La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Musica e Teatro

I Bangcock e il primo album: intervista alle “Cattive compagnie”

La notizia è che i Bangcok hanno pubblicato “Cattive compagnie”, il loro primo progetto uscito da uno studio di registrazione. Per dovere di cronaca è giusto evidenziare che questi ragazzi…

La notizia è che i Bangcok hanno pubblicato “Cattive compagnie”, il loro primo progetto uscito da uno studio di registrazione. Per dovere di cronaca è giusto evidenziare che questi ragazzi hanno vinto il 32° Sanremo Rock al teatro Ariston, aggiudicandosi il premio “Assomusica” per la migliore esibizione live, il premio “PMI” per la band più originale e “Parole Rock” per il miglior autore under 35. Una valanga di premi. La verità è che molti di noi non sanno neanche della loro esistenza. Quello che invece bisogna davvero sapere dei Bangcock è che sono fottutamente bravi.

La band nasce a Chianciano Terme nel 2017 dall’incontro tra il rapper Fake (Simone Falluomini) e quattro musicisti: Paolo Acquaviva al trombone, Daniele De Bellis alla batteria, Francesco Rossi Valenti alla chitarra e Alessio Zeppoloni al basso. L’unione di questi cinque in una band ve la potete immaginare come la creazione di un nuovo piatto composto da cibi che vi fanno impazzire, afrodisiaci, dolci, salati, freddi, caldi, per scoprire che… è buonissimo. Magari da un punto di vista culinario non si può fare e verrebbe un troiaio, ma loro ce l’hanno fatta. Musicalmente intendo.

Sì, perché ognuno di loro ha un background musicale diverso. Rap, hip-hop, jazz, metal si intrecciano fra loro, dialogano, si uniscono, si contaminano, senza che mai uno di questi perda la sua identità. Il risultato di questo “minestrone” di suoni ve lo andate a sentire, perché tanto è inutile parlare di musica se non la si ascolta. A maggior ragione per i Bangcock.

Il loro primo album è uscito il 24 dicembre, perciò ne abbiamo subito approfittato per saperne di più e per capire come facciano a convivere sul palco (ma non solo) personalità così differenti.

Avete fatto la serenata a mia nonna questa estate, in piazza a Foiano. Da allora è motivo di vanto per la famiglia…

“Nooo!! Troppo buffe quelle signore, davvero. È stato bellissimo. Pensa che nella stessa piazza, dalla parte opposta, c’erano delle ragazzine di 11 o 13 anni che stavano al telefono. Noi eravamo appena usciti dagli studi di Radio EFFE e siamo andati a chiedere se potevamo suonare una serenata per loro, ma erano imparanoiate e secondo me non capivano nemmeno cosa stessimo dicendo, perciò le abbiamo salutate scusandoci per il disturbo. Qualche metro più in là c’erano queste vecchine e il risultato è stata la Serenata Cock. C’è anche il video.”

Il 24 dicembre è uscito il vostro primo album, ce ne parlate?

“È il nostro primo progetto ufficiale. Avevamo già fatto uscire due brani di questo disco, senza però dire che ne facevano parte. Il primo è “Convenevoli” e il secondo è quello che ha dato il nome all’album. In questo disco ci sono sette tracce che cercano di analizzare gli aspetti grotteschi della società di oggi. La particolarità di questo progetto è che il messaggio non viene comunicato solo dal rapper, ma da tutta la band. La musica di ogni pezzo esprime esattamente quello che viene espresso dal testo.”

E questo come avviene?

“In maniera del tutto naturale. Il nostro lavoro crea un suono potentissimo e coeso. È qualcosa che è nato tra di noi, di alchemico. Ciò che creiamo non va in una direzione precisa, ma cresce e si plasma unendo le nostre differenze. Ognuno di noi appartiene a una scuola musicale completamente diversa. Questo però non ci snatura, anzi. Ognuno di noi mette in gioco le proprie particolarità esaltandole all’interno di questa apparente caciara.”

Quali sono gli aspetti grotteschi della società di cui parlavate prima?

“La musica, la società, la politica. Che poi è tutto connesso: religione, politica, media sembrano quasi la stessa cosa. Sono gli aspetti che non ci piacciono, per questo l’album si chiama “Cattive compagnie”.

Il vostro percorso in quale direzione va?

“Stiamo insieme da un anno e mezzo e abbiamo vinto il Sanremo Rock, suonato alla Flog, al The Cage e aperto ai Cure e ai Sum 41 al Firenze Rocks. Sono risultati che all’inizio erano inimmaginabili per noi. Vogliamo arrivare sempre più su. Non fermarci. Il bello deve sicuramente venire. Questo primo progetto è stato tirare fuori un qualcosa di embrionale per la band. Per il 2020 è già in fase di registrazione un nuovo album. A breve uscirà un nuovo singolo con video intitolato “La legge di Murphy”.

Adesso vorrei sapere perché vi chiamate Bangcock? Anche se un’idea me la sono fatta…

“[Risate]. Ci piace dire che, più che un nome, bangcock sia un’attitudine: vivere la musica, le passioni, la vita a c***o duro. La nostra musica vuole animare la gente e farle prendere coscienza.”

Vi consiglio di NON cercare su google immagini con la parola chiave “Bangcock”. Poi non dite che non vi avevo avvertito.

E buon ascolto.

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Il trio acustico Combat Folk a Foiano della Chiana

Stefano “Cisco” Belotti (voce e accompagnamento) fondatore dei Modena City Ramblers, Luca Lanzi (voce e chitarre) cantante della Casa del Vento e Francesco Moneti violinista eccezionale, entrambi aretini, hanno portato…

Stefano “Cisco” Belotti (voce e accompagnamento) fondatore dei Modena City Ramblers, Luca Lanzi (voce e chitarre) cantante della Casa del Vento e Francesco Moneti violinista eccezionale, entrambi aretini, hanno portato il loro Combat Folk a Foiano della Chiana nella serata di giovedì 2 gennaio.

