La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Musica e Teatro

Momenti Musicali – I Talent Show

Come ben sappiamo, oggi l’industria musicale sta passando tempi tutt’altro che felici. Ebbene, bisogna ridare lustro alle uscite musicali – a dire il vero, ci sarebbe anche da dire che…

Come ben sappiamo, oggi l’industria musicale sta passando tempi tutt’altro che felici. Ebbene, bisogna ridare lustro alle uscite musicali – a dire il vero, ci sarebbe anche da dire che esce fin troppa musica rispetto a quella che qualcuno può riuscire effettivamente ad ascoltare, forse perché basta saper usare un po’ il computer e i programmi appositi, per fare musica decente e si è perso il lume per quanto riguarda la qualità e la cura di un prodotto, tale per cui molti artisti sfornano compulsivamente un album di media ogni due anni – e quindi, dato che oramai la musica, e ci sarebbe anche da aggiungere il costo scandaloso di un CD nel nostro Paese, si scarica, non si compra più, e aiutano relativamente piattaforme come Spotify o Deezer, o anche piattaforme d’acquisto come iTunes o Amazon. I benefici che daranno, saranno calcolabili su un lungo periodo, non di certo entro breve. E quindi, come si fa a rilanciare un panorama musicale italiano? Ottima domanda, dato che è in una situazione agghiacciante quanto a qualità complessiva, tra uomini che cantano canzoni strappalacrime, o si reputano molto rock, quando di rock non hanno proprio niente e il rock, per gente dotata di buonsenso e buongusto musicale, dovrebbero essere artisti come MusePearl Jam, Franz Ferdinand, The Killers, Queens Of The Stone Age, i primi artisti decenti che vengono fuori scrivendo “rock bandsu Google, insomma… Gente di altra caratura – e non ce ne vogliano – rispetto ai Negramaro e ai Modà, di cui non sai se la nuova canzone sia effettivamente nuova o una canzone vecchia che assomiglia a una nuova, o forse una nuova che assomiglia a una vecchia. Oppure, ci propinano donne che cantano sgraziate e sguaiate come delle scaricatrici di porto – Alessandra Amoruso, Emma e la nuova, sgradevolissima voce di Bianca Atzei – con quella sensazione che abbiano la gola infestata da noduli e poca, insufficiente, tecnica vocale per cantare in quel modo, tutt’altro che gradevole e ascoltabile.

Eppure, nell’immediato, esistono i talent show, ovvero la musica portata in televisione, i meccanismi per diventare un prediletto delle case discografiche sono a portata di tutti! Selezioni piene di gente che di musica ne ha studiata, ma anche gente che non ha la minima idea di che cosa significhi affrontare un talent show, una carriera da musicista, fare un disco e sottostare alle dure leggi delle case discografiche. Giurie – perlomeno qua – discutibili, che cercano, forse su commissione, l’ennesima marionetta da utilizzare, per quanto? Per la durata del programma e nell’immediato periodo successivo all’uscita del proprio disco. Perché molto spesso, questi artisti usciti costruiti dalla televisione vengono lasciati a loro stessi, con la promessa di promuovere bene un disco, di dare notorietà, ma alla fine, sembra quasi che ai produttori e alle case discografiche, interessi tirare fuori un personaggio buono per qualche stagione, qualche sagra, evento di assoluto secondo piano, come la musica che spingono a produrre. Qualche canzone buona per saturare le radio, che, se ci avete fatto caso, in certi periodi hanno tutti la stessa programmazione e mi viene in mente che, quest’estate, nell’ordine la programmazione era fatta così: Max Pezzali, Icona Pop, Emma, Modà, Alessandra Amoruso (ogni tanto), poi Bianca Atzei, Daft Punk… E nel pomeriggio, via ancora così, con la medesima sequenza.

A onor del vero, non tutti gli artisti citati vengono dai talent show, ma nemmeno tutti quelli che provengono da uno show simile, sono dei pessimi esempi di musica: si pensi a Nathalie, che ritengo che sia un valido esempio di artista che si è fatta una gavetta precedente, che poi è andata incontro alle meccaniche del talent show, ben conscia di quello a cui andava incontro, e ha pubblicato due dischi niente male, da quando ha vinto X-Factor e conduce la propria carriera con semplicità e musica molto più raffinata di certe canzoni-pattume propinate in radio. No, Chiara Galiazzo l’hanno propinata al pubblico come una nuova Florence and The Machine italiana, per la voce, che francamente è sempre il solito misto sgraziato e sgradevole… Alla Giusy Ferreri, un’altra sgradevolissima voce uscita da un talent show, frutto dell’incompetenza di un'”esperta” come Simona Ventura, che probabilmente ha dimostrato di saperne di musica come una persona normale sa di ingegneria nucleare, eliminando voci come quella di Roberto Tiranti durante le selezioni – decisamente, per chi non lo sa, una delle voci più belle e preparate qua in Italia. A proposito, nessuno sa più niente di Giusy?

Eppure, comunque, continuo a pensare che i talent show debbano tirare fuori dei talenti veri e duraturi, non delle marionette da riciclare stagionalmente. Già, non dimentichiamoci che, se perlomeno negli altri anni questo tipo di show rivelava qualche proposta valida, quest’anno, per esempio, il livello di X-Factor è abissale, in senso negativo. E non dimentichiamoci che, esordire dicendo: “Voglio trovare la Bjőrk italiana” (Morgan dixit), non è affatto un buon inizio, perché preannuncia solo di voler cercare qualcuna con la voce inconsapevolmente sgraziata e inascoltabile (e ancora, si finirà ad avere una voce alla Giusy Ferreri) che metterà qualche suono di synth o campanelloso in più nella propria musica, passando per eclettica o particolare. Ma sarà lontana anni luce dal genietto islandese e dalla sua musica veramente ricercata. Ecco, vorrei anche che si smettesse, perlomeno negli show italiani, di trovare qualcuno che imiti qualcuno. Non si potrebbe dire: “Quest’anno, vorrei che il vincitore fosse veramente indimenticabile e che faccia un minimo di musica personale e di qualità?“.

Nel pessimismo cosmico che avvolge i miei pensieri circa la situazione musicale italiana, mi viene da pensare, che questo pensiero sia puramente utopia. Ma ogni tanto, è bello sognare.

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Momenti Musicali – The Beatles

Momenti Musicali – The Beatles Una volta, qualche anno fa, quando ancora si riusciva a parlare di musica con me, senza scatenare la Mara Maionchi che è in me, o…

Momenti Musicali – The Beatles

Una volta, qualche anno fa, quando ancora si riusciva a parlare di musica con me, senza scatenare la Mara Maionchi che è in me, o semplicemente, senza farmi infervorare più del necessario, ci fu un episodio per cui mi indignai non poco. Adesso, che ci penso ancora, mi infervoro come non mai.

Erano ancora i tempi del Discman, e io ne possedevo un modello blu metallizzato, ricevuto per Natale, bellissimo, un regalo che avevo atteso per anni. Quando di notte non riuscivo a dormire, infilavo il walkman sotto il cuscino – perché facevano rumore i giri del disco nel lettore… – e mi mettevo le cuffie alle orecchie, e ascoltavo con molta attenzione il disco che avevo a disposizione. E, in un certo senso, mi mancano un po’ quei tempi in cui dovevi imparare a massimizzare quella dozzina di canzoni da ascoltare, perché non ne potevi avere migliaia a disposizione e soprattutto a portata di skip.

Uno dei cd che amavo sentire era “1” (o “One”) dei Beatles – credo di averlo consumato e reso inutilizzabile. Tutte le loro hit. A scuola elementare, avevo iniziato a leggere i loro testi, perché piacevano tanto alla maestra e ci voleva contagiare nella sua passione. Dei momenti bellissimi, che ti rimangono nel cuore finché campi, perché alla fine, le canzoni che ti porti dietro sin da piccola, difficilmente te le dimentichi, anche se non le ascolterai più per anni.

Avevo la morte nel cuore ogni volta che qualche sapientone – intelligente e preparato come Simona Ventura quando si tratta di cultura musicale o un minimo di gusto – mi diceva (e mi dice tutt’ora): “Ma cosa ascolti i Beatles che hanno fatto solo canzonette da quattro soldi”. Perché forse ascoltare i “nemici” Rolling Stone era più figo, da ragazzi ribelli. O forse, era meglio ascoltare musica colta, fatta da cantautori e musica per pochi. O musica più impegnata rispetto a quella che ascoltava la maggioranza delle persone. Non so, fatto sta che a me non piace giudicare un artista o una band per quanto è diffuso o per quanto è famoso, mi importa solo se la musica rimane o non mi dice niente da un punto di vista qualitativo.

Fatto sta che in questo periodo, mi piace molto riascoltare i Fab4, i Beatles, per intenderci. Non voglio stare a snocciolare eventi che tutti conoscono già, e non conosco nemmeno il vero motivo per cui si siano sciolti – e credo che Yoko Ono sia solamente uno dei tanti motivi per cui nessuno andava più d’accordo con l’altro. Voglio solo riportare alla memoria qualche canzone, che ancora colpisce al cuore, fatta da loro. Potrebbe anche essere che non l’abbiate sentita, perché ci sono canzoni meno note anche scritte da loro.

