La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Musica e Teatro

Polvere di Cipria – Seconda Parte

Polvere di Cipria – Seconda Parte Questa volta, voglio spostarmi verso le arti visive: ammetto che in fatto di pittori, sono sempre stata molto selettiva – e probabilmente non ne…

Polvere di Cipria – Seconda Parte

Questa volta, voglio spostarmi verso le arti visive: ammetto che in fatto di pittori, sono sempre stata molto selettiva – e probabilmente non ne so abbastanza – ma ciò che ha rinfocolato il mio amore per questa forma d’arte è stata senz’altro una figura riscoperta e riconosciuta a posteriori, come sempre. Il caso – o l’istinto? – vuole che sia proprio una donna, ovvero Artemisia Gentileschi. In questo articolo spero di darvi delle mie impressioni su questa figura, il coraggio che ha avuto, non tanto farvi una lezione d’arte, con elenchi di opere sterminate, perché altrimenti rischierei di annoiarvi tutti. E poi, non ho voglia di dare lezioni a nessuno, quanto proporre ciò che mi affascina e lasciare la scelta a ciascuno dei lettori di approfondire l’argomento.

Artemisia Lomi Gentileschi (1593 – 1653)

Artemisia è stata una donna coraggiosissima, lo capisco sin da subito. Si va oltre le parole, oltre le descrizioni e le didascalie: gli occhi capiscono tutto al volo, guardando le sue opere, passando dall’una all’altra voracemente e con meraviglia. Nel suo “Autoritratto come Allegoria della Pittura” mi colpisce lo sfondo e l’ambiente bruno, in contrasto con la sua pelle chiara, sferzate di luce nel buio, tra i vestiti scuri. La sua figura emerge, fa a pugni con l’oscurità, i tratti sono netti, qualche ciocca di capelli neri è in disordine. Ma la sua espressione concentratissima, mi colpisce enormemente. È una donna determinata, focalizzata sul proprio lavoro e la propria passione, che ha dovuto coltivare in maniera diretta la propria passione, diventando allieva di suo padre, Orazio Gentileschi – non avendo modo di poter frequentare le scuole di formazione, nelle quali le donne non erano ammesse. Poteva anche osservare e vivere la vivacità dell’arte nel quartiere di Roma dove viveva, e peraltro, la città godeva del talento di un pittore come Caravaggio, che influenzò moltissimo la giovane artista. Comunque, le donne non potevano avere un lavoro – perlomeno ufficialmente – e non avevano un ruolo sociale riconosciuto, quindi l’unica soluzione era trovare qualcuno che le accettasse come apprendiste. E questo padre amorevole, si prodiga per aiutare la talentuosa figlia e lanciare la sua arte, cercando i favori di qualche nobile.

Eppure, c’è qualcosa che non va. C’è qualcosa di morboso dietro, non per colpa della povera Artemisia. Ma quando le donne cercano di essere tenute nell’oscurità, è proprio in essa che si consumano le nefandezze dell’animo umano, perché si pensa che siano sempre nascoste. C’è qualcosa in quel padre-maestro un po’ ossessivo, che la introduce ad Agostino Tassi, per farle studiare prospettiva. E così, un dramma – ben documentato – si consuma: uno stupro, senza matrimonio riparatore e con una pena tutto sommato lieve nei confronti dello stupratore. Il pittore era già sposato e alquanto morboso nelle sue relazioni extraconiugali, ma chi ci rimette è proprio Artemisia, che viene interrogata e torturata e le testimonianze sono ancora disponibili, in tutta la loro crudeltà.

