La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Musica e Teatro

La sintesi comica del presente: un’intervista a Cinzia Leone

Sabato 24 Marzo 2018, al teatro Piero Mascagni di Chiusi, Cinzia Leone sarà in scena con Disorient Express, una sintesi comica del presente. In un flusso di immagini iperrealistiche, e…

Sabato 24 Marzo 2018, al teatro Piero Mascagni di Chiusi, Cinzia Leone sarà in scena con Disorient Express, una sintesi comica del presente. In un flusso di immagini iperrealistiche, e allo stesso tempo parodiche di  una contemporaneità così complessa, Cinzia Leone ci accompagna in un vagone ferroviario immaginario in cui l’umanità varia si concentra. Attraverso l’ellissi del linguaggio, le forzature comiche del racconto, quella che emerge è un’analisi dello stato attuale delle cose. Abbiamo incontrato la protagonista dello spettacolo, nonché autrice del testo insieme a Fabio Mureddu, pochi giorni prima della tappa chiusina.

LV: Innanzi tutto è uno dei casi in cui è curioso magari sapere il concepimento di questo spettacolo: Qual è stata la scintilla, prima della scrittura. E come poi si è svolto il lavoro…

Cinzia Leone: Disorient Express è uno spettacolo su l’eccesso di aggiornamenti. Mi è venuto in mente in un momento nel quale non riuscivo più a fermare la realtà; nemmeno a capire dove stesse, la realtà. Un giorno ero con la signora che mi dà una mano a sistemare casa: parlavamo dei personaggi storici e del fatto che, da quando c’è internet, sono riusciti a mettere in discussione l’integrità di qualsiasi personaggio. Ad un certo punto, scherzando, le ho detto: «Spero che almeno Madre Teresa di Calcutta me la lascino integra…», «Nooo!» mi fa lei «Era ‘na fija de ‘na mig****a! Le piaceva vedere soffrire la gente». Lì mi sono detta voi siete pazzi, ed ho sentito la necessità di scrivere questo spettacolo. Mi è venuto in mente un telegiornale disorientativo, che desse una notizia e contemporaneamente la smentisse.

LV: Questo spettacolo va in giro da ormai quasi tre anni: come si è evoluta questa idea nel corso del lasso temporale in cui Disorient Express è stato rappresentato?

Cinzia Leone: È uno dei casi in cui le cose le comprendo e le capisco dopo averle cominciate a scrivere. Mi sono resa conto di come l’argomento centrale di Disorient Express sia “la contraddizione della democrazia”. Sia chiaro, io sono profondamente democratica, ma è necessario analizzare la contraddizione che comporta la democrazia, per capire il mondo che ci circonda. La rete è stata lo strumento più democratico che gli esseri umani abbiano mai inventato; è però, allo stesso tempo, un luogo nel quale sette miliardi di persone possono esprimere la loro opinione. La domanda che mi continuo a porre è: perché si sono stappate le necessità da parte di tutti di esprimersi, di dire la loro, molti anche menando con violenza le loro opinioni? La risposta che mi do è perché la paura, all’interno di una democrazia in cui tutti parlano, è quella di rimanere soffocati, di non essere più ascoltati, visibili. Nel momento in cui parliamo tutti, non si vede più nessuno.

LV: Si dice che molti problemi legati all’utilizzo del mezzo della rete – e delle difficoltà che ne conseguono – siano dati dai non-nativi digitali. Poi però si scopre che ci sono anche ventenni o trentenni, di fatto cresciuti su internet, che cadono in errori inverecondi. Dal tuo punto di vista, dove sta il problema e – mi rendo conto della difficoltà – come si potrebbe risolvere?

Cinzia Leone: Ci sono delle evoluzioni storiche che presentano delle difficoltà e queste non si risolvono, si logorano nel tempo, man mano che le cose prendono una nuova forma e si radicalizzano nel sociale. Io non esprimo giudizi nei confronti di cosa viene condiviso: ognuno condivide quello che gli pare. Che siano gattini o che siano due tette. Non è questa la chiave di lettura da adottare e non è questo il problema legato alla democrazia. Io penso che queste siano contraddizioni del presente da accettare, da assecondare. La vita va avanti grazie alle contraddizioni. La vita si riproduce costantemente grazie alle sue contraddizioni.

LV: Che tipo di consiglio daresti ad un adolescente che comincia ora a voler fare teatro con l’obiettivo di far ridere?

Cinzia Leone: Il consiglio che do, non solo ai giovani, è quello di pensare. La cosa migliore per far ridere è capire: comprendere quello che vuoi raccontare, focalizzarne un aspetto. Bisogna osservare ciò che c’è intorno, elaborarlo e riproporlo in una sintesi comica. Questo è quello che mi viene da dire. Sfruttare questa caleidoscopica realtà che ogni giorno si apre ai nostri occhi, per farne motivo di osservazione. La realtà è un laboratorio sperimentale dei comportamenti degli esseri umani che continuano, nonostante tutto, ad essere incredibilmente interessanti.

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Siamo tutti misantropi? – Molière al Teatro Poliziano

La rilettura de Il Misantropo di Molière va in scena sabato 17 marzo 2018 al Teatro Poliziano di Montepulciano, prodotto da Tedacà e Mulino di Amleto, con Fabio Bisogni, Roberta Calia,…

La rilettura de Il Misantropo di Molière va in scena sabato 17 marzo 2018 al Teatro Poliziano di Montepulciano, prodotto da Tedacà e Mulino di Amleto, con Fabio Bisogni, Roberta Calia, Yuri D’Agostino, Marco Lorenzi, Federico Manfredi, Barbara Mazzi, Raffaele Musella. La regia e l’adattamento sono di Marco Lorenzi.

Visti ad adeguata distanza, i comportamenti degli uomini appaiono in tutta la loro vanità: torbide meccaniche di conforto, mosse da un irriducibile vigore istintuale, decise dalle leggi di natura e dalle convenzioni giusnaturalistiche acquisite dal nostro codice. I motivi per cui ci arrabbiamo, per cui perdiamo tempo o ci definiamo tristi, i motivi per cui cambiamo umore, odiamo gli altri o concludiamo male storie d’amore. Di certo non serve analizzare i costumi di un assetto sociale esotico e lontano da noi, con la presbiopia dell’antropologo eurocentrista, poiché finanche nei contesti borghesi la vacuità e l’inconsistenza del paradigma umano sono – per l’occhio distaccato – visibilissime. Dopo mesi di abbruttita campagna elettorale, di affronti e dimostrazioni d’odio istituzionale a cuor leggero, una strana forma di anacoresi misantropica coinvolge tutti. Stiamo forse diventando tutti più cattivi, superficiali, individualisti e chiusi in noi stessi? Forse non farebbe male rispolverare qualche vecchio classico del teatro moderno.

Il Misantropo di Molière è un testo  del 1666, in un contesto nel quale lo stato assoluto di Luigi XIV si sta solidificando non solo dal punto di vista amministrativo, ma anche – e soprattutto – dal punto di vista etico, definendo una normalizzazione dei costumi finalizzata alla fortificazione della coscienza nazionale e, conseguentemente,  di asservimento al Re Sole. Nonostante il suo piglio simultaneamente realistico – nella drammaturgia – e parodico – nella dinamica psicologica dei personaggi – il teatro di Molière ebbe accesso alle stanze dorate del regno: la sua compagnia arrivò addirittura ad essere stabile presso la sala del Palais-Royal. Qui presentò tutti i maggiori titoli della sua produzione, tra cui Le Misanthrope ou l’Atrabilaire amorex: una commedia statica in cinque atti, nella quale si scorrono quadri salottieri aristocratici, in cui spicca il personaggio di Alceste. Molière stesso interpretò il protagonista di questa commedia, tanto inamovibile nella sua sicumera, tanto protervo e sussiegoso, quanto debole ed esposto ai più banali espedienti della vita di società.

Pur ricevendo i plausi dell’aristocrazia a lui contemporanea, questa non mancò di riservargli piccole angherie, come le frequenti richieste di revisione dei testi, le censure costanti, nonché i ripetuti attacchi da parte di singoli personaggi della società parigina: molti aneddoti celebri vedono il drammaturgo oggetto di espliciti affronti, come quello del duca di La Feuillade che, riconosciutosi nel personaggio del Marchese della Critica alla scuola delle mogli, gli strofinò sul viso con violenza i bottoni del suo vestito  urlandogli battute del personaggio ( «Torta alla crema! Torta alla crema!») oppure Monsieur d’Armagnac, scudiero di Francia, che lo aggredì e lo percosse in strada, ma soprattutto con il duca di Montausier che minacciò di bastonarlo a morte per averlo preso a modello nel creare il personaggio di Alceste ne Il Misantropo.