Onestamente, mi piace affermare che i Beatles sono stati decisamente avanti anni luce, ai tempi, e che abbiano spaziato nella sperimentazione – grazie al cielo, di album “fotocopia” non ne esistevano, ai tempi. C’erano poche possibilità di fare musica, e ciascun colpo andava calibrato di conseguenza. A dire il vero, cercavano anche di buttare fuori più musica possibile in un lasso minore di tempo – basti pensare a quanti anni è durata la band di Liverpool, un po’ pochini, eppure sembrano un’eternità – ma, signori, che musica.

Che poi, vorrei ancora capire che cosa intenda l’intellettualoide musicale con “canzonette”. La semplicità delle canzoni? Può essere, ma non è detto che una canzone per essere bella, debba essere complicata. Anzi. Forse per i testi molto sentimentali degli inizi della band inglese? Beh, ma i Beatles mica sono solo quelli di “Love Me Do” o “I Want To Hold Your Hand”. Vi invito a leggere i testi di “We Can Work It Out”, per esempio, oppure “Paperback Writer”, che può essere di un’attualità allucinante come “Taxman”. Potrei andare avanti e aggiungerci anche “With A Little Help From My Friends”, o la poetica “Across The Universe” (se non avete visto il film omonimo, guardatelo, perché è splendido). A suo tempo, proprio a detta dei Fantastici Quattro di Liverpool, uno dei testi migliori mai scritti dalla band:

Images of broken light

Which dance before me like a million eyes

They call me on and on across the universe

Thoughts meander like a restless wind

Inside a letter box

They tumble blindly as they make their way

Across the universe

(Across The Universe)

Potrei anche citare “Blackbird”, un testo da pelle d’oca, di una canzone forse poco nota ai più. E forse, al di là delle atmosfere un po’ psichedeliche, consiglio una lettura a “Strawberry Fields Forever” e a “Nowhere Man”, un brano affatto banale, da un punto di vista dei contenuti.

Living is easy with eyes closed, misunderstanding all you see.

It’s getting hard to be someone but it all works out, it doesn’t matter much to me.

Let me take you down, ‘cos I’m going to Strawberry Fields.

Nothing is real and nothing to get hungabout.

Strawberry Fields forever.

(Strawberry Fields Forever)

Vorrei rincarare la dose, giusto perché affermare che i Beatles facciano solo canzonette suona davvero come un’uscita superficiale: quante band hanno saputo dire addio al loro vertice? Quante band hanno saputo farsi da parte e non cadere nella tentazione delle reunion – non giriamoci attorno, che sappiamo tutti benissimo a cosa servono – o di ritornare a fare un disco, che rischia di rovinare quanto fatto di buono prima? Quante band hanno scritto una “conclusione” degna di tal nome, pungente e sintetico come un haiku, efficace come una piccola perla di saggezza destinata a rimanere negli anni?

Ve lo dico io, se permettete, ben poche:

Oh yeah, all right

Are you gonna be in my dreams tonight?

Love you, love you

Love you, love you

Love you, love you

And in the end, the love you take

Is equal to the love you make

(The End)

Abbey Road”, l’ultimo album dei Beatles, rimane uno dei migliori in assoluto della loro carriera, se non il migliore, con una chiusura d’album, quel “And in the end, the love you take is equal to the love you make” da brivido. Un addio fatto di amore, dopo tanti litigi e anni di disaccordi – perché ce n’erano stati parecchi, di screzi, negli ultimi anni. Un messaggio, un avvertimento a tutti, che sottolinea l’importanza dell’amore, ciò che conta di più alla fine di tutto.

Forse i Beatles non facevano proprio canzonette. Proprio no.

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Momenti Musicali – Alanis Morissette

Perché Alanis Morissette colpisce tanto? Non per i capelli lunghissimi – ed invidiatissimi non solo dalla sottoscritta, credo, ma da una buona fetta di ragazze – non per il fatto…

Perché Alanis Morissette colpisce tanto?

Non per i capelli lunghissimi – ed invidiatissimi non solo dalla sottoscritta, credo, ma da una buona fetta di ragazze – non per il fatto che abbia avuto una relazione con l’affascinante Ryan Reynolds – fatto assolutamente trascurabile, dato che ora Alanis è felicemente sposata con un altro e ha un figlio. Non è neanche che mi colpisca per il fatto che sia una vegana e abbia a cuore l’ambiente, fortunatamente c’è tanta gente anche normale, che ha a cuore questo pianeta… No. Non per quello.

C’era qualcosa in “Jagged Little Pill” che mi ha colpito all’istante. La sua empatia, la sua profondità nel raccontare sentimenti e relazioni. Le sue parole mai banali, il suo vocabolario variegato e se vogliamo anche “inconsueto” per essere una delle artiste che ha venduto più in assoluto al suo debutto, seconda solo a Shania Twain. E la sua musica diretta, semplice e anche un po’ dura, da giovane donna (di allora) che si affaccia nel mondo dell’umanità contorta, dei casini, dei pasticci, del cuore incerto e del suo continuo intrecciarsi a quello che sembra essere un altro cuore sbagliato. Alanis Morissette aveva solo 21 anni quando “Jagged Little Pill” è stato pubblicato: aveva già una discreta popolarità in Canada, il suo paese d’origine, con due dischi usciti solo lì. Era un’artista teenager che prometteva molto bene. Poi, il trasferimento a Los Angeles e il miracolo musicale che l’ha letteralmente catapultata nel mondo dello spettacolo. La sua voce un po’ immatura che urla nel ritornello di “You Oughta Know” è qualcosa che difficilmente si scorda. Non si scordano le parole di “Ironic”, una sorta di personale grassa risata verso le ingiustizie della vita. E ci si chiede che razza di vita deve aver avuto, per dire tutto questo a 21 anni. Per cantare con tanta disinvoltura delle gioie e dei dolori degli amori che vengono e degli amori che vanno, con una voce se vuoi a volte irritante, ma chiaro, era ancora piccola e un vulcano di emozioni e pensieri. E per calmarli, dopo il boom iniziale, Alanis si avvicina all’India e allo yoga, per affrontare a mente più serena il da farsi e i passi successivi nella sua carriera.

Devo dire, purtroppo il secondo album non era così incisivo, se non eccessivamente verboso, già dal titolo: “Supposed Former Infatuation Junkie”. Rimane comunque un ottimo album, ma la meraviglia e la magia – a mio avviso – scoppiano nuovamente nel terzo album, “Under Rug Swept”, con la meravigliosa “Hands Clean”, che va nuovamente a mettere a nudo il cuore tormentato di Alanis e il fitto intreccio di amori e delusioni, in maniera mai banale e sempre con delle parole meravigliose e profonde. Questa volta più calibrate, però.

E poi che succede? Può in qualche modo la formula, assieme alle tematiche, funzionare ancora? Diciamo che qualcosa si inceppa in “So-Called Chaos” e “Flavors Of Entanglement” e un messaggio chiaro che può emergere è che la cantautrice canadese non può vivere in un terremoto sentimentale perenne: urge la serenità e la pace dei sensi.

Molte volte si è dibattuto, in ambito strettamente artistico, se la pace personale e sentimentale fossero comunque basi per sfornare del nuovo materiale convincente e altrettanto all’altezza. Molti sostengono che la sofferenza e un costante tormento siano gli unici motori per la creatività, ma non è così. Non è detto. Non vale così per tutti gli artisti, e comunque sostengo sempre che ciascuno abbia diritto alla propria felicità, che è un altrettanto valido motore per creare, se sfruttato bene. E’ stato un piacere ritrovare Alanis Morissette in splendida forma, solare e raggiante come non mai, di certo non arrabbiata, in “Havoc and Bright Lights”, un album che va ascoltato, per la gioia (e non per la rabbia di ragazza delusa e avvelenata per le prime bastonate sentimentali) che trasmette, la maturità e la Morissette che si è fatta donna e madre. “Guardian” ed “Empathy” sono una piccola ode piena di serenità verso il figlio e il marito. Oltre alla qualità ritrovata nella sua musica e i testi che non si disperdono e non scadono nel verboso, ma vanno dritto al cuore, con una semplicità e una forza che ti fa ricordare con un sorriso, quell’esordio scoppiettante e pieno di sincera fragilità che era “Jagged Little Pill”…

Da sentire:

  • Ironic
  • You Oughta Know
  • Head Over Feet
  • You Learn
  • Baba
  • Thank U
  • Everything
  • Hands Clean 
  • 21 Things I Want In A Lover
  • Precious Illusions
  • Guardian
  • Empathy
  • Woman Down
  • Celebrity
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Momenti Musicali – Loreena McKennitt

In questi giorni, a causa di una forte dose di stress cui la vostra autrice è sottoposta, questa stessa rifugge la televisione, la radio volgare (vi farò qualche esempio adatto:…

In questi giorni, a causa di una forte dose di stress cui la vostra autrice è sottoposta, questa stessa rifugge la televisione, la radio volgare (vi farò qualche esempio adatto: Radio Deejay o Radio 105, irritanti ed estremamente volgari nel linguaggio), i telegiornali, onde evitare travasi di bile e gare di lancio della televisione, e la vostra stressatissima autrice evita il più possibile l’uso di smartphone, social network e quant’altro. Ma, c’è sempre una piccola oasi di pace, garantita da un’artista che non può fare a meno di sentire, e che è sempre adatta a qualsiasi situazione e a qualsiasi stato d’animo. Per chi mi conosce, sa bene che è Tori Amos sul primo gradino del podio, ma vorrei farvi conoscere un’altra significativa artista, che non manca mai nella mia personale playlist.

