo conto che la gente, che viene alle presentazioni, che prende il libro in mano e lo legge, è già gente benevola nei confronti di questi ragazzi, comunque la letteratura può avere un ruolo. Quindi da un lato sento il limite della forma romanzo, dall’altro, soprattutto nel caso di Baboucar, credo che faccia pensare – d’altronde, io non voglio dare risposte, ma far ragionare la gente. Rispetto a questa grande questione dei migranti, anche chi ha un’attitudine più benevola a volte si rifà a dei cliché, per cui aderisce a uno schema un po’ pietistico: il migrante lo accogliamo, però a certe condizioni, nel senso che nel momento in cui lui non vuole più recitare la parte del ‘poveraccio’ fino in fondo cominciamo a stranirci. Il cellulare, l’ambizione di andare al mare, di fare una cosa tanto per farla: a volte anche una persona che accoglie questi ragazzi poi dice ‘eh però, non è che puoi lamentarti del vitto, non puoi pretendere anche di andare al mare, cioè vieni qua ti accolgo però, stai lì’. Leggendo questo romanzo si potrebbe un po’ cambiare il proprio punto di vista, incrinare qualche convinzione, anche legittima che una persona può avere. La letteratura deve far questo, far cambiare un po’ la prospettiva sulle cose, anche di un millimetro, perché poi uno ci ragioni, senza dare ricette o fornire risposte semplici.

Le rappresentazioni che noi abbiamo della realtà sono frutto dell’esperienza, quindi è normale da una parte affidarsi a quelle che ci vengono propinate in qualche modo, della quale ognuno fa la propria sintesi. Però, la narrativa rispetto, per esempio, all’informazione giornalistica, ha il privilegio di dare più tempo, di insistere sulle sfumature, e anche sulle contraddizioni. Quindi chi legge un libro può sfruttare questo privilegio, che ha lo scrittore ma ha anche il lettore; di conseguenza, la narrativa si fonda sulla complessità, la complessità è nemica degli stereotipi per cui, la narrativa credo che possa aiutare a scardinare un po’ la rappresentazione semplicistica della realtà e della società.

Bruno Barba, antropologo e autore di Meticcio, l’opportunità della differenza, ci regala spunti di riflessione importanti sul tema del meticciato culturale.

Prendiamo come punto di partenza il concetto di sincretismo religioso, che nasce da una reinterpretazione di due religioni che si incontrano e, a partire dalla loro unione, presentano poi un aspetto totalmente differente. Riferendomi al caso di uno dei miei campi di studio, la cultura brasiliana è tutta soggetta a questa dinamica, ovvero tutto è reinterpretazione: dalla musica alla gastronomia, e persino l’elemento biologico. C’è un salto logico forse un po’ ardito ma che in qualche modo spiega anche il fatto per il quale noi, tutti, siamo ibridi; tutte le culture sono ibride. La mistificazione della purezza, tanto dal punto di vista razziale, quanto del confine culturale, è qualcosa che si può definire ingenuo, sbagliato. Tutto è contaminato da sempre. Quindi, quando si parla di contenere confini, quando si tratta di difendere quella che qualcuno chiama addirittura la razza, si fa un’opera di disinformazione che può essere considerata o ingenua o malevola.

La migrazione, insieme alla percezione dell’alterità e all’ibridazione tanto biologica quanto culturale, è la costante più frequente nella storia dell’umanità. Da sempre gli uomini si muovono e si spostano, e questa è la ragione per cui non esistono le razze. Il fatto che le razze non esistono è dovuto al fatto che da sempre l’uomo ha scambiato geni, come anche dicono i genetisti, e come dice Barbujani tra gli altri. Queste riflessioni di fatto ci devono fare considerare l’immigrazione di oggi, soprattutto in Europa, come un fenomeno assolutamente normale, gestibilissimo – sarebbe stato, ed è ancora, gestibilissimo –, ma interessi vari fanno sì che la sua percezione sia appunto dell’ingovernabilità del fenomeno.

Io dico sempre che si perde di una cultura ciò che vale la pena perdere, magari attraverso strategie di resistenza, perché poi il destino meticcio non è un destino segnato, o tracciabile facilmente e di cui già oggi possiamo noi prefigurare i confini e gli effetti. È un processo che sicuramente avverrà come sta avvenendo e i cui effetti sono difficilmente calcolabili. Di sicuro, si tratta di effetti benefici nel lungo termine, perché le culture sopravvivono soltanto attraverso la contaminazioni. Quella cultura che si ritiene di poter proteggere, e alla quale si impone una protezione, è una cultura folclorizzata – le riserve indiane per intenderci –; mi rendo conto che possano esserci buone intenzioni alla base, ma non è così che si difendono le culture: sono gli uomini, che hanno la voglia e l’interesse a conoscere l’alterità. Un’altra mistificazione: la paura dell’altro nasce semplicemente dalla non conoscenza, o meglio, è legata all’ignoranza di che cosa l’altro è.