 

La sua grande capacità è stata quella di schiodare il teatro seicentesco dai canoni del tempo, dal manierismo classico del teatro delle coorti, e spostarlo verso una dimensione collettiva. È forse con Il Misantropo di Molière che nasce ante litteram il Teatro borghese. Sebbene i personaggi rappresentati siano aristocratici in pieno Ancièn Régime, le strutture drammaturgiche di rappresentazione umana – quasi scientifica e naturalista – i nuclei concettuali affrontati (la venialità, gli schiribizzi, i tic dell’alta società, le ipocrisie imperanti) saranno poi i cardini per tutto il teatro di prosa – con le ovvie e dovute specificazioni – attivo fino ad oggi.

L’occasione di vedere questo spettacolo, rappresentato con tutti crismi della contemporaneità, è sabato 17 marzo al Teatro Poliziano di Montepulciano, da parte della Compagnia Il Mulino di Amleto. La rappresentazione fa perno sulla carica innovativa, sulla grande capacità di lettura con distacco del comportamento umano più prossimo.  La vicenda di Alceste e del suo sforzo intransigente di andare oltre l’apparenza ci riconnette con il valore umano della comprensione. In questa nuova produzione nata in collaborazione con La Corte Ospitale, Il Mulino di Amleto scatena la sua intensa creatività per svelare tutta la contemporaneità di un grande classico.

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Il Dante Pop al Teatro Mascagni – Intervista ad Alessandro Fullin

«Il Purgatorio? Non è un luogo fisico dove, dopo la morte, purificare l’anima tra fiamme, fuoco e tormenti. È, invece, uno spazio interiore, senza tempo e senza dimensioni, un momento…

«Il Purgatorio? Non è un luogo fisico dove, dopo la morte, purificare l’anima tra fiamme, fuoco e tormenti. È, invece, uno spazio interiore, senza tempo e senza dimensioni, un momento di ricerca e di intima penitenza da cui partire per poter incontrare la misericordia di Dio» – a dirlo è stato il Pontefice emerito Joseph Ratzinger, Benedetto XVI. Quando lo viene a sapere Dante, nell’aldilà, si dispera. Un terzo del suo capolavoro diventa improvvisamente vano. Non dandosi per vinto, l’Alighieri ricomincia il percorso intrapreso secoli prima per riscrivere il sommo poema.

È la trama basica de La Divina, spettacolo comico di Alessandro Fullin, che per l’occasione si accompagna a Tiziana Catalano, Sergio Cavallaro, Simone Faraon, Paolo Mazzini, Mario Contenti e Ivano Fornaro. Sarà in scena al teatro Mascagni di Chiusi Domenica 11 Marzo alle 21:15.

Lo abbiamo incontrato qualche giorno prima per rivolgergli alcune domande.

La Valdichiana: L’ultima volta che sei stato a Chiusi era il 2014 e presentavi Parco Botanico. Come si concilia questa doppia anima di scrittore e interprete sul palco?

Alessandro Fullin: Ma guarda, è perché ho la partita IVA. Me ne invento di tutti i colori pur di fare un po’ di reddito. Dipingo anche. Farei anche danza classica se potessi, sebbene a 53 anni non abbia più l’età. Altrimenti salterei e ballerei. Avendo la Partita IVA ho capito di possedere una creatività a cicli trimestrali, alternati tra scrittura e grida in teatro. Ecco, l’ambivalenza si concilia per ragioni fiscali.

La Valdichiana: Adesso torni al teatro Mascagni con La Divina. È un tributo o una dissacrazione?

Alessandro Fullin: Il buon Dante è un po’ lontano da noi. È un essere eterno, quindi non si ha la paura di offenderlo. Non so cosa penserebbe del mio lavoro la persona-Dante, forse qualche perplessità gli sorgerebbe…

La Valdichiana: Una volta Gigi Proietti disse di non essere affine alle riletture dei classici poiché di questi tempi non siamo molto sicuri che il pubblico abbia già fatto la prima lettura. Secondo te il pubblico oggi è abbastanza colto e preparato per accogliere le riletture?

Alessandro Fullin: Oddio, è difficile. Certo, quando tu fai una rilettura devi avere un testo in comune con il pubblico, una storia comune. C’è da dire che oggi il pubblico è molto vario anche in questo. C’era molta meno differenza tra me e mio papà, ad esempio, rispetto alle ultime generazioni. Sia io che mio padre leggevamo Salgari, oggi i ragazzini credo che neanche sappiano chi sia. È molto difficile rispondere alla odmanda con una generazione di mezzo che ha subito un cambio di riferimenti così brusco. Un uomo di cinquanta anni ha storie diverse da quelle di uno di venti. Posso dire però che in questo spettacolo mi difendo bene da questa divergenza, attraverso l’utilizzo della cultura pop. Cito tra gli altri Guerre Stellari che – attenzione – è l’unica storia che abbiamo in comune da almeno tre generazioni. Poi attenzione Io non sono un esperto di Commedia dantesca. Ho cercato di scegliere il best of della Commedia, le cose che anche per sbaglio uno deve conoscere. Poi ci mescolo insieme anche gli ABBA, in un frullatore pop. Se non sai chi siano Paolo e Francesca vabbene, perché comunque dentro c’è anche la Signora in Giallo, e si ride lo stesso. C’è un grande colore.

La Valdichiana: Come si fa oggi, in questo contesto storico sociale, a fare comicità intelligente?

Alessandro Fullin: La comicità è un’arte che invecchia molto rapidamente, forse l’arte che invecchia più rapidamente in assoluto. Spesso la comicità più efficace è anche quella più attualizzata, molto basata sul senso comune di un determinato momento storico. Ovviamente tende a modificarsi nel giro di pochi anni. Se noi guardiamo alcuni comici del passato, ad esempio di venti anni fa, ci sembra che dormano, oggi non fanno ridere. Certo rimangono stelle polari come Totò, che è figlio del suo tempo, ma ci fa ridere ancora oggi; penso però a Macario che se lo guardiamo oggi rimaniamo un po’ perplessi. In passato invece aveva un successo enorme. Ecco oggi una comicità intelligente è atemporale. Io ho la presunzione che funzioni per un tempo più lungo… un periodo quantomeno sufficiente a coprire quello della mia vita. A me non piace poi buttare degli spettacoli perché “vecchi”. Piccole Gonne ad esempio va in giro da quasi cinque anni, ancora fa ridere e spero che non invecchi mai.

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Settimana Arthur Miller: interviste a Elena Sofia Ricci e Sebastiano Somma

Giovedì 15 febbraio 2018, alle 21:15, al Teatro Poliziano di Montepulciano, va in scena Vetri Rotti con Elena Sofia Ricci, Gianmarco Tognazzi e Maurizio Donadoni, per la regia di Armando Pugliese….

Giovedì 15 febbraio 2018, alle 21:15, al Teatro Poliziano di Montepulciano, va in scena Vetri Rotti con Elena Sofia Ricci, Gianmarco Tognazzi e Maurizio Donadoni, per la regia di Armando Pugliese. Sabato  17 febbraio, invece, al Teatro Mascagni di Chiusi, sempre in prima serata, va in scena Uno Sguardo dal Ponte, con Sebastiano Somma, per la regia di Enrico Maria LaManna e le musiche di un inedito Pino Donaggio prestato alla colonna sonora teatrale.

Due testi di Arthur Miller a distanza di pochi giorni. Due testi che sono primariamente messaggi politici. Attenzione, “politici” in questo caso assume una significazione lontana da quella che vergognosamente è commutata da questi mesi di campagna elettorale, fatta di graffi retorici e slogan banalizzanti, complessità sbriciolate in frasi paratattiche semplificatorie.

Vetri Rotti, al Poliziano il 15 Febbraio, si svolge nella New York borghese del 1938. Il riferimento esplicito del titolo è rivolto a quella Notte dei Cristalliil violento pogrom nazionalsocialista che nella seconda settimana del Novembre del 1938 attaccò – non solo in Germania, ma anche in Austria e Cecoslovacchia – i quartieri ebrei delle città, devastando e aggredendo la popolazione ebraica.  Elena Sofia Ricci interpreta Sylvia, moglie di Philip da trent’anni, che si ritrova improvvisamente paralizzata agli arti inferiori. «La cosa che emerge da questo testo è che la paralisi di silvia apre uno scenario più interessante» mi dice Elena Sofia Ricci, a pochi giorni dalla replica poliziana «Il lavoro sulla paralisi delle gambe di Sylvia non è stato facile come mi aspettavo nel momento in cui ho letto il testo per la prima volta. Sia dal punto di vista emotivo, poiché quell’immobilismo delle gambe non è che l’aspetto esteriore di una paralisi più profonda, interiore, storica. Sia perché non è per niente facile dimenticarsi di avere le gambe.  Non muovere mai le gambe comporta una scissione interna, una rottura psicologica tra le componenti del corpo. È difficilissimo. Il lavoro che ho fatto si è concentrato solo sulla parte superiore del corpo e sulle intenzioni. Su cosa sto dicendo io e cosa sto raccontando della mia paralisi oltre quella fisica».