Loreena McKennitt

Ho avuto il piacere di incontrare Loreena McKennitt e di parlarci tre volte. Tutto è iniziato nel 2007, con la promozione del suo album, “An Ancient Muse”, che ha segnato il suo ritorno sulle scene, dopo nove lunghi anni di silenzio. Ho visto due suoi concerti – purtroppo saltando il magnifico concerto tenutosi a Brescia l’anno seguente – negli ultimi sei anni – e ancora fatico a dire che questi siano “solo” concerti, ma veri e propri viaggi musicali, e non. Ma chi è Loreena McKennitt? Evitando il gossip becero e grossolano, provo a offrirvi un piccolo scorcio su questa magnifica artista canadese, aggiungendo solamente che è una persona splendida, gentile e affabile, e dalla voce gradevolissima, che stia parlando o che stia cantando.

Loreena McKennitt nasce nel Manitoba – per poi trasferirsi a vivere in Ontario – nel 1957. Ha discendenze irlandesi e scozzesi, difatti, ho sempre supposto che il suo cognome potrebbe derivare dall’irlandese McKenna (probabile evoluzione del cognome Mac Cionaoith). La canadese ha sempre sostenuto che, mentre studiava per diventare veterinario, la musica l’abbia scelta, piuttosto che il contrario. La sua vita prevedeva piani differenti, e, come è accaduto più di una volta, anche lei, come tutti, se li è trovati sconvolti, sparpagliati e rimescolati. I suoi primi passi nella musica riguardano strettamente la musica celtica. La giovane artista impara a suonare la fisarmonica e l’arpa celtica, oltre al pianoforte e al canto, di cui ha già svariati anni di formazione alle spalle. Il suo debutto, “Elemental”, porta la data del 1985 e il marchio della label da lei stessa fondata e gestita, la Quinlan Road. Qua, così come nei seguenti “To Drive The Cold Winter Away” e “Parallel Dreams”, la musica ha ancora una fortissima connotazione celtica, e rimane piuttosto semplice negli arrangiamenti. Il vero salto di qualità arriva con “The Visit”, nel 1991, il primo vero album di Loreena McKennitt a regalarle un meritato successo e una maggiore visibilità. Buona fetta dei suoi fan più affezionati, lo reputa il suo miglior album, personalmente, rimango combattuta nell’aggiungervi pure i due album seguenti, gli eccelsi “The Mask And The Mirror” e “The Book Of Secrets”.

Loreena McKennitt ha saputo allargare i propri orizzonti non solo personali, ma anche della propria musica, man mano che viaggiava e scopriva il mondo, appassionandosi al Medio Oriente, alla Spagna, al Marocco, e alle loro tradizioni musicali. Infatti, negli ultimi tre album citati poco più sopra, è percepibile non un distacco netto dalla musica celtica, che la canadese considera sempre come “sue radici musicali”, quanto più un’interessante mescolanza e alternanza tra celtico e musica ispirata all’Oriente, aggiungendovi pure scorci di Spagna del quindicesimo secolo, la Galizia e l’Andalusia… Con significative fonti di ispirazione, da un punto di vista testuale, come William Shakespeare (“Cymbeline”, “Prospero’s Speech”) o Alfred Tennyson (“The Lady Of Shalott”) o William Butler Yeats (“Cé Hé Mise le Ulaingt?/The Two Trees”), ma anche da parte di mistici come Giovanni della Croce (“Dark Night Of The Soul”). L’influenza dell’Oriente è decisamente più marcata nel suo ritorno discografico nel 2007, con il già citato “An Anicent Muse”, dopo nove anni di silenzio, dovuti alla perdita del compagno in un incidente navale e una serie di viaggi in tutto il mondo, e di pochissime, se non proprio nulle, apparizioni in pubblico; così come in un tour nel 2009, proprio il Mediterraneo e la propria tradizione musicale è stato protagonista del percorso voluto dalla McKennitt. Tra 2011 e 2012, inoltre, c’è stato un piccolo ritorno alle origini, con “The Wind That Shakes The Barley” e il tour che n’è seguito, ricco di tradizionali della musica celtica e brani spiccatamente appartenenti a quel genere.

Se volete regalarvi dei momenti di puro viaggio musicale, dove la mente è in grado di immaginare affascinanti luoghi che vorreste visitare nel mondo, ascoltatevi Loreena McKennitt: al di là dell’eccezionale qualità della propria musica, è in grado di prendervi per mano e farvi sentire a casa in qualsiasi luogo lei abbia visitato, senza essere invadente con i propri ricordi personali (la discrezione e la riservatezza sono due delle sue grandissime qualità). Un viaggio in tutti sensi, emozionante, che non smette mai di stupire ascolto dopo ascolto, sebbene la canadese sia quasi vicina ai trent’anni di carriera.

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Polvere di Cipria – Speciale: Eva Braun

Polvere di Cipria – Ottava Parte Eccoci giunti alla seconda parte di questa breve riflessione sulle donne dei dittatori. Ed ecco che quindi, le donne che verranno citate in questa…

Polvere di Cipria – Ottava Parte

Eccoci giunti alla seconda parte di questa breve riflessione sulle donne dei dittatori. Ed ecco che quindi, le donne che verranno citate in questa puntata, sono l’esatto opposto di Elena Ceausescu. Sia chiaro, però, che queste donne, non erano esattamente delle sante, totalmente vittime e succubi del proprio potente marito e compagno: alcune di loro, come la protagonista di oggi, si compiacevano di questo ruolo nell’ombra, avanzando a modo loro qualche capriccio e creando non pochi problemi.

Eva Braun (1912 – 1945)

La bavarese Eva Braun è stata una delle tante donne del Führer, ma senz’altro, è stata quella che gli è stata accanto fino all’ultimo. Hitler era attorniato da donne affascinanti (ed estremamente attratte dal suo carisma), intelligenti e colte, l’esatto opposto di Eva: le donne intelligenti si sarebbero intromesse negli affari politici del dittatore, che non accettava intromissioni – ragion per cui rifuggiva il matrimonio. Quello di cui aveva bisogno, era di una ‘donna stupida e primitiva’. La Braun faceva al caso suo, in quanto era una ragazza sempliciotta, pigra e indolente, che aveva completato, senza infamia e senza lode, i propri studi liceali e aveva iniziato a lavorare nello studio fotografico di Heinrich Hoffman, quello che sarebbe diventato il fotografo ufficiale di Hitler. Ed è lì che il Führer ed Eva Braun si sono incontrati per la prima volta: è il 1929 e la Braun ha solo 17 anni, contro i 40 dell’uomo. La relazione, a partire dal 1932, è per qualche anno clandestina e la giovane donna ne soffre molto – anche se c’è da dire che la protagonista in questione era frequentemente soggetta ad attacchi di depressione, ansia e affini – anche perché era molto gelosa delle “rivali” che ronzavano attorno all’amante. Queste rivali, combinate alla sua instabilità emotiva e psicologica, che l’hanno portata ad annientarsi caratterialmente e a fare qualsiasi cosa, pur di non rimanere sola e di non troncare la relazione con Hitler, la portano svariate volte a tentare il suicidio. Non solo, vede di cattivo occhio anche la politica, la sua ritualità e soffre del fatto che le campagne elettorali lo portino via da lei per lungo tempo. Difatti, non ha mai avuto un grande interesse nella politica, tant’è che non si iscrisse mai al partito nazionalsocialista. Anche questo disprezzo verso la politica, comunque, più di una volta, la porta a tentare il suicidio. Più volte verrà salvata dalla sorella, ma la soluzione per cercare di limitare queste crisi, è farla diventare segretaria privata del Führer e trasferirla in un’abitazione, decisamente bella rispetto alle sue possibilità, vicina a quella dell’amante. Oltre al fatto che da lì in poi, Eva ha trascorso la maggior parte del suo tempo nel sud della Germania, verso il confine con l’Austria, nella serie di residenze e chalet per il Führer e alti vertici del Reich.

Una passione che Eva sviluppa, forse anche per ammazzare il tempo, intanto che Hitler è lontano da lei, è quella per i film e la regia. Registra molti filmini delle sue vacanze, del suo tempo trascorso nel sud della Baviera, e, malgrado siano proibiti, ha un amore per i film americani, che ha potuto vedere regolarmente, anche durante la guerra. D’altronde, anche il Führer era appassionato di cinematografia, ben conscio che fosse la migliore delle armi per la propaganda, ed era un avido fan dei film di Marlene Dietrich, che, come detto in una delle puntate precedenti di questa rubrica, aveva sempre cercato di farla diventare la massima esponente e rappresentante del Reich a livello d’immagine.

Eva nel frattempo, ammazzava il tempo, anche curando molto il proprio aspetto fisico: capelli tinti e curatissimi, vestiti di ottima qualità, gioielli e pellicce, esercizi fisici e attenzione perenne per il cibo – tanto che Hitler, in sua compagnia, la esortava a mangiare qualcosa, perché le avrebbe giovato. Eva era solita leggere romanzetti frivoli, imperturbabile di fronte alla degenerazione che avrebbe portato alla Seconda Guerra Mondiale, e nei suoi diari continuava a scrivere regolarmente, lamentandosi del poco tempo che Adolf aveva per lei. Fumava e si truccava, nel suo piccolo mondo, lontano dal Reich, che voleva costruire un mondo perfetto, dove le donne ariane non fumavano e non avevano bisogno di trucco per mostrare la loro bellezza purissima. Ancora una volta, comunque, per evitare che la Braun potesse essere vittima di qualche crisi o tentativo di suicidio, Hitler inizia a farla partecipare a qualche evento pubblico, a qualche cena con gli alti vertici del partito.