In questo momento, considerare ‘gli immigrati come risorse’ e prendere come paradigma i pochissimi casi in cui avvengono tragedie, diventano elementi discriminatori e critici, separanti, legati a un certo modo di pensare fortemente ideologicamente orientato. Pensando invece agli effetti macroscopici del fenomeno, è innegabile rendersi conto che le culture, gli uomini, la biologia, tutto ciò che ha a che vedere con il contatto, è favorito dal contatto stesso.

Sul ruolo e i doveri dell’antropologia oggi…

I doveri oggi sono intanto a rimediare a una percezione che l’antropologia storica ha contribuito a creare – non dimentichiamoci che le teorie evoluzioniste, il razzismo stesso, il differenzialismo, le enfasi date anche, magari con buone intenzioni, al multiculturalismo come sottolineatura della diversità, possono produrre una tendenza all’incomunicabilità. L’idea meticcia serve apposta a superare, a dare un’accelerata alla proposta multiculturalista, perché se il multiculturalismo accetta le diversità, le inserisce però in un ambiente, in una città, in un contenitore sperando in una pacifica convivenza. Il meticcio, questa convivenza la propone attraverso la capacità di ricreare stimoli culturali, e attraverso l’idea che i fatti e le usanze possano sempre essere migliorabili. L’uomo è tendenzialmente creativo, non passivo, e fruitore di quello che si chiama, appunto, cultura. Se qualcuno usa la cultura come alibi e come se fosse una cappa dalla quale gli uomini non possono né ribellarsi, né discutere, Jorge Amado ci ricorda invece che il razzismo si combatte a letto; il razzismo si combatte attraverso l’osservazione, la curiosità e il desiderio di conoscere l’altro e dell’altro scegliere ciò che ci fa bene.

Se in Europa la narrazione è legata alla tradizione, alla purezza, allo stesso tempo l’antropologia ci insegna che le tradizioni, la purezza, l’idea di razza, di confine, di Stato, sono tutte finzioni, creazioni contingenti e storiche che si possono, così come sono state proposte, riproporre, cancellare, modificare, modellizzare.

Conclusioni

Per concludere quella che si è rivelata una raccolta di riflessioni ricchissima, nonché un momento di dialogo fondamentale, cercherò di essere breve, mantenendo però la speranza che si continui ad affrontare queste tematiche da un punto di vista critico e riflessivo molto a lungo e approfonditamente.

Difatti, quella che ritengo sia la vera ricchezza di eventi come quello che si è svolto a Chiusi il 24 marzo, è finalmente dire le cose come realmente sono, scevri da maschere ed illusioni. A mio parere, solo parlando chiaramente, e onestamente, saremo in grado di migliorarci e di crescere.

Credo che se da una parte Identità meticce abbia riunito e invitato al dialogo i fautori di tanti progetti, uno più bello dell’altro, e attività stimolanti – citiamo nuovamente la mostra Humans, The Giufà Project, il progetto Solo in Cartolina, l’arte in live del collettivo Becoming X – Art+Sound Collective, le letture per i bambini a cura di Biblioteca Comunale e Informagiovani Città di Chiusi, con gli operatori di Nati per Leggere Siena, il tutto condito dall’aperitivo con i vini dell’ Azienda Agricola Nenci –, e che quindi abbia mostrato come esista un’Italia attiva e viva nei confronti dell’integrazione, dall’altro abbia sollevato due idee importanti, in particolare.

Sarò brevissima, perché breve deve essere, secondo me, il tempo in cui tutti noi possiamo renderci conto del poco che serve per iniziare a migliorare la situazione attuale.

Una realizzazione chiara, e semplice, che:

La mobilità è parte della storia dell’uomo da sempre.

La migrazione non deve essere vista con pietismo, ma come la normale corsa al benessere di un altro individuo, cosa che facciamo tutti in un modo o nell’altro.

Senza confini mentali. Quelli che vengono creati per paura dell’altro, quando la paura è un sintomo della mistificazione di una società attuale che vuole imporci le sue regole ma che, fortunatamente, consciamente o inconsciamente, siamo in grado di resistere, e resistiamo.

Vediamo orizzonti dove voi ancora tracciate confini.

[Valentina, 28 anni]

 

 

Foto in copertina di Andrea Micheletti, opera di David Ferracci del collettivo Becoming X

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Il Bosco di Ogigia: la permacultura come modello ambientale

Il Bosco di Ogigia è un progetto dedicato all’informazione e alla diffusione della permacultura e delle pratiche agricole sostenibili, intese non soltanto come tecniche da impiegare in agricoltura, ma anche…

Il Bosco di Ogigia è un progetto dedicato all’informazione e alla diffusione della permacultura e delle pratiche agricole sostenibili, intese non soltanto come tecniche da impiegare in agricoltura, ma anche come modello di vita e di rispetto dell’ambiente che ci circonda. Il racconto delle pratiche di sostenibilità che permea il progetto viene affrontato attraverso un ecosistema digitale composto dal blog, il canale YouTube e i profili su Facebook e Instagram. Il Bosco di Ogigia possiede anche un luogo fisico a Montepulciano Stazione: un appezzamento di terra nei pressi dell’abitato dove sta crescendo un bosco commestibile, un orto per l’autroproduzione e tante altre utili attività legate all’etica della permacultura.