La paralisi viene diagnosticata come psicosomatica. Si ricorre così alla psicologia, che negli anni ’30 stava esplodendo come disciplina scientifica. «Il medico Hyman, un ebreo “sereno” rispetto alla complessità che gli altri due protagonisti vedono nella loro matrice culturale» continua Elena Sofia Ricci «cerca di spiegare la paralisi con qualche piccola e marginale conoscenza in ambito psicologico, ma Sylvia è paralizzata dalla paura, dalla complessità della colpa millenaria vissuta dagli ebrei. La paralisi è un’espressione cassandrina del dramma storico che sarà l’olocausto. Da questo spunto, lo spettacolo arriva anche a parlare dell’inversione dei ruoli, privati, in una coppia: un elemento di straordinaria contemporaneità. Nello spettacolo vediamo una donna che deve diventare uomo, all’interno della coppia. Oggi questo vediamo: uomini che vengono frustrati da queste donne così totemiche, così virili, che li rendono impotenti. L’impotenza genera frustrazione e la frustrazione genera violenza. Così nei popoli così nel  privato delle coppie».

Un dramma privato che si dispiega in dramma storico, pubblico, umano. Un topos, se vogliamo, della tradizione letteraria mondiale, ma che nel caso di Arthur Miller trova anche un significato astorico, al di fuori del tempo, che parla al presente utilizzando narrazioni localizzate molto lontano nella storiografia.

«Quando Arthur Miller ha scritto Uno Sguardo dal Ponte di certo non pensava che sessant’anni dopo ancora avrebbe suscitato delle riflessioni in questi termini, in Italia», dice Sebastiano Somma, qualche giorno prima della replica al Teatro Mascagni di un’altra pièce, scritta trentanove anni prima dell’altra, che come ambientazione ha la Brooklyn popolata da immigrati italiani, «Siamo in giro con questo spettacolo da tre stagioni e abbiamo falcato l’Italia da nord a sud» continua Somma, «Ed è stato interessante notare come in Veneto e in Friuli, regioni del nord-est che certa narrazione mediatica vorrebbe lontane dall’accoglienza e dalla recezione positiva dell’immigrazione, le persone siano ben consapevoli di quanto l’emigrazione abbia fatto parte della loro storia». Sebastiano Somma interpreta Eddie Carbone, un padre-padrone di famiglia, siciliano trapiantato a Brooklyn, travolto da una vicenda di ossessioni e sentimenti distorti, contrastivo nei confronti di una figlia che sembra troppo aperta ai costumi newyorkesi e lontana dalla visione femminile paterna. «Ovviamente nel testo originale non ci sono riferimenti dialettali, ma con Masolino d’Amico, che ha curato l’adattamento ed Enrico LaManna, regista, abbiamo deciso di caratterizzare questo personaggio con un accento siciliano, che resti ovviamente comprensibile a tutti gli italiani».

 

È indubbio che la famigerata pancia del paese esista. Ed è ancor più fuori discussione che questa pancia sia ormai un interlocutore necessario per comprendere le sorti del paese. Questi due spettacoli parlano a questa pancia: non lo fanno con le urla da salotto televisivo, con i microfoni direzionali a spilla che grattano sulle giacche. Lo fanno con narrazioni nette, procedimenti psichici e storici di rilievo universale. Due spettacoli che sono anche fondamentali per la storia del teatro contemporaneo. Perderseli, di fatto, è come perdersi un’occasione per capire.

[Le interviste integrali a Elena Sofia Ricci e Sebastiano Somma usciranno nel #2 di Valdichiana Teatro, da Marzo scaricabile dal nostro Shop. Se ti sei perso il #1 ti perdoniamo, ma ti invitiamo a sopperire alla carenza, scaricandolo da qui

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Un Omaggio a Rino Gaetano a Torrita – Intervista a Claudia Campagnola

Ogni 2 giugno, a Roma si tiene il “Rino Gaetano Day”. Il pubblico dell’evento nel 2017 ha registrato 30.000 persone – si raccoglie in Piazza Sempione, ad assistere alle esibizioni…

Ogni 2 giugno, a Roma si tiene il “Rino Gaetano Day”. Il pubblico dell’evento nel 2017 ha registrato 30.000 persone – si raccoglie in Piazza Sempione, ad assistere alle esibizioni di una serie di tributi al cantautore crotonese-romano. Una piazza stracolma, come quella che si configura nella manifestazione romana, testimonia l’affezione che il pubblico di oggi mantiene per Rino Gaetano, scomparso tragicamente in un incidente d’auto il 2 giugno del 1981. Un’affezione che coinvolge anche il Teatro Golden di Roma, che sta portando in giro uno spettacolo intitolato Chi Mi Manca sei Tu (celebre refrain di Ahi Maria, successo gaetaniano del 1979) a lui dedicato e che farà tappa al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, sabato 10 febbraio 2018: sempre secondo lo schema comprovato di doppio spettacolo alle 19:00 e alle 21:00.

Scritto e diretto da Toni Fornari e interpretato da Marco Morandi e Claudia Campagnola, si configura come uno spettacolo-concerto, nel quale si alternano interpretazioni dei brani a racconto in prosa. Sul palco, la band – che vede come frontman lo stesso Marco Morandi – è composta da Giorgio Amendolara, al piano e le tastiere, Menotti Minervini al basso e Umberto Vitiello alla batteria.

Claudia Campagnola interpreta invece un personaggio femminile, molto vicino a Rino Gaetano, ed è lei a guidarci nel racconto di Rino Gaetano. Le abbiamo rivolto delle domande prima della tappa torritese.

LaV: Che cosa rende Rino Gaetano ancora oggi così amato, celebre anche nelle giovani generazioni?

Claudia Campagnola: Sicuramente Rino diceva delle verità scottanti, parlava del presente ma in realtà dava già l’occhio al futuro, cioè era un genio che secondo me aveva uno sguardo ancora oggi attuale che racconta ancora oggi del nostro paese. Rileggendo le sue canzoni i suoi testi le sue canzoni il nostro paese non sembra aver fatto molta strada. È un po’ come fosse un personaggio shakespeariano, tipo fool, a me piace vederlo così, un fool che è l’unico a vedere la verità e raccontarla e quindi per questo considerato pazzo. Invece è semplicemente una capacità più ampia di guardare la realtà più ampia e sicuramente più autentica.

 LaV: Tu interpreti una “groupie” di Rino, che lo seguiva ovunque durante gli anni ’70…

CC: In realtà è una figura più complessa. Intepreto un personaggio femminile  che ha vissuto accanto a Rino Gaetano, che sa molte cose di lui. L’autore del testo non ha specificato se fosse la sorella, la fidanzata, la cugina oppure se sia un flirt che ha fatto parte della sua vita. Sappiamo solo che è una figura femminile, molto vicina a Rino, che ha passato molto tempo nella sua quotidianità, che ha vissuto accanto a lui. A me piace dire che questo personaggio può essere letto anche come la sua anima, la sua anima femminile, una Musa, oppure la sua linfa poetica…

LaV: È cambiato secondo te il rapporto con i divi? È cambiato il rapporto tra il pubblico e la celebrità della musica? Può esistere un personaggio come Rino Gaetano oggi?