La Braun poteva abbandonare Hitler, durante la caduta dei Reich al termine della Seconda Guerra Mondiale, ma non lo ha fatto, ciecamente consapevole che ‘quello era il percorso che aveva scelto, e lo avrebbe percorso fino alla fine’. E per questa lealtà, Hitler acconsentì a sposarla, poco prima del suicidio. Questo rito, celebrato in forma civile, ha avuto come testimoni solo Goebbels e Bormann. Dopo un modesto pranzo, Eva Braun e Adolf Hitler, si ritirano nelle loro stanze private, andando incontro alla loro fine, scelta con consapevolezza, piuttosto che finire in mano all’Armata Rossa.

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Polvere di Cipria – Speciale: Elena Ceausescu

Polvere di Cipria – Settima Parte La riflessione di questa settimana ha voluto prendere due personaggi femminili, come due facce della stessa medaglia. Documentandomi, e leggendo un libro che mi…

Polvere di Cipria – Settima Parte

La riflessione di questa settimana ha voluto prendere due personaggi femminili, come due facce della stessa medaglia. Documentandomi, e leggendo un libro che mi era stato prestato in queste settimane, l’argomento delle donne e il loro rapporto con personaggi discutibili e controversi come i dittatori mi ha colpito particolarmente. E sono arrivata a considerare che, queste donne, si sono divise in due gruppi: il primo, quello delle succubi e delle remissive (forse anche per la marcatissima società patriarcale che stenta ancora adesso a essere superata); il secondo gruppo, invece, e forse è stato quello più temibile e dannoso, è costituito da donne-tigri (o dragon woman, come mi è capitato di leggere), ancora più avide di potere e sanguinarie peggio dei propri compagni, amanti, consorti dittatori. Certo, non si ha mai a che fare con personaggi normali, quando si parla di momenti storici delicati come le dittature, ma mi sono trovata a chiedermi più volte che cosa portasse queste donne, a sentirsi fisicamente e affettivamente attratte da personaggi come Stalin, Mussolini, Hitler, Mao, Ceausescu… E una risposta, ancora fatico a trovarla. Cominciamo dal primo personaggio.

Elena Ceausescu (1916 – 1989) – Doctor Horroris Causa

Il secondo gruppo succitato – quello delle donne-tigri – mi sembra trovi un’inquietante e calzante rappresentante in Elena Ceausescu, moglie del dittatore rumeno Nicolae Ceausescu, vera mente perversa del regime, che ha flagellato il paese dal 1967 al 1989. Era una donna che possedeva molta più sete di potere rispetto a suo marito, e una smania vera e propria di essere riconosciuta, onorata e venerata – nonché temuta da tutti: rumeni e non. Elena, da un punto di vista culturale, aveva a malapena finito le elementari, ed era pressoché analfabeta. Nonostante tutto, non appena suo marito divenne dittatore, si attribuì una laurea in chimica, millantando di aver frequentato scuole serali, dando un esame di abilitazione a cui nessuno poté assistere, attribuendosi pubblicazioni scientifiche di altri scienziati, costretti al silenzio. Arrivata fino alla carica di Vice Primo Ministro in Romania, Presidente del Comitato Scientifico del regime, la Ceausescu cercò sin da subito il riconoscimento a livello internazionale in quanto grande scienziata, facendosi attribuire lauree honoris causa dalle università più prestigiose al mondo. E se le università non erano particolarmente pregevoli, la moglie di Ceausescu, trovava da ridire – come quando le venne attribuita una laurea honoris causa dall’Università dell’Illinois e non da quella di Washington.

Come ogni donna aderente al regime comunista – un altro esempio, diametralmente opposto come personalità e sobrietà rispetto a Elena, può essere riscontrato in Nadezdha Allilueva Stalin, seconda moglie del dittatore russo – il suo ruolo non era quello di sfornare figli e stare a casa. Tutt’altro, era quello di aderire al Partito Comunista, lavorare per il partito, solitamente in uno degli uffici preposti (come Elena e Nadezdha), e servire la nobile causa, alla stregua dei compagni uomini. E se c’erano figli, avrebbero avuto un ruolo nel partito, ma comunque, venivano allevati non dalle madri, spesso tacciate di essere fredde e distaccate, ed eccessivamente severe, ma da tate e governanti. Elena Ceausescu servì il partito e il regime, e per il bene della nazione, arrivò a elaborare idee agghiaccianti a livello sociale: per risollevare le sorti del paese, vennero emanate una serie di leggi circa l’aborto e il divorzio, resi illegali. Ciascuna donna al di sotto dei quarant’anni doveva avere non meno di quattro figli – pena un’aspra tassazione – e abortire era proibito, così come la contraccezione venne considerata illegale. La conseguenza fu che migliaia di bambini vennero abbandonati – i più fortunati in orfanotrofi – dato che la famiglia non poteva permettersi di sfamarli, e molte donne morirono, nel tentativo di abortire illegalmente. Possibile che una donna così ignorante, che cercava di darsi una certa importanza e riconoscimento, nonché autonomia, volesse relegare le sue simili al ruolo di macchine sforna-prole? E non contenta, dall’alto della sua ampia conoscenza scientifica, decise che i bambini negli orfanotrofi, malnutriti e pieni di carenze alimentari, dovuto anche al fatto che il grosso delle risorse del paese venivano destinate all’estero, per ripagare gli ingenti debiti, dovessero ricevere trasfusioni di sangue. Sangue che veniva trasfuso in condizioni igieniche e sanitarie pessime, tanto che l’AIDS si diffuse a gran velocità. Elena Ceausescu, con furbizia, proibì gli esami del sangue, sostenendo che l’AIDS fosse una malattia propria dei debosciati occidentali e che in Romania non esistesse.

Nella sua adesione al comunismo, la sanguinaria, non aveva la sobrietà delle compagne russe – come la già citata Nadezdha, rigorosa, semplice, sobria e mai truccata e poco incline alla vita mondana: Elena Ceausescu, al contrario, amava i gioielli, il lusso, i vestiti e non era minimamente una donna schiva e modesta, attribuendosi roboanti titoli ed esigendo sperticate lodi verso la sua persona, nelle cerimonie pubbliche. In più, aveva una perversione verso i rapporti sessuali degli altri, figli compresi – presumibilmente, la si può definire un’inquietante voyeuse – e un’ossessione per la pornografia in genere. Non ultimo, fece in modo che all’incirca quaranta membri della famiglia, tra parenti stretti e lontani, avessero un ruolo nel regime.

Fortunatamente – e anche in maniera mediaticamente scioccante per l’epoca – queste assurdità ebbero fine nel 1989, quando i Ceausescu vennero catturati, sommariamente processati e giustiziati sotto gli occhi degli spettatori. E l’unica che protesta, urla e strepita fino all’ultimo, è proprio Elena, che cerca di essere riconosciuta come crudele autorità fino all’ultimo.

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Polvere di Cipria – Maria de Villota

Polvere di Cipria – Sesta Parte Oggi non parlerò di un personaggio appartenente al passato e non parlerò neanche di un personaggio famoso nel senso stretto – ovvero di quei…

Polvere di Cipria – Sesta Parte

Oggi non parlerò di un personaggio appartenente al passato e non parlerò neanche di un personaggio famoso nel senso stretto – ovvero di quei personaggi che il tempo riconosce come celebri, come punti di riferimento universali per uomini e donne di svariate decadi. Forse Maria de Villota non l’ha sentita nominare proprio nessuno, se non qualche appassionato di Formula 1 o di motori in generale, dato che la sua carriera è stata stroncata sul nascere.

Maria de Villota

Maria de Villota, pilota spagnola di 33 anni, è una delle poche donne che abbia potuto realizzare il proprio desiderio di salire a bordo di una monoposto di F1 e di effettuare un test, nella speranza di poter diventare terzo pilota di una scuderia, e in seguito, pilota titolare. Figlia d’arte – il padre Emilio de Villota era pilota di F1 anche lui negli anni ‘70, pur con magrissimi risultati – già nel 2011 aveva testato una monoposto, con la Lotus Renault, e il suo manager le aveva assicurato un nuovo test a bordo della Marussia, un team non di quelli che si possono definire vincenti, quanto più da retrovie e giri di distacco dai vertici. Pochi fondi e macchine tutte da rivedere e sviluppare nel corso del campionato, dove ogni gara costituisce un’enorme e lunga sessione di prove per questi team che rischiano di sparire nel nulla nel giro di qualche stagione, se i risultati tardano ad arrivare.

Purtroppo, la F1 e gli sport motoristici in generale, non sono mai stati molto aperti alle donne. C’è chi afferma che le donne non abbiano il fisico per sopportare le sollecitazioni a cui sono sottoposte da parte della monoposto; le donne, inoltre, non avrebbero la resistenza fisica per durare una gara intera (in F1 sono circa 200 km da percorrere); le donne non avrebbero la velocità di riflessi degli uomini. Tuttavia, qualche donna ha corso nella “massima categoria” delle competizioni motoristiche: Lella Lombardi, Gabriella Amati, Desirée Wilson, Divina Galica e Maria Teresa de Filippis, con risultati tutt’altro di rilievo, ad essere onesti. E forse sono proprio i modesti frutti raccolti a rafforzare la tesi che le donne non siano portate per i motori – ritirando fuori anche un sarcastico detto: “donne al volante, pericolo costante”. Detto che è stato riportato in auge a sproposito – e oserei dire con un po’ di cattiveria gratuita – quando la pilota spagnola ha affrontato il test con la Marussia, test che è finito in tragedia. Non con la morte, fortunatamente, però la de Villota ha seriamente rischiato la vita, come si vedrà nel prossimo paragrafo.