Con il termine “permacultura” si intende “un sistema di progettazione per realizzare e gestire una società sostenibile, allo stesso tempo un sistema di riferimento etico-filosofico ed un approccio pratico alla vita quotidiana: in essenza, la permacultura è ecologia applicata”. La permacultura può essere utilizzata per progettare una grande azienda agricola, ma è perfetta anche per gestire meglio la propria economia domestica e avviare una produzione alimentare nel balcone di casa. Si tratta quindi di un modello che porta a rivalutare il proprio sistema di vita per creare una cultura sostenibile al benessere dell’uomo e dell’ambiente che lo circonda.

Il progetto del Bosco di Ogigia è stato ideato da una coppia di giornalisti romani, Francesca Della Giovampaola e Filippo Bellantoni, che affondano le loro radici proprio in Valdichiana: Francesca è infatti originaria di Montepulciano e proprio qui ha scelto di mettere in pratica le conoscenze di permacultura per creare un orto sinergico. Li ho intervistati durante lo svolgimento di un corso dedicato al riconoscimento delle erbe spontanee commestibili, chiedendo maggiori informazioni sul loro progetto.

Com’è nato il progetto del Bosco di Ogigia?

Francesca: “Sono originaria di Montepulciano Stazione anche se vivo da parecchi anni a Roma. Ho acquistato questo campo che sta vicino a casa dei miei genitori, forse perché vivendo in città sentivo il bisogno di mettere i piedi nella terra. È una cosa che senti dentro a un certo punto, la voglia di recuperare il più possibile un contatto con la natura, che magari hai da bambino ma che poi per studio o lavoro la nostra generazione non ha avuto tantissime occasioni di portare avanti. Da lì è nata la volontà anche di approfondire la disciplina chiamata permacultura, che può dare risposte concrete. Si tratta di un approccio mentale più che di una tecnica agricola. Come giornalista sento di dover parlare della crisi ambientale che stiamo vivendo, contribuire a cambiare anche l’atteggiamento delle persone.”

Oltre alla passione per la permacultura, hai fatto ricerche o studi in materia?

Francesca: “Sì, continuo tuttora a studiare, mi sembra di aver appena iniziato. Sto partecipando a corsi, faccio parte di gruppi di progettazione e di confronto. La permacultura è una disciplina con tecniche e regole, è necessario mettere in relazione conoscenze agronomiche, botaniche, entomologiche. Cerca di fare sintesi tra le conoscenze ambientali che avevano i nostri nonni e bisnonni e che con il tempo abbiamo perduto.”

Qual è invece il ruolo di Filippo nel progetto?

Filippo: “Sono un giornalista e videomaker, mi occupo principalmente di produzione video, ma lavoriamo assieme anche sui contenuti. Gli strumenti sono fondamentali per raccontare le buone pratiche di sostenibilità ambientale: grazie ai social riusciamo raggiungere un grande pubblico attraverso un canale multimediale. Il nostro stile è divertente e veloce, adatto anche ai giovani, veicolato principalmente attraverso i video. Il nostro obiettivo è quello di raccontare le tematiche ambientali partendo dalle etiche della permacultura che sono tre: cura della terra, cura della persona, condivisione delle risorse. Vale per tutto, sia per i rapporti con le persone, sia per i modi con cui si fa agricoltura o si realizza un video.”

In che modo il vostro progetto aiuta a migliorare il rapporto con l’ambiente?

Francesca: “Quando lavori in permacultura devi pensare alle risorse disponibili e cercare di non sprecarle. Anche i nostri vicini di casa stanno capendo, ad esempio quando fanno le potature mi lasciano gli stralci, io accumulo materia organica che per me è molto importante, perché per riportare vita nel suolo serve materia organica. Per i vicini diventa quindi un’occasione per liberarsi comodamente delle potature, per me è un’occasione per arricchire il terreno. La prossima volta impareranno anche loro che sono delle risorse utili e magari le utilizzeranno a loro volta attraverso una compostiera. Sbagliamo a bruciare la materia organica o a considerarla un rifiuto, quando invece è molto importante.”

Com’è cominciato il Bosco di Ogigia e quali sono stati i vostri primi passi?

Filippo: “Io sono arrivato al Bosco di Ogigia grazie a Francesca, lo scorso anno ho partecipato a un corso di 72 ore sulla permacultura, mi sono appassionato al tema, ho sentito l’esigenza di mettere a disposizione le mie professionalità per cercare di fare qualcosa di utile. Stiamo costruendo una comunità, circa 70mila persone coinvolte, un pubblico importante, dà molta soddisfazione dal punto di vista giornalistico. Abbiamo cominciato con Facebook e con un blog su WordPress, poi abbiamo iniziato a fare video e il riscontro è stato ottimo. Adesso stiamo puntando molto su YouTube, il canale stra crescendo molto, è stato un impegno graduale per creare contenuti di qualità. Lavoriamo molto sull’interazione con le persone, è fondamentale creare un rapporto di scambio con il pubblico. Non è più il giornalismo di una volta che ti dice la verità dall’alto e non partecipa alla conversazione: adesso il rapporto è quasi personale, fatto di messaggi e domande, il giornalista è diventato un punto di riferimento per la comunità.”