CC: Be’ direi che il rapporto con il pubblico da parte degli artisti è completamente diverso. Soprattutto quando viene meno la “purezza” degli artisti. C’è sicuramente un grande intento da una parte di certi cantautori di descrivere il presente attraverso la musica e raccontare le emozioni delle persone. C’è però, devo dire, anche un lato commerciale con cui fare i conti. In questo momento è un po’ difficile per un artista – che sia musicista, cantautore, autore e anche attore – avere una poetica da poter portare avant una poetica pulita, scevra da compromessi commerciali o di mercato. Ma c’è chi ci riesce ancora per fortuna…

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Binne My, fuori il nuovo disco dei The Big Blue House

Si chiama Binne My l’ultima fatica dei The Big Blue House, la giovane blues band italiana che si è formata nel 2014 a Torrita di Siena, Capitale del Blues Europeo…

Si chiama Binne My l’ultima fatica dei The Big Blue House, la giovane blues band italiana che si è formata nel 2014 a Torrita di Siena, Capitale del Blues Europeo del 2016 con l’European Blues Challenge. La formazione vede Danilo Staglianò alla voce e alla chitarra, Luca Bernetti al basso elettrico, Sandro Scarselli alle tastiere e all’organo Hammond, Andrea Berti alla batteria. Il loro primo disco è uscito nel 2016, Do It, e raccoglieva esperienze e sogni maturati nei primi di vita della band.

Dopo l’uscita del primo disco è iniziata una lunga serie di date e successi, sono passati per il palco del Pistoia Blues in apertura ad Alex Britti, hanno vinto il contest a livello nazionale Effetto Blues, conquistando l’esibizione presso il Torrita Blues Festival,  e condividendo il palco con Linda Valori & Maurizio Pugno Band e Mike Zito.

Adesso il secondo disco rappresenta la crescita umana e stilistica della band, e a predominare è tema dell’amore accanto all’inevitabile rifiuto dei compromessi e delle menzogne, con in sottofondo dell’accettazione del diverso come arricchimento culturale ed umano.

Binne My è composto da 8 brani autentici che spaziano dal blues tradizionale fino ad arrivare alle nostre influenze stilistiche. I temi sono vari e al contrario di Do It, Binne My non è soltanto l’amore di una relazione di coppia ma è una visione universale di questo sentimento che va verso l’introspezione più intima dell’essere umano che si interfaccia al mondo esterno alla tragedia continua del nostro mar Mediterraneo vissuta dai naufraghi ed osservata da noi all’interno del lavoro.

L’uscita del nuovo disco è accompagnata dal nuovo video, Liar, e per l’occasione abbiamo incontrato il gruppo che ci ha raccontato qualcosa in più sulle ultime fatiche dei The Big Blues House.

Ragazzi, tra gli otto brani del nuovo disco, Binne My, avete scelto Liar come brano per il vostro nuovo videoclip, perché questa scelta?

TBBH:“Liar è la canzone che rappresenta a pieno il passaggio da DO IT a Binne My. È un brano diretto e senza fronzoli, puro rock-blues e con un testo che ironizza sull’essere bugiardi di fronte a qualsiasi tipo di relazione interpersonale. Ci piace veramente tanto quanto è piaciuta, in sede di registrazione in studio, al nostro produttore Emanuele Ferrari. È stato lui a spingere per questa canzone!”

Parlatemi di Liar, come nasce questo brano e di cosa racconta?

TBBH: “Liar, questo brano nasce subito dopo la fine delle incisioni di Do It. Brano, come detto prima, che parla della bugia come mezzo di comunicazione tra due interlocutori non per forza uniti in relazione ma semplici uomini che vivono in maniera differente le loro vite. A livello musicale è l’anello di congiunzione tra i due lavori studio ed è il miglior brano per aprire la track-list di Binne My. Sia a livello sonoro che di significato e percorso storico della band.”

Il video di Liar è stato girato al Teatro degli Oscuri di Torrita, un piccolo gioiello cultura della Valdichiana, da Dario Pichini Studio Fotografico. Qual è il progetto alla base del videoclip e perché avete scelto proprio il teatro degli Oscuri?

TBBH: “Abbiamo scelto come location il Teatro degli Oscuri di Torrita per la nostra amicizia verso la Compagnia Teatro Giovani Torrita, anche in virtù di collaborazioni musicali che ci hanno visto e ci vedranno a partecipi, come il 3 marzo 2018 prossimo quando metteremo in scena uno spettacolo che ricalcherà il rapporto tra le origini del blues e l’oscuro. Abbiamo scelto un teatro per la magia che sa trasmettere; ha un’atmosfera molto intima e particolare. Il video gioca molto sugli profili interni del teatro, sulle luci naturali e non, il tutto per creare un videoclip prettamente live e diretto. Di fatto si tratta di un’esibizione live, senza troppi contorni ed effetti, blues semplice ed efficace”.

Il nuovo lavoro dei The Big Blue House, dunque può essere considerato un viaggio interiore con la consapevolezza di essere cresciuti per riscoprire cosa significhi essere un uomo prima ancora che un musicista al giorno d’oggi, affrontando difficoltà e sconfitte, senza arrendersi mai.

Per quanto riguarda le date live ed il tour estivo di Binne My, i TBBH non ci svelano niente ma consiglia i nostri lettori di rimanere collegati alla loro pagina facebook e al sito dell’etichetta A-Z Blues perchè a breve usciranno le prime date dei concerti sia sul territorio regionale, nazionale, sia le partecipazioni ai club e ai Festival.

Photografer Dario Pichini Studio Fotografico

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Vedi alla Voce – Nina’s Drag Queen

C’è una cornetta che diventa un microfono. Un uomo che diventa bambola. Un corpo vivo che diventa macchina teatrale meta-testuale capace di proiettare sé stessa tra il dentro e il…

C’è una cornetta che diventa un microfono. Un uomo che diventa bambola. Un corpo vivo che diventa macchina teatrale meta-testuale capace di proiettare sé stessa tra il dentro e il fuori del testo. È la porzione di un intero drammaturgico allestito dalla compagnia Nina’s Drag Queen, in scena al Teatro degli Arrischianti di Sarteano il 4 febbraio 2018. Vedi Alla Voce Alma, è il titolo ed è interpretato da Lorenzo Piccolo, con la regia di Alessio Calciolari.

Il plesso narrativo dello spettacolo si basa su due vettori: il primo è un tradizionale testo di teatro borghese che funge da impalcatura drammaturgica, il secondo è una storia vera, allo stesso modo struggente.

Il testo teatrale di riferimento è La voce umana di Jean Cocteau. Il monologo per donna, opera del drammaturgo francese, scritto nel 1930, che fa ruotare tutto il crescendo di disperazione della protagonista femminile attorno all’inefficienza del servizio telefonico parigino: la donna, abbandonata, cerca di parlare con l’ex amante al telefono, tra pianti e disperazione sentimentale. Il testo è famoso in Italia per la sua interpretazione di Anna Magnani, diretta da Roberto Rossellini nella pellicola L’Amore, del 1948.

La storia vera è invece quella di Alma Schindler, meglio nota come Alma Mahler o – come l’hanno ribattezzata i manualisti – la “Vedova delle Quattro Arti; moglie e vedova di Gustav Mahler; divenne musa e amante di grandi artisti legati alla Secessione Viennese dalla Kunstgewerbeschule, come Klimt e Kokoschka. Si sposò poi con l’architetto Walter Gropius dal quale divorziò a causa di una relazione che aveva instaurato con lo scrittore Franz Werfel. Questi diventò poi il suo terzo marito, il quale morì di infarto nel 1945, lasciandola vedova per la seconda volta. Ma è la vicenda che la lega a Oscar Kokoschka che ha attratto le Nina’s Drag Queen – e non solo – per imbastire un percorso di forte impatto immaginifico sulle meccaniche dell’abbandono. Il grande pittore e la donna – così raccontano le biografie – si frequentarono per due anni, nella Vienna ruggente degli anni ’10. Lui dipinse un quadro intitolato La sposa del vento, in cui raccolse espressivamente tutto il fulgore che quella relazione scatenava nel suo animo. Venne poi chiamato al fronte, durante la Grande Guerra, e lei, invece di aspettarlo, decise di troncare la relazione. Oscar, cieco di amore e gelosia, scatenato da una collera morbosa e furibonda, decise di contattare la modista Hermine Moos per costruire insieme a lei una bambola a immagine e somiglianza di Alma. L’amante posticcia venne realizzata secondo le proporzioni effettive della ex-compagna, con una minuziosa precisione nella riproduzione di tutte (proprio tutte) le parti del corpo, nascondendo le cuciture. Lui comprò per la bambola vestiti costosi e biancheria intima, ordinava alla servitù di servirla, la portava con sé nelle occasioni pubbliche e la dipinse in numerosi quadri.

Secondo una dinamica interpretativa che potremmo definire a matrioska, una dentro l’altra queste vicende – e i personaggi ad esse legati – voltolano nella voce e nei gesti del bravissimo Lorenzo Piccolo, che alterna i commenti alla vicenda con immedesimazioni dei personaggi, fino alla trasposizione melologica  della narrazione servendosi del playback e del lip-sync di canzoni e frammenti filmici. Dentro c’è Mia Martini, Patty Pravo, Ornella Vanoni che si mescolano al teatro borghese degli anni venti.