Allora, una donna piena di vergogna, ai tempi poteva anche combinare un matrimonio per ovviare al problema (cosa che venne fatta con Pierantonio Stiattesi), ma cosa le rimaneva, se non esprimere quello che sentiva tramite la pittura? “Giuditta che decapita Oloferne” è crudo, sanguigno, può una donna aver dipinto tale efferatezza? Eppure, vedo il quadro e capisco il suo bisogno di portare alla luce la sua tragedia personale: prende i tratti drammatici di Caravaggio e li riempie di vendetta personale. Se una donna non può nemmeno ottenere giustizia per un gesto che l’ha danneggiata (facendole peraltro perdere il favore e il moderato successo che stava ottenendo a Roma), figurarsi uccidere il proprio aggressore e farsi giustizia da sé. Allora, usa quello che sa usare meglio: i colori, il disegno, le mani e la propria creatività. A mio avviso, è un urlo disperato, un tentativo di far capire cosa si prova di fronte al proprio aggressore che tutto sommato, può starsene tranquillo e vivere serenamente. Ora come ora, ci vedo qualcosa di tremendamente attuale e moderno, se vi ricordate le ultime notizie di cronaca. Donne, donne malvessate, maltrattate e tutto sommato senza giustizia, oggi come ieri, che hanno le proprie abilità come unico mezzo per fermare nello spazio e nel tempo certi eventi indelebili.

Tuttavia, però, Artemisia si fa coraggio, abbandona Roma e con il marito cerca di ricostruirsi la propria fortuna a Firenze, dalla quale scappa poco dopo, lasciando pure il marito e i debiti alle spalle, tornando a Roma, da donna matura e in grado di prendere in mano le redini della propria vita senza il bisogno di nessun marito che compensi la sua vergogna e la renda dignitosa agli occhi di tutti, ed è un’artista attenta e libera di assorbire i continui cambiamenti e trasformazioni della pittura. La buona, ma non enorme, fama la porta anche a Venezia e Londra – dove si ricongiunge per un breve periodo al padre, col quale aveva tagliato i ponti dopo lo stupro – e infine a Napoli, dove si spegne nel 1653. Tre secoli dopo, viene riscoperta, presa come modello da artiste del Novecento, apprezzatissima a Milano nel 2011 e nel 2012, in una delle svariate mostre a lei dedicate. Esiste anche qualche romanzo su di lei, soprattutto di recente scrittura, come si conviene a una piacevole riscoperta, ma anche un esempio di donna volitiva, fiera e indipendente, come tutte le donne che ha sempre dipinto.

Perché Artemisia ha lasciato tracce di sé indelebili nei suoi dipinti, perché più che per un uomo, per la donna era quello l’unico modo per affermare che sì, anche lei era esistita, e che esistenza fatta di luci e ombre, in quel mondo smaccatamente maschile.

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Polvere di Cipria – Prima Parte

Polvere di Cipria – Prima Parte Ho sempre immaginato il Tempo come una figura femminile, molto affamata e smagrita, che, inspiegabilmente, rosicchia il passato – un passato particolare, fatto di…

Polvere di Cipria – Prima Parte

Ho sempre immaginato il Tempo come una figura femminile, molto affamata e smagrita, che, inspiegabilmente, rosicchia il passato – un passato particolare, fatto di figure femminili, mentre gran parte degli uomini li ha lasciati scorrazzare liberi lungo la linea della Storia. Sì, mi chiedo perché si parli poco di principesse, di donne comuni, di eroine di tutti i giorni, ma dal cuore grandissimo. Per non parlare di quelle musiciste, pittrici, scrittriciArtiste che in qualche modo, credo che abbiano avuto il piccolo problema di essere nate donne, perché talvolta non avevano proprio niente da invidiare ai propri colleghi. E sono state ingiustamente messe in ombra, appena accennate o giusto nelle note dei libri di storia e di letteratura. A volte proprio ignorate.

Un’ulteriore precisazione: in questa rubrica mi sentirò come Doctor Wholibera di vagare nel tempo. Non avrò un ordine rigoroso – che sarà totalmente aperto a suggerimenti esterni, e spero di farvi conoscere meglio qualche figura che prima non conoscevate. Così come spero che voi mi facciate conoscere un’artista a me sconosciuta prima. Buona lettura.