Chiarisco un attimo il contesto in cui si trovava la sportiva spagnola al momento del test: in una F1 privata di test nel vero senso della parola, blindata nello sviluppo delle monoposto e sempre più imbavagliata in regolamenti e cavilli, uno degli escamotage per poter provare qualche modifica alla monoposto, è di testare lungo dei rettilinei, facendo passare tali test come prove aerodinamiche (non ci nascondiamo dietro un dito, è risaputo che non si prova solo l’aerodinamica della vettura). Molto spesso, si usano piste di aerodromi, con un’area box approssimativa, con camion direttamente a bordo pista, tendoni a mo’ di garage e nessuna delimitazione e distinzione tra le due aree. Insomma, non che le norme di sicurezza siano propriamente rispettate, in questi test.

Ed è proprio la mancanza di sicurezza che ha fatto sì che, un anno fa, la vettura della de Villota si schiantasse contro la rampa di carico di un camion parcheggiato nella “corsia box” dell’aerodromo di Duxford, rampa che è stata lasciata ad altezza casco. L’incidente non è stato causato da un difetto della monoposto, ma per una “serie tragica di errori” non meglio specificati – che la spagnola non sia riuscita a controllare la forza dei 750 cavalli della monoposto, ripartita di colpo, forse perché la macchina non era in folle come da prassi, rimane una possibilità. Un’eventualità che, in condizioni normali, in un circuito con le protezioni e le strutture del caso, non avrebbe avuto conseguenze così gravi. Di certo, la sfortuna ci ha visto benissimo, ma anche l’inesperienza del team, che non ha curato le condizioni di sicurezza tra rettilineo e pit lane, lasciando un camion parcheggiato poco distante e con la rampa mezza abbassata. Con il risultato che la rampa ha tranciato il casco di Maria e ci è voluta un’ora per estrarla dalla macchina, facendo attenzione a non aggravare le fratture al volto e a non causare ulteriori danni agli occhi e cervello. La macchina non va assolutamente biasimata, dicono gli esperti, ma Maria sì, e gli “esperti della domenica” si scatenano per forum e per siti dedicati alle quattro ruote, e solo pochi assennati concedono che la sportiva abbia potuto fare qualche errore, ma che l’inesperienza e le condizioni precarie di quella struttura, abbiano fatto il resto. La pilota è stata sottoposta a un delicatissimo intervento chirurgico, uno dei tanti, che l’ha risparmiata da danni neurologici permanenti, ma non è riuscita a salvarla dalla perdita dell’occhio destro e dalla perdita dei sensi del gusto e dell’olfatto.

Quello che stupisce e suscita meraviglia e ammirazione, è la forza che una persona dimostra in disgrazie come queste: Maria de Villota si è presentata alla stampa lo scorso Ottobre con un taglio corto di capelli, biondissimo, quasi bianco, e una benda piratesca sull’occhio – benda che abbina sempre al colore dei vestiti – e tutto quello che dice, è di voler contribuire alle campagne di sicurezza stradale, ma soprattutto, di voler tornare a correre in auto, nella speranza che le ridiano la licenza per guidare. E, senza timore, per la prima volta, ha fatto vedere a tutti il proprio casco squarciato. Perché tutti capissero che uno squarcio, un occhio di meno, non l’avrebbero mai fermata dall’inseguire un sogno e un desiderio che ha da moltissimi anni. Forza, Maria!

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Polvere di Cipria – Quinta Parte

Polvere di Cipria – Quinta Parte Se nella puntata precedente, la protagonista (l’imperatrice Sissi, per chi si fosse perso la rubrica) era decisamente vittima e intrappolata in un sistema lontano…

Polvere di Cipria – Quinta Parte

Se nella puntata precedente, la protagonista (l’imperatrice Sissi, per chi si fosse perso la rubrica) era decisamente vittima e intrappolata in un sistema lontano anni luce da lei, e la cui fragilità l’ha portata a cedere, fisicamente e mentalmente, verso un mare di malattie e disagi, questa volta voglio parlare sempre di un’icona di femminilità, ma dal carattere decisamente forte, fortissimo, e dalla personalità estremamente carismatica, tanto da permettersi di rifiutare le richieste di un dittatore, che la voleva come simbolo della propria propaganda e che è emigrata piuttosto serenamente in un paese come gli Stati Uniti, paese che peraltro l’ha accolta a braccia aperte – ma non troppo, fino agli anni ’60 – dando un ulteriore slancio alla sua carriera già ben avviata. Forse avete capito di chi si tratta… Che la casa di produzione Paramount l’avesse contrapposta alla Divina Greta Garbo, negli anni in cui il cinema sonoro cresceva sempre più, forse può essere un suggerimento che vi tornerà utile…

Marie Magdalene Dietrich – aka – Marlene Dietrich (1901 – 1992)

Una delle prime foto di Marlene Dietrich bambina che io abbia mai visto, mi ha fatto sorridere. Una famiglia prussiana, Marlene piccola vestita di pizzi e merletti, come una bambolotta, o una bomboniera. Quanto si dev’essere sentita a disagio, stratificata in quella nuvola di tessuto. Ma l’espressione del suo viso, era uguale a quella del padre, ufficiale prussiano. Da lì ha preso la sua “tempra prussiana”, elogiata da tutti coloro che hanno lavorato con lei. I registi, i colleghi le hanno sempre invidiato la resistenza fisica sul set – nelle riprese nel deserto era sempre impeccabile e non dava segni di cedimento – la professionalità di cui faceva sfoggio soprattutto come figura pubblica. La tempra prussiana che l’ha portata con tenacia a sbarcare il lunario, abbandonando gli studi musicali (violino e canto, una grandissima dote che le tornerà utile nei film sonori), e facendosi strada prima nei night-club, poi nei primi film muti, fino ad arrivare all’audizione per “L’Angelo Azzurro“, il film che la portò su un altro livello, da un punto di vista della carriera, ma anche come grazia ed eleganza. Dicono che la Dietrich, come attrice, all’inizio fosse troppo esagerata nella gestualità e nell’uso delle espressioni facciali, come se volesse essere troppo coinvolta. Poi ha imparato il giusto distacco, e ha imparato ad essere affascinante, camminando a perfezione sul filo sul quale un’attrice è costretta a camminare. Perché la sua tenacia e la sua ferrea costanza, l’hanno aiutata nel diventare un’attrice dalla femminilità che piaceva sia agli uomini, ma anche alle donne – con grande sdegno della Paramount, che cercò in tutti i modi di impedire alla Dietrich di indossare abiti da uomo e di evitare atteggiamenti ambigui. Ma Marlene, nel suo sodalizio di ferro con il regista Joseph von Sternberg, ha esaltato quella sua ambiguità, arrivando a essere la prima donna a vestire uno smoking da uomo e a baciare una donna nel film “Marocco”.

La sua coscienza di sé, la sua fermezza, era contrapposta al fuoco che era sentimentalmente l’aveva portata a intraprendere relazioni con uomini e donne – nonostante un matrimonio di facciata e una figlia, Maria, alla quale era legatissima e che si portò con sé in America – ma è stato anche quel fuoco a farla divampare d’indignazione verso quello che stava succedendo nel suo paese d’origine, la Germania. Adolf Hitler era un suo ammiratore sfegatato e neanche segreto, vedeva tutti i suoi film (anche durante la guerra), e ha cercato con insistenza di averla come simbolo e portavoce della propaganda nazista. Ruolo accettato da una donna e artista come Leni Riefenstahl, autrice e regista di lungometraggi che esaltavano l’estetica e il regime nazista, ma fermamente rifiutato dalla Dietrich, che per tutta risposta si rifugiò negli Stati Uniti – chiedendo la cittadinanza americana, per poi ottenerla – e rispose di suo pugno all’ennesima richiesta di incontrare i vertici nazisti, con un formalissimo rifiuto, dove diceva che per impegni contrattuali sarebbe stata costretta a stare lontano dalla Germania a lungo. Gli orrori del nazismo, della persecuzione degli ebrei – tra cui vi erano amici di Marlene – l’hanno portata a schierarsi apertamente con la Francia, dove a Cannes e in varie serate di galà, ha dedicato canzoni alla nazione che ha sempre amato molto, e nella quale si è sempre rifugiata, soprattutto negli ultimi anni della sua vita. Non solo, la sua fermezza l’ha portata ad accompagnare i soldati americani al fronte, intrattenendoli in spettacoli, dove molto spesso veniva cantata l’immortale “Lili Marleen” – che anche i tedeschi, sentendola, l’intonavano, dall’altra parte del fronte. Visitava le infermerie da campo, seguiva i soldati al fronte, vestita lei stessa da soldatessa; ballava con i soldati ai balli dei vertici militari, mostrandosi sempre impeccabile e di un fascino senza tempo. Era (ormai) un’americana che sperava nella vittoria dei suoi, ma che doveva anche tenere tranquilli i gerarchi nazisti, per evitare che facessero del male a sua madre – rimasta a Berlino – e ai suoi cari rimasti là. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, portò avanti con decisione la sua posizione pacifista e contro la guerra, soprattutto cantando brani che sono diventate poi un simbolo della pace, come “Where Have All The Flowers Gone“, cantandola in tedesco, e cantando anche “Blowin’ In The Wind” di Bob Dylan.