Il progetto, come ci spiega lo stesso Cisco, «nasce dall’idea di riunirci insieme tutti e tre. Abbiamo beccato Francesco in una pausa del tour con i Modena, perciò ho proposto di mettere in piedi una manciata di date, che poi si sono rivelate molte di più. L’idea è nata a settembre dal desiderio di suonare insieme a Luca le canzoni storiche che abbiamo scritto insieme e che hanno dato vita al disco del 2001 “Novecento”. Un album diventato appena maggiorenne. Alla fine, abbiamo fatto 26 concerti in due mesi, in inverno. Una cosa impensabile, molto impegnativa. Abbiamo raccolto un sacco di adesioni. Stasera è stata l’ennesima conferma: la sala era strapiena, la gente si è seduta davanti al palchetto o stava in piedi tutt’intorno. Mi piace pensare che questa cosa si possa riprendere in mano l’anno prossimo e riproporla, perché è stato veramente bello».

I Modena City Ramblers e la Casa del Vento hanno collaborato spesso insieme dagli anni Novanta. Queste band si sono fatte conoscere non soltanto per il folk suonato da musicisti incredibilmente capaci, ma soprattutto per l’impegno politico e sociale che trova espressione nei testi delle loro canzoni. Il valore di questi artisti è stato riconosciuto dalla leggendaria Patti Smith, che ha deciso di registrare un brano e suonare nel suo tour con i ragazzi della Casa del Vento.

Qualche mese fa li abbiamo intervistati dopo un concerto ad Arezzo e ora, vederli a Foiano, è qualcosa di speciale. Nelle loro canzoni, infatti, si parla molto della storia di questo piccolo borgo orgoglioso. «A Foiano come Casa del Vento avevamo già suonato in una iniziativa dell’ANPI locale in memoria dei partigiani che combatterono i nazi-fascisti. Su questo palco mi sono commosso, perché proprio qui sono germogliati i semi dell’antifascismo e della lotta partigiana aretina. Licio Nencetti, Ezio Raspanti, Sarri, Grazi e Antonini e tutti quei ragazzi che hanno dato la loro vita sono stati formati da esperienze che sono avvenute nel territorio foianese a inizio ‘900, come i Fatti di Renzino, e da quei personaggi che hanno portato avanti i valori dell’antifascismo nonostante un ventennio di dittatura. È per questo che Foiano ha un tessuto sociale così forte e coeso. Essere qui e poter raccontare del sacrificio di giovani di 16, 17, 18 anni mi emoziona in modo indescrivibile».

Anche il pubblico ha reso omaggio ai suoi combattenti partigiani con un lungo e affettuoso applauso. «La risposta che ha dato questo pubblico» ha continuato Luca Lanzi «è stata meravigliosa. Io dico sempre che il concerto si fa in due: i musicisti e la gente. Mi ha fatto molto piacere che ci fossero tanti ragazzi giovani».

Riempire una sala come la Furio del Furia di Foiano è stato possibile grazie all’iniziativa dell’amministrazione locale che ha voluto inaugurare il 2020 con una band di grande calibro formata da un trio d’eccezione.

«Far venire tutta questa gente è importantissimo» ci dice Cisco Belotti «la sala non è affatto piccola e c’era gente in piedi che non sapeva dove stare. È stato veramente significativo. Mi ha colpito la partecipazione di questo paese: c’era gente venuta per sentire le nostre canzoni e cantare con noi. È stato un grande risultato sia per chi ha organizzato che per noi».

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Intervista a Gabriele Valentini: e se la fine del mondo arrivasse a Sarteano?

Inizia il 28 Dicembre il “Capodanno a Teatro” targato Arrischianti: dal 28 al 31 potete trovare in Teatro a Sarteano Che m’importa del mondo, la nuova produzione Compagnia Teatro Arrischianti…

Inizia il 28 Dicembre il “Capodanno a Teatro” targato Arrischianti: dal 28 al 31 potete trovare in Teatro a Sarteano Che m’importa del mondo, la nuova produzione Compagnia Teatro Arrischianti con la drammaturgia e la regia di Gabriele Valentini.
“Capodanno a Teatro” è ormai una tradizione consolidata del nostro territorio: inizia come un normale spettacolo in scena negli ultimi giorni dell’anno e culmina in una grande festa la sera del 31 – lo spettacolo si chiude giusto in tempo per il brindisi da fare tutti insieme e poi un ricco buffet vi aspetta negli spazi del Teatro sarteanese.

L’evento è arrivato quest’anno alla decima edizione e per un compleanno così importante non si poteva che optare per un argomento non da poco: la fine del mondo.
Immaginate di trovarvi in un bar mentre fuori piove a dirotto. E mettete che quella sia l’ultima sera del mondo – sarebbe come ve la siete immaginata?
Per immergerci fin da ora nell’atmosfera dello spettacolo ci siamo chiusi nel bar di cui sopra con Gabriele Valentini, che ci sta dentro da mesi o, meglio, anni.

Da cosa nasce l’idea di questo testo? C’è stato un momento particolare, che ricordi, che ha fatto nascere in te la voglia di raccontare la fine del mondo?

“Come spesso capita, l’idea è uscita fuori per caso: eravamo un po’ di persone a parlare, o per meglio dire “cazzeggiare”, e qualcuno è saltato fuori con la domanda “Ma se tu avessi un preavviso di tempo prima che tutto finisca, che faresti?”; una domanda che prima o poi in qualche conversazione, anche per gioco, salta fuori, un po’ come il meteo o l’oroscopo.
Quella volta però, mi è rimasta in mente per via di qualche risposta decisamente buffa e strampalata. Tra l’altro alcuni dei partecipanti alla discussione sono diventati interpreti di questa commedia.
Quell’input iniziale è proseguito per un po’, nel senso che per un po’ di tempo quando uscivo con amici, a un pub o a una cena, o anche quando parlavo con qualcuno che conoscevo poco, domandavo cosa avrebbe fatto nel caso di una fine imminente del mondo, e le risposte in generale, erano quelle di stare con i propri affetti, o di ubriacarsi, cose buttate là: abbiamo la tendenza a non prendere sul serio le domande alle quali non sappiamo dare una risposta precisa.”

È una storia che vuoi raccontare da un po’ di anni. Come si è evoluta nel corso del tempo? Da quando hai avuto l’idea a oggi, vista l’evoluzione dei problemi climatici e la maggiore conoscenza che se ne ha, la storia che volevi raccontare ha subito delle modifiche?

“Direi che l’incontro tra l’idea iniziale e la questione climatica è avvenuto in modo naturale. Basta guardare un qualsiasi telegiornale o leggere qualche articolo per rendersi conto che una questione climatica esiste, è globale e piuttosto urgente e, potenzialmente, potrebbe essere la causa di una fine del mondo.”