Parliamo meglio del vostro rapporto con il pubblico, come vi ponete nei loro confronti?

Francesca: “Non è soltanto un rapporto online, ad esempio a Roma frequentiamo un gruppo di Permacultura Urbana. Ci sono tante persone che ci sostengono fisicamente, non solo sui nostri canali social. Il primo pubblico è stato quello interessato alla permacultura, poi ci sono comunità di persone che amano coltivare il proprio orto, e poi cerchiamo anche di conquistare quel pubblico che non penserebbe mai a questi temi, ma vogliamo lanciare il messaggio che è importante la conoscenza della terra e una piccola autoproduzione di cibo. Per permettere a questi messaggi di diffondersi ulteriormente, abbiamo recentemente stretto una collaborazione con Cane Secco: abbiamo raccontato la costruzione dell’orto da Slim Dogs, la sua casa di produzione, attraverso una collaborazione video. È stata principalmente una collaborazione umana, nello spirito della permacultura, per raggiungere un pubblico più giovane a cui è importante diffondere certi messaggi.”

Com’è il vostro rapporto con il territorio della Valdichiana?

Francesca: “Il Bosco di Ogigia si trova proprio qui, anche se è un progetto di respiro nazionale. Vorrei riuscire a coinvolgere di più le persone, spero che con il passaparola aumenti la sensibilità verso l’etica della permacultura e della sostenibilità ambientale. Questa è sempre stata casa mia, anche se viviamo a Roma. Torno spesso per lavorare sull’orto e fare video, o per organizzare corsi su tematiche collegate come quello dedicato al riconoscimento delle erbe spontanee commestibili.”

Tra i prossimi progetti del Bosco di Ogigia, uno dei più interessanti è sicuramente quello legato al batterio Xylella in Puglia: il documentario è in lavorazione, potete approfondire e sostenere il loro lavoro a questo link.

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Fridays For Future – Il 15 marzo 2019 di Siena e Firenze: anche la Toscana si è unita alla battaglia per il futuro del mondo

Foto di copertina di Francesca Cersosimo/Fridays For Future Siena Sono passati cinque giorni da venerdì 15 marzo, ma ho come l’impressione che pochi si rendano conto di quello che è…

Foto di copertina di Francesca Cersosimo/Fridays For Future Siena

Sono passati cinque giorni da venerdì 15 marzo, ma ho come l’impressione che pochi si rendano conto di quello che è successo (e che sta succedendo). È successa una cosa che non si era mai vista nella storia del mondo: una manifestazione senza leader, autoorganizzata e autocoordinata a livello locale, riesce a raggiungere e unire tutto il mondo nello stesso momento. Un movimento – Fridays For Future – nato e portato avanti dagli studenti, la categoria che più di tutte è fragile: senza diritti, senza soldi, senza libertà di scelta, senza ascolto. Eppure, il 15 marzo hanno dimostrato di sapere di non essere senza potere.
Quando dico che la manifestazione è stata globale, intendo proprio questo: globale.

Mappa delle manifestazioni registrate al sito Fridays For Futre

Da Longyearbyen all’Antartide, dal Rio Grande al Novosibirsk russo, dall’Alaska alla Nuova Zelanda, gli studenti, i loro insegnanti, i loro genitori e tutto coloro che si sono voluti unire alla loro protesta sono scesi nelle piazze delle nostre città, dei nostri paesi e dei nostri villaggi per chiedere una cosa ai governi di tutto il mondo: garantire all’umanità un futuro, impegnandosi a mettere in atto misure drastiche per contenere il cambiamento climatico che già oggi miete vittime su vittime, che muoiono nel silenzio dei notiziari.

Secondo la WHO (World Health Organization), si stima che nei prossimi decenni saranno intorno alle 250.000 all’anno (nei prospetti più ottimisti) le morti aggiuntive da imputare al cambiamento climatico.

Già oggi si calcola che siano state milioni le vittime di fenomeni associati al cambiamento climatico (400.000-600.000 morti ogni anno), tra le cause principali: stenti, malattia, shock termico. Per fare un esempio che molti di noi hanno toccato con mano, ripensiamo all’ondata di calore che colpì l’Europa nel 2003 causando 70.000 vittime, di cui più di 14.000 solo in Francia. Il cambiamento climatico non è solo riscaldamento globale: nubifragi, uragani, escursioni termiche estreme sono solo alcune delle sue declinazioni. Il cambiamento climatico è una minaccia per tutti noi, per tutto il pianeta, nessuno escluso.

Questo è quello contro cui sta protestando il movimento Fridays For Future, nato dallo sciopero della quindicenne svedese Greta Thunberg e ripreso in tutto il mondo da presidi locali e auto organizzati. L’Italia si è unita tardi alle proteste, ma in breve tempo ha dimostrato di esserci, di essere cosciente dell’urgenza e della grandezza della manifestazione.