Clara Wieck Schumann (1819 – 1896)

Forse a qualche appassionato di musica classica il secondo cognome non suonerà totalmente nuovo. Infatti, Clara Josephine Wieck era la moglie di Robert Schumann (1810 – 1856), ben più noto compositore e pianista tedesco. Quello che può essere noto è il suo volto sulla banconota da 100 marchi tedeschi – per chi li ha visti, utilizzati o toccati con mano; può essere noto che fosse una musicista anche lei: di solito però, si tende a pensare che una musicista – specie una pianista – a quei tempi fosse nettamente inferiore, per estro e abilità, rispetto a un uomo, anche per le possibilità educative che una donna poteva avere. Quindi andava da sé che, una volta accasata, la mediocre artista lasciasse lo strumento da parte e si dedicasse ai numerosi figli. Al contrario, la Wieck ebbe un’ottima ed eccezionale educazione musicale, seguita in maniera intensiva e rigorosissima dal padre Friederich Wieck, che sin dalla tenerissima età ha sottoposto la figlia al proprio metodo pedagogico, rigoroso, troppo rigoroso – ma efficace, perché la prodigiosa Clara – troppo spesso rimbeccata di non esercitarsi abbastanza, di essere negligente, pigra e disordinata – sin dai 10 anni inizia ad esibirsi in concerto, riscuotendo un grande successo, che la porterà a esibirsi anche di fronte a un vecchio (e poco interessato) Goethe, ma anche di fronte a dei veri titani della musica romantica: Mendelssohn, Chopin, Liszt. Ovviamente, il repertorio era rigorosamente scelto dal padre, che controllava con attenzione i pianoforti e i compensi della concertista, ma ben presto Clara iniziò a sviluppare un interesse verso Beethoven, Bach, e la musica di Robert Schumann, l’allievo che suo padre aveva preso a vivere in casa.

Bene, quello che mi piace di più di questa storia, è questo lato un po’ sentimentale (ma ha il suo perché): che Robert e Clara – più piccola di lui di nove anni – vissero sotto lo stesso tetto e il padre, gelosissimo del possibile legame che avrebbe potuto instaurarsi, cercò di mandarla in giro per la Germania il più possibile, per concerti, per studio, al fine di tenerla lontana da Robert. Non solo, la gelosia si rivolse anche al talento immenso di Robert nelle sue composizioni, che Clara aveva iniziato a suonare e a proporre in pubblico, sebbene quest’ultimo non fosse ancora pronto a capire composizioni come i Carnaval. In tutto questo, Clara fu una splendida interprete delle opere dell’amico (non ancora marito), non priva di espressività, dato che Robert ebbe problemi alla mano destra e decise di dedicarsi alla composizione. Schumann, poi, aiutò la giovane a scrivere e a perfezionare i primi concerti per piano scritti da lei. In questo senso, il connubio artistico e poi sentimentale, fu importante per entrambi: Clara si rivelò una prolifica compositrice in gioventù (qui il catalogo, a fondo pagina); meno da sposata, una volta aver infranto il divieto imposto dal padre, perché la famiglia, i numerosi figli, e il fatto di avere un altro compositore in casa fu sicuramente un bell’impiccio. In tutto questo, il quadro si complicò con i problemi finanziari e i problemi di salute di figli e del marito, morto a 46 anni a causa della sifilide, contratta anni prima.