La fine del mondo non è un tema propriamente allegro, eppure avete deciso di affrontarlo con toni comici. Come avete risolto questa contraddizione?

“I toni dello spettacolo sono quelli della commedia, sono un sostenitore che di quasi tutto si possa parlare con ironia, senza per questo sminuire l’argomento. Calvino, che era uno di quelli che se ne intendeva, dedica alla leggerezza la prima delle sue Lezioni americane sostenendo che dovrebbe essere considerata un valore da acquisire, e che non è sinonimo di superficialità. E poi, personalmente, non amo chi si veste sempre da serio intellettuale, mi dà sempre l’impressione di quei venditori in giacca e cravatta che poi ti rifilano “un pacco”.

Il presupposto di base (un gruppo di avventori dentro un bar mentre fuori piove a dirotto) potrebbe sembrare l’inizio di un disaster movie hollywoodiano (uno di quei film in cui finisce il mondo, appunto). Trovandoci però in teatro lo sviluppo sarà probabilmente diverso. Cosa ci dobbiamo aspettare? Sarà una fine del mondo vissuta attraverso i dialoghi e le emozioni degli attori o dobbiamo aspettarci effetti speciali di messa in scena?

“Nulla di hollywoodiano. In Che m’importa del Mondo si raccontano storie di gente comune in una situazione straordinaria.”

Hai avuto dei punti di riferimento, delle opere ispiratrici durante la costruzione dello spettacolo?

“Non che me ne sia accorto. Ovviamente mi sono divertito a scrivere una storia che abbia più piani di lettura, a infilare delle citazioni più o meno celate, e sicuramente siamo sempre tutti, chi più chi meno, influenzati da qualche cosa. Ma i veri spunti sono nati dall’osservazione delle persone che mi è capitato di incontrare.”

Per chiudere, parafrasiamo il titolo: a Gabriele Valentini cosa importa del mondo?

“Qui dipende da come si interpreta la domanda: il mondo è un grande contenitore con molte cose dentro, come una casa, e in una casa è giusto occuparsi della sua pulizia, della salubrità dei suoi ambienti, ma anche della felicità, del benessere, della libertà di essere se stessi, di chi la abita, e forse le due cose non sono così slegate.”

L’appuntamento con la fine del mondo, è bene saperlo in anticipo, è il 28, 29 e 30 Dicembre alle 21.15 e poi il 31 Dicembre alle 22, sempre presso il Teatro Arrischianti di Sarteano.
C’è modo migliore per iniziare anno nuovo e decade nuova che affrontare la fine del mondo?

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«Un messaggio di libertà universale»: Luca Baldini racconta il Toscana Gospel Festival

Si colloca al centro della rassegna musicale Toscana Gospel Festival, la serata del 21 Dicembre 2019 al Teatro Mascagni di Chiusi. I New Millennium Gospel Singers si esibiranno sul palco…

Si colloca al centro della rassegna musicale Toscana Gospel Festival, la serata del 21 Dicembre 2019 al Teatro Mascagni di Chiusi. I New Millennium Gospel Singers si esibiranno sul palco del teatro chiusino, in apertura delle festività natalizie. Abbiamo incontrato Luca Baldini, direttore artistico del Festival, che ci ha raccontato alcune particolarità della rassegna e della sua evoluzione negli anni. 

C’è un’anima black nella celebrazione delle feste in Toscana: c’è da quasi un quarto di secolo. In teatri, piazze, auditorium e chiese, le occasioni per scambiarsi gli auguri nel vecchio Granducato sono scandite dal ritmo cadenzato degli spirituals americani e non solo. Blues, soul, r’n’b, ma anche rap, reggae, funky: tutto ciò che dal canto pentatonico degli schiavi nei campi di cotone del sud degli Stati Uniti si è modulato nelle contemporanee forme di musica pop e rock riecheggia nelle città e nei borghi toscani. Si tratta del Toscana Gospel Festival che raggiunge nel 2019 la 24ma edizione ed ha portato nella regione, lungo gli anni, oltre trecento gruppi e corali gospel, quasi tremila artisti con centinaia di esibizioni live.

«Siamo arrivati alla ventiquattresima edizione con entusiasmo» ci dice Luca Baldini, direttore artistico del Festival, assieme ad Andrea Laurenzi «La caratteristica che dal primo anno si è definita è che i gruppi sono tutti statunitensi. Partecipano sia gruppi di professionisti sia cori di parrocchia, radicati nei territori. Questo ci permette di avere un’offerta veramente completa, per quello che è il gospel oggi negli USA. Scegliamo attraverso dei consulenti americani, ogni anno, le migliori realtà musicali gospel. La varietà è soprattutto qualitativa, anche dal punto di vista della tipologia di spettacolo: ci sono sia band da quattro elementi, fino ai veri e propri cori da ventidue elementi».

Il festival è un progetto di Officine della Cultura in collaborazione con Associazione Toscana Gospel. Quest’anno la direzione artistica si è basata sull’idea del cinquantesimo anniversario di Abbey Road dei Beatles ed ha quindi avvicinato idealmente la rivoluzione musicale del Blues, delle field hollers e degli Spirituals, che hanno sancito la nascita di tutti i principali generi musicali dal primo 900 in poi, con quella, interna al pop e al rock, dei Beatles nel 1969.

«I canti di liberazione e di cambiamento degli schiavi statunitensi sono molto più vicini ai Beatles di quanto si pensi. Hanno entrambi rivoluzionato la storia della musica ed hanno entrambi veicolato un messaggio di libertà universale. Graficamente abbiamo voluto calcare la mano su questo parallelismo».

«Dagli spirituals al rap copriamo tutte le sfaccettature della cultura musicale afroamericana. Quest’anno siamo passati da 17 a 24 concerti: il festival è diventato un’istituzione. I comuni riconoscono come il pubblico risponde sempre molto bene a questo genere musicale. Noi ci abbiamo sempre creduto. In questo periodo di festa è bellissimo far riunire le persone intorno a un genere musicale che è importante sia per la storia della musica che per il senso di umanità. Perché il messaggio che porta con sé è un messaggio di fratellanza, di pace, di amore, di unione tra le persone»

Ma il messaggio di unione tra gli esseri umani non si limita alla musica: nei giorni di TGF si realizzano azioni concrete che si direzionano nello stesso senso di marcia: è infatti storicamente presente tra i partenariati del festival, la Fondazione il Cuore si Scioglie Onlus, che attraverso i suoi molteplici progetti porta avanti la cultura della solidarietà in Toscana e nel mondo.