Il Climate Strike di Siena

Su La Valdichiana oggi vi voglio raccontare il 15 marzo 2019 di Siena e Firenze, e inizierò con un’intervista al comitato senese di Fridays For Future.

Foto di Francesca Cersosimo/Fridays For Future Siena

Quando e come è nato il comitato senese? Come vi relazionate con gli altri, nazionali e internazionali?

Il comitato senese è nato un po’ all’improvviso intorno al 12 febbraio. Una delle attuali organizzatrici, Elisa Furlan, studentessa di medicina al secondo anno, ha preso contatti con FFF Italia e Mondiale creando un primo scheletro che si uniformasse alle altre città italiane, europee e via dicendo. Il secondo step è stata la ricerca di appoggio da SDSN (Sustainable Developement Solutions Network) Youth Siena. Il referente, Massimo Gigliotti, entusiasta dell’idea è poi diventato uno dei tre organizzatori principali. La terza organizzatrice, sempre presente all’interno di SDSN, è Giulia Goffetti; sia lei che Massimo sono dottorandi di in scienze ambientali.

Perché è stato e sarà importante continuare ad aderire a questo sciopero globale?

Non solo è stato importante aderire a questo sciopero globale, ma è stato ed è tutt’ora fondamentale continuare perché, come dice il detto ”l’unione fa la forza”, così Fridays For Future è riuscito a far scendere in piazza migliaia e migliaia di ragazzi in tutto il mondo. Il motivo è semplice: c’è in gioco il destino dell’essere umano e della Terra stessa. Le decisioni prese dalla classe dirigente fino a ora ci hanno portati verso il punto di non ritorno, come ricorda anche Di Caprio nel celebre documentario di National Geographic. Ora dobbiamo fermarci e invertire la rotta. Se la classe dirigente si ostina a girarsi dall’altra parte faremo in modo che trovino noi a ricordarglielo. Ogni città sta proponendo e stimolando localmente dei cambiamenti; siamo certi che grazie a questa diffusione di informazioni alle elezioni europee saranno votati coloro che più si proporranno pronti a delle vere politiche ambientali che possano realmente portare a una presa di posizione dall’alto.

Foto di Michele Bettollini

Quali sono le cose importanti che sono state dette (e fatte) durante l’evento di Siena?

Durante l’evento principale del 15 marzo a Siena non c’è stata solo una manifestazione di studenti, docenti, bambini e cittadini, ma è stata una giornata di forte divulgazione. Infatti, tra un intermezzo di musica e un intermezzo teatrale, c’è stata una vera e propria lezione in piazza a cui hanno assistito circa 2.000 ragazzi, ascoltando docenti di spessore dell’Università di Siena ed esponenti delle diverse associazioni aderenti all’iniziativa, come WWF o ISDE (associazione medici per l’ambiente).
I giovanissimi della scuola elementare Peruzzi hanno letto ad alta voce il loro tema fatto in classe sul cambiamento climatico, come un vero e proprio proclama dell’evento, e hanno intonato il ”GiroTondo di Siena” ( giro giro tondo, salva il mondo, salva la Terra, niente più gas serra). Infine, per concludere l’evento ci sono state proposte concrete rivolte alla pubblica amministrazione, come per esempio riguardo alla limitazione della plastica monouso o all’incentivazione della raccolta differenziata.

Le critiche ai partecipanti sono state innumerevoli, sia da destra che da sinistra, dalle tesi di complotto alle accuse di essere un branco di fannulloni che vogliono saltare scuola. Pensate che l’iniziativa trascenda le barriere e le divisioni politiche? Perché?

Le critiche ci sono e ci saranno sempre per qualsiasi movimento o iniziativa, non è questo a farci paura. Il rischio di strumentalizzazione è alto così come è alto il pericolo che si faccia di tutta l’erba un fascio. Noi crediamo fortemente in questa iniziativa e siamo convinti che sia il primo vero movimento in grado di trascendere le divisioni politiche. FFF è un punto di convergenza per ogni singolo e per ogni gruppo; FFF nasce per salvare la Terra perché questa è la casa di ognuno di noi. L’adesione al movimento prescinde da tutto il resto.
Ci teniamo anche a far presente che, a Siena, gli eventi settimanali in preparazione all’evento del 15 si sono svolti tutti fuori dall’orario scolastico e che l’evento del 15 Marzo è stato una giornata di forte divulgazione promossa dagli enti universitari e sostenuta dal Magnifico Rettore dell’Università di Siena, poiché crediamo che il primo passo per il cambiamento sia l’informazione.

L’impegno del comitato non si ferma qui: so che avete già altre iniziative in programma, ce ne volete parlare?