Un altro lato molto bello della figura di Clara Wieck Schumann? A parte la sua immensa bravura, testimoniata anche dal fatto che era stata la prima a suonare il proprio repertorio a memoria, che aveva affascinato Germania, Austria (e relativo imperatore), Danimarca, Inghilterra (dove però le composizioni del marito non avevano ricevuto altrettanto favore), era proprio la sua testardaggine, durata per decenni di carriera, durata una vita, fino alla fine, nel voler far riconoscere le opere del marito, che sicuramente aveva conosciuto molta meno fortuna rispetto alla moglie e aveva rincorso lavori e incarichi disperatamente e con più difficoltà rispetto a Clara. Non ha mai smesso di proporre qualcosa di Robert nei suoi concerti, rivelandosi anche un’ottima insegnante – dando molto peso all’espressività nel suonare il pianoforte, alla quale era sottomessa la tecnica e non il contrario, come si può sentire nei suoi Notturni e nelle sue Romanze e Valzer Romantici – e un’ottima mentore, di nientemeno che Johannes Brahms (scoperta sua e del marito – e decisamente non un giovane compositore a caso). Clara Wieck Schumann aveva anche un carattere molto fermo e deciso – e non si poteva chiedere altrimenti a una donna così attiva e così decisa a suonare fino al 1891, cinque anni prima della sua morte avvenuta per ictus. Un’artista non angelica e perfetta, ma con tutte le sue antipatie e simpatie: la simpatia e l’affetto fortissimo per il giovane Brahms, che Robert considerava il suo erede nel mondo della musica, l’antipatia in età adulta per Lizst, eliminato poi da qualsiasi suo programma e il disprezzo per Wagner, per i suoi Tannhäuser, Lohengrin e per Tristano e Isotta.

Una pianista affascinantissima nelle sue opere, che credo che non vengano suonate molto, oggi. Vi consiglio caldamente questo link su YouTube, se volete avere un’idea, ben selezionata, della sua musica. Purtroppo, di filmografia c’è veramente ben poco e a mio avviso, non così meritevole di essere visto – soprattutto il bruttissimo “Geliebte Clara”. Posso sempre consigliarvi un bel libro, romanzato, ma godibile, anche se non sempre scorrevole, nella lettura: “Struggimento” di J.D. Landis, anche se sinceramente, il finale proprio tragico da film-polpettone poteva risparmiarselo.

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Le Rane Scarlatte – ultima (!?) parte

Le Rane Scarlatte – ultima (!?) parte La tappa finale è quella più ambiziosa: condensare uno o più viaggi, in un’unica esperienza musicale. “Down New Mexico way something about the…

Le Rane Scarlatte – ultima (!?) parte

La tappa finale è quella più ambiziosa: condensare uno o più viaggi, in un’unica esperienza musicale.

“Down New Mexico way
something about
the open road
I knew that he was
looking for some Indian Blood and
find a little in you find a little
in me we may be
on this road but
we’re just
Impostors
in this country you know”

Tori Amos – A Sorta Fairytale

 

Come ogni viaggio, ogni fiaba, ogni storia, anche questa rubrica ha una tappa finale. A questo giro, l’idea nasce da “Scarlet’s Walk“, un album intero della cantautrice americana Tori Amos, pubblicato nel 2002. Questo inciso ha un fortissimo legame con il territorio, con gli Stati Uniti, terra natale dell’artista in questione e della protagonista della storia alla base, perché parla di un viaggio lunghissimo, dove ciascuna tappa rappresenta un luogo preciso: “Amber Waves e “A Sorta Fairytale rappresentano Los Angeles, “Strange e “Carbon” le ultime riserve con i Nativi Americani (Tori Amos ha oltretutto origini Cherokee da parte di madre), “Virginia e “I Can’t See New York hanno chiari riferimenti agli stati americani nei rispettivi titoli. Queste sono solo un estratto della nutritissima tracklist del disco. Ogni traccia è una città diversa, un paesaggio diverso – un itinerario che cerca di coprire tutti gli Stati Uniti, andando a visitare non luoghi universalmente riconosciuti, ma luoghi se vogliamo più intimi, che rievocano le origini della nazione, come le già citate riserve dei Nativi Americani, ma alcune tappe sono palesemente una ricerca di se stessi: “Everybody has a body map, and she’s trying to find hers / Tutti hanno una mappa del corpo, e lei [Scarlet, la protagonista del concept della Amos] sta cercando di trovare la sua”. Certo, l’espediente narrativo fa in modo di utilizzare un personaggio fittizio come Scarlet, le cui vicende, in qualche modo, rimandano all’autrice, ma probabilmente un intero concept basato su se stesse sarebbe stato troppo presuntuoso e poco appetibile, perché comunque nella musica ciascun ascoltatore cerca qualche riferimento personale; un processo che non sarebbe possibile se ci fossero troppi riferimenti all’autore. E poi, il vantaggio di avere dei personaggi di fantasia, lascia modo all’inventiva di creare vicende del tutto nuove, che rendono senz’altro più appetitoso e nutrito l’intreccio narrativo. Come il fatto che Scarlet visiti l’Alaska, un luogo affascinante, inospitale, freddo, ma di rara bellezza – e ditemi, quanta gente è stata in Alaska?