Il festival si è evoluto costantemente, salendo di gradino – per qualità e coinvolgimento del pubblico – ad ogni edizione.

«Il primo anno c’erano quattro concerti che si svolgevano solo in provincia di Arezzo» Racconta Luca Baldini «Adesso ci sono ventiquattro festival in altrettanti comuni coinvolti, in tutta la regione. La qualità delle band che continuano a venire qua negli anni si è evoluta. La musica gospel si è evoluta è contaminata: oltre ai classici del gospel, della tradizione cristiana, le band portano le nuove espressioni della cultura afroamericana, che rispecchia l’America di oggi. La portano in Italia in maniera sincera e pratica»

Il festival sta attraversando la Toscana in lungo e in largo, riempiendo non solo teatri, ma anche auditorium, chiese, piazze e centri culturali. L’appuntamento in Valdichiana senese è quindi per Sabato 21 dicembre 2019, alle 21:15, con i New Millennium Gospel Singers al Teatro P. Mascagni di Chiusi: una formazione che raccoglie alcuni fra i migliori talenti della musica gospel internazionale, in un eccezionale accostamento di voci e timbri dalle sfumature profonde. Nato nel 2000 per festeggiare il Nuovo Millennio, il gruppo è stato formato dal Reverendo Keith Moncrief, già creatore e leader di gruppi di fama mondiale. The New Millennium hanno al loro attivo centinaia di concerti in tutta Europa, in una strepitosa ascesa verso il successo. Accanto agli arrangiamenti più moderni del gospel contemporaneo non mancheranno i temi tradizionali nelle sue versioni più amate dal grande pubblico. Uno degli artisti più geniali e di successo di questi ultimi decenni, David Byrne, già leader dei Talking Heads, ha dichiarato recentemente: «Nella musica gospel ci sono le radici del rock and roll, dell’RnB e dell’hip hop. Questa musica parla di trascendenza e comunità. Si tratta di arrendersi a qualcosa di più grande di te, e così facendo, c’è estasi e gioia». Di David Byrne è proprio il caso di fidarsi.

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“Partita aperta”: la Compagnia Anime Specchianti racconta il suo spettacolo sul gioco d’azzardo

Il gioco d’azzardo rappresenta una rilevante problematica sociale, come attestato anche dai dati ufficiali dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, secondo cui, nel 2018 in Italia sono stati spesi 104,9…

Il gioco d’azzardo rappresenta una rilevante problematica sociale, come attestato anche dai dati ufficiali dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, secondo cui, nel 2018 in Italia sono stati spesi 104,9 miliardi di euro, con un incremento del 3% rispetto al 2017, e da quelli diffusi il 1 ottobre scorso dall’Istituto Superiore di Sanità, circa la crescita del 10% in quattro anni del numero di giocatori adolescenti.
Di fronte ad un quadro che desta preoccupazione, assumono pertanto un ruolo fondamentale le iniziative volte a contrastare l’insorgenza della patologia e a guidarne il percorso di guarigione. Proprio nel contesto di un progetto promosso con queste finalità a Cervia nel 2018, è nato Partita Aperta – Il modo più sicuro per ottenere nulla da qualcosa, spettacolo scritto e diretto dalla Compagnia Anime Specchianti, in programma sabato 14 al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena.

La Compagnia Anime Specchianti, di cui fanno parte le attrici Martina Cicognani, Francesca De Lorenzi, Giorgia Massaro e Chiara Nicastro, porta in scena il tema della ludopatia con una pièce che descrive dal punto di vista emotivo la caduta nel vortice della dipendenza. Gli stati d’animo e i meccanismi psicologici dietro al gioco d’azzardo, affrontati sul palco, provengono da esperienze dirette raccolte nel corso di incontri con la pscologa Chiara Pracucci e alcuni ex giocatori. Per la sceneggiatura, le Anime Specchianti si sono infatte basate sulle risposte fornite alle domande che, seguendo un protocollo, gli operatori rivolgono ai soggetti ludopatici per comprendere il livello di gravità della dipendenza, in un percorso che parte dal gioco sociale e arriva alla patologia, passando per la credenza nell’entità della “dea fortuna”, alle menzogne raccontate per nascondere un comportamento dal quale non si riesce più ad astenersi.

«Al centro di una realtà continuamente colpita da richiami al mondo del gioco, occasioni per sfidare la fortuna dietro ogni angolo e insistenti messaggi pubblicitari in rete e tv, la ludopatia è un’insidia più frequente di quello che si pensi, e vi può cadere chiunque».

Il suo carattere universale smentisce l’opinione comune che siano gli uomini a soffrirvene maggiormente, e al contempo suggerisce di rivolgere campagne di prevenzione verso più giovani.

«Il fatto che la dipendenza dal gioco non abbia un riscontro visibile sul fisico delle persone, al contrario, per esempio, dell’alcolismo o dei disturbi dell’alimentazione, ne rende difficile il riconoscimento come malattia vera e propria, e di conseguenza anche l’accettazione di un percorso di uscita. Il nostro spettacolo, in questo senso, rappresenta un coro di voci da parte di chi dentro al problema c’è stato davvero e, per questo, meglio di chiunque altro può far conoscere le sensazioni legate a un’esperienza che quasi sempre inizia con un gioco, per poi farsi prepotentemente spazio nella vita quotidiana, non solo quella dei giocatori, ma di chi gli sta attorno».

Partita Aperta aggiunge al valore artistico dello spettacolo teatrale, la cifra della necessità con cui una tematica tanto diffusa merita di essere affrontata, e non evitata. Le Anime Specchianti arrivano così a portare in scena uno spettacolo che è anche il ritratto di una difficile realtà, composta da storie e testimonianze vere.

«L’universalità con cui la ludopatia può arrivare a colpire tutti i segmenti della società viene sottolineata dall’assenza di ogni valorizzazione delle caratteristiche delle quattro interpreti: siamo quattro, ma potremmo essere cento o una soltanto, espressioni di innumerevoli voci, rispetto ad un problema che è sempre lo stesso».

Quella della dipendenza da gioco non è però la sola problematica sociale ad aver attirato l’attenzione della Compagnia Anime Specchianti.

«Stiamo preparando un progetto che incontra il tema dell’immigrazione, con l’obiettivo di diffondere gli aspetti nascosti legati a questo fenomeno, e sensibilizzare ad attenuare la percezione negativa che sta permeando l’opinione pubblica a riguardo».