Hitler l’aveva definita una “iena”, i nazisti l’avevano considerata una “traditrice” e la frattura con il suo paese d’origine non si è mai risanata del tutto: una visita simbolica è stata fatta solo nel 1960, dove alcuni l’avevano pesantemente contestata, mentre in generale, l’accoglienza era stata più che calorosa. Da lì in poi, Marlene non ha mai più fatto ritorno in Germania, se non per essere tumulata accanto alla madre.

Marlene non è stata solo una donna affascinante, bellissima, una vera diva di come non se ne vedono più oggi: è stata una donna con un legame tormentato con la sua patria, che ha rinnegato nel momento in cui ha dato il peggio di sé, ma che ha apertamente combattuto, per far sì che venisse ristabilito l’ordine e la pace. Nondimeno, ha sempre aiutato gli immigrati tedeschi negli Stati Uniti – e per questo è stata sospettata di essere una spia o un’infiltrata dei nazisti dal governo americano fino agli anni ’60 – perché in un certo senso, forse, le hanno ricordato dei suoi primi passi da attrice nei film muti e i suoi primi passi da immigrata tedesca dall’altra parte dell’oceano. Ed è stata una donna dal carisma e dalla forza elegante, femminile e virile allo stesso tempo, che ha sempre saputo quello che voleva per sé. Il resto, è tutto affidato alla Storia e a un pizzico di leggenda.

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Polvere di Cipria – Quarta Parte

Polvere di Cipria – Quarta Parte Un altro piccolo strappo alla regola, ma alla creatività non si comanda, tantomeno all’ispirazione, che attinge sempre al flusso di informazioni cui siamo tutti…

Polvere di Cipria – Quarta Parte

Un altro piccolo strappo alla regola, ma alla creatività non si comanda, tantomeno all’ispirazione, che attinge sempre al flusso di informazioni cui siamo tutti sottoposti da parte dei media. E così, mi ritrovo pubblicizzato sulla Rai il celeberrimo film con Romy Schneider e Karlheinz Böhm, ovvero “La Principessa Sissi“. Personalmente, ammetto che a me le figure principesche non attraggono particolarmente, anzi, per svariati motivi. Lo strappo con tali personaggi, lo si può definire una sorta di trauma infantile, se volete: ed è stato tutto quando ho scoperto la vera storia di Elisabetta d’Austria, o Elisabetta di Baviera, da sempre presa come massimo modello di romanticismo. Ma altro che fiaba d’amore…

Elisabetta di Baviera (1837 – 1898)

Eppure, la vita e la storia d’amore tra Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach e Francesco Giuseppe I sono state perfettamente idealizzate e mitizzate nell’immaginario femminile come un prototipo, un modello a cui aspirare. Una vita principesca e un marito fedele e innamoratissimo e premuroso – e pazienza se il marito in questione fosse l’imperatore d’Austria, che comunque era ben facoltoso e potente; sembra non esserci niente di meglio nell’esistenza di una donna, comunque vezzeggiata e coccolata in una corte e in un paese che l’amava molto.

I fatti non stavano proprio così. Dispiace essere così tranchant, ma la realtà (purtroppo) non sempre riesce a essere mitigata dalla fantasia.

Sfortunatamente, anche in tempi ben più recenti, è risaputo che le principesse a corte non abbiano vita facile. Donne come Lady Diana, la Principessa Letizia di Spagna, la principessa Masako – soprannominata “la principessa triste”, che non appariva in pubblico e in impegni ufficiali dal 2002 a causa del suo disturbo da adattamento alla vita di corte, con una rassicurante apparizione ufficiale in Olanda lo scorso Aprile – non hanno avuto affatto una vita facile, e si suppone neanche troppo felice. Donne dai natali tutto sommato normali, che cercano una carriera, un’indipendenza, oltre che una famiglia, che si ritrovano catapultate e chiuse in un ambiente totalmente differente, se non opposto rispetto alle loro aspirazioni. Rigidi protocolli da seguire, indiscrezione e mancanza di privacy perenne non rendono la vita facile, soprattutto quando le nuove arrivate provengono da un ambiente diverso da quello della nobiltà. Oggi come ieri. Elisabetta d’Austria (o di Baviera, la sua terra di provenienza) ha sposato – come si usava fino a non troppo tempo fa – un uomo che non conosceva molto. Ha dovuto colmare le sue lacune, migliorare la sua educazione (molto scarsa) e le sue maniere, in modo tale da poter essere degna del futuro marito. Ma è ovvio che l’impatto con la corte – che non l’ha mai apprezzata, complice la suocera, l’Arciduchessa Sofia, che avrebbe preferito un’altra moglie per il figlio e non apprezzava le “libertà” che la nuora si prendeva in fatto di educazione dei figli e nelle scelte politiche dell’imperatore – non è stato tra i più positivi: oggetto costante di pettegolezzi, commenti, Sissi ha sofferto sin da subito di crisi depressive, isteria (complice comunque una tara ereditaria dal ramo Wittelsbach della famiglia), manie di magrezza, disturbi alimentari che l’hanno portata a una grave forma di anoressia e uno smodato culto della bellezza –  Schönheitskult  – che la portava a cure maniacali verso i suoi lunghissimi capelli, sessioni estenuanti di ginnastica ed equitazione, nonché lunghissime passeggiate, seguita dalla sue dame di corte. E le misure del corpo – peso, girovita tenuto strettissimo in corsetti, larghezza di polpacci e cosce – venivano ripetutamente misurate e annotate in un quaderno. Elisabetta d’Austria era profondamente consapevole della sua bellezza e voleva primeggiare, essere un esempio per la corte mormorante. Doveva apparire perfetta, per non essere vittima delle chiacchiere più di quanto non lo fosse già. Ma c’era e c’è tutt’ora un limite tra cura e disturbo ossessivo. Certo, poteva avere problemi di suo, ma l’ambiente circostante non l’ha mai aiutata ad ambientarsi o a farsi sentire pienamente accettata. E non ha aiutato nemmeno il comportamento di Francesco Giuseppe I, che non è mai stato un esempio di fedeltà verso la moglie. Da qui, sono partiti i numerosi “viaggi curativi”, a volte vere e proprie fughe, di Sissi, che si sentiva istantaneamente meglio non appena lasciava la corte austriaca.

In più, si aggiungevano le difficoltà ad avere figli – culminato con il trauma della morte della prima figlia dopo pochi anni – e soprattutto, il sospirato e atteso erede maschio. Rodolfo d’Asburgo ebbe una vita turbolenta, tra alcolismo, morfina e malattie sessuali contratte per le sue numerose relazioni extraconiugali e sregolate. Da qui, l’impossibilità di dare un erede maschio agli Asburgo, e l’ultima fatale relazione che lo portarono al suicidio e all’omicidio della giovane amante. La principessa Sissi non si riprese più da quel trauma, segnando irreversibilmente la crisi del matrimonio tra lei e Francesco Giuseppe, considerandolo un marito troppo assente e troppo accondiscendente verso le decisioni dell’invadente arciduchessa Sofia e poco comprensivo. L’imperatrice, poi, è sempre stata presa dal rimorso di non aver potuto crescere personalmente tre dei suoi figli – Sofia, morta in tenera età, Gisella e Rodolfo, tutti affidati alla suocera – così, l’ultima figlia, Maria Valeria, nata in Ungheria, terra amatissima dall’imperatrice, viene seguita ed educata con molto affetto da Sissi, arrivando a instaurare un rapporto molto stretto e molto profondo.

Il tempo è edace, e l’ultima grande ossessione di Sissi, mentre vagava per l’Europa in incognito, per evitare di essere riconosciuta e sottoposta a rituali di corte che non aveva mai sopportato, era la vecchiaia. La sua bellezza andava sfiorendo e lei non rinunciava alle sue cure estetiche drastiche, continuando a stringersi in corsetti strettissimi e strati di vestiti. Ma la sua bellezza si era fatta oramai cupa, senza sorrisi e senza felicità. Ignorava le lettere dell’imperatore che affettuosamente la richiamava al suo fianco, dichiarandole tutta la sua mancanza, e non gli scriveva praticamente più. La morte sopraggiunge a Ginevra nel 1898, per mano di un anarchico italiano che la pugnala al petto. L’imperatrice non accusa subito il colpo, e continua a camminare stretta nei suoi vestiti, per morire pochissimo dopo per emorragia interna.

Per quanto nell’immaginario Sissi rimanga una sorta di Cenerentola ottocentesca, la sua storia fu tutt’altro che felice. Uno strano e infelice destino, che alcune delle principesse di oggi paiono in parte condividere, chi più, chi meno.

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Polvere di Cipria – Terza Parte

Polvere di Cipria – Terza Parte D’accordo, la scrittrice che oggi verrà ospitata in “Polvere di Cipria”, non è esattamente sconosciuta. Ma mi venga concesso di dare retta anche un…

Polvere di Cipria – Terza Parte

D’accordo, la scrittrice che oggi verrà ospitata in “Polvere di Cipria”, non è esattamente sconosciuta. Ma mi venga concesso di dare retta anche un po’ al gusto e alle influenze personali. Virginia Woolf è decisamente una delle mie scrittrici preferite in assoluto, non solo per le sue opere, ma per la figura completa di donna, moglie, scrittrice e personaggio pubblico. Come sempre, reputo che ci sia sempre moltissimo da dire su artiste tanto immense, ma in qualche modo, ad un certo punto le parole diventano troppe e inopportune – al punto che mi sento di lasciarvi soli, cari lettori, soli con la protagonista in questione.