scarlet

Un altro aspetto interessantissimo dal punto di vista narrativo, è il fatto – e non mi stancherò mai di ripeterlo – che la musica condensa un susseguirsi di eventi temporali che potrebbero prendere realmente dei mesi – difatti in “Scarlet’s Walk” abbiamo comunque una gravidanza in mezzo – se non anni, nel giro di un ascolto, che nel caso di questo disco potrebbe prendere una bella mattinata, o un pomeriggio. E comunque l’ascolto non risulta pesante o eccessivamente impegnativo, ma aiuta a visitare, anche solo con la mente, dei luoghi nuovi, bramati, mai conosciuti. E lo si fa con un’immaginaria compagna di viaggio, di cui non ci importa molto se sia bella o brutta, alta o bassa, rossa o bionda: lei in quei posti ci è nata, è cresciuta, ci prende per mano e ci invita a visitarli assieme a lei. Che importa se quello che ci immaginiamo non corrisponde al territorio vero? Che ci importa se avevamo in mente la copertina di Dove in mente, piuttosto che le vere praterie americane. Il bello è fondamentalmente questo: si ha a disposizione un territorio sconfinato, una musica che descrive e racconta il territorio con la giusta distanza tra riferimenti autobiografici e realismo nel presentare questo o quel luogo, una compagna fittizia di viaggio, che presto ci si troverà a sostituire a se stessi. E quest’amica rimarrà a distanza, una piacevolissima voce narrante a distanza, come il vento tra i capelli. In questo modo, sarà davvero impossibile rimanere indifferenti al fascino di un paese che si pensa di conoscere tramite i film, o tramite i libri di storia e geografia. La musica è una straordinaria aiutante nel cercare una conoscenza più vera di ciò che visitiamo. E la musica ci aiuta a farci sentire i benvenuti dovunque noi ci troviamo. Che sia casa, o un luogo totalmente nuovo – vero, o nella nostra fervida immaginazione.

“I will follow
Her on her path
Scarlet’s Walk
through the violets
just tell your
Gods for me
all debts are off this year
they’re free to leave
yes they’re free
to leave”

 Tori Amos – Scarlet’s Walk

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Le Rane di Milano – Seconda Parte

Le Rane di Milano – seconda parte Perché anche chi non è di Milano, può dire di conoscere Milano (basta avere gli occhi aperti e un cuore che batte).  …

Le Rane di Milano – seconda parte

Perché anche chi non è di Milano, può dire di conoscere Milano (basta avere gli occhi aperti e un cuore che batte).

 

“Milano vicino all’Europa 

Milano che banche, che cambi 

Milano gambe aperte 

Milano che ride e si diverte 

Milano a teatro…”

Lucio Dalla – Milano

E non potevo evitare, in questa seconda parte, di parlare della splendida “Milano” di Lucio Dalla. Una grandissima anima di poeta, musicista, personaggio anche estemporaneo, ma sempre in grado di reinventarsi, racchiusa in un corpo piccino. Una mente acuta, che in un testo apparentemente semplice è stato in grado di dire moltissimo di Milano, in bene e male. Pur venendo da una bellissima città – che trovo personalmente più vivibile e più appetibile della mia, indubbiamente – come Bologna, è riuscito in poche righe a dipingere un quadro ricco del capoluogo lombardo.