In attesa di conoscere i dettagli di questo nuovo spettacolo, Partita Aperta – Il modo più sicuro per ottenere nulla da qualcosa è in scena al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena sabato 14 dicembre, alle 19 e alle 21. Per info e prenotazioni, contattare lo 3801944435.

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I Belindà presentano il loro primo album: “Non è un traguardo, ma un punto di partenza”

Hai Mai, Lucy! Lucy!, Fanta, Bambini Consumati, Non Mi Sopporto Più, Cos’è Che Non Va Nel Mio Orologio, Gioia, Night Runner. Sono questi i titoli degli otto brani che compongono…

Hai Mai, Lucy! Lucy!, Fanta, Bambini Consumati, Non Mi Sopporto Più, Cos’è Che Non Va Nel Mio Orologio, Gioia, Night Runner.

Sono questi i titoli degli otto brani che compongono l’album d’esordio dei Belindà, la band formata da Simone Rocchi – voce e chitarra acustica, Andrea Guazzini – voce e chitarra elettrica, Riccardo Mattiucci al basso e Giacomo Bastiani alla batteria. Quattro giovani musicisti che dal 2016 portano la loro musica in giro per la Valdichiana, arricchendo il proprio curriculum di esperienze esaltanti, come la partecipazione a Sanremo Rock nel 2017; l’apertura del concerto dei Baustelle nel 2018; l’incontro sul palco con il frontman dei Nobraino, Lorenzo Kruger; la presenza, durante la scorsa edizione, nella timeline del Mengo Music Fest di Arezzo. Durante il tour di circa 50 date che li ha impegnati l’ultimo anno, i Belindà hanno avuto occasione di presentare i propri brani, adesso finalmente racchiusi all’interno del loro primo album, disponibile dal 2 dicembre scorso su Spotify, iTunes, Amazon Music e YouTube.

Simone Rocchi e Giacomo Bastiani hanno raccontato di come questo non si tratti dunque di un disco di inediti, ma di una sintesi del lavoro svolto sinora:

“Un traguardo necessario per assumere la consapevolezza di chi sono i Belindà e presentarli al pubblico nelle varie essenze che li caratterizzano”.

Belindà, alla vecchia maniera, prende il nome della band e dà rappresentazione delle influenze che più hanno guidato il suo intendere fare musica in questi primi anni, a partire dai generi più apprezzati dai componenti del gruppo.

“L’album si articola in otto brani, con richiami che vanno dal jazz all’heavy metal, composti da noi in tempi e situazioni tutti diversi tra loro. Ogni pezzo ha una storia a sé, perciò l’aspetto più difficile nel lavorare a questo album è stato proprio trovare un ordine che facesse da filo conduttore per tutti i brani, in un certo senso individuare la strada su cui ripercorrere le varie tappe del nostro percorso fin qui. L’idea di pubblicare un album è nata per riassumere, in qualche modo, quanto fatto dal nostro debutto: si è trattato di un passaggio obbligato prima di rimetterci a comporre cose nuove. È stato un lavoro lungo, anche perché lo abbiamo svolto parallelamente a svariati impegni personali, ma sentivamo che avremmo potuto pensare ai prossimi progetti soltanto dopo aver chiuso questo capitolo. Grazie alla collaborazione con Enrico Zoi, che ci ha affiancato in tutta la produzione, siamo arrivati alla selezione dei brani da inserire nell’album, su cui abbiamo lavorato per circa un anno, avvalendoci anche della professionalità di Marco Romanelli e Tommaso Bianchi per mix e mastering”.

Belindà è un disco autoprodotto, che parla dei Belindà in tutto e per tutto, a partire dalla copertina, per la quale è stata scelta l’immagine dello scorso tour, alle sonorità, quasi totalmente prive di elementi esterni.

Belindà si apre con Hai Mai, brano più spiccatamente pop, nato in un momento di interrogativi sul futuro, seguito da Lucy! Lucy!, singolo di cui il videoclip è già stato pubblicato lo scorso 20 settembre per la regia di Edoardo Terrosi; Fanta, che riassume le suggestioni sul tema del viaggio raccolte tra i nostri sostenitori durante il ritorno da Sanremo, e Bambini Consumati, una ballad che incontra il rock, ancora presente in Non Mi Sopporto Più, Cos’è Che Non Va Nel Mio Orologio?, Gioia e Night Runner“.

Cosa dice dei Belindà questo album?

“Il progetto, nella sua completezza, non sta ad indicare un punto di arrivo, o la volontà di lanciare uno specifico messaggio, se non quello di voler rendere ancor più solida la base su cui costruire la strada futura dei Belindà. L’unione di sound e generi, che può risaltare come caratteristica principale del disco, si manifesta come sintomo dell’entusiasmo con cui siamo diventati i Belindà, siamo cresciuti di concerto in concerto, tenendoci volutamente a distanza dei talent, ci siamo alimentati considerando la musica una necessità, con la prospettiva sì di farla conoscere ma non per inseguire la celebrità. I Belindà sono il risultato di un flusso continuo di riflessioni da esprimere, per un intento introspettivo che come termine ultimo non ha l’apparenza, ma la ricerca di chi insieme a noi può riconoscere e condividere certe verità”.

Sarà anche per questo che tra gli obiettivi della band c’è l’augurio di portare avanti la propria musica e riuscire ad arrivare ad un sempre maggior numero di persone.

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Ottavia Piccolo e Occident Express: i migranti “sono persone che cercano di vivere, semplicemente”

Venerdì 20 Dicembre inizia la stagione 2019-2020 al Teatro Poliziano. Arrivano, con Occident Express, Ottavia Piccolo e l’Orchestra Multietnica di Arezzo e con loro arriva Haifa. Haifa viene da Mosul…

Venerdì 20 Dicembre inizia la stagione 2019-2020 al Teatro Poliziano. Arrivano, con Occident Express, Ottavia Piccolo e l’Orchestra Multietnica di Arezzo e con loro arriva Haifa.
Haifa viene da Mosul e, dopo aver rischiato la morte a causa dell’ISIS, prende la nipotina di quattro anni e si mette in viaggio. Lottando per la vita percorre 5.000 chilometri e arriva infine in Svezia, ma nel frattempo affronta un viaggio, lungo la cosiddetta “rotta dei Balcani”, in cui affronterà la morte più volte e incontrerà la cattiveria e la bontà umana.
La storia di Haifa è una storia vera, raccolta e trasposta in scena. Ci ricorda che dentro il “fenomeno” della migrazione di cui tanto si parla ci sono persone, non numeri. L’Orchestra Multietnica di Arezzo ce la fa vivere con suoni e atmosfere, Ottavia Piccolo ce la racconta.
Con lei abbiamo parlato di questo lavoro (non spettacolo, perché “non vogliamo spettacolizzare una tragedia così epocale”).