Il 15 Marzo è stato un momento che ci ha permesso di dire: Siena c’è. Ora siamo pronti a spingere sull’amministrazione comunale e per azioni concrete in collaborazione con WWF, Legambiente, ISDE e molte altre associazioni. Questo venerdì 22 Marzo ci incontreremo per ripulire Piazza del Campo dai mozziconi di sigarette, che ricordo impiegano dai 5 ai 12 anni per essere degradati. Per il 30 marzo stiamo programmando un evento in collaborazione con WWF Siena per l’Earth Hour,  mentre domenica 31 lavoreremo in collaborazione con Legambiente per ripulire dai rifiuti il bosco di Lecceto. Siamo pieni di energie e sfrutteremo al meglio l’attenzione e la sensibilizzazione che siamo riusciti a ottenere riempiendo Piazza del Campo!
Per finire vorremo aggiungere un particolare: dopo il 15 marzo stiamo ricevendo decine di richieste di adesione al movimento da Siena e dintorni, stiamo crescendo esponenzialmente!

Foto di Michele Bettollini

Fridays For Future è una battaglia, una mossa strategica per il conseguimento di un obiettivo, che è quello di assicurare un futuro alle prossime generazioni, all’umanità e al nostro pianeta.
Sono convinta che la rassegnazione alla sconfitta sia una cosa che si acquisisce con la vecchiaia e la stanchezza; per questo so che, qualsiasi cosa dovesse succedere, qualsiasi atto di violenza dovesse essere perpetrato nei suoi confronti, questo movimento non si fermerà.

Sono le persone scese in piazza il 15 marzo i veri guerrieri (quasi un milione e mezzo secondo alcune fonti), non i politici, non i leoni da tastiera che dai divani delle loro case giudicano, criticano e liquidano il comportamento di questi studenti come ‘solo una scusa per saltare la scuola‘. Se l’umanità riuscirà a tenere fede all’Accordo di Parigi del 2015, se qualcosa di buono verrà fatto per le generazioni future, per i nostri figli e i nostri nipoti, non sarà certo merito di coloro che oggi dicono “tanto è tutto inutile” o “il cambiamento climatico non esiste“. Ci saranno sempre quelli che, spaventati dagli eventi che non sono in grado di capire, cercheranno il complotto, la strumentalizzazione, cercheranno un capro espiatorio e un colpevole. Eppure, quello che sta succedendo continuerà a succedere comunque, anche se non lo capiranno mai.

Foto di Francesca Cersosimo/Fridays For Future Siena

 


Gli studenti dei Licei Poliziani parlano di Fridays For Future su Radio Poliziana:

Ascolta “#FridaysForFuture e lo sciopero dei giovani contro il cambiamento climatico” su Spreaker.

 


Il Climate Strike di Firenze

Foto e testo di Francesco Bellacci

A Firenze Piazza Santa Croce è piena. È piena zeppa di giovani e giovanissimi, con le facce colorate come gli indiani d’America. Sulle migliaia di cartelloni che svettano sopra le teste si leggono slogan, moniti, frasi piene di paura e speranza, parole d’amore per una grande madre minacciata e ridotta in fin di vita. Il colpo d’occhio della manifestazione Climate Strike, lo sciopero mondiale per salvare il pianeta, è magnifico. L’atmosfera che si respira fantastica.

Il 15 marzo, Piazza Santa Croce era piena di ragazzi e ragazze. Sembravano un’affluente di quell’enorme fiume straripato grazie a una gocciolina con le treccine bionde, l’impermeabile giallo e il viso rotondo. Una minuscola molecola d’acqua che ha permesso di spezzare gli argini di contenimento di una struttura arcaica, inutile e dannosa. Questa lacrima (di gioia, ovviamente) si è messa a capo di un movimento di protesta colmo di attese, di rabbia, di fiducia, di rivalsa, che coinvolge giovani studenti di tutto il mondo. Si chiama Greta Thunberg, ha sedici anni e vive a Stoccolma. Negli ultimi mesi abbiamo imparato a conoscerla dalla TV e dai giornali per il suo enorme coraggio e la sua infinita forza di volontà, che sta mettendo nella lotta contro chi ammala il pianeta.

Il primo scienziato a studiare l’incidenza del CO2 sul clima fu lo svedese Svante August Arrhenius all’inizio del XX secolo e Premio Nobel per la chimica. Alcune ricerche pubblicate sui giornali europei indicherebbero che proprio il pioniere della teoria dell’effetto serra sarebbe l’antenato della piccola Greta. Una coincidenza strabiliante. La stessa ragazza ha raccontato il suo precoce interesse verso le problematiche ambientali, nato all’età di 8 anni. Dall’agosto del 2018 Greta ha iniziato uno sciopero che si ripete ogni venerdì: invece di andare a scuola, si reca davanti alla porta del parlamento svedese con qualche libro nello zainetto e in spalla un cartello con su scritto “Skolstrejk för klimatet”, sciopero per il cima. Questa azione di protesta è diventata famosa col nome di Fridays for Future. Da allora è riuscita a ottenere l’attenzione dei media locali e adesso è diventata il punto di riferimento per milioni di giovanissimi attivisti in tutto il mondo. Oggi, studenti di ogni lingua, paese e cultura rispondono all’appello di Greta. Un atto dimostrativo contro l’egoismo di governi e multinazionali sordi ai moniti sulla critica situazione ambientale della Terra.