Milano vicina all’Europacittà metropolitana dal 2014, città dell’Expo 2015 (fondi permettendo), città dai nuovi grattacieli che sanno di fantascienza presso la cosiddetta Isola.

Milano che banche, che cambi – la zona della Borsa, delle enormi sedi delle banche, del dito medio di Cattelan che ho visto praticamente tutti i giorni, frequentando l’Università Cattolica.

Milano gambe aperte – una città aperta a tutti… Un po’ ruffiana e un po’ puttana, con quei suoi negozi che trovi un po’ ovunque, o quei locali un po’ da fighetti che altrove non si trovano.

Milano che ride e si diverte – la zona dei Navigli, la movida di Corso Como, la Milano dell’aperitivo a qualsiasi costo, la Milano sempre patinata e all’ultimo grido durante la Fashion Week.

Milano a teatro – e chi si dimentica dei pomeriggi a teatro? Il Carcano, il Nuovo, il San Babila, il Piccolo… L’inarrivabile Scala di Milano (ahimè ci sono stata solo una volta).

Ecco, in pochissime frasi, Lucio è riuscito a rievocare un fiume di immagini e ricordi personali. In realtà, bastano le sue frasi incisive e quasi sento che quello che ho rievocato sia stato di troppo. Però non trovate anche voi che sia meraviglioso che un musicista riesca a entrare nello spirito dei luoghi che amiamo, nei quali siamo cresciuti? Toglie quel senso di esclusività – accompagnato anche da un senso di gelosa possessività, a dire il vero – rovesciando e mettendo da parte quel “non puoi sapere o sentire certe cose se in quel posto non ci sei vissuto o non ci sei nato”. Perché è vero che probabilmente certe cose non si conoscono se non si è del posto, ma un territorio ha questa meravigliosa caratteristica di essere liberamente aperto a tutti. La cultura del luogo non la puoi incatenare e fermarla dentro quattro mura, a esclusivo appannaggio di quelli del posto. Questa cultura scorre come un fiume e tutti coloro che sono di passaggio, in visita, dotati di un minimo di sensibilità non possono non sentire il richiamo, il fascino di qualcosa di diverso dal solito. E nasce l’urgenza di descriverlo, di narrarlo, di farne musica. Di coprire il più possibile lo spettro dei colori di quel posto, di prenderne il bianco, il nero, il grigio; il sublime e il grottesco, il grande e il piccolo… In modo tale che, chiunque si avvicini a quella canzone, possa come mettersi nei panni di chi canta e suona, nel momento in cui lo sguardo cerca di abbracciare più cose possibili. E guai se ne esce insoddisfatto, deve essere in qualche modo incuriosito.  Questo tipo di narrazione in musica, con questa particolare prospettiva, dovrebbe generare curiosità, un minimo di voglia di mettersi in cammino verso una destinazione nuova. La musica è uno splendido mezzo, non solo una colonna sonora di un viaggio, ma è anche una locomotiva, un motore che ci spinge… Ed è un meraviglioso mezzo per unire un territorio all’altro, una regione all’altra, una città all’altra. In qualche modo ci fa sentire meno isole, forse un po’ più un arcipelago ricco di personalità, di forme e colori.

E quando Lucio diceva:

“Milano ogni volta 

che mi tocca di venire 

mi prendi allo stomaco 

mi fai morire” 

Comunque, non aveva tutti i torti. Sapesse quanti mal di stomaco mi ha fatto venire, Milano, in tutti questi anni.

 

 

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Le Rane – Prima Parte

Le Rane – Prima Parte ovvero una riflessione qualunque sul territorio e relativi musicisti. “Che fine hai fatto ti sei sistemato che prezzo hai pagato che effetto ti fa vivi…

Le Rane – Prima Parte
ovvero una riflessione qualunque sul territorio e relativi musicisti.

“Che fine hai fatto
ti sei sistemato
che prezzo hai pagato
che effetto ti fa
vivi ancora in provincia
ci pensi ogni tanto alle rane?”