Le è stato chiesto più volte perché abbia deciso di interpretare Haifa. Ha detto che interpretare questo personaggio è stato il suo modo di non voltare la testa dall’altra parte di fronte ai viaggi di queste persone. La motivazione per continuare a interpretarla è la stessa o è un’altra?

La motivazione è la stessa perché purtroppo continuiamo a pensare che queste persone siano soltanto un problema e ci dimentichiamo che sono persone che cercano di vivere, semplicemente, e che sono, come da sempre è successo, esseri umani che si spostano da dove c’è la guerra a dove non c’è, da dove c’è la fame a dove si spera di trovare qualcosa da mangiare. Mi piacerebbe molto che diventasse fuori moda parlare di argomenti di questo genere. Invece se si pensa a tutto quello che viene detto di queste persone, mi sembra veramente necessario continuare a raccontare.
Abbiamo fatto ormai circa 90 repliche di questo nostro viaggio e abbiamo visto che la gente è toccata dall’argomento e non credo che tutti quelli che vengono a vedere il nostro lavoro la pensino come me. Ma nello stesso tempo quando si racconta la storia di persone l’atteggiamento cambia, perché uno se ci pensa dice “Forse poteva capitare anche a me: che ne so che succede nel mondo, se un domani non sarò costretto a lasciare la mia casa”. Nessuno di noi ci pensa, però quante volte è successo?! Mi viene in mente la ex Jugoslavia: persone che vivevano le une accanto alle altre, di etnie diverse, di religioni diverse e nessuno aveva mai pensato che improvvisamente il proprio vicino di casa potesse diventare il proprio aguzzino.
Chi viene a vederci e a sentirci forse esce con un’immagine un po’ diversa da quella che viene veicolata comunemente dai mezzi di informazione.

Un viaggio ci trasforma sempre. Un viaggio come quello di Haifa, però, è una trasformazione continua ed estrema, che la porta ad avere occhi diversi con cui guardare il mondo. Cosa è cambiato nel suo sguardo da quando ha iniziato a lavorare a questo racconto?

Ho scoperto che sono molto più simile ad Haifa. Mi sono abituata a pensare davvero di raccontare una storia che potrebbe essere la mia. Gli incontri che questa donna fa per caso – incontra il bene e il male, la cattiveria ma anche la generosità degli esseri umani – mi hanno cambiato nel senso che mi danno una certa speranza che il mondo sia meno peggio di quello che ci raccontiamo.

Haifa, come le dice la sorella, è nata per stare ferma, ma finisce suo malgrado a viaggiare. C’è una cosa che lei non era nata per fare e invece si è ritrovata a fare?

Guardi, non lo so. Sono nata per recitare nel senso che ho cominciato a fare teatro che avevo 11 anni e sono ancora qui che giro per l’Italia e la cosa mi piace ancora, per cui da questo punto di vista sono diversa da Haifa. Volevo avere una famiglia e ce l’ho. Sinceramente ho avuto una vita molto fortunata per cui ho sempre fatto quello che mi piaceva e penso di continuare a farlo fino a che mi regge il fisico. No, per adesso no, non c’è una cosa che non volevo fare… ecco, meglio così.

Haifa parte perché vede il futuro negli occhi della nipote. Pensa che l’Occidente guardi negli occhi dei suoi bambini? Cosa ci vede?

Credo che se non ci sbrighiamo a guardare negli occhi dei nostri figli e dei nostri nipoti il mondo andrà a rotoli. Ci stanno dicendo che gli abbiamo lasciato un mondo schifoso che sta sull’orlo del baratro e non facciamo niente per tornare indietro. Non guardiamo in faccia la realtà, secondo me, e quindi i nostri figli e i nostri nipoti ci potrebbero veramente, come dire, accusare di averli traditi. Ma soprattutto non guardiamo al di là del nostro naso e non vediamo che disastri abbiamo fatto in tutto il mondo. Non soltanto dal punto di vista dell’ecologia, ma anche quello che abbiamo combinato nei paesi dove siamo andati, in cui abbiamo distrutto le economie, non abbiamo fatto nulla e adesso ci lamentiamo perché le persone di quei paesi cercano una vita migliore da noi. Da questo punto di vista io sono abbastanza ottimista se guardo in faccia le giovani generazioni: spero di non sbagliarmi.

Il lavoro si chiude con un monito: “Non sprecate l’aria.” In un intervista di qualche tempo fa non si diceva ottimista per come l’Occidente avrebbe affrontato le storie di queste persone in viaggio. In una più recente diceva però che nessuno spettatore è mai venuto a dirle che ciò che raccontate non è vero e che “gli esseri umani presi uno per uno sono meglio di quello che ci vogliono raccontare.”

Vado un poco random: il giorno che mi sveglio e leggo sul giornale che hanno trovato 39 cadaveri dentro un container mi dico “non c’è salvezza”. Il giorno dopo succede che un gruppo di ragazzi mi racconta che sta facendo un lavoro di integrazione con gente di tutto il mondo che è venuta nel nostro paese e allora mi dico “Visto? C’è speranza.”
Ho visto tante cose brutte ma mi aggrappo a quelle meno brutte, ecco. Per cui il nostro “non sprecate l’aria”, l’urlo finale che mandiamo vuol dire proprio non sprechiamo l’aria, quella che ci serve per vivere, non rendiamola più velenosa di quanto già non sia, e nello stesso tempo stiamo attenti anche a quelli che ci sono vicini e che camminano con noi. Insomma, c’è un minimo di speranza anche nella disperazione.

Considerando che sono passati due anni dalla prima volta che avete portato in scena questo racconto, pensa che qualcosa sia cambiato? L’Occidente ha bisogno di un altro monito o “non sprecate l’aria” è ancora ciò che dobbiamo sentirci dire?