Fatico a raggiungere le scale della chiesa. Da lontano riesco a intravedere gli striscioni più grandi disposti l’uno accanto all’altro, sul gradino più alto, sotto la facciata della chiesa; alcuni ragazzi coi megafoni puntati al cielo stanno in piedi sopra le panchine, ma sono resi muti dalle migliaia di voci che si sovrappongono attorno a me. Partono slogan e cori da zone diverse; si sviluppano tutt’intorno; poi muoiono, ma subito ne nascono altri e il ciclo si ripete. Lentamente mi avvicino. Fa caldo: siamo tutti appiccicati ed è una bellissima giornata di sole, di quelle che ti ricordano che la primavera è ormai vicina. La mattina seguente i giornali parleranno di un’affluenza di oltre 10.000 persone, ma dal centro di questo mare sembrano essere dieci volte tante.

È incredibile come una piccola donna sia riuscita a smuovere il mondo intero. C’era davvero un disperato bisogno di lei, ma è anche altrettanto incredibile che si sia arrivati a questo punto. A toccare un livello critico di sfruttamento delle risorse, a sfiorare il tipping point che condurrà la Terra alla morte. Il macabro individualismo e l’egoismo cieco dei governanti e delle grandi aziende stanno rischiando di compromettere la vita e il futuro delle nuove generazioni solo per rincorrere l’arricchimento sfrenato. A volte provo a mettermi nei panni di chi avrebbe la possibilità di cambiare veramente le cose con una legge, con un accordo ecologico o con un nuovo piano aziendale improntato sulla riduzione delle emissioni. Faccio una fatica immensa a immaginarmi quanta avidità ci vuole per anteporre le logiche capitalistiche al futuro di tutti gli esseri viventi.

Oggi, però, è un giorno bellissimo e si riesce a pensare solo a un futuro migliore, sicuro, felice. Inizio a girare su me stesso. Scatto alcune foto. Mi guardo intorno sorridendo, come fanno tutti del resto, e vedo: ragazze e ragazzi cantare, ridere e stringersi in abbracci; maestre delle scuole con i loro piccoli alunni, ognuno con un cartello colorato urlante rabbia innocente. Sopra di me una ragazza con i capelli ricci e il giubbotto legato in vita avvicina la bocca al megafono e tutt’intorno voci fresche la seguono in coro. Lì nel mezzo si avverte tanta complicità, vera fratellanza. Lì nel mezzo mi sento leggero, spensierato e allo stesso tempo tremendamente consapevole di quello che sta succedendo al nostro presente. Quand’è stata l’ultima volta che milioni e milioni di studenti hanno manifestato per il loro futuro in modo così appassionato e pacifico? A stare lì nel mezzo sembra che sia davvero esplosa una bellissima rivoluzione, dopo che la miccia ha bruciato svelta, appicciata dalla piccola Greta qualche mese fa. Lì nel mezzo c’è qualcosa di antico, ma profondamente rinnovato negli interpreti e nei suoi leader.

Si leggono e si sentono ovunque attacchi al movimento, tentativi per screditarlo, accuse di incoerenza rivolte ai giovani. Sono gli sforzi di chi si aggrappa ancora a un sistema che infinite volte ha dimostrato il suo fallimento in ogni direzione. Sono gli sforzi di quella classe dirigente senza ideali, piegata al dio denaro e lontana dalla razza umana. Sono gli sforzi vergognosi del capitalismo.

Verso le 10:00 il corteo si muove. Lento. D’altronde, in un giorno così non c’è fretta di finire e rimanere soli. In un giorno così si sta bene tutti insieme. Una sosta viene fatta sotto Palazzo Vecchio e una tipina con i capelli viola si mette davanti alla testa del serpentone e fa uscire dal megafono parole di rabbia contro Nardella e il PD, accusati di complicità con chi ammala la Terra per aver dato il consenso alla costruzione del nuovo aeroporto. La marcia riparte. I canti riprendono. Gli applausi rimbalzano fra i palazzi del centro. E oggi è una giornata bellissima.

Non è vero che siamo tutti un po’ colpevoli per la situazione drammatica in cui verte il pianeta. Sono le patetiche accuse di chi cerca di ferire questa bellissima rivoluzione. I colpevoli sono coloro che non credono nel cambiamento. I veri colpevoli sono quelli che seguono ancora le logiche capitalistiche.

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Treno della Memoria 2019: il racconto dell’esperienza degli studenti

Il Treno della Memoria è un progetto realizzato ogni due anni dalla Regione Toscana con l’obiettivo di educare alla cittadinanza attiva, rafforzare l’identità europea e aumentare i momenti di riflessione e…

Il Treno della Memoria è un progetto realizzato ogni due anni dalla Regione Toscana con l’obiettivo di educare alla cittadinanza attiva, rafforzare l’identità europea e aumentare i momenti di riflessione e confronto con i ragazzi sulla risposta sociale da dare ai conflitti. Nel corso degli anni sono stati svolti dei viaggi per ricordare i drammatici eventi della Seconda Guerra Mondiale, diretti ad Auschwitz o altri campi di concentramento dove migliaia di persone hanno perso la vita, con la prospettiva di esercitare la memoria con un’esperienza diretta e non solamente attraverso i libri di testo o le celebrazioni ufficiali.