Baustelle – Rane

Visto che si scrive per La Valdichiana, di recente ho avuto a che fare – personalmente e musicalmente – con i Baustelle, questi sconosciuti dalle parti di Montepulciano e di Siena, direi. A parte il loro ultimo album, l’ottimo “Fantasma”, c’è un fortissimo richiamo e riferimento alle proprie terre d’origine nel precedente “I Mistici dell’Occidente”, album che ho abbondantemente apprezzato, vuoi proprio per i riferimenti alle proprie radici, vuoi per riferimenti a luoghi conosciuti dalla sottoscritta.

In una tracklist che presenta un brano intitolato “Follonica” – cittadina toscana a me nota per le mie estati trascorse non troppo lontano da lì – e “Le Rane”, con quel senso di nostalgia verso la provincia, le campagne e il gracidare delle rane, suono chiaramente non udibile se si vive in piena città, mi chiedo quale sia la necessità di richiamare le proprie radici nella musica. [Anche se, questo discorso è perfettamente applicabile anche ad uno scrittore].

È inevitabile: il luogo da dove veniamo dice molto – o comunque buona parte – di noi. A volte, l’accento che assorbiamo e che influenza la nostra parlata, dice molto, senza che si diano molte altre informazioni. Quelli che “non sono di Milano”, quelli che palesemente “non sono di Siena”, nelle rispettive località, si sentono subito. E subito la fantasia vola verso le terre di queste persone. C’è una tensione verso posti mai visti, per esempio, c’è una curiosità e un desiderio di muoversi per scoprire qualcosa di nuovo. Questo qualcosa è raccontato dai libri, ma il territorio viene secondo me meravigliosamente raccontato in musica, in maniera sincretica, tramite le melodie e le parole che stimolano l’immaginazione di chi ascolta. La musica è un invito al viaggio, dopotutto.

Ma c’è anche quell’effetto che ho avuto ascoltando proprio “I Mistici dell’Occidente”: quel senso di complicità che ho avvertito nel sentire citati luoghi a me noti. Non potrò mai dire di conoscere Follonica come uno che ci abita o come un assiduo frequentatore, eppure, la sensazione di piacevolezza nel richiamare ricordi di passeggiate a Follonica, della Torre Azzurra che si vede perfettamente dal Golfo di Punta Ala, quando si è in barca a navigare in compagnia, l’amore in spiaggia… Mi fanno sentire in perfetto contatto e sintonia con l’autore. So cosa sente, per qualche attimo, che ha la durata di una manciata di minuti; so anche che cosa voglia dire essere lontani da casa – in quanto Francesco Bianconi, fondatore dei Baustelle, è dieci anni che non abita più a Montepulciano, a differenza degli altri membri che sono rimasti lì – e rievocarla può avere molteplici significati. Significati che forse io, da milanese frequentatrice sporadica della Toscana, non posso capire, ma soltanto intuire. Afferrare per qualche attimo, ma non tenere nel cuore, sentendoli totalmente miei. Non sarebbe giusto. Il territorio, lì dove si affondano le proprie radici, può essere descritto solo da chi ci è nato – e desidero solo ringraziare chi è riuscito a portare in musica stralci d’Italia e stralci del sé più intimo, quello che di solito pochi hanno davvero il coraggio di mettere in musica.

La Toscana e Montepulciano rifulgono e risplendono nelle parole dei Baustelle, non come se fossero incastonate in una cartolina che si trova in un negozio di souvenir qualunque, ma vengono splendidamente incorniciati dalla luce dei ricordi di un individuo preciso. E questi stralci di radici e terra sono dati in dono all’ascoltatore, affinché si senta avventuriero, viaggiatore o semplice complice, per qualche fugace istante.

“Chiudiamo gli ombrelloni
che vuoi che sia
che vuoi che sia
facciamo un po’ di sesso
facciamolo lo stesso
verifichiamo di esser vivi
sulla spiaggia di Follonica”

Baustelle – Follonica

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