Virginia Woolf (1882 – 1941)

Inizio senza troppi giri di parole: per me Virginia Woolf è la perfetta incarnazione del doppio. Da sempre, sostengo che artiste di un certo calibro – anche le donne normali e di tutti i giorni, in minor misura – a un certo punto della loro vita, si siano scontrate con una bipolarità decisamente fonte di disorientamento e di confusione. Certo, la società – come abbiamo visto nella puntata precedente, con Artemisia Gentileschi – non aiutava. È migliorata, ma ancora non riesce a portare a un equilibrio perfetto l’uomo e la donna. Virginia Woolf veniva da una famiglia decisamente molto agiata, circondata da fratelli e fratellastri – entrambi i genitori erano stati precedentemente sposati e avevano avuto figli di primo letto – e la scrittrice inglese ha avuto la fortuna di conoscere sin da subito un ambiente agiato e personaggi estremamente colti, che hanno frequentato casa Stephens (il cognome della Woolf da nubile). Probabilmente, il fatto di sapere a posteriori che un autore come T.S. Eliot frequentasse il salotto di Sir Leslie, il padre di Virginia, insomma, fa un certo effetto. Virginia, secondo l’educazione vittoriana, non poteva andare a scuola, ma i genitori, intelligenti e lungimiranti, hanno saputo colmare quel vuoto culturale, garantendole un’educazione quantomai eccellente.

Virginia è sempre stata divisa, sdoppiata tra il vuoto – le sue precoci depressioni, i suoi numerosi esaurimenti nervosi, il vuoto non di una, ma di due guerre mondiali, i numerosi tentativi di togliersi la vita falliti, le ansie, la solitudine – e la pienezza: i riconoscimenti in vita per le sue opere, la vivacità e gli stimoli culturali del ambiente e dei personaggi di cui si è sempre circondata, il matrimonio con Leonard Woolf, ma anche le numerose relazioni amorose che ha avuto con le donne, la Hogarth Press, la casa editrice che la terrà lontana da pensieri e gesti cupi ed estremi, e che pubblicherà anche Italo Svevo, Sigmund FreudKatherine Mansfield James Joyce, solo per citare alcuni degli autori pubblicati.

Il doppio, dicevamo, che si manifesta nei due estremi appena citati, ma si vede anche nei comportamenti di una persona agiata come lei che si dedica e si preoccupa dell’educazione delle donne dei ceti meno abbienti, e non è un caso che a un certo punto avesse iniziato a dare lezioni e ripetizioni alle operaie londinesi. Il femminismo è stato uno dei suoi argomenti preferiti da affrontare, e in questo senso, è assolutamente consigliata la lettura di “Una Stanza Per Sé“, un saggio che trovo perfettamente calzante per i giorni nostri. Uno degli insegnamenti che sento di aver tratto da quest’opera è senz’altro: se non ti danno uno spazio, createlo; se questa società non ti va, smontala vite per vite, e possibilmente, ridici anche su mentre lo fai. Abbinato a questo, c’è anche un altro saggio molto interessante, dedicato all’esatto opposto della figura femminile, ovvero la figura maschile, intitolato “Le Tre Guinee“. Infine, una donna che prende spunto da grandi scrittori uomini, anche suoi contemporanei, adotta una tecnica moderna e la rende molto più accessibile e godibile ai lettori – perché, onestamente, con tutta l’ammirazione che posso provare per James Joyce, la tecnica del flusso di coscienza preferisco leggerla e godermela in una delle opere di Virginia.

Il doppio, nella Woolf, è evidentissimo nel suo continuo oscillare tra vita e morte. Forse, un po’ credo di aver invidiato la sua vita piena di circoli culturali, di scrittori, artisti che hanno cercato un po’ di movimentare gli ultimi strascichi della società e della cultura vittoriana, che la rendevano sicuramente felice, ispirata, e stabile mentalmente. La morte… La morte della madre, che ha costituito un trauma grave per la scrittrice sin dalla più tenera età, i tentativi di suicidio. Che cosa l’attirava alla morte, al porre fine alla sua esistenza? Il peso di non avere più una vita stabile, piena di paura e timori, di sopravvivenza tra una crisi e l’altra? Può essere. La morte, che comunque spesso appare nelle sue opere – Gita Al Faro” e “La Signora Dalloway” – come se fosse un modo per esorcizzarla, o renderla meno spaventosa. La morte che ha funestato le due guerre mondiali, ed è proprio all’iniziare della seconda, che la Woolf decide di togliersi la vita, gettandosi nel fiume Ouse.

Un altro aspetto bipolare interessante e toccante, è sicuramente la bisessualità dell’autrice britannica. La sua vita affettiva è stata costellata di amori saffici, come quello per Vita Sackville-West, splendidamente descritto in un romanzo come Orlando, considerato fortemente autobiografico; e dall’altro lato, abbiamo il suo amore, non calpestato e offeso, ma sempre rispettato – e a tal proposito, si leggano le raccolte di diari della Woolf, per avere uno spaccato vivissimo e diretto della vita dell’autrice  – verso Leonard Woolf. Il gruppo che avevano fondato, il Bloomsbury Group, era un gruppo di intellettuali che presentava un approccio libero verso la sessualità, pertanto, il matrimonio di Virginia e Leonard ha retto fino alla fine, malgrado i flirt di Virginia con altre donne. Anche le testimonianze nei diari dell’autrice lo confermano. Trovo profondamente commovente questo estratto, soprattutto pensando al momento – il 1937, pochissimi anni prima della morte – in cui è stato scritto:  “Love-making—after 25 years can’t bear to be separate … you see it is enormous pleasure being wanted: a wife. And our marriage so complete“. La sua spiccata sensibilità ed emotività l’ha portata a rendersi cosciente di quella parte di sé, più forte, intensa e mascolina, che desiderava una donna, non uomo. Tuttavia, questo non le ha impedito un legame duraturo e saldo con un uomo come Leonard, che più di una volta l’ha difesa e protetta dalle sue fragilità e dai suoi gesti autodistruttivi, creando anche l’impresa editoriale della Hogarth Press per tenere lontana la moglie da gesti estremi.

In conclusione, ci possono solo essere solo pochi consigli che vi posso dare, per quanto riguarda la filmografia: “The Hours” (al di là dello splendido romanzo di Michael Cunningham) è una visione obbligata, se ci si vuole avvicinare all’artista. Un’ottima “autobiografia” sono i già citati diari, che coprono un arco temporale decisamente ampio ed esaustivo – ed è interessantissimo vedere lo stile della Woolf cambiare negli anni. Per il resto, vi consiglio le sue opere – che lo ammetto, non sono facilissime per il flusso di coscienza – perché sono ricchissime di allusioni e visioni, ma anche di fortissimi riferimenti ai suoi stati d’animo, alle sue parti discordanti che laceravano il suo fragile animo. Parti di sé che cercava di acquietare mettendoli per iscritto.

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“David Bowie is”, un pezzo di storia della musica a Londra

“David Bowie is”: Londra, 10 maggio 2013 Fa freddo davanti al portone maestoso del Victoria & Albert Museum, sono solo le 9.00 del mattino, ma una fila interminabile di persone…

“David Bowie is”: Londra, 10 maggio 2013

Fa freddo davanti al portone maestoso del Victoria & Albert Museum, sono solo le 9.00 del mattino, ma una fila interminabile di persone è già in coda nella speranza di accaparrarsi uno dei pochi biglietti emessi giornalmente per la mostra dell’anno. Anzi, la mostra inglese per eccellenza, visto il record di prevendite. Si parla di un sold out per ben 50 mila biglietti prenotati.

L’emozione inizia a farsi sentire già vedendo sventolare sopra la testa uno striscione con su scritto: “David Bowie is…here”, “David Bowie is watching you”. La prima sensazione è quella di girarti e guardarti intorno per vedere se tra gli uomini un po’ attempati che ci sono in giro, si nasconde Lui, magari travestito con cappotto lungo e cappello in testa per non farsi riconoscere.

david bowie is 002Lo stile inglese si riconosce subito. Cuffie e guida audio con sistema wi-fi ti guidano in un percorso di interviste, performance, pensieri, ma soprattutto canzoni che raccontano la carriera artistica del Duca Bianco. Una sensazione di stordimento, quasi da sindrome di Stendhal, poni lo sguardo verso la copertina dell’album Ziggy Stardust e in un lampo il tuo udito è invaso dalle note di Starman: “There’s a starman waiting in the sky, I’d like to come and meet us, but he thinks he’d blow our mind”. Sotto la copertina del disco, in mezzo a spartiti musicali, l’inchiostro blu di una biro imprime le parole di uno dei singoli più famosi della storia della musica; semplicemente lì su un foglio di quaderno a quadretti, con una calligrafia incerta e qualche cancellatura, le note su cui negli anni ’70 mio babbo e mia mamma hanno ballato e che io oggi ascolto.