 

Abbiamo incontrato i due “responsabili” di Vedi Alla Voce Alma e abbiamo fatto loro delle domande.

V: Come funziona la catena di interpretazioni di questo spettacolo? Come è gestita la molteplicità di voci e di corpi nel unicità del monologo?

Lorenzo Piccolo: Noi siamo partiti dal testo di Cocteau che è un monologo per donna – tra l’altro il primo monologo femminile della storia del teatro – e segna proprio per questo un punto chiave della drammaturgia moderna. Ci interessava, nel momento in cui utilizziamo la Drag Queen come maschera teatrale, questo aspetto. È un testo interessante, ma anche molto strano: molte cose non si capiscono. Poi è molto datato perché è dentro una struttura di teatro borghese del 1930. Quindi innanzi tutto Vedi Alla Voce Alma nasce da un rapporto di amore-odio verso questo testo. Da un lato ha degli evidenti aloni di muffa, dall’altro è legato alle grandi attrici: lo ha fatto la Magnani, la Bergman, recentemente la Asti, la Proclemer, c’è pure un’opera lirica di Francis Poulenc. Ha quindi qualcosa di mitologico e affascinante. Cocteau cerca di analizzare la psicologia dell’abbandono e dello struggimento con metodi un po’ vecchiotti. Il nostro tentativo è stato lavorare per mezzo di una dialettica, di uno sguardo critico nei confronti del testo, che si configurasse con un passaggio dentro-fuori dalle parole del copione originale. Abbiamo aggiunto musiche, brani da film. Abbiamo reso questo gioco in maniera evidente con l’uso del playblack. Abbiamo svelato l’artificio dell’attore. Il playback infatti è fare una cosa e guardarti mentre la fai. Abbiamo usato anche molte delle didascalie che Cocteau ha immesso nel testo originale, commentandole in scena. Cose scritte che fanno un po’ ridere. Ad un certo punto ad esempio troviamo «Il sipario rivela una camera da delitto. Davanti al letto, per terra, è sdraiata una donna con una lunga camicia, come assassinata. L’autore vorrebbe che l’attrice desse l’impressione di sanguinare, di perdere il sangue come una bestia ferita, di terminare l’atto in una camera piena di sangue». Sì vabbè Cocteau, mo’ lo faccio… (ride). Ecco, lui aveva queste visioni, era un po’ pazzerello, ricordiamo che era anche disegnatore e cineasta, un artista estremamente visivo, il problema è che scriveva didascalie sostanzialmente inutili dal punto di vista drammaturgico. Spesso l’interprete esce dall’interpretazione per commentare le didascalie stesse… c’è molta ironia anche su questo.

 LaV: La Drag Queen ha la possibilità di passare dal kitsch alle citazioni colte, da Moira Orfei ad Anna Magnani, dal trash sublime alla cultura alta: mantenendo sempre una coerenza: come funziona il bagaglio culturale di una Drag?

Alessio Calciolari: Noi usiamo la drag queen come maschera. Attraverso questa prendiamo più anime e ce le mettiamo addosso le interpretiamo e le usiamo come mezzo di comunicazione. Essendo la drag un immagine fantastica, estrema, entrarci è molto divertente

Lorenzo Piccolo: Sia per l’interprete che per il pubblico. C’è un elemento di piacere che ingaggia il pubblico. C’è un procedimento ironico: se sei un uomo che fa la donna il tuo corpo è ironico, i tuoi gesti lo sono.

Alessio Calciolari: Attraverso quest’ironia si riesce a prendere qualsiasi punto di riferimento alto o basso. Si può prendere Raffaella Carrà,  parlando di tradimento in maniera seria e pesante, o una Callas che in Traviata si strugge d’amore e portarla in scena senza quel peso che portava durante l’opera e veicolarla per rappresentare ciò che serve in quel preciso momento.

 LaV: Il circuito del teatro indipendente come se la sta passando? Quali sono i circuiti nei quali si può inserire una compagnia indipendente?

LP: Il teatro indipendente sta male. I grandi teatri stabili non si prendono il rischio di proporre cose non confromi. Sì, anche se molte sono scuse: spesso il nostro spettacolo viene rifiutato perché “il pubblico non è pronto”. Non è pronto “alle drag queen”, non è pronto “all’argomento…”: stupidate, non è vero niente. Sono solo giochi politici. È un modo abbastanza sciocco di andare sul sicuro, con il grande nome. I grandi teatri cercano la rassicurazione anziché lo stimolo e la crescita del pubblico. Se sei un programmatore devi pensare che il tuo pubblico è intelligente – ché il pubblico è sempre intelligente anche quando non lo sa –  e non ha bisogno della copertina o di sentirsi dire che tutto va bene. Per questo le piccole compagnie oggi fanno fatica. L’unica risposta che abbiamo è fare il nostro lavoro nel modo più intellettualmente onesto possibile.

AC: Dobbiamo poi dire che anche le compagnie indipendenti, lo sono per modo di dire. Ad esempio Con la nuova produzione abbiamo sia il Metastasio di Prato che il Carcano di Milano. La compagnia indipendente per sopravvivere ha bisogno di appoggi e tutele da parte o dei grandi premi o dei grandi teatri.

LP: Il nostro focus adesso è più artistico. Con questo spettacolo abbiamo avuto la collaborazione di Daria Deflorian. La nostra attenzione è cercare di crescere noi da dentro e sperare che questo venga riconosciuto.

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Circo come contenitore polisemico: intervista a Alessandro Serena

Abbiamo incontrato Alessandro Serena, autore di The Black Blues Brothers: spettacolo in programma al Teatro Mascagni di Chiusi sabato 3 febbraio 2018. Professore di Storia dello Spettacolo Circense e di…

Abbiamo incontrato Alessandro Serena, autore di The Black Blues Brothers: spettacolo in programma al Teatro Mascagni di Chiusi sabato 3 febbraio 2018. Professore di Storia dello Spettacolo Circense e di Strada all’Università Statale di Milano, Alessandro Serena proviene da un’antica famiglia circense, imparentata con gli Orfei. Si è dedicato a studi e ricerche sulla cultura e la storia del circo. Ha pubblicato i volumi Lo spettacolo del corpo (AICS), Il circo e la scena (Marsilio) e Luci della giocolieria (Stampa Alternativa). Ha rivestito ruoli istituzionali presso l’Ente Nazionale Circhi e l’Accademia del Circo. Ha firmato spettacoli tv come Sabato al Circo, Gran Premio Internazionale del Circo, Circo Massimo e Non Chiamatelo Circo, oltre che gli speciali di RAI 3 dedicati al Cirque du Soleil. Dal 2000, per tre anni, ha collaborato con La Biennale di Venezia in un’attività finalizzata alla fusione fra le arti della pista e quelle della scena.

V: Sono anni che approfondisci le possibilità che la mescolanza tra arte circense – da pista e tendone – e arte scenica possono portare a questa forma di arte-spettacolo: in occasione di Black Blues Brothers, questo sabato, avremo modo di vedere esercizi di acrobati circensi, sul palco del Teatro Mascagni. Com’è portare il circo in teatro?

Alessandro Serena: Dunque, va detto che ci sono varie differenze. Ce n’è uno tecnico, legato alla fisicità del luogo, e quindi strutturale: nel circo a pista rotonda hai la necessità di performare a 360 gradi, sei visto da tutte le direzioni, mentre in teatro, la capacità di attirare l’attenzione dello spettatore da una quarta parete, è completamente diversa. Il circo tradizionale poi permette anche numeri aerei, l’uso di animali, invece in teatro lo spettacolo deve necessariamente essere più contenuto. Negli anni quest’arte si è affinata, proprio per sopperire alla mancanza delle componenti più apriche, più articolate. Black Blues Brothers utilizza ad esempio una formula particolare di un gruppo da 5 persone. È uno spettacolo mono-disciplinare, sebbene all’interno dell’acrobazia vi siano tantissime sotto-discipline e variazioni: ma non ci sono trapezi, né clown, né animali.

V: Dal punto di vista del pubblico, secondo te, come è cambiata la percezione del circo negli ultimi anni? 

AS: È cambiata moltissimo. Ma come per tutte le forme d’arte. Prendi ad esempio il cinema: sono cambiati i metodi di fruizione. Siamo passati dai cinema di prima visione alle multisale. In più oggi abbiamo lo streaming e la payperview. Questo cambiamento ha inciso moltissimo anche e soprattutto sul prodotto artistico stesso. Il linguaggio si sta evolvendo continuamente. Così anche nel circo, dove le discipline circensi o paracircensi, sono antiche di millenni, e si sono evolute nel corso della storia.