I viaggi vengono organizzati in prossimità della “Giornata della Memoria”, ricorrenza fissata al 27 Gennaio e dedicata alla commemorazione delle vittime dell’Olocausto. Ogni anno vengono coinvolti più di cinquecento ragazzi dagli istituti superiori di tutta Italia, e tra i partecipanti dell’edizione appena conclusa c’era anche una delegazione di studenti provenienti dalla Valdichiana. Si tratta di Lavinia Vestri, Giulia Pasqualoni, Daniel Chierchini e Giacomo Paolini dell’Istituto Redi, Giulia Conti, Noemi Pasquadibisceglie, Nico Canapini e Luca Venturini dell’Istituto Caselli, accompagnati dalla professoressa Lara Pieri.

I ragazzi sono partiti domenica 20 gennaio a bordo del Treno della Memoria, diretti ad Auschwitz, in compagnia di docenti preparati all’esperienza e al tema di quest’edizione: “Razzismi di ieri e di oggi: il buon uso della memoria”. Il treno è partito da Santa Maria Novella alla volta della Polonia, passando per il Brennero, l’Austria e la Repubblica Ceca, per un totale di circa diciannove ore. Sul treno i ragazzi hanno avuto la possibilità di parlare con dei testimoni diretti della Shoah e con dei sopravvissuti ai campi di sterminio, come le sorelline Andra e Tatiana, scampate agli esperimenti del dottor Mengele.

Lunedì 21 Gennaio i ragazzi hanno visitato il campo di Auschwitz-Birkenau, in una fredda giornata piena di emozioni. Dopo la visita guidata si è svolto un corteo verso il Monumento internazionale alle vittime del nazifascismo, dove ogni ragazzo ha pronunciato al microfono il nome di giovani deportati.

“Posso dire che se una cosa non la vedi con i tuoi occhi non la puoi capire fino in fondo. – ha commentato Lavinia Vestri, della classe quarta – Per tutti questi anni abbiamo studiato la Shoah e le atrocità che hanno colpito gli ebrei, però non avevamo capito davvero cosa volesse dire il campo di concentramento finché non l’abbiamo visto”.

Il giorno successivo i ragazzi hanno visitato il celebre campo di Auschwitz, che ha ripreso il nome polacco di Oświęcim, con il museo della memoria e il muro della morte. Il viaggio ha poi fatto tappa al Cinema Kijow di Cracovia, dove è avvenuto un confronto diretto con i testimoni dell’Olocausto, racconti video e interviste in prima persona. Un’esperienza propedeutica all’incontro del giorno seguente, presso l’Università Jagellonica, dove attraverso l’iniziativa “Europa e memoria” gli studenti italiani e polacchi hanno potuto dialogare in maniera pubblica con i sopravvissuti, in un’ampia discussione interculturale alla presenza del presidente della Regione Toscana Enrico Rossi e Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione europea.

Giovedì 24 Gennaio il Treno della Memoria è ripartito alla volta della Toscana, con i ragazzi carichi di esperienze e riflessioni. Nei giorni successivi si sono svolte assemblee scolastiche all’Istituto Redi Caselli e incontri pubblici (come quello agli ex-Macelli nell’ambito del Mengafono) per raccontare il viaggio, supportati da immagini fotografiche.

“Grazie a questo tema è stato possibile, – ha spiegato la professoressa Lara Pieri – nell’intenso lavoro di preparazione al viaggio, non solo approfondire argomenti storici, ma anche agganciarsi a un presente in cui atteggiamenti razzisti emergono in maniera molto preoccupante.”

Dall’esperienza prenderà vita una mostra fotografica, che sarà allestita in maniera permanente all’interno dell’istituto, ma che potrà poi spostarsi nelle altre scuole del territorio, in modo che i ragazzi possano raccontare la loro esperienza tramite la scelta delle foto e le emozioni da loro suscitate. I racconti personali, infatti, coinvolgono a livello emotivo: un’esperienza diretta che i partecipanti al Treno della Memoria hanno vissuto attraverso l’incontro con i testimoni dell’Olocausto.

“Anche se si tratta di persone ormai anziane, la loro forza comunicativa ed emotiva è enorme, c’è tanto vigore nelle loro parole. – commenta la professoressa Pieri – Grazie ai loro racconti ti senti più coraggiosa, ti sembra quasi di poter cambiare le cose, in una situazione generale in cui tutti siamo passivi e non si crede più che ognuno possa fare la differenza, tanto da sentirsi vinti senza combattere. E invece nelle parole di questi testimoni c’è forza, vitalità, un’emozione che dona coraggio.”

Per finire, lasciamo la parola ai testimoni diretti di questo viaggio: un estratto del servizio realizzato per Toscana Notizie in cui sono presenti anche alcuni studenti dell’Istituto Redi che raccontano l’esperienza appena conclusa.

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