A due millimetri da me un pezzo (di carta) di rock, a dividerci solo un pannello di plexiglass e più di 30 anni. Tutti i sensi sembrano essere coinvolti, anche la vista ha il suo appagamento. Sono più di 60 gli abiti di scena di Bowie. Trasformista per eccellenza, audace e trasgressivo all’ennesima potenza. Un tripudio di colori, paillettes, spalline, tacchi alti, camicie a punta, cappelli, trucchi e parrucchi. Sembrano prendere vita dalle mani degli stilisti del calibro di Natasha Korniloff, Alexander McQueen, Freddie Burretti e Giorgio Armani, che li hanno resi semplicemente memorabili. Non è un caso che il principale sponsor della mostra sia Gucci. Mi viene subito in mente una battuta di Amanda Lear, amante e musa ispiratrice, non solo di Dalì a quanto pare, che riferendosi ai rapporti intrattenuti con Bowie disse: “David è l’unico con cui sono andata a letto ad essere più truccato di me”. E mi scappa un sorriso malizioso.

david bowie is 011 Le stanze si susseguono una dopo l’altra con corridoi fatti di schermi, ritratti, reportage fotografici dei più grandi fotografi di fama internazionale. Helmut Newton tra tutti, fotografo delle star, interprete fedele di un personaggio dalle mille identità e dai mille volti: da cantante a musicista, da pittore ad attore.
Il viaggio ipnotico, al limite tra sogno e realtà prosegue unitamente alle fasi di vita di questo eclettico, quanto psichedelico artista, per approdare in una stanza di circa 50 mq e pareti alte più di 7 metri coperte interamente di maxi schermi uno sopra l’altro a formarne uno solo e improvvisamente ti ritrovi immerso in uno dei più grandi concerti tenuti dal Duca Bianco, e lui che canta “Heroes” solo per te, con quella voce tanto potente quanto suadente.
Ti perdi nel vortice di emozioni che sprigiona ogni singola nota illudendoti per un attimo di essere in mezzo a quei ragazzi un po’ hippies un po’ glam col naso all’insù a guardare quell’androgino “thin white duke”.

Sono più di due ore che sei lì dentro, ma non te ne accorgi, non c’è tempo e non c’è spazio, sembra di essere in un labirinto ed è proprio questo pensiero ad essere esaudito. In un ambiente un po’ più piccolo degli altri una sfera di cristallo “contenitrice di sogni” e uno scettro ti riportano alla mente ricordi adolescenziali, quando per la prima volta nel 1986 trasmettevano al cinema “Labyrinth” un film fantastico, prodotto dal regista dei Muppets, dove tra pupazzi e goblin, un Bowie con parrucca improbabile e trucco alla star trek balla con la giovane Sarah sulla melodia di “As the world falls down”.
Mentre lascio indietro le ultime stanze e gli ultimi abiti di scena, la Marylin multicolore di Warhol sembra strizzarti l’occhio al tuo passaggio, quasi a volerti dire che la mostra è giunta alla fine, ma che certi miti immortalati in foto, copertine e quadri, rimarranno eterni, unitamente alle loro opere, la loro musica, le loro parole.

david bowie is 006Rimarrà per me indelebile il ricordo di tutto questo, come un poster nella memoria, simile a quello che ho deciso di regalarmi insieme all’ultimo album “The Next Day”, che a dire dello stesso Bowie, metterà un punto alla sua carriera.

Ho apprezzato tutto; sarà stato l’allestimento, sarà stata l’aria rock di Londra…o forse, semplicemente, Is David Bowie.

(articolo a cura di Pamela Fatighenti)

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Polvere di Cipria – Seconda Parte

Polvere di Cipria – Seconda Parte Questa volta, voglio spostarmi verso le arti visive: ammetto che in fatto di pittori, sono sempre stata molto selettiva – e probabilmente non ne…

Polvere di Cipria – Seconda Parte

Questa volta, voglio spostarmi verso le arti visive: ammetto che in fatto di pittori, sono sempre stata molto selettiva – e probabilmente non ne so abbastanza – ma ciò che ha rinfocolato il mio amore per questa forma d’arte è stata senz’altro una figura riscoperta e riconosciuta a posteriori, come sempre. Il caso – o l’istinto? – vuole che sia proprio una donna, ovvero Artemisia Gentileschi. In questo articolo spero di darvi delle mie impressioni su questa figura, il coraggio che ha avuto, non tanto farvi una lezione d’arte, con elenchi di opere sterminate, perché altrimenti rischierei di annoiarvi tutti. E poi, non ho voglia di dare lezioni a nessuno, quanto proporre ciò che mi affascina e lasciare la scelta a ciascuno dei lettori di approfondire l’argomento.

Artemisia Lomi Gentileschi (1593 – 1653)

Artemisia è stata una donna coraggiosissima, lo capisco sin da subito. Si va oltre le parole, oltre le descrizioni e le didascalie: gli occhi capiscono tutto al volo, guardando le sue opere, passando dall’una all’altra voracemente e con meraviglia. Nel suo “Autoritratto come Allegoria della Pittura” mi colpisce lo sfondo e l’ambiente bruno, in contrasto con la sua pelle chiara, sferzate di luce nel buio, tra i vestiti scuri. La sua figura emerge, fa a pugni con l’oscurità, i tratti sono netti, qualche ciocca di capelli neri è in disordine. Ma la sua espressione concentratissima, mi colpisce enormemente. È una donna determinata, focalizzata sul proprio lavoro e la propria passione, che ha dovuto coltivare in maniera diretta la propria passione, diventando allieva di suo padre, Orazio Gentileschi – non avendo modo di poter frequentare le scuole di formazione, nelle quali le donne non erano ammesse. Poteva anche osservare e vivere la vivacità dell’arte nel quartiere di Roma dove viveva, e peraltro, la città godeva del talento di un pittore come Caravaggio, che influenzò moltissimo la giovane artista. Comunque, le donne non potevano avere un lavoro – perlomeno ufficialmente – e non avevano un ruolo sociale riconosciuto, quindi l’unica soluzione era trovare qualcuno che le accettasse come apprendiste. E questo padre amorevole, si prodiga per aiutare la talentuosa figlia e lanciare la sua arte, cercando i favori di qualche nobile.

Eppure, c’è qualcosa che non va. C’è qualcosa di morboso dietro, non per colpa della povera Artemisia. Ma quando le donne cercano di essere tenute nell’oscurità, è proprio in essa che si consumano le nefandezze dell’animo umano, perché si pensa che siano sempre nascoste. C’è qualcosa in quel padre-maestro un po’ ossessivo, che la introduce ad Agostino Tassi, per farle studiare prospettiva. E così, un dramma – ben documentato – si consuma: uno stupro, senza matrimonio riparatore e con una pena tutto sommato lieve nei confronti dello stupratore. Il pittore era già sposato e alquanto morboso nelle sue relazioni extraconiugali, ma chi ci rimette è proprio Artemisia, che viene interrogata e torturata e le testimonianze sono ancora disponibili, in tutta la loro crudeltà.

Allora, una donna piena di vergogna, ai tempi poteva anche combinare un matrimonio per ovviare al problema (cosa che venne fatta con Pierantonio Stiattesi), ma cosa le rimaneva, se non esprimere quello che sentiva tramite la pittura? “Giuditta che decapita Oloferne” è crudo, sanguigno, può una donna aver dipinto tale efferatezza? Eppure, vedo il quadro e capisco il suo bisogno di portare alla luce la sua tragedia personale: prende i tratti drammatici di Caravaggio e li riempie di vendetta personale. Se una donna non può nemmeno ottenere giustizia per un gesto che l’ha danneggiata (facendole peraltro perdere il favore e il moderato successo che stava ottenendo a Roma), figurarsi uccidere il proprio aggressore e farsi giustizia da sé. Allora, usa quello che sa usare meglio: i colori, il disegno, le mani e la propria creatività. A mio avviso, è un urlo disperato, un tentativo di far capire cosa si prova di fronte al proprio aggressore che tutto sommato, può starsene tranquillo e vivere serenamente. Ora come ora, ci vedo qualcosa di tremendamente attuale e moderno, se vi ricordate le ultime notizie di cronaca. Donne, donne malvessate, maltrattate e tutto sommato senza giustizia, oggi come ieri, che hanno le proprie abilità come unico mezzo per fermare nello spazio e nel tempo certi eventi indelebili.

Tuttavia, però, Artemisia si fa coraggio, abbandona Roma e con il marito cerca di ricostruirsi la propria fortuna a Firenze, dalla quale scappa poco dopo, lasciando pure il marito e i debiti alle spalle, tornando a Roma, da donna matura e in grado di prendere in mano le redini della propria vita senza il bisogno di nessun marito che compensi la sua vergogna e la renda dignitosa agli occhi di tutti, ed è un’artista attenta e libera di assorbire i continui cambiamenti e trasformazioni della pittura. La buona, ma non enorme, fama la porta anche a Venezia e Londra – dove si ricongiunge per un breve periodo al padre, col quale aveva tagliato i ponti dopo lo stupro – e infine a Napoli, dove si spegne nel 1653. Tre secoli dopo, viene riscoperta, presa come modello da artiste del Novecento, apprezzatissima a Milano nel 2011 e nel 2012, in una delle svariate mostre a lei dedicate. Esiste anche qualche romanzo su di lei, soprattutto di recente scrittura, come si conviene a una piacevole riscoperta, ma anche un esempio di donna volitiva, fiera e indipendente, come tutte le donne che ha sempre dipinto.

Perché Artemisia ha lasciato tracce di sé indelebili nei suoi dipinti, perché più che per un uomo, per la donna era quello l’unico modo per affermare che sì, anche lei era esistita, e che esistenza fatta di luci e ombre, in quel mondo smaccatamente maschile.

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