Quest’anno di festeggia il 250 anniversario del circo classico, poiché si colloca nella figura di Philip Astley la paternità del circo moderno. In realtà le discipline che sono convenute nella pista tonda di Astley sono antiche di millenni. Nel corso degli anni trovano modalità differenti di mostrarsi al pubblico. Ce ne sono alcune altresì che sono impressionanti per quanto fedeli ai loro antesignani di millenni fa: c’è una statuetta di Tebe, risalente a 300 anni prima di Cristo, che è rappresentata nella posizione di un esercizio uguale a quelli che fa Viktor Kee, una delle stelle contemporanee del Cirque du Soleil. Quindi ecco la percezione è cambiata, così come è cambiata la fruizione. In televisione si vedono Italia’s  got Talent e Tu Si Que Vales che hanno sostituito, di fatto, programmi televisivi come il Festival Internazionale di Montecarlo.

V: E secondo te com’è l’arte circense oggi? 

Il circo è un contenitore polisemico. Segni che sono tanti e in contrasto fra di loro. Il circo può ispirare la piccola compagnia di guitti, polverosa quasi patetica, felliniana direi, come un’armata Brancaleone dell’acrobazia, che gira con un tendone rattoppato di città e città. allo stesso tempo il circo può rimandare alla perfezione del gesto fisico: il funambolo è l’uomo solo con se stesso che non può sbagliare, cercando il suo sentiero, con una metafora. Il circo contenga un sacco di segni contrastanti tra di loro. Il circo oggi è una delle pochissime forme di spettacolo che riesce a tenere insieme moduli contrastanti di intrattenimento: come la cucina italiana ti può proporre sia un piatto raffinato che uno popolare con lo stesso tasso di qualità. Può mettere vicini, in scaletta, un numero raffinatissimo di Anatoli Zaleski, con la musica classica, e un numero di animali – maiali, mucche e galline – con musiche tirolesi, riuscendo a farli sembrare coerenti e godibili.

V: Sei anche un sostenitore del circo sociale: che funzione ha il circo nella reintegrazione sociale e nella formazione degli esseri umani? 

I cinque ragazzi che vedrete sul palco di Chiusi si sono formati a Nairobi, in Kenia. Sono in tournée da quattro anni e riescono, oggi, a vivere di quest’arte. Si sono formati e tutt’oggi collaborano con un gruppo chiamato Sarakasi. Il gruppo è attivo in Africa da anni e lavora soprattutto in situazioni di estrema miseria. In passato ha lavorato con ex-prostitute di tredici anni -sì, esatto, ex prostitute di tredici anni– trasmettendo valori legati alla consapevolezza del corpo con i quali sono riusciti a salvare delle vite. Ho avuto modo di collaborare con realtà meravigliose in giro per il mondo dalla Colombia, alla Romania, dove l’associazione Parada tira fuori i bambini dai tombini della città per insegnare loro l’arte del circo. Sono stato a Kabul, dove mi sono confrontato con il disastro che la guerra ha portato nel paese, distruggendo tutti gli anagrafi e lasciando intere generazioni senza identità. Ma così come la clownterapia è una forma di circo sociale. I ragazzi di Black Blues Brothers tornano regolarmente a Nairobi ad insegnare acrobazia ai ragazzi nelle bidonville, molto spesso tirandoli fuori da un futuro certo di miseria e delinquenza.

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Un Omaggio ad Anna Marchesini al Teatro Mascagni – Intervista a Ingrid Monacelli

Quando Roberto Carloncelli ha preso in mano la direzione artistica del Festival Orizzonti, nel caos gestionale che lo circondava, si è ritrovato a comporre un florilegio di spettacoli legati a…

Quando Roberto Carloncelli ha preso in mano la direzione artistica del Festival Orizzonti, nel caos gestionale che lo circondava, si è ritrovato a comporre un florilegio di spettacoli legati a sue conoscenze dirette. Tra queste, c’era Ingrid Monacelli, la quale si è resa protagonista, durante lo scorso festival, nell’agosto del 2017, del fortunato ciclo di letture Donna: Femminile Singolare. Le performance, distribuite in tre giorni, inglobavano, tra gli altri, testi di Franca Rame, Stefano Benni e  Aldo Nicolaj; sopratutto però, la Monacelli interpretò in maniera magistrale Anna Cappelli di Annibale Ruccello.

È impossibile, nell’economia del teatro contemporaneo, non associare il testo di Ruccello ad Anna Marchesini che a più riprese lo interpretò lungo gli anni Novanta. Da questo spunto, Roberto Carloncelli e Ingrid Monacelli hanno lavorato, negli ultimi mesi, ad uno spettacolo che si configurasse come un vero e proprio tributo alla grande attrice orvietana. Oggi si intitola Anna: omaggio ad Anna Marchesini e va in scena al Teatro Pietro Mascagni venerdì 26 gennaio 2018. 

Abbiamo incontrato Roberto Carloncelli e Ingrid Monacelli prima del debutto e abbiamo posto loro alcune domande.

 

LaV: Secondo voi qual è il segno che Anna Marchesini ha inciso nella storia del teatro? Cosa avete imparato voi da lei?

Ingrid Monacelli:  Riusciva a rendere naturale ciò che è estremamente artificioso. Ogni suo personaggio era frutto di un lavoro sul corpo molto faticoso che poteva durare anche dei mesi, ma lei era capace di essere fluida e naturale nelle interpretazioni. Certo, era molto caricaturale, spesso molto grottesca, ma sempre con naturalezza. I suoi tempi comici erano immanenti; aveva capacità di improvvisare sul palco, a seconda del pubblico che aveva davanti. Riusciva a portare il pubblico dove voleva lei; era eccezionale in questo. Ogni volta che si trovava sul palco dava l’impressione di essere a casa sua. Il pubblico era l’ospite. Per chi fa questo lavoro quello che dovrebbe essere sempre presente è l’amore di stare sul palco, sentirsi a casa. Vedere l’amore e la passione che lei metteva nel suo lavoro è stato l’insegnamento più grande.

Roberto Carloncelli: Anna Marchesini è stata una delle pochissime attrici italiane che riuscivano a passare dalla lettura delle pagine gialle a Shakespeare. Deteneva una preparazione, a livello culturale, enorme, anche se noi l’abbiamo conosciuta nel suo aspetto prevalentemente comico. Era una persona rara. Ha lasciato secondo me questa sua particolare visione della comicità: l’umorismo velato di tristezza. Che poi è una cosa tipica di chi fa teatro comico, ma lei aveva una marcia in più. Per chi ha avuto la fortuna di vederla nell’ultima parte della sua carriera, da sola, ha fatto spettacoli incredibili.

LaV: In che misura il fatto che Anna Marchesini fosse una donna ha codificato il suo essere teatrale?

IM: Anna Marchesini è riuscita a sdoganare quella che era una brutta tradizione nell’ambito dello spettacolo: che la donna non fosse propriamente una figura comica. I comici sono uomini. Nel mondo dello spettacolo comico le figure forti sono sempre maschili. Lei è stata bravissima perché ha saputo cogliere tutti i pregiudizi sociali, rivolti al femminile, tutti i difetti delle donne – dalla nevrosi all’estrema vanità, fino alla strumentalizzazione della sessualità – ed è riuscita a costruire dei personaggi che in maniera caricaturale ridevano di loro stessi. Il valore più importante è stata la sua grande intelligenza nel sapersi prendere in giro confrontarsi con il suo essere femminile fino in fondo, a trecentosessanta gradi. Far emergere tutti i lati della femminilità ed esprimerli con la risata.

RC: Ha una rilevanza, certo. Il teatro, purtroppo, è maschile. Dalle radici della sua origine. Pensiamo che in passato le donne non potevano nemmeno entrare a teatro. Ecco, Anna Marchesini è stata una di quelle attrici che hanno fatto capire quanto la figura femminile fosse la forza motrice non solo del teatro, ma in generale della vita del mondo. Potremmo estendere questo discorso a tutti gli aspetti della società, le recenti cronache ci forniscono un quadro abbastanza preoccupante. Anna Marchesini può anche ribadire quanto le donne possano essere protagoniste, dentro e fuori dai teatri.

LaV: È stato difficile confrontarsi con una gigante del teatro come Anna Marchesini?