Credo che le altre grida siano tutte conseguenti a questa, voglio dire le altre grida che possiamo fare per cercare di smuovere chi ci governa o anche di smuovere noi stessi.
Perché ci raccontiamo che la colpa è sempre di qualcun altro, di chi ci sta sopra, di chi ci sta accanto, ma poi in realtà nessuno di noi fa abbastanza per salvare e per salvarci.
Siamo sommersi da oggetti che ci hanno fatto credere che siano necessari quando ci sono persone che non hanno l’acqua e quindi non possono vivere. Noi ci riteniamo poveri se non riusciamo ad ottenere l’ultimo oggetto della corsa consumistica. Non lo so: un giorno sono ottimista, il giorno dopo sono disperata. Per fortuna tutte le sere che raccontiamo questa storia, io insieme a tutti i miei compagni musicisti in scena, mi conforto e dico “Noi ce l’abbiamo messo del nostro per aiutare gli altri a pensare a quello che ci succede intorno.” Speriamo che funzioni. Intanto noi continuiamo.

Haifa dopo tutti i suoi viaggi arriva anche a Montepulciano sabato 14 Dicembre alle 21:15. Partiamo con lei e usciamo dal Teatro Poliziano con occhi diversi.

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Quizas, Quizas, Quizas in scena al Teatro Caos di Chianciano: intervista a Manfredi Rutelli e Cristina Aubry

Si intitola Quizas, Quizas, Quizas, come la canzone di Osvaldo Farrés, cantata da più o meno tutti i crooners del mondo, ed è la nuova produzione di LST Teatro, che…

Si intitola Quizas, Quizas, Quizas, come la canzone di Osvaldo Farrés, cantata da più o meno tutti i crooners del mondo, ed è la nuova produzione di LST Teatro, che aprirà la nuova stagione teatrale del Teatro Caos di Chianciano Terme, organizzata e diretta dalla compagnia LST Teatro e patrocinata dal Comune di Chianciano Terme, sabato 30 novembre, alle ore 21:15.

Manfredi Rutelli, dopo il successo di Tacabanda e de Il secondo figlio di Dio che, portato in scena da Simone Cristicchi, ha trionfato nei teatri italiani, scrive una nuova delicata commedia al femminile: Quizas, Quizas, Quizas. Questa volta la protagonista è una donna, la bravissima Cristina Aubry, alle prese con uno dei temi più attuali della società moderna: la perdita del lavoro, tema trattato con leggerezza e umorismo.

Le donne della commedia italiana sono tradizionalmente tratteggiate in maniera peculiare: sono molto spesso donne al limite, sull’orlo di quello che – a seconda delle prospettive – può essere sia un baratro che un trionfo. Una cosa è certa: è molto raro che siano donne passive. Non subiscono quasi mai l’ordine degli eventi ma se ne rendono – prima o poi – artefici. Sarà che le maschere della commedia dell’arte italiana – fondamento del teatro moderno – proponevano figure femminili sempre attive, finanche nei ruoli di servetta o di locandiera. Anzi, era proprio nelle condizioni di subalternità che queste rovesciavano gli schemi ‘patriarcali’ della società, sbeffeggiando i Padroni e rifiutando obblighi sociali, matrimoni forzati, avances di vecchi libidinosi e soldati fanfaroni.

La penna e la visione scenica di Manfredi Rutelli entrano perfettamente in questa tradizione: il suo modo di raccontare e di rappresentare le figure femminili porta con sé le grandi maschere femminili della nostra commedia. Per Quizas Quizas Quizas, la figura femminile è Cristina Aubry, attrice e doppiatrice, che si confronta con un personaggio molto complesso dal punto di vista recitativo: la protagonista dello spettacolo è infatti Anna, una donna sulla cinquantina, che rimane bloccata dentro l’ascensore mentre sta salendo per andare a un appuntamento importante, presso un’agenzia di consulenza per chi perde il lavoro. Collegata con l’esterno solo grazie all’interfono dell’ascensore, Anna cerca una rocambolesca via d’uscita. In un turbinio di situazioni paradossali e comiche, tra ricordi giovanili e familiari, Anna si ritrova a fare i conti con un’esistenza mai facile, mentre intorno a lei le luci vanno e vengono, e le note della canzoncina “Quizas, quizas, quizas”, diffusa dall’interfono dell’ascensore, si confondono con il rumore delle corde d’acciaio e delle lamiere. Abbiamo incontrato Manfredi Rutelli e Cristina Aubry pochi giorni prima del debutto.

Innanzi tutto è interessante parlare di incontri umani: come è avvenuto l’incontro tra Manfredi Rutelli e Cristina Aubry? Che peso ha avuto il rapporto umano nella preparazione di questo spettacolo?  

Manfredi Rutelli: Questa è la fortuna di essere in una compagnia teatrale indipendente, dove cosa fare e con chi possiamo sceglierlo liberamente. Conosco Cristina da tanti anni; abbiamo già avuto occasione di lavorare insieme, quando la diressi in uno spettacolo di Pierpaolo Palladino, L’ultimo angelo. L’avevo vista recitare tante volte a Roma, è stata ospite del Festival Orizzonti con uno spettacolo intitolato Al Pacino e insomma, credo ci sia stata tra noi sempre, oltre che una piacevole amicizia, anche una profonda stima reciproca. Così, quando LST ha deciso di produrre questo spettacolo, è stato abbastanza spontaneo per me pensare a Cristina come interprete. Le ho fatto leggere il testo e, bontà sua, a lei è piaciuto. Così si è concretizzata questa nuova collaborazione. Ci siamo chiusi dentro il Teatro Caos a Chianciano Terme e abbiamo fatto nascere questo spettacolo, tra chiacchiere, mangiate e prove estenuanti…

Perché proprio  “Quizás Quizás Quizás”, come brano da utilizzare in una dimensione claustrofobica dell’ascensore? 

Manfredi Rutelli: Beh, intanto mi divertiva l’effetto paradossalmente comico di una canzoncina così spensierata in una situazione così angosciosa come quella che sta vivendo la nostra ansiosa protagonista. Ma poi c’è  anche il tormentone di questo “chissà, chissà, chissà” che è infondo il canto di una speranza disperata e allo stesso tempo fiduciosa, ottimistica, della nostra Anna, che spera, con il colloquio che deve fare all’agenzia che sta raggiungendo con l’ascensore, di poter risolvere una situazione personale, economica, molto problematica, come può essere quella della ricerca di un lavoro da parte di una donna non più giovanissima che si trova a fare i conti con un’esistenza mai facile. Chissà come le andranno le cose, chissà se l’aiuteranno a ricollocarsi, chissà se risolverà i suoi complessi nei confronti della figlia, e, soprattutto,  chissà se la tireranno fuori da quell’ascensore dove, molto metaforicamente, è rimasta intrappolata.