IM: Sicuramente confrontarsi con Anna Marchesini è impossibile. Un mostro sacro del teatro contemporaneo. Cerchiamo di fare un omaggio, un tributo, alla sua figura. Per me è sempre stata un riferimento. Lei era eccezionale per quanto riguarda il trasformismo. Riusciva a cambiare completamente connotati visivi, la voce, il corpo, i movimenti, i tic a seconda dei personaggi. Osservarla è stata una delle fonti più grandi di ispirazione per il lavoro. Ho cercato di trarre da lei soprattutto la capacità di trasformarmi, e di imparare ad avere quella stessa luce negli occhi che aveva lei quando saliva sul palco e che dimostrava il suo immenso amore per questo lavoro.

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Compagnia Teatro Giovani Torrita, una storia da celebrare

La Compagnia Teatro Giovani di Torrita di Siena compie vent’anni. Dal dicembre 1997 produce spettacoli, intavola confronti di formazione con grandi personalità dell’arte scenica italiana. Si è specializzata nella nobile…

La Compagnia Teatro Giovani di Torrita di Siena compie vent’anni. Dal dicembre 1997 produce spettacoli, intavola confronti di formazione con grandi personalità dell’arte scenica italiana. Si è specializzata nella nobile arte del musical, probabilmente il genere teatrale che riscuote il maggior successo di pubblico. I ragazzi che oggi compongono la Compagnia, hanno voluto omaggiarla, con uno spettacolo tutto dedicato a lei, alla sua storia e ai suoi tanti successi. Auguri: sono 20! Un sogno divenuto realtà è il titolo dello spettacolo che va in scena al Teatro degli Oscuri di Torrita il 20 Gennaio 2018, con una selezione – un The Best Of – delle migliori performance, collezionate lungo tutti i vent’anni dalla pletora di spettacoli portati in scena in tutta Italia dai ragazzi torritesi.

I performers, che sono poi coloro che hanno partecipato negli anni ai vari allestimenti e produzioni, ieri bambini e oggi adulti, ripercorreranno la storia di questi vent’anni attraverso canzoni, aneddoti e ricordi. Uno spettacolo allegro e divertente con i pezzi più famosi dei musical più celebri.

L’associazione Giovani Torrita è nata nel 1997 con l’intento i stimolare e sostenere la crescita morale e sociale, promuovendo la diffusione dell’arte della cultura teatrale, con particolare riferimento al teatro musicale, del quale è divenuta punto di riferimento territoriale e nazionale. Il primo spettacolo è tratto da I racconti di natale di Charles Dickens seguito l’anno successivo con Forza Venite Gente, musical sulla vita di Francesco d’Assisi. Sin dai primi anni si avverte l’intento di alzare l’asticella ogni allestimento e affinare la qualità delle produzioni: Joseph, il Re dei Sogni, viene infatti portato in scena per la prima volta in versione italiana, tradotto appositamente per la Compagnia da Franco Travaglio, oggi celebre traduttore delle liriche dei più grandi musical del mondo che arrivano in Italia. Nel 2000 poi va in scena Il Fantasma di Canterville, tratto dall’omonimo romanzo di Oscar Wilde. È in questo periodo che iniziano a nascere i corsi di avviamento al musical per i giovani e i giovanissimi, oggi ormai un’autorità grazie alla scuola di avviamento all’arte del musical, messa in piedi dalla Compagnia, SpazioMusical. La formazione imbastita dalla scuola è costellata da appuntamenti fissi durante l’anno: il più importante è sicuramente la serie di workshop di fine estate, da dieci anni sotto la direzione artistica di Marco Columbro e con insegnanti Laura Ruocco, Antonello Angiolillo e Barbara Pleruccetti, che richiama ragazzi da tutta Italia.

 

È del 2005 la fortunatissima tournée con la versione italiana di Jesus Christ Superstar. In accordo con la compagnia internazionale inglese, diretta da Andrew Lloyd Webber, The Really Useful Group – London, viene curato l’allestimento nella versione italiana di Joseph e la strabiliante tunica dei sogni in Technicolor.  Il 2008 e 2009 sono dedicati alla messa in scena di una serie di concerti-spettacolo: Musical Greatest Hits Celebration e Make Musical Noto Wall, quest’ultimo realizzato nell’ambito del progetto di cooperazione internazionale con il popolo palestinese Terre di Toscana – Strumenti per la Pace. Nel 2009 inizia la salda collaborazione con Fabiola Ricci, alla quale vengono affidati la regia degli spettacoli e la formazione.

Nell’anno 2010, viene messo in scena The Rocky Horror Experience che debutta il 22 maggio 2010 presso la sala degli ex-macelli di Montepulciano in collaborazione con l’associazione Mattatoio n.5. Nello stesso anno si avverte una cesura forte nella Compagnia, un giro di boa di qualità semi-professionale nelle produzioni: il cast diventa più nutrito, il livello qualitativo delle rappresentazioni aumenta e soprattutto gli investimenti nella formazione dei performer aumentano notevolmente.

L’anno 2011 è segnato dalla partecipazione al progetto You Media – la comunicazione fra e per i giovani: nuovi linguaggi per fare e ricevere cultura, con il co-finanziamento del Comune di Torrita di Siena, al quale la compagnia partecipa attraverso il linguaggio del Musical Theatre proponendo la realizzazione della prima versione italiana di un musical arrivato direttamente da Broadway: The Wedding Singer, con musica dal vivo, su licenza della Music Theatre International – M.T.I., registrando il tutto esaurito nella conseguente tournèe. Con The Wedding Singer nel 2012 la Compagnia viene selezionata per la partecipazione al Festival Nazionale del Teatro Nuovo di Milano, uno dei più prestigiosi teatri milanesi. Il folto pubblico presente in sala e la giuria decretano The Wedding Singer vincitore del primo premio come miglior spettacolo musicale, del terzo premio come miglior spettacolo in assoluto. Il giovane Giulio Benvenuti, prossimo alla carriera professionale, vince il primo premio come miglior performer in assoluto. La Compagnia Teatro Giovani è divenuta, nel territorio torritese, una fucina di performers professionisti, che proprio sulle tavole del teatro degli Oscuri muovono i loro primi passi scenici. Dal 2015 l’Amministrazione Comunale di Torrita affida la stagione teatrale del Teatro deli Oscuri alla Compagnia, con la direzione artistica di Laura Ruocco.

Lo spettacolo di sabato 20 gennaio sarà l’occasione per rivivere ogni tappa dell’evoluzione artistica della Compagnia Teatro Giovani, che all’altezza di vent’anni ha registrato un trend di crescita esponenziale. Lunga vita, quindi, alla passione per i palchi, alla coralità della CTG e alla forza collettiva che porta un gruppo di ragazzi ogni anno ad allestire delle vere e proprie perle. Auguri!

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“Il Bacio” di Ger Thijs: intervista a Francesco Branchetti

Dopo l’esperienza di Medea di Jean Anouilh, che li ha impegnati lungo le ultime due stagioni teatrali, Barbara de Rossi torna a lavorare con Francesco Branchetti con Il Bacio, un testo…

Dopo l’esperienza di Medea di Jean Anouilh, che li ha impegnati lungo le ultime due stagioni teatrali, Barbara de Rossi torna a lavorare con Francesco Branchetti con Il Bacio, un testo di Ger Thijs proposto al pubblico del Teatro Mascagni di Chiusi sabato 13 Gennaio 2017. La regia e l’adattamento è dello stesso Branchetti, il quale ha lavorato sulla traduzione dall’olandese di Enrico Luttmann.

Ger Thijs, autore de Il Bacio, è uno dei più importanti drammaturghi olandesi. È nato a Waubach, nel Limburgo, nel 1948.  Abbandonati gli studi di psicologia ad Amsterdam, segue i corsi dell’Accademia Teatrale di Maastricht. Non conclude il percorso accademico poiché all’inizio del secondo anno viene ingaggiato dalla compagnia di Elise Hoomans, debuttando nel 1970 come attore con un testo di Raymond Quéneau. Da allora ha lavorato in tutti i campi dell’attività teatrale, dirigendo anche alcune delle sue stesse opere. E’ stato anche Direttore Artistico del Teatro Nazionale Olandese. Molte delle sue rappresentazioni sono state nominate per il prestigioso Theatre Audience Award.  Scrive, inoltre, romanzi ed è editorialista per il quotidiano Volkskrant.

Il Bacio si svolge in un bosco. Un luogo quasi etereo, al di fuori della quotidianità. Lui è un comico fallito in procinto di prendere una decisione importante sulla sua carriera, lei si trova di fronte ad un bivio fisico, un movente di preoccupazione. I due personaggi, di cui mai vengono esplicitati i nomi, si incrociano durante una passeggiata nel verde. Si siedono su una panchina e iniziano a parlare. Il dialogo diventa un’esplorazione sineddotica dell’anima umana, quando è chiamata a scontrarsi con la brutalità dell’esistenza. L’andamento dell’approccio tra i due è intralciato dagli imbarazzi e dai limiti verbali dell’alterità, ma sostenuto dalla profonda comprensione sentimentale di due vite che si intrecciano, lungo l’unità temporale dello spettacolo.

Abbiamo incontrato Francesco Branchetti, prima dello spettacolo, che ha risposto alle nostre domande:

V: Come è stato dirigere Barbara de Rossi che è tornata a lavorare in teatro dopo tanti anni?

Francesco Branchetti: È stato molto bello e molto semplice. Ci siamo incontrati molto tempo prima delle prove di Medea ed abbiamo iniziato un lavoro molto certosino sul personaggio che poi ha interpretato benissimo. Abbiamo fatto un lavoro di preparazione molto lungo prima delle prove. Medea di Jean Anouilh  è stato uno spettacolo che Barbara ha fortissimamente voluto fare, e io anche. È stato un lavoro entusiasmante. Barbara, poi, è una persona dal carattere gentile e dalla professionalità straordinaria. Non ci sono state difficoltà perché si è messa completamente nelle mie mani di regista e questa sua lontananza dal palco scenico, lungo tutti questi anni, non ha pesato. Sono state prove molto lunghe, ma è stato un lavoro molto accurato.

V: Ger Thijs, autore de Il Bacio, È il massimo autore olandese uno dei più importanti viventi. Molto del pubblico forse non lo ha mai sentito nominare. Oltre a divulgare il teatro nelle sue pratiche, cosa potreste fare voi professionisti della drammaturgia, per divulgare anche la letteratura teatrale?

FB: Personalmente, da tantissimi anni mi prefiggo di presentare testi stranieri in Italia. L’ho fatto con testi olandesi, spagnoli… l’ho fatto con le opere dei maggiori autori delle drammaturgie estere. Thijs è il maggiore autore del teatro olandese contemporaneo. Noi teatranti dovremmo tentare, prima di tutto, di portarli in scena. Dovremmo farli vivere attraverso gli allestimenti. Io ho portato in scena Manfredi, Angelo Longoni, Alberto Bassetti e moltissimi altri. La drammaturgia contemporanea mi è sempre stata molto a cuore: sia quella italiana che estera. Più il teatro contemporaneo ha modo di vivere sulla scena e più il pubblico si abitua agli autori contemporanei. È ovvio che in un momento di crisi, mancano basi culturali solide su cui appoggiarsi e spesso molte produzioni puntano sui classici, i grandi titoli del repertorio. Però non è necessariamente una scommessa vincente. La scommessa su questo testo di Thijs si è rivelata felice. Il Bacio non era mai andato in scena in Italia, mentre in tutti gli altri paesi europei sì . Quindi è stato il primo allestimento italiano. Anche questa stagione saremo per quattro mesi in tournée. Quindi non necessariamente rivolgersi ai grandi classici è l’unica strada per avere successo. Si può fare molto bene anche con un testo contemporaneo.

V: Secondo te ha qualcosa da dire sui recenti dibattiti sulla sessualità, i rapporti tra uomo e donna tirati in ballo nei recenti fatti di cronaca?

FB: No, direi di no. Il nostro spettacolo vive del rapporto anche tra uomo e donna soprattutto per quanto riguarda le sfere della tenerezza, dell’affetto arriva anche alla sensualità ma in una chiave totalmente rivolta al sentimento. Affronta l’innamoramento, non tanto la fisicità. È attuale nella misura in cui in un epoca in cui è diventato difficilissimo, fidarsi e affidarsi all’altro, anche nella figura di un altro sesso, è difficile conquistarne la fiducia. Sono solito dire che oggi l’unico atto di coraggio è fidarsi dell’altro. Questo è uno spettacolo che mostra come due personggi, affidandosi nelle vicendevoli mani, trovano in un sentimento condiviso, una via di salvezza. Mostra come un atto di fiducia e di coraggio possa cambiare le cose nelle nostre vite.

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“Harvey” al Teatro degli Arrischianti: un elogio alla follia

La follia che rimane coerente in mezzo ai “sani”: un topos estremamente funzionale, specie in un contesto sociale nel quale sempre più si tende a stigmatizzare la diversità e l’Altro…

La follia che rimane coerente in mezzo ai “sani”: un topos estremamente funzionale, specie in un contesto sociale nel quale sempre più si tende a stigmatizzare la diversità e l’Altro come errori, rispetto al senso comune condiviso. La follia che marchia gli imprevisti, l’incontrollabile, lo squilibrio, è un’autodifesa psichica, insita nel Über-Ich delle società moderne. Fortunatamente la letteratura interviene, ormai da almeno due secoli, a sbugiardare certe innegabili contraddizioni che muovono il giudizio alla base dell’appellativo “pazzo”. In questa tradizione di elogio alla follia, cui sono ascrivibili giganti del teatro, prosa, cinema e poesia come  Erasmo da Rotterdam, Robert Louis Stevenson o Lewis Carroll, si inserisce anche Mary Chase che nel 1944 firma una pièce intitolata Harvey. La vicenda parla di un uomo che «per trentacinque anni ha lottato contro la realtà e l’ha vinta fuggendola».

Harvey va per la prima volta in scena al Teatro della quarantottesima di Broadway il 1 novembre 1944. Resterà nel marquee fino al 15 gennaio 1949, dopo 1775 repliche. Il successo è enorme, tanto che l’anno seguente la Chase vince il premio Pulitzer e, neanche dieci anni dopo il debutto, Henry Koster ne firma una trasposizione cinematografica, per la quale Josephine Hull si aggiudica sia un premio Oscar, sia un Golden Globe, come miglior attrice protagonista. L’Academy di Los Angeles menziona anche James Stewart, protagonista della pellicola, con una nomination al miglior attore protagonista.

La base narrativa è stimolante e storicamente incollocabile. I fratelli Elwood e Veta Louise vivono in una grande casa assieme alla figlia di Veta, Myrtle Mae. Elwood però afferma di avere per amico un grosso coniglio bianco, di nome Harvey, appassionato bevitore e conoscitore del presente, del passato e del futuro. Stanca dei problemi generati dalle stranezze del fratello, decide di farlo internare presso la clinica psichiatrica del Prof. Chumley, soprattutto per evitare che le malelingue dell’alta società cittadina intacchino la reputazione della loro famiglia. Questa è la basa narrativa della commedia, la quale poi si sviluppa secondo una pletora di malintesi, qui-pro-quo, colpi di scena e brillantissimi espedienti drammaturgici, propri della grande commedia americana.

Gabriele Valentini dirige la Compagnia degli Arrischianti nella tripletta di repliche di fine anno, incluso lo spettacolo inserito nel programma del veglione di capodanno del 31 Dicembre: per l’occasione la compagnia si compone di Calogero Dimino nei panni di Elwood, Maria Pina Ruiu che è Veta Louise, Giulia Rossi è Myrtle Mae, Guido Dispenza interpreta il Prof. Sanderson, Martina Belvisi è Miss Kelly, Daniele Cesaretti è Wilson, Stefano Bernardini è il Prof. Chumley, Flavia Del Buono è Betty Chumley, Francesca Fenati è Mrs. Ethel Chauvenet, Giordano Tiberi è Logfren. Ah, e c’è pure il sottoscritto, che interpreta l’Avv. Gaffney.

Tutto ruota intorno alla visione – o “presenza” a seconda dei punti di vista – del  Pùca configurato nella fattezze di un coniglio, Harvey. Il Pùca è una creatura che vede le sue origini nel folklore celtico: uno spirito, generatore di buona e cattiva sorte, che protegge gli “ultimi” della società, amante degli alcoolici e delle persone con la testa fra le nuvole. Il Pùca-coniglio ha ispirato moltissimi espedienti nella cultura popolare, a partire dal Bianconiglio di Alice nel paese delle meraviglie, di Lewis Carroll, e più di recente nel film di Richard Kelly, Donnie Darko. In Harvey, il Pùca è la noce semantica rivelatrice, epifanica, che svilisce qualsiasi pregiudizio sociale, distrugge ogni possibile normalizzazione comportamentale, nell’accettazione delle stranezze e delle “malattie” che sono in fondo le nostre cifre personalizzanti.

Lo spettacolo va in scena a Sarteano il 29 e 30 dicembre alle 21:15, e il 31 alle 22, con il tradizionale veglione in teatro.

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