Lo spettacolo prevede un grande lavoro tecnico di allestimento: ci sono voci fuori scena, particolarissime sonorizzazioni che hanno un peso diegetico; spesso sono dei veri e propri inneschi narrativi: è come se chi sta dietro i mixer abbia una responsabilità “performativa” al pari degli attori. È una caratteristica di LST? Nel processo creativo degli spettacoli, consideri da subito gli elementi tecnici e i props di scena? 

Manfredi Rutelli: Vedi, per me suoni e luci sono fondamentali in uno spettacolo. Probabilmente la mia passione per il cinema, che non ho mai neanche provato a fare, ma di cui mi sono nutrito sin da bambino quando chiudevo tutto e facevo buio nella mia cameretta e proiettavo sulla parete i cartoni animati di Paperino e Topolino, me la porto ancora dietro. Così come porto con me la mia passione per la musica, i suoni, la sonorizzazione. Paradossalmente per uno che scrive, delle parole ne potrei fare anche a meno,  ma non potrei rinunciare alla visione scaturita dai suoni, rumori, azioni su musica, luci suggestive. Per questo ricerco sempre non una colonna sonora, non un sottofondo musicale, ma un partitura musicale, un corpo sonoro concreto; non un accompagnamento per le azioni, ma proprio un’altra azione. Credo che il suono possa avere la stessa energia di un’azione, lo stesso impatto emotivo sullo spettatore. E così per le luci. Ho la fortuna di lavorare, in LST Teatro, con musicisti come Paolo Scatena e Massimiliano Pace, con tecnici appassionati e preparati, con loro ci piace esplorare, e i nostri prossimi progetti, quelli che abbiamo in mente di realizzare nel 2020, saranno un’ottima occasione di studio e ricerca.

Lo schema drammaturgico dello spettacolo sembra familiare ai classici del teatro contemporaneo come Il calapranzi di Harold Pinter o Giorni felici di Beckett. Quando scrivi hai dei riferimenti? Dei “Maestri”?

Manfredi Rutelli: Accidenti, se avessi saputo di poter essere minimamente accostato ai due mostri sacri che hai citato, camminerei a 30 cm da terra! No, il mio è un artigianato molto più semplice: racconto storie. Nient’altro. Questo è il mio unico riferimento. Raccontare una storia. Questa storia mi è balenata in testa in un periodo della mia vita in cui effettivamente avevo delle difficoltà professionali ed economiche e anche relazionali, visto che non è mai facile ammettere, alle persone care che hai vicine, l’ipotesi, il rischio, di un fallimento. È un modo catartico di superare certe situazioni in cui ognuno di noi potrebbe venirsi a trovare. E non chiedermi il perché abbia trasferito tutto questo a un personaggio femminile, anziché in uno maschile,  visto il mio “genere”, perché si potrebbero aprire meandri da psicanalisi che potrebbero lasciar intendere cose che non sono. Chissà, chissà, chissà… Scherzi a parte, mi piace scrivere di personaggi femminili, non so perché, ma mi viene facile. Forse perché ho vissuto e tutt’ora vivo con moglie e due figlie, circondato da donne; sin da bambino sono state tante le presenze femminili nella mia vita. Mi  piace esplorare quella dimensione, che mi affascina, da cui sono infinitamente attratto e di cui sono perennemente incuriosito. E quando ho pensato alla storia da raccontare, ho pensato subito a una donna come protagonista: Anna. Era lì, con l’urgenza di raccontare la sua vita, i suoi rapporti, i suoi problemi con la madre, con la figlia, e con gli uomini, che in questa vicenda non fanno mai una bella figura!

Quanto è rilevante il fatto che la protagonista sia una donna? Quanto di questo personaggio è visceralmente – o sei vuoi stereotipicamente – femminile? 

Cristina Aubry: Con Manfredi ci conosciamo da anni e mi ha già diretta in uno spettacolo di Palladino, L’ultimo angelo. Questo testo è nato proprio per il teatro Caos. È stato importante, per me, venire a Chianciano e già dal primo giorno avere il teatro a disposizione. Si è creata una bella intimità, è stato come un ritiro nel quale la concentrazione era totale. Il personaggio di Anna è quello di una donna sui cinquant’anni che vive una condizione di solitudine e fallimento su tutti i fronti. Perdere il lavoro in un’età in cui non si è più giovani e non ancora vecchi è molto difficile per entrambi i sessi. Forse per una donna, socialmente, è ancora più discriminatorio. È femminile, secondo me, il fatto che abbia il coraggio di mettersi a nudo e a poco a poco crollino tutte le maschere; credo che questo coraggio sia strettamente femminile e in qualche modo dietro tanta fragilità si nasconde una grande forza.

La figura femminile sembra circondata da un’aura simbolica molto forte: tutto sembra significare qualcosa di più grande. Forse che siamo tutti chiusi dentro un ascensore e sta a noi decidere se sia una trappola o una barricata? 

Cristina Aubry: Anna nella sua vita non ha più nulla a cui appoggiarsi: una madre ancora molto ingombrante, una figlia che parte per l’Australia verso la quale nutre un forte complesso di inferiorità, un matrimonio finito e il licenziamento da lavoro. La tentazione di rimanere al sicuro, nel guscio, è forte… ma il suo coraggio è l’arma che le farà fare un ulteriore passo verso la liberazione. Credo che solo la sincerità con se stessi possa aiutarci a ripartire. Anche da zero.

Lo spettacolo Quizas, Quizas, Quizas, fuori servizio, con Cristina Aubry, scritto e diretto da Manfredi Rutelli, con le voci fuori scena di Pierpaolo Palladino, Alessandro Waldergan e Gianni Poliziani, con gli arrangiamenti musicali di Massimiliano Pace, la sonorizzazione di Paolo Scatena, le Luci di Simone Beco e l’allestimento scenico di Lucia Baricci, dopo la prima di Chianciano Terme, sarà a Roma la prossima settimana, al Teatro Tordinona, dal 6 all’8 dicembre, e da qui prenderà il via la sua tourneé per la stagione 2019/20.

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